Storiella invernale.
Martino s'era messo a letto la sera del Natale. Fu assalito da una specie di stordimento mentre, curvato al fuoco, discorreva con la sua vecchierella, agitando i tizzoni che si volevano spegnere e sospirando tratto tratto come chi presente una sventura. Fermo era partito alla volta di Corteno, dove faceva il pecoraio, per isposarvi la sua Annita. S'era fissato il giorno di Santo Stefano e non bisognava differire oltre: i preti se ne offenderebbero. Martino veramente credeva inopportuna quell'epoca; ma dinanzi ad una forza maggiore aveva dovuto cedere e rassegnarsi. E inoltre, perchè attendere? la primavera non è stagione conveniente per i matrimonî; di primavera si ricominciano le aziende interrotte: c'è altro in capo che di prendere moglie, fare baldoria, spendere quattrini!
Il Natale quindi era passato tra loro due; era passato tristemente, nella camera nuda, coi vetri appannàti da cui si vedeva la valle bianca e nebbiosa ove scorrevano larghe raffiche di vento a sparpagliar la neve caduta sui pini. Elena si turbò quando il suo uomo, coricatosi presto, cominciò a vaneggiare un poco, parlando in disordine e lamentandosi di essere sudato. Aveva la febbre; voleva sempre ghiaccio su le tempie e tratto tratto si assopiva con gli occhi sbarràti e le guancie così smunte che parevano di cadavere.
—Avesse proprio da venirgli un male?—pensò la vecchia; e, tremante di paura, gli propose di chiamare il medico da Bondione.
—Che farne del medico?—disse Martino in un momento di quiete.—E poi, perchè obbligarlo a salir fin quassù, per la Roncaglia, con questo tempo?
Ma il giorno dopo si sentì gran fracasso di grida e corni su la via; arrivarono tre cavalli in fila, tirando un enorme ariete carico di montanari col tabarro e le scuriade: la neve, fessa da quel mostro lento, dividevasi raccogliendosi ai lati della strada.
—Ecco, la Roncaglia è spazzata—mormorò Elena all'infermo.—Vuoi ch'io vada a Bondione?
—No, no, férmati—rispose egli:—il viaggio per te è troppo lungo e pericoloso. Non arrischiarti, Almeno, non c'è bisogno.
—Se qualcheduno di Lizzola…
—Impossibile: in questi giorni stanno tutti a casa.
La vecchia era persuasa. Di nascosto però seguitava a piangere e pregare. Martino intanto, persa la solita parlantina (questo più che tutto sgomentava sua moglie), sollevandosi un poco sui guanciali ben coperto di lana e di pelli, guardava per la finestra i monti opposti, separàti da lui da un abisso, oltre i quali, prima di giungere dove era Fermo, erano altre valli, altri gioghi, altri abissi; e, al loro piede; le cascine, i ponti, i campanili, i cimiteri coi cipressi sparsi di neve, come persone ammantellate di bianco.
Alla mattina il vecchio si svegliò agitatissimo.
—Ho fatto un cattivo sogno—mormorò. Poi, dopo aver meditato un pezzo, mentre Elena vestivasi:—e quei due? che diamine fanno? dove si cacciarono? perchè Fermo non viene a trovar suo padre ed a presentargli la moglie?
La vecchierella per la centesima volta ripetè la stessa cosa:
—Fermo è a Corteno; si è sposato ieri mattina, alle dieci, nella chiesa parrocchiale. Lo condussero a casa e gli diedero da mangiare e dormire. Oggi sarebbe qui se non fosse nevicato. Aspettiamolo. Non vorrà nevicare eternamente. Ogni stagione ha la sua evoluzione.
Anche quel giorno trascorse malinconicamente. I due vecchietti continuarono a borbottare l'uno con l'altra. Verso l'avemaria capitò una vicina a domandar notizie del malato. Fermo non si nominò neppure: le femmine indovinarono che bisognava distrarre il pensiero di Martino e gli parlarono di tutt'altre cose. Ma nell'accomiatarsi la vicina s'indugiò un momento su la porta: Lizzola, immersa nelle tenebre, emergeva i suoi rustici tetti biancheggianti nel cielo.
—È fioccato troppo quest'anno—disse Elena.
—Sicuro; per quei poveri diavoli che devono viaggiare…
—Specialmente quando si ha donne insieme. Per quanto siano alla buona, si capisce!
—Si capisce!—soggiunse Carolina.
—Non è freddo; ma il solo aspetto della neve pone i brividi addosso.
—Narrasi che caddero molte valanghe…
—Dite proprio, Carolina?—proruppe Elena col cuore angosciato e simulando per il desiderio di saper tutto.
—Non c'è da inquietarsi, ma io non esagero,—soggiunse l'altra.—Pare anzi che avvennero disgrazie. I contrabbandieri ne parlano per ogni stalla. Ad Arigna ed anche qui in valle di Bondione le valanghe hanno sepolto diversi viandanti. Poveri cristiani, che catastrofe!
—Vergine santa, Carolina, tacete per carità! guai se quell'uomo là udisse!
Ma, dalla stanza, Martino aveva già udito.
—Fermo è morto!—esclamò.—Fermo è sepolto sotto le valanghe… soccorso… soccorso!
E slanciavasi dal suo letto, ardendo per la febbre, gridando, singhiozzando.
Elena riuscì lungo le notte a calmarlo alquanto; ella stessa però sentivasi il cuore spezzato e, costretta a fingere, soffriva di più. Circa il meriggio di San Silvestre la vecchia prese la pezzuola, serrò in camera Martino e discese la Roncaglia verso Bondione. La brina candida, gocciolando dagli abeti, le bagnava le spalle ed i suoi zoccoletti s'infangavano su la strada sporca, percossa dal pallido sole d'inverno che faceva scintillare gli atomi innumerevoli della neve.
Quando il medico vide Elena, col suo abito nero a puntini rossi ch'ella non aveva deposto più sin dal Natale, capì sùbito che cos'era.
—È malato il vostro?—borbottò di malumore; poi, fattosi discorrere a lungo intorno all'indisposizione del vecchio:—non è niente—soggiunse;—colpa degli anni: settanta primavere sono settanta quintali. Andate pure, Elena; verrò io domani senza dubbio.
Elena partì consolata. Rientrando nella casuccia dalle muraglie scure di sassi col tettuccio di legno ella trovò il vecchio in piedi, che accendeva il fuoco.
—Ma che ti salta in mente adesso?
—Lascia, lascia—egli rispose.—Quei due avranno freddo. Bisogna che si riscaldino appena arrivati. Sotto la valanga devono stare maluccio, i poveri diavoli. E, in fin de' conti, sono pure nostri figli.
Delirava. Ella, con le buone, lo convinse di tornarsene a letto.
—Ma il fuoco? chi dunque preparerà il fuoco per essi?—mormorava macchinalmente Martino.—Non sai che sono caduti nella neve?
La disgraziata madre non potè più trattenersi, scoppiò in lagrime dirotte e seguitava a ripetere:
—Vergine santa, e se fosse vero?
I comignoli di Lizzola fumavano tutti annunziando che cento famiglie apparecchiavano la modesta cena: e i due vecchi, l'uno coricato e nascosto dalle coperte sino al mento, l'altra al capezzale con le mani sul grembo, piangevano, piangevano, mentre l'ombra calava.
A poco a poco Martino cessò di sospirare e parve addormentarsi.
La vecchia appoggiò la fronte canuta sul lenzuolo e, col seno compresso, aspettava silenziosa, pensando e sperando. Così venne la notte. D'improvviso Martino si scosse e, senza articolar sillaba, gestiva con forza, allontanando le coltri da sè; Elena si rizzò sgomentata, accese precipitosamente il lumicino, gli domandò che cosa avesse, che cosa volesse. Egli, anzichè rispondere, stralunava gli occhi proferendo parole tronche, inintelligibili; allora fu chiamato il cappellano che lo visitò e se ne andò malinconico, senza lasciare alcuna speranza.
Con la rapidità solita su le montagne il sereno era scomparso dietro un velo di nebbia e di nuvole; il vento fischiava nelle gole e la neve scendeva giù a larghi fiocchi nelle tenebre: Elena accanto al letticciolo del suo uomo, su quell'altura deserta, in quell'ora penosa, non aveva più forza nè anche di versar pianto.
Quand'ecco la porta si spalancò e su la soglia presentossi un giovane alto, nerboruto, dai baffetti neri e dalle uose di pelle che gli salivano al ginocchio. Una fanciulla rotonda e sorridente lo accompagnava; le sue scarpe erano coperte di neve ed un lungo scialle avvolgeva il suo busto grazioso, ricco, pieno di vita.
