CAPITOLO SESTO—Bellissimo uomo quel forestiero!—disse la cameriera della signora Amalia, mentre aiutava la sua padrona a spogliarsi.—Sì—rispose con piglio indifferente la vedova—è ben conservato.—Ma, scusi, quanti anni può avere? Trentasei o trentasette al più.—Con la coda... Ne ha quarantacinque....—Mi canzona? Quarantacinque.... Oh allora poi....—Ebbene?—Nulla... Una mia fantasia... Nulla, nulla.E si mise a ridere.—Sentiamo questa fantasia—insistè la signora un po' infastidita.—Oh una sciocchezza... Cose che non si sa nemmeno come vengano in capo... Quasi quasisupponevo che potesse essere un partito per la signorina..—Per la Matilde! Siete matta?.... Quarantacinque anni.... vedovo....—Anche vedovo?—Sicuro! E con un bambino di ventidue anni.....—Madonna santa! Quand'è così....—Ma vorrei un po' sapere che razza d'idee vi frullino nel cervello.... E su che basi?—Mi perdoni... Ha ragione Lei... Che vuol che le dica? M'era venuto quel ghiribizzo vedendo che il signore forestiero e la padroncina stavano volentieri in compagnia.—Furba davvero! Se non avete migliori indizi di questo... Basta, basta; andatevene a letto e tenete la lingua a casa.Chi si corruccia ha torto, dice il proverbio, e la signora Amalia s'era corrucciata, tanto più che mentre la cameriera le acconciava i capelli da notte, ella aveva visto nello specchio certi riflessi argentini, che piacciono assai più nelle acque di un ruscello che nella chioma di una donna. Ma era dunque possibile? Ma il dubbio che le si era già affacciato allo spirito, aveva dunque un fondamento di verità? E ciò che le pareva assurdo era giudicato naturale dagli altri? E il signor Michele, che era stato in procinto di diventaresuo sposo, ardiva adesso, rivedendola dopo venticinque anni, fare il vagheggino a sua figlia? E la Matilde gli dava retta? Oh per poco! Avrebbe ben ella, sua madre, impedito che la fanciulla sciupasse le primizie del suo cuore con un libertino sfrontato! Meno male ch'ella aveva già tirato un colpo a fondo pubblicando ai quattro venti, al cospetto della Matilde, l'età del figliuolo del signor Michele!Mentre faceva queste riflessioni, la signora Amalia passeggiava su e giù per la camera in pienodéshabillé.Come si stenta, nel mondo fisico, a trovar corpi semplici, così si stenta a trovar sentimenti semplici nel mondo morale. E direi quasi che ogni nostro sentimento, per diventar forza attiva, ha bisogno di una piccola infusione di sentimenti contrari. Ciò vale soprattutto nei sentimenti più nobili, i quali sono come i metalli preziosi che non resterebbero in circolazione senza una lega di metalli più bassi.La collera della signora Amalia derivava da una serie di cause. Certo vi aveva il suo posto anche la naturale ansietà della madre. Lo sposo ch'ella vagheggiava per la sua Matilde non viveva finora che nella sua fantasia. Doveva esser giovane, bello, generoso d'animo e gagliardo d'ingegno, e nessuno fra quelli che avevano chiestoo fatto chiedere la mano della ragazza aveva corrisposto al suo tipo. Figuriamoci se poteva corrispondervi il cavaliere Arsandi! Oh! s'egli avesse avuto venticinque anni meno! Ma quando egli li aveva questi venticinque anni meno, la Matilde non esisteva neppure e c'era invece un'altra fanciulla che s'era lasciata affascinare dall'incanto della voce e degli occhi del signor Michele, e aveva sognato con lui il suo primo sogno d'amore. Quella fanciulla era lei, lei medesima, quell'Amalia Nottoli, oggi vedova e madre, com'era padre e vedovo anch'egli. E così, a poco a poco, quasi senza ch'ella se ne accorgesse, la sua persona faceva capolino, e l'orgoglio offeso si metteva a paro con la sollecitudine materna a ordir la tela dei suoi ragionamenti.Il più difficile era giungere a una conclusione sulla via da tenersi. C'era un partito eroico, quello di prendere a quattr'occhi il signor Michele, fargli intendere la sconvenienza della sua condotta, e dargli pulitamente il benservito. Ma in verità non bisognava nemmeno pensarci. Come licenziare un ospite pella sola colpa di essersi mostrato gentile verso la padroncina di casa? Chi non avrebbe detto che c'era di mezzo un dispettuccio della signora Amalia, punta di non essere corteggiata abbastanza? Mettere inguardia la Matilde dimostrandole sul serio che il signor Michele non era fatto per lei? Sarebbe stata un'imprudenza: da Eva in poi le donne amano il fratto proibito e il cervellino della Matilde non era più sano di quello della sua progenitrice. Restava la cosidetta politica d'osservazione: seguire cioè i passi del nemico senza dar fuoco alle miccie, ma lasciandogli scorgere ch'egli è invigilato. Posto così sull'avviso, probabilmente il signor Michele avrebbe fatto senno e suonato a raccolta.Queste ultime considerazioni la signora Nottoli le faceva dopo aver già spento il lume, acconciata la testa sul capezzale, e tirate su le coltri in modo da non lasciar fuori che la punta della sua cuffia da notte. E secondo le idee che le frullavano in capo quella punta oscillava con maggiore o minore vivacità. A poco a poco però i movimenti divennero sempre più tardi, come di un battaglio che non arriva a toccare le pareti della campana, sinchè finirono affatto. La signora Amalia aveva preso sonno e russava decorosamente come una donna di quarantadue anni ha il diritto di fare.Ed ella sognò. Sognò di esser tornata ragazza e di avere a' suoi piedi un bell'artigliere nell'uniforme deiBandiera e Moro, e di sentirsi bisbigliar da lui le più dolci promesse d'amore,a cui ella rispondeva con le lagrime agli occhi e il sorriso sul labbro. Ed egli copriva di baci la sua mano, quando ad un punto lo sguardo di lui si rivolgeva da un'altra parte, si fissava sopra un'altra immagine. Una giovinetta tanto simile a lei da potersi pigliare in iscambio appariva d'improvviso sulla scena, e con un cenno giunonico del capo chiamava a sè l'artigliere, che non esitava un istante a obbedirle. Non c'era dubbio; quella giovinetta, al gesto, all'aspetto era la Matilde, quell'artigliere era Michele Arsandi. E prima ch'ella potesse lagnarsi del subito ed incivile abbandono le si affacciava un terzo e assai noto personaggio, nientemeno che il signor Nottoli buon'anima. Nè egli si presentava sotto le forme paurose di fantasma, ma con la sua florida apparenza di ecclesiastico investito d'una grassa prebenda; nè alzava il dito e la voce ad ammonire, come si afferma esser costume dei defunti, ma chiedeva assai rimessamente alla moglie che gli saldasse un bottone del soprabito.In mezzo a questa confusione di date e di individui, di serio e di comico, la signora Amalia si svegliò che già il sole tremolava sul soffitto della sua camera. Ella non aveva ancora finito di stropicciarsi le palpebre quando udì il rumore di una carrozza che entrava in giardino ela voce dello stalliere che diceva: È qui il signor Gustavo.La signora Amalia, che non s'aspettava l'arrivo di suo fratello così presto, pensò di confidare a lui le sue dubbiezze. Perciò, scese di balzo dal letto, corse alla finestra, aperse lo spiraglio di un'imposta e gridò:—Gustavo! Gustavo!Il chiamato alzò il capo e veduta la sorella la salutò con la mano soggiungendo—Addio, addio, ci vedremo più tardi. Ho patito la notte e voglio dormire un paio d'ore.—No—replicò la signora Amalia—dormirai dopo. Mi preme di parlarti. Vieni su un momento, nel mio gabinetto da lavoro. Passo una vesta da camera e sono subito con te.—Che diamine può aver mia sorella?... pensò il signor Gustavo mentre saliva la scala dopo aver consegnato al cameriere la sua valigia, ilplaide gli ombrelli. Il signor Gustavo era di quattro anni più giovane della signora Amalia, aveva come lei una certa tendenza alla pinguedine, era di statura media con baffi castani e capelliidem, che però cominciavano a cadergli lasciandogli a poco a poco una fronte da pensatore. Ed era cosa a cui egli non teneva punto. Ingegno pronto, vivace, cultura non iscarsa, ma superficiale, era piuttosto un uomodi spirito che un uomo di studio. Avrebbe potuto riuscir deputato, ma preferiva starsene in disparte criticando destra e sinistra. Del resto era un buon diavolaccio e nella sua maldicenza raramente maligno.La signora Amalia, fedele alla sua parola, non aveva fatto che infilare una vesta da camera.—Dio buono!—esclamò il signor Michele appena la vide—perchè una signora elegante si presenti in quello stato ad un uomo, sia pur suo fratello, bisogna che ci sia qualche cosa di molto grave...—Andiamo, Gustavo, sii serio. Debbo chiederti un consiglio. Sai chi c'è qui?—Quell'amabile creatura del professore Benvoglio, m'immagino. L'ospite inevitabile della tua villeggiatura..... Ah mi viene un'idea, ti saresti decisa di sposarlo?—Che sciocchezze! Chi parla del professore Benvoglio?—Ma non è lui che è qui?—Sicuro, ma ce n'è un altro.—O chi dunque?—Indovinalo in mille.—È inutile, non ci arrivo.—Michele Arsandi.—Michele Arsandi!—Egli in persona.—È venuto da Londra?—Già, a meno che non siamo noi a Londra credendo d'essere a Conegliano.—Hai ragione, sono uno stordito..... Ma adesso capisco tutto..... Egli viene a ridomandare la sposa dopo venticinque anni... Amalia, Amalia, ricordati i versi di Dante:Questa è colei che s'ancise amorosaE ruppe fede al cener di Sicheo.....—Questa mattina tu non capisci proprio nulla...—Spiegati allora.—Io sono fuori di questione affatto. Nè il signor Arsandi ha la matta idea di chiedere la mia mano, nè io ho quella più matta ancora di accordargliela.—Quand'è così, non mi raccapezzo più.—La mia paura si è—continuò la signora Amalia—che egli voglia prender nelle sue reti la Matilde.—Mia nipote? Ah tu scherzi! S'egli può esser suo padre.—Senza dubbio, ma se tu vedessi che aspetto fresco egli conserva.—Eh me lo immagino. Nel 1866 pareva ancora un giovinotto. È vero che son passati otto anni.....—Per lui non passano—disse la signoraAmalia con un tuono che teneva il mezzo fra l'ammirazione e il dispetto.Suo fratello le fissò in viso uno sguardo penetrante e leggermente ironico; indi continuò:—Vorrei sapere su che appoggi i tuoi sospetti. Da quanto tempo è qui l'Arsandi?—Da ieri alle sei.—Della mattina?—No, del dopo pranzo.—E così presto?..... Ah perdonami, voglio ammettere che i veterani della galanteria siano formidabili, ma che in una sera soltanto un nomo possa mettere in pericolo il cuore d'una ragazza, con la quale probabilmente avrà parlato sempre in presenza della madre.....—Sì certo, ma ha parlato un'ora in inglese...—Eh via... in ogni modo—rispose il signor Gustavo ridendo—le tue paure non hanno senso comune. Sai una cosa? Tu fai la donna forte, ma non puoi dimenticare l'artigliere del 1849, e i tuoi scrupoli nascono da un tantino di gelosia... Non andare in collera... Son casi che nascono... La madre rivale della figlia, commedia!—E tu sei sempre un ragazzaccio—ripigliò la signora Nottoli.—Io ti ripeto che non ci entro, che non so che farne del signor Arsandi, ma che non voglio niente affatto ch'egli si mettain capo di corteggiare la Matilde... E che egli abbia questa intenzione si capisce subito...—Ma come?—Dio mio! In tutti i modi. È venuto qui ch'io non c'ero. L'ha vista in giardino, ha cominciato, Dio sa con quanta buona fede, a prenderla in iscambio per me...—Era un complimento anche questo?—Fratello amabilissimo! Sì, voleva essere un complimento. Poi l'Arsandi fu tutta la sera con la Matilde, giuocarono a scacchi, parlarono in inglese, e anche la mia cameriera ha notato che stavano molto volentieri in compagnia.—Ma scusa, il signor Arsandi ha intenzione di trattenersi in villa per un pezzo?—Sono io che l'ho impegnato a rimanervi almeno per una settimana. Non avevo ancora questo spino...—E a proposito, che ce n'è del suo pargoletto?—Del figlio del signor Michele?—Sì, di quello che ho conosciuto a Londra nel 1866. Era già grande e grosso quasi come suo padre.—È a Venezia.—È a Venezia con lui e non lo ha condotto qui?—No. Del resto ciò si capisce. Egli volevafare una visitina di poche ore... Perchè sorridi? Che ghiribizzo ti frulla in capo?... Forse una nuova impertinenza...—Tutt'altro... È una mia idea che ti comunicherò più tardi. Intanto lasciami ripetere che tu hai fatto d'un topo una montagna e che non meritava, per questa gran ragione, d'insidiare due ore di sonno a un povero diavolo... Esaminerò io stesso la posizione. Ma bada che se c'è un pericolo per la Matilde, ne hai colpa tu.—Io?—Sicuro, col non volere che nessun giovinotto frequenti la tua casa, col rallegrare la tua villeggiatura soltanto della presenza del professore Benvoglio, fai sì che ogni uomo tollerabile paia alla Matilde un portento di bellezza e di amabilità... Basta, non voglio salire in cattedra... Vado invece nella mia camera... E tu pure, sorellina cara, fa un po' ditoilettee presentati nella tua ordinaria maestà... Diamine!Il faut frapper l'imagination des peuples, come dice Calcante nellaBelle Hélène...CAPITOLO SETTIMODopo avere impartito tutte queste ammonizioni tra il serio ed il faceto, Gustavo si incamminò rapidamente verso la camera ch'egli soleva abitare in casa di sua sorella. Ma era destinato che quella mattina egli non potesse fare il piacer suo, perchè mentre saliva una scala s'imbattè nel signor Michele che ne scendeva canterellando, lindo, fresco e sorridente come uno zerbinotto.—Dove andate?—chiese questi dopo scambiati i primi saluti.—In camera vostra? Oibò! Dormirete stanotte. Sono ormai le sette passate, e c'è un sole di paradiso. Facciamo un giro in giardino.—E senz'aspettare risposta il cavaliere Arsandi passò il suo braccio sotto a quello del signor Gustavo, lo costrinse a fare un mezzo giro e lo condusse seco.—Il mio caro Martelli—ripigliò il signor Michele appena l'altro ebbe cessato da ogni resistenza—come sono lieto di rivedervi dopo otto anni... E come vi trovo bene!—Eh! Bene fino ad un certo punto... s'impingua... Voi piuttosto avete il segreto della giovinezza eterna... Nemmeno un capello bianco?—Nemmen uno. E voi?—Io finirò presto col non aver capelli di nessun colore—rispose il Martelli scoprendosi il capo.—E sì che ho consultato le quarte pagine di tutti i giornali... Ma voi pure, per mantener quella tinta, avrete ricorso a qualche specifico di quelli che figurano sotto l'intestazioneCanuti! Canuti! Canuti!—Siete matto? Insomma che età mi date?—Via, non mi negherete che io ero un ragazzo...—Quand'io ero un ragazzo più grande... Nel 49 avevo vent'anni...—E io tredici.—Sett'anni di differenza in tutto...—Eh sì, ma il guaio sì è che pare che voi li abbiate di meno e io di più.—Oh questo no... Ma è un fatto ch'io mi sento giovane, caro Martelli, giovane di cuore e di membra...—Si direbbe che la vedovanza conservi megliodel celibato. Ma narratemi un po' come vi venne il pensiero di far questa visita a mia sorella?—Vi dirò, volli vedere s'ella mi serbava rancore dopo tanto tempo.—E trovaste?—L'accoglienza più affettuosa, più schietta, più spontanea ch'io potessi immaginarmi... Ero venuto per poche ore, e scrivo oggi a mio figlio a Venezia che mi tratterrò una settimana.—Arturo è dunque con voi?—Sì, ma sarebbe una crudeltà farlo muovere da Venezia; egli è artista, ogni monumento lo rapisce, ogni bel quadro lo esalta, ed egli non sa più avvicinarsi alla finestra della nostra camera daDanielisenza mettere un grido di ammirazione... Ma, passando ad altro, permettenti ch'io mi congratuli con voi di vostra nipote.—Ci siamo—pensò Gustavo. Quindi con una risatina—Vi piace davvero?—Ha tutta la bellezza, tutta la grazia di sua madre, più il fascino della gioventù.—Sì, è simpatica, buona anche, intelligente, un cervellino bizzarro forse... non so che riuscita farà.—Oh scettico incorreggibile... Farà una riuscita ottima, semprechè trovi un uomo a modo.—Gli uomini a modo son così rari... E poi la famiglia va diventando a poco a poco una istituzione impossibile.—Spiegatevi.—È facile. Le idee sono cresciute in maniera che non vi sono più entrate che bastino. Ogni ragazza, per modesta e discreta che sia, porta seco l'indivisibile compagno del Regno d'Italia, ildeficit.—Esagerazioni. C'è di vero una cosa sola, che la situazione della piccola borghesia è ogni giorno più difficile... Ma vostra nipote può mirare ben più in alto...—All'aristocrazia forse? Peggio. Fumo senza arrosto. Alla banca? Peggio ancora. Non mi fido dei dividendi.—A sentirvi, vostra nipote dovrebbe finire coll'andar monaca.—Dio guardi. Il Parlamento italiano non ha fatto altro di buono che sopprimere le corporazioni religiose. È vero che con la sua logica ordinaria dopo averle soppresse le ha lasciate sussistere. In ogni caso, monaca no.—E allora?—Il Signore provvederà. Del resto io c'entro poco. È una faccenda della Matilde e di sua madre. Io non sono che un membro del consiglio di famiglia. Mia sorella ha idee bizzarre.Vuole l'araba fenice. Un bel giovane, ricco, ben educato, intelligente, un poco ambizioso, ecc. Se avete un partito da offrirle, eccola che viene, anzi eccole, perchè c'è pure la Matilde.—Dove?—Là, dall'altra parte del giardino—rispose Gustavo segnando col dito.—Non ci vedono perchè sono infatuate a discorrer fra loro. Adesso sono nascoste dietro una macchia di lauri. Ricompaiono un istante... Spariscono di nuovo perchè scendono la collinetta... Fanno certo il giro del lago e quindi non le incontreremo che di qui a tre o quattro minuti... Avete tempo di prepararvi.La signora Amalia stava scandagliando il cuore di sua figlia. Il dialogo era naturalmente caduto sul nuovo ospite, che la Matilde trovava compito, amabilissimo, un vero gentiluomo, e di un aspetto così giovanile da non potersi comprendere come egli avesse un figliuolo di ventidue anni.—Eppure è così—replicò la signora Amalia—e non c'è nulla di strano, perchè il cavaliere Arsandi ha i suoi quarantacinque anni sonati.—Sarà, ma non li mostra. Bisogna dire che l'aria d'Inghilterra mantenga gli uomini così. Guarda lo zio Gustavo, ch'è certo più giovanedel signor Arsandi, se non pare invece più vecchio di lui. E il conte Onaldi che sposò la Lina Carenti? Ha ventisei anni ed è tutto cascante e sfiaccolato. E il figlio del dottor Menici che è promesso alla Leonora Raboni? Pare un baco da seta.—Verissimo, ma non bisogna prendere per buona moneta la freschezza degli uomini maturi. Gran pomate, mia cara, gran tinture, e se occorre anche il busto per tenersi ritti.—Il busto!—esclamò ridendo la ragazza.