«Parlate piano» disse Martino, facendo capire a Simone, con una piegatina di capo, che il figliolo era lì vicino.
«Ho capito. Ma non potevate insegnarglielo voi il mestiere, e aver anche un aiuto nello stesso tempo?»
«No, no,» continuò Martino; «ne parleremo poi un’altra volta. È un figliolo di poco sviluppo, capite?»
«Dite un po’.... non per sapere i vostri interessi, ma è nato forse in luna calante?»
«Precisamente.»
«Ah! capisco, capisco!...» rispose Simone con un gesto, come a dire che la cosa adesso era chiara.
«Dunque, alla vostra salute, Martino!» esclamò uno dei compagni di Simone riempiendo e vuotando il bicchiere.
«Alla vostra salute,» ripeterono Simone e l’altro compagno. Poi tutti e tre, levatisi da sedere, salutarono Martino e Caterina, e s’avviarono verso la porta.Simone, rimasto l’ultimo, nel tirar di dietro l’uscio si voltò ancora una volta verso Martino dicendo: «Dunque siamo intesi: domani capiterò con la carta.»
Tanto i tre che se ne andavano pe’ fatti loro, quanto Martino ch’era rimasto in cucina con Caterina, se ne stettero tutti zitti per un poco, come aspettando che ritornasse loro sulla lingua il filo del discorso. Il primo a raccapezzarlo fu Simone, il quale dopo un tratto di strada prese a dire: «Buon uomo questo Martino! ma è matto!... matto!... e poichè s’è fisso di mangiarsi il fatto suo, tanto fa che non si lasci andar la roba in bocca d’altri. Però con questi cervelli strambi non si è mai prudenti abbastanza.... bisogna far le cose in regola!... a fior di legge!...»
«Ah! tu pensi di mangiarti il fatto mio!...» esclamava Martino dopo aver taciuto un pezzo, e passeggiando per la cucina. «Fors’anche sì!... Ma son nato povero e ci perdo poco. Se la mi andrà male, le mie braccia non le porterà via nessuno, e con queste i miei figlioli non avranno a patire!... Ma l’andrà bene!... Simone avrà i suoi denari!... li dovrà riprendere! L’andrà bene! Perchè qua dentro c’è qualcosa!... c’è qualcosa che non sbaglia!» E si picchiava la fronte ripetendo ancora: «l’andrà bene! l’andrà bene!»
Caterina diceva intanto mentalmente unDe profundisper raccomandarsi ai poveri morti.
Erano stati in gran faccende l’avvocato Massimo e Martino per far partire quella carrata di mobili, ma non l’era stato meno, a Milano, quel tale che la dovette far scaricare e mettere a posto. Tanto più che a questo tale,proprio in quel giorno in cui era arrivato il carrettiere, erano capitate anche le sue ventiquattr’ore di guardia, come milite cittadino. Posporre la guardia ai mobili non sarebbe stato facile, e a ogni modo non era cosa che egli avrebbe messo neanche in discussione: prima di tutto, perchè non era uomo da mancare ai propri doveri; poi perchè era sergente, e con gli amici soleva dire in confidenza: «Senza di me, io non potrei garantir niente della compagnia!»
Il nostro sergente dunque fece come potè: si affaccendò come un martire in quelle prime ore della giornata che precedevano quelle della guardia; poi diede degli ordini precisi e severi a sua figlia, al carrettiere e ai facchini; e li diede in pieno assetto militare, perchè riuscissero più solenni. Poco dopo, senz’essersi fatto aspettare un minuto, camminava impettito e disinvolto, a fianco della compagnia che s’avviava verso il posto assegnatole.
A vederlo qualche ora dopo, e sì che ne aveva fatte in quel giorno delle vite per provvedere a tutto e a tutti, nessuno avrebbe supposto che quel brav’uomo potesse essere stanco. Forse lo era, ma certo egli lo celava affatto sotto un piglio severo, ma sereno, ch’era, come egli diceva sempre, l’attitudine indispensabile di un milite cittadino. Col tramonto scendeva per le strade una nebbiaccia che a ogni momento si faceva più fitta e più fredda; chi passava affrettava il passo; l’uffiziale e i commilitoni del nostro sergente, l’un dopo l’altro, s’eran chiusi nel camerotto del corpo di guardia; ma lui era rimasto ritto sulla porta, a pochi passi dalla sentinella, aspettando che la notte fosse calata del tutto, e che i passanti, facendosi sempre più radi, gli permettessero di dare un poco di tregua alla sua vigilanza. Prima però d’avviarsi anch’esso verso il camerotto, fece quattropassi in su e in giù per la strada, come per assicurarsi meglio che tutto era tranquillo, e ripetè, a buon conto, la consegna alla sentinella perchè non la scordasse.
Finalmente entrò nel camerotto anch’esso esclamando, nel tirarsi dietro l’uscio: «Mettiamoci anche noi nei quartieri d’inverno!»
Alcuni militi dormicchiavano qua e là sdraiati sulle brande o a cavalcioni delle sedie; altri, ed erano il nerbo più grosso, se ne stavano chiacchierando e fumando in giro a una gran stufa nel mezzo del camerotto.
«Qua, qua, signor Giovanni!» esclamò uno di questi: «mi dia una presa di tabacco per scacciare il sonno.»
«A proposito, signor Giovanni....» disse l’uffiziale, ch’era anch’esso nel crocchio vicino alla stufa, «venga qua, legga il giornale di stasera.... c’è qualcosa che la potrebbe toccare.»
«Me!... nel giornale?... Oh, per bacco!» rispondeva il signor Giovanni facendosi ancora più serio, intanto che pigliava il giornale, e cercava per le tasche gli occhiali.
Il signor Giovanni, come si vede, era il nostro sergente; anzi egli era precisamente il signor Giovanni Figini, e aggiungeremo in fretta, intanto che legge il giornale, ch’era un ometto sui cinquant’anni, vispo e prosperoso; che in sua gioventù era stato di professione computista, calligrafo e amanuense; che dopo aver ereditato da un suo parente, e presa una moglie con qualcosuccia, aveva lasciato mano mano la professione in disparte, e ora l’aveva abbandonata del tutto, «e per esser diventato sergente,» come diceva lui «e per poter meglio andar incontro ai nuovi tempi.»
Il signor Giovanni era vedovo, e aveva una figliola.
«Ha letto, signor sergente?» continuò l’uffiziale. «Il giornale domanda che cosa fanno la sera le pattuglie della guardia nazionale a zonzo per le strade più popolate della città, mentre ci son tante viuzze abbandonate e fuor di mano da vegliare! Ha veduto cosa è successo? Ci son de’ malandrini audaci e armati, a quanto pare: ora, tocca a lei, signor sergente, questa notte a farsi onore!»
«Oh! lasci fare, signor Carlo!» rispose il sergente rimettendosi gli occhiali in tasca. «Questa notte passeremo vicino a quelle strade che dice lei, e se vedremo delle facce sospette, le sapremo anche far scappare....»
«Altro che farle scappare!... bisogna metter loro le mani addosso, caro signor Giovanni!»
«Si farà anche questo.... ma bisogna distinguere. Se questi bricconi fossero armati proprio fino ai denti....»
«Si farà fuoco!» saltò su uno del crocchio.
«Piano, piano,» continuò il signor Giovanni. «Far fuoco, è presto detto! ma se per disgrazia passa in quel punto un galantuomo, un padre di famiglia, per esempio, e invece del ladro me lo pigliate lui, proprio nella testa!...»
«E dunque cosa si fa?» replicò l’altro.
«Prima si cerca con le belle maniere....»
«Ma se vi danno addosso?»
«Si sta in guardia.... si sta molto sul suo.... con un contegno severo.... e poi, facendo il caso, si chiamano le guardie di pubblica sicurezza.... perchè queste cose poi sono affar loro, e non bisogna neanche arrischiare di far nascere dei pettegolezzi tra le autorità.... Creda però, signor tenente, che questi malviventi, quando vedono la pattuglia, se la battono!... se la battono!...»
«E allora lei, dietro! perchè se me ne pigliasse almeno uno, allora la facciamo noi la risposta al giornale!»
«Ah! se faccio tanto da potergliene pigliar uno, glielo conduco qua legato come un salame!»
»Bravo, signor Giovanni! Dunque conto su di lei. Tra mezz’ora son di ritorno: se occorre qualcosa, mi faccia chiamare al caffè.» E acceso il sigaro, l’uffiziale se ne andò.