Erano Fermo e la sposa.
—Finalmente ci siamo—egli mormorò pulendosi dal fango ond'era inzaccherato. E nel suo occhio splendeva il desiderio di riabbracciar persone care, di riposar nuovamente in quella casuccia dov'era trascorsa la sua fanciullezza, quando nelle sere lunghe il padre lo faceva sedere su le ginocchia mentre la mamma, filando, raccontava le meste panzane dei monti.
Dalla porta rimasta socchiusa penetrò un rumore di coperchi e di ferramenta percosse; i montanari andavano intorno per Lizzola e salutavano a quel modo il terminare dell'anno.
—Uno viene e l'altro va!—gridavano. E il loro grido, portato dal vento in fondo alla valle, vi era poi ripetuto migliaia di volte.
Martino si destò dal suo assopimento e stese con impeto le braccia verso il figlio che s'accostava mortificato, a fronte bassa, dinanzi a quella dura novità. Si baciarono e confusero insieme Fermo i capelli ricciuti, il vecchio le sue ciocche bianche.
—Bravo, bravo!—gemeva quest'ultimo; e con uno sforzo volle sollevarsi per vedere in viso la giovane sposa. La quale stette là muta, presso la soglia, con le mani penzolanti lungo il dorso e gli occhi umidi. Elena venne ad abbracciarla.
—Bravo, bravo!—continuò il malato senza chiudere gli occhi nè volgere altrove lo sguardo. Quindi, mentre sotto le finestre la gente schiamazzava e fischiava il vento, egli entrò in agonia.
Giustizia per tutti.
Paolino ritornava trafelato dal suo viaggio. Andò sùbito a sedersi in un canto del focolare e divorò la zuppa che Maddalena gli aveva apparecchiato. Quando la pancia fu sazia, egli si guardò intorno con quegli occhi sporgenti e cerulei, poscia abbassando la voce domandò:
—Chi c'è stato?
—C'è stato Domenico—rispose la moglie.—Vi cercava. Ha bisogno di parlarvi.
—Lo so—disse Paolino. Ed accese la pipa fregando i zolfanelli su la coscia destra.—Va benissimo. Siamo d'accordo. Se torna, lo avvertirai in mio nome che tutto è all'ordine. Non impicciartene, ti raccomando. Io questa notte non dormo a casa. Debbo far tanta strada!…—e trinciò la mano per aria.—Lascio però anche il cavallo. Io solo e Domenico. Se torna, favorisci dunque avvertirlo che per le sei partiamo: tenga una lanternetta, quella tale piccola che è molto comoda. E d'altronde, addio.
Maddalena volle dargli qualche ammonizione.
—Voi state per commettere un'altra ribalderia!—proruppe lagrimevole.—Siete un uomo senza visceri, siete proprio un birichino. Ma no, è inutile crollare il capo; la cattiveria alle persone la si legge negli occhi. È un pezzo che vi conosco. Vergogna! dopo due soli mesi che siete ritornato dal carcere! ingannare e rovinare così una povera donna! ubbriacarsi un giorno sì ed uno no, bestemmiare, giuocare, rubare! manigoldo, ve ne accorgerete presto o tardi; ed è una fortuna che domineddio non mi doni figlioli, altrimenti!…
Paolino fumava tranquillissimo, come se non ascoltasse la voce della moglie. La pipa gli pendeva, nerastra ed umida, in un angolo della bocca socchiusa; e tratto tratto egli, dall'altro angolo, faceva uscire uno sbuffo di nebbia cenerognola che si spargeva nell'aria. Non si curò punto di Maddalena e rovistò entro i canterani scolpiti dai quali tolse un piccolo falcetto affilatissimo ed un pezzo di corda.
—Il soldato non affronta mai la battaglia senz'armi—soggiunse. E, fatto con la destra un cenno amichevole alla moglie, senza ripulirsi gli abiti dalle pillacchere ed il cappello dai ragnateli, scomparve rapidamente per ignoti luoghi.
Maddalena stette un poco in pensieri, sedette al fuoco e poscia scoppiò in dirottissime lagrime. Ella singhiozzava forte e col grembiale asciugavasi le guancie bagnate. Era uno sfogo di cui da gran tempo sentiva bisogno.
—Oh! per amore—gemeva piangendo.—In quali mani sono mai capitata!…
Verso le quattro del pomeriggio ella udì giungere su la viottola un carro pesante, le cui assi cigolavano rotolando nella mota. Quando questo fu presso la porta, sostò all'improvviso ed il cavallo soffiò dalle narici il fiato grave. Poscia echeggiò un grande colpo di scuriata.
—Ciao, Lena—gridò la voce del mugnaio.—Posso prendere il grano giallo? ti fai viva una volta?
Maddalena scosse il saliscendi ed aperse per metà il battente sinistro.
—Bene!—mormorò fregandosi ancora le ciglia.—Ne ho ancora per un sacco circa. Sei o sette staia. Più tardi bisognerà provvedere altrimenti. Se hai la pazienza di scendere, in pochi attimi ti servo.
Andrea accondiscese e saltò a terra.
—Mi farò una fiammatina—disse.—Che tempaccio, cara mia. Sembra che non abbia piovuto da un anno. Stamattina la cadeva a catinelle. E noi ce la siam tolta dalla prima all'ultima goccia. Povero Flos! ne è madido. Mi vuol bene questo animale. Gli manca di parlare per essere un cristiano fatto e finito. Certa gente del mondo è men pieghevole e buona che il mio Flos. Peccato che abbia un male; guarda qua, sotto il collo. Una piaga tanto larga. Deve produrgli uno di quei bruciori! Io tutte le mattine gliela pulisco con l'aceto. Nè anche un calcio. Sta paziente come se non sentisse nulla. Cosa vuol dire la forza di volontà!
Mentre faceva questi discorsi Andrea aveva attaccato Flos, per le redini, ad un anello del muro, poi era entrato nella cucina.
—Sai, Lena—soggiunse;—ho trovato Paolo a Castelletto. Egli si era impancato sul portone dell'osteria. È vero che ha faccende? mi dice che non dorme a casa ma va a… a… to' che non mi ricordo. Non avrà mica la bestia con sè? mi pareva alticcio. Quando si è in certe circostanze è meglio aver da comandare ad una testa sola che a due.
Allora Maddalena si sfogò. Una roba mostruosa. Quella canaglia certamente meditava uno dei tiri soliti. Da alcuni giorni si mostrava in orgasmo. Scappava di casa la mattina per tempo e ritornava a notte buia. Dove mangiava? dove lavorava? chi poteva saperlo? Nel suo cassettone ella avevagli trovato una piccola tromba di quelle che usano i saltimbanchi. Un mistero. Che faceva della tromba? aveva forse esercitato su qualche fiera vicina? a Saronno? a Magenta? e perchè non confidarle mai nulla, trattarla proprio come un'estranea, sospettar di lei come di una nemica? Ah! le era toccato una grossa croce. Ecco dunque cosa significa avere un padre troppo sciocco ed una madre impaziente di sbarazzarsi delle figliole, temendo che invecchino e non trovino più marito. I presentimenti l'avvertivano che non sarebbe felice con un tale uomo; quantunque egli allora sembrasse tutt'altro, aveva però un certo sguardo, una certa faccia, una certa maniera di esprimersi!
—Senza contare—susurrava la disgraziata—senza contare che mi lascia qui senza quattrini, senza roba per vestirmi, senza una difesa. E per la notte, caro il mio Andrea, non c'è da stare allegri. La strada non è battuta; i carabinieri non passano mai fuorchè dopo un disordine: i ladruncoli sono molti. Se mi sforzassero l'uscio? se mi scalassero le finestre? se mi venissero in camera? quando mi corico dò sempre un'occhiata al letto; ho sempre paura che sotto sia nascosto un malandrino. Mi svesto di furia, balzo tra le coltri e mi rannicchio tutta per la tema di sentirmi tirare i piedi. Mancherebbe una storia simile! e se penso che la notte ventura!…
Ella tornò a piangere disperatamente.
—C'è un rimedio—continuò Andrea con grande serietà e nello stesso tempo timidezza.—Noi siamo parenti, nevvero? dunque non si può dubitare. Una volta forse, quando tu eri nubile… ma adesso, ormai, dopo tanti anni… La mia idea è questa; io come al solito di ogni giovedì, stassera debbo recarmi a vendere le farine. D'ordinario parto col mio fratello minore. Ebbene: per una volta, si potrebbe lasciarlo viaggiar da solo… bisogna pur che si eserciti…
—E tu?—chiese Maddalena indovinando.
