UNA SCAPPATA FUORI DEL NIDO.MEMORIE DI ALBERTO.

UNA SCAPPATA FUORI DEL NIDO.MEMORIE DI ALBERTO.

R.... nella valle di....1 gennaio 1864.

Le due cose più brutte che ho vedute nella mia infanzia sono proprio quelle che non solo non mi uscirono mai dalla memoria, ma che ci rimasero anzi più scolpite e più vive. Le cose belle e ridenti trovano una via facile e armonica nella fantasia infantile, e l’attraversano rapidamente lasciandovi spesso poca traccia di sè. Queste due brutte cose erano una vecchia sorella del curato e un suo passero, e formavano nel mio pensiero una cosa sola; tanta era l’abitudine di vedere questi due esseri in compagnia. La sorella del curato infatti diceva d’avere, dal canto suo, circondato questo passero di tutti i suoi affetti, ch’erano quelli d’un celibato severo. Che cosa dicesse l’altro non so. Parmi che vivesse nel celibato esso pure; ma anche qui non so se fosse un celibato spontaneo, o un celibato imposto dalla sua amica per non introdurre alcuna disparità. Questo passero era zoppo e mezzo spennato; si faceva di solito tutto raggruppato e grosso; lasciava cadere un’ala a terra, e non teneva aperto che un occhio. Faceva le viste di non dar retta e di non accorgersi di nessuno; ma la sorella del curato diceva che capiva tutto, e che era un mostro di talento.Ella si era privata per lui del cocuzzolo di un celebre cappellino, che in sua gioventù aveva fatto fare apposta per andare alla città a vedere l’entrata di un vescovo. Se n’era privata, e l’aveva riempito di bambagia per farne un letticciolo, ordinaria dimora del passero. Fu questo uno di quegli atti di entusiasmo e di annegazione, di cui se ne riscontrano tanti nella vita della donna.

La bruttezza di quel passero esercitava, non so perchè, un gran fascino sulla mia fantasia. Ogni momento, io correvo in casa del curato a contemplare il passero, e non me ne sapevo staccare, per quanto non ci trovassi proprio niente di nuovo. La sorella del curato, per mettere a profitto il mio tempo, mi enumerava frattanto tutte le virtù del passero, e me le proponeva ad esempio. Mi diceva però nello stesso tempo, come, prima d’essere diventato così tranquillo, obbediente e studioso, ne avesse fatta una grossa, la quale gli aveva procacciato il castigo d’andarne malconcio per tutta la vita. «Perchè bisogna sapere che quando egli era ancora nel nido sotto la gronda, ed eragrandepoco più di te,» continuava la sorella del curato, «era ostinato, capriccioso, e non dava retta a nessuno. Aveva messe appena quattro pennuzze alle ali, e si era già fitto in capo di scappare fuori del nido, e di andarsene per il mondo. I suoi genitori, ch’erano pieni di esperienza, gli dicevano cose d’oro; ma lui si tirava in un cantuccio, alzava le spalle, non diceva una parola, e masticava con dispetto una pagliuzza del nido. Un giorno poi, mentre padre e madre avevano appena svoltato l’angolo della gronda, cosa fa il nostro bellumore?... Si tira sull’orlo del nido, e apre le ali. I suoi fratellini ebbero un bel pigolare, e tenerlo a tutta forza; egli lasciò loro una penna della coda, e spiccò il salto. Finì diritto sul fondo della corte; e fuun miracolo se non si ruppe il naso. Nella corte poi c’era un pilastro, e dietro il pilastro un gatto; il quale, pratico di queste cose, spiava da un pezzo il nido, e se ne stava accoccolato e tranquillo. Quando il passero ebbe spiccato il salto, lo spiccò anche il gatto....»

«E allora?» esclamavo di solito io, quando la storia era arrivata a questo punto.

«Allora» ripigliava la sorella del curato «in un attimo il passerino fu in bocca al gatto. Si dibatteva il poverello, e forse era pentito di cuore; ma il gatto intanto si studiava di mandarlo giù in un boccone. E ci sarebbe riuscito, se non fossi capitata io a salvarlo, perchè era proprio l’ora, per combinazione, in cui porto da beccare ai polli. Ma in che stato lo salvai! Mezzo biascicato, e sì malconcio che pareva proprio lì lì per spirare. Capisci, figliolo, cosa succede ai ragazzi disobbedienti! E dopo ce n’è voluta della pazienza, e poi.... e se non c’ero io....» E la filastrocca non finiva così presto.

Più tardi, presso a poco sui quindici anni, quando presi a sdegnare queste inezie, e mi diedi tutto ai gravi pensieri, misi anche la storia del passero tra le cose di cui non mi era più lecito il ricordarmi. A furia di pensieri gravi, finii un giorno a fare anch’io qualche cosa che doveva rassomigliare di molto alla scappata fuori del nido. In allora, e voglio dire dopo che fui scappato anche dalla bocca del gatto, ripensai subito alla storia della sorella del curato, e mi parve che la mi andasse così a taglio da poterne riprendere il filo narrando per conto mio. Questa idea mi ronza per il capo da un pezzo, e a placarla piglieremo la penna. Incomincerò coi ricordi di quando ero sotto la gronda; poi verrò al salto, alla corte, al gatto, e al letticciolo di bambagia.... ma sarò breve, come dicono quegli oratori che voglionoadditare essi medesimi qualcosa di buono nel loro discorso.

Il curato del mio paese, che, pover’uomo, morì l’anno passato, aveva il ticchio dei nomi eroici. Non gliene scappava uno; chi nasceva nella sua parrocchia, nasceva nell’antichità. Da trent’anni le comari sostenevano una lotta infelice a favore deiCarl’Antonioe deiGiovanni Battista, e da trent’anni non si battezzavano più che deiTimoleonee degliEpaminonda. I miei compaesani ne susurravano un poco, e si dolevano di non avere ciascuno il suo santo protettore; si dolevano che non ci fosse nell’anno un giorno anche per loro da berne legittimamente un boccale di più. Pareva loro che il non avere un avvocato in paradiso fosse una disgrazia per lo meno eguale all’averne uno su questa terra. Il mio buon curato cercava allora una via di mezzo, e di tanto in tanto accomodava le faccende con qualcheCiriacoo con qualcheAniceto. Ciò però non bastava a tranquillarli tutti, e ce n’era di quelli che dubitavano alquanto di non essere abbastanza cristiani. Talchè, in seno alla famiglia, e intorno alle scodelle della minestra, questiuomini grandiricevevano, il più delle volte, il secondo battesimo d’un nome un po’ più da galantuomo, come dicevano i miei compaesani, d’un nome alla buona, che servisse negli usi domestici come la giacchetta da lavoro. Ma non si lasciavano intendere dal curato; e, appena fuori dell’uscio, se chiedevate a qualcuno: «Come si chiama questo vostro bamboccio?» vi sentivate rispondere, con voce rassegnata, per lo meno «Pisistrato.» E il buon curalo gongolava tutto nell’accarezzare per strada qualche piccolo Ercole che perdeva le brache, o qualche Demostene che lo fissava con la bocca aperta e conun dito nel naso. «E tu come ti chiami?» domandava talora il curato, e l’altro si faceva tutto rosso per non poter rispondere: «Giovannino;» e non ricordandosi il nome vero, o imbrogliandosi a metà, metteva fine alle domande con una lunga piagnucolata.

Di questi bambocci che piangevano in grazia del loro nome, dovevo un giorno ricordarmi paragonandomi a loro, quando anch’io ebbi a trovarmi gli occhi gonfi di lacrime: e pensavo che il mio nome c’era pur entrato per qualche cosa.

Il curato cercava i suoi nomi tra i greci e i latini; spennacchiava Plutarco e i classici maggiori e minori. Poi saltava nei tre secoli della persecuzione della Chiesa, e ci faceva anch’egli le sue stragi. Qualcosa gli offrivano anche i tempi di mezzo; un po’ meno i tempi nostri, a cui forse non giungeva che per un certo riguardo a Napoleone I. A quali tempi fosse il mio curato, quando io venni al mondo, precisamente non lo so. Egli mi diede il battesimo, e mi chiamò Adalberto. Mi poteva capitar di peggio. Eppure io avrei ben di cuore cangiato di nome col mio curato, il quale si chiamava semplicementedonCarlo: nome di cui certo il buon uomo si affliggeva nel profondo dell’animo suo. Gli è ben vero che di questa sua afflizione egli non ne aveva fatto motto mai con alcuno; ma io che, abusando della dimestichezza che avevo con lui, tante volte spinsi gli occhi sugli scartafacci del suo tavolino, tra le minute dei conti e dei ricordi, tra le asticelle e i ghirigori, avevo pur letto il suo nome ripetuto in cento guise, a modo di sperimentare la penna, e avevo veduto ch’egli scrivevadon Karl, come un re franco della prima razza.

I miei di casa, per amore di brevità, mi chiamavano praticamente Alberto, ad eccezione di mio zio, lo speziale, che era il luminare della famiglia, e che, non solito a transigere, mi chiamò sempre Adalberto fin dai miei primi vagiti. Io dunque non ignoravo il mio nome, e frugando per tempo tra i libri dello zio (dacchè lo zio me li aveva tutti severamente proibiti), avevo trovate delle vecchie storie piene di tarli e di nomi simili al mio. Così, a dodici anni, nella mia cameretta, e di nascosto dallo zio, a cavallo d’un bastone, io ero Adalberto che partiva per la Palestina, e che salutava, col cappello di carta a tre punte, unabella, il ritratto della nonna appeso al muro. Altrettanto faceva un guerriero, dipinto sul paracammino del mio camminetto. Egli partiva; e le piume del suo cimiero toccavano il naso della sua bella, che in quel momento spuntava dalle vetrate socchiuse d’un alto verone del castello. Il cielo era buio: la luna, che conosce i suoi doveri, spuntava tutta rossa, per finger forse le sue maraviglie, tra nubi candide di bucato; e pareva il torlo d’un ovo sul tegame in mezzo alla chiara. Per farle velo, e conciliare la sua presenza con la sua modestia, le si avvicinavano alcuni neri nuvoloni e le piume del guerriero. Questa scena io l’avevo rimirata più volte, e la mia fantasia ne era stata vivamente colpita.

