XV.Dalle nove in poi l'Angela s'era sentita come presa in un ingranaggio, come travolta in un turbine, e benchè avesse dovuto provvedere a tutto, vigilar su tutto, le pareva d'esser vissuta in un sogno, d'esser stata, anzichè una volontà direttiva e cosciente, un cieco stromento di forze ignote ed imperscrutabili. Ora (erano quasi le cinque) insieme col dottor Vignoni, aveva riaccompagnato i suoi vecchi nelle loro camere, e mentre il medico somministrava ad essi qualche calmante, ella, nell'andito che divideva le due stanze, abbandonata sopra una sedia, con la faccia tra le mani, cercava di raccoglier le sue impressioni, di fermar le immagini che, come accade nel sogno e quasi non siriferissero a scene pur dianzi svoltesi davanti a lei, si confondevano nella sua mente.Prima, latoilettedel suo babbo e della sua mamma. Egli, nellaredingoteattillata, con la sua commenda dei Santi Maurizio e Lazzaro al collo, faceva ancora una certa figura; ma lei, nel vestito di seta nera che dava maggior risalto al pallore del viso scarno e aggrinzito e si sgualciva in mille pieghe sulla persona esile, curva, rattratta, era proprio una rovina... Poi la cerimonia religiosa. Era strano; di quella cerimonia voluta da lei, di quella cerimonia che, nel suo pensiero, doveva santificare la giornata, l'Angela non si ricordava che qualche futile particolare: l'acuto profumo di muschio che i suoi nipoti Max e Fritz spargevano intorno a sè; la tenda d'uno dei finestrini che gonfiandosi di quando in quando a un fiato di vento lasciava intraveder le teste ricciute dei bimbi del giardiniere, arrampicatisi sugli sporti del muro esterno per guardar dentro nell'oratorio; il risolino sarcastico errante sulle labbra del commendatore Ercole nel momento in cui don Luca, il parroco di San Vito, terminata la messa, avevacreduto bene di aggiungere il suo bravo fervorino magnificando un vincolo conjugale suggellato da mezzo secolo di amore e di fede reciproca, lodando la pietà dei figliuoli accorsi da lidi remoti a rendere omaggio agli autori dei loro giorni, raccomandando il rispetto alla religione, l'ossequio alla Chiesa, porto unico di salvezza...Poi tutti s'erano alzati in piedi, e allora, allora sì l'Angela aveva avuto una grande emozione. Chè ad uno ad uno i figliuoli, il genero, la nuora e i nipoti avevano deposto un bacio sulla fronte degli eroi della festa, ed ella che poche ore innanzi aveva creduto così difficile di trovarsi faccia a faccia con la Letizia e con Girolamo, aveva sentito, in uno scoppio di pianto, in un impeto di tenerezza, spegnersi ogni rancore, e le sue labbra s'erano sporte e le due braccia s'erano aperte volonterose a quelli che l'avevano ingiuriata coi loro sospetti...— Signorina Angela! Signorina Angela!Gli altri erano in giardino, in attesa del pranzo; ella, chiamata dalla servitù, aveva dovuto sorvegliar gli ultimi apparecchi della tavola imbanditaper ventiquattro persone, scintillante di cristalli, lucente d'argenterie, sparsa di fiori...Dalla porta spalancata le giungeva l'eco delle conversazioni vivaci, udiva le risate della Marialì che se la godeva un mondo a ingalluzzire il parroco don Luca e l'arciprete don Antonio, e vedeva passare e ripassare l'Antonietta a braccio del padre, e Tullio dietro a loro, come un'anima in pena.................Din, din, din...A tavola, a tavola.Un rumore di sedie smosse, un acciottolio di stoviglie, un tintinnìo di bicchieri; quindi un relativo silenzio; solo dopo la seconda portata il sussiego cessò. E d'allora in poi fu un continuocrescendo, fin che il baccano toccò il suo culmine allo sciampagna. I tappi delle bottiglie volavano in aria con lo strepito secco di colpi di rivoltella, la schiuma traboccava dai calici, i brindisi si succedevano, s'intrecciavano, si accavallavano gli uni sugli altri. All'Angela, benchè avesse appena accostato il bicchiere alla bocca, una morsa d'acciajo stringeva le tempie, una nebbia pesante gravavagli occhi, e in mezzo a quella nebbia la tavola le pareva ondeggiare e le figure dei commensali avvicinarsi e allontanarsi a vicenda. Una però le