—Io ti porterei un bottiglione di quel dolce e, se mi apparecchi una frittata…
La donna strabiliava.
—Sei matto, Andrea? non sono proposte da farsi.
Andrea sorrise.
—In fin dei conti una frittata non è un delitto. Sai bene che non ho cattivi grilli per il capo. Se vengo, è per farti un piacere. Trascuro le mie cose, arrischio che mio fratello abbia qualche noia, perdo anche io una notte. Dunque, se non ti garba, sia per non detto. Ma non garantisco di nulla, vedi? c'è intorno certi ceffi! ieri alle otto, capisci? alle otto! fu derubata la vedova del cantoniere. Due tristacci penetrarono nella sua stanza e, dopo averle cavato gli orecchini, me la infagottarono tra le lenzuola, me la imbavagliarono e me la portarono fino al pollaio. Che barbarie! il comandante è su le traccie dei miserabili, ma intanto la povera infelice è a letto con una febbre da mulo.
—Davvero?—disse Maddalena atterrita. E, dopo aver fatto i suoi calcoli:—Ma se passasse qualcheduno per la strada?
Il mugnaio non si scompaginò.
—Passi pure. Chiuderemo le imposte e sbarreremo l'uscio. Sfido io a vederci traverso le muraglie!
—E se Paolino tornasse improvvisamente?
—Ho la gamba da bersagliere. Balzerò nel cortile dietro la casa, mi nasconderò sui fienili e, quando egli sarà coricato, scapperò via come il vento.
—E la frittata? e il vino?
—Oh! senti!—soggiunse l'altro, seccato:—se vuol venire, che venga: potrei anche prenderlo a cazzotti, quell'asino. Sono tuo parente e basta.
Maddalena crollava il capo.
—Poichè vuoi proprio, sia. Mi fido in te. Ma non mi pare una cosa bella, scusami.
Frattanto Paolino aveva fatto baldoria all'osteria di Castelletto. Comandò una piccola, mangiò allegramente accompagnando il pranzo con un litro fino e poscia giocò alle carte col proprietario. Era in vena, quel giorno; vinse e bevette il secondo litro a credenza. Quantunque sopra un muro della cucina si vedesse dipinto un gallo con le parole:
quando questo gallo canterà credenza si farà,
per gli avventori si permettevano sempre eccezioni tanto da non iscontentarli. Bisogna sapere il vivere del mondo.
Scoccarono le sei al piccolo orologio della cappella. Paolino, barcollando leggermente, uscì dalla porta maggiore. Intavolò un discorso con le femmine ritornanti dalla chiesa e si lamentò che il tempo fosse orribile, che le strade non si potessero praticare, che le pozzanghere impedissero il cammino.
Ecco arrivar lentamente, con un malinconico fracasso di sonagliere, il carro del mugnaio. Flos trotterellava filosoficamente, con la testa involta entro un cappuccio di cuoio nero, ed una grossa coperta sul dorso, e le reni gocciolanti di pioggia. Le ruote, passando, schizzavano mota a cinque passi di lontananza.
—Vanno a pigliare i marenghi?—borbottò Paolino con disinvoltura.—Dove ce n'è, ce ne cresce. Basta aver dieci biglietti di banca e sùbito si vedranno diventar cento. Ma quando si portano le tasche vuote come le porto io, si sta sempre miserabili, si sta sempre minchioni. Perchè gli interessi fruttino è necessario che non manchino i capitali.
Andrea che sedeva sotto la tenda lo salutò nella penombra. Egli teneva aperto dinanzi a sè un largo parapioggia per evitar che l'acqua gli battesse in viso. Con la destra reggeva le redini bagnate.
—State a Castelletto, Paolino?—domandò.
Paolino rispose:
—Sto un corno.
—Volete un posto?
—Vo da tutt'altra parte; accetterei se potessi: buon viaggio. Un bicchiere?
Andrea, aiutato dal fratello Carlo che camminavagli di fianco, aveva spinto Flos alla corsa.
—Non abbiamo tempo—gridò.—Sia per un'altra volta.
Ed il carro pesante, pieno di sacchi, difeso dalla tela verde, svoltò l'angolo della contrada, poi si perdette fra gli alberi umidi nella nebbia invernale.
Paolino trasse un fiato. Rientrò nell'osteria e ricominciò una partita col padrone. Questi era di cattivo umore; forse desiderava una rivincita. E fortunatamente la ebbe. Paolino dovette far mettere in conto un terzo litro, buttò le carte in un cantuccio, protestò giurando che non avrebbe più giocato in eterno e quindi partì mezzo ebro. Doveva viaggiare, altro che storie! lo lasciassero in pace. Mica tante noie, mica tante curiosità, altrimenti avrebbe fatto anche un buco nella pancia a qualcheduno. In fin dei conti egli era un uomo giusto e ragionevole; ma, se gli rompevano le tasche, sapeva difendersi e mostrare i denti. Uomo avvisato è mezzo salvato.
Di fianco alla chiesa, nelle tenebre della notte profonda, udì chiamarsi per nome.
—Domenico?—domandò sforzandosi di essere calmo e sicuro su le gambe.
—Io stesso—rispose una voce.
—Perchè non sei venuto all'osteria? proprio bisogno di farti cercare a casa?
—Meglio non lasciarci vedere insieme—rimbeccò l'altro.
—È vero. La lanterna?
—È qui.
—Niente di nuovo.
—Sono andati entrambi.
—Ho visto. Non s'imaginano certo. La chiave dell'usciolo?
—Eccola.
—Il coltello?
—Per ogni buona sorte, l'ho preso.
—Bravo!—continuò Paolino. Possiamo arrischiarci.
E si misero in cammino. Fecero circa tre chilometri in mezzo alla campagna deserta, non curandosi del tempaccio e del fango che copriva la strada. Paolino sentiva l'acqua entrargli per i fori delle scarpe.
—Se ci riesce—disse egli quando furono presso al fiumicello—se ci riesce, compero un paio di stivali. Ne berremo di botti! vero, Domenico?
Ma Domenico tacque. Più serio, costui non si era permesso di ubbriacarsi. Guidò il suo compagno nell'oscurità, evitando i pericoli ed infilando i sentieri come se avesse avuto pupille di gatto. Udirono presto lo scrosciar della pioggia dentro l'acqua del fiume.
—Eccoci—mormorarono arrestandosi.
—E il mercante?—chiese Paolino all'improvviso;—potremo fidarci?
—Stupido!—soggiunse l'altro.—Lascia fare a me.
E scavalcarono una siepe, traversarono un'ortaglia, si trovarono entro il cortile. Di fronte ad essi alcune casupole ergevansi nel cielo bigio. Da una piccola finestra scendeva qualche raggio tremulo e pensoso.
—Le mugnaie fanno la calzetta—pensò Domenico. E trasse il proprio socio presso il porcile.—Hai la corda?—gli domandò.
Paolino tirò fuor dalle tasche la fune di cui si era munito durante il giorno.
—Va bene—continuò Domenico; e con un grimaldello aperse l'usciolo. Penetrarono nella stalluccia fetente ed accesero il lume. Svegliati così bruscamente, i maiali diedero un grugnito e rizzarono le grosse teste con gli occhi stupidi e le orecchie penzolanti. I due notturni visitatori si inquietarono.
—Zitti!—susurrò Paolino brandendo il suo falcetto.—Volete che vi graffi?
Si precipitarono addosso ad un paio di quelle povere bestie, ammorzarono la propria lanterna e con la corda legarono loro le zampe anteriori. Poscia le imbavagliarono con certi cenci portàti all'uopo, come si usava nel medioevo e si usa nei romanzi medioevali verso le donne tradite o rapite. Domenico si caricò in ispalla il suo peso e precedette il socio fuor del porcile.
—Bisogna mettercelo al collo e sostenerlo per il didietro con le mani—suggerì egli.—In questo modo ci stancheremo assai meno e potremo correre più liberamente.
Uscirono adagio adagio, rinchiusero accuratamente la porticina e si dileguarono per le campagne. La pioggia seguitava a cadere monotona, insistente, noiosa. Pareva che il cielo si sfasciasse come cera o come ghiaccio. Un diluvio. I poveri maialetti non dovevano trovarsi molto contenti della gita. E frattanto le gambe affondavano entro il fango, le scarpe si facevano pesanti, gli abiti si appiccicavano alle membra. Certe volte anche a rubare si fa tanta fatica! Domenico sapeva contenersi e frenarsi, ma Paolino fremeva. Andarono, andarono, andarono, Domenico davanti e Paolino alle sue calcagna. Quest'ultimo anzi moriva di sonno.
