IX.

IX.Tullio che aveva più pratica guidava l'Antonietta pei meandri del giardino.— È bello, sai, il giardino... Quando il padre del nonno comprò Villarosa, una sessantina d'anni fa, intorno alla casa non c'erano che praterie. Venne quì un bravo ingegnere da Milano, piantò alberi, tracciò viali e sentieri, scavò un lago, alzò dei monticelli di terreno, trasformò insomma tutto quanto da cima a fondo... Poi si doveva rifabbricar la casa, ma la spesa era troppo forte e si rimandò l'opera ad altri tempi... Intanto il padre del nonno morì... Perchè ridi?— Rido a sentirti parlare di fatti avvenuti sessant'anni addietro, come se tu fossi stato presente...— Io dico quello che ho inteso dalla zia Angela...— Ma non c'era neppur lei allora...— No certo; ma ha raccolto i discorsi del nonno e dello zio Luigi ch'erano in grado di ricordarsi di tutto.— Sessant'anni! — ripetè l'Antonietta compresa dell'importanza di questa cifra. — Pare impossibile che vi sia della gente la quale abbia più di sessant'anni. Fra noi due...— Fra noi due di poco si passa i quaranta.— Che disgrazia diventar vecchi! — sospirò l'Antonietta. — Perdere i denti, perdere i capelli, metter le grinze... Brr... Mi fanno peccato i poveri vecchi.Poi saltando di palo in frasca soggiunse in tuono misterioso: — Ora sembra che il pericolo sia passato, ma io avevo una gran paura che i nostri cugini volessero venir con noi.— Max e Fritz! — esclamò Tullio con una risata.— Sì. Non li trovi noiosi?— Altro che noiosi!... Intollerabili sono... Già per me son belli e giudicati... Son due cretini.— O Tullio, come corri!... Tal quale come lo zio Cesare ch'è un po' cattivo con quei due nipoti.— Mi piace lo zio... Non ha peli sulla lingua... E che ragione ha! Basta guardarli quei nostri cugini. Con quelle loro faccie scialbe, con quei capelli impomatati, e quegli anelli al dito, e quei solini e quelle cravatte!... Dove metti i profumi che portano addosso e con cui appestano l'aria?... In fine hanno la manìa delle collezioni...— È un modo d'occuparsi.— Sì, il modo degli oziosi e degli stupidi.— Quello ch'è certo è che sono molto affezionati tra loro.— Al punto di non poter distaccarsi mai... nemmeno quando vanno in bicicletta... Non è una seria e schietta affezione di fratelli, codesta; è una smorfia, un'ostentazione, un'infermità...— Via, tu esageri.— Io, cara mia, detesto tutto quello ch'è manierato ed artificioso. A me piacciono le persone naturali, spontanee, come una certa signorina che ho in questo momento al mio fianco.L'Antonietta divenne rossa.— Adulatore!— Chè? Non adulo mai, io... È piuttosto la signorina che, per eccesso di modestia, non vuol riconoscere i propri meriti.Dietro gli alberi si sentirono dei passi e delle voci.— Antonietta! Tullio!— Siamo quì, siamo quì — risposero i ragazzi.— Perchè non venite con noi?Tullio spiegò: — Faccio vedere all'Antonietta il cedro del Libano piantato dal nonno... Se voi andate dalla parte della capanna svizzera c'incontreremo sulla terrazza che guarda il lago.— Signor Tullio, se vuol fare una partita di boccie?— Più tardi.Quello che aveva parlato ultimo era il dottore Vignoni, che, lasciati il commendatore Ercole e la signora Laura, s'era unito all'Angela, alla Letizia, all'Adele, alla Marialì, a Cesare Torralba e a Giulio Frassini.La Marialì, come soleva, se l'era accaparrato per sè, e a fianco di lui procedeva di alcuni passigli altri. Non bello, non elegante e d'un aspetto che mostrava più de' suoi quarantacinqu'anni, il dottore non poteva aver nulla di seducente per una donnina mondana qual'era la Marialì; ma ella non si lasciava scappare nessuna occasione di esercitare il suo fascino sugli uomini d'ogni specie e d'ogni ordine sociale. Si divertiva a vederli a poco a poco turbarsi, e, a un suo sguardo, a un suo sorriso, impallidire o accendersi in volto, si divertiva a sorprendere nei loro occhi, nella loro voce il fremito dell'ammirazione e del desiderio.Ora ella dava appena retta all'Angela che le gridava dietro:— Ti rammenti, Marialì, le nostre corse per questo viale?... Ti rammenti che quì si faceva la ginnastica?... C'erano gli anelli, le parallele, l'altalena, il trapezio...