LA GUIDA

LA GUIDA[image]a migliore industria estiva nei paesi alpini consiste nell'andare perGuidacogli alpinisti. Nelle Alpi nostre ne campano un cento cinquanta persone. Quando non ci lasciano la pelle, o almeno non ce la lasciano tutta, fanno unacampagnadi trecento alle quattrocento lire, e i più famosi, quelli raccomandati dai libri inglesi, arrivano fino alle cinquecento, fino alle seicento; ma bisognò proprio aver tentato la Provvidenza, e se a stagione finita appendono un cero, credete pure che il Santo se lo è meritato.Bel mestiere, del resto, e pulito, che sveglia l'ingegno e fortifica le membra; infatti sono quasi [pg!166] tutti fiori di gente, agili, robusti e temperanti. Quando capita, la morte se li piglia interi e gagliardi, e ruba loro cinquant'anni di salute. Se si mostra e minaccia, li trova lottatori imperterriti e prudenti; avvezzi a considerarla come un incerto del mestiere, essi la guardano in faccia, l'affrontano senza bravate e senza paura, ne misurano i colpi, li parano e spesso ne trionfano. Ma il più delle volte essa li coglie a tradimento e li stramazza fulminati: perciò molti sogliono fare il segno della croce prima di avventurarsi a nuove corse, e tutti parlano della montagna in tono grave che sa di svogliatezza ai novizi, ma nel quale gli esperti riconoscono la coscienza che hanno, virile e risoluta del proprio còmpito.Voi li domandate:—Si può salire quella vetta?—Si può tentare,—rispondono.—È cattiva?—Secondo le gambe.—C'è pericolo?—Bisogna vedere.—Ma il tempo promette?—Finora è bello.E non ne cavate altro. Smargiassate od anche semplici promesse non ne fanno mai o se ci cogliete qualcuno, dite pure che non è dei buoni. Non cercano mai di adescare gli inesperti alle [pg!167] gite rischiose, le sole che fruttino loro un guadagno considerevole. Al più, li invogliano, lodando la vista e attenuandone le fatiche, alla scalata di qualche picco di secondo o di terz'ordine, dove il peggior rischio è di farcisi tirare a braccia o di lasciarci un polmone, ma lo fanno senza importunare, ma raccolgono, non intavolano il discorso. Stimolano bensì alle grandi ascensioni gli alpinisti provetti, ma allora più che il pensiero della paga li muove una smania di avventure, una specie di amore per l'arte, tanto che ne conosco di quelli che ci si misero, e d'inverno, senza toccare un quattrino. Amano la montagna come tutti i montanari, ma mentre la tenerezza solita del montanaro proviene da certa sua indole timida e sospettosa e si chiude nella conca che lo vide nascere, la loro comprende tutta l'Alpe desolata ed inesplorata, anzi tutte le maggiori sommità della terra. Parecchie guide valdostane di Valtournanche, seguirono il Wimper nelle sue escursioni sulla Cordilliera delle Ande, e ve ne hanno oggidì sulle montagne dell'Africa centrale. L'Alpe domestica e agevole, non li alletta e non li contenta. Finchè durano le piante e l'erbe, essi sembrano patire l'afa e la noia estive, e camminare e respirare a disagio; il loro volto non si rischiara, il loro ingegno non s'apre. Amano l'alta montagna, per il suolo che va studiato, [pg!168] per l'aria che vi si respira, per gli spettacoli grandiosi e selvaggi che presenta, per le fatiche, le lotte, i rischi ed i trionfi; l'amano con impazienza di lottatore, con orgoglio di domatore; si compiacciono dell'omaggio che le recano da ogni parte del mondo uomini gagliardi e sapienti di gran stato e di gran nome e da quell'omaggio ricavano per lei un sentimento di rispetto, una smania grande di penetrarne i misteri e la confusa convinzione che ad essa mettano capo tutte le forze della terra. Forse sono presi inconsciamente da quella curiosità immaginosa dell'al di làche danno tutti gli ostacoli che contrastano l'orizzonte.Inoltre la consuetudine con gente colta e dotata spesso di certe qualità artistiche, li ha educati ad esercitare la facoltà ammirativa ed a collocare degnamente la propria ammirazione che per virtù della nativa compostezza esprimono sempre con misura. Non hanno del Cicerone nè la verbosità spesso balorda, nè il frasario ammirativo mandato a memoria. E sopratutto non hanno la supina e stucchevole servilità.Questo se vogliamo è pregio di tutti i montanari, fra i quali ne troverete di tardi, di corti, d'ispidi, di sospettosi, litigiosi, permalosi, avari, ingordi talora, ma di servili mai, o pochissimi tornati inciviliti dalla pianura. La montagna grave [pg!169] e pensosa, li ha fatti gravi e pensosi, ha dato loro, non so se un sentimento di dignità, ma certo la coscienza della miseria umana comune a tutti gli uomini e con questa una filosofia incurante e quasi disperata. I movimenti tardi e grevi del corpo, non concedono loro la pieghevolezza servile: non sanno costringere alla loquacità ossequiosa l'indole taciturna. D'altronde l'uomo non si fa servile che in mezzo al fasto ed all'ozio, ed essi non conoscono nè l'una cosa nè l'altra. Il fasto dei gran signori non può salire ne spiegarsi in quei luoghi disagevoli e la vita dura che essi menano costa loro così caro che non arrivano a persuadersi ve ne siano di quelli che l'hanno piana e per nulla. Quando vedono gli alpinisti affrontare le improbe fatiche del cammino, essi cui il riposo è tanto arduo premio, non possono credere che quelli ne rifuggano per diporto e li sospettano di mire occulte. Il villano in cui v'imbattete per strada vi domanda se salite per radici o fiori medicinali o per rintracciare la miniera, la favolosa miniera dell'oro o dell'argento, tradizionale sogno di quelle menti. Vi attribuiscono un lavoro facile e proficuo in sommo grado, oggetto di loro invidia infinita, ma l'ozio assoluto eccede la nozione che essi hanno del benessere concesso all'uomo.[pg!170] Le guide poi non hanno col forestiero quel solo superficiale contatto che dura quanto la visita di un museo, nè sono in tale numero da disputarsi a furia di profferte il cliente, nè la paga che ne tirano è così sproporzionata al servizio da doversene mostrare riconoscenti. La forzata convivenza di più giorni crea fra la guida e l'alpinista una dimestichezza accresciuta dalle difficoltà e dai pericoli dell'impresa. Troppo spesso l'uomo vi è ricondotto a quello stato primitivo nel quale la suprema nobiltà consiste nella forza dei muscoli e nella accortezza dell'ingegno. Dacchè comincia l'escursione, è stabilita fra quanti vi partecipano una perfetta eguaglianza di fatiche, di ristoro e di pericoli, e può seguire che l'ultima goccia dicognacrimasta, sospiro di tutta la comitiva, tocchi alla guida anzichè al Lord e Pari d'Inghilterra. La guida conscia di dover mettere, occorrendo, la vita per salvare quella del temporaneo compagno, sente che l'importanza dell'obbligo è tale da non doverne essere ripagato di sola moneta; locchè non scema, anzi accresce la sua premurosa sollecitudine, ma questa è rivolta ai bisogni essenziali ed ha un fare spontaneo come di larghezza gratuita. Nelle capanne di rifugio che la provvidenza del Club Alpino, o l'accortezza di qualche albergatore, costrusse in mezzo alle più selvaggie solitudini delle [pg!171] Alpi, essi apprestano non richiesti e tacitamente al viaggiatore quante maggiori comodità il luogo può fornire, non serbando a se stessi che il pretto necessario, cioè tanto spazio di roccia nuda che basti per starci al chiuso. Se la comitiva è numerosa e le guide non ci capiscono tutte, si danno il cambio per turno, mezze alla sosta e mezze all'aperto. Seduti sul limitare nella notte glaciale e solenne, discorrono fra di loro a bassa voce fumando e ridendo per arguzie piene di