L'EBREA.

L'EBREA.Erano anni che il maestro non ci aveva più narrato nulla. E il maestro era invecchiato, invecchiati noi uditori suoi, ed in parte anche mutati. Mancava quella persona fra tutte che era l'anima di tutte, quella che ascoltando ispirava, e senza fare, senza dir nulla, in mezzo a tutti, spandeva su tutti come un'aura di pace e di virtù. Così fanno gli angioli del cielo intorno a noi.Una sola volta udii il maestro tornare al suo modo antico di spiegar con un esempio la sua opinione su quello che si andava disputando. Disputavasi degli ebrei: se si debbano o no lasciare abitar cogli altri, posseder case o terreni, frammischiarsi con noi ecc. Chi diceva che son troppo cattivi, perciò che la lor legge or male intesa da essi li fa nemici nostri irrevocabilmente; chi rispondeva che noi stessi, più che le loro leggi, li facciamo tali, rigettandoli come appestati; chi replicava che debbono, che son destinati a restar tali fino alla fine del mondo, e per paura della fine del mondo non gli avrebbe, credo, convertiti quando l'avesse potuto; in somma, già si veniva alle amarezze, alle imputazioni, alle ingiurie velate, quando il maestro: «Or vedete voi che siete così imbrogliati ad accordarvi in parole, che imbroglio dovette essere il mio alcun'anni sono nel dover decidere di tutto ciò alla pratica e sul momento. Feci allora ciò che Dio mi spirava: e se volete ve ne farò come la confessione; [pg!192] giudicherete voi se ho fatto bene o male.» — E consentendo tutti, egli incominciò.Io mi trovava, come sapete, nella città di..... al tempo de' Francesi quando volendosi dare, anche per forza, libertà a tutti, s'erano aperti egualmente conventi e ghetti. Lo svantaggio era tutto di noi poveri frati, che, aperte le porte, ci sforzarono ad uscirne; mentre gli ebrei poterono restar dentro o fuori a piacimento. Ma stivati come baccalà là dentro, molti, facendo luogo agli altri, affrettaronsi ad uscire; naturalmente i più ricchi e più educati, e che avean meno di quell'orrore di noi cristiani che è reciproco del nostro per essi. Uno di costoro, mercante agiato, e che, se non fosse stato ebreo, avrebbero detto tutti anche onesto, lasciando il ghetto, o poco dopo, lasciò pure il commercio che gli avea fruttati grossi capitali, impiegando questi alla compra d'un bel poderetto con una casa civile nelle vicinanze della città. E fatta elegantemente, e quasi splendidamente adobbare la casa, ed ornare i giardini, e piantarne dei nuovi, e cingerli intorno d'un muro che li chiudeva gelosamente, ivi prima si ritrasse, e a poco a poco senza più nulla uscirne si rinserrò. Non ci andava nessuno nè cristiano nè ebreo, e dicevasi che ci aveva dentro anche pochissima gente di servizio. Ma giudicate che scandalo quando si seppe che fra i pochissimi abitatori di quella casa eravi da segretario, intendente, o che so io, perchè non si sapeva bene che fosse, un giovane non solamente cristiano, ma che era stato già al seminario, e poco prima aveva lasciato la vesta lunga, ed or si temeva pur troppo non lasciasse anzi indegnamente la fede. Così almeno dicevano di temere questi scandalizzati; perchè del resto se non c'è abbastanza d'ebrei che si facciano cristiani, non c'è poi mai, ch'io abbia udito dire, un cristiano che si faccia ebreo. Ma in somma lo scandalo c'era, e si faceva; avrebbero voluto che l'autorità ecclesiastica se n'impicciasse, e chi n'incolpava di non farlo, chi poi la scusava sulla miseria dei tempi, e la malvagità del governo che non la avrebbe lasciata operare. Io poi, non ci avendo che fare, udivo tutto e non dicevo nulla.La cosa durò un anno e più, e più non se ne parlava, [pg!193] nemmeno dagli scandalezzati. Ma ricominciò più che mai forte il bisbiglio in città quando si seppe che uno de' principali medici era stato chiamato a curare il giovane cristiano, o apostata, o rinegato, come si diceva, il quale era gravemente infermato, e poco meno già che in punto di morte. «E ben gli sta,» dicevano; «ha il suo merito; ecco il dito di Dio.» Perchè già questo terribile dito, che dappertutto è indubitabilmente, ognuno lo vede a modo suo, e pur troppo sovente dove, con intenzioni assai meno che divine e che sante, ognuno or per odio, or per invidia, or per vendetta, ce lo vorrebbe mettere egli umanamente od anzi scelleratamente. E chi avrebbe perfino voluto che il medico non ci andasse, e chi aggiugneva poi anticipando: «Ed ora come si farà? — ci anderà egli il prete, — ci anderà il curato, il viatico.... non deve andare.... deve andare....» Ed erano gli stessi che avevano testè detto che il giovane non era più cristiano, non badando nè a contradizioni, nè a giudizj temerarj, per il loro zelo, per la buona opera di.... calunniare.Giudicate, amici miei, del grande impiccio in che fu tra breve il sacerdote, il quale, a malgrado di tutti quei giudizj temerarj, fu due giorni dopo chiamato alla casa dell'ebreo. E questo sacerdote.... fui io. Mal dissi che fui impicciato; noiato un po' sì, per cattivo interesse proprio nel vedermi messo in questo affare, e così fatto oggetto di osservazioni e di critiche; ma, facessi bene o male, non dubitai un istante, e andai con più fretta che non avrei fatto dovunque altrove; e piovendo a dirotta quando fui chiamato, nemmeno non ebbi scrupolo di salire nel cocchio dell'ebreo ch'egli mi aveva mandato per ciò. In men d'un'ora fui entro alla cinta ed alla porta della casa solitaria.Salii introdotto da un servitore che senza dir nulla mi precedeva mostrando la via. Una o due altre persone mi vennero vedute per gli anditi e le scale, ed una fra l'altre che scendeva com'io salivo; la quale osservai perchè passandomi a lato rapidamente parvemi arrestarsi un momento, e quasi volermisi indirizzare, e d'un balzo poi si scartò. Parvemi una giovane, e giudicai che per orrore al mio ministerio [pg!194] ed a me, siccome ebrea, mi volesse fuggire. Ma non ci ripensai, e quasi non ci badai se non dopo; ero allora troppo preoccupato di colui che stavo per trovare, in circostanze così penose, così difficili per lui e per me. E tanto più, che, apertamisi una porta vicina, mi trovai quasi a un tempo nella cameretta, pulita, ma modesta e ristretta, dell'infermo che a prima vista mi parve aggravato benchè non in pericolo imminente.Era un giovane che non mostrava venticinque anni: belle fattezze nel volto, begli occhi, bella chioma; ma le fattezze mostravano non solamente l'impressione di una grave malattia, ma pur anche le orme di un lungo patire, che, fisico o morale fosse stato, mi parve esservi stato indubitabilmente. Non che ci fosse disperazione o agitazione furiosa su quel volto; il quale anzi era tutto composto a rassegnazione, e la rassegnazione mostrava un dolore fortemente combattuto. M'assisi al capezzale: «E così,» dissi, «siamo un po' malati, è vero? Molto malati forse? E pensiamo alla morte forse vicina, alla morte a cui dobbiamo pensar sempre, ma a cui siamo sempre a tempo di pensare finchè Iddio buono ce lo concede. N'è vero, dite? Già si vede che ci avete pensato, e sono qui per udirvi volontieri. E dite un po': come va che m'avete mandato a chiamar me? Benchè no: che dico io? ciò non importa; e non si vuol perder tempo. Dite su: dite ciò che spetta a voi; che io son pronto.»Il giovane incominciò con alcune parole rotte, e con qualche ansia di petto; io risposi confortandolo; e in breve parve farsi cuore intieramente, e aver bisogno d'uno sfogo compiuto, uno sfogo in seno d'un amico prima anche di sottoporsi al giudicio del confessore. Ed io, vedendolo ancora forte e tutto in sè, lo confortai a ciò; ond'egli prese a dirmi tutta la sua storia, e incominciò.«Rimasto da bambino orfano di padre e di madre, in tutela d'uno zio e con poca fortuna, fui senza che entrassi io nella decisione o nella deliberazione messo giovanissimo in seminario; d'onde uscendo, lo zio aveva calcolato che mi rimarrebbe appunto di che farmi il mio patrimonio ecclesiastico, e così ne avrei una condizione, una carriera sicura, e [pg!195] come allor pareva vantaggiosissima. Io non ebbi mai gran disposizione allo stato ecclesiastico; e quanto migliore fu l'educazione ricevuta in seminario, tanto più mi venni capacitando che quello stato rispettabile, ed anzi formidabile, non istà bene il prenderlo così per motivi puramente umani e come un'altra carriera. Dissi i miei scrupoli ai superiori, e furono ascoltati, pur confortandomi ad obbedire a chi teneva con me il luogo di padre; e dettili a questo, fui aspramente ributtato. Così venni di giorno in giorno continuando, pur col pensiero d'aspettare la vocazione, o rinunciare finalmente allo stato, se quella non veniva. La provvidenza dispose che non avessi nemmeno bisogno di prendere io la decisione. Vennero i Francesi, lo stato ecclesiastico non fu più carriera; e lo zio non si curò più altrimenti che io ci pretendessi. Quasi che mi venne allora la volontà di continuare, appunto perchè oramai non essendo carriera svaniva il mio scrupolo, e lo stato ecclesiastico diventava anzi bellissima occasione di attività e di sforzi, onde parevami essere capace. Tuttavia anche in ciò mi pareva ci fosse molto d'umano; e poi, il contradire di nuovo allo zio, ora ch'egli veniva al parer mio, mi pareva troppo male assolutamente. Ad ogni modo lasciai il seminario; ci avevo fatto buoni studj, e principalmente di lingue greca ed orientali, e parevami con ciò poter fare mia strada nel mondo. Lo zio voleva pure che io abbandonassi questi studj, che non mi porterebbero a nulla, diceva, e voleva che imprendessi la legale e l'avvocatura. Ma io avevo già compiti venti anni, e mi doleva troppo tornar da capo sui banchi, e perdere intiero il frutto degli studj fatti a gran fatica ma con amore. Avemmo nuove contese collo zio; indugiai, poi provai, poi lasciai disgustato le scuole; ed ero per lasciare la casa dello zio senza pur sapere dove o come o con che sarei poscia vivuto. E dettoci oramai tra lo zio e me quanto avevamo a dirci, e così tacendoci poco amorevolmente od anzi amaramente l'uno in faccia all'altro in quegli ultimi giorni di convivenza, ed abbreviando anzi di mutuo consenso i momenti di stare insieme, avvenne che un giorno lo zio mi fece chiamare nel suo studio e mi disse: — La tua ostinazione a non mai voler fare quello [pg!196] che voglio io pel tuo bene, meriterebbe che io ti lasciassi andare alla tua malora senza più impicciarmi di te. Ma non per te, ma per il mio povero fratello mi son pur risoluto di fare quanto potevo anche a malgrado della tua ostinatezza; e poichè come già non volevi fare la tua strada da prete, ed or non la vuoi fare da avvocato, che è un buon mestiere ora, come era già quello prima di queste rivoluzioni, vivi, poichè il vuoi, malamente da letterato, che è un cattivo mestiere in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Ma ben vedi, che se t'abbandono, non vivrai da letterato nè ben nè male, perchè non hai nemmeno pensato come guadagnarti il pane; e veramente poco te ne potrai guadagnare così. Ora odi: si presenta un'occasione forse unica per ciò. Non so se durerà, nè quanto ti frutterà; ma intanto è un'occasione di non morir di fame per qualche tempo, che è molto per la strada che batti. Un pazzo, come sei tu, ti porge questa occasione. Perchè sia non lo so; ma in somma quel Samuele ebreo che ha presa quella villa, dov'egli abita come un orso tutto solo, e non so che cosa ci faccia, cerca ora d'un segretario cristiano che sappia l'ebreo; ed informatosene al seminario, ha udito di te, ed è venuto per te e per me ieri sera. Io gli ho risposto che con una testa matta, come sei tu, non gli potevo risponder nulla, e che te lo direi, e ti lascierei poi risponder da te. Ora, vuoi o non vuoi? Io non me ne impiccio. Fa da te la tua decisione, e vagliela dire; che già so per esperienza che con te i consigli non servono a nulla: questo solo ti so dire, che, come eravamo all'incirca d'accordo già, fra tre giorni tu hai ad uscire da questa casa per andare a casa dell'ebreo, o del diavolo, come vorrai. — La deliberazione mia non poteva esser lunga, secondo il termine prefisso; e nemmeno non l'aspettai. Al secondo giorno venni io stesso qui da Samuele a udire che si voleva da me. «Scrivermi e tradurmi dall'ebraico quel che vorrò,» risposemi Samuele. Ed io: «Ma voi sapete l'ebraico e....» «Questo non è affare vostro. Vediamo.» E in ciò mi porse un libro ebraico da tradurre. Lo feci per scritto, e poi di viva voce, e lo contentai. Ei riprese: «Or, se volete, fisserete voi il vostro stipendio, e avrete casa, vitto, e servizio [pg!197] compiuto qui, con due sole condizioni: la prima, che non uscirete di qui se non un paio d'ore ad ogni festa vostra, per seguire i doveri della vostra religione; e la seconda, che non v'impiccierete di nulla in casa mia, e massime non tenterete mai, non direte parola sulla mia o sulla vostra religione a nessuna di qua. Tornate a casa vostra, consigliatevi con voi stesso o con altri, e domani fatemi risposta.» E in ciò dire, mi riconduceva alla porta, e mi licenziava.Al domane, naturalmente ritornai. Che avrei io fatto? L'alternativa era per me tra il non saper come vivere e il vivere agiatamente e fra i miei studj. Qui giunto, mi fu data questa cameretta, e poi uno stanzino a lato allo studio di Samuele, dove subito mi posi a lavorare, e lavorai sempre poi da otto a dieci ore al giorno; e per lo più a tradurre dall'ebraico, e massime la Bibbia. Samuele mi parlava di rado, e tutto al più per farsi spiegare qualche passo delle mie traduzioni, ch'ei soleva confrontare con altre. All'ora del pranzo, fin dal primo giorno, ei mi fece passar seco alla tavola, dove era egli solo colla sua figlia. Questa era gentile ed accarezzante con lui, tacita e poco meno che sprezzante con me: onde che, quantunque colpito alquanto a prima vista della sua bellezza, in breve non ci badai, o almeno non ci attesi. Anche a tavola la conversazione era poca e non intima. Alzandoci, e parendomi vedere che padre e figlia volessero volontieri star soli a quell'ora di tranquilla e reciproca confidenza, io li lasciavo e me ne andavo per lo più a diporto tra i viali antichi o nuovi del giardino, non mal contento d'avere anche io quel poco d'ora di solitudine e libertà. Lavoravo poi di nuovo fino a sera tarda, quando salendo nella mia cameretta prendevomi qualche ora di studio mio particolare, finchè stanco, a giornata compiuta, non malcontento di me e raccomandandomi a Dio, al Dio mio che non parevami offendere, ma che pur pregavo ogni dì più caldamente di volermi difendere da un incognito pericolo che pur temevo; finalmente ponevomi a letto ed a riposo. Durommi alcuni mesi sifatta vita.Parvemi più volte tornando in camera ed a' miei libri che questi mi fossero stati scomposti, e raccomandai non sì facesse [pg!198] al servitore che attendeva a me e alle cose mie. Giurommi a modo suo di non aver posto mano mai a niuna cosa mia. Pochi dì appresso, riaprendo un volumetto tascabile d'un Nuovo Testamento greco, che solevo leggere ogni sera, vennemi tra foglio e foglio veduto un fiore di mammole, che essendo raro ancora per la stagione non ce n'erano se non pochi nel giardino, e quei pochi eran tutti per lo più colti da Regina, e portati poi nel suo seno. Potete facilmente immaginare quali sensi e pensieri si destassero in me da quella veduta, da quella fragranza, da quel che non sapevo se caso fosse, o segno, o che cosa. Questo solo parvemi chiaro, che Regina leggesse i miei libri, e probabilmente che venisse, me assente, nella camera mia. E ben potete anche immaginare che, senza far parola di ciò nè d'altro, oltre il solito io feci pure nuova attenzione, trovandomi seco, alla giovane. E non è a dire come questa mia nuova attenzione riuscisse tutta a favore, od anzi ad ammirazione di lei, quasi che non l'avessi prima veduta; mi vennero allora osservate ed ammirate le sue fine e regolari, quantunque straniere fattezze, la elegante persona, le nere e lunghissime chiome, e massime i lunghi, lenti e neri occhi, in cui, quella che m'era già paruta sprezzatura, già non parevami se non un modo tutto di loro d'alzarsi al cielo, tirandovi dietro seco l'occhio e l'animo di chi la mirava. Da quel giorno, no 'l nego, era un diletto per me il trovarmi seco; ma non me lo confessavo, e quasi non me ne accorgevo, e tiravo innanzi senz'altro pensiero.Avevo tolto il fiore, e messomelo in seno, stavo aspettando se mai si rinnovasse quel caso o quella fortuna. Non trovai altro per molti altri giorni. Finalmente una sera che avevo lasciato il volume, sempre il medesimo, aperto tra due pagine sul tavolino, tornando e riprendendolo in mano, trovai sotto esso una fina catenella d'oro, che parevami aver veduta già stringere il collo bianchissimo della fanciulla. Oramai non era da dubitare. Non poteva guari più esser caso, e doveva esser segno.... ma di che? E che poteva essere tra la fanciulla e me, se non appunto ciò che non doveva essere, amore? Ma come poi anche poteva essere? Erami [pg!199] paruta già altiera, sprezzatrice; e, se non parevami più tale, oramai vedevola almeno di tal celeste modestia, da non potermi persuadere che ella volesse così eccitare la mia attenzione, ed anche meno il mio affetto. Perdendomi in questi e sifatti pensieri, e tenutomi desto quella notte e forse alcune altre, risolvetti finalmente di prendere la prima occasione di restituirle la catenella, ed averne, secondo il caso, qualche spiegazione.Non m'era riuscito ancora da più settimane di trovar quella occasione. Un giorno che, essendo già calda la stagione, io me ne andavo dopo il pranzo cercando il rezzo sotto ad alcuni folti ed antichi alberi del giardino, e sedutomi sotto uno di essi quasi mi venivo addormentando, parvemi tra fronda e fronda veder biancheggiare e passare una persona, una donna, Regina. Balzai in piedi, e le tenni dietro. Ella, vedendomi, si soffermava senza stupore nè rossore, nè timidità. Ed io, traendomi la catenella dal seno, la catenella che non avevo vedutale più attorno al collo, onde per certo era sua: «Questa» dissi, «ho trovata, per che caso non so.... tra' miei libri; e essendo vostra, se non m'inganno....» ed in ciò io gliela porgevo. «È mia, e vi ringrazio,» diss'ella dolcemente. «E potrei io, senza indiscretezza, domandarvi come....» «I vostri libri hanno talora eccitata la mia curiosità. Mi perdonerete voi d'averli presi in mano tavolta?» «Certo sì; quanto è mio, anzi, è tutto a servigio vostro, come io stesso: se non che il vostro padre....» «Il mio padre,» riprese ella alquanto più seriamente, ma con uno di que' suoi alzar d'occhi al cielo, consueti, «il mio padre s'è assonnato, come gli succede talvolta a quest'ora, ed io vo a raggiugnerlo.» E in questo ella se n'andò, o sparì; che quasi non saprei dire quale dei due, tanto sorpreso e quasi stupido ed immoto ella mi lasciò.Da quel giorno, lo confesso, non fui più io. Scuotevo l'immagine di lei da' miei occhi, dalla mente, dal cuore; e nel cuore, e nella mente, e negli occhi, e di giorno e di notte, e vegliando e dormendo, e sulle carte dove lavoravo, e tra le fronde, e tra i fiori, e tra le nubi, e nel cielo, non vedevo altra immagine mai se non di lei. Da troppo corriva [pg!200] che m'era già forse paruta alcun tempo, or parevami di nuovo altiera, sprezzatrice e crudele. Inesplicabili i suoi atti e contrarj l'uno all'altro. Le poche parole indifferenti che m'aveva dette mi rimanevano impresse tutte nella memoria, e le andavo ad una ad una tra me ripetendo e riesaminando, per veder di trovarci qualche significazione in bene o in male che assolutamente non avevano. A tavola continuava ad essere la medesima, amorevolissima pel padre, indifferentissima per me. Altrove non la solevo vedere. Alla passeggiata del dopo pranzo non venne mai più; ed io la stavo aspettando ogni giorno, e di soppiatto, dietro agli alberi, passavo tutto quel tempo, fissi gli occhi alla porta di casa, aspettando e talor credendo di vedere ch'ella uscisse finalmente di nuovo a me incontro. Ma tutto fu inutile; non ebbi più un'occasione di vederla; solamente i miei libri, sovente scomposti nella mia camera, mi facevano accorto ch'ella v'era stata, che s'era aggirata là intorno, e parevami riconoscere come un'aura celeste ch'ella v'avesse lasciata. La solitudine, il silenzio e le occupazioni sforzate nel rimanente della giornata, eccitavano forse in me tanto più la fantasia; e insomma, checchè si fosse, io non pensavo, nè vivevo, nè respiravo se non più per lei, e di lei.E fosse sifatta preoccupazione e le notti sovente insonni, ovvero il troppo lavorare nel giorno, e la vita sedentaria non giovanile.... ad ogni modo, a poco a poco io mi venni infermando, e mostrandone segni al volto mesto e sparuto. Più volte parvemi vedere gli occhi di Regina, dopo que' loro alzarsi al cielo scendere in atto di pietà sopra di me. Ma era veramente un batter d'occhi; e, se io vi volgevo i miei, già non incontravo più quel celeste suo sguardo, già di nuovo tornato al cielo. Parevami inutile crudeltà quella sua; anelavo di rimproverargliela, o domandargliene alcuna spiegazione. Ma non trovavo più di prima nessuna occasione; ed accendendosi più che mai i miei disperati desiderj, venivo più che mai affievolendomi ed ammalandomi di dì in dì.Finalmente una sera che dopo il lavoro, non potendone più, ero uscito a prendere il fresco, prima di risalire in camera, e che essendo già buio io mi traevo languente e reggendomi [pg!201] di tratto in tratto agli alberi a lato verso il casino, a un volger di un viale ella mi venne incontrata, ritta dinnanzi a me, indirizzandomi la parola quasi prima che l'avessi veduta. «Voi non state bene, Carlo,» mi disse: «sarebbe forse troppo il lavoro? In tal caso qualunque sia il piacere.... di mio padre di tenervi qui con sè, dovreste pure.... sarebbe meglio che ci lasciaste.» «Signora,» dissi, «le vostre prime parole, da tanto tempo che ho desiderato udirne alcuna da voi, le vostre prime parole sono dunque per esprimermi il desiderio che io vi lasci? Oh Regina, lo stato della mia salute è meno cattivo forse che non quello....» «Della vostra salute solo io volevo e debbo parlarvi. Non è giusto che nessuno si sacrifichi per noi. Voi qui evidentemente patite. Dovete dunque....» «E voi vi siete dunque accorta, voi compatite a' miei patimenti? Oh Regina, Regina, se così è....» Ma in questo la vergogna, il rimorso di tradire le promesse fatte mi troncarono la parola ad innoltrare la spiegazione che io aveva tanto desiderato. Ella ruppe il breve silenzio; ella, anima veramente alta e forte, sdegnando non che l'artifizio, ma la stessa natural vergogna di parlare ella prima del nostro affetto: «Sentite,» disse, «pochi momenti sono nostri; non li perdiamo in dir cose che sappiamo tutti due. Cristiano, io fui la prima forse ad amarvi; non me ne vergogno, e non me ne pento. L'amore, finchè non è colpevole, vien da Dio; la colpa sola vien da noi, e in noi sta che non venga. Io non so qual fosse primo in me, l'amore per te o la curiosità pe' tuoi libri, quei libri che non sono altro poi se non la continuazione dei nostri, ma che li distruggono, secondo i nostri dottori, che li confermano, dite voi altri. Possibile che con uno stesso Iddio noi siamo così separati e in terra e in cielo stesso! Possibile che noi vediamo, conosciamo, serviamo quello stesso Dio in modi sì diversi!.... E che in tanta diversità le due leggi s'accordino quasi in questo solo, di separarci! Ma disobbedire, abbandonare un padre: ingannare, tradire un ospite o un padrone sono colpe gravi in ogni legge, e irreparabili sovente anche con una vita intiera di devozione e di pentimento. Io son ferma, io voglio assolutamente evitare.... [pg!202] voglio che ambedue evitiamo tal colpa, tali rimorsi, tal vita. Eppure, se tu rimani qui, se ci vediamo ogni giorno a questo modo, se io odo la tua voce, i tuoi discorsi, se veggo i tuoi modi, i tuoi atti, e massime i tuoi patimenti.... io lo so, io lo sento, padrona di me in questo momento e fino adesso, no 'l sarò più in breve, ed amerò forse te più che il mio dovere, che il mio padre, che il mio Dio. Non voglio; non sarà. Dopo quella mia prima colpa in che caddi per fanciullesca spensieratezza, di lasciarti quei segni della mia presenza nella tua camera, appena mi accorsi della mia