X.

Ogni anno, alla metà di giugno, il marchese Antonio andava con tutta la famiglia a Castelrenico per il raccolto dei bozzoli. Ci andava come per tradizione domestica; ci andava perchè c’era sempre andato fin da bambino quando ce lo conduceva suo padre; ma poi quando c’era, l’ultimo de’ suoi pensieri erano appunto i bachi ed i bozzoli. Ogni anno succedeva così; e ogni anno quando veniva quel tal giorno che stava fisso nella mente del marchese, insieme a qualche altra data di questo genere, cascasse il mondo, bisognava partire. Anche in questo egli imponeva a sè ed ai suoi una specie di disciplina rigida, inesorabile, ch’era di tutto suo gusto, e ch’egli soleva mettere in ogni alto più semplice e naturaledella vita. L’andare in campagna, il viaggiare, il divertirsi, fatti da lui, parevano tanti atti d’ubbidienza a una consegna; una risposta, una opinione, un complimento, detti da lui, parevan sempre preceduti da un rullo di tamburo. L’ingegnere Mevio pretendeva di avere scoperto che il marchese, quando beveva un bicchier d’acqua, lo beveva in tre tempi. E tutto ciò, probabilmente, perchè nel marchese la smania del comandare era così prepotente da non permettere una disubbidienza neanche a se stesso.

Una grave disubbidienza però veniva commessa da qualche anno da’ suoi bachi di Castelrenico, i quali, chi alla seconda, chi alla terza, chi alla quarta muda, si scioglievano dalle brighe di questa vita, senza darsi pensiero di ciò che avrebbe detto il marchese. Il marchese da principio ci aveva badato poco; ma poi, dovendo rispondere a chi gliene chiedeva conto, e sentendosi da ogni parte far delle osservazioni e dar dei pareri, cominciò a perdere la pazienza, e a domandarsi se questa condotta indipendente de’ suoi bachi fosse o no compatibile col suo decoro. Pare concludesse per il no, perchè dopo aver lasciato travedere all’ingegnere Mevio qualche proposito sibillino, fu veduto, nell’inverno dell’anno a cui siamo arrivati, scartabellar libri e opuscoli sui gelsi, sui bachi e sulle bigattiere. Venuto poi l’aprile, cominciò a dire apertamente che fino a quel punto i bachi di Castelrenico se n’erano andati alla malora per la ragione semplicissima che li avea lasciati fare a loro piacimento, ma che ora era deciso a cambiar registro. Poco dopo annunziò che quell’anno la direzione dei bachi la pigliava lui; che il metodo sarebbe stato tutto suo, e che si sarebbe andati tutti a Castelrenico un mese prima del solito; soggiungendo, come fosse una parte del metodo anche questa, che si doveva passare il rimanentedell’estate a Baden-Baden, e a Parigi: così si aggiustava la partita anche con la marchesa Giulia, e in modo che nel cedere si aveva l’aria di comandare.

Il metodo del marchese Antonio ebbe subito un primo risultato bonissimo, e fu quello di liberare, un buon mese prima, l’avvocato Massimo dalle cortesie della famiglia del marchese e dagli imbarazzi che ne venivano di conseguenza; imbarazzi che ormai non sapeva più come nascondere. Ai primi di maggio, il marchese Antonio s’era già trapiantato in Castelrenico coi suoi di casa; aveva già rese note con una certa solennità le sue intenzioni, e messi i primi fondamenti del metodo. Il metodo del marchese, che com’egli aveva dichiarato non sarebbe stato quello di nessun autore (perchè, come diceva lui, questi tali che scrivono è molto raro che allevino dei bachi davvero, e quelli invece che li allevano non son di quelli solitamente che scrivono), doveva aver per base una specie di disciplina militare. Egli si considerava come il generale in capo, e il fattore doveva essere il suo aiutante; poi venivano de’ sovrastanti ai quali, con un salto alquanto brusco nella gerarchia, aveva dato il nome di sergenti; i coloni erano altrettanti caporali che dovevano tener in riga i militi, i quali, s’intende, erano i bachi.

La sua massima era che ogni cosa, perchè vada bene, deve avere una organizzazione di ferro. E ad impiantar bene questa organizzazione di ferro, il marchese rivolse con sollecitudine le sue prime cure, chiamando il fattore, i sovrastanti, i coloni, ora a uno a uno, ora tutti insieme; dando ordini, spiegando il metodo, e strapazzando tutti in anticipazione. Il metodo, come si vede, si basava specialmente sul terrore. Questi poveri diavoli, più sentivano farsi buia e intronata la testa dalle spiegazioni e dalle minacce del marchese,e più si affrettavano a dire di aver capito tutto a un puntino, tanto erano spaventati; e il marchese si compiaceva già dei buoni risultati che principiava a dare il suo metodo.

Con gli altri poi di maggior calibro, cioè col consigliere Rocca e con don Gilberto, che, come di consueto, venivano a fargli visita in Castelrenico, con l’ingegnere Mevio e col curato, il marchese dava delle spiegazioni un poco più diffuse e ragionate. I suoi concetti sull’allevamento dei bachi erano desunti con una logica stringentissima, e con la previsione di tutti casi. Il problema era messo al muro; era risoluto; a meno che, ed era questa la sua sola concessione, a meno che non facesse difetto l’opera dell’uomo. Ma questa ipotesi era ammissibile ancor meno delle altre, in grazia di quella tal disciplina di ferro. Così, dopo aver tenuto i suoi uditori in una breve sospensione d’animo, li riconfortava con la riprova che il problema era di una precisione matematica.

Ma non tardarono anche per il problema a venire i giorni difficili, i giorni in cui ci voleva tutta l’imperiosità del marchese Antonio per mantenere negli altri la convinzione che i suoi bachi andavano a maraviglia, e che se qua e là c’eran dei guai, erano per così dire scappatelle di gioventù, malucci preveduti, cose di nessun conto. Guai a chi mostrasse il menomo dubbio! E lo seppe il consigliere Rocca, che un dopo pranzo, passeggiando col marchese e con l’ingegnere Mevio, e volendo in proposito distinguere ed obbiettare, si pigliò una strapazzata più forte di quelle solite che gli capitavano quando parlava di politica, o giocava a tarocchi. Il consigliere Rocca, ch’era piuttosto ostinato, senza cedere sul punto di chiamar gravi i traviamenti dei bachi del marchese, volendo andare in cerca d’unaqualche causa remota per salvare il metodo, cominciò a porre la questione se le vicende politiche, e i nuovi tempi, non ne avessero, a guardarci bene, il loro tanto di colpa, visto che in passato le cose avevano proceduto diversamente. Ma fu un tasto scelto male, e che diede motivo al marchese di dargli sulla voce ancor più forte di prima. Il consigliere, a cui pareva sempre di far torto alla magistratura a cui aveva appartenuto, se non sviscerava ben bene le quistioni, cominciava già a metter in fila gli argomenti per rispondere al suo contraddittore; e a guisa d’esordio aveva già cominciato col dire che si accingeva a una imparziale disquisizione di quella sua tesi dubitativa, e che non essendo tra quelli a cuileviores coniecturae sufficiunt, avvegnachè.... ma s’interruppe a un tratto da se medesimo, per domandare in un tono più semplice, e come tra parentesi, se era vero quello che si diceva in paese, che cioè la casa dinanzi a cui passavano era stata venduta. La comitiva, che era di ritorno dalla passeggiata, passava in quel punto dinanzi alla casa dell’avvocato Massimo.

«Ma come va questa faccenda?» domandò anche il marchese, a cui non dispiaceva il mettere da parte per un momento i suoi bachi.

«Ma ce n’è un’altra!» continuò il consigliere, «ed è che in questi giorni il socero dell’avvocato mi mandò una lettera e un memoriale per pregarmi di trovare appunto all’avvocato Della Valle un impiego qualsiasi. Non dirò qui, perchè non è questo il momento di parlarne, che in primo luogo io non ho impieghi da distribuire, e che in secondo luogo con gli uomini influenti della giornata io non ho a che fare; dirò solo che al ricevere quella lettera e quel memoriale non ho esitato a dire tra me, che quel famoso impiego dell’avvocato,di cui s’è tanto discorso, o se n’è andato in fumo, o non c’è stato mai!»

«Ma, a proposito, come va anche quest’altra faccenda?» domandò di nuovo il marchese dirigendosi a Mevio che gli camminava accanto. «Lei deve saperne di certo qualcosa.... dica su!»

L’ingegnere Mevio fissò il marchese, poi gli disse piano: «Parliamo d’altro; a quattr’occhi le dirò tutto.»

Il marchese Antonio fu colpito dall’insolita espressione di serietà e quasi di mestizia, con cui gli aveva risposto l’ingegnere; non aprì più bocca, e il consigliere trovò per il momento il suo tornaconto a fare altrettanto. Giunto a casa, il marchese con una breve manovra consegnò il consigliere a sua nuora; poi, come lo vide imbarcato in un discorso dei più fioriti, fece cenno a Mevio di seguirlo; lo condusse nel suo studio, lo fece sedere, e col tono secco di quando si faceva serio, «Ingegnere,» gli disse, «eccoci a quattr’occhi; dica su!»

