IL BARONE DI FONTANE ASCIUTTEIl procuratore legale don Emanuele Cerrotta apriva il suo studio assai prima dell'alba pei clienti provinciali, mattinieri e solleciti, che avevano pure altre faccende da sbrigare durante la giornata in Catania. Don Calogero, lo scrivano, veniva a svegliare il portinaio, accendeva, salendo, il lume a petrolio per le scale ed entrava nello studio dove il suo principale già lavorava da qualche ora.Nell'anticamera, mezza dozzina di seggiole e un lumino, con tubo affumicato e riflessore di latta, alla parete. Nello studio, due scaffali zeppi di scritture e di memorie legali, tre seggiole compagne a quelle dell'anticamera e una a bracciuoli; un tavolino di abete, tinto a uso mogano, ingombro di carte, con accanto al calamaio un fazzoletto di cotone azzurro e la tabacchiera di cartone verniciato, mezza aperta per poter prendere più facilmente il rapè dicui don Emanuele si riempiva di tratto in tratto il naso, spargendo metà d'ogni presa su lo sparato della camicia da notte e su le carte che aveva davanti.Il lume a olio, a tre becchi, illuminava appena il tavolino e le due persone che vi erano sedute attorno, cioè: don Emanuele col berretto di astrakan calcato fin su gli occhi, il fazzoletto di seta nera attorcigliato al collo a guisa di cravatta (le punte del colletto della camicia si affacciavano una dalla parte di sopra, l'altra dalla parte di sotto) e un vecchio scialletto di lana buttato su le spalle; a destra, don Calogero che copiava o scriveva sotto dettatura, senza mai alzare gli occhi e mostrare di accorgersi delle persone che dall'alba alle nove entravano nello studio, ragionavano, discutevano, urlavano, secondo il carattere di ognuna fino a che il principale non tagliava corto le parole in bocca ai clienti noiosi, dicendo bruscamente:— Va bene; ne riparleremo un'altra volta; oggi ho da fare. Buon giorno!...E riprendeva a dettare allo scrivano:«Dunque... In fatto e in diritto...»Quella mattina, vedendo entrare in punta di piedi don Pietro-Paolo Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa (da un anno e mezzo, tutte le mattine egli era il primo cliente chesi presentava nello studio) don Emanuele non si era dato, al solito, neppur la pena d'interrompere un momento la lettura della memoria legale che egli andava annotando; e continuò un buon pezzo, quasi su la seggiola di rimpetto a lui non si fosse seduto nessuno. All'ultimo, dopo aver affondato l'indice e il pollice della mano destra nella tabacchiera e aver tirato su un'enorme presa di rapè, dopo di aver dato col fazzoletto due colpetti di ripulitura al naso, uno da dritta e l'altro da sinistra, don Emanuele alzò su la fronte gli occhiali a capestro e brontolò:— Buon giorno, barone!... Novità?Il barone, accostata premurosamente la seggiola al tavolino, posate le braccia su le scritture e riunite le mani quasi in atto di preghiera, con sorriso umile, insinuante, e con tono di voce più insinuante e più umile ancora, balbettò:— Ecco: ho pensato...— No, non voglio sapere quel che voi avete pensato o non pensato; domando soltanto se avete qualche carta, qualche documento nuovo... Ne scavate uno al giorno!...— Ho scritto certe postille, per rischiarare meglio... il punto importantissimo...E il barone, cavato premurosamente dalla tasca interna del soprabito mezzo foglio di carta,coperto di scritturina rotonda, fitta fitta, con richiami ai margini, lo presentava al suo procuratore.— Leggerò, con comodo... Capisco di che si tratta... Nient'altro?— ... Sei tarì, lo sapete! — rispose il barone abbassando gli occhi.Don Emanuele tirò il cassetto del tavolino e presa una manciata di monete di rame, carlini, pezzi di sei grani e di due grani, contava, — uno, due, tre... Sei tarì vi bastano?— Per due settimane. Prendetene nota.— Campate di vento! — esclamò don Emanuele, crollando compassionevolmente la testa.E mentre il barone ritirava con mano tremula i quattrini, prendendo una dopo l'altra le pilette di ogni tarì e mettendole in tasca, egli faceva quattro rapidi sgorbi sur un quadernetto dove si allineavano filze di cifre significanti altri e altri tarì somministrati al barone durante la lite, e tutte le spese anticipate per lui, da riprendere assieme con gli onorari a lite vinta e finita.Questo, insomma, voleva dire che il procuratore legale era sicurissimo del buon esito di essa; ma voleva anche dire che quel povero vecchio gli ispirava profonda pietà, ridotto quasi a mendicare dalla cattiveria della moglie e dei figli.Moglie e figli si erano ribellati contro il barone appunto per quella lite, che durava da dieci anni, e nessuno poteva prevedere quando sarebbe terminata. Il marchese di Camutello, cugino del barone e suo avversario, prima gli aveva messo l'inferno in famiglia per mezzo del confessore della baronessa, facendole dipingere a nerissimi colori l'avvenire della casa; poi aveva proposto, con lo stesso mezzo, una transazione.— Un'infamia! — diceva il barone. — Piuttosto farsi tagliare le mani, che sottoscrivere quell'attentato ai sacrosanti diritti della baronia di Fontane Asciutte e Cantorìa. Finchè campo io!...Ma dopo sei mesi di terribile lotta, un giorno per le silenziose stanze del palazzo Zingàli erano risuonati urli di voci maschili, strilli di voci di donne che si udivano fin dalla via e facevano fermare la gente.***La facciata di pietra dura intagliata, col vasto portone e i terrazzini e l'alto cornicione in cima, davano a quel palazzo l'aria di fortezza tra le meschine casette da cui era circondato. Bastava però cominciare a salire lescale per accorgersi subito che l'interno poteva dirsi una rovina. Scalini sbocconcellati; muri senza intonaco; pavimenti senza mattoni; finestroni, metà con vecchie tavole malamente inchiodate e murate in luogo di imposte e di ringhiere; vôlte reali macchiate di umido per l'acqua che vi stillava dal tetto nei giorni di pioggia; stanzoni squallidi, polverosi, e pieni di ragnateli, parecchi con un tavolino o un baule in un angolo e poche seggiole sgangherate attorno per mobilia, qualcuno con grandi quadri senza cornici alle pareti — quadri sacri, ritratti di famiglia anneriti dal tempo, scorticati, sfondati — e nient'altro.Bisognava attraversare quattro o cinque di questi stanzoni, rischiarati dalla poca luce che penetrava dalle fessure delle tavole, infisse ai finestroni trent'anni addietro come imposte provvisorie — e che si erano infracidite là senza che nessuno avesse mai pensato di aggiungervi un chiodo — bisognava attraversare quattro o cinque di questi stanzoni prima di arrivare alle stanze dove la famiglia del barone si era ridotta ad abitare.La baronessa e le due figlie vivevano segregate, in fondo in fondo, nelle stanze che davano sul vicolo della parte di levante. In una camera, divisa in mezzo da un paravento coperto di damasco rosso, stracciato e sfilaccicante, dormivanole due sorelle; in quella accanto, la baronessa. Ella passava le giornate facendo calza, rammendando biancheria, filando lino nelle serate invernali, recitando assieme con le figlie interminabili rosari, seduta sul massiccio seggiolone di noce con spalliera di cuoio che si accartocciava agli angoli da dove le bollette erano andate via. Colà ella riceveva le rare visite di qualche amica e le contadine che le portavano panieri di frutta, cestini di uova fresche, mazzi di asparagi o di cicoria, secondo le stagioni; colà ella si confessava, il primo e il quindici di ogni mese, col vecchio canonico Rametta, che veniva pure a raccontarle in quell'occasione le notiziole e i pettegolezzi del paese, prima o dopo di averla confessata, come piaceva alla signora baronessa, che non era sempre dello stesso umore.I figli, Ercole, Marco e Feliciano, dormivano in quello che avrebbe dovuto essere il gran salone di ricevimento se il palazzo fosse stato compiuto. Attorno ai tre lettini addossati agli angoli (quelli di Ercole e Marco l'uno di faccia all'altro, quello di Feliciano in uno degli angoli opposti tra due finestroni) stavano appiccati alle pareti diversi arnesi che rivelavano le inclinazioni e le occupazioni di ognuno di loro. Fucili, carniere, reti da conigli e da quaglie; gabbietta di legno pel furetto; stivaloni allascudiera, con grosse bullette alle suole; due cappelloni a larghe tese, uno di feltro bigio, l'altro di paglia; casacca, panciotto con molte tasche, e pantaloni di velluto grigio, di cotone, facevano sùbito indovinare in Ercole il cacciatore che si curava soltanto di fucili, di furetti e di bracchi. Seghe, pialle, martelli, tenaglie, succhielli, saldatori, scalpelli, forbici, lime, raspe, tornio, tavole, legnetti, soffietto, un trapano, un'incudinetta, un fornello indicavano in Marco il meccanico. Dal tavolino con su uno scaffaletto pieno di libri moderni, di fascicoli di opere in corso di pubblicazione, di quaderni di sunti e di appunti, si capiva l'inclinazione allo studio del fratello minore Feliciano.Il barone occupava la stanza a sinistra del salone dove dormivano i tre maschi. Di faccia all'uscio, un gran scaffale rustico, senza vetri nè sportelli, pieno di mazzi di scritture antiche, che raccontavano le compre, le vendite, le trasmissioni di possesso, le liti, le sentenze, insomma tutta la complicatissima storia dei feudi di Fontane Asciutte, Cantorìa, Barchino, Tumminello, Cento-Salme, Canneto, una volta patrimonio della famiglia Zingàli, ora parte alienati, parte ceduti, parte perduti per la leggendaria storditaggine del barone don Calcedonio, padre di don Pietro-Paolo. Le scritture erano disposte per ordine di data, e da ogni mazzo, da ognifascicolo veniva fuori una linguetta di carta che ne indicava il contenuto. Prima della morte del barone don Calcedonio, tutte quelle carte giacevano alla rinfusa in due vecchi cassoni senza coperchio, assieme con altre carte ammonticchiate, in uno stanzino buio, fra seggiole rotte, arnesi inservibili e stracci di ogni genere buttati là da anni ed anni. Don Pietro-Paolo, che si era trovato da un giorno all'altro barone di Fontane Asciutte e Cantorìa, si era anche sentito gravare addosso da un giorno all'altro il disordine dell'amministrazione di casa, intorno alla quale non aveva potuto neppur fiatare vivente il padre che si credeva Domineddio in persona, autorità indiscutibile su la moglie, sul figlio, su la nuora e sui nipoti.Appena la cassa del morto era uscita di casa, il barone don Pietro-Paolo aveva fatto cavar fuori dallo stanzino quelle altre casse da morto, come egli disse, dove giacevano tesori di documenti, atti importantissimi per le liti in pendenza e per quelle da iniziare; dalla mattina del giorno dopo si era chiuso nel suo stanzone, studio, camera da letto e da ricevimento in una, e in tre mesi di diabolico lavoro, che lo aveva fatto incanutire, era finalmente riuscito a riordinare, classificare, annotare quell'immenso ammasso di carte ingiallite, ammuffite e qua e là rôse dai topi. Per fortuna, avendo trovato tantaaltra roba da rosicchiare, i topi avevano risparmiato un po' le scritture dei cassoni.La baronessa donna Fidenzia, triste e sfiduciata, gli aveva detto più volte:— Perchè ammattite con quelle cartaccie? Oramai, quel che è andato è andato...— Non vuol dire! E poi... c'è ancora una rivendicazione da fare. Cento-Salme è nostro, non del marchese di Camutello!— Volete rovinarvi con le liti anche voi, peggio di vostro padre?— Mio padre era pazzo da legare. Dio gli perdoni nell'altro mondo dove ora si trova!E il povero barone don Pietro-Paolo, che già aveva potuto scandagliare l'abisso in cui per colpa del barone don Calcedonio era sprofondato il patrimonio di famiglia, non esagerava punto, per indignazione, chiamando suo padre: Pazzo da legare!Basta rammentare le burlette che il barone don Calcedonio avea fatto ai suoi avvocati di Catania, di Palermo, di Messina, di Siracusa (giacchè egli aveva liti da per tutto, con privati, con Comuni, col Governo, con conventi, con Opere pie) per qualificarlo a quel modo.Da Catania, gli avvocati che gli strappavano a stento gli onorari e volevano far le viste di guadagnarseli, lo tempestavano di lettere:Lasua presenza è necessaria, urgentissima; così non si va avanti.Il vecchio barone li avea lasciati cantare. Un bel giorno, fa inattesamente scrivere dal suo segretario: «Arriverò domani l'altro».E si mette in viaggio, con gran scampanìo di lettighe, una per sè e una pel suo cameriere, da quel gran signore che doveva mostrare di essere il barone di Fontane Asciutte e Cantorìa.Durante una settimana, i suoi avvocati e quelli della parte contraria non erano riusciti a mettersi di accordo con lui e tra loro intorno al giorno, all'ora e al luogo del convegno per la transazione da discutere. In casa del suo avvocato principale non volevano intervenire, per orgoglio di dignità, gli avvocati avversari. Nell'albergo, no; egli non amava far sapere agli altri gli affari di casa sua. Si era stabilito finalmente un posto neutrale, e il giorno e l'ora. Ma la mattina di quel giorno, prima della levata del sole, il barone aveva dato ordine ai suoi lettighieri di mettere ai muli i basti coi sonagli, ed era partito contorcendosi dalle risa per la sua graziosa burletta a quegli imbroglioni di avvocati:— Rimarranno con tanto di naso! Ah! Ah!Lungo il viaggio si era affacciato più volte allo sportello della lettiga, chiamando:—'Nzulu!Eh? Aspettano ancora! Ah! Ah!E vedendo che il vecchio cameriere crollava la testa, disapprovando:— Ridi anche tu, bestia! — aveva soggiunto. — Ripeteremo la burla a quelli di Palermo! Ah! Ah!Infatti l'aveva spensieratamente ripetuta ai suoi avvocati di Palermo, poi a quelli di Messina, poi a quelli di Siracusa, ridendone con'Nzulu, che gli rispondeva crollando la testa, sospirando:— Ah, signor barone! Ah, signor barone!— Zitto, bestia!... Li pago; posso divertirmi con loro!E si era tanto divertito, che avea dovuto abbandonare la costruzione del palazzo, darsi in mano agli strozzini, troncare, di nascosto dagli avvocati e con enorme suo danno, liti che non si potevano perdere, pur di raccappezzare alla lesta, a furia di transatti, i quattrini che gli occorrevano per un viaggio a Napoli, per una apparizione da Cavaliere d'onore alle Corti di Ferdinando I e di Francesco I, per una ballerina delBellinidi Palermo o delSan Carlodi Napoli; riducendosi, negli ultimi anni, ad abitare in quel paesetto, in quel palazzo che già rovinava prima di essere finito, dopo aver visto vendere all'asta i due bei palazzi e la loro ricca mobilia — uno in Palermo, l'altro in Catania — che l'avolo di lui s'era fatto fabbricareverso la fine del 1600, ed erano passati intatti di padre in figlio, fino al suo matto pronipote!Per questo la baronessa donna Fidenzia osservava con una specie di terrore tutto quel rimescolìo di cartacce che teneva occupato suo marito, e si era sentita stringere il cuore alla risposta di lui:— Cento-Salme è nostro, non del marchese di Camutello!