preoccupazione e poi del mio affetto per te, subito deliberai di reprimerlo e di vincermi. Invano; sia castigo mio la vergogna che provo in confessartelo; invano provai a cacciare dal mio seno il tuo pensiero; invano mi sforzai ad incontrarti, a mirarti coll'indifferenza che m'ero prefissa; ad ascoltare la tua voce come la voce d'un altro; a sentirti appressare o scostare senza palpiti del mio cuore. Il mio cuore non è me; ei balza, ei si muove senza mia volontà; egli è che mi tiranneggia, che mi vorrebbe vincere, che mi sforza almeno a mutare le mie risoluzioni.... Ho fatto quella di parlarti, di scoprirti la debolezza di quel cuore, di fidarmi alla tua generosità, al tuo affetto stesso, che ben so, ben sento non diverso, non disuguale al mio.... per domandarti d'abbandonarmi.» Ella si soffermò come esausta. Sorpreso da una piena di affetti diversi e inaspettati, tra l'immenso diletto e la pena e l'impossibilità di risolvermi a nulla, io tacevo, o rispondevo poche parole interrotte or di gioia, or di disperazione, e domandando almeno tempo a risolvermi, ad obbedirla. «Io so» riprese ella «che ti domando un gran sacrificio. Non conto quello di abbandonare una casa, una condizione in che t'eri adagiato, per andar vagando solo ed incognito, o forse alcun tempo stentando nel mondo. Tu sei giovane, tu sei buono, tu sei dotto; e, benchè io non conosca guari il mondo, pur no 'l credo così ingiusto, che i pari tuoi v'abbiano a rimanere a lungo abbandonati e sconosciuti. Ma ho pietà del dolore che tu pure sentirai nell'abbandonarmi. Ma tu sei uomo, tu hai il mondo intiero dinnanzi a te per consolarti; tu sei cristiano; il [pg!203] mondo intiero ti sorride. La povera ebrea ributtata dal mondo, e rimasta sola e abbandonata, sarà forse da compiangere più. Ma l'ebrea ha il coraggio di mirare con occhio fermo a quella solitudine, a quell'abbandono. Dimmi, non l'avrai tu?» «Ma come abbandonarti al momento stesso in che tu m'inondi di contento e di gioia; come lasciare questi luoghi al momento che ne fai per me un paradiso? Oh Regina, tu hai avuto tutto il tempo di prendere la tua risoluzione, di confermarviti, di vincere gli affetti contrarj che ti si destavano in cuore. Tu non dubitavi d'essere amata. Come che si fosse, e che senza mia saputa i miei occhi, i miei atti te l'avessero detto, tu me l'hai confessato, tu sapevi d'essere amata. Io intanto vivevo nell'angoscia tra la speranza e il timore, tra il desiderio e il rimorso d'accertarmene, e, tu il vedi, non vivevo ma languivo. Dovevi lasciarmi languire e morire così, anzichè domandarmi uno sforzo di che sono forse incapace assolutamente, e certo a questo istante.» «Io avevo fatto maggior conto sul tuo coraggio. Ma senti; nemmeno se tu avessi avuto tal coraggio, non sarebbe stato possibile effettuare il mio disegno in un giorno, ed abbandonare senza cagione il padre mio. Ma la tua salute ti può servire, ti servirà di pretesto. Prendi alcuni giorni, tre, quattro giorni, e non più. Ho fatto osservare la tua sparutezza, il tuo ammalarti, a mio padre. Egli pure l'ha osservato, ed osservava me nel rispondermi. Carlo, Carlo, mio amico, il tempo preme, il tempo che c'è dato ancora di vivere senza essere colpevoli. E colpevoli non dobbiamo essere, nol saremo. Ciò solo importa. Il vivere o morir poi importa poco; dico non solamente il morire, ma nemmeno il vivere poi anche infelici molti anni, che in somma è poco tempo.» Io le promisi di pensarci, od anzi di obbedirle fra pochi giorni; non mi ricordo precisamente quale dei due, tra la confusione di quel momento, ed i pensieri che mi straziarono quella notte e i giorni che seguirono.Al mattino appresso scendendo allo studio di Samuele, mi parve preoccupato, e come se mi volesse parlare. Più volte s'appressò al mio tavolino guardando il mio lavoro e me, e finalmente mi domandò con interesse della mia salute. [pg!204] Non avendo chiusi gli occhi tra il deliberare e il combattere di quella notte, il mio volto doveva ritrarre più che mai i miei patimenti. Due e tre volte ricominciò in quella mattina quel discorso tra noi, ed ei ci mescolava domande della mia famiglia, de' miei interessi, della mia vita passata e futura, e per la prima volta entrava in discorsi delle nostre religioni. Parlava senz'odio della nostra, con ardore della sua, con amore paterno di me. «La vostra salute,» disse finalmente «richiede cure speciali, e la vita rinchiusa che qui fate, non ve la lascia ristabilire. Tuttavia nulla preme, e fra alcuni giorni ci riparleremo poi.» Che dovevo fare? era ciò troppo d'accordo co' miei desiderj. Indugiai.Regina non mi diede più occasione di parlarle. I suoi occhi, la sua persona tutta erano al cielo più che mai. Se non che mi parve incominciare a patire ella stessa; e allora risolvetti di terminare. Riparlai io il primo a suo padre, ed egli fu allora che indugiò. Intanto fra quelle ambasce le mie notti erano insonni intiere intiere. La febbriciattola, che avevo d'alcun tempo ogni sera, diventò continua e violenta: fui costretto a tenere il letto; un medico fu chiamato che mi trasse sangue più volte, dichiarando grave il mio male, e m'aggravai.Che volete? dacchè sono infermo è il tempo più felice che non solo io m'abbia vivuto, ma che io m'abbia imaginato o potuto imaginar mai. Dal giorno che tenni il letto, Regina venne con suo padre, e con una delle sue donne a vedermi ogni giorno, a rimanere prima un ora, poi parecchie ore, gran parte del giorno a mio lato; e da lei, da sua mano, e confortato dalle sue parole, ricevo sovente le dolci cure di una tenera sorella. Il padre la accompagna, e la conforta a ciò. Le mie ambasce continuano, e s'accrescono ad ogni dì, ad ogni ora, e mi sento venir meno la vita or con dolore, or con ineffabil piacere di terminarla così.»Qui finiva il giovane la sua narrazione. Ed io (continuò il maestro) non potevo se non compatire e quasi ammirare l'uno e gli altri, quasi egualmente, cristiano ed ebrei; e poi venerare il decreto inesplicabile della divina provvidenza, che traeva così inevitabilmente tutti questi innocenti od anzi virtuosi [pg!205] per la via dell'infelicità e della morte. Oh! come in casi simili appare chiaramente la inferiorità, la subordinatezza di questa nostra vita terrena e materiale, rispetto a quell'altra celeste ed eterna, che c'è promessa! E quando non fosse promessa, impossibile è che non ci fosse, se non altro per saldare i conti di questa vita; per non fare definitivamente la virtù più infelice che il vizio, e non che inutile, nociva; per non fare di Dio certamente, inevitabilmente giusto, poichè è Dio onnipotente legislatore, un Dio tiranno e creatore d'ingiustizia. Questi pensieri ritrassi e sviluppai alla mente del povero afflitto. La sua infermità era grave assai; e, quando nol fosse stata ancora, la mia lunga esperienza m'insegnava che i mali fisici, complicati co' mali morali, e massime coll'ansietà e col pensiero dell'impossibilità di scioglierli in bene, sono mali mortali, perchè appunto la morte sola scioglie i problemi troppo difficili di quaggiù, e dà il rimedio del cielo a chi non ne può trovar sulla terra. Un pensiero angosciava particolarmente il buon giovane. Costui trattato da apostata e rinegato nel mondo, costui scandalo di tanti che non valevano lui, e passavan per santi, costui tra la felicità d'essere amato e la disperazione di dovere, vivendo o morendo, abbandonare il suo amore, era pure così fermo, così penetrato della sua fede, che il suo maggior dolore era forse quello, non di lasciare, ma di lasciar nell'errore la sua innamorata. «Agli altri che abbandonano morendo il loro amore, o che ne sono anche così abbandonati, rimane pure una consolazione, una immensa consolazione a questi momenti, dove la vita pare così corta e sì poca cosa, dove l'eternità sola par tutto, che è viver disgiunti alcuni giorni per raggiugnersi poi e riabbracciarsi per tutta l'eternità.... Ma io, oh io posso io avere sifatta speranza? oh ditemi, ditemi, padre mio, che non è perduta, che m'è permessa sifatta speranza! Ditemi che un'anima non solo innocente e pura, ma così forte e virtuosa come la sua, non può a meno di non trovare, di non impetrare grazia e compassione appresso Iddio, il Dio, il padre pure di tutti gli uomini, di tutte le creature, il Dio massime degli spiriti fatti a simiglianza di lui. Io ho studiato queste materie, [pg!206] già con indifferenza, non immaginando che diventerebbero il mio primo, il mio solo pensiero; ma il mio pensiero è debole in questa occorrenza, e non mi regge nelle inestricabili complicazioni, con che si rivolge nella mia mente ora infiacchita.»«E inestricabili sono a prima giunta,» diss'io, «siffatti pensieri, anche alle menti più sane e più forti. Ma ricordatevi dell'angelo che Iddio manda quaggiù a posta, se è necessario, anzichè lasciar perdere un'anima sincera e di buona volontà. Tra gli articoli di fede che dovete credere tutti, credete ora, fissate il vostro pensiero su quello della infinita bontà di Dio; meritate, fate forza, per così dire, voi stesso a quella bontà, costrignetela, che è possibile, a concedere quella grazia che ella vuole, desidera concedere ella stessa... Un articolo di nostra fede, un dogma di nostra religione è quello dell'efficacia della preghiera, massimamente unita a generoso sacrifizio fatto per amor di Dio; un dogma il più consolante che possa essere per tutte le anime innamorate; un dogma che noi soli abbiamo, e che innalza a chi lo sa intendere l'amore delle anime anche quaggiù ad un'altezza celeste, cui non può arrivare assolutamente chiunque non abbia tal fede. Pur troppo hanno abusato tanti di questa come di tutte le altre verità; ei l'applicano alle cose materiali di questo mondo, e fanno del sacrificio, della espiazione, anche non volontaria, una sorta di barbara compiacenza e di vendetta indegna assolutamente d'un cristiano. Non entriamo in queste difficoltà; ma non lasciamo che le difficoltà, od anche gli errori inevitabili in che cade l'inferma mente degli uomini ogni volta che vuol trarre conseguenze, e conseguenze di conseguenze troppo lontane dalle verità inspirate o rivelate; non lasciamo, dico, che questi errori infermino, diminuiscano in noi la luce primitiva di quelle verità. Il mondo materiale ci può servir d'esempio: esso è simbolo, se volete, del mondo spirituale. L'occhio nostro percepisce tanto più facilmente una luce quant'ella è più viva; ma quanto ella è più viva, tanto meno egli può affissarla per esaminare i suoi elementi. La luce spirituale non è diversa; le verità che ci sono concedute dal [pg!207] creatore, ci si presentano chiare e lucide in modo che è non solamente errore ma bugia il negarle. Ma il paragonare poi queste verità fra loro, il dedurne altre, incomincia ad essere difficile e men certo; e quanto più si scende poi di deduzione in deduzione, le verità che ci paiono anche più rigorosamente dedotte, tanto meno ci appaiono chiare e finiscono con essere oscure del tutto, od anche contradicenti. Atteniamoci dunque alle verità primitive, e più chiare; elle ci bastano per questa vita e per l'altra, ci bastano perchè Dio l'ha detto; e che ci bastino, che Dio non esiga, non possa esigere oltre alle facoltà che egli stesso ha date ad una creatura gelosa di conservare la sua innocenza, ella è anche questa una di quelle verità primitive e chiare che non possiamo rinegare.Ed una di queste verità, dicevo io, figliuol caro, ella è l'efficacia del sacrificio. Come il sacrifizio incomparabilmente maggiore di tutti, quello della divinità incarnata paziente e morente, valse a redimere l'umanità intera, così i sacrifizj de' suoi discepoli, i quali per imitazione di Cristo immolano sè stessi al dovere, servirono sempre, e servono e serviranno dall'uno all'altro, come quello della divinità servì all'umanità intera. Il sangue de' martiri convertì i pagani, il santo merita pel peccatore, un uomo per l'altro. Sta in nostra facoltà l'applicare il sacrifizio più specialmente all'uno od all'altro; e colui, al quale Dio diede l'occasione di immolarsi, può meritare per colei che Dio pure gli ha data occasione di amare santamente. Figliuol mio, questi sono ben altri che quelli volgarmente detti sacrifici di roba, di pericoli, od anche d'onore, che si fanno tutto dì l'uno all'altro gli innamorati. Questa è comunanza ben altra che dei beni terreni, od anche di tutta la vita mortale. Accomunando la virtù e i meriti, può l'uno e l'altro aprire il cielo senza dubbio, e far così felici al suo amore, non i pochi e sempre guasti giorni di quaggiù ma gl'innumerabili ed inalterabili giorni di tutta l'eternità. Questi sta in voi di dare alla vostra innamorata; questi gli potete dare con un solo atto, con una sola aspirazione di volontà rassegnata. Vogliate morire, abbandonare, quelli quanti e quali che fossero [pg!208] giorni di vita mortale a voi destinati, per comprare, sì comprare da Dio che mai non si ricusa, se è permesso dire, a simili contratti, i giorni eterni della vostra innamorata, a cui a un tempo si congiungeranno indubitabilmente i vostri in virtù del medesimo, d'un solo atto, tanta è indubitabilmente quantunque incomprensibilmente la bontà del creatore padre comune.»Il giovane mi parve commosso alla esposizione di quelle verità. Il giovane era ottimo di natura, ben preparato dalla educazione, e maturato dalli sforzi già fatti e dai dolori già sofferti per la virtù. Si confessò, si preparò molto bene a ricevere il viatico. Aveva qualche timore che non gli si volesse portare là in mezzo alla casa dell'ebreo. Lo rassicurai: conoscevo l'ottimo sacerdote che aveva in cura quella parrocchia. Rimaneva al giovane un dubbio. Aveva promesso di non far mai sforzo per trarre nessuno di quella casa alla propria religione. Pure non si sentiva il coraggio, o per dir meglio parevagli anzi un dovere di dire almeno a Regina qualche parola della speranza che aveva di rivederla almeno in cielo. «Non è tempo,» gli diss'io, «di vedere se la vostra promessa fu allora imprudente, e fino a che punto v'ho da assolvere dell'imprudenza, o da consigliare di ripararla. Lasciatene la cura a me. Voi con mostrare a questi non cristiani come muoia un cristiano, voi cogli atti vostri farete, se mai, più impressione che nol potrebbe fare nessuna parola. Rimettetevene a Dio; sia fatta poi la sua volontà.»Il rimanente seguì come l'avevo pensato, senza difficoltà, e con iscandalo de' falsi buoni, con edificazione de' veri. Peggiorava evidentemente il giovane, non fu possibile di ritardare; che anzi dopo il viatico, poc'ora dopo fu il caso di dare l'estrema unzione; i sintomi di debolezza e di sfinimento crescevano di momento in momento. Dopo finite le solenni e benchè meste confortanti funzioni, il buon parroco a mia richiesta rimase con me appresso al moribondo.Gli ebrei, cioè tutta la casa, s'erano rinchiusi, durante le cerimonie, in un'ala discosta del casino. Era avversione, rispetto, o riguardo? Niuno di noi era stato in caso di domandarlo [pg!209] o deciderne; s'erano ritratti da sè, e ne avevano manifestata l'intenzione fin dapprima. Del resto, e la fanciulla e il padre mostravansi alle cure, all'ansietà, al dolore non diversi da ciò che sarebbero stati, se, non solamente della medesima religione, ma della stessa famiglia, e padre e sorella fossero stati del giovane moribondo. Io solo sapevo poi che Regina era anche più che sorella. A me solo era ammirabile: non vidi mai così evidenti segni di disperato dolore, con sì evidenti segni di forza fatta a reprimerli.Consigliatomene col buon parroco, parvemi fosse tempo da richiamarli in camera al letto del moribondo. Poco tempo pareva rimanerci assolutamente. Il desiderio del giovane era stato chiaramente espresso; era giusto, era di dovere. Non doveva entrare in conto l'affrettargli forse la morte coll'agitazione che ne doveva seguire, e del resto anche a lui se ne facevano più dolci i suoi ultimi momenti e il momento del passaggio. Furono chiamati, introdotti. Samuele prese da sè la sedia al capezzale; stendendo la mano sotto le coltri prese la mano del moribondo, lasciando cader poi il capo, che mi parve in quell'atto venerando, sul petto a suo malgrado ansante. Regina non fece se non un passo dalla porta ai piedi del letto, dove prostrata s'inginocchiò. Non fecero nè l'uno nè l'altro una parola. Il giovane la perdè intieramente in quel punto. Il parroco ed io accendemmo le candele, ponemmo il crocifisso sul petto, aprimmo gli ufficj, e incominciammo le preghiere dei moribondi. Le parole dei santi, e quelle massime del santo dei santi, ci parvero, come di ragione, più sante, più opportune, più necessarie ad ogni modo a dirsi in quel punto, che non nessuna che avessimo potuto dir noi. Le nostre voci sole s'udivano alternate; poi fra breve alcuni singhiozzi; e quando finimmo, silenzio.Sedemmo un momento più discosti dal letto. I due alzarono il capo e gli occhi più volte al capo, agli occhi chiusi del moribondo o del morto. Due o tre volte li rivolsero a me, come per domandare se era vivo o morto. Noi ci riappressammo; e credo un medesimo pensiero ci venne a tutti e due, che non dovevamo restare discosti, lasciando i due ebrei ad accogliere l'ultima espirazione. Era un pensiero [pg!210] materiale quasi superstizioso, lo so; ma venutomi, almeno a me, mi riappressai; e ricominciammo le preghiere dei moribondi. Finitele di nuovo, non ci parve di scostarci e le ricominciammo una terza volta.Non vidi mai alcuno rimanere in quegli ultimi così a lungo. Eravamo stanchi già, e non importava ciò; se non che temetti per la giovane, ed anche per il vecchio.... e poi un'ombra di speranza, una tinta leggera di sangue mi pareva che tornasse sulle guancie smorte, e già cadute del giovane. Diressi finalmente alcuna parola al padre ed alla figlia; espressi quel poco di speranze che mi venivano. Li persuasi ad alzarsi, e poi in breve, crescendo le speranze, a scostarsi, e ad andarsi a riposare alquanto altrove, pur promettendo riavvisarli al ritorno del pericolo, che pur troppo pareva non che probabile ma inevitabile. Intanto si richiamarono i medici, che secondo l'uso avevano abbandonato l'infermo al momento appunto dove la vita e la morte dipendendo più da un errore o un rimedio opportuno parrebbe meno inutile e più obbligatorio il loro officio.Che v'ho a dir io? Io credo ai miracoli, e credo anzi che non è possibile che non ci siano stati, e non sieno miracoli tuttodì. Perchè, se s'intende per miracoli l'intervenzione del creatore nelle cose anche materiali di questo mondo, bisogna per forza che ci sieno miracoli, se non si vuol fare del nostro Dio il Dio pigro e indifferente di Epicuro, o il destino impotente degli antichi idolatri. Se non ci fossero miracoli, se Iddio non si piegasse a mutare talvolta, in modi a noi sconosciuti, le leggi abituali della natura, sarebbe inutile pregar Dio; poichè già sarebbe detto che Iddio non può o non vuole mutar nulla; che, dico, sarebbe inutile venerar Dio, e, se è lecito così esprimersi, Iddio non sarebbe venerabile, adorabile, non sarebbe Dio potente e libero, non varrebbe in potenza l'uomo, che ha pure la libertà e la potenza di variare ciò ch'egli stesso fece. Sarebbe, torno a dire, nulla più che il dio Destino degli antichi, cioè non-Dio. Della natura materiale di questo mondo noi intendiamo poco, meno ancora intendiamo delle nature immateriali che sono nel mondo e fuori. Che se ci [pg!211] solleviamo all'infinito, il nostro intelletto si atterra; il cuore solo manda un'aspirazione come verso il suo fine; e quando vogliamo esprimere i nostri presentimenti della verità, ci mancano persino le parole, niuno le trova per enunciare ciò che pur gli sembra di vedere. Adunque, il difficile non è di credere che ci sono e ci debbono essere miracoli; ma di sapere che cosa è miracolo, cioè, che cosa è nell'andamento regolare della natura, che cosa eccezionale; cioè, che cosa secondo le leggi divine che noi conosciamo, e che cosa secondo le altre che non conosciamo; le leggi degli spiriti tra essi e Dio, tra essi l'un coll'altro, tra esso e la natura materiale. Quindi è che bisogna andar adagio prima di gridar miracolo; e la Chiesa cattolica, tanto accusata di credulità da' suoi nemici e sovente da' suoi proprj figli, ci dà l'esempio di siffatta cautela; e il fatto sta che i tre quarti dei miracoli che si mettono in ridicolo nelle relazioni di viaggi e siffatti libriciattoli, non che essere creduti e approvati, sono anzi condannati come superstizioni dalla Chiesa. Fra i miracoli poi, niuno credo sia così frequente, niuno è così difficile a constatar come miracolo, quanto le guarigioni degli infermi. A quel modo che dissi poc'anzi della grande efficacia buona o cattiva che può avere un menomo rimedio agli ultimi momenti, chi può dubitare che anche un menomo pensiero, una menoma inspirazione possa, anzi debba avere una forte influenza sul corpo allora così eminentemente sensitivo, epperciò sull'andamento e sull'esito finale della malattia? Ma dove sta il miracolo? C'è, o non c'è? È pensiero naturale, o inspirazione? Chi lo può sapere, chi lo può dire, chi può pur pensare che ci sia mai un modo di saperlo? In questa, come in tante altre cose, crediamo, crediamo pure, ma rinunciamo a sapere.Fattavi la mia professione, non mi dimanderete, spero, se ci fosse o non ci fosse miracolo nella guarigione del giovane segretario dell'ebreo. Il fatto sta che svegliatosi da quel sonno o sopore, che tutti avevamo creduto esser l'ultimo, incominciò a respirar meglio, poi a parlare, e via via a nudrirsi, a sentirsi sollevato dal male, ad esserlo veramente, a guarire. Non dirovvi la gioia di tutti intorno a lui, [pg!212] e massime della fanciulla, che reprimeva quella gioia anche meno che non avesse fatto del dolore. Come avevo veduto l'infermo, continuai a vedere il convalescente. Volevo mantenerlo nelle buone risoluzioni prese al momento della morte: e già sapete che non si mantengono sempre. Povero giovane! Era naturale che gli dolesse sempre più lasciare quella casa e quella persona massimamente, da cui vedevasi ora così evidentemente e fortemente amato. Io lo lasciava intieramente ristabilire, prima di pressarlo allo scioglimento di tutta la difficoltà. Ma questa volta Samuele stesso ebbe più fretta.Appena fu uscito due o tre giorni dalla camera, e un giorno solo all'aria aperta, Carlo fu chiamato al mattino nello studio dell'ebreo. E domandatogli appena delle sue nuove, e saputele buone, dissegli Samuele con volto serio e sereno: «Carlo, ora tu puoi uscire, e non hai più bisogno di me, di noi. Io nemmeno non ho più bisogno di te. I lavori che mi facevi, lo scopo di essi almeno è compiuto. È tempo che tu prefigga il prezzo di essi, di che mai più non parlammo. Poi.... poi, noi ci siamo troppo intimamente conosciuti (e in ciò Samuele guardavamo fisso fisso in volto), noi ci siamo troppo intimamente conosciuti, perchè non ci venga forse a tutti il desiderio di rivederci talvolta. Non è così anche in te? Dimmi il tuo pensiero, i tuoi disegni, che farai, dove sarai uscendo di qui...»Ma il colpo, la sorpresa era troppo forte ancora per il giovane convalescente. Gli fu forza appoggiarsi a una sedia vicina, e poi cadervi e quasi venir meno. — Non vi dirò tutti questi particolari. Il risultato fu che Samuele, già cristiano nell'anima da non poco tempo, aperse a Carlo la sua intenzione di professarsi cristiano in breve pubblicamente; e, come già potete pensare, non ci essendo tra essi che questa difficoltà, gli diede la mano non isperata, non desiderata nemmeno della figlia. I dolori degli uomini sono difficili, ma le gioie non sono possibili a descriversi.Nè vi dirò pettegolezzi, i cicalecci, i commenti che si fecero nella città. Poco mancò che da scomunicato Carlo diventasse un santo per certe persone che ora gli attribuivano [pg!213] tutto, e dicevano avesse fatto egli ogni cosa. Ma egli rispondeva a tutti che ogni cosa era stata fatta dall'amore, e l'amore stesso da Dio.Il fatto sta, che anche prima che venisse Carlo in casa l'ebreo, questi aveva già molti dubbj sulla propria religione, e perciò studiava i proprj e i nostri libri, e volle avere Carlo. La conversione si può, anzi si dee dir dunque venuta da Dio più direttamente, senz'anche forse l'intermediario che diceva quell'innamorato.[pg!214]