«Signor marchese,» prese a dire l’ingegnere, «Mevio ha la fortuna d’esser sempre di buon umore, ma se lo vuol vedere farsi serio anche lui, gli parli adesso del povero avvocato Della Valle. Proprio così! Chi avrebbe mai detto che l’avvocato Massimo, di cui in fin de’ conti sono amico da pochi anni, dovesse essere proprio quel tale da mettermi la malinconia addosso! Ma cosa vuole, signor marchese! il giorno in cui l’avvocato si decise ad aprirsi con me l’ho veduto piangere come non ho veduto nessuno, e m’ha talmente commosso proprio insino al cuore, che non me lo so togliere dalla mente. Ho cercato, e cerco sempre io di consolarlo, ma con un uomo così disperato, come si fa!»

«Ho capito! Galanterie della moglie!»

«Eh!... ero quasi per dire, fosse qui tutto il guaio, ci sarebbe un rimedio....»

«Ha un rimedio lei?...»

«Capisco... ma insomma il guaio non è questo. Il guaio è stato.... è stato il solito guaio della giornata! Si vuol vedere il fumo, e non si bada se c’è anche l’arrosto!»

«Dice bene! Vada pure avanti.»

«E a dire così, ho detto tutto; il resto vien da sè. L’impiego dell’avvocato, le grandezze della moglie, le spacconate del socero... fumo! tutto fumo!... proprio così, e non dico per baia!... Sogni, illusioni, e niente altro! E che cosa resta a guardar nel piatto? Un bel niente! o dirò meglio, ci resta della miseria, delle lacrime.... Queste son come il condimento e non mancan mai!... Proprio così, signor marchese!... Le ho detto una cosa che le fa dispiacere.... che la rattrista!...»

«Cioè....»

«Ma se avesse vedute le scene che ho vedute io! Povero avvocato! Gli darei dell’asino proprio di gusto, ma non mi regge il cuore. Però, a pensarci, che asino! Lei sa come se la passava bene in Castelrenico.... Ma signor no! ci voleva il fumo; dunque si sogna un grande impiego, e si spera pescarlo.... nelle nuvole, perchè quaggiù, impieghi e miseria, tutti lo sanno, sono quasi sinonimi. Bussa di qua, bussa di là, un impiego era capitato, ma un impiego alla buona.... un impieguccio, come era ben naturale, perchè anche il papa a diventar papa ci mette il suo tempo. Fatto il primo sproposito, c’era da ringraziare il Cielo e tenersi prezioso l’impieguccio. Ma signor no; non c’era il fumo, e ci voleva o tutto o niente. Io gli avevo ben dato in allora qualche buon parere, ma.... eh sì! a sentirli loro, l’avvocato e il socero, ero io che non capivo niente, e loro quelli che la sapevan lunga. Così son passati quasi tre anni di illusioni, di vita allegra, di lusso; quel po’ di patrimonio èscomparso, scomparso tutto. L’impiego è sempre di là da venire.... e a stringere il pugno.... Oh! se vedesse, signor marchese!... Quel povero avvocato dice che la miseria è la minore delle cose che gli fanno vergogna; dice di aver ingannati tutti, d’aver ingannata la sua Enrichetta.... d’aver ingannato anco lei, signor marchese, e la sua famiglia....»

«Ma gli dica di no!... Non è capace lei di confortarlo, di strapazzarlo?...»

«Oh! dice ben di più! Dice che non gli rimane che di buttarsi da una finestra.... e poi domanda chi avrà pietà della sua famiglia.... insomma c’è da sentirsi lacerar le viscere. Il socero lo tira innanzi con qualche altra illusione; ma oramai siamo agli sgoccioli, e bisogna prendere una risoluzione.... ma quale? Se lei, signor marchese, non lasciava Milano un mese prima del solito, forse a quest’ora qualcosa era scoppiato.... una spesuccia di più in casa di Massimo avrebbe già dato il tracollo alla bilancia. Guardi un po’! la sua partenza gli è stata per il momento un piccolo benefizio, ma poi....»

Il marchese in quel punto si rizzò. I suoi lineamenti avevano preso un non so che di duro, e quasi di minaccioso, come se volessero far paura alla commozione che si sentiva nascere, e farla scappare indietro. «Che l’avvocato sia stato un asino, non mi fa specie;» disse poi a un tratto, mandando fuori le parole come schioppettate. «Quello che mi fa specie è d’essere stato un asino io! Se quell’avvocato si tenne il fumo in testa per tanto tempo e si rovinò del tutto, ci ho avuto anch’io il mio tanto di colpa.... Lo dovevo capire, per bacco! E in conclusione, siccome gli spropositi s’hanno a pagare, così la mia parte la pagherò! E ora basta. Andiamo, ingegnere, se vogliam fare la partita.»

Il giorno dopo, il marchese, fatta la sua colazione,lette le sue lettere e il suo giornale, a un tratto annunziò che sarebbe partito di lì a un’ora, e che non sarebbe ritornato che dopo cinque o sei giorni. Una risoluzione così improvvisa fece a tutti non poca maraviglia, e tutti si domandavano che cosa mai fosse capitato al marchese di così importante per deciderlo a lasciare ad altri il comando de’ suoi bachi, proprio sul buono.

Furono appunto sei i giorni in cui rimase assente il marchese, e in cui il fattore e i coloni avrebbero potuto tirare un poco di fiato, se i bachi, quasi fossero anch’essi in minor soggezione, non avessero scelto proprio quei giorni per cadere a frotte e lasciar tavole e boschi deserti. Erano ben diradate le loro file quando tornò il marchese, sicchè è facile immaginare che burrasca si levasse. Eravamo per fortuna all’ultima settimana, e il supplizio del fattore e dei coloni durò poco; ma fu una settimana terribile. Era un continuo dar ordini da mattina a sera, uno strapazzare quanti capitavano, un ripetere gl’insegnamenti già dati, un insegnar nuovi ripieghi. Oramai nessuno capiva più niente: a furia di ordine e di disciplina era nata una tal babilonia che nessuno più ci si raccapezzava; e in quanto ai bachi, si salvaron que’ soliti che si salvano in tutte le disfatte, perchè ci sia chi ne possa dare la nuova. Il marchese che aveva esclamato tante volte in aria di trionfo: «Andar male? oh, la vedremo! ci vorrà anche il mio permesso!» ora andava ripetendo: «Son bastati sei giorni di assenza, sei giorni soli! perchè mi si mandasse tutto a soqquadro. Nessuno mi ha capito! Tempi ignoranti e presuntuosi!... Ma un altr’anno la non andrà così!»

Pochi giorni dopo, il marchese partiva con tutta la famiglia per Baden-Baden. In Castelrenico non ritornò che sul principio d’ottobre; ci rimase, come al solito,fin dopo il san Martino; ma de’ bachi, del metodo e della catastrofe non ne parlò più; e nessuno ebbe voglia di toccargliene.

Mancavano pochi giorni alla partenza, quando una mattina il marchese, dopo aver letta con attenzione speciale una lettera appena ricevuta, fece mandare un espresso a una borgata vicina con un telegramma che chiamava a Castelrenico l’ingegnere Mevio, ripartito poco innanzi per Milano. L’ingegnere arrivò il giorno dopo con la vettura del paese; e il marchese, appena se lo vide comparire nello studio, senza dirgli altro gli diede a leggere quella lettera. Ma per capirla bisognava essere al fatto di qualcos’altro, e Mevio, che faceva sforzi per raccapezzarsi, e ci riusciva poco, pigliava sempre più una certa espressione tra l’incerto e il goffo, che faceva contrasto con la solita sua disinvoltura.

«Fareste meglio a non guardarmi con quella faccia che fa poco onore a uno che si picca d’essere un fulmine a capire!» disse il marchese. «Non ci siete ancora arrivato? È un mio amico senatore che scrive.... e l’impiego per il vostro avvocato Massimo c’è.... Ma, intendiamoci, quell’impiego che gli fu già offerto una volta, e che allora rifiutò. Che se poi vuol rifiutare ancora, padrone; il mio dovere l’ho fatto! la mia parte di debito l’ho pagata! Per conto mio ho finito!»

«Oh! signor marchese... avevo quasi capito.... ma siccome non osavo sperar tanto....»

«Che se poi l’avvocato preferisce il fumo, se lo tenga! e si troverà in buona compagnia.... si troverà in una numerosa compagnia! perchè al giorno d’oggi chi non è almeno ministro si crede una vittima della persecuzione, dell’invidia, o del Governo! Tutti però vogliono l’impiego! perchè l’impiego a molti pare il modopiù semplice di conciliare l’amore del far poco con quello del salario.... Di questi impieghi ne fu avviata una fabbrica degna della ricerca.... ma poi quando si venne al salario, presero voga le massime austere della semplicità democratica applicata al desinare degli altri! e si gettò nel paese una falange di miserabili, di illusi, di malcontenti. Respinti, avrebbero lavorato in altra maniera, con grande utile loro e nostro!» A questo punto il marchese s’era rizzato in piedi e aveva cominciato a misurare a gran passi lo studio, facendo a un tempo una delle sue facce le più brusche. «Quella buona gente poi, che ha creduto di graziare le migliaia di cercatori di impieghi,» continuò, «ha fatto al paese un bel regalo! l’innesto del malumore in ogni sua vena!... Da queste briciole di pan secco, i migliori si allontaneranno sempre più, piglieranno altre strade.... sì getteranno alle industrie, ai commerci, andranno là dove si cerca chi vale per due, e per due si paga!...»

«Voglio sperare» prese a dire l’ingegnere Mevio, approfittandosi di una pausa del marchese «che l’avvocato Massimo vorrà far eccezione....»

