XIII.

Tre mesi dopo ci fu la battaglia di Custoza. Le notizie che d’ora in ora venivano dal campo, dopo quella triste giornata, mutavano mano mano in certezza i timori,in lutto l’ansia di tante e tante famiglie; rompevano il fascino dell’entusiasmo e della fiducia nella fortuna, così spesso nemica di chi l’accoglie come un’amica troppo sicura.

Anche il dolore ha qualche volta chi lo guarda con desiderio e con invidia. Il marchese Renica, rimasto tre giorni senza nuove di suo figlio, cupo e silenzioso, volgeva le spalle con impazienza a chi, colpito da quella grande sventura nazionale, sfogava un dolore che era il dolore di tutti. Quel dolore avrebbe voluto poterlo avere anche lui e subito; era un dolore che secretamente invidiava; ma poi, stizzito anche di questo sentimento che gli pareva meno nobile e generoso, ma che cacciato ritornava con una tetra insistenza, fuggiva i suoi di casa, fuggiva tutti, passando solo nella camera delle ore insoffribili, eterne.

Una voce sinistra era stata ripetuta presto per la città sul conto di don Emanuele, ma non era giunta in casa Renica. Gli amici del marchese eran venuti più volte a domandare al portinaio della casa se c’eran notizie. Avrebber voluto salir le scale e domandarne al marchese; ma poi, dopo esser rimasti lì a pensarci su qualche minuto, se n’erano andati per la loro strada dicendo tra sè: «Se non si sa niente, è segno che non c’è niente.» Ma intanto le voci sinistre si facevano più insistenti. Si parlava d’una lettera d’un uffiziale in cui si diceva che tra i morti di quella triste giornata c’era Emanuele Renica. Don Gilberto e l’ingegnere Mevio erano subito andati in traccia di questa lettera, ma non n’eran venuti a capo, e anzi era parso loro che tutto fosse una favola. Altre voci dicevano invece che Emanuele era ferito, altre che era prigioniero, altre ch’era sano e salvo e che l’avevan veduto il giorno dopo la battaglia. Chi l’aveva veduto? Un soldato, dicevasi, del suo reggimento,capitato a Milano, il quale aveva parlato con un medico militare, dicevano alcuni, o con un uffiziale, dicevan altri, o con un signore che ora indicavano, ora non sapevano chi fosse. Gli amici del marchese si mettevano su tutte queste tracce; ma nè il medico, nè l’uffiziale, nè il signore ne sapevano nulla.

Il marchese intanto ignorava tutte queste angosce de’ suoi amici, ma ne aveva una lui nel cuore ch’era più grande di tutte. Finalmente, la mattina del quarto giorno, don Gilberto con la faccia ilare, e tutto festoso, entrò nello studio del marchese Antonio, fece chiamar Giorgio, la marchesa Giulia, e gridando «buone nuove! buone nuove!» raccontò che un uffiziale di stato maggiore, col quale aveva parlato in persona poco prima, gli aveva detto di non aver sentita nessuna cattiva notizia a proposito di Emanuele, e che anzi gli era parso d’averlo veduto il giorno innanzi tra un gruppo di uffiziali; poi gli aveva nominato il villaggio sulla riva destra del Mincio dove Emanuele si trovava probabilmente in quel momento. Queste parole fecero trasalire il marchese Antonio, che con sorpresa di don Gilberto, di Giorgio e della marchesa Giulia si fece ancor più pallido e cupo di prima. «Dunque son corse delle cattive nuove!» pensò il marchese tra sè; e appena don Gilberto ebbe finito di ripetere una volta ancora tutto il racconto dell’uffiziale di stato maggiore, il marchese Antonio disse a un tratto che sarebbe partito quel giorno stesso, per andar lui a cercar di suo figlio, e per vederlo co’ proprii occhi. In queste poche parole del marchese c’era stato qualcosa di così solenne e di così triste, che nessuno aveva avuto più il coraggio di aggiunger altro, nè di rallegrarsi delle buone notizie portate da don Gilberto.

Il marchese Antonio, pochi minuti prima di partire, stava riponendo in fretta alcune carte nelle cassetted’una scrivania, quando a un tratto un passo greve e sconosciuto, che sentì nella stanza vicina, gli annunziò la venuta di qualcuno. Levò gli occhi verso l’uscio bruscamente, con un piglio che esprimeva a un tempo il corruccio verso l’importuno che veniva, e l’ansia di sapere chi fosse. L’uscio si aperse: era un soldato di cavalleria. Il marchese lo fissò, lo riconobbe, balzò in piedi, fece per pronunziare una domanda, tese le braccia verso il soldato come per dirgli «parla! parla!» ma gli si offuscarono gli occhi e quasi svenne. Il soldato, ch’era l’ordinanza di don Emanuele, teneva in mano un involto e un elmo pesto e rotto. Ci fu un lungo silenzio. Il marchese era rimasto con le mani nei capelli e con gli occhi spalancati e fissi al suolo. Il soldato, nell’asciugare una lacrima col rovescio della mano, alzò timidamente lo sguardo sul padre del suo antico uffiziale, col timore in cuor suo d’aver detto troppo in una sol volta.... e non aveva detto ancor nulla! Alla vista di quel signore d’aspetto così severo, di que’ capelli bianchi, che irti e scomposti gli circondavano la testa come un’aureola del dolore; alla vista d’una desolazione così grande, che sul volto di quel vecchio pareva ancor più sacra e maestosa, il soldato, compreso di rispetto, portò la mano alla fronte, e rimase diritto e immobile nella posizione del saluto. Quando il marchese si scosse, e i suoi occhi poteron vedere, allora poterono anche piangere, e il suo primo atto fu di stringere nelle sue braccia il soldato, e di appoggiare la fronte dove forse l’aveva appoggiata suo figlio prima di morire.

Enrichetta era a letto da più giorni con una febbriciattola che ormai le ripigliava ogni tratto, quando suo padre stravolto, costernato, venne a dirle, tutta in una volta, la nuova ora sicura della morte di don Emanuele.Il buon Giovanni ne era così fortemente addolorato, che in cuor suo se la prese un po’ con sua figlia per non aver potuto in tutto quel giorno strapparle di bocca una parola di dolore che facesse eco al suo. E fu lo stesso nei giorni seguenti: egli cercava tratto tratto con qualche esclamazione o con qualche parola di rimpianto di tornare col discorso sul povero don Emanuele; ma Enrichetta taceva sempre. Allora egli se ne andava indispettito, e borbottando tra sè di nuovo tutto quello che aveva pensato più d’una volta sulle stravaganze delle donne. Finchè una mattina, e fu pochi giorni dopo, Enrichetta levatasi, disse a suo padre, che si sentiva assai meglio, che le pareva proprio d’essere pressochè guarita, e che era decisa di approfittarne subito per seguire un proposito che aveva in cuor suo, quello di raggiungere senza altri indugi il marito. Si pensi come cascasse dalle nuvole Giovanni a un simile discorso. Sulle prime ci credette poco, fece le viste quasi di non badarci; ma Enrichetta insisteva e con un tono risoluto, insolito in lei. Allora prese a maravigliarsene e a gridare ch’eran pazzie; poi dalle maraviglie passò ai ragionamenti, pigliando la cosa un po’ con le buone e un po’ facendo il burbero; ma tutto fu inutile. Enrichetta era calma e risoluta; i ragionamenti, l’affanno di suo padre le davano una commozione di più, ma lasciavano ferma e intera la sua risoluzione. «Ho indugiato abbastanza!... ho mancato abbastanza al mio dovere.... al dovere di seguire mio marito fin dal primo giorno!... Che moglie son io? Se mio marito si trova tra gli stenti, tra i pericoli, il mio dovere, il mio desiderio non è quello forse di dividerli con lui?...» Queste eran le sole parole che Giovanni aveva potuto avere in risposta, e intanto vedeva ogni giorno sua figlia disporre le sue cosucce per partire davvero, e ben presto.

«Partire.... partire è presto detto!» esclamò un giorno finalmente Giovanni, che aveva sperato in questa faccenda di non dire la sua ultima ragione, e di risparmiare a sua figlia, fin che l’avrebbe potuto, una cosa tanto amara. «Tu non sai che l’impieguccio del povero Massimo non sarebbe bastato a farlo vivere in questi due anni!... C’eran de’ debitucci quand’è partito.... e poi s’è dovuto spendere per mandargli quelle poche masserizie.... e s’è dovuto viver noi.... ci fu anche questa muta.... e il povero Massimo non li aveva i quattrini per andare fin laggiù.... gli hanno dato venti centesimi per chilometro! Dunque cosa s’è dovuto fare? Quel pochino del mio che avevo messo da parte.... se ne è andato quasi tutto!... Ora, per fare un viaggio di questa sorte, dove li troverai tu i denari?... perchè ce ne vuole un monte!... e io, pover uomo, vorrei averli.... ma non li ho!...»