Adalberto!esclamavo quand’ero solo, panneggiandomi nel mio nome, alzando la fronte, e misurando la mia cameretta a passi lunghi e gravi.Adalberto!e spingevo un’occhiata dietro la schiena, per vedere che effetto facesse il mio nome sopra di me. Ma c’era un guaio: il guaio che dietro il nome veniva un cognome, il quale aveva pochissimo a fare con le crociate. Il mio cognome, che è pur quello d’un centinaio forse de’ miei compaesani, è modestissimo, e non ricordanulla, proprio nulla di strepitoso. A me ricorda le virtù modeste di mio padre e di mio zio: ai più vecchi di me quelle di mio nonno, e la illibata rettitudine della loro coscienza e del loro onore. Ma più in là non ne so nulla. È probabile che abbia anch’io degli antenati, e che i miei vecchi non sieno sbucati dalla terra come i funghi dopo una pioggia d’estate. È probabile che i miei antichi abbiano fatto anch’essi quel tanto di bene e quel tanto di male, di cui si compone la storia dell’umanità: ma le carte vecchie hanno taciuto di loro, il che vuol dire che in loro non hanno trovato mai nè virtù così alte, nè bricconerìe così basse, da mandarne illustri per sempre i figlioli e i nipoti. Ma il solito paracammino mi toglieva in allora a queste riflessioni tranquille. Decisamente io rifiutavo il mio cognome. Buon per me che anche i miei, come quasi tutti quelli del paese, avevano un soprannome; un soprannome, in cui potevo trovare quel rifugio e quei conforti che m’erano negati dal cognome.

Cinquant’anni prima ch’io venissi al mondo, da un ciglione della montagna, alle cui falde giace il mio paese, staccossi una frana che mise a nudo un largo tratto di roccia. Se di quell’evento se ne parla ancora nel mio paese, figuratevi quanto chiasso ne avranno fatto i nostri buoni vecchi! E figuratevene poi la paura! Poichè mi si conta che fosse opinione generale di tutti quelli che in simili faccendeci vedono, che quella prima fetta di montagna venuta giù non fosse altro che un primo saggio: ma quanto prima, si diceva, sarebbe capitato il rimanente, sarebbe venuta laverafrana, la quale avrebbe sepolto tutto il paese, e fattane scomparire perfino la ricordanza. Che cosa si fa? Sui due piedi dunque si decreta, si acclama di innalzar su quel monte una cappelletta dedicata al santo protettore delpaese; i più agiati fanno voto di tirar di penna sui debitucci dei più poveri, e di chiudere un occhio sui fitti di quell’anno.

Ma passa un mese, ne passano due, ne passano tre, e pare che laverafrana voglia pigliare le cose con comodo. Allora quelli checi vedono, proclamano e ripetono «quel che han sempre detto» che la montagna per circa due secoli non si moverà più. La cappelletta e i fitti sono mutati in una processione, e molti la rendono più solenne andandoci scalzi; così risparmiano anche le scarpe. Mio nonno, che faceva l’oste, intanto che i suoi compaesani con la bocca aperta, e le mani dietro le reni, speculavano sulle crepature del monte, sulla cappelletta, sui fitti e sui due secoli di agio, con le mani dietro le reni anche lui osservò che da una larga fessura della roccia, lasciata a nudo, tirava un’aria fresca e tutta nuova, quale non si era mai sentita in quel posto. Ci fece da solo le sue visite e i suoi scandagli; s’avvide che la natura, provvida sempre, gli aveva dischiuso una deliziosa grotticella capace di due botticini e d’una credenza per il salame. Una voce in cuor suo gli disse subito che delle frane non ne sarebbero cadute più, e divenne il conforto de’ suoi compatriotti! Chiuse in parte la fessura della roccia; ci mise un uscio; tirò su un bel muro e, per non far le cose a mezzo, l’affidò al pennello d’un artista, l’autore credo del mio paracammino. L’artista lo dipinse a mattoncelli antichi, a screpolature secolari, e a erbacce d’una vegetazione di tempi ignoti, in modo da farne un venerabile avanzo di un evo discretamente remoto. Ma non gli bastò. Compiuta l’opera, per renderla sempre più antica, ci aggiunse una medaglia a chiaroscuro, che fingeva in bassorilievo una testa di Diogene, con le screpolature anch’essa, e con le erbe. Ma anche il Diogene non bastò al nostro pittore, il qualedichiarò al nonno che ci voleva ancora qualcosa di più antico; che ci volevano i merli. Il nonno, sazio di spender quattrini, per quanto rispetto avesse per il pittore, fu sulle prime inflessibile contro i merli. Ci furono dei grossi guai. Alla fine si venne a un compromesso: il mio avo si arrese, ma non ne concedette che sei; e il pittore li foggiò diroccatissimi, e avvolti anch’essi nella solita antichissima erba. Il pittore s’incaricò anche dell’insegna, che rimase fino ai miei tempi, e che diceva così:Alla ròcca merlata, vino fresco che pare impossibile.

La fama dellaròcca merlata, dove il vino si faceva squisito per naturale virtù del luogo, divenne così gigante e così generale nei dintorni, da offuscarci in allora perfino i fasti e le geste di Giuseppe II contro i Turchi. Laròcca merlatadiede il nome a tutta la falda del monte; diede il nome a tutto il vino che vendeva mio nonno; e diede il nome a mio nonno stesso, che d’allora in poi fu chiamato in tutto il distrettol’Andrea della ròcca merlata. Mio nonno morì: la fama dellaròcca merlataandò scemando, a dir vero, e lasciò parte del suo posto alle nuove rinomanze dei tempi: ma i vecchi del paese, conservandosi devoti al culto delle passate memorie, non vogliono berne che di quello dellaròcca, e alle nuove generazioni insegnarono con l’esempio a chiamare la gente di casa mia col nome dell’antica grotticella.

Tale era dunque il soprannome nel quale io mi rifugiavo ogni qualvolta mi accingevo a partire per le crociate. L’avessi almeno lasciato in Palestina!; ma lo tirai fuori in altre spedizioni ancor meno felici; me ne vestii non solo quand’ero a cavallo della granata, ma lo ripresi anche dopo aver messo il dente della sapienza. Ho camminato con esso, superbo di tanto paludamento,finchè esso mi si attortigliò per le gambe, e io diedi del naso in terra, come un eroe da teatro diurno. Ora non lo riprendo più; e nel riandare queste mie prime memorie ne vorrei ridere di cuore, se, in fine della commedia, l’eroe burlato non fossi stato proprio io!

Quand’ebbi toccati i dieci anni, un congresso di famiglia decise de’ miei destini. Il maestro del mio paese dichiarò ch’io ero il Napoleone dell’analisi, e l’Alessandro il Grande dell’aritmetica; ch’egli mi aveva ormai insegnatotutto; ch’ero un mostro di talento, e che sarei morto quanto prima. Per quanto mi rincresca il distruggere la premessa del mio maestro, mi è forza confessare che sono ancor vivo. La qual cosa io devo senz’altro al maestro che ebbi subito dopo, il quale invece non seppelliva così presto la sua scolaresca, e ci dava a tutti, e a tutto pasto, dell’asino.

Io ero dietro l’uscio il giorno in cui mio zio, dopo avermi detto con molta gravità che mi ritirassi, fece risolvere mio padre sul conto mio, e trionfò degli ultimi dubbi che lo facevano pensieroso. «S’io non avessi la fortuna o la disgrazia, direi meglio, d’essere troppo profondo conoscitore degli uomini,» diceva mio zio, «esiterei; direi fors’anche, fate voi.... Da qual cosa credete voi che provengano tutti i mali della società? Provengono da ciò, che gli uomini non trovano quel profondo conoscitore che dica loro: tu sei nato per questo, e tu per quest’altro; e così i poveretti sbagliano strada, ed è allora che tralignano, che si perdono.... Credete voi che se io non avessi fatto lo speziale, sarei ora quel che sono? Io oscillerei come un pendolo, cercando il mio vero centro di gravità, e sarei, come tant’altri, unuomo da nulla.... Era ancora in collo alla balia Adalberto, e non faceva che picchiare con le sue manine su tutti i miei vasi e su tutte le mie ampolle. È un segno, vedete, questo! è un segno!... Egli vi rompe tutti i bicchieri dell’osteria, ma guardate un po’ s’egli ruppe mai una sola delle mie storte! Sono segni, vedete! sono segni!... Sta bene che il figliolo, come dite voi, ha da seguire di regola il mestiere del padre; ma ci sono le eccezioni per quelli che devono battere le grandi vie loro segnate dalla Provvidenza. Vostro figlio deve fare lo speziale!... Poco monta a tant’altri che la loro bottega vada un giorno chiusa e venduta: lo capisco. Ma.... la polvere che distrugge laMantis religiosadi Linneo fu scoperta, chi non lo sa! nel mio laboratorio; e questo, capirete, impone dei doveri alla famiglia....»

Non udii che questo. Ma poco dopo, mio zio uscito di camera mi fece un sorriso, e, piantatosi dinanzi a me, mi guardò con una insolita benevolenza e mi accarezzò. Non c’era più dubbio: in quel sorriso io mi sentii diventato un farmacista.