sapore paesano e quando, innanzi l'albeggiare, spira dalle vette nitide di verso levante la prima larga folata di vento mattinale, al cui soffio la neve si fa più dura e stagnano tutti fino al fondo i rigagnoletti, allora si martellano di pugni il petto e le coscie, perchè il sangue impigrito e la stanchezza non li abbandonino ad un sonno mortale. Buona e salda gente, che il domani di una tale notte si mostrano svegli e disposti alle più dure fatiche, senza che una parola crucciata, senza che una ruga del fronte tradiscano lo scontento del disagio sofferto. Se il forestiero ne li ringrazia, negano allegri disagio e fatica, se trova che gli dettero il suo e nulla più, sono disposti a convenirne sinceramente. Infatti non sono servizievoli per mera cortesia, ma anche per un sentimento profondo di giustizia e di equilibrio, e per saggezza. Sanno che al meno forte e meno [pg!172] agguerrito occorrono più riguardi, sanno che la montagna è tale che bisogna affrontarla con tutte vive le attività della mente e del corpo e sanno che una notte bianca non scema loro un'oncia di vigore mentre ne dimezzerebbe l'uomo disavvezzo, della pianura. Sono generosi come tutti i forti, perchè non sostengono la vista della debolezza.Ma se a suo tempo concedono, a suo tempo vogliono e sanno comandare. Una volta giunti nei luoghi dove il pericolo può essere continuamente imminente, prendono occorrendo un accento tronco ed imperativo di capitano. Ad essi la scelta della via, e l'ordine della brigata. Se giudicano sconveniente la salita, non c'è strepito di viaggiatore temerario che li faccia procedere. Qualche alpinista vanitoso e ignorante, intestardisce nel proposito e li minaccia nella paga, ma è fiato gettato e c'è da pigliarsi delle male parole, e da esser rimenato a forza. Qualcheduno riuscì a piegarli deridendoli per vigliacchi, ma allora l'escursione precipitò quasi sempre in tragedia e ci rimasero, di buon giusto, il viaggiatore e, a torto, la guida.Ricordo che una sera a Gressoney capitarono, scendendo dal Colle d'Ollen, dopo di aver valicato il Lysjoch, due alpinisti che io conoscevo. Avevano una guida caduno e fra queste [pg!173] il buono e famoso Maquignaz di Valtournanche. Appena giunti all'albergo, i due domandarono con grande inquietudine se quel giorno o la sera innanzi fosse arrivato un loro compagno con una guida. Alla nostra risposta negativa spacciarono sull'atto, accoratissimi, un pedone all'albergo dell'Ollen lontano cinque ore, a recarvi l'esito infruttuoso dell'inchiesta e ad ordinare una battuta esplorativa per i ghiacciai e le giogaie circostanti.Il Maquignaz lasciava dire, lasciava fare, e lasciò partire il messo senza mettere verbo, sorridendo nella barba e mostrando negli occhi una lontana compiacenza trionfatrice che ebbi, conoscendolo, per segno sicuro di buon augurio.—Morti non sono, lo giurerei, ma una gran pauraccia l'hanno avuta di certo e non hanno dormito sulle piume.E dopo un momento aggiunse a mezza voce, ammiccandomi:—Ci ho gusto.I due intesero e lo strapazzarono contenti di sfogare la smania che li travagliava, e lui calmo calmo a replicare:—Morti non sono, conosco i luoghi e quella guida, benchè non abbia pratica del Mon Rosa, è un buon montanaro e prudente. Morti non [pg!174] sono, ma ci ho gusto, ci ho gusto; non posso dire che non ci ho gusto.Il fatto era seguito così:Erano tre viaggiatori e tre guide. Il giorno innanzi, partiti dal Riffel sopra Zermatt e valicato il Lysjoch, volevano pernottare all'altissimo albergo del colle d'Ollen. Verso le quattro pomeridiane, superati i passi difficili della sommità, traversavano il ghiacciaio dellaVincent pyramidequando su Val di Sesia, salirono le solite nebbie. Maquignaz, che stava in capo alla comitiva, non aveva mai fatto quella strada, ma consultando una buona carta inglese, e interrogando l'indole dei luoghi, procedeva sicuro come per lunga consuetudine. A un punto il viaggiatore, ora smarrito, disse:A destra.Maquignaz si voltò, rilesse la carta, si guardò attorno e rispose:—Avanti, avanti, vengano con me.Le nubi s'ingrossavano e s'allargavano, occorreva far presto e risoluto. Dopo alcuni passi l'alpinista ripetè: «A destra», e Maquignaz: «Avanti». Ma l'altro si piantò fermo, agitato da una collera inquieta. Egli di là c'era passato un'altra volta e, solo della comitiva, sapeva la strada; non ch'era nè tempo nè agio di fare esperimenti, se Maquignaz voleva darsi il lusso di [pg!175] trovarne una nuova, padrone, ma egli, la sua guida e i suoi compagni volgevano a destra senza più esitare. I compagni, ben inteso, tacevano seccati ed inquieti del dubbio. Maquignaz non si scompose, nè incollerì, solo gli replicò essere egli sicuro del fatto suo, conoscere la montagna da troppo tempo per dubitarne, e lo pregò colle buone di fidarsi in lui, alla sua vecchia riputazione di guida oculata e prudente. L'altro smaniò, levò la voce e voltò di netto a mano diritta, tirandosi dietro i compagni. Allora la guida, pallido per volontà contenuta, gli disse: «Lei comanderà al piano, qui comando io. I suoi compagni sono con me, io ne devo rispondere e ne rispondo; so quello che mi faccio: la mia pelle mi è cara e non fui mai avventato. Andiamo!»Ma sì! La persuasione di vederci giusto s'era nell'alpinista invelenita per dispetto della resistenza, e la falsa dignità dell'uomo pagante lo mordeva acerbamente. Le nuvole tenevano già mezzo il cielo, le creste verso il colle d'Ollen fumavano per latormenta, il sole impallidiva e passavano sul viso dei disputanti i primi veli leggieri e fuggenti di nebbia. Il viaggiatore cocciuto aveva una guida sua, un buon alpigiano di Val d'Orco, cacciatore di camosci, espertissimo delle regioni alpine, ma non vera e propria guida. Maquignaz ed un suo compaesano stavano [pg!176] cogli altri due. Un'occhiata li mise d'accordo, presero ognuno a braccetto il proprio cliente, e li strapparono mezzo sbalorditi alla vana giostra di ciancie.—Mi lasciate?—Badate a voi, urlò l'altro ai compagni.—Non sono essi che lo lasciano, sono io Maquignaz che li costringo a seguirmi. Lei se vuole seguirà le nostre peste, vedrà che sono le buone, ma lo avverto che se tarda ancora, proverà che sapore hanno le notti nuvolose sul ghiacciaio.Quello prese a diritta colla sua guida, invano scongiurato ed ammonito. I quattro giunsero all'albergo dell'Ollen sul far della sera, vi aspettarono in preda ad un'ansietà angosciosa i dissidenti, tutta la notte e il giorno seguente, indi scesero a Gressoney, sperando di trovarceli. Ne furono raggiunti il giorno di poi. I due disgraziati, mezz'ora dopo abbandonato il grosso della brigata, si avvidero di aver sbagliato cammino.La nebbia stagnava sorda e immobile sul ghiacciaio, e lo oscurava. Impossibile rintracciare le peste. Si aggiravano sbigottiti in luoghi per fortuna più paurosi che mortali; il cacciatore di Val d'Orco, sapeva più evitare i mali passi che uscirne. Tuttavia riuscirono a lasciare il ghiacciaio, ma la notte li colse per roccie scoscese, [pg!177] meno disagevoli, ma più pericolose che non fosse il gran letto nevoso. Buono che fu nebbia e non tempesta e che a quelle alture la notte dura meno che al piano. Arrivarono a Gressoney sfiniti ed affamati. Il buon Maquignaz non osò andarli ad incontrare per non parere vanitoso del trionfo, ma l'alpinista, chiamatolo a sè, lo volle abbracciare e il cacciatore ebbe dalla guida provetta una fiera strapazzata che io intesi, la quale terminò con questo consiglio:—Se i signori si vogliono perdere, noi dobbiamo salvarli loro malgrado. [pg!178][pg!179]

