The Project Gutenberg eBook ofNovelle lombarde

The Project Gutenberg eBook ofNovelle lombardeThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Novelle lombardeAuthor: Avancinio AvanciniRelease date: May 12, 2007 [eBook #21422]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK NOVELLE LOMBARDE ***

This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.

Title: Novelle lombardeAuthor: Avancinio AvanciniRelease date: May 12, 2007 [eBook #21422]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

Title: Novelle lombarde

Author: Avancinio Avancini

Author: Avancinio Avancini

Release date: May 12, 2007 [eBook #21422]

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK NOVELLE LOMBARDE ***

Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the

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Il ratto di Sabina.—La passione di G. C.Storia di Matteo Vento.Una vittima.—Novella invernale.—Giustizia per tutti.Maometto.—L'orologio di papà Gedeone.Don Bonomo è senza cena.—Papà Gedeone ha ceduto.Le redini di Brunello—Le nozze.

1889

Rime. Bortolotti, Milano, 1888.—Edizione esaurita.

La frottola. Studio critico.La vita. Romanzo.Domiziano. Dramma storico in versi.

Milano—Stabilimento Tipografico Enrico Trevisini.

Non deve parer soverchia presunzione in me il titolo che pongo al mio libro.

Ho vissuto lungamente, da fanciullo, su le Alpi e, più tardi, nella campagna milanese. Il continuo contatto e la paziente benchè spesso incosciente osservazione mi agevolarono il mezzo per istudiare a fondo le costumanze di questi luoghi, onde le mie novelle sono ispirate alla verità più che tessute dalla fantasia. Certamente chi ad esse voglia chiedere emozioni violente si troverà ingannato. Benchè lo Zola in Francia ed un poco il Verga in Italia abbiano dipinto la classe dei contadini a foschi e tetri colori, io invece, umilissimo, non ho saputo ritrovarvi che le passioni più semplici e naturali, non ispoglie talora di una graziosa attrattativa e destinate ad accaparrarsi, anzichè ad alienarsi, la simpatia delle persone le quali passano per côlte ed intelligenti. Non presumo, con questo, lanciare una vana frecciata alla scuola dell'uno o dell'altro dei celebri autori ch'io prima nominai. No, no. Mi basta conchiudere che, fortunatamente, i nostri contadini lombardi non sono ancora corrotti come i francesi, o i siciliani, o i napoletani, secondo le notizie che ne danno quegli scrittori; e, finchè no'l sono, giudico ridicolaggine immaginarli diversi.

Se l'interesse di un'opera d'arte è in relazione col grado di verosimiglianza che l'artista ha saputo donarle, non debbono mancar d'interesse le mie modeste novelle, specchio fedele della realtà. Ed io anzi mi sono meravigliato spesso che altri, prima e più valente di me, non pensasse a descrivere i miei paesi ove pur durano tante consuetudini ignorate alla maggior parte degli italiani, le quali hanno un profumo di verginità caro all'anima, ispiratore di sentimenti affettuosi.

Due avvertimenti mi restano a fare. Uno riguarda in particolar modo la novella che intitolo:Una vittima.Quando essa comparve la prima volta, stampata sopra un giornale, furono persone che mi rimproverarono per avervi trattato un argomento così delicato ed intimo. Quelle persone dimostrarono di non aver inteso niente; cosa facile d'altronde, alla nostra epoca, per chi legge! Non pensai io di pubblicare una solleticante pornografia, ma bensì di commuovere le oneste anime al racconto di quella tragedia campagnuola in cui, fatte le debite restrizioni, fu vittima una donna infelice da me conosciuta. La novella è quasi storica: più storica che, per esempio, la morte di Lucrezia di cui si fa pure esatta spiegazione, secondo i nuovi regolamenti, ai fanciulli delle classi elementari. A chi abbia, in mezzo a tanto sfacelo degli affetti domestici, conservato sentimenti umani, troppo sacra dev'essere questa sublime prova della maternità, perchè egli possa farne cinico stromento alla sua fama letteraria.

La seconda delle osservazioni concerne il mio stile. Ne ho adottato uno (se pur si voglia riconoscermelo!) semplice come il tessuto delle stesse novelle, corrispondente dunque alla indole loro. Nel dialogo riprodussi, talvolta, alcune forme espressive e caratteristiche dei nostri dialetti settentrionali o, meglio, lombardi, specialmente in ciò che riguarda la costruzione del periodo: ma fu solo per dare colorito efficace alla narrazione e non, proprio, per ismania di novità. Le novità, in questo, come in ogni altro genere, di buon grado io le abbandono a coloro che sperano di rendersi notevoli con una originalità conseguita ad ogni prezzo; gloria facile a chi abbia talento, ma breve assai più che la sua vita.

Il ratto di Sabina.

Ai Frani si conosceva già da tutti che Giovan Bello era venuto da Zeno dei Martinetti a domandargli la figlia in isposa. Però non avevano visto niente, perchè Giovan Bello capitò di sera: in montagna gli affari si combinano sempre dopo calato il sole, per risparmio di tempo. Fu Zeno stesso che, alla mattina, entrato da Bortolo, raccontò come era andata la faccenda. Giovan Bello, buon giovane per il resto, si trovava tuttavia in condizioni cattivissime; era stato carbonaio cinque anni e poi, in causa d'una disgrazia (non si sa come: gli rubarono i suoi risparmi!) indispettendosi e abbandonando il mestiere, aveva cominciato a scender fino a Bergamo, lungo le valli, in qualità di spaccalegna. Se i tempi fossero stati migliori, avrebbe potuto guadagnar molto: ma per intanto bisognava contentarsi di affrontar sacrifici immensi con pochissimo frutto, oltre di che nell'inverno gli toccava rimanere a braccia conserte, mangiandosi fin l'ultimo quattrino su l'osteria, o al più lavorando qualche piccolo oggetto in legno, industria che esige un certo talento non comune a chiunque. In conclusione: il partito per Sabina era tutt'altro che splendido, almen per allora; forse col tempo si combinerebbe qualcosa, quando i negozî di Giovan Bello andassero meglio; ma non conveniva però che Sabina si legasse a lui, nel rischio di restar zitella per tutta la vita. È una realtà; la gente di campagna ama poco il celibato: per far camminare la baracca, è necessario alle famiglie sbarazzarsi de' figliuoli ed i figliuoli bisogna che si facciano presto un'altra famiglia: una ruota così, colpa d'essere poveri.

* * *

Ma con istupore di molti Sabina in Lizzola non apparve punto commossa e turbata; col bene che voleva a Giovan Bello e che era a cognizione di tutti, ella avrebbe dovuto mostrarsi meno indifferente alla sua sventura, quantunque già apparecchiata ad essa: non ci si capiva niente e si conveniva, in genere, che la fanciulla non era tale da crucciarsene ed ammalarsene, che le donne sono fatte a questo modo e che bisogna prenderle a questo modo. A merenda Sabina uscì del cortile con le sue capre e, attraversato il paese, venne ai prati come se nulla fosse; aveva però un fazzoletto nuovo, colore azzurro scuro, in testa; e, quando Marchetto Bolco la fermò per discorrere, gli disse qualche parola in furia poi se la svignò ghignando e battendo col bastone il dorso alle sue bestie. Arrivata al pendìo, si sdraiò tranquillamente su l'erba e, presa una calza, lavorò a fronte bassa, gettando nella vallata le note limpide di una graziosa canzonetta. Il sole di settembre, senza calore, piuttosto rosso, moriva alla sua sinistra dietro i picchi: dirimpetto le montagne erano già completamente nell'ombra e il Serio, illuminato proprio per il lungo da quei pallidi raggi, scintillava come argento percotendo i macigni delle rive.

Apparve Giovan Bello col suo cagnaccio peloso e gli stivaloni da viaggio; era in maniche di camicia e, per buona precauzione, portava la scure in ispalla.

—Sicchè dunque?—domandò a Sabina inoltrandosi.

—Sicchè dunque?—disse anch'ella per unica risposta, accompagnando la parola con un moto assai espressivo del capo.

—Cosa faremo noi?—proseguì Giovan Bello.

—Ciò che vi piace. Non tocca a me decidere. Guardate a quello che fanno gli altri, diamine!

—-Sei risoluta?

—Vorrei vedere io!

—Non hai paura?