***Il barone don Pietro-Paolo non si era mostrato in famiglia meno despota del barone don Calcedonio. Come egli era rimasto zitto e quasi tremante davanti a l'assoluta autorità del padre, così ora la baronessa, le figlie e i tre maschi tacevano e tremavano davanti a lui. Purchè non pretendessero di mescolarsi negli affari, egli però lasciava che tutti facessero il comodo loro; e la famiglia viveva in una specie di anarchia; la mamma e le due ragazze segregate in fondo al palazzo, assorte in pratiche devote; i tre fratelli nel salone, ciascuno occupato delle faccende proprie: Ercole, badando a ripulire fucili, a rammendare reti; Marco a tornire, a saldare, a picchiare su l'incudinetta, tutto intento alle sue strane invenzioni meccaniche;Feliciano, immerso negli studi legali, muto e chiuso, ruminando non si sapeva quali progetti che gli luccicavano di tanto in tanto nelle pupille nere sotto le folti sopracciglia.Il barone, quando non era via per affari, cioè per la lite di rivendicazione di Cento-Salme, da lui iniziata subito appena messi insieme i documenti, passava le intere giornate, e spesso spesso metà delle nottate, a decifrare le vecchie scritture latine in cui si imprometteva di ritrovare diritti per altre rivendicazioni. Voleva far ritornare i baroni di Fontane Asciutte e Cantorìa, se non all'antica opulenza, per lo meno a una ricchezza e a un fasto che avrebbero rimesso in onore il nome dei Zingàli. Questa illusione egli era arrivato a trasfonderla, dopo qualche anno, nella baronessa Fidenzia, nelle figlie, e in Feliciano che lo avrebbe aiutato volentieri nelle ricerche delle vecchie scritture, se il barone non avesse avuto la pretensione di far tutto da sè.Da principio la lite era andata a vele gonfie; il marchese di Camutello, che non s'attendeva quell'attacco, sbalordito e sconcertato, era andato avanti a furia di cavilli, di intrighi e di alte protezioni; poi, tutt'a un colpo, si era messo a litigare per davvero, opponendo documenti a documenti, procedure a procedure, perizie a perizie, sfoggiando insomma tutte le armi piùaffilate, tutti gli strattagemmi più astuti per stancare l'avversario, che non poteva buttar via i quattrini a manciate, come era cosa facile per lui, amministratore meticoloso, un po' avaro, e uomo abile e rotto al gran maneggio degli affari. Il giorno che il Tribunale civile di Catania gli aveva dato torto, incontrato il cugino che usciva raggiante di contentezza dalla sala di udienza, dopo averlo salutato sorridendo, gli disse:— A rivederci davanti a la Gran Corte! Ride bene chi ride l'ultimo!E là, nella Gran Corte, la lite era rimasta arrenata otto anni! Pareva che gli avvocati delle due parti contendenti, preso gusto a quella battaglia di atti, di procedure, di rinvii, si divertissero a prolungarla. Il barone dimagriva e ingialliva dalla bile. Passava lunghe nottate riassumendo documenti, scrivendo brevi memorie da sottoporre al giudizio degli avvocati; e impediva alla figlia Mariangela, la primogenita e sua prediletta, anche di entrare nella stanza di lui per rassettarla e rifare il letto.— No, mi arruffaresti ogni cosa; faccio tutto da me!E avea voluto fin una fiasca di latta per l'olio del lume, che egli metteva fuori dell'uscio quando era vuota e dovevano riempirgliela.Mariangela, che badava alle faccende di casa sotto gli ordini della madre, ogni volta chetrovava accanto all'uscio della camera del padre la fiasca vuota, si presentava con essa in mano alla baronessa.— In tre sole nottate, una fiasca!— Olio e tempo sciupato! — esclamava dolorosamente la baronessa. — Dio lo faccia ravvedere! La Madonna lo illumini!Ma nessuna di esse e nessuno dei tre maschi avrebbe osato ripetere in faccia al padre: «Olio e tempo sciupato!».Poi, una sera, durante la cena, la baronessa Fidenzia aveva chiesto, insolitamente, al barone notizie della lite per Cento-Salme. Il barone l'avea guardata in viso, meravigliato del tono un po' ironico della voce di lei, e aveva risposto seccamente:— Tutto va bene!La baronessa avea replicato:— Dobbiamo ridurci all'elemosina? Non parlo pei maschi, che potranno pensar loro a cavarsi d'impaccio; parlo per queste due sante creature, sacrificate qui...— Penso per tutti! Ho pensato sempre per tutti! Consumo la mia vita per tutti!... Non mi diverto a caccia io!... Non mi spasso col tornio io!... Non sto a leggiucchiare libricciatoli io!... Lavoro giorno e notte, per tutti! E, per ora, il padrone qui sono io e comando io... Voglio che si sappia e si tenga a mente!Il barone aveva pronunciato queste parole con voce repressa, alzandosi lentamente da sedere mentre parlava; e voltate le spalle alla tavola, era uscito dalla sala da pranzo accigliato, un po' pallido, ma convinto che quella dispiacevole scena non si sarebbe più ripetuta.***Il fuoco covava sotto la cenere, e il canonico Rametta s'incaricava, a fin di bene, di tenerlo vivo. Buona pasta d'uomo, un po' corto di cervello, pieno di scrupoli religiosi, si era lasciato abbindolare dal marchese di Camutello, che un giorno lo aveva mandato a chiamare per parlargli di una cappellania di famiglia, il cui cappellano era in punto di morte.— Ho pensato a voi, signor canonico!— Grazie, grazie!... Non posso accettare — rispose umilmente il canonico.— Perchè, signor canonico?— Non saprei come soddisfare gli obblighi, signor marchese. Non si può dire più d'una messa al giorno, ed io ho già appena qualche settimana vuota nell'anno.— Ah, io non vi farei ressa! Non vorrei vedere il vostrocelebravit... Non l'ho mai chiestoal cappellano che il Signore ora sta per portarsi in paradiso.— E la mia coscienza, signor marchese?— C'è il Papa, infine! Unasanatorianon costa troppo...— Niente! Grazie, signor marchese. Grazie!E il marchese, mutando sùbito discorso, gli avea parlato della povera cugina baronessa e delle ragazze che vivevano da monache, di quei tre nipoti, uno più matto dell'altro, di schietta razza dei Zingàli, e del barone, che già finiva di ridurli tutti in miseria.— Io, signor canonico, voi lo sapete bene, ci sono stato tirato pei capelli. Ero tranquillo, nel mio possesso; e lui è venuto a dirmi: Ti voglio cacciar via di lì!... Le parole non bastano, caro signor canonico!... Allora — che volete? Uomini siamo! — io gli ho risposto per le rime — Cantorìa una volta era dei marchesi di Camutello... Vediamo un po'. — Così mi son messo a intorbidargli le acque pure io... Che volete? Uomini siamo!... I santi soltanto porgono l'altra guancia quando hanno ricevuto uno schiaffo... Me ne dispiace per la cugina baronessa e per quelle due buone creature delle sue figlie... Che pensano di fare? Chiudersi in un convento? E quei tre matti?... Marco, è vero che vuol trovare il moto perpetuo?...— Pensa a un mulino di sua invenzione.— Un mulino?... Un Fontane Asciutte mugnaio! Mi piange l'animo... Ma che fare con quella testa di mulo di mio cugino il barone?... Io, credetemi, mi stimo saldo, ben saldo nel mio diritto... Se così non fosse, non spenderei tanti quattrini per litigare... Eppure, se mi si proponesse un accomodamento alla buona... Capite... Non posso essere il primo io... Mi pregiudicherei. Sono stato attaccato e mi difendo... Ma è inutile ragionarne... Mi dispiace intanto per la cappellania. Non prevedevo il vostro rifiuto. Via! riflettete un po'...— Grazie, signor marchese; è impossibile! Il canonico Rametta, riferito alla baronessa quel colloquio, le aveva involontariamente introdotto nell'animo il lievito della ribellione contro il dispotismo del marito. Per la baronessa il suo confessore era un santo; se non operava miracoli da vivo, ella credeva fermamente che li avrebbe operati appena morto. Una sera, infatti, parlando di lui con le figlie, aveva esclamato:— Vedrete; se lo salasseranno otto giorni dopo morto, egli darà sangue come persona viva.E nell'attesa di questo infallibile segno di santità, che però la baronessa si augurava di vedere quanto più tardi possibile, ella abbandonava ciecamente al canonico la direzionedella sua coscienza e di quella delle due figlie, e lo aiutava in qualche opera buona, con elemosine che erano proprio atti di eroismo da parte di lei; giacchè le strettezze diventavano ogni giorno maggiori in famiglia; le spese della lite assorbivano ogni risorsa; e i figli, chi per un conto, chi per un altro, si rivolgevano alla baronessa per ottenere il po' di danaro che loro occorreva.— Mi smungono da tutte le parti! — ella si lamentava col confessore.Il canonico Rametta, quantunque fosse pallido e magro anche un po' per le penitenze e le macerazioni a cui si sottometteva, dei santi aveva specialmente la testardaggine che li fa perseverare in quel che loro sembra una buona e giusta cosa. Convintosi che le intenzioni del marchese di Camutello erano ottime e che i fatti gli davano ragione (nessuno poteva attestarlo meglio di lui, confessore della baronessa, la quale spesso spesso, non avendo peccati suoi da confessare, gli versava nell'orecchio quelli del marito, e al povero barone non si poteva addebitare altro torto all'infuori di pensare giorno e notte alla lite); convintosi dunque che le parole del marchese: «Se mi proponessero un accomodamento alla buona» fossero sincere, e che questo accomodamento poteva evitare alla famiglia del barone e a luil'estrema rovina, il canonico Rametta, dopo averne accennato qualcosa velatamente, visto che alla baronessa e ai suoi figli mancava il coraggio di opporsi alla volontà dei barone, avea creduto opportuno mutar tono, e parlare non più in nome proprio, ma in nome di quel Dio di cui durante la confessione egli era, secondo la sua espressione, indegno, sì, ma vero ministro.— Tocca a voi, signora baronessa; ve l'ordina Dio per mio mezzo!La baronessa, che a quattr'occhi con lui, da penitente a confessore, si era espressa talvolta un po' arditamente, udite queste tremende parole, diventò piccina piccina sul seggiolone di noce dov'era seduta accanto al canonico. La voce le si arrestò in gola, le lagrime le sgorgarono dagli occhi e potè a stento balbettare:— A me? Tocca a me? Ma vostra paternità sa benissimo...— So che questo è il vostro dovere di moglie e di madre di famiglia; so che voi non dovete accaparrarvi l'inferno per tutta l'eternità, disobbedendo al comando di Dio, che v'ha fatto baronessa e madre forse unicamente per salvare dall'estremo disastro questa famiglia. Altro non devo sapere. Pensateci bene, e pregate Dio e la Madonna perchè vi diano forza e coraggio!E finita la confessione, egli prese a ragionaredello stesso argomento in presenza delle signorine.Mariangela approvò sùbito. La sua faccia squallida, dove gli occhi parevano assonnati in una specie di nausea del mondo e delle sue vanità, si animò tutt'a un tratto, si colorò, e le pupille le lampeggiarono, quando disse con profonda amarezza:— Non vuole che io più entri nella sua camera neppure per rifargli il letto!Rosaria, la sorella minore, bruna, dal viso duro, dalle labbra carnose, stata un pezzo ad ascoltare, si era alzata con uno scatto da sedere:— Dove vai? — le domandò la baronessa.— Vo' a chiamare i fratelli; debbono essere d'accordo anche loro.***Dapprima il barone avea crollato le spalle, sorridendo di compassione alle osservazioni della baronessa che gli manifestava timidamente i suoi terrori dell'avvenire; poi aveva risposto calmo e dignitoso:— Baronessa, le liti non sono cose di cui deve occuparsi una donna!Mariangela, che un giorno aveva osato aggiungere qualche parola alle insistenze della madre, si era sentita rispondere un: — Zitta, sciocca! — che la fece piangere mezza giornata.Rosaria invece pensava che era inutile tentar di persuadere il barone e indurlo a proporre un accomodamento; e perciò andava spesso nel camerone dai fratelli, quando sapeva che tutti e tre erano là, e li scoteva dalla inerte indifferenza, li incitava:— Che uomini siete? Ora più non siete ragazzi!Ercole bestemmiava:— Corpo di...! Che debbo fare? Prendere questo fucile e far fare una vampata al cugino marchese?Marco non rispondeva. Aveva già terminato il modellino in legno e in latta del suo mulino, e lo faceva funzionare, soddisfatto che andasse meglio di quel ch'egli non aveva sperato. La gran ruota, che doveva dare il movimento alla tramoggia e alle macine, sarebbe stata così enorme che occorrevano due piani del palazzo per farle posto. Avrebbe voluto spiegare alla sorella l'intero meccanismo, smontarle sotto gli occhi e rimontare il modellino; ma Rosaria gli avea voltato le spalle per avvicinarsi a Feliciano che studiava coi gomiti appoggiati sul tavolino e la testa sui pugni.— Insomma, te ne lavi le mani anche tu?Feliciano alzò gli occhi e fissò in faccia la sorella:— C'è un solo mezzo — disse; — ma noi non vorremo mai servircene.— Quale?— L'interdizione.— Che significa?— Significa...Ercole, il cacciatore, lo interruppe ridendo.— Significa — egli spiegò — che noi siamo come i topi che volevano attaccare il campanello al collo del gatto.— Venite di là, dalla mamma.Rosaria parlò così imperiosamente, che i tre fratelli la seguirono uno dietro all'altro, zitti zitti.Nella camera della baronessa, seduti attorno al seggiolone di noce dov'ella stava quasi su un trono, vestita di tela grigia d'Artega, con un fazzoletto di seta nera che le contornava il viso grasso e floscio e i capelli canuti spartiti in due bande su la fronte, i figli attendevano che la madre parlasse.La camera era in disordine; il letto non ancora rifatto. Sul canterale, su le seggiole, sul tavolino davanti la finestra, una confusione di oggetti disparati: capi di biancheria, ceste con frutta, ferri da calze, forbici, ditali, una coronadi cocco, una conocchia, due fusi, e tra il canterale e il tavolino l'arcolaio con una matassa di cotone azzurro da dipanare. Se non che il canterale era finamente incrostato di tartaruga e madreperla, e la conocchia e l'arcolaio erano prezioso lavoro di un antico pecoraio di famiglia, che vi aveva scolpito con la punta del coltellino strane fantasie di ornati complicatissimi. Marco era andato ad ammirarli anche ora, prima di prender posto accanto alla sorella Mariangela.La baronessa portò il fazzoletto agli occhi.Ercole ruppe il silenzio, ripetendo la sua facezia:— Ecco il consiglio dei topi!Rosaria lo sgridò duramente:— Taci, villanaccio!E rivolgendosi a Feliciano gli disse:— Dunque? Questa interdizione?La baronessa singhiozzava.— Non c'è altra via! — confermò Feliciano.— Proviamo prima... come minaccia... — insinuò la baronessa.— Inutile. Si faccia la domanda al tribunale senza perdere più tempo.— Uno scandalo? — esclamò spaventata la baronessa.— Mamma!... Se non c'è altra via!...Tutti guardarono Rosaria. Come mai quellaragazza, che stava sempre zitta, mostrava tutt'a un tratto tanta violenza e tanta audacia? Ella arrossì, quasi quegli sguardi di maraviglia e di stupore avessero voluto leggerle in fondo all'animo. E in quell'istante, due terribili anni della sua giovane vita chiusa e nascosta le balenarono davanti a gli occhi, le accesero il viso e la fecero tremare. Ma si rimise sùbito.— Parla, spiègati meglio — disse al fratello con gesto vibrato.