UN PRETE VALDOSTANO

UN PRETE VALDOSTANO[image]n giorno che i cinque curati della vicaria desinavano nella canonica di X, dove li raccoglieva una delle consuete conferenze primaverili, il curato di X m'invitò a tener loro compagnia a pranzo.È difficile incontrare un prete che non somigli qualche altro prete: dei cinque miei commensali quattro mi ricordavano visi, portamenti, movenze ed accenti mille volte veduti ed uditi; ma uno differiva assolutamente da ogni tipo conosciuto per l'addietro. Era un gobbo, che mostrava nell'aria marziale una salute di ferro ed una forza fisica ragguardevole; le gambe [pg!120] lunghe e diritte ed il busto incurvato formavano una persona alta rimpicciolita, potrei dire un gigante nano. In complesso era piccolo ma spaccava passi lunghissimi ed avrebbe abbracciato un noce di vent'anni. Aveva i capelli grigi, quasi bianchi, la fronte spaziosa, gli occhi vivi ed accorti, il naso grosso e ai lati della bocca un solco lungo e profondo. La bocca esprimeva una bontà divina ed una giovialità continua e misurata. Insomma una testa nobile e virile la quale, meglio che correggere, faceva dimenticare la bruttezza del corpo.A capo di tavola sedette il vicario con me a destra ed il curato d'X a mancina; dopo di questi veniva un grosso prevosto che russava da sveglio e poi il gobbo che ho detto, cosicchè la tavola essendo rotonda, il gobbo mi sedeva quasi dirimpetto.Fu il solito pranzo di preti; il vino frizzante del paese sciolse ben presto l'imbarazzo cagionato dalla mia presenza e il latino degli aforismi gaudenti mise nei discorsi una malizia corpacciuta e sensuale. I motti si aggiravano intorno ad un tema unico: la vigilanza che spettava al vicario sugli altri quattro tonsurati.A sentirli, il vicario saliva sulla torre della chiesa vicarile donde dominava le quattro soggette parrocchie; ma quella torre ne vedeva [pg!121] delle belle! Il vecchio vicario glorificato per peccatacci ai quali era da gran tempo insufficiente, lusingava di rimbalzo con eloquenti reticenze la vanità erotica de' suoi accusatori, ammiccando gli occhi ed ingrossandoli, allungando le labbra ad una smorfia incoraggiante di rimprovero esagerato. Poco alla volta i traslati erano diventati d'un ardimento pazzo. Le più pure ed immacolate parole toglievano uscendo da quelle bocche un senso vizioso, del quale molte volte chi le aveva profferite s'accorgeva al clamore degli applausi che suscitavano intorno.La torre della chiesa vicarile tornava in campo ogni momento; dicevano che per vederci meglio il vicario ci saliva inbuona compagnia, e se la torre non era crollata finora, ne potevano venire dei terremoti. Oh lo sapevano tutti! Il vicario, per non essere distolto dalla sua vigilanza, giunto in cima, tirava a sè la scala a piuoli che mette all'ultimo ripiano, dove pendono sospese le campane, e al campanaro toccava spesso ritardare un'agonia a profitto dei sani. Una volta nominate le campane, fu affar finito e non se ne uscì più. Ogni parte di esse fu specificata, ogni loro funzione descritta a suono di enormi risate, a sentire le quali chi aveva parlato, ristava un momento, guardava in giro in atto [pg!122] di furba maraviglia, e poi diceva: Che cosa ho detto? e ripeteva la frase, e quando gli altri tornavano a sbellicarsi dalle risa, volgeva gli occhi al cielo con aria scandolezzata, giungeva le mani e sclamava: Che gente! Che gente!Così durò il pranzo, suonando ciascuno a distesa il grande inno della malizia sporca ed untuosa, finchè dopo tre ore tutti ci levammo e il grosso prevosto russante si tirò dietro incollata alla madida sottana la scranna coperta di tela incerata.Il gobbo aveva riso cogli altri, ma pareva più ridere del loro riso che dei loro discorsi. Qualche volta nelle pose della bufera bacchica, insinuava un frizzo salato corbellando le tardive effervescenze degli interlocutori, con frasi brevi, sugose, che andavano diritte alla mira. In mezzo alla volgarità trionfante di quei panciuti la satira sottile del gobbo mordeva con una eleganza tutta cittadina e starei per dire letteraria; ma quello che più mi colpiva di lui era la sincerità infantile del ridere, quando rideva davvero. Pareva un fanciullo, rideva tutto quanto, da capo a piedi, fino alle lacrime, senza sforzo, contento di ridere, tornando a scoppiare fresco come prima, non appena rivolgesse in mente il fatto o la parola che gli avevano dato l'aire.La giornata che il mattino prometteva bellissima, [pg!123] poco alla volta s'era oscurita. Quando ci levammo di tavola il vento cominciò a far ballare i vetri, quando ebbimo bevuto il caffè cominciò a nevischiare. S'era in fine d'aprile. Giù per i vigneti che scendono sino alla Dora sorgeva dal terreno ghiaioso e fra le catene brune dei vimini qualche albero sottile di mandorlo o di pesca, tutto fiorito e di là dalla Dora, nei prati, sull'erba arsa dall'inverno, vinceva il verde tenerissimo dei fili spuntati di fresco e si allargavano le foglie già spiegate delle malve e delle primavere. Povera campagna! La neve, asciutta e dura come grandine, rigava l'aria obbliquamente, portata dalla bufera e rendeva, percotendo i rami nudi e gli stecconi delle pergole, mille piccoli scricchiolii secchi come fa la carta da parato quando per vento si stacca dal muro. I mandorli fioriti, dei quali il candore muto della neve faceva risaltare la bianchezza carnosa piena di vita, e i peschi rosati si agitavano furiosamente, seminando le tenere foglioline che il vento aggirava, sollevandole in spire vorticose.Per certo, a vedere quel tempaccio, le serve dei curati rimaste in casa si partivano o mandavano il campanaro, coll'ombrello, all'incontro del padrone. Tanto valeva aspettarle all'asciutto.La stanza, benchè senza fuoco, era intiepidita [pg!124] dal fiato ben nutrito dei commensali che i morbidi odori di cibo contribuivano colla faticosa digestione ad impigrire. I vetri verdognoli mandavano una mezza luce quieta, affievolita ancora dal loggiato ad archi sul quale mettevano due finestre, mentre una terza che si apriva verso il vecchio camposanto, una delizia di cortiletto chiuso da alte muraglie, lasciava a mala pena entrare un barlume di giorno, un chiarore da chiostro, da sagrestia, o da stalla.Due dei curati, con una padronanza tutta pretina, ebbero ben presto sparecchiato e rimessa ogni cosa a suo posto, senza dir verbo. Poi stesero il tappeto sulla tavola, tolsero dal cassetto dello scrittoio, dove era chiuso col breviario, un mazzo di tarocchi ed uno di essi lo brandì in alto agitandolo, poi lo gittò sapientemente sulla tavola in modo che le carte vi si distesero in riga allineate, e gridò in tono di comando:Pontificemus.Il vicario dormiva in una larga sedia a braccioli, la testa rovesciata sul muro, coll'aria tranquilla di un santo.Il gobbo non volle essere del giuoco, ed io non conoscevo le carte. Gli altri tre preti si precipitarono sui tarocchi e la partita fu intavolata vigorosamente. Le carte grasse ed unte aderivano l'una all'altra così che per staccarle [pg!125] occorreva ai giuocatori inumidire il pollice al labbro inferiore, rovesciandolo fin sopra il mento. Nel silenzio della stanza si sentiva di quando in quando la nota da scacciapensieri che mandavano le dita attingendo umori e poi il fioccare misurato e piano delle carte sul tappeto.Il gobbo tamburellò un momento sui vetri, vi appoggiò la fronte come per rinfrescarla, poi prese il cappello ed il bastone e con un:Buona serarisoluto, piantò la compagnia.Benchè a tavola e dopo non avessi scambiato con lui che poche parole, mi era nato un vivo desiderio di conoscerlo; gli tenni dietro senza altro, e lo inseguii per una stradicciuola fra i vigneti ch'egli aveva infilato frettolosamente. Al rumore de' miei passi si voltò e vistomi, ristette sorridendo.—Viene anche lei dalle mie parti?Come gli ebbi detto che non potevo reggere oltre al tanfo della stanza chiusa e che gli chiedevo licenza di accompagnarlo, mi ringraziò e ci ponemmo in cammino, ma per un buon tratto di via non aperse bocca; lo sentii anzi più volte fissarmi sospettosamente con una certa durezza, tanto che, venuto in dubbio di riuscirgli importuno, rivolgevo meco stesso il migliore pretesto per congedarmi.Ad un tratto si fermò e mi disse:[pg!126] —Le assicuro che sono tutti buoni preti e buoni curati.Si era fatto rosso in viso e mi guardava negli occhi con una fissità risoluta, scrutandomi se gli prestavo fede: convien dire che le mie parole valsero a tranquillarlo, perchè lo vidi rasserenarsi e rifarsi tosto cordiale.Seguitava a rigirare per l'aria un nevischio rado ed asciutto a piccoli grani rabbiosi, che sembravano voler forare là dove picchiavano; uno di quei tempi ventosi dal cielo eguale e lontano che lasciano vedere le più alte cime allividite dalla falsa luce nebulosa. Il mio curato camminava spedito, sollevando sul davanti la vesta e reggendola sul braccio, locchè lasciava dietro uno strascico nero che spazzava la via. Nell'impaccio delle pieghe, le gambe, nettamente disegnate da una calza di grossa lana nera, avevano un disgustoso aspetto femminile come di donna gagliarda e sfrontata; tutta la persona dal tricorno fermamente calcato sulle tempia, contro il vento, alle grosse scarpe rattacconate, mostrava l'incuria propria dei solitari e dei pensatori.Io avevo cominciato a domandarlo della vita e dei costumi alpestri, ma non era che un rigiro per giungere a quello che più mi premeva e che da lui solo potevo conoscere, la sua propria [pg!127] vita, e come si acconciasse alla solitudine cui era costretto e come la riempisse.L'idea che mi ero fatto di lui era forse troppo alta e quel senso critico al quale pur troppo dobbiamo affinare le nostre sensazioni ed i nostri giudizi, mi stimolava a verificarne alla prova dei fatti la giustezza o l'errore. Certo nella compagnia dei colleghi egli primeggiava, ma poteva anche essere il monocolo nel regno dei ciechi, mentre io lo avevo sulle prime immaginato di acutissima vista.Già il vederlo così abbandonato e scorretto della persona me lo aveva fatto cadere dall'animo e provavo una orgogliosa compiacenza al pensiero che in poco l'avrei ridotto al suo essere vero di pretoccolo egoista e beato. E come dava a capofitto nelle mie grosse reti, come mi mostrava passivamente le poche faccie del suo ingegno; lo rigiravo senza fatica, lo stringevo senza metterlo in sospetto, rispondeva ad ogni mia domanda con proposizioni nette, precise, che lo mettevano tutto nelle mie mani.Non era sciocco, tutt'altro, ma era un uomo contento, una mente quieta e rassegnata. Conosceva assai bene dei paesani, la vita intima, i bisogni, le miserie, le poche gioie, i gravi dolori; ma la sua coscienza non si spigriva per questo, la suamansuetaacquiescenza ai fatti [pg!128] non era turbata. Avevo sperato un ribelle combattuto dalle brutali ingiustizie della vita e dalla tradizionale docilità del proprio ministero, avevo intravveduto una lotta drammatica fra il vescovo e la coscienza, fra il diritto umano e la credenza cieca, mi ero gettato nel mio errore colla gioia ardente del cercatore di miniere che scopre i filoni dell'oro, e vedevo il filone assottigliarsi al primo colpo di piccone e smarrirsi, e una pace scolorita regnare là dove cercavo lo scompiglio di una grande battaglia. Quello che più mi indispettiva era il vederlo abbandonarsi così senza resistenza e rivelarsi intero senza pur cadere in sospetto della mia crescente disistima; ne provavo l'irritante delusione del cacciatore che vede la selvaggina passargli sull'uscio di casa quando egli si disponeva ad inseguirla con gravi fatiche.Caduto dalle altezze del mio ideale, mi sarei volentieri acconciato ad una lotta di destrezza, avrei voluto vedermi contesa quella conoscenza alla quale intendevo, mettere la mia sottigliezza cittadina in confronto della sua selvatica furberia, insomma ripagarmi del non poterlo ammirar lui ammirando me stesso.—Due o tre volte fui sul punto di lasciarlo senz'altro, e di tornarmene solo e deluso, ma non mi venne mai fatto di girare il discorso ad una conclusione e troncarlo di netto mi pareva scortesia. [pg!129] D'altronde, apprendevo da lui molte nozioni determinate e sicure e, devo pure confessarlo, provavo una certa compiacenza artistica a sentirlo discorrere. Non che fosse eloquente, tutt'altro, ma parlava giusto, chiaro e sobrio; c'era poi nella limpidità del suo pensiero, nella scelta dei fatti narrati, nel giudizio che ne recava forse nelle parole istesse che adoperava, certo nel modo di pronunziarle, una bontà matura e tranquilla, che mi rasserenava l'animo. Calmata la prima curiosità, mi durava quella quiete confidente che infonde in noi la presenza di una persona buona ed intelligente. Oramai, conoscevo il mio compagno come per lunga dimestichezza. Era un uomo pratico, che si adagiava comodamente nella sua solitudine esercitando l'ufficio di curato con metodica coscienza. La molle posatezza di una vita consuetudinaria, aveva sedato in lui fin anche le irrequietezze proprie degli esseri sformati, la gobba non lo irritava, non gli dava quella stimolante sottigliezza, quella incontentabilità che acuisce pervertendole le facoltà mentali. Era forse mansuefatto dalle circostanze facili in cui viveva; non saliva al fanatismo nemmeno per la fede.Un passo dopo l'altro giungemmo alla sua canonica ed egli mi invitò ad entrare ommettendo [pg!130] i soliti discorsi: «vedrà che miseria, compatirà un povero prete», o che so io. La sua casa grigia gli pareva certo la più confortevole di questo mondo. Infatti la stanzetta dove entrammo, fuori del molle odore di prete pulito che sa di cera, d'incenso, di tabacco da naso e di vecchia pergamena, avrebbe invogliato a dimorarvi in solitudine il più ostinato fannullone cittadino. Le finestre guardavano a picco la gran valle silenziosa sotto la neve fresca, coi paesi bruni riparati a ridosso delle montagne e colla Dora nel mezzo, povera d'acque, lenta, limpidissima, fiancheggiata di pioppi alti e sottili. Una veduta raccolta e varia che saliva fino alle ghiacciaie lontane per una minore vallata aperta dirimpetto, tutta tinta di ruggine, dalle piante nude, fra le quali spiccavano in bianco le linee asciutte di due o tre campanili.Il curato mi domandò subito se avevo da fare quella sera giù nella valle, e come gli ebbi risposto che no e fu inteso che sarei rimasto a cena ed a dormire, scomparve per avvertirne scusandosene la vecchia domestica, della quale udivo nettamente nell'attigua cucina i passi, la voce asmatica ed il continuo affaccendarsi. Strano personaggio quella domestica! Benchè tenesse il primo posto in casa e tutto facesse capo a lei ed il prete si fosse creduto in obbligo di [pg!131] dirle il mio nome, il mio stato, donde venivo, dove mi aveva incontrato e perchè fossi con lui, non mi venne fatto di vederla pure un momento. A cena, una cenetta saporita, io ero così svogliato che al mio ospite toccava insistere per farmi prendere cibo, e ad ogni invito suo, veniva dall'uscio aperto della cucina una voce rauca e grave:—Chi è che non vuol mangiare? Quel signore? Già, bocche fine, bocche fine. Ehm ehm, bocche fine!—Ma il naso in camera da pranzo non ce lo mise mai e quando pregai il curato che me la facesse conoscere, mi rispose: la poveretta è mezza cieca e non vuole esser veduta da quelli che non può vedere.Dopo cena riappiccicammo il discorso intavolato per via, io interrogando e rispondendomi il prete colla solita docilità, se non che di quando in quando, certi rigiri di frase, un certo tono di voce, certe occhiate furbe ed indagatrici alle quali non avrei giurato che fosse estranea una punta di canzonatura, mi facevano sospettare che al mio interlocutore fossero questa volta ben chiare le mie intenzioni e l'irriverente concetto che mi ero formato dell'essere suo. Oltre a ciò, sentivo di non essere più padrone del discorso, di non poterlo più girare per il mio verso; mi pareva che le domande che gli rivolgevo, me le mettesse in bocca lui, serrando [pg!132] le sue risposte in modo da non poterne io uscire altrimenti che con una data domanda certo da lui preveduta. Che lavoro faticoso mi toccava di fare per non smarrire il filo della conversazione, intento com'ero a darmi ragione di quell'occulta volontà che mi pareva la dominasse! Che malessere ho provato a quella giostra. Se davvero egli mi leggeva nell'anima, la mia presunzione era ben giustamente punita, poichè egli conosceva me assai più e meglio che non io lui e quella parte passiva e condiscendente che gli era piaciuto di assumere, rendeva più gustosa la sua vittoria e più piccante e ridicola la burletta che mi faceva.Per levarmi di dubbio, gli domandai perchè egli a sua volta non cercasse di informarsi alquanto dei fatti miei.—Che profitto me ne verrebbe? e che conoscenza sarebbe la mia? Vedo bene come ci conoscono loro. Quando mi avviene di leggere un libro che tratti di noi, della condizione sociale, dei costumi, dei bisogni dei montanari, provo un senso di vero disgusto, tanto siamo ignorati da quelli stessi che presumono farci conoscere agli altri.—Ha cercato almeno di darsi ragione di questa mia curiosità?—Non ne avevo bisogno. Le sue domande [pg!133] me le aspettavo tutte quante dalla prima all'ultima e, me lo lasci dire, nella forma precisa in cui me le ha fatte. E non creda che me ne abbia avuto per male o che il suo modo di giudicarmi mi faccia maraviglia. Per conoscere, non occorre sempre interrogare, basta cercare in noi stessi la ragione delle domande che ci sono rivolte. A questo esercizio ho imparato in qual misero concetto siamo tenuti, non dico noi preti, ma noi solitari. Ma ho fatto di più. Ho seguito il procedere delle idee correnti, anzi ne ho rimontato il cammino. Le interrogazioni intorno alla mia vita, le quali vent'anni or sono erano informate ad un sentimento di simpatia, ad una sorta di ammirazione poetica, ad una curiosità indeterminata, sono ora diventate precise, rigide, hanno alle volte il piglio imperativo del giudice inquirente. Ne ho dedotto che gli uomini universali del piano hanno mutato follia, che una volta popolavano la nostra solitudine di idee poetiche e la credevano eletta da noi spontaneamente o per virtù di un ascetismo che si incontra di rado o in seguito a misteriosi disinganni, mentre ora la considerano quale uno stato imperfetto, e quel che è peggio, ce la imputano quasi a colpa come se con essa intendessimo di sottrarci agli obblighi sociali. Or bene, signor mio, essi avevano torto allora e lo hanno [pg!134] adesso. Noi non siamo nè poetici, nè ribelli; lavoriamo per vivere ad un lavoro che non è certo più disutile del loro ed accettiamo filosoficamente le dure condizioni della vita. Il saper poco di molte cose giova a chi vive fra gli uomini che si dicono colti, ai quali basta di potersi ingannare a vicenda colle apparenze; noi non conosciamo che le curiosità utili, quelle cioè che hanno una ragione determinata e che siamo in grado di soddisfare pienamente. Il giorno che gli umanitari della città avranno tempo e voglia di provvedere ai casi nostri e quindi bisogno di conoscerci, ci troveranno qui pronti a fornir loro quante nozioni saremo venuti via via e studiatamente raccogliendo. Avremo così spianata la strada all'opera loro perchè se il provvedere è dei molti il conoscere è di pochi o di un solo, ed al provvedere occorre anzitutto la conoscenza del bisogno.Parlava con accento vibrato, staccando una proposizione dall'altra con una virile sicurezza, con un sentimento d'orgoglio dignitoso e misurato, che mi faceva arrossire per la vergogna. Non gestiva. Era ritto in piedi coi due pugni chiusi sulla tavola, la testa alta ed il bel viso buono alquanto pallido. Com'ebbe finito si gettò a sedere e stemmo in silenzio un gran pezzo.