— E perchè non ci son più? — disse distrattamente la Marialì seguitando a camminare e a discorrere col Vignoni.— O chi fa la ginnastica ormai a Villarosa? — ribattè l'Angela. — Se non la faccio io!La Marialì non replicò nulla. Ella pensava aimolti che quand'ella era ragazza le avevano fatto la corte lì in quel giardino negli autunni di Villarosa; compagni d'Università de' suoi fratelli, vice-segretari di Prefettura, tenentini imberbi usciti appena dall'Accademia militare. Già non si varcava il cancello di Villarosa senza innamorarsi di Marialì... Di parecchi l'era sfuggito il nome, d'alcuni non sapeva più nè dove fossero nè che cosa facessero: quasi tutti si confondevano nella schiera infinita de' suoi ammiratori, prima e dopo del matrimonio, di quattro o cinque soltanto l'eran note le successive vicende. Uno era salito in alto; era professore, era celebre; uno era a capo d'una grande industria; un terzo, uno dei tenentini, era morto capitano ad Abba Carima, morto da eroe... dicevano... Due, che avevano addirittura chiesto la sua mano e ch'ell'aveva respinti, per consolarsi, s'erano sposati di lì a poco ed eran rimasti vedovi... Poi c'era stato Frassini... Quello lo aveva voluto lei... Perchè lo aveva voluto? Bisogna ben confessarlo; l'aveva voluto perch'egli s'era permesso di fare il sentimentale con l'Angela... Ah, come presto la Marialì era riuscita a tirarlo a sè!...Come se l'era visto cadere ai piedi proprio nel viale che percorrevano adesso, e prenderle le mani e baciargliele, e supplicarla di perdonargli se dov'era lei egli aveva potuto aver occhi per un'altra!... Che parlantina aveva Frassini in quel giorno!... Lei, lei sola egli amava, e certo l'aveva amata anche quando credeva di amar sua sorella; lei, lei sola poteva esser la compagna della sua vita, l'inspiratrice del suo genio. Le offriva la sua mano, il suo cuore, tutto sè stesso; sarebbero stati felici; ell'avrebbe avuto un'unica rivale, l'arte. E l'arte, grazie al cielo, a lui era lecito trattarla da gran signore, senza piegarsi ai gusti della folla, cercando solo d'incarnare il proprio ideale, perchè egli era agiato, perchè aveva una zia straricca di cui era l'unico erede... Insomma, meno d'un anno dopo, ell'era la signora Frassini... Era stata una cattiva azione verso sua sorella Angela?... Ma no, ma no... L'Angela sarebbe stata infelicissima con Giulio Frassini, non si sarebbedistratta, avrebbe preso sul serio tutte le ubbie di quel nevrostenico, di quel mattoide... Via, ell'aveva reso un servizio all'Angela rubandole l'innamorato... A ognuno ilsuo compito... La Marialì era nata per far girar la testa ai giovani, l'Angela per badare ai vecchi, per vegliar sulla casa. E mentre a lei, alla Marialì, era necessario di avere un marito, e Frassini era meglio di nessuno, l'Angela doveva stimarsi assai più contenta di esser rimasta zitella.Non è a credersi che mentre la Marialì faceva queste savie considerazioni che tranquillavano pienamente la sua coscienza, ella cessasse di alimentare la conversazione col dottore.E con la sua vocina dolce e armoniosa lo interrogava sulla sua vita, sulla sua famiglia, e gli diceva queste cose sbalorditive:— Sa che qualche volta ho sognato un idillio? Esser moglie d'un medico condotto anzichè d'un artista; chiudere il mio orizzonte entro le pareti d'una modesta abitazione di campagna anzichè andar sempre in giro pel mondo; occuparmi dell'orto, delle galline, dei fiori, preparare un buon pranzetto a quel povero diavolo che affatica da mattina a sera, accompagnarlo ogni tanto nelle sue visite agli ammalati...Il medico la guardava incredulo.— Parlo sul serio — ella riprese, mentre con la punta del piedino irreprensibilmente calzato cacciava davanti a sè le pine secche che ingombravano il viale.Dietro di lei la Letizia, sempre pronta alla critica, diceva alla sorella Angela: — Non è mica tenuto bene il giardino... Questi viali dovrebbero spazzarli due o tre volte al giorno.