L'EBREA.Erano anni che il maestro non ci aveva più narrato nulla. E il maestro era invecchiato, invecchiati noi uditori suoi, ed in parte anche mutati. Mancava quella persona fra tutte che era l'anima di tutte, quella che ascoltando ispirava, e senza fare, senza dir nulla, in mezzo a tutti, spandeva su tutti come un'aura di pace e di virtù. Così fanno gli angioli del cielo intorno a noi.Una sola volta udii il maestro tornare al suo modo antico di spiegar con un esempio la sua opinione su quello che si andava disputando. Disputavasi degli ebrei: se si debbano o no lasciare abitar cogli altri, posseder case o terreni, frammischiarsi con noi ecc. Chi diceva che son troppo cattivi, perciò che la lor legge or male intesa da essi li fa nemici nostri irrevocabilmente; chi rispondeva che noi stessi, più che le loro leggi, li facciamo tali, rigettandoli come appestati; chi replicava che debbono, che son destinati a restar tali fino alla fine del mondo, e per paura della fine del mondo non gli avrebbe, credo, convertiti quando l'avesse potuto; in somma, già si veniva alle amarezze, alle imputazioni, alle ingiurie velate, quando il maestro: «Or vedete voi che siete così imbrogliati ad accordarvi in parole, che imbroglio dovette essere il mio alcun'anni sono nel dover decidere di tutto ciò alla pratica e sul momento. Feci allora ciò che Dio mi spirava: e se volete ve ne farò come la confessione; [pg!192] giudicherete voi se ho fatto bene o male.» — E consentendo tutti, egli incominciò.Io mi trovava, come sapete, nella città di..... al tempo de' Francesi quando volendosi dare, anche per forza, libertà a tutti, s'erano aperti egualmente conventi e ghetti. Lo svantaggio era tutto di noi poveri frati, che, aperte le porte, ci sforzarono ad uscirne; mentre gli ebrei poterono restar dentro o fuori a piacimento. Ma stivati come baccalà là dentro, molti, facendo luogo agli altri, affrettaronsi ad uscire; naturalmente i più ricchi e più educati, e che avean meno di quell'orrore di noi cristiani che è reciproco del nostro per essi. Uno di costoro, mercante agiato, e che, se non fosse stato ebreo, avrebbero detto tutti anche onesto, lasciando il ghetto, o poco dopo, lasciò pure il commercio che gli avea fruttati grossi capitali, impiegando questi alla compra d'un bel poderetto con una casa civile nelle vicinanze della città. E fatta elegantemente, e quasi splendidamente adobbare la casa, ed ornare i giardini, e piantarne dei nuovi, e cingerli intorno d'un muro che li chiudeva gelosamente, ivi prima si ritrasse, e a poco a poco senza più nulla uscirne si rinserrò. Non ci andava nessuno nè cristiano nè ebreo, e dicevasi che ci aveva dentro anche pochissima gente di servizio. Ma giudicate che scandalo quando si seppe che fra i pochissimi abitatori di quella casa eravi da segretario, intendente, o che so io, perchè non si sapeva bene che fosse, un giovane non solamente cristiano, ma che era stato già al seminario, e poco prima aveva lasciato la vesta lunga, ed or si temeva pur troppo non lasciasse anzi indegnamente la fede. Così almeno dicevano di temere questi scandalizzati; perchè del resto se non c'è abbastanza d'ebrei che si facciano cristiani, non c'è poi mai, ch'io abbia udito dire, un cristiano che si faccia ebreo. Ma in somma lo scandalo c'era, e si faceva; avrebbero voluto che l'autorità ecclesiastica se n'impicciasse, e chi n'incolpava di non farlo, chi poi la scusava sulla miseria dei tempi, e la malvagità del governo che non la avrebbe lasciata operare. Io poi, non ci avendo che fare, udivo tutto e non dicevo nulla.La cosa durò un anno e più, e più non se ne parlava, [pg!193] nemmeno dagli scandalezzati. Ma ricominciò più che mai forte il bisbiglio in città quando si seppe che uno de' principali medici era stato chiamato a curare il giovane cristiano, o apostata, o rinegato, come si diceva, il quale era gravemente infermato, e poco meno già che in punto di morte. «E ben gli sta,» dicevano; «ha il suo merito; ecco il dito di Dio.» Perchè già questo terribile dito, che dappertutto è indubitabilmente, ognuno lo vede a modo suo, e pur troppo sovente dove, con intenzioni assai meno che divine e che sante, ognuno or per odio, or per invidia, or per vendetta, ce lo vorrebbe mettere egli umanamente od anzi scelleratamente. E chi avrebbe perfino voluto che il medico non ci andasse, e chi aggiugneva poi anticipando: «Ed ora come si farà? — ci anderà egli il prete, — ci anderà il curato, il viatico.... non deve andare.... deve andare....» Ed erano gli stessi che avevano testè detto che il giovane non era più cristiano, non badando nè a contradizioni, nè a giudizj temerarj, per il loro zelo, per la buona opera di.... calunniare.Giudicate, amici miei, del grande impiccio in che fu tra breve il sacerdote, il quale, a malgrado di tutti quei giudizj temerarj, fu due giorni dopo chiamato alla casa dell'ebreo. E questo sacerdote.... fui io. Mal dissi che fui impicciato; noiato un po' sì, per cattivo interesse proprio nel vedermi messo in questo affare, e così fatto oggetto di osservazioni e di critiche; ma, facessi bene o male, non dubitai un istante, e andai con più fretta che non avrei fatto dovunque altrove; e piovendo a dirotta quando fui chiamato, nemmeno non ebbi scrupolo di salire nel cocchio dell'ebreo ch'egli mi aveva mandato per ciò. In men d'un'ora fui entro alla cinta ed alla porta della casa solitaria.Salii introdotto da un servitore che senza dir nulla mi precedeva mostrando la via. Una o due altre persone mi vennero vedute per gli anditi e le scale, ed una fra l'altre che scendeva com'io salivo; la quale osservai perchè passandomi a lato rapidamente parvemi arrestarsi un momento, e quasi volermisi indirizzare, e d'un balzo poi si scartò. Parvemi una giovane, e giudicai che per orrore al mio ministerio [pg!194] ed a me, siccome ebrea, mi volesse fuggire. Ma non ci ripensai, e quasi non ci badai se non dopo; ero allora troppo preoccupato di colui che stavo per trovare, in circostanze così penose, così difficili per lui e per me. E tanto più, che, apertamisi una porta vicina, mi trovai quasi a un tempo nella cameretta, pulita, ma modesta e ristretta, dell'infermo che a prima vista mi parve aggravato benchè non in pericolo imminente.Era un giovane che non mostrava venticinque anni: belle fattezze nel volto, begli occhi, bella chioma; ma le fattezze mostravano non solamente l'impressione di una grave malattia, ma pur anche le orme di un lungo patire, che, fisico o morale fosse stato, mi parve esservi stato indubitabilmente. Non che ci fosse disperazione o agitazione furiosa su quel volto; il quale anzi era tutto composto a rassegnazione, e la rassegnazione mostrava un dolore fortemente combattuto. M'assisi al capezzale: «E così,» dissi, «siamo un po' malati, è vero? Molto malati forse? E pensiamo alla morte forse vicina, alla morte a cui dobbiamo pensar sempre, ma a cui siamo sempre a tempo di pensare finchè Iddio buono ce lo concede. N'è vero, dite? Già si vede che ci avete pensato, e sono qui per udirvi volontieri. E dite un po': come va che m'avete mandato a chiamar me? Benchè no: che dico io? ciò non importa; e non si vuol perder tempo. Dite su: dite ciò che spetta a voi; che io son pronto.»Il giovane incominciò con alcune parole rotte, e con qualche ansia di petto; io risposi confortandolo; e in breve parve farsi cuore intieramente, e aver bisogno d'uno sfogo compiuto, uno sfogo in seno d'un amico prima anche di sottoporsi al giudicio del confessore. Ed io, vedendolo ancora forte e tutto in sè, lo confortai a ciò; ond'egli prese a dirmi tutta la sua storia, e incominciò.«Rimasto da bambino orfano di padre e di madre, in tutela d'uno zio e con poca fortuna, fui senza che entrassi io nella decisione o nella deliberazione messo giovanissimo in seminario; d'onde uscendo, lo zio aveva calcolato che mi rimarrebbe appunto di che farmi il mio patrimonio ecclesiastico, e così ne avrei una condizione, una carriera sicura, e [pg!195] come allor pareva vantaggiosissima. Io non ebbi mai gran disposizione allo stato ecclesiastico; e quanto migliore fu l'educazione ricevuta in seminario, tanto più mi venni capacitando che quello stato rispettabile, ed anzi formidabile, non istà bene il prenderlo così per motivi puramente umani e come un'altra carriera. Dissi i miei scrupoli ai superiori, e furono ascoltati, pur confortandomi ad obbedire a chi teneva con me il luogo di padre; e dettili a questo, fui aspramente ributtato. Così venni di giorno in giorno continuando, pur col pensiero d'aspettare la vocazione, o rinunciare finalmente allo stato, se quella non veniva. La provvidenza dispose che non avessi nemmeno bisogno di prendere io la decisione. Vennero i Francesi, lo stato ecclesiastico non fu più carriera; e lo zio non si curò più altrimenti che io ci pretendessi. Quasi che mi venne allora la volontà di continuare, appunto perchè oramai non essendo carriera svaniva il mio scrupolo, e lo stato ecclesiastico diventava anzi bellissima occasione di attività e di sforzi, onde parevami essere capace. Tuttavia anche in ciò mi pareva ci fosse molto d'umano; e poi, il contradire di nuovo allo zio, ora ch'egli veniva al parer mio, mi pareva troppo male assolutamente. Ad ogni modo lasciai il seminario; ci avevo fatto buoni studj, e principalmente di lingue greca ed orientali, e parevami con ciò poter fare mia strada nel mondo. Lo zio voleva pure che io abbandonassi questi studj, che non mi porterebbero a nulla, diceva, e voleva che imprendessi la legale e l'avvocatura. Ma io avevo già compiti venti anni, e mi doleva troppo tornar da capo sui banchi, e perdere intiero il frutto degli studj fatti a gran fatica ma con amore. Avemmo nuove contese collo zio; indugiai, poi provai, poi lasciai disgustato le scuole; ed ero per lasciare la casa dello zio senza pur sapere dove o come o con che sarei poscia vivuto. E dettoci oramai tra lo zio e me quanto avevamo a dirci, e così tacendoci poco amorevolmente od anzi amaramente l'uno in faccia all'altro in quegli ultimi giorni di convivenza, ed abbreviando anzi di mutuo consenso i momenti di stare insieme, avvenne che un giorno lo zio mi fece chiamare nel suo studio e mi disse: — La tua ostinazione a non mai voler fare quello [pg!196] che voglio io pel tuo bene, meriterebbe che io ti lasciassi andare alla tua malora senza più impicciarmi di te. Ma non per te, ma per il mio povero fratello mi son pur risoluto di fare quanto potevo anche a malgrado della tua ostinatezza; e poichè come già non volevi fare la tua strada da prete, ed or non la vuoi fare da avvocato, che è un buon mestiere ora, come era già quello prima di queste rivoluzioni, vivi, poichè il vuoi, malamente da letterato, che è un cattivo mestiere in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Ma ben vedi, che se t'abbandono, non vivrai da letterato nè ben nè male, perchè non hai nemmeno pensato come guadagnarti il pane; e veramente poco te ne potrai guadagnare così. Ora odi: si presenta un'occasione forse unica per ciò. Non so se durerà, nè quanto ti frutterà; ma intanto è un'occasione di non morir di fame per qualche tempo, che è molto per la strada che batti. Un pazzo, come sei tu, ti porge questa occasione. Perchè sia non lo so; ma in somma quel Samuele ebreo che ha presa quella villa, dov'egli abita come un orso tutto solo, e non so che cosa ci faccia, cerca ora d'un segretario cristiano che sappia l'ebreo; ed informatosene al seminario, ha udito di te, ed è venuto per te e per me ieri sera. Io gli ho risposto che con una testa matta, come sei tu, non gli potevo risponder nulla, e che te lo direi, e ti lascierei poi risponder da te. Ora, vuoi o non vuoi? Io non me ne impiccio. Fa da te la tua decisione, e vagliela dire; che già so per esperienza che con te i consigli non servono a nulla: questo solo ti so dire, che, come eravamo all'incirca d'accordo già, fra tre giorni tu hai ad uscire da questa casa per andare a casa dell'ebreo, o del diavolo, come vorrai. — La deliberazione mia non poteva esser lunga, secondo il termine prefisso; e nemmeno non l'aspettai. Al secondo giorno venni io stesso qui da Samuele a udire che si voleva da me. «Scrivermi e tradurmi dall'ebraico quel che vorrò,» risposemi Samuele. Ed io: «Ma voi sapete l'ebraico e....» «Questo non è affare vostro. Vediamo.» E in ciò mi porse un libro ebraico da tradurre. Lo feci per scritto, e poi di viva voce, e lo contentai. Ei riprese: «Or, se volete, fisserete voi il vostro stipendio, e avrete casa, vitto, e servizio [pg!197] compiuto qui, con due sole condizioni: la prima, che non uscirete di qui se non un paio d'ore ad ogni festa vostra, per seguire i doveri della vostra religione; e la seconda, che non v'impiccierete di nulla in casa mia, e massime non tenterete mai, non direte parola sulla mia o sulla vostra religione a nessuna di qua. Tornate a casa vostra, consigliatevi con voi stesso o con altri, e domani fatemi risposta.» E in ciò dire, mi riconduceva alla porta, e mi licenziava.Al domane, naturalmente ritornai. Che avrei io fatto? L'alternativa era per me tra il non saper come vivere e il vivere agiatamente e fra i miei studj. Qui giunto, mi fu data questa cameretta, e poi uno stanzino a lato allo studio di Samuele, dove subito mi posi a lavorare, e lavorai sempre poi da otto a dieci ore al giorno; e per lo più a tradurre dall'ebraico, e massime la Bibbia. Samuele mi parlava di rado, e tutto al più per farsi spiegare qualche passo delle mie traduzioni, ch'ei soleva confrontare con altre. All'ora del pranzo, fin dal primo giorno, ei mi fece passar seco alla tavola, dove era egli solo colla sua figlia. Questa era gentile ed accarezzante con lui, tacita e poco meno che sprezzante con me: onde che, quantunque colpito alquanto a prima vista della sua bellezza, in breve non ci badai, o almeno non ci attesi. Anche a tavola la conversazione era poca e non intima. Alzandoci, e parendomi vedere che padre e figlia volessero volontieri star soli a quell'ora di tranquilla e reciproca confidenza, io li lasciavo e me ne andavo per lo più a diporto tra i viali antichi o nuovi del giardino, non mal contento d'avere anche io quel poco d'ora di solitudine e libertà. Lavoravo poi di nuovo fino a sera tarda, quando salendo nella mia cameretta prendevomi qualche ora di studio mio particolare, finchè stanco, a giornata compiuta, non malcontento di me e raccomandandomi a Dio, al Dio mio che non parevami offendere, ma che pur pregavo ogni dì più caldamente di volermi difendere da un incognito pericolo che pur temevo; finalmente ponevomi a letto ed a riposo. Durommi alcuni mesi sifatta vita.Parvemi più volte tornando in camera ed a' miei libri che questi mi fossero stati scomposti, e raccomandai non sì facesse [pg!198] al servitore che attendeva a me e alle cose mie. Giurommi a modo suo di non aver posto mano mai a niuna cosa mia. Pochi dì appresso, riaprendo un volumetto tascabile d'un Nuovo Testamento greco, che solevo leggere ogni sera, vennemi tra foglio e foglio veduto un fiore di mammole, che essendo raro ancora per la stagione non ce n'erano se non pochi nel giardino, e quei pochi eran tutti per lo più colti da Regina, e portati poi nel suo seno. Potete facilmente immaginare quali sensi e pensieri si destassero in me da quella veduta, da quella fragranza, da quel che non sapevo se caso fosse, o segno, o che cosa. Questo solo parvemi chiaro, che Regina leggesse i miei libri, e probabilmente che venisse, me assente, nella camera mia. E ben potete anche immaginare che, senza far parola di ciò nè d'altro, oltre il solito io feci pure nuova attenzione, trovandomi seco, alla giovane. E non è a dire come questa mia nuova attenzione riuscisse tutta a favore, od anzi ad ammirazione di lei, quasi che non l'avessi prima veduta; mi vennero allora osservate ed ammirate le sue fine e regolari, quantunque straniere fattezze, la elegante persona, le nere e lunghissime chiome, e massime i lunghi, lenti e neri occhi, in cui, quella che m'era già paruta sprezzatura, già non parevami se non un modo tutto di loro d'alzarsi al cielo, tirandovi dietro seco l'occhio e l'animo di chi la mirava. Da quel giorno, no 'l nego, era un diletto per me il trovarmi seco; ma non me lo confessavo, e quasi non me ne accorgevo, e tiravo innanzi senz'altro pensiero.Avevo tolto il fiore, e messomelo in seno, stavo aspettando se mai si rinnovasse quel caso o quella fortuna. Non trovai altro per molti altri giorni. Finalmente una sera che avevo lasciato il volume, sempre il medesimo, aperto tra due pagine sul tavolino, tornando e riprendendolo in mano, trovai sotto esso una fina catenella d'oro, che parevami aver veduta già stringere il collo bianchissimo della fanciulla. Oramai non era da dubitare. Non poteva guari più esser caso, e doveva esser segno.... ma di che? E che poteva essere tra la fanciulla e me, se non appunto ciò che non doveva essere, amore? Ma come poi anche poteva essere? Erami [pg!199] paruta già altiera, sprezzatrice; e, se non parevami più tale, oramai vedevola almeno di tal celeste modestia, da non potermi persuadere che ella volesse così eccitare la mia attenzione, ed anche meno il mio affetto. Perdendomi in questi e sifatti pensieri, e tenutomi desto quella notte e forse alcune altre, risolvetti finalmente di prendere la prima occasione di restituirle la catenella, ed averne, secondo il caso, qualche spiegazione.Non m'era riuscito ancora da più settimane di trovar quella occasione. Un giorno che, essendo già calda la stagione, io me ne andavo dopo il pranzo cercando il rezzo sotto ad alcuni folti ed antichi alberi del giardino, e sedutomi sotto uno di essi quasi mi venivo addormentando, parvemi tra fronda e fronda veder biancheggiare e passare una persona, una donna, Regina. Balzai in piedi, e le tenni dietro. Ella, vedendomi, si soffermava senza stupore nè rossore, nè timidità. Ed io, traendomi la catenella dal seno, la catenella che non avevo vedutale più attorno al collo, onde per certo era sua: «Questa» dissi, «ho trovata, per che caso non so.... tra' miei libri; e essendo vostra, se non m'inganno....» ed in ciò io gliela porgevo. «È mia, e vi ringrazio,» diss'ella dolcemente. «E potrei io, senza indiscretezza, domandarvi come....» «I vostri libri hanno talora eccitata la mia curiosità. Mi perdonerete voi d'averli presi in mano tavolta?» «Certo sì; quanto è mio, anzi, è tutto a servigio vostro, come io stesso: se non che il vostro padre....» «Il mio padre,» riprese ella alquanto più seriamente, ma con uno di que' suoi alzar d'occhi al cielo, consueti, «il mio padre s'è assonnato, come gli succede talvolta a quest'ora, ed io vo a raggiugnerlo.» E in questo ella se n'andò, o sparì; che quasi non saprei dire quale dei due, tanto sorpreso e quasi stupido ed immoto ella mi lasciò.Da quel giorno, lo confesso, non fui più io. Scuotevo l'immagine di lei da' miei occhi, dalla mente, dal cuore; e nel cuore, e nella mente, e negli occhi, e di giorno e di notte, e vegliando e dormendo, e sulle carte dove lavoravo, e tra le fronde, e tra i fiori, e tra le nubi, e nel cielo, non vedevo altra immagine mai se non di lei. Da troppo corriva [pg!200] che m'era già forse paruta alcun tempo, or parevami di nuovo altiera, sprezzatrice e crudele. Inesplicabili i suoi atti e contrarj l'uno all'altro. Le poche parole indifferenti che m'aveva dette mi rimanevano impresse tutte nella memoria, e le andavo ad una ad una tra me ripetendo e riesaminando, per veder di trovarci qualche significazione in bene o in male che assolutamente non avevano. A tavola continuava ad essere la medesima, amorevolissima pel padre, indifferentissima per me. Altrove non la solevo vedere. Alla passeggiata del dopo pranzo non venne mai più; ed io la stavo aspettando ogni giorno, e di soppiatto, dietro agli alberi, passavo tutto quel tempo, fissi gli occhi alla porta di casa, aspettando e talor credendo di vedere ch'ella uscisse finalmente di nuovo a me incontro. Ma tutto fu inutile; non ebbi più un'occasione di vederla; solamente i miei libri, sovente scomposti nella mia camera, mi facevano accorto ch'ella v'era stata, che s'era aggirata là intorno, e parevami riconoscere come un'aura celeste ch'ella v'avesse lasciata. La solitudine, il silenzio e le occupazioni sforzate nel rimanente della giornata, eccitavano forse in me tanto più la fantasia; e insomma, checchè si fosse, io non pensavo, nè vivevo, nè respiravo se non più per lei, e di lei.E fosse sifatta preoccupazione e le notti sovente insonni, ovvero il troppo lavorare nel giorno, e la vita sedentaria non giovanile.... ad ogni modo, a poco a poco io mi venni infermando, e mostrandone segni al volto mesto e sparuto. Più volte parvemi vedere gli occhi di Regina, dopo que' loro alzarsi al cielo scendere in atto di pietà sopra di me. Ma era veramente un batter d'occhi; e, se io vi volgevo i miei, già non incontravo più quel celeste suo sguardo, già di nuovo tornato al cielo. Parevami inutile crudeltà quella sua; anelavo di rimproverargliela, o domandargliene alcuna spiegazione. Ma non trovavo più di prima nessuna occasione; ed accendendosi più che mai i miei disperati desiderj, venivo più che mai affievolendomi ed ammalandomi di dì in dì.Finalmente una sera che dopo il lavoro, non potendone più, ero uscito a prendere il fresco, prima di risalire in camera, e che essendo già buio io mi traevo languente e reggendomi [pg!201] di tratto in tratto agli alberi a lato verso il casino, a un volger di un viale ella mi venne incontrata, ritta dinnanzi a me, indirizzandomi la parola quasi prima che l'avessi veduta. «Voi non state bene, Carlo,» mi disse: «sarebbe forse troppo il lavoro? In tal caso qualunque sia il piacere.... di mio padre di tenervi qui con sè, dovreste pure.... sarebbe meglio che ci lasciaste.» «Signora,» dissi, «le vostre prime parole, da tanto tempo che ho desiderato udirne alcuna da voi, le vostre prime parole sono dunque per esprimermi il desiderio che io vi lasci? Oh Regina, lo stato della mia salute è meno cattivo forse che non quello....» «Della vostra salute solo io volevo e debbo parlarvi. Non è giusto che nessuno si sacrifichi per noi. Voi qui evidentemente patite. Dovete dunque....» «E voi vi siete dunque accorta, voi compatite a' miei patimenti? Oh Regina, Regina, se così è....» Ma in questo la vergogna, il rimorso di tradire le promesse fatte mi troncarono la parola ad innoltrare la spiegazione che io aveva tanto desiderato. Ella ruppe il breve silenzio; ella, anima veramente alta e forte, sdegnando non che l'artifizio, ma la stessa natural vergogna di parlare ella prima del nostro affetto: «Sentite,» disse, «pochi momenti sono nostri; non li perdiamo in dir cose che sappiamo tutti due. Cristiano, io fui la prima forse ad amarvi; non me ne vergogno, e non me ne pento. L'amore, finchè non è colpevole, vien da Dio; la colpa sola vien da noi, e in noi sta che non venga. Io non so qual fosse primo in me, l'amore per te o la curiosità pe' tuoi libri, quei libri che non sono altro poi se non la continuazione dei nostri, ma che li distruggono, secondo i nostri dottori, che li confermano, dite voi altri. Possibile che con uno stesso Iddio noi siamo così separati e in terra e in cielo stesso! Possibile che noi vediamo, conosciamo, serviamo quello stesso Dio in modi sì diversi!.... E che in tanta diversità le due leggi s'accordino quasi in questo solo, di separarci! Ma disobbedire, abbandonare un padre: ingannare, tradire un ospite o un padrone sono colpe gravi in ogni legge, e irreparabili sovente anche con una vita intiera di devozione e di pentimento. Io son ferma, io voglio assolutamente evitare.... [pg!202] voglio che ambedue evitiamo tal colpa, tali rimorsi, tal vita. Eppure, se tu rimani qui, se ci vediamo ogni giorno a questo modo, se io odo la tua voce, i tuoi discorsi, se veggo i tuoi modi, i tuoi atti, e massime i tuoi patimenti.... io lo so, io lo sento, padrona di me in questo momento e fino adesso, no 'l sarò più in breve, ed amerò forse te più che il mio dovere, che il mio padre, che il mio Dio. Non voglio; non sarà. Dopo quella mia prima colpa in che caddi per fanciullesca spensieratezza, di lasciarti quei segni della mia presenza nella tua camera, appena mi accorsi della mia preoccupazione