spiccava dinanzi netta e precisa. Era quella della Marialì, nel suo abito chiaro guarnito di pizzi, con una rosa tea inserta nei capelli bruni, con un sorriso provocante sul labbro. E accanto a lei, l'uno a destra, l'altro a sinistra, don Luca e don Antonio con gli occhi imbambolati di chi ha troppo bevuto...Dopo il pranzo il ricevimento in giardino, all'aperto, approfittando della giornata mitissima, forse l'ultima giornata mite dell'anno, perchè il barometro seguitava a scendere e l'occidente andava via via coprendosi di nubi.Il segretario comunale e il farmacista di San Vito con le rispettive consorti, l'assessore anziano, il maestro di scuola, l'organista, tutti acidetti, perchè non erano stati invitati al banchetto, ove pure s'era creduto bene d'invitare il dottore con la consorte e la signora Cesira e don Antonio, e altri ancora... Già si sa, per tutti non c'era posto... bisognava scegliere le persone di maggior conto...Ah, non per questo gli auguri erano meno sinceri... anzi...E apportatori d'auguri e di voti vennero anche il cavaliere Soldani proprietario d'una fornace nelle vicinanze, e l'ufficiale postale di San Vito, e certo signor Mazzi ex negoziante di salumi, il quale, avendo anni addietro comperato in quei dintorni una villa da un'antica famiglia patrizia in rovina, s'era trovatocontedi punto in bianco, senza suo merito e senza sua colpa, perchè i suoi coloni vissuti sempre alle dipendenze di gente titolata non potevano ammettere d'aver per padrone un plebeo. IlconteMazzi era sordo e rinminchionito, ma appunto per questo il commendatore Ercole lo riceveva volentieri, nell'amara compiacenza di vedere una decrepitezza peggior della sua in un uomo assai meno vecchio di lui. Invece l'Angela ne soffriva, costretta com'era, ella mite e pietosa, ad alzar la voce per farsi intendere, ad ajutarsi con lo sguardo e col gesto per rimettere in carreggiata quel povero diavolo, il quale, ostinandosi a rispondere a caso, ne diceva d'ogni colore. E oggi ilconte, o fosse più sordo del solito, o loturbasse la presenza di molte persone, non ne aveva azzeccato una, aveva parlato della sua salute quando gli avevano chiesto della vendemmia, e della sua stalla quando gli avevano domandato notizie di sua moglie inferma, provocando così un'ilarità mal repressa di cui egli aveva finito per accorgersi e che lo aveva indotto ad accorciar la sua visita. L'Angela s'era sentita una stretta al cuore allorchè nel salire sul suo biroccino egli le aveva detto: — Il suo papà ci vede poco, ma io mi cambierei con lui... Creda pure, una gran disgrazia la sordità. — E poich'ella gli susurrava qualche parola di conforto, ilcontele aveva risposto tutto commosso: — Grazie, grazie... Come va che aleila capisco?... È buona,lei.Poco dopo delconteMazzi s'era accommiatato don Luca, offrendo un posto nella sua carrozzella all'arciprete che aveva addotto un pretesto qualunque per rimanere ancora a barattar quattro chiacchiere con quella deliziosa signora Marialì... Il suo superiore gerarchico l'aveva fulminato con un'occhiata, ma egli, don Antonio, s'era stretto nelle spalle. Già a lui vescovo non lo facevanoin nessun modo e per quello che s'aspettava dalla Curia valeva proprio la pena ch'egli si negasse ogni svago onesto!...Il veicolo di don Luca aveva appena oltrepassato il cancello che l'Angela s'era vista circondata dalle bimbe della Scuola comunale di San Vito di cui ell'era ispettrice. Venivano, guidate dalla sottomaestra Zorani, a portar le loro felicitazioni, si schieravano in semicerchio davanti al commendatore Ercole e alla signora Laura, e una di loro, quella ch'era in fama di più svegliata, cominciava a recitare un complimento, fatica particolare della signora Cesira, la quale, ospite di Villarosa sin dalla mattina, aveva aspettato con ansietà questo momento solenne.—In questo giorno...— principiava la bimba.Ma unohdoloroso dell'ex Prefetto, non abbastanza preparato alle gioje di un'accademia di declamazione, la faceva restare in asso.—In questo giorno... in questo giorno...—Di letizia— suggeriva la signora Cesira, rossa come un gambero.