—Io non posso più—gridò finalmente, arrestandosi.
Ma Domenico teneva duro.
—Ci rovini—osservò crudelmente.—Se non arriviamo per le quattro, addio i denari. E son tredici miglia.
A Paolino si piegavano le ginocchia. Erano arrivati presso il giardino del conte. Un muricciolo alto poco più di un metro lo separava dalla strada.
—Io non voglio scoppiare—disse Paolino.—Riposerò e poscia continuerò la via da solo. Precedimi.
Domenico crollò il capo.
—Sei un asino. Bevi troppo vino—soggiunse.
E via sempre, finchè il rumore de' suoi passi fu sopito dalla pioggia precipitosa.
Paolino si era appoggiato con la schiena al muricciolo. La sua bestia lo soffocava. Fece in modo che questa potesse accoccolarsi comodamente su la pietra dello sporto; allungò le gambe con una vera voluttà e trasse un sospiro di sollievo.
Poscia si addormentò.
Allora il maiale diede un crollo, cadde all'indietro dalla parte opposta del muricciolo, strinse le zampe allaccianti il collo del suo rapitore e lo strozzò come cinque e cinque fanno dieci.
Maddalena ed Andrea mangiavano tranquillamente la frittata e compiangevano Carlo, costretto a viaggiar solo, quando furono scossi da alcuni colpi dati nella porta. Il mugnaio diede un balzo e diventò livido; la donna più non sapeva in che mondo si fosse.
—Presto, presto!—proruppe una voce di fuori.—Lena! tuo marito è morto.
I campagnoli non usano complimenti.
Elena scoppiò in un urlo e corse ad aprire.
—Corri!… è là presso il muro del signor conte. Morto stecchito. Ha la bocca piena di pioggia. Fu il maiale ad accopparlo.
—Il maiale? un maiale? che maiale?—disse Andrea comparendo coraggiosamente dal suo buco.
—Maiale o non maiale—proseguì indispettito quell'uomo,—sta il fatto che Paolino è crepato.
Lena si mise a strillare, Andrea corse a veder come stesse la faccenda. La quale poi io non so come sia terminata.
Maometto.
Maometto, col suo bell'elmo lucente in capo, si arrampicò traverso i pini folti e scuri, da cui esalava acuto odore di resina. Un leggiero soffio di vento faceva dondolar quelle braccia protese in giro e tratto tratto fischiava in alto con un tono misterioso e beffardo. La Roncaglia era deserta.
—Oh! oh!—mormorò Maometto.—Che il diavolo ci voglia guastare la festa?—E si fermò un momento spiando al di sopra del bosco. Tra i pini scorgevasi qualche lembo di cielo sbiadito, cinereo, uniforme, presago di temporale. Un lampo rapido rosseggiò entro il padiglione dei rami: il vento crebbe.
Allora Maometto raddoppiò la corsa. I tronchi secchi degli abeti minacciavano di afferrargli l'elmo e portarglielo via: egli dovette premerlo su la nuca, si fermò per rendersi più piccolo e sollevò con la sinistra il fodero dello squadrone affinchè non gli impedisse le gambe.
Lizzola buia e seria, in vetta alla Roncaglia, s'accoccolava sul verde, piena di salute e di tranquillità; quei comignoli fumavano tutti insieme e le vecchie muraglie solcate da screpolature grigie parevano guardarsi intorno con aria sonnolenta. Il soldato, a lunghi passi, traversò la prateria e giunse al paese. La siepe di biancospino lo arrestò: un enorme pero carico di frutta acerbe lo accolse tremolando sotto il proprio fogliame.
—Caterina!—susurrò il soldato.—Fai presto. Non c'è tempo da perdere. Sta per venir giù l'acqua a secchie. Se mi bagno, addio festa. E che figura farei?
Infatti da ogni parte l'orizzonte erasi coperto di nuvole color piombo, gravi di pioggia, e soltanto al di sopra della vallata cadeva una luce bianca bianca, forte, che bruciava gli occhi.
Caterina sbucò lentamente fuor della siepe e rivolse uno sguardo timido verso la casa piccola e tacita, al primo piano della quale i tre vetri della finestrina brillavano riflettendo le tinte dell'iride.
—Se papà ci trova siam fritti!—proruppe ella.—Ah! Paolo, anche, stamani ha parlato di te. Ti ha visto ronzare domenica scorsa vicino al cortile e dice che vuol fartela pagare. Bisognerà che cerchiamo un altro mezzo: questo è troppo pericoloso. Abbi pazienza, Paolo. Fammi il piacere. Lasciami pensarci: ho una bella idea, vedrai. Adesso è impossibile; va via, ti dico… tremo dalla paura!
Maometto scosse il capo con un sorriso mesto ma calmo. Egli era sicuro del fatto suo. Parlerebbe e farebbe in modo da togliere le difficoltà. Ma non avrebbe mai rinunciato, no, a volerle bene. Piuttosto morire. Benvenuto era un imbecille. Non sapeva le sue convenienze; rifiutava un partito di quelli che ce ne son pochi. E, non faceva per dire, ma la sua famiglia era in buone condizioni. Dote? che gli importava della dote? i denari non valgono proprio niente, per Dio! Meglio una pitocca, a cui si vuol bene, che una principessa brutta e vecchia la quale abbia una cassa di marenghi. Stesse tranquilla. Ci pensasse, era giusto, ma non dubitasse nè anche un momento che il suo Paolo…
Qui un fragoroso colpo di tuono gli troncò le parole. Poscia larghe goccie di pioggia cominciarono a precipitarsi intorno, spesse e dure, facendo curvar le foglioline sotto la loro percossa e crepitando come carta stropicciata.
—Ahi!—disse Maometto guardandosi la giubba seminata di macchie umide.—Bisogna cavarcela. Basta, Caterina. Quando ti rivedrò? Domenica scendi a Bondione? chi sa mai che potremo discorrere. Addio.
E fece per allontanarsi. In quella un rumor di imposte sbattute si udì alla piccola finestrina; i vetri ne furono aperti e, mentre il tuono rimbombava più forte che mai, fuori del davanzale Benvenuto gridava minaccie inintelligibili trinciando le mani per aria.
Caterina sparve sùbito e Maometto, con l'elmo su gli occhi, si rannicchiò rapidamente e scappò via lungo la siepe che lo nascondeva.
* * *
Don Rocco esultava. Nel pomeriggio il più bel sole italiano aveva messo in fuga le nuvole e l'orizzonte azzurro sorrideva senza una ruga. La campanella suonò a distesa annunziando i vespri: sul piccolo sagrato si raccolsero centinaia di uomini venuti anche di lontano, cioè da Passevra e Fiumenero: le donne, coi grossi scialli in capo, avevano invaso la chiesetta da cui usciva un'acre fragranza d'incensi. Tutti erano felici; quella pioggia aveva rinfrescato la temperatura e allargato le anime. Ma al terzo segno ecco un gridìo confuso e immenso di fanciulli i quali, correndo, portavano la notizia che venivano.
Chi, venivano?
Anzitutto Michel Magro, compassato, con un pennacchio nel cappello di feltro, una fascia gialla traverso il petto e un tamburo alto mezzo metro che gli dondolava su le ginocchia. Egli picchiava sistematicamente quella povera antica pelle d'asino la quale, tarlata in molti luoghi e unta d'olio, dava un suono fievole e monotono appena sensibile dieci passi distante. In ispecie perchè i fanciulli non cessavano di vociare e saltare, percotendo le suole di legno contro il selciato, ed anche le donne si unirono a quel fracasso con le insensate risa, poi vi si unirono persin gli uomini, indotti dallo spettacolo insolito.
Perocchè, dietro a Michel Magro, comparve tosto una squadra di ventitre guardie nazionali col berretto a larga visiera, il camiciotto greggio e i cinturini bianchi. Esse portavano su la spalla sinistra il fucile ad avancarica sormontato dallo stopaccio rosso che serrava la canna: e le canne, di fresco ripulite col pomice dalla ruggine, raggiavano, al sole pomeridiano con una civetteria graziosa di roba vecchia e disusata la quale dopo molti anni, venti anni, ritorna ancora una volta alla luce. Il municipio che da un pezzo custodiva quegli arnesi fuor di moda in una cantina, entro casse di larice, aveva permesso che per l'occasione si tirassero in ballo, tanto da contentar via i buoni montanari smaniosi di fare una innocente smargiassata.