«È giovane, giovane, questo signor Carlino!» continuò il sergente con que’ quattro o cinque ch’eran rimasti.... «Il suo gran gusto è quello d’andar a cercare gli assassini col lanternino. Ma io che la so lunga, e che posso parlare, perchè di questi musi ne ho messi al muro tanti in vita mia, vi so dire che alla fin fine c’è poca soddisfazione. Dico questo come privato, perchè come guardia nazionale non so neanche se a fare a pugni coi ladri la sia cosa che vada col nostro decoro....»
«Che pugni! si ammazzano alla prima!»
«D’accordo. Ma.... non parlo per me, perchè dal giorno che m’han fatto sergente, io ho rinunziato alla vita: parlo per voi altri. Nella mia pattuglia io posso avere dei padri di famiglia; ci siete voi, Ambrogio, per esempio, e, tra questi malandrini, dei padri di famiglia non ce n’è quasi mai! Per cui, anche da questo lato, non si combatte ad armi pari....»
«Che combattere! V’ho detto che si ammazzano!»
«Avete ragione,» soggiunse un terzo. «Coi ladri io non farei tanti complimenti; li ammazzerei tutti.»
«Oh! se si fa tanto da poterli ammazzare, allora sono con voi! Ma quanto al pigliarli, ve lo ripeto, c’è poca soddisfazione! Pigliati, ve li mettono in una prigione, e poi? finita la condanna, vengon fuori peggiori di prima. Avete mai sentito che un briccone venga fuori di prigione galantuomo? Ma vi dirò di più: in prigione questi bei soggetti ammaestrano anche gli altri, e un assassino ne fa diventare assassini dieci! capite?»
«È inutile, è inutile, bisogna ammazzarli!» conclusero gli altri, allontanandosi dalla stufa e avviandosi chi verso la porta, e chi verso qualche branda, per farci un sonnellino.
«Ehi! ehi!» esclamò il nostro sergente, «dunque siamo intesi. Quei della pattuglia sien pronti per il tocco!»
«Lasci fare, mi ci preparo intanto con una dormitina.»
«E io vado a mangiare un boccone, perchè, per via della guardia, ho dovuto piantar il desinare a metà.»
Non rimase vicino alla stufa col sergente che uno dei militi, un certo Ambrogio, un uomo un po’ innanzi cogli anni anche lui, e che, oltre all’essere un vicino di casa del signor Figini, era anche un suo amicone. Siccome poi i due amici sapevano che c’era tra loro un segretuccio, e che il momento d’aprirsi l’un l’altro era maturo, non potendo più stare nella pelle, l’uno d’interrogare e l’altro di parlare, così, per un accordo tacito e spontaneo, Ambrogio e Giovanni, pigliata una sedia ciascuno, si trovarono seduti vicini, col discorso bell’e avviato e che si svolgeva liscio e naturale come una matassa senza ruffelli.
«Sono tre mesi, sapete? che vado conducendo questa faccenda con una prudenza! con una abilità!...» diceva Giovanni. «Una parola con Ambrogio la dovrei fare!, m’ero detto qualche volta; ma poi pensavo tra me e me: la mia intrinsichezza con l’avvocato Della Valle.... quel quartierino vicino al mio preso a pigione da me, per persona da dichiarare.... sono un niente, se volete, per chicchessia; ma per Ambrogio, che è fino! che è Ambrogio insomma, sono tutto! Dirgli di più, sarebbe quasi un fargli torto. A cosa fatta, dicevo sempre, gliela conterò poi tutta la storia, per filo e per segno!»
«Ah! io capivo tutto, ma, naturalmente, tacevo. Ora, dite su, e la cosa resterà tra noi.... perchè io taccio in un modo.... che sfido l’aria a saperne qualcosa, quando taccio io!»
«Sicuro che vi dirò tutto! Però, siccome qua ci potrebbe mancare il tempo, e poi non vorrei neanche dar troppo nell’occhio, così per stasera non vi dico che quattro parole. Dunque dovete sapere che, fin da quattro o cinque mesi fa, vedevo qualche volta al caffè seduto a un tavolino vicino al mio, un signore, un bel giovanotto, che si capiva che non era milanese, ma che nullameno pareva un uomo a modo. Un giorno lo salutai; un’altra volta gli diedi il giornale, dopo averlo letto io; poi si scambiò qualche parola; egli aveva con me un fare molto rispettoso; io ero gentilissimo sempre.... insomma, finii una volta col dirgli ch’ero il signor Giovanni Figini, sergente della settima compagnia; lui allora mi disse che era l’avvocato Massimo Della Valle; e si diventò amici. Era la prima volta che questo signore passava a Milano una settimana tutta di seguito, figuratevi! Ha veduto questo? gli domandavo io; ha veduto quest’altro?... Non aveva veduto niente!... Venga con me! venga con me! Lo condussi sul Duomo, e rimase per tutto quel giorno con la bocca aperta. Eh! comincia così presto lei a andar in visibilio? gli dicevo io. Vedrà! vedrà!... Lo condussi di qua, lo condussi di là, sul Corso, in piazza d’Armi, in omnibus, in teatro, in casa mia, nei caffè dove si fanno i migliori sorbetti, negli alberghi dove si pranza meglio: naturalmente pagavo io; lui non voleva, faceva dei complimenti, e ogni tratto esclamava: — Ma i Milanesi son tutti così! — E infatti, se volete, per il forestiero ci vogliamo noi altri!...»
«Bisognava sentire cosa dicevano di me i Francesi nel cinquantanove!» interruppe Ambrogio.
«E di me, cosa non dicevano! Ma tornando all’avvocato, un giorno gli domandai: E lei di che paese è? Io sono di.... e mi disse un nome lungo, che non avevo mai sentito, e che comincio appena adesso a imparare; un nome stravagante e che non vuol dir niente, come usano questi foresi. Mi disse poi che questo suo paese era lontano un quaranta o cinquanta miglia; e per allora non gli domandai altro. Passa una settimana, ne passano due, ne passano tre, e intanto l’avvocato veniva a cercarmi a ogni tratto; non poteva staccarsi da me, proprio come un bambino di sei anni! e sì che capii subito che era un talentone, sapete!... ma insomma non faceva più nulla se non aveva un parere del signor Figini! Egli era sempre in casa mia e.... era tanto innamorato di me, che a poco a poco finì con l’innamorarsi anche di mia figlia! Piano! piano!... alto là!... alto là! pensai subito tra me. Qui non si scherza.... patti chiari, amicizia lunga! La cosa però, capirete, era difficile e delicata. E qui, bisogna che ve lo confessi, ho dovuto proprio persuadermi che, in fatto di saper condurre le cose come va, la cedo a pochi. Chi sa cosa avrebbe fatto un altro? Chi sa che pasticci!... Io cominciai a fingere di non capir nulla, tenendo però d’occhio a tutti....»
«E domandando intanto le informazioni necessarie....»
«Adagio! adagio! Prima di domandare le informazioni agli altri, ho voluto farlo cantar lui, per poi fare i confronti, capite!»
«Ah!»
«E così discorrendo, come si fa, della politica e del bel tempo, venni a risapere che l’avvocato ha del suo più di quello che lui non creda; che ha una casa che guarda su una piazza; e che ha avuto per di più anche una eredità. Vi par che basti?»
«Eh sicuro!»
«Ma Giovanni ne volle sapere di più! E seppe che l’avvocato aspetta da un giorno all’altro un impiego, ma che impiego! Seppe che l’avvocato ha degli amici in alto, e nelle Camere e dappertutto; che nel suo paese poi è ilfactotumdei primi signori, di due o tre marchesi, e che è l’amicone, indovinate un po’ di chi?... dell’ingegnere Mevio...»
«Oh! di quell’ingegnere.... così allegro....»
«Che avete veduto tante volte al caffè....»
«E che quando vuole un bicchier di vino dice: datemi la mia semata! Eh! lo conosco; mi saluta sempre.»
«Ed è un uomo di gran talento, sapete? è un omone! Dunque, appena seppi che l’ingegnere Mevio conosceva il mio avvocato, ho detto subito tra me: siamo a casa! faremo cantare anche l’ingegnere, noi! Pensate, come ho dovuto esser fine io, per cavare dall’ingegnere tutto quello che ho voluto, senza che egli ne capisse un bel niente! E ci ho cavato tutto, tutto! Anche ieri m’ha detto d’aver pranzato con l’avvocato Della Valle in casa d’uno di questi marchesi. Pensate se mi voglio divertire quando gli dirò: l’avvocato Della Valle diventa mio genero, e in questo matrimonio c’è entrato un poco anche lei, signor ingegnere, proprio anche lei! Manco male, le manderò i confetti!»
«Dunque è affar conchiuso! E il matrimonio si fa presto?»