e poi del mio affetto per te, subito deliberai di reprimerlo e di vincermi. Invano; sia castigo mio la vergogna che provo in confessartelo; invano provai a cacciare dal mio seno il tuo pensiero; invano mi sforzai ad incontrarti, a mirarti coll'indifferenza che m'ero prefissa; ad ascoltare la tua voce come la voce d'un altro; a sentirti appressare o scostare senza palpiti del mio cuore. Il mio cuore non è me; ei balza, ei si muove senza mia volontà; egli è che mi tiranneggia, che mi vorrebbe vincere, che mi sforza almeno a mutare le mie risoluzioni.... Ho fatto quella di parlarti, di scoprirti la debolezza di quel cuore, di fidarmi alla tua generosità, al tuo affetto stesso, che ben so, ben sento non diverso, non disuguale al mio.... per domandarti d'abbandonarmi.» Ella si soffermò come esausta. Sorpreso da una piena di affetti diversi e inaspettati, tra l'immenso diletto e la pena e l'impossibilità di risolvermi a nulla, io tacevo, o rispondevo poche parole interrotte or di gioia, or di disperazione, e domandando almeno tempo a risolvermi, ad obbedirla. «Io so» riprese ella «che ti domando un gran sacrificio. Non conto quello di abbandonare una casa, una condizione in che t'eri adagiato, per andar vagando solo ed incognito, o forse alcun tempo stentando nel mondo. Tu sei giovane, tu sei buono, tu sei dotto; e, benchè io non conosca guari il mondo, pur no 'l credo così ingiusto, che i pari tuoi v'abbiano a rimanere a lungo abbandonati e sconosciuti. Ma ho pietà del dolore che tu pure sentirai nell'abbandonarmi. Ma tu sei uomo, tu hai il mondo intiero dinnanzi a te per consolarti; tu sei cristiano; il [pg!203] mondo intiero ti sorride. La povera ebrea ributtata dal mondo, e rimasta sola e abbandonata, sarà forse da compiangere più. Ma l'ebrea ha il coraggio di mirare con occhio fermo a quella solitudine, a quell'abbandono. Dimmi, non l'avrai tu?» «Ma come abbandonarti al momento stesso in che tu m'inondi di contento e di gioia; come lasciare questi luoghi al momento che ne fai per me un paradiso? Oh Regina, tu hai avuto tutto il tempo di prendere la tua risoluzione, di confermarviti, di vincere gli affetti contrarj che ti si destavano in cuore. Tu non dubitavi d'essere amata. Come che si fosse, e che senza mia saputa i miei occhi, i miei atti te l'avessero detto, tu me l'hai confessato, tu sapevi d'essere amata. Io intanto vivevo nell'angoscia tra la speranza e il timore, tra il desiderio e il rimorso d'accertarmene, e, tu il vedi, non vivevo ma languivo. Dovevi lasciarmi languire e morire così, anzichè domandarmi uno sforzo di che sono forse incapace assolutamente, e certo a questo istante.» «Io avevo fatto maggior conto sul tuo coraggio. Ma senti; nemmeno se tu avessi avuto tal coraggio, non sarebbe stato possibile effettuare il mio disegno in un giorno, ed abbandonare senza cagione il padre mio. Ma la tua salute ti può servire, ti servirà di pretesto. Prendi alcuni giorni, tre, quattro giorni, e non più. Ho fatto osservare la tua sparutezza, il tuo ammalarti, a mio padre. Egli pure l'ha osservato, ed osservava me nel rispondermi. Carlo, Carlo, mio amico, il tempo preme, il tempo che c'è dato ancora di vivere senza essere colpevoli. E colpevoli non dobbiamo essere, nol saremo. Ciò solo importa. Il vivere o morir poi importa poco; dico non solamente il morire, ma nemmeno il vivere poi anche infelici molti anni, che in somma è poco tempo.» Io le promisi di pensarci, od anzi di obbedirle fra pochi giorni; non mi ricordo precisamente quale dei due, tra la confusione di quel momento, ed i pensieri che mi straziarono quella notte e i giorni che seguirono.Al mattino appresso scendendo allo studio di Samuele, mi parve preoccupato, e come se mi volesse parlare. Più volte s'appressò al mio tavolino guardando il mio lavoro e me, e finalmente mi domandò con interesse della mia salute. [pg!204] Non avendo chiusi gli occhi tra il deliberare e il combattere di quella notte, il mio volto doveva ritrarre più che mai i miei patimenti. Due e tre volte ricominciò in quella mattina quel discorso tra noi, ed ei ci mescolava domande della mia famiglia, de' miei interessi, della mia vita passata e futura, e per la prima volta entrava in discorsi delle nostre religioni. Parlava senz'odio della nostra, con ardore della sua, con amore paterno di me. «La vostra salute,» disse finalmente «richiede cure speciali, e la vita rinchiusa che qui fate, non ve la lascia ristabilire. Tuttavia nulla preme, e fra alcuni giorni ci riparleremo poi.» Che dovevo fare? era ciò troppo d'accordo co' miei desiderj. Indugiai.Regina non mi diede più occasione di parlarle. I suoi occhi, la sua persona tutta erano al cielo più che mai. Se non che mi parve incominciare a patire ella stessa; e allora risolvetti di terminare. Riparlai io il primo a suo padre, ed egli fu allora che indugiò. Intanto fra quelle ambasce le mie notti erano insonni intiere intiere. La febbriciattola, che avevo d'alcun tempo ogni sera, diventò continua e violenta: fui costretto a tenere il letto; un medico fu chiamato che mi trasse sangue più volte, dichiarando grave il mio male, e m'aggravai.Che volete? dacchè sono infermo è il tempo più felice che non solo io m'abbia vivuto, ma che io m'abbia imaginato o potuto imaginar mai. Dal giorno che tenni il letto, Regina venne con suo padre, e con una delle sue donne a vedermi ogni giorno, a rimanere prima un ora, poi parecchie ore, gran parte del giorno a mio lato; e da lei, da sua mano, e confortato dalle sue parole, ricevo sovente le dolci cure di una tenera sorella. Il padre la accompagna, e la conforta a ciò. Le mie ambasce continuano, e s'accrescono ad ogni dì, ad ogni ora, e mi sento venir meno la vita or con dolore, or con ineffabil piacere di terminarla così.»Qui finiva il giovane la sua narrazione. Ed io (continuò il maestro) non potevo se non compatire e quasi ammirare l'uno e gli altri, quasi egualmente, cristiano ed ebrei; e poi venerare il decreto inesplicabile della divina provvidenza, che traeva così inevitabilmente tutti questi innocenti od anzi virtuosi [pg!205] per la via dell'infelicità e della morte. Oh! come in casi simili appare chiaramente la inferiorità, la subordinatezza di questa nostra vita terrena e materiale, rispetto a quell'altra celeste ed eterna, che c'è promessa! E quando non fosse promessa, impossibile è che non ci fosse, se non altro per saldare i conti di questa vita; per non fare definitivamente la virtù più infelice che il vizio, e non che inutile, nociva; per non fare di Dio certamente, inevitabilmente giusto, poichè è Dio onnipotente legislatore, un Dio tiranno e creatore d'ingiustizia. Questi pensieri ritrassi e sviluppai alla mente del povero afflitto. La sua infermità era grave assai; e, quando nol fosse stata ancora, la mia lunga esperienza m'insegnava che i mali fisici, complicati co' mali morali, e massime coll'ansietà e col pensiero dell'impossibilità di scioglierli in bene, sono mali mortali, perchè appunto la morte sola scioglie i problemi troppo difficili di quaggiù, e dà il rimedio del cielo a chi non ne può trovar sulla terra. Un pensiero angosciava particolarmente il buon giovane. Costui trattato da apostata e rinegato nel mondo, costui scandalo di tanti che non valevano lui, e passavan per santi, costui tra la felicità d'essere amato e la disperazione di dovere, vivendo o morendo, abbandonare il suo amore, era pure così fermo, così penetrato della sua fede, che il suo maggior dolore era forse quello, non di lasciare, ma di lasciar nell'errore la sua innamorata. «Agli altri che abbandonano morendo il loro amore, o che ne sono anche così abbandonati, rimane pure una consolazione, una immensa consolazione a questi momenti, dove la vita pare così corta e sì poca cosa, dove l'eternità sola par tutto, che è viver disgiunti alcuni giorni per raggiugnersi poi e riabbracciarsi per tutta l'eternità.... Ma io, oh io posso io avere sifatta speranza? oh ditemi, ditemi, padre mio, che non è perduta, che m'è permessa sifatta speranza! Ditemi che un'anima non solo innocente e pura, ma così forte e virtuosa come la sua, non può a meno di non trovare, di non impetrare grazia e compassione appresso Iddio, il Dio, il padre pure di tutti gli uomini, di tutte le creature, il Dio massime degli spiriti fatti a simiglianza di lui. Io ho studiato queste materie, [pg!206] già con indifferenza, non immaginando che diventerebbero il mio primo, il mio solo pensiero; ma il mio pensiero è debole in questa occorrenza, e non mi regge nelle inestricabili complicazioni, con che si rivolge nella mia mente ora infiacchita.»«E inestricabili sono a prima giunta,» diss'io, «siffatti pensieri, anche alle menti più sane e più forti. Ma ricordatevi dell'angelo che Iddio manda quaggiù a posta, se è necessario, anzichè lasciar perdere un'anima sincera e di buona volontà. Tra gli articoli di fede che dovete credere tutti, credete ora, fissate il vostro pensiero su quello della infinita bontà di Dio; meritate, fate forza, per così dire, voi stesso a quella bontà, costrignetela, che è possibile, a concedere quella grazia che ella vuole, desidera concedere ella stessa... Un articolo di nostra fede, un dogma di nostra religione è quello dell'efficacia della preghiera, massimamente unita a generoso sacrifizio fatto per amor di Dio; un dogma il più consolante che possa essere per tutte le anime innamorate; un dogma che noi soli abbiamo, e che innalza a chi lo sa intendere l'amore delle anime anche quaggiù ad un'altezza celeste, cui non può arrivare assolutamente chiunque non abbia tal fede. Pur troppo hanno abusato tanti di questa come di tutte le altre verità; ei l'applicano alle cose materiali di questo mondo, e fanno del sacrificio, della espiazione, anche non volontaria, una sorta di barbara compiacenza e di vendetta indegna assolutamente d'un cristiano. Non entriamo in queste difficoltà; ma non lasciamo che le difficoltà, od anche gli errori inevitabili in che cade l'inferma mente degli uomini ogni volta che vuol trarre conseguenze, e conseguenze di conseguenze troppo lontane dalle verità inspirate o rivelate; non lasciamo, dico, che questi errori infermino, diminuiscano in noi la luce primitiva di quelle verità. Il mondo materiale ci può servir d'esempio: esso è simbolo, se volete, del mondo spirituale. L'occhio nostro percepisce tanto più facilmente una luce quant'ella è più viva; ma quanto ella è più viva, tanto meno egli può affissarla per esaminare i suoi elementi. La luce spirituale non è diversa; le verità che ci sono concedute dal [pg!207] creatore, ci si presentano chiare e lucide in modo che è non solamente errore ma bugia il negarle. Ma il paragonare poi queste verità fra loro, il dedurne altre, incomincia ad essere difficile e men certo; e quanto più si scende poi di deduzione in deduzione, le verità che ci paiono anche più rigorosamente dedotte, tanto meno ci appaiono chiare e finiscono con essere oscure del tutto, od anche contradicenti. Atteniamoci dunque alle verità primitive, e più chiare; elle ci bastano per questa vita e per l'altra, ci bastano perchè Dio l'ha detto; e che ci bastino, che Dio non esiga, non possa esigere oltre alle facoltà che egli stesso ha date ad una creatura gelosa di conservare la sua innocenza, ella è anche questa una di quelle verità primitive e chiare che non possiamo rinegare.Ed una di queste verità, dicevo io, figliuol caro, ella è l'efficacia del sacrificio. Come il sacrifizio incomparabilmente maggiore di tutti, quello della divinità incarnata paziente e morente, valse a redimere l'umanità intera, così i sacrifizj de' suoi discepoli, i quali per imitazione di Cristo immolano sè stessi al dovere, servirono sempre, e servono e serviranno dall'uno all'altro, come quello della divinità servì all'umanità intera. Il sangue de' martiri convertì i pagani, il santo merita pel peccatore, un uomo per l'altro. Sta in nostra facoltà l'applicare il sacrifizio più specialmente all'uno od all'altro; e colui, al quale Dio diede l'occasione di immolarsi, può meritare per colei che Dio pure gli ha data occasione di amare santamente. Figliuol mio, questi sono ben altri che quelli volgarmente detti sacrifici di roba, di pericoli, od anche d'onore, che si fanno tutto dì l'uno all'altro gli innamorati. Questa è comunanza ben altra che dei beni terreni, od anche di tutta la vita mortale. Accomunando la virtù e i meriti, può l'uno e l'altro aprire il cielo senza dubbio, e far così felici al suo amore, non i pochi e sempre guasti giorni di quaggiù ma gl'innumerabili ed inalterabili giorni di tutta l'eternità. Questi sta in voi di dare alla vostra innamorata; questi gli potete dare con un solo atto, con una sola aspirazione di volontà rassegnata. Vogliate morire, abbandonare, quelli quanti e quali che fossero [pg!208] giorni di vita mortale a voi destinati, per comprare, sì comprare da Dio che mai non si ricusa, se è permesso dire, a simili contratti, i giorni eterni della vostra innamorata, a cui a un tempo si congiungeranno indubitabilmente i vostri in virtù del medesimo, d'un solo atto, tanta è indubitabilmente quantunque incomprensibilmente la bontà del creatore padre comune.»Il giovane mi parve commosso alla esposizione di quelle verità. Il giovane era ottimo di natura, ben preparato dalla educazione, e maturato dalli sforzi già fatti e dai dolori già sofferti per la virtù. Si confessò, si preparò molto bene a ricevere il viatico. Aveva qualche timore che non gli si volesse portare là in mezzo alla casa dell'ebreo. Lo rassicurai: conoscevo l'ottimo sacerdote che aveva in cura quella parrocchia. Rimaneva al giovane un dubbio. Aveva promesso di non far mai sforzo per trarre nessuno di quella casa alla propria religione. Pure non si sentiva il coraggio, o per dir meglio parevagli anzi un dovere di dire almeno a Regina qualche parola della speranza che aveva di rivederla almeno in cielo. «Non è tempo,» gli diss'io, «di vedere se la vostra promessa fu allora imprudente, e fino a che punto v'ho da assolvere dell'imprudenza, o da consigliare di ripararla. Lasciatene la cura a me. Voi con mostrare a questi non cristiani come muoia un cristiano, voi cogli atti vostri farete, se mai, più impressione che nol potrebbe fare nessuna parola. Rimettetevene a Dio; sia fatta poi la sua volontà.»Il rimanente seguì come l'avevo pensato, senza difficoltà, e con iscandalo de' falsi buoni, con edificazione de' veri. Peggiorava evidentemente il giovane, non fu possibile di ritardare; che anzi dopo il viatico, poc'ora dopo fu il caso di dare l'estrema unzione; i sintomi di debolezza e di sfinimento crescevano di momento in momento. Dopo finite le solenni e benchè meste confortanti funzioni, il buon parroco a mia richiesta rimase con me appresso al moribondo.Gli ebrei, cioè tutta la casa, s'erano rinchiusi, durante le cerimonie, in un'ala discosta del casino. Era avversione, rispetto, o riguardo? Niuno di noi era stato in caso di domandarlo [pg!209] o deciderne; s'erano ritratti da sè, e ne avevano manifestata l'intenzione fin dapprima. Del resto, e la fanciulla e il padre mostravansi alle cure, all'ansietà, al dolore non diversi da ciò che sarebbero stati, se, non solamente della medesima religione, ma della stessa famiglia, e padre e sorella fossero stati del giovane moribondo. Io solo sapevo poi che Regina era anche più che sorella. A me solo era ammirabile: non vidi mai così evidenti segni di disperato dolore, con sì evidenti segni di forza fatta a reprimerli.Consigliatomene col buon parroco, parvemi fosse tempo da richiamarli in camera al letto del moribondo. Poco tempo pareva rimanerci assolutamente. Il desiderio del giovane era stato chiaramente espresso; era giusto, era di dovere. Non doveva entrare in conto l'affrettargli forse la morte coll'agitazione che ne doveva seguire, e del resto anche a lui se ne facevano più dolci i suoi ultimi momenti e il momento del passaggio. Furono chiamati, introdotti. Samuele prese da sè la sedia al capezzale; stendendo la mano sotto le coltri prese la mano del moribondo, lasciando cader poi il capo, che mi parve in quell'atto venerando, sul petto a suo malgrado ansante. Regina non fece se non un passo dalla porta ai piedi del letto, dove prostrata s'inginocchiò. Non fecero nè l'uno nè l'altro una parola. Il giovane la perdè intieramente in quel punto. Il parroco ed io accendemmo le candele, ponemmo il crocifisso sul petto, aprimmo gli ufficj, e incominciammo le preghiere dei moribondi. Le parole dei santi, e quelle massime del santo dei santi, ci parvero, come di ragione, più sante, più opportune, più necessarie ad ogni modo a dirsi in quel punto, che non nessuna che avessimo potuto dir noi. Le nostre voci sole s'udivano alternate; poi fra breve alcuni singhiozzi; e quando finimmo, silenzio.Sedemmo un momento più discosti dal letto. I due alzarono il capo e gli occhi più volte al capo, agli occhi chiusi del moribondo o del morto. Due o tre volte li rivolsero a me, come per domandare se era vivo o morto. Noi ci riappressammo; e credo un medesimo pensiero ci venne a tutti e due, che non dovevamo restare discosti, lasciando i due ebrei ad accogliere l'ultima espirazione. Era un pensiero [pg!210] materiale quasi superstizioso, lo so; ma venutomi, almeno a me, mi riappressai; e ricominciammo le preghiere dei moribondi. Finitele di nuovo, non ci parve di scostarci e le ricominciammo una terza volta.Non vidi mai alcuno rimanere in quegli ultimi così a lungo. Eravamo stanchi già, e non importava ciò; se non che temetti per la giovane, ed anche per il vecchio.... e poi un'ombra di speranza, una tinta leggera di sangue mi pareva che tornasse sulle guancie smorte, e già cadute del giovane. Diressi finalmente alcuna parola al padre ed alla figlia; espressi quel poco di speranze che mi venivano. Li persuasi ad alzarsi, e poi in breve, crescendo le speranze, a scostarsi, e ad andarsi a riposare alquanto altrove, pur promettendo riavvisarli al ritorno del pericolo, che pur troppo pareva non che probabile ma inevitabile. Intanto si richiamarono i medici, che secondo l'uso avevano abbandonato l'infermo al momento appunto dove la vita e la morte dipendendo più da un errore o un rimedio opportuno parrebbe meno inutile e più obbligatorio il loro officio.Che v'ho a dir io? Io credo ai miracoli, e credo anzi che non è possibile che non ci siano stati, e non sieno miracoli tuttodì. Perchè, se s'intende per miracoli l'intervenzione del creatore nelle cose anche materiali di questo mondo, bisogna per forza che ci sieno miracoli, se non si vuol fare del nostro Dio il Dio pigro e indifferente di Epicuro, o il destino impotente degli antichi idolatri. Se non ci fossero miracoli, se Iddio non si piegasse a mutare talvolta, in modi a noi sconosciuti, le leggi abituali della natura, sarebbe inutile pregar Dio; poichè già sarebbe detto che Iddio non può o non vuole mutar nulla; che, dico, sarebbe inutile venerar Dio, e, se è lecito così esprimersi, Iddio non sarebbe venerabile, adorabile, non sarebbe Dio potente e libero, non varrebbe in potenza l'uomo, che ha pure la libertà e la potenza di variare ciò ch'egli stesso fece. Sarebbe, torno a dire, nulla più che il dio Destino degli antichi, cioè non-Dio. Della natura materiale di questo mondo noi intendiamo poco, meno ancora intendiamo delle nature immateriali che sono nel mondo e fuori. Che se ci [pg!211] solleviamo all'infinito, il nostro intelletto si atterra; il cuore solo manda un'aspirazione come verso il suo fine; e quando vogliamo esprimere i nostri presentimenti della verità, ci mancano persino le parole, niuno le trova per enunciare ciò che pur gli sembra di vedere. Adunque, il difficile non è di credere che ci sono e ci debbono essere miracoli; ma di sapere che cosa è miracolo, cioè, che cosa è nell'andamento regolare della natura, che cosa eccezionale; cioè, che cosa secondo le leggi divine che noi conosciamo, e che cosa secondo le altre che non conosciamo; le leggi degli spiriti tra essi e Dio, tra essi l'un coll'altro, tra esso e la natura materiale. Quindi è che bisogna andar adagio prima di gridar miracolo; e la Chiesa cattolica, tanto accusata di credulità da' suoi nemici e sovente da' suoi proprj figli, ci dà l'esempio di siffatta cautela; e il fatto sta che i tre quarti dei miracoli che si mettono in ridicolo nelle relazioni di viaggi e siffatti libriciattoli, non che essere creduti e approvati, sono anzi condannati come superstizioni dalla Chiesa. Fra i miracoli poi, niuno credo sia così frequente, niuno è così difficile a constatar come miracolo, quanto le guarigioni degli infermi. A quel modo che dissi poc'anzi della grande efficacia buona o cattiva che può avere un menomo rimedio agli ultimi momenti, chi può dubitare che anche un menomo pensiero, una menoma inspirazione possa, anzi debba avere una forte influenza sul corpo allora così eminentemente sensitivo, epperciò sull'andamento e sull'esito finale della malattia? Ma dove sta il miracolo? C'è, o non c'è? È pensiero naturale, o inspirazione? Chi lo può sapere, chi lo può dire, chi può pur pensare che ci sia mai un modo di saperlo? In questa, come in tante altre cose, crediamo, crediamo pure, ma rinunciamo a sapere.Fattavi la mia professione, non mi dimanderete, spero, se ci fosse o non ci fosse miracolo nella guarigione del giovane segretario dell'ebreo. Il fatto sta che svegliatosi da quel sonno o sopore, che tutti avevamo creduto esser l'ultimo, incominciò a respirar meglio, poi a parlare, e via via a nudrirsi, a sentirsi sollevato dal male, ad esserlo veramente, a guarire. Non dirovvi la gioia di tutti intorno a lui, [pg!212] e massime della fanciulla, che reprimeva quella gioia anche meno che non avesse fatto del dolore. Come avevo veduto l'infermo, continuai a vedere il convalescente. Volevo mantenerlo nelle buone risoluzioni prese al momento della morte: e già sapete che non si mantengono sempre. Povero giovane! Era naturale che gli dolesse sempre più lasciare quella casa e quella persona massimamente, da cui vedevasi ora così evidentemente e fortemente amato. Io lo lasciava intieramente ristabilire, prima di pressarlo allo scioglimento di tutta la difficoltà. Ma questa volta Samuele stesso ebbe più fretta.Appena fu uscito due o tre giorni dalla camera, e un giorno solo all'aria aperta, Carlo fu chiamato al mattino nello studio dell'ebreo. E domandatogli appena delle sue nuove, e saputele buone, dissegli Samuele con volto serio e sereno: «Carlo, ora tu puoi uscire, e non hai più bisogno di me, di noi. Io nemmeno non ho più bisogno di te. I lavori che mi facevi, lo scopo di essi almeno è compiuto. È tempo che tu prefigga il prezzo di essi, di che mai più non parlammo. Poi.... poi, noi ci siamo troppo intimamente conosciuti (e in ciò Samuele guardavamo fisso fisso in volto), noi ci siamo troppo intimamente conosciuti, perchè non ci venga forse a tutti il desiderio di rivederci talvolta. Non è così anche in te? Dimmi il tuo pensiero, i tuoi disegni, che farai, dove sarai uscendo di qui...»Ma il colpo, la sorpresa era troppo forte ancora per il giovane convalescente. Gli fu forza appoggiarsi a una sedia vicina, e poi cadervi e quasi venir meno. — Non vi dirò tutti questi particolari. Il risultato fu che Samuele, già cristiano nell'anima da non poco tempo, aperse a Carlo la sua intenzione di professarsi cristiano in breve pubblicamente; e, come già potete pensare, non ci essendo tra essi che questa difficoltà, gli diede la mano non isperata, non desiderata nemmeno della figlia. I dolori degli uomini sono difficili, ma le gioie non sono possibili a descriversi.Nè vi dirò pettegolezzi, i cicalecci, i commenti che si fecero nella città. Poco mancò che da scomunicato Carlo diventasse un santo per certe persone che ora gli attribuivano [pg!213] tutto, e dicevano avesse fatto egli ogni cosa. Ma egli rispondeva a tutti che ogni cosa era stata fatta dall'amore, e l'amore stesso da Dio.Il fatto sta, che anche prima che venisse Carlo in casa l'ebreo, questi aveva già molti dubbj sulla propria religione, e perciò studiava i proprj e i nostri libri, e volle avere Carlo. La conversione si può, anzi si dee dir dunque venuta da Dio più direttamente, senz'anche forse l'intermediario che diceva quell'innamorato.[pg!214]