Nè basta. Alla destra del plotone, che procedeva con ordine ed al passo, vedevasi Maometto, creato per quel giorno direttore della festa in luogo del tenente; egli portava in testa l'elmo arcuato, sul pelo nero del quale sfavillava in acciaio la croce sabauda: la giubba militare, diventata un po' stretta, delineava il robusto profilo del suo torace e il fodero picchiava ad ogni movimento contro i calzoni di fustagno, con una cadenza misurata e precisa. Quanto alla spada egli la sollevava ignuda appoggiata alla clavicola, come sogliono gli officiali alle rassegne. Nulla di più seducente: era una cosa da scoppiar dalle risa.
In conclusione tutti quegli uomini si schierarono in fila dinanzi alla chiesetta: aspettarono pazientemente che i vespri finissero e, quando la campanella diede il primo tocco della benedizione, Maometto alzò la spada, la scosse da destra a manca, si ritirò di qualche metro ed una salva di fucileria, pim, pum, pam, partì impetuosamente, sì che le orecchie ne rimasero intronate per un pezzo.
Frattanto Don Rocco ebro di gioia impartiva dall'altare la benedizione e Benvenuto, che la sapeva lunga, preso da canto un fanciulletto dagli occhi vivaci, mormoravagli alcune parole misteriose poi mandavalo giù dalla Roncaglia a perdifiato.
* * *
Magnifica fu la serata. Il sole tramontava dietro le montagne che sorgono di fianco a Lizzola e ancora la via, la piazza, i cortiletti erano pieni di gente che schiamazzava con grande contentezza. Le guardie nazionali sbandate di qua e di là discorrevano molto animatamente, gonfie di buon vino e di vanagloria, perocchè da un pezzo non facevano più quella figura. Quanto a Michel Magro, egli stava mostrando il cuoio, le corde, gli orli del tamburo ai giovani e volentieri si prestava a suonar sù qualche marcia. Ma di lui ridevano: e specialmente le donne se ne prendevano spasso vedendo la serietà che metteva nel suo offizio.
Maometto era il più ricercato. Mezzo in cimberli egli girava per il paese insieme con due amici, strascinando per terra il fodero dello squadrone, lanciando occhiate e facezie da tutte le parti con l'elmo su la nuca e la faccia sudata. Come se la godeva! era stata una bella trovata, per bacco, quella del signor cappellano! Si aveva avuto almeno l'occasione di scherzare un poco e di passare un'ora deliziosa. Ma che miseria d'Egitto! ma che guerra! ma che fame! ma che!… non c'era niente al mondo che pagasse una simile baldoria. Maometto fu quasi portato all'osteria. Là si giuocava a briscola; alcuni lo vollero compagno in una partita; si versò ancora da bere: egli accettò, giocò, cantò. Ma un gioco se è bello deve durar poco e anche questa volta la troppa allegria degenerò in un alterco.
Poichè, all'ombra presso la cappa del camino ove bollivano alcuni intingoli straordinari, Benvenuto beveva il suo boccale da uomo tranquillo e regolato. Mentre la cucina pareva tremare agli scoppî d'ilarità ed al frastuono di tutti quei monelli, il vecchio si alzò con malumore e venne ad osservar la partita.
Maometto perdeva. Ogni volta che i suoi avversari facevano qualche punto egli bestemmiava per abitudine.
—Sei una canaglia, tu—gridò ad uno di essi.—Tu mi rubi il boccale! non si fa così a giocare, ohe! stai attento che ti prendo il tre di picche.
Tutti ridevano. La sua gioia comunicavasi agli altri.
—Maometto è filosofo—diceva uno.
—Sa che si è giovani una volta sola—aggiungeva un secondo.
—Chi perde al giuoco….—susurrava un terzo. E gli amici a finir la frase in coro.
Benvenuto dal suo posto li guardò in faccia, freddo freddo, avendo inteso l'allusione.
—Ebbene, sì—proseguiva Maometto come se si trattasse d'una cosa naturale.—Faccio per un discorrere, che a dispetto di chiunque io condurrò a termine quello che devo. Ciò che mi piace mi piace e son padrone io. Ma che padri, ma che madri, ma che il diavolo se li porti!… ecco un bel mazzo: allegro, compare!… Che il diavolo se li porti via! o i capricci dei vecchi saranno un vangelo per noi e, se uno ha la testa dura, dovrò ungergliela col burro? Sono uscito di tutela da un pezzo. E nè i mustacchi lunghi, nè la barba bianca mi faranno tornare indietro. Ho ragione o no?
Benvenuto gli mise una mano su la schiena.
—A proposito—disse:—vogliam discorrere di qualche cosa. E non farmi il gradasso, vedi, perchè con un calcio io ti mando a Bondione e t'insegno a trattar con la gente…
Maometto si rizzò.
—Questo poi… ci spiegheremo un poco, vecchio barbogio.
—Spieghiamoci pure—aggiunse l'altro.—Io ti ripeto che non ho paura di nessuno.
—Che significa ciò?—mormorò Maometto. E i suoi occhi mandavano fiamme.
Michel Magro, seduto sul tamburo, da parte, bisbigliava:
—Ohe, ohe! che la vada a finir mica bene?
Ma in quella si aperse improvvisamente l'uscio di strada e una delle guardie si lanciò dentro gridando con voce soffocata:
—Maometto, Maometto, scappa! I carabinieri!… hanno saputo… son qui… ti metteranno in prigione! sai, la spada, l'elmo… non si poteva… scappa, ti dico!
Maometto, sbalordito, atterrito, non volle udire altro: diede quattro urtoni a destra e sinistra, corse alla porta del cortile e via, come il vento, come un'anima dannata, in mezzo ai portici, agli orti, alle siepi, alle piante.
* * *
—Anche questa! o che diavolo; anche questa mi doveva capitare!—brontolava. E giù, febbrilmente, sdrucciolando su l'erba umida, incespicando nei sassi, brancolando tra le siepi ed i muri. Sudava dal capo ai piedi e lo squadrone andandogli nelle gambe minacciava di farlo cadere a precipizio. Passò davanti la casa di suo cognato; era chiusa e non potè entrare. Chiamò leggiermente:—Giuseppe!
Ma Giuseppe dormiva il terzo sonno e non avrebbe udito nè anche un colpo di cannone. Come fare adunque? avanti ancora; qualcheduno lo aiuterebbe, per bacco.
E già, sgusciato alla svelta sotto i pini, era arrivato presso il vicolo che metteva alla propria casa, quando gli parve di scorgere due ombre nere, in piedi, a venti passi da sè.
—Son caduto in bocca al lupo?—pensò trattenendo il fiato, ansante, tremante dalla paura. E difatti le due ombre, d'accordo, si mossero all'improvviso contro di lui. Non istette certo ad attenderle, ma spiccò un altro salto e via nuovamente di galoppo, come se avesse il diavolo alle calcagna.
Ed aveva girato a destra la parte posteriore della chiesa picchiando una spallata contro lo spigolo del campanile, quando fu colpito da una luminosa idea e senz'altro scavalcò la siepe. Stavagli in faccia la casetta di Benvenuto, sbarrando quella finestruola a tre vetri da cui veniva fuori uno sbadiglio di luce rossa. Nel medesimo tempo egli si sentì stringere al braccio da qualcuno che lo attirava adagio adagio nel corridoio ed una voce femminile, carezzevole e turbata, gli mormorò all'orecchio:
—Ah! sapeva bene, Paolo, sapeva bene!
La cucina era buia e silenziosa; le porte chiuse e sicure; nell'aria fiutavasi quell'odore allegro di cenere spenta che sale dal focolare i giorni di festa.
—L'ho scappata per miracolo, sai, Caterina?—disse Maometto tranquillandosi a poco a poco e respirando.
Poi sedettero entrambi sopra il secondo gradino della scala di legno e chiacchierarono lungamente a bassa voce.
* * *
Assai tardi, verso mezzanotte, Benvenuto rincasò. Era alticcio e di buon umore. Fece scricchiolar sotto i passi incerti e pesanti il legno della scala, entrò in camera, accese il lume e si svestì per coricarsi. Sperava che Caterina non lo sentirebbe.
Ma ella, benchè mezza addormentata, lo sentì egualmente. Aperse un occhio, sollevò la testa sul guanciale e domandò come in sogno:
—E i carabinieri?
Benvenuto ammorzò il lume in quel momento. Non rispose, ma pensò tutto inquieto mentre la testa gli girava:
—O che ci sarebbero anche i carabinieri, adesso?
