XXV.

XXV.La carrozza che doveva riportare il dottor Locresi alla stazione di San Vito era ferma davanti alla scalinata, e il celebre clinico, aitante della persona malgrado i suoi sessantacinque anni, stava accommiatandosi da quelli della famiglia (a eccezione dei due vecchi Torralba c'erano tutti) che facevano cerchio intorno a lui nella sala d'ingresso.— A parer mio è scongiurato il pericolo — egli ripeteva — e non è nemmeno probabile una ricaduta se non si rinnovano le condizioni che hanno prodotto la crisi. Certo occorrono grandi riguardi nella convalescenza. Le risparmino qualunque emozione, non stiano mai in troppi nella sua camera, non la lascino parlar troppo, non lacontraddicano... La trattino un poco come si tratta una puerpera.Poichè in quel momento gli sali al naso un acuto odore di muschio, il dottor Locresi fece un sorrisetto e continuò: — E appunto come dalle puerpere, niente profumi...I due Alvarez, i quali dopo un sonno ristoratore s'erano lavati, pettinati e vestiti con la solita cura, arrossirono sentendosi in colpa e si tirarono in disparte; ma la Marialì finse di credere che l'allusione potesse colpire anche lei, e toltosi dal seno un innocente mazzetto di gaggíe lo porse con garbo civettuolo a Locresi.— È l'unico profumo che ho addosso e ne faccio volentieri il sacrificio; lo accetta?Un lampo giovanile passò negli occhi del vecchio scienziato che in altri tempi non era stato sordo ai dolci inviti d'amore. Egli infilò il mazzolino nell'occhiello del soprabito, e stringendo nella larga mano muscolosa le piccole dita affusolate da cui veniva l'offerta — Questo non avrebbe fatto male a nessuno — rispose — ma fa troppo bene a me perchè io non lo accetti con gratitudine.— Quando torna, dottore? — domandò Cesare Torralba.— È poi necessario ch'io torni? — chiese, alla sua volta, Locresi. — Il nostro bravo Vignoni...— No — interruppe questi. — Una sua seconda visita mi sembrerebbe molto opportuna.— Torni, torni — soggiunse la Marialì.E gli altri insistettero anch'essi: — Torni, torni.Dopo aver consultato il suo taccuino, Locresi ripigliò: — Prima di giovedì è impossibile...— Giovedì dunque — disse la Marialì. — Ci trova ancora...— Come? È sulle mosse?— Siamo tutti sulle mosse — spiegò Cesare. — Io però non abbandonerò Villarosa fin che mia sorella non sia ristabilita.— E neppur io — affermò con enfasi Tullio.L'Antonietta si avvicinò carezzevole alla sua mamma. — Anche noi resteremo, non è vero?Invece la Letizia Alvarez e Luciano e Girolamo, se le cose prendevano una buona piega, sarebbero dovuti partir prestissimo. Anzi Luciano non era nemmeno sicuro di rimanere fino a Giovedì.Di là dalla portiera il cocchiere fece un segno con la frusta.— È tardi? — chiese Cesare Torralba insinuando la testa fra i due battenti.— No — rispose Piero — ma nello stato in cui sono le strade non si può correr troppo.— In tal caso, buon giorno a tutti — disse Locresi. E scambiate le ultime strette di mano, scese frettoloso la scalinata e si cacciò nelcoupé.— A giovedì — gli gridarono dietro, mentre la carrozza si metteva in movimento, ed egli, abbassato a mezzo il vetro dello sportello, salutava con replicati cenni del capo.Indi il crocchio si sciolse. La Marialì e l'Antonietta entrarono nelle stanze del commendatore Ercole e della signora Laura; Cesare e il dottor Vignoni tornarono dall'Angela; Luciano, Girolamo e l'Adele si ritirarono per attendere alla loro corrispondenza; la Letizia e i due figliuoli, ancora tutti rimescolati dalle peripezie della notte, pensarono bene di salir nelle loro camere per riposarsi; Giulio Frassini, che aveva già fermato l'attenzione sopra unmotivo grigiodegno delsuo pennello, andò a piantare il suo cavalletto presso una finestra del primo piano, luogo propizio per aver ogni momento notizie della cognata.Tullio intanto scese in giardino con l'idea di fare una camminata fuor della villa malgrado il cattivo tempo; poi, giunto al cancello, si arretrò spaventato dal fango della strada maestra, e rimase a passeggiar su e giù davanti alla casa, sulla