VII.

Il giorno seguente, di buon mattino, una lettera pressante era venuta a svegliare Giovanni e farlo correre a gambe a casa dell’uffiziale della sua compagnia. Si parlava in città d’assembramenti, di dimostrazioni politiche, di tafferugli che s’aspettavano per quella sera; e l’uffiziale, che aveva l’ordine di trovarsi al quartiere con parte della sua compagnia, aveva fatto subito chiamare il sergente Figini, e l’aveva incaricato di metter assieme nella giornata un drappello di militi di buona volontà. Giovanni, dopo aver fatto capire all’uffiziale come un tal incarico non fosse una piccola bagattella, ma dovendo pur convenire che per un simile affare non avrebbe saputo, nemmeno lui, chi altri meglio suggerire, senza perdere un minuto, s’era messo all’opera. Girò per un paio d’ore, di casa in casa, di bottega in bottega, su e giù per cento scale, e quando gli parve d’essere in porto, ritornò a casa per mettere in assetto anche lui le cose sue.

Levò da un armadio, dove stava sospeso alla gruccia, l’uniforme; lo spazzolò ben bene, lo distese sul letto, diede una ripulita ai bottoni, e a uno a uno con una tiratina si assicurò se erano saldi. Poi pigliò il fucile, diede il bianco al cinturone, tirò a lucido la canna, le fascette, la bacchetta; tastò qua e là col cacciavite se non c’era nulla d’allentato; e di tanto in tanto appoggiando il calcio alla mascella, spianava l’arma, pigliava di mira una pera di sasso o un’arancia di lana che aveva sul canterano, tirava il grilletto, e tutto ciò con un piglio così risoluto, che faceva scappar spaventate le donnicciole del vicinato che per avventura lo vedevano in quel punto dalle loro finestre.

Mentre dava mano a tutte queste faccende, Giovanni andava ripensando a quello che gli aveva detto l’uffiziale. «Cose da perder la testa!» diceva tra sè. «Ma chi sono? ma cosa voglion fare questi tali?... Tanto s’è fatto per arrivare al punto in cui siamo!... ci siamo arrivati da ieri, come per miracolo, e, signor no! ci sono già i malcontenti!... Non vi piace il ministero? non vi piacciono i deputati? non vi piace Tizio o Sempronio?... Abbiate pazienza! quando darete il vostro voto, lo darete a chi vi piacerà.... Dico bene o no?... Questo tripolo, per esempio, non è buono che a sporcar le dita, e non vale un cavolo... ma un’altra volta andrò da un altro droghiere, e la sarà subito aggiustata.... E vogliono pigliarsela con chi? Si canta e si grida tutto il giorno che siam tutti fratelli, e poi per la più piccola cosa si vuol venire a’ pugni! Bei fratelli! Bella figura che si fa fare a Milano! Domando io cosa si dirà di fuori? Oh! ma già mi immagino che tra questi farabutti, di milanesi non ce ne sarà. Li conosco io i Milanesi! Sarà gente pagata, gente che viene da Dio sa dove.... Oh, ma se fossi io il Governo, gliela vorrei far vedere! È perchè noi milanesi siamo troppo buoni, siamo troppo di pasta dolce! Ma se stasera me ne capita tra’ piedi qualcuno di questi tali... vedranno cos’è il Figini! Il Figini a suo tempo è buono e al di là di buono; ma poi non bisogna fargli montare la mosca al naso!... L’uffiziale diceva che qualcuno di costoro potrebbe aver anche delle armi indosso.... Portar le armi contro i fratelli? Ci vorrebbe anche questa! Oh, ma non è possibile, e non ci credo se non vedo! Avete dei reclami da fare? Fateli in buona pace! chi ve lo impedisce? Gridate fin che volete su pei giornali, che ne avete a bizzeffe; ma non venite a gridare in piazza! È così chiara. Avete vuote le tasche? andate a lavorare. Quel Governo che dia unimpiego a quanti passano per le strade non verrà mai! Ragazzacci! Li avete già dimenticati quelli dei baffi tirati su col sego? Vi par proprio che si deva trattare quei di casa nostra, come meritavano d’esser trattati quelli là? Vergogna! E a sentirli loro saran tutti patriotti. Bel patriottismo? Quando non si sa sacrificar niente; quando non si sa compatire e non si sa aver un poco di pazienza.... Terrà duro questa fibbia? Sarebbe prudenza farne mettere una più salda, perchè conosco il mio carattere, e se me la fan montare, una qualche volta rischio di rimanere senza cintura e senza il fodero della baionetta.... È così che per i grilli di quattro ragazzacci si mettono a cimento i padri di famiglia....»

I ragionamenti del nostro Giovanni furono interrotti a un tratto dal rumore di due o tre usci spalancati bruscamente nelle stanze vicine, poi dalla comparsa improvvisa di suo genero, che con un piglio insolito e gli occhi pieni di collera, buttata sul canterano una lettera aperta, dicendo «leggete! leggete!» s’era messo a misurare la stanza a passi concitati dando un calcio a ogni sedia che gli veniva tra’ piedi. Il povero Giovanni si sentì gelare il sangue, e senza capir bene, in su quel subito, se fosse morto qualcuno, se ci fosse una rivoluzione o un saccheggio, capì però che si trattava d’una disgrazia. Pieno di spavento prese la lettera, si fece vicino alla finestra, mise gli occhiali, e cominciò a leggere senza aprir bocca, e guardando di tanto in tanto l’avvocato.

La lettera era di otto facce, e chi scriveva era il deputato, il quale dopo un preambolo alquanto impacciato, veniva a dire che quel tal decreto dell’impiego era firmato, ma che l’impiego poi era tutt’altro da quello che aveva creduto; ch’era corso subito dal ministro, nelsupposto e nella speranza di un equivoco, ma la cosa pur troppo era tal quale. Diceva d’essersi vivamente lamentato col ministro, ma che il ministro gli aveva risposto che gli sarebbe stato impossibile fare di più; che non poteva nominar di colpo a un posto più alto un aspirante nuovo con danno e offesa di tant’altri impiegati; che bisognava cominciare dal primo passo, e ch’era già una fortuna il poterlo fare in mezzo a tanti che vi aspiravano. Il ministro poi aveva soggiunto che l’avvocato Della Valle co’ suoi meriti avrebbe potuto progredire prestissimo, e che avrebbe avuto subito cento occasioni per arrivare, con piena giustizia, di passo in passo a quella mèta più alta che era ne’ suoi desiderii. La lettera del deputato, ch’era scritta fino a metà in un tono sdegnatissimo, si andava mano mano calmando, nella speranza che succedesse altrettanto in chi la doveva leggere, e a un certo punto vi si cominciava anche a inzuccherare la pillola. Veniva una tirata eloquente sulla missione alta, patriottica, nobilissima degli uffiziali della pubblica sicurezza in uno Stato libero. Vi si parlava dell’Inghilterra, dell’America; si citavan brani di scrittori e di filosofi illustri. Alla fine poi si ammainavan le vele: il deputato prometteva tutta l’opera sua perchè quei passi da farsi nell’avvenire riuscissero rapidi davvero; e più sotto ancora, quasi all’ultimo rigo, c’era la gran parola: l’impiego era quello di delegato di Questura, di seconda classe, con mille e duecento lire. Poi mille saluti, mille proteste d’amicizia e molte altre migliaia di bellissime cose.

A questo punto Giovanni, ch’era divenuto furioso non meno di suo genero, ma che non aveva ancora potuto riavere il fiato, buttò da parte anch’esso la lettera, che andò a finire per la seconda volta sul canterano. L’avvocato intanto aveva ricomincialo a sbuffare.

«È questo il modo di canzonare un galantuomo?... Vedete cosa sono questi vostri ministri! Vedete cosa sono questi deputati! Avevo creduto che questo qua fosse meno male degli altri.... ma, signor no! son tutti d’una risma!... Si tiene a bada un galantuomo per sei mesi.... gli si fa un monte di promesse, e poi si ha il coraggio di buttargli lì una proposta di questa fatta!...»

«Ma io dico che si può fare anche un bravo processo a chi inganna il prossimo a questo modo!» saltò su Giovanni a cui principiava a snodarsi la lingua.

«Il processo lo potete fare a me....» bisbigliò l’avvocato «a me che finisco, in certo modo, con l’avervi ingannato.... L’avevo avuto io il presentimento! l’avevo detto io che il mio dovere era d’aspettare!...»

«Tacete, Massimo! Cosa dite mai! Se non aveste sposata mia figlia, ve la farei sposar oggi. Sareste matto a perdervi d’animo, voi! col vostro talento! Se non è per oggi, sarà per domani; ma l’impiego, e un impiego in grande come ci avete diritto voi, non mancherà! Troveremo un’altra strada, e ci arriveremo prima di quello che si pensa!... Villani calzati e vestiti!... venirci a dire di queste cose!...»

«Un impieguccio infimo di polizia a.... a un avvocato!...»