«Oh, troverò bene qualcuno che faccia la limosina a una povera donna che vuol morire vicino a suo marito!» esclamò Enrichetta con un accento così straziante che il povero Giovanni ne fu spaventato, e buttatosi nelle braccia di Mevio, ch’era capitato in quel punto, gli andava dicendo ansiosamente: «Ho fatto male a parlar così?... ma pure è la verità!... oh, aiutateci voi!... dite voi cosa deve fare questo pover uomo!»

L’ingegnere Mevio, cascato in mezzo a quella scena di dolore senza esserci preparato, era rimasto lì senza parole, afflitto e imbarazzato anche lui, cercando, ma non trovandoci un rimedio. Per quella volta dovette accontentarsi di mettere assieme poche parole di conforto, che poi gli parvero, ripensandoci, le parole più scipite di questo mondo; ma stizzito giurò a se stesso di far qualcosa di meglio, e mantenne la parola.

Pochi giorni dopo infatti ricomparve con la facciacontenta d’un uomo che s’è tolto un peso giù dalle spalle, e che viene a dire: «Ho trovato il bandolo!»

«Insomma, cari miei,» prese a dire Mevio, «a quel che è stato non pensiamoci più. Su, fatevi animo.... mettiamoci un poco tutti di buon umore! Dovete sapere che nel pensare a quell’imbroglio che vi affliggeva tanto l’altro giorno.... a un tratto m’è proprio piovuto, come si suol dire, il cacio sui maccheroni. Un tale è venuto a portarmi una sommerella.... una certa sommerella che non credevo d’aver così presto; ed eccola qui. Ora siamo a cavallo: la signora Enrichetta potrà fare il viaggio quando le torni, potrà raggiunger suo marito, come è ben giusto.... ma non facciamo complimenti! questa volta comanda Mevio, oh per bacco!... È una sommerella sulla quale non contavo, capite! dunque me la restituirete quando vorrete. La fortuna gira: fin qui la vi è andata male, adesso vedrete che la si cambierà!... Quanto a voi, Giovanni, perchè ho pensato anche a voi, sarà meglio che restiate qui; così facciam le cose una per volta. Il viaggio costa caro.... e poi, cosa fareste laggiù?... Nell’amministrazione del marchese c’è un lavoro straordinario da fare, come vedrete a suo tempo, e si è pensato che voi sareste proprio l’uomo fatto apposta! Sicuro!... Al marchese ne ho già parlato, e lui ne è contentone....»

«Dite davvero?»

«Datemi la mano! Dite di sì, e la cosa è fatta!»

«Eh!... il marchese!... è un uomo fine quel marchese!» osservò Giovanni. «Si vede che sa conoscere gli uomini, perchè....»

«Buon Mevio! Oh quante buone azioni lei fa in una volta!... se sapesse!... mi perdoni s’io non ho parole....» andava dicendo Enrichetta.

«Cerimonie! cerimonie! Cosa dice mai, signora Enrichetta!»

«Perchè» continuava Giovanni «convengo anch’io che nell’amministrazione del marchese un uomo, come direbbero, del mio stampo è necessario! Perchè, scusate, Mevio, ma nello studio del marchese ho veduto dei registri con certe intestature, in una certa calligrafia che.... diciamolo, non è al livello della casa!... Mentre io.... vedrete! conservo ancora alla mia età ungoticocol quale sfido qualsiasi giovane!...»

E di questo tenore chiacchierarono per un pezzo. La sommerella offerta da Mevio fu accettata, e nessuno andò a cercare come l’avesse avuta. Enrichetta, aiutata da Mevio, fece il piano del suo viaggio; Giovanni fece quello della sua permanenza, e trovò un’idea, quella di mettersi a dozzina dal suo amico Ambrogio. Alla fine Mevio se ne andò, le mille volte benedetto, tra i sorrisi, i ringraziamenti e gli augurii che si scambiarono a vicenda. Un po’ di consolazione era così ricomparsa nella casa d’Enrichetta. Era ricomparsa per rimanervi?...

Fissato il giorno della partenza, Enrichetta scrisse a Massimo, e principiò a dar assetto alle cosucce che avrebbe portate con sè e a quelle che lasciava a suo padre. Si sarebbe detto che non avesse più altri pensieri; si sarebbe detto che la natura le avesse dato una forza che non aveva avuto mai. Non c’era più traccia di quel languore che pochi giorni prima pareva la consumasse: c’era in lei una vigoria, un ardore, un impeto di volontà affatto perduti da un pezzo, e che nel riaccendere i colori spenti del suo viso le davano l’espressione d’una nuova beltà. Suo padre si congratulava in cuor suo d’una guarigione venuta così a tempo; non aveva più timori per il viaggio, e nel vederela sua figliola affaccendarsi a quel modo, e far tutto di così buona voglia, trovava altrettanti argomenti per quietare l’animo suo e per rassegnarsi a quella separazione. Il bambino d’Enrichetta, che oramai aveva quattr’anni, sapendo di dover partire anche lui, per non perder di vista la mamma a buon conto le trotterellava dietro fin d’ora, a ogni passo, nell’andare e venire ch’ella faceva per le stanze da mattina a sera.

In capo a una settimana Enrichetta fu pronta a partire. Aveva disposte con previdenza amorosa tutte le cosucce che potevano abbisognare a suo padre, e messo in bauli e casse quel tanto che poteva portare con sè per rendere meno grave il piantar casa nella sua nuova dimora. A queste cure, a queste fatiche non aveva dato altro riposo che la notte, e allora la stanchezza veniva a chiuderle benefica gli occhi. Qualche povero avanzo delle mussole e delle trine che una volta eran passate maestosamente dinanzi alla folla degli ammiratori in una festa, e che ora giacevano sciupate, dimenticate tra le cianfrusaglie d’un cassettone, nel ricomparire avevano evocato d’improvviso qualche rapido richiamo.... richiamo che Enrichetta aveva subito cacciato, soffocato, togliendo gli occhi da quei poveri cenci, e ritornando dov’era più affaccendato il tramestìo della casa. Una voce secreta guidava Enrichetta in ogni atto, in ogni parola, sebbene a lei paresse di non aver più in mente che un solo pensiero, quello di partire, e nel cuore un solo dolore, quello di lasciar suo padre. Quella voce secreta le ripeteva di fuggir lontano; le diceva che sotto altro cielo avrebbe cominciata una vita nuova, più tranquilla e forse più felice; le diceva pure che là avrebbe potuto anche rivolgere alle rimembranze del passato un mesto pensiero, perchè là, e non altrove, quel pensiero sarebbe stato un pensiero d’addio!

Enrichetta ubbidiva a quella voce; ma l’ultimo giorno, la vigilia della partenza, le poche sue forze non la sorreggevano più. Non le rimaneva che qualche ultima faccenduola, e tra l’una e l’altra metteva de’ lunghi intervalli, lasciandosi cadere su una poltrona, e cercando d’esser lasciata sola nella sua camera. Nel riandare col pensiero a una a una le cose fatte in quei giorni, si ricordò d’uno stipetto in cui doveva aver riposto qualcosa di cui s’era dimenticata. Si rizzò lentamente, cercò lo stipetto, l’apri, ci trovò alcune lettere di qualche amica, poi degl’inviti, qualche cianfrusaglia, e un involto piegato con cura e legato da un nastrino di seta. Nello spiegare l’involto si ricordò di ciò che ci aveva riposto: era una rosa di nastro turchino da cui scendevano due lunghi capi di seta. Enrichetta prese quella rosa e quei nastri, e ricadendo nella poltrona, li pose sulle ginocchia, e stette a guardarli lungamente. Le sue pallide guance si riaccesero a un tratto.... Quali pensieri le irradiavano la fronte, e la rendevano in quel momento bella come una volta? La sua mente errava come in una visione; le pareva di udire la piccola orchestra che in un angolo della sala del marchese accompagnava le ultime danze d’una festa; la festa s’era diradata; sul viso dei rimasti cominciava a scendere come un velo il pallore della fatica; eppure ognuno raddoppiava le sue forze; le danze continuavano meno ordinate ma più gaie, e pareva nata in tutti un’intimità maggiore dell’usato. Un ballerino provetto dirigeva con gravità le figure d’uncotillon, sviluppando in cento modi il tèma della dama che sceglie un nuovo cavaliere, e del cavaliere che cerca una nuova dama; il cavaliere prescelto, prima d’aver in premio un giro di valzer, veniva decorato dalla dama con un fiore alla bottoniera; i cavalieri poi, nel cercare la dama, le presentavano una rosa

di seta, da cui scendevano due lunghissimi nastri; e se la dama accoglieva il cavaliere, questi le appuntava la rosa alla spalla su quel pochino di manica concesso dall’abito scollato. Ecco venire con la rosa dai nastri don Emanuele, il cavaliere più elegante e desiderato della festa. Più d’una desidera in cuor suo d’esser prescelta.... e don Emanuele corre a offrir la rosa ad Enrichetta, e gliel’appunta con lo spillo; le passa il braccio intorno alla vita, la stringe a sè, e parte girando più volte la sala vorticosamente con lei. «Lasci appuntato quel nastro.... non me lo renda.... lo tenga in mia memoria....» le aveva susurrato don Emanuele, mentre i nastri svolazzando s’eran loro attortigliati dintorno e li avevano stretti in un nodo. Nella musica stessa della danza c’era qualcosa che trascinava, che seduceva; e ora quelle note ritornavano tutte nella fantasia d’Enrichetta, e le ridestavano a una a una le memorie di quella festa.... il bagliore de’ lumi, l’eleganza delle sale, lo sfarzo delle amiche, la ressa degli ammiratori, le parole adulatrici, le danze, don Emanuele, il nastro.... quel nastro, che ora aveva dinanzi, che teneva nelle sue mani, e che era proprio quello che le aveva appuntato don Emanuele.