LA GUIDA[image]a migliore industria estiva nei paesi alpini consiste nell'andare perGuidacogli alpinisti. Nelle Alpi nostre ne campano un cento cinquanta persone. Quando non ci lasciano la pelle, o almeno non ce la lasciano tutta, fanno unacampagnadi trecento alle quattrocento lire, e i più famosi, quelli raccomandati dai libri inglesi, arrivano fino alle cinquecento, fino alle seicento; ma bisognò proprio aver tentato la Provvidenza, e se a stagione finita appendono un cero, credete pure che il Santo se lo è meritato.Bel mestiere, del resto, e pulito, che sveglia l'ingegno e fortifica le membra; infatti sono quasi [pg!166] tutti fiori di gente, agili, robusti e temperanti. Quando capita, la morte se li piglia interi e gagliardi, e ruba loro cinquant'anni di salute. Se si mostra e minaccia, li trova lottatori imperterriti e prudenti; avvezzi a considerarla come un incerto del mestiere, essi la guardano in faccia, l'affrontano senza bravate e senza paura, ne misurano i colpi, li parano e spesso ne trionfano. Ma il più delle volte essa li coglie a tradimento e li stramazza fulminati: perciò molti sogliono fare il segno della croce prima di avventurarsi a nuove corse, e tutti parlano della montagna in tono grave che sa di svogliatezza ai novizi, ma nel quale gli esperti riconoscono la coscienza che hanno, virile e risoluta del proprio còmpito.Voi li domandate:—Si può salire quella vetta?—Si può tentare,—rispondono.—È cattiva?—Secondo le gambe.—C'è pericolo?—Bisogna vedere.—Ma il tempo promette?—Finora è bello.E non ne cavate altro. Smargiassate od anche semplici promesse non ne fanno mai o se ci cogliete qualcuno, dite pure che non è dei buoni. Non cercano mai di adescare gli inesperti alle [pg!167] gite rischiose, le sole che fruttino loro un guadagno considerevole. Al più, li invogliano, lodando la vista e attenuandone le fatiche, alla scalata di qualche picco di secondo o di terz'ordine, dove il peggior rischio è di farcisi tirare a braccia o di lasciarci un polmone, ma lo fanno senza importunare, ma raccolgono, non intavolano il discorso. Stimolano bensì alle grandi ascensioni gli alpinisti provetti, ma allora più che il pensiero della paga li muove una smania di avventure, una specie di amore per l'arte, tanto che ne conosco di quelli che ci si misero, e d'inverno, senza toccare un quattrino. Amano la montagna come tutti i montanari, ma mentre la tenerezza solita del montanaro proviene da certa sua indole timida e sospettosa e si chiude nella conca che lo vide nascere, la loro comprende tutta l'Alpe desolata ed inesplorata, anzi tutte le maggiori sommità della terra. Parecchie guide valdostane di Valtournanche, seguirono il Wimper nelle sue escursioni sulla Cordilliera delle Ande, e ve ne hanno oggidì sulle montagne dell'Africa centrale. L'Alpe domestica e agevole, non li alletta e non li contenta. Finchè durano le piante e l'erbe, essi sembrano patire l'afa e la noia estive, e camminare e respirare a disagio; il loro volto non si rischiara, il loro ingegno non s'apre. Amano l'alta montagna, per il suolo che va studiato, [pg!168] per l'aria che vi si respira, per gli spettacoli grandiosi e selvaggi che presenta, per le fatiche, le lotte, i rischi ed i trionfi; l'amano con impazienza di lottatore, con orgoglio di domatore; si compiacciono dell'omaggio che le recano da ogni parte del mondo uomini gagliardi e sapienti di gran stato e di gran nome e da quell'omaggio ricavano per lei un sentimento di rispetto, una smania grande di penetrarne i misteri e la confusa convinzione che ad essa mettano capo tutte le forze della terra. Forse sono presi inconsciamente da quella curiosità immaginosa dell'al di làche danno tutti gli ostacoli che contrastano l'orizzonte.Inoltre la consuetudine con gente colta e dotata spesso di certe qualità artistiche, li ha educati ad esercitare la facoltà ammirativa ed a collocare degnamente la propria ammirazione che per virtù della nativa compostezza esprimono sempre con misura. Non hanno del Cicerone nè la verbosità spesso balorda, nè il frasario ammirativo mandato a memoria. E sopratutto non hanno la supina e stucchevole servilità.Questo se vogliamo è pregio di tutti i montanari, fra i quali ne troverete di tardi, di corti, d'ispidi, di sospettosi, litigiosi, permalosi, avari, ingordi talora, ma di servili mai, o pochissimi tornati inciviliti dalla pianura. La montagna grave [pg!169] e pensosa, li ha fatti gravi e pensosi, ha dato loro, non so se un sentimento di dignità, ma certo la coscienza della miseria umana comune a tutti gli uomini e con questa una filosofia incurante e quasi disperata. I movimenti tardi e grevi del corpo, non concedono loro la pieghevolezza servile: non sanno costringere alla loquacità ossequiosa l'indole taciturna. D'altronde l'uomo non si fa servile che in mezzo al fasto ed all'ozio, ed essi non conoscono nè l'una cosa nè l'altra. Il fasto dei gran signori non può salire ne spiegarsi in quei luoghi disagevoli e la vita dura che essi menano costa loro così caro che non arrivano a persuadersi ve ne siano di quelli che l'hanno piana e per nulla. Quando vedono gli alpinisti affrontare le improbe fatiche del cammino, essi cui il riposo è tanto arduo premio, non possono credere che quelli ne rifuggano per diporto e li sospettano di mire occulte. Il villano in cui v'imbattete per strada vi domanda se salite per radici o fiori medicinali o per rintracciare la miniera, la favolosa miniera dell'oro o dell'argento, tradizionale sogno di quelle menti. Vi attribuiscono un lavoro facile e proficuo in sommo grado, oggetto di loro invidia infinita, ma l'ozio assoluto eccede la nozione che essi hanno del benessere concesso all'uomo.[pg!170] Le guide poi non hanno col forestiero quel solo superficiale contatto che dura quanto la visita di un museo, nè sono in tale numero da disputarsi a furia di profferte il cliente, nè la paga che ne tirano è così sproporzionata al servizio da doversene mostrare riconoscenti. La forzata convivenza di più giorni crea fra la guida e l'alpinista una dimestichezza accresciuta dalle difficoltà e dai pericoli dell'impresa. Troppo spesso l'uomo vi è ricondotto a quello stato primitivo nel quale la suprema nobiltà consiste nella forza dei muscoli e nella accortezza dell'ingegno. Dacchè comincia l'escursione, è stabilita fra quanti vi partecipano una perfetta eguaglianza di fatiche, di ristoro e di pericoli, e può seguire che l'ultima goccia dicognacrimasta, sospiro di tutta la comitiva, tocchi alla guida anzichè al Lord e Pari d'Inghilterra. La guida conscia di dover mettere, occorrendo, la vita per salvare quella del temporaneo compagno, sente che l'importanza dell'obbligo è tale da non doverne essere ripagato di sola moneta; locchè non scema, anzi accresce la sua premurosa sollecitudine, ma questa è rivolta ai bisogni essenziali ed ha un fare spontaneo come di larghezza gratuita. Nelle capanne di rifugio che la provvidenza del Club Alpino, o l'accortezza di qualche albergatore, costrusse in mezzo alle più selvaggie solitudini delle [pg!171] Alpi, essi apprestano non richiesti e tacitamente al viaggiatore quante maggiori comodità il luogo può fornire, non serbando a se stessi che il pretto necessario, cioè tanto spazio di roccia nuda che basti per starci al chiuso. Se la comitiva è numerosa e le guide non ci capiscono tutte, si danno il cambio per turno, mezze alla sosta e mezze all'aperto. Seduti sul limitare nella notte glaciale e solenne, discorrono fra di loro a bassa voce fumando e ridendo per arguzie piene di sapore