«È gente che ha invidia di voi! capite? Hanno cercato di umiliarvi se ci riuscivano. Oh la è chiara! Ma quando si vogliono trovare dei gonzi, bisogna cercarli in altro paese.... bisogna cercarli!»

«Il Governo deve avermela giurata fin da quand’ero in Castelrenico.... lo scommetterei! Questa è una vendetta! C’è dell’ironia nel proporre a me, a me! un posto in Questura!»

«Sicuro! oh qui c’è sotto del mistero! In Questura voi!... Esser voi quello che fa pigliare i borsaioli?E mentre eravate quello che difendeva i colpevoli, con tanto di toga, diventar a un tratto quello che li mette in gabbia!... Ma domando io se la ci può stare col vostro decoro, con la vostra dignità? E poi.... è vero che adesso la chiamano laQuestura, ma a’ miei tempi l’hanno sempre chiamata laPolizia! Bel nome! bell’uffizio! Un impieguccio di mille e duecento lire a voi che siete già sulla strada di conoscer mezza la nobiltà di Milano!... Avranno saputo che avete preso moglie a Milano.... che siete diventato milanese anche voi, e avranno voluto farvi un tiro.... perchè gli è inutile, c’è della gente che ha invidia dei Milanesi!... Ma non abbiate paura, la spunteremo egualmente.... ci penserò io! e se non ci riesco, mi si cambi il nome di Figini! Guardate cosa arrivo a dirvi!»

Quest’ultime parole le disse in tono sicuro come ne fosse convinto, perchè servissero di conforto a Massimo, che parea farsi sempre più pensieroso ed agitato.

«Cosa volete sperare?... cosa volete sperare da questi ministri?... Ve lo dicevo sempre io, quando mi contavate tante maraviglie di loro....»

«Delle maraviglie me ne contavate tante anche voi del vostro deputato!...» rispose Giovanni, non per giustificare i ministri che in cuor suo aveva già sacrificati, ma per giustificare se stesso dividendo le colpe col genero.

«Il deputato,... il deputato» rispose Massimo «ha cambiato principii.... non è più quello d’una volta.... non val più niente! Me ne sono accorto tardi.... ho sbagliato!... E dire che ho fatto tanto per lui, quando gli amici del Ministero non lo volevano!... Ma lo aspetto a una nuova elezione! In Castelrenico non piglierà più un voto....»

«E così posso dirvi anch’io dei miei ministri. Licambieremo! C’è del malcontento in parecchi, e a buon conto stasera c’è una dimostrazione contro di loro! Oh! non stanno in scranna una settimana! E quando li avremo cambiati, sapremo anche trovare la vena giusta per farci ascoltare dai nuovi. Ma non bisognerà perder tempo: molte conoscenze le ho io, e molte ne dovete far voi. Voi dovete lanciarvi nelle grandi società.... dove si incontrano i pesci grossi.... È là! è là che si trovano le protezioni che non sbagliano.... perchè, non per far torto ai vostri nè al vostro paese, ma che peso volete che abbiano questi deputati di campagna? Ci vuol altro! Dunque fatevi coraggio, e tra un paio di mesi avrete un impiego.... ma coi fiocchi! come ci avete diritto voi. Intanto non diciamo niente a nessuno, e se qualche curioso ve ne parla, si dice che l’impiego c’è, ma che si fanno delle nuove pratiche perchè si vorrebbe rimanere a Milano. Al momento non diciamo niente neanche a Enrichetta, perchè la conosco io quella benedetta figliola! per un niente s’accora subito. Ma a quel deputato rispondete di buon inchiostro! Ditegli che rimandi quella nomina, e che ne dica quattro in vostro nome a quel signor ministro! Perchè bisogna anche far capire alla gente che non s’è di quelli che si lascian porre il calcagno sul collo! Questo ministro poi tra pochi giorni se ne andrà a spasso, e non vi potrà far più nè bene nè male.... ma intanto gli avrete insegnata la creanza....»

Giovanni continuava così, e l’avvocato Massimo, che s’era fatto sempre più pensieroso, all’udire il nome d’Enrichetta, accostatosi a un tavolino, si mise a sedere, appoggiò il capo tra le mani, e rimase un pezzo cupo e senza parole. Giovanni, sempre per fin di bene, non l’avrebbe finita più, se a un tratto, spalancatosi l’uscio, non si fosse veduto dinanzi Ambrogio, il suovicino di casa, che in uniforme e col fucile in mano veniva a domandargli s’era pronto.

«Come! avete già desinato voi?» gli rispose Giovanni. «Eh! ve la siete pigliata ben calda!»

«Ma, cosa m’avete detto stamattina?» replicò Ambrogio.

«V’ho detto quello che i superiori mi avevano ordinato di dirvi,» continuò Giovanni. «Ma voi sapete che i superiori, quando si tratta di far galoppare gli altri, hanno sempre fretta. Io che so da un pezzo come vanno a finire queste cose, desinerò con tutto mio comodo, e poi bel bello andrò al quartiere, e conto d’arrivarci prima del bisogno, se pure il bisogno ci sarà!»

«Stamattina però era un tutt’altro parlare il vostro! Se mi facevate meno fretta, sarei stato anche quel tale da rispondervi che non potevo venire stasera, perchè, a dirvela, avevo promesso a un amico di fargli il quarto a’ tarocchi....»

L’avvocato Massimo intanto, presa la sua lettera, l’aveva riposta in tasca e se n’era andato. Giovanni s’era messo a spazzolare l’uniforme una seconda volta, per non lasciar vedere il suo imbarazzo ad Ambrogio.

«Non è ch’io abbia detto diversamente....» ripigliava Giovanni; «ma è che quando uno parla, c’è modo e modo di capire. La colpa è dei superiori: a sentirli loro, a ogni mosca che vola casca il mondo. A noi tocca obbedire, ma non è poi necessario pigliarsi ogni volta un’infiammazione....»

«Ho capito, ho capito! Come la è così, vado a bere il caffè, che non l’avevo neanche bevuto, e stasera vado a far la mia partita.»

«Adagio, adagio! non v’ho detto questo....»

«Ma io ho capito quello che dovevo capire! Anchevoi come superiore fate bene a parlar così, ma farò bene anch’io a non pigliarmi l’infiammazione!»

«Guardate però che la responsabilità è vostra!... ehi! Ambrogio!» gridava per la seconda volta Giovanni; ma Ambrogio se n’era già andato.

Sull’imbrunire, dopo aver mangiato un boccone di mala voglia, il nostro sergente se ne andava al quartiere, e ci trovava, venuti prima di lui, tutti i militi ch’era andato a chiamare la mattina, fino a uno, meno Ambrogio, tanto li aveva scelti bene. Nel quartiere, insieme a questi, ce n’eran altri d’altre compagnie, ma scelti un po’ meno bene a quanto pareva dai discorsi e da certe discussioni calorosamente avviate sul decidere se questi tali della dimostrazione avesser ragione o no, e se andavano o no messi al dovere.

«In quanto a me,» diceva uno dei militi, «se voglion passare di qui, padronissimi.»

«Lei farà quello che le comanderanno di fare!» rispondeva un altro.

«E a lei intanto dico, che quel tale che deve comandare a me non è ancor nato!» ripigliava il primo.

«Però, se la cosa è proprio così, lei potrebbe anche andarsene a casa sua.»

«E se volessi invece star qui?... Sono nel mio diritto!»

«E dei suoi doveri lei non dice niente?»

«I miei doveri li so benissimo. Ma metta un poco ch’io non sapessi se abbia ragione il Governo, o quelli che stasera gli vogliono vociar contro! Se si vuole ch’io prenda un partito, mi si lasci il tempo di studiar la cosa e di decidere.... dico bene?... Ma stasera, oh bella! sono preso alla sprovvista, e ho il diritto di starmene neutrale!»

«Ma allora se ne vada a casa sua! Quello è il posto da star neutrali!...»

«Un momento.... un momento.... sentano anche me! Loro parlan benissimo tutti e due, e quando avrò spiegato come son le cose, si troveranno subito d’accordo;» diceva un terzo che era in faccende a metter pace. E parlando ora con l’uno ora con l’altro, senza lasciare che lo interrompessero, spiegava come non si trattasse di dar ragione a nessuno, ma di metter pace, d’impedire un disordine o un malinteso coi soldati. E qui, per non dar torto nè ai soldati nè a quelli della dimostrazione, diceva: «I soldati non possono parlare, e gli altri schiamazzan troppo. Così cosa succede? Succede che non s’intendono. E allora veniamo noi, perchè noi siamo, è vero, una milizia, ma una milizia che può parlare. E alle volte una buona parola fa tutto!... E adesso siamo d’accordo?»

«Le son storie!» saltava su un altro. «Io so che in queste circostanze volano anche dei sassi, e domando io che diritto ha il Governo di esporre un cittadino che vuol starsene fuori, a pigliarsene uno in faccia? Cosa volete che me la pigli calda per un Governo così imprudente!»