Per qualche tempo non bollirono nella mia fantasia che storte ed ampolle, e dal campo dei crociati trapiantai i miei castelli in un avvenire di pillole e di decotti. Io ero unospeziale! e guardavo i miei compagni d’alto in basso, come quando dicevo loro: io sono unguerriero. Imitavo il fare grave di mio zio, e come lui mi ravvolgevo talora mezza la faccia in una cravatta bianca; tiravo il berretto giù fino al naso, e di nascosto mi inforcavo gli occhiali. Correvo nella cucinetta, che mio zio chiamava il suo laboratorio, e componevo con un po’ di tutto degli empiastri ch’io chiamavo le mie scoperte, e che dovevano rigenerare la società, e far diventare poi me principe, millionario, generale d’armata, e fors’anche secretario comunale.La mia ambizione non aveva confini, e la mia fantasia non si fermava che tratto tratto, per qualche giorno, quando m’accadeva di mandare in frantumi qualche vaso o qualche ampolla. Ruppi anche le famose storte, che mio zio aveva dichiarate al sicuro d’ogni guasto per fatto mio: ne accusai ingenerosamente un gatto, e fui creduto dallo zio, che vedeva nel nuovo colpevole una conferma della sua teoria. Lo zio però, che, come dissi, non era uso a transigere, compose subito un empiastro, e lo divise in ventiquattro parti. Arrotondatele, le sparse per il laboratorio, con la missione di propinare il veleno a quel gatto, che, per quanto fosse un individuo della casa, pure se ne mostrava degenere. Eravamo da capo con Filippo II e Don Carlo. Alla voce del rimorso, raccolsi di soppiatto quelle pillole insidiatrici, e ne posi al loro posto altrettante di midolla di pane. Il gatto se le mangiò più volte tranquillamente, e mio zio ne farneticava. Quando un giorno.... io forse ne dimenticai una, e il povero gatto lo si trovò, dietro l’uscio, lungo disteso. Ne fui afflitto; e ne fu ben afflitto anche lo zio, il quale aveva già annunziata una scoperta, e incominciato uno scritto,sul nesso tra i gatti e i principali veleni.

Spuntò presto l’alba d’una vigilia del san Carlo, e con gli abiti nuovi e tutto intirizzito, fui messo in una vettura con sei seminaristi, e spedito al capoluogo della provincia in un collegio, per esservi allevato, diceva mio zio, dalle Muse; primo passo verso il cammino della spezieria. Da un mese io ero tutto sossopra dietro questa grande novità del collegio, e la mia fantasia trovava nuovi sogni dorati tra cui aggirarsi finchè voleva, trattandosidi cosa che non sapevo che mai si fosse. Il giorno poi che feci la prova generale del vestito da collegio, e che mi trovai sotto a un cappello quale lo portava l’imperial regio Delegato in giro per la provincia, avvolto in in una cravatta bianca e in un abitone, dalle cui falde non mi spuntavano che i piedi, pensatelo voi, come mi sentissi in rivoluzione! Non mi tenevo più nella pelle; non m’accorgevo che le mani fossero imprigionate nelle maniche e le orecchie nel bavero: precorrevo gli anni con l’immaginazione, e già mi sentivo all’altezza e all’ampiezza del mio vestito.

Mi pareva che il giorno in cui l’avessi indossato, e per sempre, io avrei toccata a un tratto la realtà di tutti i miei sogni, e mi sarei trovato un uomo fatto, un cavaliere antico, un re, uno speziale, o che so io. Venne il giorno: eppure, per quanto lo avessi indosso quest’abito di tutte le felicità, come misi il piede sul montatoio della vettura provai un novissimo sentimento di mestizia, che mi serrò il cuore e mi fece venire voglia di piangere. Lasciata la casa, e dentro in quella vettura, mi parve quasi di non esser più figliolo di nessuno. Io avevo veduti partire altri fanciulli per il collegio, tra i baci e le paroline delle loro mamme, e mi pareva che non dovesse essere poi tanto brutto un distacco in mezzo a tante carezze. Ma io partivo senza un bacio, senza una parola; e in quel momento, forse per la prima volta, ebbi coscienza d’un fatto, su cui la mia mente così giovanile era trascorsa fino allora, senza quasi comprenderlo: io avevo perduta, e quasi nemmen conosciuta mia madre. In quella prima tristezza che mi scendeva per istinto nel cuore c’era tutta la storia, fino allora inavvertita, delle mie sventure infantili. Non eran solo i baci di quella mattina che mi fossero mancati: erano le mille cure amorose e previdenti, era una guidasicura, carezzevole e buona, che, a differenza degli altri fanciulli, io non avevo trovata a compagna della mia prima giovinezza. Quale fortuna sarebbe stata per me, se tutte le fantasie della mia mente avessero sempre trovata vicina quella bontà che piega e non spezza, che persuade e non costringe, e si fa amare quando ammaestra! Lo zio, a cui dovevo succedere nell’arte, reclamò per tempo da mio padre la mia educazione; e per lo zio l’educazione era un empiastro fatto di certi principii e di certe dosi da comporre e spedire, come una ricetta. Così la prima, e la più dura esperienza della vita, la feci tutta a mie spese.

Io fui dunque consegnato al vetturale e ai sei chiericotti, i quali per tutto il viaggio non fecero altro che mangiar noci, senza che uno, neppure in fallo, ne offrisse una sola a me. Non gli ho dimenticati quei chierici per un pezzo. Tempo fa ne ritrovai uno, e facendo con lui una gran baruffa per il potere temporale, di cui non voleva cedere una briciola, mi risovvenni ancora di quelle noci. Mio padre mi aveva congedato con un bacio la sera innanzi e mi aveva detto:sii sempre buono: poi, quasi gli fosse passato un brutto pensiero, s’era a un tratto tutto rannuvolato. So che a mio padre doleva assai il vedermi partire, e che solo ci si era rassegnato per i grandi ragionamenti dello zio. E mio zio, che quella mattina era tutto in faccende intorno a un decotto che bolliva, non mi accompagnò nemmeno alla vettura, ed ebbe appena testa da potermi dire: «Svelto, svelto, che son sonate le sette.»

Il vetturale, come fummo giunti ed ebbe stropicciati con la paglia i suoi cavalli, mi consegnò al portinaio del collegio, e il portinaio mi condusse poi dinanzi al rettore, che era un abate e che mi fece subito un centinaio di domande. Io non risposi alla prima; e, non so perchè,rimasi duro coi denti chiusi fino all’ultima. Allora il rettore mi fece condurre nel dormitorio dicendomi: «Voi siete un asino.» La mia educazione era incominciata. Un po’ per quella malinconìa del mattino, un po’ per il piglio brusco del rettore, il cuore mi traboccò, e diedi in un pianto dirotto.

Qui incomincia la storia del collegio, la storia degli anni chiamati i più belli della vita, e su cui passo di galoppo e facendomi il segno della croce, come si passa per una strada dove si è incappati ne’ malandrini. Tale è la bella pagina che i miei educatori hanno impressa nella mia tenera mente, che aspettava da loro l’impronta maestra di tutta la vita! Dopo tre mesi di educazione, io ero già qualificato dal rettore comeepicureo, per l’appetito che avevo portato dai miei monti; comefalsario, per avere scritto il còmpito d’un compagno che non aveva saputo farlo; e comepropalatore di principii pericolosi, per aver detto che il brodo della minestra era tutto acqua. Immaginatevi che cosa fossi in fin d’anno! Fors’anco divenni un po’ cattivo in verità. Mi ricordo che, quantunque novizio e piccioletto, fui presto amico dei più grandi, i quali di tanto in tanto mi facevan persino l’onore di incaricarmi di qualche mariolerìa per loro conto. Intanto il rettore andava sempre più persuadendosi ch’io avevo bisogno d’esser tenuto con una mano di ferro. Scoperse che in me c’erano i germi di tutti i delitti; e per un pugno che diedi a nome d’un amico, mi appese al collo per un mese un cartellone su cui stava scritto:sicario. Scoperse parimenti ch’io ero uno zotico, un montanaro, uno spaccalegne, e che non conoscevo neanche i primi rudimenti della creanza. Così intraprese a insegnarmela da capo: ma, se ho a dirla, il mio buon rettore, a furia di insegnar creanza, decisamente l’aveva insegnata tutta, e nongliene era rimasta più nè per lui, nè per me. Il peggio fu che andava frattanto scrivendo allo zio cose di fuoco sul mio conto, e lo persuadeva a non richiamarmi per le vacanze d’autunno, perchè non avessi a perdere il frutto di quelle prime sementi di cui, con tanta fatica, mi aveva messo a coltura.

S’io ne fui furente! Da quel giorno mi dichiarai in istato di guerra: guerra delle più accanite, che io cominciai col fingere un appetito insaziabile per far dispetto al rettore, e farlo perdere a lui; gettando per giunta dalla finestra quanti pani mi capitavano in mano, e che non riuscivo a mangiare. Io non sapevo rassegnarmi. Avevo poi in cuore un’ansia, un’inquietudine, quale non avevo provata mai; mi pareva che una voce secreta mi dicesse: «corri a casa tua.»

In quell’autunno morì mio padre. Io non lo seppi che molti mesi dopo. Mio zio non aveva avuto coraggio di scrivermelo, e aveva incaricato il rettore di darmene a poco a poco la triste novella, e i tristi conforti. Il rettore ne incaricò ilprefetto, il quale me lo annunziò un giorno come un castigo del cielo per le mie sbadataggini, e per non so quali sgorbi sul quadernuccio del latino.