ghiaja minuta che pareva sgretolarsi e fondersi sotto i suoi piedi. Era stato sino a poco addietro così in angustie per la zia Angela che avrebbe dovuto esser lieto delle assicurazioni esplicite di Locresi; e certodi questeera lieto, ma ora egli sentiva rinascere in sè un'altra pena, un altro cruccio; come chi non si libera da un sogno angoscioso che per ricadere in una diversa ma non men triste realtà. Gli tornava alla mente il suo ultimo colloquio con l'Antonietta; gli risonavano all'orecchio gli amari sarcasmi ch'egli le aveva slanciati a proposito dei due Alvarez, e non sapeva capacitarsi che i suoi rapporti con la cugina dovessero, di punto in bianco, essersi mutati a quel modo... Non eran trascorsi che due giorni, e nelgiardino pieno di fragranza e pieno di sole le loro anime s'erano intese, i loro cuori s'erano promessi; e jeri, jeri invece l'Antonietta lo aveva rispinto con quella sua dichiarazione di donna seria e matura che rinunzia all'amore e al matrimonio... Per il padre, diceva lei... Ma perchè? Il padre non era nè vecchio, nè infermo, era unmattoidetranquillo, infatuato d'un'arte che nessuno capiva. Che poteva fargli l'Antonietta? È vero, Giulio Frassini non aveva conforti dalla moglie, sempre in traccia di nuovi galanti (e quì Tullio arrossiva rammentando la vampata di desiderio che gli si era accesa in corpo al cospetto della bella quadagenaria); ma correva pur voce che il marito si procurasse anch'egli le sue distrazioni, e da quando in quà il libertinaggio dei parenti è motivo sufficiente al sacrifizio delle figliuole? No, no; era necessario che Tullio avesse con l'Antonietta una spiegazione più ampia, ch'egli le strappasse di bocca le ragioni effettive della sua condotta... S'ella era capricciosa, volubile, se le sue simpatie si trasformavano in ripugnanze dall'oggi al domani, aveva l'obbligo di confessarlo; egli avrebbechinato il capo, perdonando forse, allontanandosi certo per sempre; ma così no, così non doveva finire.Rientrato in casa con questi propositi, Tullio ebbe la fortuna d'imbattersi subito nell'Antonietta che usciva dalle camere dei nonni per recarsi dall'Angela.— Dove vai?— Dalla zia — ella rispose.— Non c'è lo zio Cesare?— Vado a dargli il cambio.— Aspetta... Vengo anch'io.— Non troppi in una volta... Hai sentito Locresi?— Troppi?... Saremo in due.— Meglio che tu venga più tardi... Arrivederci.Tullio le sbarrò il cammino.— Un momento!E assicuratosi che non c'era nessuno, ripigliò a voce bassa: — Ieri, a due riprese, ci siamo dette delle cose aspre...— Ieri?... Mi pare un secolo... C'è passata di mezzo la malattia della zia.— Ora la zia sta meglio e possiamo ben ricordare — notòil giovine. E ripetè: — delle cose aspre.—Tule hai dette — interruppe l'Antonietta arrossendo lievemente. — Ma figurati s'io te ne serbo rancore.Tullio s'irritò della calma con cui ella gli parlava; s'irritò di quel suo atteggiarsi a regina offesa e clemente.— Può essere che il mio linguaggio fosse più acre nella forma — egli rispose. — Il tuo era assai più grave nella sostanza... Perchè distruggere quello che tu stessa avevi edificato?... Ti rammenti, Sabato?Ella s'imporporò in viso.— Rammento, sì.— Ti burlavi di me allora?— Oh Tullio — ella supplicò giungendo le mani.— E se non ti burlavi, vuol dire che tu muti idea come muti vestito... Pensa, Sabato, jer l'altro... Io avrei ben diritto di saper quel ch'è accaduto in ventiquattr'ore...— Ma Tullio — replicò l'Antonietta — ho pur cercato di persuaderti...— Se non hai migliori ragioni? Quelli eran pretesti...— Non lo credere, Tullio... È la verità... Tu non puoi intendere...— Precisamente — egli insistè. — Nonpossointendere... Evoglioesser messo in grado d'intendere... Mi sembra di non aver pretese eccessive... Parla!...— Non ora, non ora — pregava l'Antonietta guardandosi intorno. — Siamo soli per miracolo.— Quando dunque?