—Che paura d'Egitto quando non si opera male! Sapete bene che non c'è d'aver paura. Scommetto che il vecchio ha subodorato ogni cosa e s'imagina ciò che stiamo per tentare. Ma vi accerto io che non si intrometterà! gli convien troppo tacere e fingere di non accorgersi. Anche mio zio Zancastro ha agito così con mia cugina Petronilla; è un male di famiglia l'avarizia: per non dar fuori la dote, inventano mille scuse e se la prendono con chi non ha colpa. Ma io me ne infischio di ciò; sfido anche il diavolo: anderò via, porterò via tutto quello che potrò: ne sono in diritto. Nel mio caso farebbero così anche le altre, se non peggio, e poi….

Da questo momento si avvicinarono e parlarono sotto voce. Il sole tramontava ed essi erano ancora nella medesima posizione; a Lizzola suonò l'avemaria: si divisero e Giovan Bello, portandosi alla Roncaglia, camminò verso Bondione mentre Sabina ritornava a casa.

* * *

La sera Zeno, ch'era solito andare da Bortolo, stette in casa anch'egli. Si ritirarono nella stalla e chiacchierarono tutti insieme dopo aver recitato il rosario. Erano molto seri; pareva che ci fosse burrasca per aria: se ne aspettava da un momento all'altro lo scoppio. Ma invece Zeno fu buonissimo: carezzò alquanto sua figlia e la guardò con insistenza, ostentando un poco di emozione. Le donne filavano silenziose e, in certi momenti, non si udiva che il soffio delle capre o il rumor secco dei fusi. Per giunta il cielo di fuori si rannuvolò e caddero alcune goccie di pioggia.

A mezzanotte circa si decisero finalmente a coricarsi. Zeno per il primo salì di sopra, salutando Sabina come non faceva mai: quindi lo seguirono anche le donne, con un grande fracasso di zoccoli, dopo aver disposto le rocche fra un travicello e l'altro del soffitto. Stavano così bene là entro, che si sarebbero fermate sino all'alba: ma poichè il capoccia non voleva, bisognò obbedirlo. Sabina restò l'ultima, dovendo come al solito chiudere gli usci e preparare il mastello per mungere: nel compiere questa operazione pianse, chi sa per quali pensieri, e poi levatasi gli zoccoli passò in mezzo al cortile. Era buio pesto; soffiava un vento freddissimo: dalla finestrola al primo piano scendeva il raggio d'un lumicino e le donne, camminando sul pavimento di assi, lo facevano scricchiolare.

Sabina entrò nel pollaio e vi prese due grossi involti depostivi dopo cena: ripassò per il cortile mentre nella casa vicina sbattevansi alcuni usci e rimbombavano alcune voci, poscia si rinchiuse nella stalla. Suonò mezzanotte a Bondione: il vento portava in su quei rintocchi ad uno ad uno, quali vibràti, quali appena sensibili, come se venissero da campanili a diverse distanze.

* * *

Ben tosto giunse Giovan Bello con Marchetto Bolco ed il somaro di lui. Il somaro aveva i piedi coperti di paglia perchè non facesse rumore contro il selciato; sul dorso portava un sacco e, poichè gli ebbero attaccato gli involti di Sabina, ella vi salì adagiandosi come sur una seggiola. Tutti e tre s'incamminarono senza parlare; Marchetto levò di tasca una piccola lanterna cieca e l'accese, quindi svoltarono a manca, dirigendosi verso Valle di Flesio: l'asino era guidato da Giovan Bello che gli aveva afferrato il morso e se lo conduceva di fianco.

Fuori del paese la fanciulla, strettasi bene in un panno, diede nuovamente in escandescenze contro suo padre. Il vecchio doveva essere senza cuore per cimentarla ad un simile passo; certamente lo aizzavano le cognate: i tempi, sì, erano cattivi, ma però tutti dicevano a Lizzola ch'egli nascondeva la borsa di sotto al pagliericcio e, d'altronde, con una figlia che vuol prendere marito bisogna sacrificar qualche cosa. Si è per questo al mondo; ella al posto di lui sarebbe stata diversa: e se un giorno le nascessero figlioli…

Intanto la pioggia cadeva a catinelle: il somaro sdrucciolava lungo i sentieruzzi umidi ed i due uomini si avvilupparono entro il mantello. Viaggiavano da più ore così e Sabina si faceva a poco a poco malinconica. Era stabilito che ella si ricovrerebbe in una vecchia capanna di carbonaio da Giovan Bello preparata appositamente, entro i boschi di Passevra; ed appena il curato di Passevra avesse terminato le pubblicazioni (cioè tra nove giorni, perchè batteva la Madonna di Settembre in quella settimana), si sposerebbero con l'aiuto di Dio. Giovan Bello aveva a Passevra una camera ed un letto matrimoniale: con un poco di pazienza, lavorando entrambi, si arriverebbe a riempire i vuoti della cassa e, se ella era povera, tanto meglio: non potrebbe mai rinfacciargli nulla. Pervennero alla capanna: era molto umida e vi si respirava un acre odore di abbruciaticcio o di cenere spenta; distesero il sacco per terra, sopra un mucchio di foglie acquistate in antecedenza: accesero il fuoco per asciugarsi, legarono l'asinello ad un palo della soglia e, datogli un pugno d'avena, fecero l'inventario della roba portata. C'erano quattro camicie per donna, una camicia da uomo ricamata, sette paia di calze greggie, un abito quasi nuovo di percallo, tre lenzuola, tre fazzoletti, grembiali, sottane, corsetti di maglia ed altri cenci insignificanti. Dopo di che contarono i denari: Giovan Bello dichiarò che possedeva due marenghi e sei franchi, Sabina disse che aveva mezzo marengo in carta e prese infatti il borsellino per mostrarlo al fidanzato.

Ma fu molta la sua meraviglia quando, sollevata la molla, trovò dentro un altro marengo bello e nuovo in oro il quale, cadendo a terra, brillò come una stella, in vicinanza al fuoco!

Marchetto, promesso che sarebbe stato compare, s'allontanò col somarello esclamando a Sabina:—Dirò a tuo padre che hai fatto buon viaggio.

E mentre di fuori scrosciava la pioggia e il vento fischiava in mezzo alla foresta di pini, Sabina scoppiò in pianto dirotto.

Ma Giovan Bello riuscì a consolarla.

La passione di G. C.

Il buon Lindo alle tre ore, giunto dall'aver combinato un suo negozio, salì di fretta in camera propria. Già su la piazza la musica, in uniforme e col capobanda, suonava allegre marcie e dal campanile vibravano i primi squilli per la benedizione. Don Paolo non si era lasciato smuovere nè da preghiere nè da promesse. Quella bricconata in paese non la voleva. Tirar domineddio per i piedi in tal modo gli pareva un sacrilegio. Laonde, abbandonato da tutti, persin dalle solite e noiose beghine, ogni domenica dopo il meriggio costringeva il sagrestano a scuotere le tre campanelle, nè il concerto finiva prima del tramonto. Cioè quando finiva anche la rappresentazione. E si pensi che il teatro trovavasi proprio sotto la chiesa. Una vera diavoleria. E dicono che i preti hanno religione, pazienza, umiltà! non cedono mai nè anche ad accopparli. Gramigna buona da nulla, ma che non si può sradicare.

Nella camera matrimoniale, per le finestre aperte, il sole di settembre ancora caldo ed allegro entrava a larghe ondate, illuminando i cantucci più lontani. Un raggio d'oro pioveva precisamente sopra il quadro di San Giorgio appeso alla muraglia, presso il capezzale destro, ed andava a incorniciare, presso il capezzale sinistro, l'imagine del conte Belinzaghi vestito da pagliaccio, ritagliata in un giornaletto satirico. Sul canterano, di fronte all'alcova, erano allineati alcuni soldatini di piombo forse rubàti a qualche fanciullo: e, vicino ad essi, vedevasi un mucchietto di libri, vale a dire la filotea del buon cristiano, un piccolo manuale per avvocato, un trattatello di botanica e l'arte di vincere al lotto, d'autori ignoti. Lindo se ne compiaceva e sapeva che sua moglie, spesse volte, introdotte le conoscenti nella camera, mostrava loro i libri accumulati, vero tabernacolo di scienza.

Quel giorno Veronica era malata. Aveva dolori di stomaco e di pancia. Non volle affatto mangiar le poma portatele da suo marito e, mentre egli apparecchiava il fagotto, rimase curva sopra una cassa, con le mani entro il grembiale e la faccia nascosta da un fazzolettone. Quando vide che Lindo stava per scendere dalle scale gli corse dietro dicendogli:

—Hai tutto? non dimentichi qualcuno de' tuoi stracci? prendesti la cintura? e i sandali? non mancheranno mica i bottoni, alle volte?