«Dite balordo! perchè se si grida, è perchè ce n’è delle ragioni.... è tempo di cantarle chiare e di finirla!»

«Un balordo sarete voi, se parlate così!... lasciatemi dire.... abbiate pazienza....» diceva un altro, paciere anch’esso, ma di carattere un po’ più focoso.

Insomma ognuno aveva un monte di ragioni da dire, e chi gridava più forte faceva crocchio intorno a sè. In questi crocchi si decideva in fretta e furia ogni sorta di questioni. Ognuno buttava là un capitolo del vero codice per ben dirigere gli Stati e render felici i popoli; ma i popoli, non essendo presenti, anche questa volta non potevano rispondere nè sì, nè no.

Qualcuno intanto era uscito fuori, ed era andato avedere cosa succedeva nelle strade vicine e nelle lontane. Mano mano capitava qualcuno a portar notizie, e si cominciava a capire che il temporale finiva senza acquazzone, o al più con quattro gocce. In qualche piazza s’eran veduti dei capannelli che i curiosi avevano mano mano ingrossati, ma tra tutti assieme poi non avevano fatto altro che schiacciarsi a vicenda le costole. Qualcuno aveva cercato, col vociare degliabbassoe deglievviva, e con l’accendere qualche torcia a vento, di mettere un poco d’anima negli astanti, e di tirarseli dietro per la città. Quanto al gridare, sulle prime la non era andata male, ma quanto al moversi non se n’era fatto nulla. Intanto s’eran lasciati vedere anche quelli dell’ordine pubblico, e pigliandone uno con le buone, e un altro per il collo, avevano finito qua e là a diradar la gente e a rimetter la quiete. Ma in qualche punto c’era stata qualche comitiva di ragazzacci e di monelli che, impadronitisi delle torce e dei lampioni, s’eran messi, poichè il divertimento minacciava di andare in fumo, a improvvisarne uno per proprio conto. Tutto sommato dunque, c’era oramai da prevedere che la sera sarebbe passata senza guai, e che le guardie nazionali sarebbero presto ringraziate.

E infatti anche in quartiere i discorsi avevan cominciato a cangiar di tenore: si discuteva un poco meno, e si canzonava un poco più.

«E lei cosa ne dice, signor Figini?» domandò a un tratto un tale al nostro sergente che fino allora, contro il suo solito, non aveva aperto bocca.

«Cosa ne dico io?»

«Sì, lei!»

«Io dico che c’è del marcio!» rispose Giovanni con solennità, e con una smorfia che gli vedevano per la prima volta.

L’esclamazione che fecero e quello della domanda e quei due o tre che udirono la risposta, chiamò subito qualche curioso, e in un minuto anche lì ci fu un crocchio e una discussione avviata. Sulle prime tutti interrogavano, e Giovanni era solo a rispondere.

«Del marcio?... del marcio, dove?...»

«Quando dico che c’è del marcio, è del Governo che intendo parlare! la mi par chiara!...»

«Oh! oh!»

«Come?... è lei, signor Figini, che parla così?»

«Bravo, signor Figini!»

«Che novità è questa?»

«Ah! le so ben io le novità!... e quando il Figini arriva a parlar così» era il Figini che parlava «dite pure che è un gran segno!»

«Un gran segno di che?»

«Voglio dire che sarebbe un gran segno.... perchè finora propriamente non ho parlato, ma se volessi parlare ne avrei delle belle!»

«Sentiamo! sentiamo!»

«Animo, signor Giovanni, butti fuori!»

«Come? lei, signor Figini, sempre così zelante per il buon ordine....»

«Appunto per questo! Suppongano loro signori che io, per esempio, vedessi nel Governo un disordine.... in tal caso sarebbe a favore del disordine ch’io lavorerei, se volessi far rispettare l’ordine! Mi spiego?»

«Insomma, signor Figini, stasera lei è uno di quelli della dimostrazione!»

«Se la sentissero i superiori!»

«Piano! piano!... Io non ho detto niente! Io non ho fatto che supporre!»

«Ma insomma, alle corte, se quelli della dimostrazione passano per di qui, lei cosa fa?»

«Eh! se non fanno niente di male, si sta a vedere.... perchè poi a volersi intrometter troppo, si può anche imbattersi in qualche carattere permaloso e aizzare senza volerlo.... si può far peggio insomma! E se non facessero che gridare un tantino, che male ci sarebbe? Sentiremo cosa gridano! Supponete che nel Governo ci fosse un ministro veduto di mal occhio, un poco di buono, e che si gridasse proprioabbasso questo tale! Ma in questo caso, io dico che nell’interesse del Governo bisogna lasciar gridare! Bel servizio che fareste ai ministri se gli lasciate in compagnia uno che fa torto a tutti! Chi ama il Governo davvero bisogna anzi che lo aiuti a mandar questo tale con le gambe all’aria! Dico bene?»

«Ben detto! benissimo!» diceva a ogni due parole del Figini un tale, che in quartiere era sempre il milite di più cattivo umore, un certo signor Canziani, impiegato in disponibilità.

«E insomma» conchiuse Giovanni vedendo che il crocchio si faceva agitato «non tocca a noi l’impacciarsi di politica! Non sono affari nostri questi! Ci pensi chi tocca! Il nostro dovere è tutt’altro!...»

«Quale di grazia? poichè dite sempre così! Vi ricordate quella sera che si parlava di ladri?...» saltò su uno; e Giovanni sarebbe stato imbarazzato a rispondere se in quel punto non veniva in suo aiuto un gran chiasso nella strada che fece correr fuori quanti erano in quartiere.

Uscì fuori anche il nostro Giovanni. Era una di quelle comitive di ragazzacci e di monelli, che con qualche fiaccola accesa facevano la loro dimostrazione cantando e schiamazzando.

Poco dopo il nostro sergente rosso in faccia, ansante e con l’uniforme slacciata, rientrava in tuttafuria in quartiere tra gli applausi e le sghignazzate dei compagni, tenendo uno di quei monelli, afferrato per il collo. Cos’era successo? Era successo che l’uffiziale aveva voluto rimandare quei monelli a casa loro; s’era cercato di persuaderli, ora con le buone, e ora con le cattive, portando loro via le torce a vento; i monelli s’eran messi a motteggiare, e Giovanni era stato preso di mira più d’ogni altro. Allora nel nostro sergente s’erano riaccesi gli spiriti antichi. Sulle prime s’era accontentato di far la cera brusca; ma i motteggi eran raddoppiati; allora, perduta la pazienza, aveva ricorso a qualche scappellotto. Quello era stato il segnale della battaglia; scappellotti da una parte, e fischi dall’altra, finchè i monelli, presa la fuga e fischiando sempre, eran scappati per di qua e per di là. Giovanni però gli aveva inseguiti, e gli era riescito di afferrarne uno, e condurlo in quartiere.

La gioia del trionfo fu però breve. Si risovvenne dei propositi fatti, e fu malinconico per parecchi giorni. Non fece parola dell’accaduto con suo genero, e andò ripetendo più d’una volta tra sè: «E dire che sono forse stato io a tener su il Ministero quella sera!... Ma è inutile! il disordine non lo posso vedere neanche quando ce ne vorrebbe un tantino!... Sono fatto così!»

Due anni dopo, nel febbraio del 1864, due nostre conoscenze di Castelrenico, Martino il legnaiolo, e quel Simone dalla giubba verde e dalle dieci mila lire, si trovavano un bel mattino, senza saperlo, in una stessa vettura che due volte la settimana andava da Castelrenico a Milano. Questa combinazione sulle prime erapiaciuta pochissimo sì all’uno che all’altro. Un simil viaggio non era un piccolo avvenimento per tutti e due: ci doveva essere qualcosa di straordinario; e gelosi delle faccende loro, dopo aver maledetto in secreto il momento in cui avevan scelto proprio quella giornata, s’erano salutati con un certo imbarazzo, e scambiata qualche parola impacciata di sorpresa ed anche di giustificazione a cui, ben inteso, non avevan creduto nè l’uno nè l’altro.

Dopo qualche tempo però, siccome o bene o male si finisce a questo mondo con l’adattarsi a tutto, così anche i nostri due viaggiatori, rabbonitisi un poco, finirono col far quattro chiacchiere, cercando tutt’al più di tanto in tanto di scavar qualcosa l’un dall’altro, se era possibile.

«Non faccio per dire,» diceva Simone, «ma non c’è niente che mi dia tanto appetito come il viaggiare....»

«Bella cosa per voi che siete sempre in giro.»

«Oh! gran che! Scommetto che ormai andate in giro voi più di me.»

«Io? Se non esco mai fuori del paese!»

«Perchè avete troppo da fare.... lo capisco; ma quando si comincia a lavorare anche per paesi lontani, allora bisogna moversi per forza....»

«Eh! ci vuol altro. Si comincia, è vero, a far qualcosina, ma per aver faccende da per tutto bisognerebbe conoscere il giro del denaro, come il nostro Simone.»