«Sarà anche lui come tutti gli altri!»

«Creda, signor marchese, che questi due anni sono stati per l’avvocato una gran lezione!»

«Ho poca fede nelle lezioni! Per raddrizzar la gente preferisco quelle strade che conducono diritto per forza. Il vostro Massimo sarà come tutti gli altri! Infatti.... appena nominato non dirà: io sono un povero diavolo a cui si è fatta la elemosina di poche lire al giorno; ma dirà: io sono un funzionario dello Stato. E avrà ragione! E se sono un funzionario dello Stato, è segno anche che sono un uomo di vaglia!... che sono un mezzo personaggio! e mi si paga meno d’un fattorino di negozio! La chiusa di questo ragionamento saràdi necessità una filza di bestemmie; e la conseguenza sarà la solita, quella che vediamo ogni giorno: o un infelice, o un nemico!»

«Pur troppo la va così!... Voglio sperare però che Massimo, non foss’altro per gratitudine verso di lei....»

«Se tirate delle cambiali sulla gratitudine mi farete fare dei cattivi affari!... Ma adesso tutto questo non c’entra.... e m’avete tirato fuor di strada. Ora la cosa è fatta, e l’importante è che l’avvocato accetti subito, e non faccia qualche nuovo sproposito. Oh! se non si fosse trattato di cosa così urgente, così disperata, come me l’avete dipinta voi, v’assicuro io che non sarebbe stato così facile far contribuire il marchese Renica alla fabbrica d’un impiegato! Ma non torniamoci su!... Insomma si è potuto far considerare come non avvenuta quella rinuncia, e s’è fatto risuscitare il decreto di nomina d’allora. Mi fu promesso che il primo posto vacante sarebbe stato per lui; e come vedete, ora mi si scrive che il posto c’è. È in un paese dell’Italia centrale... è un impieguccio miserabile, per non far torto alla regola.... quell’impieguccio d’allora, insomma....»

«Oh! se sapesse che carità!»

«Non si tratta di carità! Dovevo pagare un debito, come ve l’ho detto un’altra volta.... Mi rincresce solo d’aver pagato un po’ caro, perchè ho dovuto quest’estate lasciar Castelrenico per sei giorni, e i sei giorni son bastati a mandarmi i bachi in malora! Ma un altr’anno la non sarà così! Oh, la vedremo! Intanto spicciatevi. Andate a Milano; dite all’avvocato di che cosa si tratta, e appena avuta la nomina, fatelo partir subito....»

«E io poi le porterò le benedizioni d’una famiglia....»

«Per carità! detesto le benedizioni! A proposito, guai a voi se dite all’avvocato, o a chicchessia, ch’io ci sono entrato in questa faccenda!»

«Ma, signor marchese, cosa devo dire?...»

«Dite che la nomina è piovuta dal cielo, dite che siete stato voi, dite quel che volete.... ma se parlate di me, riparto e faccio cancellare, se è possibile, il decreto! Avete capito?»

«Basta così!»

«E guardate che parlo sul serio! Guai a voi!...»

La mattina seguente, l’ingegnere Mevio partiva per Milano, e qualche giorno dopo, il marchese, letti all’ora solita il suo giornale e le sue lettere, volgendosi a sua nuora, «C’è una novità per voi,» le disse; «l’avvocato Massimo ha avuto quell’impiego che aspettava da un pezzo....»

«L’impiego in Milano?» domandò il consigliere Rocca.

«No, pare anzi che vada lontano.... il che vuol dire» continuò il marchese «che voi, Giulia, perdete una delle vostre compagne.»

«Un affar serio! un affar serio!» esclamò don Gilberto «trovare un’altra amica....»

«E si tratta d’un buon impiego?» domandò la marchesa Giulia interrompendo don Gilberto.

«L’avvocato non lo dice,» rispose il marchese; «leggete, ecco la lettera.»

La lettera fu letta ad alla voce dal marchese Giorgio. L’avvocato Massimo partecipava la sua nomina al marchese Antonio, e soggiungeva che dovendo partir subito, aveva voluto adempiere a un dover suo, quello di ringraziare lui e la sua famiglia delle molte cortesie che gli avevano usate. Dell’impiego diceva solo che per il grado e la destinazione non si trattava di tutto quelloche gli era stato promesso, ma che nullameno s’era deciso ad accettare per compiacere alle istanze del ministro, e per l’assicurazione che in breve gli avrebbero dato di meglio.

La faccia del marchese rimase impassibile, e le sue labbra non cedettero alla tentazione del più leggero sorriso. Poi, contento in cuor suo che Mevio avesse fatte le cose a dovere, se ne andò con una fregatina di mani. Don Gilberto intanto riprendeva con la marchesa Giulia il tèma della difficoltà di trovare un’altra amica dei cuore; l’amica, insomma, da mettere di faccia in un palchetto del teatro; l’amica con cui si entra insieme in una festa da ballo; che si tiene seduta accanto in unacalèche. La marchesa Giulia si schermiva dai problemi di don Gilberto col non rispondere mai a proposito.

La nuova dell’impiego dell’avvocato Massimo si diffuse dopo pochi giorni, com’era naturale, anche in paese. Come? non s’era forse ripetuto più volte per Castelrenico che l’avvocato aveva avuto da un pezzo un impiego in Milano, che non si sapeva che impiego fosse, ma che doveva essere un impiego in grande? E ora era venuta la notizia che l’avvocato aveva avuto un impiego, ma un impieguccio di questura e di quelli di minor conto! Questa cosa fece parlar molto, come, ognuno se lo può immaginare; e la curiosità, le domande, i commenti e la confusione delle teste andarono in breve all’infinito. Il solo che ci vide chiaro e che spiegò la cosa, fu quello della pipa di gesso, il quale, seduto sulla solita panchetta del caffè dellaFratellanza, una mattina sentenziò: «Che se l’impiego pareva piccolo, era segno che era uno dei più grossi!» E poi nel riaccendere la pipa aveva soggiunto in tono ancor più misterioso: «A me, i Governi non la dànno a intendere così facilmente!»

Dopo quella sentenza, l’opinione generale in Castelrenico fu che l’impiego dell’avvocato Massimo pareva un impiego da poco, ma invece era uno dei più grossi; e ciò perchè a quel della pipa di gesso nessuno, è vero, avrebbe fidato il proprio borsellino per un minuto, ma in cose politiche gli si dava sempre un credito grande.

Il solo che in cuor suo non ne capì più nulla davvero fu Martino.

Tanto Mevio che veniva da Castelrenico, quanto la lettera del ministro che annunziava l’impiego, capitarono in casa Della Valle proprio nel medesimo giorno. Mevio fece benissimo la sua parte, ma non ce ne sarebbe stato di bisogno, perchè la marea era montata tant’alto, che quella poca tavola di salvamento, in altri tempi così sdegnosamente rifiutata, parve ora una gran provvidenza, e fu salutata con uno scoppio di gioia caloroso ed unanime. Giovanni, che ne attribuiva tutto il merito ai suoi memoriali, ed era persuaso che gli si dovesse una bella riconoscenza, aveva quel contegno modesto ma soddisfatto di chi è convinto di valer molto. E perchè nessuno se ne scordasse, come un generale che dopo una vittoria parla non di sè ma de’ suoi soldati, egli aveva ripreso il discorso de’ suoi fili, e non la finiva più. Per quel giorno fu inutile, non ci fu verso di fargli parlar d’altro; Mevio a ogni minuto stava per perdere la pazienza, ma ricordandosi la faccia del marchese si conteneva, e rivolgendosi a Massimo e ad Enrichetta, ai quali pure la consolazione aveva data una gran parlantina, faceva con loro un monte di chiacchieree di congratulazioni. Così quel giorno, che si poteva chiamare il primo dell’impiego dell’avvocato Massimo, passò lietamente e fu di buon augurio per tutti in casa Della Valle.

Come dopo una di quelle giornate d’autunno troppo luminose e tiepide, in cui pare abbia fatto ritorno un raggio del sole d’estate, segue una giornata improvvisamente grigia e mesta, foriera dell’inverno, così il giorno seguente in casa dell’avvocato nessuno trovò quel buon umore con cui era andato a dormire. Nella lettera di nomina c’era l’ordine di trovarsi al posto un tal giorno, ch’era vicinissimo; per cui l’avvocato dovette incominciare, in tutta furia, i preparativi della partenza, e venir subito a una decisione dolorosa, quella di partir solo e farsi raggiungere più tardi da Enrichetta, dal bambino e dal socero. Il trapiantar casa alla distanza di forse trecento miglia, e quello stipendio che stava scritto con una cifra così umile accanto al suo impiego, gli mettevan dinanzi agli occhi, intanto che faceva il baule, qualcosa di molto buio. Gli pareva quasi di adagiar la sua roba in una tomba. Ogni vestito che andava ripiegando e pigiando gli ricordava qualche circostanza del passato, e con questo gli tornavano dinanzi a uno a uno i suoi dubbi, le sue speranze, i suoi disinganni. Qualche volta rimaneva immobile con un panciotto o con un paio di calzoni in mano, e si domandava se doveva tirare innanzi o fermarsi mentre era ancora in tempo. Allora gli venivano in mente i discorsi che aveva uditi dal marchese Antonio, e i pareri che gli avea dati Mevio. Fin dai primi tempi Mevio gli aveva sempre predicato di tornar subito alla sua professione.... ma adesso era tardi! e poi non c’era da pensarci in quel momento! E continuava a far il baule cacciando i brutti pensieri e cercando nella consolazione del giorno prima qualcuno di quegliargomenti, che gli eran parsi così persuasivi, e che l’avevan ricondotto nel bel paese dei sogni e delle speranze.