Erano anni che il maestro non ci aveva più narrato nulla. E il maestro era invecchiato, invecchiati noi uditori suoi, ed in parte anche mutati. Mancava quella persona fra tutte che era l'anima di tutte, quella che ascoltando ispirava, e senza fare, senza dir nulla, in mezzo a tutti, spandeva su tutti come un'aura di pace e di virtù. Così fanno gli angioli del cielo intorno a noi.

Una sola volta udii il maestro tornare al suo modo antico di spiegar con un esempio la sua opinione su quello che si andava disputando. Disputavasi degli ebrei: se si debbano o no lasciare abitar cogli altri, posseder case o terreni, frammischiarsi con noi ecc. Chi diceva che son troppo cattivi, perciò che la lor legge or male intesa da essi li fa nemici nostri irrevocabilmente; chi rispondeva che noi stessi, più che le loro leggi, li facciamo tali, rigettandoli come appestati; chi replicava che debbono, che son destinati a restar tali fino alla fine del mondo, e per paura della fine del mondo non gli avrebbe, credo, convertiti quando l'avesse potuto; in somma, già si veniva alle amarezze, alle imputazioni, alle ingiurie velate, quando il maestro: «Or vedete voi che siete così imbrogliati ad accordarvi in parole, che imbroglio dovette essere il mio alcun'anni sono nel dover decidere di tutto ciò alla pratica e sul momento. Feci allora ciò che Dio mi spirava: e se volete ve ne farò come la confessione; [pg!192] giudicherete voi se ho fatto bene o male.» — E consentendo tutti, egli incominciò.