[pg!135] Poi lo richiesi della sua storia e delle ragioni che lo avevano spinto al sacerdozio.—Oh, una storia singolare, signor mio. S'immagini che feci il cuoco durante parecchi anni. Sicuro. Mio padre era sguattero in un albergo d'Aosta ed io, allevato in cucina e messo al mestiere paterno, entrai appena seppi tenere il mestolo in mano, al servizio di quel vescovo, donde mi tolse la coscrizione. Allora non ero gobbo o così poco che non appariva, il pane di munizione non mi spiaceva, tanto che finita la ferma quando stava per aprirsi la campagna del 48, mi arruolai volontario, fui ferito a Goito e fatto prigioniero di guerra dai Tedeschi. La ferita guarì benissimo ma mi ingobbì per la vita, locchè mi rese inabile al servizio militare e mi strinse, una volta tornato a casa, a riprendere l'antico mestiere e per fortuna mia, l'antico padrone. Ora deve sapere che fino dalle prime scuole dove mi mandava mio padre e nella cucina dell'albergo ed al reggimento, io facevo dei versi, sissignore, dei versi nel gergo valdostano a ritmi semplici ed a rime uniformi, i quali in cucina ed al reggimento, mi avevano valso il nomignolo diTorototella. Però avevano sugo e forma ed erano schietti, e quello che più importa, fu smentita per me la sentenza:carmina non dant panem. Una mia canzonetta a ritornelli [pg!136] venne a conoscenza di Monsignore, il quale, gran giovialone, buono come il pane e santo uomo per giunta, mi fece chiamare mentre stava a tavola, mi pose un bicchiere in mano e mi pregò gliene dicessi delle altre, locchè feci ben volentieri. Alle corte, il vescovo mi propose di farmi studiare tanto da venire ammesso al seminario e si offerse di sostenermi per tutta la durata degli studi. Così dissi la prima messa in età di trentacinque anni e fui subito mandato qui vice-curato e poi curato alla morte del mio predecessore.Allora lo pregai mi dicesse de' suoi versi. Corse tosto allo scrittoio, ne levò uno scartafaccio e venne a sedermisi di rimpetto.—Intende il gergo valdostano?—Sicuro.—Allora stia a sentire.Creda il lettore che non aggiungo nulla di mio, che quei versi li ho veramente intesi, che il prete gobbo me li lasciò alcuni giorni per le mani e che ne fui caldissimamente ammirato. Nessuno li avrebbe detti opera d'un prete; non v'erano nominati nè la religione, nè la fede, nè Dio, nè il demonio, nè i santi. Erano versi piani senza invocazioni, nè assalti alla sublimità; raccontavano, descrivevano, frugavano nei minuti episodi della vita quotidiana e ne sparnazzavano [pg!137] intorno mille piccoli fatti ignorati, giusti, di quelli che si sentono veri anche a non averli mai prima osservati. Una poesia raccontava la visita che un pastore faceva al suo vicino, lassù sull'alpe, ma non il pastore bellimbusto tutto nastri e bubbole, cogli scarpini lustri e la beata filosofia oziosa sulle labbra, ma un vero pastore sudicio, quadrato, che si tirava dietro le suole di legno un palmo di melma e d'altro, che discorreva poco e di cose usuali, un delizioso intaglio quel discorso, divagato e preciso, pieno di interiezioni e d'incisi, con deioue(oui) e degliah!fortemente sospirati, che facevano da basso accompagnamento continuo a tutte le parole.Un'altra raccontava una serata in una stalla, d'inverno. Chi si rammenta di certi quadri che ebbero gran voga alla fine del secolo passato ed al principio di questo, pieni di figurine diverse, raccolte in diversi gruppi, intento ogni gruppo a diverse faccende, senza curarsi uno dell'altro, chi ballando, chi cenando, chi facendo all'amore, chi lavorando e lo sciancato sul primo piano che domanda l'elemosina, e il cagnetto che fa la sua brava pisciatina sulla cuna di un bambino e in fondo la forca, gli sbirri e l'appiccato; il tutto festoso, vivacissimo, con un saporito accento di caricatura, distribuito qua e là a seconda della gaia filosofia corrente, che fa [pg!138] quasi il commento del quadro e tradisce le simpatie dell'artista?Or bene, quel poemetto in gergo valdostano aveva tutta la finezza arguta di simili tele, più uno studio di verità, una concisione sugosa e qualche tocco grave, pieno di pensiero. Cominciava all'ora dell'imbrunire e giungeva fino alla mezzanotte. Prima viene la vecchia a mungere il latte nella ciotola verde, dove il primo getto schiaffeggia la vernice ed il secondo e gli altri si ammorzano cadendo nella spuma, la quale giunta all'orlo tinge in bianco il pollice della mano che vi pesca dentro. Prima di mutar ciotola, la vecchia succhia dal pollice la panna grassa o la fa succhiare ai bambini che le stanno attorno ghiotti ed attenti, malgrado i calci e le scodinzolate di certe vacche stizzose. Poi viene la cena, poi i bambini vanno a letto nelle mangiatoie vuote e comincia la veglia e l'arcolaio comincia i suoi giri da trottola con un gemito ad ogni mezzo giro come fanno le ruote dei pozzi e certe tabacchiere a vite. Vengono i discorsi degli uomini, nascosti dietro il fumo acre della pipa catarrosa, e le ghignatine e i secretuzzi delle ragazze da marito; poi la porta si apre, la porta grondante sudore, ed entra un vento gelido ed un innamorato ardente che dà la buona sera a tutto il mondo e va dritto a serrarsi [pg!139] daccanto la sua bella. La stalla è grande e vi convengono i vicini poveri ed i vicini dei vicini; le ragazze da marito sono molte e l'uscio lascia entrare spesso il vento gelido e gli innamorati ardenti; ma una volta che li ha fatti sedere uno d'accosto all'altra e li ha avviati per i discorsetti a bassa voce, il prete non si cura altro di loro e solo li fa intervenire nella gran scena come figure di seconda mano, ne ricava degli incidenti comici o dei ritornelli maliziosi. Il poemetto si rigira seguendo il discorso generale, fa la storia di questo e di quello, raccoglie i motti salati e le arguzie paesane, salta di sbalzo nel dramma, accennando a disgrazie seguite o temute, ma non vi si dilunga volentieri, la sua commozione non è mai verbosa. Nella gioconda pace dell'insieme, quei tocchi gravi raddoppiano di valore e fanno rabbrividire. Di quando in quando, le cose anch'esse intervengono e prendono la loro parte d'azione. I rumori varî della stalla, si sentono tutti. Le vacche stropicciano la catena nell'anello che le assicura alla mangiatoia. A volta rompono il ruminare continuo con un sospirone che esce per le narici e pare venuto da qualche riflessione malinconica o dolorosa, sulla condizione sociale del gregge o sulla stagione ingrata che le condanna all'erba secca e dura. I bambini [pg!140] nelle mangiatoie dormendo russano e fischiano, le ragazze stimolate da pizzicotti ricevuti là dove non faranno mai vedere il segno, trillano dei gridolini allegri e rispondono con manrovesci arditi che irritano le petulanti impazienze dei giovani. Un soldato in congedo intona una canzonetta napoletana, ma essa non è fiore da quella serra, e le sue vispe cadenze degenerano presto nella lentezza piagnucolosa di unacomplaintevaldostana, la quale si strascina dormicchiando via per le bocche di tutti, copre i discorsi troppo intimi, agonizza e rinasce interminabile e lamentosa. Qua e là risalta un fare rablesiano efficacissimo, e brutale: corrono per tutta l'assemblea delle risate improvvise che fanno volger tutti gli occhi a qualche vecchia, la quale confessa ridendone anch'essa, l'istantaneo involontario peccatuzzo. Finalmente la fisarmonica invita a ballare e le coppie nel cerchio stretto, sulla terra battuta, sotto la luce della lucerna a due becchi, saltano senza muover di posto come i martelli meccanici dei ramai.Che larga vena comica da capo a fondo, che intuizione giusta del vero, che sapiente eliminazione degli elementi inutili e sovratutto che aria paesana in tutta la composizione. La poesia sincera non ha maestri, nè scuole; il mio gobbo non pensava certo di intonarsi con tanta giustezza [pg!141] col suo tempo e se qualcuno lo avesse lodato per la sua modernità ne avrebbe avuto in risposta una crollatina di spalle; egli non aveva forse mai letto un libro scritto di questo secolo.Ma egli non scriverà forse mai più un verso in vita sua, e non ne scrisse da parecchi anni. Stava correggendo gli ultimi quando seguì in paese un fatto terribile che è sempre presente alla sua memoria. Me lo raccontò e ve lo racconto.***Poco lontano dalla canonica, in un piccolo seno chiuso fra la montagna ed un rialzo di terra che gli toglie la vista della valle, c'era una casa rustica di discreta apparenza. Il luogo freschissimo d'estate e riparato l'inverno dai venti gelidi, è una specie di vallata minuscola, dove corre una miseria di torrentello, poco più che un rigagnolo, il quale precipita dalle cime a furia di cascate e di sprazzi col piglio di un rodomonte che voglia recare al basso la desolazione e la rovina, e poi, incontrato il rialzo che ho detto, gli manca la forza di scavalcarlo, fa un gomito, si acquieta, muta colore, abbassa la voce, si contenta di poco letto e vi depone una sabbiuzza fina fina, tutta piena di riflessi diversi, [pg!142] come uno strato di gemme. Nelle maggiori piene l'acqua, benchè si tinga di un colore rossastro per darsi l'aria rabbiosa, arriva appena a lambire le tavole di un basso ponticello e non fa mai altro danno fuori che di bagnare le more dei rovi, lasciandovi sopra una leggierissima imbiancatura. La casa sorgeva giusto al punto del gomito nell'interno della curva che vi disegna il torrente; aveva un bel prato all'intorno ed il ponticello era destinato esclusivamente al suo servizio. Ne era padrone un tal Vincenzo Bionaz, il quale l'aveva comprata ed era venuto a dimorarvi colla moglie e due amori di bimbi, lo stesso anno che il nostro prete, da vice curato, era stato promosso a curato della parrocchia. Vincenzo, robusto ed intelligente operaio, lavorava in qualità di minatore ad una vicina miniera di ferro dove guadagnava tanto da tenere due vacche nella stalla e da poter comprare ogni anno qualche tavola di prato. Egli era un brav'uomo, allegro e casalingo; la moglie, nativa di Valchiusella, un paese dove le donne sono tutte belle da dipingere, lo adorava e ne era adorata, e vivevano tutti e due in pace, come si dice, con Dio e cogli uomini, lasciandosi andare ai facili progetti di futura prosperità in favore dei figliuoli.Bisogna conoscere i disgraziati paesi infestati [pg!143] dal cretinismo ed avervi vissuto per comprendere il sentimento d'orgoglio che danno ai parenti i bambini sani e belli. È una compiacenza continua che va fino alla gratitudine verso quelle creature, dalle quali la famiglia è sottratta alla vergogna comune e nobilitata. Tutte le facoltà dell'animo umano, anche le cattive, partecipano di tale compiacenza, tutti gli affetti della vita sono dominati dalla gioia immensa di possedere un così raro tesoro e la coscienza della propria felicità così piena ed eccezionale, ingenera in chi la prova una specie di sicurezza fatale di non doverla perdere mai.I due figli di Vincenzo morirono del crup in una stessa notte in poche ore. Il morbo li colse improvvisamente e li strozzò prima che padre e madre li credessero pure minacciati. L'indomani il padre andò alla miniera, la madre attese alla casa, senza lacrime e senza lamenti; solo Vincenzo tornandone, parve rifuggire dalla presenza della moglie e questa del marito. La donna era incinta di due mesi; il curato venuto a confortarli fu bene accolto da entrambi, ma non gli venne fatto di farli discorrere fra di loro. Passarono sette mesi durante i quali Vincenzo ed Anna vissero insieme nella stessa casa, mangiarono insieme alla tavola istessa, la domenica andarono insieme alla messa, dormirono [pg!144] insieme nello stesso letto, senza dirsi altre parole fuori di quelle poche e precise che richiedevano i bisogni della vita.Ma quando Anna fu sul punto di partorire, Vincenzo tornò ad un tratto alle prime tenerezze, l'assistette gravemente ed amorevolmente, accolse il bambino con lagrime di gioia, domandò perdono alla moglie delle durezze passate, insomma tornò ad essere l'uomo di una volta. Il bambino era bello e sano come i primi, e pensate con che religione padre e madre lo guardavano poppare, con che impazienza aspettavano che quegli occhi seguissero la luce, e poi si fissassero in loro, e cominciassero a riconoscere le loro sembianze, e significassero l'interno misterioso e rapido svegliarsi dell'intelletto.Ma quei segni non vennero, i suoni non facevano volgersi quella testolina e non ne rompevano il sonno, gli occhi fissavano gli oggetti senza guardarli, le labbra non sapevano imparare gli adorabili sorrisi, le mani non sapevano accennare alle cose. Fu un'attesa lunghissima, tenace, incoraggiata da ragionamenti cocciuti che volevano dar torto alle impazienze, tormentata dai dolorosi confronti che la memoria suggeriva, prolungata a termini che si stabilivano lontani e che una volta raggiunti si protraevano, sostenuta da illusioni, da inganni creati apposta, [pg!145] da menzogne che uno dei parenti faceva all'altro, a cui nessuno credeva, finchè venne il giorno dell'orribile certezza. Il nuovo nato era un cretino.Da quel giorno la famiglia fu distrutta. Padre e madre non osavano guardarsi in viso per paura di scoppiare in rimproveri e, peggio, in vituperi. Ognuno dei due provava un fiero, angoscioso accanimento contro dell'altro, e si sentiva il cuore gonfio di accuse pazze. Non litigavano, non tradivano quasi mai i ribollimenti dell'animo, tacevano come sgomentati, agivano colla regolare abitudinaria solerzia della gente che non pensa, vivevano in una pace morta e disperata. Il bambino cresceva adiposo e pallido, l'occhio vagamente inquieto, le labbra grosse piene di dolore e di bontà. Lo svegliarsi delle prime attività fisiche, parve qualche volta ai parenti accompagnato da segni di un tardo, ma vitale intelletto; allora erano giornate di un'aspettazione irritante, insostenibile: i due tornavano verbosi, si rappattumavano, formavano mille propositi di pazienza e di virtù, facevano voti a tutti i santi del paradiso, promettevano quadri e candele alla Madonna dell'Oropa, la Madonna Nera, il gran taumaturgo dei montanari.Ma simili inganni non duravano e rincrudivano cessando gli scoramenti e le amarezze.[pg!146] Al fanciullo avevano posto nome Gian-Paolo, raccogliendo i nomi dei due morti. Talvolta il padre, chiamandolo e vedendolo sordo, dava in una risata sgangherata e ripeteva quei due nomi per delle ore colla cadenza sonnolenta di una nenia; poi aveva finito per chiamarlo:la bestia, e il primo giorno che lo chiamò così, la madre furiosa l'aveva minacciato col tridente ed egli l'aveva battuta. Ma fu l'unica volta in sua vita. La sventura li aveva troppo intimiditi perchè potessero durare alla violenza o lasciarvisi condurre e benchè essa ruminasse talora di tornarsene sola alla sua valle nativa ed egli di andar girando pel mondo, magari fino in America, per togliersi da quell'inferno, non ebbero mai il coraggio di farlo. Una volta, dopo che s'ebbero pacatamente e freddamente manifestato il vicendevole proposito di separarsi, Vincenzo disse: Non saremo buoni da tanto; il cretino ci ha dato del suo.Quando il marito stava alla miniera, bisognava vedere che studio di tenerezze faceva la madre! Si prendeva fra le mani la grossa testa idiota del figliuolo, e lo fissava con occhi ardenti che pareva dovessero accendergli il fuoco nell'anima e divorarlo. Che tempeste di baci su quelle guancie floscie e sulla bocca bavosa. Il più era quando il bambino dormiva. Allora, l'errore diventato [pg!147] possibile, essa lo allargava per tutti i versi, perdendosi in una assoluta dimenticanza delle cose passate e delle future, creando a se stessa una certezza di felicità che le dava dei godimenti esaltati; era sicura che Gian-Paolo, addormentandosi, le aveva sorriso ed essa conosceva quel sorriso, per averlo veduto mille volte. Sapeva segnare sulla faccia del bambino il luogo preciso dove la pelle se ne increspava, dove faceva la deliziosa bucherella che tira i baci.E i due morti, quanto l'aiutavano a mettersi in tale visione! Come si levavano vivi e vispi dalla bara, per entrare nelle carni del fratellino dormente e confondere insieme le diverse sembianze! C'era però una sensazione che bastava da sola a rendere atroce la dolcezza di quello inganno, una sensazione sempre presente, sempre vivissima, che le lacerava il cuore, ed era la paura che il fanciullo si svegliasse. Giungeva fino a dimenticare il perchè di tale paura, ma non la paura istessa; a volte le pareva evidente e naturalissimo che al primo aprir gli occhi il figliuolo sarebbe morto, e lo cullava, lo cullava cantandogli ogni sorta di ritornelli lamentosi, tremando di una smorfia, accorandosi di un sospiro più forte degli altri. Sarebbe stata felice se il bambino fosse vissuto in un sonno senza fine.