— Oh Dio! Presto... Fra qualche giorno... Quando saremo proprio tranquilli sul conto della zia Angela... Lasciami, via... Ecco, han sonato al cancello... Visite, sicuramente... Ma oggi i nonni non ricevono nessuno... Bisogna avvertire la mamma... È appunto di là, dai nonni... Me lo fai tu questo piacere... Io salgo dalla zia Angela... Sii buono, Tullio... Oh, anche tu sei molto cambiato da Sabato — ella concluse con quell'arte soprafina che hanno le donne di metter dalla parte del torto chi discute con loro.Riuscita così a liberarsi, infilò la scala, mentreTullio rimaneva lì con un palmo di naso, sapendone quanto prima e pure ammansato dal calore di quello sguardo, dalla carezza di quella voce il cui eco gli vibrava ancora nell'anima.Su, nell'andito del primo piano, Giulio Frassini, seduto dinanzi al suo cavalletto, chiamò la figliuola per mostrarle il suo schizzo.— Se riesce, lo destino alla zia Angela... Credi che lo accetterà?— Perchè non dovrebbe accettarlo?— Già non glielo offro se non è degno di lei... Che te ne pare?L'Antonietta si schermiva.— Non me ne intendo, io.— Falsa modestia... Credi forse che se ne intendano gli accademici?... O quei barbassori dei giurì di Venezia e di Monaco che rifiutano i miei quadri?... Sono gli artisti di professione quelli che non se ne intendono, guastati come sono dai loro preconcetti... Sentiamo... C'è ilgrigio?Che ci fosse il grigio non c'era dubbio, perchè anzi non c'era altro che quello. E la ragazza non poteva non riconoscerlo.— Quando c'è il grigio — ripigliò Frassini con una logica inappuntabile — non ci può non esserl'effetto del grigio... Mancherà qualche pennellata.L'Antonietta si abbrancava a questa tavola di salvezza. — Ecco, bisogna vederlo finito.— Sempre relativamente però — ribattè il pittore le cui teorie contraddicevano all'idea delfinito. — Sempre relativamente. Che cosa c'è di finito a questo mondo?... Guarda quel cielo... Una nuvola e poi un'altra... e poi ogni nuvola cambia d'aspetto... Dar l'idea di ciò ch'è perpetuamente mutabile con segni che non mutano mai... ecco il cruccio dell'artista... se l'artista c'è... Ma quanti ce ne sono?— Povero babbo! — pensava l'Antonietta rinunziando a seguir lo svolgimento delle complicate teorie paterne. — Povero babbo!Era persuasa anch'ella ch'egli fosse un cervello malato; e pure avrebbe voluto aver torto, avrebbe voluto veder uscire dalle mani di lui il capolavoro da tanto tempo promesso; vederlo trionfare de' suoi dileggiatori e de' suoi nemici... Ah, quand'egli non fosse più un debole, un perseguitato, ella nonavrebbe più sentito il dovere di sacrificarsi interamente a lui, di soffocare le proprie inclinazioni, di spezzare il proprio avvenire.Giulio Frassini accennò alla camera dell'Angela che si apriva in quella saletta d'ingresso.— Seguita bene — egli disse.— Spero... Ora vado...— Sì — ripetè Frassini. — Seguita bene... Lo so da Vignoni ch'è passato dianzi di quì... È andato a riposarsi una mezz'oretta non so dove... Non ha chiuso occhio in tutta la notte...— È una gran fortuna aver un medico così premuroso — esclamò l'Antonietta. — Se la zia guarisce è merito suo.Frassini tentennò la testa.— Noi gli dobbiamo certo molta riconoscenza. Ma il merito principale non è suo...— O di chi dunque?— Sei tu che l'hai salvata!— Io?— Tu, tu... E hai fatto opera santa... Non c'è che lei in questa casa... come non ci sei che tu nella nostra... se pur la nostra può dirsi una casa...Il pittore aveva deposto i pennelli e la tavolozza, e alzatosi in piedi aveva cinto con un braccio la vita della figliuola quasi a difenderla da un rapitore invisibile. I suoi occhi la covavano con un amore geloso, egoista, esclusivo.L'Antonietta scoppiò in singhiozzi.— Antonietta, Antonietta, perchè piangi? — gridò Frassini fuori di sè.— Non è nulla, non ci badare — ella rispose frenandosi. — Sono i miei nervi... Dopo tante emozioni... Non è nulla... Dalla zia mi quieto subito.— Vuoi presentarti dalla zia così?La ragazza s'asciugò in fretta gli occhi e si sforzò di sorridere.— Ecco, la crisi è passata... Lavora, babbo, lavora...Egli la baciò in fronte e l'accompagnò fino all'uscio della camera dell'Angela, senza entrare.— Dille che m'informo sempre di lei e che la saluterò domani...