***Saputo che quella mattina l'usciere era venuto a rilasciare al barone la citazione del tribunale, tutti i figli si erano radunati in camera della baronessa, quasi a rifugiarsi sotto le ali di lei e ripararsi dalla tempesta che stava lì lì per scoppiare.Il barone comparve su la soglia, pallido, con gli occhi stralunati, agitando convulsamente il foglio della citazione, senza riuscire a parlare. Lo sdegno e l'ira lo soffocavano, Mariangela fece un passo verso di lui, ma un suo gesto l'arrestò.— Vipere! Ingrati!... — cominciò a balbettare. — Questa, questa è la ricompensa?... Potrei... stracciarvi la vostra carta in faccia,sbattervela sul muso; farvi vedere chi... chi è da interdire qua... Vipere!... Ingrati!...— Barone!... per carità!... — supplicava la baronessa.— Voi, signora, avete ragione... per la vostra dote. Ma ho già dato ipoteche, ho vincolate rendite... non l'ho sciupata, no, la vostra dote. Darò sùbito altre guarentigie, se occorrono... Ho abusato della vostra bontà, è vero; ho sperperato il fruttato dotale... per la lite; e voi, signora baronessa, da eccellente madre di famiglia, non volete che quel fruttato serva ancora alla rovina delle vostre buone figliuole... Vipere!... dei vostri bravi figliuoli... Ingrati!... Questa, questa è dunque la ricompensa? Nessuno ha il coraggio di guardarmi in viso!... Nessuno osa di rispondermi una parola!Infatti, tutti stavano là, zitti, a capo chino, come tanti rei davanti al lor giudice. Soltanto la baronessa, a mani giunte, con gli occhi rivolti al cielo, pareva implorasse aiuto da lassù. Il barone rizzò minacciosamente la persona:— Potrei prendervi a uno a uno per le spalle... e farvi ruzzolare le scale fin da questo momento. Il palazzo è mio; ed io, almeno per ora, sono qui padrone assoluto... Ma vi gastigherò diversamente; voglio risparmiarvi l'empio tentativo di farmi interdire... Esco io dal mio palazzo!... Fuggo via io da questo covo di vipere edi ingrati! Lotterò... povero, solo; morrò di crepacuore e di fame forse; non importa!... Intanto vi abbandono tutti alla maledizione di Dio!... Giacchè io credo in Dio più di voi, signora baronessa che vi confessate due volte al mese e date questo bell'esempio ai figli vostri! Figli?... Figlie?... Io non ho più nessuno!... Nè moglie!... Nessuno!... Esco di qui coi soli vestiti che ho indosso... Non voglio altro!... E il giorno che mi porteranno la notizia: — Il vostro palazzo è crollato; Dio lo ha scosso dalle fondamenta e vi ha seppellito tutti — quel giorno farò cantare unTe Deum!... Non metterò il lutto!...— Barone, per carità! — tornò a supplicare la baronessa.—Voscenzascusi; non si ragiona in tal modo!...Feliciano aveva pronunciato queste parole con tono dimesso ma così ironico, che il barone fece atto di slanciarglisi contro per schiaffeggiarlo come un ragazzo. Mariangela dètte uno strillo, la baronessa si mise a gridare, quasi la minacciata fosse lei; Rosaria si piantò davanti al fratello per fargli scudo col corpo, alzando la bruna testa dai lineamenti duri, aggrottando le sopracciglia, stringendo le labbra carnose. E fu il segnale della gran rivolta! Parlavano, strillavano, urlavano assieme, aggirandosi perla stanza, senza sapere quel che volessero, nè quel che facessero, mentre il barone in mezzo a loro continuava a ripetere frasi scomposte, con le braccia in alto, sventolando il foglio della citazione come segnale di minaccia e di gastigo; e la baronessa in piedi su la predella del seggiolone di noce, piangente, sperduta, urlava:— Barone! Figli miei!... Figli miei!Tutta la pazzia dei Zingàli parve si fosse scatenata improvvisamente, rompendo la lunga compressione, sconvolgendo quei cervelli, squarciando quelle gole con orride grida, agitando quei corpi in una terribile convulsione di atteggiamenti, di mosse, di gesti furibondi, che avrebbero fatto scappare le persone fermatesi nella via ad ascoltare meravigliate, se fossero salite su, spinte dalla curiosità o dal desiderio di dar soccorso, giacchè si capiva che lassù accadeva qualcosa d'insolito e di triste.Poco dopo, le grida cessarono, la gente si disperse; e gli scarsi rimasti videro uscire il barone don Pietro-Paolo, vestito di nero, con l'abito abbottonato e un gran mazzo di carte sotto braccio. Nessuno osò domandargli che cosa era stato. Si scoprirono rispettosamente, e il barone rispose al saluto con la consueta sua affabilità.***Da due anni e mezzo egli viveva nel bugigattolo buio che dava su la scala dell'albergo Sant'Anna in Catania, specie di canile che neppur Tina, la serva sporca e sboccata, voleva ravviare e ripulire per via del tanfo di rinchiuso che toglieva il respiro.Egli non sentiva più quel tanfo; vi si era abituato, lo portava attorno immedesimato con la dubbia biancheria, con l'unico abito nero che indossava tutto l'anno. Di quel tanfo si impregnava fin quel po' di pane che serviva a sostentarlo — assieme con qualche frutto, l'estate, e con un po' di formaggio, l'inverno — e ch'egli mangiava a mezzogiorno e la sera, prima di mettersi a letto, stanco del vagabondaggio della giornata.La mattina, all'alba, andava dal procuratore Cerrotta, a portargli riflessioni e appunti, scritti nella nottata al lume di una candela di sego, riguardanti la lite per Cento-Salme. Di sè, della miseria a cui si era volontariamente condannato, delle umiliazioni che soffriva vedendosi guardato come una bestia strana e quasi evitato nelle sale di udienza del Tribunale o della Gran Corte, dove passava parecchie oredella giornata seguendo le discussioni per trarne profitto, ormai egli non si curava più. Nessun sacrifizio, nessuna sofferenza gli sembrava tale da non doverla affrontare, da non doverla sopportare in vista della vittoria della lite, che di giorno in giorno gli appariva sempre più certa e sicura. E quando don Emanuele Cerrotta, pur ammirandolo per la tenacità, gli rispondeva bruscamente, seccato di quegli appunti, di quelle riflessioni o note che il barone andava a presentargli ogni mattina e che avrebbe voluti esaminati e discussi assieme, egli non si sentiva offeso; sorrideva umilmente, chiedeva scusa, e il giorno dopo tornava ad insistere... e la vinceva. Don Emanuele tirava su una gran presa di rapè, dava due stizzosi colpi di ripulita al naso col fazzoletto di cotone azzurro, socchiudeva gli occhi e stava ad ascoltare, interrompendolo di tanto in tanto:— Ma di questo abbiamo già ragionato avant'ieri!— Sì, sì, dal punto di vista...E spiegava da qual punto di vista; ora però egli guardava la questione dal lato opposto.— Capisco; andiamo avanti!Una lesta presa di rapè, una nuova stizzosa ripulita al naso col gran fazzoletto di cotone azzurro tenuto a portata di mano sur una coscia, indicava la crescente impazienza di donEmanuele. Ma il barone non si scoraggiava. Tutta la sua persona pareva curvarsi, ridursi piccina; le braccia accostavano i gomiti ai fianchi per attenuare i gesti, le spalle si stringevano, la voce si affievoliva in un mormorìo, perchè il suono delle parole penetrasse negli orecchi senza recar disturbo. Egli sapeva di non essere più uno di quei clienti che possono imporsi ai loro avvocati, ai loro procuratori legali in virtù dei ben pagati onorari e dei futuri vistosi palmari dopo vinta una lite; era invece un cliente che doveva farsi ascoltare quasi per carità, per tolleranza, facendosi far credito su l'avvenire, giacchè la signora baronessa e i suoi figli avevano voluto così!Non li nominava mai: ma in certi momenti, quando una circostanza lo costringeva a guardare, non ostante il suo stoicismo, alla miserabile condizione a cui era stato ridotto, lui, don Pietro-Paolo Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa, un impeto selvaggio gli saliva dalla pianta dei piedi su su per tutto il corpo fino al cervello, quasi fiamma che lo avvolgesse rapidamente e volesse riversarsi attorno per distruggere gli ingrati! Oh, essi non si rammentavano più se egli esistesse! E non potevano ignorare che egli viveva di carità, quasi soffrendo la fame, tra privazioni e umiliazioni di ogni sorta! Eppure non facevano nemmeno laipocrita finzione di sottomettersi, di chiedere perdono, di volerlo strappare alla puzzolente tana che lo ricoverava la notte... Nemmeno quella ipocrita finzione! Sapevano benissimo che egli li avrebbe scacciati via, che non avrebbe accettato mai niente da loro, che non li avrebbe mai perdonati!... Ormai egli lasciava che la maledizione di Dio si aggravasse su coloro che un giorno avea chiamati col dolce nome di moglie, e di figli! Il terreno si sarebbe sprofondato sotto i loro piedi sacrileghi, presto o tardi, e li avrebbe inghiottiti! E in questi momenti di impeto selvaggio il vecchio, già curvo, dimagrito, sfigurato, si trasfigurava in quella putrida tana illuminata dalla fumosa candela di sego; rizzava orgogliosamente la testa, levava in alto le braccia invocanti il terribile gastigo di Dio, che non poteva fallire; ed egli stesso talvolta aveva sgomento della grand'ombra della sua persona che si agitava su la parete squallida e nuda, quasi apparizione evocata dal terribile scongiuro di lui!Un giorno — oh, finalmente! — un giorno egli sarebbe riapparso in quei desolati stanzoni del suo palazzo, ma vittorioso, con pieno diritto di autorità e di comando, padrone di Cento-Salme strappato al marchese di Camutello; e senza una parola, con un solo gesto, avrebbe scacciato via, anzi spazzato via tutti coloro chenon erano degni di portare l'onorato e altero nome dei Zingàli; e vi si sarebbe rinchiuso, solo, come in una fortezza; e avrebbe trasformato quella desolazione in una reggia, quasi con un colpo di bacchetta fatata!... Non avrebbe avuto soltanto Cento-Salme, ma cinquantamila onze di rendite mal percepite dal marchese di Camutello! Cinquantamila onze, in oro, in argento!... Un fiume di denaro sonante, che egli avrebbe potuto spendere sùbito, a dispetto di tutti, senza che più nessuno potesse avere la tentazione di farlo interdire... Ecco se era stato pazzo! Ecco se aveva farneticato intentando la lite, adoprando tutte le risorse di casa per questo scopo supremo!E si stendeva sotto le coperte del misero lettino, spegnendo la candela di sego, continuando nel buio il fantastico sogno che gli aveva fatto assaporare con gusto, come cena squisita, quel po' di pane e di formaggio risparmiato da quello avrebbe dovuto essere il suo pranzo a mezzogiorno!***La baronessa e le figlie, quando il barone più non comparve in casa, erano rimaste atterrite del loro audace tentativo e avevano abbandonato la domanda d'interdizione.Ercole riprendeva le sue caccie; Marco non lasciava in pace la baronessa perchè gli desse i mezzi di costruire in casa loro il gran mulino di sua invenzione; Feliciano avea sostituito il padre nell'amministrazione, duro e inesorabile coi fittaioli della dote della madre, fissato anche lui nell'idea di liberare tutte le proprietà di famiglia dalle onerose ipoteche che assorbivano il fruttato. Si rivelava della pura razza dei Zingàli, ostinato, testardo, imperioso fin colla madre, che non osava di resistergli.— Egli sa meglio di noi quel che fa! — diceva la baronessa a Rosaria che spesso borbottava contro il fratello.Una schietta Zingàli anche lei, muta, impenetrabile, con quegli occhi che mettevano sgomento quando restavano fissati nel vuoto, quasi attratti da paurose visioni che gli altri non potevano vedere.Da che il barone aveva abbandonato la casa, ella aveva voluto occupare la stanza di lui.— Non hai dunque paura di dormir sola colà? — le disse la madre.— No.Durante la giornata, la madre la voleva in camera, anche pel rosario e per le altre preghiere in comune, quando il canonico Rametta veniva a confessare, al solito, la signora baronessa, e a discorrer di cose sante e di pettegolezzi.Il canonico avea creduto che l'assenza del barone avrebbe vivificato un po' l'aspetto triste e opprimente di quella casa; e il santo prete vedeva ora quasi con rimorso che la tristezza si era piuttosto aumentata. Quell'uomo che stava rinchiuso nella sua stanza, sepolto fra le vecchie scritture, di nient'altro occupato all'infuori di esse, avea lasciato un gran vuoto nel vasto palazzo, di cui il povero canonico non si sapeva rendere ragione.— Nessuna notizia? — domandava timidamente alla baronessa.— Nessuna!— Nessuna! — ripeteva Mariangela, alzando al cielo le pupille stanche e trasognate.— Il Signore gli aprirà gli occhi, gli rammollirà il cuore! Preghiamo per lui! — replicava il canonico.Rosaria aggrottava le sopracciglia, si mordeva le labbra carnose, e non si capiva se per isdegno o per rimpianto dell'assente. Spesso, durante la conversazione, si alzava tutt'a un tratto da sedere e andava a rinchiudersi nella sua nuova stanza.Una mattina Mariangela l'aveva sorpresa bocconi a traverso il letto, soffocata da' singhiozzi. Le mani brancicavano convulsamente le coperte, e nell'agitarsi scomposto della testa le nere e lunghe treccie le si erano disciolte ed arruffate.— Oh, Dio!... Che hai? Rosaria!...Al grido della sorella, ella si era rizzata rapidamente, buttando indietro con le mani i capelli che le ricadevano su la faccia e su le spalle; e spalancando gli occhi, avea portato l'indice alla bocca, imponendo silenzio.— Non dir nulla alla mamma!... Non è niente!... Manda a chiamare il canonico Rametta... Ho bisogno di lui... Voglio confessarmi... non dir nulla alla mamma! Bada; non dirle nulla!Mariangela, sbalordita, spaventata, aveva atteso il canonico in cima alla scala, e lo aveva fatto entrare in punta di piedi, perchè la baronessa non si accorgesse della venuta di lui.— Lasciaci; va di là, — Rosaria aveva ordinato alla sorella.— Cattive notizie? — domandò allora il canonico.Rosaria, chiuso l'uscio e messo il paletto interno, si fermò in faccia al sacerdote, che la guardava aspettando ansioso la risposta.— Sono dannata! — ella esclamò portando le mani attorno alla bocca, a fin di reprimere il suono della voce e renderlo nello stesso tempo più vibrante.— Dannata? Figliuola mia! Dannata?Ella lo spinse su la seggiola a bracciuoli presso il tavolino e gli cadde davanti in ginocchio.— Dannata?... Non è possibile!... Che hai fatto da dover disperare del perdono di Dio? Oh, figliuola mia!...China con la testa rovesciata in giù, coprendosi la faccia con le mani, Rosaria ripeteva straziante:— Dannata!... Dannata!Il confessore le accarezzava i capelli, tentava di confortarla.— Parla, figliuola mia! Ora sei davanti al cospetto di Dio... Dimentica la miserabile persona del suo indegnissimo servo... Parla!Mai il canonico Rametta, da che era stato autorizzato ad amministrare il Sacramento della penitenza, mai si era trovato davanti a una scena simile; e tremante, smarrito, non sapeva in che maniera indurre quella figliuola a calmarsi.Terribili, incredibili cose aveva poi udito.— Tu, figliuola mia?... Tu hai invocato il diavolo?... Perchè? Come?E Rosaria, a testa china, con la faccia tra le mani che a stento lasciavano passar libera la parola, aveva rivelato il segreto che da due anni le gravava sul cuore, e che aveva formato la sua felicità e la sua disperazione nello stesso tempo; quel terribile segreto che più volte le era parso avessero indovinato o volessero indagare la madre, la sorella, i fratelli, e che ella avevaper ciò più rabbiosamente calcato in fondo al petto!... Ma ora... ora non ne poteva più!E così dentro quella buia sepoltura della loro casa era penetrato un raggio di sole. Ella aveva amato, riamata!... Perchè, perchè il Signore l'aveva fatta nascere una Zingàli? Per questo, colui non aveva mai osato farle sapere direttamente... E forse anche per lo stato della loro famiglia!