[pg!148] Le tenerezze del padre erano più rare e di più breve durata. Bastava un filo di luce ad impedirle o a soffocarle. Ma la sera qualche volta il pover'uomo spariva furtivamente dalla stalla. Saliva scalzo ed in punta di piedi la scaletta di legno che mette al primo piano, entrava nella stanza maritale dov'era coricato Gian-Paolo, e là, piangendo in silenzio se lo toglieva in braccio e lo serrava rabbiosamente bruciandolo di baci finchè lo sentiva strillare dei suoni grossi e gutturali. Allora lo riponeva con mal garbo nel lettuccio, ridiscendeva alla stalla e diceva alla moglie: Anna, sali, mi pare che urli. Anna saliva e, indovinato l'accaduto, provava pel marito una compassione rispettosa e si tormentava con rimorsi.Una volta, la domenica degli olivi, quando finita appena la messa, la chiesa era ancor piena di gente, essa si gettò ai piedi del marito piangendo e disperandosi a domandargli perdono. Fu una scena rapida e tragica: fra gli strilli delle donne intenerite e le ghignate di alcuni uomini, Vincenzo seccato dal chiasso, afferrò la moglie per un braccio, la levò di ginocchio e respingendola con uno sguardo nemico, la buttò là come un sacco. Anna andò a battere la faccia contro la pila dell'acqua benedetta e diede un grande urlo di dolore... S'era lacerato un labbro [pg!149] e rotti due denti, aveva la bocca piena di sangue e lo sputava guardandosi attorno pallida, con occhi stralunati, come se fosse per impazzire; finchè Vincenzo, pentito e rabbioso, la menò a casa in fretta. Quando furono nell'aia, il padre vide Gian-Paolo seduto in terra scaldarsi le piccole membra al sole in un'attitudine timidamente contenta e gli lanciò un'orribile occhiata piena di rancore.Quella fu l'ultima sfuriata dell'amore paterno offeso, e li lasciò tutti e due sfibrati come gente che esce di malattia e desiderosi di mutar vita come convalescenti. Poco alla volta entrarono in una quiete che non aveva nè le amarezze, nè le divine voluttà della rassegnazione, nè la sfinitezza svogliata dei dolori senza speranza. Come avviene di certi organi minori dei quali non avvertiamo l'esistenza se non per un dolore e la cui amputazione non sembra scemare in niun modo l'attività vitale, cosicchè ci domandiamo che facessero in noi; uscito loro dall'animo l'amore paterno, essi parvero tornati alla dolce capacità di vivere e di gioire. La casa prosperava; Vincenzo non aveva vizi ed Anna era economa ed industriosa; tolto il pensiero di accumulare per la discendenza, poterono concedersi cento piccoli agi che li facevano invidiare da tutti. Giunsero fino a prendere in casa una [pg!150] giovane domestica che attendeva ai più grossi lavori, diventarono insomma i borghesi del villaggio.Oh la povera infanzia intirizzita di Gian-Paolo. Nè carezze, nè rabbuffi, una libertà sconfinata e desolata intorno a sè. La domestica pensava a dargli il mangiare all'ora dei pasti, e a metterlo in letto. Di sette anni, egli andava lentamente a cercarsi al sole un po' di spazio dove sedere; in primavera, il suo corpo grosso e deforme sembrava sporcare i prati dove stava sdraiato e donde fissava le cose senza smuoversene, con una tristezza incosciente. Pareva che il vuoto immenso del cervello gli desse una sensazione incessante di freddo: infatti quella era una ghignataccia al primo sorgere del sole! E che aria dolorosa al tramonto!Chi l'ha veduta, la sera, nella stagione estiva in un villaggio di montagna? Che ora grave ed allegra! Si direbbe che in tutto il mondo non ci sia e non ci sia stato mai un uomo cattivo, che non sia mai seguita, nè possa seguire un'azione malvagia. Le idee di sofferenza e di miseria sembrano sogni di mente malata. Non è vero che si muoia di fame e di dolore, che si viva all'odio ed all'invidia, non c'è il male, non c'è l'infermità, tutti gli uomini entrano ora per gioirvi nella placida ombra che gettano le montagne, la terra manda [pg!151] odori freschi ed esilaranti, il suono delle acque sembra il respiro della grande famiglia umana che riposa felice e benedetta in una serenità senza fine. Ma allo svoltare della viuzza, sorretto allo stecconato che cinge i prati, un essere informe e lento si strascina verso le case che fumano per la cena. Chi ha insultato l'uomo dando a costui delle membra che glie lo fanno quasi somigliante? Quell'essere non mi appartiene, è estraneo alla mia vita, via da me tale lugubre caricatura delle mie bellezze. Costui non parla, grugnisce, non ode, non discerne, trema al mio cospetto, si rannicchia sospettoso e impotente al mio avvicinarsi; se lo richiedessi d'aiuto, non farebbe un passo in mio sostegno; bisognoso, non potrebbe richiedere l'aiuto mio, il ricambio fraterno delle forze vitali non segue fra me e costui, la catena degli esseri è rotta fra di noi, il mio bambino, vedendolo alla luce del sole lo deriderebbe e qui, nella mezza oscurità, ne avrebbe paura. Io torno fra i miei simili che pensano ed agiscono, che conoscono i proprii bisogni e li soddisfano, che sono armati contro la natura e la vincono; costui è fuori dell'umanità, la mia compassione per lui sarebbe sterile, io non gli posso giovare in alcun modo; se la notte avesse mani da soffocarlo, e la terra si aprisse a seppellirlo, domani nessun vivente [pg!152] piangerebbe la sua sorte, non vi sarebbe nemmeno un dolore di più sulla terra, poichè egli non possiede nessuna delle due forme dell'utilità: non opera e non abbellisce.Fino dai primi anni di sacerdozio, il curato vagheggiava l'idea di studiare la grave infermità alpina, nella speranza non già di guarirla, chè sapeva non essere in suo potere, ma di alleviarne la miseria e di definirne gli effetti e la misura. Questo molti uomini dabbene si propongono in valle d'Aosta ma non riescono a mandare ad effetto a cagione delle impazienze, della soverchia pretesa e dei falsi metodi seguiti. A lui, prete, ignorante affatto di medicina, non pareva di potersi mettere per la via delle ricerche scientifiche, nè all'indagine delle cause del morbo. Diminuire le sofferenze, aggiungere qualche forza al disgraziato ponendolo in condizioni igieniche confortevoli, abbonire il malo animo dei parenti, vincere l'inerzia dei pregiudizi e, nel cervello immobile degli scemi, affinare l'istinto in difetto dell'ingegno, ciò gli pareva impresa possibile e così santa da poter formare la ragione ed il premio della propria vita.Ma in paese, quando egli ci venne, non v'era che uno scemo, un vecchio scimione di cretino così indurito nella propria bestialità da non poterne tirare nulla di buono. La posizione elevata [pg!153] del villaggio e la relativa agiatezza degli abitanti dovuta alla vicina miniera facevano che i casi di vero e proprio cretinismo vi erano rarissimi, tanto che il curato aveva agevolmente rinunziato ad ogni proposito rigeneratore, contento di non poterlo mandare ad effetto.La nascita di Gian-Paolo gli rimise il diavolo in corpo e la vista della disunione che ne era derivata fra i parenti lo infervorò all'impresa. La scena seguita in chiesa lo persuase essere venuto il tempo di provvedere e lo stesso giorno dopo vespro eccolo incamminarsi verso la casetta di Vincenzo per cominciare la cura.Sei mesi dopo Gian-Paolo aveva una certa aria lustra di cretino ripulito che lo faceva ricercato nel villaggio e nei dintorni come una curiosità da doversi vedere. In luogo del saccone color cioccolatte al quale lo avevano già sprezzantemente condannato gli incuranti genitori, egli portava i suoi bravi calzoni e la giubbetta, e perfino, cosa incredibile, una camicia che metteva fresca di bucato tutte le domeniche, locchè in un paese dove la gran miseria incute un riguardoso rispetto per la roba, aveva ottenuto che i monelli non lo zaffardassero più gittandogli addosso a manciate la mota dei fossi e lo sterco delle vacche che menavano in pastura. Egli stesso, contento di vedersi attillato, aveva [pg!154] smesso di rivoltarsi come un porco nella belletta attaccaticcia delle strade, appena spiovuto. Accolto nelle brigate domenicali, quale argomento di lazzi e sghignazzate, egli aveva finito per addomesticarsi e cercare la compagnia; dopo vespro, sotto la pergola della via maestra dove era il giuoco delle boccie, egli aveva il suo bravo posto consueto sul trave degli spettatori, un posto riconosciuto per suo, e dal quale se mai altri vi sedeva, si levava di botto con aria ridicolmente ossequiosa, non appena apparisse la sua obesa e gozzuta persona. I giovani lo chiamavanole monsieure a forza di gridargli quel nome nelle orecchie, avevano finito per farglielo ritenere in mente. Ogni forestiere che capitasse dai vicini villaggi, era sicuro di trovare apparecchiato il sollazzo del seguente discorso:Qui es tu?domandava a Gian-Paolo, quello dei giovinotti che faceva gli onori di casa.Ed il cretino, spremendo fino a gonfiarsi le vene del gozzo, e masticando i suoni e l'abbondante saliva, veniva finalmente a capo di scilinguare:Le mousieu.Ed era un coro di risate schiette come per uno spasso mai prima goduto.Finalmente il giorno del Santo Patrono, quando la banda del capoluogo scatenava sul paese la burrasca delle marcie rauche e tonanti, era lui [pg!155] Gian-Paolo, che durante i silenzi teneva in mano la mazza della gran cassa, pronto a cederla al primo cenno del suonatore.Ma pulirlo ed addomesticarlo non basta, quel disgraziato, bisogna cercare dove sia rotto il congegno del cervello, e svitarne tutte le ruote per vedere di rimontarlo. Ahimè, altro che rotto! ne mancano delle ruote e le principali e quelle poche presenti sono sdentate, non s'impigliano una nell'altra, non propagano moto. I fatti esterni agiscono su quella mente, finchè dura la sensazione che li rivela, ma non vi s'imprimono, non lasciano memoria che possa commetterli con altri: appena se una lunghissima serie di essi genera qualche cosa che può somigliare l'abitudine. Ecco il solo filo a cui attaccarsi; occorre rinnovare a sazietà le sensazioni piacevoli e le ingrate, non soddisfare ai bisogni prima che siano diventati dolorosi, perchè il piacere del loro soddisfacimento si colleghi colla pena della privazione. È uno studio lento e continuo.Il canonico-vicario, al quale il nostro curato tenne qualche parola dell'ardua impresa a cui si è messo, pretende che la prima nozione da darsi al cretino, sia quella di Dio. Dal momento che gli risplende un barlume di ragione, egli è soggetto a peccare, e nostra prima cura dev'essere di salvarlo per l'eternità. Non domandate [pg!156] al grasso vicario, come vorrebbe pigliarsela; ciò non lo riguarda; egli andrà in paradiso, anche senza avere educato dei cretini, e ci andrà forse con più ragione che non il curato, perchè non è d'un animo religioso il ribellarsi ai decreti della Provvidenza.Anche il curato da giovane aveva vagheggiato il pensiero di creare un Dio a profitto di quegli esseri abbandonati, ma conobbe ben presto non bastare a tanto risultato le forze di un uomo. D'altronde del Dio benefico e datore di vita era troppo astratto il concetto. Come mostrare a quell'ingegno chiuso, che il sole, i prodotti della terra, la terra istessa e la vita universale sono benefizi continui della mente eterna? Rimaneva il Dio terribile dei tuoni e delle rovine, il Dio che smuove la valanca, che arma ed inferocisce la natura contro se stessa; ma dato pure gli venisse fatto di atterrire il fanciullo e di dare un nome ed una causa a quel terrore, questa, sarebbe stata un'opera buona? Non era egli abbastanza disgraziato ed inerme? Non gli era abbastanza avversa la vita, da dovergli mostrare un nemico di più?Gian-Paolo, non amava nè odiava i parenti, non s'accorgeva della loro indifferenza, non desiderava la loro sollecitudine, il prete dopo prove e riprove, s'era convinto che in essi l'amore paterno [pg!157] era morto afflitto e che non c'era via di poterlo risuscitare. Ma il fanciullo, non era viziato, poverino, e chissà che una volta svegliato in lui l'amore figliale, questo non riuscisse a scuotere l'apatia d'Anna e di Vincenzo. Eccolo dunque porre ogni studio perchè derivassero visibilmente da loro tutti i benefizi ch'egli faceva a Gian-Paolo. Non è più la domestica che gli dà il mangiare, o che lo mette a letto; il curato assiste a tutti i pasti della famiglia ed impone al padre ed alla madre, gente devota ed ossequiosa, di scodellare essi la minestra di Gian-Paolo. Gian-Paolo è ghiotto di confetti, ed il curato porta ogni domenica le ciambelle alla casa dei Bionaz, ma non se ne fa mai il visibile distributore. Certe volte induce i parenti a ritardare l'ora del pranzo, perchè si svegli nel cretino una fame stimolante e fino a che l'ora non sia venuta padre e madre non devono farsi vedere, ed apparire soltanto col cibo. La prima volta che il fanciullo sorrise al giungere di Vincenzo, il prete ne ebbe una contentezza infinita: quando lo vide avviarsi all'incontro del padre che tornava dalla miniera, e prenderlo per mano coll'aria confidente di chi s'appoggia ad un amico, credette di essere a mezzo dell'impresa.Poi vennero cento cognizioni elementari, tutte derivate e coordinate a sensazioni da cercarsi o [pg!158] da sfuggirsi. Gian-Paolo conobbe i pericoli e li sfuggì, chiuse gli usci contro il vento, riparò colla mano la fiammella della lucerna, sterrò il fossatello che cinge l'aia dopo i grossi acquazzoni, portò al sole il vaso dei garofani che Anna amava tenere nella stanza.***Gian-Paolo aveva vent'anni. Una sera di maggio, il curato stava correggendo certi versi suoi, destinati ad un amico parroco in un paesello remoto dove non capita mai anima viva. Il giorno innanzi era piovuto a catinelle dodici ore filate, ma il cielo s'era rifatto di quel sereno che dura e non era seguita la menoma disgrazia. Verso le dieci di notte, nella pace del villaggio rintrona un frastuono improvviso ed immenso, come se rovinasse la montagna; tutto il paese è sugli usci; il fragore cresce, empie l'aria, batte ai monti di là dalla valle e ne ritorna rombo continuo, squarciato di momento in momento da tuoni improvvisi come cannonate di un esercito di giganti. I villani si chiamano per nome, rispondono esterrefatti, i più coraggiosi si avventurano fino alla chiesa, il campanaro suona a martello, mille voci disperate di bambini e di donne strillano, le vacche dalle stalle muggiscono [pg!159] lamentosamente, i cani abbaiano con rabbia feroce e giù nei paesetti che dormivano nella gran valle oscura si accendono lumi inquieti che girano per le vie, segno che lo scroscio minaccioso è giunto fino a loro.S'è rotto un sacco di montagna, il rigagnolo che rasenta la casa dei Bionaz è diventato torrente.La cosa segue a questo modo. Nel letto del torrentello, all'imbocco che serra uno dei soliti larghi stagnanti si forma per tronchi caduti e terra franata una chiusa, che impedisce il corso dell'acqua, fino a che questa col peso non l'abbia sfondata. Allora il grande volume raccolto precipita improvvisamente e ne seguono le più terribili rovine fra quante si conoscono in montagna. In mezz'ora la piena passa, ed il torrente torna rigagnolo.I Bionaz desti al frastuono e al tremito della casa sentirono l'acqua gorgogliare per le tavole dell'impiantito e sollevarle. Vincenzo, sfondata con un pugno la finestra ed affacciatosi, vide la morte. Il torrente rompeva alla casa come alla pila di un ponte e l'assaliva con travi e tronchi d'alberi a colpi d'ariete che la scotevano dalle fondamenta.—Sul tetto, presto, urlò Vincenzo atterrito. Anna teneva il lume, passarono correndo nel [pg!160] camerone tramezzato d'assi, dove dormivano Gian-Paolo e la fantesca; questa che già strillava aggirandosi per la tenebra, li seguì singhiozzando preghiere, salirono al fienile a prendervi la scala a piuoli, ritraversarono con questa le due camere, furono nel granaio donde poggiata la scala ad un abbaino, riuscirono sul tetto. Là si tennero per salvi. Prima di salirvi, l'acqua avrebbe scavalcato il monticello morenico che separava la casa dal villaggio e si sarebbe sfogata per la china. Anche contro l'urto dei massi e dei tronchi travolti, quello era il rifugio più sicuro; stavano sul lembo estremo del tetto dalla parte della valle; l'acqua si frangeva all'estremità opposta, verso il monte, e la casa era tramezzata da due muraglie maestre.Intanto erano accorsi il curato e mezzo il paese, e ne giungeva di continuo ma tutti erano impotenti ad aiuti: fra essi e la casa muggiva l'onda furiosa ed oscura. Videro rischiararsi le diverse finestre, e le ombre passare da una stanza all'altra, poi il lumicino sorgere sul tetto nero e la famiglia trascinarsi carponi su per le tegole fino a scavalcare il comignolo. Lassù il lume si spense.—Siete lì? Siete lì? Coraggio. L'acqua cala.—Tenetevi saldi. Non può durare.—Gettate una corda. Coraggio.[pg!161] Tutti gridavano smaniosi, non potendo altro, di recare ai pericolanti il conforto di voci amiche, ma di là non veniva parola, forse il muggito dell'acque, forse le voci istesse, coprivano la risposta.—Silenzio! tuonò il curato.E come la gente tacque, riprese gridando e facendosi portavoce delle mani:—Ci siete tutti?—Sì, rispose Vincenzo.—Tutti? ribattè il curato con accento severo di inquisitore.Anna si guardò attorno e disse piano al marito:—E Gian-Paolo?—È in basso.—Tutti? tutti? ripeteva il prete corrucciato e minaccioso.Vincenzo non ebbe core di rispondere.In quella si levò un grido: Al fuoco, al fuoco!Già da qualche minuto, ai tre scampati, pareva salisse dal tetto come un alito caldo e soffocante: veniva col vento dall'altro capo della casa, là dove rompevano le onde, strisciava lungo il comignolo, li mordeva in gola, recava alle loro nari l'acredine di un fumo denso che la tenebra rendeva invisibile.Vincenzo ebbe tosto sospetto del vero, ma non ardiva manifestarlo pauroso quasi di affrettarne colle parole l'evento. Le donne sbigottite [pg!162] non connettevano. A un tratto, la fiamma divampò immensa, rischiarando la scena mortale e centuplicandone l'orrore. Il fienile ardeva. Traversandolo in furia per cercarvi la scala, Anna vi aveva appiccato il fuoco.La gente dall'altra, correva esterrefatta sul poco monticello, si urtava, urgeva alle prominenze del terreno, levava in alto le braccia, le donne strillavano, gli uomini suggerivano ripari e difese impossibili, mentre dal tetto salivano per l'aria urli tremendi di fiera che vincevano il fragore dell'acque e il rombo ventoso della vampa. Poi la folla tacque, allibita. Fra gli archi del fienile, in mezzo alla fornace era apparsa la figura mostruosa di Gian-Paolo. Allora fu visto uno spettacolo prodigioso.Il cretino, ruggendo e mugghiando, la persona ed i gesti ingigantiti dalla luce rossa della fiammata, correndo qua e là, dove scoppiavano nuovi incendi, abbracciando mucchi enormi di fieno nero e facendosene riparo, lottava solo con una avvedutezza istintiva e disperata contro il fuoco che lo avvolgeva. Puntando a terra i piedi, sollevandosi, a salti, allungando le braccia, allargandosi per prendere più tese di fieno, spingendole col petto e colla fronte, acciecato dal fumo, scottato da mille lingue di fiamma che andavano a cercarlo rovesciandosi su di lui come [pg!163] serpi aizzate, egli precipitava nell'acqua monti d'incendio.Nel chiarore sanguigno, tra i vortici del fumo, la sua grossa testa aveva perduto quel poco di umano che le durava. Lampeggiata ed oscurita ad ogni momento, la sua persona sembrava centuplicarsi; e non era più solo, dieci mostri orribili al pari di lui, scorrazzavano per le fiamme, snodandosi in moti disordinati e convulsi. La nativa lentezza, il nativo impaccio delle membra, sembrava squagliarsi al fuoco, il sangue, bollendo in quel calore d'inferno, sembrava vendicare in un attimo, la tardità di tanti anni, sembrava che le forze mancategli fino allora quasi accumulate in attesa dell'evento, si sprigionassero ora, con una violenza invincibile.Dall'alto del tetto, la famiglia, guardava istupidita, le gran masse fiammanti piombare e spegnersi fischiando nel gorgo. Il silenzio subitaneo della folla e la sua attonitaggine le crescevano terrore. Certo qualche spettrale apparizione, qualche segno miracoloso tirava a sè gli animi e gli occhi della gente. Qualche fatto sovrumano seguiva, là sotto.Nessuno pensava al cretino. Vincenzo ed Anna, l'avevano riveduto un istante in mente, dianzi, alla voce severa del prete, ma la sua povera [pg!164] figura, allentata in loro ogni fibra paterna, s'era tosto dileguata.E Gian-Paolo seguitava il suo titanico cimento.Nessuno potè dire quanto durò la battaglia. Più volte, il curato e gli altri lo credettero morto e lo rividero più volte risollevarsi con più acceso accanimento, finchè fu sgombro il fienile e salvata la casa.Dopo due giorni, Gian-Paolo moriva per la febbre delle scottature.[pg!165]