«L’avete proprio indovinata voi con quell’acqua!» continuò l’altro come se non avesse intese le ultime parole di Martino. «Mi piace esser sincero! D’un filo che ce n’era, guardate un po’ che bel ramo d’acqua! Che forza!... E dire che nessuno ci aveva pensato mai! e nessuno sapeva neanche dove andasse a perdersi!...Insomma l’avete indovinata voi. E quando sento dire che lavorate per quattro, e sento parlare di quelle vostre seghe e macchine che non s’eran vedute mai, io dico sempre: eh! Martino non ha finito! ne rumina delle altre! se ne vedranno delle belle!...»

«Adagio! adagio! Sarò contento se arriverò a pagare i debiti.... cominciando dal più grosso.... quel che sapete voi.»

«Eh! cosa dite mai! Se vi posso servire in qualcos’altro, non avete che a parlare.»

«Grazie. Finchè non ho stracciate certe carte vecchie, non ne voglio sporcar delle nuove!»

«Ma quando tornerà a casa il vostro figliolo, vorrete bene impiantarvi un poco più in grande!... E se non lo vorrete voi, lo vorrà il figliolo, vedrete!»

«Tonino, innanzi tutto, così subito non tornerà. Vorrei lasciarlo dov’è almeno un anno ancora. Adesso è proprio sul più buono, perchè siccome comincia a difendersi discretamente anche quanto alla lingua tedesca....»

«E non è una corbelleria da niente, ve lo dico io» saltò su Simone «questa del capire le lingue! Intanto che loro, in quei paesi, parlano a quel modo per non lasciarsi intendere, voi capite tutto, e rubate qualsiasi mestiere! Ah, l’ha pensata bene quel vostro figliolo!... Mi diceva poi qualcuno ch’è passato da quelle parti, che il vostro Tonino si va facendo un così bel giovanotto, alto e serio, che quasi non lo si conosce più.»

«Ah! l’hanno detto proprio anche a voi?»

«E m’hanno detto anche che in sul mestiere bisogna fargli di cappello già a quest’ora!... Quelle seghe nuove che paion nastri coi denti, e quelle fatte a rotella, e quell’altre diavolerie che m’avete fatto vedere, ve le ha ben mandate lui?»

«Me le ha mandate lui, e poi m’ha insegnato per lettera il modo di metterle a posto e di servirsene. Bisogna leggerle quelle lettere! bisogna....» E Martino avrebbe voluto continuare, ma sentì gonfiarsi gli occhi e fermarsi a un tratto la parola come da un nodo che gli stringeva la gola. Allora Simone ricominciò:

«E fate conto di starci un pezzo a Milano?»

«Io?... eh, spero sbrigarmi in un paio di giorni.»

«E così spero di far anch’io. Affari non ne ho.... vado a salutare un parente che non ho veduto da un pezzo, e poi ritorno. Alloggerò alleDue Spade: ci venite anche voi?... Ah! ma voi forse andrete in casa di vostro cugino l’avvocato....»

«Se v’ho da dire la verità, non so neanche dove stia di casa.»

Con ciò Martino aveva detto proprio quello che al compagno premeva di sapere. E il compagno ne fu tanto contento, che vedendo in quel punto un’osteria fece fermare la vettura, e volle a ogni costo pagare il vin bianco.

Continuarono poi a discorrere fino a sera, ossia fino alle porte della città; ma siccome e l’uno e l’altro si guardaron bene dal dire il motivo di questa loro andata a Milano, così, per saperne qualcosa, dovremo metterci in tutt’altra compagnia. Là vedremo anche per qual ragione abbiam voluto far fare ai lettori un salto di due anni; vedremo cioè se le cose capitate in quei due anni ai nostri personaggi valessero la pena d’esser narrate alla distesa.

Innanzi tutto facciamo dunque una visita in casa del marchese Renica, dove troviamo press’a poco la solita gente e il solito tavolino di giuoco. Forse a don Gilberto quei due anni che eran passati avevan procurato un poco di gotta di più, e probabilmente era quella la ragioneper cui non lo troviamo questa volta tra i quattro della partita; ma anche questa piccola diversità non ce l’avrebbe concessa nè lui, nè il suo coetaneo il padrone di casa. Al posto di don Gilberto quella sera stava seduto al tavolino di giuoco l’avvocato Massimo, in compagnia del consigliere Rocca, dell’ingegnere Mevio, e già s’intende, del marchese Renica. L’avvocato Massimo non aveva più quel fare impacciato che gli abbiamo veduto altre volte in casa del marchese; non si teneva più interito sulla sedia e sedutovi soltanto a metà: discorreva con disinvoltura, citava all’occorrenza qualche autore, e si capiva che aveva fatto divorzio dal sarto di Castelrenico.

Anche chi osservava sua moglie, Enrichetta, a una prima occhiata capiva subito che in casa Della Valle eran succeduti dei cambiamenti. Il suo contegno suppergiù era il medesimo; solo s’era fatto un po’ meno semplice e un po’ più elegante. La modestia c’era ancora, ma quel tantino d’impacciato non c’era più. Non c’era più neanche quel genere di vestir semplice, ma accompagnato da qualche arzigogolo, che svela con tanta indiscrezione il lavoro associato della sarta modesta e della committente industriosa. Il suo vestire era, per così dire, tutto d’uno stile, lo stile chiaro e lampante d’una sarta di primo ordine.

Enrichetta, la marchesa Giulia, e due altre signore facevano crocchio intorno a un tavolino da lavoro, e tra un punto e l’altro di ricamo facevan la solita rivista degli amici, cercandone i peccati per poterli compatire e assolvere. Nel crocchio c’era anche l’uffizialetto, don Emanuele, il quale, dopo l’ultima volta che l’abbiam veduto, aveva cambiato di guarnigione, ed essendo venuto vicino a Milano, a ogni tratto, di giorno o di notte, col permesso o no de’ superiori, foss’ancheper un paio d’ore, lo si vedeva capitare. Il marchese Renica, che non era uomo da metter tutte queste corse, proprio dalla prima all’ultima, in conto dell’amor figliale, diceva qualche volta con don Gilberto: «Quel rompicollo ne sta pensando o ne sta facendo qualcuna delle sue!» e ci faceva dietro una risatina.

In quel punto il marchese, il quale non pensava a suo figlio ma al matto dei tarocchi, che non sapeva in che mani si fosse, faceva la faccia brusca e brontolava col compagno, l’ingegnere Mevio.

«Ma che diavolo! Dove ha la testa stasera, caro ingegnere? Pensi alla partita per il momento; ai tegoli, alle fabbriche e ai manovali ci penserà domani!...»

«Cosa vuole, signor marchese! tutto il gioco di spade era in mano del consigliere....»

«E intanto la partita è andata!»

«Sempre in faccende il nostro ingegnere!» prendeva a dire il consigliere Rocca, intanto che il marchese contava i punti.

«Sicuro!» ripigliava l’ingegnere. «Stamani poi non ho avuto un minuto di requie. Dovevo conchiudere due o tre appalti che mi premevan molto e.... a proposito! indovinate un poco con chi ho conchiuso un affar grosso?... con un legnaiolo di Castelrenico! Si chiama Della Valle anche lui; voi, Massimo, dovete conoscerlo....»

L’avvocato Massimo, che in quel punto s’era fatto rosso, prese le carte, aveva detto al marchese: «Lasci fare a me questa volta, le mescolo in modo che vedrà! le toccherà proprio un bel gioco!» Ma l’ingegnere continuava:

«Guardate un poco dove va a star di casa alle volte il talento! Questo legnaiolo ha veduto una volta, in un paese della Svizzera, delle macchine, così mi dicevalui, e detto fatto ci trovò il bandolo di farle venire e piantarle in Castelrenico. Intanto il più bel campione di imposte e di persiane è proprio stato il suo, e ho conchiuso con lui l’appalto per una casa intiera. Nè mi fermerò lì! Lavori così a buon patto e così ben fatti si vedon di rado. È un uomo che farà fortuna....»

«State attento! pigliate le vostre carte, ingegnere, e cercate di far fortuna voi!... Delle persiane e degli scuri fatti con talento parlerete dopo,» diceva il marchese.

«Non ho carte e faccio passo,» continuò l’ingegnere. «Se sapeste, Massimo, quanto m’ha chiesto di voi quel vostro compatriotta! Anzi si è fatto insegnare da me dove state di casa, perchè domani vuol venire a farvi visita, e vuol conoscere vostra moglie....»

«Ma caro avvocato, anche lei!...» esclamò in questo punto il marchese «che spropositi mi fa! ma badi!... che diavolo! cosa succede stasera?»

Il povero avvocato Massimo, invece di badare alle carte, aveva badato a due discorsi che gli venivano all’orecchio in una volta; quello dell’ingegnere che gli annunziava per il giorno dopo una visita del cugino legnaiolo, e quello che si faceva al tavolino delle signore, dove la marchesa Giulia annunziava anch’essa per il domani, una visita a Enrichetta per certi loro affarucci di lavori e di toeletta.