paesano e quando, innanzi l'albeggiare, spira dalle vette nitide di verso levante la prima larga folata di vento mattinale, al cui soffio la neve si fa più dura e stagnano tutti fino al fondo i rigagnoletti, allora si martellano di pugni il petto e le coscie, perchè il sangue impigrito e la stanchezza non li abbandonino ad un sonno mortale. Buona e salda gente, che il domani di una tale notte si mostrano svegli e disposti alle più dure fatiche, senza che una parola crucciata, senza che una ruga del fronte tradiscano lo scontento del disagio sofferto. Se il forestiero ne li ringrazia, negano allegri disagio e fatica, se trova che gli dettero il suo e nulla più, sono disposti a convenirne sinceramente. Infatti non sono servizievoli per mera cortesia, ma anche per un sentimento profondo di giustizia e di equilibrio, e per saggezza. Sanno che al meno forte e meno [pg!172] agguerrito occorrono più riguardi, sanno che la montagna è tale che bisogna affrontarla con tutte vive le attività della mente e del corpo e sanno che una notte bianca non scema loro un'oncia di vigore mentre ne dimezzerebbe l'uomo disavvezzo, della pianura. Sono generosi come tutti i forti, perchè non sostengono la vista della debolezza.Ma se a suo tempo concedono, a suo tempo vogliono e sanno comandare. Una volta giunti nei luoghi dove il pericolo può essere continuamente imminente, prendono occorrendo un accento tronco ed imperativo di capitano. Ad essi la scelta della via, e l'ordine della brigata. Se giudicano sconveniente la salita, non c'è strepito di viaggiatore temerario che li faccia procedere. Qualche alpinista vanitoso e ignorante, intestardisce nel proposito e li minaccia nella paga, ma è fiato gettato e c'è da pigliarsi delle male parole, e da esser rimenato a forza. Qualcheduno riuscì a piegarli deridendoli per vigliacchi, ma allora l'escursione precipitò quasi sempre in tragedia e ci rimasero, di buon giusto, il viaggiatore e, a torto, la guida.Ricordo che una sera a Gressoney capitarono, scendendo dal Colle d'Ollen, dopo di aver valicato il Lysjoch, due alpinisti che io conoscevo. Avevano una guida caduno e fra queste [pg!173] il buono e famoso Maquignaz di Valtournanche. Appena giunti all'albergo, i due domandarono con grande inquietudine se quel giorno o la sera innanzi fosse arrivato un loro compagno con una guida. Alla nostra risposta negativa spacciarono sull'atto, accoratissimi, un pedone all'albergo dell'Ollen lontano cinque ore, a recarvi l'esito infruttuoso dell'inchiesta e ad ordinare una battuta esplorativa per i ghiacciai e le giogaie circostanti.Il Maquignaz lasciava dire, lasciava fare, e lasciò partire il messo senza mettere verbo, sorridendo nella barba e mostrando negli occhi una lontana compiacenza trionfatrice che ebbi, conoscendolo, per segno sicuro di buon augurio.—Morti non sono, lo giurerei, ma una gran pauraccia l'hanno avuta di certo e non hanno dormito sulle piume.E dopo un momento aggiunse a mezza voce, ammiccandomi:—Ci ho gusto.I due intesero e lo strapazzarono contenti di sfogare la smania che li travagliava, e lui calmo calmo a replicare:—Morti non sono, conosco i luoghi e quella guida, benchè non abbia pratica del Mon Rosa, è un buon montanaro e prudente. Morti non [pg!174] sono, ma ci ho gusto, ci ho gusto; non posso dire che non ci ho gusto.Il fatto era seguito così:Erano tre viaggiatori e tre guide. Il giorno innanzi, partiti dal Riffel sopra Zermatt e valicato il Lysjoch, volevano pernottare all'altissimo albergo del colle d'Ollen. Verso le quattro pomeridiane, superati i passi difficili della sommità, traversavano il ghiacciaio dellaVincent pyramidequando su Val di Sesia, salirono le solite nebbie. Maquignaz, che stava in capo alla comitiva, non aveva mai fatto quella strada, ma consultando una buona carta inglese, e interrogando l'indole dei luoghi, procedeva sicuro come per lunga consuetudine. A un punto il viaggiatore, ora smarrito, disse:A destra.Maquignaz si voltò, rilesse la carta, si guardò attorno e rispose:—Avanti, avanti, vengano con me.Le nubi s'ingrossavano e s'allargavano, occorreva far presto e risoluto. Dopo alcuni passi l'alpinista ripetè: «A destra», e Maquignaz: «Avanti». Ma l'altro si piantò fermo, agitato da una collera inquieta. Egli di là c'era passato un'altra volta e, solo della comitiva, sapeva la strada; non ch'era nè tempo nè agio di fare esperimenti, se Maquignaz voleva darsi il lusso di [pg!175] trovarne una nuova, padrone, ma egli, la sua guida e i suoi compagni volgevano a destra senza più esitare. I compagni, ben inteso, tacevano seccati ed inquieti del dubbio. Maquignaz non si scompose, nè incollerì, solo gli replicò essere egli sicuro del fatto suo, conoscere la montagna da troppo tempo per dubitarne, e lo pregò colle buone di fidarsi in lui, alla sua vecchia riputazione di guida oculata e prudente. L'altro smaniò, levò la voce e voltò di netto a mano diritta, tirandosi dietro i compagni. Allora la guida, pallido per volontà contenuta, gli disse: «Lei comanderà al piano, qui comando io. I suoi compagni sono con me, io ne devo rispondere e ne rispondo; so quello che mi faccio: la mia pelle mi è cara e non fui mai avventato. Andiamo!»Ma sì! La persuasione di vederci giusto s'era nell'alpinista invelenita per dispetto della resistenza, e la falsa dignità dell'uomo pagante lo mordeva acerbamente. Le nuvole tenevano già mezzo il cielo, le creste verso il colle d'Ollen fumavano per latormenta, il sole impallidiva e passavano sul viso dei disputanti i primi veli leggieri e fuggenti di nebbia. Il viaggiatore cocciuto aveva una guida sua, un buon alpigiano di Val d'Orco, cacciatore di camosci, espertissimo delle regioni alpine, ma non vera e propria guida. Maquignaz ed un suo compaesano stavano [pg!176] cogli altri due. Un'occhiata li mise d'accordo, presero ognuno a braccetto il proprio cliente, e li strapparono mezzo sbalorditi alla vana giostra di ciancie.—Mi lasciate?—Badate a voi, urlò l'altro ai compagni.—Non sono essi che lo lasciano, sono io Maquignaz che li costringo a seguirmi. Lei se vuole seguirà le nostre peste, vedrà che sono le buone, ma lo avverto che se tarda ancora, proverà che sapore hanno le notti nuvolose sul ghiacciaio.Quello prese a diritta colla sua guida, invano scongiurato ed ammonito. I quattro giunsero all'albergo dell'Ollen sul far della sera, vi aspettarono in preda ad un'ansietà angosciosa i dissidenti, tutta la notte e il giorno seguente, indi scesero a Gressoney, sperando di trovarceli. Ne furono raggiunti il giorno di poi. I due disgraziati, mezz'ora dopo abbandonato il grosso della brigata, si avvidero di aver sbagliato cammino.La nebbia stagnava sorda e immobile sul ghiacciaio, e lo oscurava. Impossibile rintracciare le peste. Si aggiravano sbigottiti in luoghi per fortuna più paurosi che mortali; il cacciatore di Val d'Orco, sapeva più evitare i mali passi che uscirne. Tuttavia riuscirono a lasciare il ghiacciaio, ma la notte li colse per roccie scoscese, [pg!177] meno disagevoli, ma più pericolose che non fosse il gran letto nevoso. Buono che fu nebbia e non tempesta e che a quelle alture la notte dura meno che al piano. Arrivarono a Gressoney sfiniti ed affamati. Il buon Maquignaz non osò andarli ad incontrare per non parere vanitoso del trionfo, ma l'alpinista, chiamatolo a sè, lo volle abbracciare e il cacciatore ebbe dalla guida provetta una fiera strapazzata che io intesi, la quale terminò con questo consiglio:—Se i signori si vogliono perdere, noi dobbiamo salvarli loro malgrado. [pg!178][pg!179]