— Come lo hai dunque saputo, figliuola mia?— Un accenno, due parole dettemi da una povera donna...— Quali, figliuola mia?E udendo l'ingenuo racconto, l'esperto confessore capiva a poco o poco quale pertinace lavorìo della giovanile immaginazione aveva potuto intessere la fallace lusinga di quell'amore nel silenzio, nella penombra, nella solitudine di quei malinconici stanzoni, dove i suoni della vita che ferveva fuori giungevano ammortiti, affievoliti o non arrivavano affatto. E per ciò ella si era ribellata al destino; per ciò avea protestato contro la tirannia di Gesù Cristo che la condannava a essere una Zingàli, cioè un'ombra, un fantasma, un nome e nient'altro.— Sì, sì padre!... Ho maledetto Gesù!... Ho maledetto la Madonna!— E hai mentito nella confessione? E ti sei cibata sacrilegamente delle carni immacolate del Redentore?— Sì, sì padre!...Un giorno, rovistando uno scaffale di vecchi libri, dietro i volumi in foglio legati in pergamena, aveva trovato un libro involtato in un foglio di carta e sigillato. Ingiallito, squadernato, senza frontispizio, con strane figure quasi a ogni pagina, quel volumetto aveva tentato la sua curiosità. Sigillato con cinque larghi sigilli, nascosto colà, dietro agli altri libri, era dunque qualcosa di vietato? E se lo era portato in camera, e lo aveva nascosto tra le materassa del suo lettino, sotto il capezzale... E la notte, fingendo di dir le preghiere, si era messa a leggere...— Diceva:Modo di far apparire nella propria camera la persona amata. Si doveva recitare per tre notti consecutive una lunga preghiera latina...Adonai, onnipotens sempiterne Deus... La so tutta a memoria!— Il demonio, figliuola mia!... Il demonio!...— Che m'importava? Abbandonata da Dio, mi rivolgevo al diavolo che almeno mi prometteva quella felicità... Ah! sono stata ingannata anche da lui!... Mi sentivo morire dal terrore, e leggevo, leggevo quella preghiera di cui capivo soltanto poche parole, con la fronte bagnata di sudore diaccio, col cuore che quasi non mi batteva più, con la voce che mi moriva in gola, ginocchioni presso la finestra aperta di quella stanzacciadove mi recavo a notte avanzata, brancolando nel buio, portando i fiammiferi e la candela benedetta della Candelora, perchè occorreva una candela benedetta... E poi ho continuato per mesi e mesi, qui, in questa camera, invocando, persistente, colui che non appariva, che non è apparso mai! Mai!...—Domine, ignosce illae!— balbettava il canonico, alzando pietosamente gli occhi. E soggiungeva: — Dio è misericordioso... Tu, povera figliuola, non sapevi quel che facevi.— Lo sapevo, padre; lo facevo a posta!...— Ma era un'aberrazione, un suggerimento del diavolo!... Ora che ti accusi del peccato, ora che, pentita, domandi perdono...— Sono dannata!... Sono dannata! — tornava a singhiozzare Rosaria desolatamente.— Ah, figliuola! Questo, questo è peccato ancora più grande: disperare della misericordia di Dio!... Sei già perdonata! In nome di Colui che me n'ha dato potestà,ego te absolvo!... E ora che intendi fare, figliuola mia?— Voglio andar via, lontano, Suora di Carità!... Partire sùbito... sùbito!...***Il barone aveva ricevuto una lettera di Rosaria che gli domandava perdono e gli annunziavala sua partenza per Siracusa, dove era la casa delle Suore di Carità che dovevano ricevere i primi voti di lei. Egli aveva tentennato cupamente il capo leggendo; poi, stracciato il foglio, ne aveva buttato i pezzetti in un angolo; e non aveva risposto.Due mesi dopo, Ercole, in una partita di caccia, veniva colpito per sbaglio da un amico. Era rimasto accecato, e forse non sarebbe sopravvissuto alla disgrazia!— È la mano di Dio! — aveva risposto il barone a don Emanuele Cerrotta, incaricato di partecipargli cautamente la notizia. — Dovrò vedere ben altro!... La mano di Dio è lenta nel colpire, ma infallibile!...Da due notti egli non chiudeva occhio, agitato dal pensiero della prossima discussione della lite davanti a la Gran Corte. Finalmente il gran giorno arrivava! Bisognava correre da un giudice all'altro e dal presidente, per dareinformazioniassieme con l'avvocato e col procuratore legale. E il presidente della Gran Corte, udendolo parlare e parlare — già lo conosceva benissimo; chi non lo conosceva ormai nei tribunali e nella Gran Corte? — quella mattina gli disse nel suo schietto napoletano:— Ma caro barone, 'a Corte v'avarrìa da dà ragione pe levasse na mala pimmicia da cuollo!E il giorno dopo, nella sala di udienza, il barone piangeva di consolazione durante la splendida arringa dell'avvocato De Paolis, e sorrideva tra le lagrime, approvando con la testa, con le mani, col busto, applaudendo sotto voce con frequentibravo! bene! benissimo!che avevano infastidito il celebre avvocato, perchè lo distraevano dalla complicata argomentazione del suo ragionamento.— Ma, barone mio!... — gli si rivoltò all'ultimo.Il barone parve volesse sparire sotto terra, tanto fu visto rannicchiarsi su la seggiola al rimprovero dell'avvocato.Ma poi drizzò il capo, fulminò con uno sguardo l'avvocato della parte contraria, appena questi cominciò ad arringare con voce sonora ed ampi gesti.— Storie!... Sciocchezze!... E l'atto di permuta? Ah! Ah!... Bravo! Bene!... Benissimo!...Si contorceva, alzava le spalle, approvava con ironico accento; si stringeva la testa tra le mani; si turava le orecchie per non udire quei cavilli anticipatamente sfatati dalla insuperabile arringa del De Paolis... Un Dio!... Aveva parlato come un Dio!... E colui faceva sbadigliare i giudici!... E il cugino marchese stava ad ascoltarselo chiudendo gli occhi. — Ed ecco, caro cugino!... Ci siamo riveduti in GranCorte!... E riderà bene chi ride l'ultimo! Ah! Ah! — Che diceva ora quell'avvocato arruffone?... — Ma sì, ma sì... Col matrimonio di donna Querinta Soldano... appunto!... baronessa di Cantorìa!... — Lo confutava balbettando appena le parole, e stentava a contenersi...Tutt'a un tratto impallidì, si piegò in avanti e cadde bocconi per terra, con un fievole rantolo.***L'avevano creduto colpito da apoplessia; invece si era semplicemente svenuto per stanchezza, per eccessive commozioni e per debolezza; da due giorni aveva mangiato soltanto un po' di pane!— Che fate più qui, barone? — gli aveva detto don Emanuele Cerrotta. — Ora aspettiamo la sentenza... favorevole... ve lo confido in un orecchio... l'ho saputo poco fa. Sarà pubblicata fra un mese. Ci si dà ragione in tutto e per tutto... Come se ce la fossimo scritta da noi. Tornate a casa vostra; caro barone; volete ammazzarvi con questa vitaccia? Perdonate e non ci pensate più. Siate generoso!— I Zingàli non perdonano mai! Vanno all'inferno, ma non perdonano! Mai! — aveva risposto il barone.— Non siete cristiano dunque?— Cristiano battezzato; ma Gesù Cristo, che perdonò a tutti ed era figlio di Dio, Gesù Cristo non perdonò a Giuda!— Andate a confessarvi!... Non sapete che vostro figlio Marco...— Il mugnaio?... So! So!— C'è mancato poco che la gran ruota del suo mulino non lo abbia sbalzato per aria e sfragellato!— La mano di Dio!... E ancora!... Ancora!...— Me l'ha raccontato uno del vostro paese. E, in pochi minuti, ogni cosa si è sfasciata, è andata in frantumi per troppa violenza di moto. Son crollati due solai...— Crollerà l'intero palazzo! Vedrete!— Non fate il profeta del malaugurio! Infine sono figli vostri. E quella povera baronessa! È malata, quasi moribonda... Andate colà, perdonate a tutti, siate generoso! Vi occorre danaro? Due oncie? Sono le ultime. Fra qualche mese avrete le casse piene di scudi; non saprete che farne... E in gennaio non dimenticate di mandarmi le ulive nere salate, quelle di Cento-Salme.— Non c'è ulivi a Cento-Salme. So io dove trovarle.— E perdonate. Perdonare è dei grandi — conchiuse don Emanuele.No, non poteva perdonare! Ora che la lite era vinta, ora che la ricchezza tornava a far rifiorire il nome dei Zingàli, tutte le sofferenze, tutte le umiliazioni patite gli risalivano in gola, gli attossicavano la bocca, quasi gli fossero rimaste indigeste da più di due anni. E quel tanfo di cui più non si accorgeva, e quel sudiciume della biancheria e del vestito a cui più non badava, e dei quali aveva spesso tratta materia di orgoglio pel suo carattere, ora, soltanto ora, quel tanfo gli mozzava il fiato; ora, soltanto ora, quel sudiciume che portava addosso gli dava nausea!E la mattina dopo montò sul carretto di un compaesano, come un miserabile portato per carità, e si sfamò assieme col carrettiere in una osteriaccia di campagna. Il sole lo cuoceva, le scosse del carretto gli indolenzivano le ossa. Ma, steso quasi bocconi su le dure tavole di abete di cui il carretto era carico, egli pensava al giorno che sarebbe rientrato nel suo palazzo da vero padrone, da vero barone di Fontane Asciutte e Cantorìa; lui che n'era uscito con quattro piastre in tasca e un mazzo di scritture sotto braccio! Lui che volevano far interdire perchè rovinava la famiglia! Lui che era stato abbandonato dalla moglie, dalle figlie, dai figli come un rognoso, come un appestato!— Ah, certamente già si apprestano a rappresentare la commedia! Ora che non sonopiù un matto da interdire, ora che non sono più un rognoso, ora che non sono più un appestato, ora verranno a chiedere perdono, si umilieranno, commetteranno tutte le viltà... C'è Cento-Salme in vista. Ci sono diecimila onze per colui del mulino... e dieci per l'avvocatino don Felicianino... l'ipocrita, il gesuita!... Via! Via!... Non sono più marito!... Non sono più padre!... Sono soltanto don Pietro Paolo Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa... no, anzi, barone di Cento-Salme; otterrò un decreto pel nuovo titolo!...Era già sera; il mulo trascinava stancamente il carretto per lo stradone polveroso. Il carrettiere cantava.Il barone rizzò la testa; vide, lontano, spiccar neri sul cielo rossiccio, i campanili, le cupole del paesetto da cui mancava da tre anni e un'inattesa forte commozione lo invase.Durante il viaggio aveva scambiato poche parole col carrettiere; ma in quel punto sentì bisogno di parlare con lui, d'interrogarlo.— Che dicono di me?— Dicono chevoscenzaha vinto la causa. Ora don Marco non penserà più al mulino...— Forse...— È stata una pazzia. I signori debbono fare i signori, ed io che sono un carrettiere il carrettiere; dico bene,voscenza?— Ferma; scendo qui. Non far sapere a nessuno che mi hai portato.— Come vuole voscenza.E si arrampicò lentamente pel viottolo che saliva a destra su per la collina. I cani abbaiarono poco dopo, un contadino s'affacciò dal ciglione:— Zitto! — gli disse — Sono stanco; la salita è ripida.***Le febbri lo avevano sfinito. Dormiva sur un po' di strame; non c'era neppure un pagliericcio in quell'antico frantoio di ulive che non serviva più da anni ed anni. I contadini ogni sera tornavano in paese, ed egli restava solo colà, aspettando il plico del procuratore Cerrotta, che dovea portargli la copia legale della sentenza della Gran Corte.— Come si sente,voscenza?— Meglio! Meglio. Non è niente! Ho la pelle dura io.Passava la giornata e parte della serata seduto sur un gran sasso davanti al portone, con una specie di coma che gli faceva socchiudere gli occhi e abbandonare la testa sul petto. Il vecchio contadino, che era stato antico fittaiuolo di casa Zingàli, una sera finalmente eraandato dalla baronessa, non ostante il divieto del barone.— Dovrà morire colà, come un cane?— Che possiamo farci?... Ha parlato di noi?— Mai, mai! Dice che aspetta una lettera dell'avvocato. Mandino almeno un dottore... e un letto. Dorme vestito su la paglia, in un canto deltrappítu... Fa pietà!Una mattina stava seduto su quel sasso fin dall'alba, ostinato a restare in quell'edifizio dalle mura spaccate, dal tetto sconquassato, su quel po' di paglia, che gli serviva da giaciglio, fino al giorno in cui avrebbe avuto in mano la copia legale della sentenza. Aveva sbattuto i denti pel ribrezzo della febbre durante la nottata; ora si sentiva scoppiar la testa dal calore, quasi il sangue gli si fosse mutato in liquido ardente dentro le vene, quantunque l'aria mattutina fosse fresca. Sentendo uno scalpitío di vetture, volse la testa.— Ah, signor barone!... Ah, signor barone!...Il canonico Rametta gli stendeva da lontano le braccia, il dottor La Barba lo salutava cavandosi il cappello. Egli fece uno sforzo per rizzarsi ed evitar di riceverli, ma ricadde sul sasso, appoggiandosi con le spalle al muro, mentre essi scendevano da cavallo.— Non ho bisogno di medico; non sono in punto di morte da dovermi confessare, signorcanonico. Siete venuti come i corvi all'odor del cadavere? No, no... Sono più vivo di tutti coloro che vi mandano... Andate a dirglielo.— Siamo venuti per conto nostro, signor barone; pel bene che vi vogliamo, pel rispetto che vi dobbiamo...— Ho qui un plico per lei, da Catania. L'ha portato ieri sera mio cognato...— Grazie! Date qua... Grazie!Gli occhi torbidi e stanchi gli si rianimarono un poco. Le mani palpavano con un tremito di carezza il plico, ma non tentavano di aprirlo. La commozione gli aveva tolto ogni forza... Sorrideva, agitava le labbra, ma non poteva parlare. Accennò al dottore che lo aprisse lui e leggesse...— Che cosa è, dottore? — lo interruppe — Qui!... Qui!...Accennava al cuore. Soffriva una smania dolorosa, una puntura acutissima.— Non voglio morire!... Non debbo morire! — balbettava.Il dottore e il canonico si guardarono in viso.Mentre il dottore lo sosteneva per le spalle, il canonico, chinatosi premurosamente su lui, gli susurrò con voce compunta:— Faccia la volontà di Dio, signor barone! Dio è padrone della vita e della morte!...Il barone spalancò gli occhi.— Non voglio morire! Non voglio morire!... Soffoco!... Dottore!Implorava disperatamente aiuto.— Si rassegni, faccia la volontà di Dio! — ripeteva il canonico inginocchiato davanti a lui.Il povero moribondo scosse la testa, raccolse le forze:— Ah!... Questa, no, Cristo non doveva farmela!E portando le mani al cuore e tentando di strapparsi il vestito, con le sopracciglia corrugate e l'espressione dura e orgogliosa dei Zingàli nello sguardo, soggiunse, balbettando quasi con minaccia:— Ma... ce la vedremo lassù!... Non... doveva... far...E il rantolo dell'agonia gli troncò la parola su le labbra convulse.
Il procuratore legale don Emanuele Cerrotta apriva il suo studio assai prima dell'alba pei clienti provinciali, mattinieri e solleciti, che avevano pure altre faccende da sbrigare durante la giornata in Catania. Don Calogero, lo scrivano, veniva a svegliare il portinaio, accendeva, salendo, il lume a petrolio per le scale ed entrava nello studio dove il suo principale già lavorava da qualche ora.
