II.«Io v'ho lasciati ieri» riprese il Maestro, «che Don Luis si era salvato col valore dalle mani del suo insidiatore, e colla fuga poi da quelle dei seguaci e complici di lui, i quali, usciti d'agguato, gli eran corsi dietro; ma perchè egli aveva da cento passi innanzi, e non era poi in tutta Spagna uomo più leggeri alla corsa, non potè essere arrivato; e salvo, benchè ferito, giunse a San Lucar le donne e i compagni. E pensate che accoglienza gli fosse fatta, principalmente.... Benchè io penso, amici miei, che ieri v'ho allungata troppo la narrazione: e contro il mio stile, che è di non far durar mie novelle oltre a una sera, non v'ho detto di questa se non il principio; e se allungassi il resto allo stesso modo, se ne avrebbe per più d'otto dì. Epperciò, lasciato San Lucar, e la villa, e Don Luis e sua guarigione, e tutti i particolari, dirovvi sommariamente gli eventi principali saltando dall'uno all'altro, e passando le attaccature che non sono necessarie, e voi potete benissimo supplire.Erano dunque passati già più mesi dalle scene ultimamente descritte, quando per un bel mattino di decembre il popolaccio di Siviglia correva ad una di quelle feste di che il popolaccio di tutti i paesi è così vago, un'esecuzione a morte di tre o quattro condannati. Era poi anche maggiore quella volta l'accorrere, non solamente pel numero insolito de' condannati, ma anche per varie circostanze particolari atte a destar la pubblica attenzione, attutata del resto dalla frequenza di quegli spettacoli. E prima, uno dei condannati era un bellissimo giovane, il piùguapofra i setteniños di Ecija; che sono una compagnia di ladri famosissima ne' contorni di quella città onde essi tolgono il nome. Dicesi che sieno sempre sette, e non mai più; benchè quando ci è un posto vuoto, che accade sovente, e' vengono loro sempre numerose suppliche e brighe per sottentrare; ma non si tolgono [pg!146] mai se non tanti quanti sono i posti vuoti fra i sette, e sempre si scelgono i più bravi e provati ladri; e dura quella compagnia da molti anni e forse da secoli. Fu spenta, è vero, al tempo che il maresciallo Soult reggeva l'Andalusia; ma so che risorse poi, benchè non sappia se duri e sia in fiore oggidì. Ad ogni modo, per far ragione a tutti, e' si vuol dire che costoro, i quali certo non hanno scrupolo di uccidere quante persone sia loro mestieri per venir a capo di loro assassinii, od anche per ispegnere la voce; quando poi non è loro necessario, hanno molti riguardi per le persone che fermano in via, e talor lasciano loro danari da finirla, e se metton le taglie ai ricchi possidenti, che è il grande stile di queste masnade, dicesi che talora poi facciano carità a' poverelli, e lascin borse sotto a' loro usci, e che so io d'altre simili generosità, vere o inventate da coloro che in ogni dove, principalmente in Ispagna, hanno amore a questa specie infima in grado, ma da essi tuttora favorita di eroi.Un altro poi dei condannati chiamava anche più del primo l'attenzione de' buoni Sivigliani. Accusato per ladro o assassino, o che so io di peggio, non aveva alle numerose prove recate contro a lui opposto mai nulla; e s'era lasciato indifeso condannare. Ma, condannato che fu, sorse a suo cenno l'avvocato, e dispiegò sul tavolino dinanzi ai giudici un gran fascio di carte e pergamene che provavano senza replica la sua antica nobiltà; la quale riconosciuta, l'avvocato chiese, e i giudici accordarono, non per grazia, ma per diritto, che il suddetto nobile condannato fosse nobilmente strozzato, o, come dicono,garottadoda seduto, in vece di essere, come s'usa ed è buono per li semplici cittadini, appiccato in aria ignobilmente penzoloni. E così fu effettivamente eseguita la sentenza. Ma di questi due a noi non importa nulla, se non che, tolto il corpo di quel secondo giustiziato, fu in vece sua attaccato un figuraccio o spauracchio da uccelli; e fu affissa sotto uno lunga condanna che io non vi dirò minutamente; ma in sommario dicea così: Che citato il nomato Perico (e seguivano poi gli altri nomi suoi e la sua qualità d'Asturiano, epperciò nobile) [pg!147] a comparire dinanzi alla Reale Udienza di Siviglia; e col non comparire mostrandosi contumace o defunto, che non si sapea quale dei due; sulle deposizioni dell'eccellentissimo signor Don Luis, con dieci altri nomi e l'etcetera, Grande di Spagna di prima classe etcetera; le quali unite coll'altre prove evidentemente provavano aver il detto Perico teso insidie, agguati e tradimenti per proditoriamente e senza ragione ammazzare il detto eccellentissimo signor Don Luis; la Reale Udienza l'aveva all'unanimità dichiarato assassino e condannato a morte; e fosse tenuto quasi effettivamente giustiziato; e se era vivo, rimanesse bandito col taglio di ducento scudi e la grazia a chi lo consegnasse; ed altre siffatte cose poi che seguivano secondo le formole. Perchè poi Perico era conosciutissimo ed anche amato in Siviglia, perciò, contradizione o no, la folla fu grandissima a leggere la sua condanna. In mezzo alla folla poi ei ci fu uno in abito di alguazil che accostatosi allo scartafaccio, e trattone un altro di sotto al mantello, lo affisse sul primo in modo da coprirlo; e mentre gli si riapriva innanzi e poi gli si serrava dietro e riaccostavasi a leggere la calca, egli sparì. Sorse allora un susurrìo che chiamò l'attenzione dei veri alguazili che stavano passeggiando pochi passi discosto; s'accostarono, e lette le prime parole, si rivolsero ad inseguire il falso compagno. Ma questi era lungi e non fu trovato. Il nuovo scartafaccio dicea così: «Don Luis è un mentitore; Perico non fu mai assassino, e volle solamente da uomo a uomo combattere un nemico vile traditore. Se la Reale Udienza fosse meglio informata, potrebbe sapere che Perico è vivo e vivissimo, e si fa beffe de' suoi tagli e de' suoi dugento scudi. Con cinquanta soli per testa ei potrebbe aver quella di Don Luis, e di tutti i membri della Reale Udienza. In prova di che ha fatto affiggere la presente qui alla barba loro, e dinanzi alla porta dell'eccellentissimo, e sotto la Girada ed altri luoghi publici, dove li potete andare a vedere.»Ora di questo scandalo che che si dicesse in tutta Siviglia, io non ve ne dirò nulla, volendo, secondo mia promessa, [pg!148] portarvi a un tratto a un'altra scena che succedè pochi altri mesi dopo, verso l'aprile o il maggio del 1807, in Ciclana. È questa, non lungi da Cadice, una piacevolissima terra presso che tutta formata delle villette di que' ricchi cittadini, i quali chiusi nelle loro mura in mezzo al mare, quasi marinari d'un vastissimo vascello, scendono ogni volta che il possono a goder la terra; e perciò tengono là ed abbellano le loro casuccie e gli orticelli con un amore e una nettezza non consueta nel rimanente delle Spagne. Così Ciclana, un villaggio di ricchi, unisce in sè i piaceri tutti della villa e della città. Dei quali volendo Don Luis godere e far godere le sue brigate, tolse a pigione uno dei più graziosi di que' casini, e fattolo con meno ricchezza che comodi, e meno pompe che attente e minute cure, riattare ed addobbare per le due donne, ve le portò come a caso, e, stupite e contente, ve le stabilì a dimora; e poi fece incominciare un corso di feste nuove ogni dì, ed egli andava e veniva, ma per lo più stava, e tutti vivevano allegramente. Benchè, l'allegria era più apparente che vera, come lo potete udire da una conversazione che passò tra le due donne, dopo il tocco o le due d'una notte che ritrattesi stanche, rifinite di piaceri, a loro stanza e ne' letti che avevano allato l'uno all'altro, e spento già il lume e rimaste amendue, benchè assonnate, senza dormire alcun tempo, incominciò la madre a bassissima voce così: «Marichita, Marichita, dormi tu? dormi tu? Dimmelo almeno se non dormi; dimmelo almeno, in vece di sospirare come fai, e forse pianger soletta.... Marichita, per amor del cielo!» «Ebben, mamma, non dormo, gli è vero, non dormo.» «Oh figlia mia, viscere mie, e che hai tu? passerai tu di nuovo un'altra notte come l'ultime, senza dormire, affannata, sospirando; chè il mattino poi ti si leggono queste perfide notti negli occhi cavi, lividi, aggrinzati? O cielo! a sedici anni, non è egli peccato guastarsi la bellezza così, non saper godere la vita la più felice del mondo; che se io avessi avuto tanto alla tua età.... E che dirà Don Luis quando s'accorga di questa tua ingratitudine? Il più bello, il più giovane, il più ricco signore di Andalusia e di Spagna, anzi, [pg!149] credo, del mondo, per innamorato, e non saper godere di una sorte!...» «Sì, per innamorato, per innamorato, e non per marito. O mamma! chè non mi dicevi tu anche allora, per innamorato, le prime volte ch'io l' vedeva, quando tu mi facevi cuore ad adescarlo, a innamorarlo, e mi dicevi che sarei la più gran signora di Spagna? Or vedi invece, per innamorato....» «Per innamorato ora, figliuola mia, per innamorato ora. Quanto sei cocciuta e permalosa verso tua madre che ti vuol tanto bene, eppur tu interpreti male sempre quanto ella dice! Per innamorato oggi, ma per marito domani. Per marito domani, se tu il volessi. Ma con fare il grugno ed essere stizzosa e ritrosa, non s'invischiano gli uomini. Io te l'ho detto le cento volte: non si piglian le mosche coll'aceto, ma....» «Così avess'io fatto la ritrosa fin da principio! così non avessimo strascinatoci in casa questo tuo gran signore! Così non avessi io tradito il mio povero Perico! Chè quello sì mi voleva bene davvero, quello mi sposava, quello avrebbe fatto di me una donna onorata. Ed io l'ho tradito, meschino! Io l'ho innamorato, e poi lasciato senza amore; io ho voluto il suo cuore, e non gli ho dato il mio! Io gli ho fatto travedere un paradiso, e l'ho precipitato in un inferno! Io ho fatto di un galantuomo un assassino, io gli ho messo i pugnali in mano, io ho fatto attaccare il suo nome al patibolo, io sono che vel trarrò un giorno lui stesso, infelice! ma meno di me!..» «Figliuola, figliuola mia; è egli possibile che tu pensi ancora a uno scellerato, condannato dalla giustizia divina e umana? che tu voglia disonorar te stessa con infami rincrescimenti, chi sa, con un resto d'infame amore? Sciagurata! che ti vai tu tormentando e rimprocciando vanamente? Nascono gli uomini ciò che debbono essere, e si perderebbe la vita intiera in esami di coscienza e rimorsi inutili, se si volesse andar ricercando ciò che avrebbe fatto, o ciò che sarebbe diventato tale o tal altro, se non fosse di noi o se non avessimo noi fatta o detta tal cosa, o che so io. Questi son pensieri a che io non mi sono fermata mai; e vedi, son vecchia. E tu meschinella, vuoi tu alla bella età di sedici anni, a quell'età [pg!150] che non torna più mai, vuoi tu far te stessa infelice così, e con te la tua vecchia madre? Figliuola, viscere mie!» «Io qui, qui in un letto molle, adagiata sulle piume, coperta di seta, di trine, con tesori d'addobbi intorno, e di gemme deposte qui allato, inebbriata ancora di cibi e bevande e profumi deliziosi, più anche di quei suoni e quei canti e quel continuo parlare, quell'aure d'amore che soffiano in questa Ciclana, inebbriata più di tutto pur troppo di queste vane, perfide adorazioni, vane, perfide, dolci.... Egli a quest'ora in una caverna buia, fetida, sul suolo umido, con intorno scellerati compagni indegni di lui, a riposare delle cattive giornate, men cattive per la fatica che per li pericoli, e meno per li pericoli che per li rimorsi che stancano e rovinano, io il so, più d'ogni cosa. Ma io, me li sono procurati io questi rimorsi; i miei sono giusti; i suoi all'incontro, i suoi dovrebbero essere tutti miei. O Perico, Perico, io mi sento morire, io morrò; ma così potessi prima vederti una volta ed assolverti de' tuoi rimorsi e prenderli io, e io sola averne ogni pena!» «Marichita, per amor di Dio!» «Non profanare il nome di Dio, nè de' suoi santi, nè di quella principalmente che nemmeno io non m'ardisco più nomare; ma io te l'ho detto e te lo ridico assolutamente, io non voglio che duri così, non può durar così; mi son fidata a te troppo tempo: oggi una famigliarità, oggi un'altra, ogni dì un avvilimento di più, ogni dì una cosa nuova accettata, una nuova accordata. Oh ci vendiamo ogni dì; vergogna! vergogna! Ecco, il buon frate non ci capita più se non di rado, e con un viso che par voler dire: io ci vengo pur anco a vedere se è il tempo della conversione e della penitenza. Oh sì verrà.... Vergogna, vergogna!... scandalo e vergogna pur troppo!» «Ebbene, io gli parlerò, io lo persuaderò; vedrai, egli ti sposerà, ma e' ci vuol tempo, e' ci vuol pazienza, ei ci vuol amore, e non disgustarlo anzi come fai.» A questo modo continuava il discorso loro due o tre ore, e così succedeva quasi ogni notte. Al mattino, coll'aiuto dell'acqua e delle pillole e della gran fatica, s'addormentavano le donne. Dormivano fino a mezzo il giorno. Ma appena deste, trovavansi di nuovo l'una volentierissima, l'altra invita, ma [pg!151] pur cedente, in mezzo agli incanti, ai piaceri ed all'ebbrezza. Non pensavano ad altro fino a notte avanzata; ed ogni notte ivan crescendo le angoscie dell'infelice Marichita.Cinque o sei n'eran corse così. E Marichita più che mai malcontenta della vita che le era fatta fare, e di sè stessa, e volendo meditare da sè, stava una notte contro al solito cheta, e faceva vista di dormire, quando le parve udire giù nella via un canto che più amari fece i pensieri in che appunto era immersa: era il Polo del contrabandiero, cantato da una voce e con un'espressione tutta simile a quella di Perico. Si riscosse nel letto, ma pur pensò che fosse o casual somiglianza, o parto dell'esaltata imaginazione. Ma abbrividì tutta, e fu per isvenire, quando, finita la canzone, seguì quel batter di mano raddoppiato, a lei già così noto. Sorse a mezzo sul letto; ma, cessando il canto e il segno, in breve si ripose sotto le coltri, e pensò di nuovo che assolutamente fosse un'illusione sua, e temè che le angoscie non incominciassero a guastarle il senno ed i sensi. Ma ricominciò il canto e la medesima voce; e ben distinti, ben uditi da lei risorta sul letto, i battimenti di mano. Allora, non potendo regger più, detto alla madre che quella notte si sentiva meglio del solito, e sperava in breve dormire, ma voleva prima riprendere un po' d'aria sulla terrazza; e la madre acconsentendo a quella, come a ogni cosa che ella volesse, vestitasi, anzi, velatasi appena, pian piano scese al terreno in un salotto discosto da ogni camera dove si dormisse, ed aperta la finestra diessi dietro l'inferriata a guardare là onde le pareva che il canto venuto fosse, e non scorgendo persona ripetè ella il segno, e di nuovo mirò. Allora, di dietro all'angolo della casa vicina, vide spuntar come un'ombra, ed appressarsi quatta quatta tutta involta nel mantello, e passar dinanzi a lei tacendo, ma sforzandosi, come pareva, di scoprire chi fosse dietro all'inferriata. Ed ella volendo terminar le incertezze: «Povero contrabandiero», diss'ella «a chi vai cantando tu?» «A te, a te» disse, e quasi gridò l'ombra, e s'appressò a un tratto, e buttò le braccia all'inferriata, come se attraverso quella avesse potuto afferrare o [pg!152] portarsi via la fanciulla; e questa, come se fosse stato possibile, tremandone si ritrasse addietro due passi. «Perico!» «Marichita!» fu detto insieme in un istante, e poi durò un silenzio di forse uno o due minuti, e ricominciò la fanciulla: «Sei tu dunque, Perico? Che vai tu facendo qui? Sei tu vivo, Perico, tu, o sei tu lo spirito di lui che venga a vendicarsi? Benchè, se il fossi, non ti fermerebbero queste mura e questi cancelli, e già da più notti io t'avrei veduto sedere al capezzale del misero mio letto, quando io ti chiamava a godere della mia disperazione.» «Io l'ho udita, io la so la tua disperazione; infelice fanciulla!» ripigliò l'ombra, e Marichita abbrividita diè indietro involontariamente di nuovo. «Io la so. Epperciò son venuto d'onde che io mi sia, più morto che vivo, ed io pure non meno di te disperato. Chiamato da te, venni e son pronto a menarti meco, se l' vuoi, accada poscia che può. Vieni, vieni ad unire almeno le nostre disperazioni. Marichita, vuoi tu venire? Vuoi tu venire? Dì su.» «Dio buono, Dio santo, Vergine santissima, che è egli questo? E sarebbe egli vero che tu venissi dall'altro mondo a trarmi....» «No, Marichita, non son morto; vedi, vedi pure, io vivo, appressati, toccami.... benchè no, per l'amor del cielo non toccarmi, non mi rimettere nelle vene tutto il fuoco ond'io ho arso tanto tempo, onde io ardo pur troppo, finchè non abbi detto che verrai con me. Ma vien con me, Marichita, vieni con me; posciachè costui, questo nobile, questo ricco ribaldo tuo non ti fa felice; posciachè t'incresce del tuo tradito, abbandonato Perico; posciachè gl'invidii l'umido letto della caverna, tu coricata tra le piume, le sete e i profumi. Traditrice tradita, vien con me, vieni unire le nostre disperazioni.» «Uomo, spirito, che sei tu? Che sei tu che sai le parole mie sommesse, e i miei nascosti pensieri? Che sei tu? di nuovo io ti scongiuro.» «Io sono un infelice, il più infelice uomo del mondo, che ti disprezza, ti abborre, ti maledice a tutte l'ore del dì e delle notti, e maledicendoti pensa a te, null'altro che te, sempre te. Maledetto il seno che ti portò, maledette l'arie che respirasti, maledetti gli occhi che ti videro, e il cuore, l'indegno cuore vilissimo che non ti può cacciare, e il pensiero [pg!153] che sempre è con te.» e «Oh! ti riconosco, iroso, feroce amante! tu sei, tu certo sei. E maledici pur quanto vuoi. Tu benedetto sii che sei venuto a udire i miei pentimenti una volta prima che io mi muoia. Odi, Perico! Io ti ho tradito, tradito, è vero, scelleratamente, indegnamente; io t'ho anteposto un altro, io t'ho voluto abbandonare per sempre ed avermi lui. È verissimo, io sono un'indegna, una colpevole creatura. Nè voglio scusarmi, te accusando. Ma pur forse lo potrei, te così orgoglioso, così iroso, che non facevi uno sforzo vero mai per richiamarmi a te.» «E non venni io?» «Sì, una volta dopo parecchi giorni, e una volta sola senza instare con altro che con minacce e vendette; ma non accuso io te, no. Me sola accuso, benchè non sola, io giovane, io nuova a tutto, io inesperta, precipitata dalla madre. Oh le perdoni Iddio; io debbo, io voglio perdonare, io perdono a lei, a te, ma sono pure la più infelice creatura, e così possa la morte fra breve....» «La morte, la morte, sempre la morte! Ei sembra che sia un rimedio a tutti i mali. Ei si pensa a una disgrazia? La morte la finirà. Si pensa a una ingiustizia? La morte ti vendicherà. Si pensa alle ingiurie, alle oppressioni? La morte agguaglia tutti. Alla propria scelleratezza? La morte la sconterà. La morte, sempre la morte! E perchè non vivere? Perchè non soddisfarsi? Perchè non vendicarsi, ed esser felici così un momento almeno? Senti, Marichita.... È inutile ch'io te lo dica, e lo potresti indovinare oramai da te. Io t'ho messo intorno una persona tutta mia che ti vede ed ode ad ogni ora, e cacciata questa te ne porrei intorno cento altre. Ed altre ancora ne ho già disposte da gran tempo qui intorno, ed io t'avrei potuto rapire, ed aver meco.... Se non che, a che t'avrei io tolta? Avutati nelle mie mani, che avrei fatto di te? Io meditava da gran tempo su ciò, e finchè non mi fosse fatta una risposta satisfacente, tu ti potevi viver tranquilla, nè me l'ero fatta mai.... L'altra sera ebbi la relazione che a te, sveglia o sognando, incresceva del povero tradito Perico. Da quell'ora, da quell'istante io ben seppi che far di te. O dimmi, dimmi, Marichita, dimmi....» «Se io t'amo, Perico? Se io t'amo? È egli questo che vuoi [pg!154] sapere? Se io t'amo? Oh credimi, non solamente t'amo adesso, ma t'amai sempre, t'amavo quando, seguendo i consigli della madre, aiutati dalle tue ire, mi sforzavo cacciar te e chiamar colui; t'amavo quando, volendo sorridere a lui, ero ridotta a richiamar a mente ed imitare i sorrisi e le dolci parole che io già aveva apprese con te, che tu mi sapevi inspirare, tu solo, ed io non le seppi mai dire veramente se non a te, e t'amavo in quelle notti che facevo ogni sforzo per dimenticarti. Ora non più, no, mi sono capacitata che non è possibile, ora so e sento che senza te non posso vivere.» «Oh benedetta, benedetta Marichita mia, tu sarai mia; ed ascolta, chè abbiam poco tempo a discorrere. Di qui a tre notti.... benchè avrai tu cuore di venir a viver meco la vita di un contrabandiero, di un bandito? Cacciati dalla società degli uomini, fuggiti come bestie immonde da chi vogliamo accostare, tracciati come fiere da chi vogliamo fuggire, non dormir mai se non a mezzo; per passatempo di veglie discorrer di sbirri, confortatorii e patiboli, scellerati per compagni, amici niuni, niune leggi che