L'orologio di papà Gedeone.
Dovete sapere che l'orologio di papà Gedeone era un orologio svizzero dell'età di cento venti anni circa, acquistato da lui a Dresda e inchiodato su la muraglia della sua bottega da quasi mezzo secolo.
Meraviglioso per un orologio! esso in tanti anni mai non aveva sofferto il minimo guasto, non aveva mai sbagliato di un attimo e non s'era mai dimenticato di suonar ciascun'ora puntualmente. Il suo quadrante bianco con un poco d'acqua fresca perdeva sùbito le macchie che le mosche vi avessero deposto; ed i suoi uscioli chiudevano così bene il meccanismo da non lasciarvi penetrare nè meno un atomo di polvere. Le sfere giravano tranquillamente da vecchie amiche di casa, pulite dalla spazzola di papà Gedeone ed unte dalla penna d'oca di Martuccia: il pendolo ondulava col suo sdegnoso tic tac, che papà Gedeone a furia d'abitudine sentiva nelle orecchie anche di notte mentre dormiva, e la rubiconda faccia di Guglielmo Tell dipinta sul dinanzi della cassa continuava a muovere, da destra a sinistra e da sinistra a destra, i suoi occhi neri che spaventavano i fanciulli del paese.
In paese, da Lorenzo il ferraio a compar Matteo il sindaco, tutti conoscevano l'orologio di papà Gedeone; ogni giorno anzi ne tessevano il panegirico almeno quattro o cinque volte e, quando non avevano da fare, or uno or l'altro si mettevano davanti ad esso con la faccia per aria, a bocca aperta ed in rispettoso mutismo, a fine di non disturbarne il lavoro.
La gente di campagna è molto appassionata per gli orologi di qualunque genere; quel movimento nascosto e continuo che segna il tempo con una esattezza a tutta prova è sempre oggetto degno di attenzione e riverenza; ci deve essere alcunchè di sovrannaturale che, invisibile, regola ed anima poche rotelle di stagno senza intervento d'opera umana: e sarebbe ingratitudine non riconoscere l'ingegno superiore di colui che ha saputo mettere insieme una macchina così bella ed intelligente.
Lorenzo ferraio era, dopo Gedeone, il più entusiasta per l'orologio magnifico; egli, che aveva l'incarico di custodir quello del campanile, veniva ogni mattina ed ogni sera a consultarlo su l'ora precisa e ben si può asserire che tutte le operazioni, i contratti, le partenze e financo le messe del paese, erano stabilite e quasi dominate dagli occhi di Guglielmo Tell.
Guglielmo Tell insuperbiva della propria onnipotenza; guardava ironicamente quei bietoloni che lo ossequiavano e salutavano in mille maniere, sorrideva sotto la barba rossastra ed il suo maggior divertimento era mostrare che per lui non finivano mai gli anni, i peli non incanutivano mai, non si chiudevano mai le pupille. Egli pareva dire: ecco, io son padrone di tutti quanti. Cenate quando voglio io: andate a letto quando voglio io: vi alzate quando voglio io. So far di meglio che abbattere le poma in capo ai fanciulletti. Prescrivo fior di leggi alle persone autorevoli del paese. Il cappellano fa suonar l'avemaria quando glielo dico io; il sindaco celebra i matrimoni quando glielo consento: il maestro apre la scuola quando lo avverto. Nulla si può fare senza consultarmi. Anche il sensale qui presso vende e compera le sue vacche dopo avermi chiesto consiglio. Poveri diavoli! il cappellano morirà, il sindaco sarà destituito, il maestro diventerà cieco e compare Folco perderà i suoi marsupî. Boba da riderne. Io sono eterno, sfido la sorte, seguiterò a spadroneggiare ad un altro sindaco, ad un altro cappellano, ad un'altra generazione di uomini e di donne.
Al mondo nessuno potrebbe vantarsi d'altrettanto. Ed una persona che non dorme, che non mangia, che non si ammala, che non invecchia e che insomma è immortale ha ben diritto a qualche deferenza per parte de' suoi simili.
* * *
Fu Tata il primo che, una sera, si permise una ingiuria inperdonabile contro l'orologio di suo zio. Papà Gedeone al deschetto batteva il cuoio per un par di suole, diritto sopra lo sgabello imbottito, con gli occhiali sul naso ed i grossi baffi grigi da vecchio militare pioventi verso le labbra. Narrava per la centesima volta la storia della propria giovanezza, collegata naturalmente con la storia dell'orologio. Parlando, la sua voce di mano in mano intenerivasi ognora più e gli occhi brillavano come braci.
Lorenzo ferraio, Toniello, Tata e Martuccia ascoltavano in silenzio alla lucerna: Martuccia soffiava il naso ad ogni tratto, Lorenzo ferraio e Toniello giocherellavano coi piccoli strumenti da lavoro e Tata, molto burbero, picchiava gli scarponi per terra.
Oh! quell'orologio ne aveva pur visto di belle! Da solo aveva girato il mondo più che tutti i presenti insieme. Nella genealogia de' suoi possessori papà Gedeone sapeva essere stato un russo, un danese, un maresciallo di Francia ed un sàssone. Il russo avevalo comperato per quattro rubli dal fabbricatore di Ginevra; poscia, portatolo a Nininovogorod, era stato costretto cederlo al danese. Costui, che si trovava allora nell'esercito di Napoleone, voleva mandarlo in regalo alla propria amante: ma la famosa ritirata gli tolse l'esistenza ed il pendolo passò nelle mani d'un suo compagno, attendente presso il maresciallo. Quel maresciallo, perdutosi con le proprie divisioni in mezzo alla neve, senza un villaggio ove riposarsi, nè un'osteria per rifocillarsi, nè un'almanacco su cui misurare il tempo, appendeva ogni notte l'orologio entro la tenda e fu in questo modo che si potè conoscere la durata del viaggio oltre il numero dei militari morti di freddo o di fame. Tutte le volte che Guglielmo Tell moveva gli occhi era una vittima nuova caduta nel terribile deserto.
Lorenzo ferraio rabbrividiva.
—Oh! non è qui tutto—ripigliò allora papà Gedeone cessando di battere il cuoio.—Una mattina il maresciallo abbandonato da' suoi dragoni fu raggiunto da un'orda intera di cosacchi i quali me lo tagliarono a pezzi. L'orologio, ch'era legato ad un gancio della tenda, nella mischia precipitò sul terreno; i miserabili non lo videro e, quando un altro corpo dell'esercito passò per quelle contrade, trovando il pendolo e guardando che ore segnavano le sfere, si potè indovinar senza fatica il momento preciso dell'assassinio. Poichè il meccanismo, nel percuotere contro il suolo, si era fermato. Così la vedova del maresciallo ogni giorno, finchè visse, e visse a lungo, in quello stesso momento andò a pregare per l'anima dell'infelice.
Gli altri fingevano strabiliare.
—Guardate un po' se par naturale una simile cosa? chi lo imaginerebbe? un orologio così bravo ed istruito? che fa l'officio d'un indicatore? che serve alla pietà d'una vedova, alla religione d'una donna onorata?
Toniello non riusciva a capacitarsene.
—E quando penso—proseguì papà Gedeone—quando penso che mio padre vedendomi arrivare, dopo quasi undici anni di lontananza, con l'orologio sotto le ascelle, mi gridò sùbito: cosa diavolo porti? Bel complimento, corpo di una saetta. Era questa la maniera di riceverci? Ma è inutile; i vecchi non vogliono saperne di novità, nè di cose buone e preziose.
Tata a questo punto non si contenne più. La storia della vedova non gli piaceva.
—Oh! andate là, zio. Una grande trappola che è il vostro orologio!
Papà Gedeone lo guardò furibondo. Gli diede proprio dell'ignorante, disse che i giovani della giornata non se ne intendono di nulla eppure sono presuntuosi all'eccesso, minacciò di mandarlo via e lo chiamò: razza di cane.
Tata divenne pallidissimo.
—Razza di cane a me! a me! perchè avete viaggiato un po' con lo zaino in ispalla! perchè siete stato fantaccino undici anni! ah! giuraddio!
Insomma la voleva finir male. E, se Martuccia spaventatissima non avesse guardato suo cugino con occhi supplichevoli riuscendo a calmarlo, qualcosa di brutto succedeva davvero.