—O che ci hanno da fare gli uomini del busto? E che anche il signor Arsandi?...La cosa sembrava così comica alla Matilde, ch'ella non riusciva a frenare la sua ilarità. Evidentemente sua madre aveva toccato il tasto giusto e il signor Michele era perduto nell'opinione della ragazza se non era in grado di scagionarsi delle accuse fattegli dalla sua antica amante. Ma come scagionarsene se non le conosceva?Svoltato un sentieruccio tortuoso e coperto, le due signore erano entrate in un viale di tigli lungo il quale si avanzavano il signor Michele ed il signor Gustavo.—C'è anche lo zio?—disse la Matilde a sua madre.—Non s'era ritirato nella sua camera?Quindi senz'attendere risposta gli corse incontro,gli porse ambe le mani e si lasciò baciare sulle due guancie.—Beati gli zii!—pensò il signor Michele. Poi fece anch'egli i suoi saluti, e vide o credette vedere nella Matilde una certa aria sospettosa che lo turbò alquanto.—La mia paternità mi ha rovinato—egli disse fra sè.Intanto era sopraggiunta la signora Amalia. Indossava un elegantissimo abito dialpagàgrigio a sgonfietti con guarnizioni d'una tinta più oscura; in testa s'era acconciata con artistica negligenza un fisciù di lana rossa che faceva spiccare il bruno colore de' suoi capelli. La Matilde invece aveva un vestito dipercallea fondo bianco con righe celesti e un nastro pure celeste alla cintola; portava un cappellino rotondo di Firenze con fiori di campo. Nessun altro ornamento alla sua persona che si disegnava così in tutta la giusta proporzione delle membra.—Per bacco! Siete due figurini—disse il Martelli rivolgendosi alle due donne.—Anche l'amico Arsandi è azzimato come unlion. Non ci sono che io in unatoeletteindecorosa. Vi saluto e vado in camera a provvedere alla mia riputazione.Con queste parole si accomiatò dalla brigata. La signora Amalia lo seguì per alcuni passi e gli chiese—Hai capito nulla?—Mi pare che tu non abbia tutti i torti—egli rispose—ma vedremo più tardi.Entrato in casa, trovò nel salotto terreno il professor Benvoglio steso su una poltrona con un libro in mano.—Oh signor professore, come va?—disse Gustavo.—Sempre fresco già, sempre galante. E perchè non scende in giardino con questo bel tempo?—Scenderò or ora. Ho l'abitudine di non uscir mai senza essermi prima ristorato con una buona lettura.—Eccellente abitudine. E che libro legge?—Oh non son libri per loro signori che vanno in cerca di novità... Vecchiumi, roba da rigattieri.—Via, mi lasci vedere.—E con gentile violenza prese di mano il volumetto al titubante professor Benvoglio.—Oh che bel titolo! E che lungo! Quasi più lungo del libro.Di alcuni modernuzzi e tisicuzzi scrittorelli di cianciafruscole all'uso francioso, per Antonluigi Ceccherillini, accademico della Crusca, ecc. ecc.—Io sono innamorato sopratutto—soggiunse il Benvoglio ripigliando il suo libro—della perizia con cui l'autore maneggia il participio. Datemi il participio, e vi darò lo scrittore, diceva...In quella entrò nel salotto un cameriere con un servizio di caffè e latte, burro e panini abbrustoliti, e il professore Benvoglio, interrompendo il suo dotto discorso, si affrettò verso la tavola ov'era stata deposta tutta questa grazia di Dio.—Oh professore, la lascio a ristorarsi con la sua lettura—disse con aria ironica il signor Gustavo. E uscì dalla stanza.—Motteggiatore insopportabile!—brontolò il Benvoglio!—Non c'è proprio più gusto a stare in questa villa. Non c'è proprio più gusto—egli ripetè, immollando nel caffè e latte il primo crostino.CAPITOLO OTTAVOSullo scorcio di quel giorno il signor Michele si trovava nella condizione di un generale, che senz'aver vinto la battaglia crede però di essersi assicurate le posizioni che gli renderanno più facile la vittoria il domani. Egli aveva fatto prodigi. Convinto che gli nuoceva presso la Matilde il saperlo padre d'un figliuolo grande e grosso, egli voleva mostrarle che conservava tutto il vigore, tutta l'elasticità di un giovinotto. La mattina, accompagnando a piedi la signora Amalia e la Matilde in una gita sull'asino sopra un colle vicino alquanto ripido e sassoso, egli aveva maravigliato l'asinaio per la celerità del suo passo sicuro e la spigliatezza de' suoi movimenti, e aveva sorpreso più volte la Matilde intenta a guardarlo con una certa compiacenza.Più tardi il Martelli gli procurò contro voglia un maggiore trionfo.—Come va l'equitazione?—chiese lo zio alla nipote.—Male—risposero ad una voce la ragazza e sua madre. E quest'ultima continuò:—Bisognerà vendere Lilì perchè non c'è caso di montarla. Ha rovesciato lo stalliere e Matilde, e io non voglio che nessuno ritenti la prova.—Oh—disse il Martelli, che passava per un discreto cavallerizzo.—Volete vedere ch'io domo questo bucefalo?—No, no—sclamarono le due donne—andrai certo con le gambe all'aria.Questa soluzione tutt'altro che eroica solleticava pochino la vanità dello zio di Matilde, che avrebbe battuto ritirata assai di buon grado, ma venne l'Arsandi a rianimare il suo coraggio.—Orsù, Gustavo, se non ci riuscite voi, mi ci sperimenterò io...—Ah mio caro—replicò questi ferito nel suo amor proprio—se non ci riesco io, credo che nemmen voi farete miracoli.Le signore si opposero fiaccamente. Esse avevano ormai una certa curiosità di vedere come sarebbe andata a finire questa specie dì sfida.Ma concordi in ciò, non erano punto all'unissono nei loro voti. La signora Amalia avevail maligno desiderio di contemplare il petulante suo ospite lungo disteso sull'erba del prato, la Matilde invece gli augurava un pieno trionfo.Quando lo stalliere ebbe l'ordine di sellare la riluttante Lilì, egli scrollò il capo con un risolino sardonico.—Vorranno almeno cascar sul molle?—egli disse.—Sì, sì, sul prato—rispose la Matilde che aveva dato gli ordini.—Ma si sciupa l'erba—osservò il giardiniere ch'era lì per caso.—Meglio l'erba che il collo—soggiunse sentenziosamente Marco, un giovinetto che serviva di sostituto al cocchiere.—Non è vero, padroncina?La Lilì era una bella bestiuola di pelo bigio picchiettato di bianco. Non si sarebbe creduto a primo aspetto ch'ella fosse così indomita; si lasciava avvicinare, lisciare, palpare senza dare il minimo segno d'impazienza. Tollerava anche la sella, ma non tollerava il cavaliere.—È questo l'animale feroce?—chiese il Martelli tostochè vide la Lilì.—E dove la conducono?—Qui davanti, sull'erba—rispose la signora—È condizionesine qua non.—Bah! Che paure ridicole!—Gustavo, non fidarti.—Ma se pare un agnellino?—Latet anguis in herba... Non va bene, professore?—soggiunse la vedova indirizzandosi al Benvoglio che si avvicinava per godere anch'egli dello spettacolo. Il professore teneva l'occhialino sul naso e componeva le labbra a un sorriso di approvazione.—Va benissimo, signora Amalia, va benissimo. Lei potrebbe imparar tutto... Ma bravo, signor Martelli, domi lei questo quadrupede. Sono esercizi pegli uomini e non per le signorine:Pera chi osò primieroDiscortese commettereA infedele corsieroL'agil fianco femmineo,come cantò il nostro Foscolo.Intanto il signor Gustavo si era avvicinato alla bestia. Lo stalliere rideva sotto i baffi, il signor Michele osservava tutto in silenzio affine di poter trar partito dell'esperienza del suo competitore se per avventura questi faceva un capitombolo. La Matilde, che mostrava una certa inquietudine, si avanzò uno o due passi sul prato, sollevando i lembi del vestito e lasciando in questa maniera veder due piedini d'angiolo, suppostoche vi siano angioli e che gli angioli abbiano piedi.—Ah eccomi!—gridò il Martelli in aria di trionfo appena fu in sella. Ma non aveva ancora finito l'esclamazione che la Lilì, alzando con un salto poderoso le zampe posteriori, ritirando le orecchie e abbassando il capo in modo da formare un ripidissimo piano inclinato, lo aveva già fatto scivolare sull'erba con la maggior grazia che si possa immaginare.—Ti sei fatto male, Gustavo? Ti sei fatto male, zio?—chiesero la signora Amalia e la Matilde frenando a stento la gran voglia che avevano di ridere. Quanto allo stalliere e al professore Benvoglio, essi ridevano davvero. Il solo Arsandi era impassibile.—Male no—rispose il Martelli che si era anche alzato e si palpava qua e là—male no, ma in nome di Dio, perchè non avvertire che il cavallo aveva questo vizio?—Scusi—osservò lo stalliere a cui pareva diretto questo rimprovero.—Ella era così sicuro del fatto suo.—E poi—soggiunse la Matilde—non bisogna mica credere che la Lilì usi sempre lo stesso metodo. A me, per esempio, mi ha rovesciata dalla parte opposta.—Bisogna ch'io muti vestito—rispose Gustavoguardandosi i calzoni.—Sono verde come una lucertola.—Fino al polsini—notò la Matilde.—Già, ho dovuto pur ripararmi mettendo le mani avanti.—Oh povero zio, povero zio!—Non mi canzoni, bricconcella. Adesso ne vedrà un altro con le gambe all'aria. Amico Arsandi, volete rinunziare alla partita?—Nemmen per idea.—Badi, badi—disse la ragazza combattuta tra la paura ch'egli finisse col farsi male e il desiderio di vederlo uscir vittorioso dalla prova.—Eh! il cavaliere Arsandi è un uomo troppo valoroso da ritirarsi dinanzi a un pericolo—osservò il professor Benvoglio che sperava di veder per terra anche l'antipaticissimo signor Michele.—Non mi ritirerei se non in un caso—replicò questi—che il professore volesse montare in vece mia.—Discorsi senza sugo—brontolò il Benvoglio facendo due passi indietro.La Lilì s'era intanto ricomposta alla solita calma. Ella era in mezzo al prato, ritta sui garretti, con la testa immobile e con l'aria mite e benevola della più docile bestia del mondo.—Ah gesuitessa!—mormorò lo stalliere passandole la mano sulle orecchie.In un batter d'occhio il signor Michele inforcò il malfido animale. La Lilì rinnovò immediatamente la manovra che le era così ben riuscita col suo primo cavaliere; poi, vistasi fallire il colpo, cambiò tattica e s'impennò sulle zampe posteriori, tantochè il signor Michele, per non perdere l'equilibrio, dovette piegarsele vivamente sul collo. Superata la seconda crisi non fu però vinta la lotta, chè il cavallo ricorse a tutte le insidie e a tutte le sorprese le quali valessero a liberarlo dall'incomodo fardello.Gli spettatori seguivano con attenzione intenta le vicende di questo duello, la signora Amalia un po' inquieta, la Matilde un po' pallida, il Martelli, il Benvoglio e lo stalliere animati dall'umano desiderio che il signor Michele pagasse il fio della sua tracotanza.Il professore continuava ad evocare le sue ricordanze classiche:Ardon gli sguardi, fumaLa bocca, agita l'arduaTesta, vola la spuma...Dopo un paio di minuti la battaglia fu decisa. La Lilì s'accorse che aveva trovato una mano capace di domarla, e ansante, molle di sudore,ristette da ogni ulterior resistenza. Il signor Michele la condusse fuori dello strato erboso sopra uno dei sentieri di ghiaja, e tenendo le briglie con una sola mano si levò con l'altra il cappello a modo dei cavallerizzi, e salutò cortesemente il suo pubblico, quindi mise al trotto il quadrupede.—Bravo! bravo!—esclamarono tutti con un entusiasmo più o meno sincero. E la Matilde, che di pallida s'era fatta rossa, si avvicinò alla signora Amalia senza perder d'occhio il bel cavaliere e le disse:—Ah mamma, non mi darai mica ad intendere che il signor Michele abbia il busto!Il primo momento che il Martelli e sua sorella furono soli, sicuri che la piacevole compagnia del professore Benvoglio impediva al cavaliere Arsandi e alla Matilde un pericolosotête-à-tête, si guardarono in viso con aria contrita.Gustavo ruppe per primo il silenzio.—Nous sommes enfoncés, sorella mia gentilissima. Il nemico guadagna terreno continuamente.—Pur troppo—rispose la vedova.—Sei disposta a diventar suocera del cavaliere Arsandi?—Nemmen per idea.—Allora licenzialo. In fin dei conti sei in casa tua.—È presto detto. Come si fa?—Ci vuol tanto? Lo chiami a te e gli ricordi tre cose.Primo, che venticinque anni addietro egli spasimava per i tuoi begli occhi;secondo, che egli potrebbe esser padre, per l'età, della Matilde;terzo, che egli è vedovo e ha un figliuolo grande e grosso; tre eccellenti ragioni, mi pare, per levargli il ghiribizzo di far la corte sul serio a mia nipote. Che se poi vuol soltanto amoreggiarla per passatempo, egli può rivolgersi altrove... In ambo i casi, credo, tu sei nel pieno diritto di mandarlo pei fatti suoi...—Già voi altri uomini vi fate tutto facile—replicò infastidita la signora Amalia.—E allora rassegnati. Il cavaliere Arsandi è un bell'uomo, è ricchissimo, è pieno di spirito, cavalca a maraviglia, si arrampica pei monti con l'agilità di un camoscio; egli renderà felice tua figlia.—No, no, mille volte no... Gli è che non vorrei pigliar questa faccenda in epico,... non vorrei venire a troppe spiegazioni con la Matilde,... mi piacerebbe invece che quel petulante subisse uno smacco.... Ma non avevi un'idea?—Eh se potesse riuscir quella, sicuro che il messere sarebbe menato pel naso come si deve... Ma chi sa se riesce, e poi chi sa se tu l'approvi?—Via, fammela conoscere.—Ecco—principiò il Martelli, ma siccome mentr'egli parlava comparve la Matilde, i due interlocutori si ritirarono fuori degli occhi di tutti, perfino dell'autore, il quale può dirvi soltanto che al termine del colloquio la signora Amalia era molto gioviale.A pranzo Gustavo annunziò che doveva partire quella sera stessa e che sarebbe tornato il posdomani. Andava, egli disse, a Treviso per una faccenda.—Siamo d'accordo—gli bisbigliò all'orecchio sua sorella mentr'egli saliva in carrozza.—Il telegramma vuol dire che non verrai solo.—E c'incontreremo?—Nel luogo inteso... Ma tu bada alla giornata di domani...—Non dubitare.CAPITOLO NONOLa sera passò assai meno piacevolmente di quello che il nostro Arsandi si fosse aspettato. Sull'imbrunire la signora Amalia annunziò che sentiva l'avvicinarsi di una delle sue emicranie, di quelle emicranie che non le duravano mai meno di ventiquattr'ore e la rendevano esigente e fastidiosa.—Ma non eri guarita?—chiese la Matilde alquanto sgomentata da questa notizia improvvisa.—Credevo d'esser guarita—rispose dispettosamente la signora Amalia—ma non ci ho mica colpa se ho una ricaduta.Il cavalleresco professor Benvoglio colse l'occasione per offrire alla sua dama crudele di andar egli in persona, se occorreva, a chiamare il medico e a prendere le medicine, a meno cheella non preferisse di appoggiarsi al suo braccio e di tentare l'esperimento di una passeggiata all'aria aperta. Facesse insomma di lui quello che voleva, lo mettesse alla prova, non lo lasciasse inoperoso mentr'ella soffriva.Ma la vedova inesorabile, in tuono molto asciutto, lo pregò che non le desse noja; ch'ella non si era mai sognata di chiamare il medico per l'emicrania e che non era così pazza da uscire a quell'ora col mal di capo; onde stesse quieto, si accomodasse sulla sua poltrona a farvi il solito chilo, e al suo svegliarsi giuocasse una partita a scacchi col cavaliere Arsandi.Questi, che nella speranza di un po' di maggior libertà con la Matilde non aveva saputo affliggersi troppo della indisposizione della signora Amalia, fu ora gravemente turbato dalla proposta che gli veniva fatta. Avrebbe voluto schermirsi, ma la sua ospite non gliene lasciò il tempo, e tendendogli la mano dal seggiolone dove si era sdrajata:—Povero signor Michele—gli disse—mi dispiace davvero quanto accade. È una fatalità che la emicrania debba essermi capitata proprio oggi. Oh ma passerà. Intanto per poche ore mi tolleri come la più uggiosa creatura che dar si possa. Non istò ritta e non voglio andare in letto, non istò sola e non voglio sentir romore, e tengo inchiodatavicino a me questa povera ragazza—e accennò a sua figlia—con l'ufficio di farmi dei bagni freddi sulle tempie. Abbia pazienza, signor Michele, fumi un sigaro in giardino oppure ordini cocchiere che attacchi e faccia una trottata, poi, sulle otto, sia qui e giuochi agli scacchi. Siamo vecchi amici, non è vero? E coi vecchi amici non si fanno complimenti.Queste parole, pronunziate con voce languida ed insinuante, sarebbero scese come un balsamo sul cuore del professore Benvoglio; il signor Michele invece, pur chinandosi ai voleri della capricciosa castellana, non potè a meno di trovar ch'ella aveva piena ragione nel dire che il mal di capo la rendeva uggiosa. O che sugo c'era di voler rimanere tra gente obbligando le persone a tacere, d'imporre alla figliuola un uffizio che avrebbe potuto esser meglio adempito dalla cameriera, e di costringere un ospite a giuocare a scacchi con un compagno insulso e antipatico?E il cavaliere Arsandi, mentre camminava su e giù pel giardino e gettava via arrabbiato i sigari uno dopo l'altro, cominciava a dubitare che ci fosse almeno un po' d'esagerazione nell'emicrania della signora Nottoli e ch'ella fosse gelosa della Matilde. Ciò lo condusse a domandare a se stesso s'egli fosse veramente innamorato di questa ragazza e se avesse veramenteintenzione di aspirare alla sua mano. Appena si fermò un istante su questo pensiero, egli provò una impressione simile a quella che devono provare gli aereostati quando, un minuto dopo staccati da terra, guardano in giù. Come? Si è già percorso tanto cammino?... E anche all'Arsandi pareva di aver fatto un'ascensione aerea. Un paio di giorni prima egli viaggiava tranquillamente sulle ferrovie dell'Alta Italia portando seco la sua vedovanza da lungo tempo racconsolata e cullando l'idea di farsi una nicchia da celibatario in qualche città tranquilla della penisola, in Venezia per esempio. Avrebbe vissuto da gran signore con le sue quarantamila lire d'entrata, avrebbe fatto di suo figlio un artista e sarebbe diventato egli stesso un mecenate delle arti. Alla galanteria avrebbe atteso solo quel tanto che basta ad un uomo di quarantacinque anni, fresco, ben conservato, il quale non voglia mettersi al disarmo. Dell'antica Amalia si ricordava pochino e la credeva sempre fra le braccia del suo virtuoso marito; quanto alla figlia di lei, sapeva appena ch'ella esistesse. E adesso era proprio di questa figliuola ch'egli si era invaghito, e fra le cose possibili c'era quella ch'egli diventasse genero della sua amante di un tempo! Il signor Michele pesava il pro e il contro di questa soluzione; i vantaggi di avereal fianco una sposina giovane e bella e gli inconvenienti di un innegabilesbilanciodi età; la simpatia dimostratagli dalla ragazza e gli ostacoli che gli avrebbe sollevati contro la madre... E concludeva... per esser sinceri non concludeva nulla, perchè del resto se gli uomini concludessero sempre ci sarebbero molti fatti e poche parole, mentre ci sono molte parole e pochi fatti... O forse egli concludeva unicamente che la situazione era imbrogliata, ma che la Matilde gli piaceva, che le rabbie mal celate della signora Amalia lo divertivano, e che non c'era niente di male s'egli poteva passare in modo gradevole qualche giorno senza impegnarsi e senza compromettere la virtù di nessuno. A una decisione eroica, se occorreva, ci sarebbe venuto prima di partire.Consumato l'ultimo sigaro, l'Arsandi rientrò in salotto ove trovò le due donne nella posizione di prima e il professore Benvoglio che girava intorno a loro come una farfalla intorno alla fiamma. La stanza era nelle tenebre; solo in un angolo, sopra un tavolino, ardeva un lume a petrolio la cui campana era coperta da una ventola verde. Su quel tavolino stava lo scacchiere già bello e preparato coi due eserciti in ordine di battaglia.