il timor comune, niune difese che il proprio ferro.» «Io lo so, io lo so. Ma chi ti ha cacciato in questa vita? Chi ti ci debbe seguire? Chi l'addolcirà, se è possibile? Chi ritrarrattene forse mai? Dov'è l'amore, là è il dovere della misera Marichita. E dov'è l'amor suo, là ella potrà forse ritrovar posa de' suoi strazi, e refrigerio di questi fuochi. Impossibile oramai rimaner qui innocente fanciulla; là anche in mezzo agli scellerati sarò donna virtuosa.... del mio amore. Perico, Perico dammi la mano, qui attraverso a queste sbarre, in mezzo a questo buio, con Iddio solo per testimonio, chiamami tua; e poi vieni a levar quando vorrai la tua sposa, vieni a trarla dove vuoi, vieni a farne quel che vuoi, vendetta se vuoi.... Perico, mio Perico! avanza, dammi la mano attraverso queste sbarre, dammi tua fede, odi la mia, chè io son tua.... Oh non rispondi tu, Perico? Che ti ritrai? Dove vai?... Dove vai, Perico? Perico! Che non rispondi, e dove vai? Rispondi!» E con queste ed altre angosciose grida, fuor di sè la infelice fanciulla perseguiva il tacito, sordo amante. Il quale, senza rispondere, senza dar una voce nè un cenno, spariva; così, [pg!155] nella disennata e superstiziosa fanciulla entrò di nuovo il dubbio non fosse stata mai un'apparizione dello spirito solo del suo amante. E tanto più si fermò in questo pensiero, e quasi il credette certo, che uscita in fretta dalla porta, e corsa al luogo dove era stato fermo Perico, ed a quello poi ond'era sparito, non trovò, nè udì, nè vide, nè da lungi persona od ombra o nulla, se non oscurità e silenzio universale.Tuttavia, ridotta nella sua camera, e riflettendovi quella notte e quelle che seguirono, ella si capacitò che era stato Perico, non solo a malgrado de' pericoli vivo e vivissimo, ma, a malgrado de' suoi tradimenti, innamoratissimo di lei, e che aveva fatto il disegno di venirla fra tre notti a rapire. E così era difatti. Nè occorre che niuno dica se Perico facesse bene o male, secondo o contro la ragione; ch'ei si sa fin da' bimbi che l'amore non si lascia metter freno da lei. Sì talvolta sel lascia mettere dall'altre passioni compagne sue. Onde poi veggiamo l'avaro innamorato sacrificar all'amore ogni cosa, tranne i quattrini; il beone, tranne il vino; il giocatore, tranne le carte e i dadi; e l'iroso, tranne la vendetta. E mettetevelo pur bene in capo, voi fanciulle, per non isperar poi troppo dai vostri sposi. E voi donne, se mai niuna ebbe dal suo il sacrificio di qualche passione, tenetelo pure per il più bel presente ch'ei potesse farvi in prova d'amore, e tenete lui poscia per marito non dozzinale. Nè vorrei dir io che Perico non avesse potuto forse un dì diventar buon marito, e, se la sua amante l'avesse meritato, non fosse stato capace di sacrificarle un dì anche l'orgoglio, passione principalissima non solo delle sue, ma di tutte quelle che son plasma dei sette peccati capitali. Ma intanto, fosse colpa di lui o di lei, certo è che per allora Perico non era disposto a far quel sacrificio. Era venuto, come udiste da lui stesso, sull'avviso avuto da una camerista di Marichita che questa passava le notti intere a piagnerlo e desiderarlo; era venuto prima a verificare la verità di siffatta relazione, vedendo se risponderebbe a' suoi segni; poi, in caso che rispondesse e scendesse e confermasse il rinato suo amore, a prender appuntamento con lei per poi rapirla, e trarla [pg!156] seco, senza pensare per allora allo sposalizio. Ma quando Marichita pronunziò quella parola di sposa, ed attraverso alle sbarre tese la mano come a congiungerla in legittimo matrimonio a quella di lui, ridestossi allora ad un tratto nell'animo suo, e ridestato vi ridivenne signore l'orgoglio così crudelmente, così constantemente offeso fin dal principio de' loro amori; e fu per dettargli qualche crudel risposta, che pronunziata avrebbe forse troncato l'amore o l'istessa vita di Marichita. Ma non la pronunziò, e invece si ritrasse; e di corsa, anzi di volo, fuggì da lei, dall'occasione, e avrebbe voluto da sè stesso. Ondeggiò poscia in pensieri e disegni e risoluzioni fatte e disfatte mille volte in quei tre giorni; chè sono indicibili i combattimenti interni di un uomo per natura forte, ma, per passioni d'ira e d'amore annidate in suo cuore, fatto imbelle. L'ultima risoluzione a cui s'appigliò, non come migliore, nemmeno a sua mente, ma come quella che, senza decider nulla, lo metteva pur in caso di satisfar tutte le sue passioni, fu quella di tornare a Marichita, e assolutamente, senz'altre spiegazioni, senza darle agio a riparlar di matrimonio, portarsela via. Perciò, invece di nuovamente chiamarla all'inferriata, deliberò coll'aiuto della compra cameriera entrar nella casa, e con quello poi de' compagni suoi invaderla e occuparla di soppiatto od a forza, e giunti alla camera di Marichita, volonterosa o no, portarsela via. E com'era stata disegnata ogni cosa, così s'effettuò. Guidati dalla donnicciuola, inavvertiti da ogni altro, piano piano entrarono, e camminando alla sfilata, giunsero alla camera delle due donne, ed aprirono la porta, e furono al letto, e rivolsero su quello a un tratto le lanterne per vederla e pigliarla; ma videro vuoto il letto, e la mamma che dormiva nel suo, e si rivolsero alla cameriera, e questa giurava non intender che fosse, e tra il chiasso che seguì, si svegliò la Romana, e incominciò a gridare, e, interrogata, giurò il medesimo. Ma, disperdendosi gli uomini a frugare, benchè invano, nella casa, in breve fu desto Don Luis e tutti i suoi servidori, che armati, e conoscendo meglio i luoghi, incominciarono a difendersi, poi ad assalire gli assalitori, e gli uni e gli altri a tirar pistole e schioppi, e ad accorrer gente di fuori, che fu [pg!157] una confusione da non vedersi mai più l'eguale. Due o tre furono morti d'ambe le parti, ed altri feriti; ma scamparono gli altri contrabandieri, e fra essi, strascinato e quasi a forza portato via, Perico, il quale, coperto di sangue e ferite, ma più che mai ebbro e furente, voleva rimanere finchè trovasse pure ad accozzarsi col rivale, ora più odiato che mai.Del resto, come fosse succeduto tutto il caso di quella notte, e lo sparire di Marichita, nol seppero mai nè Perico nè Don Luis; e nol sapendo, s'accusarono ognuno d'aver, per paura o gelosia o vendetta dell'altro, rapita e poi nascosta od anche spenta l'infelice fanciulla. E così, come succede tra appassionati, non era scelleratezza di che non si credessero l'un l'altro capaci, e di che non s'accusassero poi ogni dì più. Quindi ad accanirsi, ad arrivar agli ultimi segni la loro inimicizia. Perico a riannodare i suoi masnadieri, ad aizzarli a una nuova impresa contra la casa di Don Luis. Don Luis, avvisatone, a lasciar questa a Ciclana, e correndo poi a Siviglia, a Cordova, a Granata e al campo di Gibilterra, a far nuove pressanti istanze presso i tribunali e i governatori di provincie e i comandanti di truppe, a far crescer le taglie al capo di Perico, a mandargli contro intiere masnade di sbirri, alguazili, doganieri ed anche fanti e cavalli. Quindi poi, minacciati così tutti i contrabandieri che al solito vivono quasi tranquilli in quelle parti, ad unirsi tutti sotto la condotta di Perico, che avea nome del più bravo e destro; ed ora tutti insieme ad investire ed opprimere qualche squadra de' loro persecutori, ora a disperdersi e scampare sminuzzati, ora a riaccozzarsi e proteggere sulle coste lo sbarco di qualche nave di contrabando, ora a scortar poi per li monti le lunghe salmerie di muli che portano quelle merci proibite nelle provincie interne della Spagna. Perciocchè, diceva l'ufficial francese (non so poi se a torto o a ragione, chè io non sono stato in Ispagna, e non m'intendo di sifatte cose), diceva che a quel tempo essendovi rigorosissime le proibizioni di merci straniere, e più di quelle che men si fabbricavano nel Regno, e tuttavia gli Spagnuoli avendo bisogno di alcune di queste merci, e tanta più vaghezza [pg!158] di alcune altre che eran proibite, ed offrendo perciò il doppio od anche due doppi del loro valore, ne nasceva che le merci in un modo o in un altro entravano; e diceva anzi che entravano per tutti e singoli i quattro lati del quadrato delle Spagne, e in quantità non minor forse che se fossero state lasciate legittimamente entrare; e con questa sola differenza che ne scapitava l'erario che non n'aveva un quattrino di diritti, vi scapitavano i privati onesti che compravano caro due o tre volte più del valore, vi scapitavano i mercanti che vendean carissimo, ma aveano anche comprato caro, e in somma vi scapitava tutta l'onesta gente, e vi guadagnavano solo quelli che, nazionali o stranieri, grandi o piccoli, a forza o per inganno, si chiamavano o doveano chiamarsi contrabandieri. Nè so io poi se sia esagerata o no questa descrizione; bensì dico ed aggiungo all'osservazioni dell'ufficiale, che se era veramente così, il danno maggiore da lamentare non era quello delle borse dei privati, nè dei mercatanti, nè dell'erario, sì era quello della onestà di tutti quelli che più o meno facevano gl'illeciti guadagni. E tanto più mi confermo in questa opinione, che dall'essere così universale, e, come dicea l'ufficiale, quasi necessaria questa frode, ella s'era fatta nell'opinione innocente, e i grandi e i maggiori signori l'aiutavano, e se ne rideano e davan vanto di farla per destrezza, e i popolani poi teneano per bravura ed eleganza a farla per forza; così il nome stesso di contrabandiero, che suona male altrove, era là quasi tenuto in onore. Del resto, l'esser tenuti in questo onore, ne dava lor pur un certo tal quale. In quella notte che invasero la casa di Don Luis non fu tolto da nessuno uno spillo; e il mattino appresso pareva come se una brigata d'amici, non di masnadieri davvero, fossero entrati a metter ogni cosa a soqquadro.Tuttavia piovvero più che mai su Perico e suoi compagni, non solamente le condanne e le ingiurie meritate da essi come contrabandieri, rapitori e insidiatori della pace privata, ma, con ingiustizia consueta, anche quelle immeritate di ladri ed assassini. Chè troppo sovente ei succede, o per odio o per non curanza, e talor anche per uno zelo esagerato della [pg!159] giustizia, che si confondano i delitti e i delinquenti, ed a chi ha colpe troppo reali se n'aggiungano delle imaginarie, ed ogni cosa si carichi sulle medesime spalle. Onde poi troppo sovente anche avviene, che il colpevole il quale o con alquanto di compassione, od anche con una giustizia severa, ma non oltrepassante, avresti tratto a confessare e riparar le proprie colpe, o per ira o vendetta o per quel calcolo così solito ai delinquenti che incorsa una pena tanto val meritarla, ei si precipita ed ingolfa poi in quegli stessi delitti, che gli sono stati ingiustamente apposti. A me poi la sperienza del nostro ministero mi ha sempre dimostro, che se la luce della intera morale cristiana è sola buona, sola vera, sola che possa avviar bene su questa terra gli uomini, i quali senza essa errano come in una notte buia senza luna nè stelle; tuttavia tant'è la necessità e il desiderio di questa luce, che gli uomini, i quali non la conoscono o l'hanno perduta, s'accendono poi da sè qualche tenue lampada o facella da guidare i lor passi vaganti. Ondechè, chiunque voglia ridurli a miglior via, non dee spegnere queste facelle quantunque povere od inette, ma valersi di esse, e torle in mano per mostrar agli errati l'orlo de' precipizii, e fermarveli finchè sia risorta qualche più efficace e vera luce celeste. E sarebbe intorno a ciò a dire fino a domani; se non che chi m'ascolta per solazzo, troppo già temo abbia a lagnarsi di tante serie riflessioni. Onde lasciandole, vengo a mostrarvi coll'esempio quali fossero gli animi di que' compagni di Perico, posciachè furono, a forza di condanne dei tribunali, d'istanze e di spese di Don Luis, e d'inseguimenti delle truppe, ridotti dalle coste di Algesiras e di Marbella che sono il loro paradiso, a' monti di Ronda, dell'Alpujarras e della Sierra Nevada che son loro rifugio; e da questi poi, a ciò che si può dire loro esiglio, i colli di Jaen, poveri, nudi e quasi deserti, e quel che è peggio per contrabandieri, tutti interni senza coste, nè frontiera.Stanchi di molte, lunghe e infruttuose marce, coi guadagni antichi già consumati, e senza speranza di nuovi, erano capitati una sera ad unaventaod osteria isolata, sul cammino a Madrid, e finito lorrancioo pasto più parco che mai, [pg!160] eransi adagiati intorno al camino da quindici o venti a passar quell'ore dopo la cena, che gente di siffatta condizione, ma di qualunque altra nazione d'Europa, avrebbe passato bevendo e gridando; ma gli Spagnuoli le passan fumando e tacendo. Tuttavia, dopo una mezz'ora, levatosi uno degli assistenti col sigaro ancora in bocca, ed ito all'uscio, ed apertolo, e veduto che non ci era persona nella camera allato, e tornato a riprender suo seggio, ma appressatolo in mezzo agli altri: «Uomini», disse finalmente, «che vi par egli oramai di questa bella vita che meniamo da due mesi in qua?» «Vita da cani», disse uno; «anzi», disse un altro, «da fiere che i cani tracciano;» «e che fiere!» disse un terzo; «nè lupi nè volpi; che nè per forza nè per inganno non abbiamo nemmeno un buon boccone mai. Vita da cervi o conigli, o se niuno animale più vile si trova.» «No, no», disse un altro, «anzi vita da gran signori. Non far niente.... niente mai fuorchè passeggiare.» Seguì un riso, smoderato per Spagnuoli, altrove sarebbe stato appena sorriso. «Vita da porci», disse poi uno che aveva tenuto le labbra tanto più chiuse, quanto più avea veduto disserrarsi le altrui; «vita da porci destinati al macello.» «Or bene, signori», disse quegli che aveva nel consesso il posto d'onore, lo scanno al lato al camino, anzi sotto al cappello di esso: «or bene, signori; sta bene ridere, e può anche star bene adirarsi d'una cattiva situazione, ma finchè non c'è rimedio, parmi stia meglio di tutto tacere.... ed aspettar tempo migliore. Signori! serenità! serenità! e non importa, due grandi parole, due gran santi protettori di uomini Castigliani.» «Serenità e non importa», ripigliò il primo che avea parlato, «ottime cose quando non c'è' altro a fare; ma se io avessi altro?» «Bravo, bravo», disser tutti, «che hai studiato tu? Bravo tu, se ci fai far qualche cosa; se non altro per torci la seccatura di questo tanto menar le gambe, e non le braccia più mai.» «Oltrechè», disse una, «in breve non meneremo nemmeno i denti, e già n'abbiamo sta sera un assaggio.» «Uomini», disse l'oratore, «o parlate voi o io, tutti insieme non serve.» «Parla, parla tu», disser tutti, «benchè finora ci eri paruto più bravo esecutore che parlatore.» «Ancora?» disse egli; e [pg!161] non rispondendo persona: «Udite», proseguì, «l'onore è una bella cosa, ed io vorrei anzi trarmi di bocca la lingua, che dirvi o proporvi cosa mai che fosse contro all'onore; sì dico, l'onore di qualunque più scrupoloso contrabandiero. Tuttavia, su quest'onore ei si vuol ragionare, e non prenderlo bell'e fatto, come lo fanno certe persone che so io; e sempre ce ne sono di tali in ogni compagnia, che fanno l'onore e la regola come vogliono essi, e gli altri a seguirli come pecore. Tanto sarebbe pure seguir alla cieca l'onore e le regole delle città che abbiam lasciate, e dei giudici che ci hanno condannati, e degli sbirri che ci perseguitano, e dicono che sia disonorante cosa far il contrabandiero. Eppure, noi siam tutti onorati contrabandieri. Parlate adesso, ditemi voi. Siamo noi onorati contrabandieri, sì o no?» «Sì siamo, sì siamo» disser tutti. Ed egli: «Dunque vedete che l'onore l'ha da intendere ognuno a modo suo, e non rimettersene a chicchessia venga poi dire con una gran voce e un gran sussiego: signori, non si può, non si dee fare, non istà bene, od altre simili cose. Ei si vorrebbe essere bimbi per lasciarsi dir le cose così. Ma gli uomini debbono rispondere: noi siamo giudici, noi soli sappiamo che stia bene e che no.» «Orsù», disse il capitano, «a che monta tutto ciò?» «A nulla» disse l'oratore, «a null'altro che aver per giudice voi stesso, ma voi con tutti gli altri, d'una proposizione che interessando voi e gli altri debb'essere giudicata da tutti. Sentite. Noi moriamo di fame, di sete, di stento, di fatica, di seccatura; e perchè? Perchè ci siam fitti in capo questo bell'onore di non rubar mai se non una sola persona, che questa.... sì signori, lo ripeto.... questo nostro mestiere è rubar ogni dì una persona; e questa persona è il re nostro signore. Ora dite, perchè prendiamo noi la robba del re? Perchè non possiamo fare altrimenti; perchè senza quella non possiamo vivere, perchè la nostra, quella che ognuno di noi vorrebbe, dovrebbe avere, ci è tolta. Or non sono queste, tante ragioni di prendere anche la robba di qualche privato? dico, non di qualche povero cavalliero, o mercatantuccio che se ne vada con un mulo o due, facendo via tranquillamente senza intender male a persona, e che spoglio di quel poco [pg!162] avere sarebbe ridotto a povertà. No, non vorrei toccar un capello a costui. Ma supponete; dico così per supposizione solamente, se per esempio il presidente della Real Udienza di Siviglia che ha così ingiustamente chiamato ladro ed assassino il nostro capitano qui, il bravo Perico; e per un altro esempio, se mai capitasse qui per via quell'istesso Don Luis,... o supponiamo un altro dei nostri persecutori, il vicerè di Granata, o il capitano generale del campo di San Rocco!...» «Il capitano generale?» interruppero qui alcuni «l'oste ha detto che doveva passar domani, l'oste ha detto che doveva passare con tre tiri di mule; ha dieci uomini di scorta, porta seco il tesoro per pagare il soldo di sei mesi.» «E di chi è questo tesoro?» ripigliò l'oratore: «Del re Nostro Signore; quel medesimo di che ogni dì prendiamo la robba senza scrupolo. Dunque vedete....» «Per Dio» disse finalmente alzandosi, ed alzando la voce sopra quella d'ognuno, il capitano, «per Dio che non dirai una parola di più. E se t'ho lasciato dire fino adesso era per vedere, anzi per far vedere a tutti questi cavallieri dove avevi a capitare. Ora è chiaro; a farci diventar ladri; ladri, assassini di strada.» «Non ladri, non assassini, non è vero» disse l'oratore. «Non ladri, non ladri» disser tutti; «non ladri;» riprese il primo «ma solamente prender in un modo nuovo quella medesima robba del re.» «E questo altro modo non è egli rubare?» «Non rubare, non rubare», gridaron tutti. «Io ne appello al vostro onore» disse l'oratore. «Sì sì, il nostro onore è chiaro, non è rubare, non è rubare. Dì su, dì su quando, come, dove passerà il capitano generale.» «Giuro al cielo!» disse Perico, e mise la mano sotto la giubba e trasse il pugnale. «Armi, armi» gridaron gli altri e fecero il medesimo; ma ognuno ristette per rispetto, od anzi pel timore che sopraviveva al rispetto e all'autorità pur troppo perduta da Perico, come succede ad ogni capitano anche di truppe più regolari quando le cose e principalmente le ritirate van troppo male. E così seguì una scena, in cui l'uno gli rimproverò l'aver tirata la vendetta di Don Luis, l'attenzione del governo, e gl'inseguimenti delle truppe su tutti i contrabandieri, che prima vivevano in pace tollerati e quasi assicurati; [pg!163] gli altri gli ricordarono d'averli tratti a quella fazione pericolosissima di Ciclana, dove non avevano guadagnato nulla se non busse ed alcuni anche la morte. Egli poi ben potè con alterigia ricordare le fazioni fatte sotto la sua condotta, le navi prese, le ricchezze acquistate, le promesse fattegli d'obbedienza; ma le passate fazioni felici erano fatte dimenticare dalle presenti infelicissime, dalle ricchezze già consumate; e le promesse parevano annullate dalla sua ostinazione contro il parer comune. E in breve, dopo un'ora di chiasso, grida, minacce, ed ire soppresse ma impossibili oramai a più trattenere, rasserenatosi a un tratto Perico, e inguainato lentamente il suo pugnale, ed estesa anzi aperta la mano in mezzo ai compagni taciti e stupiti del suo atto: «Or bene», disse; «cavallieri, voi siete padroni; io solo contra tutti non posso. Finita già la mia autorità, io ve ne assolvo.... ed assolvo me d'ogni dovere, o responsabilità.... e d'ogni compagnia con voi. Cavallieri, addio: molte parole sarebbero inutili oramai; io non ebbi a lagnarmi di voi, nè voi credo di me, finchè siam durati insieme. Or segua ognuno il suo destino. Ognuno a modo suo. Io solo, e morto prima che.... Addio, cavallieri;» e così dicendo e toccando la mano a ognuno, salvo all'autore dell'infame proposta, passò in mezzo a tutti; ed aperto l'uscio, sparì nell'oscurità.E così farò io, aggiunse il maestro prendendo il cappello; e chi vuol venire alla terza parte, che sarà l'ultima, venga, e chi non vuole, resti.