Noi intanto, traverso tutte queste chiacchiere, siam venuti a sapere qualcosa dei nostri personaggi. A Martino, in questi due anni, le faccende sono andate bene, a quanto pare; e così si direbbe anche dell’avvocato Massimo, a vederlo lui e sua moglie in casa Renica senza la soggezione e il fare impacciato d’una volta, ma con una certa familiarità, la quale voleva dire che si stava molto assieme, che non si faceva vita ritirata, e che in conclusione si spendevano dei quattrini.

Eran dunque diventati ricchi? Era capitato finalmente in quei due anni l’impiego? e proprio quell’impiego grande che ci voleva per accontentare casa Della Valle, e per farla da signori?

Non era capitato niente! Nei due anni in casa Della Valle non era capitato di nuovo che un bel bambino, il quale stava appunto per compiere i quattordici mesi. Novità che aveva avuto il suo pregio per gli sposi, ma che avendone un po’ meno per il lettore, serve anch’essa a giustificarci con lui se abbiam voluto fare il salto e risparmiargli qualche capitolo.

E intanto a menar vita così buona come si faceva? Ci aveva pensato quel tal Simone di Castelrenico, fatto venire l’anno prima a comperare l’unico poderuccio, e che ritornava adesso, come abbiam veduto, a comperare in gran secreto anche la casa, l’ultimo ben di Dio che rimaneva all’avvocato Massimo.

«Andate là!... andate là!» diceva Giovanni a suo genero, «questo non si chiama mangiarsi il fatto proprio, si chiama impiegarlo al cento per cento! Scusate, ma voi altri campagnoli certe cose non le potete capire!... ci vogliam noi! lasciate fare a me! lasciatevi dirigere da me!... Se volete pigliare i polli e l’oca che stan sull’albero della cuccagna, bisogna andar su, e su, e su! bisogna andar in alto! Insomma gli impieghi grossi se li piglia chi vive in alto, se avete capita la metafora. Guardate un poco cosa v’hanno risposto la prima volta col vostro andar là alla buona! Voi mi direte — ero avvocato! — Avvocato fin che volete, rispondo, ma avvocato di Castelrenico, che sarà un bel paese, ma in fin dei conti è un paese!... Che se prima vi facevate vedere cittadino anche voi, a braccetto coi primi signori e nelle prime società.... se aveste trovato il modo, per dirne un’altra, di farvi far cavaliere.... oh! allora sì che nonsi scherza! anche quel tal ministro avrebbe avuto un poco più di soggezione e vi avrebbe fatto tutt’altre offerte. Basta, quello che non s’è fatto allora bisogna farlo adesso. Voi non avete a far altro che il signore!.... Non abbiate paura di spendere!... Vendete quel poco che avete al sole, impiegate il fatto vostro in tante partite a’ tarocchi nelle prime società.... e vedrete! vedrete! Un bel giorno vi capiterà un impiego che vi pagherà di tutto. Non dico però che si deva aspettar l’impiego con la bocca aperta: piantate le vostre reti e il merlo passerà! Dico il merlo, per dire un qualche personaggio di quelli che con una parola fanno tutto!... è una metafora, capite?»

Che se poi l’avvocato Massimo qualche volta si mostrava poco persuaso, e pur lasciandosi un giorno dopo l’altro tirar dietro dal socero, dava di quando in quando in qualche atto di impazienza, allora Giovanni saltava su a dire: «Piano! piano! sono lì lì per trovarci il bandolo! Lasciate fare a me.... ci son quasi.... ho giù anch’io le mie reti, e se sapeste che reti!»

Prima di vedere anche noi quali fossero le reti del signor Giovanni, dobbiam dire che all’avvocato Massimo non era mancato di tanto in tanto qualche parere ben diverso da quelli del socero.

L’ingegnere Mevio aveva cominciato presto a crollare il capo su questo grande impiego che non veniva mai, e più d’una volta aveva detto a Massimo, col quale era in molta dimestichezza: «Badate che qualcuno non vi meni a bere! Piantar lì una professione, alla vostra età, per incominciarne un’altra, la mi pare una cattiva speculazione. S’è visto, è vero, qualche colpo di fortuna, ma un fiore non fa primavera! Cosa vi mancava in Castelrenico?... Nei vostri panni sapete cosa farei? Tornerei al mio paese intanto che ne sono in tempo!... tornerei al mio posto.... ai miei clienti come prima, econ una bella moglie per di più! Quanto alla gente e a Giovanni, lasciate che dicano! Non saran loro che vi tireranno dalle peste quando non sarete più in tempo di ritrarvene da voi! Una buona decisione in tempo, e la fortuna è ancora in mano vostra!»

Ma nel non sapersi decidere in tempo ci son cascati prima del nostro avvocato tanti uomini grandi, che possiam dir subito, vedendolo in così buona compagnia, che c’è cascato proprio anche lui. E non è che di tanto in tanto non gli venisse la tentazione contraria; ma or capitava una nuova speranza, e ora gliene mancava il coraggio dinanzi alcome si fa?Come si fa a dire a Enrichetta: io ti toglierò per sempre dalla tua città nativa, dopo avertela io stesso fatta piacere di più, per chiuderti in un paesuccio fuor di mano, a menarci una vita ben modesta; la bella prospettiva che t’avevo messa dinanzi è sparita! Tu ti rassegnerai, lo so!... ma se ti verrà in mente che in fin dei conti t’ho ingannata, non saprai cosa rispondere! Come si fa a dire al socero: o staccatevi dalla vostra figlia, o seguitemi in quel paesuccio anche voi! Come si fa a dire in casa Renica, ai nuovi amici, ai nuovi parenti, e a tutti quei del mio paese: fatemi la baia, che l’impiego e le grandezze sono andate in fumo! non erano che spacconate!

Il coraggio di dire tutte queste cose se ne andava solo a pensarle, e allora Massimo riapriva per un momento ancora lo sportello a tutte le speranze e a tutte le illusioni di prima; accendeva un sigaro, andava a spasso, rideva con gli amici, si metteva un paio di guanti e andava a fare una visita. Ma poi nel gettar il sigaro, nel levare i guanti, nel tornarsene a casa, nel passeggiare per la stanza, gli tornavano da capo, a una a una, tutte le paure, compresa quella che il continuare a pagare tanti conti non fosse precisamente il miglior mododi impiegare al cento per cento il fatto proprio. Questi dubbi, questi contrasti, che cacciati e ricacciati non avevan fatto che tornare con maggior insistenza, davano ogni volta de’ gran malumori al povero Massimo; e il malumore, come fa l’umido col ferro, lascia sull’animo una ruggine che a poco a poco si distende, penetra, e corrode l’indole intera. Questa ruggine è fatale; entrata in una casa, dove tocca si propaga; ogni animo ne ha subito la superficie guasta, e per quanto buoni sien gli animi nel resto, la è finita! Tutto stride; le incastrature non combaciano più; e a ogni movimento da nulla, c’è sempre qualcosa che si spezza e salta via.

C’eran poi, come abbiam sentito, le reti del signor Giovanni, ma fino a quel punto non c’era entrato altro pesce che lui. Queste reti mettevan capo al signor Canziani, quell’impiegato in disponibilità che abbiam veduto la sera del tafferuglio, e che poi era diventato il più grande amico, anzi la stella polare, di Giovanni.

Che quel signore fosse uomo di talento, Giovanni l’aveva capito subito nell’udirlo applaudire alle sue massime quella sera, poco prima degli scappellotti. E che fosse poi anche la persona più compita di questo mondo, se n’era accorto qualche minuto dopo, quando quel signore aveva voluto tenergli compagnia fino a casa. Ma in seguito, avendo scoperte a una a una tutte le prerogative che la natura aveva date al suo nuovo amico, Giovanni fu preso da tanta ammirazione per lui da non far più un passo senza domandargliene parere, e da non ascoltarlo se non con la bocca aperta. «S’ha un bel dire,» ripeteva ad ogni tanto tra sè, «ma di questi uomini non ne nascono che all’ombra del nostro Duomo! Che là ci avesse da essere proprio un influsso?»

Il signor Canziani aveva confidato a Giovanni che nella società moderna, e coi nuovi Governi, il vero meritoè messo in disparte, e qualche volta perseguitato. Allora Giovanni aveva capito subito perchè non si volesse dare a suo genero l’impiego; perchè fosse stato soppresso l’ufficio dove era impiegato il signor Canziani; e perchè al signor Canziani non avesser dato che mezza pensione. Una volta poi Giovanni avendo domandato, in un momento di malumore, se per avere a questo mondo il trionfo definitivo della giustizia, ci volesse caso mai uno sconvolgimento generale, il signor Canziani aveva risposto «che una tale necessità gli avrebbe fatto pochissima maraviglia!» Allora il nostro Giovanni s’era deciso su’ due piedi a cambiar principii. In pochi giorni si fece familiare con l’idea dello sconvolgimento generale; poi non fu più veduto comparire nel quartiere della guardia nazionale. Gli scappellotti di quella sera erano proprio stati il canto del cigno!