Quei raggi di consolazione si facevano intanto sempre più pallidi come quelli del novembre in cui eravamo, finchè il giorno della partenza non ne comparve proprio più uno. Fu un giorno triste e di quelli che lasciano come un ricordo di paura. Massimo, in quel momento in cui abbracciò Enrichetta e baciò il suo bambino, sentì una stretta al cuore come non l’aveva sentita mai: gli parve di dire addio per sempre a qualcosa; si vide dinanzi una via tutta nuova, tutta ignota, una via che si apriva angusta e malagevole, sulla quale aveva fatto ormai il primo passo, e che non sapeva dove l’avrebbe condotto. Ebbe come i brividi della solitudine, e riabbracciò a un tratto più fortemente la sua Enrichetta. Ma anche il conforto di quell’abbraccio non fu intero e sereno come l’avrebbe voluto: ricordò in quel momento quante volte era stato ingiusto e aspro con lei; ricordò i giorni passati senza una buona parola; giorni perduti e da dimenticare, ora che avrebbe voluto averne tanti di cui portare con sè la memoria. Aveva ritrovato nell’anima tutto l’affetto d’una volta, ma partiva col dubbio d’averlo troppo a lungo fatto parere diminuito. Avesse potuto Enrichetta leggergli profondamente nel cuore in quel momento! Anch’essa avrebbe voluto prolungare quei brevi minuti dell’addio per sgombrare di ogni dubbio il suo cuore, per cancellare ogni reminiscenza meno lieta. Ella avrebbe voluto trovare in sè stessa qualcosa che le desse la coscienza d’essere più forte, più difesa; e pur ripensando che quella separazione sarebbe stata brevissima, tremava tutta, parendole come di rimanere in una casa senza custodia.

Giovanni avrebbe voluto che quegli addii fossero un poco più allegri, e aveva preso a parlare di quelpaese dove andava Massimo e dove presto l’avrebbe raggiunto in compagnia della figliola, come se ci fosse stato le mille volte; poi tornava da capo coi suoi fili; poi parlava della promozione imminente. Ma non c’era verso: nessuno badava a lui; neanche Mevio, che aveva in quel momento gli occhi gonfi, e a cui il buon cuore aveva tolto affatto la parlantina.

Si pensi con quanta festa fu ricevuta la prima lettera di Massimo, che capitò pochi giorni dopo la sua partenza! Era una lettera scritta a Enrichetta, in cui c’eran molte parole affettuose per lei, qualche parola di speranza per l’avvenire, e qualche richiamo al bel soggiorno di Milano.

«Eh! l’ho sempre detto io!» esclamò per tutto quel giorno Giovanni. «Si capisce che è un bel paese anche quello dove è andato a stare il nostro Massimo.... ma Milano è una gran Milano, e non ce n’è che uno!»

Da quella lettera si conchiuse che Massimo stava benone, e si passò una buona giornata. A Mevio però parve strano, ma tenne l’osservazione per sè, che in quella lettera Massimo parlasse di tutto fuorchè del paese dov’era, e di quello che vi faceva. La lettera che doveva dar notizia di queste due cose capitò una settimana dopo, ed era diretta a Giovanni. Per saperne subito qualcosa anche noi, la metteremo qui tal quale.

«Caro socero.

»Questa lettera è per voi: se Enrichetta fosse presente quando la ricevete, riponetela in tasca e fate che non la veda. Mi aspettavo poco, a dir vero, quando son partito, ma non avrei potuto immaginarmi che i primi passi sulla nuova strada per la quale mi son messo dovesseroessere così tristi. Se il paese dove mi trovo sia bello o brutto non ve lo saprei dire; lavoro da mattina a sera, e non ho un minuto da badare ad altro fuorchè al mio uffizio. Ma sono in un paese al quale un passato tristissimo lasciò una mala erba, di cui forse i nostri figli soltanto vedranno le radici al sole.

»Le cose che ho sapute e vedute in questi giorni non sarei arrivato a pensarle mai, e a dirvele credereste di sognare! Non potete immaginarvi che duro mestiere sia il mio! Ma chi lo sa? Se lo sapessero, non ci compenserebbero così male!... Giorno e notte son tra l’incudine e il martello, tra i dispacci del prefetto che mi comandano di agire con severità, e le lettere anonime che mi minacciano la fine d’un mio predecessore al quale fu tirata una schioppettata nella schiena. Ma per carità non dite queste cose a Enrichetta!...

»Intanto però nè lei nè voi ci dovete venire a nessun patto. Io troverò qualche scusa, e voi aiutatemi a dispor Enrichetta e a persuaderla di non venire quaggiù. Se la passo netta e arrivo a meritarmi una qualche protezione, chi sa che non mi si levi presto da quest’inferno, e mi si mandi in qualche cantuccio tranquillo, dove mi possiate raggiungere, e dove si possa vivere in pace tutti insieme!

»E poi se sapeste quanto costano i traslocamenti a una famiglia! Ho potuto fare i calcoli precisi, e se alla mia dovessi farne far due in un anno, sarebbe l’ultima nostra rovina. Dunque bisogna lasciarmi qua solo, e speriamo che non sia per molto. Ma se sapeste con quanta tristezza ve lo dico!

»Vi raccomando la mia Enrichetta e il mio bambino. Cercatemi, se potete, qualche protettore.

»Il vostro Massimo.»

«Milano è una gran Milano!» disse tra sè Giovanni, letta che ebbe la lettera. E rimasto per parecchi giorni sopra pensiero e taciturno, ripeteva di tanto in tanto quell’esclamazione a qualunque proposito.

«Mi contan persone che ci son state,» prese poi a dire a sua figlia, «che in quel paese dove c’è tuo marito a viverci costi un occhio!... Prezzi indiavolati! Non sanno più cosa domandare!... Gli alloggi poi!... per delle catapecchie pigioni da matti!... Eh! l’ho capito subito io che c’era un qualcosina, vedendo che Massimo non ci faceva fretta ad andar laggiù.... Lo vedo.... bisognerà aver pazienza! Basta, que’ fili che hanno dato l’impiego a Massimo li tengo ancora, e mi serviranno, spero, a farlo andare in un paese di maggior abbondanza. A far le cose per bene si dovrebbe lasciar passare qualche mese, e intanto stare a vedere!... Mi rincresce a parlare così, io che sono d’un carattere piuttosto arrischiato.... cioè voglio dire che quanto a me andrei a occhi chiusi in fin del mondo!... ma con donne e bambini è un altro par di maniche!...»

Di questi discorsi Giovanni ne tenne parecchi a sua figlia, e intanto anche le lettere di Massimo che capitavano mano mano dicevan sempre a Enrichetta di non moversi, di indugiare, ora per la stagione, ora per l’alloggio, ora per qualch’altro pretesto. Giovanni poi nel commentare questi pretesti, ch’egli chiamava ragioni e di quelle lampanti, faceva fare ogni giorno un passo alla conclusione, a cui per suo conto era venuto da un pezzo, di non moversi da Milano almeno per quel primo anno, e di darsi attorno nel frattempo per ottenere a Massimo un traslocamento.

Questa conclusione non fu mai dichiarata proprio ufficialmente, ma ogni mese che passava la si poteva dire tacitamente ammessa sempre più. Non è a direquanto da principio riuscisse amara a Enrichetta, e con che spavento ella guardasse in cuor suo questo destino che la teneva a forza separata dal suo Massimo, e le impediva di seguirlo sotto altro cielo, lontana da quelle memorie che l’avevano l’anno prima turbata in modi così diversi e così inattesi. Questo secreto pensiero, e le imperiose necessità della famiglia, le consigliarono presto il partito di rinchiudersi nelle pareti modeste della sua casa, di scomparire dalle belle sale dove aveva fatta la sua breve e risplendente apparizione, sotto il pretesto dell’assenza del marito, della sua partenza vicina, e di qualche maluccio che di tanto in tanto la molestava davvero. Da principio aveva temuto l’assiduità e le insistenze della marchesa Giulia; ma anche queste si fecero, con sua sorpresa, sempre più deboli e discrete, perchè ci aveva secretamente pensato il marchese Antonio.

Così passò una metà del nuovo anno, e i giorni s’eran seguiti calmi ed eguali per Enrichetta senza che nulla fosse venuto a interromperne la monotonia. Furon giorni quieti, ma mesti. La partenza di Massimo, e tutta quella fantasmagoria della vita lieta che aveva attraversata negli anni addietro, avevan lasciato Enrichetta, come all’indomani d’una festa, sbalordita e pensierosa. Anche le lettere di Massimo s’eran fatte a poco a poco meno frequenti. Al povero Massimo cresceva il lavoro ogni giorno; e poi egli non sapeva più qual pretesto mettere in campo per impedire alla sua famiglia di raggiungerlo, sicuro com’era che se avesse parlato dei pericoli in mezzo a cui viveva, Enrichetta sarebbe corsa a ogni costo vicina a lui. Aveva poi anche un barlume di speranza d’esser mutato di posto; l’occasione che lo mettesse sott’occhio e lo raccomandasse ai superiori sarebbe pure una volta o l’altra venuta.