II.«Io v'ho lasciati ieri» riprese il Maestro, «che Don Luis si era salvato col valore dalle mani del suo insidiatore, e colla fuga poi da quelle dei seguaci e complici di lui, i quali, usciti d'agguato, gli eran corsi dietro; ma perchè egli aveva da cento passi innanzi, e non era poi in tutta Spagna uomo più leggeri alla corsa, non potè essere arrivato; e salvo, benchè ferito, giunse a San Lucar le donne e i compagni. E pensate che accoglienza gli fosse fatta, principalmente.... Benchè io penso, amici miei, che ieri v'ho allungata troppo la narrazione: e contro il mio stile, che è di non far durar mie novelle oltre a una sera, non v'ho detto di questa se non il principio; e se allungassi il resto allo stesso modo, se ne avrebbe per più d'otto dì. Epperciò, lasciato San Lucar, e la villa, e Don Luis e sua guarigione, e tutti i particolari, dirovvi sommariamente gli eventi principali saltando dall'uno all'altro, e passando le attaccature che non sono necessarie, e voi potete benissimo supplire.Erano dunque passati già più mesi dalle scene ultimamente descritte, quando per un bel mattino di decembre il popolaccio di Siviglia correva ad una di quelle feste di che il popolaccio di tutti i paesi è così vago, un'esecuzione a morte di tre o quattro condannati. Era poi anche maggiore quella volta l'accorrere, non solamente pel numero insolito de' condannati, ma anche per varie circostanze particolari atte a destar la pubblica attenzione, attutata del resto dalla frequenza di quegli spettacoli. E prima, uno dei condannati era un bellissimo giovane, il piùguapofra i setteniños di Ecija; che sono una compagnia di ladri famosissima ne' contorni di quella città onde essi tolgono il nome. Dicesi che sieno sempre sette, e non mai più; benchè quando ci è un posto vuoto, che accade sovente, e' vengono loro sempre numerose suppliche e brighe per sottentrare; ma non si tolgono [pg!146] mai se non tanti quanti sono i posti vuoti fra i sette, e sempre si scelgono i più bravi e provati ladri; e dura quella compagnia da molti anni e forse da secoli. Fu spenta, è vero, al tempo che il maresciallo Soult reggeva l'Andalusia; ma so che risorse poi, benchè non sappia se duri e sia in fiore oggidì. Ad ogni modo, per far ragione a tutti, e' si vuol dire che costoro, i quali certo non hanno scrupolo di uccidere quante persone sia loro mestieri per venir a capo di loro assassinii, od anche per ispegnere la voce; quando poi non è loro necessario, hanno molti riguardi per le persone che fermano in via, e talor lasciano loro danari da finirla, e se metton le taglie ai ricchi possidenti, che è il grande stile di queste masnade, dicesi che talora poi facciano carità a' poverelli, e lascin borse sotto a' loro usci, e che so io d'altre simili generosità, vere o inventate da coloro che in ogni dove, principalmente in Ispagna, hanno amore a questa specie infima in grado, ma da essi tuttora favorita di eroi.Un altro poi dei condannati chiamava anche più del primo l'attenzione de' buoni Sivigliani. Accusato per ladro o assassino, o che so io di peggio, non aveva alle numerose prove recate contro a lui opposto mai nulla; e s'era lasciato indifeso condannare. Ma, condannato che fu, sorse a suo cenno l'avvocato, e dispiegò sul tavolino dinanzi ai giudici un gran fascio di carte e pergamene che provavano senza replica la sua antica nobiltà; la quale riconosciuta, l'avvocato chiese, e i giudici accordarono, non per grazia, ma per diritto, che il suddetto nobile condannato fosse nobilmente strozzato, o, come dicono,garottadoda seduto, in vece di essere, come s'usa ed è buono per li semplici cittadini, appiccato in aria ignobilmente penzoloni. E così fu effettivamente eseguita la sentenza. Ma di questi due a noi non importa nulla, se non che, tolto il corpo di quel secondo giustiziato, fu in vece sua attaccato un figuraccio o spauracchio da uccelli; e fu affissa sotto uno lunga condanna che io non vi dirò minutamente; ma in sommario dicea così: Che citato il nomato Perico (e seguivano poi gli altri nomi suoi e la sua qualità d'Asturiano, epperciò nobile) [pg!147] a comparire dinanzi alla Reale Udienza di Siviglia; e col non comparire mostrandosi contumace o defunto, che non si sapea quale dei due; sulle deposizioni dell'eccellentissimo signor Don Luis, con dieci altri nomi e l'etcetera, Grande di Spagna di prima classe etcetera; le quali unite coll'altre prove evidentemente provavano aver il detto Perico teso insidie, agguati e tradimenti per proditoriamente e senza ragione ammazzare il detto eccellentissimo signor Don Luis; la Reale Udienza l'aveva all'unanimità dichiarato assassino e condannato a morte; e fosse tenuto quasi effettivamente giustiziato; e se era vivo, rimanesse bandito col taglio di ducento scudi e la grazia a chi lo consegnasse; ed altre siffatte cose poi che seguivano secondo le formole. Perchè poi Perico era conosciutissimo ed anche amato in Siviglia, perciò, contradizione o no, la folla fu grandissima a leggere la sua condanna. In mezzo alla folla poi ei ci fu uno in abito di alguazil che accostatosi allo scartafaccio, e trattone un altro di sotto al mantello, lo affisse sul primo in modo da coprirlo; e mentre gli si riapriva innanzi e poi gli si serrava dietro e riaccostavasi a leggere la calca, egli sparì. Sorse allora un susurrìo che chiamò l'attenzione dei veri alguazili che stavano passeggiando pochi passi discosto; s'accostarono, e lette le prime parole, si rivolsero ad inseguire il falso compagno. Ma questi era lungi e non fu trovato. Il nuovo scartafaccio dicea così: «Don Luis è un mentitore; Perico non fu mai assassino, e volle solamente da uomo a uomo combattere un nemico vile traditore. Se la Reale Udienza fosse meglio informata, potrebbe sapere che Perico è vivo e vivissimo, e si fa beffe de' suoi tagli e de' suoi dugento scudi. Con cinquanta soli per testa ei potrebbe aver quella di Don Luis, e di tutti i membri della Reale Udienza. In prova di che ha fatto affiggere la presente qui alla barba loro, e dinanzi alla porta dell'eccellentissimo, e sotto la Girada ed altri luoghi publici, dove li potete andare a vedere.»Ora di questo scandalo che che si dicesse in tutta Siviglia, io non ve ne dirò nulla, volendo, secondo mia promessa, [pg!148] portarvi a un tratto a un'altra scena che succedè pochi altri mesi dopo, verso l'aprile o il maggio del 1807, in Ciclana. È questa, non lungi da Cadice, una piacevolissima terra presso che tutta formata delle villette di que' ricchi cittadini, i quali chiusi nelle loro mura in mezzo al mare, quasi marinari d'un vastissimo vascello, scendono ogni volta che il possono a goder la terra; e perciò tengono là ed abbellano le loro casuccie e gli orticelli con un amore e una nettezza non consueta nel rimanente delle Spagne. Così Ciclana, un villaggio di ricchi, unisce in sè i piaceri tutti della villa e della città. Dei quali volendo Don Luis godere e far godere le sue brigate, tolse a pigione uno dei più graziosi di que' casini, e fattolo con meno ricchezza che comodi, e meno pompe che attente e minute cure, riattare ed addobbare per le due donne, ve le portò come a caso, e, stupite e contente, ve le stabilì a dimora; e poi fece incominciare un corso di feste nuove ogni dì, ed egli andava e veniva, ma per lo più stava, e tutti vivevano allegramente. Benchè, l'allegria era più apparente che vera, come lo potete udire da una conversazione che passò tra le due donne, dopo il tocco o le due d'una notte che ritrattesi stanche, rifinite di piaceri, a loro stanza e ne' letti che avevano allato l'uno all'altro, e spento già il lume e rimaste amendue, benchè assonnate, senza dormire alcun tempo, incominciò la madre a bassissima voce così: «Marichita, Marichita, dormi tu? dormi tu? Dimmelo almeno se non dormi; dimmelo almeno, in vece di sospirare come fai, e forse pianger soletta.... Marichita, per amor del cielo!» «Ebben, mamma, non dormo, gli è vero, non dormo.» «Oh figlia mia, viscere mie, e che hai tu? passerai tu di nuovo un'altra notte come l'ultime, senza dormire, affannata, sospirando; chè il mattino poi ti si leggono queste perfide notti negli occhi cavi, lividi, aggrinzati? O cielo! a sedici anni, non è egli peccato guastarsi la bellezza così, non saper godere la vita la più felice del mondo; che se io avessi avuto tanto alla tua età.... E che dirà Don Luis quando s'accorga di questa tua ingratitudine? Il più bello, il più giovane, il più ricco signore di Andalusia e di Spagna, anzi, [pg!149] credo, del mondo, per innamorato, e non saper godere di una sorte!...» «Sì, per innamorato, per innamorato, e non per marito. O mamma! chè non mi dicevi tu anche allora, per innamorato, le prime volte ch'io l' vedeva, quando tu mi facevi cuore ad adescarlo, a innamorarlo, e mi dicevi che sarei la più gran signora di Spagna? Or vedi invece, per innamorato....» «Per innamorato ora, figliuola mia, per innamorato ora. Quanto sei cocciuta e permalosa verso tua madre che ti vuol tanto bene, eppur tu interpreti male sempre quanto ella dice! Per innamorato oggi, ma per marito domani. Per marito domani, se tu il volessi. Ma con fare il grugno ed essere stizzosa e ritrosa, non s'invischiano gli uomini. Io te l'ho detto le cento volte: non si piglian le mosche coll'aceto, ma....» «Così avess'io fatto la ritrosa fin da principio! così non avessimo strascinatoci in casa questo tuo gran signore! Così non avessi io tradito il mio povero Perico! Chè quello sì mi voleva bene davvero, quello mi sposava, quello avrebbe fatto di me una donna onorata. Ed io l'ho tradito, meschino! Io l'ho innamorato, e poi lasciato senza amore; io ho voluto il suo cuore, e non gli ho dato il mio! Io gli ho fatto travedere un paradiso, e l'ho precipitato in un inferno! Io ho fatto di un galantuomo un assassino, io gli ho messo i pugnali in mano, io ho fatto attaccare il suo nome al patibolo, io sono che vel trarrò un giorno lui stesso, infelice! ma meno di me!..» «Figliuola, figliuola mia; è egli possibile che tu pensi ancora a uno scellerato, condannato dalla giustizia divina e umana? che tu voglia disonorar te stessa con infami rincrescimenti, chi sa, con un resto d'infame amore? Sciagurata! che ti vai tu tormentando e rimprocciando vanamente? Nascono gli uomini ciò che debbono essere, e si perderebbe la vita intiera in esami di coscienza e rimorsi inutili, se si volesse andar ricercando ciò che avrebbe fatto, o ciò che sarebbe diventato tale o tal altro, se non fosse di noi o se non avessimo noi fatta o detta tal cosa, o che so io. Questi son pensieri a che io non mi sono fermata mai; e vedi, son vecchia. E tu meschinella, vuoi tu alla bella età di sedici anni, a quell'età [pg!150] che non torna più mai, vuoi tu far te stessa infelice così, e con te la tua vecchia madre? Figliuola, viscere mie!» «Io qui, qui in un letto molle, adagiata sulle piume, coperta di seta, di trine, con tesori d'addobbi intorno, e di gemme deposte qui allato, inebbriata ancora di cibi e bevande e profumi deliziosi, più anche di quei suoni e quei canti e quel continuo parlare, quell'aure d'amore che soffiano in questa Ciclana, inebbriata più di tutto pur troppo di queste vane, perfide adorazioni, vane, perfide, dolci.... Egli a quest'ora in una caverna buia, fetida, sul suolo umido, con intorno scellerati compagni indegni di lui, a riposare delle cattive giornate, men cattive per la fatica che per li pericoli, e meno per li pericoli che per li rimorsi che stancano e rovinano, io il so, più d'ogni cosa. Ma io, me li sono procurati io questi rimorsi; i miei sono giusti; i suoi all'incontro, i suoi dovrebbero essere tutti miei. O Perico, Perico, io mi sento morire, io morrò; ma così potessi prima vederti una volta ed assolverti de' tuoi rimorsi e prenderli io, e io sola averne ogni pena!» «Marichita, per amor di Dio!» «Non profanare il nome di Dio, nè de' suoi santi, nè di quella principalmente che nemmeno io non m'ardisco più nomare; ma io te l'ho detto e te lo ridico assolutamente, io non voglio che duri così, non può durar così; mi son fidata a te troppo tempo: oggi una famigliarità, oggi un'altra, ogni dì un avvilimento di più, ogni dì una cosa nuova accettata, una nuova accordata. Oh ci vendiamo ogni dì; vergogna! vergogna! Ecco, il buon frate non ci capita più se non di rado, e con un viso che par voler dire: io ci vengo pur anco a vedere se è il tempo della conversione e della penitenza. Oh sì verrà.... Vergogna, vergogna!... scandalo e vergogna pur troppo!» «Ebbene, io gli parlerò, io lo persuaderò; vedrai, egli ti sposerà, ma e' ci vuol tempo, e' ci vuol pazienza, ei ci vuol amore, e non disgustarlo anzi come fai.» A questo modo continuava il discorso loro due o tre ore, e così succedeva quasi ogni notte. Al mattino, coll'aiuto dell'acqua e delle pillole e della gran fatica, s'addormentavano le donne. Dormivano fino a mezzo il giorno. Ma appena deste, trovavansi di nuovo l'una volentierissima, l'altra invita, ma [pg!151] pur cedente, in mezzo agli incanti, ai piaceri ed all'ebbrezza. Non pensavano ad altro fino a notte avanzata; ed ogni notte ivan crescendo le angoscie dell'infelice Marichita.Cinque o sei n'eran corse così. E Marichita più che mai malcontenta della vita che le era fatta fare, e di sè stessa, e volendo meditare da sè, stava una notte contro al solito cheta, e faceva vista di dormire, quando le parve udire giù nella via un canto che più amari fece i pensieri in che appunto era immersa: era il Polo del contrabandiero, cantato da una voce e con un'espressione tutta simile a quella di Perico. Si riscosse nel letto, ma pur pensò che fosse o casual somiglianza, o parto dell'esaltata imaginazione. Ma abbrividì tutta, e fu per isvenire, quando, finita la canzone, seguì quel batter di mano raddoppiato, a lei già così noto. Sorse a mezzo sul letto; ma, cessando il canto e il segno, in breve si ripose sotto le coltri, e pensò di nuovo che assolutamente fosse un'illusione sua, e temè che le angoscie non incominciassero a guastarle il senno ed i sensi. Ma ricominciò il canto e la medesima voce; e ben distinti, ben uditi da lei risorta sul letto, i battimenti di mano. Allora, non potendo regger più, detto alla madre che quella notte si sentiva meglio del solito, e sperava in breve dormire, ma voleva prima riprendere un po' d'aria sulla terrazza; e la madre acconsentendo a quella, come a ogni cosa che ella volesse, vestitasi, anzi, velatasi appena, pian piano scese al terreno in un salotto discosto da ogni camera dove si dormisse, ed aperta la finestra diessi dietro l'inferriata a guardare là onde le pareva che il canto venuto fosse, e non scorgendo persona ripetè ella il segno, e di nuovo mirò. Allora, di dietro all'angolo della casa vicina, vide spuntar come un'ombra, ed appressarsi quatta quatta tutta involta nel mantello, e passar dinanzi a lei tacendo, ma sforzandosi, come pareva, di scoprire chi fosse dietro all'inferriata. Ed ella volendo terminar le incertezze: «Povero contrabandiero», diss'ella «a chi vai cantando tu?» «A te, a te» disse, e quasi gridò l'ombra, e s'appressò a un tratto, e buttò le braccia all'inferriata, come se attraverso quella avesse potuto afferrare o [pg!152] portarsi via la fanciulla; e questa, come se fosse stato possibile, tremandone si ritrasse addietro due passi. «Perico!» «Marichita!» fu detto insieme in un istante, e poi durò un silenzio di forse uno o due minuti, e ricominciò la fanciulla: «Sei tu dunque, Perico? Che vai tu facendo qui? Sei tu vivo, Perico, tu, o sei tu lo spirito di lui che venga a vendicarsi? Benchè, se il fossi, non ti fermerebbero queste mura e questi cancelli, e già da più notti io t'avrei veduto sedere al capezzale del misero mio letto, quando io ti chiamava a godere della mia disperazione.» «Io l'ho udita, io la so la tua disperazione; infelice fanciulla!» ripigliò l'ombra, e Marichita abbrividita diè indietro involontariamente di nuovo. «Io la so. Epperciò son venuto d'onde che io mi sia, più morto che vivo, ed io pure non meno di te disperato. Chiamato da te, venni e son pronto a menarti meco, se l' vuoi, accada poscia che può. Vieni, vieni ad unire almeno le nostre disperazioni. Marichita, vuoi tu venire? Vuoi tu venire? Dì su.» «Dio buono, Dio santo, Vergine santissima, che è egli questo? E sarebbe egli vero che tu venissi dall'altro mondo a trarmi....» «No, Marichita, non son morto; vedi, vedi pure, io vivo, appressati, toccami.... benchè no, per l'amor del cielo non toccarmi, non mi rimettere nelle vene tutto il fuoco ond'io ho arso tanto tempo, onde io ardo pur troppo, finchè non abbi detto che verrai con me. Ma vien con me, Marichita, vieni con me; posciachè costui, questo nobile, questo ricco ribaldo tuo non ti fa felice; posciachè t'incresce del tuo tradito, abbandonato Perico; posciachè gl'invidii l'umido letto della caverna, tu coricata tra le piume, le sete e i profumi. Traditrice tradita, vien con me, vieni unire le nostre disperazioni.» «Uomo, spirito, che sei tu? Che sei tu che sai le parole mie sommesse, e i miei nascosti pensieri? Che sei tu? di nuovo io ti scongiuro.» «Io sono un infelice, il più infelice uomo del mondo, che ti disprezza, ti abborre, ti maledice a tutte l'ore del dì e delle notti, e maledicendoti pensa a te, null'altro che te, sempre te. Maledetto il seno che ti portò, maledette l'arie che respirasti, maledetti gli occhi che ti videro, e il cuore, l'indegno cuore vilissimo che non ti può cacciare, e il pensiero [pg!153] che sempre è con te.» e «Oh! ti riconosco, iroso, feroce amante! tu sei, tu certo sei. E maledici pur quanto vuoi. Tu benedetto sii che sei venuto a udire i miei pentimenti una volta prima che io mi muoia. Odi, Perico! Io ti ho tradito, tradito, è vero, scelleratamente, indegnamente; io t'ho anteposto un altro, io t'ho voluto abbandonare per sempre ed avermi lui. È verissimo, io sono un'indegna, una colpevole creatura. Nè voglio scusarmi, te accusando. Ma pur forse lo potrei, te così orgoglioso, così iroso, che non facevi uno sforzo vero mai per richiamarmi a te.» «E non venni io?» «Sì, una volta dopo parecchi giorni, e una volta sola senza instare con altro che con minacce e vendette; ma non accuso io te, no. Me sola accuso, benchè non sola, io giovane, io nuova a tutto, io inesperta, precipitata dalla madre. Oh le perdoni Iddio; io debbo, io voglio perdonare, io perdono a lei, a te, ma sono pure la più infelice creatura, e così possa la morte fra breve....» «La morte, la morte, sempre la morte! Ei sembra che sia un rimedio a tutti i mali. Ei si pensa a una disgrazia? La morte la finirà. Si pensa a una ingiustizia? La morte ti vendicherà. Si pensa alle ingiurie, alle oppressioni? La morte agguaglia tutti. Alla propria scelleratezza? La morte la sconterà. La morte, sempre la morte! E perchè non vivere? Perchè non soddisfarsi? Perchè non vendicarsi, ed esser felici così un momento almeno? Senti, Marichita.... È inutile ch'io te lo dica, e lo potresti indovinare oramai da te. Io t'ho messo intorno una persona tutta mia che ti vede ed ode ad ogni ora, e cacciata questa te ne porrei intorno cento altre. Ed altre ancora ne ho già disposte da gran tempo qui intorno, ed io t'avrei potuto rapire, ed aver meco.... Se non che, a che t'avrei io tolta? Avutati nelle mie mani, che avrei fatto di te? Io meditava da gran tempo su ciò, e finchè non mi fosse fatta una risposta satisfacente, tu ti potevi viver tranquilla, nè me l'ero fatta mai.... L'altra sera ebbi la relazione che a te, sveglia o sognando, incresceva del povero tradito Perico. Da quell'ora, da quell'istante io ben seppi che far di te. O dimmi, dimmi, Marichita, dimmi....» «Se io t'amo, Perico? Se io t'amo? È egli questo che vuoi [pg!154] sapere? Se io t'amo? Oh credimi, non solamente t'amo adesso, ma t'amai sempre, t'amavo quando, seguendo i consigli della madre, aiutati dalle tue ire, mi sforzavo cacciar te e chiamar colui; t'amavo quando, volendo sorridere a lui, ero ridotta a richiamar a mente ed imitare i sorrisi e le dolci parole che io già aveva apprese con te, che tu mi sapevi inspirare, tu solo, ed io non le seppi mai dire veramente se non a te, e t'amavo in quelle notti che facevo ogni sforzo per dimenticarti. Ora non più, no, mi sono capacitata che non è possibile, ora so e sento che senza te non posso vivere.» «Oh benedetta, benedetta Marichita mia, tu sarai mia; ed ascolta, chè abbiam poco tempo a discorrere. Di qui a tre notti.... benchè avrai tu cuore di venir a viver meco la vita di un contrabandiero, di un bandito? Cacciati dalla società degli uomini, fuggiti come bestie immonde da chi vogliamo accostare, tracciati come fiere da chi vogliamo fuggire, non dormir mai se non a mezzo; per passatempo di veglie discorrer di sbirri, confortatorii e patiboli, scellerati per compagni, amici niuni, niune leggi che