* * *
Ma l'orologio di papà Gedeone, se non ve l'ho detto, era anche munito d'una sveglia; bastava collocar la sfera più corta sopra l'ora che si voleva; tiravasi il peso di piombo fin sotto la cassa e, quando scoccava l'ora segnata, questo, perso l'equilibrio, scendeva in giù quanto era lunga la funicella facendo suonar la batteria. Il piccolo martelletto allora con un tremito convulso ed uniforme percuoteva energicamente il campanello di bronzo, fatto a foggia di fungo e collocato dietro la testa di Guglielmo Tell: era una musica fortissima, che stordiva e lasciava per un pezzo il tintinnìo entro le orecchie. Bisognava scoppiar dalle risa, tanto quella cosa era buffa.
Martuccia stessa aveva l'incarico, ogni sera prima di coricarsi, di mettere la sferetta su le sei ore; all'alba papà Gedeone veniva destato infallibilmente dalla sonora scampanellata e, quand'era in vena, saltando con fretta dalle coltri mentre continuava il fracasso, esclamava:
—Oh! Guglielmo Tell! taci dunque! blaterone! le femminette non hanno certo la parlantina che hai tu. Se ti sente Don Rocco, chi sa che predica, quando vai a confessarti!
E, dacchè la sveglia era stata aggiunta all'orologio, la soneria non aveva mai anticipato nè posticipato di un secondo il proprio avviso mattutino; onde nè il vecchio nè sua figlia si erano mai alzàti un secondo prima o dopo le sei ore, sia d'inverno che d'estate.
Ma adesso vi dirò in che modo quella briccona di Martuccia, con la sua grazia di fanciulletta ed il suo fare di monachella, si vendicò delle brutte parole che papà Gedeone aveva detto a Tata, il cugino allegro ed interessante.
* * *
Un dopopranzo di novembre papà Gedeone era uscito un momento a pigliare il suo tabacco lasciando sola in bottega Martuccia: faceva scuro molto, cadeva una fittissima nebbia e, siccome egli non aveva preso il mantello, ritornò sùbito a casa strascicando le ciabatte.
Aperto l'uscio improvvisamente fece scappar sua figlia che era in piedi sopra una seggiola dinanzi al pendolo. Egli non se ne accorse nè pure, accese la lucernetta e, fumando tranquillamente, si accomodò al desco mentre Martuccia preparavasi a pulir le stoviglie.
Ben tosto arrivarono Tata e Nanno vaccaro, fratello di Lorenzo ferraio, il quale portava un par di scarponi da mettere all'ordine. Venne anche Toniello e la conversazione tra i quattro uomini si fece più viva che mai.
Papà Gedeone rammentò loro i propri viaggi, le manovre che aveva fatto in Germania e la rivista che aveva subìto davanti all'imperatore d'Austria col re di Sassonia. Erano in ottantamila sotto le armi, quella volta, e per la vecchia città di Dresda non si udivano che rulli di tamburi e squilli di tromba.
—Oh! i bei tempi! e che buona birra!—mormorava papà Gedeone.—Per mezza zvanzica se ne aveva due boccali ed inoltre ogni mattina i furieri distribuivano un'oncia di tabacco a ciascun uomo. Nel giorno della rassegna mi diedero due zvanziche. Affrattellàti insieme, ungaresi, boemi, danesi, tirolesi, croati, veneti e lombardi, percorrevamo le vie cantando come pazzi: e ci lasciavano cantare. Fu un giorno fortunato. Vidi allora per la prima volta il mio pendolo in una bottega d'orologiaio e per ben tre anni lo vagheggiai attraverso la vetrina senza poterlo acquistare. Finalmente ottenni il mio congedo: aveva quattro fiorini disponibili; entrai dall'orologiaio: quanto volete?—Zwei gulden.—Hier sind sie. Geben Sie mir die Uhr.—E partii trionfalmente col mio tesoro sotto il braccio, dopo averne udita la storia per filo e per segno dal venditore. Egli me lo aveva garantito fin da quel giorno, il buon tedescaccio, e non mi ingannò, sangue di mia nonna. Gli italiani invece sono impostori e ladri. Bisogna averli conosciuti quei croati per poterli giudicare come si deve. Erano duri; ma non mentivano mai, ma non rubavano mai i denari a nessuno e non credo che in tutta la terra, non faccio per vantarmi, ci sia un orologio compagno del mio.
Papà Gedeone voleva proseguire il suo elogio dell'onestà croata, quando le parole gli furono interrotte in bocca da un subitaneo oscillamento negli ingranaggi del pendolo; tutti alzarono gli occhi e nel silenzio della bottega vibrò, lungo, straziante, interminabile, il segnale della sveglia. Il cilindro di piombo s'abbassava a poco a poco tremando nell'aria come in preda ad un brutto male ed il martelletto picchiava barbaramente il bronzo a foggia di fungo. Le orecchie ne erano intronate e il sangue si gelò sul cuore di papà Gedeone.
Finalmente il peso, avendo percorso tutto lo spazio concesso dalla funicella, s'arrestò presso la parete palpitando ancora per la paura presa; negli ingranaggi accadde come uno scombussolamento generale e il martelletto si fermò interrogando il vuoto: anche il pendolo cessò di ondulare e gli occhi di Guglielmo Tell rimasero immobili di colpo, sbarràti, curiosi, senza saperne il perchè.
Nanno vaccaro corse a chiamar suo fratello ferraio e Toniello accompagnò Gedeone presso l'orologio tenendogli alta la lucerna: non c'era che dire, bisognava che ci fosse qualche guasto, l'orologio era forse rovinato.
Ed intanto, nell'ombra che facevano i due uomini, Tata e Martuccia frementi e raggianti di gioia si baciarono due o tre volte su la bocca.
Poi Tata venne anch'egli presso suo zio e con aria compassionevole disse:
—Vedete, zio, se non è una trappola?
Martuccia sorrideva. Quanto a papà Gedeone era proprio sconsolato.
Don Bonomo è senza cena.
Dopo sei mesi che Bonomo dei Pollinetti era partito pe 'l seminario, già reduce da Bergamo aveva assunto la propria carica di cappellano ad Anona. Il vescovo, sapendo che in giovanezza Bonomo era stato ad un pelo di farsi prete, appena gli dissero ch'egli aveva perso la moglie lo fece chiamare e s'adoperò tanto che lo persuase a dedicarsi al sacro ministero della religione. Si mancava di preti, in quelle montagne, e il papa permetteva un mezzo straordinario per ottenerne, reclutando alla meglio chiunque avesse o avesse avuto una preparazione elementarissima. Bonomo veramente aspettò un poco prima di risolversi al grande passo: non vi si era così facilmente risolto a diciott'anni, dunque con maggior ragione doveva andar cauto a quarantaquattro. Ma ciò che lo decise proprio all'ultima ora fu l'accorgersi che insomma Petronilla non si voleva maritare e non aveva nessuna simpatia per lui: il povero uomo la scongiurò cento volte, alla sua maniera, cercando persino sedurla con regali e proferte di quattrini; e, visto finalmente ch'ella era inflessibile, una bella notte formò il suo piano di guerra.
All'alba, quando scese in cucina, Petronilla, con un grande fazzoletto rosso annodato su la nuca, faceva bollire un po' d'acqua nella pentola.
—Petronilla—disse Bonomo:—oggi tu sei libera.
Petronilla non mosse palpebra; solo crollò impercettibilmente le spalle.
—Io vado in seminario—soggiunse il padrone.
—Vi fate prete?—mormorò ella alzando gli occhi celesti.
—Prete, sì.
Ella non credeva.
—Oh! vedrai!—proruppe Bonomo con la gola arsa dall'affanno. E stette ad aspettare.
Petronilla tolse la pentola dalla catena, versò l'acqua in una catinella di rame e poi, mettendosi le mani sul fianco, esclamò:
—Spero bene che mi darete quello che mi spetta?—E a mezzogiorno uscì di casa con un grosso involto dopo aver salutato la mucca bianca e baciato le belle capre allevate da lei. Bonomo era triste e si chiuse in camera a piangere davanti agli abiti della sua defunta Pepa.
* * *
Il presbiterio quando vi entrò don Bonomo dei Pollinetti era in isfacelo. Sgretolavansi le muraglie, sfasciavansi gli stipiti ed i soffitti cadevano in rovina. Il predecessore l'aveva lasciato in quel modo fuggendo per la disperazione;—ma esso presentava per don Bonomo, a malgrado di tutto, le comodità d'una curia. Egli se ne impossessò beatamente con la compunzione indispensabile per la circostanza; fece trasportare i suoi rustici mobili e li collocò lungo le pareti: non osò cambiar di posto nè meno ad un travicello e lasciò che presso le finestre i ragni tessessero le proprie tele. Solamente, perchè le pareti erano troppo sudicie, si piegò dopo lunghi battibecchi col sagrestano a dar loro una tinta verde, seminata di fiorellini azzurri. Nei cantucci umidi si respirava lo stesso odore di antichità e di muffa; ed ogni mattina Moschetto, scopando le camere, trovava su la tavola uno strato di pulviscolo rosso.