—Di delizia— biascicava la bimba.—Letizia, letizia— ripeteva furibonda la maestra provocando con la voce e con lo sguardo un'irreparabile catastrofe.Perchè, mentre la voce colpiva in pieno petto la declamatrice, gli occhi, divergendo l'uno a destra e l'altro a sinistra per effetto dello strabismo, sembravano fissarsi con espressione minacciosa sulle due bimbe collocate ai due capi opposti del semicerchio e le facevano prorompere in dirottissimo pianto. Animata dall'esempio, la vera colpevole era scoppiata in lacrime anch'essa, e il commendatore Ercole, alzando le mani al cielo, s'era messo a gridare: — Basta, basta per carità!Per calmar la burrasca l'Angela aveva spedito tutta la comitiva infantile a mangiar dell'uva sotto una pergola non ancora vendemmiata interamente; indi, esercitando la sua virtù consolatrice verso la signora Cesira, l'aveva pregata di trascriverle, senza fretta, il suobel lavoro. Certe cose si gustano più a leggerle che a sentirle.— Sei buona, tu — aveva esclamato dietro dell'Angela una voce fresca e giovanile.Era l'Antonietta che, passando, le buttava un bacio.Ma, di lì a un momento le si avvicinava Tullio, torvo e cruccioso.— O zia Angela, perchè l'Antonietta mi sfugge come un appestato?... Parlale, fa che si spieghi...— Tullio mio, vedi bene se posso...................Sulla strada, in mezzo a un nembo di polvere, il sordo muggito d'una folla che si avanzava. A un tratto, uno squillare di trombe.— Oh Dio, la marcia dell'Aida!— Angela, che roba è questa?— Abbi pazienza, babbo... È la banda di San Vito.— E l'hai fatta venir tu?— Si sono offerti loro... Come si poteva rifiutare?— E bisognerà star quì a sentirli?— Per pochi minuti... Non si può usar uno sgarbo... Li mando subito di là dal bosco, nel prato.— Ma io...— Babbo, te ne scongiuro... Anche voi altri — e si rivolgeva alle sorelle, ai fratelli, ai nipoti — non vi squagliate tutti quanti... Per pochi minuti soli...
Dalle nove in poi l'Angela s'era sentita come presa in un ingranaggio, come travolta in un turbine, e benchè avesse dovuto provvedere a tutto, vigilar su tutto, le pareva d'esser vissuta in un sogno, d'esser stata, anzichè una volontà direttiva e cosciente, un cieco stromento di forze ignote ed imperscrutabili. Ora (erano quasi le cinque) insieme col dottor Vignoni, aveva riaccompagnato i suoi vecchi nelle loro camere, e mentre il medico somministrava ad essi qualche calmante, ella, nell'andito che divideva le due stanze, abbandonata sopra una sedia, con la faccia tra le mani, cercava di raccoglier le sue impressioni, di fermar le immagini che, come accade nel sogno e quasi non siriferissero a scene pur dianzi svoltesi davanti a lei, si confondevano nella sua mente.
Prima, latoilettedel suo babbo e della sua mamma. Egli, nellaredingoteattillata, con la sua commenda dei Santi Maurizio e Lazzaro al collo, faceva ancora una certa figura; ma lei, nel vestito di seta nera che dava maggior risalto al pallore del viso scarno e aggrinzito e si sgualciva in mille pieghe sulla persona esile, curva, rattratta, era proprio una rovina... Poi la cerimonia religiosa. Era strano; di quella cerimonia voluta da lei, di quella cerimonia che, nel suo pensiero, doveva santificare la giornata, l'Angela non si ricordava che qualche futile particolare: l'acuto profumo di muschio che i suoi nipoti Max e Fritz spargevano intorno a sè; la tenda d'uno dei finestrini che gonfiandosi di quando in quando a un fiato di vento lasciava intraveder le teste ricciute dei bimbi del giardiniere, arrampicatisi sugli sporti del muro esterno per guardar dentro nell'oratorio; il risolino sarcastico errante sulle labbra del commendatore Ercole nel momento in cui don Luca, il parroco di San Vito, terminata la messa, avevacreduto bene di aggiungere il suo bravo fervorino magnificando un vincolo conjugale suggellato da mezzo secolo di amore e di fede reciproca, lodando la pietà dei figliuoli accorsi da lidi remoti a rendere omaggio agli autori dei loro giorni, raccomandando il rispetto alla religione, l'ossequio alla Chiesa, porto unico di salvezza...