Nell'anticamera, mezza dozzina di seggiole e un lumino, con tubo affumicato e riflessore di latta, alla parete. Nello studio, due scaffali zeppi di scritture e di memorie legali, tre seggiole compagne a quelle dell'anticamera e una a bracciuoli; un tavolino di abete, tinto a uso mogano, ingombro di carte, con accanto al calamaio un fazzoletto di cotone azzurro e la tabacchiera di cartone verniciato, mezza aperta per poter prendere più facilmente il rapè dicui don Emanuele si riempiva di tratto in tratto il naso, spargendo metà d'ogni presa su lo sparato della camicia da notte e su le carte che aveva davanti.
Il lume a olio, a tre becchi, illuminava appena il tavolino e le due persone che vi erano sedute attorno, cioè: don Emanuele col berretto di astrakan calcato fin su gli occhi, il fazzoletto di seta nera attorcigliato al collo a guisa di cravatta (le punte del colletto della camicia si affacciavano una dalla parte di sopra, l'altra dalla parte di sotto) e un vecchio scialletto di lana buttato su le spalle; a destra, don Calogero che copiava o scriveva sotto dettatura, senza mai alzare gli occhi e mostrare di accorgersi delle persone che dall'alba alle nove entravano nello studio, ragionavano, discutevano, urlavano, secondo il carattere di ognuna fino a che il principale non tagliava corto le parole in bocca ai clienti noiosi, dicendo bruscamente:
— Va bene; ne riparleremo un'altra volta; oggi ho da fare. Buon giorno!...
E riprendeva a dettare allo scrivano:
«Dunque... In fatto e in diritto...»
Quella mattina, vedendo entrare in punta di piedi don Pietro-Paolo Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa (da un anno e mezzo, tutte le mattine egli era il primo cliente chesi presentava nello studio) don Emanuele non si era dato, al solito, neppur la pena d'interrompere un momento la lettura della memoria legale che egli andava annotando; e continuò un buon pezzo, quasi su la seggiola di rimpetto a lui non si fosse seduto nessuno. All'ultimo, dopo aver affondato l'indice e il pollice della mano destra nella tabacchiera e aver tirato su un'enorme presa di rapè, dopo di aver dato col fazzoletto due colpetti di ripulitura al naso, uno da dritta e l'altro da sinistra, don Emanuele alzò su la fronte gli occhiali a capestro e brontolò:
— Buon giorno, barone!... Novità?
Il barone, accostata premurosamente la seggiola al tavolino, posate le braccia su le scritture e riunite le mani quasi in atto di preghiera, con sorriso umile, insinuante, e con tono di voce più insinuante e più umile ancora, balbettò:
— Ecco: ho pensato...
— No, non voglio sapere quel che voi avete pensato o non pensato; domando soltanto se avete qualche carta, qualche documento nuovo... Ne scavate uno al giorno!...
— Ho scritto certe postille, per rischiarare meglio... il punto importantissimo...
E il barone, cavato premurosamente dalla tasca interna del soprabito mezzo foglio di carta,coperto di scritturina rotonda, fitta fitta, con richiami ai margini, lo presentava al suo procuratore.
— Leggerò, con comodo... Capisco di che si tratta... Nient'altro?
— ... Sei tarì, lo sapete! — rispose il barone abbassando gli occhi.
Don Emanuele tirò il cassetto del tavolino e presa una manciata di monete di rame, carlini, pezzi di sei grani e di due grani, contava, — uno, due, tre... Sei tarì vi bastano?
— Per due settimane. Prendetene nota.
— Campate di vento! — esclamò don Emanuele, crollando compassionevolmente la testa.
E mentre il barone ritirava con mano tremula i quattrini, prendendo una dopo l'altra le pilette di ogni tarì e mettendole in tasca, egli faceva quattro rapidi sgorbi sur un quadernetto dove si allineavano filze di cifre significanti altri e altri tarì somministrati al barone durante la lite, e tutte le spese anticipate per lui, da riprendere assieme con gli onorari a lite vinta e finita.
Questo, insomma, voleva dire che il procuratore legale era sicurissimo del buon esito di essa; ma voleva anche dire che quel povero vecchio gli ispirava profonda pietà, ridotto quasi a mendicare dalla cattiveria della moglie e dei figli.
Moglie e figli si erano ribellati contro il barone appunto per quella lite, che durava da dieci anni, e nessuno poteva prevedere quando sarebbe terminata. Il marchese di Camutello, cugino del barone e suo avversario, prima gli aveva messo l'inferno in famiglia per mezzo del confessore della baronessa, facendole dipingere a nerissimi colori l'avvenire della casa; poi aveva proposto, con lo stesso mezzo, una transazione.
— Un'infamia! — diceva il barone. — Piuttosto farsi tagliare le mani, che sottoscrivere quell'attentato ai sacrosanti diritti della baronia di Fontane Asciutte e Cantorìa. Finchè campo io!...
Ma dopo sei mesi di terribile lotta, un giorno per le silenziose stanze del palazzo Zingàli erano risuonati urli di voci maschili, strilli di voci di donne che si udivano fin dalla via e facevano fermare la gente.
***
La facciata di pietra dura intagliata, col vasto portone e i terrazzini e l'alto cornicione in cima, davano a quel palazzo l'aria di fortezza tra le meschine casette da cui era circondato. Bastava però cominciare a salire lescale per accorgersi subito che l'interno poteva dirsi una rovina. Scalini sbocconcellati; muri senza intonaco; pavimenti senza mattoni; finestroni, metà con vecchie tavole malamente inchiodate e murate in luogo di imposte e di ringhiere; vôlte reali macchiate di umido per l'acqua che vi stillava dal tetto nei giorni di pioggia; stanzoni squallidi, polverosi, e pieni di ragnateli, parecchi con un tavolino o un baule in un angolo e poche seggiole sgangherate attorno per mobilia, qualcuno con grandi quadri senza cornici alle pareti — quadri sacri, ritratti di famiglia anneriti dal tempo, scorticati, sfondati — e nient'altro.
Bisognava attraversare quattro o cinque di questi stanzoni, rischiarati dalla poca luce che penetrava dalle fessure delle tavole, infisse ai finestroni trent'anni addietro come imposte provvisorie — e che si erano infracidite là senza che nessuno avesse mai pensato di aggiungervi un chiodo — bisognava attraversare quattro o cinque di questi stanzoni prima di arrivare alle stanze dove la famiglia del barone si era ridotta ad abitare.
La baronessa e le due figlie vivevano segregate, in fondo in fondo, nelle stanze che davano sul vicolo della parte di levante. In una camera, divisa in mezzo da un paravento coperto di damasco rosso, stracciato e sfilaccicante, dormivanole due sorelle; in quella accanto, la baronessa. Ella passava le giornate facendo calza, rammendando biancheria, filando lino nelle serate invernali, recitando assieme con le figlie interminabili rosari, seduta sul massiccio seggiolone di noce con spalliera di cuoio che si accartocciava agli angoli da dove le bollette erano andate via. Colà ella riceveva le rare visite di qualche amica e le contadine che le portavano panieri di frutta, cestini di uova fresche, mazzi di asparagi o di cicoria, secondo le stagioni; colà ella si confessava, il primo e il quindici di ogni mese, col vecchio canonico Rametta, che veniva pure a raccontarle in quell'occasione le notiziole e i pettegolezzi del paese, prima o dopo di averla confessata, come piaceva alla signora baronessa, che non era sempre dello stesso umore.
I figli, Ercole, Marco e Feliciano, dormivano in quello che avrebbe dovuto essere il gran salone di ricevimento se il palazzo fosse stato compiuto. Attorno ai tre lettini addossati agli angoli (quelli di Ercole e Marco l'uno di faccia all'altro, quello di Feliciano in uno degli angoli opposti tra due finestroni) stavano appiccati alle pareti diversi arnesi che rivelavano le inclinazioni e le occupazioni di ognuno di loro. Fucili, carniere, reti da conigli e da quaglie; gabbietta di legno pel furetto; stivaloni allascudiera, con grosse bullette alle suole; due cappelloni a larghe tese, uno di feltro bigio, l'altro di paglia; casacca, panciotto con molte tasche, e pantaloni di velluto grigio, di cotone, facevano sùbito indovinare in Ercole il cacciatore che si curava soltanto di fucili, di furetti e di bracchi. Seghe, pialle, martelli, tenaglie, succhielli, saldatori, scalpelli, forbici, lime, raspe, tornio, tavole, legnetti, soffietto, un trapano, un'incudinetta, un fornello indicavano in Marco il meccanico. Dal tavolino con su uno scaffaletto pieno di libri moderni, di fascicoli di opere in corso di pubblicazione, di quaderni di sunti e di appunti, si capiva l'inclinazione allo studio del fratello minore Feliciano.
Il barone occupava la stanza a sinistra del salone dove dormivano i tre maschi. Di faccia all'uscio, un gran scaffale rustico, senza vetri nè sportelli, pieno di mazzi di scritture antiche, che raccontavano le compre, le vendite, le trasmissioni di possesso, le liti, le sentenze, insomma tutta la complicatissima storia dei feudi di Fontane Asciutte, Cantorìa, Barchino, Tumminello, Cento-Salme, Canneto, una volta patrimonio della famiglia Zingàli, ora parte alienati, parte ceduti, parte perduti per la leggendaria storditaggine del barone don Calcedonio, padre di don Pietro-Paolo. Le scritture erano disposte per ordine di data, e da ogni mazzo, da ognifascicolo veniva fuori una linguetta di carta che ne indicava il contenuto. Prima della morte del barone don Calcedonio, tutte quelle carte giacevano alla rinfusa in due vecchi cassoni senza coperchio, assieme con altre carte ammonticchiate, in uno stanzino buio, fra seggiole rotte, arnesi inservibili e stracci di ogni genere buttati là da anni ed anni. Don Pietro-Paolo, che si era trovato da un giorno all'altro barone di Fontane Asciutte e Cantorìa, si era anche sentito gravare addosso da un giorno all'altro il disordine dell'amministrazione di casa, intorno alla quale non aveva potuto neppur fiatare vivente il padre che si credeva Domineddio in persona, autorità indiscutibile su la moglie, sul figlio, su la nuora e sui nipoti.
Appena la cassa del morto era uscita di casa, il barone don Pietro-Paolo aveva fatto cavar fuori dallo stanzino quelle altre casse da morto, come egli disse, dove giacevano tesori di documenti, atti importantissimi per le liti in pendenza e per quelle da iniziare; dalla mattina del giorno dopo si era chiuso nel suo stanzone, studio, camera da letto e da ricevimento in una, e in tre mesi di diabolico lavoro, che lo aveva fatto incanutire, era finalmente riuscito a riordinare, classificare, annotare quell'immenso ammasso di carte ingiallite, ammuffite e qua e là rôse dai topi. Per fortuna, avendo trovato tantaaltra roba da rosicchiare, i topi avevano risparmiato un po' le scritture dei cassoni.
La baronessa donna Fidenzia, triste e sfiduciata, gli aveva detto più volte:
— Perchè ammattite con quelle cartaccie? Oramai, quel che è andato è andato...
— Non vuol dire! E poi... c'è ancora una rivendicazione da fare. Cento-Salme è nostro, non del marchese di Camutello!
— Volete rovinarvi con le liti anche voi, peggio di vostro padre?
— Mio padre era pazzo da legare. Dio gli perdoni nell'altro mondo dove ora si trova!
E il povero barone don Pietro-Paolo, che già aveva potuto scandagliare l'abisso in cui per colpa del barone don Calcedonio era sprofondato il patrimonio di famiglia, non esagerava punto, per indignazione, chiamando suo padre: Pazzo da legare!
Basta rammentare le burlette che il barone don Calcedonio avea fatto ai suoi avvocati di Catania, di Palermo, di Messina, di Siracusa (giacchè egli aveva liti da per tutto, con privati, con Comuni, col Governo, con conventi, con Opere pie) per qualificarlo a quel modo.
Da Catania, gli avvocati che gli strappavano a stento gli onorari e volevano far le viste di guadagnarseli, lo tempestavano di lettere:Lasua presenza è necessaria, urgentissima; così non si va avanti.
Il vecchio barone li avea lasciati cantare. Un bel giorno, fa inattesamente scrivere dal suo segretario: «Arriverò domani l'altro».
E si mette in viaggio, con gran scampanìo di lettighe, una per sè e una pel suo cameriere, da quel gran signore che doveva mostrare di essere il barone di Fontane Asciutte e Cantorìa.
Durante una settimana, i suoi avvocati e quelli della parte contraria non erano riusciti a mettersi di accordo con lui e tra loro intorno al giorno, all'ora e al luogo del convegno per la transazione da discutere. In casa del suo avvocato principale non volevano intervenire, per orgoglio di dignità, gli avvocati avversari. Nell'albergo, no; egli non amava far sapere agli altri gli affari di casa sua. Si era stabilito finalmente un posto neutrale, e il giorno e l'ora. Ma la mattina di quel giorno, prima della levata del sole, il barone aveva dato ordine ai suoi lettighieri di mettere ai muli i basti coi sonagli, ed era partito contorcendosi dalle risa per la sua graziosa burletta a quegli imbroglioni di avvocati:
— Rimarranno con tanto di naso! Ah! Ah!
Lungo il viaggio si era affacciato più volte allo sportello della lettiga, chiamando:
—'Nzulu!Eh? Aspettano ancora! Ah! Ah!
E vedendo che il vecchio cameriere crollava la testa, disapprovando:
— Ridi anche tu, bestia! — aveva soggiunto. — Ripeteremo la burla a quelli di Palermo! Ah! Ah!
Infatti l'aveva spensieratamente ripetuta ai suoi avvocati di Palermo, poi a quelli di Messina, poi a quelli di Siracusa, ridendone con'Nzulu, che gli rispondeva crollando la testa, sospirando:
— Ah, signor barone! Ah, signor barone!
— Zitto, bestia!... Li pago; posso divertirmi con loro!
E si era tanto divertito, che avea dovuto abbandonare la costruzione del palazzo, darsi in mano agli strozzini, troncare, di nascosto dagli avvocati e con enorme suo danno, liti che non si potevano perdere, pur di raccappezzare alla lesta, a furia di transatti, i quattrini che gli occorrevano per un viaggio a Napoli, per una apparizione da Cavaliere d'onore alle Corti di Ferdinando I e di Francesco I, per una ballerina delBellinidi Palermo o delSan Carlodi Napoli; riducendosi, negli ultimi anni, ad abitare in quel paesetto, in quel palazzo che già rovinava prima di essere finito, dopo aver visto vendere all'asta i due bei palazzi e la loro ricca mobilia — uno in Palermo, l'altro in Catania — che l'avolo di lui s'era fatto fabbricareverso la fine del 1600, ed erano passati intatti di padre in figlio, fino al suo matto pronipote!
Per questo la baronessa donna Fidenzia osservava con una specie di terrore tutto quel rimescolìo di cartacce che teneva occupato suo marito, e si era sentita stringere il cuore alla risposta di lui:
— Cento-Salme è nostro, non del marchese di Camutello!
***
Il barone don Pietro-Paolo non si era mostrato in famiglia meno despota del barone don Calcedonio. Come egli era rimasto zitto e quasi tremante davanti a l'assoluta autorità del padre, così ora la baronessa, le figlie e i tre maschi tacevano e tremavano davanti a lui. Purchè non pretendessero di mescolarsi negli affari, egli però lasciava che tutti facessero il comodo loro; e la famiglia viveva in una specie di anarchia; la mamma e le due ragazze segregate in fondo al palazzo, assorte in pratiche devote; i tre fratelli nel salone, ciascuno occupato delle faccende proprie: Ercole, badando a ripulire fucili, a rammendare reti; Marco a tornire, a saldare, a picchiare su l'incudinetta, tutto intento alle sue strane invenzioni meccaniche;Feliciano, immerso negli studi legali, muto e chiuso, ruminando non si sapeva quali progetti che gli luccicavano di tanto in tanto nelle pupille nere sotto le folti sopracciglia.