— Occorrerebbe un personale più numeroso — obbiettò l'Angela. — E il babbo non intende aumentare la spesa... Per quello che lo gode lui il giardino... Nessuno lo gode... Anch'io sto delle settimane senza venirci..... Non posso..... non ho tempo... E in ogni caso, di questa stagione, con gli alberi che si spogliano bisogna rassegnarsi a trovar le foglie secche per terra.La Letizia tentennava la testa.— Sarà... Tuttavia si vede troppo che il giardino è lasciato andare... Quì per esempio par d'essere in un bosco.— Che rimedio c'è?... Vorresti abbatter le piante?— No, ma diradarle quà e là... È quello cheabbiamo fatto noi a Posilipo sotto la direzione d'un ingegnere olandese.Giulio Frassini protestò.— A Posilipo non avete di queste piante d'alto fusto vecchie di oltre a mezzo secolo... Già non c'è di peggio dei giardini agguagliati, pettinati, lisciati come se uscissero dalle mani di un parrucchiere. Fidatevi della natura. Essa è sempre pittoresca.A sentirlo parlare con insolita animazione, e sostenere idee che s'accordavano con le sue, l'Angela si tinse d'un fuggitivo rossore. Le parve che si risvegliasse intorno a lei un'eco d'altri tempi, le parve che per un istante Frassini tornasse l'uomo di vent'anni addietro, l'uomo a cui ella non aveva saputo serbar rancore nemmeno dopo esserne stata indegnamente trattata.Invero, già da un pezzo, ella non lo amava più. Quello che chiamano amore s'era spento a grado a grado in lei dopo il primo disinganno ch'ell'aveva accolto senza scatti, senza disperazioni rumorose, ma che appunto per questo aveva agito come un lento corrosivo sulla sua anima. Ciòch'ella provava per Giulio Frassini era una compassione triste; compassione pel suo aspetto precocemente invecchiato, per le sue grinze, pei suoi capelli radi e grigi, per la sua andatura stanca, compassione per la sua misera vita conjugale, pel suo ingegno sciupato, per la vanità della sua opera artistica. Forse anche in giovinezza il suo ingegno non era che un fuoco fatuo; ma chi sa, con un'altra moglie?...— E perchè non vai con Cesare a visitare le foreste vergini dell'America? — domandò ironicamente la Marialì a suo marito, fermandosi di botto, e agitando con la punta dell'ombrellino un mucchio di foglie secche.Cesare sorrise.— Dove abito io non ci son che foreste di case... Più in là, più in là...Giulio Frassini si avvicinò a sua moglie.— Vuoi che andiamo insieme in America?— A trovar Cesare?— A Nuova York?... No, no, di là non si farebbe che passare... Quei miliardari mi sono odiosi.— Fra le pelli rosse allora?— Meglio le pelli rosse deiyankees.—Merci bien, mon cher... Io resterò con Cesare fin che tu andrai in cerca dei selvaggi e delle foreste.— Di quà — disse l'Angela. — Dobbiamo incontrarci con Tullio e l'Antonietta sulla terrazza.E ponendosi in capofila prese una viottola ombrosa che con leggero declivio scendeva verso il lago.— Oh, ecco il famoso ponte — esclamò la Marialì.Era un ponticello di legno che traversava un ruscello minuscolo derivato dal lago. La Marialì si ricordava che su quel ponte,in illo tempore, uno de' suoi primi vagheggini le aveva rubato un bacio.— Ed ecco la piccola darsena... E il nostro canotto dov'è?— È tirato in secco... Non lo vedi?— È sempre quello? È sempre il nostro? IlCalatafimi?— Sì.. Ma nessuno l'adopera.Erano tutti sul ponte. Le assi scricchiolavano.La Letizia diede l'allarme.— Oh, oh non è mica solido il vostro ponte. E si affrettò a mettere il piede in terra ferma.— Per sicuro è sicuro — dichiarò l'Angela. — Ho fatto cambiar qualche asse anche quest'anno.— Rifarlo di pianta bisogna — ribattè la Letizia. — Lo so per pratica quello ch'esige la manutenzione d'un giardino.— Ma non c'è ombra di pericolo — disse il dottore che s'era indugiato a esaminare tanto il piano quanto i due parapetti del ponte in questione.