UN PRETE VALDOSTANO[image]n giorno che i cinque curati della vicaria desinavano nella canonica di X, dove li raccoglieva una delle consuete conferenze primaverili, il curato di X m'invitò a tener loro compagnia a pranzo.È difficile incontrare un prete che non somigli qualche altro prete: dei cinque miei commensali quattro mi ricordavano visi, portamenti, movenze ed accenti mille volte veduti ed uditi; ma uno differiva assolutamente da ogni tipo conosciuto per l'addietro. Era un gobbo, che mostrava nell'aria marziale una salute di ferro ed una forza fisica ragguardevole; le gambe [pg!120] lunghe e diritte ed il busto incurvato formavano una persona alta rimpicciolita, potrei dire un gigante nano. In complesso era piccolo ma spaccava passi lunghissimi ed avrebbe abbracciato un noce di vent'anni. Aveva i capelli grigi, quasi bianchi, la fronte spaziosa, gli occhi vivi ed accorti, il naso grosso e ai lati della bocca un solco lungo e profondo. La bocca esprimeva una bontà divina ed una giovialità continua e misurata. Insomma una testa nobile e virile la quale, meglio che correggere, faceva dimenticare la bruttezza del corpo.A capo di tavola sedette il vicario con me a destra ed il curato d'X a mancina; dopo di questi veniva un grosso prevosto che russava da sveglio e poi il gobbo che ho detto, cosicchè la tavola essendo rotonda, il gobbo mi sedeva quasi dirimpetto.Fu il solito pranzo di preti; il vino frizzante del paese sciolse ben presto l'imbarazzo cagionato dalla mia presenza e il latino degli aforismi gaudenti mise nei discorsi una malizia corpacciuta e sensuale. I motti si aggiravano intorno ad un tema unico: la vigilanza che spettava al vicario sugli altri quattro tonsurati.A sentirli, il vicario saliva sulla torre della chiesa vicarile donde dominava le quattro soggette parrocchie; ma quella torre ne vedeva [pg!121] delle belle! Il vecchio vicario glorificato per peccatacci ai quali era da gran tempo insufficiente, lusingava di rimbalzo con eloquenti reticenze la vanità erotica de' suoi accusatori, ammiccando gli occhi ed ingrossandoli, allungando le labbra ad una smorfia incoraggiante di rimprovero esagerato. Poco alla volta i traslati erano diventati d'un ardimento pazzo. Le più pure ed immacolate parole toglievano uscendo da quelle bocche un senso vizioso, del quale molte volte chi le aveva profferite s'accorgeva al clamore degli applausi che suscitavano intorno.La torre della chiesa vicarile tornava in campo ogni momento; dicevano che per vederci meglio il vicario ci saliva inbuona compagnia, e se la torre non era crollata finora, ne potevano venire dei terremoti. Oh lo sapevano tutti! Il vicario, per non essere distolto dalla sua vigilanza, giunto in cima, tirava a sè la scala a piuoli che mette all'ultimo ripiano, dove pendono sospese le campane, e al campanaro toccava spesso ritardare un'agonia a profitto dei sani. Una volta nominate le campane, fu affar finito e non se ne uscì più. Ogni parte di esse fu specificata, ogni loro funzione descritta a suono di enormi risate, a sentire le quali chi aveva parlato, ristava un momento, guardava in giro in atto [pg!122] di furba maraviglia, e poi diceva: Che cosa ho detto? e ripeteva la frase, e quando gli altri tornavano a sbellicarsi dalle risa, volgeva gli occhi al cielo con aria scandolezzata, giungeva le mani e sclamava: Che gente! Che gente!Così durò il pranzo, suonando ciascuno a distesa il grande inno della malizia sporca ed untuosa, finchè dopo tre ore tutti ci levammo e il grosso prevosto russante si tirò dietro incollata alla madida sottana la scranna coperta di tela incerata.Il gobbo aveva riso cogli altri, ma pareva più ridere del loro riso che dei loro discorsi. Qualche volta nelle pose della bufera bacchica, insinuava un frizzo salato corbellando le tardive effervescenze degli interlocutori, con frasi brevi, sugose, che andavano diritte alla mira. In mezzo alla volgarità trionfante di quei panciuti la satira sottile del gobbo mordeva con una eleganza tutta cittadina e starei per dire letteraria; ma quello che più mi colpiva di lui era la sincerità infantile del ridere, quando rideva davvero. Pareva un fanciullo, rideva tutto quanto, da capo a piedi, fino alle lacrime, senza sforzo, contento di ridere, tornando a scoppiare fresco come prima, non appena rivolgesse in mente il fatto o la parola che gli avevano dato l'aire.La giornata che il mattino prometteva bellissima, [pg!123] poco alla volta s'era oscurita. Quando ci levammo di tavola il vento cominciò a far ballare i vetri, quando ebbimo bevuto il caffè cominciò a nevischiare. S'era in fine d'aprile. Giù per i vigneti che scendono sino alla Dora sorgeva dal terreno ghiaioso e fra le catene brune dei vimini qualche albero sottile di mandorlo o di pesca, tutto fiorito e di là dalla Dora, nei prati, sull'erba arsa dall'inverno, vinceva il verde tenerissimo dei fili spuntati di fresco e si allargavano le foglie già spiegate delle malve e delle primavere. Povera campagna! La neve, asciutta e dura come grandine, rigava l'aria obbliquamente, portata dalla bufera e rendeva, percotendo i rami nudi e gli stecconi delle pergole, mille piccoli scricchiolii secchi come fa la carta da parato quando per vento si stacca dal muro. I mandorli fioriti, dei quali il candore muto della neve faceva risaltare la bianchezza carnosa piena di vita, e i peschi rosati si agitavano furiosamente, seminando le tenere foglioline che il vento aggirava, sollevandole in spire vorticose.Per certo, a vedere quel tempaccio, le serve dei curati rimaste in casa si partivano o mandavano il campanaro, coll'ombrello, all'incontro del padrone. Tanto valeva aspettarle all'asciutto.La stanza, benchè senza fuoco, era intiepidita [pg!124] dal fiato ben nutrito dei commensali che i morbidi odori di cibo contribuivano colla faticosa digestione ad impigrire. I vetri verdognoli mandavano una mezza luce quieta, affievolita ancora dal loggiato ad archi sul quale mettevano due finestre, mentre una terza che si apriva verso il vecchio camposanto, una delizia di cortiletto chiuso da alte muraglie, lasciava a mala pena entrare un barlume di giorno, un chiarore da chiostro, da sagrestia, o da stalla.Due dei curati, con una padronanza tutta pretina, ebbero ben presto sparecchiato e rimessa ogni cosa a suo posto, senza dir verbo. Poi stesero il tappeto sulla tavola, tolsero dal cassetto dello scrittoio, dove era chiuso col breviario, un mazzo di tarocchi ed uno di essi lo brandì in alto agitandolo, poi lo gittò sapientemente sulla tavola in modo che le carte vi si distesero in riga allineate, e gridò in tono di comando:Pontificemus.Il vicario dormiva in una larga sedia a braccioli, la testa rovesciata sul muro, coll'aria tranquilla di un santo.Il gobbo non volle essere del giuoco, ed io non conoscevo le carte. Gli altri tre preti si precipitarono sui tarocchi e la partita fu intavolata vigorosamente. Le carte grasse ed unte aderivano l'una all'altra così che per staccarle [pg!125] occorreva ai giuocatori inumidire il pollice al labbro inferiore, rovesciandolo fin sopra il mento. Nel silenzio della stanza si sentiva di quando in quando la nota da scacciapensieri che mandavano le dita attingendo umori e poi il fioccare misurato e piano delle carte sul tappeto.Il gobbo tamburellò un momento sui vetri, vi appoggiò la fronte come per rinfrescarla, poi prese il cappello ed il bastone e con un:Buona serarisoluto, piantò la compagnia.Benchè a tavola e dopo non avessi scambiato con lui che poche parole, mi era nato un vivo desiderio di conoscerlo; gli tenni dietro senza altro, e lo inseguii per una stradicciuola fra i vigneti ch'egli aveva infilato frettolosamente. Al rumore de' miei passi si voltò e vistomi, ristette sorridendo.—Viene anche lei dalle mie parti?Come gli ebbi detto che non potevo reggere oltre al tanfo della stanza chiusa e che gli chiedevo licenza di accompagnarlo, mi ringraziò e ci ponemmo in cammino, ma per un buon tratto di via non aperse bocca; lo sentii anzi più volte fissarmi sospettosamente con una certa durezza, tanto che, venuto in dubbio di riuscirgli importuno, rivolgevo meco stesso il migliore pretesto per congedarmi.Ad un tratto si fermò e mi disse:[pg!126] —Le assicuro che sono tutti buoni preti e buoni curati.Si era fatto rosso in viso e mi guardava negli occhi con una fissità risoluta, scrutandomi se gli prestavo fede: convien dire che le mie parole valsero a tranquillarlo, perchè lo vidi rasserenarsi e rifarsi tosto cordiale.Seguitava a rigirare per l'aria un nevischio rado ed asciutto a piccoli grani rabbiosi, che sembravano voler forare là dove picchiavano; uno di quei tempi ventosi dal cielo eguale e lontano che lasciano vedere le più alte cime allividite dalla falsa luce nebulosa. Il mio curato camminava spedito, sollevando sul davanti la vesta e reggendola sul braccio, locchè lasciava dietro uno strascico nero che spazzava la via. Nell'impaccio delle pieghe, le gambe, nettamente disegnate da una calza di grossa lana nera, avevano un disgustoso aspetto femminile come di donna gagliarda e sfrontata; tutta la persona dal tricorno fermamente calcato sulle tempia, contro il vento, alle grosse scarpe rattacconate, mostrava l'incuria propria dei solitari e dei pensatori.Io avevo cominciato a domandarlo della vita e dei costumi alpestri, ma non era che un rigiro per giungere a quello che più mi premeva e che da lui solo potevo conoscere, la sua propria [pg!127] vita, e come si acconciasse alla solitudine cui era costretto e come la riempisse.L'idea che mi ero fatto di lui era forse troppo alta e quel senso critico al quale pur troppo dobbiamo affinare le nostre sensazioni ed i nostri giudizi, mi stimolava a verificarne alla prova dei fatti la giustezza o l'errore. Certo nella compagnia dei colleghi egli primeggiava, ma poteva anche essere il monocolo nel regno dei ciechi, mentre io lo avevo sulle prime immaginato di acutissima vista.Già il vederlo così abbandonato e scorretto della persona me lo aveva fatto cadere dall'animo e provavo una orgogliosa compiacenza al pensiero che in poco l'avrei ridotto al suo essere vero di pretoccolo egoista e beato. E come dava a capofitto nelle mie grosse reti, come mi mostrava passivamente le poche faccie del suo ingegno; lo rigiravo senza fatica, lo stringevo senza metterlo in sospetto, rispondeva ad ogni mia domanda con proposizioni nette, precise, che lo mettevano tutto nelle mie mani.Non era sciocco, tutt'altro, ma era un uomo contento, una mente quieta e rassegnata. Conosceva assai bene dei paesani, la vita intima, i bisogni, le miserie, le poche gioie, i gravi dolori; ma la sua coscienza non si spigriva per questo, la suamansuetaacquiescenza ai fatti [pg!128] non era turbata. Avevo sperato un ribelle combattuto dalle brutali ingiustizie della vita e dalla tradizionale docilità del proprio ministero, avevo intravveduto una lotta drammatica fra il vescovo e la coscienza, fra il diritto umano e la credenza cieca, mi ero gettato nel mio errore colla gioia ardente del cercatore di miniere che scopre i filoni dell'oro, e vedevo il filone assottigliarsi al primo colpo di piccone e smarrirsi, e una pace scolorita regnare là dove cercavo lo scompiglio di una grande battaglia. Quello che più mi indispettiva era il vederlo abbandonarsi così senza resistenza e rivelarsi intero senza pur cadere in sospetto della mia crescente disistima; ne provavo l'irritante delusione del cacciatore che vede la selvaggina passargli sull'uscio di casa quando egli si disponeva ad inseguirla con gravi fatiche.Caduto dalle altezze del mio ideale, mi sarei volentieri acconciato ad una lotta di destrezza, avrei voluto vedermi contesa quella conoscenza alla quale intendevo, mettere la mia sottigliezza cittadina in confronto della sua selvatica furberia, insomma ripagarmi del non poterlo ammirar lui ammirando me stesso.—Due o tre volte fui sul punto di lasciarlo senz'altro, e di tornarmene solo e deluso, ma non mi venne mai fatto di girare il discorso ad una conclusione e troncarlo di netto mi pareva scortesia. [pg!129] D'altronde, apprendevo da lui molte nozioni determinate e sicure e, devo pure confessarlo, provavo una certa compiacenza artistica a sentirlo discorrere. Non che fosse eloquente, tutt'altro, ma parlava giusto, chiaro e sobrio; c'era poi nella limpidità del suo pensiero, nella scelta dei fatti narrati, nel giudizio che ne recava forse nelle parole istesse che adoperava, certo nel modo di pronunziarle, una bontà matura e tranquilla, che mi rasserenava l'animo. Calmata la prima curiosità, mi durava quella quiete confidente che infonde in noi la presenza di una persona buona ed intelligente. Oramai, conoscevo il mio compagno come per lunga dimestichezza. Era un uomo pratico, che si adagiava comodamente nella sua solitudine esercitando l'ufficio di curato con metodica coscienza. La molle posatezza di una vita consuetudinaria, aveva sedato in lui fin anche le irrequietezze proprie degli esseri sformati, la gobba non lo irritava, non gli dava quella stimolante sottigliezza, quella incontentabilità che acuisce pervertendole le facoltà mentali. Era forse mansuefatto dalle circostanze facili in cui viveva; non saliva al fanatismo nemmeno per la fede.Un passo dopo l'altro giungemmo alla sua canonica ed egli mi invitò ad entrare ommettendo [pg!130] i soliti discorsi: «vedrà che miseria, compatirà un povero prete», o che so io. La sua casa grigia gli pareva certo la più confortevole di questo mondo. Infatti la stanzetta dove entrammo, fuori del molle odore di prete pulito che sa di cera, d'incenso, di tabacco da naso e di vecchia pergamena, avrebbe invogliato a dimorarvi in solitudine il più ostinato fannullone cittadino. Le finestre guardavano a picco la gran valle silenziosa sotto la neve fresca, coi paesi bruni riparati a ridosso delle montagne e colla Dora nel mezzo, povera d'acque, lenta, limpidissima, fiancheggiata di pioppi alti e sottili. Una veduta raccolta e varia che saliva fino alle ghiacciaie lontane per una minore vallata aperta dirimpetto, tutta tinta di ruggine, dalle piante nude, fra le quali spiccavano in bianco le linee asciutte di due o tre campanili.Il curato mi domandò subito se avevo da fare quella sera giù nella valle, e come gli ebbi risposto che no e fu inteso che sarei rimasto a cena ed a dormire, scomparve per avvertirne scusandosene la vecchia domestica, della quale udivo nettamente nell'attigua cucina i passi, la voce asmatica ed il continuo affaccendarsi. Strano personaggio quella domestica! Benchè tenesse il primo posto in casa e tutto facesse capo a lei ed il prete si fosse creduto in obbligo di [pg!131] dirle il mio nome, il mio stato, donde venivo, dove mi aveva incontrato e perchè fossi con lui, non mi venne fatto di vederla pure un momento. A cena, una cenetta saporita, io ero così svogliato che al mio ospite toccava insistere per farmi prendere cibo, e ad ogni invito suo, veniva dall'uscio aperto della cucina una voce rauca e grave:—Chi è che non vuol mangiare? Quel signore? Già, bocche fine, bocche fine. Ehm ehm, bocche fine!—Ma il naso in camera da pranzo non ce lo mise mai e quando pregai il curato che me la facesse conoscere, mi rispose: la poveretta è mezza cieca e non vuole esser veduta da quelli che non può vedere.Dopo cena riappiccicammo il discorso intavolato per via, io interrogando e rispondendomi il prete colla solita docilità, se non che di quando in quando, certi rigiri di frase, un certo tono di voce, certe occhiate furbe ed indagatrici alle quali non avrei giurato che fosse estranea una punta di canzonatura, mi facevano sospettare che al mio interlocutore fossero questa volta ben chiare le mie intenzioni e l'irriverente concetto che mi ero formato dell'essere suo. Oltre a ciò, sentivo di non essere più padrone del discorso, di non poterlo più girare per il mio verso; mi pareva che le domande che gli rivolgevo, me le mettesse in bocca lui, serrando [pg!132] le sue risposte in modo da non poterne io uscire altrimenti che con una data domanda certo da lui preveduta. Che lavoro faticoso mi toccava di fare per non smarrire il filo della conversazione, intento com'ero a darmi ragione di quell'occulta volontà che mi pareva la dominasse! Che malessere ho provato a quella giostra. Se davvero egli mi leggeva nell'anima, la mia presunzione era ben giustamente punita, poichè egli conosceva me assai più e meglio che non io lui e quella parte passiva e condiscendente che gli era piaciuto di assumere, rendeva più gustosa la sua vittoria e più piccante e ridicola la burletta che mi faceva.Per levarmi di dubbio, gli domandai perchè egli a sua volta non cercasse di informarsi alquanto dei fatti miei.—Che profitto me ne verrebbe? e che conoscenza sarebbe la mia? Vedo bene come ci conoscono loro. Quando mi avviene di leggere un libro che tratti di noi, della condizione sociale, dei costumi, dei bisogni dei montanari, provo un senso di vero disgusto, tanto siamo ignorati da quelli stessi che presumono farci conoscere agli altri.—Ha cercato almeno di darsi ragione di questa mia curiosità?—Non ne avevo bisogno. Le sue domande [pg!133] me le aspettavo tutte quante dalla prima all'ultima e, me lo lasci dire, nella forma precisa in cui me le ha fatte. E non creda che me ne abbia avuto per male o che il suo modo di giudicarmi mi faccia maraviglia. Per conoscere, non occorre sempre interrogare, basta cercare in noi stessi la ragione delle domande che ci sono rivolte. A questo esercizio ho imparato in qual misero concetto siamo tenuti, non dico noi preti, ma noi solitari. Ma ho fatto di più. Ho seguito il procedere delle idee correnti, anzi ne ho rimontato il cammino. Le interrogazioni intorno alla mia vita, le quali vent'anni or sono erano informate ad un sentimento di simpatia, ad una sorta di ammirazione poetica, ad una curiosità indeterminata, sono ora diventate precise, rigide, hanno alle volte il piglio imperativo del giudice inquirente. Ne ho dedotto che gli uomini universali del piano hanno mutato follia, che una volta popolavano la nostra solitudine di idee poetiche e la credevano eletta da noi spontaneamente o per virtù di un ascetismo che si incontra di rado o in seguito a misteriosi disinganni, mentre ora la considerano quale uno stato imperfetto, e quel che è peggio, ce la imputano quasi a colpa come se con essa intendessimo di sottrarci agli obblighi sociali. Or bene, signor mio, essi avevano torto allora e lo hanno [pg!134] adesso. Noi non siamo nè poetici, nè ribelli; lavoriamo per vivere ad un lavoro che non è certo più disutile del loro ed accettiamo filosoficamente le dure condizioni della vita. Il saper poco di molte cose giova a chi vive fra gli uomini che si dicono colti, ai quali basta di potersi ingannare a vicenda colle apparenze; noi non conosciamo che le curiosità utili, quelle cioè che hanno una ragione determinata e che siamo in grado di soddisfare pienamente. Il giorno che gli umanitari della città avranno tempo e voglia di provvedere ai casi nostri e quindi bisogno di conoscerci, ci troveranno qui pronti a fornir loro quante nozioni saremo venuti via via e studiatamente raccogliendo. Avremo così spianata la strada all'opera loro perchè se il provvedere è dei molti il conoscere è di pochi o di un solo, ed al provvedere occorre anzitutto la conoscenza del bisogno.Parlava con accento vibrato, staccando una proposizione dall'altra con una virile sicurezza, con un sentimento d'orgoglio dignitoso e misurato, che mi faceva arrossire per la vergogna. Non gestiva. Era ritto in piedi coi due pugni chiusi sulla tavola, la testa alta ed il bel viso buono alquanto pallido. Com'ebbe finito si gettò a sedere e stemmo in silenzio un gran pezzo.[pg!135] Poi lo richiesi della sua storia e delle ragioni che lo avevano spinto al sacerdozio.—Oh, una storia singolare, signor mio. S'immagini che feci il cuoco durante parecchi anni. Sicuro. Mio padre era sguattero in un albergo d'Aosta ed io, allevato in cucina e messo al mestiere paterno, entrai appena seppi tenere il mestolo in mano, al servizio di quel vescovo, donde mi tolse la coscrizione. Allora non ero gobbo o così poco che non appariva, il pane di munizione non mi spiaceva, tanto che finita la ferma quando stava per aprirsi la campagna del 48, mi arruolai volontario, fui ferito a Goito e fatto prigioniero di guerra dai Tedeschi. La ferita guarì benissimo ma mi ingobbì per la vita, locchè mi rese inabile al servizio militare e mi strinse, una volta tornato a casa, a riprendere l'antico mestiere e per fortuna mia, l'antico padrone. Ora deve sapere che fino dalle prime scuole dove mi mandava mio padre e nella cucina dell'albergo ed al reggimento, io facevo dei versi, sissignore, dei versi nel gergo valdostano a ritmi semplici ed a rime uniformi, i quali in cucina ed al reggimento, mi avevano valso il nomignolo diTorototella. Però avevano sugo e forma ed erano schietti, e quello che più importa, fu smentita per me la sentenza:carmina non dant panem. Una mia canzonetta a ritornelli [pg!136] venne a conoscenza di Monsignore, il quale, gran giovialone, buono come il pane e santo uomo per giunta, mi fece chiamare mentre stava a tavola, mi pose un bicchiere in mano e mi pregò gliene dicessi delle altre, locchè feci ben volentieri. Alle corte, il vescovo mi propose di farmi studiare tanto da venire ammesso al seminario e si offerse di sostenermi per tutta la durata degli studi. Così dissi la prima messa in età di trentacinque anni e fui subito mandato qui vice-curato e poi curato alla morte del mio predecessore.Allora lo pregai mi dicesse de' suoi versi. Corse tosto allo scrittoio, ne levò uno scartafaccio e venne a sedermisi di rimpetto.—Intende il gergo valdostano?—Sicuro.—Allora stia a sentire.Creda il lettore che non aggiungo nulla di mio, che quei versi li ho veramente intesi, che il prete gobbo me li lasciò alcuni giorni per le mani e che ne fui caldissimamente ammirato. Nessuno li avrebbe detti opera d'un prete; non v'erano nominati nè la religione, nè la fede, nè Dio, nè il demonio, nè i santi. Erano versi piani senza invocazioni, nè assalti alla sublimità; raccontavano, descrivevano, frugavano nei minuti episodi della vita quotidiana e ne sparnazzavano [pg!137] intorno mille piccoli fatti ignorati, giusti, di quelli che si sentono veri anche a non averli mai prima osservati. Una poesia raccontava la visita che un pastore faceva al suo vicino, lassù sull'alpe, ma non il pastore bellimbusto tutto nastri e bubbole, cogli scarpini lustri e la beata filosofia oziosa sulle labbra, ma un vero pastore sudicio, quadrato, che si tirava dietro le suole di legno un palmo di melma e d'altro, che discorreva poco e di cose usuali, un delizioso intaglio quel discorso, divagato e preciso, pieno di interiezioni e d'incisi, con deioue(oui) e degliah!fortemente sospirati, che facevano da basso accompagnamento continuo a tutte le parole.Un'altra raccontava una serata in una stalla, d'inverno. Chi si rammenta di certi quadri che ebbero gran voga alla fine del secolo passato ed al principio di questo, pieni di figurine diverse, raccolte in diversi gruppi, intento ogni gruppo a diverse faccende, senza curarsi uno dell'altro, chi ballando, chi cenando, chi facendo all'amore, chi lavorando e lo sciancato sul primo piano che domanda l'elemosina, e il cagnetto che fa la sua brava pisciatina sulla cuna di un bambino e in fondo la forca, gli sbirri e l'appiccato; il tutto festoso, vivacissimo, con un saporito accento di caricatura, distribuito qua e là a seconda della gaia filosofia corrente, che fa [pg!138] quasi il commento del quadro e tradisce le simpatie dell'artista?Or bene, quel poemetto in gergo valdostano aveva tutta la finezza arguta di simili tele, più uno studio di verità, una concisione sugosa e qualche tocco grave, pieno di pensiero. Cominciava all'ora dell'imbrunire e giungeva fino alla mezzanotte. Prima viene la vecchia a mungere il latte nella ciotola verde, dove il primo getto schiaffeggia la vernice ed il secondo e gli altri si ammorzano cadendo nella spuma, la quale giunta all'orlo tinge in bianco il pollice della mano che vi pesca dentro. Prima di mutar ciotola, la vecchia succhia dal pollice la panna grassa o la fa succhiare ai bambini che le stanno attorno ghiotti ed attenti, malgrado i calci e le scodinzolate di certe vacche stizzose. Poi viene la cena, poi i bambini vanno a letto nelle mangiatoie vuote e comincia la veglia e l'arcolaio comincia i suoi giri da trottola con un gemito ad ogni mezzo giro come fanno le ruote dei pozzi e certe tabacchiere a vite. Vengono i discorsi degli uomini, nascosti dietro il fumo acre della pipa catarrosa, e le ghignatine e i secretuzzi delle ragazze da marito; poi la porta si apre, la porta grondante sudore, ed entra un vento gelido ed un innamorato ardente che dà la buona sera a tutto il mondo e va dritto a serrarsi [pg!139] daccanto la sua bella. La stalla è grande e vi convengono i vicini poveri ed i vicini dei vicini; le ragazze da marito sono molte e l'uscio lascia entrare spesso il vento gelido e gli innamorati ardenti; ma una volta che li ha fatti sedere uno d'accosto all'altra e li ha avviati per i discorsetti a bassa voce, il prete non si cura altro di loro e solo li fa intervenire nella gran scena come figure di seconda mano, ne ricava degli incidenti comici o dei ritornelli maliziosi. Il poemetto si rigira seguendo il discorso generale, fa la storia di questo e di quello, raccoglie i motti salati e le arguzie paesane, salta di sbalzo nel dramma, accennando a disgrazie seguite o temute, ma non vi si dilunga volentieri, la sua commozione non è mai verbosa. Nella gioconda pace dell'insieme, quei tocchi gravi raddoppiano di valore e fanno rabbrividire. Di quando in quando, le cose anch'esse intervengono e prendono la loro parte d'azione. I rumori varî della stalla, si sentono tutti. Le vacche stropicciano la catena nell'anello che le assicura alla mangiatoia. A volta rompono il ruminare continuo con un sospirone che esce per le narici e pare venuto da qualche riflessione malinconica o dolorosa, sulla condizione sociale del gregge o sulla stagione ingrata che le condanna all'erba secca e dura. I bambini [pg!140] nelle mangiatoie dormendo russano e fischiano, le ragazze stimolate da pizzicotti ricevuti là dove non faranno mai vedere il segno, trillano dei gridolini allegri e rispondono con manrovesci arditi che irritano le petulanti impazienze dei giovani. Un soldato in congedo intona una canzonetta napoletana, ma essa non è fiore da quella serra, e le sue vispe cadenze degenerano presto nella lentezza piagnucolosa di unacomplaintevaldostana, la quale si strascina dormicchiando via per le bocche di tutti, copre i discorsi troppo intimi, agonizza e rinasce interminabile e lamentosa. Qua e là risalta un fare rablesiano efficacissimo, e brutale: corrono per tutta l'assemblea delle risate improvvise che fanno volger tutti gli occhi a qualche vecchia, la quale confessa ridendone anch'essa, l'istantaneo involontario peccatuzzo. Finalmente la fisarmonica invita a ballare e le coppie nel cerchio stretto, sulla terra battuta, sotto la luce della lucerna a due becchi, saltano senza muover di posto come i martelli meccanici dei ramai.Che larga vena comica da capo a fondo, che intuizione giusta del vero, che sapiente eliminazione degli elementi inutili e sovratutto che aria paesana in tutta la composizione. La poesia sincera non ha maestri, nè scuole; il mio gobbo non pensava certo di intonarsi con tanta giustezza [pg!141] col suo tempo e se qualcuno lo avesse lodato per la sua modernità ne avrebbe avuto in risposta una crollatina di spalle; egli non aveva forse mai letto un libro scritto di questo secolo.Ma egli non scriverà forse mai più un verso in vita sua, e non ne scrisse da parecchi anni. Stava correggendo gli ultimi quando seguì in paese un fatto terribile che è sempre presente alla sua memoria. Me lo raccontò e ve lo racconto.