Spartaco!... e nient’altro cheSpartaco! Ecco la gran conclusione a cui ero arrivato dopo quattro anni di latino. Altro che i decotti! I classici, che dovevano guidarmi in grembo alle ricette, tradirono mio zio: quattro anni soli di latino m’avevano già condotto a Spartaco! Sì; io sognavo di spezzare le catene del collegio, di dichiarare liberi tutti, e, sulla base delle vacanze universali, stabilire un ordine di cose più giusto. Il mio disegno, chenella pratica avrebbe forse incontrato delle difficoltà, dopo avermi reso per qualche tempo felice, incominciò anch’esso a lasciarmi di nuovo solo, stanco, stizzoso. La mia giovane fantasia, irrequieta, ardente, aveva trovato chiuso il campo gentile degli affetti domestici, e sbarrato l’alveo diritto d’una educazione autorevole e soda. Condannata a schiudersi da sola una via, prese a correre, a ingrossarsi, a straripare. Così se dallo stagno modesto ove ora mi ridussi, guardo il cammino percorso, di me non trovo che un po’ di schiuma e un po’ di chiasso.

Spartaco se n’era andato! Le catene delbanco dell’asino, e del galateo del mio rettore, si erano fatte pesanti più che mai. Il campo delle cattiverie, dei dispettini, delle scappate, ormai era mietuto. M’ero fatto grandicello, e cominciavo a disprezzare il rettore, e a sentirmi molto al di sopra del prefetto. Ma il mio animo, invaso sempre da un vago sentimento di inquietudine e di stizza, si crucciava in cerca d’un modo di azione, d’una formola sotto cui protestare e agitarsi, d’un altro Spartaco, insomma, che non mi piantasse così presto. E il nuovo Spartaco venne!

Tra gli alunni più grandicelli e anziani del collegio, che mi favorivano, come dissi, la loro protezione, c’era un certo Marcello B..., uno dei primi della scola, tanto negli studi che nelle risse; capo di tutte le combriccole, ma di un gran cuore, e che ci teneva tutti in una certa soggezione. A Marcello io avevo chiesto molte volte qualche savio consiglio, che m’aveva poi fruttato il pane e acqua; e nelle principali questioni lo avevo sempre avuto dalla mia. Marcello, da un anno, trascurava un po’ le baruffe; aveva preso un fare misterioso; e ogni mese, quando andava a pranzo dai suoi, per alcuni giorni era tutto intento a leggicchiare di nascosto, contre o quattro tra i suoi più fidi, dei libruzzi e dei foglietti stampati. Io non ne capivo gran che, nè m’ero arrischiato di parlargliene. Quando un giorno Marcello mi tirò da parte, sul finire della ricreazione, e, fissandomi tutto serio, mi dice all’orecchio, mentre mangiavo pane e ciliege: «Quali sono le tue opinioni politiche?» Io rimasi di stucco, come a una domanda di lingua greca. Leopinionie lapoliticanon m’erano parole affatto nuove; le avevo udite, ma senza curarmene: nè sapevo precisamente che cosa volessero significare. Marcello, vedendo ch’io tacevo, mi replicò all’orecchio, e questa volta ancor più misteriosamente: «Sei tu repubblicano?» — «No;» risposi allora franco, parendomi di leggere negli occhi di Marcello che dovessi rispondere così. «No?» riprese Marcello, «me ne duole; ciò vuol dire ch’io non potrò mai accettare un portafoglio con te.» E bruscamente mi volse le spalle.

Anche il portafoglio! Decisamente non m’era capitato mai, fuorchè nello studio del greco, di non capir niente, niente da capo a fondo, come questa volta. Un portafoglio da dividere con Marcello!... e quelle altre parole!... Marcello che mi leva la sua protezione!... e io non capirne niente! Mi sentivo umiliato, confuso; e più ci pensavo, e meno ci trovavo modo di imbroccarne una. Delle cose del quarantotto, avvenute due anni prima, a dire il vero, io ne avevo capito poco. Mi ricordavo che il rettore in sulle prime aveva date delle ammonizioni severe ai più grandi, per certe ariette che questi zufolavano pei corridoi; poi si era parlato di guerra; poi ci si fece cantare tutti delle canzoncine sull’Italia e Pio IX. Si studiava poco; il rettore s’era fatto mansueto come un agnello; e alla fin di luglio ci lasciarono andare tutti a casa. Al san Carlo, il rettore eratornato brusco come prima; e un giorno ci disse nella scuola, «che dei guazzabugli dell’estate non se ne parlasse più; che Cesare aveva vinto Pompeo; e che tutto era finito bene.» Così, se prima ne avevo capito poco, molto meno dopo. Mio zio non era uomo da grandi confidenze coi ragazzi, e, se mi faceva qualche parola, era per parlarmi dei doveri dellospeziale. Una volta però io avevo scoperto che lo zio era andato di notte, e con gran mistero, al casino dellaròcca merlata; e il famiglio di casa diceva in secreto d’averci portato, nascosto in un barile, un antico berretto di velite del regno d’Italia, che lo zio aveva cavato fuoridurante i mesi del Provvisorio. E qui a un dipresso finivano le mie nozioni in politica.

A queste cose andai ripensando, dopo le parole di Marcello, e le richiamavo alla memoria come le larve d’un sogno. Eran pure le sole a cui potessi connettere la parolapolitica, forse la meno nuova tra quelle dettemi da Marcello. E se fosse tutt’altro? Insomma non me ne potevo dar pace. Alla fine, dovetti pur venire a una risoluzione. «Confesserò ingenuamente a Marcello che io non ne so nulla di tutte le cose che mi ha domandate; me le spieghi, e io sarò del suo parere.»

Attesi con impazienza la mattina del giorno seguente, la colazione, e la mezz’ora di riposo che le teneva dietro. Il mio animo si era tutto rasserenato. «Sì,» dicevo tra me, «domattina dopo la colazione saròrepubblicanoanch’io; Marcello sarà ancora mio amico, e mi avrà insegnata anche quella diavolerìa delportafoglio!»

Due mesi dopo le spiegazioni di Marcello, quell’affaruccio degli Austriaci in Italia non era più per me cheuna questioncina di poco momento, un atomo impercettibile destinalo a scomparire colla vicina caduta delcapitalee dell’io. Marcello me le aveva spiegate queste cose semplicissime, in un modo chiaro e lampante. Io però le ripetevo a buon conto tutto il giorno tra me, perchè avevano una singolare tendenza a sfumare come le nubi. «Peccato» dicevo io, nel fare la mia valigia in fin d’agosto; «peccato che mi deva dividere così presto da Marcello! I libri però dove ha imparato tutto quello che sa, gli ha promessi anche a me. Intanto non vorrei dimenticarmi le cose cardinali.... questi foglietti li nasconderò tra le calze.... L’importante dunque è che scompaiano gliindividuie che non rimangano che lemasse.... poi, che traverso all’emancipazione della donna e del pensiero, si costituiscano gli Stati Uniti d’Europa.... il cui governo sarà un triangolo formato dall’eguaglianza, dalla fratellanza e dalla libertà....» E così riandando i punti principali della scienza di Marcello, mi avviavo al mio paese per le vacanze d’autunno, in quella solita vettura ove era già messa in pratica la teoria di sopprimere l’individuo in favore della massa.

Per chiarirmi un po’ le idee, mi misi a leggere l’Organisation du travail, uno dei libri datimi da Marcello. Non ne potei capire una parola. «E dev’essere tanto bello!» pensavo tra me. «Ecco come si insegna il francese in collegio! È la cospirazione dell’oscurantismo; è il rettore che si frappone tra una gioventùalitantedi fede e i trovati dell’avvenire!» Così detto stupivo di me stesso, trovandomi salito in così poco tempo a tanta altezza di parole e di pensieri. Per quell’autunno dovetti quindi accontentarmi dei foglietti sottili a caratteri fitti, e di certi opuscoli in lingua italiana, i quali pure mi fecero nascere il sospetto che anche della lingua nostra me ne avessero in collegio celata una parte.

Lo zio intanto, persuaso ch’io fossi speziale fin nel midollo delle ossa, non capiva talora come avessi mutato d’abitudini; come non soffiassi più nel fornello con tanta lena; come girassi il pestello nel mortaio con così poco entusiasmo. «Ma siccome nei casi dubbi io vado diritto al metodo analitico,» diceva egli un giorno al curato sull’uscio della bottega, «così scoprii che mio nipote legge di giorno, e legge di notte. Esce poco di casa, e ha di già sul tavolino il decimo volume del mio dizionario botanico. Lo misi per tempo al fornello, ed è là che ha capito d’essere nell’empirismo. Ora la sua impazienza lo porta a un assaggio precoce della teoria; la teoria lo trasporterà di galoppo nella pratica, e la pratica nella teoria. Son cose che io ho predette fin da quando l’ho destinato a questa professione.» E io che l’avevo udito dalla finestra, ritornavo alle meditazioni profonde, ai solitari giri della mia cameretta; e crollando il capo dicevo tra me: «No! io non sarò mai un venduto nè della spezieria, nè dell’io! Io non appartengo che all’umanità!»