Tullio che aveva più pratica guidava l'Antonietta pei meandri del giardino.

— È bello, sai, il giardino... Quando il padre del nonno comprò Villarosa, una sessantina d'anni fa, intorno alla casa non c'erano che praterie. Venne quì un bravo ingegnere da Milano, piantò alberi, tracciò viali e sentieri, scavò un lago, alzò dei monticelli di terreno, trasformò insomma tutto quanto da cima a fondo... Poi si doveva rifabbricar la casa, ma la spesa era troppo forte e si rimandò l'opera ad altri tempi... Intanto il padre del nonno morì... Perchè ridi?

— Rido a sentirti parlare di fatti avvenuti sessant'anni addietro, come se tu fossi stato presente...

— Io dico quello che ho inteso dalla zia Angela...

— Ma non c'era neppur lei allora...

— No certo; ma ha raccolto i discorsi del nonno e dello zio Luigi ch'erano in grado di ricordarsi di tutto.

— Sessant'anni! — ripetè l'Antonietta compresa dell'importanza di questa cifra. — Pare impossibile che vi sia della gente la quale abbia più di sessant'anni. Fra noi due...

— Fra noi due di poco si passa i quaranta.

— Che disgrazia diventar vecchi! — sospirò l'Antonietta. — Perdere i denti, perdere i capelli, metter le grinze... Brr... Mi fanno peccato i poveri vecchi.

Poi saltando di palo in frasca soggiunse in tuono misterioso: — Ora sembra che il pericolo sia passato, ma io avevo una gran paura che i nostri cugini volessero venir con noi.

— Max e Fritz! — esclamò Tullio con una risata.

— Sì. Non li trovi noiosi?

— Altro che noiosi!... Intollerabili sono... Già per me son belli e giudicati... Son due cretini.

— O Tullio, come corri!... Tal quale come lo zio Cesare ch'è un po' cattivo con quei due nipoti.

— Mi piace lo zio... Non ha peli sulla lingua... E che ragione ha! Basta guardarli quei nostri cugini. Con quelle loro faccie scialbe, con quei capelli impomatati, e quegli anelli al dito, e quei solini e quelle cravatte!... Dove metti i profumi che portano addosso e con cui appestano l'aria?... In fine hanno la manìa delle collezioni...

— È un modo d'occuparsi.

— Sì, il modo degli oziosi e degli stupidi.

— Quello ch'è certo è che sono molto affezionati tra loro.

— Al punto di non poter distaccarsi mai... nemmeno quando vanno in bicicletta... Non è una seria e schietta affezione di fratelli, codesta; è una smorfia, un'ostentazione, un'infermità...

— Via, tu esageri.

— Io, cara mia, detesto tutto quello ch'è manierato ed artificioso. A me piacciono le persone naturali, spontanee, come una certa signorina che ho in questo momento al mio fianco.

L'Antonietta divenne rossa.

— Adulatore!

— Chè? Non adulo mai, io... È piuttosto la signorina che, per eccesso di modestia, non vuol riconoscere i propri meriti.

Dietro gli alberi si sentirono dei passi e delle voci.

— Antonietta! Tullio!

— Siamo quì, siamo quì — risposero i ragazzi.

— Perchè non venite con noi?

Tullio spiegò: — Faccio vedere all'Antonietta il cedro del Libano piantato dal nonno... Se voi andate dalla parte della capanna svizzera c'incontreremo sulla terrazza che guarda il lago.

— Signor Tullio, se vuol fare una partita di boccie?

— Più tardi.

Quello che aveva parlato ultimo era il dottore Vignoni, che, lasciati il commendatore Ercole e la signora Laura, s'era unito all'Angela, alla Letizia, all'Adele, alla Marialì, a Cesare Torralba e a Giulio Frassini.

La Marialì, come soleva, se l'era accaparrato per sè, e a fianco di lui procedeva di alcuni passigli altri. Non bello, non elegante e d'un aspetto che mostrava più de' suoi quarantacinqu'anni, il dottore non poteva aver nulla di seducente per una donnina mondana qual'era la Marialì; ma ella non si lasciava scappare nessuna occasione di esercitare il suo fascino sugli uomini d'ogni specie e d'ogni ordine sociale. Si divertiva a vederli a poco a poco turbarsi, e, a un suo sguardo, a un suo sorriso, impallidire o accendersi in volto, si divertiva a sorprendere nei loro occhi, nella loro voce il fremito dell'ammirazione e del desiderio.