«Lo tenga in mia memoria....» ripensò Enrichetta dopo aver passata la mano sulla fronte come chi si risveglia e cerca discernere dove finisca il sogno e dove ricomincino le realtà della vita. «Egli non c’è più!... Lo posso tenere questo nastro.... portarlo meco.... è una memoria... d’uno che non è più.... oh! sì, lo porterò meco...» E rizzatasi stava per riporre la rosa e i nastri in una cassettina da viaggio, quando udì i passi di qualcuno che veniva. Levò gli occhi, vide uno aprir l’uscio, e riconobbe il marchese Renica. Quanto era mutato!

Era quella la prima volta che il marchese Antoniousciva di casa dopo il giorno che abbiam veduto comparirgli nello studio l’ordinanza di suo figlio. Nessuno de’ suoi amici aveva potuto nè parlargli, nè soltanto vederlo: aveva però fatto chiamare l’ingegnere Mevio e gli aveva domandalo della signora Della Valle. L’ingegnere Mevio gli aveva parlato delle angosce d’Enrichetta e della sua decisione di partire. In que’ giorni tutto era venuto in uggia al marchese, tutto gli era insoffribile, fin la presenza d’un amico; ma quando gli balenò in mente il pensiero di salutare la signora Della Valle, di rivederla, sentì che il respiro gli si faceva più largo, e che gli scendeva nel cuore un primo sollievo. Il cuore gli aveva detto in quel momento che Enrichetta sola, e non altri, avrebbe capito il suo dolore. Ma che sarebbe egli andato a dire alla signora Della Valle?... Questo pensiero gli aveva suscitato nell’anima mille dubbi, lo aveva tormentato, combattuto; ma poi non aveva esitato più, ed Enrichetta se l’era veduto comparire dinanzi.

Enrichetta, a quella vista improvvisa, sentì una fitta al cuore come il giorno in cui suo padre era venuto a dirle la morte di don Emanuele. Si appoggiò a una sedia con la mano prima di poter movere un passo verso il marchese; ma quando si mosse, le fu più difficile ancora il non gettarsi nelle sue braccia. Il marchese Antonio le stese la mano, Enrichetta la strinse; nè l’uno nè l’altra poteron fissarsi negli occhi; nessuno dei due potè pronunziare una parola. Ma che rimaneva loro a dire?...

In quel punto udirono nella stanza vicina i passi di qualcuno che s’avvicinava. Il marchese strinse ancora una volta, e più fortemente, la mano d’Enrichetta, e fece atto di partire; ma Enrichetta con un gesto leggero della mano lo trattenne.... Alzò gli occhi, quasi domandasse al cielo una buona ispirazione; poi con un attodeciso e rapido andò a riaprire la sua cassettina da viaggio, ne levò la rosa coi nastri, e senza dir parola la consegnò al marchese. Il marchese s’accorse di ricevere un deposito, che da quel punto diventava cosa sua e sacra per lui; strinse una volta ancora la mano d’Enrichetta con l’espressione non solo del dolore, ma con quella dell’affetto, e nascose la commozione che oramai era più forte di lui, uscendo o piuttosto fuggendo rapidamente di lì.

In quel mentre entrava da un altr’uscio Giovanni, che veniva con una cera complimentosa per riverire il marchese. Non è a dire come rimanesse lì mortificato e goffo vedendo, dopo aver guardato due o tre volte all’ingiro, che il marchese non c’era più! Maledì in cuor suo quei pochi minuti che aveva creduto di impiegar così bene nel mutar l’abito e metter in sesto la cravatta, e che l’avevan tradito; poi, in tono piuttosto brusco, si rivolse a sua figlia. Enrichetta in un angolo della camera pareva tutta occupata da qualcuna delle solite faccenduole; suo padre le fece in un fiato cinque o sei domande, e stette ad aspettar la risposta.

Dopo aver asciugate in secreto due grosse lacrime, Enrichetta sentì scendere a un tratto nel suo cuore la pace serena d’una volta. Da quanto tempo non l’aveva più riavuta!... Com’era soave e benefica! Enrichetta rispose a tutte le domande di suo padre, gli rispose mettendogli le braccia al collo, e col suo bel sorriso, quello che da un pezzo nessuno le aveva più veduto. Il suo cuore le aveva detto finalmente che il passato era finito davvero, e ch’era principiato l’avvenire.

Il buon Giovanni, che, tutto considerato, ne capiva sempre meno, dopo una crollatina di capo riprese anche questa volta i suoi soliloqui sul tèma difficile del capire le donne.

Partita Enrichetta col suo bambino, Giovanni cominciò a poco a poco ad assuefarsi al nuovo tenore di vita e alle nuove occupazioni che gli aveva procurate Mevio. Passava le giornate intere nelle stanze dell’amministrazione del marchese, ora chiacchierando con qualcuno, ora attendendo a qualche lavoruccio che gli aveva affidato Mevio, o facendo intestature nuove ai registri «con una mano di scritto che finalmente» come diceva lui «era al livello del casato.» A casa sua poi, cioè in casa d’Ambrogio che ben di cuore se l’era pigliato a dozzina, si svagava un po’ con delle lunghe chiacchierate, confidando all’amico tutto il da fare che gli dava l’amministrazione del patrimonio del marchese, tutti i guai che ci aveva veduti, e tutto quello che farebbe lui se fosse solo a comandare.

Non è a dire però che non avesse la sua spina secreta nel cuore. Cercava bene di cacciare i fastidi e i pensieri malinconici un po’ con le chiacchiere e un po’ con le intestature; ma i fastidi rimanevano, e i pensieri malinconici ritornavano, come fanno sempre, e per non far torto neanche a Giovanni. «Cosa sarebbe successo?... Come la sarebbe andata?... Ed Enrichetta!... Poverina!....» pensava ogni tanto tra sè. «È partita, è vero, con la faccia che pareva contenta.... diceva di star bene.... ma se fosse stato tutto uno sforzo per non affliggermi!... E il viaggio.... e il clima nuovo per lei non le risveglieranno quella febbre che ha avuta per tanto tempo?... Quella febbre!... quella febbre!... E poi, a pensarci, intanto che diceva di partire così di buono umore, non la finiva più di salutar tutti e tutto, fin lepareti delle stanze, fino i mobili, e in un certo modo!... Poi quando fu alla stazione e si voltò a guardare il Duomo.... capisco che anch’io quando vedo il Duomo.... ma però lo saluterei con una faccia tutta diversa!»

Anche la prima lettera che gli arrivò, per quanto egli dicesse ad Ambrogio che le notizie eran bonissime e che tutto andava benone, non era fatta per mettergli in testa un altro ordine di pensieri. Dopo il viaggio la febbre era ricomparsa, poi era cessata; ma Enrichetta, per prudenza s’intende, non si levava ancora dal letto, e faceva scrivere la lettera da Massimo. La lettera finiva, è vero, con molte parole di speranza nell’avvenire; ma a trovarci ancora in simili parole un argomento di consolazione bisognava davvero metterci una gran buona volontà. Giovanni ce ne metteva, ma poi mentre si avviava in cerca di consolazioni si accorgeva a un tratto d’aver fatto, senza volerlo, una strada ben lunga per la china dei cattivi pensieri. Allora scotendosi, se la pigliava col suo cattivo naturale, e cercava di svagarsi ripigliando il filo delle chiacchiere con Ambrogio, o i ghirigori d’una calligrafia più studiata.

Di lettere sul fare della prima ne capitaron parecchie; e ogni volta Giovanni ci si metteva proprio di cuore per farsele parer buone, ma ogni volta trovava un argomento di meno. Con chi poi ne lo interrogava, mutava discorso volentieri, perchè capiva che le parole lo servivano male in questo argomento, e temeva di far nascere in chi lo ascoltava alcuno di que’ dubbi che gli erano già molesti abbastanza. A questo modo passò un buon mese, e mentre cominciava a dire in cuor suo: «Eh!... chi sa? dopo la pioggia viene il bel tempo.... e dopo un mese cattivo ne potrebbe venir uno buono!» a un tratto non ricevette più nuove di sorta.