Quell’anno però non doveva finire per Enrichetta così calmo com’era cominciato. Anch’essa da qualche tempo nelle sue lettere a Massimo gli taceva una cosa, gli taceva della sua salute, che lentamente si faceva ogni giorno più debole e incerta. Suo padre che, sino allora, se n’era accorto appena, ci aveva badato poco; ma Mevio cominciava ad esserne colpito, e guardava con angustia quel fiore gentile che chinava il capo e perdeva ogni giorno i suoi bei colori. Alla fine si decise di parlarne col marchese Antonio e con la marchesa Giulia. E l’uno e l’altra preser subito la cosa a cuore; uscirono poco a poco da quel riserbo delicato che s’erari imposti; le loro visite a Enrichetta furono più frequenti; e furon larghi con lei d’ogni sorta di premure e d’offerte cortesi. Tra queste, quando venne l’estate, ci fu quella di condurla con loro a prendere una boccata d’aria buona, cosa che il medico le aveva consigliato più volte. Il marchese aveva appunto deciso di passare un paio di mesi in Svizzera con la famiglia, pigliando a pigione una villa in qualche bel posto alto e romito; e così riusciva tanto più facile e naturale il pregare Enrichetta a voler essere della brigata. In quest’offerta il marchese ci mise un’insistenza così decisa, così cordiale, che Enrichetta, dopo aver cercata sulle prime qualche scusa, ne scrisse a Massimo parlandogli per la prima volta del suo malessere, ma ben inteso come di cosa nuova, leggera, e di cui non c’era da darsi pensiero. Suo marito le rispose subito facendole animo ad accettar l’invito; e l’invito fu accettato. Ai primi di luglio dunque Enrichetta, conducendo seco il suo bambino, partì per la Svizzera insieme al marchese Renica e alla sua famiglia. Giovanni, a cui nulla è mai andato più a sangue dell’aria che spira sulla piazza del Duomo, rimase a Milano.

Oh! i bei giorni quieti e contenti che passò Enrichettain una bella casina tutta pulita e inverniciata, su un bel poggio verde, alle falde d’un bosco fitto, erto, e che pareva salisse al cielo! L’eco delle lontane miserie non arrivava lassù, quasi si arrestasse dinanzi alla maestà di quel vasto silenzio. La vita calma, uniforme, senza cure, senza angustie; l’aria purissima, profumata dagli abeti; la compagnia di persone premurose ed amiche, fecero in breve riavere a Enrichetta le forze illanguidite, e le restituirono ogni giorno più i bei colori delle sue guance. Il marchese Renica se ne compiaceva vivamente, e ripeteva che per l’innanzi non avrebbe fatto altro che il medico delle belle signore. Cominciava pure a riaver l’animo confortato Enrichetta, a cui quella quiete, quegli agi domestici, richiamavano i giorni passati, i suoi bei giorni di sposa, e le pareva quasi che le traversìe sopraggiunte non fossero più che un brutto sogno, e finito per sempre.

Erano così passati due mesi di illusione e di pace, quando un bel mattino arrivò don Emanuele. Don Emanuele non s’era lasciato vedere da parecchi mesi; diventato aiutante, aveva dovuto seguire il suo generale, un generale avaro di permessi, e rimanere con lui in una città lontana. Ora, finalmente, il mese del permesso in tutta regola era venuto, e don Emanuele era corso a passarlo in seno della famiglia.

L’arrivo di don Emanuele era sempre seguito da una certa rivoluzione nelle abitudini di casa Renica; questa rivoluzione era un privilegio che il marchese lasciava a lui solo, anche perchè sarebbe stato difficile il fare altrimenti. Mancavano due settimane alla partenza, secondo il programma del marchese, e don Emanuele, dopo aver dichiarato di prendere in mano sua, per quegli ultimi giorni, la suprema direzione delle cose, cominciò a tirarsi dietro tutta la brigata per monti e per valli, ingite e scampagnate, inventando ogni giorno qualcosa di nuovo. Il marchese Antonio, ripetendo ogni tanto che suo figlio era un bell’originale, si lasciava trascinare anch’esso per di qua e per di là sotto gli ordini di don Emanuele; la marchesa Giulia e suo marito parevan rinati; insomma tutti in casa Renica, dopo aver tanto ripetuto che la vita pastorale era così bella, pareva cominciassero a dire, in cuor loro, che l’esser finita era più bello ancora; tutti, ad eccezione d’Enrichetta, che qualche volta pareva pigliasse parte un poco forzatamente all’allegria comune, e non avesse più l’umor lieto ed eguale come nei giorni della placida monotonìa. Aspettava, ora, le lettere di Massimo con maggior impazienza di prima; più di prima aveva l’aria inquieta e accorata se non giungevano. E questo accadeva spesso, perchè Massimo che aveva nuove sempre buone di sua moglie, e lavorava sempre più come un martire, non si faceva poi tanto scrupolo d’essere esatto col corriere.

Il primo ad accorgersi che la signora Della Valle era in un cattivo quarto di luna fu don Emanuele. Ci trovò, osservandola, qualcosa di nuovo e di diverso; capiva perchè fosse meno lieta e vivace d’una volta, ma non capiva perchè, in così poco tempo, fosse tanto mutata da non aver più nè il contegno confidente, nè quel sorriso facile e gentile ch’era tutto suo; non sapeva spiegarsi quella sua aria quasi infastidita quando le indirizzava anche il più modesto di quei complimenti che avevano sempre trovata una così ingenua e schietta accoglienza. Tutto questo accese in breve l’impazienza di don Emanuele, che decise in cuor suo di volerne venir in chiaro, di voler rifare in breve quel tanto di strada che credeva d’aver una volta percorso, e di non abbandonare così facilmente la partita dopo averci atteso con tanta assiduità. Ci si mise di puntiglio; spiò l’occasione, e l’occasione venne.

Il marchese aveva annunziato il giorno della partenza, ma don Emanuele osservò che proprio in quel giorno si inaugurava il tiro cantonale, e che il partire sarebbe stato un mancar di riguardo a chi li aveva ospitati per due mesi con un’aria così buona e un tempo così bello. Dopo molti ragionamenti il marchese Antonio finì col rassegnarsi; si rassegnò a differir la partenza, si rassegnò alla festa del tiro, e a un’ultima gita al capoluogo del cantone.

Per un’oretta lo spettacolo del tiro a segno non dispiacque neanche al marchese. Egli dava il braccio a sua nuora, e suo figlio Giorgio alla signora Della Valle. Emanuele ora faceva da battistrada, ora camminava a fianco delle signore; e così, ora vicini, ora a distanza, a seconda che la folla e l’andare e il venir della gente li separava o li riuniva, fecero una visita coscienziosa a quanto c’era da vedere in quella festa. Girarono il piazzale per ogni verso; guardarono fino a una le mille bandiere che il vento spiegava e ripiegava; si frammischiarono ai tiratori che andavan, venivano, o facevan crocchio, tutti col fare glorioso, e che pareva dicessero: «Se siamo così valenti al bersaglio, figuratevi poi in battaglia!» e lessero tutti i cartelli patriottici, con cui fino gli osti cercavano d’incoraggiare a bere il loro vino e la loro birra.

Come ebbe veduto tutto ciò, ed ebbe le orecchie intronate da qualche migliaio di colpi, parve al marchese d’essersi divertito abbastanza; anche la marchesa Giulia fu precisamente del suo parere. Ma intanto avevan perduto di vista gli altri della brigata; e dopo averli cercati un pezzo, si diressero alla locanda dove eran scesi la mattina, credendo di trovarceli. Enrichetta in quel mentre, col suo cavaliere e con don Emanuele, era andata a sedere a un tavolino in una baracca di legno, ch’era una speciedi caffè. Poi il marchese Giorgio aveva voluto andar in cerca di suo padre e di sua moglie, che non vedeva spuntare da nessuna parie; s’era dilungato alquanto, e non gli era stato facile, tra quel viavai di gente, di tornar così subito al tavolino dov’era aspettato. Il momento era parso assai opportuno a don Emanuele per offrire il braccio alla signora Della Valle, e mettersi in cerca anch’essi dei compagni smarriti; così in breve la brigata fu divisa in tre, e non le fu possibile di riunirsi per tutto quel giorno. Il marchese Antonio, rimasto un pezzo alla locanda inutilmente, s’era deciso di portarsi alla stazione della strada di ferro, dove forse avrebbe trovati i suoi figli con la signora Della Valle. Il marchese Giorgio girò per un paio d’ore dal bersaglio alla stazione, e dalla stazione alla locanda, senza imbattersi in nessuna delle due coppie che cercava. Enrichetta, appena s’accorse d’essere rimasta sola con don Emanuele, aveva voluto montar in vettura e farsi condur subito alla locanda; e saputo dal portinaio che il resto della comitiva era ripartito per la stazione, aveva fatto proseguir la vettura di galoppo, mentre don Emanuele cercava di avviare un discorso a cui il rumore delle ruote faceva una concorrenza invincibile. Giunta alla stazione, Enrichetta scese dalla vettura rapidamente, corse nella sala d’aspetto, e non vi trovò alcuno: il convoglio era partito, e bisognava aspettare un paio d’ore prima che ce ne fosse un altro.