—Sia ringraziato il cielo—disse la signoraAmalia quando vide comparire l'Arsandi.—Così il professore starà un poco tranquillo.Con la scusa del mal di capo la signora Amalia si ritirò prima delle dieci, conducendo seco la Matilde. Rimasero a cena l'Arsandi, il professor Benvoglio e il dottor Gerolami, il quale era venuto a far la sua solita visita della sera e non sapeva capacitarsi della ricaduta della signora Nottoli, ch'egli affermava di aver guarita da più d'un anno con certe pillole di sua composizione.La mattina seguente la signora Amalia stava un po' meglio ma non benissimo. Scese in salotto per far gli onori di casa, ma non uscì in giardino, e tenne presso di sè la Matilde a leggerle i giornali. La ragazza aveva un'aria molto annoiata; ella trovava che l'indisposizione della madre, seppur esisteva in fatto, non bastava a giustificare la schiavitù che era imposta a lei, e capiva che si voleva impedirle di stare col signor Michele, Dio sa perchè... forse perchè la mamma anch'ella... ah non conviene che una fanciulla faccia cattive supposizioni... Comunque sia, la Matilde aveva un po' lo scetticismo di famiglia e non poteva a meno di fermarsi su queste idee. Così, se per una lontana ipotesi, l'emicrania della signora Amalia formava parte del piano di campagna da lei combinato con suofratello, è forza riconoscere che in questa prima parte almeno il successo non corrispondeva al desiderio degli strategici.Più tardi la signora Nottoli, appoggiata al braccio di sua figlia, consentì a fare una passeggiata. Era inquieta, impaziente, onde la Matilde pensava in cuor suo che seppure la sua mamma non aveva dolor di capo, certo ella soffriva di nervi. Non parlava molto, ma ne' suoi discorsi era più caustica del consueto e perseguitava de' suoi frizzi il disgraziato professore Benvoglio. Costui cercava di riderne e di persuadersi che quella pioggia di epigrammi era una manifestazione speciale di confidenza. Verso il cavaliere Arsandi la vedova era più riservata, più contegnosa, e gli diceva di tratto in tratto;—Non creda ch'io sia sempre così bisbetica, aspetti per giudicarmi che mi sia passata questa fastidiosa emicrania. Già non mi dura mai più di ventiquattr'ore.Malgrado questo lieto pronostico, il termine indicato trascorse senza che l'umore della signora Amalia si rasserenasse. Accadeva anzi il contrario.—Le si fa più intenso il male di capo?—chiese l'officioso Benvoglio.—Sì, lasciatemi stare.—Forse—osservò con qualche peritanza ilprofessore—le converrebbe ripigliare i suoi bagni freddi alle tempie.—Non mi seccate coi bagni, che sono già troppo fradicia—proruppe la signora alzandosi in piedi.In quella entrò un servo portando il lume e introducendo un nuovo personaggio, il fattorino del telegrafo.La signora Amalia afferrò ed aperse il dispaccio con grande ansietà, lo lesse con visibile compiacenza, indi accortasi che il suo contegno poteva parere alquanto strano, si ricompose in calma, licenziò il fattorino e disse agli altri che la guardavano:—Non è che un dispaccio di Gustavo, il quale mi prega di mandargli la carrozza domattina alla stazione di Ponte di Piave.Da quel momento la guarigione della signora Amalia non fu più dubbia. Una famiglia che villeggiava lì presso e che, saputala indisposta, era venuta a informarsi della sua salute, fu pregata di trattenersi la sera; si suonò il pianoforte, si giuocò, si chiacchierò fino ad ora tarda.—Ma, signora Amalia—disse una delle visitatrici—Ella avrà bisogno di coricarsi...—Oh no davvero—rispos'ella—i miei mali sono fatti così. Vengono a un tratto e spariscono a un tratto.—Sopratutto quando le giungono certi telegrammi—nonpotè a meno di susurrarle all'orecchio il cav. Arsandi. Poi capì d'aver commesso una indiscrezione e stette ad aspettarsi una ramanzina.Ma la signora Amalia era diventata un agnello.—Uomo di poca fede—ella esclamò—Lei crede persino ch'io mi sia inventate le parole del telegramma? Guardi.—Tirò fuori di tasca il dispaccio e glielo spiegò sotto gli occhi.V'era scritto precisamente così:Manda la carrozza a Ponte di Piave per la seconda corsa di domani. Gustavo.—Oh scherzavo. Anzi mi perdoni—disse il signor Michele.—Farò di più per mostrarle la mia clemenza. La condurrò domani in un sito amenissimo e caratteristico. Gustavo si fa mandare la carrozza a Ponte di Piave per recarsi più presto al Castello Collalto ove ha alcune faccende da regolare. Noi andremo nello stesso luogo partendo di qua. Così faremo un'improvvisata a Gustavo, ed ella vedrà un castello del medio evo assai ben conservato, coi suoi merli, le sue armerie, le sue torri, e le sue brave leggende di fantasmi.Il cavaliere Arsandi mostrò di accogliere con piacere la proposta della signora Amalia, ma in cuor suo egli non era pienamente tranquillo. Sentiva intono a sè come un'aria di battaglia,ma non capiva ancora da che parte dovesse venirgli l'assalto. S'egli avesse avuto quei famosi venticinque anni di meno, egli sarebbe certo corso incontro al pericolo con una vigorosa offensiva, ma l'età s'impone anche ai più audaci, e il signor Michele preferì la tattica di Fabio Massimo a quella di Annibale. Ciò sconcertava alquanto il romanzo della Matilde, la quale si era aspettata nè più nè meno di una dichiarazione in tutte le regole. Ella avrebbe pensato poi alla via da tenere, avrebbe pensato se doveva corrucciarsi o no, ma circa alla dichiarazione, le pareva di averne proprio diritto. A ogni modo le era forza di riconoscere che la nojosa emicrania di sua madre non poteva a meno di aver impacciato il signor Michele nei suoi movimenti.—Vedremo che cosa nascerà domani—ella disse fra sè quella sera nel coricarsi. E tra le altre idee singolari che le si affacciarono alla mente prima di chiuder gli occhi vi fu quella di diventar matrigna di un ragazzaccio grande e grosso come doveva essere il figlio del signor Michele.Tutto ciò, dirà qualche lettore, non prova certo una forte passione. Verissimo, ma le forti passioni non hanno posto in questo racconto. Nè, del resto, esse sono le più comuni nella vita.CAPITOLO DECIMOSulle dieci del dì appresso un legno leggero tirato da due cavalli e guidato dal ragazzo Marco che si pavoneggiava nella sua livrea, partiva dalla villa Nottoli per Ponte di Piave. Poco dopo la signora Amalia ordinava di attaccare illandauche doveva condur lei, la Matilde, il cavaliere Arsandi e il professor Benvoglio al castello Collalto. Il professore avrebbe fatto senza di questa gita assai volentieri; egli trovava che le gite guastano la villeggiatura e che a goder le gioie della campagna bisogna saper passare le lunghe ore all'ombra di un'acacia o di un platano leggendo un buon libro e conversando piacevolmente con la dama del cuore. Ma egli non sapeva opporsi ai desiderii della signora Amalia, nè gli bastava l'animo di restarsene a casa mentr'ella andavasene altrove.Al momento di salire in carrozza giunse la posta. C'era anche una lettera pel cavaliere Arsandi. Un osservatore molto attento avrebbe sorpreso nel volto della signora Amalia i segni di un dubbio angustioso di cui non sarebbe stato facile intendere la ragione; ma fu un lampo ed ella disse con affettata indifferenza:—È una lettera di suo figlio, m'immagino?—Appunto—rispose il signor Michele.—E che cosa le scrive di bello quel giovinotto?—È affascinato da Venezia.—È naturale. Un artista.—Egli aggiunge poi che contava di fare oggi una gita a Chioggia.—Oggi?—Sì, dice domani, e la lettera ha la data di ieri.La signora Amalia lasciò cadere il discorso, e un sorriso leggermente ironico sfiorò le sue labbra. Ma non era un sorriso nuovo in lei e l'Arsandi non vi badò più che tanto.Il professore Benvoglio sfoggiò durante il tragitto una straordinaria erudizione. Discorse a lungo dei Collalto, dei loro castelli, della leggenda della murata viva che compare di tratto in tratto vestita di bianco fra i verdi del parco, dell'amore infelice di Gaspara Stampa pel conteCollaltino, del suo canzoniere di cui citò alcuni brani, e del libro che sulla poetessa gentile publicò Luigi Carrer. Anzi, su questo proposito, egli affermò di aver dato utili consigli al celebre scrittore veneziano, grande amico suo, come tutti i morti illustri sogliono essere dei vivi pedanti.Ma gli altri gli badavano poco o punto, e parevano preoccupati.—La salita si può fare a piedi—disse la signora Amalia quando furono in vista le torri del castello di San Salvatore.—La carrozza ci verrà dietro.Alle falde del colle il cocchiere si fermò e la signora Amalia appena scesa dal legno si impadronì del braccio del cavaliere Arsandi, con noia gravissima della Matilde e del professor Benvoglio, i quali non sentendosi proprio fatti per andarsi a genio, camminavano a fianco l'uno dell'altro senza dirsi una parola. La Matilde sfogava il suo dispetto abbattendo con la punta dell'ombrellino le testo dei fiori di campo che crescevano lungo il margine della via e cacciando lontano da sè col piede irrequieto i ciottoli che le facevano intoppo. Non c'era omai più dubbio; sua madre si era invaghita sul serio del signor Michele e lo voleva per sè. Ma che roba! Una donna che aveva tutt'altro pel capo! Dopo due anni soli di vedovanza! E quell'asino del professore Benvoglioche si sdilinquiva e poi all'occasione non era buono di farsi valere!... La fanciulla lanciò una occhiata di superbo disprezzo al professore che camminava con la testa bassa e con le mani dietro la schiena. Quanto al Benvoglio, poveretto, non è da credersi ch'egli non fosse roso dal verme della gelosia; aveva cercato anzi di sollevarsi alla dignità tragica del furore di Orosmane e di Otello, aveva assaporato, in teoria, la feroce compiacenza di ridurre in minutissimi pezzi il suo rivale e di sfolgorare la dama che sprezzava i suoi omaggi, ma un sentimento molto umano, la paura, calmava in lui gl'impeti del sangue. Egli sentiva che il cavaliere Arsandi, il quale lo passava di tutta la testa, avrebbe potuto farlo girare intorno a se stesso col dito mignolo e sentiva pure che una risata sonora della signora Amalia sarebbe bastata a sviare miseramente il fiume maestoso della sua eloquenza. E il tapinello, convinto della sua debolezza, quasi piangeva dal dispetto.—Iersera così ilare e oggi così turbata—disse l'Arsandi alla signora Nottoli, quando avevano già fornito quasi tutta l'ascesa, discorrendo pochissimo.—Turbata? Oh no—ella rispose con un sorriso che lasciò vedere la doppia fila de' suoi bellissimi denti.—Via, mi confessi che ha qualche cosa per il capo.—Oh non creda, ma è vero che in questi giorni sono d'umore variabile... Ci fu l'emicrania.—Singolare emicrania. Venuta e scomparsa in quella maniera!...—Sta a vedere che dubiterebbe... Oh eccoci giunti.Infatti erano sulla spianata del castello. Gli occhi della signora Amalia non tardarono a scoprire in un angolo il legno ch'era andato a prendere Gustavo. Ella si staccò dal braccio del suo cavaliere e mosse verso il ragazzo che le veniva incontro col berretto in mano.—Mio fratello è solo?... ella chiese.—Non signora, c'è con lui un altro, un bel giovane...Intanto si avvicinò la moglie del custode, e salutata la signora Amalia che già conosceva, le disse:—Quei signori stanno ad aspettare in sala d'armi.—Egregiamente. Andremo subito a raggiungerli. Ci accompagnate voi?—Sì, signora.Il resto della comitiva aveva côlto in questo dialogo solo quel che bastava per intendere che col Martelli c'era un'altra persona; non si capivapoi chi fosse questa persona, e la Matilde ne domandò conto a sua madre.—Lo ignoro,—replicò questa—vedremo.—Sempre nuovi seccatori!—borbottò il Benvoglio.Il Martelli e il suo compagno che stavano a un finestrone della sala d'armi guardando la pittoresca valle della Piave, si voltarono rapidamente appena intesero un suono di passi.—Ecco—disse Gustavo avanzandosi con la sua cera più gioviale—presento alla brigata il signor Arturo Arsandi che ha consentito a lasciar per un giorno la cosidettaregina dell'Adriaper salutare queste dame e fare un'improvvisata a suo padre. La signora Amalia Nottoli, mia sorella, mia nipote Matilde, il professore Benvoglio, membro dell'Istituto di scienze, lettere ed arti, e finalmente il cavaliere Michele Arsandi... Ma questo lo conoscete, non è vero, Arturo?—Ma bravo, signor Arturo—esclamò la signora Amalia porgendo cordialmente la mano al simpatico giovinotto—venga un po' a smentire suo padre che le aveva fatto una riputazione di uomo selvatico... Mio figlio, egli diceva, non lascerebbe le chiese, i palazzi, le gallerie di Venezia per tutto l'oro del mondo. È per questo ch'io non l'ho condotto meco, è per questoche sarebbe fatica gettata l'invitarlo... No, non si scusi, signor Arturo, lei ha risposto nel miglior modo a queste calunnie col venire... Che gliene pare, signor Michele?—ella soggiunse rivolgendosi all'Arsandi—Mi sarà grato di questa sorpresa che le procuro...—Ma sì, davvero, gratissimo—rispose il signor Michele che non sapeva ancora raccapezzarsi.Il giovane Arturo, il quale aveva salutato affettuosamente suo padre, si sarebbe forse accorto dell'imbarazzo di lui se la sua attenzione non fosse stata assorbita dalla Matilde. Ella gli pareva bellissima, e poi, cosa singolare, ella gli ricordava in modo strano la mezza figura di donna che lo aveva tanto colpito nell'albumpaterno. Così la curiosità mescevasi in lui all'ammirazione.—Non era mai stato in Italia?—gli chiese la signora Nottoli.—Mai—egli rispose—ma ora che ci sono, credo che non ne partirò più. Mi piace tutto in Italia, la natura, l'arte, la lingua...—Ma sa che per uno vissuto fin dalla nascita in Inghilterra, Ella parla l'italiano egregiamente?—Oh non mi aduli... Si discorreva sempre in italiano col babbo... del resto ho l'accento straniero... E ogni tanto avrei bisogno del dizionario... perchè mi manca un vocabolo e allora divento addirittura... ecco, per esempio,... babbo, come si dice in italianodumb?Il signor Michele era distratto e non gli diede retta; venne invece in suo soccorso la Matilde: —Muto—ella insinuò con la sua cara vocina.—Ecco un dizionario impreveduto—sclamò ridendo la signora Amalia.Arturo si voltò verso la bella ragazza che egli aveva fino a quel momento ammirata in silenzio, e le fece la solita domanda:—Sa l'inglese?—Vorrei saperlo com'ella sa l'italiano—replicò la giovinetta.Il ghiaccio era rotto e i due giovani si misero a conversare insieme. Non in inglese però; Arturo aveva un gusto diverso da quello di suo padre; egli amava bearsi nella musica della favella italiana che gli pareva cento volte più dolce sulle labbra della Matilde, e avrebbe creduto un sacrilegio il costringer quella parola viva e scorrevole al giogo di un idioma straniero; preferiva di gran lunga sembrar impacciato egli stesso, e farsi correggere dalla sua interlocutrice. Nè il dialogo aveva alcuna somiglianza con quello che s'era tenuto un paio di sere addietro tra la Matilde e il signor Michele. Non era una lotta di galanteria; era una conversazioneanimata, spontanea che aveva in sè il calore e la buona fede della gioventù. Arturo non rifiniva di parlar di Venezia, e, come sovente accade, egli, forestiero, rivelava alla Matilde, veneziana, cento bellezze da lei o ignorate, o non curate, o dimenticate, della sua città. Che non aveva egli veduto, che non aveva egli notato nella sua breve dimora in Venezia? Ed era in procinto di fare un giro nelle isole quando il signor Gustavo venne in traccia di lui e volle condurlo seco.—Se ne pente?—chiese la Matilde.—Oh no!—rispose Arturo guardandola fisso.La fanciulla abbassò gli occhi, arrossì un poco e si aggiustò le pieghe del vestito.—Scusi una mia curiosità—riprese il giovane, côlto da un pensiero—Aveva ella conosciuto mio padre prima d'adesso?... Era stata a Londra negli ultimi anni?—Io!—fece la ragazza maravigliata—Non fui mai fuori d'Italia.—E il babbo mancava dall'Italia da quasi venticinque anni... Dunque...—Dunque è impossibile quel ch'ella dice. Ma perchè questa domanda?—È strano... In un vecchio album del babbo c'è una mezza figura a lapis che le somiglia tanto...—Somiglia a me? Ma il signor Arsandi è pittore?—Disegnava una volta; ora non più.—Vede bene,una voltaio non potevo esser quella che sono adesso...—È giusto e m'avveggo di aver detto una grossa corbelleria.A esser sinceri, la Matilde credeva d'aver risolto l'enigma; quella mezza figura disegnata dal signor Micheleuna voltadoveva rappresentare sua madre; ma ella non trovava il verso di dirlo, appunto perchè cominciava a capire che qualche cosa doveva esserci stato fra sua madre e il cavaliere Arsandi.—Dev'essere una gran compiacenza per lei l'avere un figliuolo simile—osservò la signora Amalia al signor Michele.—Oh... s'immagini...—Via, Arsandi, siate galante—soggiunse il Martelli—Confessate che anche mia sorella può essere orgogliosa di sua figlia... Guardate che bella coppia!—Bellissima... veramente...La signora Amalia scoppiò in una delle sue risate sonore.—Ma, signor Michele, e ha coraggio di dire a me che sono d'umore variabile?... Si giurerebbe ch'ella ha incontrato per queste sale ladonna bianca.—Io vorrei che parlassimo un pochino sul serio.—Adesso? Qui?... Oibò!... Le darò udienza, a casa, stassera.—Il signor Michele è un uomo di spirito, ma suo figlio è molto più simpatico—disse la Matilde a sua madre giunti che furono alla villa.La signora Amalia si stropicciò le mani in silenzio.