«Presto, prestissimo. Che volete? mentre io facevo le mie indagini, questi due ragazzi se la intesero subito, loro. La mia Enrichetta si faceva ora pallida, ora rossa; mandava dei sospiri lunghi lunghi, e voleva come non lasciar capir niente. Ma io pensavo tra me: ci vuol altro! anche tu hai il cuore fatto di pasta dolce,com’era a’ suoi tempi quello di tuo padre! Però, siccome eravamo da principio, io facevo l’indifferente, con la mia faccia solita, e tenevo duro a non capir niente. Finchè, un giorno.... guardate un poco cosa succede quando non ci si pensa prima! vedendo Enrichetta più malinconica del solito, cercai di farla parlare: ella taceva; io insistevo; e il fatto è ch’essa finì col buttarmi le braccia al collo, e a piangere, a piangere.... Povera figliola! io credetti proprio che in quel punto mi rimanesse soffocata nelle braccia. — Sì, Enrichetta, so tutto! Sono tuo padre.... farò il possibile.... ho già avuto tante notizie sul suo conto.... notizie bonissime. — E non era vero niente. Ma vi domando io, caro Ambrogio, come si fa a rispondere diversamente quando non potete ragionarla un poco a lungo?... e io in quel momento, cosa volete! mi sentivo alla strozza un certo non so che, che c’è voluto fatica a mandar fuori anche quelle poche quattro parole. Per fortuna le notizie, quando vennero, furono buone davvero. Però da quel momento io avevo detto tra me e me: Giovanni, qui bisogna decidersi e far presto! Se vi volessi dire come feci a tirar l’avvocato sul discorso, come si combinò ogni cosa tra noi tre; e poi gli abbracci, i complimenti, l’allegria, non la finirei più. Insomma quando sono con l’avvocato mi pare d’esser io Enrichetta, e quando sono con l’Enrichetta, mi pare d’esser io lo sposo! Non ho mai ricevuto tanti baci in vita mia!... Mi amano!... mi amano!...»
«Mi fa proprio piacere che vi sia toccata questa consolazione!»
«Grazie, caro Ambrogio. Di voi n’ero sicuro. Son due mesi che teniamo la cosa in gran secreto, perchè c’era pur qualche affaruccio da spicciare. Anzi l’avvocato avrebbe voluto aspettare, prima di stringere i nodi, che di questo tal impiego ci fosse proprio ancheil decreto sulla gazzetta; e avrebbe voluto poi che fossi andato al suo paese a domandar conto di lui; a mettere il naso ne’ suoi affari; a verificare, a sindacare.... figuratevi!... ma io, delicatissimo del pari, per quanto lui insistesse, mi misi al muro, e non ho voluto saperne. Eh diamine! È vero che quest’impiego, come dice l’avvocato, non c’è ancora, ossia non hanno ancor detto: voi andrete a sedere in quell’uffizio od in quell’altro; ma queste, soggiungo io, son cose di pura forma, son quasi cerimonie quando si hanno delle promesse, quando si hanno certe lettere in mano, come le ha l’avvocato. Per l’impiego, sia detto tra noi, chi s’è preso l’impegno è un deputato, ma uno dei primi deputati del Parlamento! Questo signore, fin da quattro mesi fa, ha presentata la supplica al ministro, il quale la prese, la lesse, poi la mise nientemeno che nella tasca in petto del soprabito, dicendo: l’avrò a cuore, non dubiti, l’avrò a cuore! — Ma c’è di più! Siccome il deputato insiste, e scrive al ministro direttamente com’io potrei scrivere a voi, così il ministro gli ha risposto un mese fa, con queste precise parole:Sarà difficile che possa trovar così subito.... ma notate che è passato un mese....una nicchia per il suo raccomandato; ma le ripeto che l’avrò a cuore, e che farò per lui quanto mi sarà possibile, se le circostanze lo permetteranno. E sotto c’è il nome del ministro scritto di tutto suo pugno. Capirete che quando un ministro, che può far tutto, dicefarò quanto posso, per chi è buon intenditore, ce n’è fin troppo! Le altre parole.... son parole, e queste lettere diplomatiche bisogna poi anche saperle interpretare. Cosa ne dite?»
«Eh! è chiaro, chiarissimo. Quando si hanno di queste protezioni....»
«È quel che dico anch’io. Per cui pensate che fortuna è capitata alla mia Enrichetta! Sposare in un colposolo un avvocato, un impiegato, e uno che ha del suo finchè ne vuole!»
«Ricco anche del suo!»
«Eh altro! Lui ha una casa che guarda su una piazza; lui ha i suoi camperelli, i suoi capitalucci.... Sicuro che a sentir lui sono un niente, e ogni giorno mi vorrebbe tirare al suo paese perchè vedessi le cose coi miei occhi. Ma io li conosco questi campagnoli!... tutti eguali!... pieni di denari, non sanno d’averli, e fanno il povero! N’ho conosciuto una volta uno di questi campagnoli, che a sentirlo gli avreste fatta la limosina: ebbene, quando è morto, gli hanno trovato nel canterano un sacchetto pieno d’oro! Capite! Volete che io vada a far le stime, e gli inventari, come un usciere, o come un rigattiere? Bella confidenza che ha il futuro suocero! direbbero in quel paese. E così farò veder loro, a quei campagnoli, con un tratto nobile, come si faccian le cose dai cittadini.... e cosa siano all’occorrenza i Milanesi!...»
«Bravo il nostro Giovanni!»
«Eh? le sappiamo fare a dovere le cose, noi di Milano? lo dico sempre io! Ma non è tutto qui: vi conterò una qualche volta, con più comodo, che contegno è stato il mio quando appunto, in queste cose di denaro, s’è dovuto mettere un poco di nero sul bianco. Ho trattato come un vero cavaliere! e ne sono ben contento. Ogni giorno ho un motivo di più per poter dire che pari all’avvocato Della Valle ce n’è pochi, e che alla mia Enrichetta è capitata una gran fortuna! Ma la mia Enrichetta, dico il vero, la meritava!... La mia buona Enrichetta!... L’avevo io il presentimento, fin da quando era bambina, che sarebbe salita in alto, in alto! E per questo non ho badato a spese: la mi è costata un occhio! ma ne sono contento. Fin due maestri a un tempo le facevo venire! La calligrafia poi gliela ho insegnata io.Se vedeste che bel corsivo inglese è il suo! E oltre il corsivo, conosce profondamente due o tre altri caratteri; sa fare qualche iniziale allegorica, con frecce, o foglioline d’alloro.... insomma anche in quanto alla calligrafia mia figlia può andare nelle prime società, senza soggezione di nessuno.»
«Benissimo! Con tutto questo però, ve ne rincrescerà fino all’anima, povero Giovanni, a staccarvi dalla vostra figliola!...»
«Staccarmi dalla mia figliola? Oh questo mai!... E poi l’avvocato è troppo innamorato di me! non ve l’ho detto? Guai se parlassi di lasciarli andar soli!»
«A proposito, vostro genero avrà l’impiego in Milano?»
«Pare di sì.»
«E se poi gli toccasse d’andar via?»
«Gli andremo dietro! Dovete sapere che tutti i forestieri coi quali ho parlato, m’hanno sempre detto che si capisce ch’io avevo una gran disposizione per viaggiare! E infatti, io la vedo piuttosto di buon occhio anche la gente degli altri paesi. Sicuro! caro Ambrogio; chi sa che una qualche volta non ce lo vedano proprio anche il vostro Giovanni in qualcuno di questi paesi lontani! Se ci vado, lasciate fare a me: ci penso io a mettere in ordine dappertutto la guardia nazionale! Lo farò veder io a quella gente cosa dev’essere la guardia nazionale! Chi sa che disordine! che babilonia! che indisciplina ci trovo!...»
«Ehi! signor sergente!... Se dorme, la si svegli! Non c’è la stufa qua fuori! La mia ora è finita da un pezzo!»
A questa chiamata improvvisa, il nostro sergente saltò in piedi, e vide sulla porta del camerotto la sentinella, con la faccia intirizzita, e col piglio di cattivo umore.
«Oh! la mi scusi.... vengo subito. Son così matti questi orologi!... non ce n’è due che vadano d’accordo!» esclamò il nostro Giovanni, mentre la sentinella ritornava al suo posto, borbottando: «Dimenticare le sentinelle con questo freddo.... bella disciplina!...»
«Ehi là! a chi tocca!... signor Pietro!» continuava il sergente avvicinandosi alle brande.... «Eh! dormono come tassi!... Abbiate pazienza, Ambrogio, fatela voi adesso la vostr’ora, ve la terrò breve... e poi continueremo il nostro discorso.»