Don Emanuele, a cui non era sfuggita quella trepidazione d’Enrichetta, pensò tra sè che la strada d’una volta non era tutta a rifare, e gli fu allora meno difficile di cambiar tono, cercando di ispirarle una certa fiducia, una certa tranquillità. Bisognava aspettar due ore! A quell’annunzio Enrichetta si trovò a un tratto abbandonata da quelle poche forze che aveva tenute riunite fin lì; vide una breccia in quei propositi dietro cuis’era riparata in quel giorno e nei giorni precedenti, e le parve sovrastarle un destino contro il quale non le fosse più possibile lottare.

Don Emanuele le offrì il braccio. Dinanzi alla stazione c’era un lungo viale, con due filari d’alberi, che conduceva in città; Enrichetta percorse più d’una volta quel viale, taciturna, appoggiata al braccio di don Emanuele che, richiamandole i giorni passati, prese per la prima volta a svelarle, con parole delicate e sommesse, il significato secreto della sua amicizia e della sua assiduità. Quel richiamo al passato risvegliava nell’animo d’Enrichetta più d’una memoria penosa; le rammentava i giorni dell’umor triste e cupo di suo marito; le rammentava le volte in cui una sua parola d’affetto era rimasta senza risposta, o ne aveva trovata una non curante o aspra; le risvegliava tutte le scene più dolorose che avevano riempita la sua anima di dolore e di spavento. E intanto le parole di don Emanuele la ravvolgevano come in un’atmosfera fine e soave, e la trascinavano nel mondo di quei sogni dorati tra cui s’era dischiusa la sua giovinezza. In quel punto le pareva quasi d’appoggiarsi al braccio di quel compagno, ch’ella aveva sognato, buono, gentile; d’essere in colloquio confidente con lui; e dimenticando d’essere vicina a don Emanuele, le pareva d’abbandonarsi all’estasi d’una felicità legittima e santa.

Dal viale erano giunti sulla strada principale che conduceva alla locanda dov’erano scesi la mattina. Don Emanuele s’accorse che Enrichetta era sfinita e che appena si reggeva; ebbe timore che svenisse, e sorreggendola la condusse fino alla porta della locanda a cui si saliva da alcuni scalini.

Don Emanuele ed Enrichetta ne avevano appena salito uno, quando si videro comparire dinanzi una comitivache usciva in quel punto dalla locanda. Eran della comitiva tre uomini piuttosto in là con gli anni, e due signore, che non facevan torto, in quanto agli anni, ai loro cavalieri; gente di Milano che don Emanuele aveva veduto più volte e di cui conosceva alcuno di nome. La comitiva fece atto di fermarsi e d’osservare, con una grande curiosità, quei due compatriotti che avevano riconosciuto. Don Emanuele cercò di cansare quell’incontro; ed Enrichetta, che non se n’era avveduta, nel seguire la mossa improvvisa e brusca di don Emanuele, sentì il rumore di qualcosa che in quel punto le cadeva a terra. La sua mano corse alla catenella che le scendeva sul petto e la trovò spezzata. Un brivido di spavento le strappò un grido; si tolse con forza dal braccio di don Emanuele e, chinatasi a terra, vide e raccolse il coricino che portava sempre con sè, che aveva la sera del suo matrimonio; il coricino in cui c’era il ritratto di sua madre, e che sua madre morente le aveva dato dicendole: «Tienilo sempre con te.... ti ispirerà a nome mio un consiglio nei momenti difficili della vita.... ti porterà fortuna.»

Quella breve illusione d’un’ora, quel sogno lusinghiero e fatale, svanirono a un tratto. Enrichetta passò la mano sulla fronte come se in quel punto un bel raggio dell’aurora le avesse dischiuse le ciglia; riunì le sue poche e ultime forze; cercò di atteggiare per un minuto alla calma e al sorriso il suo volto pallido e sofferente; e rompendo per la prima volta in quell’ora il suo lungo silenzio: «Don Emanuele,» disse «è una sacra memoria questo coricino!... Il pensiero d’averlo perduto m’ha messo uno spavento!... Oh! come mi sento stanca!... È il solito di quando mi spavento!... Ma vediamo che non ci passi una seconda volta l’ora di partire. Giulia e il marchese ne sarebbero inquieti. Ritorniamo alla stazione....»

Don Emanuele che sapeva resistere alle tentazioni quando vedeva il frutto immaturo, da quel momento non s’occupò che della stanchezza d’Enrichetta, e per tutto quel giorno non riprese più il discorso di prima. Giunti alla stazione, i primi in cui s’imbatterono furon proprio quei cinque compatrioti che poco prima avevano veduti uscire dalla locanda. I tre signori e le due signore anche questa volta si fermarono ad osservarli con una curiosità ancor più avida e contenta; poi si misero a parlar piano tra loro, a far gesti di maraviglia, a toccarsi con le gomita, e a guardarli da capo. Insomma si capiva che quei cinque cominciavano ad esser contenti del loro viaggio, e che finalmente dicevano tra loro: «Abbiamo speso bene i nostri denari.»

Una nuova descrizione della Svizzera — ce ne son tante! — avrebbe messo in un bell’impegno e in un bell’imbarazzo quei nostri cinque viaggiatori che abbiamo lasciati così contenti dei fatti loro. Essi dunque, che quando li abbiamo veduti eran già sulle mosse per tornare a casa, avevano cominciato a levarsi l’impiccio della descrizione, col dire tra loro che in fin dei conti s’era veduto poco di bello, e che la Svizzera, tutto sommato, era un paese come gli altri. L’incontro di don Emanuele venne dunque a proposito per cambiare in parte il loro umore e i loro giudizi. La descrizione della signora Della Valle e del marchesino Renica che a braccetto entravano nella locanda, e che poi si mettevano in viaggio per chi sa dove, soli e felici come due colombi, servì loro di descrizione della Svizzera,e di risposta a quanti domandavano «cosa avete veduto di bello?»

La Svizzera, veduta sotto questo nuovo punto di vista, trovò nuovi curiosi e nuovi amatori. Furono molti quelli che volevano sentire una descrizione minuta; e saputala, la ripetevano ad altri, e facevano proponimento anch’essi d’un viaggetto ogni anno. Uno de’ primi a risapere la storiella, che in pochi giorni era già diventata un romanzetto, fu don Gilberto, il quale poi andò diviato a raccontarla a Castelrenico in casa del marchese, facendone delle gran risate, e ripetendola più d’una volta come una cosa che lo divertiva moltissimo.

Enrichetta, che non aveva seguita a Castelrenico la famiglia del marchese, e ch’era tornata alla vita modesta di casa sua, non aveva saputo d’esser sulle bocche di tanta gente, e d’esser lei in quel momento l’eroina alle cui spese c’era chi teneva la lingua in esercizio, e chi faceva bella mostra di spirito o di virtù. Appena a Milano, ella aveva dichiaralo a suo padre, in un modo più deciso e risoluto del solito, la volontà di non metter di mezzo altri indugi, e di raggiungere suo marito al più presto. Giovanni, che su questo proposito teneva sempre in pronto una buona provvista di ragionamenti belli e fatti, ragionamenti in cui erano preveduti e risolti tutti i casi, si trovò questa volta, con sua maraviglia, arrivato in fondo della provvista senza aver convinto per nulla Enrichetta. Allora ne scrisse a Massimo in tono allarmato; e Massimo rispose lettere sopra lettere, ora al socero, ora a Enrichetta, facendo loro coraggio, e pregandoli tutti e due ad aver pazienza ancora per un poco, tanto più che gli avevano rinfrescata la speranza d’una destinazione meno lontana.

«È un gran dire!» pensava di tanto in tanto Giovanni tra sè «questi tali che viaggiano tornano a casatutti con un muso lungo un palmo! Ne ho veduti a bizzeffe, e tutti così! Anche Enrichetta, dopo che è stata in Svizzera, non è più lei. Prendono come l’aire, e non sanno più star fermi. Ne’ panni d’Enrichetta, dopo essere stato in giro per due mesi, non mi parrebbe vero di mettermi quieto a casa mia. Ma signor no! C’è il diavolo addosso, e bisogna andare, andar di nuovo, andar sempre! La vuol essere una faccenda seria!... con quei bei complimenti poi che capitano laggiù.... Ma già se tra un mese o due non c’è questa benedettissima traslocazione, non ci si scappa! E poi dicono: — Il signor Giovanni non sa moversi da Milano! non sa allontanarsi dalla guglia del Duomo! non è mai andato a vedere da che parte nasce il sole! — Ma Giovanni intanto, rispondo io, è sempre d’umore eguale, non fa stravaganze, non ha musi lunghi.... Giovanni resta a casa sua, lo ammetto, ma sa lui quello che si fa!»

Queste, come si vede, eran tutte allusioni ad Enrichetta; e ogni volta che ci tornava sopra batteva e ribatteva il chiodo, ben inteso sempre tra se stesso, non solo sul punto dell’umor poco eguale, ma anche su quello delle stravaganze.

«Per bacco! una volta in questa casa era un viavai di gente da mattina a sera che non finiva più; più ne veniva e più se ne voleva! Adesso, le circostanze son mutate, è vero; ma che poi non s’abbia a veder proprio più nessuno all’infuori di quei due o tre tagliati giù più alla carlona, la mi pare una stravaganza bella e buona! Eppure è così. Il portinaio è obbligato a dir sempre che la signora Della Valle non c’è.... e che la bugìa vada pur sul conto di chi si vuole, non importa!... Ma domando io, se per esempio capitasse qualche amico di Massimo, o qualche persona di riguardo, o, per dirne una, don Emanuele.... quel caro don Emanuele che mivoleva tanto bene, e che mi par mill’anni di non vederlo! Una volta, non si faceva nulla senza di lui.... adesso anche lui in fascio con gli altri, a discrezione del portinaio! Le donne.... sono volubili.... volubili!...»