Ma Lindo non rispose nè pure, perchè aveva fretta. Non si udiva più fracasso in paese e questo era segno che tutti stavano al teatro. Si asciugò il sudore su la faccia rasa e con un paio di salti attraversò il cortile. Alla porta della rimessa trovò il cugino Pietro, attillato come un principe, col sigaro tra i labbri e le mani incrociate dietro il dorso. Egli, vedendolo, fece un piccolo sorriso ironico e voltò con disdegno la faccia dall'altra parte. E fu una fortuna che era in ritardo, altrimenti Lindo sarebbe venuto a dargli due schiaffi; Lindo il quale, invece, dovette contentarsi di brontolargli dietro, continuando la sua corsa verso il palco scenico:

—Se ciò è, è stato caporale e tanto basta.

* * *

Realmente egli non era soddisfatto di Pietro. Pietro e Veronica, dopo la prima rappresentazione, non avevano più voluto intervenire alla recita ed il suo orgoglio se ne sentiva mortalmente offeso. Un oltraggio simile, dalle persone più care ch'egli aveva, non se lo sarebbe mai aspettato. Pareva una congiura. E per qual causa, alla fin de' conti? chi saprebbe dirlo? un capriccio, un equivoco, una asineria. Bel gusto, a lui, affaticarsi e sfiatarsi per essere poscia ricompensato in questa guisa! Ogni lavoro vuole il suo ristoro. Degli altri non gli importava nulla. Ma almeno i parenti avrebbero dovuto congratularsi, mostrarsi diligenti, approvarlo, animarlo a resistere. A cagion della recita si era inimicato don Paolo che non voleva più confessarlo. E, se adesso bisognava spendere quattrini, un giorno se ne metterebbero via. Si lasci tempo al tempo. Ogni cosa va per la sua strada. In autunno si pongono le sementi per raccogliere l'estate venturo. Con la pazienza e con la paglia maturano le nespole.

Lindo era adiratissimo. Volgeva nel suo animo pensieri di vendetta. Quel giorno, finita la passione di G. C., avrebbe cercato una spiegazione a quello stupidaccio d'un caporale, buono ad ammazzar mosche e ad ungere i carri delle salmerie.

Su l'uscio del palco scenico lo attendeva il suggeritore, pronto già col quaderno in mano. Egli aveva studiato a memoria l'intera commedia per poter aiutare ciascuno al momento necessario, senza ricorrere allo stampato.

—Presto, Lindo! sei l'ultimo. La musica ha finito di suonare. E già mio fratello recitò la parte di angelo nel prologo. Ora sta vestendosi per fare da Madonna. Dove sono gli abiti? e le maglie? e la corona di spine? c'è tutto? animo, corri a prepararti.

Lindo in un balzo fu sopra il palco scenico. Dietro le quinte dieci o dodici manigoldi finivano di mettersi chi l'elmo romano, chi le bretelle, chi la spada, chi la barba. C'erano tutti, da Malco a Sant'Andrea, da Giuda Iscariote al diavolo che doveva portarlo sotterra. Longino, con una grande lancia in resta, sedeva sopra il baio magnifico a cui avevano coperti gli occhi con una benda perchè non si adombrasse. Ed il Cireneo, in vesta verde orlata d'oro, cercava tra gli utensili il porta immondizie per accorrere dietro il cavallo ad ogni necessità. Tutte le volte che usciva sul palco, trovandosi in mezzo a persone travestite come briganti, al romor della musica, ai battimani degli spettatori, quella povera bestia non sapeva nascondere gli effetti del suo turbamento ed era una sconcezza, una noia deplorevole. Ma agli animali non si può insegnar l'educazione.

—Siamo all'ordine?—gridò il suggeritore presso il sipario.—Caifasso, hai la corona da porre in capo? e Pilato portò seco la catinella per lavarsi le mani? e Malco ha la mezza orecchia da buttare a terra? Lesti; dò il segnale. Uno, due… Attenti! quel buon ladrone stia tranquillo. Piuttosto vada a prendere il cartelletto con l'Inrie lo unisca alla croce. Dov'è San Pietro? bravo asino: sta là a pulirsi le mutande! Avete il bengala? E tu Lindo? Finalmente! Possiamo cominciare. Tiranno, alza il sipario. Uno, due, tre!

Il sipario levossi e per ogni parte fu uno scappar di gambe coperte da maglie, mentre dalla platea saliva un lungo oh! di soddisfazione.

* * *

La recita proseguì meravigliosamente bene. Fin dal primo atto il pubblico diede visibili segni di contentezza e frequenti applausi accolsero su la scena l'apparir dei personaggi principali. Però Lindo, tra una parlata e l'altra, ebbe tempo di osservare che realmente sua moglie non era in teatro e che non c'era nè anche il cugino Pietro. Al solito. In cuor suo li mandò a farsi benedire e, sforzando la voce perchè le campane mai non cessavano di suonare sopra il teatro, con fermezza e calma rappresentò la propria parte, difficilissima e lunga. La cena degli apostoli ottenne un successo. Lindo, tra San Pietro e Sant'Andrea, sorrideva del suo miglior sorriso avendo cura tratto tratto di levarsi dalla bocca i peli che gliela otturavano. Si era anche dipinto di carmino le guancie e messa in capo una bella parucca bionda fluente; roba tutta presa a nolo dai fornitori della Canobbiana, come asseriva il suggeritore.

Giuda quel giorno fece meglio del solito. Stringeva gli occhi, da furbaccio, e camminava con le mani incrociate sul petto, come un chierico del duomo. Poi nell'orto di Getsémani Lindo recitò divinamente le sue preghiere e San Pietro, quando i manigoldi arrivarono per arrestare il suo maestro, levossi dalla toga un coltellaccio da beccaio, s'avvicinò rabbiosamente a Malco, gli tagliò l'orecchia. Nella platea le donne diedero un gemito. L'effetto era meraviglioso. Chiunque sarebbesi ingannato.

Ma dopo il terzo quadro, al momento di entrar in iscena dinanzi a Pilato e Caifasso per esservi poscia battuto con le verghe e incoronato di spine, G. C. frugando il proprio involto s'accorse di aver dimenticato una cosa importantissima: il pannolino rosso da mettere intorno alle coscie durante la bastonatura, quand'egli si troverebbe in costume adamitico.

La buaggine commessa era grave; necessario ripararvi con la maggiore velocità possibile. Senza dir niente a nessuno, per non perdere un tempo così prezioso e per non farsi beffare o rimproverare, Lindo scappò dal teatro, saltò d'un colpo i gradini, e, con la tunica di G. C. indosso, volò verso la propria casa, traversando il cortile. Nel cortile non c'erano che alcune oche diguazzanti entro l'acqua sudicia vicino al pozzo. Le scavalcò d'un balzo e si trovò alla scala di legno. Di furia fece i gradini, a due per volta, e giunto sul pianerottolo toccò il saliscendi, aperse, entrò nella camera matrimoniale. Tutto era al posto come un'ora prima. Egli frugò il canterano e non iscoprì nulla. Frugò l'armadio, ma indarno. Frugò anche il letto e mise le coltri sossopra, ma il pannolino era irreperibile. Finalmente, per ultimo tentativo, diede un'occhiata dietro la cassa e vide quel benedetto drappo scarlatto, scivolato tra il legno ed il muro, sul nudo pavimento. Lo raccolse, lo scosse per pulirlo dalla polvere, se lo cacciò al posto che doveva e, sostenendo la vesta con la mano, uscì di nuovo per tornarsene al teatro.

Arrivato dabbasso, oltrepassando la porta della bottega munita di vetri e di una cortina azzurra, credette di scorgere in casa due persone che discorrevano. Esse trovavansi proprio nella visuale tra la porta e la finestra: da cui penetrava, come al piano superiore, una vivissima e lietissima luce.

Nell'animo di Lindo sorse improvviso un feroce sospetto. Quelle due persone egli non poteva riconoscerle perchè voltate dall'altra parte; ma al profilo gli parve e non gli parve che… per la quale…

Fremeva. Afferrò la maniglia per ischiudere. Ma quei briganti eransi assicuràti con la chiave. Allora scosse la porticina, diede un pugno nei vetri, li spezzò, allungò la mano per sollevare la tenda. E già poco gli mancava a raggiungere il suo scopo allorchè, in fondo al cortile, una voce sconsolata ed imperiosa lo chiamò furiosamente:

—Lindo! si entra in scena! bestia che sei, vieni o tutto è rovinato.