Ma don Bonomo era felice. Serrò in un armadio gli abiti della povera Pepa, li cosparse di tabacco perchè gli insetti non li guastassero, comperò una piccola Madonna di gesso e, col cuore sanguinante, aiutò in persona Moschetto a portare nella sua stanzuccia uno dei letti che facevano parte del letto matrimoniale. Ahi! gli ultimi ricordi di quel tempo andato e di quelle gioie terminate erano così per sempre sepolti.
Don Bonomo si rassegnò. Una volta per settimana continuò le proprie visite al camposanto su la fossa di Pepa, disse alla povera donna una quantità di messe funebri e, fatta fabbricare da Zancastro una croce di legno, vi pose egli medesimo questa epigrafe:
Intanto alla mattina si alzava alla solita ora per leggere il breviario: andava a trovare le capre verso mezzodì, a merenda faceva una passeggiata e all'avemaria mangiava la cena preparata da Moschetto. Le campane suonavano a distesa entrambe sopra il suo capo: ed egli, seduto a tavola, beveva malinconicamente il freddo vinello di Salò mormorando a voce bassa:
—Oh! Pepa! chi l'avrebbe detto? Eccomi cappellano. Se tu potessi ritornare!
* * *
Fu dopo un anno di questa solitudine che, improvvisamente, Don Bonomo ebbe un incontro poco gradevole. Un pomeriggio, uscendo per la passeggiata, s'imbattè a faccia a faccia con Petronilla.
Sempre bianca e paffuta ella sedeva a piedi scalzi sul margine d'un sentiero, lasciando che le pecore brucassero l'erba tra le pietra del monte.
—Vi saluto, Bonomo—ella disse con un sorriso confidenziale e leggiermente ironico.
Don Bonomo, e ne fu tutto addolorato, sentì tremarsi le ginocchia.
—E che!—soggiunse.—Tu sei ancora ad Anona? Già ti credeva partita.Che fai qui? A quanto sembra stai bene. Come è che non ti vedo mai?
Petronilla con falsa timidezza abbassò gli occhi.
—Oh! caro il mio Bonomo, non mi posso rallegrare della sorte. Ho trovato un posto da papà Merlo e prendo tre franchi al mese, ma nè pure una mancia.
Il discorso languiva. Entrambi erano imbarazzàti. Finalmente DonBonomo, fissandola in faccia con aria di schietto rimprovero, mormorò:
—E in chiesa non vieni mai? Tu trascuri la tua anima, Petronilla.
Petronilla picchiando per terra il bastone rispose:
—Giust'appunto: questa sera aveva fissato di venire da voi, in casa vostra.
Don Bonomo, senz'aggiungere verbo, si allontanò con la testa sconvolta e il sangue in fiamme.
—Che volete da cena, Don Bonomo?—domandò Moschetto quando lo vide comparire.
Ma Don Bonomo, taciturno, infilò un uscio dopo l'altro e andò a rincantucciarsi nel salotto nuovo.
Che sarebbe venuta a fare Petronilla? in sua casa? di sera? dopo tanti mesi che non si parlavano più? ma perchè mai gli aveva detto ch'era poco lieta della propria condizione, lasciandogli intendere che desiderava cambiarla?
Il povero prete, inquietissimo, fece venti volte il giro della camera a grandi passi. Con le palme dietro il dorso e la testa curva sul petto, egli tradiva, nel guardo, nel portamento, nel gesto, una insolita apprensione. O che Petronilla calcolasse di ritornare al presbiterio? e se ciò accadesse? la miseria, il bisogno l'avevano dunque piegata? ora che non si potrebbe più concludere nulla? Sedette; lesse e rilesse il brevario; tentò distrarsi; uscì nel piccolo orto e lo mise in iscompiglio: poi siccome la sera s'avvicinava passò in chiesa, l'attraversò lentamente, si diresse al coro e vi s'inginocchiò al suolo in atto desolatissimo. Una luce pallida di vespro nuvoloso pioveva dai vetri del finestrone; nella penombra gli stalli ergevano le braccia nere, tarlate e unte d'olio; in fondo, presso il campanile, una donna scopava il pavimento. Don Bonomo aperse un libro di preghiere e pensò.
Quella sciagurata non rifletteva mica ai pericoli in cui lo porrebbe? ed alle ciarle del paese non si doveva proprio avere un riguardo? ed egli conserverebbe sempre, con l'aiuto del Signore, la forza d'animo necessaria a vincere ogni tentazione? In seminario, più che su tutto il resto, avevano insistito sul bisogno di premunirsi contro le seduzioni della terra; ma per quale fanciullesca leggierezza colei verrebbe a disturbarlo, a metterlo su l'orlo dell'abisso, insomma a renderlo infelice? Vedersela davanti ogni giorno! così bella, così giovane, così cara! dopo averla amata! dopo averle proposto un matrimonio!
—Pepa—gemeva Don Bonomo con la fronte tra le palme:—Pepa, se è vero che la mia pace sta per essere distrutta, intercede pro me, libera me a malo!
* * *
Cadde la sera nè Don Bonomo si moveva dalla sua posizione. Ad un tratto comparve il sagrestano e a voce forte, quasi impaziente, lo avverti ch'egli era atteso nel plebisterio. Il prete si alzò scosso a quelle parole che rimbombavano come squilli nel coro e si ritirò a testa bassa, con un acre odore d'incenso nella veste. Dalla cucina invece arrivava un buon profumo di tordi allo spiedo; e Don Bonomo si consolò riflettendo che Moschetto era diventato un bravo figliuolo.
In sala Petronilla aspettava sul canapè comperato a Clusone pochi giorni prima. Ella portava il suo vecchio abito di lana azzurra, non aveva scarpe e teneva intorno alla schiena, cadente con civetteria, uno scialle frusto ereditato dalla povera Pepa. I suoi occhioni celesti luccicavano da quel cantuccio e le sue mani si nascondevano sotto il grembiale.
—Addio Petronilla—disse Don Bonomo quando la scorse;—la giovanetta senza nè meno alzarsi ripetè:
—Addio, Bonomo.
Ella non poteva perdere le antiche abitudini e, nella sua ignoranza, le riusciva impossibile chiamare il cappellano in altra maniera.
Ma Don Bonomo, tremando un poco dall'emozione, ruppe il ghiaccio per il primo.
—E dunque?
Mille domande si racchiudevano in quest'unica domanda. Il povero diavolo sentivasi venir freddo e dovette appoggiarsi alla tavola per non cadere indietro. Il momento era solenne. Un'imprudenza sarebbe pur bastata a rovinarlo: e nel suo cuore di vedovo, nel suo mondano cuore non sufficientemente preparato al sacrifizio, tumultuavano le memorie degli anni trascorsi, della famiglia antica, degli antichi affetti. Levò di tasca la grande pezzuola a scacchi e si asciugò la fronte calva. Ma, siccome la fanciulla guardandolo sfacciatamente sembrava lieta di prolungar la sua penosa agonia, egli si avvicinò al divano, sedette adagio adagio, le prese con calore la mano e ripetè le tre parole:
—E dunque, Petronilla?
Petronilla svincolò sùbito la propria destra. Era calma e seria.
—Dunque—rispose,—-prendo marito.
Don Bonomo non respirava più.
Nello stesso tempo su la porta presentossi Moschetto recando seco dalla cucina un'altra ondata di odore; egli, pallido come un morto, stava alla soglia con un paiuolo nella destra ed una pentola nella sinistra. La fanciulla, senza muovere labbro, lo segnò a dito. La mimica era espressiva.
Don Bonomo abbassò la fronte, permise che parlassero tutti e due insieme, concesse quello che vollero e si sbarazzò di Petronilla dopo aver combinato con lei che le nozze avrebbero luogo tra un mese al più tardi. Egli stesso diede parola che pe'l giorno del matrimonio consegnerebbe a Moschetto sei franchi ed a lei un abito completo della povera Pepa. Era tutto quanto potesse fare.
Petronilla quindi, piena di gioia, partì sbattendo gli usci e saltellando in modo che le sue vesti alzarono nuvole di polvere; Moschetto rimase con la bocca aperta al medesimo posto e Don Bonomo, affievolito, stanco, di pessimo umore, sarebbe scoppiato in lagrime.