CAPITOLO SESTO—Bellissimo uomo quel forestiero!—disse la cameriera della signora Amalia, mentre aiutava la sua padrona a spogliarsi.—Sì—rispose con piglio indifferente la vedova—è ben conservato.—Ma, scusi, quanti anni può avere? Trentasei o trentasette al più.—Con la coda... Ne ha quarantacinque....—Mi canzona? Quarantacinque.... Oh allora poi....—Ebbene?—Nulla... Una mia fantasia... Nulla, nulla.E si mise a ridere.—Sentiamo questa fantasia—insistè la signora un po' infastidita.—Oh una sciocchezza... Cose che non si sa nemmeno come vengano in capo... Quasi quasisupponevo che potesse essere un partito per la signorina..—Per la Matilde! Siete matta?.... Quarantacinque anni.... vedovo....—Anche vedovo?—Sicuro! E con un bambino di ventidue anni.....—Madonna santa! Quand'è così....—Ma vorrei un po' sapere che razza d'idee vi frullino nel cervello.... E su che basi?—Mi perdoni... Ha ragione Lei... Che vuol che le dica? M'era venuto quel ghiribizzo vedendo che il signore forestiero e la padroncina stavano volentieri in compagnia.—Furba davvero! Se non avete migliori indizi di questo... Basta, basta; andatevene a letto e tenete la lingua a casa.Chi si corruccia ha torto, dice il proverbio, e la signora Amalia s'era corrucciata, tanto più che mentre la cameriera le acconciava i capelli da notte, ella aveva visto nello specchio certi riflessi argentini, che piacciono assai più nelle acque di un ruscello che nella chioma di una donna. Ma era dunque possibile? Ma il dubbio che le si era già affacciato allo spirito, aveva dunque un fondamento di verità? E ciò che le pareva assurdo era giudicato naturale dagli altri? E il signor Michele, che era stato in procinto di diventaresuo sposo, ardiva adesso, rivedendola dopo venticinque anni, fare il vagheggino a sua figlia? E la Matilde gli dava retta? Oh per poco! Avrebbe ben ella, sua madre, impedito che la fanciulla sciupasse le primizie del suo cuore con un libertino sfrontato! Meno male ch'ella aveva già tirato un colpo a fondo pubblicando ai quattro venti, al cospetto della Matilde, l'età del figliuolo del signor Michele!Mentre faceva queste riflessioni, la signora Amalia passeggiava su e giù per la camera in pienodéshabillé.Come si stenta, nel mondo fisico, a trovar corpi semplici, così si stenta a trovar sentimenti semplici nel mondo morale. E direi quasi che ogni nostro sentimento, per diventar forza attiva, ha bisogno di una piccola infusione di sentimenti contrari. Ciò vale soprattutto nei sentimenti più nobili, i quali sono come i metalli preziosi che non resterebbero in circolazione senza una lega di metalli più bassi.La collera della signora Amalia derivava da una serie di cause. Certo vi aveva il suo posto anche la naturale ansietà della madre. Lo sposo ch'ella vagheggiava per la sua Matilde non viveva finora che nella sua fantasia. Doveva esser giovane, bello, generoso d'animo e gagliardo d'ingegno, e nessuno fra quelli che avevano chiestoo fatto chiedere la mano della ragazza aveva corrisposto al suo tipo. Figuriamoci se poteva corrispondervi il cavaliere Arsandi! Oh! s'egli avesse avuto venticinque anni meno! Ma quando egli li aveva questi venticinque anni meno, la Matilde non esisteva neppure e c'era invece un'altra fanciulla che s'era lasciata affascinare dall'incanto della voce e degli occhi del signor Michele, e aveva sognato con lui il suo primo sogno d'amore. Quella fanciulla era lei, lei medesima, quell'Amalia Nottoli, oggi vedova e madre, com'era padre e vedovo anch'egli. E così, a poco a poco, quasi senza ch'ella se ne accorgesse, la sua persona faceva capolino, e l'orgoglio offeso si metteva a paro con la sollecitudine materna a ordir la tela dei suoi ragionamenti.Il più difficile era giungere a una conclusione sulla via da tenersi. C'era un partito eroico, quello di prendere a quattr'occhi il signor Michele, fargli intendere la sconvenienza della sua condotta, e dargli pulitamente il benservito. Ma in verità non bisognava nemmeno pensarci. Come licenziare un ospite pella sola colpa di essersi mostrato gentile verso la padroncina di casa? Chi non avrebbe detto che c'era di mezzo un dispettuccio della signora Amalia, punta di non essere corteggiata abbastanza? Mettere inguardia la Matilde dimostrandole sul serio che il signor Michele non era fatto per lei? Sarebbe stata un'imprudenza: da Eva in poi le donne amano il fratto proibito e il cervellino della Matilde non era più sano di quello della sua progenitrice. Restava la cosidetta politica d'osservazione: seguire cioè i passi del nemico senza dar fuoco alle miccie, ma lasciandogli scorgere ch'egli è invigilato. Posto così sull'avviso, probabilmente il signor Michele avrebbe fatto senno e suonato a raccolta.Queste ultime considerazioni la signora Nottoli le faceva dopo aver già spento il lume, acconciata la testa sul capezzale, e tirate su le coltri in modo da non lasciar fuori che la punta della sua cuffia da notte. E secondo le idee che le frullavano in capo quella punta oscillava con maggiore o minore vivacità. A poco a poco però i movimenti divennero sempre più tardi, come di un battaglio che non arriva a toccare le pareti della campana, sinchè finirono affatto. La signora Amalia aveva preso sonno e russava decorosamente come una donna di quarantadue anni ha il diritto di fare.Ed ella sognò. Sognò di esser tornata ragazza e di avere a' suoi piedi un bell'artigliere nell'uniforme deiBandiera e Moro, e di sentirsi bisbigliar da lui le più dolci promesse d'amore,a cui ella rispondeva con le lagrime agli occhi e il sorriso sul labbro. Ed egli copriva di baci la sua mano, quando ad un punto lo sguardo di lui si rivolgeva da un'altra parte, si fissava sopra un'altra immagine. Una giovinetta tanto simile a lei da potersi pigliare in iscambio appariva d'improvviso sulla scena, e con un cenno giunonico del capo chiamava a sè l'artigliere, che non esitava un istante a obbedirle. Non c'era dubbio; quella giovinetta, al gesto, all'aspetto era la Matilde, quell'artigliere era Michele Arsandi. E prima ch'ella potesse lagnarsi del subito ed incivile abbandono le si affacciava un terzo e assai noto personaggio, nientemeno che il signor Nottoli buon'anima. Nè egli si presentava sotto le forme paurose di fantasma, ma con la sua florida apparenza di ecclesiastico investito d'una grassa prebenda; nè alzava il dito e la voce ad ammonire, come si afferma esser costume dei defunti, ma chiedeva assai rimessamente alla moglie che gli saldasse un bottone del soprabito.In mezzo a questa confusione di date e di individui, di serio e di comico, la signora Amalia si svegliò che già il sole tremolava sul soffitto della sua camera. Ella non aveva ancora finito di stropicciarsi le palpebre quando udì il rumore di una carrozza che entrava in giardino ela voce dello stalliere che diceva: È qui il signor Gustavo.La signora Amalia, che non s'aspettava l'arrivo di suo fratello così presto, pensò di confidare a lui le sue dubbiezze. Perciò, scese di balzo dal letto, corse alla finestra, aperse lo spiraglio di un'imposta e gridò:—Gustavo! Gustavo!Il chiamato alzò il capo e veduta la sorella la salutò con la mano soggiungendo—Addio, addio, ci vedremo più tardi. Ho patito la notte e voglio dormire un paio d'ore.—No—replicò la signora Amalia—dormirai dopo. Mi preme di parlarti. Vieni su un momento, nel mio gabinetto da lavoro. Passo una vesta da camera e sono subito con te.—Che diamine può aver mia sorella?... pensò il signor Gustavo mentre saliva la scala dopo aver consegnato al cameriere la sua valigia, ilplaide gli ombrelli. Il signor Gustavo era di quattro anni più giovane della signora Amalia, aveva come lei una certa tendenza alla pinguedine, era di statura media con baffi castani e capelliidem, che però cominciavano a cadergli lasciandogli a poco a poco una fronte da pensatore. Ed era cosa a cui egli non teneva punto. Ingegno pronto, vivace, cultura non iscarsa, ma superficiale, era piuttosto un uomodi spirito che un uomo di studio. Avrebbe potuto riuscir deputato, ma preferiva starsene in disparte criticando destra e sinistra. Del resto era un buon diavolaccio e nella sua maldicenza raramente maligno.La signora Amalia, fedele alla sua parola, non aveva fatto che infilare una vesta da camera.—Dio buono!—esclamò il signor Michele appena la vide—perchè una signora elegante si presenti in quello stato ad un uomo, sia pur suo fratello, bisogna che ci sia qualche cosa di molto grave...—Andiamo, Gustavo, sii serio. Debbo chiederti un consiglio. Sai chi c'è qui?—Quell'amabile creatura del professore Benvoglio, m'immagino. L'ospite inevitabile della tua villeggiatura..... Ah mi viene un'idea, ti saresti decisa di sposarlo?—Che sciocchezze! Chi parla del professore Benvoglio?—Ma non è lui che è qui?—Sicuro, ma ce n'è un altro.—O chi dunque?—Indovinalo in mille.—È inutile, non ci arrivo.—Michele Arsandi.—Michele Arsandi!—Egli in persona.—È venuto da Londra?—Già, a meno che non siamo noi a Londra credendo d'essere a Conegliano.—Hai ragione, sono uno stordito..... Ma adesso capisco tutto..... Egli viene a ridomandare la sposa dopo venticinque anni... Amalia, Amalia, ricordati i versi di Dante:Questa è colei che s'ancise amorosaE ruppe fede al cener di Sicheo.....—Questa mattina tu non capisci proprio nulla...—Spiegati allora.—Io sono fuori di questione affatto. Nè il signor Arsandi ha la matta idea di chiedere la mia mano, nè io ho quella più matta ancora di accordargliela.—Quand'è così, non mi raccapezzo più.—La mia paura si è—continuò la signora Amalia—che egli voglia prender nelle sue reti la Matilde.—Mia nipote? Ah tu scherzi! S'egli può esser suo padre.—Senza dubbio, ma se tu vedessi che aspetto fresco egli conserva.—Eh me lo immagino. Nel 1866 pareva ancora un giovinotto. È vero che son passati otto anni.....—Per lui non passano—disse la signoraAmalia con un tuono che teneva il mezzo fra l'ammirazione e il dispetto.Suo fratello le fissò in viso uno sguardo penetrante e leggermente ironico; indi continuò:—Vorrei sapere su che appoggi i tuoi sospetti. Da quanto tempo è qui l'Arsandi?—Da ieri alle sei.—Della mattina?—No, del dopo pranzo.—E così presto?..... Ah perdonami, voglio ammettere che i veterani della galanteria siano formidabili, ma che in una sera soltanto un nomo possa mettere in pericolo il cuore d'una ragazza, con la quale probabilmente avrà parlato sempre in presenza della madre.....—Sì certo, ma ha parlato un'ora in inglese...—Eh via... in ogni modo—rispose il signor Gustavo ridendo—le tue paure non hanno senso comune. Sai una cosa? Tu fai la donna forte, ma non puoi dimenticare l'artigliere del 1849, e i tuoi scrupoli nascono da un tantino di gelosia... Non andare in collera... Son casi che nascono... La madre rivale della figlia, commedia!—E tu sei sempre un ragazzaccio—ripigliò la signora Nottoli.—Io ti ripeto che non ci entro, che non so che farne del signor Arsandi, ma che non voglio niente affatto ch'egli si mettain capo di corteggiare la Matilde... E che egli abbia questa intenzione si capisce subito...—Ma come?—Dio mio! In tutti i modi. È venuto qui ch'io non c'ero. L'ha vista in giardino, ha cominciato, Dio sa con quanta buona fede, a prenderla in iscambio per me...—Era un complimento anche questo?—Fratello amabilissimo! Sì, voleva essere un complimento. Poi l'Arsandi fu tutta la sera con la Matilde, giuocarono a scacchi, parlarono in inglese, e anche la mia cameriera ha notato che stavano molto volentieri in compagnia.—Ma scusa, il signor Arsandi ha intenzione di trattenersi in villa per un pezzo?—Sono io che l'ho impegnato a rimanervi almeno per una settimana. Non avevo ancora questo spino...—E a proposito, che ce n'è del suo pargoletto?—Del figlio del signor Michele?—Sì, di quello che ho conosciuto a Londra nel 1866. Era già grande e grosso quasi come suo padre.—È a Venezia.—È a Venezia con lui e non lo ha condotto qui?—No. Del resto ciò si capisce. Egli volevafare una visitina di poche ore... Perchè sorridi? Che ghiribizzo ti frulla in capo?... Forse una nuova impertinenza...—Tutt'altro... È una mia idea che ti comunicherò più tardi. Intanto lasciami ripetere che tu hai fatto d'un topo una montagna e che non meritava, per questa gran ragione, d'insidiare due ore di sonno a un povero diavolo... Esaminerò io stesso la posizione. Ma bada che se c'è un pericolo per la Matilde, ne hai colpa tu.—Io?—Sicuro, col non volere che nessun giovinotto frequenti la tua casa, col rallegrare la tua villeggiatura soltanto della presenza del professore Benvoglio, fai sì che ogni uomo tollerabile paia alla Matilde un portento di bellezza e di amabilità... Basta, non voglio salire in cattedra... Vado invece nella mia camera... E tu pure, sorellina cara, fa un po' ditoilettee presentati nella tua ordinaria maestà... Diamine!Il faut frapper l'imagination des peuples, come dice Calcante nellaBelle Hélène...CAPITOLO SETTIMODopo avere impartito tutte queste ammonizioni tra il serio ed il faceto, Gustavo si incamminò rapidamente verso la camera ch'egli soleva abitare in casa di sua sorella. Ma era destinato che quella mattina egli non potesse fare il piacer suo, perchè mentre saliva una scala s'imbattè nel signor Michele che ne scendeva canterellando, lindo, fresco e sorridente come uno zerbinotto.—Dove andate?—chiese questi dopo scambiati i primi saluti.—In camera vostra? Oibò! Dormirete stanotte. Sono ormai le sette passate, e c'è un sole di paradiso. Facciamo un giro in giardino.—E senz'aspettare risposta il cavaliere Arsandi passò il suo braccio sotto a quello del signor Gustavo, lo costrinse a fare un mezzo giro e lo condusse seco.—Il mio caro Martelli—ripigliò il signor Michele appena l'altro ebbe cessato da ogni resistenza—come sono lieto di rivedervi dopo otto anni... E come vi trovo bene!—Eh! Bene fino ad un certo punto... s'impingua... Voi piuttosto avete il segreto della giovinezza eterna... Nemmeno un capello bianco?—Nemmen uno. E voi?—Io finirò presto col non aver capelli di nessun colore—rispose il Martelli scoprendosi il capo.—E sì che ho consultato le quarte pagine di tutti i giornali... Ma voi pure, per mantener quella tinta, avrete ricorso a qualche specifico di quelli che figurano sotto l'intestazioneCanuti! Canuti! Canuti!—Siete matto? Insomma che età mi date?—Via, non mi negherete che io ero un ragazzo...—Quand'io ero un ragazzo più grande... Nel 49 avevo vent'anni...—E io tredici.—Sett'anni di differenza in tutto...—Eh sì, ma il guaio sì è che pare che voi li abbiate di meno e io di più.—Oh questo no... Ma è un fatto ch'io mi sento giovane, caro Martelli, giovane di cuore e di membra...—Si direbbe che la vedovanza conservi megliodel celibato. Ma narratemi un po' come vi venne il pensiero di far questa visita a mia sorella?—Vi dirò, volli vedere s'ella mi serbava rancore dopo tanto tempo.—E trovaste?—L'accoglienza più affettuosa, più schietta, più spontanea ch'io potessi immaginarmi... Ero venuto per poche ore, e scrivo oggi a mio figlio a Venezia che mi tratterrò una settimana.—Arturo è dunque con voi?—Sì, ma sarebbe una crudeltà farlo muovere da Venezia; egli è artista, ogni monumento lo rapisce, ogni bel quadro lo esalta, ed egli non sa più avvicinarsi alla finestra della nostra camera daDanielisenza mettere un grido di ammirazione... Ma, passando ad altro, permettenti ch'io mi congratuli con voi di vostra nipote.—Ci siamo—pensò Gustavo. Quindi con una risatina—Vi piace davvero?—Ha tutta la bellezza, tutta la grazia di sua madre, più il fascino della gioventù.—Sì, è simpatica, buona anche, intelligente, un cervellino bizzarro forse... non so che riuscita farà.—Oh scettico incorreggibile... Farà una riuscita ottima, semprechè trovi un uomo a modo.—Gli uomini a modo son così rari... E poi la famiglia va diventando a poco a poco una istituzione impossibile.—Spiegatevi.—È facile. Le idee sono cresciute in maniera che non vi sono più entrate che bastino. Ogni ragazza, per modesta e discreta che sia, porta seco l'indivisibile compagno del Regno d'Italia, ildeficit.—Esagerazioni. C'è di vero una cosa sola, che la situazione della piccola borghesia è ogni giorno più difficile... Ma vostra nipote può mirare ben più in alto...—All'aristocrazia forse? Peggio. Fumo senza arrosto. Alla banca? Peggio ancora. Non mi fido dei dividendi.—A sentirvi, vostra nipote dovrebbe finire coll'andar monaca.—Dio guardi. Il Parlamento italiano non ha fatto altro di buono che sopprimere le corporazioni religiose. È vero che con la sua logica ordinaria dopo averle soppresse le ha lasciate sussistere. In ogni caso, monaca no.—E allora?—Il Signore provvederà. Del resto io c'entro poco. È una faccenda della Matilde e di sua madre. Io non sono che un membro del consiglio di famiglia. Mia sorella ha idee bizzarre.Vuole l'araba fenice. Un bel giovane, ricco, ben educato, intelligente, un poco ambizioso, ecc. Se avete un partito da offrirle, eccola che viene, anzi eccole, perchè c'è pure la Matilde.—Dove?—Là, dall'altra parte del giardino—rispose Gustavo segnando col dito.—Non ci vedono perchè sono infatuate a discorrer fra loro. Adesso sono nascoste dietro una macchia di lauri. Ricompaiono un istante... Spariscono di nuovo perchè scendono la collinetta... Fanno certo il giro del lago e quindi non le incontreremo che di qui a tre o quattro minuti... Avete tempo di prepararvi.La signora Amalia stava scandagliando il cuore di sua figlia. Il dialogo era naturalmente caduto sul nuovo ospite, che la Matilde trovava compito, amabilissimo, un vero gentiluomo, e di un aspetto così giovanile da non potersi comprendere come egli avesse un figliuolo di ventidue anni.—Eppure è così—replicò la signora Amalia—e non c'è nulla di strano, perchè il cavaliere Arsandi ha i suoi quarantacinque anni sonati.—Sarà, ma non li mostra. Bisogna dire che l'aria d'Inghilterra mantenga gli uomini così. Guarda lo zio Gustavo, ch'è certo più giovanedel signor Arsandi, se non pare invece più vecchio di lui. E il conte Onaldi che sposò la Lina Carenti? Ha ventisei anni ed è tutto cascante e sfiaccolato. E il figlio del dottor Menici che è promesso alla Leonora Raboni? Pare un baco da seta.—Verissimo, ma non bisogna prendere per buona moneta la freschezza degli uomini maturi. Gran pomate, mia cara, gran tinture, e se occorre anche il busto per tenersi ritti.—Il busto!—esclamò ridendo la ragazza.