Il dovere anzi ogni cosa. Lindo obbedì senz'altro ed accorse.

* * *

Alzavano il sipario per il quarto quadro. Gli scenarî figuravano una vasta sala sostenuta da colonne marmorizzate ed illuminate, in alto, con finestre a vetri di più colori. Caifasso, coperto il seno di una maglia a squame di pesce, era seduto davanti alla tavola ampia dalla quale pendeva un tappeto verde macchiato d'inchiostro. Sul proscenio era già pronta una piccola erma di cartone, cinta alla base da un sedile vestito con panno rosso. La musica fece, in platea, una suonatina malinconica. Ed ecco arrivare di tra le quinte il popolo de' giudei e de' farisei, insieme coi soldati romani armàti di lunghissima lancia: un'asta di legno che terminava in un agile rombo difeso da carta d'argento. Tra questi brutti ceffi stava G. C., legàti i polsi un sopra l'altro con una corda enorme da buoi. Egli teneva bassa la fronte in atto umile e doloroso; e quando parlava la sua voce cupa e triste spandevasi nell'aria silenziosa come un suono di campanello fesso. I farisei, brutali e spietati, si fecero largo nella calca e riuscirono a circondare il pontefice. Egli su le prime pareva ben disposto verso il biondo galileo, ma quei maledetti calunniatori a poco a poco lo smossero dalle sue tenerezze e lo eccitarono contro G. C.

Nella platea un affanno, una trepidazione indescrivibili.

Ed il pontefice finalmente, rizzatosi dalla propria seggiola, in fondo al teatro, domandò a Lindo con voce sepolcrale s'egli era proprio il figliuolo di Dio. Lindo stette alquanto in pensieri. Poi sollevò la testa imparruccata, distese le braccia e, lentamente, gravemente, pronunciò le fatidiche parole:

—Sì, e mi vedrete quando verrò a giudicare gli uomini alla destra del mio divin padre.

Uno dei manigoldi finse di percuotere G. C. su la faccia e dopo tre o quattro secondi il suggeritore, tra le quinte, battè le mani per simulare lo schiaffo.

Allora Caifasso rimandò G. C. a Pilato. Il popolo, i giudei ed i veliti romani partirono insieme col pontefice; ma la scena restò libera poco tempo ed al posto di Caifasso ritornò Pilato, alle cui calcagna camminava un servo recante la catinella di stagno con l'acqua per lavarsi.

Lindo, trascinato dagli stessi nemici, accompagnato dalla stessa turba curiosa, ricomparve su la scena.

Breve questa volta fu la discussione: gli accaniti farisei ne dissero di cotte e di crude, onde il povero governatore dovette comandar che G. C. fosse battuto con le verghe. Cresceva lo strazio della platea. Non un soffio, non un colpo di tosse, non un sospiro. Lindo fu spogliato della toga rossa e si mostrò nel costume primitivo, cioè coperto della maglia color carne e del pannolino ai fianchi; lo strinsero alla colonna di cartone e sùbito quattro miserabili cominciarono a picchiarlo con verghe da mandriano. Poscia inoltrossi un tale che portava bella e fatta una corona di spine e la calcò di tutta forza su la testa dell'infelice. Gli altri si credettero in dovere di ribadirgliela con una decina di mazzate. E le vescichette piene di vino, celate fra i peli della parrucca, scoppiarono lasciando uscire su la fronte di Lindo un liquido rosso il quale aveva tutta la somiglianza col sangue.

Tremenda vista! Pilato presentò il nazzareno agli astanti mormorando:

—Ecce homo!

Nella platea i singhiozzi, trattenuti da lungo tempo, proruppero violentemente. Si udì un grido acutissimo di femmina ed il romore d'un corpo umano che precipiti al suolo.

Lindo osò guardare, come gli altri, per conoscere che diamine fosse accaduto. Restò di sasso. Dietro il suonatore di tamburo due o tre contadini sollevavano a fatica una donna caduta in deliquio e quella donna era Veronica!

* * *

—Se ciò è—disse Lindo mentalmente—io mi sarei ingannato per la quale.

Ma, siccome la rappresentazione del quarto quadro continuava, egli si rassegnò alla sua parte, dimenticando le cose profane e la moglie. Le cose prendevano una cattiva piega. Sia Giuda che San Pietro e la Madonna parevano stanchi, nè davano al proprio dialogo il calore, l'animo, lo slancio delle altre volte. Il pubblico se ne accorse; e, per quanto grosso ed indulgente, non seppe nascondere il suo malumore. Indarno G. C. e gli altri principali attori s'affaticavano a promettere o far minaccie; indarno il suggeritore sbraitava dal suo posto per dirigere i discorsi: fu una vera confusione, un entrare ed un uscire senza proposito, un ridere nei momenti più gravi, un ciarlare molesto che copriva le voci dei personaggi. Persin la scena della crocifissione passò, contro ogni attesa, inosservata. Ciò parve assai deplorevole al suggeritore e, finito quel quadro eterno, rimproverò accerbamente i diversi attori assicurando che, se si andava di tal passo, la domenica prossima bisognerebbe chiudere il teatro. O le cose si fanno bene o non si fanno. Chi si è messo all'impegno faccia uso dell'ingegno. Erano bambini? perchè si bisticciavano ad ogni tratto? la concordia è madre delle virtù. Non dessero scandalo: era una vergogna; la gente se ne farebbe meraviglia, se ne adonterebbe e, alla fin delle fini, riderebbe Don Paolo, vincitore della partita. Le sue osservazioni furono ascoltate ed approvate; siccome alcuni cercavano giustificarsi, egli tagliò corto e dichiarò che non voleva udir nulla sotto pena di espellerli dalla compagnia.

Cominciò l'ultimo quadro.

Una grotta fosca, scarabocchiata dall'imbianchino sopra una carta che si gonfiava tutta per l'umidità. Nel mezzo era apparecchiata una tomba a coperchio mobile. Per le esigenze del palco scenico la si era fatta troppo corta, nè G. C. avrebbe potuto distendersi con agio dietro di essa. Ma egli si rannicchierebbe opportunamente, avendo cura di non alzar la testa oltre il coperchio.

Al suono di una marcia funebre entrarono le pie donne, Giovanni l'apostolo e Giuseppe d'Arimatea. Essi portavano il corpo di Lindo con grave stento; lo sollevarono adagio adagio e lo calarono nel sepolcro, dopo averlo avvolto entro un candido sudario. Le pie donne si misero davanti al sasso, per nasconderlo, finchè G. C. si fosse accomodato. Poscia, rompendo in singulti, si allontanarono. Venne invece la scolta dei vigili che iniziarono sùbito una partita ai dadi sopra il tamburo. Tutto questo in bell'ordine, con intelligente prontezza, come non si era mai fatto nè anche le altre volte.

Improvvisamente una grande luce di bengala illuminò il teatro.S'avvicinava il momento della risurrezione.

Ed ecco in fondo alla scena, su dall'impalcato, sollevarsi a poco a poco una linea di nuvolette grigie a pancia rigonfia, seminate da piccole stelle di carta dorata; e G. C., il quale dietro la tomba si era condotto carponi fin là, comparve in mezzo ai veli, pallido, trionfante, tranquillo, reggendo una banderuola di tre colori.

—Trallalà, larallì lerollèro—fece la musica all'improvviso. E nella platea scoppiò un applauso vivace, un urlo di ammirazione, un forte battere di mani.

G. C., prima di scomparir nel soffitto, non seppe resistere alla curiosità: curvossi a destra e spinse un'occhiata verso la platea. Cosa incredibile! presso la porta d'uscita, in piedi sopra una panca, apparve Pietro rosso in faccia, con gli occhi scintillanti; egli agitava il cappello per aria e gridava come un ossesso vinto da imperioso entusiasmo.

—Asino!—mormorò Lindo.—Ed io che mi era messo in mente…

In quella i teloni del soffitto gli tolsero di vedere altro. Il dramma era finito.

Storia di Matteo Vento.

Quando Matteo Vento ebbe terminato, già tramontava il sole. Una striscia sanguigna imporporava le cime sui monti dirimpetto e gli operai guardandola esclamavano: rosso di sera bel tempo si spera.