Eravamo ai primi di settembre, in quei giorni incui le masnade della reazione avevano assalito Palermo e desolate le terre vicine. Le notizie scarse, confuse, che venivano mano mano, riempivano gli animi di trepidazione e di orrore. Si pensi come fosse in croce il povero Giovanni! E per di più tutti lo fermavano per strada, lo interrogavano, volevano le notizie: c’era fino chi le pretendeva, perchè avendo egli i suoi in Sicilia, ne doveva venire di conseguenza ch’egli sapesse tutto quello che vi succedeva. E il povero Giovanni, che vedeva passare i giorni e le settimane senza che gli arrivasse qualche notizia, non reggeva più a questo doppio tormento; e dopo essersene confidato con Mevio, non mise piede più neanche nello studio del marchese per non veder anima viva, e per non dover confessare con qualcuno di non sapere più nulla nè di sua figlia nè di suo genero.

Queste benedette notizie non arrivarono che dopo alcune settimane, e non furon proprio di quelle fatte per dar ragione al proverbio che dice: nessuna nuova, buona nuova. Giovanni ebbe finalmente, e in una sol volta, quattro lettere, due vecchie e due di data recente. Cos’era successo in tutto quel tempo? Cosa c’era in quelle quattro lettere? Per saperlo, la più spiccia è dir quattro parole sul conto d’Enrichetta, e raccontare in breve le vicende che capitarono al povero Massimo, intanto che suo socero aspettava le lettere, e mentalmente lo strapazzava di santa ragione.

Enrichetta aveva presto sentito scendere nel suo cuore ciò che aveva tanto sperato, la pace. Il suo cuore aveva battuto fortemente una volta ancora quando imbarcatasi aveva veduto un primo lembo di mare dividerla dalla spiaggia, e il lembo farsi grande, e la spiaggia farsi lontana. Poi da quella spiaggia aveva veduto dipartirsi, come una lunga striscia, la strada da lei pocoprima percorsa, la strada che conduceva alla sua città natale, alla sua casa.... e intanto che col pensiero la rifaceva, il suo cuore aveva sentito ancora il tremito angoscioso d’una volta. Ma in breve la spiaggia e le colline che le facevano corona non furono più che linee vaghe, sfumate, a cui mano mano succedeva uno spettacolo più grande, quello del cielo e del mare che si riunivano in una placida e maestosa armonia. Allora nel cuore d’Enrichetta quell’ultimo eco del passato prese a farsi lontano, lontano, e presto si perdette nella contemplazione d’un avvenire pieno di speranze e di pace.

Quando Massimo si trovò nelle sue braccia Enrichetta e in collo il suo bambino, quanti affetti in una volta gli contesero il cuore come se tutti lo volessero tutto per sè! Gli parve come d’essere tornato proprio sotto il suo vecchio cielo, nella sua casa di Milano; gli parve di non essersene allontanato mai. Egli avrebbe giurato che quel giorno non era che un domani felice de’ suoi più bei giorni del passato! E le sue disgrazie? e la memoria affannosa che ne aveva portato in quel lontano soggiorno? tutto gli pareva scomparso in quel momento. Era tornato accanto alla sua famigliola, e le fatiche del viaggio le aveva lasciate sulla soglia.

Enrichetta trovò tutto quello che la speranza gli aveva promesso. Ebbe l’affetto di suo marito come lo voleva il suo cuore; quell’affetto che sa trovare ogni giorno una premura, una buona parola, un atto cortese, un nulla, quei nulla che sono per certe anime lo scudo che le fa uscir vittoriose dalla battaglia della vita. Con questo scudo Enrichetta potè riandare le memorie del passato; tutte le potè riandare! E ripensando alle inezie lusinghiere, ai sogni della vanità che le furono così fatali; ripensando alle seduzioni d’un giorno, alledebolezze del cuore, prendeva coraggio nel sopportare le presenti difficoltà della vita, e le guardava con animo rassegnato e sereno, poichè, se aveva avuto in passato il suo tanto di colpa, vedeva in esse il suo tanto di espiazione.

Questa nuova pace era un benefico ristoro dell’anima; ma veniva essa in tempo per ridonare a Enrichetta le forze battute e corrose da tante disgrazie? La febbre e il languore che nei primi giorni del suo arrivo le avevano dato un poco di sosta, ricomparvero presto e più gravemente di prima. «Oh perchè tornate? perchè!» aveva detto Enrichetta affannosamente a se stessa, sentendo di nuovo quei brividi di febbre che le erano così noti. «Ma adesso sono contenta!... adesso devo star bene! non devo più ammalarmi! oh no, non voglio esser malata!» E fin che lo potè, cercò ingannare se stessa e suo marito; ma fu uno di quegli inganni che duran poco, e che rendono poi la confessione più amara.

Era un paesuccio povero e fuor di mano quello ch’era toccato a Massimo di residenza. Ci si teneva in allora un impiegato di Questura, ma per eccezione, e precisamente perchè, in grazia di certi provvedimenti straordinari per la sicurezza della provincia, ne avevano fatto un punto strategico. Per chiamare il medico bisognava far molte miglia, e così per avere le medicine e tutto quello che poteva abbisognare, non solo per un malato, ma per chiunque non fosse uno di que’ poveri abitanti del luogo. La strada poi non era nè la più comoda, nè la più sicura. Enrichetta non domandava nulla, non si lagnava di nulla, ma il povero Massimo si struggeva e quando la sua buona volontà e le sue premure tornavano inutili, si lasciava cascar le braccia scoraggito; e ora levava gli occhi al cielo, ora fissava qualche punto lontano, pensando a quelli che vivevano là, einvidiandoli, perchè gli pareva che là ci sarebbe stato tutto il bisognevole, e che là la sua Enrichetta avrebbe potuto risanare.

Siccome poi le disgrazie, quando hanno preso uno a perseguitare, le molte volte non lo lasciano che quando di burrone in burrone l’hanno tirato giù fin al fondo del precipizio; così al povero Massimo, che pure era disceso ben bene, ne capitò presto una nuova a dargli l’ultimo tracollo. Un ordine improvviso gli ingiunse di portarsi immediatamente in una vicina borgata, dove si temevano de’ disordini, sul far di quelli che succedevano in que’ giorni a Palermo, e dove si riunivano a buon conto le poche forze dei paeselli all’ingiro. Massimo dovette ubbidire sull’attimo: ebbe appena il tempo di raccomandare sua moglie a un buon uomo, il sindaco del paese, di far la valigia, e di raccapezzare ancora una speranza, quella di tornar presto.

Appena giunto in questa tale borgata, un suo superiore, con la faccia poco rassicurata e meno rassicurante, gli spiegò di che si trattava; gli diede cioè una sequela di cattive notizie, e l’ordine di tenersi pronto giorno e notte per mostrarsi poi a un bisogno conciliante e severo, energico e longanime.

Due giorni dopo, mentre stava leggendo alcune righe che gli aveva mandate quel tal sindaco per dargli le nuove d’Enrichetta, nuove poco buone che dicevano e non dicevano, e gli lasciavano la testa piena di dubbi e d’angustie, vennero a un tratto a chiamarlo in tutta fretta. Per le strade, nelle piazze, si vedevano de’ capannelli, e c’era gente che andava in giro col fare torbido e minaccioso. Massimo passò la mano sulla fronte come per mettere in sesto la sua povera testa; poi levò in fretta la sua ciarpa da un cassetto, se l’aggiustò ad armacollo sotto l’abito mentre scendeva le scale, e prese la corsa finchè giunsemezzo rifinito allo sbocco d’una strada, dove un drappello di carabinieri e di soldati tratteneva a fatica un’accozzaglia di gente che schiamazzava, e cercava di irrompere, mandando grida minacciose. Gli parve in quel punto di trovarsi ancora dinanzi a una certa folla di malaugurata memoria, quella tale che egli aveva cercato di persuader con le buone, e che intanto s’era raddoppiata, aveva saccheggiato un uffizio, e cagionati quei malanni di cui egli aveva pagata la sua parte di spese, buscandosi una ramanzina e una muta.

Massimo ordinò al tamburino di dare il segnale, e fece la sua prima intimazione: la folla gli rispose con una salva di fischi e di complimenti d’occasione. Fece la seconda intimazione, e questa volta con la voce alterata d’un uomo a cui la testa comincia ad annebbiarsi e il sangue a bollire: fece la terza, e la risposta fu una tempesta di ciottoli. Ordinò la carica. Si pensi che parapiglia, che gridare, che scappar generale!... Ma nel trambusto ci fu chi tirò qualche colpo di pistola, a cui i soldati risposero con qualche colpo di fucile. Dopo pochi minuti tutto era sgombro e silenzioso, ma giacevano per terra alcuni feriti: tra questi c’era un brav’uomo, anzi uno dei notabili del paese, che passando a caso era stato travolto dalla folla proprio nel momento delle botte e, come succede, ne aveva pigliata una lui. Il poveretto moriva il giorno dopo.