La carrozza che doveva riportare il dottor Locresi alla stazione di San Vito era ferma davanti alla scalinata, e il celebre clinico, aitante della persona malgrado i suoi sessantacinque anni, stava accommiatandosi da quelli della famiglia (a eccezione dei due vecchi Torralba c'erano tutti) che facevano cerchio intorno a lui nella sala d'ingresso.

— A parer mio è scongiurato il pericolo — egli ripeteva — e non è nemmeno probabile una ricaduta se non si rinnovano le condizioni che hanno prodotto la crisi. Certo occorrono grandi riguardi nella convalescenza. Le risparmino qualunque emozione, non stiano mai in troppi nella sua camera, non la lascino parlar troppo, non lacontraddicano... La trattino un poco come si tratta una puerpera.

Poichè in quel momento gli sali al naso un acuto odore di muschio, il dottor Locresi fece un sorrisetto e continuò: — E appunto come dalle puerpere, niente profumi...

I due Alvarez, i quali dopo un sonno ristoratore s'erano lavati, pettinati e vestiti con la solita cura, arrossirono sentendosi in colpa e si tirarono in disparte; ma la Marialì finse di credere che l'allusione potesse colpire anche lei, e toltosi dal seno un innocente mazzetto di gaggíe lo porse con garbo civettuolo a Locresi.

— È l'unico profumo che ho addosso e ne faccio volentieri il sacrificio; lo accetta?

Un lampo giovanile passò negli occhi del vecchio scienziato che in altri tempi non era stato sordo ai dolci inviti d'amore. Egli infilò il mazzolino nell'occhiello del soprabito, e stringendo nella larga mano muscolosa le piccole dita affusolate da cui veniva l'offerta — Questo non avrebbe fatto male a nessuno — rispose — ma fa troppo bene a me perchè io non lo accetti con gratitudine.

— Quando torna, dottore? — domandò Cesare Torralba.

— È poi necessario ch'io torni? — chiese, alla sua volta, Locresi. — Il nostro bravo Vignoni...