Dunque nel caffè di Castelrenico le cose le si sanno, e non ci si dicon frottole! È là che abbiam sentito per la prima volta che l’avvocato Massimo prendeva moglie; e che la cosa fosse vera, lo possiamo ora attestare anche noi tutti, che abbiamo udito il discorso del signor Giovanni. Se in Castelrenico c’era qualche incredulo, questo ebbe presto sotto gli occhi le prove del contrario, perchè Massimo, pochi giorni dopo la sua partenza, scrisse a quattro o cinque de’ suoi amici, e diede loro la nuova del suo matrimonio. Sopra questo fatto in caffè si discusse molto. — «Ah qui c’è del mistero!... Qui non ci si vede chiaro!... Non dir niente a nessuno.... andare a Milano.... dopo una settimana scrivere che s’è sposi.... insomma non ci si vede chiaro!... Massimo non è più lui, e caso mai voglia darla a bere a qualcuno, pigli i Milanesi, ma non quelli di Castelrenico!» — A chi parlava così s’univan poi quelli ch’eran piccati che Massimo avesse scritto ad altri e non a loro. La conclusione unanime fu che non gli si doveva rispondere, e quelli che avevan avuta la lettera furono i più fieri in questo partito: l’avvocatoMassimo però riceveva da ciascuno, il giorno dopo, una risposta tutta congratulazioni e proteste d’amicizia.
Diremo a giustificazione di Massimo, che se questa volta s’era tenuto un poco abbottonato con gli amici, era stato in grazia d’un certo timore che l’aveva preso prima di partire, che cioè l’affar dell’impiego potesse andar per le lunghe; e fino allora egli era stato sempre fisso che senza impiego non si faceva matrimonio. Ma giunto a Milano, le istanze del signor Giovanni e della sposa furon tali che dovette cedere; e così per il matrimonio si fissò il giorno, e si permise all’impiego di arrivare anche un po’ dopo. Questa condiscendenza però aveva lasciato al nostro Massimo qualche scrupolo; non pochi nuvoli attraversavano di tanto in tanto la sua contentezza, e per diradarli egli era andato in que’ giorni tempestando di lettere il suo amico deputato, perchè spicciasse questa faccenda dell’impiego or che tante ragioni lo facevano diventar urgente. Il deputato aveva risposto cento belle cose, ma sempre mietute nel campo delle speranze: la risposta che doveva metter la gioia in tutti non arrivò proprio che il giorno stesso del matrimonio.
In quel giorno, uno de’ primi del gennaio, non c’era stato un minuto di riposo in casa del signor Giovanni. Era stato un andirivieni continuo di parenti, di amici e di curiosi: il campanello di casa aveva risonato tanto da assordare. Eran visite o ambasciate; era la sarta o il parrucchiere; eran fattorini con ceste di focacce, paste dolci e bottiglie, perchè c’era invito di amici per la sera. Insomma avevan tutti tanto di testa, e fin gli sposi auguravano in cuor loro che finisse presto questo giorno, che pur avevano aspettato come il più bello della vita. Verso il tramonto ci fu un po’ di tregua. Non eran rimasti che quattro amici, tra cui l’ingegnere Mevio eAmbrogio, il compagno d’armi di Giovanni, che dovevan fare da testimoni, e una parente che doveva accompagnare Enrichetta alla chiesa. Alla chiesa si doveva andare più tardi, dopo aver pranzato tutti in compagnia.
Tutti s’eran detto da un pezzo che a quel pranzo ci doveva essere tanta allegria, che nessuno avrebbe saputo come star nella pelle. L’ingegnere Mevio cominciò infatti a tavola qualche barzelletta a proposito del matrimonio e degli sposi, e gli invitati fecero il possibile per rider proprio di cuore. Anche Giovanni, per far gli onori di casa, dava di tanto in tanto in una gran risata; ma la risata finiva presto senza ch’egli lo volesse, e quasi a suo dispetto. Allora guardava i suoi sposi, i quali gli ricambiavano un sorriso in cui c’era tutt’altro che quell’allegrionaccia che tutti s’eran promessa. Pareva anzi che su quel sorriso fosse disceso un leggier velo di malinconia. Eppure que’ due sposi eran felici davvero! ma ogni minuto che li avvicinava a quell’ora tanto solenne, raccogliendo gli animi loro, vi suscitava una gioia, ma insieme una trepidazione di più. Era parso loro mille volte d’aver proprio bisogno di dire il loro affetto al mondo intero; ma in quel punto s’accorgevano che anche que’ pochi quattro amici eran di troppo.
Alle frutte si udì una nuova scampanellata. Giovanni fece un moto d’impazienza, come a dire che, a quell’ora almeno, avrebbero dovuto desinare, e starsene a casa loro, anche i seccatori. Poco dopo entrò la serva con una lettera diretta all’avvocato Della Valle. Questi la prese, riconobbe la mano di scritto del suo amico deputato, l’aprì, la lesse rapidamente, e diede in una così lieta esclamazione che fece balzar in piedi il signor Giovanni, e deporre coltelli e forchette a tutti i convitati. Sulla faccia di Massimo era comparsa a un tratto un’allegria così schietta, quale nessuno gli aveva vedutamai. «Leggete, leggete pure,» diss’egli rizzandosi; e Giovanni che non ne poteva già più per l’impazienza, prese la lettera, si mise gli occhiali, e lesse ad alta voce:
«Carissimo Avvocato,
»In questo punto mi vien data una buona nuova per voi, e ve la scrivo in tutta fretta per non ritardarvela d’un minuto. Poco fa, nell’uscire dalla sala del Parlamento, passai vicino a quel ministro, a cui vi avevo così calorosamente raccomandato. Il ministro, vedendomi, si rizzò, mi strinse la mano e mi disse: — Sono lieto di poter fare finalmente qualcosa per il suo raccomandato: il posto c’è, e tra pochi giorni potrò firmare il decreto. Il suo raccomandato desidera rimanere in Milano, nevvero? È cosa che si potrà combinare facilmente.... ne parleremo; passi da me....
»Dopo queste precise parole mi strinse la mano di nuovo, e ritornò al suo posto. Dunque, come vedete, la cosa è fatta. Fra qualche giorno andrò dal ministro, saprò di quale impiego si tratta, e farò tutto il possibile perchè rimaniate a Milano. Vi scriverò dunque di nuovo e prestissimo, perchè abbiate più completa la bella nuova d’oggi.
»Vi stringo la mano, e mi congratulo di cuore con voi.»
La fine di questa lettera fu accompagnata da un batter di mani e da un evviva generale. Tutti si levarono da tavola, e Massimo corse a stampare un bacio sulla fronte di Enrichetta: non si sarebbe detto più che que’ quattro amici presenti fosser di troppo! La gioia di sentirsi quel lungo dubbio giù dalla coscienza, era stata più forte d’ogni altro sentimento più ritenuto e delicato.
«Che bella lettera! Come scrive bene questo deputato!» aveva esclamato per prima cosa Giovanni, togliendosi gli occhiali, e tenendo la lettera spiegata. «Eh, ne abbiamo degli uomini!»
«Evviva il nostro consigliere di governo!» gridava l’ingegnere Mevio, alzando un bicchiere da cui non s’era staccato nel lasciar la tavola.
«Eh sicuro! qui si tratta d’un posto di consigliere,» diceva uno dei convitati.
«E a dir poco!» soggiungeva un altro.
«Piano, piano, non sarà poi tanto!» disse alla sua volta anche Massimo con una certa modestia.
«O consigliere o non consigliere, qui si tratta di qualcosa di grosso!» ripigliava Giovanni. «Credete voi che un ministro si levi dal suo posto, che è il posto dei ministri, per discorrere di una bagattella? Voi siete sempre l’uomo dei dubbi, caro Massimo. Quante volte non mi avete detto che non avevate fiducia negli attuali ministri, che bisognava cambiar l’indirizzo politico del ministero!...»
«Eh, li credevo proprio, come li dicono i giornali, guidati da idee piccole, poco liberali.... amici e fautori solo dei loro amici....»
«E cosa vi rispondevo io? Vi rispondevo che prima di parlare, bisogna veder le cose coi propri occhi; vi rispondevo che bisogna andare adagio nel mancar di rispetto a chi comanda, se no non si troverà più un cane che ubbidisca; vi rispondevo che le chiacchiere son chiacchiere, e che io sarei sempre corso col mio uniforme e col mio fucile per mantenere il buon ordine!»
«Insomma avevate ragione voi, non parliamone più.»
«Così mi piace! Ma se parlavo così, era perchè io avevo capito da un pezzo che quel ministro era unbrav’uomo.Finalmente sono lieto, son sue parole, e ci si vede anche l’uomo di cuore! Rizzarsi premuroso.... stringer la mano.... mi par di vederlo quel brav’uomo! E in quell’aver capito a colpo d’occhio che voi siete proprio fatto per un impiego.... in quel veder subito il modo di aggiustare le faccende.... lasciarvi a Milano.... come si capisce l’uomo di Stato!...»