Quel che ne nascesse è facile pensarlo. Finita la burrasca, passata la paura, cominciarono con calore i commenti e i giudizi sull’accaduto. Il fatto era grave; e la colpa di chi era? Pigliarsela co’ capi del tafferuglio era un rimestare di nuovo nelle passioni, era un far torto al buon nome del paese; pigliarsela col prefetto della provincia, col capo della Questura, coi soldati, eran cose in cui parecchi ci vedevano un tantino d’imprudenza;pigliarsela col delegato Della Valle era un affare meno complicato e che poteva aggiustar le ova nel paniere. Bisogna dire che la pensassero proprio così, perchè a un tratto il povero Massimo diventò, sulle bocche di tutti, l’uomo feroce e sitibondo di sangue, l’autore unico ed esecrato di ciò che chiamavano chi l’assassinio, chi la strage, e chi ivesprigovernativi. Il superiore, che aveva bisogno di tirarsi d’impaccio anche lui, per prima cosa non volle sentir scuse: ricordò al signor Della Valle che nelle istruzioni che gli aveva date, c’era la moderazione e la longanimità, e lo rimandò nel villaggio dov’era prima; poi fece il suo rapporto al prefetto.

Massimo tornò al capezzale d’Enrichetta, le narrò a poco a poco una parte dell’accaduto, e tenne per sè ciò che lo angosciava di più. Non le parlò delle voci accusatrici che si erano levate da ogni parte contro di lui, e che ora gli tornavano ogni tratto all’orecchio, lo seguivano, l’opprimevano. «Ma son dunque un colpevole io?» esclamava qualche volta da solo. «Non ci sarà nessuno che prenderà le mie difese? Nessuno che mi ascolterà?... Ma io sono un onest’uomo? Sono innocente io!...» E quando gli uscivano questi lamenti, questi gridi dell’anima, durava poi non poca fatica a richiamare la testa a casa perchè non gli desse di volta, e a ricomporsi per tornare nella camera d’Enrichetta e parere quello di prima. In que’ giorni aveva scritto due lettere a suo socero, ed erano le due di data più recente delle quattro che gli abbiam vedute capitare. In queste ultime Massimo raccontava a Giovanni i fatti com’erano avvenuti; lo supplicava di far conoscere la verità, di difenderlo contro le accuse che sarebbero arrivate fino a Milano, fino al suo paese, e di trovare qualche anima compassionevole ed amica che dicesse in alto una buona parola per lui.

«Oh! poveri noi! anche questa!» si mise ad esclamare Giovanni nella sua camera, com’ebbe lette le lettere. «Adesso chi sa che roba di fuoco diranno di noi i giornali! Mi ricordo dell’altra volta!... Ma quel benedetto figliolo! cosa gli è venuto in mente di pigliarsela così calda!... Io, a’ miei tempi, quand’ero nella guardia nazionale, un po’ con le buone, un po’ con quattro scappellotti, ma sempre nella legalità, li sapevo ben io mandar a casa questi tali che, si sa, di tanto in tanto hanno bisogno di vociare e di fare schiamazzo! È sempre stato impetuoso quel Massimo!... sempre impetuoso!...» Ma qui gli veniva in mente quell’altro guaio capitatogli per essere stato troppo paziente, e dopo una pausa conchiudeva: «Proprio come quello che menava l’asino al mercato!... Ma intanto» continuava dopo averci pensato su ancora «intanto cosa si fa?... Qualcosa bisognerà fare, perchè chi sa dove lo mandano questa volta?... Più in giù non è possibile.... dunque!... Eh! bisognerà moversi subito, non perder tempo, trovare qualche buon santo.... Ma chi trovare!... Andrò da Mevio!» E contento della buona idea che gli era venuta, pigliò il cappello e la mazza, e andò diviato dall’amico.

Giovanni trovò in compagnia dell’ingegnere Mevio uno che vedeva per la prima volta, e che ad occhio gli parve un campagnolo. Come l’ebbe squadrato, fece capire a Mevio con una smorfia che aveva qualcosa a dirgli da solo a solo; poi principiò a discorrere con un certo fare disinvolto che contrastava non poco con la faccia stralunata con cui era entrato nella stanza poco prima.

«Oh! a proposito!... «saltò su Mevio interrompendo il discorso e additando Giovanni al campagnolo. «Ecco il socero di Massimo: le notizie ve le potrà dar lui. E questo brav’uomo» continuò presentando Martinoa Giovanni «è un parente di vostro genero, uno di Castelrenico, che appunto era venuto a domandarmi nuove di Massimo e di sua moglie....»

«Precisamente!...» prese a dire Martino. «E intanto sono ben contento di questa congiuntura che mi fa fare la conoscenza del signor socero dell’avvocato..... voglio dire.... come si chiama quell’impiego?... e se avesse qualche notizia la sentirò proprio con tanto piacere, perchè mi dicono che il nostro Massimo l’abbian mandato in un così brutto paesuccio....»

«Cioè, brutto.... un paese piccolo!» saltò su Giovanni «un paese, se volete, un poco lontano....»

«E che dopo essere stato a Milano....»

«Ecco! precisamente! Vedo che siete un uomo che capisce! Milano è un gran Milano! ne convenite anche voi, eh? Ma non ce n’è che un solo! è l’unico suo difetto!»

«Le notizie però son buone?... Oh! questo mi allarga il fiato!...» riprese Martino.

«Soddisfacenti.... soddisfacenti» saltò su, interrompendolo, Giovanni, con un fare tra l’imbarazzato e l’infastidito.

«Perchè m’avevan detto» continuò l’altro «che la moglie del nostro Massimo, voglio dire la sua signora figlia, fosse un poco ammalata.... o per dir meglio, paresse che in questi ultimi tempi....»

«Cioè.... cioè....» fece per rispondere Giovanni, ma intanto s’era voltato da una parte, aveva pigliato in mano un libro e levato il fazzoletto di tasca, cercando di interrompere il discorso e di sviare la commozione.

«Ma.... ecco,» continuò Martino: «casa mia è una casa alla buona, ma c’è posto che ne avanza; l’aria poi di Castelrenico è numero uno! e, se qualche soldato dei nostri piglia le febbri, non ha che a tornare in paesee ne guarisce subito. Insomma quello che vorrei dir io è che.... ma proprio senza complimenti, che se la sua signora figlia volesse prendere una boccata d’aria buona.... la mi farebbe davvero un piacerone.... l’avrei proprio per un onor grande.... Ecco cosa volevo dire!»

Giovanni strinse la mano a Martino, fece per rispondegli qualche ringraziamento, ma non potè. Non potè, perchè i cattivi pensieri ch’egli soleva cacciare a uno a uno, mano mano che si presentavano, ritornavano poi a dargli l’assalto tutti in una volta se faceva tanto di lasciar penetrare nell’animo un poco di commozione; e allora rimaneva lì prostrato e senza difesa. Martino però non s’accorse di tutto questo. Poco dopo salutò cordialmente Mevio e Giovanni; e con un «dunque siamo intesi» se ne andò!

Giovanni, rimasto solo con Mevio, levò di tasca le lettere, gliele diede, ed ebbe appena fiato di dire: «Leggete!».

Intanto che Mevio leggeva, Giovanni gli guardava negli occhi con la speranza di vederci il riflesso di qualcosa che fosse meno triste di ciò che aveva lui nel cuore in quel momento. Era come la sua ultima speranza; ma la faccia di Mevio, mano mano che i suoi occhi scendevano giù fino a pie’ di pagina, perdeva a uno a uno i tratti della sua giovialità. Giovanni seguitava a fissarlo, e Mevio prendeva sempre più un’espressione severa, una certa espressione che destò a un tratto un ricordo a Giovanni, e gli fece pensare: «È la faccia di quando arrivò la notizia ch’era morto don Emanuele!» Questo pensiero appannò gli occhi del povero Giovanni che, lasciatosi cadere su una sedia, rimase col capo tra le mani finchè Mevio ebbe finito di leggere tutte e quattro le lettere.

«È un piovere sul bagnato!... questo è il guaiomaggiore!» disse Mevio nel ripiegare le lettere. «Avevo già veduto qualcosa nei giornali....»

«Nei giornali? Allora siamo fritti!» esclamò Giovanni rizzandosi in piedi. «Povero Massimo!... e cosa dicono i giornali?... no, no, non ditemelo per carità!»

«Abbiate pazienza! I giornali raccontano il fatto; raccontano che un delegato di Questura.... ma finora il nome di Massimo non è venuto fuori.»

«Ci verrà! oh! ci verrà! Quando tutti dicevano che il nostro Massimo era un gran brav’uomo, allora i giornali non dicevano niente! Ma adesso sentirete! Oh! poveri noi!»

«Calmatevi, caro Giovanni; capisco, la cosa può esser seria.... però....»

«Però?»

«Insomma uno, quando sa di non aver nulla sulla coscienza, può domandare che si faccia.... non saprei.... un processo, e allora la verità a poco a poco viene a galla....»

«Ma intanto? L’avete detto anche voi che è un piovere sul bagnato! e questa è una gran parola, sapete! Se ci fosse ancora qualche paese più lontano, me lo vedrei già rotolato giù chi sa fin dove... e direi, pazienza! Ma il paese più lontano non c’è, e questa volta me lo rimandano a casa.... a casa diritto diritto: mi par già di vederlo!»