il timor comune, niune difese che il proprio ferro.» «Io lo so, io lo so. Ma chi ti ha cacciato in questa vita? Chi ti ci debbe seguire? Chi l'addolcirà, se è possibile? Chi ritrarrattene forse mai? Dov'è l'amore, là è il dovere della misera Marichita. E dov'è l'amor suo, là ella potrà forse ritrovar posa de' suoi strazi, e refrigerio di questi fuochi. Impossibile oramai rimaner qui innocente fanciulla; là anche in mezzo agli scellerati sarò donna virtuosa.... del mio amore. Perico, Perico dammi la mano, qui attraverso a queste sbarre, in mezzo a questo buio, con Iddio solo per testimonio, chiamami tua; e poi vieni a levar quando vorrai la tua sposa, vieni a trarla dove vuoi, vieni a farne quel che vuoi, vendetta se vuoi.... Perico, mio Perico! avanza, dammi la mano attraverso queste sbarre, dammi tua fede, odi la mia, chè io son tua.... Oh non rispondi tu, Perico? Che ti ritrai? Dove vai?... Dove vai, Perico? Perico! Che non rispondi, e dove vai? Rispondi!» E con queste ed altre angosciose grida, fuor di sè la infelice fanciulla perseguiva il tacito, sordo amante. Il quale, senza rispondere, senza dar una voce nè un cenno, spariva; così, [pg!155] nella disennata e superstiziosa fanciulla entrò di nuovo il dubbio non fosse stata mai un'apparizione dello spirito solo del suo amante. E tanto più si fermò in questo pensiero, e quasi il credette certo, che uscita in fretta dalla porta, e corsa al luogo dove era stato fermo Perico, ed a quello poi ond'era sparito, non trovò, nè udì, nè vide, nè da lungi persona od ombra o nulla, se non oscurità e silenzio universale.Tuttavia, ridotta nella sua camera, e riflettendovi quella notte e quelle che seguirono, ella si capacitò che era stato Perico, non solo a malgrado de' pericoli vivo e vivissimo, ma, a malgrado de' suoi tradimenti, innamoratissimo di lei, e che aveva fatto il disegno di venirla fra tre notti a rapire. E così era difatti. Nè occorre che niuno dica se Perico facesse bene o male, secondo o contro la ragione; ch'ei si sa fin da' bimbi che l'amore non si lascia metter freno da lei. Sì talvolta sel lascia mettere dall'altre passioni compagne sue. Onde poi veggiamo l'avaro innamorato sacrificar all'amore ogni cosa, tranne i quattrini; il beone, tranne il vino; il giocatore, tranne le carte e i dadi; e l'iroso, tranne la vendetta. E mettetevelo pur bene in capo, voi fanciulle, per non isperar poi troppo dai vostri sposi. E voi donne, se mai niuna ebbe dal suo il sacrificio di qualche passione, tenetelo pure per il più bel presente ch'ei potesse farvi in prova d'amore, e tenete lui poscia per marito non dozzinale. Nè vorrei dir io che Perico non avesse potuto forse un dì diventar buon marito, e, se la sua amante l'avesse meritato, non fosse stato capace di sacrificarle un dì anche l'orgoglio, passione principalissima non solo delle sue, ma di tutte quelle che son plasma dei sette peccati capitali. Ma intanto, fosse colpa di lui o di lei, certo è che per allora Perico non era disposto a far quel sacrificio. Era venuto, come udiste da lui stesso, sull'avviso avuto da una camerista di Marichita che questa passava le notti intere a piagnerlo e desiderarlo; era venuto prima a verificare la verità di siffatta relazione, vedendo se risponderebbe a' suoi segni; poi, in caso che rispondesse e scendesse e confermasse il rinato suo amore, a prender appuntamento con lei per poi rapirla, e trarla [pg!156] seco, senza pensare per allora allo sposalizio. Ma quando Marichita pronunziò quella parola di sposa, ed attraverso alle sbarre tese la mano come a congiungerla in legittimo matrimonio a quella di lui, ridestossi allora ad un tratto nell'animo suo, e ridestato vi ridivenne signore l'orgoglio così crudelmente, così constantemente offeso fin dal principio de' loro amori; e fu per dettargli qualche crudel risposta, che pronunziata avrebbe forse troncato l'amore o l'istessa vita di Marichita. Ma non la pronunziò, e invece si ritrasse; e di corsa, anzi di volo, fuggì da lei, dall'occasione, e avrebbe voluto da sè stesso. Ondeggiò poscia in pensieri e disegni e risoluzioni fatte e disfatte mille volte in quei tre giorni; chè sono indicibili i combattimenti interni di un uomo per natura forte, ma, per passioni d'ira e d'amore annidate in suo cuore, fatto imbelle. L'ultima risoluzione a cui s'appigliò, non come migliore, nemmeno a sua mente, ma come quella che, senza decider nulla, lo metteva pur in caso di satisfar tutte le sue passioni, fu quella di tornare a Marichita, e assolutamente, senz'altre spiegazioni, senza darle agio a riparlar di matrimonio, portarsela via. Perciò, invece di nuovamente chiamarla all'inferriata, deliberò coll'aiuto della compra cameriera entrar nella casa, e con quello poi de' compagni suoi invaderla e occuparla di soppiatto od a forza, e giunti alla camera di Marichita, volonterosa o no, portarsela via. E com'era stata disegnata ogni cosa, così s'effettuò. Guidati dalla donnicciuola, inavvertiti da ogni altro, piano piano entrarono, e camminando alla sfilata, giunsero alla camera delle due donne, ed aprirono la porta, e furono al letto, e rivolsero su quello a un tratto le lanterne per vederla e pigliarla; ma videro vuoto il letto, e la mamma che dormiva nel suo, e si rivolsero alla cameriera, e questa giurava non intender che fosse, e tra il chiasso che seguì, si svegliò la Romana, e incominciò a gridare, e, interrogata, giurò il medesimo. Ma, disperdendosi gli uomini a frugare, benchè invano, nella casa, in breve fu desto Don Luis e tutti i suoi servidori, che armati, e conoscendo meglio i luoghi, incominciarono a difendersi, poi ad assalire gli assalitori, e gli uni e gli altri a tirar pistole e schioppi, e ad accorrer gente di fuori, che fu [pg!157] una confusione da non vedersi mai più l'eguale. Due o tre furono morti d'ambe le parti, ed altri feriti; ma scamparono gli altri contrabandieri, e fra essi, strascinato e quasi a forza portato via, Perico, il quale, coperto di sangue e ferite, ma più che mai ebbro e furente, voleva rimanere finchè trovasse pure ad accozzarsi col rivale, ora più odiato che mai.Del resto, come fosse succeduto tutto il caso di quella notte, e lo sparire di Marichita, nol seppero mai nè Perico nè Don Luis; e nol sapendo, s'accusarono ognuno d'aver, per paura o gelosia o vendetta dell'altro, rapita e poi nascosta od anche spenta l'infelice fanciulla. E così, come succede tra appassionati, non era scelleratezza di che non si credessero l'un l'altro capaci, e di che non s'accusassero poi ogni dì più. Quindi ad accanirsi, ad arrivar agli ultimi segni la loro inimicizia. Perico a riannodare i suoi masnadieri, ad aizzarli a una nuova impresa contra la casa di Don Luis. Don Luis, avvisatone, a lasciar questa a Ciclana, e correndo poi a Siviglia, a Cordova, a Granata e al campo di Gibilterra, a far nuove pressanti istanze presso i tribunali e i governatori di provincie e i comandanti di truppe, a far crescer le taglie al capo di Perico, a mandargli contro intiere masnade di sbirri, alguazili, doganieri ed anche fanti e cavalli. Quindi poi, minacciati così tutti i contrabandieri che al solito vivono quasi tranquilli in quelle parti, ad unirsi tutti sotto la condotta di Perico, che avea nome del più bravo e destro; ed ora tutti insieme ad investire ed opprimere qualche squadra de' loro persecutori, ora a disperdersi e scampare sminuzzati, ora a riaccozzarsi e proteggere sulle coste lo sbarco di qualche nave di contrabando, ora a scortar poi per li monti le lunghe salmerie di muli che portano quelle merci proibite nelle provincie interne della Spagna. Perciocchè, diceva l'ufficial francese (non so poi se a torto o a ragione, chè io non sono stato in Ispagna, e non m'intendo di sifatte cose), diceva che a quel tempo essendovi rigorosissime le proibizioni di merci straniere, e più di quelle che men si fabbricavano nel Regno, e tuttavia gli Spagnuoli avendo bisogno di alcune di queste merci, e tanta più vaghezza [pg!158] di alcune altre che eran proibite, ed offrendo perciò il doppio od anche due doppi del loro valore, ne nasceva che le merci in un modo o in un altro entravano; e diceva anzi che entravano per tutti e singoli i quattro lati del quadrato delle Spagne, e in quantità non minor forse che se fossero state lasciate legittimamente entrare; e con questa sola differenza che ne scapitava l'erario che non n'aveva un quattrino di diritti, vi scapitavano i privati onesti che compravano caro due o tre volte più del valore, vi scapitavano i mercanti che vendean carissimo, ma aveano anche comprato caro, e in somma vi scapitava tutta l'onesta gente, e vi guadagnavano solo quelli che, nazionali o stranieri, grandi o piccoli, a forza o per inganno, si chiamavano o doveano chiamarsi contrabandieri. Nè so io poi se sia esagerata o no questa descrizione; bensì dico ed aggiungo all'osservazioni dell'ufficiale, che se era veramente così, il danno maggiore da lamentare non era quello delle borse dei privati, nè dei mercatanti, nè dell'erario, sì era quello della onestà di tutti quelli che più o meno facevano gl'illeciti guadagni. E tanto più mi confermo in questa opinione, che dall'essere così universale, e, come dicea l'ufficiale, quasi necessaria questa frode, ella s'era fatta nell'opinione innocente, e i grandi e i maggiori signori l'aiutavano, e se ne rideano e davan vanto di farla per destrezza, e i popolani poi teneano per bravura ed eleganza a farla per forza; così il nome stesso di contrabandiero, che suona male altrove, era là quasi tenuto in onore. Del resto, l'esser tenuti in questo onore, ne dava lor pur un certo tal quale. In quella notte che invasero la casa di Don Luis non fu tolto da nessuno uno spillo; e il mattino appresso pareva come se una brigata d'amici, non di masnadieri davvero, fossero entrati a metter ogni cosa a soqquadro.Tuttavia piovvero più che mai su Perico e suoi compagni, non solamente le condanne e le ingiurie meritate da essi come contrabandieri, rapitori e insidiatori della pace privata, ma, con ingiustizia consueta, anche quelle immeritate di ladri ed assassini. Chè troppo sovente ei succede, o per odio o per non curanza, e talor anche per uno zelo esagerato della [pg!159] giustizia, che si confondano i delitti e i delinquenti, ed a chi ha colpe troppo reali se n'aggiungano delle imaginarie, ed ogni cosa si carichi sulle medesime spalle. Onde poi troppo sovente anche avviene, che il colpevole il quale o con alquanto di compassione, od anche con una giustizia severa, ma non oltrepassante, avresti tratto a confessare e riparar le proprie colpe, o per ira o vendetta o per quel calcolo così solito ai delinquenti che incorsa una pena tanto val meritarla, ei si precipita ed ingolfa poi in quegli stessi delitti, che gli sono stati ingiustamente apposti. A me poi la sperienza del nostro ministero mi ha sempre dimostro, che se la luce della intera morale cristiana è sola buona, sola vera, sola che possa avviar bene su questa terra gli uomini, i quali senza essa errano come in una notte buia senza luna nè stelle; tuttavia tant'è la necessità e il desiderio di questa luce, che gli uomini, i quali non la conoscono o l'hanno perduta, s'accendono poi da sè qualche tenue lampada o facella da guidare i lor passi vaganti. Ondechè, chiunque voglia ridurli a miglior via, non dee spegnere queste facelle quantunque povere od inette, ma valersi di esse, e torle in mano per mostrar agli errati l'orlo de' precipizii, e fermarveli finchè sia risorta qualche più efficace e vera luce celeste. E sarebbe intorno a ciò a dire fino a domani; se non che chi m'ascolta per solazzo, troppo già temo abbia a lagnarsi di tante serie riflessioni. Onde lasciandole, vengo a mostrarvi coll'esempio quali fossero gli animi di que' compagni di Perico, posciachè furono, a forza di condanne dei tribunali, d'istanze e di spese di Don Luis, e d'inseguimenti delle truppe, ridotti dalle coste di Algesiras e di Marbella che sono il loro paradiso, a' monti di Ronda, dell'Alpujarras e della Sierra Nevada che son loro rifugio; e da questi poi, a ciò che si può dire loro esiglio, i colli di Jaen, poveri, nudi e quasi deserti, e quel che è peggio per contrabandieri, tutti interni senza coste, nè frontiera.Stanchi di molte, lunghe e infruttuose marce, coi guadagni antichi già consumati, e senza speranza di nuovi, erano capitati una sera ad unaventaod osteria isolata, sul cammino a Madrid, e finito lorrancioo pasto più parco che mai, [pg!160] eransi adagiati intorno al camino da quindici o venti a passar quell'ore dopo la cena, che gente di siffatta condizione, ma di qualunque altra nazione d'Europa, avrebbe passato bevendo e gridando; ma gli Spagnuoli le passan fumando e tacendo. Tuttavia, dopo una mezz'ora, levatosi uno degli assistenti col sigaro ancora in bocca, ed ito all'uscio, ed apertolo, e veduto che non ci era persona nella camera allato, e tornato a riprender suo seggio, ma appressatolo in mezzo agli altri: «Uomini», disse finalmente, «che vi par egli oramai di questa bella vita che meniamo da due mesi in qua?» «Vita da cani», disse uno; «anzi», disse un altro, «da fiere che i cani tracciano;» «e che fiere!» disse un terzo; «nè lupi nè volpi; che nè per forza nè per inganno non abbiamo nemmeno un buon boccone mai. Vita da cervi o conigli, o se niuno animale più vile si trova.» «No, no», disse un altro, «anzi vita da gran signori. Non far niente.... niente mai fuorchè passeggiare.» Seguì un riso, smoderato per Spagnuoli, altrove sarebbe stato appena sorriso. «Vita da porci», disse poi uno che aveva tenuto le labbra tanto più chiuse, quanto più avea veduto disserrarsi le altrui; «vita da porci destinati al macello.» «Or bene, signori», disse quegli che aveva nel consesso il posto d'onore, lo scanno al lato al camino, anzi sotto al cappello di esso: «or bene, signori; sta bene ridere, e può anche star bene adirarsi d'una cattiva situazione, ma finchè non c'è rimedio, parmi stia meglio di tutto tacere.... ed aspettar tempo migliore. Signori! serenità! serenità! e non importa, due grandi parole, due gran santi protettori di uomini Castigliani.» «Serenità e non importa», ripigliò il primo che avea parlato, «ottime cose quando non c'è' altro a fare; ma se io avessi altro?» «Bravo, bravo», disser tutti, «che hai studiato tu? Bravo tu, se ci fai far qualche cosa; se non altro per torci la seccatura di questo tanto menar le gambe, e non le braccia più mai.» «Oltrechè», disse una, «in breve non meneremo nemmeno i denti, e già n'abbiamo sta sera un assaggio.» «Uomini», disse l'oratore, «o parlate voi o io, tutti insieme non serve.» «Parla, parla tu», disser tutti, «benchè finora ci eri paruto più bravo esecutore che parlatore.» «Ancora?» disse egli; e [pg!161] non rispondendo persona: «Udite», proseguì, «l'onore è una bella cosa, ed io vorrei anzi trarmi di bocca la lingua, che dirvi o proporvi cosa mai che fosse contro all'onore; sì dico, l'onore di qualunque più scrupoloso contrabandiero. Tuttavia, su quest'onore ei si vuol ragionare, e non prenderlo bell'e fatto, come lo fanno certe persone che so io; e sempre ce ne sono di tali in ogni compagnia, che fanno l'onore e la regola come vogliono essi, e gli altri a seguirli come pecore. Tanto sarebbe pure seguir alla cieca l'onore e le regole delle città che abbiam lasciate, e dei giudici che ci hanno condannati, e degli sbirri che ci perseguitano, e dicono che sia disonorante cosa far il contrabandiero. Eppure, noi siam tutti onorati contrabandieri. Parlate adesso, ditemi voi. Siamo noi onorati contrabandieri, sì o no?» «Sì siamo, sì siamo» disser tutti. Ed egli: «Dunque vedete che l'onore l'ha da intendere ognuno a modo suo, e non rimettersene a chicchessia venga poi dire con una gran voce e un gran sussiego: signori, non si può, non si dee fare, non istà bene, od altre simili cose. Ei si vorrebbe essere bimbi per lasciarsi dir le cose così. Ma gli uomini debbono rispondere: noi siamo giudici, noi soli sappiamo che stia bene e che no.» «Orsù», disse il capitano, «a che monta tutto ciò?» «A nulla» disse l'oratore, «a null'altro che aver per giudice voi stesso, ma voi con tutti gli altri, d'una proposizione che interessando voi e gli altri debb'essere giudicata da tutti. Sentite. Noi moriamo di fame, di sete, di stento, di fatica, di seccatura; e perchè? Perchè ci siam fitti in capo questo bell'onore di non rubar mai se non una sola persona, che questa.... sì signori, lo ripeto.... questo nostro mestiere è rubar ogni dì una persona; e questa persona è il re nostro signore. Ora dite, perchè prendiamo noi la robba del re? Perchè non possiamo fare altrimenti; perchè senza quella non possiamo vivere, perchè la nostra, quella che ognuno di noi vorrebbe, dovrebbe avere, ci è tolta. Or non sono queste, tante ragioni di prendere anche la robba di qualche privato? dico, non di qualche povero cavalliero, o mercatantuccio che se ne vada con un mulo o due, facendo via tranquillamente senza intender male a persona, e che spoglio di quel poco [pg!162] avere sarebbe ridotto a povertà. No, non vorrei toccar un capello a costui. Ma supponete; dico così per supposizione solamente, se per esempio il presidente della Real Udienza di Siviglia che ha così ingiustamente chiamato ladro ed assassino il nostro capitano qui, il bravo Perico; e per un altro esempio, se mai capitasse qui per via quell'istesso Don Luis,... o supponiamo un altro dei nostri persecutori, il vicerè di Granata, o il capitano generale del campo di San Rocco!...» «Il capitano generale?» interruppero qui alcuni «l'oste ha detto che doveva passar domani, l'oste ha detto che doveva passare con tre tiri di mule; ha dieci uomini di scorta, porta seco il tesoro per pagare il soldo di sei mesi.» «E di chi è questo tesoro?» ripigliò l'oratore: «Del re Nostro Signore; quel medesimo di che ogni dì prendiamo la robba senza scrupolo. Dunque vedete....» «Per Dio» disse finalmente alzandosi, ed alzando la voce sopra quella d'ognuno, il capitano, «per Dio che non dirai una parola di più. E se t'ho lasciato dire fino adesso era per vedere, anzi per far vedere a tutti questi cavallieri dove avevi a capitare. Ora è chiaro; a farci diventar ladri; ladri, assassini di strada.» «Non ladri, non assassini, non è vero» disse l'oratore. «Non ladri, non ladri» disser tutti; «non ladri;» riprese il primo «ma solamente prender in un modo nuovo quella medesima robba del re.» «E questo altro modo non è egli rubare?» «Non rubare, non rubare», gridaron tutti. «Io ne appello al vostro onore» disse l'oratore. «Sì sì, il nostro onore è chiaro, non è rubare, non è rubare. Dì su, dì su quando, come, dove passerà il capitano generale.» «Giuro al cielo!» disse Perico, e mise la mano sotto la giubba e trasse il pugnale. «Armi, armi» gridaron gli altri e fecero il medesimo; ma ognuno ristette per rispetto, od anzi pel timore che sopraviveva al rispetto e all'autorità pur troppo perduta da Perico, come succede ad ogni capitano anche di truppe più regolari quando le cose e principalmente le ritirate van troppo male. E così seguì una scena, in cui l'uno gli rimproverò l'aver tirata la vendetta di Don Luis, l'attenzione del governo, e gl'inseguimenti delle truppe su tutti i contrabandieri, che prima vivevano in pace tollerati e quasi assicurati; [pg!163] gli altri gli ricordarono d'averli tratti a quella fazione pericolosissima di Ciclana, dove non avevano guadagnato nulla se non busse ed alcuni anche la morte. Egli poi ben potè con alterigia ricordare le fazioni fatte sotto la sua condotta, le navi prese, le ricchezze acquistate, le promesse fattegli d'obbedienza; ma le passate fazioni felici erano fatte dimenticare dalle presenti infelicissime, dalle ricchezze già consumate; e le promesse parevano annullate dalla sua ostinazione contro il parer comune. E in breve, dopo un'ora di chiasso, grida, minacce, ed ire soppresse ma impossibili oramai a più trattenere, rasserenatosi a un tratto Perico, e inguainato lentamente il suo pugnale, ed estesa anzi aperta la mano in mezzo ai compagni taciti e stupiti del suo atto: «Or bene», disse; «cavallieri, voi siete padroni; io solo contra tutti non posso. Finita già la mia autorità, io ve ne assolvo.... ed assolvo me d'ogni dovere, o responsabilità.... e d'ogni compagnia con voi. Cavallieri, addio: molte parole sarebbero inutili oramai; io non ebbi a lagnarmi di voi, nè voi credo di me, finchè siam durati insieme. Or segua ognuno il suo destino. Ognuno a modo suo. Io solo, e morto prima che.... Addio, cavallieri;» e così dicendo e toccando la mano a ognuno, salvo all'autore dell'infame proposta, passò in mezzo a tutti; ed aperto l'uscio, sparì nell'oscurità.E così farò io, aggiunse il maestro prendendo il cappello; e chi vuol venire alla terza parte, che sarà l'ultima, venga, e chi non vuole, resti.