[image]a migliore industria estiva nei paesi alpini consiste nell'andare perGuidacogli alpinisti. Nelle Alpi nostre ne campano un cento cinquanta persone. Quando non ci lasciano la pelle, o almeno non ce la lasciano tutta, fanno unacampagnadi trecento alle quattrocento lire, e i più famosi, quelli raccomandati dai libri inglesi, arrivano fino alle cinquecento, fino alle seicento; ma bisognò proprio aver tentato la Provvidenza, e se a stagione finita appendono un cero, credete pure che il Santo se lo è meritato.

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Bel mestiere, del resto, e pulito, che sveglia l'ingegno e fortifica le membra; infatti sono quasi [pg!166] tutti fiori di gente, agili, robusti e temperanti. Quando capita, la morte se li piglia interi e gagliardi, e ruba loro cinquant'anni di salute. Se si mostra e minaccia, li trova lottatori imperterriti e prudenti; avvezzi a considerarla come un incerto del mestiere, essi la guardano in faccia, l'affrontano senza bravate e senza paura, ne misurano i colpi, li parano e spesso ne trionfano. Ma il più delle volte essa li coglie a tradimento e li stramazza fulminati: perciò molti sogliono fare il segno della croce prima di avventurarsi a nuove corse, e tutti parlano della montagna in tono grave che sa di svogliatezza ai novizi, ma nel quale gli esperti riconoscono la coscienza che hanno, virile e risoluta del proprio còmpito.