— No — interruppe questi. — Una sua seconda visita mi sembrerebbe molto opportuna.

— Torni, torni — soggiunse la Marialì.

E gli altri insistettero anch'essi: — Torni, torni.

Dopo aver consultato il suo taccuino, Locresi ripigliò: — Prima di giovedì è impossibile...

— Giovedì dunque — disse la Marialì. — Ci trova ancora...

— Come? È sulle mosse?

— Siamo tutti sulle mosse — spiegò Cesare. — Io però non abbandonerò Villarosa fin che mia sorella non sia ristabilita.

— E neppur io — affermò con enfasi Tullio.

L'Antonietta si avvicinò carezzevole alla sua mamma. — Anche noi resteremo, non è vero?

Invece la Letizia Alvarez e Luciano e Girolamo, se le cose prendevano una buona piega, sarebbero dovuti partir prestissimo. Anzi Luciano non era nemmeno sicuro di rimanere fino a Giovedì.

Di là dalla portiera il cocchiere fece un segno con la frusta.

— È tardi? — chiese Cesare Torralba insinuando la testa fra i due battenti.

— No — rispose Piero — ma nello stato in cui sono le strade non si può correr troppo.

— In tal caso, buon giorno a tutti — disse Locresi. E scambiate le ultime strette di mano, scese frettoloso la scalinata e si cacciò nelcoupé.

— A giovedì — gli gridarono dietro, mentre la carrozza si metteva in movimento, ed egli, abbassato a mezzo il vetro dello sportello, salutava con replicati cenni del capo.

Indi il crocchio si sciolse. La Marialì e l'Antonietta entrarono nelle stanze del commendatore Ercole e della signora Laura; Cesare e il dottor Vignoni tornarono dall'Angela; Luciano, Girolamo e l'Adele si ritirarono per attendere alla loro corrispondenza; la Letizia e i due figliuoli, ancora tutti rimescolati dalle peripezie della notte, pensarono bene di salir nelle loro camere per riposarsi; Giulio Frassini, che aveva già fermato l'attenzione sopra unmotivo grigiodegno delsuo pennello, andò a piantare il suo cavalletto presso una finestra del primo piano, luogo propizio per aver ogni momento notizie della cognata.

Tullio intanto scese in giardino con l'idea di fare una camminata fuor della villa malgrado il cattivo tempo; poi, giunto al cancello, si arretrò spaventato dal fango della strada maestra, e rimase a passeggiar su e giù davanti alla casa, sulla ghiaja minuta che pareva sgretolarsi e fondersi sotto i suoi piedi. Era stato sino a poco addietro così in angustie per la zia Angela che avrebbe dovuto esser lieto delle assicurazioni esplicite di Locresi; e certodi questeera lieto, ma ora egli sentiva rinascere in sè un'altra pena, un altro cruccio; come chi non si libera da un sogno angoscioso che per ricadere in una diversa ma non men triste realtà. Gli tornava alla mente il suo ultimo colloquio con l'Antonietta; gli risonavano all'orecchio gli amari sarcasmi ch'egli le aveva slanciati a proposito dei due Alvarez, e non sapeva capacitarsi che i suoi rapporti con la cugina dovessero, di punto in bianco, essersi mutati a quel modo... Non eran trascorsi che due giorni, e nelgiardino pieno di fragranza e pieno di sole le loro anime s'erano intese, i loro cuori s'erano promessi; e jeri, jeri invece l'Antonietta lo aveva rispinto con quella sua dichiarazione di donna seria e matura che rinunzia all'amore e al matrimonio... Per il padre, diceva lei... Ma perchè? Il padre non era nè vecchio, nè infermo, era unmattoidetranquillo, infatuato d'un'arte che nessuno capiva. Che poteva fargli l'Antonietta? È vero, Giulio Frassini non aveva conforti dalla moglie, sempre in traccia di nuovi galanti (e quì Tullio arrossiva rammentando la vampata di desiderio che gli si era accesa in corpo al cospetto della bella quadagenaria); ma correva pur voce che il marito si procurasse anch'egli le sue distrazioni, e da quando in quà il libertinaggio dei parenti è motivo sufficiente al sacrifizio delle figliuole? No, no; era necessario che Tullio avesse con l'Antonietta una spiegazione più ampia, ch'egli le strappasse di bocca le ragioni effettive della sua condotta... S'ella era capricciosa, volubile, se le sue simpatie si trasformavano in ripugnanze dall'oggi al domani, aveva l'obbligo di confessarlo; egli avrebbechinato il capo, perdonando forse, allontanandosi certo per sempre; ma così no, così non doveva finire.