Così passavo, leggendo e fantasticando, i giorni interi nella mia cameretta. Era l’antica cameretta, che mi aveva veduto salutare labellaimitando, a cavallo d’un bastone, il guerriero del paracammino. Al paracammino ritornava qualche volta il mio sguardo, ma non vi leggeva più nulla; non ci ritrovava più i sogni, le emozioni d’una volta. «Come c’invecchiano» dicevo tra me «gli studi pratici, itrovatidell’avvenire!» E a ogni nuovo pensiero era una passeggiata per la camera e una fermata alla finestra. Che se poi vedevo spuntare da lontano un elmo che mi annunziava il gendarme del paese, subito mi ritiravo, gustando la voluttà del sentirmi compromesso. E tornavo ai miei studi, alla mia scienza, agli opuscoli e ai foglietti di Marcello. Leggerli e rileggerli; fantasticarci sopra, e capirne poco, era tuttoil mio grand’affare. Ma i forti pensieri mi avevano così alienato dai decotti e dalle malve, che il mio maggiore studio era di lasciarmi trovare men che potessi dallo zio, cambiando il supplizio dei fornelli con un esilio nella mia cameretta. La noia però veniva piano piano a sedersi vicina alle mie nuove meditazioni, e cercava sedurmi fin col tintinnìo degli aborriti pestelli: poi, mi conduceva e riconduceva alla finestra, a farmi fare le cento volte capolino in strada, o a tenermi intento a spiare dalle stecche della persiana.

Di là cominciai a guardare e riguardare la bionda testolina d’una fanciulla del fornaio, che aveva la bottega presso la nostra farmacia. La fanciulla usciva il dopo pranzo col panchetto sull’uscio a lavorar di maglia o a cucire, non saprei dire con qual punto, ma con punti che mi parevano piuttosto lunghi. Che strani capelli aveva quella fanciulla! Erano biondi; ma così lucidi, così chiari, così fitti che ti parevano un piccolo pagliaio, o una matassa di seta scompigliata. Non valevano a tenerli a dovere nè il pettine, nè le trecce, nè la dirizzatura: la rivolta era generale e permanente. «È un indizio!» pensavo tra me: «sotto quei capelli deve battere un cuore libero, indipendente!» Il fascino di quei capelli andava crescendo a ogni occhiatina ch’io mandavo loro dalla finestra. Le cose un poco strane mi seducevano sempre. La fanciulla che non s’era mai accorta di me, di tanto in tanto alzava gli occhi in su, e guardava le rondini che, passando, pareva la salutassero col loro acuto pigolio. Io mi facevo indietro, e mi sentivo montare il rosso al viso, quasichè ella mi avesse veduto e avesse udito i miei pensieri. Rimanevo un poco in agguato, zitto e senza battere palpebra; poi, piano piano, ritornavo a far capolino. Cos’era questa nuova agitazione, che non mi lasciava lontano un pezzo dallafinestra, e mi faceva spiare le rondini, sperando che tutte passassero per di là?... «Spiare le rondini, che ragazzata!» dicevo io, e pieno di vergogna ritornavo al tavolino degli opuscoli e delle forti cartoline. Ma anche nelle cartoline c’era un’insidia, e quei foglietti pieni di sorelle e di amanti, al cui grembo dovevamo correre a riposarci subito dopo la vittoria, conciliavano a maraviglia i capelli biondi con la nazione armata. Io sentii il dovere urgente d’avere una sorella o un’amante.

La mia fantasia fece in breve una lunga strada, come era suo costume. Ci furono dei soliloquii sull’amore nello stile di quelli sulla politica. Mi pareva già che l’esperienza delle due cose fosse in me profonda del pari; e a ragione. Non aspettai più le rondini per guardare in giù. Quali visacci facessi a quella fanciulla per rapirla in estasi, non lo so; certo non dovevano essere i più belli, perchè la poverina finì, io credo, col prenderne paura, e non si lasciò più vedere. E allora? Allora il san Carlo s’era fatto vicino, e addio capelli biondi.... bisognava ritornare alle Muse. Il tempo volava: che cosa dovevo far io?... Scrissi; scrissi una lettera alla figliola del fornaio, sfoggiando tutto quel poco che avevo letto sulla emancipazione della donna, sul suffragio universale, sull’imposta unica e progressiva.... una lettera amorosa insomma, destinata a far colpo, dacchè non ci ero riuscito con la mimica. La vettura, i bauli, gli addii della mia partenza avrebbero fatto chiasso; la figliola del fornaio sarebbe ricomparsa sull’uscio, e il fatal foglio avrebbe toccato il suo destino.

La mattina venne, e questa volta mio zio, più tenero del solito, non mi abbandonò un minuto. «Studia, figliolo,» andava dicendomi, «e l’anno venturo ti farò fare un passo da gigante.... ti metterò alle pillole!» Tutto era pronto; il vetturale non tolleravaaltri indugi; io mandai tutto all’ingiro un’ultima occhiata, ma i capelli biondi non erano comparsi. E io giunsi in collegio con la mia lettera in tasca.

Napoleone intanto, senza dirlo nè a me, nè a Marcello, aveva fatto il colpo di Stato. Marcello però lo seppe; ma dopo. Una sera, Marcello che aveva passata la giornata a casa sua, rientrato in collegio, radunò i suoi amici politici, ch’eran cresciuti di numero; e, caldo delle cose udite, ci narrò gli ultimi avvenimenti e larivoluzionedel Bonaparte contro il popolo francese. Il caso era grave: le parole di Marcello erano piene d’ira, e noi «che cosa si fa?» pensavamo: e siccome la risposta non veniva, mandavam fuoco dagli occhi, in mancanza di meglio. Finalmente io ruppi il silenzio, ed esclamai: «Bisogna agire!» Tutti mi guardarono, lieti d’avere questo peso giù dalle spalle, e che l’idea fosse venuta a me. «Sì, bisogna agire....» replicai, ma il difficile stava nel continuare. Feci una pausa: nessuno fiatava. «Agitiamoci!» ripresi.... e, per fortuna, suonò in quel momento la campanella che ci mandava tutti a dormire, e che a me apriva una scappatoia. «A domani» dissi allora, senza perder tempo, accorgendomi di tutta la responsabilità che m’ero tirata addosso, per avere aperto bocca per il primo. Come fui a letto, incominciai a fantasticare su questa maledetta idea che i miei compagni si aspettavano da me; e me la pigliavo con loro, perchè fossero stati così sciocchi da non averla saputa trovare essi medesimi. Finalmente l’idea buona capitò: quell’idea, voglio dire, che in tali frangenti pare sempre la migliore; l’idea di chiudere gli occhi per il momento, e di pensarci all’indomani.

Venne l’indomani, ma io non ci avevo pensato. All’ora della ricreazione ci fu il ritrovo promesso. Io tacevo; e, con mia sorpresa, m’accorsi che nessuno si curava ch’io parlassi. I miei compagni avevano trovata una insolita parlantina: a ciascuno premeva di metter innanzi le proprie idee, nella previsione che sarebbero state meno avventate e pericolose delle mie. I discorsi e i progetti politici cadevano sul modo di finirla con l’Europa e col collegio; cadevano sul colpo di Stato e sul rettore, che era il nostro Napoleone visibile. I più fregavan le mani, e dicevano: «Addio collegio, chi sa che cosa va a nascere!» A qualche altro pareva già di udire il rumore d’una rivoluzione per le strade. Quelli che vedevano gli affari un po’ meno color di rosa, e avevano la pazienza un po’ più lunga, speravano in un movimento slavo. Qualche altro, ancor più moderato, pur ammettendo che dovevano succedere dei grandi avvenimenti, limitava per il momento le sue aspirazioni a tramare di soppiatto qualche cosa contro la credenza o la cucina. Marcello taceva; gli altri evidentemente non erano maturi. Toccava a me: non si era concluso nulla di energico, e già gli occhi di tutti mi erano addosso, aspettando che dessi io il motto, per venirne a una. Se la riflessione non aveva saputo dirmi nulla, l’ispirazione a un tratto venne a levarmi d’impiccio. Mi passò per la fantasia, come un lampo, l’ultimo bigliettino dell’amico X, e la musa fu trovata.

Tornando indietro un passo, come spesso occorre quando si contano le novelle, dirò di volo chi fosse l’amico X. Chi fosse? Veramente io non lo sapevo: non l’avevo nè udito, nè veduto mai; ignoravo perfino come si chiamasse. Però avevo per lui un’adorazione cieca, profonda. Io mi sarei fatto appiccare, se ne avessi ricevuto l’ordine firmatoX. Il fratello maggiore diMarcello era in comunicazione diretta e continua con costui; ma neppure lui sapeva bene chi si fosse. Gli opuscoli, i foglietti, che Marcello portava in collegio, venivano da costui: a costui si mandava l’obolo mensile per gliStati Uniti d’Europa; e c’era, in ricambio, la parola d’ordine per la quindicina, le notizie, le istruzioni in parole brevi, ma che trascinavano nelle più alte sfere della perfezione umana. In un momento d’entusiasmo per l’amicoX, Marcello gli aveva direttamente inviata, per mezzo del solito contrabbandiere, una lettera in cui gli parlava della sua ammirazione per lui, della sua fede, de’ suoi propositi, e dei compagni di collegio che, discepoli ieri, erano in oggi apostoli fatti. Gli domandava la sua amicizia, e gli metteva a disposizione la propria testa, come tenue contraccambio di tanto onore. L’amicoXrispose: rispose poche righe, ma nientemeno che tutte di suo pugno. «Un autografo!» diceva Marcello. Quelle righe le imparammo subito a memoria, ed eccole qua:

«Giovine amico!

»Sì, giovine amico, gli eletti ascrivono voi e gli amici vostri tra i loro correligionari; la Fede vi ascrive tra i suoi apostoli armati. Voi siete la nuova gioventù; gioventù piena di candore e di fuoco; poema vivente, che ricongiunge la coscienza dell’oggi alla tradizione di secolare pensiero. Benedette le madri, che si incinsero in voi! Benedette le fanciulle del vostro amore, che comprimono sotto un pensiero di patria i palpiti del cuore, per salutare d’un sorriso il sacrificio del vostro apostolato!