***Poco lontano dalla canonica, in un piccolo seno chiuso fra la montagna ed un rialzo di terra che gli toglie la vista della valle, c'era una casa rustica di discreta apparenza. Il luogo freschissimo d'estate e riparato l'inverno dai venti gelidi, è una specie di vallata minuscola, dove corre una miseria di torrentello, poco più che un rigagnolo, il quale precipita dalle cime a furia di cascate e di sprazzi col piglio di un rodomonte che voglia recare al basso la desolazione e la rovina, e poi, incontrato il rialzo che ho detto, gli manca la forza di scavalcarlo, fa un gomito, si acquieta, muta colore, abbassa la voce, si contenta di poco letto e vi depone una sabbiuzza fina fina, tutta piena di riflessi diversi, [pg!142] come uno strato di gemme. Nelle maggiori piene l'acqua, benchè si tinga di un colore rossastro per darsi l'aria rabbiosa, arriva appena a lambire le tavole di un basso ponticello e non fa mai altro danno fuori che di bagnare le more dei rovi, lasciandovi sopra una leggierissima imbiancatura. La casa sorgeva giusto al punto del gomito nell'interno della curva che vi disegna il torrente; aveva un bel prato all'intorno ed il ponticello era destinato esclusivamente al suo servizio. Ne era padrone un tal Vincenzo Bionaz, il quale l'aveva comprata ed era venuto a dimorarvi colla moglie e due amori di bimbi, lo stesso anno che il nostro prete, da vice curato, era stato promosso a curato della parrocchia. Vincenzo, robusto ed intelligente operaio, lavorava in qualità di minatore ad una vicina miniera di ferro dove guadagnava tanto da tenere due vacche nella stalla e da poter comprare ogni anno qualche tavola di prato. Egli era un brav'uomo, allegro e casalingo; la moglie, nativa di Valchiusella, un paese dove le donne sono tutte belle da dipingere, lo adorava e ne era adorata, e vivevano tutti e due in pace, come si dice, con Dio e cogli uomini, lasciandosi andare ai facili progetti di futura prosperità in favore dei figliuoli.Bisogna conoscere i disgraziati paesi infestati [pg!143] dal cretinismo ed avervi vissuto per comprendere il sentimento d'orgoglio che danno ai parenti i bambini sani e belli. È una compiacenza continua che va fino alla gratitudine verso quelle creature, dalle quali la famiglia è sottratta alla vergogna comune e nobilitata. Tutte le facoltà dell'animo umano, anche le cattive, partecipano di tale compiacenza, tutti gli affetti della vita sono dominati dalla gioia immensa di possedere un così raro tesoro e la coscienza della propria felicità così piena ed eccezionale, ingenera in chi la prova una specie di sicurezza fatale di non doverla perdere mai.I due figli di Vincenzo morirono del crup in una stessa notte in poche ore. Il morbo li colse improvvisamente e li strozzò prima che padre e madre li credessero pure minacciati. L'indomani il padre andò alla miniera, la madre attese alla casa, senza lacrime e senza lamenti; solo Vincenzo tornandone, parve rifuggire dalla presenza della moglie e questa del marito. La donna era incinta di due mesi; il curato venuto a confortarli fu bene accolto da entrambi, ma non gli venne fatto di farli discorrere fra di loro. Passarono sette mesi durante i quali Vincenzo ed Anna vissero insieme nella stessa casa, mangiarono insieme alla tavola istessa, la domenica andarono insieme alla messa, dormirono [pg!144] insieme nello stesso letto, senza dirsi altre parole fuori di quelle poche e precise che richiedevano i bisogni della vita.Ma quando Anna fu sul punto di partorire, Vincenzo tornò ad un tratto alle prime tenerezze, l'assistette gravemente ed amorevolmente, accolse il bambino con lagrime di gioia, domandò perdono alla moglie delle durezze passate, insomma tornò ad essere l'uomo di una volta. Il bambino era bello e sano come i primi, e pensate con che religione padre e madre lo guardavano poppare, con che impazienza aspettavano che quegli occhi seguissero la luce, e poi si fissassero in loro, e cominciassero a riconoscere le loro sembianze, e significassero l'interno misterioso e rapido svegliarsi dell'intelletto.Ma quei segni non vennero, i suoni non facevano volgersi quella testolina e non ne rompevano il sonno, gli occhi fissavano gli oggetti senza guardarli, le labbra non sapevano imparare gli adorabili sorrisi, le mani non sapevano accennare alle cose. Fu un'attesa lunghissima, tenace, incoraggiata da ragionamenti cocciuti che volevano dar torto alle impazienze, tormentata dai dolorosi confronti che la memoria suggeriva, prolungata a termini che si stabilivano lontani e che una volta raggiunti si protraevano, sostenuta da illusioni, da inganni creati apposta, [pg!145] da menzogne che uno dei parenti faceva all'altro, a cui nessuno credeva, finchè venne il giorno dell'orribile certezza. Il nuovo nato era un cretino.Da quel giorno la famiglia fu distrutta. Padre e madre non osavano guardarsi in viso per paura di scoppiare in rimproveri e, peggio, in vituperi. Ognuno dei due provava un fiero, angoscioso accanimento contro dell'altro, e si sentiva il cuore gonfio di accuse pazze. Non litigavano, non tradivano quasi mai i ribollimenti dell'animo, tacevano come sgomentati, agivano colla regolare abitudinaria solerzia della gente che non pensa, vivevano in una pace morta e disperata. Il bambino cresceva adiposo e pallido, l'occhio vagamente inquieto, le labbra grosse piene di dolore e di bontà. Lo svegliarsi delle prime attività fisiche, parve qualche volta ai parenti accompagnato da segni di un tardo, ma vitale intelletto; allora erano giornate di un'aspettazione irritante, insostenibile: i due tornavano verbosi, si rappattumavano, formavano mille propositi di pazienza e di virtù, facevano voti a tutti i santi del paradiso, promettevano quadri e candele alla Madonna dell'Oropa, la Madonna Nera, il gran taumaturgo dei montanari.Ma simili inganni non duravano e rincrudivano cessando gli scoramenti e le amarezze.[pg!146] Al fanciullo avevano posto nome Gian-Paolo, raccogliendo i nomi dei due morti. Talvolta il padre, chiamandolo e vedendolo sordo, dava in una risata sgangherata e ripeteva quei due nomi per delle ore colla cadenza sonnolenta di una nenia; poi aveva finito per chiamarlo:la bestia, e il primo giorno che lo chiamò così, la madre furiosa l'aveva minacciato col tridente ed egli l'aveva battuta. Ma fu l'unica volta in sua vita. La sventura li aveva troppo intimiditi perchè potessero durare alla violenza o lasciarvisi condurre e benchè essa ruminasse talora di tornarsene sola alla sua valle nativa ed egli di andar girando pel mondo, magari fino in America, per togliersi da quell'inferno, non ebbero mai il coraggio di farlo. Una volta, dopo che s'ebbero pacatamente e freddamente manifestato il vicendevole proposito di separarsi, Vincenzo disse: Non saremo buoni da tanto; il cretino ci ha dato del suo.Quando il marito stava alla miniera, bisognava vedere che studio di tenerezze faceva la madre! Si prendeva fra le mani la grossa testa idiota del figliuolo, e lo fissava con occhi ardenti che pareva dovessero accendergli il fuoco nell'anima e divorarlo. Che tempeste di baci su quelle guancie floscie e sulla bocca bavosa. Il più era quando il bambino dormiva. Allora, l'errore diventato [pg!147] possibile, essa lo allargava per tutti i versi, perdendosi in una assoluta dimenticanza delle cose passate e delle future, creando a se stessa una certezza di felicità che le dava dei godimenti esaltati; era sicura che Gian-Paolo, addormentandosi, le aveva sorriso ed essa conosceva quel sorriso, per averlo veduto mille volte. Sapeva segnare sulla faccia del bambino il luogo preciso dove la pelle se ne increspava, dove faceva la deliziosa bucherella che tira i baci.E i due morti, quanto l'aiutavano a mettersi in tale visione! Come si levavano vivi e vispi dalla bara, per entrare nelle carni del fratellino dormente e confondere insieme le diverse sembianze! C'era però una sensazione che bastava da sola a rendere atroce la dolcezza di quello inganno, una sensazione sempre presente, sempre vivissima, che le lacerava il cuore, ed era la paura che il fanciullo si svegliasse. Giungeva fino a dimenticare il perchè di tale paura, ma non la paura istessa; a volte le pareva evidente e naturalissimo che al primo aprir gli occhi il figliuolo sarebbe morto, e lo cullava, lo cullava cantandogli ogni sorta di ritornelli lamentosi, tremando di una smorfia, accorandosi di un sospiro più forte degli altri. Sarebbe stata felice se il bambino fosse vissuto in un sonno senza fine.[pg!148] Le tenerezze del padre erano più rare e di più breve durata. Bastava un filo di luce ad impedirle o a soffocarle. Ma la sera qualche volta il pover'uomo spariva furtivamente dalla stalla. Saliva scalzo ed in punta di piedi la scaletta di legno che mette al primo piano, entrava nella stanza maritale dov'era coricato Gian-Paolo, e là, piangendo in silenzio se lo toglieva in braccio e lo serrava rabbiosamente bruciandolo di baci finchè lo sentiva strillare dei suoni grossi e gutturali. Allora lo riponeva con mal garbo nel lettuccio, ridiscendeva alla stalla e diceva alla moglie: Anna, sali, mi pare che urli. Anna saliva e, indovinato l'accaduto, provava pel marito una compassione rispettosa e si tormentava con rimorsi.Una volta, la domenica degli olivi, quando finita appena la messa, la chiesa era ancor piena di gente, essa si gettò ai piedi del marito piangendo e disperandosi a domandargli perdono. Fu una scena rapida e tragica: fra gli strilli delle donne intenerite e le ghignate di alcuni uomini, Vincenzo seccato dal chiasso, afferrò la moglie per un braccio, la levò di ginocchio e respingendola con uno sguardo nemico, la buttò là come un sacco. Anna andò a battere la faccia contro la pila dell'acqua benedetta e diede un grande urlo di dolore... S'era lacerato un labbro [pg!149] e rotti due denti, aveva la bocca piena di sangue e lo sputava guardandosi attorno pallida, con occhi stralunati, come se fosse per impazzire; finchè Vincenzo, pentito e rabbioso, la menò a casa in fretta. Quando furono nell'aia, il padre vide Gian-Paolo seduto in terra scaldarsi le piccole membra al sole in un'attitudine timidamente contenta e gli lanciò un'orribile occhiata piena di rancore.Quella fu l'ultima sfuriata dell'amore paterno offeso, e li lasciò tutti e due sfibrati come gente che esce di malattia e desiderosi di mutar vita come convalescenti. Poco alla volta entrarono in una quiete che non aveva nè le amarezze, nè le divine voluttà della rassegnazione, nè la sfinitezza svogliata dei dolori senza speranza. Come avviene di certi organi minori dei quali non avvertiamo l'esistenza se non per un dolore e la cui amputazione non sembra scemare in niun modo l'attività vitale, cosicchè ci domandiamo che facessero in noi; uscito loro dall'animo l'amore paterno, essi parvero tornati alla dolce capacità di vivere e di gioire. La casa prosperava; Vincenzo non aveva vizi ed Anna era economa ed industriosa; tolto il pensiero di accumulare per la discendenza, poterono concedersi cento piccoli agi che li facevano invidiare da tutti. Giunsero fino a prendere in casa una [pg!150] giovane domestica che attendeva ai più grossi lavori, diventarono insomma i borghesi del villaggio.Oh la povera infanzia intirizzita di Gian-Paolo. Nè carezze, nè rabbuffi, una libertà sconfinata e desolata intorno a sè. La domestica pensava a dargli il mangiare all'ora dei pasti, e a metterlo in letto. Di sette anni, egli andava lentamente a cercarsi al sole un po' di spazio dove sedere; in primavera, il suo corpo grosso e deforme sembrava sporcare i prati dove stava sdraiato e donde fissava le cose senza smuoversene, con una tristezza incosciente. Pareva che il vuoto immenso del cervello gli desse una sensazione incessante di freddo: infatti quella era una ghignataccia al primo sorgere del sole! E che aria dolorosa al tramonto!Chi l'ha veduta, la sera, nella stagione estiva in un villaggio di montagna? Che ora grave ed allegra! Si direbbe che in tutto il mondo non ci sia e non ci sia stato mai un uomo cattivo, che non sia mai seguita, nè possa seguire un'azione malvagia. Le idee di sofferenza e di miseria sembrano sogni di mente malata. Non è vero che si muoia di fame e di dolore, che si viva all'odio ed all'invidia, non c'è il male, non c'è l'infermità, tutti gli uomini entrano ora per gioirvi nella placida ombra che gettano le montagne, la terra manda [pg!151] odori freschi ed esilaranti, il suono delle acque sembra il respiro della grande famiglia umana che riposa felice e benedetta in una serenità senza fine. Ma allo svoltare della viuzza, sorretto allo stecconato che cinge i prati, un essere informe e lento si strascina verso le case che fumano per la cena. Chi ha insultato l'uomo dando a costui delle membra che glie lo fanno quasi somigliante? Quell'essere non mi appartiene, è estraneo alla mia vita, via da me tale lugubre caricatura delle mie bellezze. Costui non parla, grugnisce, non ode, non discerne, trema al mio cospetto, si rannicchia sospettoso e impotente al mio avvicinarsi; se lo richiedessi d'aiuto, non farebbe un passo in mio sostegno; bisognoso, non potrebbe richiedere l'aiuto mio, il ricambio fraterno delle forze vitali non segue fra me e costui, la catena degli esseri è rotta fra di noi, il mio bambino, vedendolo alla luce del sole lo deriderebbe e qui, nella mezza oscurità, ne avrebbe paura. Io torno fra i miei simili che pensano ed agiscono, che conoscono i proprii bisogni e li soddisfano, che sono armati contro la natura e la vincono; costui è fuori dell'umanità, la mia compassione per lui sarebbe sterile, io non gli posso giovare in alcun modo; se la notte avesse mani da soffocarlo, e la terra si aprisse a seppellirlo, domani nessun vivente [pg!152] piangerebbe la sua sorte, non vi sarebbe nemmeno un dolore di più sulla terra, poichè egli non possiede nessuna delle due forme dell'utilità: non opera e non abbellisce.Fino dai primi anni di sacerdozio, il curato vagheggiava l'idea di studiare la grave infermità alpina, nella speranza non già di guarirla, chè sapeva non essere in suo potere, ma di alleviarne la miseria e di definirne gli effetti e la misura. Questo molti uomini dabbene si propongono in valle d'Aosta ma non riescono a mandare ad effetto a cagione delle impazienze, della soverchia pretesa e dei falsi metodi seguiti. A lui, prete, ignorante affatto di medicina, non pareva di potersi mettere per la via delle ricerche scientifiche, nè all'indagine delle cause del morbo. Diminuire le sofferenze, aggiungere qualche forza al disgraziato ponendolo in condizioni igieniche confortevoli, abbonire il malo animo dei parenti, vincere l'inerzia dei pregiudizi e, nel cervello immobile degli scemi, affinare l'istinto in difetto dell'ingegno, ciò gli pareva impresa possibile e così santa da poter formare la ragione ed il premio della propria vita.Ma in paese, quando egli ci venne, non v'era che uno scemo, un vecchio scimione di cretino così indurito nella propria bestialità da non poterne tirare nulla di buono. La posizione elevata [pg!153] del villaggio e la relativa agiatezza degli abitanti dovuta alla vicina miniera facevano che i casi di vero e proprio cretinismo vi erano rarissimi, tanto che il curato aveva agevolmente rinunziato ad ogni proposito rigeneratore, contento di non poterlo mandare ad effetto.La nascita di Gian-Paolo gli rimise il diavolo in corpo e la vista della disunione che ne era derivata fra i parenti lo infervorò all'impresa. La scena seguita in chiesa lo persuase essere venuto il tempo di provvedere e lo stesso giorno dopo vespro eccolo incamminarsi verso la casetta di Vincenzo per cominciare la cura.Sei mesi dopo Gian-Paolo aveva una certa aria lustra di cretino ripulito che lo faceva ricercato nel villaggio e nei dintorni come una curiosità da doversi vedere. In luogo del saccone color cioccolatte al quale lo avevano già sprezzantemente condannato gli incuranti genitori, egli portava i suoi bravi calzoni e la giubbetta, e perfino, cosa incredibile, una camicia che metteva fresca di bucato tutte le domeniche, locchè in un paese dove la gran miseria incute un riguardoso rispetto per la roba, aveva ottenuto che i monelli non lo zaffardassero più gittandogli addosso a manciate la mota dei fossi e lo sterco delle vacche che menavano in pastura. Egli stesso, contento di vedersi attillato, aveva [pg!154] smesso di rivoltarsi come un porco nella belletta attaccaticcia delle strade, appena spiovuto. Accolto nelle brigate domenicali, quale argomento di lazzi e sghignazzate, egli aveva finito per addomesticarsi e cercare la compagnia; dopo vespro, sotto la pergola della via maestra dove era il giuoco delle boccie, egli aveva il suo bravo posto consueto sul trave degli spettatori, un posto riconosciuto per suo, e dal quale se mai altri vi sedeva, si levava di botto con aria ridicolmente ossequiosa, non appena apparisse la sua obesa e gozzuta persona. I giovani lo chiamavanole monsieure a forza di gridargli quel nome nelle orecchie, avevano finito per farglielo ritenere in mente. Ogni forestiere che capitasse dai vicini villaggi, era sicuro di trovare apparecchiato il sollazzo del seguente discorso:Qui es tu?domandava a Gian-Paolo, quello dei giovinotti che faceva gli onori di casa.Ed il cretino, spremendo fino a gonfiarsi le vene del gozzo, e masticando i suoni e l'abbondante saliva, veniva finalmente a capo di scilinguare:Le mousieu.Ed era un coro di risate schiette come per uno spasso mai prima goduto.Finalmente il giorno del Santo Patrono, quando la banda del capoluogo scatenava sul paese la burrasca delle marcie rauche e tonanti, era lui [pg!155] Gian-Paolo, che durante i silenzi teneva in mano la mazza della gran cassa, pronto a cederla al primo cenno del suonatore.Ma pulirlo ed addomesticarlo non basta, quel disgraziato, bisogna cercare dove sia rotto il congegno del cervello, e svitarne tutte le ruote per vedere di rimontarlo. Ahimè, altro che rotto! ne mancano delle ruote e le principali e quelle poche presenti sono sdentate, non s'impigliano una nell'altra, non propagano moto. I fatti esterni agiscono su quella mente, finchè dura la sensazione che li rivela, ma non vi s'imprimono, non lasciano memoria che possa commetterli con altri: appena se una lunghissima serie di essi genera qualche cosa che può somigliare l'abitudine. Ecco il solo filo a cui attaccarsi; occorre rinnovare a sazietà le sensazioni piacevoli e le ingrate, non soddisfare ai bisogni prima che siano diventati dolorosi, perchè il piacere del loro soddisfacimento si colleghi colla pena della privazione. È uno studio lento e continuo.Il canonico-vicario, al quale il nostro curato tenne qualche parola dell'ardua impresa a cui si è messo, pretende che la prima nozione da darsi al cretino, sia quella di Dio. Dal momento che gli risplende un barlume di ragione, egli è soggetto a peccare, e nostra prima cura dev'essere di salvarlo per l'eternità. Non domandate [pg!156] al grasso vicario, come vorrebbe pigliarsela; ciò non lo riguarda; egli andrà in paradiso, anche senza avere educato dei cretini, e ci andrà forse con più ragione che non il curato, perchè non è d'un animo religioso il ribellarsi ai decreti della Provvidenza.Anche il curato da giovane aveva vagheggiato il pensiero di creare un Dio a profitto di quegli esseri abbandonati, ma conobbe ben presto non bastare a tanto risultato le forze di un uomo. D'altronde del Dio benefico e datore di vita era troppo astratto il concetto. Come mostrare a quell'ingegno chiuso, che il sole, i prodotti della terra, la terra istessa e la vita universale sono benefizi continui della mente eterna? Rimaneva il Dio terribile dei tuoni e delle rovine, il Dio che smuove la valanca, che arma ed inferocisce la natura contro se stessa; ma dato pure gli venisse fatto di atterrire il fanciullo e di dare un nome ed una causa a quel terrore, questa, sarebbe stata un'opera buona? Non era egli abbastanza disgraziato ed inerme? Non gli era abbastanza avversa la vita, da dovergli mostrare un nemico di più?Gian-Paolo, non amava nè odiava i parenti, non s'accorgeva della loro indifferenza, non desiderava la loro sollecitudine, il prete dopo prove e riprove, s'era convinto che in essi l'amore paterno [pg!157] era morto afflitto e che non c'era via di poterlo risuscitare. Ma il fanciullo, non era viziato, poverino, e chissà che una volta svegliato in lui l'amore figliale, questo non riuscisse a scuotere l'apatia d'Anna e di Vincenzo. Eccolo dunque porre ogni studio perchè derivassero visibilmente da loro tutti i benefizi ch'egli faceva a Gian-Paolo. Non è più la domestica che gli dà il mangiare, o che lo mette a letto; il curato assiste a tutti i pasti della famiglia ed impone al padre ed alla madre, gente devota ed ossequiosa, di scodellare essi la minestra di Gian-Paolo. Gian-Paolo è ghiotto di confetti, ed il curato porta ogni domenica le ciambelle alla casa dei Bionaz, ma non se ne fa mai il visibile distributore. Certe volte induce i parenti a ritardare l'ora del pranzo, perchè si svegli nel cretino una fame stimolante e fino a che l'ora non sia venuta padre e madre non devono farsi vedere, ed apparire soltanto col cibo. La prima volta che il fanciullo sorrise al giungere di Vincenzo, il prete ne ebbe una contentezza infinita: quando lo vide avviarsi all'incontro del padre che tornava dalla miniera, e prenderlo per mano coll'aria confidente di chi s'appoggia ad un amico, credette di essere a mezzo dell'impresa.Poi vennero cento cognizioni elementari, tutte derivate e coordinate a sensazioni da cercarsi o [pg!158] da sfuggirsi. Gian-Paolo conobbe i pericoli e li sfuggì, chiuse gli usci contro il vento, riparò colla mano la fiammella della lucerna, sterrò il fossatello che cinge l'aia dopo i grossi acquazzoni, portò al sole il vaso dei garofani che Anna amava tenere nella stanza.***Gian-Paolo aveva vent'anni. Una sera di maggio, il curato stava correggendo certi versi suoi, destinati ad un amico parroco in un paesello remoto dove non capita mai anima viva. Il giorno innanzi era piovuto a catinelle dodici ore filate, ma il cielo s'era rifatto di quel sereno che dura e non era seguita la menoma disgrazia. Verso le dieci di notte, nella pace del villaggio rintrona un frastuono improvviso ed immenso, come se rovinasse la montagna; tutto il paese è sugli usci; il fragore cresce, empie l'aria, batte ai monti di là dalla valle e ne ritorna rombo continuo, squarciato di momento in momento da tuoni improvvisi come cannonate di un esercito di giganti. I villani si chiamano per nome, rispondono esterrefatti, i più coraggiosi si avventurano fino alla chiesa, il campanaro suona a martello, mille voci disperate di bambini e di donne strillano, le vacche dalle stalle muggiscono [pg!159] lamentosamente, i cani abbaiano con rabbia feroce e giù nei paesetti che dormivano nella gran valle oscura si accendono lumi inquieti che girano per le vie, segno che lo scroscio minaccioso è giunto fino a loro.S'è rotto un sacco di montagna, il rigagnolo che rasenta la casa dei Bionaz è diventato torrente.La cosa segue a questo modo. Nel letto del torrentello, all'imbocco che serra uno dei soliti larghi stagnanti si forma per tronchi caduti e terra franata una chiusa, che impedisce il corso dell'acqua, fino a che questa col peso non l'abbia sfondata. Allora il grande volume raccolto precipita improvvisamente e ne seguono le più terribili rovine fra quante si conoscono in montagna. In mezz'ora la piena passa, ed il torrente torna rigagnolo.I Bionaz desti al frastuono e al tremito della casa sentirono l'acqua gorgogliare per le tavole dell'impiantito e sollevarle. Vincenzo, sfondata con un pugno la finestra ed affacciatosi, vide la morte. Il torrente rompeva alla casa come alla pila di un ponte e l'assaliva con travi e tronchi d'alberi a colpi d'ariete che la scotevano dalle fondamenta.—Sul tetto, presto, urlò Vincenzo atterrito. Anna teneva il lume, passarono correndo nel [pg!160] camerone tramezzato d'assi, dove dormivano Gian-Paolo e la fantesca; questa che già strillava aggirandosi per la tenebra, li seguì singhiozzando preghiere, salirono al fienile a prendervi la scala a piuoli, ritraversarono con questa le due camere, furono nel granaio donde poggiata la scala ad un abbaino, riuscirono sul tetto. Là si tennero per salvi. Prima di salirvi, l'acqua avrebbe scavalcato il monticello morenico che separava la casa dal villaggio e si sarebbe sfogata per la china. Anche contro l'urto dei massi e dei tronchi travolti, quello era il rifugio più sicuro; stavano sul lembo estremo del tetto dalla parte della valle; l'acqua si frangeva all'estremità opposta, verso il monte, e la casa era tramezzata da due muraglie maestre.Intanto erano accorsi il curato e mezzo il paese, e ne giungeva di continuo ma tutti erano impotenti ad aiuti: fra essi e la casa muggiva l'onda furiosa ed oscura. Videro rischiararsi le diverse finestre, e le ombre passare da una stanza all'altra, poi il lumicino sorgere sul tetto nero e la famiglia trascinarsi carponi su per le tegole fino a scavalcare il comignolo. Lassù il lume si spense.—Siete lì? Siete lì? Coraggio. L'acqua cala.—Tenetevi saldi. Non può durare.—Gettate una corda. Coraggio.[pg!161] Tutti gridavano smaniosi, non potendo altro, di recare ai pericolanti il conforto di voci amiche, ma di là non veniva parola, forse il muggito dell'acque, forse le voci istesse, coprivano la risposta.—Silenzio! tuonò il curato.E come la gente tacque, riprese gridando e facendosi portavoce delle mani:—Ci siete tutti?—Sì, rispose Vincenzo.—Tutti? ribattè il curato con accento severo di inquisitore.Anna si guardò attorno e disse piano al marito:—E Gian-Paolo?—È in basso.—Tutti? tutti? ripeteva il prete corrucciato e minaccioso.Vincenzo non ebbe core di rispondere.In quella si levò un grido: Al fuoco, al fuoco!Già da qualche minuto, ai tre scampati, pareva salisse dal tetto come un alito caldo e soffocante: veniva col vento dall'altro capo della casa, là dove rompevano le onde, strisciava lungo il comignolo, li mordeva in gola, recava alle loro nari l'acredine di un fumo denso che la tenebra rendeva invisibile.Vincenzo ebbe tosto sospetto del vero, ma non ardiva manifestarlo pauroso quasi di affrettarne colle parole l'evento. Le donne sbigottite [pg!162] non connettevano. A un tratto, la fiamma divampò immensa, rischiarando la scena mortale e centuplicandone l'orrore. Il fienile ardeva. Traversandolo in furia per cercarvi la scala, Anna vi aveva appiccato il fuoco.La gente dall'altra, correva esterrefatta sul poco monticello, si urtava, urgeva alle prominenze del terreno, levava in alto le braccia, le donne strillavano, gli uomini suggerivano ripari e difese impossibili, mentre dal tetto salivano per l'aria urli tremendi di fiera che vincevano il fragore dell'acque e il rombo ventoso della vampa. Poi la folla tacque, allibita. Fra gli archi del fienile, in mezzo alla fornace era apparsa la figura mostruosa di Gian-Paolo. Allora fu visto uno spettacolo prodigioso.Il cretino, ruggendo e mugghiando, la persona ed i gesti ingigantiti dalla luce rossa della fiammata, correndo qua e là, dove scoppiavano nuovi incendi, abbracciando mucchi enormi di fieno nero e facendosene riparo, lottava solo con una avvedutezza istintiva e disperata contro il fuoco che lo avvolgeva. Puntando a terra i piedi, sollevandosi, a salti, allungando le braccia, allargandosi per prendere più tese di fieno, spingendole col petto e colla fronte, acciecato dal fumo, scottato da mille lingue di fiamma che andavano a cercarlo rovesciandosi su di lui come [pg!163] serpi aizzate, egli precipitava nell'acqua monti d'incendio.Nel chiarore sanguigno, tra i vortici del fumo, la sua grossa testa aveva perduto quel poco di umano che le durava. Lampeggiata ed oscurita ad ogni momento, la sua persona sembrava centuplicarsi; e non era più solo, dieci mostri orribili al pari di lui, scorrazzavano per le fiamme, snodandosi in moti disordinati e convulsi. La nativa lentezza, il nativo impaccio delle membra, sembrava squagliarsi al fuoco, il sangue, bollendo in quel calore d'inferno, sembrava vendicare in un attimo, la tardità di tanti anni, sembrava che le forze mancategli fino allora quasi accumulate in attesa dell'evento, si sprigionassero ora, con una violenza invincibile.Dall'alto del tetto, la famiglia, guardava istupidita, le gran masse fiammanti piombare e spegnersi fischiando nel gorgo. Il silenzio subitaneo della folla e la sua attonitaggine le crescevano terrore. Certo qualche spettrale apparizione, qualche segno miracoloso tirava a sè gli animi e gli occhi della gente. Qualche fatto sovrumano seguiva, là sotto.Nessuno pensava al cretino. Vincenzo ed Anna, l'avevano riveduto un istante in mente, dianzi, alla voce severa del prete, ma la sua povera [pg!164] figura, allentata in loro ogni fibra paterna, s'era tosto dileguata.E Gian-Paolo seguitava il suo titanico cimento.Nessuno potè dire quanto durò la battaglia. Più volte, il curato e gli altri lo credettero morto e lo rividero più volte risollevarsi con più acceso accanimento, finchè fu sgombro il fienile e salvata la casa.Dopo due giorni, Gian-Paolo moriva per la febbre delle scottature.[pg!165]