—O che ci hanno da fare gli uomini del busto? E che anche il signor Arsandi?...La cosa sembrava così comica alla Matilde, ch'ella non riusciva a frenare la sua ilarità. Evidentemente sua madre aveva toccato il tasto giusto e il signor Michele era perduto nell'opinione della ragazza se non era in grado di scagionarsi delle accuse fattegli dalla sua antica amante. Ma come scagionarsene se non le conosceva?Svoltato un sentieruccio tortuoso e coperto, le due signore erano entrate in un viale di tigli lungo il quale si avanzavano il signor Michele ed il signor Gustavo.—C'è anche lo zio?—disse la Matilde a sua madre.—Non s'era ritirato nella sua camera?Quindi senz'attendere risposta gli corse incontro,gli porse ambe le mani e si lasciò baciare sulle due guancie.—Beati gli zii!—pensò il signor Michele. Poi fece anch'egli i suoi saluti, e vide o credette vedere nella Matilde una certa aria sospettosa che lo turbò alquanto.—La mia paternità mi ha rovinato—egli disse fra sè.Intanto era sopraggiunta la signora Amalia. Indossava un elegantissimo abito dialpagàgrigio a sgonfietti con guarnizioni d'una tinta più oscura; in testa s'era acconciata con artistica negligenza un fisciù di lana rossa che faceva spiccare il bruno colore de' suoi capelli. La Matilde invece aveva un vestito dipercallea fondo bianco con righe celesti e un nastro pure celeste alla cintola; portava un cappellino rotondo di Firenze con fiori di campo. Nessun altro ornamento alla sua persona che si disegnava così in tutta la giusta proporzione delle membra.—Per bacco! Siete due figurini—disse il Martelli rivolgendosi alle due donne.—Anche l'amico Arsandi è azzimato come unlion. Non ci sono che io in unatoeletteindecorosa. Vi saluto e vado in camera a provvedere alla mia riputazione.Con queste parole si accomiatò dalla brigata. La signora Amalia lo seguì per alcuni passi e gli chiese—Hai capito nulla?—Mi pare che tu non abbia tutti i torti—egli rispose—ma vedremo più tardi.Entrato in casa, trovò nel salotto terreno il professor Benvoglio steso su una poltrona con un libro in mano.—Oh signor professore, come va?—disse Gustavo.—Sempre fresco già, sempre galante. E perchè non scende in giardino con questo bel tempo?—Scenderò or ora. Ho l'abitudine di non uscir mai senza essermi prima ristorato con una buona lettura.—Eccellente abitudine. E che libro legge?—Oh non son libri per loro signori che vanno in cerca di novità... Vecchiumi, roba da rigattieri.—Via, mi lasci vedere.—E con gentile violenza prese di mano il volumetto al titubante professor Benvoglio.—Oh che bel titolo! E che lungo! Quasi più lungo del libro.Di alcuni modernuzzi e tisicuzzi scrittorelli di cianciafruscole all'uso francioso, per Antonluigi Ceccherillini, accademico della Crusca, ecc. ecc.—Io sono innamorato sopratutto—soggiunse il Benvoglio ripigliando il suo libro—della perizia con cui l'autore maneggia il participio. Datemi il participio, e vi darò lo scrittore, diceva...In quella entrò nel salotto un cameriere con un servizio di caffè e latte, burro e panini abbrustoliti, e il professore Benvoglio, interrompendo il suo dotto discorso, si affrettò verso la tavola ov'era stata deposta tutta questa grazia di Dio.—Oh professore, la lascio a ristorarsi con la sua lettura—disse con aria ironica il signor Gustavo. E uscì dalla stanza.—Motteggiatore insopportabile!—brontolò il Benvoglio!—Non c'è proprio più gusto a stare in questa villa. Non c'è proprio più gusto—egli ripetè, immollando nel caffè e latte il primo crostino.CAPITOLO OTTAVOSullo scorcio di quel giorno il signor Michele si trovava nella condizione di un generale, che senz'aver vinto la battaglia crede però di essersi assicurate le posizioni che gli renderanno più facile la vittoria il domani. Egli aveva fatto prodigi. Convinto che gli nuoceva presso la Matilde il saperlo padre d'un figliuolo grande e grosso, egli voleva mostrarle che conservava tutto il vigore, tutta l'elasticità di un giovinotto. La mattina, accompagnando a piedi la signora Amalia e la Matilde in una gita sull'asino sopra un colle vicino alquanto ripido e sassoso, egli aveva maravigliato l'asinaio per la celerità del suo passo sicuro e la spigliatezza de' suoi movimenti, e aveva sorpreso più volte la Matilde intenta a guardarlo con una certa compiacenza.Più tardi il Martelli gli procurò contro voglia un maggiore trionfo.—Come va l'equitazione?—chiese lo zio alla nipote.—Male—risposero ad una voce la ragazza e sua madre. E quest'ultima continuò:—Bisognerà vendere Lilì perchè non c'è caso di montarla. Ha rovesciato lo stalliere e Matilde, e io non voglio che nessuno ritenti la prova.—Oh—disse il Martelli, che passava per un discreto cavallerizzo.—Volete vedere ch'io domo questo bucefalo?—No, no—sclamarono le due donne—andrai certo con le gambe all'aria.Questa soluzione tutt'altro che eroica solleticava pochino la vanità dello zio di Matilde, che avrebbe battuto ritirata assai di buon grado, ma venne l'Arsandi a rianimare il suo coraggio.—Orsù, Gustavo, se non ci riuscite voi, mi ci sperimenterò io...—Ah mio caro—replicò questi ferito nel suo amor proprio—se non ci riesco io, credo che nemmen voi farete miracoli.Le signore si opposero fiaccamente. Esse avevano ormai una certa curiosità di vedere come sarebbe andata a finire questa specie dì sfida.Ma concordi in ciò, non erano punto all'unissono nei loro voti. La signora Amalia avevail maligno desiderio di contemplare il petulante suo ospite lungo disteso sull'erba del prato, la Matilde invece gli augurava un pieno trionfo.Quando lo stalliere ebbe l'ordine di sellare la riluttante Lilì, egli scrollò il capo con un risolino sardonico.—Vorranno almeno cascar sul molle?—egli disse.—Sì, sì, sul prato—rispose la Matilde che aveva dato gli ordini.—Ma si sciupa l'erba—osservò il giardiniere ch'era lì per caso.—Meglio l'erba che il collo—soggiunse sentenziosamente Marco, un giovinetto che serviva di sostituto al cocchiere.—Non è vero, padroncina?La Lilì era una bella bestiuola di pelo bigio picchiettato di bianco. Non si sarebbe creduto a primo aspetto ch'ella fosse così indomita; si lasciava avvicinare, lisciare, palpare senza dare il minimo segno d'impazienza. Tollerava anche la sella, ma non tollerava il cavaliere.—È questo l'animale feroce?—chiese il Martelli tostochè vide la Lilì.—E dove la conducono?—Qui davanti, sull'erba—rispose la signora—È condizionesine qua non.—Bah! Che paure ridicole!—Gustavo, non fidarti.—Ma se pare un agnellino?—Latet anguis in herba... Non va bene, professore?—soggiunse la vedova indirizzandosi al Benvoglio che si avvicinava per godere anch'egli dello spettacolo. Il professore teneva l'occhialino sul naso e componeva le labbra a un sorriso di approvazione.—Va benissimo, signora Amalia, va benissimo. Lei potrebbe imparar tutto... Ma bravo, signor Martelli, domi lei questo quadrupede. Sono esercizi pegli uomini e non per le signorine:Pera chi osò primieroDiscortese commettereA infedele corsieroL'agil fianco femmineo,come cantò il nostro Foscolo.Intanto il signor Gustavo si era avvicinato alla bestia. Lo stalliere rideva sotto i baffi, il signor Michele osservava tutto in silenzio affine di poter trar partito dell'esperienza del suo competitore se per avventura questi faceva un capitombolo. La Matilde, che mostrava una certa inquietudine, si avanzò uno o due passi sul prato, sollevando i lembi del vestito e lasciando in questa maniera veder due piedini d'angiolo, suppostoche vi siano angioli e che gli angioli abbiano piedi.—Ah eccomi!—gridò il Martelli in aria di trionfo appena fu in sella. Ma non aveva ancora finito l'esclamazione che la Lilì, alzando con un salto poderoso le zampe posteriori, ritirando le orecchie e abbassando il capo in modo da formare un ripidissimo piano inclinato, lo aveva già fatto scivolare sull'erba con la maggior grazia che si possa immaginare.—Ti sei fatto male, Gustavo? Ti sei fatto male, zio?—chiesero la signora Amalia e la Matilde frenando a stento la gran voglia che avevano di ridere. Quanto allo stalliere e al professore Benvoglio, essi ridevano davvero. Il solo Arsandi era impassibile.—Male no—rispose il Martelli che si era anche alzato e si palpava qua e là—male no, ma in nome di Dio, perchè non avvertire che il cavallo aveva questo vizio?—Scusi—osservò lo stalliere a cui pareva diretto questo rimprovero.—Ella era così sicuro del fatto suo.—E poi—soggiunse la Matilde—non bisogna mica credere che la Lilì usi sempre lo stesso metodo. A me, per esempio, mi ha rovesciata dalla parte opposta.—Bisogna ch'io muti vestito—rispose Gustavoguardandosi i calzoni.—Sono verde come una lucertola.—Fino al polsini—notò la Matilde.—Già, ho dovuto pur ripararmi mettendo le mani avanti.—Oh povero zio, povero zio!—Non mi canzoni, bricconcella. Adesso ne vedrà un altro con le gambe all'aria. Amico Arsandi, volete rinunziare alla partita?—Nemmen per idea.—Badi, badi—disse la ragazza combattuta tra la paura ch'egli finisse col farsi male e il desiderio di vederlo uscir vittorioso dalla prova.—Eh! il cavaliere Arsandi è un uomo troppo valoroso da ritirarsi dinanzi a un pericolo—osservò il professor Benvoglio che sperava di veder per terra anche l'antipaticissimo signor Michele.—Non mi ritirerei se non in un caso—replicò questi—che il professore volesse montare in vece mia.—Discorsi senza sugo—brontolò il Benvoglio facendo due passi indietro.La Lilì s'era intanto ricomposta alla solita calma. Ella era in mezzo al prato, ritta sui garretti, con la testa immobile e con l'aria mite e benevola della più docile bestia del mondo.—Ah gesuitessa!—mormorò lo stalliere passandole la mano sulle orecchie.In un batter d'occhio il signor Michele inforcò il malfido animale. La Lilì rinnovò immediatamente la manovra che le era così ben riuscita col suo primo cavaliere; poi, vistasi fallire il colpo, cambiò tattica e s'impennò sulle zampe posteriori, tantochè il signor Michele, per non perdere l'equilibrio, dovette piegarsele vivamente sul collo. Superata la seconda crisi non fu però vinta la lotta, chè il cavallo ricorse a tutte le insidie e a tutte le sorprese le quali valessero a liberarlo dall'incomodo fardello.Gli spettatori seguivano con attenzione intenta le vicende di questo duello, la signora Amalia un po' inquieta, la Matilde un po' pallida, il Martelli, il Benvoglio e lo stalliere animati dall'umano desiderio che il signor Michele pagasse il fio della sua tracotanza.Il professore continuava ad evocare le sue ricordanze classiche:Ardon gli sguardi, fumaLa bocca, agita l'arduaTesta, vola la spuma...Dopo un paio di minuti la battaglia fu decisa. La Lilì s'accorse che aveva trovato una mano capace di domarla, e ansante, molle di sudore,ristette da ogni ulterior resistenza. Il signor Michele la condusse fuori dello strato erboso sopra uno dei sentieri di ghiaja, e tenendo le briglie con una sola mano si levò con l'altra il cappello a modo dei cavallerizzi, e salutò cortesemente il suo pubblico, quindi mise al trotto il quadrupede.—Bravo! bravo!—esclamarono tutti con un entusiasmo più o meno sincero. E la Matilde, che di pallida s'era fatta rossa, si avvicinò alla signora Amalia senza perder d'occhio il bel cavaliere e le disse:—Ah mamma, non mi darai mica ad intendere che il signor Michele abbia il busto!Il primo momento che il Martelli e sua sorella furono soli, sicuri che la piacevole compagnia del professore Benvoglio impediva al cavaliere Arsandi e alla Matilde un pericolosotête-à-tête, si guardarono in viso con aria contrita.Gustavo ruppe per primo il silenzio.—Nous sommes enfoncés, sorella mia gentilissima. Il nemico guadagna terreno continuamente.—Pur troppo—rispose la vedova.—Sei disposta a diventar suocera del cavaliere Arsandi?—Nemmen per idea.—Allora licenzialo. In fin dei conti sei in casa tua.—È presto detto. Come si fa?—Ci vuol tanto? Lo chiami a te e gli ricordi tre cose.Primo, che venticinque anni addietro egli spasimava per i tuoi begli occhi;secondo, che egli potrebbe esser padre, per l'età, della Matilde;terzo, che egli è vedovo e ha un figliuolo grande e grosso; tre eccellenti ragioni, mi pare, per levargli il ghiribizzo di far la corte sul serio a mia nipote. Che se poi vuol soltanto amoreggiarla per passatempo, egli può rivolgersi altrove... In ambo i casi, credo, tu sei nel pieno diritto di mandarlo pei fatti suoi...—Già voi altri uomini vi fate tutto facile—replicò infastidita la signora Amalia.—E allora rassegnati. Il cavaliere Arsandi è un bell'uomo, è ricchissimo, è pieno di spirito, cavalca a maraviglia, si arrampica pei monti con l'agilità di un camoscio; egli renderà felice tua figlia.—No, no, mille volte no... Gli è che non vorrei pigliar questa faccenda in epico,... non vorrei venire a troppe spiegazioni con la Matilde,... mi piacerebbe invece che quel petulante subisse uno smacco.... Ma non avevi un'idea?—Eh se potesse riuscir quella, sicuro che il messere sarebbe menato pel naso come si deve... Ma chi sa se riesce, e poi chi sa se tu l'approvi?—Via, fammela conoscere.—Ecco—principiò il Martelli, ma siccome mentr'egli parlava comparve la Matilde, i due interlocutori si ritirarono fuori degli occhi di tutti, perfino dell'autore, il quale può dirvi soltanto che al termine del colloquio la signora Amalia era molto gioviale.A pranzo Gustavo annunziò che doveva partire quella sera stessa e che sarebbe tornato il posdomani. Andava, egli disse, a Treviso per una faccenda.—Siamo d'accordo—gli bisbigliò all'orecchio sua sorella mentr'egli saliva in carrozza.—Il telegramma vuol dire che non verrai solo.—E c'incontreremo?—Nel luogo inteso... Ma tu bada alla giornata di domani...—Non dubitare.CAPITOLO NONOLa sera passò assai meno piacevolmente di quello che il nostro Arsandi si fosse aspettato. Sull'imbrunire la signora Amalia annunziò che sentiva l'avvicinarsi di una delle sue emicranie, di quelle emicranie che non le duravano mai meno di ventiquattr'ore e la rendevano esigente e fastidiosa.—Ma non eri guarita?—chiese la Matilde alquanto sgomentata da questa notizia improvvisa.—Credevo d'esser guarita—rispose dispettosamente la signora Amalia—ma non ci ho mica colpa se ho una ricaduta.Il cavalleresco professor Benvoglio colse l'occasione per offrire alla sua dama crudele di andar egli in persona, se occorreva, a chiamare il medico e a prendere le medicine, a meno cheella non preferisse di appoggiarsi al suo braccio e di tentare l'esperimento di una passeggiata all'aria aperta. Facesse insomma di lui quello che voleva, lo mettesse alla prova, non lo lasciasse inoperoso mentr'ella soffriva.Ma la vedova inesorabile, in tuono molto asciutto, lo pregò che non le desse noja; ch'ella non si era mai sognata di chiamare il medico per l'emicrania e che non era così pazza da uscire a quell'ora col mal di capo; onde stesse quieto, si accomodasse sulla sua poltrona a farvi il solito chilo, e al suo svegliarsi giuocasse una partita a scacchi col cavaliere Arsandi.Questi, che nella speranza di un po' di maggior libertà con la Matilde non aveva saputo affliggersi troppo della indisposizione della signora Amalia, fu ora gravemente turbato dalla proposta che gli veniva fatta. Avrebbe voluto schermirsi, ma la sua ospite non gliene lasciò il tempo, e tendendogli la mano dal seggiolone dove si era sdrajata:—Povero signor Michele—gli disse—mi dispiace davvero quanto accade. È una fatalità che la emicrania debba essermi capitata proprio oggi. Oh ma passerà. Intanto per poche ore mi tolleri come la più uggiosa creatura che dar si possa. Non istò ritta e non voglio andare in letto, non istò sola e non voglio sentir romore, e tengo inchiodatavicino a me questa povera ragazza—e accennò a sua figlia—con l'ufficio di farmi dei bagni freddi sulle tempie. Abbia pazienza, signor Michele, fumi un sigaro in giardino oppure ordini cocchiere che attacchi e faccia una trottata, poi, sulle otto, sia qui e giuochi agli scacchi. Siamo vecchi amici, non è vero? E coi vecchi amici non si fanno complimenti.Queste parole, pronunziate con voce languida ed insinuante, sarebbero scese come un balsamo sul cuore del professore Benvoglio; il signor Michele invece, pur chinandosi ai voleri della capricciosa castellana, non potè a meno di trovar ch'ella aveva piena ragione nel dire che il mal di capo la rendeva uggiosa. O che sugo c'era di voler rimanere tra gente obbligando le persone a tacere, d'imporre alla figliuola un uffizio che avrebbe potuto esser meglio adempito dalla cameriera, e di costringere un ospite a giuocare a scacchi con un compagno insulso e antipatico?E il cavaliere Arsandi, mentre camminava su e giù pel giardino e gettava via arrabbiato i sigari uno dopo l'altro, cominciava a dubitare che ci fosse almeno un po' d'esagerazione nell'emicrania della signora Nottoli e ch'ella fosse gelosa della Matilde. Ciò lo condusse a domandare a se stesso s'egli fosse veramente innamorato di questa ragazza e se avesse veramenteintenzione di aspirare alla sua mano. Appena si fermò un istante su questo pensiero, egli provò una impressione simile a quella che devono provare gli aereostati quando, un minuto dopo staccati da terra, guardano in giù. Come? Si è già percorso tanto cammino?... E anche all'Arsandi pareva di aver fatto un'ascensione aerea. Un paio di giorni prima egli viaggiava tranquillamente sulle ferrovie dell'Alta Italia portando seco la sua vedovanza da lungo tempo racconsolata e cullando l'idea di farsi una nicchia da celibatario in qualche città tranquilla della penisola, in Venezia per esempio. Avrebbe vissuto da gran signore con le sue quarantamila lire d'entrata, avrebbe fatto di suo figlio un artista e sarebbe diventato egli stesso un mecenate delle arti. Alla galanteria avrebbe atteso solo quel tanto che basta ad un uomo di quarantacinque anni, fresco, ben conservato, il quale non voglia mettersi al disarmo. Dell'antica Amalia si ricordava pochino e la credeva sempre fra le braccia del suo virtuoso marito; quanto alla figlia di lei, sapeva appena ch'ella esistesse. E adesso era proprio di questa figliuola ch'egli si era invaghito, e fra le cose possibili c'era quella ch'egli diventasse genero della sua amante di un tempo! Il signor Michele pesava il pro e il contro di questa soluzione; i vantaggi di avereal fianco una sposina giovane e bella e gli inconvenienti di un innegabilesbilanciodi età; la simpatia dimostratagli dalla ragazza e gli ostacoli che gli avrebbe sollevati contro la madre... E concludeva... per esser sinceri non concludeva nulla, perchè del resto se gli uomini concludessero sempre ci sarebbero molti fatti e poche parole, mentre ci sono molte parole e pochi fatti... O forse egli concludeva unicamente che la situazione era imbrogliata, ma che la Matilde gli piaceva, che le rabbie mal celate della signora Amalia lo divertivano, e che non c'era niente di male s'egli poteva passare in modo gradevole qualche giorno senza impegnarsi e senza compromettere la virtù di nessuno. A una decisione eroica, se occorreva, ci sarebbe venuto prima di partire.Consumato l'ultimo sigaro, l'Arsandi rientrò in salotto ove trovò le due donne nella posizione di prima e il professore Benvoglio che girava intorno a loro come una farfalla intorno alla fiamma. La stanza era nelle tenebre; solo in un angolo, sopra un tavolino, ardeva un lume a petrolio la cui campana era coperta da una ventola verde. Su quel tavolino stava lo scacchiere già bello e preparato coi due eserciti in ordine di battaglia.