«L’ora è sonata! L’udite voi, o giovani, questa novissima voce di turbine, innanzi a cui si schiantano e le querce e le dighe secolari? L’udite? È l’albadella rivoluzione sociale! Sì, giovani amici! All’annunzio d’un fatto, fate arma d’ogni cosa che ha ferro! È capo chi guida: guidate! Guai a chi si arresta; guai a chi vi parla di localizzazione di moti! Sdegnate i consigli prudenti; sdegnate quei moderatori vostri, che, diseredati della tradizione del vero, vi porgeranno il veleno di una esperienza fallace.

»X.»

«E voi ci pensate ancora?» esclamai io dunque ai miei compagni, i quali appunto perchè mi avevan veduto pensarci più di loro, si aspettavano la risposta da me. «Ancora ci pensate? Per pensarci più a lungo, bisogna essere diseredati della tradizione del vero! Che cosa diranno le fanciulle del nostro cuore?L’ora è sonata!ci fu detto: le istruzioni le abbiamo avute:all’annunzio di un fatto sorgete!Il fatto è avvenuto: a quest’ora la rivoluzione europea è scoppiata. Udii questa notte un lontano rumore verso i monti, un rumore cupo, indistinto, come di voci, di comandi, di gente che si affolla. È la rivoluzione che occupa a quest’ora le gole e i grandi passi dei monti. Luigi Bonaparte, e il suo preteso colpo di Stato, i despoti e le diplomazie che cosa sono mai! A quest’ora. Polacchi, Rumeni e Montenegrini sono in armi, e scendono dai monti! Sa il cielo come è vasto a quest’ora il movimento sociale! Agire entro le mura del collegio, cospirare contro il rettore, sarebbero tutte localizzazioni di moto. Osiamo! La rivoluzione è incominciata: noi siamo attesi: noi siamo in ritardo....»

«Ma.... e come si fa?» interruppe uno di quelli della localizzazione del moto.

«Discendenti di Spartaco! Vi arrestereste voi dinanzi all’antiporta del collegio? Che cosa dirà l’Europa di noi!...»

Io avevo vinto. Da un subito mutarsi delle facce de’ miei compagni, m’accorsi d’aver finalmente toccata la corda giusta. Raggiante del mio trionfo, e compreso della mia superiorità, incominciai a dare ordini e a formare disegni.È capo chi guida, aveva detto l’amico X, e io avevo in quel momento la coscienza, se non il brevetto, d’essere per lo meno colonnello. Cresciuto alla scuola militare de’ miei foglietti di contrabbando, potei in quattro parole riassumere ai compagni i cardini d’una strategia molto più comoda dell’antica, per la quale ci volevano eserciti e battaglie campali, e rimaneva tuttavia il rischio di perdere. Le istruzioni a stampa ch’io tenevo, mi avevano insegnato a distruggere i più grandi imperi e le più inveterate tirannie, con mezzi sicuri e semplicissimi. «Voi troverete forse» dicevo misteriosamente ai miei compagni «chi vi parlerà ancora delle migliaia di battaglioni e degli eserciti regolari. Utopìe del passato! Voi vi dovete ricordare che un uomo di buona volontà può moltiplicarsi all’infinito, e ingrossare come una valanga. Questa valanga è l’uomo-milione; l’eroe collettivo! Troverete chi vi parlerà di denaro, o di finanze, come dicesi nel vecchio linguaggio. Rispondete che se a loro le angherìe e i cento balzelli non bastano, voi con due soldi al giorno, pagati da ogni italiano spontaneamente, avrete quasi mille milioni all’anno!»

Dinanzi a queste prove matematiche di strategia e di finanza, nessun ragionamento in contrario avrebbe potuto reggere: ogni dubbio, se pur ce n’era alcuno, svanì ne’ miei compagni. L’entusiasmo fu generale, le deliberazioni furono prese all’unanimità. Si deliberò nientemeno che di svignarsela tutti, sull’imbrunire, dal collegio, per non far attendere più a lungo i nostri fratelli della rivoluzione europea. Marcello taceva. Le mie parole avventate non l’avevano punto persuaso; ma c’eraun progetto ardito da compiere, un pericolo da affrontare, e ciò bastava perchè Marcello accettasse la sua parte senza discussione. Ci demmo ritrovo all’antiporta del collegio; e là, se avessimo trovato il portinaio in uno di quei brevi intervalli in cui, per sbraciare colla palettina il caldano, dava sosta al sonno, là si sarebbe deciso, se conveniva farselo amico con un po’ di quattrini, o metterlo in disparte con un po’ di pugni. Dataci la mano, fatto un giuramento solenne, ci lasciammo, impazienti che venisse l’ora del tramonto per compiere l’impresa. Per giunta, ciascuno promise di condurre qualche altro compagno di quelli che non erano della congiura.

L’ora del tramonto venne. Il cuore mi batteva forte, e mi diceva che questa era la più grossa di quante mai ne avessi fatte. Data un’occhiata di intelligenza ai compagni che mi dovevano seguire, quatto quatto uscii dal camerotto della ricreazione. A salti fatte le scale e i corridoi, fui in un attimo all’antiporta, e ci trovai Marcello. Spiammo il portinaio.... Dormiva. Ma non eravamo che noi due. «Siamo i primi,» dissi a Marcello: e fummo anche gli ultimi. Il silenzio profondo, la tranquillità della strada, mi lasciavano qualche dubbio sulla insurrezione universale. Si poteva udire il ronzìo d’una mosca, ma non si udiva voce alcuna di insorti. Un’altra voce piuttosto udivo dentro di me, una voce che in tutta confidenza mi diceva di tornare indietro e di andare a cena. Ma l’agitazione, il dispetto, il puntiglio mi cacciavano innanzi; così, tra queste due forze contrarie, io rimanevo immobile, e per primo, contro le mie stesse ingiunzioni,localizzavo il moto. Quando a un tratto, la voce del rettore che ci chiamava tutti e due rintronò per i corridoi del collegio, e in un accento che già ci annunziava essere perduto, se non l’onore, il pane e il formaggioper quella sera. Marcello allora mi scosse e mi gridò: «Avanti!» In due salti attraversammo lo stanzone del portinaio; io giunsi fuori dell’uscio per il primo e misi piede nella strada. Ma intanto il portinaio, che dormiva e non dormiva, aveva già pigliato per le falde del vestito Marcello, e iniziata una lotta che doveva finire col trionfo del potere. Al primo accorgermi di quel tafferuglio, io m’ero fermato, e stavo per slanciarmi in soccorso di Marcello. Quando, due mani colossali e vigorose d’un anonimo, che mi colsero alla schiena, mi fermarono di botto, e mi costituirono prigioniero. Non mancai di dibattermi alla meglio, facendo arma di tutto, come dicevano le mie istruzioni militari, fin dei denti e dei tacchi. Udendo il passo di qualcuno che capitava, cominciai a gridare, sperando, a dispetto questa volta delle istruzioni, un alleato. Era un soldato austriaco, che tutto d’un pezzo, colla pipa in bocca, e il passo flemmatico, tirava diritto, senza neppure voltare la faccia dalla parte ove io gridavo a tutta gola. Gli Slavi non erano insorti! Quest’ultimo disinganno venne a compiere la mia sconfitta; e poco dopo tra un viavai di prefetti e di camerieri, io e Marcello eravamo dinanzi al rettore.

Chi era quell’anonimo che mi ricondusse in collegio, lasciandomi il segno delle sue dieci dita nelle braccia? Era il cuoco del collegio, quel cuoco col quale avrebbero voluto intendersela i moderati! Così, io e Marcello fummo chiusi in camera per una settimana: Napoleone potè incominciare tranquillamente il suo regno; e in collegio il brodo della minestra rimase lungo come prima.

Da sessant’anni, la politica aveva solo due volte leggermente increspate le acque tranquille del miopaesello. La prima volta fu quando un giacobino del capoluogo venne a piantare sul sagrato l’albero della libertà. I curiosi erano corsi in frotta, credendolo l’albero della cuccagna; ma, quando si accorsero che non c’erano i polli, se ne andarono per i fatti loro: così contano alcuni di quel tempo. La seconda volta fu nel quarantotto, quando mio zio tirò fuori il berretto da velite, e lo tenne in capo per quattro mesi, giorno e notte. Questi due avvenimenti erano per il mio paese le colonne d’Ercole della politica: non si andava più in là.

Finiti gli anni del collegio, e da un anno staccatomi dal mio Marcello, dopo avergli giurata però fedeltà fino alla morte, mio zio mi richiamò a casa per fare pratica di farmacia, e quindi avviarmi all’Università. Io mi aspettavo, in buona fede, di ritrovare anche il mio paesello commosso dai grandi problemi sociali, persuaso com’ero che ogni nuova pagina delle mie letture, ogni teoria, ogni idea nuova per me, fossero tutte luminose scoperte che corressero ed agitassero il mondo intero in quel momento, come agitavano ed esaltavano me stesso. Ma sia che i grandi problemi sociali avessero presa altra strada, o fossero tuttora in cammino, per quanto mi facessi a interrogare e a cercare, nessuno siagitava, nessunodubitavacon me. Dubitavano alcuni che, per il lungo asciutto, i fieni sarebbero stati scarsi; ed altri, che l’oste avesse tagliato il vin vecchio con quel nuovo. «Queste sono aberrazioni d’uomini, ma non di popoli,» dicevo sulle prime, col mio autore, e continuavo nelle mie ricerche. Parlai dell’imposta progressiva, e mi fu risposto che si preferivano le imposte stazionarie. Nessuno pensava a distruggere il capitale; nessuno ne aveva ribrezzo! Nessuno insorgeva contro il salario; anzi, chi ne era senza, faceva di tutto per averlo. Nella mente di quei villici non si agitavanessun vasto problema; e, se correva qualche scappellotto, non era mai in nome dei grandi principii dell’avvenire.... nemmeno in nome di quelli dell’ottantanove! Mi persuasi che questi villani non eranopopolo, e che ilvero popolodoveva essere tutt’altra cosa.