[image]n giorno che i cinque curati della vicaria desinavano nella canonica di X, dove li raccoglieva una delle consuete conferenze primaverili, il curato di X m'invitò a tener loro compagnia a pranzo.

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È difficile incontrare un prete che non somigli qualche altro prete: dei cinque miei commensali quattro mi ricordavano visi, portamenti, movenze ed accenti mille volte veduti ed uditi; ma uno differiva assolutamente da ogni tipo conosciuto per l'addietro. Era un gobbo, che mostrava nell'aria marziale una salute di ferro ed una forza fisica ragguardevole; le gambe [pg!120] lunghe e diritte ed il busto incurvato formavano una persona alta rimpicciolita, potrei dire un gigante nano. In complesso era piccolo ma spaccava passi lunghissimi ed avrebbe abbracciato un noce di vent'anni. Aveva i capelli grigi, quasi bianchi, la fronte spaziosa, gli occhi vivi ed accorti, il naso grosso e ai lati della bocca un solco lungo e profondo. La bocca esprimeva una bontà divina ed una giovialità continua e misurata. Insomma una testa nobile e virile la quale, meglio che correggere, faceva dimenticare la bruttezza del corpo.

A capo di tavola sedette il vicario con me a destra ed il curato d'X a mancina; dopo di questi veniva un grosso prevosto che russava da sveglio e poi il gobbo che ho detto, cosicchè la tavola essendo rotonda, il gobbo mi sedeva quasi dirimpetto.

Fu il solito pranzo di preti; il vino frizzante del paese sciolse ben presto l'imbarazzo cagionato dalla mia presenza e il latino degli aforismi gaudenti mise nei discorsi una malizia corpacciuta e sensuale. I motti si aggiravano intorno ad un tema unico: la vigilanza che spettava al vicario sugli altri quattro tonsurati.

A sentirli, il vicario saliva sulla torre della chiesa vicarile donde dominava le quattro soggette parrocchie; ma quella torre ne vedeva [pg!121] delle belle! Il vecchio vicario glorificato per peccatacci ai quali era da gran tempo insufficiente, lusingava di rimbalzo con eloquenti reticenze la vanità erotica de' suoi accusatori, ammiccando gli occhi ed ingrossandoli, allungando le labbra ad una smorfia incoraggiante di rimprovero esagerato. Poco alla volta i traslati erano diventati d'un ardimento pazzo. Le più pure ed immacolate parole toglievano uscendo da quelle bocche un senso vizioso, del quale molte volte chi le aveva profferite s'accorgeva al clamore degli applausi che suscitavano intorno.

La torre della chiesa vicarile tornava in campo ogni momento; dicevano che per vederci meglio il vicario ci saliva inbuona compagnia, e se la torre non era crollata finora, ne potevano venire dei terremoti. Oh lo sapevano tutti! Il vicario, per non essere distolto dalla sua vigilanza, giunto in cima, tirava a sè la scala a piuoli che mette all'ultimo ripiano, dove pendono sospese le campane, e al campanaro toccava spesso ritardare un'agonia a profitto dei sani. Una volta nominate le campane, fu affar finito e non se ne uscì più. Ogni parte di esse fu specificata, ogni loro funzione descritta a suono di enormi risate, a sentire le quali chi aveva parlato, ristava un momento, guardava in giro in atto [pg!122] di furba maraviglia, e poi diceva: Che cosa ho detto? e ripeteva la frase, e quando gli altri tornavano a sbellicarsi dalle risa, volgeva gli occhi al cielo con aria scandolezzata, giungeva le mani e sclamava: Che gente! Che gente!

Così durò il pranzo, suonando ciascuno a distesa il grande inno della malizia sporca ed untuosa, finchè dopo tre ore tutti ci levammo e il grosso prevosto russante si tirò dietro incollata alla madida sottana la scranna coperta di tela incerata.

Il gobbo aveva riso cogli altri, ma pareva più ridere del loro riso che dei loro discorsi. Qualche volta nelle pose della bufera bacchica, insinuava un frizzo salato corbellando le tardive effervescenze degli interlocutori, con frasi brevi, sugose, che andavano diritte alla mira. In mezzo alla volgarità trionfante di quei panciuti la satira sottile del gobbo mordeva con una eleganza tutta cittadina e starei per dire letteraria; ma quello che più mi colpiva di lui era la sincerità infantile del ridere, quando rideva davvero. Pareva un fanciullo, rideva tutto quanto, da capo a piedi, fino alle lacrime, senza sforzo, contento di ridere, tornando a scoppiare fresco come prima, non appena rivolgesse in mente il fatto o la parola che gli avevano dato l'aire.

La giornata che il mattino prometteva bellissima, [pg!123] poco alla volta s'era oscurita. Quando ci levammo di tavola il vento cominciò a far ballare i vetri, quando ebbimo bevuto il caffè cominciò a nevischiare. S'era in fine d'aprile. Giù per i vigneti che scendono sino alla Dora sorgeva dal terreno ghiaioso e fra le catene brune dei vimini qualche albero sottile di mandorlo o di pesca, tutto fiorito e di là dalla Dora, nei prati, sull'erba arsa dall'inverno, vinceva il verde tenerissimo dei fili spuntati di fresco e si allargavano le foglie già spiegate delle malve e delle primavere. Povera campagna! La neve, asciutta e dura come grandine, rigava l'aria obbliquamente, portata dalla bufera e rendeva, percotendo i rami nudi e gli stecconi delle pergole, mille piccoli scricchiolii secchi come fa la carta da parato quando per vento si stacca dal muro. I mandorli fioriti, dei quali il candore muto della neve faceva risaltare la bianchezza carnosa piena di vita, e i peschi rosati si agitavano furiosamente, seminando le tenere foglioline che il vento aggirava, sollevandole in spire vorticose.

Per certo, a vedere quel tempaccio, le serve dei curati rimaste in casa si partivano o mandavano il campanaro, coll'ombrello, all'incontro del padrone. Tanto valeva aspettarle all'asciutto.

La stanza, benchè senza fuoco, era intiepidita [pg!124] dal fiato ben nutrito dei commensali che i morbidi odori di cibo contribuivano colla faticosa digestione ad impigrire. I vetri verdognoli mandavano una mezza luce quieta, affievolita ancora dal loggiato ad archi sul quale mettevano due finestre, mentre una terza che si apriva verso il vecchio camposanto, una delizia di cortiletto chiuso da alte muraglie, lasciava a mala pena entrare un barlume di giorno, un chiarore da chiostro, da sagrestia, o da stalla.

Due dei curati, con una padronanza tutta pretina, ebbero ben presto sparecchiato e rimessa ogni cosa a suo posto, senza dir verbo. Poi stesero il tappeto sulla tavola, tolsero dal cassetto dello scrittoio, dove era chiuso col breviario, un mazzo di tarocchi ed uno di essi lo brandì in alto agitandolo, poi lo gittò sapientemente sulla tavola in modo che le carte vi si distesero in riga allineate, e gridò in tono di comando:Pontificemus.

Il vicario dormiva in una larga sedia a braccioli, la testa rovesciata sul muro, coll'aria tranquilla di un santo.

Il gobbo non volle essere del giuoco, ed io non conoscevo le carte. Gli altri tre preti si precipitarono sui tarocchi e la partita fu intavolata vigorosamente. Le carte grasse ed unte aderivano l'una all'altra così che per staccarle [pg!125] occorreva ai giuocatori inumidire il pollice al labbro inferiore, rovesciandolo fin sopra il mento. Nel silenzio della stanza si sentiva di quando in quando la nota da scacciapensieri che mandavano le dita attingendo umori e poi il fioccare misurato e piano delle carte sul tappeto.

Il gobbo tamburellò un momento sui vetri, vi appoggiò la fronte come per rinfrescarla, poi prese il cappello ed il bastone e con un:Buona serarisoluto, piantò la compagnia.

Benchè a tavola e dopo non avessi scambiato con lui che poche parole, mi era nato un vivo desiderio di conoscerlo; gli tenni dietro senza altro, e lo inseguii per una stradicciuola fra i vigneti ch'egli aveva infilato frettolosamente. Al rumore de' miei passi si voltò e vistomi, ristette sorridendo.

—Viene anche lei dalle mie parti?

Come gli ebbi detto che non potevo reggere oltre al tanfo della stanza chiusa e che gli chiedevo licenza di accompagnarlo, mi ringraziò e ci ponemmo in cammino, ma per un buon tratto di via non aperse bocca; lo sentii anzi più volte fissarmi sospettosamente con una certa durezza, tanto che, venuto in dubbio di riuscirgli importuno, rivolgevo meco stesso il migliore pretesto per congedarmi.

Ad un tratto si fermò e mi disse:

[pg!126] —Le assicuro che sono tutti buoni preti e buoni curati.

Si era fatto rosso in viso e mi guardava negli occhi con una fissità risoluta, scrutandomi se gli prestavo fede: convien dire che le mie parole valsero a tranquillarlo, perchè lo vidi rasserenarsi e rifarsi tosto cordiale.

Seguitava a rigirare per l'aria un nevischio rado ed asciutto a piccoli grani rabbiosi, che sembravano voler forare là dove picchiavano; uno di quei tempi ventosi dal cielo eguale e lontano che lasciano vedere le più alte cime allividite dalla falsa luce nebulosa. Il mio curato camminava spedito, sollevando sul davanti la vesta e reggendola sul braccio, locchè lasciava dietro uno strascico nero che spazzava la via. Nell'impaccio delle pieghe, le gambe, nettamente disegnate da una calza di grossa lana nera, avevano un disgustoso aspetto femminile come di donna gagliarda e sfrontata; tutta la persona dal tricorno fermamente calcato sulle tempia, contro il vento, alle grosse scarpe rattacconate, mostrava l'incuria propria dei solitari e dei pensatori.

Io avevo cominciato a domandarlo della vita e dei costumi alpestri, ma non era che un rigiro per giungere a quello che più mi premeva e che da lui solo potevo conoscere, la sua propria [pg!127] vita, e come si acconciasse alla solitudine cui era costretto e come la riempisse.

L'idea che mi ero fatto di lui era forse troppo alta e quel senso critico al quale pur troppo dobbiamo affinare le nostre sensazioni ed i nostri giudizi, mi stimolava a verificarne alla prova dei fatti la giustezza o l'errore. Certo nella compagnia dei colleghi egli primeggiava, ma poteva anche essere il monocolo nel regno dei ciechi, mentre io lo avevo sulle prime immaginato di acutissima vista.

Già il vederlo così abbandonato e scorretto della persona me lo aveva fatto cadere dall'animo e provavo una orgogliosa compiacenza al pensiero che in poco l'avrei ridotto al suo essere vero di pretoccolo egoista e beato. E come dava a capofitto nelle mie grosse reti, come mi mostrava passivamente le poche faccie del suo ingegno; lo rigiravo senza fatica, lo stringevo senza metterlo in sospetto, rispondeva ad ogni mia domanda con proposizioni nette, precise, che lo mettevano tutto nelle mie mani.

Non era sciocco, tutt'altro, ma era un uomo contento, una mente quieta e rassegnata. Conosceva assai bene dei paesani, la vita intima, i bisogni, le miserie, le poche gioie, i gravi dolori; ma la sua coscienza non si spigriva per questo, la suamansuetaacquiescenza ai fatti [pg!128] non era turbata. Avevo sperato un ribelle combattuto dalle brutali ingiustizie della vita e dalla tradizionale docilità del proprio ministero, avevo intravveduto una lotta drammatica fra il vescovo e la coscienza, fra il diritto umano e la credenza cieca, mi ero gettato nel mio errore colla gioia ardente del cercatore di miniere che scopre i filoni dell'oro, e vedevo il filone assottigliarsi al primo colpo di piccone e smarrirsi, e una pace scolorita regnare là dove cercavo lo scompiglio di una grande battaglia. Quello che più mi indispettiva era il vederlo abbandonarsi così senza resistenza e rivelarsi intero senza pur cadere in sospetto della mia crescente disistima; ne provavo l'irritante delusione del cacciatore che vede la selvaggina passargli sull'uscio di casa quando egli si disponeva ad inseguirla con gravi fatiche.

Caduto dalle altezze del mio ideale, mi sarei volentieri acconciato ad una lotta di destrezza, avrei voluto vedermi contesa quella conoscenza alla quale intendevo, mettere la mia sottigliezza cittadina in confronto della sua selvatica furberia, insomma ripagarmi del non poterlo ammirar lui ammirando me stesso.—Due o tre volte fui sul punto di lasciarlo senz'altro, e di tornarmene solo e deluso, ma non mi venne mai fatto di girare il discorso ad una conclusione e troncarlo di netto mi pareva scortesia. [pg!129] D'altronde, apprendevo da lui molte nozioni determinate e sicure e, devo pure confessarlo, provavo una certa compiacenza artistica a sentirlo discorrere. Non che fosse eloquente, tutt'altro, ma parlava giusto, chiaro e sobrio; c'era poi nella limpidità del suo pensiero, nella scelta dei fatti narrati, nel giudizio che ne recava forse nelle parole istesse che adoperava, certo nel modo di pronunziarle, una bontà matura e tranquilla, che mi rasserenava l'animo. Calmata la prima curiosità, mi durava quella quiete confidente che infonde in noi la presenza di una persona buona ed intelligente. Oramai, conoscevo il mio compagno come per lunga dimestichezza. Era un uomo pratico, che si adagiava comodamente nella sua solitudine esercitando l'ufficio di curato con metodica coscienza. La molle posatezza di una vita consuetudinaria, aveva sedato in lui fin anche le irrequietezze proprie degli esseri sformati, la gobba non lo irritava, non gli dava quella stimolante sottigliezza, quella incontentabilità che acuisce pervertendole le facoltà mentali. Era forse mansuefatto dalle circostanze facili in cui viveva; non saliva al fanatismo nemmeno per la fede.

Un passo dopo l'altro giungemmo alla sua canonica ed egli mi invitò ad entrare ommettendo [pg!130] i soliti discorsi: «vedrà che miseria, compatirà un povero prete», o che so io. La sua casa grigia gli pareva certo la più confortevole di questo mondo. Infatti la stanzetta dove entrammo, fuori del molle odore di prete pulito che sa di cera, d'incenso, di tabacco da naso e di vecchia pergamena, avrebbe invogliato a dimorarvi in solitudine il più ostinato fannullone cittadino. Le finestre guardavano a picco la gran valle silenziosa sotto la neve fresca, coi paesi bruni riparati a ridosso delle montagne e colla Dora nel mezzo, povera d'acque, lenta, limpidissima, fiancheggiata di pioppi alti e sottili. Una veduta raccolta e varia che saliva fino alle ghiacciaie lontane per una minore vallata aperta dirimpetto, tutta tinta di ruggine, dalle piante nude, fra le quali spiccavano in bianco le linee asciutte di due o tre campanili.