Io mi trovava, come sapete, nella città di..... al tempo de' Francesi quando volendosi dare, anche per forza, libertà a tutti, s'erano aperti egualmente conventi e ghetti. Lo svantaggio era tutto di noi poveri frati, che, aperte le porte, ci sforzarono ad uscirne; mentre gli ebrei poterono restar dentro o fuori a piacimento. Ma stivati come baccalà là dentro, molti, facendo luogo agli altri, affrettaronsi ad uscire; naturalmente i più ricchi e più educati, e che avean meno di quell'orrore di noi cristiani che è reciproco del nostro per essi. Uno di costoro, mercante agiato, e che, se non fosse stato ebreo, avrebbero detto tutti anche onesto, lasciando il ghetto, o poco dopo, lasciò pure il commercio che gli avea fruttati grossi capitali, impiegando questi alla compra d'un bel poderetto con una casa civile nelle vicinanze della città. E fatta elegantemente, e quasi splendidamente adobbare la casa, ed ornare i giardini, e piantarne dei nuovi, e cingerli intorno d'un muro che li chiudeva gelosamente, ivi prima si ritrasse, e a poco a poco senza più nulla uscirne si rinserrò. Non ci andava nessuno nè cristiano nè ebreo, e dicevasi che ci aveva dentro anche pochissima gente di servizio. Ma giudicate che scandalo quando si seppe che fra i pochissimi abitatori di quella casa eravi da segretario, intendente, o che so io, perchè non si sapeva bene che fosse, un giovane non solamente cristiano, ma che era stato già al seminario, e poco prima aveva lasciato la vesta lunga, ed or si temeva pur troppo non lasciasse anzi indegnamente la fede. Così almeno dicevano di temere questi scandalizzati; perchè del resto se non c'è abbastanza d'ebrei che si facciano cristiani, non c'è poi mai, ch'io abbia udito dire, un cristiano che si faccia ebreo. Ma in somma lo scandalo c'era, e si faceva; avrebbero voluto che l'autorità ecclesiastica se n'impicciasse, e chi n'incolpava di non farlo, chi poi la scusava sulla miseria dei tempi, e la malvagità del governo che non la avrebbe lasciata operare. Io poi, non ci avendo che fare, udivo tutto e non dicevo nulla.

La cosa durò un anno e più, e più non se ne parlava, [pg!193] nemmeno dagli scandalezzati. Ma ricominciò più che mai forte il bisbiglio in città quando si seppe che uno de' principali medici era stato chiamato a curare il giovane cristiano, o apostata, o rinegato, come si diceva, il quale era gravemente infermato, e poco meno già che in punto di morte. «E ben gli sta,» dicevano; «ha il suo merito; ecco il dito di Dio.» Perchè già questo terribile dito, che dappertutto è indubitabilmente, ognuno lo vede a modo suo, e pur troppo sovente dove, con intenzioni assai meno che divine e che sante, ognuno or per odio, or per invidia, or per vendetta, ce lo vorrebbe mettere egli umanamente od anzi scelleratamente. E chi avrebbe perfino voluto che il medico non ci andasse, e chi aggiugneva poi anticipando: «Ed ora come si farà? — ci anderà egli il prete, — ci anderà il curato, il viatico.... non deve andare.... deve andare....» Ed erano gli stessi che avevano testè detto che il giovane non era più cristiano, non badando nè a contradizioni, nè a giudizj temerarj, per il loro zelo, per la buona opera di.... calunniare.

Giudicate, amici miei, del grande impiccio in che fu tra breve il sacerdote, il quale, a malgrado di tutti quei giudizj temerarj, fu due giorni dopo chiamato alla casa dell'ebreo. E questo sacerdote.... fui io. Mal dissi che fui impicciato; noiato un po' sì, per cattivo interesse proprio nel vedermi messo in questo affare, e così fatto oggetto di osservazioni e di critiche; ma, facessi bene o male, non dubitai un istante, e andai con più fretta che non avrei fatto dovunque altrove; e piovendo a dirotta quando fui chiamato, nemmeno non ebbi scrupolo di salire nel cocchio dell'ebreo ch'egli mi aveva mandato per ciò. In men d'un'ora fui entro alla cinta ed alla porta della casa solitaria.

Salii introdotto da un servitore che senza dir nulla mi precedeva mostrando la via. Una o due altre persone mi vennero vedute per gli anditi e le scale, ed una fra l'altre che scendeva com'io salivo; la quale osservai perchè passandomi a lato rapidamente parvemi arrestarsi un momento, e quasi volermisi indirizzare, e d'un balzo poi si scartò. Parvemi una giovane, e giudicai che per orrore al mio ministerio [pg!194] ed a me, siccome ebrea, mi volesse fuggire. Ma non ci ripensai, e quasi non ci badai se non dopo; ero allora troppo preoccupato di colui che stavo per trovare, in circostanze così penose, così difficili per lui e per me. E tanto più, che, apertamisi una porta vicina, mi trovai quasi a un tempo nella cameretta, pulita, ma modesta e ristretta, dell'infermo che a prima vista mi parve aggravato benchè non in pericolo imminente.

Era un giovane che non mostrava venticinque anni: belle fattezze nel volto, begli occhi, bella chioma; ma le fattezze mostravano non solamente l'impressione di una grave malattia, ma pur anche le orme di un lungo patire, che, fisico o morale fosse stato, mi parve esservi stato indubitabilmente. Non che ci fosse disperazione o agitazione furiosa su quel volto; il quale anzi era tutto composto a rassegnazione, e la rassegnazione mostrava un dolore fortemente combattuto. M'assisi al capezzale: «E così,» dissi, «siamo un po' malati, è vero? Molto malati forse? E pensiamo alla morte forse vicina, alla morte a cui dobbiamo pensar sempre, ma a cui siamo sempre a tempo di pensare finchè Iddio buono ce lo concede. N'è vero, dite? Già si vede che ci avete pensato, e sono qui per udirvi volontieri. E dite un po': come va che m'avete mandato a chiamar me? Benchè no: che dico io? ciò non importa; e non si vuol perder tempo. Dite su: dite ciò che spetta a voi; che io son pronto.»

Il giovane incominciò con alcune parole rotte, e con qualche ansia di petto; io risposi confortandolo; e in breve parve farsi cuore intieramente, e aver bisogno d'uno sfogo compiuto, uno sfogo in seno d'un amico prima anche di sottoporsi al giudicio del confessore. Ed io, vedendolo ancora forte e tutto in sè, lo confortai a ciò; ond'egli prese a dirmi tutta la sua storia, e incominciò.

«Rimasto da bambino orfano di padre e di madre, in tutela d'uno zio e con poca fortuna, fui senza che entrassi io nella decisione o nella deliberazione messo giovanissimo in seminario; d'onde uscendo, lo zio aveva calcolato che mi rimarrebbe appunto di che farmi il mio patrimonio ecclesiastico, e così ne avrei una condizione, una carriera sicura, e [pg!195] come allor pareva vantaggiosissima. Io non ebbi mai gran disposizione allo stato ecclesiastico; e quanto migliore fu l'educazione ricevuta in seminario, tanto più mi venni capacitando che quello stato rispettabile, ed anzi formidabile, non istà bene il prenderlo così per motivi puramente umani e come un'altra carriera. Dissi i miei scrupoli ai superiori, e furono ascoltati, pur confortandomi ad obbedire a chi teneva con me il luogo di padre; e dettili a questo, fui aspramente ributtato. Così venni di giorno in giorno continuando, pur col pensiero d'aspettare la vocazione, o rinunciare finalmente allo stato, se quella non veniva. La provvidenza dispose che non avessi nemmeno bisogno di prendere io la decisione. Vennero i Francesi, lo stato ecclesiastico non fu più carriera; e lo zio non si curò più altrimenti che io ci pretendessi. Quasi che mi venne allora la volontà di continuare, appunto perchè oramai non essendo carriera svaniva il mio scrupolo, e lo stato ecclesiastico diventava anzi bellissima occasione di attività e di sforzi, onde parevami essere capace. Tuttavia anche in ciò mi pareva ci fosse molto d'umano; e poi, il contradire di nuovo allo zio, ora ch'egli veniva al parer mio, mi pareva troppo male assolutamente. Ad ogni modo lasciai il seminario; ci avevo fatto buoni studj, e principalmente di lingue greca ed orientali, e parevami con ciò poter fare mia strada nel mondo. Lo zio voleva pure che io abbandonassi questi studj, che non mi porterebbero a nulla, diceva, e voleva che imprendessi la legale e l'avvocatura. Ma io avevo già compiti venti anni, e mi doleva troppo tornar da capo sui banchi, e perdere intiero il frutto degli studj fatti a gran fatica ma con amore. Avemmo nuove contese collo zio; indugiai, poi provai, poi lasciai disgustato le scuole; ed ero per lasciare la casa dello zio senza pur sapere dove o come o con che sarei poscia vivuto. E dettoci oramai tra lo zio e me quanto avevamo a dirci, e così tacendoci poco amorevolmente od anzi amaramente l'uno in faccia all'altro in quegli ultimi giorni di convivenza, ed abbreviando anzi di mutuo consenso i momenti di stare insieme, avvenne che un giorno lo zio mi fece chiamare nel suo studio e mi disse: — La tua ostinazione a non mai voler fare quello [pg!196] che voglio io pel tuo bene, meriterebbe che io ti lasciassi andare alla tua malora senza più impicciarmi di te. Ma non per te, ma per il mio povero fratello mi son pur risoluto di fare quanto potevo anche a malgrado della tua ostinatezza; e poichè come già non volevi fare la tua strada da prete, ed or non la vuoi fare da avvocato, che è un buon mestiere ora, come era già quello prima di queste rivoluzioni, vivi, poichè il vuoi, malamente da letterato, che è un cattivo mestiere in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Ma ben vedi, che se t'abbandono, non vivrai da letterato nè ben nè male, perchè non hai nemmeno pensato come guadagnarti il pane; e veramente poco te ne potrai guadagnare così. Ora odi: si presenta un'occasione forse unica per ciò. Non so se durerà, nè quanto ti frutterà; ma intanto è un'occasione di non morir di fame per qualche tempo, che è molto per la strada che batti. Un pazzo, come sei tu, ti porge questa occasione. Perchè sia non lo so; ma in somma quel Samuele ebreo che ha presa quella villa, dov'egli abita come un orso tutto solo, e non so che cosa ci faccia, cerca ora d'un segretario cristiano che sappia l'ebreo; ed informatosene al seminario, ha udito di te, ed è venuto per te e per me ieri sera. Io gli ho risposto che con una testa matta, come sei tu, non gli potevo risponder nulla, e che te lo direi, e ti lascierei poi risponder da te. Ora, vuoi o non vuoi? Io non me ne impiccio. Fa da te la tua decisione, e vagliela dire; che già so per esperienza che con te i consigli non servono a nulla: questo solo ti so dire, che, come eravamo all'incirca d'accordo già, fra tre giorni tu hai ad uscire da questa casa per andare a casa dell'ebreo, o del diavolo, come vorrai. — La deliberazione mia non poteva esser lunga, secondo il termine prefisso; e nemmeno non l'aspettai. Al secondo giorno venni io stesso qui da Samuele a udire che si voleva da me. «Scrivermi e tradurmi dall'ebraico quel che vorrò,» risposemi Samuele. Ed io: «Ma voi sapete l'ebraico e....» «Questo non è affare vostro. Vediamo.» E in ciò mi porse un libro ebraico da tradurre. Lo feci per scritto, e poi di viva voce, e lo contentai. Ei riprese: «Or, se volete, fisserete voi il vostro stipendio, e avrete casa, vitto, e servizio [pg!197] compiuto qui, con due sole condizioni: la prima, che non uscirete di qui se non un paio d'ore ad ogni festa vostra, per seguire i doveri della vostra religione; e la seconda, che non v'impiccierete di nulla in casa mia, e massime non tenterete mai, non direte parola sulla mia o sulla vostra religione a nessuna di qua. Tornate a casa vostra, consigliatevi con voi stesso o con altri, e domani fatemi risposta.» E in ciò dire, mi riconduceva alla porta, e mi licenziava.