II.«Io v'ho lasciati ieri» riprese il Maestro, «che Don Luis si era salvato col valore dalle mani del suo insidiatore, e colla fuga poi da quelle dei seguaci e complici di lui, i quali, usciti d'agguato, gli eran corsi dietro; ma perchè egli aveva da cento passi innanzi, e non era poi in tutta Spagna uomo più leggeri alla corsa, non potè essere arrivato; e salvo, benchè ferito, giunse a San Lucar le donne e i compagni. E pensate che accoglienza gli fosse fatta, principalmente.... Benchè io penso, amici miei, che ieri v'ho allungata troppo la narrazione: e contro il mio stile, che è di non far durar mie novelle oltre a una sera, non v'ho detto di questa se non il principio; e se allungassi il resto allo stesso modo, se ne avrebbe per più d'otto dì. Epperciò, lasciato San Lucar, e la villa, e Don Luis e sua guarigione, e tutti i particolari, dirovvi sommariamente gli eventi principali saltando dall'uno all'altro, e passando le attaccature che non sono necessarie, e voi potete benissimo supplire.Erano dunque passati già più mesi dalle scene ultimamente descritte, quando per un bel mattino di decembre il popolaccio di Siviglia correva ad una di quelle feste di che il popolaccio di tutti i paesi è così vago, un'esecuzione a morte di tre o quattro condannati. Era poi anche maggiore quella volta l'accorrere, non solamente pel numero insolito de' condannati, ma anche per varie circostanze particolari atte a destar la pubblica attenzione, attutata del resto dalla frequenza di quegli spettacoli. E prima, uno dei condannati era un bellissimo giovane, il piùguapofra i setteniños di Ecija; che sono una compagnia di ladri famosissima ne' contorni di quella città onde essi tolgono il nome. Dicesi che sieno sempre sette, e non mai più; benchè quando ci è un posto vuoto, che accade sovente, e' vengono loro sempre numerose suppliche e brighe per sottentrare; ma non si tolgono [pg!146] mai se non tanti quanti sono i posti vuoti fra i sette, e sempre si scelgono i più bravi e provati ladri; e dura quella compagnia da molti anni e forse da secoli. Fu spenta, è vero, al tempo che il maresciallo Soult reggeva l'Andalusia; ma so che risorse poi, benchè non sappia se duri e sia in fiore oggidì. Ad ogni modo, per far ragione a tutti, e' si vuol dire che costoro, i quali certo non hanno scrupolo di uccidere quante persone sia loro mestieri per venir a capo di loro assassinii, od anche per ispegnere la voce; quando poi non è loro necessario, hanno molti riguardi per le persone che fermano in via, e talor lasciano loro danari da finirla, e se metton le taglie ai ricchi possidenti, che è il grande stile di queste masnade, dicesi che talora poi facciano carità a' poverelli, e lascin borse sotto a' loro usci, e che so io d'altre simili generosità, vere o inventate da coloro che in ogni dove, principalmente in Ispagna, hanno amore a questa specie infima in grado, ma da essi tuttora favorita di eroi.Un altro poi dei condannati chiamava anche più del primo l'attenzione de' buoni Sivigliani. Accusato per ladro o assassino, o che so io di peggio, non aveva alle numerose prove recate contro a lui opposto mai nulla; e s'era lasciato indifeso condannare. Ma, condannato che fu, sorse a suo cenno l'avvocato, e dispiegò sul tavolino dinanzi ai giudici un gran fascio di carte e pergamene che provavano senza replica la sua antica nobiltà; la quale riconosciuta, l'avvocato chiese, e i giudici accordarono, non per grazia, ma per diritto, che il suddetto nobile condannato fosse nobilmente strozzato, o, come dicono,garottadoda seduto, in vece di essere, come s'usa ed è buono per li semplici cittadini, appiccato in aria ignobilmente penzoloni. E così fu effettivamente eseguita la sentenza. Ma di questi due a noi non importa nulla, se non che, tolto il corpo di quel secondo giustiziato, fu in vece sua attaccato un figuraccio o spauracchio da uccelli; e fu affissa sotto uno lunga condanna che io non vi dirò minutamente; ma in sommario dicea così: Che citato il nomato Perico (e seguivano poi gli altri nomi suoi e la sua qualità d'Asturiano, epperciò nobile) [pg!147] a comparire dinanzi alla Reale Udienza di Siviglia; e col non comparire mostrandosi contumace o defunto, che non si sapea quale dei due; sulle deposizioni dell'eccellentissimo signor Don Luis, con dieci altri nomi e l'etcetera, Grande di Spagna di prima classe etcetera; le quali unite coll'altre prove evidentemente provavano aver il detto Perico teso insidie, agguati e tradimenti per proditoriamente e senza ragione ammazzare il detto eccellentissimo signor Don Luis; la Reale Udienza l'aveva all'unanimità dichiarato assassino e condannato a morte; e fosse tenuto quasi effettivamente giustiziato; e se era vivo, rimanesse bandito col taglio di ducento scudi e la grazia a chi lo consegnasse; ed altre siffatte cose poi che seguivano secondo le formole. Perchè poi Perico era conosciutissimo ed anche amato in Siviglia, perciò, contradizione o no, la folla fu grandissima a leggere la sua condanna. In mezzo alla folla poi ei ci fu uno in abito di alguazil che accostatosi allo scartafaccio, e trattone un altro di sotto al mantello, lo affisse sul primo in modo da coprirlo; e mentre gli si riapriva innanzi e poi gli si serrava dietro e riaccostavasi a leggere la calca, egli sparì. Sorse allora un susurrìo che chiamò l'attenzione dei veri alguazili che stavano passeggiando pochi passi discosto; s'accostarono, e lette le prime parole, si rivolsero ad inseguire il falso compagno. Ma questi era lungi e non fu trovato. Il nuovo scartafaccio dicea così: «Don Luis è un mentitore; Perico non fu mai assassino, e volle solamente da uomo a uomo combattere un nemico vile traditore. Se la Reale Udienza fosse meglio informata, potrebbe sapere che Perico è vivo e vivissimo, e si fa beffe de' suoi tagli e de' suoi dugento scudi. Con cinquanta soli per testa ei potrebbe aver quella di Don Luis, e di tutti i membri della Reale Udienza. In prova di che ha fatto affiggere la presente qui alla barba loro, e dinanzi alla porta dell'eccellentissimo, e sotto la Girada ed altri luoghi publici, dove li potete andare a vedere.»Ora di questo scandalo che che si dicesse in tutta Siviglia, io non ve ne dirò nulla, volendo, secondo mia promessa, [pg!148] portarvi a un tratto a un'altra scena che succedè pochi altri mesi dopo, verso l'aprile o il maggio del 1807, in Ciclana. È questa, non lungi da Cadice, una piacevolissima terra presso che tutta formata delle villette di que' ricchi cittadini, i quali chiusi nelle loro mura in mezzo al mare, quasi marinari d'un vastissimo vascello, scendono ogni volta che il possono a goder la terra; e perciò tengono là ed abbellano le loro casuccie e gli orticelli con un amore e una nettezza non consueta nel rimanente delle Spagne. Così Ciclana, un villaggio di ricchi, unisce in sè i piaceri tutti della villa e della città. Dei quali volendo Don Luis godere e far godere le sue brigate, tolse a pigione uno dei più graziosi di que' casini, e fattolo con meno ricchezza che comodi, e meno pompe che attente e minute cure, riattare ed addobbare per le due donne, ve le portò come a caso, e, stupite e contente, ve le stabilì a dimora; e poi fece incominciare un corso di feste nuove ogni dì, ed egli andava e veniva, ma per lo più stava, e tutti vivevano allegramente. Benchè, l'allegria era più apparente che vera, come lo potete udire da una conversazione che passò tra le due donne, dopo il tocco o le due d'una notte che ritrattesi stanche, rifinite di piaceri, a loro stanza e ne' letti che avevano allato l'uno all'altro, e spento già il lume e rimaste amendue, benchè assonnate, senza dormire alcun tempo, incominciò la madre a bassissima voce così: «Marichita, Marichita, dormi tu? dormi tu? Dimmelo almeno se non dormi; dimmelo almeno, in vece di sospirare come fai, e forse pianger soletta.... Marichita, per amor del cielo!» «Ebben, mamma, non dormo, gli è vero, non dormo.» «Oh figlia mia, viscere mie, e che hai tu? passerai tu di nuovo un'altra notte come l'ultime, senza dormire, affannata, sospirando; chè il mattino poi ti si leggono queste perfide notti negli occhi cavi, lividi, aggrinzati? O cielo! a sedici anni, non è egli peccato guastarsi la bellezza così, non saper godere la vita la più felice del mondo; che se io avessi avuto tanto alla tua età.... E che dirà Don Luis quando s'accorga di questa tua ingratitudine? Il più bello, il più giovane, il più ricco signore di Andalusia e di Spagna, anzi, [pg!149] credo, del mondo, per innamorato, e non saper godere di una sorte!...» «Sì, per innamorato, per innamorato, e non per marito. O mamma! chè non mi dicevi tu anche allora, per innamorato, le prime volte ch'io l' vedeva, quando tu mi facevi cuore ad adescarlo, a innamorarlo, e mi dicevi che sarei la più gran signora di Spagna? Or vedi invece, per innamorato....» «Per innamorato ora, figliuola mia, per innamorato ora. Quanto sei cocciuta e permalosa verso tua madre che ti vuol tanto bene, eppur tu interpreti male sempre quanto ella dice! Per innamorato oggi, ma per marito domani. Per marito domani, se tu il volessi. Ma con fare il grugno ed essere stizzosa e ritrosa, non s'invischiano gli uomini. Io te l'ho detto le cento volte: non si piglian le mosche coll'aceto, ma....» «Così avess'io fatto la ritrosa fin da principio! così non avessimo strascinatoci in casa questo tuo gran signore! Così non avessi io tradito il mio povero Perico! Chè quello sì mi voleva bene davvero, quello mi sposava, quello avrebbe fatto di me una donna onorata. Ed io l'ho tradito, meschino! Io l'ho innamorato, e poi lasciato senza amore; io ho voluto il suo cuore, e non gli ho dato il mio! Io gli ho fatto travedere un paradiso, e l'ho precipitato in un inferno! Io ho fatto di un galantuomo un assassino, io gli ho messo i pugnali in mano, io ho fatto attaccare il suo nome al patibolo, io sono che vel trarrò un giorno lui stesso, infelice! ma meno di me!..» «Figliuola, figliuola mia; è egli possibile che tu pensi ancora a uno scellerato, condannato dalla giustizia divina e umana? che tu voglia disonorar te stessa con infami rincrescimenti, chi sa, con un resto d'infame amore? Sciagurata! che ti vai tu tormentando e rimprocciando vanamente? Nascono gli uomini ciò che debbono essere, e si perderebbe la vita intiera in esami di coscienza e rimorsi inutili, se si volesse andar ricercando ciò che avrebbe fatto, o ciò che sarebbe diventato tale o tal altro, se non fosse di noi o se non avessimo noi fatta o detta tal cosa, o che so io. Questi son pensieri a che io non mi sono fermata mai; e vedi, son vecchia. E tu meschinella, vuoi tu alla bella età di sedici anni, a quell'età [pg!150] che non torna più mai, vuoi tu far te stessa infelice così, e con te la tua vecchia madre? Figliuola, viscere mie!» «Io qui, qui in un letto molle, adagiata sulle piume, coperta di seta, di trine, con tesori d'addobbi intorno, e di gemme deposte qui allato, inebbriata ancora di cibi e bevande e profumi deliziosi, più anche di quei suoni e quei canti e quel continuo parlare, quell'aure d'amore che soffiano in questa Ciclana, inebbriata più di tutto pur troppo di queste vane, perfide adorazioni, vane, perfide, dolci.... Egli a quest'ora in una caverna buia, fetida, sul suolo umido, con intorno scellerati compagni indegni di lui, a riposare delle cattive giornate, men cattive per la fatica che per li pericoli, e meno per li pericoli che per li rimorsi che stancano e rovinano, io il so, più d'ogni cosa. Ma io, me li sono procurati io questi rimorsi; i miei sono giusti; i suoi all'incontro, i suoi dovrebbero essere tutti miei. O Perico, Perico, io mi sento morire, io morrò; ma così potessi prima vederti una volta ed assolverti de' tuoi rimorsi e prenderli io, e io sola averne ogni pena!» «Marichita, per amor di Dio!» «Non profanare il nome di Dio, nè de' suoi santi, nè di quella principalmente che nemmeno io non m'ardisco più nomare; ma io te l'ho detto e te lo ridico assolutamente, io non voglio che duri così, non può durar così; mi son fidata a te troppo tempo: oggi una famigliarità, oggi un'altra, ogni dì un avvilimento di più, ogni dì una cosa nuova accettata, una nuova accordata. Oh ci vendiamo ogni dì; vergogna! vergogna! Ecco, il buon frate non ci capita più se non di rado, e con un viso che par voler dire: io ci vengo pur anco a vedere se è il tempo della conversione e della penitenza. Oh sì verrà.... Vergogna, vergogna!... scandalo e vergogna pur troppo!» «Ebbene, io gli parlerò, io lo persuaderò; vedrai, egli ti sposerà, ma e' ci vuol tempo, e' ci vuol pazienza, ei ci vuol amore, e non disgustarlo anzi come fai.» A questo modo continuava il discorso loro due o tre ore, e così succedeva quasi ogni notte. Al mattino, coll'aiuto dell'acqua e delle pillole e della gran fatica, s'addormentavano le donne. Dormivano fino a mezzo il giorno. Ma appena deste, trovavansi di nuovo l'una volentierissima, l'altra invita, ma [pg!151] pur cedente, in mezzo agli incanti, ai piaceri ed all'ebbrezza. Non pensavano ad altro fino a notte avanzata; ed ogni notte ivan crescendo le angoscie dell'infelice Marichita.Cinque o sei n'eran corse così. E Marichita più che mai malcontenta della vita che le era fatta fare, e di sè stessa, e volendo meditare da sè, stava una notte contro al solito cheta, e faceva vista di dormire, quando le parve udire giù nella via un canto che più amari fece i pensieri in che appunto era immersa: era il Polo del contrabandiero, cantato da una voce e con un'espressione tutta simile a quella di Perico. Si riscosse nel letto, ma pur pensò che fosse o casual somiglianza, o parto dell'esaltata imaginazione. Ma abbrividì tutta, e fu per isvenire, quando, finita la canzone, seguì quel batter di mano raddoppiato, a lei già così noto. Sorse a mezzo sul letto; ma, cessando il canto e il segno, in breve si ripose sotto le coltri, e pensò di nuovo che assolutamente fosse un'illusione sua, e temè che le angoscie non incominciassero a guastarle il senno ed i sensi. Ma ricominciò il canto e la medesima voce; e ben distinti, ben uditi da lei risorta sul letto, i battimenti di mano. Allora, non potendo regger più, detto alla madre che quella notte si sentiva meglio del solito, e sperava in breve dormire, ma voleva prima riprendere un po' d'aria sulla terrazza; e la madre acconsentendo a quella, come a ogni cosa che ella volesse, vestitasi, anzi, velatasi appena, pian piano scese al terreno in un salotto discosto da ogni camera dove si dormisse, ed aperta la finestra diessi dietro l'inferriata a guardare là onde le pareva che il canto venuto fosse, e non scorgendo persona ripetè ella il segno, e di nuovo mirò. Allora, di dietro all'angolo della casa vicina, vide spuntar come un'ombra, ed appressarsi quatta quatta tutta involta nel mantello, e passar dinanzi a lei tacendo, ma sforzandosi, come pareva, di scoprire chi fosse dietro all'inferriata. Ed ella volendo terminar le incertezze: «Povero contrabandiero», diss'ella «a chi vai cantando tu?» «A te, a te» disse, e quasi gridò l'ombra, e s'appressò a un tratto, e buttò le braccia all'inferriata, come se attraverso quella avesse potuto afferrare o [pg!152] portarsi via la fanciulla; e questa, come se fosse stato possibile, tremandone si ritrasse addietro due passi. «Perico!» «Marichita!» fu detto insieme in un istante, e poi durò un silenzio di forse uno o due minuti, e ricominciò la fanciulla: «Sei tu dunque, Perico? Che vai tu facendo qui? Sei tu vivo, Perico, tu, o sei tu lo spirito di lui che venga a vendicarsi? Benchè, se il fossi, non ti fermerebbero queste mura e questi cancelli, e già da più notti io t'avrei veduto sedere al capezzale del misero mio letto, quando io ti chiamava a godere della mia disperazione.» «Io l'ho udita, io la so la tua disperazione; infelice fanciulla!» ripigliò l'ombra, e Marichita abbrividita diè indietro involontariamente di nuovo. «Io la so. Epperciò son venuto d'onde che io mi sia, più morto che vivo, ed io pure non meno di te disperato. Chiamato da te, venni e son pronto a menarti meco, se l' vuoi, accada poscia che può. Vieni, vieni ad unire almeno le nostre disperazioni. Marichita, vuoi tu venire? Vuoi tu venire? Dì su.» «Dio buono, Dio santo, Vergine santissima, che è egli questo? E sarebbe egli vero che tu venissi dall'altro mondo a trarmi....» «No, Marichita, non son morto; vedi, vedi pure, io vivo, appressati, toccami.... benchè no, per l'amor del cielo non toccarmi, non mi rimettere nelle vene tutto il fuoco ond'io ho arso tanto tempo, onde io ardo pur troppo, finchè non abbi detto che verrai con me. Ma vien con me, Marichita, vieni con me; posciachè costui, questo nobile, questo ricco ribaldo tuo non ti fa felice; posciachè t'incresce del tuo tradito, abbandonato Perico; posciachè gl'invidii l'umido letto della caverna, tu coricata tra le piume, le sete e i profumi. Traditrice tradita, vien con me, vieni unire le nostre disperazioni.» «Uomo, spirito, che sei tu? Che sei tu che sai le parole mie sommesse, e i miei nascosti pensieri? Che sei tu? di nuovo io ti scongiuro.» «Io sono un infelice, il più infelice uomo del mondo, che ti disprezza, ti abborre, ti maledice a tutte l'ore del dì e delle notti, e maledicendoti pensa a te, null'altro che te, sempre te. Maledetto il seno che ti portò, maledette l'arie che respirasti, maledetti gli occhi che ti videro, e il cuore, l'indegno cuore vilissimo che non ti può cacciare, e il pensiero [pg!153] che sempre è con te.» e «Oh! ti riconosco, iroso, feroce amante! tu sei, tu certo sei. E maledici pur quanto vuoi. Tu benedetto sii che sei venuto a udire i miei pentimenti una volta prima che io mi muoia. Odi, Perico! Io ti ho tradito, tradito, è vero, scelleratamente, indegnamente; io t'ho anteposto un altro, io t'ho voluto abbandonare per sempre ed avermi lui. È verissimo, io sono un'indegna, una colpevole creatura. Nè voglio scusarmi, te accusando. Ma pur forse lo potrei, te così orgoglioso, così iroso, che non facevi uno sforzo vero mai per richiamarmi a te.» «E non venni io?» «Sì, una volta dopo parecchi giorni, e una volta sola senza instare con altro che con minacce e vendette; ma non accuso io te, no. Me sola accuso, benchè non sola, io giovane, io nuova a tutto, io inesperta, precipitata dalla madre. Oh le perdoni Iddio; io debbo, io voglio perdonare, io perdono a lei, a te, ma sono pure la più infelice creatura, e così possa la morte fra breve....» «La morte, la morte, sempre la morte! Ei sembra che sia un rimedio a tutti i mali. Ei si pensa a una disgrazia? La morte la finirà. Si pensa a una ingiustizia? La morte ti vendicherà. Si pensa alle ingiurie, alle oppressioni? La morte agguaglia tutti. Alla propria scelleratezza? La morte la sconterà. La morte, sempre la morte! E perchè non vivere? Perchè non soddisfarsi? Perchè non vendicarsi, ed esser felici così un momento almeno? Senti, Marichita.... È inutile ch'io te lo dica, e lo potresti indovinare oramai da te. Io t'ho messo intorno una persona tutta mia che ti vede ed ode ad ogni ora, e cacciata questa te ne porrei intorno cento altre. Ed altre ancora ne ho già disposte da gran tempo qui intorno, ed io t'avrei potuto rapire, ed aver meco.... Se non che, a che t'avrei io tolta? Avutati nelle mie mani, che avrei fatto di te? Io meditava da gran tempo su ciò, e finchè non mi fosse fatta una risposta satisfacente, tu ti potevi viver tranquilla, nè me l'ero fatta mai.... L'altra sera ebbi la relazione che a te, sveglia o sognando, incresceva del povero tradito Perico. Da quell'ora, da quell'istante io ben seppi che far di te. O dimmi, dimmi, Marichita, dimmi....» «Se io t'amo, Perico? Se io t'amo? È egli questo che vuoi [pg!154] sapere? Se io t'amo? Oh credimi, non solamente t'amo adesso, ma t'amai sempre, t'amavo quando, seguendo i consigli della madre, aiutati dalle tue ire, mi sforzavo cacciar te e chiamar colui; t'amavo quando, volendo sorridere a lui, ero ridotta a richiamar a mente ed imitare i sorrisi e le dolci parole che io già aveva apprese con te, che tu mi sapevi inspirare, tu solo, ed io non le seppi mai dire veramente se non a te, e t'amavo in quelle notti che facevo ogni sforzo per dimenticarti. Ora non più, no, mi sono capacitata che non è possibile, ora so e sento che senza te non posso vivere.» «Oh benedetta, benedetta Marichita mia, tu sarai mia; ed ascolta, chè abbiam poco tempo a discorrere. Di qui a tre notti.... benchè avrai tu cuore di venir a viver meco la vita di un contrabandiero, di un bandito? Cacciati dalla società degli uomini, fuggiti come bestie immonde da chi vogliamo accostare, tracciati come fiere da chi vogliamo fuggire, non dormir mai se non a mezzo; per passatempo di veglie discorrer di sbirri, confortatorii e patiboli, scellerati per compagni, amici niuni, niune leggi che