Il curato mi domandò subito se avevo da fare quella sera giù nella valle, e come gli ebbi risposto che no e fu inteso che sarei rimasto a cena ed a dormire, scomparve per avvertirne scusandosene la vecchia domestica, della quale udivo nettamente nell'attigua cucina i passi, la voce asmatica ed il continuo affaccendarsi. Strano personaggio quella domestica! Benchè tenesse il primo posto in casa e tutto facesse capo a lei ed il prete si fosse creduto in obbligo di [pg!131] dirle il mio nome, il mio stato, donde venivo, dove mi aveva incontrato e perchè fossi con lui, non mi venne fatto di vederla pure un momento. A cena, una cenetta saporita, io ero così svogliato che al mio ospite toccava insistere per farmi prendere cibo, e ad ogni invito suo, veniva dall'uscio aperto della cucina una voce rauca e grave:—Chi è che non vuol mangiare? Quel signore? Già, bocche fine, bocche fine. Ehm ehm, bocche fine!—Ma il naso in camera da pranzo non ce lo mise mai e quando pregai il curato che me la facesse conoscere, mi rispose: la poveretta è mezza cieca e non vuole esser veduta da quelli che non può vedere.

Dopo cena riappiccicammo il discorso intavolato per via, io interrogando e rispondendomi il prete colla solita docilità, se non che di quando in quando, certi rigiri di frase, un certo tono di voce, certe occhiate furbe ed indagatrici alle quali non avrei giurato che fosse estranea una punta di canzonatura, mi facevano sospettare che al mio interlocutore fossero questa volta ben chiare le mie intenzioni e l'irriverente concetto che mi ero formato dell'essere suo. Oltre a ciò, sentivo di non essere più padrone del discorso, di non poterlo più girare per il mio verso; mi pareva che le domande che gli rivolgevo, me le mettesse in bocca lui, serrando [pg!132] le sue risposte in modo da non poterne io uscire altrimenti che con una data domanda certo da lui preveduta. Che lavoro faticoso mi toccava di fare per non smarrire il filo della conversazione, intento com'ero a darmi ragione di quell'occulta volontà che mi pareva la dominasse! Che malessere ho provato a quella giostra. Se davvero egli mi leggeva nell'anima, la mia presunzione era ben giustamente punita, poichè egli conosceva me assai più e meglio che non io lui e quella parte passiva e condiscendente che gli era piaciuto di assumere, rendeva più gustosa la sua vittoria e più piccante e ridicola la burletta che mi faceva.

Per levarmi di dubbio, gli domandai perchè egli a sua volta non cercasse di informarsi alquanto dei fatti miei.

—Che profitto me ne verrebbe? e che conoscenza sarebbe la mia? Vedo bene come ci conoscono loro. Quando mi avviene di leggere un libro che tratti di noi, della condizione sociale, dei costumi, dei bisogni dei montanari, provo un senso di vero disgusto, tanto siamo ignorati da quelli stessi che presumono farci conoscere agli altri.

—Ha cercato almeno di darsi ragione di questa mia curiosità?

—Non ne avevo bisogno. Le sue domande [pg!133] me le aspettavo tutte quante dalla prima all'ultima e, me lo lasci dire, nella forma precisa in cui me le ha fatte. E non creda che me ne abbia avuto per male o che il suo modo di giudicarmi mi faccia maraviglia. Per conoscere, non occorre sempre interrogare, basta cercare in noi stessi la ragione delle domande che ci sono rivolte. A questo esercizio ho imparato in qual misero concetto siamo tenuti, non dico noi preti, ma noi solitari. Ma ho fatto di più. Ho seguito il procedere delle idee correnti, anzi ne ho rimontato il cammino. Le interrogazioni intorno alla mia vita, le quali vent'anni or sono erano informate ad un sentimento di simpatia, ad una sorta di ammirazione poetica, ad una curiosità indeterminata, sono ora diventate precise, rigide, hanno alle volte il piglio imperativo del giudice inquirente. Ne ho dedotto che gli uomini universali del piano hanno mutato follia, che una volta popolavano la nostra solitudine di idee poetiche e la credevano eletta da noi spontaneamente o per virtù di un ascetismo che si incontra di rado o in seguito a misteriosi disinganni, mentre ora la considerano quale uno stato imperfetto, e quel che è peggio, ce la imputano quasi a colpa come se con essa intendessimo di sottrarci agli obblighi sociali. Or bene, signor mio, essi avevano torto allora e lo hanno [pg!134] adesso. Noi non siamo nè poetici, nè ribelli; lavoriamo per vivere ad un lavoro che non è certo più disutile del loro ed accettiamo filosoficamente le dure condizioni della vita. Il saper poco di molte cose giova a chi vive fra gli uomini che si dicono colti, ai quali basta di potersi ingannare a vicenda colle apparenze; noi non conosciamo che le curiosità utili, quelle cioè che hanno una ragione determinata e che siamo in grado di soddisfare pienamente. Il giorno che gli umanitari della città avranno tempo e voglia di provvedere ai casi nostri e quindi bisogno di conoscerci, ci troveranno qui pronti a fornir loro quante nozioni saremo venuti via via e studiatamente raccogliendo. Avremo così spianata la strada all'opera loro perchè se il provvedere è dei molti il conoscere è di pochi o di un solo, ed al provvedere occorre anzitutto la conoscenza del bisogno.

Parlava con accento vibrato, staccando una proposizione dall'altra con una virile sicurezza, con un sentimento d'orgoglio dignitoso e misurato, che mi faceva arrossire per la vergogna. Non gestiva. Era ritto in piedi coi due pugni chiusi sulla tavola, la testa alta ed il bel viso buono alquanto pallido. Com'ebbe finito si gettò a sedere e stemmo in silenzio un gran pezzo.

[pg!135] Poi lo richiesi della sua storia e delle ragioni che lo avevano spinto al sacerdozio.

—Oh, una storia singolare, signor mio. S'immagini che feci il cuoco durante parecchi anni. Sicuro. Mio padre era sguattero in un albergo d'Aosta ed io, allevato in cucina e messo al mestiere paterno, entrai appena seppi tenere il mestolo in mano, al servizio di quel vescovo, donde mi tolse la coscrizione. Allora non ero gobbo o così poco che non appariva, il pane di munizione non mi spiaceva, tanto che finita la ferma quando stava per aprirsi la campagna del 48, mi arruolai volontario, fui ferito a Goito e fatto prigioniero di guerra dai Tedeschi. La ferita guarì benissimo ma mi ingobbì per la vita, locchè mi rese inabile al servizio militare e mi strinse, una volta tornato a casa, a riprendere l'antico mestiere e per fortuna mia, l'antico padrone. Ora deve sapere che fino dalle prime scuole dove mi mandava mio padre e nella cucina dell'albergo ed al reggimento, io facevo dei versi, sissignore, dei versi nel gergo valdostano a ritmi semplici ed a rime uniformi, i quali in cucina ed al reggimento, mi avevano valso il nomignolo diTorototella. Però avevano sugo e forma ed erano schietti, e quello che più importa, fu smentita per me la sentenza:carmina non dant panem. Una mia canzonetta a ritornelli [pg!136] venne a conoscenza di Monsignore, il quale, gran giovialone, buono come il pane e santo uomo per giunta, mi fece chiamare mentre stava a tavola, mi pose un bicchiere in mano e mi pregò gliene dicessi delle altre, locchè feci ben volentieri. Alle corte, il vescovo mi propose di farmi studiare tanto da venire ammesso al seminario e si offerse di sostenermi per tutta la durata degli studi. Così dissi la prima messa in età di trentacinque anni e fui subito mandato qui vice-curato e poi curato alla morte del mio predecessore.

Allora lo pregai mi dicesse de' suoi versi. Corse tosto allo scrittoio, ne levò uno scartafaccio e venne a sedermisi di rimpetto.

—Intende il gergo valdostano?

—Sicuro.

—Allora stia a sentire.

Creda il lettore che non aggiungo nulla di mio, che quei versi li ho veramente intesi, che il prete gobbo me li lasciò alcuni giorni per le mani e che ne fui caldissimamente ammirato. Nessuno li avrebbe detti opera d'un prete; non v'erano nominati nè la religione, nè la fede, nè Dio, nè il demonio, nè i santi. Erano versi piani senza invocazioni, nè assalti alla sublimità; raccontavano, descrivevano, frugavano nei minuti episodi della vita quotidiana e ne sparnazzavano [pg!137] intorno mille piccoli fatti ignorati, giusti, di quelli che si sentono veri anche a non averli mai prima osservati. Una poesia raccontava la visita che un pastore faceva al suo vicino, lassù sull'alpe, ma non il pastore bellimbusto tutto nastri e bubbole, cogli scarpini lustri e la beata filosofia oziosa sulle labbra, ma un vero pastore sudicio, quadrato, che si tirava dietro le suole di legno un palmo di melma e d'altro, che discorreva poco e di cose usuali, un delizioso intaglio quel discorso, divagato e preciso, pieno di interiezioni e d'incisi, con deioue(oui) e degliah!fortemente sospirati, che facevano da basso accompagnamento continuo a tutte le parole.

Un'altra raccontava una serata in una stalla, d'inverno. Chi si rammenta di certi quadri che ebbero gran voga alla fine del secolo passato ed al principio di questo, pieni di figurine diverse, raccolte in diversi gruppi, intento ogni gruppo a diverse faccende, senza curarsi uno dell'altro, chi ballando, chi cenando, chi facendo all'amore, chi lavorando e lo sciancato sul primo piano che domanda l'elemosina, e il cagnetto che fa la sua brava pisciatina sulla cuna di un bambino e in fondo la forca, gli sbirri e l'appiccato; il tutto festoso, vivacissimo, con un saporito accento di caricatura, distribuito qua e là a seconda della gaia filosofia corrente, che fa [pg!138] quasi il commento del quadro e tradisce le simpatie dell'artista?

Or bene, quel poemetto in gergo valdostano aveva tutta la finezza arguta di simili tele, più uno studio di verità, una concisione sugosa e qualche tocco grave, pieno di pensiero. Cominciava all'ora dell'imbrunire e giungeva fino alla mezzanotte. Prima viene la vecchia a mungere il latte nella ciotola verde, dove il primo getto schiaffeggia la vernice ed il secondo e gli altri si ammorzano cadendo nella spuma, la quale giunta all'orlo tinge in bianco il pollice della mano che vi pesca dentro. Prima di mutar ciotola, la vecchia succhia dal pollice la panna grassa o la fa succhiare ai bambini che le stanno attorno ghiotti ed attenti, malgrado i calci e le scodinzolate di certe vacche stizzose. Poi viene la cena, poi i bambini vanno a letto nelle mangiatoie vuote e comincia la veglia e l'arcolaio comincia i suoi giri da trottola con un gemito ad ogni mezzo giro come fanno le ruote dei pozzi e certe tabacchiere a vite. Vengono i discorsi degli uomini, nascosti dietro il fumo acre della pipa catarrosa, e le ghignatine e i secretuzzi delle ragazze da marito; poi la porta si apre, la porta grondante sudore, ed entra un vento gelido ed un innamorato ardente che dà la buona sera a tutto il mondo e va dritto a serrarsi [pg!139] daccanto la sua bella. La stalla è grande e vi convengono i vicini poveri ed i vicini dei vicini; le ragazze da marito sono molte e l'uscio lascia entrare spesso il vento gelido e gli innamorati ardenti; ma una volta che li ha fatti sedere uno d'accosto all'altra e li ha avviati per i discorsetti a bassa voce, il prete non si cura altro di loro e solo li fa intervenire nella gran scena come figure di seconda mano, ne ricava degli incidenti comici o dei ritornelli maliziosi. Il poemetto si rigira seguendo il discorso generale, fa la storia di questo e di quello, raccoglie i motti salati e le arguzie paesane, salta di sbalzo nel dramma, accennando a disgrazie seguite o temute, ma non vi si dilunga volentieri, la sua commozione non è mai verbosa. Nella gioconda pace dell'insieme, quei tocchi gravi raddoppiano di valore e fanno rabbrividire. Di quando in quando, le cose anch'esse intervengono e prendono la loro parte d'azione. I rumori varî della stalla, si sentono tutti. Le vacche stropicciano la catena nell'anello che le assicura alla mangiatoia. A volta rompono il ruminare continuo con un sospirone che esce per le narici e pare venuto da qualche riflessione malinconica o dolorosa, sulla condizione sociale del gregge o sulla stagione ingrata che le condanna all'erba secca e dura. I bambini [pg!140] nelle mangiatoie dormendo russano e fischiano, le ragazze stimolate da pizzicotti ricevuti là dove non faranno mai vedere il segno, trillano dei gridolini allegri e rispondono con manrovesci arditi che irritano le petulanti impazienze dei giovani. Un soldato in congedo intona una canzonetta napoletana, ma essa non è fiore da quella serra, e le sue vispe cadenze degenerano presto nella lentezza piagnucolosa di unacomplaintevaldostana, la quale si strascina dormicchiando via per le bocche di tutti, copre i discorsi troppo intimi, agonizza e rinasce interminabile e lamentosa. Qua e là risalta un fare rablesiano efficacissimo, e brutale: corrono per tutta l'assemblea delle risate improvvise che fanno volger tutti gli occhi a qualche vecchia, la quale confessa ridendone anch'essa, l'istantaneo involontario peccatuzzo. Finalmente la fisarmonica invita a ballare e le coppie nel cerchio stretto, sulla terra battuta, sotto la luce della lucerna a due becchi, saltano senza muover di posto come i martelli meccanici dei ramai.

Che larga vena comica da capo a fondo, che intuizione giusta del vero, che sapiente eliminazione degli elementi inutili e sovratutto che aria paesana in tutta la composizione. La poesia sincera non ha maestri, nè scuole; il mio gobbo non pensava certo di intonarsi con tanta giustezza [pg!141] col suo tempo e se qualcuno lo avesse lodato per la sua modernità ne avrebbe avuto in risposta una crollatina di spalle; egli non aveva forse mai letto un libro scritto di questo secolo.

Ma egli non scriverà forse mai più un verso in vita sua, e non ne scrisse da parecchi anni. Stava correggendo gli ultimi quando seguì in paese un fatto terribile che è sempre presente alla sua memoria. Me lo raccontò e ve lo racconto.

***

Poco lontano dalla canonica, in un piccolo seno chiuso fra la montagna ed un rialzo di terra che gli toglie la vista della valle, c'era una casa rustica di discreta apparenza. Il luogo freschissimo d'estate e riparato l'inverno dai venti gelidi, è una specie di vallata minuscola, dove corre una miseria di torrentello, poco più che un rigagnolo, il quale precipita dalle cime a furia di cascate e di sprazzi col piglio di un rodomonte che voglia recare al basso la desolazione e la rovina, e poi, incontrato il rialzo che ho detto, gli manca la forza di scavalcarlo, fa un gomito, si acquieta, muta colore, abbassa la voce, si contenta di poco letto e vi depone una sabbiuzza fina fina, tutta piena di riflessi diversi, [pg!142] come uno strato di gemme. Nelle maggiori piene l'acqua, benchè si tinga di un colore rossastro per darsi l'aria rabbiosa, arriva appena a lambire le tavole di un basso ponticello e non fa mai altro danno fuori che di bagnare le more dei rovi, lasciandovi sopra una leggierissima imbiancatura. La casa sorgeva giusto al punto del gomito nell'interno della curva che vi disegna il torrente; aveva un bel prato all'intorno ed il ponticello era destinato esclusivamente al suo servizio. Ne era padrone un tal Vincenzo Bionaz, il quale l'aveva comprata ed era venuto a dimorarvi colla moglie e due amori di bimbi, lo stesso anno che il nostro prete, da vice curato, era stato promosso a curato della parrocchia. Vincenzo, robusto ed intelligente operaio, lavorava in qualità di minatore ad una vicina miniera di ferro dove guadagnava tanto da tenere due vacche nella stalla e da poter comprare ogni anno qualche tavola di prato. Egli era un brav'uomo, allegro e casalingo; la moglie, nativa di Valchiusella, un paese dove le donne sono tutte belle da dipingere, lo adorava e ne era adorata, e vivevano tutti e due in pace, come si dice, con Dio e cogli uomini, lasciandosi andare ai facili progetti di futura prosperità in favore dei figliuoli.

Bisogna conoscere i disgraziati paesi infestati [pg!143] dal cretinismo ed avervi vissuto per comprendere il sentimento d'orgoglio che danno ai parenti i bambini sani e belli. È una compiacenza continua che va fino alla gratitudine verso quelle creature, dalle quali la famiglia è sottratta alla vergogna comune e nobilitata. Tutte le facoltà dell'animo umano, anche le cattive, partecipano di tale compiacenza, tutti gli affetti della vita sono dominati dalla gioia immensa di possedere un così raro tesoro e la coscienza della propria felicità così piena ed eccezionale, ingenera in chi la prova una specie di sicurezza fatale di non doverla perdere mai.

I due figli di Vincenzo morirono del crup in una stessa notte in poche ore. Il morbo li colse improvvisamente e li strozzò prima che padre e madre li credessero pure minacciati. L'indomani il padre andò alla miniera, la madre attese alla casa, senza lacrime e senza lamenti; solo Vincenzo tornandone, parve rifuggire dalla presenza della moglie e questa del marito. La donna era incinta di due mesi; il curato venuto a confortarli fu bene accolto da entrambi, ma non gli venne fatto di farli discorrere fra di loro. Passarono sette mesi durante i quali Vincenzo ed Anna vissero insieme nella stessa casa, mangiarono insieme alla tavola istessa, la domenica andarono insieme alla messa, dormirono [pg!144] insieme nello stesso letto, senza dirsi altre parole fuori di quelle poche e precise che richiedevano i bisogni della vita.

Ma quando Anna fu sul punto di partorire, Vincenzo tornò ad un tratto alle prime tenerezze, l'assistette gravemente ed amorevolmente, accolse il bambino con lagrime di gioia, domandò perdono alla moglie delle durezze passate, insomma tornò ad essere l'uomo di una volta. Il bambino era bello e sano come i primi, e pensate con che religione padre e madre lo guardavano poppare, con che impazienza aspettavano che quegli occhi seguissero la luce, e poi si fissassero in loro, e cominciassero a riconoscere le loro sembianze, e significassero l'interno misterioso e rapido svegliarsi dell'intelletto.

Ma quei segni non vennero, i suoni non facevano volgersi quella testolina e non ne rompevano il sonno, gli occhi fissavano gli oggetti senza guardarli, le labbra non sapevano imparare gli adorabili sorrisi, le mani non sapevano accennare alle cose. Fu un'attesa lunghissima, tenace, incoraggiata da ragionamenti cocciuti che volevano dar torto alle impazienze, tormentata dai dolorosi confronti che la memoria suggeriva, prolungata a termini che si stabilivano lontani e che una volta raggiunti si protraevano, sostenuta da illusioni, da inganni creati apposta, [pg!145] da menzogne che uno dei parenti faceva all'altro, a cui nessuno credeva, finchè venne il giorno dell'orribile certezza. Il nuovo nato era un cretino.

Da quel giorno la famiglia fu distrutta. Padre e madre non osavano guardarsi in viso per paura di scoppiare in rimproveri e, peggio, in vituperi. Ognuno dei due provava un fiero, angoscioso accanimento contro dell'altro, e si sentiva il cuore gonfio di accuse pazze. Non litigavano, non tradivano quasi mai i ribollimenti dell'animo, tacevano come sgomentati, agivano colla regolare abitudinaria solerzia della gente che non pensa, vivevano in una pace morta e disperata. Il bambino cresceva adiposo e pallido, l'occhio vagamente inquieto, le labbra grosse piene di dolore e di bontà. Lo svegliarsi delle prime attività fisiche, parve qualche volta ai parenti accompagnato da segni di un tardo, ma vitale intelletto; allora erano giornate di un'aspettazione irritante, insostenibile: i due tornavano verbosi, si rappattumavano, formavano mille propositi di pazienza e di virtù, facevano voti a tutti i santi del paradiso, promettevano quadri e candele alla Madonna dell'Oropa, la Madonna Nera, il gran taumaturgo dei montanari.

Ma simili inganni non duravano e rincrudivano cessando gli scoramenti e le amarezze.

[pg!146] Al fanciullo avevano posto nome Gian-Paolo, raccogliendo i nomi dei due morti. Talvolta il padre, chiamandolo e vedendolo sordo, dava in una risata sgangherata e ripeteva quei due nomi per delle ore colla cadenza sonnolenta di una nenia; poi aveva finito per chiamarlo:la bestia, e il primo giorno che lo chiamò così, la madre furiosa l'aveva minacciato col tridente ed egli l'aveva battuta. Ma fu l'unica volta in sua vita. La sventura li aveva troppo intimiditi perchè potessero durare alla violenza o lasciarvisi condurre e benchè essa ruminasse talora di tornarsene sola alla sua valle nativa ed egli di andar girando pel mondo, magari fino in America, per togliersi da quell'inferno, non ebbero mai il coraggio di farlo. Una volta, dopo che s'ebbero pacatamente e freddamente manifestato il vicendevole proposito di separarsi, Vincenzo disse: Non saremo buoni da tanto; il cretino ci ha dato del suo.

Quando il marito stava alla miniera, bisognava vedere che studio di tenerezze faceva la madre! Si prendeva fra le mani la grossa testa idiota del figliuolo, e lo fissava con occhi ardenti che pareva dovessero accendergli il fuoco nell'anima e divorarlo. Che tempeste di baci su quelle guancie floscie e sulla bocca bavosa. Il più era quando il bambino dormiva. Allora, l'errore diventato [pg!147] possibile, essa lo allargava per tutti i versi, perdendosi in una assoluta dimenticanza delle cose passate e delle future, creando a se stessa una certezza di felicità che le dava dei godimenti esaltati; era sicura che Gian-Paolo, addormentandosi, le aveva sorriso ed essa conosceva quel sorriso, per averlo veduto mille volte. Sapeva segnare sulla faccia del bambino il luogo preciso dove la pelle se ne increspava, dove faceva la deliziosa bucherella che tira i baci.