«Però, s’io ero nei panni di quel signor deputato,» interruppe l’ingegnere Mevio, «facevo un poco di faccia tosta, e gli domandavo lì per lì di che impiego si tratta, per non tenervi sulla corda una settimana ancora.»
» Eh, vi pare,» gli rispose Giovanni; «la sarebbe stata poi una indiscrezione!...»
«Capisco, ma sapete come son fatto io! Intanto, beviamone un bicchiere alla salute del ministro, degli sposi, e del nonno dei consiglierini che nasceranno!»
Questa piacque a tutti, e principalmente a Giovanni, che fu subito in faccende a sturar bottiglie, a empir bicchieri, e a ricambiar degli evviva con tutti quanti.
«A proposito!» saltò su a un tratto l’ingegnere Mevio, «ho un’imbasciata per voi, avvocato, e per la sposina.... proprio anche per la sposina! Indovinate un poco di chi?... Del marchese Renica. Sicuro, il marchese mi ha domandato conto di voi più d’una volta; s’è parlato del vostro matrimonio, e ieri mi ha detto che desidera di conoscere la sposina,la sposina che dicono tanto bella! son sue parole.»
«Oh diamine! quel signor marchese ha detto così!...» interruppe Giovanni. «E voi, Massimo, che non gli avete fatto ancora una visita, dopo che siete a Milano!»
«Ne avevo tante per il capo! Ora ci andrò.»
«E bisognerà condurci anche Enrichetta: cosa ne dite, ingegnere?»
«Lasciate fare a me, combinerò io ogni cosa.
Domani, scommetto, me ne discorre lui per il primo, perchè sa che oggi si faceva il matrimonio, e che io passavo la serata in casa vostra.»
«Per cui il marchese avrà parlato anche del suocero!» disse Giovanni. «A quanto ne sento, dev’essere un omone quel marchese! Avevate fatto proprio male voi, Massimo, a non andarci finora! Quando si aspetta un impiego di tal fatta, quando si è in alto come lo siete voi, ci vuol tutto in proporzione, anche gli amici! Il quartierino, per esempio, che avete preso qui vicino al mio, vi pareva fin troppo grande, troppo di lusso. Andate là, andate là! dicevo io. E adesso, vedete un po! non so neanche se basterà. Cosa ne dite, ingegnere? vi pare che quel quartierino possa bastare, caso mai ci venisse in visita il marchese Renica, o qualche altro personaggio?...»
«Le carrozze! ci son le carrozze!» venne a dir la serva in tutta fretta, mettendosi a un tempo il velo in testa, per correr subito alla chiesa anch’essa, e vedere la padroncina a prender marito.
La signora che doveva accompagnare Enrichetta all’altare, e che fino a quel punto non aveva detto sillaba, colse quel momento, in cui anche lei diventava un personaggio d’importanza, per prendere la direzione degli ultimi preparativi. Fu lei che mise il velo bianco alla sposa; che si levò di dosso qua e là una dozzina di spilli per tenerle in riga un fiore, un nastro, una piega del vestito; che le diede gli avvertimenti necessari sul modo di scender di carrozza, e di inginocchiarsi all’altare, senza sconciar nulla. Anche gli altri in fretta si attillavano alla meglio, per far buona figura. Giovanni, tutto rosso in faccia, era alle prese con un guanto nuovo che gli si era piantato a metà della mano e non voleva più andar avanti. «Facciamo presto.... non facciamoci aspettare....»diceva di tanto in tanto per non tenersi tutta la responsabilità del ritardo.
Infine, la signora, com’ebbe data l’ultima lisciatura, e un’occhiata generale alla sposa, girandole intorno due o tre volte, e come s’ebbe acconciati anch’essa allo specchio, con la debita cura, i capelli, il cappellino e la mantiglia: «Noi siamo pronte,» disse con molta gravità; «andiamo.»
«Nessuno ha dimenticato niente?» domandò Giovanni.
Enrichetta s’avviò per la prima, la comitiva le andò dietro; scesero le scale e presero posto nelle due carrozze che aspettavano in corte.
I curiosi corsi in chiesa a veder gli sposi eran molti. C’era tutto il vicinato, i bottegai del quartiere, mezza la compagnia dei militi di cui era sergente il signor Giovanni. Il conoscer mezza Milano, era una delle cose a cui Giovanni teneva di più; e a questa mezza Milano egli non aveva fatto, da parecchi giorni, che parlare pomposamente, più che aveva potuto, del gran matrimonio della sua figliola, annunziando a tutti la sera in cui lo si sarebbe fatto.
Mentre si avviava all’altare, nel mezzo della lunga navata della chiesa, quegli occhi rivolti su lei, quel bisbiglio, quelle parole che da ogni parte le giungevano confusamente, diedero a Enrichetta una commozione nuova, improvvisa, e quel senso quasi di timore di chi muove il passo sur una strada che non conosce. Sentì, in quel momento, che le si affacciava come una vita nuova; sentì finita l’esistenza tranquilla, ignorata della fanciulla; si trovò in mezzo alla gente, osservata, giudicata. Non vide più nulla fuor che i ceri accesi dell’altare, e non ebbe che un’ansietà, quella di poter presto appoggiarsi al braccio del suo sposo.
Eppure, in quel bisbiglio, in quelle parole, nonc’erano ancora i giudizi severi, inesorabili, senza appello e senza grazia, di cui c’è tanta abbondanza nel consorzio umano, e di cui tutti sono a un tempo dispensatori e vittime. In quel bisbiglio e in quelle parole non c’era che un’ammirazione unanime per la sposa; anche dello sposo i più dicevano che era un bell’uomo: i motteggi non mancavano, ma andavan tutti sulle spalle di quei della comitiva. Ed Enrichetta infatti era pur bella! Aveva un bel vestito di seta bianca; un velo bianco le scendeva dal capo e ravvolgeva, senza nasconderle, le forme snelle, eleganti della persona; i suoi capelli biondi, i suoi grand’occhi celesti, e quello stesso pallore maggior del solito, davano alle linee purissime del suo volto qualcosa di così quieto e soave, che in mezzo al buio della chiesa la potevano quasi far parere un angelo staccatosi dal quadro annerito d’un altare.
Ecco perchè tanto quei del vicinato, che i militi della compagnia del signor Giovanni, tutti di così difficile contentatura nell’argomento del bello, quella sera si dichiararono soddisfatti.
«Tutto è andato proprio bene, benissimo!» disse Giovanni nel rientrare in casa con la comitiva, e nel levarsi quel guanto che era stato fino a quel punto il solo ostacolo alla sua piena felicità. «Peccato che un matrimonio sia così subito fatto, e che una così bella cerimonia finisca così presto!» Allora non si faceva il matrimonio civile, e Giovanni non potè avere una consolazione di più. «Oh, ma cosa vedo io mai!» esclamò interrompendosi bruscamente. «Enrichetta, non hai messo al collo la bella croce a pietruzze che t’avevo fatto fare appositamente! Oh che peccato! ma sicuro! ma come mai....»
Enrichetta tirò da parte suo padre, e gli disse all’orecchio, con un accento dolce, tranquillo, e che volevaparere meno mesto delle parole: «Babbo, lo so! Vedi che cosa ho messo invece?... ho messo questo coricino dove c’è il ritratto della povera mamma.... La povera mamma me lo mise al collo prima di morire, dicendo che me lo tenessi sempre, perchè m’avrebbe fatto pensare a lei.... e mi avrebbe fatto indovinare, nei momenti seri della vita, i suoi consigli.... poichè essa non poteva darmeli più. M’ha detto che lo tenessi sempre, e che mi avrebbe portato fortuna....»
«Hai fatto bene!... hai fatto bene!» disse Giovanni asciugandosi una lacrima. «Se ci fosse la mia povera Carolina... come sarebbe contenta!...»
Ma intanto la sala si empiva di invitati, e da ogni parte era un domandare: «Dov’è la sposa? dov’è il signor Giovanni?»
E il signor Giovanni e la sposa dovettero troncare quel loro discorso, pigliare a prestito in fretta un po’ di faccia allegra, e correre a ricevere le congratulazioni e a far gli onori di casa.