il timor comune, niune difese che il proprio ferro.» «Io lo so, io lo so. Ma chi ti ha cacciato in questa vita? Chi ti ci debbe seguire? Chi l'addolcirà, se è possibile? Chi ritrarrattene forse mai? Dov'è l'amore, là è il dovere della misera Marichita. E dov'è l'amor suo, là ella potrà forse ritrovar posa de' suoi strazi, e refrigerio di questi fuochi. Impossibile oramai rimaner qui innocente fanciulla; là anche in mezzo agli scellerati sarò donna virtuosa.... del mio amore. Perico, Perico dammi la mano, qui attraverso a queste sbarre, in mezzo a questo buio, con Iddio solo per testimonio, chiamami tua; e poi vieni a levar quando vorrai la tua sposa, vieni a trarla dove vuoi, vieni a farne quel che vuoi, vendetta se vuoi.... Perico, mio Perico! avanza, dammi la mano attraverso queste sbarre, dammi tua fede, odi la mia, chè io son tua.... Oh non rispondi tu, Perico? Che ti ritrai? Dove vai?... Dove vai, Perico? Perico! Che non rispondi, e dove vai? Rispondi!» E con queste ed altre angosciose grida, fuor di sè la infelice fanciulla perseguiva il tacito, sordo amante. Il quale, senza rispondere, senza dar una voce nè un cenno, spariva; così, [pg!155] nella disennata e superstiziosa fanciulla entrò di nuovo il dubbio non fosse stata mai un'apparizione dello spirito solo del suo amante. E tanto più si fermò in questo pensiero, e quasi il credette certo, che uscita in fretta dalla porta, e corsa al luogo dove era stato fermo Perico, ed a quello poi ond'era sparito, non trovò, nè udì, nè vide, nè da lungi persona od ombra o nulla, se non oscurità e silenzio universale.Tuttavia, ridotta nella sua camera, e riflettendovi quella notte e quelle che seguirono, ella si capacitò che era stato Perico, non solo a malgrado de' pericoli vivo e vivissimo, ma, a malgrado de' suoi tradimenti, innamoratissimo di lei, e che aveva fatto il disegno di venirla fra tre notti a rapire. E così era difatti. Nè occorre che niuno dica se Perico facesse bene o male, secondo o contro la ragione; ch'ei si sa fin da' bimbi che l'amore non si lascia metter freno da lei. Sì talvolta sel lascia mettere dall'altre passioni compagne sue. Onde poi veggiamo l'avaro innamorato sacrificar all'amore ogni cosa, tranne i quattrini; il beone, tranne il vino; il giocatore, tranne le carte e i dadi; e l'iroso, tranne la vendetta. E mettetevelo pur bene in capo, voi fanciulle, per non isperar poi troppo dai vostri sposi. E voi donne, se mai niuna ebbe dal suo il sacrificio di qualche passione, tenetelo pure per il più bel presente ch'ei potesse farvi in prova d'amore, e tenete lui poscia per marito non dozzinale. Nè vorrei dir io che Perico non avesse potuto forse un dì diventar buon marito, e, se la sua amante l'avesse meritato, non fosse stato capace di sacrificarle un dì anche l'orgoglio, passione principalissima non solo delle sue, ma di tutte quelle che son plasma dei sette peccati capitali. Ma intanto, fosse colpa di lui o di lei, certo è che per allora Perico non era disposto a far quel sacrificio. Era venuto, come udiste da lui stesso, sull'avviso avuto da una camerista di Marichita che questa passava le notti intere a piagnerlo e desiderarlo; era venuto prima a verificare la verità di siffatta relazione, vedendo se risponderebbe a' suoi segni; poi, in caso che rispondesse e scendesse e confermasse il rinato suo amore, a prender appuntamento con lei per poi rapirla, e trarla [pg!156] seco, senza pensare per allora allo sposalizio. Ma quando Marichita pronunziò quella parola di sposa, ed attraverso alle sbarre tese la mano come a congiungerla in legittimo matrimonio a quella di lui, ridestossi allora ad un tratto nell'animo suo, e ridestato vi ridivenne signore l'orgoglio così crudelmente, così constantemente offeso fin dal principio de' loro amori; e fu per dettargli qualche crudel risposta, che pronunziata avrebbe forse troncato l'amore o l'istessa vita di Marichita. Ma non la pronunziò, e invece si ritrasse; e di corsa, anzi di volo, fuggì da lei, dall'occasione, e avrebbe voluto da sè stesso. Ondeggiò poscia in pensieri e disegni e risoluzioni fatte e disfatte mille volte in quei tre giorni; chè sono indicibili i combattimenti interni di un uomo per natura forte, ma, per passioni d'ira e d'amore annidate in suo cuore, fatto imbelle. L'ultima risoluzione a cui s'appigliò, non come migliore, nemmeno a sua mente, ma come quella che, senza decider nulla, lo metteva pur in caso di satisfar tutte le sue passioni, fu quella di tornare a Marichita, e assolutamente, senz'altre spiegazioni, senza darle agio a riparlar di matrimonio, portarsela via. Perciò, invece di nuovamente chiamarla all'inferriata, deliberò coll'aiuto della compra cameriera entrar nella casa, e con quello poi de' compagni suoi invaderla e occuparla di soppiatto od a forza, e giunti alla camera di Marichita, volonterosa o no, portarsela via. E com'era stata disegnata ogni cosa, così s'effettuò. Guidati dalla donnicciuola, inavvertiti da ogni altro, piano piano entrarono, e camminando alla sfilata, giunsero alla camera delle due donne, ed aprirono la porta, e furono al letto, e rivolsero su quello a un tratto le lanterne per vederla e pigliarla; ma videro vuoto il letto, e la mamma che dormiva nel suo, e si rivolsero alla cameriera, e questa giurava non intender che fosse, e tra il chiasso che seguì, si svegliò la Romana, e incominciò a gridare, e, interrogata, giurò il medesimo. Ma, disperdendosi gli uomini a frugare, benchè invano, nella casa, in breve fu desto Don Luis e tutti i suoi servidori, che armati, e conoscendo meglio i luoghi, incominciarono a difendersi, poi ad assalire gli assalitori, e gli uni e gli altri a tirar pistole e schioppi, e ad accorrer gente di fuori, che fu [pg!157] una confusione da non vedersi mai più l'eguale. Due o tre furono morti d'ambe le parti, ed altri feriti; ma scamparono gli altri contrabandieri, e fra essi, strascinato e quasi a forza portato via, Perico, il quale, coperto di sangue e ferite, ma più che mai ebbro e furente, voleva rimanere finchè trovasse pure ad accozzarsi col rivale, ora più odiato che mai.Del resto, come fosse succeduto tutto il caso di quella notte, e lo sparire di Marichita, nol seppero mai nè Perico nè Don Luis; e nol sapendo, s'accusarono ognuno d'aver, per paura o gelosia o vendetta dell'altro, rapita e poi nascosta od anche spenta l'infelice fanciulla. E così, come succede tra appassionati, non era scelleratezza di che non si credessero l'un l'altro capaci, e di che non s'accusassero poi ogni dì più. Quindi ad accanirsi, ad arrivar agli ultimi segni la loro inimicizia. Perico a riannodare i suoi masnadieri, ad aizzarli a una nuova impresa contra la casa di Don Luis. Don Luis, avvisatone, a lasciar questa a Ciclana, e correndo poi a Siviglia, a Cordova, a Granata e al campo di Gibilterra, a far nuove pressanti istanze presso i tribunali e i governatori di provincie e i comandanti di truppe, a far crescer le taglie al capo di Perico, a mandargli contro intiere masnade di sbirri, alguazili, doganieri ed anche fanti e cavalli. Quindi poi, minacciati così tutti i contrabandieri che al solito vivono quasi tranquilli in quelle parti, ad unirsi tutti sotto la condotta di Perico, che avea nome del più bravo e destro; ed ora tutti insieme ad investire ed opprimere qualche squadra de' loro persecutori, ora a disperdersi e scampare sminuzzati, ora a riaccozzarsi e proteggere sulle coste lo sbarco di qualche nave di contrabando, ora a scortar poi per li monti le lunghe salmerie di muli che portano quelle merci proibite nelle provincie interne della Spagna. Perciocchè, diceva l'ufficial francese (non so poi se a torto o a ragione, chè io non sono stato in Ispagna, e non m'intendo di sifatte cose), diceva che a quel tempo essendovi rigorosissime le proibizioni di merci straniere, e più di quelle che men si fabbricavano nel Regno, e tuttavia gli Spagnuoli avendo bisogno di alcune di queste merci, e tanta più vaghezza [pg!158] di alcune altre che eran proibite, ed offrendo perciò il doppio od anche due doppi del loro valore, ne nasceva che le merci in un modo o in un altro entravano; e diceva anzi che entravano per tutti e singoli i quattro lati del quadrato delle Spagne, e in quantità non minor forse che se fossero state lasciate legittimamente entrare; e con questa sola differenza che ne scapitava l'erario che non n'aveva un quattrino di diritti, vi scapitavano i privati onesti che compravano caro due o tre volte più del valore, vi scapitavano i mercanti che vendean carissimo, ma aveano anche comprato caro, e in somma vi scapitava tutta l'onesta gente, e vi guadagnavano solo quelli che, nazionali o stranieri, grandi o piccoli, a forza o per inganno, si chiamavano o doveano chiamarsi contrabandieri. Nè so io poi se sia esagerata o no questa descrizione; bensì dico ed aggiungo all'osservazioni dell'ufficiale, che se era veramente così, il danno maggiore da lamentare non era quello delle borse dei privati, nè dei mercatanti, nè dell'erario, sì era quello della onestà di tutti quelli che più o meno facevano gl'illeciti guadagni. E tanto più mi confermo in questa opinione, che dall'essere così universale, e, come dicea l'ufficiale, quasi necessaria questa frode, ella s'era fatta nell'opinione innocente, e i grandi e i maggiori signori l'aiutavano, e se ne rideano e davan vanto di farla per destrezza, e i popolani poi teneano per bravura ed eleganza a farla per forza; così il nome stesso di contrabandiero, che suona male altrove, era là quasi tenuto in onore. Del resto, l'esser tenuti in questo onore, ne dava lor pur un certo tal quale. In quella notte che invasero la casa di Don Luis non fu tolto da nessuno uno spillo; e il mattino appresso pareva come se una brigata d'amici, non di masnadieri davvero, fossero entrati a metter ogni cosa a soqquadro.Tuttavia piovvero più che mai su Perico e suoi compagni, non solamente le condanne e le ingiurie meritate da essi come contrabandieri, rapitori e insidiatori della pace privata, ma, con ingiustizia consueta, anche quelle immeritate di ladri ed assassini. Chè troppo sovente ei succede, o per odio o per non curanza, e talor anche per uno zelo esagerato della [pg!159] giustizia, che si confondano i delitti e i delinquenti, ed a chi ha colpe troppo reali se n'aggiungano delle imaginarie, ed ogni cosa si carichi sulle medesime spalle. Onde poi troppo sovente anche avviene, che il colpevole il quale o con alquanto di compassione, od anche con una giustizia severa, ma non oltrepassante, avresti tratto a confessare e riparar le proprie colpe, o per ira o vendetta o per quel calcolo così solito ai delinquenti che incorsa una pena tanto val meritarla, ei si precipita ed ingolfa poi in quegli stessi delitti, che gli sono stati ingiustamente apposti. A me poi la sperienza del nostro ministero mi ha sempre dimostro, che se la luce della intera morale cristiana è sola buona, sola vera, sola che possa avviar bene su questa terra gli uomini, i quali senza essa errano come in una notte buia senza luna nè stelle; tuttavia tant'è la necessità e il desiderio di questa luce, che gli uomini, i quali non la conoscono o l'hanno perduta, s'accendono poi da sè qualche tenue lampada o facella da guidare i lor passi vaganti. Ondechè, chiunque voglia ridurli a miglior via, non dee spegnere queste facelle quantunque povere od inette, ma valersi di esse, e torle in mano per mostrar agli errati l'orlo de' precipizii, e fermarveli finchè sia risorta qualche più efficace e vera luce celeste. E sarebbe intorno a ciò a dire fino a domani; se non che chi m'ascolta per solazzo, troppo già temo abbia a lagnarsi di tante serie riflessioni. Onde lasciandole, vengo a mostrarvi coll'esempio quali fossero gli animi di que' compagni di Perico, posciachè furono, a forza di condanne dei tribunali, d'istanze e di spese di Don Luis, e d'inseguimenti delle truppe, ridotti dalle coste di Algesiras e di Marbella che sono il loro paradiso, a' monti di Ronda, dell'Alpujarras e della Sierra Nevada che son loro rifugio; e da questi poi, a ciò che si può dire loro esiglio, i colli di Jaen, poveri, nudi e quasi deserti, e quel che è peggio per contrabandieri, tutti interni senza coste, nè frontiera.Stanchi di molte, lunghe e infruttuose marce, coi guadagni antichi già consumati, e senza speranza di nuovi, erano capitati una sera ad unaventaod osteria isolata, sul cammino a Madrid, e finito lorrancioo pasto più parco che mai, [pg!160] eransi adagiati intorno al camino da quindici o venti a passar quell'ore dopo la cena, che gente di siffatta condizione, ma di qualunque altra nazione d'Europa, avrebbe passato bevendo e gridando; ma gli Spagnuoli le passan fumando e tacendo. Tuttavia, dopo una mezz'ora, levatosi uno degli assistenti col sigaro ancora in bocca, ed ito all'uscio, ed apertolo, e veduto che non ci era persona nella camera allato, e tornato a riprender suo seggio, ma appressatolo in mezzo agli altri: «Uomini», disse finalmente, «che vi par egli oramai di questa bella vita che meniamo da due mesi in qua?» «Vita da cani», disse uno; «anzi», disse un altro, «da fiere che i cani tracciano;» «e che fiere!» disse un terzo; «nè lupi nè volpi; che nè per forza nè per inganno non abbiamo nemmeno un buon boccone mai. Vita da cervi o conigli, o se niuno animale più vile si trova.» «No, no», disse un altro, «anzi vita da gran signori. Non far niente.... niente mai fuorchè passeggiare.» Seguì un riso, smoderato per Spagnuoli, altrove sarebbe stato appena sorriso. «Vita da porci», disse poi uno che aveva tenuto le labbra tanto più chiuse, quanto più avea veduto disserrarsi le altrui; «vita da porci destinati al macello.» «Or bene, signori», disse quegli che aveva nel consesso il posto d'onore, lo scanno al lato al camino, anzi sotto al cappello di esso: «or bene, signori; sta bene ridere, e può anche star bene adirarsi d'una cattiva situazione, ma finchè non c'è rimedio, parmi stia meglio di tutto tacere.... ed aspettar tempo migliore. Signori! serenità! serenità! e non importa, due grandi parole, due gran santi protettori di uomini Castigliani.» «Serenità e non importa», ripigliò il primo che avea parlato, «ottime cose quando non c'è' altro a fare; ma se io avessi altro?» «Bravo, bravo», disser tutti, «che hai studiato tu? Bravo tu, se ci fai far qualche cosa; se non altro per torci la seccatura di questo tanto menar le gambe, e non le braccia più mai.» «Oltrechè», disse una, «in breve non meneremo nemmeno i denti, e già n'abbiamo sta sera un assaggio.» «Uomini», disse l'oratore, «o parlate voi o io, tutti insieme non serve.» «Parla, parla tu», disser tutti, «benchè finora ci eri paruto più bravo esecutore che parlatore.» «Ancora?» disse egli; e [pg!161] non rispondendo persona: «Udite», proseguì, «l'onore è una bella cosa, ed io vorrei anzi trarmi di bocca la lingua, che dirvi o proporvi cosa mai che fosse contro all'onore; sì dico, l'onore di qualunque più scrupoloso contrabandiero. Tuttavia, su quest'onore ei si vuol ragionare, e non prenderlo bell'e fatto, come lo fanno certe persone che so io; e sempre ce ne sono di tali in ogni compagnia, che fanno l'onore e la regola come vogliono essi, e gli altri a seguirli come pecore. Tanto sarebbe pure seguir alla cieca l'onore e le regole delle città che abbiam lasciate, e dei giudici che ci hanno condannati, e degli sbirri che ci perseguitano, e dicono che sia disonorante cosa far il contrabandiero. Eppure, noi siam tutti onorati contrabandieri. Parlate adesso, ditemi voi. Siamo noi onorati contrabandieri, sì o no?» «Sì siamo, sì siamo» disser tutti. Ed egli: «Dunque vedete che l'onore l'ha da intendere ognuno a modo suo, e non rimettersene a chicchessia venga poi dire con una gran voce e un gran sussiego: signori, non si può, non si dee fare, non istà bene, od altre simili cose. Ei si vorrebbe essere bimbi per lasciarsi dir le cose così. Ma gli uomini debbono rispondere: noi siamo giudici, noi soli sappiamo che stia bene e che no.» «Orsù», disse il capitano, «a che monta tutto ciò?» «A nulla» disse l'oratore, «a null'altro che aver per giudice voi stesso, ma voi con tutti gli altri, d'una proposizione che interessando voi e gli altri debb'essere giudicata da tutti. Sentite. Noi moriamo di fame, di sete, di stento, di fatica, di seccatura; e perchè? Perchè ci siam fitti in capo questo bell'onore di non rubar mai se non una sola persona, che questa.... sì signori, lo ripeto.... questo nostro mestiere è rubar ogni dì una persona; e questa persona è il re nostro signore. Ora dite, perchè prendiamo noi la robba del re? Perchè non possiamo fare altrimenti; perchè senza quella non possiamo vivere, perchè la nostra, quella che ognuno di noi vorrebbe, dovrebbe avere, ci è tolta. Or non sono queste, tante ragioni di prendere anche la robba di qualche privato? dico, non di qualche povero cavalliero, o mercatantuccio che se ne vada con un mulo o due, facendo via tranquillamente senza intender male a persona, e che spoglio di quel poco [pg!162] avere sarebbe ridotto a povertà. No, non vorrei toccar un capello a costui. Ma supponete; dico così per supposizione solamente, se per esempio il presidente della Real Udienza di Siviglia che ha così ingiustamente chiamato ladro ed assassino il nostro capitano qui, il bravo Perico; e per un altro esempio, se mai capitasse qui per via quell'istesso Don Luis,... o supponiamo un altro dei nostri persecutori, il vicerè di Granata, o il capitano generale del campo di San Rocco!...» «Il capitano generale?» interruppero qui alcuni «l'oste ha detto che doveva passar domani, l'oste ha detto che doveva passare con tre tiri di mule; ha dieci uomini di scorta, porta seco il tesoro per pagare il soldo di sei mesi.» «E di chi è questo tesoro?» ripigliò l'oratore: «Del re Nostro Signore; quel medesimo di che ogni dì prendiamo la robba senza scrupolo. Dunque vedete....» «Per Dio» disse finalmente alzandosi, ed alzando la voce sopra quella d'ognuno, il capitano, «per Dio che non dirai una parola di più. E se t'ho lasciato dire fino adesso era per vedere, anzi per far vedere a tutti questi cavallieri dove avevi a capitare. Ora è chiaro; a farci diventar ladri; ladri, assassini di strada.» «Non ladri, non assassini, non è vero» disse l'oratore. «Non ladri, non ladri» disser tutti; «non ladri;» riprese il primo «ma solamente prender in un modo nuovo quella medesima robba del re.» «E questo altro modo non è egli rubare?» «Non rubare, non rubare», gridaron tutti. «Io ne appello al vostro onore» disse l'oratore. «Sì sì, il nostro onore è chiaro, non è rubare, non è rubare. Dì su, dì su quando, come, dove passerà il capitano generale.» «Giuro al cielo!» disse Perico, e mise la mano sotto la giubba e trasse il pugnale. «Armi, armi» gridaron gli altri e fecero il medesimo; ma ognuno ristette per rispetto, od anzi pel timore che sopraviveva al rispetto e all'autorità pur troppo perduta da Perico, come succede ad ogni capitano anche di truppe più regolari quando le cose e principalmente le ritirate van troppo male. E così seguì una scena, in cui l'uno gli rimproverò l'aver tirata la vendetta di Don Luis, l'attenzione del governo, e gl'inseguimenti delle truppe su tutti i contrabandieri, che prima vivevano in pace tollerati e quasi assicurati; [pg!163] gli altri gli ricordarono d'averli tratti a quella fazione pericolosissima di Ciclana, dove non avevano guadagnato nulla se non busse ed alcuni anche la morte. Egli poi ben potè con alterigia ricordare le fazioni fatte sotto la sua condotta, le navi prese, le ricchezze acquistate, le promesse fattegli d'obbedienza; ma le passate fazioni felici erano fatte dimenticare dalle presenti infelicissime, dalle ricchezze già consumate; e le promesse parevano annullate dalla sua ostinazione contro il parer comune. E in breve, dopo un'ora di chiasso, grida, minacce, ed ire soppresse ma impossibili oramai a più trattenere, rasserenatosi a un tratto Perico, e inguainato lentamente il suo pugnale, ed estesa anzi aperta la mano in mezzo ai compagni taciti e stupiti del suo atto: «Or bene», disse; «cavallieri, voi siete padroni; io solo contra tutti non posso. Finita già la mia autorità, io ve ne assolvo.... ed assolvo me d'ogni dovere, o responsabilità.... e d'ogni compagnia con voi. Cavallieri, addio: molte parole sarebbero inutili oramai; io non ebbi a lagnarmi di voi, nè voi credo di me, finchè siam durati insieme. Or segua ognuno il suo destino. Ognuno a modo suo. Io solo, e morto prima che.... Addio, cavallieri;» e così dicendo e toccando la mano a ognuno, salvo all'autore dell'infame proposta, passò in mezzo a tutti; ed aperto l'uscio, sparì nell'oscurità.E così farò io, aggiunse il maestro prendendo il cappello; e chi vuol venire alla terza parte, che sarà l'ultima, venga, e chi non vuole, resti.