Il barone, quando non era via per affari, cioè per la lite di rivendicazione di Cento-Salme, da lui iniziata subito appena messi insieme i documenti, passava le intere giornate, e spesso spesso metà delle nottate, a decifrare le vecchie scritture latine in cui si imprometteva di ritrovare diritti per altre rivendicazioni. Voleva far ritornare i baroni di Fontane Asciutte e Cantorìa, se non all'antica opulenza, per lo meno a una ricchezza e a un fasto che avrebbero rimesso in onore il nome dei Zingàli. Questa illusione egli era arrivato a trasfonderla, dopo qualche anno, nella baronessa Fidenzia, nelle figlie, e in Feliciano che lo avrebbe aiutato volentieri nelle ricerche delle vecchie scritture, se il barone non avesse avuto la pretensione di far tutto da sè.
Da principio la lite era andata a vele gonfie; il marchese di Camutello, che non s'attendeva quell'attacco, sbalordito e sconcertato, era andato avanti a furia di cavilli, di intrighi e di alte protezioni; poi, tutt'a un colpo, si era messo a litigare per davvero, opponendo documenti a documenti, procedure a procedure, perizie a perizie, sfoggiando insomma tutte le armi piùaffilate, tutti gli strattagemmi più astuti per stancare l'avversario, che non poteva buttar via i quattrini a manciate, come era cosa facile per lui, amministratore meticoloso, un po' avaro, e uomo abile e rotto al gran maneggio degli affari. Il giorno che il Tribunale civile di Catania gli aveva dato torto, incontrato il cugino che usciva raggiante di contentezza dalla sala di udienza, dopo averlo salutato sorridendo, gli disse:
— A rivederci davanti a la Gran Corte! Ride bene chi ride l'ultimo!
E là, nella Gran Corte, la lite era rimasta arrenata otto anni! Pareva che gli avvocati delle due parti contendenti, preso gusto a quella battaglia di atti, di procedure, di rinvii, si divertissero a prolungarla. Il barone dimagriva e ingialliva dalla bile. Passava lunghe nottate riassumendo documenti, scrivendo brevi memorie da sottoporre al giudizio degli avvocati; e impediva alla figlia Mariangela, la primogenita e sua prediletta, anche di entrare nella stanza di lui per rassettarla e rifare il letto.
— No, mi arruffaresti ogni cosa; faccio tutto da me!
E avea voluto fin una fiasca di latta per l'olio del lume, che egli metteva fuori dell'uscio quando era vuota e dovevano riempirgliela.
Mariangela, che badava alle faccende di casa sotto gli ordini della madre, ogni volta chetrovava accanto all'uscio della camera del padre la fiasca vuota, si presentava con essa in mano alla baronessa.
— In tre sole nottate, una fiasca!
— Olio e tempo sciupato! — esclamava dolorosamente la baronessa. — Dio lo faccia ravvedere! La Madonna lo illumini!
Ma nessuna di esse e nessuno dei tre maschi avrebbe osato ripetere in faccia al padre: «Olio e tempo sciupato!».
Poi, una sera, durante la cena, la baronessa Fidenzia aveva chiesto, insolitamente, al barone notizie della lite per Cento-Salme. Il barone l'avea guardata in viso, meravigliato del tono un po' ironico della voce di lei, e aveva risposto seccamente:
— Tutto va bene!
La baronessa avea replicato:
— Dobbiamo ridurci all'elemosina? Non parlo pei maschi, che potranno pensar loro a cavarsi d'impaccio; parlo per queste due sante creature, sacrificate qui...
— Penso per tutti! Ho pensato sempre per tutti! Consumo la mia vita per tutti!... Non mi diverto a caccia io!... Non mi spasso col tornio io!... Non sto a leggiucchiare libricciatoli io!... Lavoro giorno e notte, per tutti! E, per ora, il padrone qui sono io e comando io... Voglio che si sappia e si tenga a mente!
Il barone aveva pronunciato queste parole con voce repressa, alzandosi lentamente da sedere mentre parlava; e voltate le spalle alla tavola, era uscito dalla sala da pranzo accigliato, un po' pallido, ma convinto che quella dispiacevole scena non si sarebbe più ripetuta.
***
Il fuoco covava sotto la cenere, e il canonico Rametta s'incaricava, a fin di bene, di tenerlo vivo. Buona pasta d'uomo, un po' corto di cervello, pieno di scrupoli religiosi, si era lasciato abbindolare dal marchese di Camutello, che un giorno lo aveva mandato a chiamare per parlargli di una cappellania di famiglia, il cui cappellano era in punto di morte.
— Ho pensato a voi, signor canonico!
— Grazie, grazie!... Non posso accettare — rispose umilmente il canonico.
— Perchè, signor canonico?
— Non saprei come soddisfare gli obblighi, signor marchese. Non si può dire più d'una messa al giorno, ed io ho già appena qualche settimana vuota nell'anno.
— Ah, io non vi farei ressa! Non vorrei vedere il vostrocelebravit... Non l'ho mai chiestoal cappellano che il Signore ora sta per portarsi in paradiso.
— E la mia coscienza, signor marchese?
— C'è il Papa, infine! Unasanatorianon costa troppo...
— Niente! Grazie, signor marchese. Grazie!
E il marchese, mutando sùbito discorso, gli avea parlato della povera cugina baronessa e delle ragazze che vivevano da monache, di quei tre nipoti, uno più matto dell'altro, di schietta razza dei Zingàli, e del barone, che già finiva di ridurli tutti in miseria.
— Io, signor canonico, voi lo sapete bene, ci sono stato tirato pei capelli. Ero tranquillo, nel mio possesso; e lui è venuto a dirmi: Ti voglio cacciar via di lì!... Le parole non bastano, caro signor canonico!... Allora — che volete? Uomini siamo! — io gli ho risposto per le rime — Cantorìa una volta era dei marchesi di Camutello... Vediamo un po'. — Così mi son messo a intorbidargli le acque pure io... Che volete? Uomini siamo!... I santi soltanto porgono l'altra guancia quando hanno ricevuto uno schiaffo... Me ne dispiace per la cugina baronessa e per quelle due buone creature delle sue figlie... Che pensano di fare? Chiudersi in un convento? E quei tre matti?... Marco, è vero che vuol trovare il moto perpetuo?...
— Pensa a un mulino di sua invenzione.
— Un mulino?... Un Fontane Asciutte mugnaio! Mi piange l'animo... Ma che fare con quella testa di mulo di mio cugino il barone?... Io, credetemi, mi stimo saldo, ben saldo nel mio diritto... Se così non fosse, non spenderei tanti quattrini per litigare... Eppure, se mi si proponesse un accomodamento alla buona... Capite... Non posso essere il primo io... Mi pregiudicherei. Sono stato attaccato e mi difendo... Ma è inutile ragionarne... Mi dispiace intanto per la cappellania. Non prevedevo il vostro rifiuto. Via! riflettete un po'...
— Grazie, signor marchese; è impossibile! Il canonico Rametta, riferito alla baronessa quel colloquio, le aveva involontariamente introdotto nell'animo il lievito della ribellione contro il dispotismo del marito. Per la baronessa il suo confessore era un santo; se non operava miracoli da vivo, ella credeva fermamente che li avrebbe operati appena morto. Una sera, infatti, parlando di lui con le figlie, aveva esclamato:
— Vedrete; se lo salasseranno otto giorni dopo morto, egli darà sangue come persona viva.
E nell'attesa di questo infallibile segno di santità, che però la baronessa si augurava di vedere quanto più tardi possibile, ella abbandonava ciecamente al canonico la direzionedella sua coscienza e di quella delle due figlie, e lo aiutava in qualche opera buona, con elemosine che erano proprio atti di eroismo da parte di lei; giacchè le strettezze diventavano ogni giorno maggiori in famiglia; le spese della lite assorbivano ogni risorsa; e i figli, chi per un conto, chi per un altro, si rivolgevano alla baronessa per ottenere il po' di danaro che loro occorreva.
— Mi smungono da tutte le parti! — ella si lamentava col confessore.
Il canonico Rametta, quantunque fosse pallido e magro anche un po' per le penitenze e le macerazioni a cui si sottometteva, dei santi aveva specialmente la testardaggine che li fa perseverare in quel che loro sembra una buona e giusta cosa. Convintosi che le intenzioni del marchese di Camutello erano ottime e che i fatti gli davano ragione (nessuno poteva attestarlo meglio di lui, confessore della baronessa, la quale spesso spesso, non avendo peccati suoi da confessare, gli versava nell'orecchio quelli del marito, e al povero barone non si poteva addebitare altro torto all'infuori di pensare giorno e notte alla lite); convintosi dunque che le parole del marchese: «Se mi proponessero un accomodamento alla buona» fossero sincere, e che questo accomodamento poteva evitare alla famiglia del barone e a luil'estrema rovina, il canonico Rametta, dopo averne accennato qualcosa velatamente, visto che alla baronessa e ai suoi figli mancava il coraggio di opporsi alla volontà dei barone, avea creduto opportuno mutar tono, e parlare non più in nome proprio, ma in nome di quel Dio di cui durante la confessione egli era, secondo la sua espressione, indegno, sì, ma vero ministro.
— Tocca a voi, signora baronessa; ve l'ordina Dio per mio mezzo!
La baronessa, che a quattr'occhi con lui, da penitente a confessore, si era espressa talvolta un po' arditamente, udite queste tremende parole, diventò piccina piccina sul seggiolone di noce dov'era seduta accanto al canonico. La voce le si arrestò in gola, le lagrime le sgorgarono dagli occhi e potè a stento balbettare:
— A me? Tocca a me? Ma vostra paternità sa benissimo...
— So che questo è il vostro dovere di moglie e di madre di famiglia; so che voi non dovete accaparrarvi l'inferno per tutta l'eternità, disobbedendo al comando di Dio, che v'ha fatto baronessa e madre forse unicamente per salvare dall'estremo disastro questa famiglia. Altro non devo sapere. Pensateci bene, e pregate Dio e la Madonna perchè vi diano forza e coraggio!
E finita la confessione, egli prese a ragionaredello stesso argomento in presenza delle signorine.
Mariangela approvò sùbito. La sua faccia squallida, dove gli occhi parevano assonnati in una specie di nausea del mondo e delle sue vanità, si animò tutt'a un tratto, si colorò, e le pupille le lampeggiarono, quando disse con profonda amarezza:
— Non vuole che io più entri nella sua camera neppure per rifargli il letto!
Rosaria, la sorella minore, bruna, dal viso duro, dalle labbra carnose, stata un pezzo ad ascoltare, si era alzata con uno scatto da sedere:
— Dove vai? — le domandò la baronessa.
— Vo' a chiamare i fratelli; debbono essere d'accordo anche loro.
***
Dapprima il barone avea crollato le spalle, sorridendo di compassione alle osservazioni della baronessa che gli manifestava timidamente i suoi terrori dell'avvenire; poi aveva risposto calmo e dignitoso:
— Baronessa, le liti non sono cose di cui deve occuparsi una donna!
Mariangela, che un giorno aveva osato aggiungere qualche parola alle insistenze della madre, si era sentita rispondere un: — Zitta, sciocca! — che la fece piangere mezza giornata.
Rosaria invece pensava che era inutile tentar di persuadere il barone e indurlo a proporre un accomodamento; e perciò andava spesso nel camerone dai fratelli, quando sapeva che tutti e tre erano là, e li scoteva dalla inerte indifferenza, li incitava:
— Che uomini siete? Ora più non siete ragazzi!
Ercole bestemmiava:
— Corpo di...! Che debbo fare? Prendere questo fucile e far fare una vampata al cugino marchese?
Marco non rispondeva. Aveva già terminato il modellino in legno e in latta del suo mulino, e lo faceva funzionare, soddisfatto che andasse meglio di quel ch'egli non aveva sperato. La gran ruota, che doveva dare il movimento alla tramoggia e alle macine, sarebbe stata così enorme che occorrevano due piani del palazzo per farle posto. Avrebbe voluto spiegare alla sorella l'intero meccanismo, smontarle sotto gli occhi e rimontare il modellino; ma Rosaria gli avea voltato le spalle per avvicinarsi a Feliciano che studiava coi gomiti appoggiati sul tavolino e la testa sui pugni.
— Insomma, te ne lavi le mani anche tu?
Feliciano alzò gli occhi e fissò in faccia la sorella:
— C'è un solo mezzo — disse; — ma noi non vorremo mai servircene.
— Quale?
— L'interdizione.
— Che significa?
— Significa...
Ercole, il cacciatore, lo interruppe ridendo.
— Significa — egli spiegò — che noi siamo come i topi che volevano attaccare il campanello al collo del gatto.
— Venite di là, dalla mamma.
Rosaria parlò così imperiosamente, che i tre fratelli la seguirono uno dietro all'altro, zitti zitti.
Nella camera della baronessa, seduti attorno al seggiolone di noce dov'ella stava quasi su un trono, vestita di tela grigia d'Artega, con un fazzoletto di seta nera che le contornava il viso grasso e floscio e i capelli canuti spartiti in due bande su la fronte, i figli attendevano che la madre parlasse.
La camera era in disordine; il letto non ancora rifatto. Sul canterale, su le seggiole, sul tavolino davanti la finestra, una confusione di oggetti disparati: capi di biancheria, ceste con frutta, ferri da calze, forbici, ditali, una coronadi cocco, una conocchia, due fusi, e tra il canterale e il tavolino l'arcolaio con una matassa di cotone azzurro da dipanare. Se non che il canterale era finamente incrostato di tartaruga e madreperla, e la conocchia e l'arcolaio erano prezioso lavoro di un antico pecoraio di famiglia, che vi aveva scolpito con la punta del coltellino strane fantasie di ornati complicatissimi. Marco era andato ad ammirarli anche ora, prima di prender posto accanto alla sorella Mariangela.
La baronessa portò il fazzoletto agli occhi.
Ercole ruppe il silenzio, ripetendo la sua facezia:
— Ecco il consiglio dei topi!
Rosaria lo sgridò duramente:
— Taci, villanaccio!
E rivolgendosi a Feliciano gli disse:
— Dunque? Questa interdizione?
La baronessa singhiozzava.
— Non c'è altra via! — confermò Feliciano.
— Proviamo prima... come minaccia... — insinuò la baronessa.
— Inutile. Si faccia la domanda al tribunale senza perdere più tempo.
— Uno scandalo? — esclamò spaventata la baronessa.
— Mamma!... Se non c'è altra via!...
Tutti guardarono Rosaria. Come mai quellaragazza, che stava sempre zitta, mostrava tutt'a un tratto tanta violenza e tanta audacia? Ella arrossì, quasi quegli sguardi di maraviglia e di stupore avessero voluto leggerle in fondo all'animo. E in quell'istante, due terribili anni della sua giovane vita chiusa e nascosta le balenarono davanti a gli occhi, le accesero il viso e la fecero tremare. Ma si rimise sùbito.
— Parla, spiègati meglio — disse al fratello con gesto vibrato.
***
Saputo che quella mattina l'usciere era venuto a rilasciare al barone la citazione del tribunale, tutti i figli si erano radunati in camera della baronessa, quasi a rifugiarsi sotto le ali di lei e ripararsi dalla tempesta che stava lì lì per scoppiare.
Il barone comparve su la soglia, pallido, con gli occhi stralunati, agitando convulsamente il foglio della citazione, senza riuscire a parlare. Lo sdegno e l'ira lo soffocavano, Mariangela fece un passo verso di lui, ma un suo gesto l'arrestò.