Degli invitati ce n’era parecchi che, pigliando alla lettera quello che loro aveva detto Giovanni di venir senza cerimonie e in confidenza, non s’eran dati neppur l’incomodo di mutarsi i panni messi la mattina. Altri, pigliando una via di mezzo, s’eran rassettati un pochino e s’eran messi i guanti. E c’era finalmente anche di quelli che, a far vedere come si fanno le cose, eran venuti in giubba, guanti gialli e cravatta bianca. A questi Giovanni mostrava, con ogni sorta di attenzione, la propria riconoscenza. Anche alcuni militi, che per far onore al loro sergente, eran venuti in uniforme, avevano toccato il cuore di Giovanni, e s’eran trovati subito al medesimo livello di quei della giubba.
Mentre venivan gli invitati, ogni tavola e ogni tavolino della sala era stato coperto di vassoi ricolmi di confetti,paste dolci, torte, sorbetti, chicchere di zabaione, bicchieri, bottiglie di vino.
Giovanni, Massimo, l’ingegnere Mevio, aiutati da qualche altro tra i più volonterosi, cominciarono a servire tutta quella imbandigione, ora facendo coraggio agli invitati perchè si avvicinassero ai tavolini, ora portando in giro vassoi e porta-dolci. Mevio era dappertutto; chiamava, gridava: a tutti ne diceva una; faceva ridere o rideva lui per tutti. Giovanni, mostrando d’aversela a male se qualcuno non si serviva per quattro, aveva un gran da fare a raccomandare che soprattutto si lasciasse da parte l’etichetta.
E l’etichetta fu lasciata da parte prestissimo senza molla fatica. Mano mano che si vuotavan bottiglie e vassoi, lo schiamazzo andava crescendo, e non ebbe più ritegno quando Mevio, levata di tasca una cartolina, lesse un sonetto, come diceva lui, ossia quattro facce di strofette in versi, molto sciolti, quantunque rimati.
Mentre l’ingegnere declamava per la seconda volta il suo sonetto, la serva portò in sala un panierino e una lettera che venivano da Castelrenico, ed eran per l’avvocato Massimo. L’avvocato Massimo riuscì appena a prender la lettera, poichè sul cestello mise le mani Giovanni: «Un regalo!... un regalo per gli sposi!... apriamo.... vediamo!»
Mevio dovette raccorciare il sonetto e saltare alla chiusa, perchè i più s’eran già fatti in giro al panierino, e ognuno voleva dare una mano a Giovanni che si studiava d’aprirlo. L’avvocato Massimo, tiratosi in disparte, lesse la lettera che diceva così:
«Carissimo cugino,
«Avendo saputo che domani è il giorno del vostro matrimonio, tanto io che mia moglie vi mandiamoproprio col cuore le nostre felicitazioni. Non potendo venire in persona, c’è venuto in mente di mandarvi qualche piccola cosa per farvi festa anche noi alla meglio. Mia moglie si fa coraggio di far accettare alla vostra signora sposa un piccolo astuccio, che era tra gli oggetti che ho ereditato anch’io dallo zio, e che io le avevo regalato, ma che non è cosa adattata alla nostra condizione.
«Io, non avendo di meglio, vi mando due pernici. Non mi costano un soldo, ma valgon molto perchè me le ha regalate un mio amico cacciatore, che di solito non piglia mai niente.
«Scusatemi la confidenza, e accettatele di buon cuore. Non mi dovete neanche dir grazie. Volete che io mangi delle pernici? Queste, ho detto, devono proprio essere per l’avvocato il giorno del suo matrimonio.
«Siamo in casa un poco melanconici perchè in questi giorni il mio figliolo maggiore. Tonino, è partito per la Svizzera condotto da un mio amico, per imparare con perfezione il nostro mestiere. Dovrà star lontano un paio d’anni.
«Di salute però stiamo bene.
«Tanti rispetti alla vostra signora sposa. Io valgo poco, ma però in quel poco comandatemi sempre.
«Vostro affezionatissimo cugino
«Martino Della Valle.»
Giovanni intanto aveva aperto il panierino, l’aveva vuotato, e n’era rimasto alquanto deluso. Nell’astuccio c’eran due orecchini d’oro di filagrana, con una perluccia nel mezzo, e una catenina di Venezia antica a più giri da portare al collo. Nè la catenina nè gli orecchini piacquero ad alcuno. Giovanni e gli astanti non lo dissero, ma palesarono unanimi che non si regalano diqueste cianfrusaglie a una sposa di riguardo. Tanto tanto, le due pernici parvero un poco più adatte alla circostanza. Enrichetta domandò allo sposo da chi veniva quel dono; e l’avvocato, che aveva messa la lettera in tasca, rispose un poco imbarazzato che lo mandava un tale del suo paese... un buon uomo... ma un poco originale!
«Un originale» ripeteron parecchi: «si capisce!»
«Questi campagnoli non conoscono le convenienze;» pensò tra sè Giovanni, e mise il panierino da parte. L’ingegnere Mevio ricominciò il suo sonetto, e pochi minuti dopo era ricominciato anche lo schiamazzo di prima.
Due giorni dopo le nozze, l’avvocato Massimo, per aver pace col socero, era andato a far visita al marchese Renica, e gli aveva annunziato il suo matrimonio. Il marchese, con l’aria un pochino di protezione, ma con molta dignità e galanteria, gli aveva detto che sarebbe lietissimo di conoscere anche la sposina. E Massimo, dopo qualche complimentuccio ingarbugliato, aveva finito col rispondere che si sarebbe fatto premura egli stesso di condurgli e presentargli sua moglie. Il marchese aveva sorriso leggermente, e non aveva risposto altro; ma il giorno dopo facendosi accompagnare dall’ingegnere Mevio, e con una cert’aria galante e conquistatrice che amava ripigliare di tanto in tanto, era andato a fare una breve visitina alla signora Enrichetta Della Valle.
È facile immaginarsi la desolazione del signor Giovanni quando seppe che il marchese Renica era passato dinanzi al suo uscio, era stato nel salottino di sua figlia, e se n’era andato proprio pochi momenti prima ch’egli tornasse a casa.
«Ma guardate che combinazione!» andò ripetendo Giovanni per tutto quel giorno. «Potevo essere a casa mezz’ora prima!... ma signor no! a cento passi dalla mia porta do il naso proprio in un forestiero!... mi ferma, e mi vien fuori con uno di que’ linguaggi che si direbbe, poveretti, che sono imbarazzati anche loro a capirli! Lo aiuto alla meglio a spiegarsi, e concludo che costui voleva andare in piazza del Duomo. Ho cercato io di insegnargli la strada... parlando chiaro e forte che quasi non avevo più polmoni... ma fu inutile! Son duri questi forestieri, duri! E ho proprio dovuto accompagnarlo io, in persona, fin là!»
Ma, pochi giorni dopo, un nuovo avvenimento metteva sossopra il nostro Giovanni ancora di più. Il marchese Renica aveva trovato che la signora Della Valle era bellissima, bella come le signore d’una volta, e come non ne vedeva da un pezzo; ragione quest’ultima per cui aveva anche smesso, come diceva lui, di far la corte alle signore moderne. Sua nuora, don Gilberto e qualch’altro della conversazione d’ogni sera, dopo aver fatto gli increduli, e dopo avere scherzato col marchese più giorni a proposito della sua ammirazione, cosa per lui tanto insolita, finirono con l’aver tutti una grande curiosità di conoscere anch’essi questa signora così bella, e trovata così di fresco.
Il marchese li pigliò tutti in parola, e col fare ringalluzzito, e come disponesse di cosa sua disse: «Ebbene, vi farò conoscere qui, in questa sala, e tra poche sere, la mia bella sposina!» Ne aveva infatti un’occasione vicina e favorevolissima, quella del suo onomastico. E detto fatto, il marchese incaricò l’ingegnere Mevio di invitare in suo nome l’avvocato Della Valle e sua moglie a prendere una tazza di thè, la sera di sant’Antonio.
Questo invito fu un avvenimento non piccolo, come dicemmo, per Giovanni, il quale trovò modo di parlarne con gli amici, col vicinato, e in quartiere coi superiori e cogli inferiori, senza omettere l’incontro con quel tal forestiero che gli aveva fatto perdere la mezz’ora. E concludeva col dire: «Già era tutt’uno, perchè se non m’imbatteva col forestiero, mi sarei imbattuto poi col marchese, il quale, dopo avermi conosciuto, avrebbe voluto per forza tirarmi a casa sua.... Figuratevi! fare delle nuove conoscenze alla mia età!... Oh, quanto ai miei sposi è un altro par di maniche! È il loro tempo!... Ma, come dicevo, posso ringraziare quel forestiero, perchè se rientro in casa cinque minuti prima, ci sono!... L’ho schivata bella!... l’ho schivata bella!...» E il suo vicino di casa, Ambrogio, cercava di persuaderlo che non sarebbe stato poi un gran male.