Matteo Vento diede un'ultima occhiata alla fornace. La vena, gettatavi durante il giorno, s'era liquefatta al calore degli abeti arsi e il fondo appariva coperto da una cenere grigia, mescolata a sassi nodosi, donde saliva un fumo denso e soffocante. L'operaio versò qualche secchio d'acqua nella buca paurosa e si udì uno stridore di tizzoni bagnati. Poi si lavò le mani e la faccia, si asciugò in un ampio grembiale greggio e, collocati sotto la tettoia i due carri da trasporto, accese la pipa, sedette su l'orlo della voragine ed aspettò con le spalle appoggiate al muro.

Si raccontava a Bondione che, in quella voragine, tempo addietro, d'inverno, una giornata nebbiosa e nevosa, fosse caduto un povero diavolo il quale, ubbriaco di grappa, dormiva su la pietra dello sporto. S'era voltato a sinistra e panf! dentro nelle fiamme. Il desiderio di scaldarsi gli era stato fatale. A venti metri di lontananza ne avevano ascoltato le grida strazianti. Poscia due fanciulle accorse per vedere furono spaventate da uno strano puzzo di abbruciaticcio, da un forte profumo di carne allo spiedo.Finis corona topus, come sclamava il curato.

Matteo Vento, pensando per la centesima volta a questa tragedia, ebbe un piccolo sorriso. L'anno prima egli, geloso di Violante, era stato ad un pelo di buttar nella fornace il figlio di Zancastro, conosciutissimo a Fiumenero. Qualche santo l'aveva salvato dal commettere l'imperdonabile sproposito. Una vera fortuna. Violante non meritava questa prova d'amore. Bagascia! per essere giusti, invece di uno solo sarebbe abbisognato ammazzarne sei o sette, perchè ella con sei o sette amoreggiava. E che feccia di gente! vecchi e giovani senza distinzione. Quando si ha il bernoccolo della lussuria non c'è nè anche il papa che ce ne possa guarire. E se egli l'avesse proprio sposata? chi sa quanti dispiaceri, quante disillusioni. Certe donne son messe al mondo per fare il male. E alla fine (continuava seco stesso Matteo Vento), legandosi a quella ruffiana, sacrificandole tutto, avrebbe rovinato Scolastica, la povera fanciulla che gli voleva tanto bene, così onesta da mettere per lei nel fuoco le mani ed i piedi. Oh! per Scolastica non c'era pericolo. Nessun rivale, nessuna gelosia, nessun bisogno di coltello e vendetta. La fornace facesse il suo officio; Matteo Vento non le darebbe mai, per causa di Scolastica, carne umana da arrostire.

Un suono di campanelle a diverse gamme distrasse il giovane dalle sue considerazioni. Per la viottola della torre, lungo il pendìo umido e solcato dalle ruote delle carrette, s'avanzava lentamente uno stuolo di capre, quali bianche e quali color cioccolate, con le corna acuminate e la barba fluente. Trotterellavano le une presso le altre, da buone amiche, assai allegre per il pasto fatto. E dietro di esse, brandendo la verga, apparve anche una fanciulla alta nella persona, vestita di tela greggia, con le uose di lana che le salivano alle polpe ed un cappellaccio da uomo su la testa.

—Sei tu, Scolastica?—disse Matteo Vento.

Ella gli sorrise.

—Hai pascolato lontano, oggi?

—Su la sinistra del Serio.

—Verso Fiumenero?

—Verso Ponte-di-Legno.

—E adesso?

—Vado a mungere.

Matteo Vento sorrise alla sua volta.

—Sai—aggiunse;—ho parlato col principale.

—Sicchè dunque?

—Dice che sono libero.

—Ah! sì?

—Io direi il mese che viene.

—Nel mese che viene c'è la Madonna delRosario.

—Io direi appunto alla Madonna del Rosario.

—E tuo padre?

—È contentone.

—E mio fratello?

—Gli parlerò.

—Matteo Vento, buona notte.

I due si lasciarono. Matteo saltò dal sedile, scosse la pipa e si allontanò per la china. Le capre entrarono in fila nel cortiletto e Scolastica le seguì togliendosi il cappello da uomo. Poi, dopo cinque minuti, il suo viso roseo e fresco apparve alla finestrina del piano superiore. Ma, siccome quell'altro s'era voltato, ella scappò bruscamente.

* * *

Chi fa i conti senza l'oste li fa due volte, dice il proverbio. E Matteo Vento che sperava di andar sùbito a cena dovette fermarsi dietro la ferriera alla porta del principale. Questi lo chiamò per nome e, introdottolo nella sua piccola camera, lo invitò a sedersi.

—Matteo Vento: ho bisogno di te.

—Eccomi a' suoi ordini—rispose l'operaio guardandolo attentamente. E domandò il permesso di riaccendere la pipa.

Il principale, sbuffando per l'adipe, andò a chiudere l'uscio. Il suo ventre rotondo tremava ad ogni passo come una vescica piena d'aria. Malgrado tale inconveniente l'uomo era bello, secondo l'espressione dei contadini e specialmente delle contadine. Aveva poi una grossa catena al panciotto ed i polsi di guttaperca. I baffi unti di cosmetico gli dividevano la faccia per metà. Nel cappello erano infilate alcune penne di pernice che gli davano un aspetto marziale. Gli stivaloni di cuoio rustico stringevano le corte gambe fino ai ginocchi.

—La notte scorsa—disse il principale sedendo sovra il letto con un romoroso tonfo—la notte scorsa a Gromo fu derubato un ricco proprietario. I ladri erano molti, arditissimi, abilissimi. Fecero tutto senza lasciar la minima traccia di sè. I carabinieri e le guardie forestali andarono per ogni verso, frugarono i boschi e le macchie, ma indarno. Quei birbanti svaligiarono la casa in pochi minuti, portarono via gli argenti della tavola e, cosa incredibile, i vasetti per l'acqua santa appesi al muro. Un'azione che non ha la compagna. Oggi a mezzodì fu trovato un portafoglio su la siepe che difende la riva del Serio, tra Fiumenero e Bondione. Il portafoglio era vuoto: prima conteneva un centinaio di franchi.

Matteo Vento sbarrò gli occhi.

—Per cento franchi mettersi ad un tal rischio!

—Cento a Gromo, duecento a Fiumenero, altri cinquecento a Bondione: è sùbito fatta una bella somma.

—A Fiumenero! a Bondione!

—Sicuro. Nell'ora di merenda un mugnaio di Fiumenero, traversando il ponte, fu assalito da quattro manigoldi che lo spogliarono fino alla camicia. Una donna dovette prestargli il suo abito da festa perchè egli tremava di freddo. Nella giacca gli avevano portato via una borsa con duecento quindici lire e diciotto centesimi.

—Ma perchè dice a Bondione? Hanno rubato anche a Bondione?

—Se non hanno rubato, ruberanno. Alle cinque una bambina che tornava da Lizzola ha visto su la Roncaglia alcuni uomini sinistri che, accovacciàti, si contavano molti biglietti da banca.

—Ed a chi mai ruberanno in Bondione?

Il principale si alzò: parlava lentamente, con voce cupa.

—Matteo Vento; in questo cassetto ho cinquanta scudi nuovi, due banconote da cento e gli spiccioli. Io li ho riscossi domenica, a Clusone, per la vendita del ferro.

—Diavolo!—esclamò l'operaio.

Il principale tacque un momento. Poi gli prese la destra.

—Questa notte, adunque, munisciti di un litro di vino, d'un coltello affilato e della mazza da battere chiodi. Veglierai nella ferriera. Chiuderò la porta che dà verso la torre e ne porterò meco la chiave. Se udrai qualche fracasso, ti appiatterai nell'ombra, aspetterai che entrino e, buttandoti nell'acqua, mi darai l'allarme.

—In quale acqua?—domandò Matteo stupito.

—Oh! bella! nel canale che passa per la fabbrica e che fa muovere il maglio. Essa viene dal monte e traversa il mio cortile. Un uomo che si curvi può benissimo venir dalla ferriera, sotto la vôlta, fino al cortile. E giunto nel cortile…

—Ho inteso—disse Matteo Vento.—I ladri potrebbero con chiavi false…

Il principale sorrise.

—Tu sei un ottimo giovane.

—Ma, signor padrone, non le pare più facile che i ladri vengano direttamente dalla strada in casa sua?

—Sbarrerò la porta con la trave. Sfido a smuoverla. Dovrò ben udire.