E i due morti, quanto l'aiutavano a mettersi in tale visione! Come si levavano vivi e vispi dalla bara, per entrare nelle carni del fratellino dormente e confondere insieme le diverse sembianze! C'era però una sensazione che bastava da sola a rendere atroce la dolcezza di quello inganno, una sensazione sempre presente, sempre vivissima, che le lacerava il cuore, ed era la paura che il fanciullo si svegliasse. Giungeva fino a dimenticare il perchè di tale paura, ma non la paura istessa; a volte le pareva evidente e naturalissimo che al primo aprir gli occhi il figliuolo sarebbe morto, e lo cullava, lo cullava cantandogli ogni sorta di ritornelli lamentosi, tremando di una smorfia, accorandosi di un sospiro più forte degli altri. Sarebbe stata felice se il bambino fosse vissuto in un sonno senza fine.

[pg!148] Le tenerezze del padre erano più rare e di più breve durata. Bastava un filo di luce ad impedirle o a soffocarle. Ma la sera qualche volta il pover'uomo spariva furtivamente dalla stalla. Saliva scalzo ed in punta di piedi la scaletta di legno che mette al primo piano, entrava nella stanza maritale dov'era coricato Gian-Paolo, e là, piangendo in silenzio se lo toglieva in braccio e lo serrava rabbiosamente bruciandolo di baci finchè lo sentiva strillare dei suoni grossi e gutturali. Allora lo riponeva con mal garbo nel lettuccio, ridiscendeva alla stalla e diceva alla moglie: Anna, sali, mi pare che urli. Anna saliva e, indovinato l'accaduto, provava pel marito una compassione rispettosa e si tormentava con rimorsi.

Una volta, la domenica degli olivi, quando finita appena la messa, la chiesa era ancor piena di gente, essa si gettò ai piedi del marito piangendo e disperandosi a domandargli perdono. Fu una scena rapida e tragica: fra gli strilli delle donne intenerite e le ghignate di alcuni uomini, Vincenzo seccato dal chiasso, afferrò la moglie per un braccio, la levò di ginocchio e respingendola con uno sguardo nemico, la buttò là come un sacco. Anna andò a battere la faccia contro la pila dell'acqua benedetta e diede un grande urlo di dolore... S'era lacerato un labbro [pg!149] e rotti due denti, aveva la bocca piena di sangue e lo sputava guardandosi attorno pallida, con occhi stralunati, come se fosse per impazzire; finchè Vincenzo, pentito e rabbioso, la menò a casa in fretta. Quando furono nell'aia, il padre vide Gian-Paolo seduto in terra scaldarsi le piccole membra al sole in un'attitudine timidamente contenta e gli lanciò un'orribile occhiata piena di rancore.

Quella fu l'ultima sfuriata dell'amore paterno offeso, e li lasciò tutti e due sfibrati come gente che esce di malattia e desiderosi di mutar vita come convalescenti. Poco alla volta entrarono in una quiete che non aveva nè le amarezze, nè le divine voluttà della rassegnazione, nè la sfinitezza svogliata dei dolori senza speranza. Come avviene di certi organi minori dei quali non avvertiamo l'esistenza se non per un dolore e la cui amputazione non sembra scemare in niun modo l'attività vitale, cosicchè ci domandiamo che facessero in noi; uscito loro dall'animo l'amore paterno, essi parvero tornati alla dolce capacità di vivere e di gioire. La casa prosperava; Vincenzo non aveva vizi ed Anna era economa ed industriosa; tolto il pensiero di accumulare per la discendenza, poterono concedersi cento piccoli agi che li facevano invidiare da tutti. Giunsero fino a prendere in casa una [pg!150] giovane domestica che attendeva ai più grossi lavori, diventarono insomma i borghesi del villaggio.

Oh la povera infanzia intirizzita di Gian-Paolo. Nè carezze, nè rabbuffi, una libertà sconfinata e desolata intorno a sè. La domestica pensava a dargli il mangiare all'ora dei pasti, e a metterlo in letto. Di sette anni, egli andava lentamente a cercarsi al sole un po' di spazio dove sedere; in primavera, il suo corpo grosso e deforme sembrava sporcare i prati dove stava sdraiato e donde fissava le cose senza smuoversene, con una tristezza incosciente. Pareva che il vuoto immenso del cervello gli desse una sensazione incessante di freddo: infatti quella era una ghignataccia al primo sorgere del sole! E che aria dolorosa al tramonto!

Chi l'ha veduta, la sera, nella stagione estiva in un villaggio di montagna? Che ora grave ed allegra! Si direbbe che in tutto il mondo non ci sia e non ci sia stato mai un uomo cattivo, che non sia mai seguita, nè possa seguire un'azione malvagia. Le idee di sofferenza e di miseria sembrano sogni di mente malata. Non è vero che si muoia di fame e di dolore, che si viva all'odio ed all'invidia, non c'è il male, non c'è l'infermità, tutti gli uomini entrano ora per gioirvi nella placida ombra che gettano le montagne, la terra manda [pg!151] odori freschi ed esilaranti, il suono delle acque sembra il respiro della grande famiglia umana che riposa felice e benedetta in una serenità senza fine. Ma allo svoltare della viuzza, sorretto allo stecconato che cinge i prati, un essere informe e lento si strascina verso le case che fumano per la cena. Chi ha insultato l'uomo dando a costui delle membra che glie lo fanno quasi somigliante? Quell'essere non mi appartiene, è estraneo alla mia vita, via da me tale lugubre caricatura delle mie bellezze. Costui non parla, grugnisce, non ode, non discerne, trema al mio cospetto, si rannicchia sospettoso e impotente al mio avvicinarsi; se lo richiedessi d'aiuto, non farebbe un passo in mio sostegno; bisognoso, non potrebbe richiedere l'aiuto mio, il ricambio fraterno delle forze vitali non segue fra me e costui, la catena degli esseri è rotta fra di noi, il mio bambino, vedendolo alla luce del sole lo deriderebbe e qui, nella mezza oscurità, ne avrebbe paura. Io torno fra i miei simili che pensano ed agiscono, che conoscono i proprii bisogni e li soddisfano, che sono armati contro la natura e la vincono; costui è fuori dell'umanità, la mia compassione per lui sarebbe sterile, io non gli posso giovare in alcun modo; se la notte avesse mani da soffocarlo, e la terra si aprisse a seppellirlo, domani nessun vivente [pg!152] piangerebbe la sua sorte, non vi sarebbe nemmeno un dolore di più sulla terra, poichè egli non possiede nessuna delle due forme dell'utilità: non opera e non abbellisce.

Fino dai primi anni di sacerdozio, il curato vagheggiava l'idea di studiare la grave infermità alpina, nella speranza non già di guarirla, chè sapeva non essere in suo potere, ma di alleviarne la miseria e di definirne gli effetti e la misura. Questo molti uomini dabbene si propongono in valle d'Aosta ma non riescono a mandare ad effetto a cagione delle impazienze, della soverchia pretesa e dei falsi metodi seguiti. A lui, prete, ignorante affatto di medicina, non pareva di potersi mettere per la via delle ricerche scientifiche, nè all'indagine delle cause del morbo. Diminuire le sofferenze, aggiungere qualche forza al disgraziato ponendolo in condizioni igieniche confortevoli, abbonire il malo animo dei parenti, vincere l'inerzia dei pregiudizi e, nel cervello immobile degli scemi, affinare l'istinto in difetto dell'ingegno, ciò gli pareva impresa possibile e così santa da poter formare la ragione ed il premio della propria vita.

Ma in paese, quando egli ci venne, non v'era che uno scemo, un vecchio scimione di cretino così indurito nella propria bestialità da non poterne tirare nulla di buono. La posizione elevata [pg!153] del villaggio e la relativa agiatezza degli abitanti dovuta alla vicina miniera facevano che i casi di vero e proprio cretinismo vi erano rarissimi, tanto che il curato aveva agevolmente rinunziato ad ogni proposito rigeneratore, contento di non poterlo mandare ad effetto.

La nascita di Gian-Paolo gli rimise il diavolo in corpo e la vista della disunione che ne era derivata fra i parenti lo infervorò all'impresa. La scena seguita in chiesa lo persuase essere venuto il tempo di provvedere e lo stesso giorno dopo vespro eccolo incamminarsi verso la casetta di Vincenzo per cominciare la cura.

Sei mesi dopo Gian-Paolo aveva una certa aria lustra di cretino ripulito che lo faceva ricercato nel villaggio e nei dintorni come una curiosità da doversi vedere. In luogo del saccone color cioccolatte al quale lo avevano già sprezzantemente condannato gli incuranti genitori, egli portava i suoi bravi calzoni e la giubbetta, e perfino, cosa incredibile, una camicia che metteva fresca di bucato tutte le domeniche, locchè in un paese dove la gran miseria incute un riguardoso rispetto per la roba, aveva ottenuto che i monelli non lo zaffardassero più gittandogli addosso a manciate la mota dei fossi e lo sterco delle vacche che menavano in pastura. Egli stesso, contento di vedersi attillato, aveva [pg!154] smesso di rivoltarsi come un porco nella belletta attaccaticcia delle strade, appena spiovuto. Accolto nelle brigate domenicali, quale argomento di lazzi e sghignazzate, egli aveva finito per addomesticarsi e cercare la compagnia; dopo vespro, sotto la pergola della via maestra dove era il giuoco delle boccie, egli aveva il suo bravo posto consueto sul trave degli spettatori, un posto riconosciuto per suo, e dal quale se mai altri vi sedeva, si levava di botto con aria ridicolmente ossequiosa, non appena apparisse la sua obesa e gozzuta persona. I giovani lo chiamavanole monsieure a forza di gridargli quel nome nelle orecchie, avevano finito per farglielo ritenere in mente. Ogni forestiere che capitasse dai vicini villaggi, era sicuro di trovare apparecchiato il sollazzo del seguente discorso:

Qui es tu?domandava a Gian-Paolo, quello dei giovinotti che faceva gli onori di casa.

Ed il cretino, spremendo fino a gonfiarsi le vene del gozzo, e masticando i suoni e l'abbondante saliva, veniva finalmente a capo di scilinguare:Le mousieu.

Ed era un coro di risate schiette come per uno spasso mai prima goduto.

Finalmente il giorno del Santo Patrono, quando la banda del capoluogo scatenava sul paese la burrasca delle marcie rauche e tonanti, era lui [pg!155] Gian-Paolo, che durante i silenzi teneva in mano la mazza della gran cassa, pronto a cederla al primo cenno del suonatore.

Ma pulirlo ed addomesticarlo non basta, quel disgraziato, bisogna cercare dove sia rotto il congegno del cervello, e svitarne tutte le ruote per vedere di rimontarlo. Ahimè, altro che rotto! ne mancano delle ruote e le principali e quelle poche presenti sono sdentate, non s'impigliano una nell'altra, non propagano moto. I fatti esterni agiscono su quella mente, finchè dura la sensazione che li rivela, ma non vi s'imprimono, non lasciano memoria che possa commetterli con altri: appena se una lunghissima serie di essi genera qualche cosa che può somigliare l'abitudine. Ecco il solo filo a cui attaccarsi; occorre rinnovare a sazietà le sensazioni piacevoli e le ingrate, non soddisfare ai bisogni prima che siano diventati dolorosi, perchè il piacere del loro soddisfacimento si colleghi colla pena della privazione. È uno studio lento e continuo.

Il canonico-vicario, al quale il nostro curato tenne qualche parola dell'ardua impresa a cui si è messo, pretende che la prima nozione da darsi al cretino, sia quella di Dio. Dal momento che gli risplende un barlume di ragione, egli è soggetto a peccare, e nostra prima cura dev'essere di salvarlo per l'eternità. Non domandate [pg!156] al grasso vicario, come vorrebbe pigliarsela; ciò non lo riguarda; egli andrà in paradiso, anche senza avere educato dei cretini, e ci andrà forse con più ragione che non il curato, perchè non è d'un animo religioso il ribellarsi ai decreti della Provvidenza.

Anche il curato da giovane aveva vagheggiato il pensiero di creare un Dio a profitto di quegli esseri abbandonati, ma conobbe ben presto non bastare a tanto risultato le forze di un uomo. D'altronde del Dio benefico e datore di vita era troppo astratto il concetto. Come mostrare a quell'ingegno chiuso, che il sole, i prodotti della terra, la terra istessa e la vita universale sono benefizi continui della mente eterna? Rimaneva il Dio terribile dei tuoni e delle rovine, il Dio che smuove la valanca, che arma ed inferocisce la natura contro se stessa; ma dato pure gli venisse fatto di atterrire il fanciullo e di dare un nome ed una causa a quel terrore, questa, sarebbe stata un'opera buona? Non era egli abbastanza disgraziato ed inerme? Non gli era abbastanza avversa la vita, da dovergli mostrare un nemico di più?

Gian-Paolo, non amava nè odiava i parenti, non s'accorgeva della loro indifferenza, non desiderava la loro sollecitudine, il prete dopo prove e riprove, s'era convinto che in essi l'amore paterno [pg!157] era morto afflitto e che non c'era via di poterlo risuscitare. Ma il fanciullo, non era viziato, poverino, e chissà che una volta svegliato in lui l'amore figliale, questo non riuscisse a scuotere l'apatia d'Anna e di Vincenzo. Eccolo dunque porre ogni studio perchè derivassero visibilmente da loro tutti i benefizi ch'egli faceva a Gian-Paolo. Non è più la domestica che gli dà il mangiare, o che lo mette a letto; il curato assiste a tutti i pasti della famiglia ed impone al padre ed alla madre, gente devota ed ossequiosa, di scodellare essi la minestra di Gian-Paolo. Gian-Paolo è ghiotto di confetti, ed il curato porta ogni domenica le ciambelle alla casa dei Bionaz, ma non se ne fa mai il visibile distributore. Certe volte induce i parenti a ritardare l'ora del pranzo, perchè si svegli nel cretino una fame stimolante e fino a che l'ora non sia venuta padre e madre non devono farsi vedere, ed apparire soltanto col cibo. La prima volta che il fanciullo sorrise al giungere di Vincenzo, il prete ne ebbe una contentezza infinita: quando lo vide avviarsi all'incontro del padre che tornava dalla miniera, e prenderlo per mano coll'aria confidente di chi s'appoggia ad un amico, credette di essere a mezzo dell'impresa.

Poi vennero cento cognizioni elementari, tutte derivate e coordinate a sensazioni da cercarsi o [pg!158] da sfuggirsi. Gian-Paolo conobbe i pericoli e li sfuggì, chiuse gli usci contro il vento, riparò colla mano la fiammella della lucerna, sterrò il fossatello che cinge l'aia dopo i grossi acquazzoni, portò al sole il vaso dei garofani che Anna amava tenere nella stanza.

***

Gian-Paolo aveva vent'anni. Una sera di maggio, il curato stava correggendo certi versi suoi, destinati ad un amico parroco in un paesello remoto dove non capita mai anima viva. Il giorno innanzi era piovuto a catinelle dodici ore filate, ma il cielo s'era rifatto di quel sereno che dura e non era seguita la menoma disgrazia. Verso le dieci di notte, nella pace del villaggio rintrona un frastuono improvviso ed immenso, come se rovinasse la montagna; tutto il paese è sugli usci; il fragore cresce, empie l'aria, batte ai monti di là dalla valle e ne ritorna rombo continuo, squarciato di momento in momento da tuoni improvvisi come cannonate di un esercito di giganti. I villani si chiamano per nome, rispondono esterrefatti, i più coraggiosi si avventurano fino alla chiesa, il campanaro suona a martello, mille voci disperate di bambini e di donne strillano, le vacche dalle stalle muggiscono [pg!159] lamentosamente, i cani abbaiano con rabbia feroce e giù nei paesetti che dormivano nella gran valle oscura si accendono lumi inquieti che girano per le vie, segno che lo scroscio minaccioso è giunto fino a loro.

S'è rotto un sacco di montagna, il rigagnolo che rasenta la casa dei Bionaz è diventato torrente.

La cosa segue a questo modo. Nel letto del torrentello, all'imbocco che serra uno dei soliti larghi stagnanti si forma per tronchi caduti e terra franata una chiusa, che impedisce il corso dell'acqua, fino a che questa col peso non l'abbia sfondata. Allora il grande volume raccolto precipita improvvisamente e ne seguono le più terribili rovine fra quante si conoscono in montagna. In mezz'ora la piena passa, ed il torrente torna rigagnolo.

I Bionaz desti al frastuono e al tremito della casa sentirono l'acqua gorgogliare per le tavole dell'impiantito e sollevarle. Vincenzo, sfondata con un pugno la finestra ed affacciatosi, vide la morte. Il torrente rompeva alla casa come alla pila di un ponte e l'assaliva con travi e tronchi d'alberi a colpi d'ariete che la scotevano dalle fondamenta.

—Sul tetto, presto, urlò Vincenzo atterrito. Anna teneva il lume, passarono correndo nel [pg!160] camerone tramezzato d'assi, dove dormivano Gian-Paolo e la fantesca; questa che già strillava aggirandosi per la tenebra, li seguì singhiozzando preghiere, salirono al fienile a prendervi la scala a piuoli, ritraversarono con questa le due camere, furono nel granaio donde poggiata la scala ad un abbaino, riuscirono sul tetto. Là si tennero per salvi. Prima di salirvi, l'acqua avrebbe scavalcato il monticello morenico che separava la casa dal villaggio e si sarebbe sfogata per la china. Anche contro l'urto dei massi e dei tronchi travolti, quello era il rifugio più sicuro; stavano sul lembo estremo del tetto dalla parte della valle; l'acqua si frangeva all'estremità opposta, verso il monte, e la casa era tramezzata da due muraglie maestre.

Intanto erano accorsi il curato e mezzo il paese, e ne giungeva di continuo ma tutti erano impotenti ad aiuti: fra essi e la casa muggiva l'onda furiosa ed oscura. Videro rischiararsi le diverse finestre, e le ombre passare da una stanza all'altra, poi il lumicino sorgere sul tetto nero e la famiglia trascinarsi carponi su per le tegole fino a scavalcare il comignolo. Lassù il lume si spense.

—Siete lì? Siete lì? Coraggio. L'acqua cala.—Tenetevi saldi. Non può durare.—Gettate una corda. Coraggio.

[pg!161] Tutti gridavano smaniosi, non potendo altro, di recare ai pericolanti il conforto di voci amiche, ma di là non veniva parola, forse il muggito dell'acque, forse le voci istesse, coprivano la risposta.—Silenzio! tuonò il curato.

E come la gente tacque, riprese gridando e facendosi portavoce delle mani:

—Ci siete tutti?

—Sì, rispose Vincenzo.

—Tutti? ribattè il curato con accento severo di inquisitore.

Anna si guardò attorno e disse piano al marito:

—E Gian-Paolo?

—È in basso.

—Tutti? tutti? ripeteva il prete corrucciato e minaccioso.

Vincenzo non ebbe core di rispondere.

In quella si levò un grido: Al fuoco, al fuoco!

Già da qualche minuto, ai tre scampati, pareva salisse dal tetto come un alito caldo e soffocante: veniva col vento dall'altro capo della casa, là dove rompevano le onde, strisciava lungo il comignolo, li mordeva in gola, recava alle loro nari l'acredine di un fumo denso che la tenebra rendeva invisibile.

Vincenzo ebbe tosto sospetto del vero, ma non ardiva manifestarlo pauroso quasi di affrettarne colle parole l'evento. Le donne sbigottite [pg!162] non connettevano. A un tratto, la fiamma divampò immensa, rischiarando la scena mortale e centuplicandone l'orrore. Il fienile ardeva. Traversandolo in furia per cercarvi la scala, Anna vi aveva appiccato il fuoco.

La gente dall'altra, correva esterrefatta sul poco monticello, si urtava, urgeva alle prominenze del terreno, levava in alto le braccia, le donne strillavano, gli uomini suggerivano ripari e difese impossibili, mentre dal tetto salivano per l'aria urli tremendi di fiera che vincevano il fragore dell'acque e il rombo ventoso della vampa. Poi la folla tacque, allibita. Fra gli archi del fienile, in mezzo alla fornace era apparsa la figura mostruosa di Gian-Paolo. Allora fu visto uno spettacolo prodigioso.

Il cretino, ruggendo e mugghiando, la persona ed i gesti ingigantiti dalla luce rossa della fiammata, correndo qua e là, dove scoppiavano nuovi incendi, abbracciando mucchi enormi di fieno nero e facendosene riparo, lottava solo con una avvedutezza istintiva e disperata contro il fuoco che lo avvolgeva. Puntando a terra i piedi, sollevandosi, a salti, allungando le braccia, allargandosi per prendere più tese di fieno, spingendole col petto e colla fronte, acciecato dal fumo, scottato da mille lingue di fiamma che andavano a cercarlo rovesciandosi su di lui come [pg!163] serpi aizzate, egli precipitava nell'acqua monti d'incendio.

Nel chiarore sanguigno, tra i vortici del fumo, la sua grossa testa aveva perduto quel poco di umano che le durava. Lampeggiata ed oscurita ad ogni momento, la sua persona sembrava centuplicarsi; e non era più solo, dieci mostri orribili al pari di lui, scorrazzavano per le fiamme, snodandosi in moti disordinati e convulsi. La nativa lentezza, il nativo impaccio delle membra, sembrava squagliarsi al fuoco, il sangue, bollendo in quel calore d'inferno, sembrava vendicare in un attimo, la tardità di tanti anni, sembrava che le forze mancategli fino allora quasi accumulate in attesa dell'evento, si sprigionassero ora, con una violenza invincibile.

Dall'alto del tetto, la famiglia, guardava istupidita, le gran masse fiammanti piombare e spegnersi fischiando nel gorgo. Il silenzio subitaneo della folla e la sua attonitaggine le crescevano terrore. Certo qualche spettrale apparizione, qualche segno miracoloso tirava a sè gli animi e gli occhi della gente. Qualche fatto sovrumano seguiva, là sotto.

Nessuno pensava al cretino. Vincenzo ed Anna, l'avevano riveduto un istante in mente, dianzi, alla voce severa del prete, ma la sua povera [pg!164] figura, allentata in loro ogni fibra paterna, s'era tosto dileguata.

E Gian-Paolo seguitava il suo titanico cimento.

Nessuno potè dire quanto durò la battaglia. Più volte, il curato e gli altri lo credettero morto e lo rividero più volte risollevarsi con più acceso accanimento, finchè fu sgombro il fienile e salvata la casa.

Dopo due giorni, Gian-Paolo moriva per la febbre delle scottature.

[pg!165]


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