Venuto il giorno di sant’Antonio, alle ore nove della sera, l’avvocato Massimo e sua moglie, condotti dall’ingegnere Mevio, facevano il loro ingresso solenne in casa del marchese Renica, preceduti, seguìti, osservati da capo a piedi da altri signori e signore che mano mano andavano affollando la sala. Il marchese Renica che di solito era piuttosto brusco e altiero, ma che teneva in serbo per le occasioni quella cortesia che si chiamad’altri tempiquand’è perfetta, accolse l’avvocato e sua moglie come accoglieva tutti quella sera, senza differenza per alcuno, con ogni sorta di belle maniere e di parole gentili. Il marchese presentò la signora Della Valle a sua nuora, la marchesa Giulia, la quale fu cortese anch’essa, ma col fare un tantino di protezione e di curiosità; un fare un po’ più moderno.
Sulle prime, la soggezione che in loro mettevano i padroni di casa e tutte quelle facce nuove che si vedevano in giro, gli addobbi ricchissimi della sala, le lumiere,le livree dei servitori, e fin Mevio che non era più quel giovialone di tutti i giorni, diedero a Massimo e all’Enrichetta un grande imbarazzo e un improvviso desiderio di trovarsi lontani di lì. Ma poi, a poco a poco, finirono anch’essi col trovare la loro nicchia.
L’avvocato Massimo, che s’era tirato adagio adagio nel vano d’una finestra, ci trovò il consigliere Rocca, che in Castelrenico non aveva mai potuto digerire, ma che qui gli parve uno zucchero; e con lui avviò un lungo discorso sui diritti ipotecari, che avevan poco che fare con la festa di sant’Antonio, ma che erano in quel punto un porto di salute.
Enrichetta si trovò seduta vicino a una vecchia signora, di maniere gentili, con la quale cominciò a ricambiare qualche parola. Qualche parola di tanto in tanto veniva a dirgliela con galanteria il marchese Renica, cercando d’esser veduto e sentito soprattutto da don Gilberto; e frattanto le aveva presentati i suoi due figli, Giorgio, marito della marchesa Giulia ed Emanuele, elegante uffizialetto di cavalleria; poi, qualcuno dei suoi amici che aveva veduto avvicinarsi con curiosità.
Don Gilberto, per una vecchia abitudine di mettersi in concorrenza col suo amico il marchese Antonio, e per poter dare il suo giudizio sulla signora Della Valle, giudizio ch’egli riteneva il più autorevole di tutti e il solo decisivo, discorse a più riprese con Enrichetta, ora con l’aria di farle la corte parlandole piano del bel tempo, ora con l’aria di chi si ridesse un pochino di lei a seconda di chi lo osservava.
Enrichetta, che non sapeva di subire in quella sera il suo esame d’ammissione, rispondeva a tutti col fare semplice che le era abituale, col suo bel sorriso pieno di grazia e di modestia, e con nessuna di quelle parole pigliate a prestito che danno così facilmente in una stonatura.Il risultato dell’esame fu dunque buono, e anche don Gilberto finì col conchiudere tra sè con un «non c’è male.»
L’esame fu sospeso da un pezzo a quattro mani sul pianoforte che fece finire a un tratto le conversazioni, e obbligò a trovarsi un posto in qualche modo e in qualche cantuccio anche tutti quelli che fino allora eran andati girellando per la sala discorrendo qua e là. Dopo il primo pezzo, ce ne fu un secondo, poi un terzo; e fecero le loro prove una signora, un maestro, e un pianista che si degnava prodursi, per eccezione, anche in quella semplice riunione di famiglia. Un dilettante, che dilettava poco, cantò una romanza francese; alla scarsa voce suppliva con la molta espressione, cioè guardando molto il soffitto, stralunando gli occhi, e tenendosi le due mani sul cuore per non lasciarselo scappare. Ogni pezzo finiva tra i solitibenissimoebravissimo, che ognuno proferiva con un fare convinto e con una smorfia che desse al vicino un concetto non piccolo della propria intelligenza musicale. La marchesa Giulia prima di ammirare voleva sapere il nome dell’autore, per non cadere nel cattivo genere d’ammirare uno di quegli autori che possono essere ammirati da chicchessia. Quindi nel gruppo dov’era lei, e che era quello delle tre o quattro signore più eleganti, si ammiravano meno cose, ma per quelle poche c’era più calore e più disciplina.
Qualcuno, per far capire che aveva degli scaffali di musica in mente, pregava il maestro, ch’era un uomo compiacentissimo, di sonare sul cembalo il tale o tal altro pezzo che, per fortuna del maestro, non era necessario cercare in scaffali troppo polverosi. Fu pregato anche quel tale della romanza di cantar qualche altra cosa, ma il pover uomo stentava ancora a riavere il fiato e non ne poteva più. Qualcuno osservò che l’animatroppo sensibile e la troppa espressione che dava al canto lo facevan soffrire, e lo si lasciò tranquillo.
Il maestro a un tratto cominciò a sonare un valzer, che fu il segnale di una rivoluzione. Il marchese Antonio, che quella sera faceva tutto di vena, chiamò subito due servitori perchè accostassero al muro qualche mobile ch’era nel mezzo della sala, e si mise a far animo a tutti perchè facessero quattro salti. Qualche giovanetto di buona volontà, senza farselo dir due volte, trovata la compagna delle gioie o delle pene d’un valzer, s’era messo subito, prima ancora che tutti avessero fatto largo, a ballare con uno slancio degno di maggiore spazio. Dopo i giovanetti, e quando ci fu un poco più di posto, vennero quelli che ballano col fare serio e convinto, con le ciglia aggrottate e con l’attenzione di chi è alle prese o con un problema di matematica o con un brano difficile d’una lingua straniera. Poi quelli che aspettano un pezzo la battuta col piede levato, come il bracco che spia la selvaggina; quelli che si fan rossi in viso e scalmanati da far pietà, che faticano, soffrono, ma tengon duro fino alla fine. Vennero quindi i ballerini sentimentali e i ballerini eleganti, che fanno la loro comparsa non per regola ma per eccezione; e da ultimo qualche ballerino vecchio, di quei della guardia che muore ma non si arrende; e qualche signora un po’ in là con gli anni, di quelle che in teoria non ballano più, ma che in pratica ballano sempre.
Tutto insomma il personale danzante rispose all’appello del pianoforte, e poco mancò non ballassero anche il marchese Antonio e don Gilberto. La marchesa Giulia, intenta ora a far gli onori di casa, ora a fare un poco di conversazione con le amiche e con gli amici più intimi, non fece che qualche giro di danza, di tanto in tanto, conceduto ben inteso a qualcuno dei ballerini più eleganti,e della categoria di quelli che ballano per eccezione.
Enrichetta, guardata da principio con curiosità e un poco alla lontana da quelli che la vedevano per la prima volta in quelle sale, poi invitata a ballare da qualcuno, bella, agile, gentile, s’era presto veduta all’ingiro una numerosa clientela di ballerini che se la rubavan tra loro.
Tra questi spiccava don Emanuele, l’uffizialetto, come uno dei più assidui e dei più prepotenti: cosa che don Gilberto si affrettò di far osservare al suo amico il marchese Antonio.
«Il nostro Emanuelino non è di cattivo gusto, eh!... Si direbbe che non gli dispiaccia del tutto quella donnina dell’avvocato di Castelrenico!... E non c’è che dire, la è un bel bocconcino davvero!»
Don Gilberto guardò in faccia al suo amico, aspettandosi una smorfia non bella; ma il marchese Antonio invece gli rispose con un certo sorrisetto di compiacenza, che gli era abituale ogni qual volta gli si parlava di suo figlio Emanuele.
«Guardate un po’ se l’ha adocchiata subito!» continuava don Gilberto. «E m’ha l’aria di volersela proprio tutta per sè!...»
«Se ci si mette lasciatelo far lui... quel cattivo soggetto!» rispose il marchese con una compiacenza anche maggiore.
«È tutto suo padre!» ripigliava don Gilberto. «Vi ricordate di quei tempi?...» E questa volta il marchese si accontentava di rispondere con una fregatina di mani.
«Temo che mi pigli il passo!» disse poi, dopo una pausa, «perchè a ventidue anni ha già avuti quattro duelli, mentre io a quell’età non ne avevo avuto che uno. Buon figliolo però, leale, coraggioso, e tutto cuore!Un mese fa mi sfidò uno perchè lo fissava sempre, e quando s’accorse che era losco gli fece le sue scuse e non volle più battersi con lui; si battè invece con uno dei padrini, ben inteso. Di tanto in tanto già me ne fa qualcuna, ma poi corre subito a dirmela lui per il primo. Il babbo allora gli dà la sua ramanzina a dovere;... ma il mese dopo, di solito, me ne fa un’altra. Tutte cose onorate, intendiamoci!... qualche debituccio, qualche donnina, qualche impertinenza.... Raccomando sempre al suo colonnello che me lo tenga con una mano di ferro; ma ci vuol altro! Quel diavolo ha già rubato il cuore anche del colonnello....»