«Ma la vita è missione!» dicevo tra me. «Costituitevi sacerdoti, agitate!» Solo non sapevo da qual parte incominciare; non sapevo chi dovessi agitare per il primo. Agitare mio zio?... il curato?... il fornaio?... Dopo maturo esame, incominciai il mio apostolato giocando a briscola, nella bottega del tabaccaio, con due spiantati che ci passavano la giornata a bicchierini d’acquavite. Trovai in questi due, che la sorte fece poveri e dimenticati, una così pronta intuizione delle più ardue questioni sociali, da sperar bene dell’umanità. Inflessibili nei principii, ed uomini pratici soprattutto, mi svelarono fin dal primo giorno che il fornaio era un aristocratico, e che bisognava dare un esempio. Orgoglioso di questo mio primo successo, ripresi più alacremente il mio apostolato di agitazione, anche al di fuori della bottega del tabaccaio. Sminuzzai il pane della scienza; cominciai dalla costituzione dei valori e dall’organizzazione delbuon mercato. Ma quegli zotici, anzichè demolire l’idolo dell’io, presero a ridere di me. In breve furono tutti convinti che avevo, come si dice nel mio paese, dell’estro, cioè una vena di matto. Io mi confortavo, ripetendomi che queste erano «aberrazioni d’uomini, non di popoli,» e continuavo più che mai ad agitare, non fosse altro, me stesso. A poco a poco tutti mi si facevano più lontani, fuorchè il caporale dei gendarmi, il quale mi si faceva un po’ più accosto. Deluso e sconfortato, feci ritorno alla bottega del tabaccaio, ove almeno, dicevo tra me, c’è potenza di fede, c’è coscienza di popolo e di azione. Il mio curato,di tanto in tanto, pigliandomi a braccio, cercava d’acquietarmi un po’, confutando la mia scienza col buon senso, o con esempii dell’antico Testamento. Ma tutto era inutile, e il buon uomo di soppiatto mi indirizzava persino dei segni di croce, nel dubbio che qualche demonio ci avesse la sua parte. Mio zio, per essere uomo troppo severo, non mi ammoniva mai. Una prima mancanza non era un fatto abbastanza grave per lui, da farne oggetto d’una sua ammonizione: e l’ammonire per una seconda, era quanto il confessare d’averne lasciata una impunita. Mio zio, in questi casi, per levarsi d’imbarazzo, ricorreva alla sua teoria, che cioè «nelle contingenze difficili della vita, bisognava innanzi tutto procedere all’analisi dei fatti.» E con ciò aveva ogni volta l’opportunità di qualche grande discussione di filosofia col curato, nella quale, coll’appoggio di molti autori e di molti testi di chimica, riusciva di una incontrastabile superiorità.

Mio zio teneva dietro in silenzio a queste mie smanie di plasmare e fondere tutti gli uomini della terra, di fare scomparire ogni ineguaglianza, di rendere tutto di un medesimo colore; e presto s’era accorto di tutta l’analogia che c’era tra le mie teorie e quella del far le pillole. Nei grandi assiomi, ch’io tracciavo a brevi linee su qualche fogliuzzo di carta, o che proclamavo come trovati indispensabili per la salute della società, egli ravvisava una precoce tendenza per le ricette, una fede indomita nella farmacia. Convinto dunque mio zio, che tutto il male proveniva dallo squilibrio, in cui si trovavano le mie forze intellettuali con la mia posizione sociale, pensò di sciogliere la questione con un colpo decisivo, e mi mise alle pillole.

Povere pillole! Bisognerà però che torni indietro un passo, per spiegare ancor più chiaro in quale disposizioned’animo me le pigliassi. Era ritornata da qualche tempo in paese la bionda figliola del fornaio, che non avevo più riveduta, dopo la lettera che le avevo scritta e che m’era rimasta in tasca. Era tornata da un paese vicino, dove aveva passato qualche anno in casa d’una vecchia zia; ma non era più la fanciulla in gonnellino corto, che dalla finestra, ove io sospiravo per lei, vedevo correre saltelloni, lasciando sprigionati per ogni verso i suoi biondi e fitti capelli, e che ricambiava i miei palpiti con altrettanto affetto per le ciliege: era una giovanetta tutta seria, timida, ravviata, e che per un nulla si faceva rossa in viso, come spesso avviene alle anime buone e gentili. I suoi capelli, fatti più docili e più oscuri, avevano preso il colore lucido dell’oro; e i suoi due grand’occhi celesti, pieni di una serena bontà, si abbassavano vergognosi a terra appena s’accorgevano d’essere guardati. Il mio curato l’aveva battezzata per Cleopatra; ma i suoi di casa avevano tirato il nome in diminutivo, e la chiamavano Luigina. L’arrivo della Luigina aveva messo sossopra il garzone del ferraio, il galoppino del comune, un chierico, un figliolo del maestro, tutta insomma la gioventù brillante del paese. Io che avevo fatti gli studi, e che ero il nipote dello speziale, dimenticai la democrazia e sentii tutta la mia superiorità. Non so se in nome dell’amore antico o di un amor nuovo, se per passatempo, per puntiglio, per vanagloria, o per quell’istinto di tirannìa di cui sono calunniati i demagoghi, decretai la conquista diCleopatra, senza pensare ch’essa era la Luigina. Ecco perchè a un tratto mi mostrai preso da un desiderio irresistibile d’imparare i secreti dell’impastare, e la meccanica del burattello e del frullone. Il fornaio non la finiva più nell’insegnarmi l’arte, e andava in visibilio per il mio interessamento e ancheper la mia degnazione. A ogni minuto ero da lui, quantunque i miei amici politici, quelli della bottega del tabaccaio, l’avessero segnato come un aristocratico, e non gli pagassero nemmeno il conto per non transigere con lui. Ci andavo però un pochino di soppiatto, e con alcune precauzioni, perchè non mi tradissero le imbiancature della farina, e un certo odor di pan fresco. La madre della Luigina s’era subito accorta ch’io m’andavo infarinando in qualch’altra cosa; e credendosi d’una furberìa senza pari, tutto il giorno era sul far mosse strategiche per lasciarci soli, o per metter paglia sul fuoco: io era un buonpartito, e bisognava farmiabbruciacchiare le ali. In pochi giorni io avevo dichiarato alla Luigina il mio amore, la mia passione, il mio delirio, sfoggiando tutti i sentimenti classici della mia antologia latina e tutto il linguaggio romantico della mia scuola politica. La Luigina rimaneva come trasecolata; si faceva tutta rossa, e, alzando il gomito, cercava nasconder la faccia: poi fuggiva. E io allora, vedendomi incompreso, un po’ facevo l’infelice, non affatto malcontento di fare una cosa nuova, un po’ mi stizzivo davvero, e davvero sentivo certe prime punture che dovevano essere quelle.... chi lo sa? dell’amore.

E fu allora appunto che mio zio, dopo i più maturi riflessi, era venuto nella conclusione di mettermi alle pillole.

Passavano i giorni e i mesi, ed io mi facevo sempre d’umor più nero, più stizzoso, più annoiato. Gli andamenti di questo mondo non li vedevo che attraverso laGazzetta ufficiale, che me li faceva parere, come la belladonna, sempre più gialli e nauseabondi. La Luigina si faceva sempre più rossa, e scappava sempre.Il mio povero zio principiava a parermi un tiranno; e le sue pillole, lavoro senzacoscienza di azione, mi parevano un agguato della cospirazione moderata e dottrinaria. Fino allora non avevo mai parlato di Università, dove avrei dovuto studiare una scienza che disprezzavo. Ma ormai, poco contento del mio apostolato, della Luigina e dei cittadini delle campagne, cominciai a tempestare lo zio, il quale mi rispondeva che un po’ più di pratica m’avrebbe giovato per la teoria, tanto più che non eran gli anni per una spesa così grossa; che la campagna andava male e i paesani facevano senza medicine, o al più, comperavano un cerotto che bastava per tutto l’anno, per tutta la famiglia e per tutti i mali.

Fu in mezzo a queste mie traversìe, che un bel giorno mi venne il pensiero di cercar rifugio e conforto in un’antica e misteriosa conoscenza, nell’amico dell’amico Marcello, in quella X che risplendeva tuttora nella mia fantasia, con l’egual fascino e con l’eguale potenza. Io non avevo mai scritto all’amico X, e questa prima lettera mi tenne in faccende per un mese. Feci e rifeci; rubai qua e là qualcosina dai miei autori, e misi assieme degli squarci che mi lasciarono per un pezzo molto contento di me. Cercai salvare la minuta del mio scritto dal pericolo dei tre gendarmi del paese, sotto una tegola del tetto; ma le intemperie profane non la perdonarono che a queste poche righe. «....perocchè l’Austria non può essere vinta che fissando l’angelo della vittoria con intrepida adorazione del Vero. Gli eserciti non valgono se chi li affronta è popolo fatto Principio e pugna armato di quella Fede collettiva, che è armonia di anime viventi nel Fine. La sètta faziosa che chiamasi maggioranza, ribelle all’Idea in cui solo risiede il diritto, cospira per un patto sociale che non è edificio, ma rintonaco di sepolcro. Noi saremomiliti e sacerdoti: militi e sacerdoti di quel Vero che, spiccando il volo sull’ali della coscienza progressiva, dai ruderi dell’io, concreterà la vita collettiva nella patria delle patrie, l’Umanità....» E qui, se ben mi ricordo, venivano i miei convenevoli, poi il mio nome. Ma appena scritto il mio nome, mi vennero in mente i tre gendarmi; e ripigliata la penna, tirai pian piano sulle lettere altrettanti ghirigori. E di più, pensandoci, vidi che quel mio nome, ad eccezione dell’Adalberto, era troppo volgare. Più che per un programma del futuro, mi parve fatto per una spezieria del presente; ne arrossii, e, dopo averci meditato, scrissi in fin di pagina, con un coraggio da leone,vostro Adalberto dalla ròcca merlata, e consegnai la lettera al contrabbandiere che mi vendeva i libriccioli politici.