Ora ella dava appena retta all'Angela che le gridava dietro:

— Ti rammenti, Marialì, le nostre corse per questo viale?... Ti rammenti che quì si faceva la ginnastica?... C'erano gli anelli, le parallele, l'altalena, il trapezio...

— E perchè non ci son più? — disse distrattamente la Marialì seguitando a camminare e a discorrere col Vignoni.

— O chi fa la ginnastica ormai a Villarosa? — ribattè l'Angela. — Se non la faccio io!

La Marialì non replicò nulla. Ella pensava aimolti che quand'ella era ragazza le avevano fatto la corte lì in quel giardino negli autunni di Villarosa; compagni d'Università de' suoi fratelli, vice-segretari di Prefettura, tenentini imberbi usciti appena dall'Accademia militare. Già non si varcava il cancello di Villarosa senza innamorarsi di Marialì... Di parecchi l'era sfuggito il nome, d'alcuni non sapeva più nè dove fossero nè che cosa facessero: quasi tutti si confondevano nella schiera infinita de' suoi ammiratori, prima e dopo del matrimonio, di quattro o cinque soltanto l'eran note le successive vicende. Uno era salito in alto; era professore, era celebre; uno era a capo d'una grande industria; un terzo, uno dei tenentini, era morto capitano ad Abba Carima, morto da eroe... dicevano... Due, che avevano addirittura chiesto la sua mano e ch'ell'aveva respinti, per consolarsi, s'erano sposati di lì a poco ed eran rimasti vedovi... Poi c'era stato Frassini... Quello lo aveva voluto lei... Perchè lo aveva voluto? Bisogna ben confessarlo; l'aveva voluto perch'egli s'era permesso di fare il sentimentale con l'Angela... Ah, come presto la Marialì era riuscita a tirarlo a sè!...Come se l'era visto cadere ai piedi proprio nel viale che percorrevano adesso, e prenderle le mani e baciargliele, e supplicarla di perdonargli se dov'era lei egli aveva potuto aver occhi per un'altra!... Che parlantina aveva Frassini in quel giorno!... Lei, lei sola egli amava, e certo l'aveva amata anche quando credeva di amar sua sorella; lei, lei sola poteva esser la compagna della sua vita, l'inspiratrice del suo genio. Le offriva la sua mano, il suo cuore, tutto sè stesso; sarebbero stati felici; ell'avrebbe avuto un'unica rivale, l'arte. E l'arte, grazie al cielo, a lui era lecito trattarla da gran signore, senza piegarsi ai gusti della folla, cercando solo d'incarnare il proprio ideale, perchè egli era agiato, perchè aveva una zia straricca di cui era l'unico erede... Insomma, meno d'un anno dopo, ell'era la signora Frassini... Era stata una cattiva azione verso sua sorella Angela?... Ma no, ma no... L'Angela sarebbe stata infelicissima con Giulio Frassini, non si sarebbedistratta, avrebbe preso sul serio tutte le ubbie di quel nevrostenico, di quel mattoide... Via, ell'aveva reso un servizio all'Angela rubandole l'innamorato... A ognuno ilsuo compito... La Marialì era nata per far girar la testa ai giovani, l'Angela per badare ai vecchi, per vegliar sulla casa. E mentre a lei, alla Marialì, era necessario di avere un marito, e Frassini era meglio di nessuno, l'Angela doveva stimarsi assai più contenta di esser rimasta zitella.

Non è a credersi che mentre la Marialì faceva queste savie considerazioni che tranquillavano pienamente la sua coscienza, ella cessasse di alimentare la conversazione col dottore.

E con la sua vocina dolce e armoniosa lo interrogava sulla sua vita, sulla sua famiglia, e gli diceva queste cose sbalorditive:

— Sa che qualche volta ho sognato un idillio? Esser moglie d'un medico condotto anzichè d'un artista; chiudere il mio orizzonte entro le pareti d'una modesta abitazione di campagna anzichè andar sempre in giro pel mondo; occuparmi dell'orto, delle galline, dei fiori, preparare un buon pranzetto a quel povero diavolo che affatica da mattina a sera, accompagnarlo ogni tanto nelle sue visite agli ammalati...

Il medico la guardava incredulo.

— Parlo sul serio — ella riprese, mentre con la punta del piedino irreprensibilmente calzato cacciava davanti a sè le pine secche che ingombravano il viale.

Dietro di lei la Letizia, sempre pronta alla critica, diceva alla sorella Angela: — Non è mica tenuto bene il giardino... Questi viali dovrebbero spazzarli due o tre volte al giorno.