—Per la porta no, ma per la finestra.

—Ci sono i vetri.

—Sùbito frantumàti.

—C'è la ferritoia.

—È rôsa dalla ruggine. Guardi. Ecco: va in polvere.

—C'è lo schioppo.

—Ah! bene. Lo schioppo. Ma lo tiene appeso al focolare? come potrà servirsene?

—È vero. Mettilo al capezzale.

—Signor padrone, è carico?

—Sì.

—A polvere?

—A palla.

—Ha ragione. L'estremità della bacchetta riman fuori della canna.Però su lo scudino bisogna cambiar la capsula. Questa è umida.

—Prendi la capsula. Siamo d'accordo?

—Signor padrone, se vengono dalla finestra tenga pronto lo schioppo e, se riesce ad acchiapparne uno, mi chiami a squarciagola; ma se vengono dalla ferriera…

—Lascio al tuo buon senso.

—Non dubiti. Felice sera. Le raccomando però di por la chiave al tiretto.

—L'ho perduta.

—Male, male. E i denari li tiene lì così?

—Sai, non ho paura.

—Ma, a buon conto…

—Eh! diavolo: con uno schioppo!

—È vero. Vado a cena e torno da lei.

* * *

All'osteria Matteo Vento mangiò di buon appetito. Si era fatta la minestra di riso con fagioli secchi e, dopo di essa, gli portarono un bel piatto di formaggio. Mentre il segretario comunale col medico, l'oste ed un signore bergamasco venuto in villeggiatura giocavano a briscola, egli cercò di scovar qualche cosa dall'ostessa che sedeva al banco facendo le calze. Ma non riuscì a cavarne verbo e, meravigliato che i furti recenti non formassero tema ai discorsi di quella sera, lasciò la cucina prudentemente senza compromettere il principale con una confidenza avventata.

Arrivando alla ferriera, si accorse che in disparte aspettavalo un fiasco di quel fino. Il principale rinnovò le sue preghiere, gli consegnò un coltello da accoppar pecore e gli indicò il posto dove trovavasi la mazza. Poi, supplicatolo di non accendere lumi e di non lasciarsi vincere da sonno importuno, lo salutò tranquillamente, uscì per la porta della torre, tirò il catenaccio e chiuse a chiave. I suoi passi di uomo panciuto, brevi e rapidi, si udirono allontanarsi per il vicolo: giunse ancora un colpo di tosse, indi più nulla.

Matteo Vento diede la stura al vino. Lo trovò di suo gradimento ed intabarratosi fino alla nuca si accovacciò dietro una colonna. Un raggio di luna azzurrognola veniva in mezzo al camerone, rischiarando il suolo arso, e le forme di terra preparate per il giorno dopo, e il largo maglio inerte sopra una trave di noce. Le finestrine eran difese da vetri sparsi di ragnatele ed al di là delineavansi, incrociate, le sbarre fortissime confitte nel muro. Da poco tempo le avevano messe nuove, nè i ladri potrebbero distaccarle facilmente. La porta poi, massiccia e foderata di piombo, pareva così robusta da resistere ai colpi di un ariete.

Intorno, perfetto silenzio. Nel raggio di luna danzava un popolo diatomi picciolissimi e le muraglie trasudavano l'umidità notturna. ABondione scoccarono le otto, poi le nove, poi le dieci, poi le undici.Si avvicinava il momento pericoloso.

Respiravasi nell'aria quell'odore umano che resta sempre ai luoghi ove di giorno si è lavorato molto. E sopra la testa di Matteo Vento, dai travicelli disordinàti e polverosi, pendevano lunghi fili d'argento esili come i capelli di un vecchio ottuagenario. Solo, di tratto in tratto, qualche ignota bestiolina saltando nell'acqua del canale dava un gorgogliare impercettibile.

Matteo Vento cominciò a sentirsi un grande freddo alle gambe. Provò a distendervi meglio il suo mantello, ma pareva che un mantice soffiasse proprio sotto di lui, recandogli continua molestia. Da che parte veniva quella corrente d'aria? dal buco della chiave no certo: dal condotto dell'acqua impossibile, perchè troppo basso: dal soffitto egualmente, perchè troppo alto.

Si guardò in giro con attenzione e vide che lo sportello del forno era aperto.

—Sciocco!—pensò.—Due asinerie in una volta. Prendo l'aria e lascio un adito ai ladri, se mai….

Si levò tosto da sedere e col tabarro che gli cadeva lungo la schiena andò verso il forno.

Già aveva messo la destra sul gancio dello sportello, quando un suono di voci gli ferì l'orecchio ed il suo cuore tremò tutto per l'emozione. Dunque non c'era dubbio. Il principale aveva avuto buon senso: i ladri forse, ignari dell'insidia, stavano per entrare nella ferriera.

E s'inginocchiò, tenendo brandita la mazza, in attesa del nemico.

Ben presto una meraviglia immensa gli fece contrarre ad una boccaccia i muscoli del viso.

Egli udiva distintamente una voce maschile che parlava con grande calore ed alla quale doveva rispondere evidentemente una seconda voce che, per lontananza od altro motivo, non si poteva intendere.

La voce maschile diceva:

—Stai sicura. Egli è giù che non sospetta di niente. È chiuso a chiave; non uscirebbe nè anche se fosse un uccellino.—Non devi? perchè non devi? ci penso io: quanti scrupoli! Alla fine sono un uomo onesto.—Non dir così. Non crederai, ma sono tanto infelice. Non ho famiglia; nè una madre, nè una sorella, nè una sposa che….

Qui un soffio d'aria portò via le parole.

—Se non vuoi che salga io, almeno discendi tu.—Crudelaccia! non hai cuore!—Sai, è freddissimo; non è un gusto prendere il fresco, stanotte.—Ah! se tu stai alla finestra, io sto in istrada; non è peggio?—Ancora; senti: non essere così testarda, Scolastica….

Un secondo soffio impedì a Matteo Vento di udire. Egli fremeva.

—Che! non temere, ti dico. Non saprà nessuno, mai.—Come, vai via? chiudi la finestra? vuoi che mi ponga a gridare? vuoi che mi accoppi?—Niente carità. Che carità d'Egitto! Non ne hai mica per me. Oh! sono stufo: se non mi apri, vado a cercar la scala a pioli e poscia salirò per forza.—Ho detto che voglio così. Romperò i vetri, farò fracasso, non me ne importa, peggio per te….

Matteo Vento aveva riconosciuta la voce del principale. Diede un ruggito e, alzandosi da terra furibondo, proruppe a denti stretti:

—Animale!

* * *

In un salto, sempre con la mazza nella destra, si trovò dentro l'acqua. Curvò la schiena e, passo passo, aiutandosi con le mani, tastando il letto del canale per evitar le buche, traversò il condotto oscurissimo, le cui pareti stillavano goccie fredde ed erano coperte di muffa. In pochi secondi arrivò all'estremità opposta; quella bianca luce lunare gli ferì la vista come una fiamma: credeva scorgere da per tutto macchie di sangue. E, fattosi puntello con la mazza, rapidamente scavalcò il piccolo parapetto per modo che mise piede a terra.

A Bondione dal campanile vibravano le dodici; lente come rintocchi funebri.

Ma il freddo provato nell'acqua, spinte o sponte, aveva calmato assai le prime ire del giovanotto. Egli, prima di risolversi ad entrar nella camerina del principale, fece tra sè un breve ragionamento. Cioè: se passando per quell'uscita avesse potuto sopraggiungere il principale, in mezzo alle tenebre, in luogo nascosto, senza probabilità di un soccorso per lui, che avverrebbe? Una bega era inevitabile. E che razza di bega! Il principale avrebbe assaggiato il sapor della mazza, dei pugni e degli schiaffi. Fortuna poi che il forno era spento. Se no, questa era proprio l'occasione per alimentarne la fiamma con la pancia del gradasso. Fargli semplicemente paura? mettersi a rischio di essere scacciato e di perdere il pane? coi ricchi non teniamo alcun mezzo di vendicarci. Essi hanno sempre ragione. Quando si è costretti a dipendere da qualcheduno, si diventa suoi umilissimi servi. Egli può anche mandarci in galera e non cesserà di essere onorato e riverito come un principe. Inoltre: perchè spaventar Scolastica, la quale, via! si comportava bene in questo negozio? darle un dispiacere, comprometterla forse, arrischiare di dover poscia rinunciare a lei?