Poi tutti s'erano alzati in piedi, e allora, allora sì l'Angela aveva avuto una grande emozione. Chè ad uno ad uno i figliuoli, il genero, la nuora e i nipoti avevano deposto un bacio sulla fronte degli eroi della festa, ed ella che poche ore innanzi aveva creduto così difficile di trovarsi faccia a faccia con la Letizia e con Girolamo, aveva sentito, in uno scoppio di pianto, in un impeto di tenerezza, spegnersi ogni rancore, e le sue labbra s'erano sporte e le due braccia s'erano aperte volonterose a quelli che l'avevano ingiuriata coi loro sospetti...
— Signorina Angela! Signorina Angela!
Gli altri erano in giardino, in attesa del pranzo; ella, chiamata dalla servitù, aveva dovuto sorvegliar gli ultimi apparecchi della tavola imbanditaper ventiquattro persone, scintillante di cristalli, lucente d'argenterie, sparsa di fiori...
Dalla porta spalancata le giungeva l'eco delle conversazioni vivaci, udiva le risate della Marialì che se la godeva un mondo a ingalluzzire il parroco don Luca e l'arciprete don Antonio, e vedeva passare e ripassare l'Antonietta a braccio del padre, e Tullio dietro a loro, come un'anima in pena.
................
Din, din, din...A tavola, a tavola.
Un rumore di sedie smosse, un acciottolio di stoviglie, un tintinnìo di bicchieri; quindi un relativo silenzio; solo dopo la seconda portata il sussiego cessò. E d'allora in poi fu un continuocrescendo, fin che il baccano toccò il suo culmine allo sciampagna. I tappi delle bottiglie volavano in aria con lo strepito secco di colpi di rivoltella, la schiuma traboccava dai calici, i brindisi si succedevano, s'intrecciavano, si accavallavano gli uni sugli altri. All'Angela, benchè avesse appena accostato il bicchiere alla bocca, una morsa d'acciajo stringeva le tempie, una nebbia pesante gravavagli occhi, e in mezzo a quella nebbia la tavola le pareva ondeggiare e le figure dei commensali avvicinarsi e allontanarsi a vicenda. Una però le spiccava dinanzi netta e precisa. Era quella della Marialì, nel suo abito chiaro guarnito di pizzi, con una rosa tea inserta nei capelli bruni, con un sorriso provocante sul labbro. E accanto a lei, l'uno a destra, l'altro a sinistra, don Luca e don Antonio con gli occhi imbambolati di chi ha troppo bevuto...
Dopo il pranzo il ricevimento in giardino, all'aperto, approfittando della giornata mitissima, forse l'ultima giornata mite dell'anno, perchè il barometro seguitava a scendere e l'occidente andava via via coprendosi di nubi.
Il segretario comunale e il farmacista di San Vito con le rispettive consorti, l'assessore anziano, il maestro di scuola, l'organista, tutti acidetti, perchè non erano stati invitati al banchetto, ove pure s'era creduto bene d'invitare il dottore con la consorte e la signora Cesira e don Antonio, e altri ancora... Già si sa, per tutti non c'era posto... bisognava scegliere le persone di maggior conto...Ah, non per questo gli auguri erano meno sinceri... anzi...
E apportatori d'auguri e di voti vennero anche il cavaliere Soldani proprietario d'una fornace nelle vicinanze, e l'ufficiale postale di San Vito, e certo signor Mazzi ex negoziante di salumi, il quale, avendo anni addietro comperato in quei dintorni una villa da un'antica famiglia patrizia in rovina, s'era trovatocontedi punto in bianco, senza suo merito e senza sua colpa, perchè i suoi coloni vissuti sempre alle dipendenze di gente titolata non potevano ammettere d'aver per padrone un plebeo. IlconteMazzi era sordo e rinminchionito, ma appunto per questo il commendatore Ercole lo riceveva volentieri, nell'amara compiacenza di vedere una decrepitezza peggior della sua in un uomo assai meno vecchio di lui. Invece l'Angela ne soffriva, costretta com'era, ella mite e pietosa, ad alzar la voce per farsi intendere, ad ajutarsi con lo sguardo e col gesto per rimettere in carreggiata quel povero diavolo, il quale, ostinandosi a rispondere a caso, ne diceva d'ogni colore. E oggi ilconte, o fosse più sordo del solito, o loturbasse la presenza di molte persone, non ne aveva azzeccato una, aveva parlato della sua salute quando gli avevano chiesto della vendemmia, e della sua stalla quando gli avevano domandato notizie di sua moglie inferma, provocando così un'ilarità mal repressa di cui egli aveva finito per accorgersi e che lo aveva indotto ad accorciar la sua visita. L'Angela s'era sentita una stretta al cuore allorchè nel salire sul suo biroccino egli le aveva detto: — Il suo papà ci vede poco, ma io mi cambierei con lui... Creda pure, una gran disgrazia la sordità. — E poich'ella gli susurrava qualche parola di conforto, ilcontele aveva risposto tutto commosso: — Grazie, grazie... Come va che aleila capisco?... È buona,lei.