«È un guaio anche per voi e per Massimo che al marchese sia capitata quella gran disgrazia!... Se fosse stato qui, le portavo a lui queste lettere subito, e scommetto che non vi lasciava in asso; vi avrebbe dato qualche buon parere, vi avrebbe forse diretto o raccomandato a qualcuno. E una parola d’un uomo come il marchese, che ha in alto amici a bizzeffe, e a cui fan di cappello tutti le poche volte che si lascia vedere, unasua parola detta a tempo avrebbe forse potuto far sospendere qualche giudizio precipitato. Perchè il pericolo sta qui! Cansato questo pericolo, uno allora può far sentire le sue ragioni, e le cose a poco a poco si aggiustano. Ma bisognerebbe non perder tempo, e il marchese, voi lo sapete, non è a Milano. Se fosse a Castelrenico, meno male, ci farei una corsa e per domattina vi saprei dire qualche cosa. Ma, pover uomo! parenti, amici, seccatori d’ogni risma avrebbero voluto soffocarlo di condoglianze, non foss’altro per essere in regola con l’etichetta; e lui invece non voleva veder nessuno. Così, per paura che non lo lasciassero tranquillo neanche a Castelrenico, se ne è andato in quel suo podere di Piemonte, dove è più sicuro di non veder gente.... Ma ehi! Giovanni! cosa fate? per Bacco, non lasciatevi andar d’animo a quel modo!... insomma.... gli scriverò.... se volete ci vado in persona e mi faccio fare una brava lettera per qualche pesce grosso.... Ehi! Giovanni! datemi ascolto!... un giorno più, un giorno meno.... non vorrà essere proprio oggi o domani che sentenzieranno sul conto di Massimo.... eh! avranno tutt’altro per il capo, caro mio, in questi giorni, con quel po’ po’ di trambusto!... Ma insomma, Giovanni, non mi date retta?... Mi par quasi di non esser più il vostro Mevio!»

Il povero Giovanni s’era di nuovo lasciato cadere sulla sedia, nascondendo la faccia tra le mani; non ascoltava più le parole del suo amico e pareva assorto da un dolore più forte di prima. Mevio cercò di confortarlo in ogni maniera, ma per un pezzo non gli riuscì di fargli aprir bocca. «Se la matassa s’è ingarbugliata, vedrete che troveremo ancora il bandolo,» seguitava a dire Mevio. «Pericoli, quanto all’impiego, non ce ne saranno. E poi.... e poi, se anche lo sbalzassero dall’uffizio,a un altro impiego, ve lo prometto, ci penso io. Penseremo a qualche impiego d’altro genere.... per esempio....»

«Oh! cosa mi parlate mai dell’impiego!» esclamò finalmente il povero Giovanni.... «Che l’impiego se ne vada!... che è ormai l’ultimo de’ miei pensieri! Non è all’impiego che penso io! non è il pensier dell’impiego che mi sta sul cuore!... che mi toglie il respiro in questo momento!... È alla mia Enrichetta che io penso!... è alla mia Enrichetta!... Le avete lette bene quelle lettere! Non vi pare?... E se non vi pare, è perchè.... Ditemi un poco, sapete voi cosa sono i presentimenti?... Ebbene, ne ho uno io!... uno ben triste!...» E non potè finire perchè diede in uno scoppio di pianto, mentre rizzatosi in piedi si gettava nelle braccia dell’amico.

Quanto all’impiego rimedi non ce n’era più. Tra i mezzi d’acquietare gli animi in quel paese dov’era successo il tafferuglio, c’era stata in quei giorni anche la destituzione dall’impiego del delegato Massimo Della Valle.

Sul finire di quello stesso mese di settembre in cui erano succeduti gli ultimi avvenimenti del nostro racconto, un uomo vestito a bruno usciva una mattina da una delle porte di Milano, e preso uno de’ viali che fiancheggiano la strada maestra, continuava il suo cammino lentamente, misurando il passo coi passi d’un bambino, vestito a bruno anch’esso, che conduceva per mano. Per arrivare a quella porta aveva dovuto fare tre o quattro lunghe strade, e le aveva fatte d’un passo meno lento, e col fare d’uno a cui dànno noia lagente, le case, i rumori della città; d’uno che cerca la solitudine e l’orizzonte spazioso e quieto. Il bambino che lo seguiva aveva dovuto percorrere quel tratto quasi tutto di corsa e saltellando; e quel passeggio a gambe levate gli era stato argomento d’una allegria che faceva non poco contrasto con l’aria malinconica di chi lo conduceva. Chi passava dava a costui alla sfuggita un’occhiata compassionevole, ed una più compassionevole ancora a quel vispo bambino, che nel primo mattino della vita portava già il vestito della sventura e del lutto. «Povero bambino!» dicevano mestamente in cuor loro «ha perduta la sua mamma!» e avrebbero voluto saper chi fosse, fargli una carezza, dargli un bacio in luogo della mamma che non gliene avrebbe dati più. Uno poi, che aveva fatto atto di fermarsi, e s’era voltato a guardare il bambino e l’aveva seguito con gli occhi, nel ripigliare la strada s’era messo a borbottare tra sè: «Anch’io da bambino fui vestito così! e cosa volesse dir quel vestito lo capii dopo... l’ho capito una prima volta, me ne ricordo ancora, quando non mi potei difendere contro un compagno più grandicello e prepotente, col gridare, come facevan gli altri,lo dirò alla mia mamma!... E poi, dicono che una parola amorevole, un consiglio d’una madre, non si dimenticano più! E vengono le volte in cui s’ha bisogno di richiamare un consiglio!... s’ha bisogno d’una memoria da rispettare!... Oh! se l’avessi trovata una buona parola dentro di me!... chi sa!...» E aveva svoltato alla prima cantonata per non avere la tentazione di guardare ancora quel bambino, e per cacciare una folla di tristi pensieri. Altri, dopo una prima occhiata mesta a quel fanciullo, avevano continuata la loro strada col passo più svelto e con la faccia di chi pensa a una buona nuova. Quale pensiero aveva attraversato d’improvviso laloro mente? Quello, forse, che rientrando in casa ci avrebbero trovato ancora la loro mamma.

Il povero Massimo, poichè era proprio lui l’uomo vestito a bruno che conduceva il bambino a mano, com’ebbe lasciato dietro di sè le ultime case del sobborgo che qua e là fiancheggiano il viale, cominciò a levar gli occhi, che aveva tenuti fin lì fissi al suolo, e a guardare i bei prati, i bei campi che gli si stendevano dinanzi, e dopo questi le prime linee rialzate e vagamente interrotte delle colline, e la gran costiera finalmente delle prealpi e delle alpi, che gli chiudevano l’orizzonte coi loro maestosi profili, frastagliati da cocuzzoli biancheggianti e da ombre severe. Quello spettacolo, che pure egli aveva veduto le mille volte, pareva avesse in quel punto su l’animo suo un fascino tutto nuovo. Camminava, e non sapeva levar gli occhi da quella parte d’orizzonte; era assorto, ma pareva che il respiro gli si facesse più libero e l’animo più sollevato.

Che cos’era venuto a sviare per un momento la costante malinconia de’ suoi pensieri? Cosa cercava egli con lo sguardo così fisso? I suoi occhi seguivano quelle ombre, quelle insenature, quelle vette che da tanto tempo non aveva vedute, e che ora mano mano andava riconoscendo. Eran tutti profili cari al suo cuore, e che sapeva lo dovevano condurre a uno che gli era il più caro di tutti, il profilo dei monti che stavano dietro Castelrenico. Appena lo intravide e lo riconobbe, il suo cuore battè violentemente, e il suo viso ch’era così pallido e triste, si fece a un tratto rosso, e prese quasi un’espressione di gioia. Si fermò, e stette un pezzo a fissare quel punto; intanto che il suo bambino era tutto in faccende per un grillo che aveva veduto presso la siepe, e non arrischiandosi di pigliarlo, gli salterellava intorno mandando gridi d’allegria.

Massimo riprese il cammino, ma ogni tanto levava gli occhi e guardava ancora que’ monti. La sua mente era come trasportata da un’onda di pensieri nuovi: quella nebbia, che dopo le sue ultime disgrazie non gli lasciava veder più nulla dinanzi, in quel momento pareva si diradasse per fargli intravedere un porto tranquillo. Tornare a Castelrenico dopo esserne uscito pieno di progetti e di fumo? tornare umile, avvilito, come chi torna da una sconfitta? farsi guardare con pietà dopo che l’avevano guardato con invidia?... Mai! Con questa risposta aveva sempre troncato ogni pensiero, ogni domanda che avesse osato di farsi innanzi, per quanto sommessamente, a parlargli di Castelrenico. Ma ora che in compagnia de’ pensieri gli veniva dinanzi quella faccia benedetta de’ suoi monti, quel mai era lento a ricomparire, impedito da tant’altre cose che questa volta parevano più frettolose di lui. Le ubbìe compagne del mai si facevano piccine piccine, nella sua mente, intanto che il campanile di Castelrenico, la piazza, il caffè, l’osteria, gli amici d’un tempo diventavano grandi grandi, e li illuminava come una nuova luce che li faceva parer tutti le più belle cose di questo mondo.