Per un mese fui sulle spine. Finalmente una sera il contrabbandiere mi fece un cenno con l’occhio, per farmi capire di andargli dietro, e mi condusse a casa sua. Fosse la lettera dell’amico? pensai tra me, e il cuore mi batteva forte, come quando aspettavo una di quelle risposte della Luigina, che non giungevano mai. In un cantuccio della cucina, da una gerla piena di stramaglie, tra i pacchi di sigari falsificati, di caffè di cicoria e di carte da giuoco senza bollo, mi cavò fuori finalmente, il mio contrabbandiere, un foglietto sottilissimo piegato a guisa di lettera, e su cui stava scrittoAdalberto. Non c’era più dubbio; pagai senza economia il porto, e corsi a rinchiudermi in camera per assaporare, e meditare in pace il mio prezioso manoscritto. Apersi il foglietto, ed eccolo qua:

«Caro conte!

«Il nome di Adalberto me lo apprese Marcello, tra i nomi di quegli ardenti e candidi giovanetti, cheper angelica ispirazione del Vero protestavano per tempo contro le false esercitazioni del pensiero. Voi dunque volete essere tuttora coi buoni, a cui la tradizione dell’Umanità collettiva diede l’intuizione dell’avvenire! Io già vi amo come fratello! Voi sarete, caro conte, leva irresistibile di azione intorno a voi, mentre col largo obolo del vostro censo, potrete sorreggere anche altrove il lavoro di altri buoni. — Riceverete mano mano le istruzioni dell’azione collettiva.

»Nel popolo, fanciullo dell’Umanità, vive e respira la spontaneità dell’Innocenza, che la è Virtù inconscia; noi professiamo la Virtù, che è lotta e fatica. Ma congiunti in forte armonia, avremo la melodia dei popoli, che è murmure d’angeli e fragore di folgori.

»Abbiatemi sempre più che amico, fratello.

»X.»

Rimasi per tutta quella sera, e per il giorno dopo, e per molti giorni ancora, abbagliato e intronato, tante erano le emozioni e le nuove fantasie che si facevano ressa nel mio capo, dopo la lettura di quella lettera. Il signor X, mi chiamava nientemeno chefratello: io ero un iniziato nell’azione collettiva; io ero unbuono; i buoni avrebbero saputo il mio nome; ero un eletto dell’intuizione dell’avvenire! C’era da perdere la testa per la consolazione. Però, bisogna che lo confessi, la cosa che mi fece maggiore impressione fu quel caro conte. Io non avevo mai veduto un conte, ma gli avrei ammazzati tutti, tanto gli odiavo. Ora il mio X, l’uomo perfetto, mi chiamavaconte, per un equivoco senz’altro, ma pure senza inorridirne, e dicendomi con tanta compiacenzafratello. Dunque, pensavo tra me, in certi casi si può essere anche un conte. Nel mio caso, peresempio, io sarei a un tempo un conte e un galantuomo. E bisogna convenire, continuavo tra me, che il chiamarsi Adalberto conte della ròcca merlata, non sonerebbe male; e me ne verrebbe della dignità e del rispetto, di cui, ben s’intende, userei per il trionfo della democrazia universale. Queste idee mi andavano così a sangue, che in poco tempo mi feci mitissimo con le contee, e mi sorpresi un giorno allo specchio, col volto composto alla maggior dignità, contemplandovi il conte della ròcca merlata, che per essere il primo conte che vedevo, mi pareva tale da riconciliarmi anche con gli altri. Risposi all’amico X, e tacqui sull’affare delconte. Ed egli da capo a darmi delconte, e io duro a pigliarmelo in santa pace.

Passavo i mesi in queste mie nuove beatitudini, che mi facevano quasi dimenticare l’orrore della spezieria, e anche un po’ l’amore per la Luigina: quando una notizia dolorosa e misteriosa venne a scotermi profondamente, e a richiamarmi a quel po’ di serietà che pure c’era in me. Leggendo un giorno dal curato laGazzetta ufficiale di Milano, trovai queste due righe tra le notizie delle province: «Marcello N., dottore in legge, noto per fatti e sentimenti antipolitici, venne arrestato in.... la notte del 27 corrente.» Era la prima nuova che avevo del mio buon Marcello, dopo che mi aveva salutato baciandomi all’uscir di collegio.

Il primo ordine che ricevetti dall’amico X fu di costituire un comitato rivoluzionario per il mio paese e per i paesi vicini. «Dove vado io a fare il comitato?» Volevo parlarne a quei due del tabaccaio, ma da qualche tempo m’era nato il sospetto che bazzicassero dal commissario, e che l’oro fatale me li potesse corrompere.Cercavo bene di mantenerli nel campo della rivoluzione europea, a bicchierini d’acquavite, ma la mia fiducia in loro non era più così serena come per il passato. Alla fine mi decisi. Scrissi che il comitato era fatto, e il comitato ero io. Il comitato fu richiesto del suo obolo mensile per la cassa centrale, e di tanto in tanto di qualche prestito straordinario; prestito di cui si avevano in ricambio i titoli di credito inscritti sul gran Libro dell’avvenire. Per non dire che al comitato non era riuscito di affigliarsi anima viva, e per non smentire la mia contea, presto mi trovai al verde, e finii un bel giorno col fare il mio primo debito con un cittadino delle campagne che pizzicava un po’ dell’usuraio. Ogni quindicina ricevevo poi in ricambio delle grandi novità: prossimi moti in Polonia, più prossimi ancora in Calabria, vicine le barricate a Parigi, e vicinissimi i soliti moti degli Slavi. Il comitato doveva tenersi pronto con la sua vasta associazione a occupare i grandi passi dei monti, dove avrebbe trovato altre vastissime associazioni. Occupati questi passi, a un dato cenno, dovevamo rotolar sassi sul territorio nemico; chi avesse avuta una picca poteva discendere a molestare ancora di più lo straniero. Resa così vana ogni nuova calata di eserciti, quei del piano e delle città, avrebbero in breve trionfato dei pochi satelliti nemici, mentre un proclama scritto in due o tre lingue avrebbe trascinati nel nostro campo interi battaglioni. Il mio comitato poi ne rispondeva alla sua volta delle belle. Un muratore, che non aveva avuto lavoro in certe opere di fortificazione, si sfogava in piazza dicendo che quelle muraglie si potevano buttar giù con un soffio....; e il comitato scriveva all’amico X che sorgevano dei fortilizii, ma che l’associazione poteva fin d’ora far calcolo sui mezzi con cui la rivoluzione se ne sarebbe resapadrona al primo segnale. Un gendarme un po’ brillo aveva mormorato contro il sergente all’osteria.... e il comitato scriveva: «Il malcontento nell’armata è al colmo, generale ormai il pensiero di far ritorno alle proprie case; si organizzano vaste diserzioni: il comitato ha su di ciò informazioni positive, per rapporti coll’armata stessa: il comitato veglia e lavora.»

Come mai potevo credere con tanta buona fede tutto ciò che mi si scriveva, e come mai alla mia volta potevo scrivere tante storie, quasi con altrettanta buona fede? Non lo so, ma pure era così. Certe parolone abbruciano il palato, e domandano ogni giorno delle parolone ancora più grosse. La vanità infantile poi, del trovarsi partecipe e quasi arbitro di grandi destini, è tale seduzione, che conduce a sostituire al vero il fantasma. Oh i begli anni!... e come ero giovane allora! E l’amico X era anch’egli giovane altrettanto? Lo incontreremo più tardi.

Le alte imprese a cui credevo di attendere, il fumo delle grosse parole, l’ingenua credenza che le idee ruvide e brusche fossero forti pensamenti, avevano finito col farmi pigliare così sul serio la mia parte, ch’io m’andavo mutando di carattere; tanto che, senza avvedermene, l’umore mi si faceva triste e l’animo non buono. Io mi credevo un repubblicano di Sparta, e non ero che un repubblicano del villaggio. Venne anche un giorno in cui mi dissi stizzito: «la Luigina non fa per me!» Ciò voleva dire ch’io non comprendevo più la semplicità modesta, la bontà tranquilla, serena. «Cleopatra,» dicevo io alla Luigina, «tu non mi ami: se tu intendessi l’amore, come io lo intendo, tu insorgeresti contro i pregiudizi di questa vecchia società; volerestinelle mie braccia, e fuggiremmo insieme. Così io l’ho inteso, così l’ho sognato l’amore! Rialza, o Cleopatra, la grande bandiera dell’Eva!»

Povera fanciulla! Prima ancora che il comitato fosse venuto a scompigliarmi maggiormente il cervello, una volta, fattomi ardito, l’avevo trattenuta susurrandole qualche parolina. Da quel giorno, con gli occhi a terra, e turbata, ella mi ascoltò più volte. Non rispondeva parola; pure, quasi impietrita, non sapeva allontanarsi da me. Ma quando più tardi cominciai a tormentarla con le mie follìe, e a parlarle d’amore con le parole che imparavo sui libriccini di contrabbando, la vidi di nuovo fuggire per non rivederla che a più lunghi intervalli.


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