Voi li domandate:—Si può salire quella vetta?

—Si può tentare,—rispondono.

—È cattiva?

—Secondo le gambe.

—C'è pericolo?

—Bisogna vedere.

—Ma il tempo promette?

—Finora è bello.

E non ne cavate altro. Smargiassate od anche semplici promesse non ne fanno mai o se ci cogliete qualcuno, dite pure che non è dei buoni. Non cercano mai di adescare gli inesperti alle [pg!167] gite rischiose, le sole che fruttino loro un guadagno considerevole. Al più, li invogliano, lodando la vista e attenuandone le fatiche, alla scalata di qualche picco di secondo o di terz'ordine, dove il peggior rischio è di farcisi tirare a braccia o di lasciarci un polmone, ma lo fanno senza importunare, ma raccolgono, non intavolano il discorso. Stimolano bensì alle grandi ascensioni gli alpinisti provetti, ma allora più che il pensiero della paga li muove una smania di avventure, una specie di amore per l'arte, tanto che ne conosco di quelli che ci si misero, e d'inverno, senza toccare un quattrino. Amano la montagna come tutti i montanari, ma mentre la tenerezza solita del montanaro proviene da certa sua indole timida e sospettosa e si chiude nella conca che lo vide nascere, la loro comprende tutta l'Alpe desolata ed inesplorata, anzi tutte le maggiori sommità della terra. Parecchie guide valdostane di Valtournanche, seguirono il Wimper nelle sue escursioni sulla Cordilliera delle Ande, e ve ne hanno oggidì sulle montagne dell'Africa centrale. L'Alpe domestica e agevole, non li alletta e non li contenta. Finchè durano le piante e l'erbe, essi sembrano patire l'afa e la noia estive, e camminare e respirare a disagio; il loro volto non si rischiara, il loro ingegno non s'apre. Amano l'alta montagna, per il suolo che va studiato, [pg!168] per l'aria che vi si respira, per gli spettacoli grandiosi e selvaggi che presenta, per le fatiche, le lotte, i rischi ed i trionfi; l'amano con impazienza di lottatore, con orgoglio di domatore; si compiacciono dell'omaggio che le recano da ogni parte del mondo uomini gagliardi e sapienti di gran stato e di gran nome e da quell'omaggio ricavano per lei un sentimento di rispetto, una smania grande di penetrarne i misteri e la confusa convinzione che ad essa mettano capo tutte le forze della terra. Forse sono presi inconsciamente da quella curiosità immaginosa dell'al di làche danno tutti gli ostacoli che contrastano l'orizzonte.