Questione grave. Ma l'operaio non istette lungamente in dubbio. Pochi attimi bastarono a risolverlo. Siccome l'uscio della camerina era chiuso, egli con un fortissimo urto lo spalancò. Il lettuccio, naturalmente, non era toccato; al capezzale stava ancora lo schioppo, ritto e lucente, col grilletto alzato per isparare. Matteo Vento al chiaror della luna potè muoversi liberamente, come se fosse in casa propria. Andò alla tavola, tolse il cassetto e vi spinse entro le mani. Trovò sùbito quattro mucchi di scudi, oltre una scodella di legno piena di spiccioli, coi biglietti di banca. Se ne empì le tasche e buttò la tavola per terra. Indi corse alla finestrola e con la mazza fracassò un paio di lastre. Aperse le vetrate: con un altro colpo di mazza spezzò le sbarre e guastò il davanzale. Finalmente, dato di piglio allo schioppo, sollevò la canna verso la ferriera e pum! lasciò partire la carica. Nello stesso tempo, collocatosi fuor nel cortile, cominciò a gridare con quanto fiato aveva in gozzo:

—Aiuto! aiuto! i ladri!

* * *

Il principale al rimbombo dello schioppo accorse bianco per la paura. Rientrò dal cortile, donde era partito poco prima. Quando vide Matteo dinanzi alla porta in frantumi e con la mazza tra le dita, comprese tutta la sua disgrazia.

—Rovinato!—gemeva il povero uomo.

Matteo Vento fingeva di non sapere.

—Come! signor padrone! non era in casa? oh! quale imprudenza! non l'avrei immaginato! ed io che lo credeva morto! udendo il colpo di fucile pensai che me lo avessero accoppato.

Poscia entrarono insieme nella casa.

—È strano! è strano!—continuava il principale perdendo la testa.—I ladri! per la finestra! ed hanno sparato lo schioppo!

Matteo Vento cercò di acchetarlo.

—Signor padrone, ho fatto il mio dovere. Ma ella non ha fatto il suo. Ora è tardi. Inutile muovere lamenti. Erano uomini furbi, col pelo su lo stomaco. Non per nulla riuscirono a derubar quel proprietario di Gromo ed il mugnaio di Fiumenero: stavolta è toccato a lei. Metta un voto a Santa Caterina, che ha salva la pelle!

Una vittima.

I due fratelli, ciechi di rabbia, dichiararono un'altra volta che non se ne volevano impicciare. Essere già abbastanza compromessi; aver già perduto l'onore in causa di Giulia: credersi fin troppo indulgenti a permettere ch'ella rimanesse in casa e che in casa compiesse l'ultima imfamia cui l'aveva condotta la sua colpa. Non poterle perdonare; far le pratiche opportune per separarsene sùbito: apparecchiarsi anzi a interdirle una porzione del patrimonio ereditato. Giulia su le prime sperò ancora che i fratelli, così crudeli in apparenza, non avrebbero avuto coraggio di abbandonarla nel punto estremo; sperò che si sarebbero mossi a pietà, per essere stata sempre affettuosa con loro ed anche credersi molto innocente nel fallo in cui era precipitata. Quando comprese che la risoluzione minacciata era proprio irremovibile, quando s'accorse che la sfuggivano e che a vederle i fianchi grossi le gittavano parolaccie di sprezzo o di insulto, allora si rivolse completamente al suo Vittorio, al solo Vittorio, pensando che era meglio così, perchè d'ora innanzi forse non sarebbero più divisi; le carezze dell'amante, uniche per lei su la terra, le sembrerebbero più care ed ammorzerebbero anche il rimorso d'una imprudenza inesorabilmente punita.

Con tal fede Giulia, molti giorni prima di mettersi a letto, scrisse una pagina passionata all'amico e gliela fece pervenire per mezzo di Lorenzo, il vecchio servo stato complice principale di quell'amore ma che adesso, lagrimoso, pallido, strappavasi i capelli bianchi, pentito di non aver interrotta a tempo una simile tresca apportatrice di tanti guai alla sua padroncina, alla sua figliola. Passarono due settimane interminabili, mestissime, senza che giungesse nè pure una risposta di Vittorio; il terribile istante s'avvicinava: Giulia ignorava ancora che sarebbe di sè.—Finalmente, un venerdì mattina, Lorenzo entrato nella camera della poveretta la svegliò per consegnarle una lettera che aveva ricevuto dal giovane con grande mistero, con grandi precauzioni. Giulia si fece aprire le griglie; ringraziò il buon servo e, lacerata trepidando la busta, lesse avidamente. Ma non era ancora arrivata alla fine che le si oscurò la vista, il sangue le affluì al cuore e dalle dita tremanti il foglio le cadde al suolo. Vittorio confessava di non poterla aiutare; compiangeva la sua condizione; avrebbe voluto chiederla in moglie;—ma gli mancavano due anni alla laurea;—la scongiurava a non perdersi d'animo, a lasciar passare la burrasca e a confidare nella provvidenza;—giovane, bella e ricca avrebbe poi sempre trovato da collocarsi meglio che con un miserabile avvocatuzzo; conservasse buona memoria di lui che, alla sua volta, non dimenticherebbe le dolci ore godute insieme ed un affetto così gentile.

Allora soltanto Giulia aperse gli occhi. L'animo di quel traditore le apparve in tutta la sua viltà; percossa in poco tempo da tanti colpi, non ebbe nè anche la forza di illudersi maggiormente e di lenire il proprio cordoglio con altre lusinghe: il disinganno era completo. Perciò, dispersa rabbiosamente quella pagina brutale dopo averla ridotta in brani, si distese, bianca, dissanguata, immobile, su le coltri deserte: e, senza dare un gemito, senza versare una lagrima, aspettò la notte intanto che il servo, imaginando l'accaduto, s'affaticava indarno a consolarla, a baciarla, a supplicarla, balbettando, singhiozzando, inginocchiandosi a terra, chiamandola coi nomi più affettuosi. La fanciulla aveva preso una risoluzione anch'ella: tacere, languire e morire in un'agonia degna della sua disgrazia, in un'agonia d'inferno che ricadesse tutta sul capo di chi l'aveva provocata.

Quando, verso sera, l'assalsero improvvisamente le prime doglie! l'affanno, l'ira, il raccapriccio avevano precipitato il parto. Ma, invece di atterrirsene, Giulia, a quel doloroso annuncio della maternità, d'un tratto sentì rinascersi a vita; una promessa nuova per l'avvenire le brillò nella mente: i nuovi doveri che si sarebbero richiesti da lei la persuasero che i suoi giorni potrebbero essere utili ancora nel mondo per qualcheduno. E già, colorandosi le guancie, con la fantasia esaltata per la febbre si vedeva ignota, lontana, in altro paese, tranquilla e felice al fianco d'un pargoletto, che sbocciasse come un fiore sul tradito seno materno, che imparasse dalla sua bocca a pronunciare i primi accenti, che crescesse simile a lei nell'occhio, nel viso, nella pietà. Allora per la sventurata si replicherebbe l'esistenza solitaria e serena trascorsa nel decrepito castello dai saloni vasti e vuoti, dalle umide muraglie, dalle finestre altissime, dove, orfana, era sorta semplice ed ignara del mondo in mezzo ai fratelli ruvidi e interessàti presso i quali, unica donna della casa, aveva fatto le veci d'una madre o d'una schiava, amandoli, obbedendoli, sopportandoli, servendoli. Il suo bambino le rammenterebbe i tempi soavi perduti; ella farebbe ancora da madre: amerebbe, obbedirebbe, servirebbe alle tenere voglie di lui: una seconda vita di pazienza, di lavoro, di abnegazione, di sacrificio sarebbe il guidernone d'ogni antico dolore; i baci del suo fanciullo ben la delizierebbero più che baci di quell'infame, al quale potrebbe for'anco augurare gioie non meritate e l'oblio d'un rimorso inevitabile.