— Vipere! Ingrati!... — cominciò a balbettare. — Questa, questa è la ricompensa?... Potrei... stracciarvi la vostra carta in faccia,sbattervela sul muso; farvi vedere chi... chi è da interdire qua... Vipere!... Ingrati!...
— Barone!... per carità!... — supplicava la baronessa.
— Voi, signora, avete ragione... per la vostra dote. Ma ho già dato ipoteche, ho vincolate rendite... non l'ho sciupata, no, la vostra dote. Darò sùbito altre guarentigie, se occorrono... Ho abusato della vostra bontà, è vero; ho sperperato il fruttato dotale... per la lite; e voi, signora baronessa, da eccellente madre di famiglia, non volete che quel fruttato serva ancora alla rovina delle vostre buone figliuole... Vipere!... dei vostri bravi figliuoli... Ingrati!... Questa, questa è dunque la ricompensa? Nessuno ha il coraggio di guardarmi in viso!... Nessuno osa di rispondermi una parola!
Infatti, tutti stavano là, zitti, a capo chino, come tanti rei davanti al lor giudice. Soltanto la baronessa, a mani giunte, con gli occhi rivolti al cielo, pareva implorasse aiuto da lassù. Il barone rizzò minacciosamente la persona:
— Potrei prendervi a uno a uno per le spalle... e farvi ruzzolare le scale fin da questo momento. Il palazzo è mio; ed io, almeno per ora, sono qui padrone assoluto... Ma vi gastigherò diversamente; voglio risparmiarvi l'empio tentativo di farmi interdire... Esco io dal mio palazzo!... Fuggo via io da questo covo di vipere edi ingrati! Lotterò... povero, solo; morrò di crepacuore e di fame forse; non importa!... Intanto vi abbandono tutti alla maledizione di Dio!... Giacchè io credo in Dio più di voi, signora baronessa che vi confessate due volte al mese e date questo bell'esempio ai figli vostri! Figli?... Figlie?... Io non ho più nessuno!... Nè moglie!... Nessuno!... Esco di qui coi soli vestiti che ho indosso... Non voglio altro!... E il giorno che mi porteranno la notizia: — Il vostro palazzo è crollato; Dio lo ha scosso dalle fondamenta e vi ha seppellito tutti — quel giorno farò cantare unTe Deum!... Non metterò il lutto!...
— Barone, per carità! — tornò a supplicare la baronessa.
—Voscenzascusi; non si ragiona in tal modo!...
Feliciano aveva pronunciato queste parole con tono dimesso ma così ironico, che il barone fece atto di slanciarglisi contro per schiaffeggiarlo come un ragazzo. Mariangela dètte uno strillo, la baronessa si mise a gridare, quasi la minacciata fosse lei; Rosaria si piantò davanti al fratello per fargli scudo col corpo, alzando la bruna testa dai lineamenti duri, aggrottando le sopracciglia, stringendo le labbra carnose. E fu il segnale della gran rivolta! Parlavano, strillavano, urlavano assieme, aggirandosi perla stanza, senza sapere quel che volessero, nè quel che facessero, mentre il barone in mezzo a loro continuava a ripetere frasi scomposte, con le braccia in alto, sventolando il foglio della citazione come segnale di minaccia e di gastigo; e la baronessa in piedi su la predella del seggiolone di noce, piangente, sperduta, urlava:
— Barone! Figli miei!... Figli miei!
Tutta la pazzia dei Zingàli parve si fosse scatenata improvvisamente, rompendo la lunga compressione, sconvolgendo quei cervelli, squarciando quelle gole con orride grida, agitando quei corpi in una terribile convulsione di atteggiamenti, di mosse, di gesti furibondi, che avrebbero fatto scappare le persone fermatesi nella via ad ascoltare meravigliate, se fossero salite su, spinte dalla curiosità o dal desiderio di dar soccorso, giacchè si capiva che lassù accadeva qualcosa d'insolito e di triste.
Poco dopo, le grida cessarono, la gente si disperse; e gli scarsi rimasti videro uscire il barone don Pietro-Paolo, vestito di nero, con l'abito abbottonato e un gran mazzo di carte sotto braccio. Nessuno osò domandargli che cosa era stato. Si scoprirono rispettosamente, e il barone rispose al saluto con la consueta sua affabilità.
***
Da due anni e mezzo egli viveva nel bugigattolo buio che dava su la scala dell'albergo Sant'Anna in Catania, specie di canile che neppur Tina, la serva sporca e sboccata, voleva ravviare e ripulire per via del tanfo di rinchiuso che toglieva il respiro.
Egli non sentiva più quel tanfo; vi si era abituato, lo portava attorno immedesimato con la dubbia biancheria, con l'unico abito nero che indossava tutto l'anno. Di quel tanfo si impregnava fin quel po' di pane che serviva a sostentarlo — assieme con qualche frutto, l'estate, e con un po' di formaggio, l'inverno — e ch'egli mangiava a mezzogiorno e la sera, prima di mettersi a letto, stanco del vagabondaggio della giornata.
La mattina, all'alba, andava dal procuratore Cerrotta, a portargli riflessioni e appunti, scritti nella nottata al lume di una candela di sego, riguardanti la lite per Cento-Salme. Di sè, della miseria a cui si era volontariamente condannato, delle umiliazioni che soffriva vedendosi guardato come una bestia strana e quasi evitato nelle sale di udienza del Tribunale o della Gran Corte, dove passava parecchie oredella giornata seguendo le discussioni per trarne profitto, ormai egli non si curava più. Nessun sacrifizio, nessuna sofferenza gli sembrava tale da non doverla affrontare, da non doverla sopportare in vista della vittoria della lite, che di giorno in giorno gli appariva sempre più certa e sicura. E quando don Emanuele Cerrotta, pur ammirandolo per la tenacità, gli rispondeva bruscamente, seccato di quegli appunti, di quelle riflessioni o note che il barone andava a presentargli ogni mattina e che avrebbe voluti esaminati e discussi assieme, egli non si sentiva offeso; sorrideva umilmente, chiedeva scusa, e il giorno dopo tornava ad insistere... e la vinceva. Don Emanuele tirava su una gran presa di rapè, dava due stizzosi colpi di ripulita al naso col fazzoletto di cotone azzurro, socchiudeva gli occhi e stava ad ascoltare, interrompendolo di tanto in tanto:
— Ma di questo abbiamo già ragionato avant'ieri!
— Sì, sì, dal punto di vista...
E spiegava da qual punto di vista; ora però egli guardava la questione dal lato opposto.
— Capisco; andiamo avanti!
Una lesta presa di rapè, una nuova stizzosa ripulita al naso col gran fazzoletto di cotone azzurro tenuto a portata di mano sur una coscia, indicava la crescente impazienza di donEmanuele. Ma il barone non si scoraggiava. Tutta la sua persona pareva curvarsi, ridursi piccina; le braccia accostavano i gomiti ai fianchi per attenuare i gesti, le spalle si stringevano, la voce si affievoliva in un mormorìo, perchè il suono delle parole penetrasse negli orecchi senza recar disturbo. Egli sapeva di non essere più uno di quei clienti che possono imporsi ai loro avvocati, ai loro procuratori legali in virtù dei ben pagati onorari e dei futuri vistosi palmari dopo vinta una lite; era invece un cliente che doveva farsi ascoltare quasi per carità, per tolleranza, facendosi far credito su l'avvenire, giacchè la signora baronessa e i suoi figli avevano voluto così!
Non li nominava mai: ma in certi momenti, quando una circostanza lo costringeva a guardare, non ostante il suo stoicismo, alla miserabile condizione a cui era stato ridotto, lui, don Pietro-Paolo Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa, un impeto selvaggio gli saliva dalla pianta dei piedi su su per tutto il corpo fino al cervello, quasi fiamma che lo avvolgesse rapidamente e volesse riversarsi attorno per distruggere gli ingrati! Oh, essi non si rammentavano più se egli esistesse! E non potevano ignorare che egli viveva di carità, quasi soffrendo la fame, tra privazioni e umiliazioni di ogni sorta! Eppure non facevano nemmeno laipocrita finzione di sottomettersi, di chiedere perdono, di volerlo strappare alla puzzolente tana che lo ricoverava la notte... Nemmeno quella ipocrita finzione! Sapevano benissimo che egli li avrebbe scacciati via, che non avrebbe accettato mai niente da loro, che non li avrebbe mai perdonati!... Ormai egli lasciava che la maledizione di Dio si aggravasse su coloro che un giorno avea chiamati col dolce nome di moglie, e di figli! Il terreno si sarebbe sprofondato sotto i loro piedi sacrileghi, presto o tardi, e li avrebbe inghiottiti! E in questi momenti di impeto selvaggio il vecchio, già curvo, dimagrito, sfigurato, si trasfigurava in quella putrida tana illuminata dalla fumosa candela di sego; rizzava orgogliosamente la testa, levava in alto le braccia invocanti il terribile gastigo di Dio, che non poteva fallire; ed egli stesso talvolta aveva sgomento della grand'ombra della sua persona che si agitava su la parete squallida e nuda, quasi apparizione evocata dal terribile scongiuro di lui!
Un giorno — oh, finalmente! — un giorno egli sarebbe riapparso in quei desolati stanzoni del suo palazzo, ma vittorioso, con pieno diritto di autorità e di comando, padrone di Cento-Salme strappato al marchese di Camutello; e senza una parola, con un solo gesto, avrebbe scacciato via, anzi spazzato via tutti coloro chenon erano degni di portare l'onorato e altero nome dei Zingàli; e vi si sarebbe rinchiuso, solo, come in una fortezza; e avrebbe trasformato quella desolazione in una reggia, quasi con un colpo di bacchetta fatata!... Non avrebbe avuto soltanto Cento-Salme, ma cinquantamila onze di rendite mal percepite dal marchese di Camutello! Cinquantamila onze, in oro, in argento!... Un fiume di denaro sonante, che egli avrebbe potuto spendere sùbito, a dispetto di tutti, senza che più nessuno potesse avere la tentazione di farlo interdire... Ecco se era stato pazzo! Ecco se aveva farneticato intentando la lite, adoprando tutte le risorse di casa per questo scopo supremo!
E si stendeva sotto le coperte del misero lettino, spegnendo la candela di sego, continuando nel buio il fantastico sogno che gli aveva fatto assaporare con gusto, come cena squisita, quel po' di pane e di formaggio risparmiato da quello avrebbe dovuto essere il suo pranzo a mezzogiorno!
***
La baronessa e le figlie, quando il barone più non comparve in casa, erano rimaste atterrite del loro audace tentativo e avevano abbandonato la domanda d'interdizione.
Ercole riprendeva le sue caccie; Marco non lasciava in pace la baronessa perchè gli desse i mezzi di costruire in casa loro il gran mulino di sua invenzione; Feliciano avea sostituito il padre nell'amministrazione, duro e inesorabile coi fittaioli della dote della madre, fissato anche lui nell'idea di liberare tutte le proprietà di famiglia dalle onerose ipoteche che assorbivano il fruttato. Si rivelava della pura razza dei Zingàli, ostinato, testardo, imperioso fin colla madre, che non osava di resistergli.
— Egli sa meglio di noi quel che fa! — diceva la baronessa a Rosaria che spesso borbottava contro il fratello.
Una schietta Zingàli anche lei, muta, impenetrabile, con quegli occhi che mettevano sgomento quando restavano fissati nel vuoto, quasi attratti da paurose visioni che gli altri non potevano vedere.
Da che il barone aveva abbandonato la casa, ella aveva voluto occupare la stanza di lui.
— Non hai dunque paura di dormir sola colà? — le disse la madre.
— No.
Durante la giornata, la madre la voleva in camera, anche pel rosario e per le altre preghiere in comune, quando il canonico Rametta veniva a confessare, al solito, la signora baronessa, e a discorrer di cose sante e di pettegolezzi.Il canonico avea creduto che l'assenza del barone avrebbe vivificato un po' l'aspetto triste e opprimente di quella casa; e il santo prete vedeva ora quasi con rimorso che la tristezza si era piuttosto aumentata. Quell'uomo che stava rinchiuso nella sua stanza, sepolto fra le vecchie scritture, di nient'altro occupato all'infuori di esse, avea lasciato un gran vuoto nel vasto palazzo, di cui il povero canonico non si sapeva rendere ragione.
— Nessuna notizia? — domandava timidamente alla baronessa.
— Nessuna!
— Nessuna! — ripeteva Mariangela, alzando al cielo le pupille stanche e trasognate.
— Il Signore gli aprirà gli occhi, gli rammollirà il cuore! Preghiamo per lui! — replicava il canonico.
Rosaria aggrottava le sopracciglia, si mordeva le labbra carnose, e non si capiva se per isdegno o per rimpianto dell'assente. Spesso, durante la conversazione, si alzava tutt'a un tratto da sedere e andava a rinchiudersi nella sua nuova stanza.
Una mattina Mariangela l'aveva sorpresa bocconi a traverso il letto, soffocata da' singhiozzi. Le mani brancicavano convulsamente le coperte, e nell'agitarsi scomposto della testa le nere e lunghe treccie le si erano disciolte ed arruffate.
— Oh, Dio!... Che hai? Rosaria!...
Al grido della sorella, ella si era rizzata rapidamente, buttando indietro con le mani i capelli che le ricadevano su la faccia e su le spalle; e spalancando gli occhi, avea portato l'indice alla bocca, imponendo silenzio.
— Non dir nulla alla mamma!... Non è niente!... Manda a chiamare il canonico Rametta... Ho bisogno di lui... Voglio confessarmi... non dir nulla alla mamma! Bada; non dirle nulla!
Mariangela, sbalordita, spaventata, aveva atteso il canonico in cima alla scala, e lo aveva fatto entrare in punta di piedi, perchè la baronessa non si accorgesse della venuta di lui.
— Lasciaci; va di là, — Rosaria aveva ordinato alla sorella.
— Cattive notizie? — domandò allora il canonico.
Rosaria, chiuso l'uscio e messo il paletto interno, si fermò in faccia al sacerdote, che la guardava aspettando ansioso la risposta.
— Sono dannata! — ella esclamò portando le mani attorno alla bocca, a fin di reprimere il suono della voce e renderlo nello stesso tempo più vibrante.
— Dannata? Figliuola mia! Dannata?
Ella lo spinse su la seggiola a bracciuoli presso il tavolino e gli cadde davanti in ginocchio.
— Dannata?... Non è possibile!... Che hai fatto da dover disperare del perdono di Dio? Oh, figliuola mia!...
China con la testa rovesciata in giù, coprendosi la faccia con le mani, Rosaria ripeteva straziante:
— Dannata!... Dannata!
Il confessore le accarezzava i capelli, tentava di confortarla.
— Parla, figliuola mia! Ora sei davanti al cospetto di Dio... Dimentica la miserabile persona del suo indegnissimo servo... Parla!
Mai il canonico Rametta, da che era stato autorizzato ad amministrare il Sacramento della penitenza, mai si era trovato davanti a una scena simile; e tremante, smarrito, non sapeva in che maniera indurre quella figliuola a calmarsi.
Terribili, incredibili cose aveva poi udito.
— Tu, figliuola mia?... Tu hai invocato il diavolo?... Perchè? Come?
E Rosaria, a testa china, con la faccia tra le mani che a stento lasciavano passar libera la parola, aveva rivelato il segreto che da due anni le gravava sul cuore, e che aveva formato la sua felicità e la sua disperazione nello stesso tempo; quel terribile segreto che più volte le era parso avessero indovinato o volessero indagare la madre, la sorella, i fratelli, e che ella avevaper ciò più rabbiosamente calcato in fondo al petto!... Ma ora... ora non ne poteva più!