Poco dopo delconteMazzi s'era accommiatato don Luca, offrendo un posto nella sua carrozzella all'arciprete che aveva addotto un pretesto qualunque per rimanere ancora a barattar quattro chiacchiere con quella deliziosa signora Marialì... Il suo superiore gerarchico l'aveva fulminato con un'occhiata, ma egli, don Antonio, s'era stretto nelle spalle. Già a lui vescovo non lo facevanoin nessun modo e per quello che s'aspettava dalla Curia valeva proprio la pena ch'egli si negasse ogni svago onesto!...
Il veicolo di don Luca aveva appena oltrepassato il cancello che l'Angela s'era vista circondata dalle bimbe della Scuola comunale di San Vito di cui ell'era ispettrice. Venivano, guidate dalla sottomaestra Zorani, a portar le loro felicitazioni, si schieravano in semicerchio davanti al commendatore Ercole e alla signora Laura, e una di loro, quella ch'era in fama di più svegliata, cominciava a recitare un complimento, fatica particolare della signora Cesira, la quale, ospite di Villarosa sin dalla mattina, aveva aspettato con ansietà questo momento solenne.
—In questo giorno...— principiava la bimba.
Ma unohdoloroso dell'ex Prefetto, non abbastanza preparato alle gioje di un'accademia di declamazione, la faceva restare in asso.
—In questo giorno... in questo giorno...
—Di letizia— suggeriva la signora Cesira, rossa come un gambero.
—Di delizia— biascicava la bimba.
—Letizia, letizia— ripeteva furibonda la maestra provocando con la voce e con lo sguardo un'irreparabile catastrofe.
Perchè, mentre la voce colpiva in pieno petto la declamatrice, gli occhi, divergendo l'uno a destra e l'altro a sinistra per effetto dello strabismo, sembravano fissarsi con espressione minacciosa sulle due bimbe collocate ai due capi opposti del semicerchio e le facevano prorompere in dirottissimo pianto. Animata dall'esempio, la vera colpevole era scoppiata in lacrime anch'essa, e il commendatore Ercole, alzando le mani al cielo, s'era messo a gridare: — Basta, basta per carità!
Per calmar la burrasca l'Angela aveva spedito tutta la comitiva infantile a mangiar dell'uva sotto una pergola non ancora vendemmiata interamente; indi, esercitando la sua virtù consolatrice verso la signora Cesira, l'aveva pregata di trascriverle, senza fretta, il suobel lavoro. Certe cose si gustano più a leggerle che a sentirle.
— Sei buona, tu — aveva esclamato dietro dell'Angela una voce fresca e giovanile.
Era l'Antonietta che, passando, le buttava un bacio.
Ma, di lì a un momento le si avvicinava Tullio, torvo e cruccioso.
— O zia Angela, perchè l'Antonietta mi sfugge come un appestato?... Parlale, fa che si spieghi...
— Tullio mio, vedi bene se posso...
................
Sulla strada, in mezzo a un nembo di polvere, il sordo muggito d'una folla che si avanzava. A un tratto, uno squillare di trombe.
— Oh Dio, la marcia dell'Aida!
— Angela, che roba è questa?
— Abbi pazienza, babbo... È la banda di San Vito.
— E l'hai fatta venir tu?
— Si sono offerti loro... Come si poteva rifiutare?
— E bisognerà star quì a sentirli?
— Per pochi minuti... Non si può usar uno sgarbo... Li mando subito di là dal bosco, nel prato.
— Ma io...
— Babbo, te ne scongiuro... Anche voi altri — e si rivolgeva alle sorelle, ai fratelli, ai nipoti — non vi squagliate tutti quanti... Per pochi minuti soli...