Rientrato in casa con questi propositi, Tullio ebbe la fortuna d'imbattersi subito nell'Antonietta che usciva dalle camere dei nonni per recarsi dall'Angela.

— Dove vai?

— Dalla zia — ella rispose.

— Non c'è lo zio Cesare?

— Vado a dargli il cambio.

— Aspetta... Vengo anch'io.

— Non troppi in una volta... Hai sentito Locresi?

— Troppi?... Saremo in due.

— Meglio che tu venga più tardi... Arrivederci.

Tullio le sbarrò il cammino.

— Un momento!

E assicuratosi che non c'era nessuno, ripigliò a voce bassa: — Ieri, a due riprese, ci siamo dette delle cose aspre...

— Ieri?... Mi pare un secolo... C'è passata di mezzo la malattia della zia.

— Ora la zia sta meglio e possiamo ben ricordare — notòil giovine. E ripetè: — delle cose aspre.

—Tule hai dette — interruppe l'Antonietta arrossendo lievemente. — Ma figurati s'io te ne serbo rancore.

Tullio s'irritò della calma con cui ella gli parlava; s'irritò di quel suo atteggiarsi a regina offesa e clemente.

— Può essere che il mio linguaggio fosse più acre nella forma — egli rispose. — Il tuo era assai più grave nella sostanza... Perchè distruggere quello che tu stessa avevi edificato?... Ti rammenti, Sabato?

Ella s'imporporò in viso.

— Rammento, sì.

— Ti burlavi di me allora?

— Oh Tullio — ella supplicò giungendo le mani.

— E se non ti burlavi, vuol dire che tu muti idea come muti vestito... Pensa, Sabato, jer l'altro... Io avrei ben diritto di saper quel ch'è accaduto in ventiquattr'ore...

— Ma Tullio — replicò l'Antonietta — ho pur cercato di persuaderti...

— Se non hai migliori ragioni? Quelli eran pretesti...

— Non lo credere, Tullio... È la verità... Tu non puoi intendere...

— Precisamente — egli insistè. — Nonpossointendere... Evoglioesser messo in grado d'intendere... Mi sembra di non aver pretese eccessive... Parla!...

— Non ora, non ora — pregava l'Antonietta guardandosi intorno. — Siamo soli per miracolo.

— Quando dunque?

— Oh Dio! Presto... Fra qualche giorno... Quando saremo proprio tranquilli sul conto della zia Angela... Lasciami, via... Ecco, han sonato al cancello... Visite, sicuramente... Ma oggi i nonni non ricevono nessuno... Bisogna avvertire la mamma... È appunto di là, dai nonni... Me lo fai tu questo piacere... Io salgo dalla zia Angela... Sii buono, Tullio... Oh, anche tu sei molto cambiato da Sabato — ella concluse con quell'arte soprafina che hanno le donne di metter dalla parte del torto chi discute con loro.

Riuscita così a liberarsi, infilò la scala, mentreTullio rimaneva lì con un palmo di naso, sapendone quanto prima e pure ammansato dal calore di quello sguardo, dalla carezza di quella voce il cui eco gli vibrava ancora nell'anima.

Su, nell'andito del primo piano, Giulio Frassini, seduto dinanzi al suo cavalletto, chiamò la figliuola per mostrarle il suo schizzo.