Che cosa poi non avrebbe soggiunto se gli fosse capitato in mano un biglietto di visita di don Emanuele, ch’era venuto per salutare lui e sua figlia, proprio in quei giorni in cui Giovanni faceva tra sè quei ragionamenti. Tanto più che don Emanuele aveva scritto sul biglietto, con la matita, che partiva, che non sapeva quando sarebbe tornato, e che se ne andava dolente di non poter fare in persona i suoi saluti alla signora Della Valle e al signor Figini.

Giovanni, che in quest’argomento delle visite, passando dai soliloqui ai dialoghi, aveva continuato con Enrichetta a batter il chiodo, non tardò ad avere un improvviso trionfo; e a un tratto con sua gran soddisfazione ottenne che il portinaio avesse una consegna meno severa. «Ah!... le ragioni sono ragioni, e le stravaganze sono stravaganze!» prese allora a dire tra sè Giovanni molto soddisfatto. «L’avevo sempre detto io!... e credo che un po’ di gente, un po’ di distrazione faranno del bene anche alla salute d’Enrichetta.... meglio forse della Svizzera, la quale adesso è di moda, ma... io già non ci ho fede!...»

Perchè don Emanuele, che aveva ancora un mese di permesso, era partito così subito? Questa domanda s’era fatta innanzi a Enrichetta più d’una volta, ed Enrichetta l’aveva cacciata come una cosa importuna; poi ci aveva risposto con impazienza: «Nulla di più naturale, per chi è soldato, d’una chiamata improvvisa.» Ma la domanda dopo qualche tempo si faceva innanzi di nuovo, ed Enrichetta per levarsela dal capo rispondeva qualcosa di più: «Immaginarsi!... il marchese Antonioquando tornerà dalla campagna parlerà subito della chiamata di suo figlio.... e per un pezzo non discorrerà d’altro.»

Il marchese, a suo tempo, venne a Milano. Enrichetta vide lui e la marchesa Giulia; li vide più d’una volta; discorse con loro della Svizzera, di Castelrenico e di mille cose, ma con sua gran maraviglia nessuno le parlò mai nè di don Emanuele, nè della sua partenza improvvisa.

Per saperne qualcosa noi, ci si permetta un passo indietro, e con due parole ci mettiamo al fatto di tutto. La partenza di don Emanuele era stata precisamente opera del marchese. Quando don Gilberto era capitato tutto giulivo a Castelrenico a raccontare le storielle che giravano per Milano, a proposito della famosa avventura di don Emanuele con la signora Della Valle, il marchese, contro il suo solito, aveva avuto l’aria di divertirsene pochissimo; e non l’avevano veduto ridere, come soleva quando trattavasi d’un’avventura o d’una scappata, vera o pretesa, di suo figlio Emanuele. Aveva anzi finito col fare una di quelle facce brusche che facevano pigliare il largo anche ai suoi più famigliari. Don Gilberto ogni tanto cercava di ritornare sulla storiella, ma il marchese si faceva più duro e stecchito, e non apriva bocca. Rimase così silenzioso per un giorno intero; poi fece chiamare nel suo studio don Emanuele, e parlando in terza persona, come soleva nei casi gravi, e sempre con quella faccia d’occasione che aveva da ventiquattr’ore, prese a dirgli press’a poco così: «Delle scappate se ne facciano fin che si vuole.... ma intendiamoci, scappate da gentiluomini!... Il sapere che la cosa di cui si discorre sia vera o non lo sia, è l’ultimo de’ miei pensieri. Ma non sarebbe l’ultimo se si dicesse che il marchese Renica invita in casa sua, apassarci un paio di mesi, una signora.... con la quale signora, suo figlio.... c’intendiamo! Questa signora, in un caso simile, sarebbe stata affidata dal marito all’onore del marchese Renica! C’intendiamo?... Qui comincia il punto sul quale non si scherza!... Il mondo è grande.... si faccia quello che si vuole, dove si vuole, ma in casa del marchese Renica no! Perchè in casa di questo signore, l’onore e la lealtà, che grazie a Dio son due vecchi amici di famiglia, non potrebbero far da comodino a chicchessia. Questo sarà bene tenerselo a mente, e metterlo in pratica anche in avvenire! Intanto, bisognerà prepararsi a far finire questo permesso prima del tempo. Così la famiglia potrà tornare a Milano; la signora Della Valle potrà tornare in casa Renica, come al solito, e le lingue lunghe potranno restar servite altrove per farci il loro mestiere.» Ciò detto, senza aspettar risposta o giustificazioni, piantò lì don Emanuele, e uscì di stanza, conservando la faccia seria e tirata, e per di più abbottonandosi fino al bavero; operazione che di solito faceva subito dopo aver presa una deliberazione grave, o dopo aver dato un ordine che non ammettesse osservazioni. Quel giorno stesso poi il marchese aveva scritto una lettera a quel generale che aveva don Emanuele per aiutante, e ch’era un uomo un poco del suo stampo, tirato come lui, e suo grande amico. Pochi giorni dopo un ordine urgente richiamava don Emanuele in servizio.

Ora che ci siam messi in regola con gli avvenimenti, riprendiamo il filo dove l’abbiamo lasciato. Abbiam detto che Enrichetta aveva osservato con una certa maraviglia che in casa Renica nessuno parlava nè di don Emanuele, nè del suo richiamo improvviso. Continuando, aggiungeremo che, con una certa maraviglia, e del resto con sua gran soddisfazione, essa vedeva il marcheseAntonio e la marchesa Giulia accettare con un’insolita facilità le scuse e i pretesti ch’essa aveva pronti a ogni loro invito. Li vedeva sempre premurosi e cortesi con lei; ma pareva quasi che tacitamente la secondassero nel suo desiderio di vivere sola e ritirata, e soprattutto di lasciarsi condurre il meno possibile in casa Renica. Ogni volta che passava la soglia di quella casa, il cuore le batteva violentemente; sentiva come di perdere tutte le forze del suo animo; sentiva ad un tratto svanire i pensieri, i propositi più cari maturati nella quiete della sua cameretta; proprio come in quel giorno malaugurato della passeggiata sul viale. Quanto non aveva essa temuto che dopo due mesi di vita intima e comune non le fosse possibile di mettersi col marchese e con l’amica in tutt’altri rapporti! Quanto affanno non le aveva dato il solo pensarci! E ora che su questo timore vedeva di poter mettere il cuore in pace, se ne compiaceva tanto, che non si curava di rifletterci, di cercarne le cause, perchè pure c’era qualcosa di diverso dal solito; e scordava perfino la sua prima maraviglia.

Questa quiete che a poco a poco le scendeva nell’animo, la rendeva più rassegnata a sopportare gl’indugi e ad ascoltare con pazienza i ragionamenti di suo marito e di suo padre; il quale, vedendo quell’improvvisa bonaccia e pensando alle burrasche passate, ogni tanto diceva tra sè: «A capir le donne, lo confesso, non ci arriva neanche Giovanni Figini!» E l’inverno passò così. Intanto però s’era fatto un passo e s’era deciso che, ci fosse o non ci fosse il traslocamento, a primavera si doveva raggiungere Massimo.

Non è a dire che assiduo lettore dellaGazzetta Ufficialefosse diventato il nostro Giovanni. Leggeva al caffè per delle ore, a uno a uno, filze di nomi che non finivan più. Non c’eran nomine, traslocamenti, posti vacanti inqualsiasi dicastero del regno che sfuggissero ai suoi occhiali. Ogni volta poi, dopo aver lette e rilette le quattro facce e i supplementi, e dopo non averci trovato nulla che facesse per lui, si vendicava del giornale dicendo a chi gli era seduto vicino: «È vuoto.... vuoto questo giornale!... e non è neanche ben scritto! Vediamo quest’altro qua che cosa dice....» e pigliatone un altro leggicchiava e scambiava con qualcuno qualche parola di politica. La politica del signor Giovanni, in quel punto, non era precisamente quella dei principii inesorabili di autorità a cui era stato fedele una volta, nè quell’altra delle aspirazioni audaci venuta dopo, quando l’impiego era andato in fumo: era una politica d’aspettativa, un poco scettica, e piuttosto neutrale; una politica insomma adattata a quel traslocamento che si faceva tanto aspettare.

I giorni intanto passavano e si facevano più lunghi e tiepidi; Enrichetta aveva cominciati i suoi preparativi, e Giovanni picchiava qualche pugno di più sulla Gazzetta e ne diceva corna senza ritegno. Ma un giorno un suo amico del caffè, lettore d’altri giornali, gli disse «che le cose, a parer suo, s’imbrogliavano; ch’era pronto a scommettere che c’era sotto una mano della Russia, ma che a ogni modo si andava a gran passi verso una guerra; a meno che tutto non fosse un artifizio dell’Inghilterra!» Giovanni ne fu colpito. Ci pensò su, e vide aprirsi un nuovo orizzonte. Da quel giorno non lesse più laGazzetta Ufficiale; e tornando alla politica attiva, si mise anche lui a leggere i giornali dell’amico, e a commentarli in crocchio con una mezza dozzina d’avventori del caffè.