Al domane, naturalmente ritornai. Che avrei io fatto? L'alternativa era per me tra il non saper come vivere e il vivere agiatamente e fra i miei studj. Qui giunto, mi fu data questa cameretta, e poi uno stanzino a lato allo studio di Samuele, dove subito mi posi a lavorare, e lavorai sempre poi da otto a dieci ore al giorno; e per lo più a tradurre dall'ebraico, e massime la Bibbia. Samuele mi parlava di rado, e tutto al più per farsi spiegare qualche passo delle mie traduzioni, ch'ei soleva confrontare con altre. All'ora del pranzo, fin dal primo giorno, ei mi fece passar seco alla tavola, dove era egli solo colla sua figlia. Questa era gentile ed accarezzante con lui, tacita e poco meno che sprezzante con me: onde che, quantunque colpito alquanto a prima vista della sua bellezza, in breve non ci badai, o almeno non ci attesi. Anche a tavola la conversazione era poca e non intima. Alzandoci, e parendomi vedere che padre e figlia volessero volontieri star soli a quell'ora di tranquilla e reciproca confidenza, io li lasciavo e me ne andavo per lo più a diporto tra i viali antichi o nuovi del giardino, non mal contento d'avere anche io quel poco d'ora di solitudine e libertà. Lavoravo poi di nuovo fino a sera tarda, quando salendo nella mia cameretta prendevomi qualche ora di studio mio particolare, finchè stanco, a giornata compiuta, non malcontento di me e raccomandandomi a Dio, al Dio mio che non parevami offendere, ma che pur pregavo ogni dì più caldamente di volermi difendere da un incognito pericolo che pur temevo; finalmente ponevomi a letto ed a riposo. Durommi alcuni mesi sifatta vita.

Parvemi più volte tornando in camera ed a' miei libri che questi mi fossero stati scomposti, e raccomandai non sì facesse [pg!198] al servitore che attendeva a me e alle cose mie. Giurommi a modo suo di non aver posto mano mai a niuna cosa mia. Pochi dì appresso, riaprendo un volumetto tascabile d'un Nuovo Testamento greco, che solevo leggere ogni sera, vennemi tra foglio e foglio veduto un fiore di mammole, che essendo raro ancora per la stagione non ce n'erano se non pochi nel giardino, e quei pochi eran tutti per lo più colti da Regina, e portati poi nel suo seno. Potete facilmente immaginare quali sensi e pensieri si destassero in me da quella veduta, da quella fragranza, da quel che non sapevo se caso fosse, o segno, o che cosa. Questo solo parvemi chiaro, che Regina leggesse i miei libri, e probabilmente che venisse, me assente, nella camera mia. E ben potete anche immaginare che, senza far parola di ciò nè d'altro, oltre il solito io feci pure nuova attenzione, trovandomi seco, alla giovane. E non è a dire come questa mia nuova attenzione riuscisse tutta a favore, od anzi ad ammirazione di lei, quasi che non l'avessi prima veduta; mi vennero allora osservate ed ammirate le sue fine e regolari, quantunque straniere fattezze, la elegante persona, le nere e lunghissime chiome, e massime i lunghi, lenti e neri occhi, in cui, quella che m'era già paruta sprezzatura, già non parevami se non un modo tutto di loro d'alzarsi al cielo, tirandovi dietro seco l'occhio e l'animo di chi la mirava. Da quel giorno, no 'l nego, era un diletto per me il trovarmi seco; ma non me lo confessavo, e quasi non me ne accorgevo, e tiravo innanzi senz'altro pensiero.

Avevo tolto il fiore, e messomelo in seno, stavo aspettando se mai si rinnovasse quel caso o quella fortuna. Non trovai altro per molti altri giorni. Finalmente una sera che avevo lasciato il volume, sempre il medesimo, aperto tra due pagine sul tavolino, tornando e riprendendolo in mano, trovai sotto esso una fina catenella d'oro, che parevami aver veduta già stringere il collo bianchissimo della fanciulla. Oramai non era da dubitare. Non poteva guari più esser caso, e doveva esser segno.... ma di che? E che poteva essere tra la fanciulla e me, se non appunto ciò che non doveva essere, amore? Ma come poi anche poteva essere? Erami [pg!199] paruta già altiera, sprezzatrice; e, se non parevami più tale, oramai vedevola almeno di tal celeste modestia, da non potermi persuadere che ella volesse così eccitare la mia attenzione, ed anche meno il mio affetto. Perdendomi in questi e sifatti pensieri, e tenutomi desto quella notte e forse alcune altre, risolvetti finalmente di prendere la prima occasione di restituirle la catenella, ed averne, secondo il caso, qualche spiegazione.

Non m'era riuscito ancora da più settimane di trovar quella occasione. Un giorno che, essendo già calda la stagione, io me ne andavo dopo il pranzo cercando il rezzo sotto ad alcuni folti ed antichi alberi del giardino, e sedutomi sotto uno di essi quasi mi venivo addormentando, parvemi tra fronda e fronda veder biancheggiare e passare una persona, una donna, Regina. Balzai in piedi, e le tenni dietro. Ella, vedendomi, si soffermava senza stupore nè rossore, nè timidità. Ed io, traendomi la catenella dal seno, la catenella che non avevo vedutale più attorno al collo, onde per certo era sua: «Questa» dissi, «ho trovata, per che caso non so.... tra' miei libri; e essendo vostra, se non m'inganno....» ed in ciò io gliela porgevo. «È mia, e vi ringrazio,» diss'ella dolcemente. «E potrei io, senza indiscretezza, domandarvi come....» «I vostri libri hanno talora eccitata la mia curiosità. Mi perdonerete voi d'averli presi in mano tavolta?» «Certo sì; quanto è mio, anzi, è tutto a servigio vostro, come io stesso: se non che il vostro padre....» «Il mio padre,» riprese ella alquanto più seriamente, ma con uno di que' suoi alzar d'occhi al cielo, consueti, «il mio padre s'è assonnato, come gli succede talvolta a quest'ora, ed io vo a raggiugnerlo.» E in questo ella se n'andò, o sparì; che quasi non saprei dire quale dei due, tanto sorpreso e quasi stupido ed immoto ella mi lasciò.

Da quel giorno, lo confesso, non fui più io. Scuotevo l'immagine di lei da' miei occhi, dalla mente, dal cuore; e nel cuore, e nella mente, e negli occhi, e di giorno e di notte, e vegliando e dormendo, e sulle carte dove lavoravo, e tra le fronde, e tra i fiori, e tra le nubi, e nel cielo, non vedevo altra immagine mai se non di lei. Da troppo corriva [pg!200] che m'era già forse paruta alcun tempo, or parevami di nuovo altiera, sprezzatrice e crudele. Inesplicabili i suoi atti e contrarj l'uno all'altro. Le poche parole indifferenti che m'aveva dette mi rimanevano impresse tutte nella memoria, e le andavo ad una ad una tra me ripetendo e riesaminando, per veder di trovarci qualche significazione in bene o in male che assolutamente non avevano. A tavola continuava ad essere la medesima, amorevolissima pel padre, indifferentissima per me. Altrove non la solevo vedere. Alla passeggiata del dopo pranzo non venne mai più; ed io la stavo aspettando ogni giorno, e di soppiatto, dietro agli alberi, passavo tutto quel tempo, fissi gli occhi alla porta di casa, aspettando e talor credendo di vedere ch'ella uscisse finalmente di nuovo a me incontro. Ma tutto fu inutile; non ebbi più un'occasione di vederla; solamente i miei libri, sovente scomposti nella mia camera, mi facevano accorto ch'ella v'era stata, che s'era aggirata là intorno, e parevami riconoscere come un'aura celeste ch'ella v'avesse lasciata. La solitudine, il silenzio e le occupazioni sforzate nel rimanente della giornata, eccitavano forse in me tanto più la fantasia; e insomma, checchè si fosse, io non pensavo, nè vivevo, nè respiravo se non più per lei, e di lei.

E fosse sifatta preoccupazione e le notti sovente insonni, ovvero il troppo lavorare nel giorno, e la vita sedentaria non giovanile.... ad ogni modo, a poco a poco io mi venni infermando, e mostrandone segni al volto mesto e sparuto. Più volte parvemi vedere gli occhi di Regina, dopo que' loro alzarsi al cielo scendere in atto di pietà sopra di me. Ma era veramente un batter d'occhi; e, se io vi volgevo i miei, già non incontravo più quel celeste suo sguardo, già di nuovo tornato al cielo. Parevami inutile crudeltà quella sua; anelavo di rimproverargliela, o domandargliene alcuna spiegazione. Ma non trovavo più di prima nessuna occasione; ed accendendosi più che mai i miei disperati desiderj, venivo più che mai affievolendomi ed ammalandomi di dì in dì.

Finalmente una sera che dopo il lavoro, non potendone più, ero uscito a prendere il fresco, prima di risalire in camera, e che essendo già buio io mi traevo languente e reggendomi [pg!201] di tratto in tratto agli alberi a lato verso il casino, a un volger di un viale ella mi venne incontrata, ritta dinnanzi a me, indirizzandomi la parola quasi prima che l'avessi veduta. «Voi non state bene, Carlo,» mi disse: «sarebbe forse troppo il lavoro? In tal caso qualunque sia il piacere.... di mio padre di tenervi qui con sè, dovreste pure.... sarebbe meglio che ci lasciaste.» «Signora,» dissi, «le vostre prime parole, da tanto tempo che ho desiderato udirne alcuna da voi, le vostre prime parole sono dunque per esprimermi il desiderio che io vi lasci? Oh Regina, lo stato della mia salute è meno cattivo forse che non quello....» «Della vostra salute solo io volevo e debbo parlarvi. Non è giusto che nessuno si sacrifichi per noi. Voi qui evidentemente patite. Dovete dunque....» «E voi vi siete dunque accorta, voi compatite a' miei patimenti? Oh Regina, Regina, se così è....» Ma in questo la vergogna, il rimorso di tradire le promesse fatte mi troncarono la parola ad innoltrare la spiegazione che io aveva tanto desiderato. Ella ruppe il breve silenzio; ella, anima veramente alta e forte, sdegnando non che l'artifizio, ma la stessa natural vergogna di parlare ella prima del nostro affetto: «Sentite,» disse, «pochi momenti sono nostri; non li perdiamo in dir cose che sappiamo tutti due. Cristiano, io fui la prima forse ad amarvi; non me ne vergogno, e non me ne pento. L'amore, finchè non è colpevole, vien da Dio; la colpa sola vien da noi, e in noi sta che non venga. Io non so qual fosse primo in me, l'amore per te o la curiosità pe' tuoi libri, quei libri che non sono altro poi se non la continuazione dei nostri, ma che li distruggono, secondo i nostri dottori, che li confermano, dite voi altri. Possibile che con uno stesso Iddio noi siamo così separati e in terra e in cielo stesso! Possibile che noi vediamo, conosciamo, serviamo quello stesso Dio in modi sì diversi!.... E che in tanta diversità le due leggi s'accordino quasi in questo solo, di separarci! Ma disobbedire, abbandonare un padre: ingannare, tradire un ospite o un padrone sono colpe gravi in ogni legge, e irreparabili sovente anche con una vita intiera di devozione e di pentimento. Io son ferma, io voglio assolutamente evitare.... [pg!202] voglio che ambedue evitiamo tal colpa, tali rimorsi, tal vita. Eppure, se tu rimani qui, se ci vediamo ogni giorno a questo modo, se io odo la tua voce, i tuoi discorsi, se veggo i tuoi modi, i tuoi atti, e massime i tuoi patimenti.... io lo so, io lo sento, padrona di me in questo momento e fino adesso, no 'l sarò più in breve, ed amerò forse te più che il mio dovere, che il mio padre, che il mio Dio. Non voglio; non sarà. Dopo quella mia prima colpa in che caddi per fanciullesca spensieratezza, di lasciarti quei segni della mia presenza nella tua camera, appena mi accorsi della mia preoccupazione e poi del mio affetto per te, subito deliberai di reprimerlo e di vincermi. Invano; sia castigo mio la vergogna che provo in confessartelo; invano provai a cacciare dal mio seno il tuo pensiero; invano mi sforzai ad incontrarti, a mirarti coll'indifferenza che m'ero prefissa; ad ascoltare la tua voce come la voce d'un altro; a sentirti appressare o scostare senza palpiti del mio cuore. Il mio cuore non è me; ei balza, ei si muove senza mia volontà; egli è che mi tiranneggia, che mi vorrebbe vincere, che mi sforza almeno a mutare le mie risoluzioni.... Ho fatto quella di parlarti, di scoprirti la debolezza di quel cuore, di fidarmi alla tua generosità, al tuo affetto stesso, che ben so, ben sento non diverso, non disuguale al mio.... per domandarti d'abbandonarmi.» Ella si soffermò come esausta. Sorpreso da una piena di affetti diversi e inaspettati, tra l'immenso diletto e la pena e l'impossibilità di risolvermi a nulla, io tacevo, o rispondevo poche parole interrotte or di gioia, or di disperazione, e domandando almeno tempo a risolvermi, ad obbedirla. «Io so» riprese ella «che ti domando un gran sacrificio. Non conto quello di abbandonare una casa, una condizione in che t'eri adagiato, per andar vagando solo ed incognito, o forse alcun tempo stentando nel mondo. Tu sei giovane, tu sei buono, tu sei dotto; e, benchè io non conosca guari il mondo, pur no 'l credo così ingiusto, che i pari tuoi v'abbiano a rimanere a lungo abbandonati e sconosciuti. Ma ho pietà del dolore che tu pure sentirai nell'abbandonarmi. Ma tu sei uomo, tu hai il mondo intiero dinnanzi a te per consolarti; tu sei cristiano; il [pg!203] mondo intiero ti sorride. La povera ebrea ributtata dal mondo, e rimasta sola e abbandonata, sarà forse da compiangere più. Ma l'ebrea ha il coraggio di mirare con occhio fermo a quella solitudine, a quell'abbandono. Dimmi, non l'avrai tu?» «Ma come abbandonarti al momento stesso in che tu m'inondi di contento e di gioia; come lasciare questi luoghi al momento che ne fai per me un paradiso? Oh Regina, tu hai avuto tutto il tempo di prendere la tua risoluzione, di confermarviti, di vincere gli affetti contrarj che ti si destavano in cuore. Tu non dubitavi d'essere amata. Come che si fosse, e che senza mia saputa i miei occhi, i miei atti te l'avessero detto, tu me l'hai confessato, tu sapevi d'essere amata. Io intanto vivevo nell'angoscia tra la speranza e il timore, tra il desiderio e il rimorso d'accertarmene, e, tu il vedi, non vivevo ma languivo. Dovevi lasciarmi languire e morire così, anzichè domandarmi uno sforzo di che sono forse incapace assolutamente, e certo a questo istante.» «Io avevo fatto maggior conto sul tuo coraggio. Ma senti; nemmeno se tu avessi avuto tal coraggio, non sarebbe stato possibile effettuare il mio disegno in un giorno, ed abbandonare senza cagione il padre mio. Ma la tua salute ti può servire, ti servirà di pretesto. Prendi alcuni giorni, tre, quattro giorni, e non più. Ho fatto osservare la tua sparutezza, il tuo ammalarti, a mio padre. Egli pure l'ha osservato, ed osservava me nel rispondermi. Carlo, Carlo, mio amico, il tempo preme, il tempo che c'è dato ancora di vivere senza essere colpevoli. E colpevoli non dobbiamo essere, nol saremo. Ciò solo importa. Il vivere o morir poi importa poco; dico non solamente il morire, ma nemmeno il vivere poi anche infelici molti anni, che in somma è poco tempo.» Io le promisi di pensarci, od anzi di obbedirle fra pochi giorni; non mi ricordo precisamente quale dei due, tra la confusione di quel momento, ed i pensieri che mi straziarono quella notte e i giorni che seguirono.

Al mattino appresso scendendo allo studio di Samuele, mi parve preoccupato, e come se mi volesse parlare. Più volte s'appressò al mio tavolino guardando il mio lavoro e me, e finalmente mi domandò con interesse della mia salute. [pg!204] Non avendo chiusi gli occhi tra il deliberare e il combattere di quella notte, il mio volto doveva ritrarre più che mai i miei patimenti. Due e tre volte ricominciò in quella mattina quel discorso tra noi, ed ei ci mescolava domande della mia famiglia, de' miei interessi, della mia vita passata e futura, e per la prima volta entrava in discorsi delle nostre religioni. Parlava senz'odio della nostra, con ardore della sua, con amore paterno di me. «La vostra salute,» disse finalmente «richiede cure speciali, e la vita rinchiusa che qui fate, non ve la lascia ristabilire. Tuttavia nulla preme, e fra alcuni giorni ci riparleremo poi.» Che dovevo fare? era ciò troppo d'accordo co' miei desiderj. Indugiai.

Regina non mi diede più occasione di parlarle. I suoi occhi, la sua persona tutta erano al cielo più che mai. Se non che mi parve incominciare a patire ella stessa; e allora risolvetti di terminare. Riparlai io il primo a suo padre, ed egli fu allora che indugiò. Intanto fra quelle ambasce le mie notti erano insonni intiere intiere. La febbriciattola, che avevo d'alcun tempo ogni sera, diventò continua e violenta: fui costretto a tenere il letto; un medico fu chiamato che mi trasse sangue più volte, dichiarando grave il mio male, e m'aggravai.

Che volete? dacchè sono infermo è il tempo più felice che non solo io m'abbia vivuto, ma che io m'abbia imaginato o potuto imaginar mai. Dal giorno che tenni il letto, Regina venne con suo padre, e con una delle sue donne a vedermi ogni giorno, a rimanere prima un ora, poi parecchie ore, gran parte del giorno a mio lato; e da lei, da sua mano, e confortato dalle sue parole, ricevo sovente le dolci cure di una tenera sorella. Il padre la accompagna, e la conforta a ciò. Le mie ambasce continuano, e s'accrescono ad ogni dì, ad ogni ora, e mi sento venir meno la vita or con dolore, or con ineffabil piacere di terminarla così.»