—Sia ringraziato il cielo—disse la signoraAmalia quando vide comparire l'Arsandi.—Così il professore starà un poco tranquillo.Con la scusa del mal di capo la signora Amalia si ritirò prima delle dieci, conducendo seco la Matilde. Rimasero a cena l'Arsandi, il professor Benvoglio e il dottor Gerolami, il quale era venuto a far la sua solita visita della sera e non sapeva capacitarsi della ricaduta della signora Nottoli, ch'egli affermava di aver guarita da più d'un anno con certe pillole di sua composizione.La mattina seguente la signora Amalia stava un po' meglio ma non benissimo. Scese in salotto per far gli onori di casa, ma non uscì in giardino, e tenne presso di sè la Matilde a leggerle i giornali. La ragazza aveva un'aria molto annoiata; ella trovava che l'indisposizione della madre, seppur esisteva in fatto, non bastava a giustificare la schiavitù che era imposta a lei, e capiva che si voleva impedirle di stare col signor Michele, Dio sa perchè... forse perchè la mamma anch'ella... ah non conviene che una fanciulla faccia cattive supposizioni... Comunque sia, la Matilde aveva un po' lo scetticismo di famiglia e non poteva a meno di fermarsi su queste idee. Così, se per una lontana ipotesi, l'emicrania della signora Amalia formava parte del piano di campagna da lei combinato con suofratello, è forza riconoscere che in questa prima parte almeno il successo non corrispondeva al desiderio degli strategici.Più tardi la signora Nottoli, appoggiata al braccio di sua figlia, consentì a fare una passeggiata. Era inquieta, impaziente, onde la Matilde pensava in cuor suo che seppure la sua mamma non aveva dolor di capo, certo ella soffriva di nervi. Non parlava molto, ma ne' suoi discorsi era più caustica del consueto e perseguitava de' suoi frizzi il disgraziato professore Benvoglio. Costui cercava di riderne e di persuadersi che quella pioggia di epigrammi era una manifestazione speciale di confidenza. Verso il cavaliere Arsandi la vedova era più riservata, più contegnosa, e gli diceva di tratto in tratto;—Non creda ch'io sia sempre così bisbetica, aspetti per giudicarmi che mi sia passata questa fastidiosa emicrania. Già non mi dura mai più di ventiquattr'ore.Malgrado questo lieto pronostico, il termine indicato trascorse senza che l'umore della signora Amalia si rasserenasse. Accadeva anzi il contrario.—Le si fa più intenso il male di capo?—chiese l'officioso Benvoglio.—Sì, lasciatemi stare.—Forse—osservò con qualche peritanza ilprofessore—le converrebbe ripigliare i suoi bagni freddi alle tempie.—Non mi seccate coi bagni, che sono già troppo fradicia—proruppe la signora alzandosi in piedi.In quella entrò un servo portando il lume e introducendo un nuovo personaggio, il fattorino del telegrafo.La signora Amalia afferrò ed aperse il dispaccio con grande ansietà, lo lesse con visibile compiacenza, indi accortasi che il suo contegno poteva parere alquanto strano, si ricompose in calma, licenziò il fattorino e disse agli altri che la guardavano:—Non è che un dispaccio di Gustavo, il quale mi prega di mandargli la carrozza domattina alla stazione di Ponte di Piave.Da quel momento la guarigione della signora Amalia non fu più dubbia. Una famiglia che villeggiava lì presso e che, saputala indisposta, era venuta a informarsi della sua salute, fu pregata di trattenersi la sera; si suonò il pianoforte, si giuocò, si chiacchierò fino ad ora tarda.—Ma, signora Amalia—disse una delle visitatrici—Ella avrà bisogno di coricarsi...—Oh no davvero—rispos'ella—i miei mali sono fatti così. Vengono a un tratto e spariscono a un tratto.—Sopratutto quando le giungono certi telegrammi—nonpotè a meno di susurrarle all'orecchio il cav. Arsandi. Poi capì d'aver commesso una indiscrezione e stette ad aspettarsi una ramanzina.Ma la signora Amalia era diventata un agnello.—Uomo di poca fede—ella esclamò—Lei crede persino ch'io mi sia inventate le parole del telegramma? Guardi.—Tirò fuori di tasca il dispaccio e glielo spiegò sotto gli occhi.V'era scritto precisamente così:Manda la carrozza a Ponte di Piave per la seconda corsa di domani. Gustavo.—Oh scherzavo. Anzi mi perdoni—disse il signor Michele.—Farò di più per mostrarle la mia clemenza. La condurrò domani in un sito amenissimo e caratteristico. Gustavo si fa mandare la carrozza a Ponte di Piave per recarsi più presto al Castello Collalto ove ha alcune faccende da regolare. Noi andremo nello stesso luogo partendo di qua. Così faremo un'improvvisata a Gustavo, ed ella vedrà un castello del medio evo assai ben conservato, coi suoi merli, le sue armerie, le sue torri, e le sue brave leggende di fantasmi.Il cavaliere Arsandi mostrò di accogliere con piacere la proposta della signora Amalia, ma in cuor suo egli non era pienamente tranquillo. Sentiva intono a sè come un'aria di battaglia,ma non capiva ancora da che parte dovesse venirgli l'assalto. S'egli avesse avuto quei famosi venticinque anni di meno, egli sarebbe certo corso incontro al pericolo con una vigorosa offensiva, ma l'età s'impone anche ai più audaci, e il signor Michele preferì la tattica di Fabio Massimo a quella di Annibale. Ciò sconcertava alquanto il romanzo della Matilde, la quale si era aspettata nè più nè meno di una dichiarazione in tutte le regole. Ella avrebbe pensato poi alla via da tenere, avrebbe pensato se doveva corrucciarsi o no, ma circa alla dichiarazione, le pareva di averne proprio diritto. A ogni modo le era forza di riconoscere che la nojosa emicrania di sua madre non poteva a meno di aver impacciato il signor Michele nei suoi movimenti.—Vedremo che cosa nascerà domani—ella disse fra sè quella sera nel coricarsi. E tra le altre idee singolari che le si affacciarono alla mente prima di chiuder gli occhi vi fu quella di diventar matrigna di un ragazzaccio grande e grosso come doveva essere il figlio del signor Michele.Tutto ciò, dirà qualche lettore, non prova certo una forte passione. Verissimo, ma le forti passioni non hanno posto in questo racconto. Nè, del resto, esse sono le più comuni nella vita.CAPITOLO DECIMOSulle dieci del dì appresso un legno leggero tirato da due cavalli e guidato dal ragazzo Marco che si pavoneggiava nella sua livrea, partiva dalla villa Nottoli per Ponte di Piave. Poco dopo la signora Amalia ordinava di attaccare illandauche doveva condur lei, la Matilde, il cavaliere Arsandi e il professor Benvoglio al castello Collalto. Il professore avrebbe fatto senza di questa gita assai volentieri; egli trovava che le gite guastano la villeggiatura e che a goder le gioie della campagna bisogna saper passare le lunghe ore all'ombra di un'acacia o di un platano leggendo un buon libro e conversando piacevolmente con la dama del cuore. Ma egli non sapeva opporsi ai desiderii della signora Amalia, nè gli bastava l'animo di restarsene a casa mentr'ella andavasene altrove.Al momento di salire in carrozza giunse la posta. C'era anche una lettera pel cavaliere Arsandi. Un osservatore molto attento avrebbe sorpreso nel volto della signora Amalia i segni di un dubbio angustioso di cui non sarebbe stato facile intendere la ragione; ma fu un lampo ed ella disse con affettata indifferenza:—È una lettera di suo figlio, m'immagino?—Appunto—rispose il signor Michele.—E che cosa le scrive di bello quel giovinotto?—È affascinato da Venezia.—È naturale. Un artista.—Egli aggiunge poi che contava di fare oggi una gita a Chioggia.—Oggi?—Sì, dice domani, e la lettera ha la data di ieri.La signora Amalia lasciò cadere il discorso, e un sorriso leggermente ironico sfiorò le sue labbra. Ma non era un sorriso nuovo in lei e l'Arsandi non vi badò più che tanto.Il professore Benvoglio sfoggiò durante il tragitto una straordinaria erudizione. Discorse a lungo dei Collalto, dei loro castelli, della leggenda della murata viva che compare di tratto in tratto vestita di bianco fra i verdi del parco, dell'amore infelice di Gaspara Stampa pel conteCollaltino, del suo canzoniere di cui citò alcuni brani, e del libro che sulla poetessa gentile publicò Luigi Carrer. Anzi, su questo proposito, egli affermò di aver dato utili consigli al celebre scrittore veneziano, grande amico suo, come tutti i morti illustri sogliono essere dei vivi pedanti.Ma gli altri gli badavano poco o punto, e parevano preoccupati.—La salita si può fare a piedi—disse la signora Amalia quando furono in vista le torri del castello di San Salvatore.—La carrozza ci verrà dietro.Alle falde del colle il cocchiere si fermò e la signora Amalia appena scesa dal legno si impadronì del braccio del cavaliere Arsandi, con noia gravissima della Matilde e del professor Benvoglio, i quali non sentendosi proprio fatti per andarsi a genio, camminavano a fianco l'uno dell'altro senza dirsi una parola. La Matilde sfogava il suo dispetto abbattendo con la punta dell'ombrellino le testo dei fiori di campo che crescevano lungo il margine della via e cacciando lontano da sè col piede irrequieto i ciottoli che le facevano intoppo. Non c'era omai più dubbio; sua madre si era invaghita sul serio del signor Michele e lo voleva per sè. Ma che roba! Una donna che aveva tutt'altro pel capo! Dopo due anni soli di vedovanza! E quell'asino del professore Benvoglioche si sdilinquiva e poi all'occasione non era buono di farsi valere!... La fanciulla lanciò una occhiata di superbo disprezzo al professore che camminava con la testa bassa e con le mani dietro la schiena. Quanto al Benvoglio, poveretto, non è da credersi ch'egli non fosse roso dal verme della gelosia; aveva cercato anzi di sollevarsi alla dignità tragica del furore di Orosmane e di Otello, aveva assaporato, in teoria, la feroce compiacenza di ridurre in minutissimi pezzi il suo rivale e di sfolgorare la dama che sprezzava i suoi omaggi, ma un sentimento molto umano, la paura, calmava in lui gl'impeti del sangue. Egli sentiva che il cavaliere Arsandi, il quale lo passava di tutta la testa, avrebbe potuto farlo girare intorno a se stesso col dito mignolo e sentiva pure che una risata sonora della signora Amalia sarebbe bastata a sviare miseramente il fiume maestoso della sua eloquenza. E il tapinello, convinto della sua debolezza, quasi piangeva dal dispetto.—Iersera così ilare e oggi così turbata—disse l'Arsandi alla signora Nottoli, quando avevano già fornito quasi tutta l'ascesa, discorrendo pochissimo.—Turbata? Oh no—ella rispose con un sorriso che lasciò vedere la doppia fila de' suoi bellissimi denti.—Via, mi confessi che ha qualche cosa per il capo.—Oh non creda, ma è vero che in questi giorni sono d'umore variabile... Ci fu l'emicrania.—Singolare emicrania. Venuta e scomparsa in quella maniera!...—Sta a vedere che dubiterebbe... Oh eccoci giunti.Infatti erano sulla spianata del castello. Gli occhi della signora Amalia non tardarono a scoprire in un angolo il legno ch'era andato a prendere Gustavo. Ella si staccò dal braccio del suo cavaliere e mosse verso il ragazzo che le veniva incontro col berretto in mano.—Mio fratello è solo?... ella chiese.—Non signora, c'è con lui un altro, un bel giovane...Intanto si avvicinò la moglie del custode, e salutata la signora Amalia che già conosceva, le disse:—Quei signori stanno ad aspettare in sala d'armi.—Egregiamente. Andremo subito a raggiungerli. Ci accompagnate voi?—Sì, signora.Il resto della comitiva aveva côlto in questo dialogo solo quel che bastava per intendere che col Martelli c'era un'altra persona; non si capivapoi chi fosse questa persona, e la Matilde ne domandò conto a sua madre.—Lo ignoro,—replicò questa—vedremo.—Sempre nuovi seccatori!—borbottò il Benvoglio.Il Martelli e il suo compagno che stavano a un finestrone della sala d'armi guardando la pittoresca valle della Piave, si voltarono rapidamente appena intesero un suono di passi.—Ecco—disse Gustavo avanzandosi con la sua cera più gioviale—presento alla brigata il signor Arturo Arsandi che ha consentito a lasciar per un giorno la cosidettaregina dell'Adriaper salutare queste dame e fare un'improvvisata a suo padre. La signora Amalia Nottoli, mia sorella, mia nipote Matilde, il professore Benvoglio, membro dell'Istituto di scienze, lettere ed arti, e finalmente il cavaliere Michele Arsandi... Ma questo lo conoscete, non è vero, Arturo?—Ma bravo, signor Arturo—esclamò la signora Amalia porgendo cordialmente la mano al simpatico giovinotto—venga un po' a smentire suo padre che le aveva fatto una riputazione di uomo selvatico... Mio figlio, egli diceva, non lascerebbe le chiese, i palazzi, le gallerie di Venezia per tutto l'oro del mondo. È per questo ch'io non l'ho condotto meco, è per questoche sarebbe fatica gettata l'invitarlo... No, non si scusi, signor Arturo, lei ha risposto nel miglior modo a queste calunnie col venire... Che gliene pare, signor Michele?—ella soggiunse rivolgendosi all'Arsandi—Mi sarà grato di questa sorpresa che le procuro...—Ma sì, davvero, gratissimo—rispose il signor Michele che non sapeva ancora raccapezzarsi.Il giovane Arturo, il quale aveva salutato affettuosamente suo padre, si sarebbe forse accorto dell'imbarazzo di lui se la sua attenzione non fosse stata assorbita dalla Matilde. Ella gli pareva bellissima, e poi, cosa singolare, ella gli ricordava in modo strano la mezza figura di donna che lo aveva tanto colpito nell'albumpaterno. Così la curiosità mescevasi in lui all'ammirazione.—Non era mai stato in Italia?—gli chiese la signora Nottoli.—Mai—egli rispose—ma ora che ci sono, credo che non ne partirò più. Mi piace tutto in Italia, la natura, l'arte, la lingua...—Ma sa che per uno vissuto fin dalla nascita in Inghilterra, Ella parla l'italiano egregiamente?—Oh non mi aduli... Si discorreva sempre in italiano col babbo... del resto ho l'accento straniero... E ogni tanto avrei bisogno del dizionario... perchè mi manca un vocabolo e allora divento addirittura... ecco, per esempio,... babbo, come si dice in italianodumb?Il signor Michele era distratto e non gli diede retta; venne invece in suo soccorso la Matilde: —Muto—ella insinuò con la sua cara vocina.—Ecco un dizionario impreveduto—sclamò ridendo la signora Amalia.Arturo si voltò verso la bella ragazza che egli aveva fino a quel momento ammirata in silenzio, e le fece la solita domanda:—Sa l'inglese?—Vorrei saperlo com'ella sa l'italiano—replicò la giovinetta.Il ghiaccio era rotto e i due giovani si misero a conversare insieme. Non in inglese però; Arturo aveva un gusto diverso da quello di suo padre; egli amava bearsi nella musica della favella italiana che gli pareva cento volte più dolce sulle labbra della Matilde, e avrebbe creduto un sacrilegio il costringer quella parola viva e scorrevole al giogo di un idioma straniero; preferiva di gran lunga sembrar impacciato egli stesso, e farsi correggere dalla sua interlocutrice. Nè il dialogo aveva alcuna somiglianza con quello che s'era tenuto un paio di sere addietro tra la Matilde e il signor Michele. Non era una lotta di galanteria; era una conversazioneanimata, spontanea che aveva in sè il calore e la buona fede della gioventù. Arturo non rifiniva di parlar di Venezia, e, come sovente accade, egli, forestiero, rivelava alla Matilde, veneziana, cento bellezze da lei o ignorate, o non curate, o dimenticate, della sua città. Che non aveva egli veduto, che non aveva egli notato nella sua breve dimora in Venezia? Ed era in procinto di fare un giro nelle isole quando il signor Gustavo venne in traccia di lui e volle condurlo seco.—Se ne pente?—chiese la Matilde.—Oh no!—rispose Arturo guardandola fisso.La fanciulla abbassò gli occhi, arrossì un poco e si aggiustò le pieghe del vestito.—Scusi una mia curiosità—riprese il giovane, côlto da un pensiero—Aveva ella conosciuto mio padre prima d'adesso?... Era stata a Londra negli ultimi anni?—Io!—fece la ragazza maravigliata—Non fui mai fuori d'Italia.—E il babbo mancava dall'Italia da quasi venticinque anni... Dunque...—Dunque è impossibile quel ch'ella dice. Ma perchè questa domanda?—È strano... In un vecchio album del babbo c'è una mezza figura a lapis che le somiglia tanto...—Somiglia a me? Ma il signor Arsandi è pittore?—Disegnava una volta; ora non più.—Vede bene,una voltaio non potevo esser quella che sono adesso...—È giusto e m'avveggo di aver detto una grossa corbelleria.A esser sinceri, la Matilde credeva d'aver risolto l'enigma; quella mezza figura disegnata dal signor Micheleuna voltadoveva rappresentare sua madre; ma ella non trovava il verso di dirlo, appunto perchè cominciava a capire che qualche cosa doveva esserci stato fra sua madre e il cavaliere Arsandi.—Dev'essere una gran compiacenza per lei l'avere un figliuolo simile—osservò la signora Amalia al signor Michele.—Oh... s'immagini...—Via, Arsandi, siate galante—soggiunse il Martelli—Confessate che anche mia sorella può essere orgogliosa di sua figlia... Guardate che bella coppia!—Bellissima... veramente...La signora Amalia scoppiò in una delle sue risate sonore.—Ma, signor Michele, e ha coraggio di dire a me che sono d'umore variabile?... Si giurerebbe ch'ella ha incontrato per queste sale ladonna bianca.—Io vorrei che parlassimo un pochino sul serio.—Adesso? Qui?... Oibò!... Le darò udienza, a casa, stassera.—Il signor Michele è un uomo di spirito, ma suo figlio è molto più simpatico—disse la Matilde a sua madre giunti che furono alla villa.La signora Amalia si stropicciò le mani in silenzio.