«Io v'ho lasciati ieri» riprese il Maestro, «che Don Luis si era salvato col valore dalle mani del suo insidiatore, e colla fuga poi da quelle dei seguaci e complici di lui, i quali, usciti d'agguato, gli eran corsi dietro; ma perchè egli aveva da cento passi innanzi, e non era poi in tutta Spagna uomo più leggeri alla corsa, non potè essere arrivato; e salvo, benchè ferito, giunse a San Lucar le donne e i compagni. E pensate che accoglienza gli fosse fatta, principalmente.... Benchè io penso, amici miei, che ieri v'ho allungata troppo la narrazione: e contro il mio stile, che è di non far durar mie novelle oltre a una sera, non v'ho detto di questa se non il principio; e se allungassi il resto allo stesso modo, se ne avrebbe per più d'otto dì. Epperciò, lasciato San Lucar, e la villa, e Don Luis e sua guarigione, e tutti i particolari, dirovvi sommariamente gli eventi principali saltando dall'uno all'altro, e passando le attaccature che non sono necessarie, e voi potete benissimo supplire.
Erano dunque passati già più mesi dalle scene ultimamente descritte, quando per un bel mattino di decembre il popolaccio di Siviglia correva ad una di quelle feste di che il popolaccio di tutti i paesi è così vago, un'esecuzione a morte di tre o quattro condannati. Era poi anche maggiore quella volta l'accorrere, non solamente pel numero insolito de' condannati, ma anche per varie circostanze particolari atte a destar la pubblica attenzione, attutata del resto dalla frequenza di quegli spettacoli. E prima, uno dei condannati era un bellissimo giovane, il piùguapofra i setteniños di Ecija; che sono una compagnia di ladri famosissima ne' contorni di quella città onde essi tolgono il nome. Dicesi che sieno sempre sette, e non mai più; benchè quando ci è un posto vuoto, che accade sovente, e' vengono loro sempre numerose suppliche e brighe per sottentrare; ma non si tolgono [pg!146] mai se non tanti quanti sono i posti vuoti fra i sette, e sempre si scelgono i più bravi e provati ladri; e dura quella compagnia da molti anni e forse da secoli. Fu spenta, è vero, al tempo che il maresciallo Soult reggeva l'Andalusia; ma so che risorse poi, benchè non sappia se duri e sia in fiore oggidì. Ad ogni modo, per far ragione a tutti, e' si vuol dire che costoro, i quali certo non hanno scrupolo di uccidere quante persone sia loro mestieri per venir a capo di loro assassinii, od anche per ispegnere la voce; quando poi non è loro necessario, hanno molti riguardi per le persone che fermano in via, e talor lasciano loro danari da finirla, e se metton le taglie ai ricchi possidenti, che è il grande stile di queste masnade, dicesi che talora poi facciano carità a' poverelli, e lascin borse sotto a' loro usci, e che so io d'altre simili generosità, vere o inventate da coloro che in ogni dove, principalmente in Ispagna, hanno amore a questa specie infima in grado, ma da essi tuttora favorita di eroi.
Un altro poi dei condannati chiamava anche più del primo l'attenzione de' buoni Sivigliani. Accusato per ladro o assassino, o che so io di peggio, non aveva alle numerose prove recate contro a lui opposto mai nulla; e s'era lasciato indifeso condannare. Ma, condannato che fu, sorse a suo cenno l'avvocato, e dispiegò sul tavolino dinanzi ai giudici un gran fascio di carte e pergamene che provavano senza replica la sua antica nobiltà; la quale riconosciuta, l'avvocato chiese, e i giudici accordarono, non per grazia, ma per diritto, che il suddetto nobile condannato fosse nobilmente strozzato, o, come dicono,garottadoda seduto, in vece di essere, come s'usa ed è buono per li semplici cittadini, appiccato in aria ignobilmente penzoloni. E così fu effettivamente eseguita la sentenza. Ma di questi due a noi non importa nulla, se non che, tolto il corpo di quel secondo giustiziato, fu in vece sua attaccato un figuraccio o spauracchio da uccelli; e fu affissa sotto uno lunga condanna che io non vi dirò minutamente; ma in sommario dicea così: Che citato il nomato Perico (e seguivano poi gli altri nomi suoi e la sua qualità d'Asturiano, epperciò nobile) [pg!147] a comparire dinanzi alla Reale Udienza di Siviglia; e col non comparire mostrandosi contumace o defunto, che non si sapea quale dei due; sulle deposizioni dell'eccellentissimo signor Don Luis, con dieci altri nomi e l'etcetera, Grande di Spagna di prima classe etcetera; le quali unite coll'altre prove evidentemente provavano aver il detto Perico teso insidie, agguati e tradimenti per proditoriamente e senza ragione ammazzare il detto eccellentissimo signor Don Luis; la Reale Udienza l'aveva all'unanimità dichiarato assassino e condannato a morte; e fosse tenuto quasi effettivamente giustiziato; e se era vivo, rimanesse bandito col taglio di ducento scudi e la grazia a chi lo consegnasse; ed altre siffatte cose poi che seguivano secondo le formole. Perchè poi Perico era conosciutissimo ed anche amato in Siviglia, perciò, contradizione o no, la folla fu grandissima a leggere la sua condanna. In mezzo alla folla poi ei ci fu uno in abito di alguazil che accostatosi allo scartafaccio, e trattone un altro di sotto al mantello, lo affisse sul primo in modo da coprirlo; e mentre gli si riapriva innanzi e poi gli si serrava dietro e riaccostavasi a leggere la calca, egli sparì. Sorse allora un susurrìo che chiamò l'attenzione dei veri alguazili che stavano passeggiando pochi passi discosto; s'accostarono, e lette le prime parole, si rivolsero ad inseguire il falso compagno. Ma questi era lungi e non fu trovato. Il nuovo scartafaccio dicea così: «Don Luis è un mentitore; Perico non fu mai assassino, e volle solamente da uomo a uomo combattere un nemico vile traditore. Se la Reale Udienza fosse meglio informata, potrebbe sapere che Perico è vivo e vivissimo, e si fa beffe de' suoi tagli e de' suoi dugento scudi. Con cinquanta soli per testa ei potrebbe aver quella di Don Luis, e di tutti i membri della Reale Udienza. In prova di che ha fatto affiggere la presente qui alla barba loro, e dinanzi alla porta dell'eccellentissimo, e sotto la Girada ed altri luoghi publici, dove li potete andare a vedere.»
Ora di questo scandalo che che si dicesse in tutta Siviglia, io non ve ne dirò nulla, volendo, secondo mia promessa, [pg!148] portarvi a un tratto a un'altra scena che succedè pochi altri mesi dopo, verso l'aprile o il maggio del 1807, in Ciclana. È questa, non lungi da Cadice, una piacevolissima terra presso che tutta formata delle villette di que' ricchi cittadini, i quali chiusi nelle loro mura in mezzo al mare, quasi marinari d'un vastissimo vascello, scendono ogni volta che il possono a goder la terra; e perciò tengono là ed abbellano le loro casuccie e gli orticelli con un amore e una nettezza non consueta nel rimanente delle Spagne. Così Ciclana, un villaggio di ricchi, unisce in sè i piaceri tutti della villa e della città. Dei quali volendo Don Luis godere e far godere le sue brigate, tolse a pigione uno dei più graziosi di que' casini, e fattolo con meno ricchezza che comodi, e meno pompe che attente e minute cure, riattare ed addobbare per le due donne, ve le portò come a caso, e, stupite e contente, ve le stabilì a dimora; e poi fece incominciare un corso di feste nuove ogni dì, ed egli andava e veniva, ma per lo più stava, e tutti vivevano allegramente. Benchè, l'allegria era più apparente che vera, come lo potete udire da una conversazione che passò tra le due donne, dopo il tocco o le due d'una notte che ritrattesi stanche, rifinite di piaceri, a loro stanza e ne' letti che avevano allato l'uno all'altro, e spento già il lume e rimaste amendue, benchè assonnate, senza dormire alcun tempo, incominciò la madre a bassissima voce così: «Marichita, Marichita, dormi tu? dormi tu? Dimmelo almeno se non dormi; dimmelo almeno, in vece di sospirare come fai, e forse pianger soletta.... Marichita, per amor del cielo!» «Ebben, mamma, non dormo, gli è vero, non dormo.» «Oh figlia mia, viscere mie, e che hai tu? passerai tu di nuovo un'altra notte come l'ultime, senza dormire, affannata, sospirando; chè il mattino poi ti si leggono queste perfide notti negli occhi cavi, lividi, aggrinzati? O cielo! a sedici anni, non è egli peccato guastarsi la bellezza così, non saper godere la vita la più felice del mondo; che se io avessi avuto tanto alla tua età.... E che dirà Don Luis quando s'accorga di questa tua ingratitudine? Il più bello, il più giovane, il più ricco signore di Andalusia e di Spagna, anzi, [pg!149] credo, del mondo, per innamorato, e non saper godere di una sorte!...» «Sì, per innamorato, per innamorato, e non per marito. O mamma! chè non mi dicevi tu anche allora, per innamorato, le prime volte ch'io l' vedeva, quando tu mi facevi cuore ad adescarlo, a innamorarlo, e mi dicevi che sarei la più gran signora di Spagna? Or vedi invece, per innamorato....» «Per innamorato ora, figliuola mia, per innamorato ora. Quanto sei cocciuta e permalosa verso tua madre che ti vuol tanto bene, eppur tu interpreti male sempre quanto ella dice! Per innamorato oggi, ma per marito domani. Per marito domani, se tu il volessi. Ma con fare il grugno ed essere stizzosa e ritrosa, non s'invischiano gli uomini. Io te l'ho detto le cento volte: non si piglian le mosche coll'aceto, ma....» «Così avess'io fatto la ritrosa fin da principio! così non avessimo strascinatoci in casa questo tuo gran signore! Così non avessi io tradito il mio povero Perico! Chè quello sì mi voleva bene davvero, quello mi sposava, quello avrebbe fatto di me una donna onorata. Ed io l'ho tradito, meschino! Io l'ho innamorato, e poi lasciato senza amore; io ho voluto il suo cuore, e non gli ho dato il mio! Io gli ho fatto travedere un paradiso, e l'ho precipitato in un inferno! Io ho fatto di un galantuomo un assassino, io gli ho messo i pugnali in mano, io ho fatto attaccare il suo nome al patibolo, io sono che vel trarrò un giorno lui stesso, infelice! ma meno di me!..» «Figliuola, figliuola mia; è egli possibile che tu pensi ancora a uno scellerato, condannato dalla giustizia divina e umana? che tu voglia disonorar te stessa con infami rincrescimenti, chi sa, con un resto d'infame amore? Sciagurata! che ti vai tu tormentando e rimprocciando vanamente? Nascono gli uomini ciò che debbono essere, e si perderebbe la vita intiera in esami di coscienza e rimorsi inutili, se si volesse andar ricercando ciò che avrebbe fatto, o ciò che sarebbe diventato tale o tal altro, se non fosse di noi o se non avessimo noi fatta o detta tal cosa, o che so io. Questi son pensieri a che io non mi sono fermata mai; e vedi, son vecchia. E tu meschinella, vuoi tu alla bella età di sedici anni, a quell'età [pg!150] che non torna più mai, vuoi tu far te stessa infelice così, e con te la tua vecchia madre? Figliuola, viscere mie!» «Io qui, qui in un letto molle, adagiata sulle piume, coperta di seta, di trine, con tesori d'addobbi intorno, e di gemme deposte qui allato, inebbriata ancora di cibi e bevande e profumi deliziosi, più anche di quei suoni e quei canti e quel continuo parlare, quell'aure d'amore che soffiano in questa Ciclana, inebbriata più di tutto pur troppo di queste vane, perfide adorazioni, vane, perfide, dolci.... Egli a quest'ora in una caverna buia, fetida, sul suolo umido, con intorno scellerati compagni indegni di lui, a riposare delle cattive giornate, men cattive per la fatica che per li pericoli, e meno per li pericoli che per li rimorsi che stancano e rovinano, io il so, più d'ogni cosa. Ma io, me li sono procurati io questi rimorsi; i miei sono giusti; i suoi all'incontro, i suoi dovrebbero essere tutti miei. O Perico, Perico, io mi sento morire, io morrò; ma così potessi prima vederti una volta ed assolverti de' tuoi rimorsi e prenderli io, e io sola averne ogni pena!» «Marichita, per amor di Dio!» «Non profanare il nome di Dio, nè de' suoi santi, nè di quella principalmente che nemmeno io non m'ardisco più nomare; ma io te l'ho detto e te lo ridico assolutamente, io non voglio che duri così, non può durar così; mi son fidata a te troppo tempo: oggi una famigliarità, oggi un'altra, ogni dì un avvilimento di più, ogni dì una cosa nuova accettata, una nuova accordata. Oh ci vendiamo ogni dì; vergogna! vergogna! Ecco, il buon frate non ci capita più se non di rado, e con un viso che par voler dire: io ci vengo pur anco a vedere se è il tempo della conversione e della penitenza. Oh sì verrà.... Vergogna, vergogna!... scandalo e vergogna pur troppo!» «Ebbene, io gli parlerò, io lo persuaderò; vedrai, egli ti sposerà, ma e' ci vuol tempo, e' ci vuol pazienza, ei ci vuol amore, e non disgustarlo anzi come fai.» A questo modo continuava il discorso loro due o tre ore, e così succedeva quasi ogni notte. Al mattino, coll'aiuto dell'acqua e delle pillole e della gran fatica, s'addormentavano le donne. Dormivano fino a mezzo il giorno. Ma appena deste, trovavansi di nuovo l'una volentierissima, l'altra invita, ma [pg!151] pur cedente, in mezzo agli incanti, ai piaceri ed all'ebbrezza. Non pensavano ad altro fino a notte avanzata; ed ogni notte ivan crescendo le angoscie dell'infelice Marichita.
Cinque o sei n'eran corse così. E Marichita più che mai malcontenta della vita che le era fatta fare, e di sè stessa, e volendo meditare da sè, stava una notte contro al solito cheta, e faceva vista di dormire, quando le parve udire giù nella via un canto che più amari fece i pensieri in che appunto era immersa: era il Polo del contrabandiero, cantato da una voce e con un'espressione tutta simile a quella di Perico. Si riscosse nel letto, ma pur pensò che fosse o casual somiglianza, o parto dell'esaltata imaginazione. Ma abbrividì tutta, e fu per isvenire, quando, finita la canzone, seguì quel batter di mano raddoppiato, a lei già così noto. Sorse a mezzo sul letto; ma, cessando il canto e il segno, in breve si ripose sotto le coltri, e pensò di nuovo che assolutamente fosse un'illusione sua, e temè che le angoscie non incominciassero a guastarle il senno ed i sensi. Ma ricominciò il canto e la medesima voce; e ben distinti, ben uditi da lei risorta sul letto, i battimenti di mano. Allora, non potendo regger più, detto alla madre che quella notte si sentiva meglio del solito, e sperava in breve dormire, ma voleva prima riprendere un po' d'aria sulla terrazza; e la madre acconsentendo a quella, come a ogni cosa che ella volesse, vestitasi, anzi, velatasi appena, pian piano scese al terreno in un salotto discosto da ogni camera dove si dormisse, ed aperta la finestra diessi dietro l'inferriata a guardare là onde le pareva che il canto venuto fosse, e non scorgendo persona ripetè ella il segno, e di nuovo mirò. Allora, di dietro all'angolo della casa vicina, vide spuntar come un'ombra, ed appressarsi quatta quatta tutta involta nel mantello, e passar dinanzi a lei tacendo, ma sforzandosi, come pareva, di scoprire chi fosse dietro all'inferriata. Ed ella volendo terminar le incertezze: «Povero contrabandiero», diss'ella «a chi vai cantando tu?» «A te, a te» disse, e quasi gridò l'ombra, e s'appressò a un tratto, e buttò le braccia all'inferriata, come se attraverso quella avesse potuto afferrare o [pg!152] portarsi via la fanciulla; e questa, come se fosse stato possibile, tremandone si ritrasse addietro due passi. «Perico!» «Marichita!» fu detto insieme in un istante, e poi durò un silenzio di forse uno o due minuti, e ricominciò la fanciulla: «Sei tu dunque, Perico? Che vai tu facendo qui? Sei tu vivo, Perico, tu, o sei tu lo spirito di lui che venga a vendicarsi? Benchè, se il fossi, non ti fermerebbero queste mura e questi cancelli, e già da più notti io t'avrei veduto sedere al capezzale del misero mio letto, quando io ti chiamava a godere della mia disperazione.» «Io l'ho udita, io la so la tua disperazione; infelice fanciulla!» ripigliò l'ombra, e Marichita abbrividita diè indietro involontariamente di nuovo. «Io la so. Epperciò son venuto d'onde che io mi sia, più morto che vivo, ed io pure non meno di te disperato. Chiamato da te, venni e son pronto a menarti meco, se l' vuoi, accada poscia che può. Vieni, vieni ad unire almeno le nostre disperazioni. Marichita, vuoi tu venire? Vuoi tu venire? Dì su.» «Dio buono, Dio santo, Vergine santissima, che è egli questo? E sarebbe egli vero che tu venissi dall'altro mondo a trarmi....» «No, Marichita, non son morto; vedi, vedi pure, io vivo, appressati, toccami.... benchè no, per l'amor del cielo non toccarmi, non mi rimettere nelle vene tutto il fuoco ond'io ho arso tanto tempo, onde io ardo pur troppo, finchè non abbi detto che verrai con me. Ma vien con me, Marichita, vieni con me; posciachè costui, questo nobile, questo ricco ribaldo tuo non ti fa felice; posciachè t'incresce del tuo tradito, abbandonato Perico; posciachè gl'invidii l'umido letto della caverna, tu coricata tra le piume, le sete e i profumi. Traditrice tradita, vien con me, vieni unire le nostre disperazioni.» «Uomo, spirito, che sei tu? Che sei tu che sai le parole mie sommesse, e i miei nascosti pensieri? Che sei tu? di nuovo io ti scongiuro.» «Io sono un infelice, il più infelice uomo del mondo, che ti disprezza, ti abborre, ti maledice a tutte l'ore del dì e delle notti, e maledicendoti pensa a te, null'altro che te, sempre te. Maledetto il seno che ti portò, maledette l'arie che respirasti, maledetti gli occhi che ti videro, e il cuore, l'indegno cuore vilissimo che non ti può cacciare, e il pensiero [pg!153] che sempre è con te.» e «Oh! ti riconosco, iroso, feroce amante! tu sei, tu certo sei. E maledici pur quanto vuoi. Tu benedetto sii che sei venuto a udire i miei pentimenti una volta prima che io mi muoia. Odi, Perico! Io ti ho tradito, tradito, è vero, scelleratamente, indegnamente; io t'ho anteposto un altro, io t'ho voluto abbandonare per sempre ed avermi lui. È verissimo, io sono un'indegna, una colpevole creatura. Nè voglio scusarmi, te accusando. Ma pur forse lo potrei, te così orgoglioso, così iroso, che non facevi uno sforzo vero mai per richiamarmi a te.» «E non venni io?» «Sì, una volta dopo parecchi giorni, e una volta sola senza instare con altro che con minacce e vendette; ma non accuso io te, no. Me sola accuso, benchè non sola, io giovane, io nuova a tutto, io inesperta, precipitata dalla madre. Oh le perdoni Iddio; io debbo, io voglio perdonare, io perdono a lei, a te, ma sono pure la più infelice creatura, e così possa la morte fra breve....» «La morte, la morte, sempre la morte! Ei sembra che sia un rimedio a tutti i mali. Ei si pensa a una disgrazia? La morte la finirà. Si pensa a una ingiustizia? La morte ti vendicherà. Si pensa alle ingiurie, alle oppressioni? La morte agguaglia tutti. Alla propria scelleratezza? La morte la sconterà. La morte, sempre la morte! E perchè non vivere? Perchè non soddisfarsi? Perchè non vendicarsi, ed esser felici così un momento almeno? Senti, Marichita.... È inutile ch'io te lo dica, e lo potresti indovinare oramai da te. Io t'ho messo intorno una persona tutta mia che ti vede ed ode ad ogni ora, e cacciata questa te ne porrei intorno cento altre. Ed altre ancora ne ho già disposte da gran tempo qui intorno, ed io t'avrei potuto rapire, ed aver meco.... Se non che, a che t'avrei io tolta? Avutati nelle mie mani, che avrei fatto di te? Io meditava da gran tempo su ciò, e finchè non mi fosse fatta una risposta satisfacente, tu ti potevi viver tranquilla, nè me l'ero fatta mai.... L'altra sera ebbi la relazione che a te, sveglia o sognando, incresceva del povero tradito Perico. Da quell'ora, da quell'istante io ben seppi che far di te. O dimmi, dimmi, Marichita, dimmi....» «Se io t'amo, Perico? Se io t'amo? È egli questo che vuoi [pg!154] sapere? Se io t'amo? Oh credimi, non solamente t'amo adesso, ma t'amai sempre, t'amavo quando, seguendo i consigli della madre, aiutati dalle tue ire, mi sforzavo cacciar te e chiamar colui; t'amavo quando, volendo sorridere a lui, ero ridotta a richiamar a mente ed imitare i sorrisi e le dolci parole che io già aveva apprese con te, che tu mi sapevi inspirare, tu solo, ed io non le seppi mai dire veramente se non a te, e t'amavo in quelle notti che facevo ogni sforzo per dimenticarti. Ora non più, no, mi sono capacitata che non è possibile, ora so e sento che senza te non posso vivere.» «Oh benedetta, benedetta Marichita mia, tu sarai mia; ed ascolta, chè abbiam poco tempo a discorrere. Di qui a tre notti.... benchè avrai tu cuore di venir a viver meco la vita di un contrabandiero, di un bandito? Cacciati dalla società degli uomini, fuggiti come bestie immonde da chi vogliamo accostare, tracciati come fiere da chi vogliamo fuggire, non dormir mai se non a mezzo; per passatempo di veglie discorrer di sbirri, confortatorii e patiboli, scellerati per compagni, amici niuni, niune leggi che il timor comune, niune difese che il proprio ferro.» «Io lo so, io lo so. Ma chi ti ha cacciato in questa vita? Chi ti ci debbe seguire? Chi l'addolcirà, se è possibile? Chi ritrarrattene forse mai? Dov'è l'amore, là è il dovere della misera Marichita. E dov'è l'amor suo, là ella potrà forse ritrovar posa de' suoi strazi, e refrigerio di questi fuochi. Impossibile oramai rimaner qui innocente fanciulla; là anche in mezzo agli scellerati sarò donna virtuosa.... del mio amore. Perico, Perico dammi la mano, qui attraverso a queste sbarre, in mezzo a questo buio, con Iddio solo per testimonio, chiamami tua; e poi vieni a levar quando vorrai la tua sposa, vieni a trarla dove vuoi, vieni a farne quel che vuoi, vendetta se vuoi.... Perico, mio Perico! avanza, dammi la mano attraverso queste sbarre, dammi tua fede, odi la mia, chè io son tua.... Oh non rispondi tu, Perico? Che ti ritrai? Dove vai?... Dove vai, Perico? Perico! Che non rispondi, e dove vai? Rispondi!» E con queste ed altre angosciose grida, fuor di sè la infelice fanciulla perseguiva il tacito, sordo amante. Il quale, senza rispondere, senza dar una voce nè un cenno, spariva; così, [pg!155] nella disennata e superstiziosa fanciulla entrò di nuovo il dubbio non fosse stata mai un'apparizione dello spirito solo del suo amante. E tanto più si fermò in questo pensiero, e quasi il credette certo, che uscita in fretta dalla porta, e corsa al luogo dove era stato fermo Perico, ed a quello poi ond'era sparito, non trovò, nè udì, nè vide, nè da lungi persona od ombra o nulla, se non oscurità e silenzio universale.