«La guerra!» diceva Giovanni a Enrichetta «tu non sei pratica della guerra! Punto primo, quanto al viaggiare, in tempo di guerra, è regola generale che non ci si pensi neanche. Sono i cannoni, i reggimenti,le fucilate.... son loro che viaggiano! E poi.... dopo le guerre ci son sempre de’ grandi avvenimenti. Quanta gente, dopo le guerre, non s’è veduta andare in su! in su!... Cosa sarebbe stato Napoleone primo, per dirne una, senza la guerra?»

Un giorno però i giornali lo fecero tornar a casa inquieto e sopra pensiero. Aveva letto che in quel paese dov’era Massimo, c’eran stati dei guai; c’era stata cioè una dimostrazione contro il sindaco; la folla era entrata a forza nel palazzo del municipio, e in mancanza del sindaco, aveva buttato fuori della finestra tutti i mobili e tutte le carte, facendo poi di tutto un falò in piazza in mezzo all’allegria generale. Il giornale che raccontava questa faccenda, parlava alto, e ne domandava stretto conto ai due colpevoli principali, ossia al Governo che non aveva prevenuta la dimostrazione, e al sindaco che non s’era lasciato trovare in uffizio. I giornali, per due o tre giorni, parlarono dell’accaduto in tutti i toni; e intanto che i lettori del caffè ne facevano i commenti, Giovanni si faceva piccino piccino, beveva in fretta la sua limonata calda, e se ne andava al più presto. A Enrichetta, dopo averci pensato su, non disse nulla; e invece scrisse a Massimo per sapere come stavan le cose. Ma il giorno dopo, a dirgli come stavan le cose, ci pensò ancora il giornale, e ci lesse un interpellanza che un deputato aveva diretta al ministro sui fatti di quel paese. Il deputato, dopo un grande elogio al patriottismo della popolazione, aveva parlato del contegno passivo, inerte dell’impiegato della sicurezza pubblica; contegno ch’era stato interpretato come una sfida al sentimento delle masse. Il ministro aveva con bel garbo rettificate alcune delle cose dette dal deputato, concedendo però che il contegno di quell’impiegato avrebbe potuto esser migliore, e lasciando capire che sarebbestato rimosso. Le dichiarazioni del ministro avevano fatto buona impressione, e i deputati se n’erano andati a casa soddisfatti.

Con che poca soddisfazione però si fosse avviato a casa quel giorno per desinare il povero Giovanni, è facile pensarlo. Aveva fatto prima un lungo giro per le strade; era passato più d’una volta dinanzi alla porta di casa sua, prima di decidersi a entrarci, non sapendo come comparire dinanzi a Enrichetta senza farsi leggere in faccia tutta la storia. Alla fine s’era deciso di dire che era un poco indisposto e che non aveva appetito, tanto per tirare in lungo. «Domani poi» pensava tra sè «un qualche santo mi aiuterà.» Il giorno dopo capitò l’ingegnere Mevio, che aveva ricevuto da Massimo una lunga lettera in cui c’era tutta la storia, e di più l’incarico di dare a poco a poco a sua moglie e al socero una dolorosa notizia.

Il buon Mevio era venuto con una faccia così sconvolta, che pochi minuti dopo dovette legger la lettera tal quale per tranquillare Enrichetta e non lasciarle creder di peggio. Massimo raccontava minutamente nella lettera tutto l’accaduto; ripeteva tutte le domande, i dubbi, i ragionamenti che egli aveva dovuto far tra sè, in un baleno, quando s’era trovato all’improvviso dinanzi a un tafferuglio di quella fatta. Nella sua mente, diceva, eran passati alla rinfusa tutti gli articoli della legge e dei regolamenti, tutte le circolari dei ministri, tutti gli ordini del prefetto; la fermezza, la longanimità, la conciliazione, il dovere, ch’eran tutte cose ch’egli non doveva mai perdere di vista, avevan fatto una tal confusione nella sua mente in quel momento, da non saper più in che mondo si fosse. S’era ricordato che la severità aveva procurato una schioppettata a un suo antecessore, e una destituzione a un altro collega; e dovendopur decidersi s’era deciso a pigliar le cose con le buone. Dopo esser rimasto dunque un poco tra il sì e il no, aveva cominciato a persuadere, a tranquillare uno, a pregare un altro; ma intanto che egli discuteva da una parte, dall’altra era stata sfondata la porta del palazzo municipale, ed era cominciata quella tal pioggia di carte e di mobili. Erano accorsi i pochi soldati che c’erano nel paese: il baccano era cresciuto, era stato tirato qualche colpo di fucile, ed uno della folla era rimasto morto. Il ministro aveva ordinato al prefetto un’inchiesta; gli accusati s’eran difesi col gettar la colpa sul morto, e siccome ci voleva un poco di colpa anche per un vivo, così s’era conchiuso che se il delegato della Questura avesse avuto sulle prime un contegno più fermo, le cose non sarebbero andate così innanzi. Dopo la qual conclusione, un telegramma del ministro traslocava il delegato Della Valle in un remoto paesello di Sicilia.

Tale era il contenuto della lettera di Massimo, e qual fosse il dolor suo, e quale poi la desolazione d’Enrichetta e di suo padre, dopo una simile lettura, è facile pensarlo. L’ingegnere Mevio aveva cercato sulle prime qualche parola di conforto e di speranza; ma poi quando si veniva al punto di cercare un rimedio, s’univa anche lui a Giovanni, e picchiava qualche gran pugno su un tavolino mandando a spasso la rassegnazione. Questo genere di conforto non era fatto per mettere pace nell’animo lacerato d’Enrichetta, e la poverina dovette appoggiarsi tutta a quel tenue filo delle sue forze, e domandare a se stessa tutto il coraggio di cui aveva bisogno per attraversare quest’altra prova, questo nuovo rigore della fortuna. Il marchese Antonio, appena udì la disgrazia toccata a Massimo, fece a Enrichetta mille proferte; promise di moversi, di parlare, di scrivere; e infatti aveva principiato, quando altri casi ed altri pensierivennero ad occupare nel suo animo quel posto che avrebbe dato di cuore ai tristi casi della signora Della Valle.

La guerra! Questa parola ch’era oramai sulle bocche di tutti, aveva in pochi giorni levati vent’anni almeno dalle spalle del marchese Renica, e gli aveva dato un non so che di irrequieto, di baldanzoso, di impertinente, che lo faceva parere a’ suoi vecchi amici proprio tal quale di quand’era ne’ suoi anni più belli. Non parlava più che di cose militari, di piani di guerra, di busse, e rimpiangeva d’aver passati i trent’anni, e di averli compiuti in tempi in cui non aveva potuto seguire la sua vocazione, quella che avrebbe fatto di lui a quest’ora un generale di brigata almeno. «Fortunato Emanuele!» diceva con tutti. «Fossi ne’ suoi panni! A quel capo scarico capitan proprio tutte le fortune! Con occasioni simili, vedrete che carriera farà! Così giovane! sarà l’onore della famiglia, lui, quel capo scarico!» Poi scriveva a suo figlio delle lunghe lettere, e non lasciava veder le risposte a nessuno «per conservare il secreto sulle cose di guerra,» le quali cose eran quelle, ben inteso, che poteva sapere un sottotenente di cavalleria. Il marchese Antonio, alle prime notizie d’armamenti straordinari che faceva il Governo, s’era messo sul piede di guerra anche lui, cioè aveva fatto ripulire le sue armi e ne aveva comperate delle nuove; ogni sera poi, prima di cominciare la partita a tarocchi, non la finiva più di mostrarle, di farle ammirare, di far scattare i grilletti e di pigliar di mira, fingendole nemici, tutte le statuine di porcellana che stavano accampate sul cammino e sui tavolini della sala. Il consigliere Rocca allora non mancava mai di raccontare qualche caso lacrimevole, avvenuto in grazia d’armi credute vuote e che eran cariche.

Nè la nuora nè il figlio Giorgio si lasciavano troppo commovere dall’entusiasmo guerresco del marchese Antonio. E l’una e l’altro, quando principiava il discorso della guerra, perdevano le parole e correvano col pensiero a don Emanuele. Più d’una volta non avevan saputo nascondere al marchese Antonio i loro timori, le loro apprensioni; ma il marchese tagliava corto e rispondeva di solito con una strapazzata: «Che ubbìe son queste! Non c’è di peggio che far di questi pensieri per portare sfortuna a uno! Si va alla guerra come si va a una festa da ballo, e allora le cose finiscono bene!... Eh! pur troppo una disgrazia in guerra può capitare a tanti.... ma non è detto per questo che la deva capitare proprio a uno! Certi pensieri, in certi momenti, non son permessi! E se vengono, si caccian via!...» Però dopo aver detto così, si abbottonava in quel modo, sino al bavero, e andava a pigliar aria come se avesse bisogno anche lui di aiutare qualche suo pensiero a uscirgli di capo più in fretta.

In mezzo a questa nuova commozione degli animi che ogni giorno si faceva più viva, più generale, che riuniva tutti e governanti e governati in un solo, in un grande pensiero, chi avrebbe potuto ascoltare le ragioni di Massimo? Chi avrebbe potuto badare al povero delegato di Questura, che s’avviava miseramente alla sua lontana destinazione, e alle lacrime della sua povera famiglia che rimaneva senza conforto, senza consiglio?


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