Massimo continuava a camminare. Camminava col passo più celere, e pensava a quando, dopo essersi dilungato un po’ troppo fuori di Castelrenico, se ne tornava affrettando il passo; e gli pareva quasi che alla prima svolta avrebbe trovata la solita scorciatoia che pigliava quando voleva giungere più presto in paese. Tanto era diventato padrone di lui in quel momento il suo Castelrenico! E intanto camminava.... ma il suo bambino, che cominciava a essere stanco, ora si sedeva su un mucchio di ghiaia, ora pigliava la rincorsa, ora tirava la falda del vestito del babbo, e cercava di fermarlo con una domanda.

Era un pezzo che nell’animo del povero Massimo, addolorato da tante disgrazie, non si faceva strada un pensiero di pace, un qualcosa che lo togliesse per un minuto dalla sfiducia in cui era caduto. Il suo animo non cercava di dimenticare nessuno de’ suoi dolori, uno de’ quali, il più grande di tutti, gli era sacro e indistruttibile. Eppure quel lumicino che veniva a un tratto a rompere la nebbia scura che l’opprimeva, gli dava come un riposo soavissimo; e avrebbe voluto in cuor suo che quel minuto fosse lento a passare, tanto lo gustava! Ma anche quel poco ristoro fu breve. Il suo bambino a un tratto gli si piantò dinanzi, e tirandolo per l’abito gli domandò fissandolo in viso: «Questo è il luogo dove ci sono sepolti i morti?»

Massimo alzò gli occhi, e s’accorse d’essere vicino alla cancellata d’un cimitero. Il bambino, vedendo l’espressione di dolore che a un tratto pigliava la faccia del babbo, soggiunse subito: «Babbo, non ho più paura io dei morti!... non ho più paura, perchè adesso tra i morti c’è la mia mamma!...» Massimo, a cui scoppiò il cuore a quelle parole, prese il bambino in collo e lo coperse di baci e di lacrime. Quel raggio di conforto era sparito; i tristi pensieri erano tornati in folla, e con essi una puntura dolorosa di più, quella che il suo bambino gli aveva data senza saperlo.

Conducendo il suo bambino a mano tornò in città, e s’avviò verso casa col capo basso, ripensando, nel rifare quelle strade, ai casi suoi, con l’eguale malinconia e l’eguale sfiducia di prima. Eppure quel lumicino lontano che per un minuto gli aveva fatto intravedere il porto, non doveva essere un’illusione del tutto.

Giovanni, come abbiam veduto, era andato a vivere in casa del suo amico Ambrogio. Tutti e due poi, quando Massimo dopo le sue ultime disgrazie capitò aMilano, adattandosi alla meglio, avevano trovato modo di alloggiare anche l’avvocato e di dargli una delle stanzucce del loro piccolo quartierino. Era dunque verso la casa dove abitava Ambrogio che Massimo faceva ritorno; e quella strada, quella casa, ch’eran lì a ricordargli che senza il buon cuore d’un galantuomo forse non avrebbe saputo dove cercare un ricovero, tanto le sue tristi vicende l’avevano ridotto a mal partito, non eran fatte neanche loro per dargli quel poco conforto che uno cerca tra le pareti domestiche.

Fatta la scala, aperto l’uscio, vide su una sedia un cappello a cencio e una grossa mazza, e udì la voce di qualcuno che parlava forte col socero nella stanza vicina. Si fermò, e il suo primo pensiero fu di riaprire l’uscio e ripigliare le scale, tanto il suo animo rifuggiva in quel momento dal veder gente, dal mostrare ad altri il suo dolore, dal voler parere rassegnato, o dal ricevere conforti. Ma intanto il suo bambino aveva spalancato l’uscio, e gridando: «il babbo! il babbo!» era entrato nella cameretta dove c’era Giovanni in compagnia dell’ingegnere Mevio e d’un altro. Massimo, pochi minuti dopo, si trovava tra le braccia robuste d’un uomo che gli era corso incontro, e che senza poter proferire una parola l’aveva serrato al suo cuore con una stretta convulsa e vigorosa. Quell’uomo era Martino; e tanto lui che Massimo rimasero così abbracciati un pezzo senza che l’uno potesse staccarsi dall’altro, senza che a nessuno dei due potesse venire una parola sulle labbra. Ma tutto era detto. Mevio, che sapeva a tempo capire anche le cose delicate, vide ch’era bene lasciar soli quei due, almeno per qualche minuto; e pigliato a braccio Giovanni, a cui invece pareva necessario di rimaner lì per spiegare a Massimo il come e il perchè Martino fosse venuto, con una parola all’orecchio lo condusse nellastanza vicina. Ma fu per poco. «Vi pare?» cominciò Giovanni a dire subito dopo. «Li sentite voi dire una parola?... È una conversazione che continua sul tenore di quella di poco fa! Ci vuol me a rompere il ghiaccio!... ci vuol me!» E questa volta Mevio non riuscì a persuaderlo di lasciare i due cugini in pace.

Al buon Giovanni pareva di tanto in tanto di saper essere d’animo più forte di suo genero. Ma poi quando vedeva un po’ di tregua sulla faccia di Massimo, allora cominciava a perder lui la parola; si guardava in giro come se cercasse la sua figliola; e si vedeva scendere sul poveretto quel dolore che sulla fronte d’un vecchio, a cui la vita più non promette che scarsi conforti, è sempre così cupo e profondo.

Giovanni, quando tornò nella cameretta, vide i due cugini seduti accanto silenziosi, col capo basso, e con le mani dell’uno nelle mani dell’altro. Nell’aspetto di tutti e due c’era una calma così severa che non era fatta per dar coraggio a nessuno che avesse voluto disturbarla. Il rompere il ghiaccio non parve dunque una cosa così facile neanche al nostro Giovanni, il quale, dopo esser rimasto lì un poco sui due piedi senza aprir bocca, pigliò una sedia e si mise a sedere. Poi fece due o tre volte come per dire qualcosa, ma le parole non volevano uscire.

Alla fine fece un gran sforzo ed esclamò: «Mah!» con un gran sospiro, e non potè dir altro.

Chi ruppe il ghiaccio fu Martino, che a un tratto rizzatosi diede a tutti una forte stretta di mano, e disse: «Insomma.... andiamo. Ho un affare qui col nostro ingegnere Mevio.... ne ho poi un altro con voi, Massimo, ma non è questo il momento. Questa sera vengo a pigliarvi; vi devo dire qualcosa, e faremo quattro passi in compagnia. La riverisco, signor Giovanni! Massimo, a rivederci!»

Martino non si fece aspettare. Imbruniva appena quando ricomparve; e a riceverlo questa volta c’era anche Ambrogio, di cui avrebbe fatto a meno volentieri. Egli, ch’era venuto per pigliarsi Massimo a braccetto, e far subito que’ quattro passi in compagnia, dovette invece far conversazione con Ambrogio, il quale, se gli capitava in casa qualcuno, si credeva in dovere, per riceverlo proprio a modo, di domandargli i fatti suoi e di raccontargli i propri. Finalmente Martino, fatto le sue scuse, si congedò, pregando Massimo a uscire con lui, com’era l’intesa.

«Mio caro Massimo» prese a dire Martino quando fu in strada, ma dopo aver fatto un bel tratto in silenzio, «voi mi dovete fare un gran piacere. Sono in un imbroglio, sapete? in un imbroglio dal quale non mi potete levare che voi!»

«Io?» esclamò Massimo con un certo accento pieno di mestizia e di amarezza.

«Sì, voi! Ma prima statemi a sentire, perchè bisogna che vi metta un poco al fatto delle mie faccende; le quali faccende sono benedette dalla Provvidenza, e mentre mi poteva capitare.... insomma la mi è andata bene, e in grazia soprattutto di quel mio Tonino, che è un bravo figliolo, sapete!... così giovane! un figliolo che ruba un mestiere, come diciam noi, basta lo vegga una volta!... e se me ne ha insegnale delle cose!... In grazia, come dicevo, di Tonino, ho impiantato delle cose ch’eran nuove nei nostri paesi; ho cominciato a guadagnar qualcosina, ho aggiustate le mie magagne, ho fatto venir delle macchine, e, alle corte, adesso mi trovo sulle braccia un lavoro così spropositato che non riesco sempre a tenergli dietro. Cioè, in quanto al lavoro, con qualche buon operaio che in questi anni ho tirato su a mio modo, lavorando io, lavorando il figliolo, si dàpasso agl’impegni, e la cosa cammina. Ma, voi lo sapete meglio di me, quando le faccende son molte, anche la penna e la carta vogliono la loro parte; e qui comincia il guaio! Ogni tanto io devo andare ora in un paese, ora in una città, per fare un contratto, per ricevere un pagamento; e allora.... senza dire che Tonino solo non basta più perchè ci sia sempre quel tal occhio aperto su tutto, quel tal occhio senza il quale le cose fan presto a mettersi fuori di careggiata!... allora, dicevo, ci siamo!... ci siamo a quel tal imbroglio della carta! Ogni tratto mi trovo dinanzi a ingegneri, ad avvocati, alla carta bollata.... e allora, che ne so io? In qualche impiccio, a dirla, ci son già cascato. Tutti in Castelrenico, tutti mi vanno dicendo: Mastro Martino, voi avete bisogno d’un uomo di proposito, d’un uomo a cui stia bene la penna in mano! E guardate, Martino, che penna, carta e calamaio sono una gran cosa!... Se ci fosse qui l’avvocato Massimo!»