Tuttavia, ridotta nella sua camera, e riflettendovi quella notte e quelle che seguirono, ella si capacitò che era stato Perico, non solo a malgrado de' pericoli vivo e vivissimo, ma, a malgrado de' suoi tradimenti, innamoratissimo di lei, e che aveva fatto il disegno di venirla fra tre notti a rapire. E così era difatti. Nè occorre che niuno dica se Perico facesse bene o male, secondo o contro la ragione; ch'ei si sa fin da' bimbi che l'amore non si lascia metter freno da lei. Sì talvolta sel lascia mettere dall'altre passioni compagne sue. Onde poi veggiamo l'avaro innamorato sacrificar all'amore ogni cosa, tranne i quattrini; il beone, tranne il vino; il giocatore, tranne le carte e i dadi; e l'iroso, tranne la vendetta. E mettetevelo pur bene in capo, voi fanciulle, per non isperar poi troppo dai vostri sposi. E voi donne, se mai niuna ebbe dal suo il sacrificio di qualche passione, tenetelo pure per il più bel presente ch'ei potesse farvi in prova d'amore, e tenete lui poscia per marito non dozzinale. Nè vorrei dir io che Perico non avesse potuto forse un dì diventar buon marito, e, se la sua amante l'avesse meritato, non fosse stato capace di sacrificarle un dì anche l'orgoglio, passione principalissima non solo delle sue, ma di tutte quelle che son plasma dei sette peccati capitali. Ma intanto, fosse colpa di lui o di lei, certo è che per allora Perico non era disposto a far quel sacrificio. Era venuto, come udiste da lui stesso, sull'avviso avuto da una camerista di Marichita che questa passava le notti intere a piagnerlo e desiderarlo; era venuto prima a verificare la verità di siffatta relazione, vedendo se risponderebbe a' suoi segni; poi, in caso che rispondesse e scendesse e confermasse il rinato suo amore, a prender appuntamento con lei per poi rapirla, e trarla [pg!156] seco, senza pensare per allora allo sposalizio. Ma quando Marichita pronunziò quella parola di sposa, ed attraverso alle sbarre tese la mano come a congiungerla in legittimo matrimonio a quella di lui, ridestossi allora ad un tratto nell'animo suo, e ridestato vi ridivenne signore l'orgoglio così crudelmente, così constantemente offeso fin dal principio de' loro amori; e fu per dettargli qualche crudel risposta, che pronunziata avrebbe forse troncato l'amore o l'istessa vita di Marichita. Ma non la pronunziò, e invece si ritrasse; e di corsa, anzi di volo, fuggì da lei, dall'occasione, e avrebbe voluto da sè stesso. Ondeggiò poscia in pensieri e disegni e risoluzioni fatte e disfatte mille volte in quei tre giorni; chè sono indicibili i combattimenti interni di un uomo per natura forte, ma, per passioni d'ira e d'amore annidate in suo cuore, fatto imbelle. L'ultima risoluzione a cui s'appigliò, non come migliore, nemmeno a sua mente, ma come quella che, senza decider nulla, lo metteva pur in caso di satisfar tutte le sue passioni, fu quella di tornare a Marichita, e assolutamente, senz'altre spiegazioni, senza darle agio a riparlar di matrimonio, portarsela via. Perciò, invece di nuovamente chiamarla all'inferriata, deliberò coll'aiuto della compra cameriera entrar nella casa, e con quello poi de' compagni suoi invaderla e occuparla di soppiatto od a forza, e giunti alla camera di Marichita, volonterosa o no, portarsela via. E com'era stata disegnata ogni cosa, così s'effettuò. Guidati dalla donnicciuola, inavvertiti da ogni altro, piano piano entrarono, e camminando alla sfilata, giunsero alla camera delle due donne, ed aprirono la porta, e furono al letto, e rivolsero su quello a un tratto le lanterne per vederla e pigliarla; ma videro vuoto il letto, e la mamma che dormiva nel suo, e si rivolsero alla cameriera, e questa giurava non intender che fosse, e tra il chiasso che seguì, si svegliò la Romana, e incominciò a gridare, e, interrogata, giurò il medesimo. Ma, disperdendosi gli uomini a frugare, benchè invano, nella casa, in breve fu desto Don Luis e tutti i suoi servidori, che armati, e conoscendo meglio i luoghi, incominciarono a difendersi, poi ad assalire gli assalitori, e gli uni e gli altri a tirar pistole e schioppi, e ad accorrer gente di fuori, che fu [pg!157] una confusione da non vedersi mai più l'eguale. Due o tre furono morti d'ambe le parti, ed altri feriti; ma scamparono gli altri contrabandieri, e fra essi, strascinato e quasi a forza portato via, Perico, il quale, coperto di sangue e ferite, ma più che mai ebbro e furente, voleva rimanere finchè trovasse pure ad accozzarsi col rivale, ora più odiato che mai.
Del resto, come fosse succeduto tutto il caso di quella notte, e lo sparire di Marichita, nol seppero mai nè Perico nè Don Luis; e nol sapendo, s'accusarono ognuno d'aver, per paura o gelosia o vendetta dell'altro, rapita e poi nascosta od anche spenta l'infelice fanciulla. E così, come succede tra appassionati, non era scelleratezza di che non si credessero l'un l'altro capaci, e di che non s'accusassero poi ogni dì più. Quindi ad accanirsi, ad arrivar agli ultimi segni la loro inimicizia. Perico a riannodare i suoi masnadieri, ad aizzarli a una nuova impresa contra la casa di Don Luis. Don Luis, avvisatone, a lasciar questa a Ciclana, e correndo poi a Siviglia, a Cordova, a Granata e al campo di Gibilterra, a far nuove pressanti istanze presso i tribunali e i governatori di provincie e i comandanti di truppe, a far crescer le taglie al capo di Perico, a mandargli contro intiere masnade di sbirri, alguazili, doganieri ed anche fanti e cavalli. Quindi poi, minacciati così tutti i contrabandieri che al solito vivono quasi tranquilli in quelle parti, ad unirsi tutti sotto la condotta di Perico, che avea nome del più bravo e destro; ed ora tutti insieme ad investire ed opprimere qualche squadra de' loro persecutori, ora a disperdersi e scampare sminuzzati, ora a riaccozzarsi e proteggere sulle coste lo sbarco di qualche nave di contrabando, ora a scortar poi per li monti le lunghe salmerie di muli che portano quelle merci proibite nelle provincie interne della Spagna. Perciocchè, diceva l'ufficial francese (non so poi se a torto o a ragione, chè io non sono stato in Ispagna, e non m'intendo di sifatte cose), diceva che a quel tempo essendovi rigorosissime le proibizioni di merci straniere, e più di quelle che men si fabbricavano nel Regno, e tuttavia gli Spagnuoli avendo bisogno di alcune di queste merci, e tanta più vaghezza [pg!158] di alcune altre che eran proibite, ed offrendo perciò il doppio od anche due doppi del loro valore, ne nasceva che le merci in un modo o in un altro entravano; e diceva anzi che entravano per tutti e singoli i quattro lati del quadrato delle Spagne, e in quantità non minor forse che se fossero state lasciate legittimamente entrare; e con questa sola differenza che ne scapitava l'erario che non n'aveva un quattrino di diritti, vi scapitavano i privati onesti che compravano caro due o tre volte più del valore, vi scapitavano i mercanti che vendean carissimo, ma aveano anche comprato caro, e in somma vi scapitava tutta l'onesta gente, e vi guadagnavano solo quelli che, nazionali o stranieri, grandi o piccoli, a forza o per inganno, si chiamavano o doveano chiamarsi contrabandieri. Nè so io poi se sia esagerata o no questa descrizione; bensì dico ed aggiungo all'osservazioni dell'ufficiale, che se era veramente così, il danno maggiore da lamentare non era quello delle borse dei privati, nè dei mercatanti, nè dell'erario, sì era quello della onestà di tutti quelli che più o meno facevano gl'illeciti guadagni. E tanto più mi confermo in questa opinione, che dall'essere così universale, e, come dicea l'ufficiale, quasi necessaria questa frode, ella s'era fatta nell'opinione innocente, e i grandi e i maggiori signori l'aiutavano, e se ne rideano e davan vanto di farla per destrezza, e i popolani poi teneano per bravura ed eleganza a farla per forza; così il nome stesso di contrabandiero, che suona male altrove, era là quasi tenuto in onore. Del resto, l'esser tenuti in questo onore, ne dava lor pur un certo tal quale. In quella notte che invasero la casa di Don Luis non fu tolto da nessuno uno spillo; e il mattino appresso pareva come se una brigata d'amici, non di masnadieri davvero, fossero entrati a metter ogni cosa a soqquadro.
Tuttavia piovvero più che mai su Perico e suoi compagni, non solamente le condanne e le ingiurie meritate da essi come contrabandieri, rapitori e insidiatori della pace privata, ma, con ingiustizia consueta, anche quelle immeritate di ladri ed assassini. Chè troppo sovente ei succede, o per odio o per non curanza, e talor anche per uno zelo esagerato della [pg!159] giustizia, che si confondano i delitti e i delinquenti, ed a chi ha colpe troppo reali se n'aggiungano delle imaginarie, ed ogni cosa si carichi sulle medesime spalle. Onde poi troppo sovente anche avviene, che il colpevole il quale o con alquanto di compassione, od anche con una giustizia severa, ma non oltrepassante, avresti tratto a confessare e riparar le proprie colpe, o per ira o vendetta o per quel calcolo così solito ai delinquenti che incorsa una pena tanto val meritarla, ei si precipita ed ingolfa poi in quegli stessi delitti, che gli sono stati ingiustamente apposti. A me poi la sperienza del nostro ministero mi ha sempre dimostro, che se la luce della intera morale cristiana è sola buona, sola vera, sola che possa avviar bene su questa terra gli uomini, i quali senza essa errano come in una notte buia senza luna nè stelle; tuttavia tant'è la necessità e il desiderio di questa luce, che gli uomini, i quali non la conoscono o l'hanno perduta, s'accendono poi da sè qualche tenue lampada o facella da guidare i lor passi vaganti. Ondechè, chiunque voglia ridurli a miglior via, non dee spegnere queste facelle quantunque povere od inette, ma valersi di esse, e torle in mano per mostrar agli errati l'orlo de' precipizii, e fermarveli finchè sia risorta qualche più efficace e vera luce celeste. E sarebbe intorno a ciò a dire fino a domani; se non che chi m'ascolta per solazzo, troppo già temo abbia a lagnarsi di tante serie riflessioni. Onde lasciandole, vengo a mostrarvi coll'esempio quali fossero gli animi di que' compagni di Perico, posciachè furono, a forza di condanne dei tribunali, d'istanze e di spese di Don Luis, e d'inseguimenti delle truppe, ridotti dalle coste di Algesiras e di Marbella che sono il loro paradiso, a' monti di Ronda, dell'Alpujarras e della Sierra Nevada che son loro rifugio; e da questi poi, a ciò che si può dire loro esiglio, i colli di Jaen, poveri, nudi e quasi deserti, e quel che è peggio per contrabandieri, tutti interni senza coste, nè frontiera.
Stanchi di molte, lunghe e infruttuose marce, coi guadagni antichi già consumati, e senza speranza di nuovi, erano capitati una sera ad unaventaod osteria isolata, sul cammino a Madrid, e finito lorrancioo pasto più parco che mai, [pg!160] eransi adagiati intorno al camino da quindici o venti a passar quell'ore dopo la cena, che gente di siffatta condizione, ma di qualunque altra nazione d'Europa, avrebbe passato bevendo e gridando; ma gli Spagnuoli le passan fumando e tacendo. Tuttavia, dopo una mezz'ora, levatosi uno degli assistenti col sigaro ancora in bocca, ed ito all'uscio, ed apertolo, e veduto che non ci era persona nella camera allato, e tornato a riprender suo seggio, ma appressatolo in mezzo agli altri: «Uomini», disse finalmente, «che vi par egli oramai di questa bella vita che meniamo da due mesi in qua?» «Vita da cani», disse uno; «anzi», disse un altro, «da fiere che i cani tracciano;» «e che fiere!» disse un terzo; «nè lupi nè volpi; che nè per forza nè per inganno non abbiamo nemmeno un buon boccone mai. Vita da cervi o conigli, o se niuno animale più vile si trova.» «No, no», disse un altro, «anzi vita da gran signori. Non far niente.... niente mai fuorchè passeggiare.» Seguì un riso, smoderato per Spagnuoli, altrove sarebbe stato appena sorriso. «Vita da porci», disse poi uno che aveva tenuto le labbra tanto più chiuse, quanto più avea veduto disserrarsi le altrui; «vita da porci destinati al macello.» «Or bene, signori», disse quegli che aveva nel consesso il posto d'onore, lo scanno al lato al camino, anzi sotto al cappello di esso: «or bene, signori; sta bene ridere, e può anche star bene adirarsi d'una cattiva situazione, ma finchè non c'è rimedio, parmi stia meglio di tutto tacere.... ed aspettar tempo migliore. Signori! serenità! serenità! e non importa, due grandi parole, due gran santi protettori di uomini Castigliani.» «Serenità e non importa», ripigliò il primo che avea parlato, «ottime cose quando non c'è' altro a fare; ma se io avessi altro?» «Bravo, bravo», disser tutti, «che hai studiato tu? Bravo tu, se ci fai far qualche cosa; se non altro per torci la seccatura di questo tanto menar le gambe, e non le braccia più mai.» «Oltrechè», disse una, «in breve non meneremo nemmeno i denti, e già n'abbiamo sta sera un assaggio.» «Uomini», disse l'oratore, «o parlate voi o io, tutti insieme non serve.» «Parla, parla tu», disser tutti, «benchè finora ci eri paruto più bravo esecutore che parlatore.» «Ancora?» disse egli; e [pg!161] non rispondendo persona: «Udite», proseguì, «l'onore è una bella cosa, ed io vorrei anzi trarmi di bocca la lingua, che dirvi o proporvi cosa mai che fosse contro all'onore; sì dico, l'onore di qualunque più scrupoloso contrabandiero. Tuttavia, su quest'onore ei si vuol ragionare, e non prenderlo bell'e fatto, come lo fanno certe persone che so io; e sempre ce ne sono di tali in ogni compagnia, che fanno l'onore e la regola come vogliono essi, e gli altri a seguirli come pecore. Tanto sarebbe pure seguir alla cieca l'onore e le regole delle città che abbiam lasciate, e dei giudici che ci hanno condannati, e degli sbirri che ci perseguitano, e dicono che sia disonorante cosa far il contrabandiero. Eppure, noi siam tutti onorati contrabandieri. Parlate adesso, ditemi voi. Siamo noi onorati contrabandieri, sì o no?» «Sì siamo, sì siamo» disser tutti. Ed egli: «Dunque vedete che l'onore l'ha da intendere ognuno a modo suo, e non rimettersene a chicchessia venga poi dire con una gran voce e un gran sussiego: signori, non si può, non si dee fare, non istà bene, od altre simili cose. Ei si vorrebbe essere bimbi per lasciarsi dir le cose così. Ma gli uomini debbono rispondere: noi siamo giudici, noi soli sappiamo che stia bene e che no.» «Orsù», disse il capitano, «a che monta tutto ciò?» «A nulla» disse l'oratore, «a null'altro che aver per giudice voi stesso, ma voi con tutti gli altri, d'una proposizione che interessando voi e gli altri debb'essere giudicata da tutti. Sentite. Noi moriamo di fame, di sete, di stento, di fatica, di seccatura; e perchè? Perchè ci siam fitti in capo questo bell'onore di non rubar mai se non una sola persona, che questa.... sì signori, lo ripeto.... questo nostro mestiere è rubar ogni dì una persona; e questa persona è il re nostro signore. Ora dite, perchè prendiamo noi la robba del re? Perchè non possiamo fare altrimenti; perchè senza quella non possiamo vivere, perchè la nostra, quella che ognuno di noi vorrebbe, dovrebbe avere, ci è tolta. Or non sono queste, tante ragioni di prendere anche la robba di qualche privato? dico, non di qualche povero cavalliero, o mercatantuccio che se ne vada con un mulo o due, facendo via tranquillamente senza intender male a persona, e che spoglio di quel poco [pg!162] avere sarebbe ridotto a povertà. No, non vorrei toccar un capello a costui. Ma supponete; dico così per supposizione solamente, se per esempio il presidente della Real Udienza di Siviglia che ha così ingiustamente chiamato ladro ed assassino il nostro capitano qui, il bravo Perico; e per un altro esempio, se mai capitasse qui per via quell'istesso Don Luis,... o supponiamo un altro dei nostri persecutori, il vicerè di Granata, o il capitano generale del campo di San Rocco!...» «Il capitano generale?» interruppero qui alcuni «l'oste ha detto che doveva passar domani, l'oste ha detto che doveva passare con tre tiri di mule; ha dieci uomini di scorta, porta seco il tesoro per pagare il soldo di sei mesi.» «E di chi è questo tesoro?» ripigliò l'oratore: «Del re Nostro Signore; quel medesimo di che ogni dì prendiamo la robba senza scrupolo. Dunque vedete....» «Per Dio» disse finalmente alzandosi, ed alzando la voce sopra quella d'ognuno, il capitano, «per Dio che non dirai una parola di più. E se t'ho lasciato dire fino adesso era per vedere, anzi per far vedere a tutti questi cavallieri dove avevi a capitare. Ora è chiaro; a farci diventar ladri; ladri, assassini di strada.» «Non ladri, non assassini, non è vero» disse l'oratore. «Non ladri, non ladri» disser tutti; «non ladri;» riprese il primo «ma solamente prender in un modo nuovo quella medesima robba del re.» «E questo altro modo non è egli rubare?» «Non rubare, non rubare», gridaron tutti. «Io ne appello al vostro onore» disse l'oratore. «Sì sì, il nostro onore è chiaro, non è rubare, non è rubare. Dì su, dì su quando, come, dove passerà il capitano generale.» «Giuro al cielo!» disse Perico, e mise la mano sotto la giubba e trasse il pugnale. «Armi, armi» gridaron gli altri e fecero il medesimo; ma ognuno ristette per rispetto, od anzi pel timore che sopraviveva al rispetto e all'autorità pur troppo perduta da Perico, come succede ad ogni capitano anche di truppe più regolari quando le cose e principalmente le ritirate van troppo male. E così seguì una scena, in cui l'uno gli rimproverò l'aver tirata la vendetta di Don Luis, l'attenzione del governo, e gl'inseguimenti delle truppe su tutti i contrabandieri, che prima vivevano in pace tollerati e quasi assicurati; [pg!163] gli altri gli ricordarono d'averli tratti a quella fazione pericolosissima di Ciclana, dove non avevano guadagnato nulla se non busse ed alcuni anche la morte. Egli poi ben potè con alterigia ricordare le fazioni fatte sotto la sua condotta, le navi prese, le ricchezze acquistate, le promesse fattegli d'obbedienza; ma le passate fazioni felici erano fatte dimenticare dalle presenti infelicissime, dalle ricchezze già consumate; e le promesse parevano annullate dalla sua ostinazione contro il parer comune. E in breve, dopo un'ora di chiasso, grida, minacce, ed ire soppresse ma impossibili oramai a più trattenere, rasserenatosi a un tratto Perico, e inguainato lentamente il suo pugnale, ed estesa anzi aperta la mano in mezzo ai compagni taciti e stupiti del suo atto: «Or bene», disse; «cavallieri, voi siete padroni; io solo contra tutti non posso. Finita già la mia autorità, io ve ne assolvo.... ed assolvo me d'ogni dovere, o responsabilità.... e d'ogni compagnia con voi. Cavallieri, addio: molte parole sarebbero inutili oramai; io non ebbi a lagnarmi di voi, nè voi credo di me, finchè siam durati insieme. Or segua ognuno il suo destino. Ognuno a modo suo. Io solo, e morto prima che.... Addio, cavallieri;» e così dicendo e toccando la mano a ognuno, salvo all'autore dell'infame proposta, passò in mezzo a tutti; ed aperto l'uscio, sparì nell'oscurità.
E così farò io, aggiunse il maestro prendendo il cappello; e chi vuol venire alla terza parte, che sarà l'ultima, venga, e chi non vuole, resti.