Il signor Canziani fece conoscere a Giovanni alcuni suoi amici che con lui passavano la sera, o giocando alle carte o facendo quattro chiacchiere in uno stanzino appartato d’una botteguccia di caffè. Questi tali o erano stati o erano tuttavia impiegati del Governo dal primo all’ultimo; ma bisogna dire che il denaro del Governo facesse loro ben cattivo pro, perchè tutti eran sempre di pessimo umore. Chi si lagnava d’essere stato messo in riposo, e dimostrava come le faccende pubbliche non potessero che andare alla peggio quando i migliori eran lasciati in disparte. Chi brontolava perchè doveva ancor servire, e non gli era concessa la meritata pensione. Chi declamava contro le leggi nuove che confondevan la testa agli impiegati vecchi. Uno ce l’aveva con quelli che stanno aggrappati come ostriche al loro ufficio, e non lasciano il passo a chi vien dopo. Un altro se la pigliava coi traslocamenti che mandan di botto un galantuomo a vivere dove non è stato mai. Insomma eran tutti fuoridei gangheri; e se il Governo li avesse pagati tutti per dir male di lui, non avrebbe mai speso così bene i suoi denari.

A veder gli altri a giocare e rifocillarsi, e a portare nella conversazione il proprio contingente di miserie, ma di miserie vere e di lamenti giusti, capitava anche qualche povero impiegatuccio, qualche rota minore del carro dello Stato; qualcuno di quei poveri rotini senz’unto e con le razze sconnesse che a ogni movimento cigolano e par che dicano: oh! perchè un così gran carro tiene così poveri ordigni!... non era maggior pietà farci pigliare la via dell’opifizio o del mulino dove anche noi saremmo parsi ruote men piccole, e dove il padrone avrebbe veduto anche noi?

La compagnia di tutta questa gente malcontenta, se aveva fatto fare qualche riflessione a Giovanni, non era stato già per distruggergli, o anche solo turbargli, l’ideale della vita dell’impiegato, ma per infervorarlo nell’idea dello sconvolgimento generale, che ormai gli pareva proprio il solo rimedio pratico e spicciativo per raddoppiare il soldo e i posti agli impiegati, per non traslocarli, per far diventar chiare le leggi, e tener allegri tutti quelli che oggi eran di malumore. Perchè Giovanni desiderava, è vero, innanzi tutto una buona nicchia per il suo Massimo, ma era troppo di buon cuore per non darsi pensiero anche della felicità di quelli che frequentavano lo stesso stanzino del caffè.

I quali frequentatori dello stanzino però, mentre non contraddicevano il signor Giovanni sulla necessità dello sconvolgimento generale, cercavano intanto, ciascuno per proprio conto, qualche piccolo sconvolgimento particolare che provvedesse per il momento ai loro interessi. Procuravano, per esempio, d’entrar nelle buone grazie d’un personaggio influente, o di qualcuno che accennassedi diventarlo; correvano a dire una parolina all’orecchio al direttore d’un giornale, o a lasciargli qualche lunghissimo scritto che questi poi non stampava, ma che lodava; correvano al circolo elettorale, facevano un deputato, e subito dopo un memoriale da dargli in mano. A furia di star con costoro, anche Giovanni aveva imparate queste nuove vie, e aveva finito per aver anche esso il suo circolo e il suo giornale dove bazzicava, i suoi uomini influenti che potevan diventar ministri; ai quali, in attesa dello sconvolgimento, consegnava di tanto in tanto i suoi memoriali per far noti i meriti e i desiderii dell’avvocato Massimo.

Di questi memoriali Giovanni aveva avviata una vera fabbrica e uno spaccio attivissimo. Ne aveva sempre un pacco in tasca, e a ogni tratto ne rinnovava la provvisione. Ogni qual volta scopriva un personaggio che facesse al caso suo, dopo aver trovato il verso di presentargliene uno in persona, trovava quello di fargliene avere una dozzina almeno da dodici provenienze diverse. E i memoriali poi finivano tutti, s’intende, a un modo solo; ricevuti con buonagrazia, facevano una prima stazione nella tasca di petto del soprabito, e una seconda nella paniera della carta lacerata.

Giovanni, lontanissimo dal supporre a quali sconvolgimenti erano destinati i suoi memoriali, ogni volta che trovava modo di spacciarne un nuovo pacco se ne tornava a casa tutto allegro, e, con una fregatina di mani e un sorriso pieno di malizia, diceva a Massimo e a Enrichetta: «Ho trovato un nuovo bandolo!... ho messo giù una nuova rete! una rete tale che se l’impiego ci scappa fuori anche questa volta, gliene faccio, per bacco, i miei complimenti!»

Fatti i contratti, sbrigata ogni faccenda, Martino si avviava il giorno dopo dall’avvocato Massimo, proprio come l’aveva annunziato l’ingegnere Mevio in casa Renica; e trovatoci il bandolo, domandava sommessamente al portinaio se il signor avvocato era in casa. Pochi minuti prima la marchesa Giulia, scesa dalla sua carrozza, era salita da Enrichetta. Il portinaio, che con gli occhiali sul naso e un cannello di gesso in mano, se ne stava al suo banco tutto intento a disegnare i dinanzi d’un paio di calzoni, lasciò ripetere due o tre volte la domanda al nuovo venuto, che capitava in così cattivo punto, e poi, dopo averlo guardato da capo a’ piedi, gli rispose secco che l’avvocato non c’era. Martino se ne andò, e temendo d’essere importuno non ritornò che sull’imbrunire. Questa volta il portinaio non era assorto nel disegno, ma teneva una scodella di minestra sulle ginocchia, e sebbene andasse riempiendo a ogni tratto la bocca con delle grandi cucchiaiate, si mostrava un poco più discorsivo di quello che era stato la mattina. Dopo aver detto che il signor Della Valle non c’era, soggiunse che una vettura di rimessa era venuta, mezz’ora prima, a prender l’avvocato e la signora, che pranzavano quel giorno in casa del marchese Renica, e che egli poi aveva l’ordine di lasciare il portone aperto fino a mezzanotte, perchè l’avvocato e la signora andavano quella sera al teatro della Scala.

Martino ringraziò il portinaio e se ne andò. Se ne andò di cattivo umore, senza sapere nè dove andare nè cosa fare, e pigliando le prime strade che gli capitavano. «E dire,» brontolava tra sè, nel mandare innanzile gambe di mala voglia, «dire che m’ero fermato apposta quest’oggi per salutar l’avvocato!... La non mi poteva andar peggio!... Devo anche essere domani sera a ogni patto a Castelrenico.... così ci vuol pazienza!... E l’avrei veduto tanto volentieri l’avvocato! e tanto volentieri avrei voluto conoscere sua moglie!... Se poi mi veniva il destro, gli domandavo davvero perchè mai abbia venduto il podere a quello scortica-prossimo di Simone.... Che alle volte glielo avesse pagato bene?... Eh! ho sempre sentito dire che la volpe mangi le galline, ma che le paghi, mai!»

Di pensiero in pensiero, dopo aver girato per più di un’ora, e dopo essersi fatto coraggio a entrare in un caffè, a un tratto gli venne un’idea così prepotente che, detto fatto, le dovette obbedire senza neanche poterla mettere un poco in discussione. L’idea fu di andare al teatro della Scala che non aveva veduto mai, passarci la sera, veder lo spettacolo.... e, senza confessarselo ma avendolo in fondo al cuore, imbattersi, chi sa mai? nel cugino, e dargli così un saluto prima di ripartire.

Quando Martino entrò in platea lo spettacolo non era ancora incominciato, ma posti da sedere non ce ne erano più; fu ancora una fortuna se gli riuscì di trovarsi una nicchia per appoggiare, in piedi s’intende, le spalle al muro. Alzato il sipario, la sua attenzione fu subito tutta rivolta a studiare l’intelaiatura delle quinte e il macchinismo delle scene, cercando col rizzarsi sulle punte dei piedi e con l’allungare il collo, di indovinarne l’ossatura e il gioco. A questo modo il primo atto dell’opera non gli parve neanche lungo, e badò poco al caldo e agli spintoni. Calato, dopo l’atto, il sipario, il suo pensiero corse subito al cugino, e cominciò a guardar prima intorno a sè per cercarlo, poi su nei palchetti fin dove gli era dato vedere. A un tratto vide e riconobbela marchesa Giulia in un palchetto di seconda fila, che aveva proprio di contro, e fece un atto involontario di riverirla, come quando la vedeva attraversare in carrozza la piazza di Castelrenico. Cominciò il secondo atto, ma egli, senza punto badare a quello che succedeva sulle scene, da quel momento non seppe più levar gli occhi da quel palchetto, ch’era il solo luogo dove avesse principiato, in mezzo a tanta gente, a veder qualcuno di conoscenza. Ma poco mancò non mandasse una esclamazione ad alta voce, quando a un tratto vide farsi innanzi e sedere presso la marchesa uno di fisonomia ben nota, uno che riconobbe subito, il cugino Massimo in persona; il quale, in quel punto, pareva dicesse qualcosa di complimentoso alla marchesa Giulia, e subito dopo qualcos’altro, ma con maggior familiarità, a una signora che era seduta di fronte alla marchesa.