—Bellissimo uomo quel forestiero!—disse la cameriera della signora Amalia, mentre aiutava la sua padrona a spogliarsi.
—Sì—rispose con piglio indifferente la vedova—è ben conservato.
—Ma, scusi, quanti anni può avere? Trentasei o trentasette al più.
—Con la coda... Ne ha quarantacinque....
—Mi canzona? Quarantacinque.... Oh allora poi....
—Ebbene?
—Nulla... Una mia fantasia... Nulla, nulla.
E si mise a ridere.
—Sentiamo questa fantasia—insistè la signora un po' infastidita.
—Oh una sciocchezza... Cose che non si sa nemmeno come vengano in capo... Quasi quasisupponevo che potesse essere un partito per la signorina..
—Per la Matilde! Siete matta?.... Quarantacinque anni.... vedovo....
—Anche vedovo?
—Sicuro! E con un bambino di ventidue anni.....
—Madonna santa! Quand'è così....
—Ma vorrei un po' sapere che razza d'idee vi frullino nel cervello.... E su che basi?
—Mi perdoni... Ha ragione Lei... Che vuol che le dica? M'era venuto quel ghiribizzo vedendo che il signore forestiero e la padroncina stavano volentieri in compagnia.
—Furba davvero! Se non avete migliori indizi di questo... Basta, basta; andatevene a letto e tenete la lingua a casa.
Chi si corruccia ha torto, dice il proverbio, e la signora Amalia s'era corrucciata, tanto più che mentre la cameriera le acconciava i capelli da notte, ella aveva visto nello specchio certi riflessi argentini, che piacciono assai più nelle acque di un ruscello che nella chioma di una donna. Ma era dunque possibile? Ma il dubbio che le si era già affacciato allo spirito, aveva dunque un fondamento di verità? E ciò che le pareva assurdo era giudicato naturale dagli altri? E il signor Michele, che era stato in procinto di diventaresuo sposo, ardiva adesso, rivedendola dopo venticinque anni, fare il vagheggino a sua figlia? E la Matilde gli dava retta? Oh per poco! Avrebbe ben ella, sua madre, impedito che la fanciulla sciupasse le primizie del suo cuore con un libertino sfrontato! Meno male ch'ella aveva già tirato un colpo a fondo pubblicando ai quattro venti, al cospetto della Matilde, l'età del figliuolo del signor Michele!
Mentre faceva queste riflessioni, la signora Amalia passeggiava su e giù per la camera in pienodéshabillé.
Come si stenta, nel mondo fisico, a trovar corpi semplici, così si stenta a trovar sentimenti semplici nel mondo morale. E direi quasi che ogni nostro sentimento, per diventar forza attiva, ha bisogno di una piccola infusione di sentimenti contrari. Ciò vale soprattutto nei sentimenti più nobili, i quali sono come i metalli preziosi che non resterebbero in circolazione senza una lega di metalli più bassi.
La collera della signora Amalia derivava da una serie di cause. Certo vi aveva il suo posto anche la naturale ansietà della madre. Lo sposo ch'ella vagheggiava per la sua Matilde non viveva finora che nella sua fantasia. Doveva esser giovane, bello, generoso d'animo e gagliardo d'ingegno, e nessuno fra quelli che avevano chiestoo fatto chiedere la mano della ragazza aveva corrisposto al suo tipo. Figuriamoci se poteva corrispondervi il cavaliere Arsandi! Oh! s'egli avesse avuto venticinque anni meno! Ma quando egli li aveva questi venticinque anni meno, la Matilde non esisteva neppure e c'era invece un'altra fanciulla che s'era lasciata affascinare dall'incanto della voce e degli occhi del signor Michele, e aveva sognato con lui il suo primo sogno d'amore. Quella fanciulla era lei, lei medesima, quell'Amalia Nottoli, oggi vedova e madre, com'era padre e vedovo anch'egli. E così, a poco a poco, quasi senza ch'ella se ne accorgesse, la sua persona faceva capolino, e l'orgoglio offeso si metteva a paro con la sollecitudine materna a ordir la tela dei suoi ragionamenti.
Il più difficile era giungere a una conclusione sulla via da tenersi. C'era un partito eroico, quello di prendere a quattr'occhi il signor Michele, fargli intendere la sconvenienza della sua condotta, e dargli pulitamente il benservito. Ma in verità non bisognava nemmeno pensarci. Come licenziare un ospite pella sola colpa di essersi mostrato gentile verso la padroncina di casa? Chi non avrebbe detto che c'era di mezzo un dispettuccio della signora Amalia, punta di non essere corteggiata abbastanza? Mettere inguardia la Matilde dimostrandole sul serio che il signor Michele non era fatto per lei? Sarebbe stata un'imprudenza: da Eva in poi le donne amano il fratto proibito e il cervellino della Matilde non era più sano di quello della sua progenitrice. Restava la cosidetta politica d'osservazione: seguire cioè i passi del nemico senza dar fuoco alle miccie, ma lasciandogli scorgere ch'egli è invigilato. Posto così sull'avviso, probabilmente il signor Michele avrebbe fatto senno e suonato a raccolta.
Queste ultime considerazioni la signora Nottoli le faceva dopo aver già spento il lume, acconciata la testa sul capezzale, e tirate su le coltri in modo da non lasciar fuori che la punta della sua cuffia da notte. E secondo le idee che le frullavano in capo quella punta oscillava con maggiore o minore vivacità. A poco a poco però i movimenti divennero sempre più tardi, come di un battaglio che non arriva a toccare le pareti della campana, sinchè finirono affatto. La signora Amalia aveva preso sonno e russava decorosamente come una donna di quarantadue anni ha il diritto di fare.
Ed ella sognò. Sognò di esser tornata ragazza e di avere a' suoi piedi un bell'artigliere nell'uniforme deiBandiera e Moro, e di sentirsi bisbigliar da lui le più dolci promesse d'amore,a cui ella rispondeva con le lagrime agli occhi e il sorriso sul labbro. Ed egli copriva di baci la sua mano, quando ad un punto lo sguardo di lui si rivolgeva da un'altra parte, si fissava sopra un'altra immagine. Una giovinetta tanto simile a lei da potersi pigliare in iscambio appariva d'improvviso sulla scena, e con un cenno giunonico del capo chiamava a sè l'artigliere, che non esitava un istante a obbedirle. Non c'era dubbio; quella giovinetta, al gesto, all'aspetto era la Matilde, quell'artigliere era Michele Arsandi. E prima ch'ella potesse lagnarsi del subito ed incivile abbandono le si affacciava un terzo e assai noto personaggio, nientemeno che il signor Nottoli buon'anima. Nè egli si presentava sotto le forme paurose di fantasma, ma con la sua florida apparenza di ecclesiastico investito d'una grassa prebenda; nè alzava il dito e la voce ad ammonire, come si afferma esser costume dei defunti, ma chiedeva assai rimessamente alla moglie che gli saldasse un bottone del soprabito.
In mezzo a questa confusione di date e di individui, di serio e di comico, la signora Amalia si svegliò che già il sole tremolava sul soffitto della sua camera. Ella non aveva ancora finito di stropicciarsi le palpebre quando udì il rumore di una carrozza che entrava in giardino ela voce dello stalliere che diceva: È qui il signor Gustavo.
La signora Amalia, che non s'aspettava l'arrivo di suo fratello così presto, pensò di confidare a lui le sue dubbiezze. Perciò, scese di balzo dal letto, corse alla finestra, aperse lo spiraglio di un'imposta e gridò:—Gustavo! Gustavo!
Il chiamato alzò il capo e veduta la sorella la salutò con la mano soggiungendo—Addio, addio, ci vedremo più tardi. Ho patito la notte e voglio dormire un paio d'ore.
—No—replicò la signora Amalia—dormirai dopo. Mi preme di parlarti. Vieni su un momento, nel mio gabinetto da lavoro. Passo una vesta da camera e sono subito con te.
—Che diamine può aver mia sorella?... pensò il signor Gustavo mentre saliva la scala dopo aver consegnato al cameriere la sua valigia, ilplaide gli ombrelli. Il signor Gustavo era di quattro anni più giovane della signora Amalia, aveva come lei una certa tendenza alla pinguedine, era di statura media con baffi castani e capelliidem, che però cominciavano a cadergli lasciandogli a poco a poco una fronte da pensatore. Ed era cosa a cui egli non teneva punto. Ingegno pronto, vivace, cultura non iscarsa, ma superficiale, era piuttosto un uomodi spirito che un uomo di studio. Avrebbe potuto riuscir deputato, ma preferiva starsene in disparte criticando destra e sinistra. Del resto era un buon diavolaccio e nella sua maldicenza raramente maligno.
La signora Amalia, fedele alla sua parola, non aveva fatto che infilare una vesta da camera.
—Dio buono!—esclamò il signor Michele appena la vide—perchè una signora elegante si presenti in quello stato ad un uomo, sia pur suo fratello, bisogna che ci sia qualche cosa di molto grave...
—Andiamo, Gustavo, sii serio. Debbo chiederti un consiglio. Sai chi c'è qui?
—Quell'amabile creatura del professore Benvoglio, m'immagino. L'ospite inevitabile della tua villeggiatura..... Ah mi viene un'idea, ti saresti decisa di sposarlo?
—Che sciocchezze! Chi parla del professore Benvoglio?
—Ma non è lui che è qui?
—Sicuro, ma ce n'è un altro.
—O chi dunque?
—Indovinalo in mille.
—È inutile, non ci arrivo.
—Michele Arsandi.
—Michele Arsandi!
—Egli in persona.
—È venuto da Londra?
—Già, a meno che non siamo noi a Londra credendo d'essere a Conegliano.
—Hai ragione, sono uno stordito..... Ma adesso capisco tutto..... Egli viene a ridomandare la sposa dopo venticinque anni... Amalia, Amalia, ricordati i versi di Dante:
Questa è colei che s'ancise amorosaE ruppe fede al cener di Sicheo.....
—Questa mattina tu non capisci proprio nulla...
—Spiegati allora.
—Io sono fuori di questione affatto. Nè il signor Arsandi ha la matta idea di chiedere la mia mano, nè io ho quella più matta ancora di accordargliela.
—Quand'è così, non mi raccapezzo più.
—La mia paura si è—continuò la signora Amalia—che egli voglia prender nelle sue reti la Matilde.
—Mia nipote? Ah tu scherzi! S'egli può esser suo padre.
—Senza dubbio, ma se tu vedessi che aspetto fresco egli conserva.
—Eh me lo immagino. Nel 1866 pareva ancora un giovinotto. È vero che son passati otto anni.....
—Per lui non passano—disse la signoraAmalia con un tuono che teneva il mezzo fra l'ammirazione e il dispetto.
Suo fratello le fissò in viso uno sguardo penetrante e leggermente ironico; indi continuò:—Vorrei sapere su che appoggi i tuoi sospetti. Da quanto tempo è qui l'Arsandi?
—Da ieri alle sei.
—Della mattina?
—No, del dopo pranzo.
—E così presto?..... Ah perdonami, voglio ammettere che i veterani della galanteria siano formidabili, ma che in una sera soltanto un nomo possa mettere in pericolo il cuore d'una ragazza, con la quale probabilmente avrà parlato sempre in presenza della madre.....
—Sì certo, ma ha parlato un'ora in inglese...
—Eh via... in ogni modo—rispose il signor Gustavo ridendo—le tue paure non hanno senso comune. Sai una cosa? Tu fai la donna forte, ma non puoi dimenticare l'artigliere del 1849, e i tuoi scrupoli nascono da un tantino di gelosia... Non andare in collera... Son casi che nascono... La madre rivale della figlia, commedia!
—E tu sei sempre un ragazzaccio—ripigliò la signora Nottoli.—Io ti ripeto che non ci entro, che non so che farne del signor Arsandi, ma che non voglio niente affatto ch'egli si mettain capo di corteggiare la Matilde... E che egli abbia questa intenzione si capisce subito...
—Ma come?
—Dio mio! In tutti i modi. È venuto qui ch'io non c'ero. L'ha vista in giardino, ha cominciato, Dio sa con quanta buona fede, a prenderla in iscambio per me...
—Era un complimento anche questo?
—Fratello amabilissimo! Sì, voleva essere un complimento. Poi l'Arsandi fu tutta la sera con la Matilde, giuocarono a scacchi, parlarono in inglese, e anche la mia cameriera ha notato che stavano molto volentieri in compagnia.
—Ma scusa, il signor Arsandi ha intenzione di trattenersi in villa per un pezzo?
—Sono io che l'ho impegnato a rimanervi almeno per una settimana. Non avevo ancora questo spino...
—E a proposito, che ce n'è del suo pargoletto?
—Del figlio del signor Michele?
—Sì, di quello che ho conosciuto a Londra nel 1866. Era già grande e grosso quasi come suo padre.
—È a Venezia.
—È a Venezia con lui e non lo ha condotto qui?
—No. Del resto ciò si capisce. Egli volevafare una visitina di poche ore... Perchè sorridi? Che ghiribizzo ti frulla in capo?... Forse una nuova impertinenza...
—Tutt'altro... È una mia idea che ti comunicherò più tardi. Intanto lasciami ripetere che tu hai fatto d'un topo una montagna e che non meritava, per questa gran ragione, d'insidiare due ore di sonno a un povero diavolo... Esaminerò io stesso la posizione. Ma bada che se c'è un pericolo per la Matilde, ne hai colpa tu.
—Io?
—Sicuro, col non volere che nessun giovinotto frequenti la tua casa, col rallegrare la tua villeggiatura soltanto della presenza del professore Benvoglio, fai sì che ogni uomo tollerabile paia alla Matilde un portento di bellezza e di amabilità... Basta, non voglio salire in cattedra... Vado invece nella mia camera... E tu pure, sorellina cara, fa un po' ditoilettee presentati nella tua ordinaria maestà... Diamine!Il faut frapper l'imagination des peuples, come dice Calcante nellaBelle Hélène...
Dopo avere impartito tutte queste ammonizioni tra il serio ed il faceto, Gustavo si incamminò rapidamente verso la camera ch'egli soleva abitare in casa di sua sorella. Ma era destinato che quella mattina egli non potesse fare il piacer suo, perchè mentre saliva una scala s'imbattè nel signor Michele che ne scendeva canterellando, lindo, fresco e sorridente come uno zerbinotto.
—Dove andate?—chiese questi dopo scambiati i primi saluti.—In camera vostra? Oibò! Dormirete stanotte. Sono ormai le sette passate, e c'è un sole di paradiso. Facciamo un giro in giardino.—E senz'aspettare risposta il cavaliere Arsandi passò il suo braccio sotto a quello del signor Gustavo, lo costrinse a fare un mezzo giro e lo condusse seco.
—Il mio caro Martelli—ripigliò il signor Michele appena l'altro ebbe cessato da ogni resistenza—come sono lieto di rivedervi dopo otto anni... E come vi trovo bene!
—Eh! Bene fino ad un certo punto... s'impingua... Voi piuttosto avete il segreto della giovinezza eterna... Nemmeno un capello bianco?
—Nemmen uno. E voi?
—Io finirò presto col non aver capelli di nessun colore—rispose il Martelli scoprendosi il capo.—E sì che ho consultato le quarte pagine di tutti i giornali... Ma voi pure, per mantener quella tinta, avrete ricorso a qualche specifico di quelli che figurano sotto l'intestazioneCanuti! Canuti! Canuti!
—Siete matto? Insomma che età mi date?
—Via, non mi negherete che io ero un ragazzo...
—Quand'io ero un ragazzo più grande... Nel 49 avevo vent'anni...
—E io tredici.
—Sett'anni di differenza in tutto...
—Eh sì, ma il guaio sì è che pare che voi li abbiate di meno e io di più.
—Oh questo no... Ma è un fatto ch'io mi sento giovane, caro Martelli, giovane di cuore e di membra...
—Si direbbe che la vedovanza conservi megliodel celibato. Ma narratemi un po' come vi venne il pensiero di far questa visita a mia sorella?
—Vi dirò, volli vedere s'ella mi serbava rancore dopo tanto tempo.
—E trovaste?
—L'accoglienza più affettuosa, più schietta, più spontanea ch'io potessi immaginarmi... Ero venuto per poche ore, e scrivo oggi a mio figlio a Venezia che mi tratterrò una settimana.
—Arturo è dunque con voi?
—Sì, ma sarebbe una crudeltà farlo muovere da Venezia; egli è artista, ogni monumento lo rapisce, ogni bel quadro lo esalta, ed egli non sa più avvicinarsi alla finestra della nostra camera daDanielisenza mettere un grido di ammirazione... Ma, passando ad altro, permettenti ch'io mi congratuli con voi di vostra nipote.
—Ci siamo—pensò Gustavo. Quindi con una risatina—Vi piace davvero?
—Ha tutta la bellezza, tutta la grazia di sua madre, più il fascino della gioventù.
—Sì, è simpatica, buona anche, intelligente, un cervellino bizzarro forse... non so che riuscita farà.
—Oh scettico incorreggibile... Farà una riuscita ottima, semprechè trovi un uomo a modo.
—Gli uomini a modo son così rari... E poi la famiglia va diventando a poco a poco una istituzione impossibile.
—Spiegatevi.
—È facile. Le idee sono cresciute in maniera che non vi sono più entrate che bastino. Ogni ragazza, per modesta e discreta che sia, porta seco l'indivisibile compagno del Regno d'Italia, ildeficit.
—Esagerazioni. C'è di vero una cosa sola, che la situazione della piccola borghesia è ogni giorno più difficile... Ma vostra nipote può mirare ben più in alto...