Inoltre la consuetudine con gente colta e dotata spesso di certe qualità artistiche, li ha educati ad esercitare la facoltà ammirativa ed a collocare degnamente la propria ammirazione che per virtù della nativa compostezza esprimono sempre con misura. Non hanno del Cicerone nè la verbosità spesso balorda, nè il frasario ammirativo mandato a memoria. E sopratutto non hanno la supina e stucchevole servilità.

Questo se vogliamo è pregio di tutti i montanari, fra i quali ne troverete di tardi, di corti, d'ispidi, di sospettosi, litigiosi, permalosi, avari, ingordi talora, ma di servili mai, o pochissimi tornati inciviliti dalla pianura. La montagna grave [pg!169] e pensosa, li ha fatti gravi e pensosi, ha dato loro, non so se un sentimento di dignità, ma certo la coscienza della miseria umana comune a tutti gli uomini e con questa una filosofia incurante e quasi disperata. I movimenti tardi e grevi del corpo, non concedono loro la pieghevolezza servile: non sanno costringere alla loquacità ossequiosa l'indole taciturna. D'altronde l'uomo non si fa servile che in mezzo al fasto ed all'ozio, ed essi non conoscono nè l'una cosa nè l'altra. Il fasto dei gran signori non può salire ne spiegarsi in quei luoghi disagevoli e la vita dura che essi menano costa loro così caro che non arrivano a persuadersi ve ne siano di quelli che l'hanno piana e per nulla. Quando vedono gli alpinisti affrontare le improbe fatiche del cammino, essi cui il riposo è tanto arduo premio, non possono credere che quelli ne rifuggano per diporto e li sospettano di mire occulte. Il villano in cui v'imbattete per strada vi domanda se salite per radici o fiori medicinali o per rintracciare la miniera, la favolosa miniera dell'oro o dell'argento, tradizionale sogno di quelle menti. Vi attribuiscono un lavoro facile e proficuo in sommo grado, oggetto di loro invidia infinita, ma l'ozio assoluto eccede la nozione che essi hanno del benessere concesso all'uomo.

[pg!170] Le guide poi non hanno col forestiero quel solo superficiale contatto che dura quanto la visita di un museo, nè sono in tale numero da disputarsi a furia di profferte il cliente, nè la paga che ne tirano è così sproporzionata al servizio da doversene mostrare riconoscenti. La forzata convivenza di più giorni crea fra la guida e l'alpinista una dimestichezza accresciuta dalle difficoltà e dai pericoli dell'impresa. Troppo spesso l'uomo vi è ricondotto a quello stato primitivo nel quale la suprema nobiltà consiste nella forza dei muscoli e nella accortezza dell'ingegno. Dacchè comincia l'escursione, è stabilita fra quanti vi partecipano una perfetta eguaglianza di fatiche, di ristoro e di pericoli, e può seguire che l'ultima goccia dicognacrimasta, sospiro di tutta la comitiva, tocchi alla guida anzichè al Lord e Pari d'Inghilterra. La guida conscia di dover mettere, occorrendo, la vita per salvare quella del temporaneo compagno, sente che l'importanza dell'obbligo è tale da non doverne essere ripagato di sola moneta; locchè non scema, anzi accresce la sua premurosa sollecitudine, ma questa è rivolta ai bisogni essenziali ed ha un fare spontaneo come di larghezza gratuita. Nelle capanne di rifugio che la provvidenza del Club Alpino, o l'accortezza di qualche albergatore, costrusse in mezzo alle più selvaggie solitudini delle [pg!171] Alpi, essi apprestano non richiesti e tacitamente al viaggiatore quante maggiori comodità il luogo può fornire, non serbando a se stessi che il pretto necessario, cioè tanto spazio di roccia nuda che basti per starci al chiuso. Se la comitiva è numerosa e le guide non ci capiscono tutte, si danno il cambio per turno, mezze alla sosta e mezze all'aperto. Seduti sul limitare nella notte glaciale e solenne, discorrono fra di loro a bassa voce fumando e ridendo per arguzie piene di sapore paesano e quando, innanzi l'albeggiare, spira dalle vette nitide di verso levante la prima larga folata di vento mattinale, al cui soffio la neve si fa più dura e stagnano tutti fino al fondo i rigagnoletti, allora si martellano di pugni il petto e le coscie, perchè il sangue impigrito e la stanchezza non li abbandonino ad un sonno mortale. Buona e salda gente, che il domani di una tale notte si mostrano svegli e disposti alle più dure fatiche, senza che una parola crucciata, senza che una ruga del fronte tradiscano lo scontento del disagio sofferto. Se il forestiero ne li ringrazia, negano allegri disagio e fatica, se trova che gli dettero il suo e nulla più, sono disposti a convenirne sinceramente. Infatti non sono servizievoli per mera cortesia, ma anche per un sentimento profondo di giustizia e di equilibrio, e per saggezza. Sanno che al meno forte e meno [pg!172] agguerrito occorrono più riguardi, sanno che la montagna è tale che bisogna affrontarla con tutte vive le attività della mente e del corpo e sanno che una notte bianca non scema loro un'oncia di vigore mentre ne dimezzerebbe l'uomo disavvezzo, della pianura. Sono generosi come tutti i forti, perchè non sostengono la vista della debolezza.

Ma se a suo tempo concedono, a suo tempo vogliono e sanno comandare. Una volta giunti nei luoghi dove il pericolo può essere continuamente imminente, prendono occorrendo un accento tronco ed imperativo di capitano. Ad essi la scelta della via, e l'ordine della brigata. Se giudicano sconveniente la salita, non c'è strepito di viaggiatore temerario che li faccia procedere. Qualche alpinista vanitoso e ignorante, intestardisce nel proposito e li minaccia nella paga, ma è fiato gettato e c'è da pigliarsi delle male parole, e da esser rimenato a forza. Qualcheduno riuscì a piegarli deridendoli per vigliacchi, ma allora l'escursione precipitò quasi sempre in tragedia e ci rimasero, di buon giusto, il viaggiatore e, a torto, la guida.