Martino non ebbe più dubbi. «Son loro! son proprio loro!» disse tra sè. «Quella signora è la moglie dell’avvocato!» È inutile dire come da quel momento non rimanesse più un filo di speranza di farsi dar retta da Martino nè all’orchestra sonando in massa, nè ai cori cantando a gola spiegata, nè alla prima donna, nè al tenore, nè al basso, nè alle ballerine con la mimica, che tutti a modo loro dicevano pure delle cose interessantissime e alle volte strazianti.

«Dico la verità,» cominciò Martino a pensare tra sè, «nei panni dell’avvocato, giacchè prendevo moglie, avrei voluto prenderla, per così dire, un poco più ben piantata. Pare che non sia brutta, a vederla per di qui, ma domando io se quelle son donne! C’è da aver paura a parlare che il fiato le porti via! Adesso poi, veduta di fianco, poverina! com’è sottile.... un cinquanta centimetri in giro, e non di più!... E anche lei col vestito fatto a quel modo, che fino a un certo punto vien su,e poi, come gli venisse un pentimento, si ferma. Quando torno in Castelrenico voglio dire a mia moglie che d’ora in poi non le compero che tre quarti di vestito per volta, perchè in città si usa così! Ogni giorno se ne vede proprio una nuova!... E non hanno neanche la scusa dell’economia, perchè, caspita, che lusso!... Se ne hanno indosso della roba!... Bisogna però dire che l’avvocato, se non ha ancora ottenuto l’impiego, come dicono certi in Castelrenico, faccia egualmente dei bei guadagni in Milano, se manda la moglie attorno in compagnia della marchesa, con quel lusso!... L’ho sentito dire da altri io che nella città, a saper girare il denaro, con poco si fan quattrini a furia! Adesso capisco perchè l’avvocato ha venduto il podere! Eh sicuro! Chi sa che giro ha trovato per il suo denaro, e allora si può anche lasciarsi strozzare un poco da Simone. E io che quasi quasi cominciavo a pensar male... che pensavo quasi di trovar l’avvocato al verde!... Oh! cosa succede adesso? l’avvocato ha lasciato il posto a un altro. Che se ne fosse andato via?... Averlo veduto, e non averlo potuto salutare!... Dove sarà andato? Ma poi, sfido io, se anche volessi corrergli dietro, come faccio a uscire di qui?... e poi non saprei neanche dove andare. Chi sarà quel bell’uffiziale che è sempre rimasto lì, seduto vicino alla moglie.... io già le dico moglie perchè non può essere che così.... vicino alla moglie dell’avvocato?... Giacchè sono sul supporre, scommetterei che quell’uffiziale è un fratello della moglie.»

Martino che aveva veduto qualche volta in Castelrenico il secondo figliolo del marchese Antonio, quando era ancor ragazzo, ora così ingrandito, con l’uniforme, e a quella distanza, non l’aveva riconosciuto. «Sarà di guarnigione chi sa dove, sarà venuto a vedere i suoi parenti e avrà voluto accompagnare la sorella al teatro.Bravo figliolo! così mi piace! M’ha una cera simpatica.... e si capisce che alla sorella vuol bene davvero!... Com’è premuroso con lei!.... Quante chiacchierine le fa all’orecchio a ogni minuto!... A dire la verità, ha però l’aria più affettuosa lui che lei.... lei m’ha l’aria d’occuparsi più degli altri che del fratello.... sarà un giudizio temerario il mio! ma gli rivolge la parola un pochino di rado.... E sì che delle chiacchiere ne ha a bizzeffe, e per la marchesa e per quel signore che s’è messo al posto dell’avvocato!... Oh, ma guarda un poco! anche questo se ne va e lascia il posto a un nuovo, proprio come le figurine della lanterna magica. E anche questo è un amicone! strette di mano a furia, inchini, e gran chiacchiere anche con lui!... Deve avere in corpo una bella dose di vivacità la moglie dell’avvocato, se non mi sbaglio! Ha due occhietti che scintillano per dodici!... ha un colorito acceso.... insomma deve essere vispa come le salterelle!.... Però se l’avvocato l’ha pescata fuori, è segno che sarà una donnina a dovere, perchè l’avvocato non ha bisogno che nessuno gli insegni niente. A lasciar dir noi della campagna, quando si prende moglie, una moglie così la ci parrebbe poco adattata, ma in città è un altro par di maniche.»

Era finito il ballo ed era ricominciala l’opera. Martino, che non vedeva ricomparire l’avvocato, cominciava a sentire il caldo, e ad accorgersi d’esser su due piedi da quasi tre ore e pigiato da ogni parte.

«Se sapessi dove trovar l’avvocato, se mi riuscisse di salutarlo e poi d’andarmene, la sarebbe una gran bella cosa! Oh che caldo!... Sarà bellissimo tutto quello che fan là quei signori sulla scena, ma, dico il vero, non ne posso più. Il peggio è, che andarsene, è subito detto, ma in mezzo a tutta questa gente che s’impazientase appena uno starnuta, anche l’andarsene dev’essere un affar serio. Ah, che caldo! Questo è proprio il divertimento che il diavolo dà, come diciam noi, ai suoi figlioli!.... Se il teatro della Scala è tutto qui.... Oh! guarda un poco! la marchesa si rizza in piedi.... sicuro! e anche la moglie dell’avvocato.... oh, ecco l’avvocato!... Cosa fanno? Si direbbe che vadan via.... vanno proprio via! vanno via tutti insieme!... questo è il momento buono, coraggio!... me ne vado anch’io.... chi sa che non mi riesca di salutar l’avvocato....»

Ma l’uscire, come l’aveva previsto, non fu un affare così facile. La platea era affollata; incominciava uno dei migliori pezzi dell’opera, e tutti si accalcavano per farsi innanzi. Più d’una volta, dopo aver fatto un passo verso la porta d’uscita, era spinto a farne due o tre in tutt’altra direzione. Alla fine si trovò nell’atrio, ma ormai senza speranza di imbattersi nella comitiva in cui c’era l’avvocato. Si guardò d’attorno; fece qualche passo in su e in giù; aspettò un poco, non vide nessuno, uscì, e col muso lungo un palmo s’avviò all’osteria dove aveva preso alloggio. La mattina seguente all’albeggiare, seduto in vettura, tenendosi sulle ginocchia la valigetta in cui c’erano e il soprabito del dì delle feste e il pacco delle carte e dei contratti firmati, se ne ritornava a Castelrenico.

Se dopo il teatro Martino avesse potuto tener dietro all’avvocato, l’avrebbe veduto salir le scale e entrare in casa col muso più lungo del suo; avrebbe veduto Enrichetta, che gli era parsa così gaia, farsi malinconica a un tratto e perder le parole appena messo il piede nelle sue stanze. Chi ha un guaio da dimenticare non torni a casa, perchè non c’è una parete, un mobile, un utensile, che non si dia subito la briga di far le parti del rammentatore. E nella casa di Massimotutto rammentava che il buon umore, la pace, le ciarle allegre e con confidenti d’una volta, erano andate mano mano scomparendo, e avevano lasciato il posto a una cert’aria greve che mozzava il fiato. Quella giornata poi, ch’era parsa a Martino chiudersi così lietamente, era stata non solo triste, ma burrascosa.