E così dentro quella buia sepoltura della loro casa era penetrato un raggio di sole. Ella aveva amato, riamata!... Perchè, perchè il Signore l'aveva fatta nascere una Zingàli? Per questo, colui non aveva mai osato farle sapere direttamente... E forse anche per lo stato della loro famiglia!
— Come lo hai dunque saputo, figliuola mia?
— Un accenno, due parole dettemi da una povera donna...
— Quali, figliuola mia?
E udendo l'ingenuo racconto, l'esperto confessore capiva a poco o poco quale pertinace lavorìo della giovanile immaginazione aveva potuto intessere la fallace lusinga di quell'amore nel silenzio, nella penombra, nella solitudine di quei malinconici stanzoni, dove i suoni della vita che ferveva fuori giungevano ammortiti, affievoliti o non arrivavano affatto. E per ciò ella si era ribellata al destino; per ciò avea protestato contro la tirannia di Gesù Cristo che la condannava a essere una Zingàli, cioè un'ombra, un fantasma, un nome e nient'altro.
— Sì, sì padre!... Ho maledetto Gesù!... Ho maledetto la Madonna!
— E hai mentito nella confessione? E ti sei cibata sacrilegamente delle carni immacolate del Redentore?
— Sì, sì padre!...
Un giorno, rovistando uno scaffale di vecchi libri, dietro i volumi in foglio legati in pergamena, aveva trovato un libro involtato in un foglio di carta e sigillato. Ingiallito, squadernato, senza frontispizio, con strane figure quasi a ogni pagina, quel volumetto aveva tentato la sua curiosità. Sigillato con cinque larghi sigilli, nascosto colà, dietro agli altri libri, era dunque qualcosa di vietato? E se lo era portato in camera, e lo aveva nascosto tra le materassa del suo lettino, sotto il capezzale... E la notte, fingendo di dir le preghiere, si era messa a leggere...
— Diceva:Modo di far apparire nella propria camera la persona amata. Si doveva recitare per tre notti consecutive una lunga preghiera latina...Adonai, onnipotens sempiterne Deus... La so tutta a memoria!
— Il demonio, figliuola mia!... Il demonio!...
— Che m'importava? Abbandonata da Dio, mi rivolgevo al diavolo che almeno mi prometteva quella felicità... Ah! sono stata ingannata anche da lui!... Mi sentivo morire dal terrore, e leggevo, leggevo quella preghiera di cui capivo soltanto poche parole, con la fronte bagnata di sudore diaccio, col cuore che quasi non mi batteva più, con la voce che mi moriva in gola, ginocchioni presso la finestra aperta di quella stanzacciadove mi recavo a notte avanzata, brancolando nel buio, portando i fiammiferi e la candela benedetta della Candelora, perchè occorreva una candela benedetta... E poi ho continuato per mesi e mesi, qui, in questa camera, invocando, persistente, colui che non appariva, che non è apparso mai! Mai!...
—Domine, ignosce illae!— balbettava il canonico, alzando pietosamente gli occhi. E soggiungeva: — Dio è misericordioso... Tu, povera figliuola, non sapevi quel che facevi.
— Lo sapevo, padre; lo facevo a posta!...
— Ma era un'aberrazione, un suggerimento del diavolo!... Ora che ti accusi del peccato, ora che, pentita, domandi perdono...
— Sono dannata!... Sono dannata! — tornava a singhiozzare Rosaria desolatamente.
— Ah, figliuola! Questo, questo è peccato ancora più grande: disperare della misericordia di Dio!... Sei già perdonata! In nome di Colui che me n'ha dato potestà,ego te absolvo!... E ora che intendi fare, figliuola mia?
— Voglio andar via, lontano, Suora di Carità!... Partire sùbito... sùbito!...
***
Il barone aveva ricevuto una lettera di Rosaria che gli domandava perdono e gli annunziavala sua partenza per Siracusa, dove era la casa delle Suore di Carità che dovevano ricevere i primi voti di lei. Egli aveva tentennato cupamente il capo leggendo; poi, stracciato il foglio, ne aveva buttato i pezzetti in un angolo; e non aveva risposto.
Due mesi dopo, Ercole, in una partita di caccia, veniva colpito per sbaglio da un amico. Era rimasto accecato, e forse non sarebbe sopravvissuto alla disgrazia!
— È la mano di Dio! — aveva risposto il barone a don Emanuele Cerrotta, incaricato di partecipargli cautamente la notizia. — Dovrò vedere ben altro!... La mano di Dio è lenta nel colpire, ma infallibile!...
Da due notti egli non chiudeva occhio, agitato dal pensiero della prossima discussione della lite davanti a la Gran Corte. Finalmente il gran giorno arrivava! Bisognava correre da un giudice all'altro e dal presidente, per dareinformazioniassieme con l'avvocato e col procuratore legale. E il presidente della Gran Corte, udendolo parlare e parlare — già lo conosceva benissimo; chi non lo conosceva ormai nei tribunali e nella Gran Corte? — quella mattina gli disse nel suo schietto napoletano:
— Ma caro barone, 'a Corte v'avarrìa da dà ragione pe levasse na mala pimmicia da cuollo!
E il giorno dopo, nella sala di udienza, il barone piangeva di consolazione durante la splendida arringa dell'avvocato De Paolis, e sorrideva tra le lagrime, approvando con la testa, con le mani, col busto, applaudendo sotto voce con frequentibravo! bene! benissimo!che avevano infastidito il celebre avvocato, perchè lo distraevano dalla complicata argomentazione del suo ragionamento.
— Ma, barone mio!... — gli si rivoltò all'ultimo.
Il barone parve volesse sparire sotto terra, tanto fu visto rannicchiarsi su la seggiola al rimprovero dell'avvocato.
Ma poi drizzò il capo, fulminò con uno sguardo l'avvocato della parte contraria, appena questi cominciò ad arringare con voce sonora ed ampi gesti.
— Storie!... Sciocchezze!... E l'atto di permuta? Ah! Ah!... Bravo! Bene!... Benissimo!...
Si contorceva, alzava le spalle, approvava con ironico accento; si stringeva la testa tra le mani; si turava le orecchie per non udire quei cavilli anticipatamente sfatati dalla insuperabile arringa del De Paolis... Un Dio!... Aveva parlato come un Dio!... E colui faceva sbadigliare i giudici!... E il cugino marchese stava ad ascoltarselo chiudendo gli occhi. — Ed ecco, caro cugino!... Ci siamo riveduti in GranCorte!... E riderà bene chi ride l'ultimo! Ah! Ah! — Che diceva ora quell'avvocato arruffone?... — Ma sì, ma sì... Col matrimonio di donna Querinta Soldano... appunto!... baronessa di Cantorìa!... — Lo confutava balbettando appena le parole, e stentava a contenersi...
Tutt'a un tratto impallidì, si piegò in avanti e cadde bocconi per terra, con un fievole rantolo.
***
L'avevano creduto colpito da apoplessia; invece si era semplicemente svenuto per stanchezza, per eccessive commozioni e per debolezza; da due giorni aveva mangiato soltanto un po' di pane!
— Che fate più qui, barone? — gli aveva detto don Emanuele Cerrotta. — Ora aspettiamo la sentenza... favorevole... ve lo confido in un orecchio... l'ho saputo poco fa. Sarà pubblicata fra un mese. Ci si dà ragione in tutto e per tutto... Come se ce la fossimo scritta da noi. Tornate a casa vostra; caro barone; volete ammazzarvi con questa vitaccia? Perdonate e non ci pensate più. Siate generoso!
— I Zingàli non perdonano mai! Vanno all'inferno, ma non perdonano! Mai! — aveva risposto il barone.
— Non siete cristiano dunque?
— Cristiano battezzato; ma Gesù Cristo, che perdonò a tutti ed era figlio di Dio, Gesù Cristo non perdonò a Giuda!
— Andate a confessarvi!... Non sapete che vostro figlio Marco...
— Il mugnaio?... So! So!
— C'è mancato poco che la gran ruota del suo mulino non lo abbia sbalzato per aria e sfragellato!
— La mano di Dio!... E ancora!... Ancora!...
— Me l'ha raccontato uno del vostro paese. E, in pochi minuti, ogni cosa si è sfasciata, è andata in frantumi per troppa violenza di moto. Son crollati due solai...
— Crollerà l'intero palazzo! Vedrete!
— Non fate il profeta del malaugurio! Infine sono figli vostri. E quella povera baronessa! È malata, quasi moribonda... Andate colà, perdonate a tutti, siate generoso! Vi occorre danaro? Due oncie? Sono le ultime. Fra qualche mese avrete le casse piene di scudi; non saprete che farne... E in gennaio non dimenticate di mandarmi le ulive nere salate, quelle di Cento-Salme.
— Non c'è ulivi a Cento-Salme. So io dove trovarle.
— E perdonate. Perdonare è dei grandi — conchiuse don Emanuele.
No, non poteva perdonare! Ora che la lite era vinta, ora che la ricchezza tornava a far rifiorire il nome dei Zingàli, tutte le sofferenze, tutte le umiliazioni patite gli risalivano in gola, gli attossicavano la bocca, quasi gli fossero rimaste indigeste da più di due anni. E quel tanfo di cui più non si accorgeva, e quel sudiciume della biancheria e del vestito a cui più non badava, e dei quali aveva spesso tratta materia di orgoglio pel suo carattere, ora, soltanto ora, quel tanfo gli mozzava il fiato; ora, soltanto ora, quel sudiciume che portava addosso gli dava nausea!
E la mattina dopo montò sul carretto di un compaesano, come un miserabile portato per carità, e si sfamò assieme col carrettiere in una osteriaccia di campagna. Il sole lo cuoceva, le scosse del carretto gli indolenzivano le ossa. Ma, steso quasi bocconi su le dure tavole di abete di cui il carretto era carico, egli pensava al giorno che sarebbe rientrato nel suo palazzo da vero padrone, da vero barone di Fontane Asciutte e Cantorìa; lui che n'era uscito con quattro piastre in tasca e un mazzo di scritture sotto braccio! Lui che volevano far interdire perchè rovinava la famiglia! Lui che era stato abbandonato dalla moglie, dalle figlie, dai figli come un rognoso, come un appestato!
— Ah, certamente già si apprestano a rappresentare la commedia! Ora che non sonopiù un matto da interdire, ora che non sono più un rognoso, ora che non sono più un appestato, ora verranno a chiedere perdono, si umilieranno, commetteranno tutte le viltà... C'è Cento-Salme in vista. Ci sono diecimila onze per colui del mulino... e dieci per l'avvocatino don Felicianino... l'ipocrita, il gesuita!... Via! Via!... Non sono più marito!... Non sono più padre!... Sono soltanto don Pietro Paolo Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa... no, anzi, barone di Cento-Salme; otterrò un decreto pel nuovo titolo!...
Era già sera; il mulo trascinava stancamente il carretto per lo stradone polveroso. Il carrettiere cantava.
Il barone rizzò la testa; vide, lontano, spiccar neri sul cielo rossiccio, i campanili, le cupole del paesetto da cui mancava da tre anni e un'inattesa forte commozione lo invase.
Durante il viaggio aveva scambiato poche parole col carrettiere; ma in quel punto sentì bisogno di parlare con lui, d'interrogarlo.
— Che dicono di me?
— Dicono chevoscenzaha vinto la causa. Ora don Marco non penserà più al mulino...
— Forse...
— È stata una pazzia. I signori debbono fare i signori, ed io che sono un carrettiere il carrettiere; dico bene,voscenza?
— Ferma; scendo qui. Non far sapere a nessuno che mi hai portato.
— Come vuole voscenza.
E si arrampicò lentamente pel viottolo che saliva a destra su per la collina. I cani abbaiarono poco dopo, un contadino s'affacciò dal ciglione:
— Zitto! — gli disse — Sono stanco; la salita è ripida.
***
Le febbri lo avevano sfinito. Dormiva sur un po' di strame; non c'era neppure un pagliericcio in quell'antico frantoio di ulive che non serviva più da anni ed anni. I contadini ogni sera tornavano in paese, ed egli restava solo colà, aspettando il plico del procuratore Cerrotta, che dovea portargli la copia legale della sentenza della Gran Corte.
— Come si sente,voscenza?
— Meglio! Meglio. Non è niente! Ho la pelle dura io.
Passava la giornata e parte della serata seduto sur un gran sasso davanti al portone, con una specie di coma che gli faceva socchiudere gli occhi e abbandonare la testa sul petto. Il vecchio contadino, che era stato antico fittaiuolo di casa Zingàli, una sera finalmente eraandato dalla baronessa, non ostante il divieto del barone.
— Dovrà morire colà, come un cane?
— Che possiamo farci?... Ha parlato di noi?
— Mai, mai! Dice che aspetta una lettera dell'avvocato. Mandino almeno un dottore... e un letto. Dorme vestito su la paglia, in un canto deltrappítu... Fa pietà!
Una mattina stava seduto su quel sasso fin dall'alba, ostinato a restare in quell'edifizio dalle mura spaccate, dal tetto sconquassato, su quel po' di paglia, che gli serviva da giaciglio, fino al giorno in cui avrebbe avuto in mano la copia legale della sentenza. Aveva sbattuto i denti pel ribrezzo della febbre durante la nottata; ora si sentiva scoppiar la testa dal calore, quasi il sangue gli si fosse mutato in liquido ardente dentro le vene, quantunque l'aria mattutina fosse fresca. Sentendo uno scalpitío di vetture, volse la testa.
— Ah, signor barone!... Ah, signor barone!...
Il canonico Rametta gli stendeva da lontano le braccia, il dottor La Barba lo salutava cavandosi il cappello. Egli fece uno sforzo per rizzarsi ed evitar di riceverli, ma ricadde sul sasso, appoggiandosi con le spalle al muro, mentre essi scendevano da cavallo.
— Non ho bisogno di medico; non sono in punto di morte da dovermi confessare, signorcanonico. Siete venuti come i corvi all'odor del cadavere? No, no... Sono più vivo di tutti coloro che vi mandano... Andate a dirglielo.
— Siamo venuti per conto nostro, signor barone; pel bene che vi vogliamo, pel rispetto che vi dobbiamo...
— Ho qui un plico per lei, da Catania. L'ha portato ieri sera mio cognato...
— Grazie! Date qua... Grazie!
Gli occhi torbidi e stanchi gli si rianimarono un poco. Le mani palpavano con un tremito di carezza il plico, ma non tentavano di aprirlo. La commozione gli aveva tolto ogni forza... Sorrideva, agitava le labbra, ma non poteva parlare. Accennò al dottore che lo aprisse lui e leggesse...
— Che cosa è, dottore? — lo interruppe — Qui!... Qui!...
Accennava al cuore. Soffriva una smania dolorosa, una puntura acutissima.
— Non voglio morire!... Non debbo morire! — balbettava.
Il dottore e il canonico si guardarono in viso.
Mentre il dottore lo sosteneva per le spalle, il canonico, chinatosi premurosamente su lui, gli susurrò con voce compunta:
— Faccia la volontà di Dio, signor barone! Dio è padrone della vita e della morte!...
Il barone spalancò gli occhi.
— Non voglio morire! Non voglio morire!... Soffoco!... Dottore!
Implorava disperatamente aiuto.
— Si rassegni, faccia la volontà di Dio! — ripeteva il canonico inginocchiato davanti a lui.
Il povero moribondo scosse la testa, raccolse le forze:
— Ah!... Questa, no, Cristo non doveva farmela!
E portando le mani al cuore e tentando di strapparsi il vestito, con le sopracciglia corrugate e l'espressione dura e orgogliosa dei Zingàli nello sguardo, soggiunse, balbettando quasi con minaccia:
— Ma... ce la vedremo lassù!... Non... doveva... far...
E il rantolo dell'agonia gli troncò la parola su le labbra convulse.