Ricordo che una sera a Gressoney capitarono, scendendo dal Colle d'Ollen, dopo di aver valicato il Lysjoch, due alpinisti che io conoscevo. Avevano una guida caduno e fra queste [pg!173] il buono e famoso Maquignaz di Valtournanche. Appena giunti all'albergo, i due domandarono con grande inquietudine se quel giorno o la sera innanzi fosse arrivato un loro compagno con una guida. Alla nostra risposta negativa spacciarono sull'atto, accoratissimi, un pedone all'albergo dell'Ollen lontano cinque ore, a recarvi l'esito infruttuoso dell'inchiesta e ad ordinare una battuta esplorativa per i ghiacciai e le giogaie circostanti.

Il Maquignaz lasciava dire, lasciava fare, e lasciò partire il messo senza mettere verbo, sorridendo nella barba e mostrando negli occhi una lontana compiacenza trionfatrice che ebbi, conoscendolo, per segno sicuro di buon augurio.

—Morti non sono, lo giurerei, ma una gran pauraccia l'hanno avuta di certo e non hanno dormito sulle piume.

E dopo un momento aggiunse a mezza voce, ammiccandomi:

—Ci ho gusto.

I due intesero e lo strapazzarono contenti di sfogare la smania che li travagliava, e lui calmo calmo a replicare:

—Morti non sono, conosco i luoghi e quella guida, benchè non abbia pratica del Mon Rosa, è un buon montanaro e prudente. Morti non [pg!174] sono, ma ci ho gusto, ci ho gusto; non posso dire che non ci ho gusto.

Il fatto era seguito così:

Erano tre viaggiatori e tre guide. Il giorno innanzi, partiti dal Riffel sopra Zermatt e valicato il Lysjoch, volevano pernottare all'altissimo albergo del colle d'Ollen. Verso le quattro pomeridiane, superati i passi difficili della sommità, traversavano il ghiacciaio dellaVincent pyramidequando su Val di Sesia, salirono le solite nebbie. Maquignaz, che stava in capo alla comitiva, non aveva mai fatto quella strada, ma consultando una buona carta inglese, e interrogando l'indole dei luoghi, procedeva sicuro come per lunga consuetudine. A un punto il viaggiatore, ora smarrito, disse:

A destra.

Maquignaz si voltò, rilesse la carta, si guardò attorno e rispose:

—Avanti, avanti, vengano con me.

Le nubi s'ingrossavano e s'allargavano, occorreva far presto e risoluto. Dopo alcuni passi l'alpinista ripetè: «A destra», e Maquignaz: «Avanti». Ma l'altro si piantò fermo, agitato da una collera inquieta. Egli di là c'era passato un'altra volta e, solo della comitiva, sapeva la strada; non ch'era nè tempo nè agio di fare esperimenti, se Maquignaz voleva darsi il lusso di [pg!175] trovarne una nuova, padrone, ma egli, la sua guida e i suoi compagni volgevano a destra senza più esitare. I compagni, ben inteso, tacevano seccati ed inquieti del dubbio. Maquignaz non si scompose, nè incollerì, solo gli replicò essere egli sicuro del fatto suo, conoscere la montagna da troppo tempo per dubitarne, e lo pregò colle buone di fidarsi in lui, alla sua vecchia riputazione di guida oculata e prudente. L'altro smaniò, levò la voce e voltò di netto a mano diritta, tirandosi dietro i compagni. Allora la guida, pallido per volontà contenuta, gli disse: «Lei comanderà al piano, qui comando io. I suoi compagni sono con me, io ne devo rispondere e ne rispondo; so quello che mi faccio: la mia pelle mi è cara e non fui mai avventato. Andiamo!»

Ma sì! La persuasione di vederci giusto s'era nell'alpinista invelenita per dispetto della resistenza, e la falsa dignità dell'uomo pagante lo mordeva acerbamente. Le nuvole tenevano già mezzo il cielo, le creste verso il colle d'Ollen fumavano per latormenta, il sole impallidiva e passavano sul viso dei disputanti i primi veli leggieri e fuggenti di nebbia. Il viaggiatore cocciuto aveva una guida sua, un buon alpigiano di Val d'Orco, cacciatore di camosci, espertissimo delle regioni alpine, ma non vera e propria guida. Maquignaz ed un suo compaesano stavano [pg!176] cogli altri due. Un'occhiata li mise d'accordo, presero ognuno a braccetto il proprio cliente, e li strapparono mezzo sbalorditi alla vana giostra di ciancie.

—Mi lasciate?—Badate a voi, urlò l'altro ai compagni.

—Non sono essi che lo lasciano, sono io Maquignaz che li costringo a seguirmi. Lei se vuole seguirà le nostre peste, vedrà che sono le buone, ma lo avverto che se tarda ancora, proverà che sapore hanno le notti nuvolose sul ghiacciaio.

Quello prese a diritta colla sua guida, invano scongiurato ed ammonito. I quattro giunsero all'albergo dell'Ollen sul far della sera, vi aspettarono in preda ad un'ansietà angosciosa i dissidenti, tutta la notte e il giorno seguente, indi scesero a Gressoney, sperando di trovarceli. Ne furono raggiunti il giorno di poi. I due disgraziati, mezz'ora dopo abbandonato il grosso della brigata, si avvidero di aver sbagliato cammino.

La nebbia stagnava sorda e immobile sul ghiacciaio, e lo oscurava. Impossibile rintracciare le peste. Si aggiravano sbigottiti in luoghi per fortuna più paurosi che mortali; il cacciatore di Val d'Orco, sapeva più evitare i mali passi che uscirne. Tuttavia riuscirono a lasciare il ghiacciaio, ma la notte li colse per roccie scoscese, [pg!177] meno disagevoli, ma più pericolose che non fosse il gran letto nevoso. Buono che fu nebbia e non tempesta e che a quelle alture la notte dura meno che al piano. Arrivarono a Gressoney sfiniti ed affamati. Il buon Maquignaz non osò andarli ad incontrare per non parere vanitoso del trionfo, ma l'alpinista, chiamatolo a sè, lo volle abbracciare e il cacciatore ebbe dalla guida provetta una fiera strapazzata che io intesi, la quale terminò con questo consiglio:

—Se i signori si vogliono perdere, noi dobbiamo salvarli loro malgrado. [pg!178]

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