Di buon mattino era capitato Simone, fatto venire per quel tal negozio della casa di Castelrenico. Simone, col fare umile e con la maggior buona grazia, aveva detti i suoi patti, duri e inesorabili, ai quali non c’era stato modo di rispondere che con un sì o con un no. La casa, ultimo ben di Dio che restasse a Massimo del suo piccolo patrimonio, era passata quella mattina in mano di Simone, e sul tavolino di Massimo era rimasto quanto poteva bastare a pagare qualche debituccio e a mandar innanzi la barca per quell’anno, e nulla più. E poi? Questa domanda che ora si presentava a Massimo con maggiore insistenza, e gli faceva vedere poco lontano quel precipizio verso cui correva a tutta briglia, principiava a renderlo cupo e a mettergli i brividi. Simone se n’era andato, e mentre egli se ne stava ancora come impiombato sulla sedia, e teneva tra le mani il capo che pareva volesse scoppiare, sentiva nella stanza vicina la voce della marchesa Giulia venuta a far visita a Enrichetta, e che, traverso un nuvolo di chiacchierine vaporose, faceva passar la rivista ai progetti più urgenti del carnevale, fermandosi su quelli che domandavano l’alleanza dell’amica. Allora egli stava a sentire che cosa avrebbe risposto sua moglie; ma la voce d’Enrichetta non la sentiva mai; cosa che gli faceva rivolger contro lei tutta la sua stizza, accusandola di non saper dire in quel minuto quello che lui non aveva avuto mai il coraggio di dire. Poco dopo era capitato il socero, pieno, come al solito, di fumo, di progetti e dibuon umore. A Massimo che, agitato da mille dubbi e rimorsi, domandava che qualcuno l’aiutasse a prendere un partito, Giovanni aveva risposto col principiare per la centesima volta una di quelle spiegazioni ragionate dei suoi piani e delle sue reti che non finivano più. Ma questa volta finiron presto, e le troncò a un tratto un accesso di furia di Massimo che fece scappar il socero atterrito, e tremare da capo a’ piedi Enrichetta che entrava in quel punto dopo aver lasciato la marchesa Giulia. Di questi accessi ormai gliene capitavano spesso; e dopo essere stato violento e ingiusto con tutti, per scolpare se stesso, cadeva in una profonda mestizia; e mentre rimpiangeva la pace confidente e serena che ogni giorno più scompariva dalla sua casa, non sapeva ritrovare quello che forse sarebbe bastato a ridargliela, una parola dolce a Enrichetta, dopo avergliene dette tante di amare. Era stato con questo bel preludio che poi aveva dovuto quel giorno mettersi in giubba e cravatta bianca per andare a pranzo dal marchese Antonio, e in teatro con la marchesa Giulia.

Si pensi di che buona voglia anche Enrichetta avesse dovuto quel giorno passar qualche ora in guardaroba, frugar negli armadi, e scegliere un vestito che avesse fatto bensì qualche campagna, ma fosse ancora abbastanza valido, e potesse, con qualche variante, servire per quella sera, sviando i ricordi non delle amiche, ma almeno degli amici. Enrichetta, mentre dava, prima d’uscir per il pranzo, gli ultimi tocchi al suo vestito e alla sua acconciatura, aveva l’animo forse più turbato che suo marito. Anche a lei era toccato quella mattina qualche duro rimprovero, il rimprovero d’una colpa non sua, quella di trovarsi dove l’avevan condotta; e il suo cuore n’era ancora lacerato, quando sivenne ad annunziarle una visita, la visita di don Emanuele.

Don Emanuele, che a ogni tratto, come abbiam detto, dava una scappata a Milano, quando capitava era difilato in casa Della Valle, e ci veniva o a far visita alla signora, o a pigliarsi sotto braccio e trascinarsi in compagnia l’avvocato. L’avvocato Massimo, il quale diceva sempre di non aver mai conosciuto un più amabile rompicollo, n’era come innamorato. Fosse anche stato di cattivo umore, a lui perdonava tutto; rideva con lui, e finiva col lasciarsi menar in giro, col pretesto che quell’originale piacevolissimo era il solo che lo distraesse e lo divertisse un poco. Don Emanuele col passaporto, così comodo, dell’originalità, capitava in casa Della Valle a qualunque ora; capitava più volte in un giorno; ora ci si fermava pochi minuti, ora ci passava mezza la giornata; e quando non ci trovava nè l’avvocato nè sua moglie, si metteva a far conversazione col signor Giovanni, lo chiamava il suo confidente e gliene contava d’ogni risma.

È inutile dire quanto il signor Giovanni ne fosse incantato, e volesse scommettere, ogni volta che ne parlava, che di giovani simili negli altri paesi non se ne trovassero.

Quando vedeva la signora Enrichetta, o veniva, come soleva dire, a fare una visita tutta per lei, don Emanuele univa a quel solito fare, tra il bizzarro e il disinvolto, una maniera più eletta. La parola era più dell’usato gentile e rispettosa, e i complimenti erano senza risparmio, ma tutti di buon gusto, tutti facili e naturali, senza che uno mai avesse dell’inamidato, o sapesse di rifritto. Soleva dire che le signore erano i colonnelli del suo cuore. Così giustificava quella sua devozione pronta, preveniente, d’ogni minuto; e giustificava la sua cortefranca e palese che faceva a Enrichetta, e che poteva passare per l’espressione naturale de’ suoi modi di perfetto cavaliere, come diceva il signor Giovanni. Quell’omaggio così abituale e pubblico gli offriva una occasione più facile e frequente di continuarlo a quattr’occhi; e allora, nelle maniere di don Emanuele, piene sempre di riserbo, non mutavano che le proporzioni: c’era in esse un poco meno d’originalità, e un poco più di seduzione e di grazia.

Di tutto questo Enrichetta non s’era da principio neanche accorta; poi, avendo imparato in società, a furia di sentirle, a fare queste analisi, qualche volta ci aveva badato, ma per sorridere e scordarsene subito. Eravamo allora nei bei tempi della pace domestica: la ròcca era di quelle che non lasciano speranza di intelligenza al nemico, e lo consigliano a levare le tende. Don Emanuele però non le aveva levate; e i tempi, quando cominciarono mano mano a mutarsi, le trovarono rizzate ancora. Venuti i giorni in cui Massimo, agitato da’ suoi pensieri, non aveva più una parola confidente o cortese per nessuno, la corte di don Emanuele veniva alle volte osservata da Enrichetta con quel sentimento traditore a cui si lascia il passo così facilmente, perchè pare innocentissimo, vogliamo dire la curiosità. Da ultimo eran venuti anche i giorni, di cui ne abbiam veduto uno, nei quali Massimo si faceva ingiusto e violento, e allora la parola gentile, carezzevole di don Emanuele lasciava nell’animo d’Enrichetta un’agitazione involontaria, un ricordo incessante, tormentoso, contro cui essa doveva lottare, invocando, con tutte le sue forze, la dimenticanza. Quante volte la dimenticanza era stata pronta e completa se Massimo, a un tratto, aveva avuta la buona ispirazione d’una parola d’affetto! Oh! allora quel poco di spiraglio bastavaperchè tutta la casa tornasse raggiante come una volta!... Il giorno dopo ricominciava a piovere sul bagnato, e il male si faceva più grande di prima.

In quel giorno del pranzo e del teatro, come abbiam veduto, dopo la sfuriata di Massimo c’era stata una visita di don Emanuele. Enrichetta, prima d’uscire, aveva sospirata in cuor suo una di quelle buone parole di suo marito di cui in quel momento aveva tanto bisogno. Fece di tutto per averla, e non l’ebbe. Al pranzo e al teatro ella aveva cercato ogni modo di sviare l’animo da ciò che la turbava, di dimenticare quel giorno; e Martino, a cui era parsa troppo gaia, se avesse potuto leggerle in cuore, avrebbe veduto di che sorta era quell’allegria, e ne avrebbe avuta una gran pietà. Avrebbe veduto che non era un così bel vivere in casa Della Valle; avrebbe raccontate al suo paese minori maraviglie; e non avrebbe dati nuovi motivi a quei di Castelrenico d’aversela a male sempre più col povero Massimo.

Ma invece Martino, tornato in paese, a chi gli aveva domandato dell’avvocato Massimo, aveva risposto: «Eh! se la passa benone!» — «L’avete veduto?» — «Sicuro che l’ho veduto!» — «E l’impiego?» — «L’impiego.... l’impiego.... le son cose queste delle quali io poi me ne intendo poco!... e a dirvela, non ho poi neanche voluto fare il curioso a questo punto, e domandare fino a uno gli interessi degli altri.... per quanto siam parenti e buoni amici. Io vi dico che l’avvocato se la passa benone.... che ha una bella moglie.... e che a Milano, lui e lei, figuran da signori; che li ho veduti in teatro con la famiglia del marchese Antonio.... e che insomma se l’avvocato ha venduto il fatto suo in Castelrenico, è perchè ci vede più degli altri, e sa lui cosa si fa!... Insomma ho lasciato Milano col cuor contento... e casa Della Valle, a Milano, è casa da signori!... capite!»

L’aria diplomatica di cui Martino non aveva potuto far senza, dovendo parlare, e avendo poco da dire, aveva accresciuto negli antichi amici di Massimo gli umori sospettosi, e la loro poca disposizione a perdonare la fortuna altrui. Le poche cose dette da Martino, commentate, raddoppiate, fecero subito il giro di tutto il paese, e dopo un giorno le facce dei frequentatori del caffè dellaFratellanzaeran più lunghe e più dispettose del solito. Seduto al medesimo posto, sulla porta del caffè, e sulla medesima panchetta dove l’abbiam veduto due anni prima, quel tale dalla pipa di gesso e dalle gomita, che come due anni prima e forse un po’ di più, uscivan per il rotto delle maniche, fu sentito esclamare a proposito d’un discorso che si faceva in un crocchio vicino: «Evviva loro!... i patriotti dimenticati! i ladri protetti!... gli impieghi ai venduti!... ecco dove vanno i nostri milioni!»


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