«Oh! che dite mai!... si ricordano ancora di me?...»

«Vi pare? Non c’è giorno che non si parli di voi in Castelrenico!... Dunque dicevo.... cioè dicono.... se ci fosse qui l’avvocato Massimo! oh! allora sì che le vostre faccende andrebbero a dovere!... E quando questi han finito, comincia Tonino: — Caro babbo, così non si cammina!... intanto che si tengono gli occhi sul lavoro non si può tenerli sui libri: nella fabbrica dov’ero io c’era uno studio che pareva un uffizio, e lì, da mattina a sera, c’era un signore con gli occhiali, serio, che non rideva neanche la domenica. — Capite, cosa mi dicono tutti? Ora sono sei mesi che mi guardo intorno per cercare anch’io qualcuno di proposito, ma.... di quei di fuori non ne conosco, e di quei di Castelrenico.... sicuro che, se li sentite al caffè, la sanno lunga a uno auno più di tutti i ministri messi insieme, ma... a dirla tra noi... è meglio lasciarli legger le gazzette! Intanto però io sono impacciato come un pulcino nella stoppa, e così non si va!... Dunque... dunque non ce n’è che uno che potrebbe levarmi d’impiccio... che potrebbe essere la fortuna mia e de’ miei figlioli... ma non ho il coraggio di domandargli questo favore. Capite, Massimo? Ma voi non mi rispondete!... per carità, se ho detto qualcosa fuori delle convenienze, non abbiatelo a male, perchè io sono un uomo alla buona...»

«Oh! voi siete un uomo generoso... ed io sono un disgraziato che deve, perchè è giusto, pagare la pena de’ suoi errori!... un disgraziato per sua colpa... che non è degno di stringere quella mano che voi gli stendete con tanta generosità!...»

«Oh! se avete imparato a dir queste cose a Milano, dirò anch’io che avete fatto un cattivo negozio ad andar via da Castelrenico!... Scusate se parlo così. Del resto, le botte di questo mondo sono spesso botte da orbo, che vanno anche sulle spalle di chi le merita meno. Sapere chi merita fortuna e chi non la merita!... son conti che non li può fare che Domeneddio!... Se vi son toccate delle disgrazie, ebbene, non cerchiamo più in là! Forza ai remi! e se il vento v’ha ricacciato in mezzo al lago mentre cercavate una riva, forza ai remi, e cercatene un’altra!... Voi non avete bisogno di me, perchè se la prima strada non v’ha guidato bene, ne potrete trovare in Milano un’altra che vi guidi meglio. Ma io ho bisogno di voi; dunque, strada per strada, pigliate intanto la mia, e camminiamo insieme! Se non vi piacerà, sarete sempre in tempo di pigliarvene un’altra, per bacco!... Ouf! in questa vostra Milano fa un gran caldo, sapete, anche quando negli altri paesi l’estate è finita!...» E così dicendo si levava il cappello e si asciugava lafronte, perchè, sebbene spirasse un’aria quasi fredda, Martino in quel momento sudava come sotto una solata di luglio.

Massimo era agitato, confuso; non capiva più dove fosse e dove andassero i suoi pensieri. Le parole di Martino a poco poco gli facevano intravvedere quella mèta che cominciava a essere la seduzione più forte del suo cuore; gli risvegliavano quella commozione che aveva sentito scendere nell’anima al rivedere il profilo delle sue montagne. Ma poi quel tornare a capo basso nel suo paese, dopo esserne uscito così pieno di fumo; quel ricevere asilo da uno, di cui, un tempo, aveva quasi sdegnato i saluti; quell’invito che forse era un’elemosina.... eran dubbi che venivano a tormentarlo, eran pensieri che venivano a cozzare coi pensieri di prima, e lasciargli la mente tutta buia e scombussolata... «E se fosse vero che Martino ha bisogno di me?...» cominciava Massimo a pensare spinto dal secreto desiderio di stringere quella mano che gli veniva stesa.... «Se il partito che mi offre fosse il più onorevole che mi rimane?... Se un rifiuto paresse un’offesa?... Se potessi davvero esser utile a questo brav’uomo!...» Ma poi era da capo ad esclamare tra sè: «Oh! no, no.... è un atto di compassione! è un sacrifizio che Martino s’impone, e che io non devo accettare!» E in mezzo a queste contraddizioni, a questa battaglia che gli era sorta nel cuore, non poteva trovare una parola da rispondere a Martino.

Dopo un lungo silenzio, Martino prese a dire in tono più calmo e con un accento quasi malinconico: «Insomma prima di negarmi il vostro aiuto, prima di preferire un’altra strada, pensateci bene, caro Massimo. Pensate a tante cose.... pensate anche che una boccata d’aria dei nostri monti sarà un gran ristoro per la vostra salute, e un gran sollievo per il vostro animo!... Pensate ancheal vostro bambino, che è un bel bambino, ma che m’ha l’aria d’uno di quei fiori che non hanno veduto mai altro sole che quel poco che capita sul davanzale d’una finestretta e dietro un’inferriata. Ripiantatelo all’aria libera, in mezzo a una bella aiuola, dove lo vedrete riavere i suoi bei colori, venir su rigoglioso, robusto, senza che il vostro cuore abbia mai un giorno di dubbio o di ansietà!...»

In quel punto le fiammelle sfolgoranti d’una bottega da caffè illuminarono traverso le vetrate i nostri due personaggi. Martino diede un’occhiata a Massimo, e gli vide scendere sulle gote due grosse lacrime. «Che bestia! che bestia!» disse tra sè il povero Martino. «Cosa ho detto mai!... Come faccio adesso ad accomodarla?...» Ma poi, come uno a cui viene un’idea, saltò su a voce alta: «Massimo! venite a prendere un caffè!» E l’idea del caffè, per sviare i pensieri di Massimo, gli parve così buona, che ci si mise con tutte le sue forze; e Massimo che sulle prime cercava schermirsene, dovette cedere, e lasciarsi condurre nella bottega dalle braccia vigorose del cugino. Più tardi Martino accompagnò Massimo a casa; ma nè in bottega nè in strada non riprese più il discorso di prima.

La mattina seguente, Martino andò di buon’ora da Mevio, gli ripetè i discorsi fatti con Massimo, e gli raccontò per filo e per segno come l’era andata. A Martino pareva che la non fosse andata troppo bene; aveva paura, come diceva lui, d’aver fatta una frittata; e poi nella notte gli eran venute in mente tante e tant’altre ragioni che gli parevan tutte migliori di quelle che aveva dette. Ma come si fa? Quel giorno stesso egli doveva ritornare a Castelrenico per le sue faccende; e così la speranza che l’aveva fatto correre a Milano, quella di condursi a braccetto Massimo a casa sua, era bell’e svanita. Mevio lotranquillò; trovò bonissimi i ragionamenti fatti e si prese l’impegno di darvi un’ultima mano. «Lasciate fare a me,» concluse Mevio. «Cose di questa fatta le non si decidono intanto che si fan quattro passi, o che si prende un caffè: ci penserò io a persuader Massimo, e a togliergli ogni ubbìa di testa. Tra quindici giorni Massimo sarà in casa vostra....»

«Col bambino e col socero, s’intende!»

«Eh sì! Fate proprio una carità fiorita, perchè il povero vecchio ha speso per Massimo fino all’ultimo soldo del suo piccolo patrimonio, e ora, poveretto.... insomma è una gran carità!»

«Cosa dite mai! In casa mia c’è da fare per tutti, e qualcosina farà anche il signor Giovanni. Non si tratta di elemosina per nessuno, ma di lavoro: tenete a mente questa parola! E così siamo intesi, e confido in voi.»

Due mesi dopo, l’avvocato Massimo, procuratore della ditta di Martino Della Valle, ritornando da una corsa fatta per affari, fermatosi un paio d’ore a Milano, andava in fretta a salutare l’amico Mevio, e a domandargli se gli occorreva qualcosa per Castelrenico.

«Grazie, caro avvocato; salutatemi Martino e Giovanni, e tutti quei del paese. Del resto, le faccende seguitano a maraviglia, nevvero? Vi trovate sempre bene? Siete contento? Lavorate molto?...»

«Oh! io devo benedire a ogni ora Martino e voi per tutto il bene che mi avete fatto! M’avete proprio salvato; m’avete condotto in porto! Ma...»

«Ma?...»

«E i poveri naufraghi?... Però la mia Enrichetta riposerà presto nel camposanto di Castelrenico. Ho destinato a ciò i primi frutti del mio lavoro. Lavoro molto, ma con questo pensiero nell’anima il lavoro mi dà un conforto che nessuna parola m’aveva dato fin qui.»


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