— Se riesce, lo destino alla zia Angela... Credi che lo accetterà?

— Perchè non dovrebbe accettarlo?

— Già non glielo offro se non è degno di lei... Che te ne pare?

L'Antonietta si schermiva.

— Non me ne intendo, io.

— Falsa modestia... Credi forse che se ne intendano gli accademici?... O quei barbassori dei giurì di Venezia e di Monaco che rifiutano i miei quadri?... Sono gli artisti di professione quelli che non se ne intendono, guastati come sono dai loro preconcetti... Sentiamo... C'è ilgrigio?

Che ci fosse il grigio non c'era dubbio, perchè anzi non c'era altro che quello. E la ragazza non poteva non riconoscerlo.

— Quando c'è il grigio — ripigliò Frassini con una logica inappuntabile — non ci può non esserl'effetto del grigio... Mancherà qualche pennellata.

L'Antonietta si abbrancava a questa tavola di salvezza. — Ecco, bisogna vederlo finito.

— Sempre relativamente però — ribattè il pittore le cui teorie contraddicevano all'idea delfinito. — Sempre relativamente. Che cosa c'è di finito a questo mondo?... Guarda quel cielo... Una nuvola e poi un'altra... e poi ogni nuvola cambia d'aspetto... Dar l'idea di ciò ch'è perpetuamente mutabile con segni che non mutano mai... ecco il cruccio dell'artista... se l'artista c'è... Ma quanti ce ne sono?

— Povero babbo! — pensava l'Antonietta rinunziando a seguir lo svolgimento delle complicate teorie paterne. — Povero babbo!

Era persuasa anch'ella ch'egli fosse un cervello malato; e pure avrebbe voluto aver torto, avrebbe voluto veder uscire dalle mani di lui il capolavoro da tanto tempo promesso; vederlo trionfare de' suoi dileggiatori e de' suoi nemici... Ah, quand'egli non fosse più un debole, un perseguitato, ella nonavrebbe più sentito il dovere di sacrificarsi interamente a lui, di soffocare le proprie inclinazioni, di spezzare il proprio avvenire.

Giulio Frassini accennò alla camera dell'Angela che si apriva in quella saletta d'ingresso.

— Seguita bene — egli disse.

— Spero... Ora vado...

— Sì — ripetè Frassini. — Seguita bene... Lo so da Vignoni ch'è passato dianzi di quì... È andato a riposarsi una mezz'oretta non so dove... Non ha chiuso occhio in tutta la notte...

— È una gran fortuna aver un medico così premuroso — esclamò l'Antonietta. — Se la zia guarisce è merito suo.

Frassini tentennò la testa.

— Noi gli dobbiamo certo molta riconoscenza. Ma il merito principale non è suo...

— O di chi dunque?

— Sei tu che l'hai salvata!

— Io?

— Tu, tu... E hai fatto opera santa... Non c'è che lei in questa casa... come non ci sei che tu nella nostra... se pur la nostra può dirsi una casa...

Il pittore aveva deposto i pennelli e la tavolozza, e alzatosi in piedi aveva cinto con un braccio la vita della figliuola quasi a difenderla da un rapitore invisibile. I suoi occhi la covavano con un amore geloso, egoista, esclusivo.

L'Antonietta scoppiò in singhiozzi.

— Antonietta, Antonietta, perchè piangi? — gridò Frassini fuori di sè.

— Non è nulla, non ci badare — ella rispose frenandosi. — Sono i miei nervi... Dopo tante emozioni... Non è nulla... Dalla zia mi quieto subito.

— Vuoi presentarti dalla zia così?

La ragazza s'asciugò in fretta gli occhi e si sforzò di sorridere.

— Ecco, la crisi è passata... Lavora, babbo, lavora...

Egli la baciò in fronte e l'accompagnò fino all'uscio della camera dell'Angela, senza entrare.

— Dille che m'informo sempre di lei e che la saluterò domani...


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