Qui finiva il giovane la sua narrazione. Ed io (continuò il maestro) non potevo se non compatire e quasi ammirare l'uno e gli altri, quasi egualmente, cristiano ed ebrei; e poi venerare il decreto inesplicabile della divina provvidenza, che traeva così inevitabilmente tutti questi innocenti od anzi virtuosi [pg!205] per la via dell'infelicità e della morte. Oh! come in casi simili appare chiaramente la inferiorità, la subordinatezza di questa nostra vita terrena e materiale, rispetto a quell'altra celeste ed eterna, che c'è promessa! E quando non fosse promessa, impossibile è che non ci fosse, se non altro per saldare i conti di questa vita; per non fare definitivamente la virtù più infelice che il vizio, e non che inutile, nociva; per non fare di Dio certamente, inevitabilmente giusto, poichè è Dio onnipotente legislatore, un Dio tiranno e creatore d'ingiustizia. Questi pensieri ritrassi e sviluppai alla mente del povero afflitto. La sua infermità era grave assai; e, quando nol fosse stata ancora, la mia lunga esperienza m'insegnava che i mali fisici, complicati co' mali morali, e massime coll'ansietà e col pensiero dell'impossibilità di scioglierli in bene, sono mali mortali, perchè appunto la morte sola scioglie i problemi troppo difficili di quaggiù, e dà il rimedio del cielo a chi non ne può trovar sulla terra. Un pensiero angosciava particolarmente il buon giovane. Costui trattato da apostata e rinegato nel mondo, costui scandalo di tanti che non valevano lui, e passavan per santi, costui tra la felicità d'essere amato e la disperazione di dovere, vivendo o morendo, abbandonare il suo amore, era pure così fermo, così penetrato della sua fede, che il suo maggior dolore era forse quello, non di lasciare, ma di lasciar nell'errore la sua innamorata. «Agli altri che abbandonano morendo il loro amore, o che ne sono anche così abbandonati, rimane pure una consolazione, una immensa consolazione a questi momenti, dove la vita pare così corta e sì poca cosa, dove l'eternità sola par tutto, che è viver disgiunti alcuni giorni per raggiugnersi poi e riabbracciarsi per tutta l'eternità.... Ma io, oh io posso io avere sifatta speranza? oh ditemi, ditemi, padre mio, che non è perduta, che m'è permessa sifatta speranza! Ditemi che un'anima non solo innocente e pura, ma così forte e virtuosa come la sua, non può a meno di non trovare, di non impetrare grazia e compassione appresso Iddio, il Dio, il padre pure di tutti gli uomini, di tutte le creature, il Dio massime degli spiriti fatti a simiglianza di lui. Io ho studiato queste materie, [pg!206] già con indifferenza, non immaginando che diventerebbero il mio primo, il mio solo pensiero; ma il mio pensiero è debole in questa occorrenza, e non mi regge nelle inestricabili complicazioni, con che si rivolge nella mia mente ora infiacchita.»

«E inestricabili sono a prima giunta,» diss'io, «siffatti pensieri, anche alle menti più sane e più forti. Ma ricordatevi dell'angelo che Iddio manda quaggiù a posta, se è necessario, anzichè lasciar perdere un'anima sincera e di buona volontà. Tra gli articoli di fede che dovete credere tutti, credete ora, fissate il vostro pensiero su quello della infinita bontà di Dio; meritate, fate forza, per così dire, voi stesso a quella bontà, costrignetela, che è possibile, a concedere quella grazia che ella vuole, desidera concedere ella stessa... Un articolo di nostra fede, un dogma di nostra religione è quello dell'efficacia della preghiera, massimamente unita a generoso sacrifizio fatto per amor di Dio; un dogma il più consolante che possa essere per tutte le anime innamorate; un dogma che noi soli abbiamo, e che innalza a chi lo sa intendere l'amore delle anime anche quaggiù ad un'altezza celeste, cui non può arrivare assolutamente chiunque non abbia tal fede. Pur troppo hanno abusato tanti di questa come di tutte le altre verità; ei l'applicano alle cose materiali di questo mondo, e fanno del sacrificio, della espiazione, anche non volontaria, una sorta di barbara compiacenza e di vendetta indegna assolutamente d'un cristiano. Non entriamo in queste difficoltà; ma non lasciamo che le difficoltà, od anche gli errori inevitabili in che cade l'inferma mente degli uomini ogni volta che vuol trarre conseguenze, e conseguenze di conseguenze troppo lontane dalle verità inspirate o rivelate; non lasciamo, dico, che questi errori infermino, diminuiscano in noi la luce primitiva di quelle verità. Il mondo materiale ci può servir d'esempio: esso è simbolo, se volete, del mondo spirituale. L'occhio nostro percepisce tanto più facilmente una luce quant'ella è più viva; ma quanto ella è più viva, tanto meno egli può affissarla per esaminare i suoi elementi. La luce spirituale non è diversa; le verità che ci sono concedute dal [pg!207] creatore, ci si presentano chiare e lucide in modo che è non solamente errore ma bugia il negarle. Ma il paragonare poi queste verità fra loro, il dedurne altre, incomincia ad essere difficile e men certo; e quanto più si scende poi di deduzione in deduzione, le verità che ci paiono anche più rigorosamente dedotte, tanto meno ci appaiono chiare e finiscono con essere oscure del tutto, od anche contradicenti. Atteniamoci dunque alle verità primitive, e più chiare; elle ci bastano per questa vita e per l'altra, ci bastano perchè Dio l'ha detto; e che ci bastino, che Dio non esiga, non possa esigere oltre alle facoltà che egli stesso ha date ad una creatura gelosa di conservare la sua innocenza, ella è anche questa una di quelle verità primitive e chiare che non possiamo rinegare.

Ed una di queste verità, dicevo io, figliuol caro, ella è l'efficacia del sacrificio. Come il sacrifizio incomparabilmente maggiore di tutti, quello della divinità incarnata paziente e morente, valse a redimere l'umanità intera, così i sacrifizj de' suoi discepoli, i quali per imitazione di Cristo immolano sè stessi al dovere, servirono sempre, e servono e serviranno dall'uno all'altro, come quello della divinità servì all'umanità intera. Il sangue de' martiri convertì i pagani, il santo merita pel peccatore, un uomo per l'altro. Sta in nostra facoltà l'applicare il sacrifizio più specialmente all'uno od all'altro; e colui, al quale Dio diede l'occasione di immolarsi, può meritare per colei che Dio pure gli ha data occasione di amare santamente. Figliuol mio, questi sono ben altri che quelli volgarmente detti sacrifici di roba, di pericoli, od anche d'onore, che si fanno tutto dì l'uno all'altro gli innamorati. Questa è comunanza ben altra che dei beni terreni, od anche di tutta la vita mortale. Accomunando la virtù e i meriti, può l'uno e l'altro aprire il cielo senza dubbio, e far così felici al suo amore, non i pochi e sempre guasti giorni di quaggiù ma gl'innumerabili ed inalterabili giorni di tutta l'eternità. Questi sta in voi di dare alla vostra innamorata; questi gli potete dare con un solo atto, con una sola aspirazione di volontà rassegnata. Vogliate morire, abbandonare, quelli quanti e quali che fossero [pg!208] giorni di vita mortale a voi destinati, per comprare, sì comprare da Dio che mai non si ricusa, se è permesso dire, a simili contratti, i giorni eterni della vostra innamorata, a cui a un tempo si congiungeranno indubitabilmente i vostri in virtù del medesimo, d'un solo atto, tanta è indubitabilmente quantunque incomprensibilmente la bontà del creatore padre comune.»

Il giovane mi parve commosso alla esposizione di quelle verità. Il giovane era ottimo di natura, ben preparato dalla educazione, e maturato dalli sforzi già fatti e dai dolori già sofferti per la virtù. Si confessò, si preparò molto bene a ricevere il viatico. Aveva qualche timore che non gli si volesse portare là in mezzo alla casa dell'ebreo. Lo rassicurai: conoscevo l'ottimo sacerdote che aveva in cura quella parrocchia. Rimaneva al giovane un dubbio. Aveva promesso di non far mai sforzo per trarre nessuno di quella casa alla propria religione. Pure non si sentiva il coraggio, o per dir meglio parevagli anzi un dovere di dire almeno a Regina qualche parola della speranza che aveva di rivederla almeno in cielo. «Non è tempo,» gli diss'io, «di vedere se la vostra promessa fu allora imprudente, e fino a che punto v'ho da assolvere dell'imprudenza, o da consigliare di ripararla. Lasciatene la cura a me. Voi con mostrare a questi non cristiani come muoia un cristiano, voi cogli atti vostri farete, se mai, più impressione che nol potrebbe fare nessuna parola. Rimettetevene a Dio; sia fatta poi la sua volontà.»

Il rimanente seguì come l'avevo pensato, senza difficoltà, e con iscandalo de' falsi buoni, con edificazione de' veri. Peggiorava evidentemente il giovane, non fu possibile di ritardare; che anzi dopo il viatico, poc'ora dopo fu il caso di dare l'estrema unzione; i sintomi di debolezza e di sfinimento crescevano di momento in momento. Dopo finite le solenni e benchè meste confortanti funzioni, il buon parroco a mia richiesta rimase con me appresso al moribondo.

Gli ebrei, cioè tutta la casa, s'erano rinchiusi, durante le cerimonie, in un'ala discosta del casino. Era avversione, rispetto, o riguardo? Niuno di noi era stato in caso di domandarlo [pg!209] o deciderne; s'erano ritratti da sè, e ne avevano manifestata l'intenzione fin dapprima. Del resto, e la fanciulla e il padre mostravansi alle cure, all'ansietà, al dolore non diversi da ciò che sarebbero stati, se, non solamente della medesima religione, ma della stessa famiglia, e padre e sorella fossero stati del giovane moribondo. Io solo sapevo poi che Regina era anche più che sorella. A me solo era ammirabile: non vidi mai così evidenti segni di disperato dolore, con sì evidenti segni di forza fatta a reprimerli.

Consigliatomene col buon parroco, parvemi fosse tempo da richiamarli in camera al letto del moribondo. Poco tempo pareva rimanerci assolutamente. Il desiderio del giovane era stato chiaramente espresso; era giusto, era di dovere. Non doveva entrare in conto l'affrettargli forse la morte coll'agitazione che ne doveva seguire, e del resto anche a lui se ne facevano più dolci i suoi ultimi momenti e il momento del passaggio. Furono chiamati, introdotti. Samuele prese da sè la sedia al capezzale; stendendo la mano sotto le coltri prese la mano del moribondo, lasciando cader poi il capo, che mi parve in quell'atto venerando, sul petto a suo malgrado ansante. Regina non fece se non un passo dalla porta ai piedi del letto, dove prostrata s'inginocchiò. Non fecero nè l'uno nè l'altro una parola. Il giovane la perdè intieramente in quel punto. Il parroco ed io accendemmo le candele, ponemmo il crocifisso sul petto, aprimmo gli ufficj, e incominciammo le preghiere dei moribondi. Le parole dei santi, e quelle massime del santo dei santi, ci parvero, come di ragione, più sante, più opportune, più necessarie ad ogni modo a dirsi in quel punto, che non nessuna che avessimo potuto dir noi. Le nostre voci sole s'udivano alternate; poi fra breve alcuni singhiozzi; e quando finimmo, silenzio.

Sedemmo un momento più discosti dal letto. I due alzarono il capo e gli occhi più volte al capo, agli occhi chiusi del moribondo o del morto. Due o tre volte li rivolsero a me, come per domandare se era vivo o morto. Noi ci riappressammo; e credo un medesimo pensiero ci venne a tutti e due, che non dovevamo restare discosti, lasciando i due ebrei ad accogliere l'ultima espirazione. Era un pensiero [pg!210] materiale quasi superstizioso, lo so; ma venutomi, almeno a me, mi riappressai; e ricominciammo le preghiere dei moribondi. Finitele di nuovo, non ci parve di scostarci e le ricominciammo una terza volta.

Non vidi mai alcuno rimanere in quegli ultimi così a lungo. Eravamo stanchi già, e non importava ciò; se non che temetti per la giovane, ed anche per il vecchio.... e poi un'ombra di speranza, una tinta leggera di sangue mi pareva che tornasse sulle guancie smorte, e già cadute del giovane. Diressi finalmente alcuna parola al padre ed alla figlia; espressi quel poco di speranze che mi venivano. Li persuasi ad alzarsi, e poi in breve, crescendo le speranze, a scostarsi, e ad andarsi a riposare alquanto altrove, pur promettendo riavvisarli al ritorno del pericolo, che pur troppo pareva non che probabile ma inevitabile. Intanto si richiamarono i medici, che secondo l'uso avevano abbandonato l'infermo al momento appunto dove la vita e la morte dipendendo più da un errore o un rimedio opportuno parrebbe meno inutile e più obbligatorio il loro officio.

Che v'ho a dir io? Io credo ai miracoli, e credo anzi che non è possibile che non ci siano stati, e non sieno miracoli tuttodì. Perchè, se s'intende per miracoli l'intervenzione del creatore nelle cose anche materiali di questo mondo, bisogna per forza che ci sieno miracoli, se non si vuol fare del nostro Dio il Dio pigro e indifferente di Epicuro, o il destino impotente degli antichi idolatri. Se non ci fossero miracoli, se Iddio non si piegasse a mutare talvolta, in modi a noi sconosciuti, le leggi abituali della natura, sarebbe inutile pregar Dio; poichè già sarebbe detto che Iddio non può o non vuole mutar nulla; che, dico, sarebbe inutile venerar Dio, e, se è lecito così esprimersi, Iddio non sarebbe venerabile, adorabile, non sarebbe Dio potente e libero, non varrebbe in potenza l'uomo, che ha pure la libertà e la potenza di variare ciò ch'egli stesso fece. Sarebbe, torno a dire, nulla più che il dio Destino degli antichi, cioè non-Dio. Della natura materiale di questo mondo noi intendiamo poco, meno ancora intendiamo delle nature immateriali che sono nel mondo e fuori. Che se ci [pg!211] solleviamo all'infinito, il nostro intelletto si atterra; il cuore solo manda un'aspirazione come verso il suo fine; e quando vogliamo esprimere i nostri presentimenti della verità, ci mancano persino le parole, niuno le trova per enunciare ciò che pur gli sembra di vedere. Adunque, il difficile non è di credere che ci sono e ci debbono essere miracoli; ma di sapere che cosa è miracolo, cioè, che cosa è nell'andamento regolare della natura, che cosa eccezionale; cioè, che cosa secondo le leggi divine che noi conosciamo, e che cosa secondo le altre che non conosciamo; le leggi degli spiriti tra essi e Dio, tra essi l'un coll'altro, tra esso e la natura materiale. Quindi è che bisogna andar adagio prima di gridar miracolo; e la Chiesa cattolica, tanto accusata di credulità da' suoi nemici e sovente da' suoi proprj figli, ci dà l'esempio di siffatta cautela; e il fatto sta che i tre quarti dei miracoli che si mettono in ridicolo nelle relazioni di viaggi e siffatti libriciattoli, non che essere creduti e approvati, sono anzi condannati come superstizioni dalla Chiesa. Fra i miracoli poi, niuno credo sia così frequente, niuno è così difficile a constatar come miracolo, quanto le guarigioni degli infermi. A quel modo che dissi poc'anzi della grande efficacia buona o cattiva che può avere un menomo rimedio agli ultimi momenti, chi può dubitare che anche un menomo pensiero, una menoma inspirazione possa, anzi debba avere una forte influenza sul corpo allora così eminentemente sensitivo, epperciò sull'andamento e sull'esito finale della malattia? Ma dove sta il miracolo? C'è, o non c'è? È pensiero naturale, o inspirazione? Chi lo può sapere, chi lo può dire, chi può pur pensare che ci sia mai un modo di saperlo? In questa, come in tante altre cose, crediamo, crediamo pure, ma rinunciamo a sapere.

Fattavi la mia professione, non mi dimanderete, spero, se ci fosse o non ci fosse miracolo nella guarigione del giovane segretario dell'ebreo. Il fatto sta che svegliatosi da quel sonno o sopore, che tutti avevamo creduto esser l'ultimo, incominciò a respirar meglio, poi a parlare, e via via a nudrirsi, a sentirsi sollevato dal male, ad esserlo veramente, a guarire. Non dirovvi la gioia di tutti intorno a lui, [pg!212] e massime della fanciulla, che reprimeva quella gioia anche meno che non avesse fatto del dolore. Come avevo veduto l'infermo, continuai a vedere il convalescente. Volevo mantenerlo nelle buone risoluzioni prese al momento della morte: e già sapete che non si mantengono sempre. Povero giovane! Era naturale che gli dolesse sempre più lasciare quella casa e quella persona massimamente, da cui vedevasi ora così evidentemente e fortemente amato. Io lo lasciava intieramente ristabilire, prima di pressarlo allo scioglimento di tutta la difficoltà. Ma questa volta Samuele stesso ebbe più fretta.

Appena fu uscito due o tre giorni dalla camera, e un giorno solo all'aria aperta, Carlo fu chiamato al mattino nello studio dell'ebreo. E domandatogli appena delle sue nuove, e saputele buone, dissegli Samuele con volto serio e sereno: «Carlo, ora tu puoi uscire, e non hai più bisogno di me, di noi. Io nemmeno non ho più bisogno di te. I lavori che mi facevi, lo scopo di essi almeno è compiuto. È tempo che tu prefigga il prezzo di essi, di che mai più non parlammo. Poi.... poi, noi ci siamo troppo intimamente conosciuti (e in ciò Samuele guardavamo fisso fisso in volto), noi ci siamo troppo intimamente conosciuti, perchè non ci venga forse a tutti il desiderio di rivederci talvolta. Non è così anche in te? Dimmi il tuo pensiero, i tuoi disegni, che farai, dove sarai uscendo di qui...»

Ma il colpo, la sorpresa era troppo forte ancora per il giovane convalescente. Gli fu forza appoggiarsi a una sedia vicina, e poi cadervi e quasi venir meno. — Non vi dirò tutti questi particolari. Il risultato fu che Samuele, già cristiano nell'anima da non poco tempo, aperse a Carlo la sua intenzione di professarsi cristiano in breve pubblicamente; e, come già potete pensare, non ci essendo tra essi che questa difficoltà, gli diede la mano non isperata, non desiderata nemmeno della figlia. I dolori degli uomini sono difficili, ma le gioie non sono possibili a descriversi.

Nè vi dirò pettegolezzi, i cicalecci, i commenti che si fecero nella città. Poco mancò che da scomunicato Carlo diventasse un santo per certe persone che ora gli attribuivano [pg!213] tutto, e dicevano avesse fatto egli ogni cosa. Ma egli rispondeva a tutti che ogni cosa era stata fatta dall'amore, e l'amore stesso da Dio.

Il fatto sta, che anche prima che venisse Carlo in casa l'ebreo, questi aveva già molti dubbj sulla propria religione, e perciò studiava i proprj e i nostri libri, e volle avere Carlo. La conversione si può, anzi si dee dir dunque venuta da Dio più direttamente, senz'anche forse l'intermediario che diceva quell'innamorato.

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