— Occorrerebbe un personale più numeroso — obbiettò l'Angela. — E il babbo non intende aumentare la spesa... Per quello che lo gode lui il giardino... Nessuno lo gode... Anch'io sto delle settimane senza venirci..... Non posso..... non ho tempo... E in ogni caso, di questa stagione, con gli alberi che si spogliano bisogna rassegnarsi a trovar le foglie secche per terra.

La Letizia tentennava la testa.

— Sarà... Tuttavia si vede troppo che il giardino è lasciato andare... Quì per esempio par d'essere in un bosco.

— Che rimedio c'è?... Vorresti abbatter le piante?

— No, ma diradarle quà e là... È quello cheabbiamo fatto noi a Posilipo sotto la direzione d'un ingegnere olandese.

Giulio Frassini protestò.

— A Posilipo non avete di queste piante d'alto fusto vecchie di oltre a mezzo secolo... Già non c'è di peggio dei giardini agguagliati, pettinati, lisciati come se uscissero dalle mani di un parrucchiere. Fidatevi della natura. Essa è sempre pittoresca.

A sentirlo parlare con insolita animazione, e sostenere idee che s'accordavano con le sue, l'Angela si tinse d'un fuggitivo rossore. Le parve che si risvegliasse intorno a lei un'eco d'altri tempi, le parve che per un istante Frassini tornasse l'uomo di vent'anni addietro, l'uomo a cui ella non aveva saputo serbar rancore nemmeno dopo esserne stata indegnamente trattata.

Invero, già da un pezzo, ella non lo amava più. Quello che chiamano amore s'era spento a grado a grado in lei dopo il primo disinganno ch'ell'aveva accolto senza scatti, senza disperazioni rumorose, ma che appunto per questo aveva agito come un lento corrosivo sulla sua anima. Ciòch'ella provava per Giulio Frassini era una compassione triste; compassione pel suo aspetto precocemente invecchiato, per le sue grinze, pei suoi capelli radi e grigi, per la sua andatura stanca, compassione per la sua misera vita conjugale, pel suo ingegno sciupato, per la vanità della sua opera artistica. Forse anche in giovinezza il suo ingegno non era che un fuoco fatuo; ma chi sa, con un'altra moglie?...

— E perchè non vai con Cesare a visitare le foreste vergini dell'America? — domandò ironicamente la Marialì a suo marito, fermandosi di botto, e agitando con la punta dell'ombrellino un mucchio di foglie secche.

Cesare sorrise.

— Dove abito io non ci son che foreste di case... Più in là, più in là...

Giulio Frassini si avvicinò a sua moglie.

— Vuoi che andiamo insieme in America?

— A trovar Cesare?

— A Nuova York?... No, no, di là non si farebbe che passare... Quei miliardari mi sono odiosi.

— Fra le pelli rosse allora?

— Meglio le pelli rosse deiyankees.

—Merci bien, mon cher... Io resterò con Cesare fin che tu andrai in cerca dei selvaggi e delle foreste.

— Di quà — disse l'Angela. — Dobbiamo incontrarci con Tullio e l'Antonietta sulla terrazza.

E ponendosi in capofila prese una viottola ombrosa che con leggero declivio scendeva verso il lago.

— Oh, ecco il famoso ponte — esclamò la Marialì.

Era un ponticello di legno che traversava un ruscello minuscolo derivato dal lago. La Marialì si ricordava che su quel ponte,in illo tempore, uno de' suoi primi vagheggini le aveva rubato un bacio.

— Ed ecco la piccola darsena... E il nostro canotto dov'è?

— È tirato in secco... Non lo vedi?

— È sempre quello? È sempre il nostro? IlCalatafimi?

— Sì.. Ma nessuno l'adopera.

Erano tutti sul ponte. Le assi scricchiolavano.

La Letizia diede l'allarme.

— Oh, oh non è mica solido il vostro ponte. E si affrettò a mettere il piede in terra ferma.

— Per sicuro è sicuro — dichiarò l'Angela. — Ho fatto cambiar qualche asse anche quest'anno.

— Rifarlo di pianta bisogna — ribattè la Letizia. — Lo so per pratica quello ch'esige la manutenzione d'un giardino.

— Ma non c'è ombra di pericolo — disse il dottore che s'era indugiato a esaminare tanto il piano quanto i due parapetti del ponte in questione.


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