«E stasera vuol rubar quello della signora Enrichetta!»
«Oh vi dico io che è un bel soggetto!» E così dicendo, il marchese Antonio si allontanò con una nuova fregatina di mani.
Poco dopo don Gilberto era seduto vicino alla marchesa Giulia, la quale faceva crocchio con alcune signore sue amiche, e con qualche elegante adoratore che capitava di tanto in tanto.
«Chi proprio m’ha l’aria goffa più del bisogno è quel povero diavolo d’avvocato che se ne sta là, da un’ora, nel vano della finestra, senza trovar modo d’uscirne!» diceva don Gilberto alla marchesa Giulia, che sorridendo gli rispondeva: «Veduto in Castelrenico, pareva meno male....»
«Ma qui, cara marchesa, proprio non va!» continuava don Gilberto. «E avere una moglie così bellina!... Eh! è venuto in un cattivo paese, quell’avvocato!... È stato un bel rischiarsi!... E per mettersi al sicuro non basta sempre, come stasera, il vano d’una finestra!... con una moglie così bellina!»
«Bellina! è la parola che ci vuole,» soggiunse lamarchesa, «perchè a esser bella davvero, diciamolo, ci manca assai. Basta bellina.»
«Come vuol lei, marchesa. Diremo bellina, ma bellina poi sì! E anche carina; di modi semplici; discorre benissimo, è un poco imbarazzata, è vero... si capisce che è appena venuta fuori del guscio... ma è una donnina che ha dell’avvenire!... Quanto poi all’avvocato....»
«Convengo, don Gilberto, che la signora Della Valle possa farsi anche migliore,» riprese la marchesa, «senza pretendere, ben inteso, che acquisti quel non so che, che uno ha ma non impara....»
«Bisognerebbe insegnarle un poco ad abbigliarsi,» soggiunse una delle signore del crocchio. «Un passo ancora, e poi que’ nastri e nastrini farebbero pensare alle acconciature dei cagnolini ammaestrati....»
«Ha dei bellissimi capelli,» aggiunse un’altra, «ma bisognerebbe mandarle a casa un parrucchiere; tanto più che in oggi il parrucchiere è necessario più che i capelli.»
«Secondo i casi!» osservò don Gilberto sollevando con la mano quei quattro che gli rimanevano. Poi continuò: «Insomma tocca a lei, marchesa, a dar qualche lezione a questa signora Enrichetta; a insegnarle un po’ di buon gusto; a cavarne fuori insomma qualcosa... perchè l’intelaiatura è buona....»
«E perchè no!» rispose la marchesa. «Ha il fare piuttosto per bene....»
«È una compagna di poche pretese,» continuò con qualche malizia don Gilberto; «può tornare alle volte comodissima....»
«Scommetterei però» soggiunse la marchesa interrompendolo «che quella signora ha ben poca salute. Vedete come ha già l’aria stanca... Ballando ha presoun po’ di colorito, e pare anche più bellina; ma appena venuta qui, aveva il viso pallido, trasparente, che pareva d’alabastro....»
«Faceva compassione in verità!» aggiunse una delle due signore.
«A me invece» rispose don Gilberto «fa compassione ancor più l’avvocato!»
«Oh! perchè? perchè?» saltò su Giorgio, marito della marchesa Giulia, capitato in quel punto.
«Perchè?...» rispose don Gilberto «perchè ci sono anche gli avvocati delle cause perse!»
«Oh! oh!» si esclamò nel piccol crocchio; e il marchese Giorgio se ne andò ridendo un poco troppo, com’era solito.
La festicciola durò fino alle due ore dopo la mezzanotte. L’avvocato Massimo, che non era stato tra quelli che s’eran divertiti di più, uscito dal vano della finestra in compagnia del consigliere Rocca, il quale verso la mezzanotte s’era congedato dai padroni di casa, aveva anch’esso mostrato timidamente l’intenzione di fare altrettanto, dopo avere scambiato, con poco frutto, un’occhiata con sua moglie. Ma il marchese Renica aveva tagliato netto, dicendogli che questa volta bisognava lasciar comandare il padrone di casa, e i ballerini della bella sposina: così, fallito quel primo tentativo, non aveva più osato fiatare. Poco dopo, l’ingegnere Mevio era venuto a invitarlo a fare il quarto a un tavolino di giuoco con altri tre mariti rassegnati: ci andò, e ci rimase fin che la sala fu quasi vuota, e le danze di necessità dovettero finire.
Marito e moglie, tornati a casa, trovarono ancor desto e in piedi Giovanni che li aspettava e voleva sapere com’era andata. Enrichetta era stanca, rifinita; dopo alcune parole, con le quali cercò di esprimerela sua maraviglia e il suo sbalordimento, se ne andò a letto. Essa avrebbe voluto pigliar sonno subito, ma non ci riuscì che ai primi crepuscoli del mattino. Quella gente, quelle sale, quel non so che di così nuovo per lei; quegli omaggi avuti; quelle parole seducenti che le erano state ripetute e che le avevan dato una specie di fascino, di soggezione, e di sbigottimento a un tempo, le ritornavano come ripetute da un’eco; la tenevano quasi agitata, e le impedivano di chiuder occhio. La mattina seguente, ritrovando la quiete di casa sua, si sentì subito riposata, si sentì meglio; buttò le braccia al collo del suo Massimo, e tutta quella fantasmagoria delle cose vedute e udite in casa Renica svanì, come se tutto fosse stato un sogno e nulla più.
Giovanni, per tornare un passo indietro, non aveva voluto lasciar andar a letto suo genero così subito. Innanzi tutto gli aveva preparato un poco di cena, e gli aveva messo sulla tavola una buona bottiglia di vino vecchio, dicendogli: «Di questo non ne avrete bevuto, perchè so ben io come vanno le cose nelle case dei gran signori.» Poi, messosi a sedere, aveva cominciato a farsi dire per filo e per segno quel che aveva veduto, quel che aveva sentito, e quel che avevan detto, durante la festa, d’Enrichetta e di suo padre.
Massimo, mentre si rifocillava, e n’aveva bisogno, perchè per una certa soggezione non aveva osato pigliar nulla tutta la sera, raccontava mano mano, tra un boccone e l’altro, le cose vedute, e la grande accoglienza avuta. Giovanni non lo lasciava mai finire, e subito era lì con una nuova interrogazione, o con una esclamazione.
«Eh sì! i nostri signori di Milano fanno le cose a dovere!» diceva Giovanni. «Tutte le sale illuminate, stufe e tappeti fin sullo scalone, livree tutte listated’oro.... nevvero?... eh sì! i nostri signori ne hanno dei quattrini!... ma sanno anche dargli aria!... Insomma avete veduto un gran lusso! e sì che non si trattava che d’una festicciola di famiglia. Immaginatevi poi le feste in grande! immaginatevi!... Milano è un gran Milano! ve l’ho sempre detto io.... I gelati bonissimi, nevvero? Ah! ma voi non avete assaggiato niente.... e avete fatto male, perchè c’è sempre chi osserva, e pare che non si voglia gradire!... Siete un poco sbalordito, eh! caro avvocato? Lo capisco.... ma quello che avete veduto stasera è ancora un niente. Vedrete poi, vedrete questo carnovale! Vedrete le feste del Casino, vedrete il teatro della Scala....»
«Ah! il teatro della Scala l’ho già veduto!»
«E i veglioni? e i coriandoli?»
«Ho veduto una volta anche questi, pur troppo!»
«E il corso? e gli equipaggi? e l’Arena allagata? e le botteghe dei salumieri la vigilia di Natale?...»
«Le ho vedute.»
«Eh! ce ne sono ancora a bizeffe delle cose che non avete vedute! Ma vedrete tutto, se vi lasciano a Milano, e poi parlerete. Quando poi vi manderanno in un’altra città, allora farete i confronti, e mi saprete dire se Giovanni aveva o no ragione!... perchè delle città ne ho vedute anch’io, e parecchie.... Ho veduto Lodi, ho veduto Monza, e Como, e Bergamo.... ma una città come Milano non l’ho veduta mai!... Milano è la prima città del mondo!... Non toccherebbe a me il dirlo, ma insomma....»
E Giovanni continuava; ma poco dopo l’avvocato avendo finito di cenare e sentendosi venir sonno, preso il lume gli diede la buona notte.