Però sul vespro le doglie diventarono così violente che, malgrado i continui sforzi per celarle, Giulia dovette confessarsi col vecchio servitore. Questi, all'inattesa notizia, si turbò tutto; ma, parendogli che non fosse ancora tempo, le raccomandava riposo e le chiedeva se non s'ingannasse alle volte su la natura del male;—tuttavia, dopo averla assistita per alcune ore, visto insomma che non c'era più dubbio, manifestò la sua intenzione d'avvertirne i fratelli. Giulia, quantunque resa pazza dai tormenti, si rizzò sul letto con gli occhi di fiamma e afferrando i polsi di Lorenzo: "tu" gli disse, "tu andrai a cercare la levatrice; nessun altro, intendi? i miei parenti non devono saper nulla!" Così il vecchio, a testa curva, ingoiando il pianto che lo soffocava, si recò in fretta a casa della levatrice; e non osò destare le donne, avendo Giulia dichiarato che non voleva nessuno in camera affinchè il segreto non si diffondesse, affinchè i fratelli non avessero a rampognarle poi l'ultima vergogna della famiglia. Non bisognava opporsele. Quella giovanetta sensibile, nervosa, esasperata dalla persecuzione, era capace di ogni follia.

Appena arrivata, la levatrice, messa già al corrente da Lorenzo lungo la via, interrogò Giulia sovra i soliti particolari, senza mostrare alcuna meraviglia, trattandola con la massima dolcezza. Ma Giulia cominciò ben tosto a scuotersi; la fronte le si bagnò di sudore; le sue membra tremavano forte; dalla strozza involontariamente le sfuggivano gemiti compressi; morsicavasi le pugna in silenzio, delirando: allontanava le coltri con impeto, come se le bruciassero la carne, come se la schiacciassero. Bisognò adagiarla; si discostò la candela; si apparecchiarono pannolini e vasi d'acqua, la si tenne ferma, la si calmò con mille sommessi rimproveri, con mille carezzevoli minaccie: e, tra gli spasimi, verso mezzanotte, ella diede finalmente alla luce un bambino.

Da principio la puerpera stette alquanto quasi persona stanca per lunga fatica; aveva la bocca serrata, le nari tumide; i suoi muscoli s'agitavano ancora sotto l'impressione del male e si lasciò rivolgere ed accomodare senza resistere, come se non s'accorgesse di nulla. Poi adagio adagio riprese i sensi; ebbe sussulti di vomito; sospirò: si mosse. Lorenzo pendeva su la sua testa; gli sorrise. E, accomodandosi per istinto con la mano diafana i capelli sparsi, risollevò il collo sul guanciale, girò intorno le pupille come in cerca di qualcosa che le mancasse, mentre dalla sue labbra smorte partivano voci interrotte. La levatrice indovinò; si fece vicina: e mormorando frasi inintelligibili, con gesto imbarazzato, le sporse il bambino. A quella vista il corpo della giovane madre parve infiammarsi; un'ultima vampa di sangue le salì alle gote: diede un rauco accento di gioia suprema e, sbarrando gli occhi, stese le braccia per trascinarsi al petto quella piccola creatura delle sue viscere…

La piccola creatura era fredda ghiacciata.

Giulia la lasciò cadere di piombo sul letto ed ella stessa, prorompendo in un acuto grido, si gettò all'indietro, col seno scoperto, con la faccia immersa come un giglio nel volume delle treccie nere.

Lorenzo dovè tornarsene in paese per il medico. Egli camminava a grandi passi tra le siepi, sul sentiero campestre; intorno, il piano immensurato, rugiadoso, coi filari di roveri e di pioppi, con le acque terse e fredde, accoglieva una tenue luce suffondendola di lieve nebbia azzurrognola; non un alito di vento: non una foglia che stormisse e intanto, su dall'erbe, tra le biade, nei tronchi s'udivano le fioche voci diverse di mille insetti, come se fossero i fremiti della terra.

Era nella stessa campagna, in una simile notte, che la fanciulla aveva peccato vinta dal fascino della natura, vinta dalla pace del silenzio, vinta dalla poesia della solitudine. E Lorenzo, riflettendovi, avrebbe voluto lanciarsi in quell'acque sì tranquille che sorridevano al suo dolore, che schernivano il suo pentimento. Perocchè, troppo cieco, troppo semplice, era stato egli ad aprirgli ogni volta il cancello dell'orto: egli che non aveva mai fatto male, che non credeva si potesse far male;—e vedendo Giulia dileguarsi tra gli alberi, leggiera e silenziosa come un'ombra della notte, invece di raggiungerla, di arrestarla, di rinserrarla senza pietà, sentivasi tutto lieto al pensiero delle gioie che la attendevano, refrigerio solenne ai giorni monotoni del castello.

Nulla giovò il medico alla puerpera. Egli, desolato, disse che non c'erano più speranze e, dopo aver tentato invano di richiamarla ai sentimenti, se ne andò avvertendo che avrebbe mandato il prete. Infatti, di lì a qualche ora, il curato, solo, sinistro, con un involto sotto il braccio, arrivò nel momento che Giulia aveva dischiuso un poco gli occhi e domandato da bere. Lorenzo e la levatrice lasciarono la camera: e il prete, volendo approfittare di quel breve intervallo, staccò dalla muraglia un crocifisso di legno impolverato, s'accoccolò sovra la poltrona, cominciò per confessare la moribonda. "Com'è stato, dunque, poverina?" diceva. E Giulia, sgranandogli in faccia gli occhi, lo guardava curiosamente, come se non l'avesse mai visto, come se non l'avesse compreso. Il prete allora, senza scomporsi, proseguiva: "Sicuro: a questo fine si precipita quando non si rispetta Dio… tu non sei venuta mai alla messa, me ne rammento…"—Ma era inutile; Giulia non rispondeva; si rivolse dall'altra banda: fiatò penosamente, entrò in agonia.—Il curato richiamò i due che stavano su la porta; cavò dall'involto le ampolle; rialzò le coltri; le diede gli olî santi; s'inginocchiò sul tappeto e, col libro in mano, sbadigliando tratto tratto, recitò le ultime preghiere:—Lorenzo, tenendo le palme congiunte, era in piedi silenzioso, fermo come una pietra.

Così spuntò l'alba. E quando, lenta, lontana, dal campanile vibrò l'avemaria, la levatrice, svegliatasi di soprassalto col rosario ancora tra le dita, si levò dalla sedia, si chinò sul letto e vi scorse Giulia già cadavere.

Al dopopranzo di quel sabato ricomparve il medico, per constatarne la morte. In casa non trovò alcuno; soltanto Lorenzo aspettava su la panca del cortile e s'incaricò di condurlo attraverso i cameroni scuri e freschi, dai mobili vecchi, dai soffitti a travi scolpite. La scala, co' suoi gradini larghi e bassi di marmo bianco, anch'essa era sepolta nell'ombra; i balaustri a colonnette rigonfie salivano in pendìo, impolverati; all'ingiro, mezzo occulte da strati di calce, figuravano dipinte gigantesche femmine, lanciate in una danza vaporosa e tacita da forse due secoli;—su, in cima, nelle sale a vòlta, si vedevano mille screpolature, sentivasi un tanfo d'antichità: e i passi dei due uomini, risonando sul pavimento, echeggiavano di camera in camera maestosi. D'un tratto Lorenzo, sempre taciturno, tirò un catenaccio, aperse i battenti d'una porta stretta, fregiata di pitture guaste, poi, scopertosi il capo, entrò nella stanza funeraria e ne socchiuse le imposte, avanzandosi diritto, simile ad un uomo sordo che non ode nulla, che non s'occupa di nulla. Un raggio di luce rosea, scivolando tra le aperture, si fermò in un angolo; il lumicino posto al suolo mandò sprazzi fumosi e la fiamma ondulò, scossa ai piccoli colpi dell'aria che perveniva dal corridoio. Pareva dimenticata ad accompagnar quel corpicino, tutto giallo come una statua di cera, che giaceva sul materasso coi piedi riuniti, con la testa enorme, con le coscie larghe, quasichè fosse ancora nel grembo della madre: la quale, nell'angolo rischiarato lungo il muro, sovra quattro seggiole messe vicine col dorso all'infuori, distendevasi inerte, nascosta da un lenzuolo. Il medico sollevò quel drappo della morte; sotto gli apparve la persona sottile di Giulia, avvolta in vesti candide, con le caviglie e coi polsi legàti da corone; il suo volto livido s'incorniciava in un fazzoletto da cui sfuggivano poche ciocche di capelli arruffàti; il collo aveva un colore terreo, una rotondità floscia: gli occhi vitrei, fissi, chiedevano ancora vendetta, maledicevano ancora a qualcuno.

I due uomini si distaccarono; le imposte furono riappressate: cigolò di nuovo il catenaccio e di nuovo echeggiarono i passi, quasi inviando l'ultimo saluto all'estinta, piccina, deserta in quelle tenebre, in quello spazio.


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