—All'aristocrazia forse? Peggio. Fumo senza arrosto. Alla banca? Peggio ancora. Non mi fido dei dividendi.
—A sentirvi, vostra nipote dovrebbe finire coll'andar monaca.
—Dio guardi. Il Parlamento italiano non ha fatto altro di buono che sopprimere le corporazioni religiose. È vero che con la sua logica ordinaria dopo averle soppresse le ha lasciate sussistere. In ogni caso, monaca no.
—E allora?
—Il Signore provvederà. Del resto io c'entro poco. È una faccenda della Matilde e di sua madre. Io non sono che un membro del consiglio di famiglia. Mia sorella ha idee bizzarre.Vuole l'araba fenice. Un bel giovane, ricco, ben educato, intelligente, un poco ambizioso, ecc. Se avete un partito da offrirle, eccola che viene, anzi eccole, perchè c'è pure la Matilde.
—Dove?
—Là, dall'altra parte del giardino—rispose Gustavo segnando col dito.—Non ci vedono perchè sono infatuate a discorrer fra loro. Adesso sono nascoste dietro una macchia di lauri. Ricompaiono un istante... Spariscono di nuovo perchè scendono la collinetta... Fanno certo il giro del lago e quindi non le incontreremo che di qui a tre o quattro minuti... Avete tempo di prepararvi.
La signora Amalia stava scandagliando il cuore di sua figlia. Il dialogo era naturalmente caduto sul nuovo ospite, che la Matilde trovava compito, amabilissimo, un vero gentiluomo, e di un aspetto così giovanile da non potersi comprendere come egli avesse un figliuolo di ventidue anni.
—Eppure è così—replicò la signora Amalia—e non c'è nulla di strano, perchè il cavaliere Arsandi ha i suoi quarantacinque anni sonati.
—Sarà, ma non li mostra. Bisogna dire che l'aria d'Inghilterra mantenga gli uomini così. Guarda lo zio Gustavo, ch'è certo più giovanedel signor Arsandi, se non pare invece più vecchio di lui. E il conte Onaldi che sposò la Lina Carenti? Ha ventisei anni ed è tutto cascante e sfiaccolato. E il figlio del dottor Menici che è promesso alla Leonora Raboni? Pare un baco da seta.
—Verissimo, ma non bisogna prendere per buona moneta la freschezza degli uomini maturi. Gran pomate, mia cara, gran tinture, e se occorre anche il busto per tenersi ritti.
—Il busto!—esclamò ridendo la ragazza.—O che ci hanno da fare gli uomini del busto? E che anche il signor Arsandi?...
La cosa sembrava così comica alla Matilde, ch'ella non riusciva a frenare la sua ilarità. Evidentemente sua madre aveva toccato il tasto giusto e il signor Michele era perduto nell'opinione della ragazza se non era in grado di scagionarsi delle accuse fattegli dalla sua antica amante. Ma come scagionarsene se non le conosceva?
Svoltato un sentieruccio tortuoso e coperto, le due signore erano entrate in un viale di tigli lungo il quale si avanzavano il signor Michele ed il signor Gustavo.
—C'è anche lo zio?—disse la Matilde a sua madre.—Non s'era ritirato nella sua camera?
Quindi senz'attendere risposta gli corse incontro,gli porse ambe le mani e si lasciò baciare sulle due guancie.
—Beati gli zii!—pensò il signor Michele. Poi fece anch'egli i suoi saluti, e vide o credette vedere nella Matilde una certa aria sospettosa che lo turbò alquanto.—La mia paternità mi ha rovinato—egli disse fra sè.
Intanto era sopraggiunta la signora Amalia. Indossava un elegantissimo abito dialpagàgrigio a sgonfietti con guarnizioni d'una tinta più oscura; in testa s'era acconciata con artistica negligenza un fisciù di lana rossa che faceva spiccare il bruno colore de' suoi capelli. La Matilde invece aveva un vestito dipercallea fondo bianco con righe celesti e un nastro pure celeste alla cintola; portava un cappellino rotondo di Firenze con fiori di campo. Nessun altro ornamento alla sua persona che si disegnava così in tutta la giusta proporzione delle membra.
—Per bacco! Siete due figurini—disse il Martelli rivolgendosi alle due donne.—Anche l'amico Arsandi è azzimato come unlion. Non ci sono che io in unatoeletteindecorosa. Vi saluto e vado in camera a provvedere alla mia riputazione.
Con queste parole si accomiatò dalla brigata. La signora Amalia lo seguì per alcuni passi e gli chiese—Hai capito nulla?
—Mi pare che tu non abbia tutti i torti—egli rispose—ma vedremo più tardi.
Entrato in casa, trovò nel salotto terreno il professor Benvoglio steso su una poltrona con un libro in mano.
—Oh signor professore, come va?—disse Gustavo.—Sempre fresco già, sempre galante. E perchè non scende in giardino con questo bel tempo?
—Scenderò or ora. Ho l'abitudine di non uscir mai senza essermi prima ristorato con una buona lettura.
—Eccellente abitudine. E che libro legge?
—Oh non son libri per loro signori che vanno in cerca di novità... Vecchiumi, roba da rigattieri.
—Via, mi lasci vedere.—E con gentile violenza prese di mano il volumetto al titubante professor Benvoglio.—Oh che bel titolo! E che lungo! Quasi più lungo del libro.Di alcuni modernuzzi e tisicuzzi scrittorelli di cianciafruscole all'uso francioso, per Antonluigi Ceccherillini, accademico della Crusca, ecc. ecc.
—Io sono innamorato sopratutto—soggiunse il Benvoglio ripigliando il suo libro—della perizia con cui l'autore maneggia il participio. Datemi il participio, e vi darò lo scrittore, diceva...
In quella entrò nel salotto un cameriere con un servizio di caffè e latte, burro e panini abbrustoliti, e il professore Benvoglio, interrompendo il suo dotto discorso, si affrettò verso la tavola ov'era stata deposta tutta questa grazia di Dio.
—Oh professore, la lascio a ristorarsi con la sua lettura—disse con aria ironica il signor Gustavo. E uscì dalla stanza.
—Motteggiatore insopportabile!—brontolò il Benvoglio!—Non c'è proprio più gusto a stare in questa villa. Non c'è proprio più gusto—egli ripetè, immollando nel caffè e latte il primo crostino.
Sullo scorcio di quel giorno il signor Michele si trovava nella condizione di un generale, che senz'aver vinto la battaglia crede però di essersi assicurate le posizioni che gli renderanno più facile la vittoria il domani. Egli aveva fatto prodigi. Convinto che gli nuoceva presso la Matilde il saperlo padre d'un figliuolo grande e grosso, egli voleva mostrarle che conservava tutto il vigore, tutta l'elasticità di un giovinotto. La mattina, accompagnando a piedi la signora Amalia e la Matilde in una gita sull'asino sopra un colle vicino alquanto ripido e sassoso, egli aveva maravigliato l'asinaio per la celerità del suo passo sicuro e la spigliatezza de' suoi movimenti, e aveva sorpreso più volte la Matilde intenta a guardarlo con una certa compiacenza.
Più tardi il Martelli gli procurò contro voglia un maggiore trionfo.
—Come va l'equitazione?—chiese lo zio alla nipote.
—Male—risposero ad una voce la ragazza e sua madre. E quest'ultima continuò:—Bisognerà vendere Lilì perchè non c'è caso di montarla. Ha rovesciato lo stalliere e Matilde, e io non voglio che nessuno ritenti la prova.
—Oh—disse il Martelli, che passava per un discreto cavallerizzo.—Volete vedere ch'io domo questo bucefalo?
—No, no—sclamarono le due donne—andrai certo con le gambe all'aria.
Questa soluzione tutt'altro che eroica solleticava pochino la vanità dello zio di Matilde, che avrebbe battuto ritirata assai di buon grado, ma venne l'Arsandi a rianimare il suo coraggio.
—Orsù, Gustavo, se non ci riuscite voi, mi ci sperimenterò io...
—Ah mio caro—replicò questi ferito nel suo amor proprio—se non ci riesco io, credo che nemmen voi farete miracoli.
Le signore si opposero fiaccamente. Esse avevano ormai una certa curiosità di vedere come sarebbe andata a finire questa specie dì sfida.
Ma concordi in ciò, non erano punto all'unissono nei loro voti. La signora Amalia avevail maligno desiderio di contemplare il petulante suo ospite lungo disteso sull'erba del prato, la Matilde invece gli augurava un pieno trionfo.
Quando lo stalliere ebbe l'ordine di sellare la riluttante Lilì, egli scrollò il capo con un risolino sardonico.
—Vorranno almeno cascar sul molle?—egli disse.
—Sì, sì, sul prato—rispose la Matilde che aveva dato gli ordini.
—Ma si sciupa l'erba—osservò il giardiniere ch'era lì per caso.
—Meglio l'erba che il collo—soggiunse sentenziosamente Marco, un giovinetto che serviva di sostituto al cocchiere.—Non è vero, padroncina?
La Lilì era una bella bestiuola di pelo bigio picchiettato di bianco. Non si sarebbe creduto a primo aspetto ch'ella fosse così indomita; si lasciava avvicinare, lisciare, palpare senza dare il minimo segno d'impazienza. Tollerava anche la sella, ma non tollerava il cavaliere.
—È questo l'animale feroce?—chiese il Martelli tostochè vide la Lilì.—E dove la conducono?
—Qui davanti, sull'erba—rispose la signora—È condizionesine qua non.
—Bah! Che paure ridicole!
—Gustavo, non fidarti.
—Ma se pare un agnellino?
—Latet anguis in herba... Non va bene, professore?—soggiunse la vedova indirizzandosi al Benvoglio che si avvicinava per godere anch'egli dello spettacolo. Il professore teneva l'occhialino sul naso e componeva le labbra a un sorriso di approvazione.
—Va benissimo, signora Amalia, va benissimo. Lei potrebbe imparar tutto... Ma bravo, signor Martelli, domi lei questo quadrupede. Sono esercizi pegli uomini e non per le signorine:
Pera chi osò primieroDiscortese commettereA infedele corsieroL'agil fianco femmineo,
come cantò il nostro Foscolo.
Intanto il signor Gustavo si era avvicinato alla bestia. Lo stalliere rideva sotto i baffi, il signor Michele osservava tutto in silenzio affine di poter trar partito dell'esperienza del suo competitore se per avventura questi faceva un capitombolo. La Matilde, che mostrava una certa inquietudine, si avanzò uno o due passi sul prato, sollevando i lembi del vestito e lasciando in questa maniera veder due piedini d'angiolo, suppostoche vi siano angioli e che gli angioli abbiano piedi.
—Ah eccomi!—gridò il Martelli in aria di trionfo appena fu in sella. Ma non aveva ancora finito l'esclamazione che la Lilì, alzando con un salto poderoso le zampe posteriori, ritirando le orecchie e abbassando il capo in modo da formare un ripidissimo piano inclinato, lo aveva già fatto scivolare sull'erba con la maggior grazia che si possa immaginare.
—Ti sei fatto male, Gustavo? Ti sei fatto male, zio?—chiesero la signora Amalia e la Matilde frenando a stento la gran voglia che avevano di ridere. Quanto allo stalliere e al professore Benvoglio, essi ridevano davvero. Il solo Arsandi era impassibile.
—Male no—rispose il Martelli che si era anche alzato e si palpava qua e là—male no, ma in nome di Dio, perchè non avvertire che il cavallo aveva questo vizio?
—Scusi—osservò lo stalliere a cui pareva diretto questo rimprovero.—Ella era così sicuro del fatto suo.
—E poi—soggiunse la Matilde—non bisogna mica credere che la Lilì usi sempre lo stesso metodo. A me, per esempio, mi ha rovesciata dalla parte opposta.
—Bisogna ch'io muti vestito—rispose Gustavoguardandosi i calzoni.—Sono verde come una lucertola.
—Fino al polsini—notò la Matilde.
—Già, ho dovuto pur ripararmi mettendo le mani avanti.
—Oh povero zio, povero zio!
—Non mi canzoni, bricconcella. Adesso ne vedrà un altro con le gambe all'aria. Amico Arsandi, volete rinunziare alla partita?
—Nemmen per idea.
—Badi, badi—disse la ragazza combattuta tra la paura ch'egli finisse col farsi male e il desiderio di vederlo uscir vittorioso dalla prova.
—Eh! il cavaliere Arsandi è un uomo troppo valoroso da ritirarsi dinanzi a un pericolo—osservò il professor Benvoglio che sperava di veder per terra anche l'antipaticissimo signor Michele.
—Non mi ritirerei se non in un caso—replicò questi—che il professore volesse montare in vece mia.
—Discorsi senza sugo—brontolò il Benvoglio facendo due passi indietro.
La Lilì s'era intanto ricomposta alla solita calma. Ella era in mezzo al prato, ritta sui garretti, con la testa immobile e con l'aria mite e benevola della più docile bestia del mondo.
—Ah gesuitessa!—mormorò lo stalliere passandole la mano sulle orecchie.
In un batter d'occhio il signor Michele inforcò il malfido animale. La Lilì rinnovò immediatamente la manovra che le era così ben riuscita col suo primo cavaliere; poi, vistasi fallire il colpo, cambiò tattica e s'impennò sulle zampe posteriori, tantochè il signor Michele, per non perdere l'equilibrio, dovette piegarsele vivamente sul collo. Superata la seconda crisi non fu però vinta la lotta, chè il cavallo ricorse a tutte le insidie e a tutte le sorprese le quali valessero a liberarlo dall'incomodo fardello.
Gli spettatori seguivano con attenzione intenta le vicende di questo duello, la signora Amalia un po' inquieta, la Matilde un po' pallida, il Martelli, il Benvoglio e lo stalliere animati dall'umano desiderio che il signor Michele pagasse il fio della sua tracotanza.
Il professore continuava ad evocare le sue ricordanze classiche:
Ardon gli sguardi, fumaLa bocca, agita l'arduaTesta, vola la spuma...
Dopo un paio di minuti la battaglia fu decisa. La Lilì s'accorse che aveva trovato una mano capace di domarla, e ansante, molle di sudore,ristette da ogni ulterior resistenza. Il signor Michele la condusse fuori dello strato erboso sopra uno dei sentieri di ghiaja, e tenendo le briglie con una sola mano si levò con l'altra il cappello a modo dei cavallerizzi, e salutò cortesemente il suo pubblico, quindi mise al trotto il quadrupede.
—Bravo! bravo!—esclamarono tutti con un entusiasmo più o meno sincero. E la Matilde, che di pallida s'era fatta rossa, si avvicinò alla signora Amalia senza perder d'occhio il bel cavaliere e le disse:—Ah mamma, non mi darai mica ad intendere che il signor Michele abbia il busto!
Il primo momento che il Martelli e sua sorella furono soli, sicuri che la piacevole compagnia del professore Benvoglio impediva al cavaliere Arsandi e alla Matilde un pericolosotête-à-tête, si guardarono in viso con aria contrita.
Gustavo ruppe per primo il silenzio.
—Nous sommes enfoncés, sorella mia gentilissima. Il nemico guadagna terreno continuamente.
—Pur troppo—rispose la vedova.
—Sei disposta a diventar suocera del cavaliere Arsandi?
—Nemmen per idea.
—Allora licenzialo. In fin dei conti sei in casa tua.
—È presto detto. Come si fa?
—Ci vuol tanto? Lo chiami a te e gli ricordi tre cose.Primo, che venticinque anni addietro egli spasimava per i tuoi begli occhi;secondo, che egli potrebbe esser padre, per l'età, della Matilde;terzo, che egli è vedovo e ha un figliuolo grande e grosso; tre eccellenti ragioni, mi pare, per levargli il ghiribizzo di far la corte sul serio a mia nipote. Che se poi vuol soltanto amoreggiarla per passatempo, egli può rivolgersi altrove... In ambo i casi, credo, tu sei nel pieno diritto di mandarlo pei fatti suoi...
—Già voi altri uomini vi fate tutto facile—replicò infastidita la signora Amalia.
—E allora rassegnati. Il cavaliere Arsandi è un bell'uomo, è ricchissimo, è pieno di spirito, cavalca a maraviglia, si arrampica pei monti con l'agilità di un camoscio; egli renderà felice tua figlia.
—No, no, mille volte no... Gli è che non vorrei pigliar questa faccenda in epico,... non vorrei venire a troppe spiegazioni con la Matilde,... mi piacerebbe invece che quel petulante subisse uno smacco.... Ma non avevi un'idea?
—Eh se potesse riuscir quella, sicuro che il messere sarebbe menato pel naso come si deve... Ma chi sa se riesce, e poi chi sa se tu l'approvi?
—Via, fammela conoscere.
—Ecco—principiò il Martelli, ma siccome mentr'egli parlava comparve la Matilde, i due interlocutori si ritirarono fuori degli occhi di tutti, perfino dell'autore, il quale può dirvi soltanto che al termine del colloquio la signora Amalia era molto gioviale.
A pranzo Gustavo annunziò che doveva partire quella sera stessa e che sarebbe tornato il posdomani. Andava, egli disse, a Treviso per una faccenda.
—Siamo d'accordo—gli bisbigliò all'orecchio sua sorella mentr'egli saliva in carrozza.—Il telegramma vuol dire che non verrai solo.
—E c'incontreremo?
—Nel luogo inteso... Ma tu bada alla giornata di domani...
—Non dubitare.
La sera passò assai meno piacevolmente di quello che il nostro Arsandi si fosse aspettato. Sull'imbrunire la signora Amalia annunziò che sentiva l'avvicinarsi di una delle sue emicranie, di quelle emicranie che non le duravano mai meno di ventiquattr'ore e la rendevano esigente e fastidiosa.
—Ma non eri guarita?—chiese la Matilde alquanto sgomentata da questa notizia improvvisa.
—Credevo d'esser guarita—rispose dispettosamente la signora Amalia—ma non ci ho mica colpa se ho una ricaduta.
Il cavalleresco professor Benvoglio colse l'occasione per offrire alla sua dama crudele di andar egli in persona, se occorreva, a chiamare il medico e a prendere le medicine, a meno cheella non preferisse di appoggiarsi al suo braccio e di tentare l'esperimento di una passeggiata all'aria aperta. Facesse insomma di lui quello che voleva, lo mettesse alla prova, non lo lasciasse inoperoso mentr'ella soffriva.
Ma la vedova inesorabile, in tuono molto asciutto, lo pregò che non le desse noja; ch'ella non si era mai sognata di chiamare il medico per l'emicrania e che non era così pazza da uscire a quell'ora col mal di capo; onde stesse quieto, si accomodasse sulla sua poltrona a farvi il solito chilo, e al suo svegliarsi giuocasse una partita a scacchi col cavaliere Arsandi.
Questi, che nella speranza di un po' di maggior libertà con la Matilde non aveva saputo affliggersi troppo della indisposizione della signora Amalia, fu ora gravemente turbato dalla proposta che gli veniva fatta. Avrebbe voluto schermirsi, ma la sua ospite non gliene lasciò il tempo, e tendendogli la mano dal seggiolone dove si era sdrajata:—Povero signor Michele—gli disse—mi dispiace davvero quanto accade. È una fatalità che la emicrania debba essermi capitata proprio oggi. Oh ma passerà. Intanto per poche ore mi tolleri come la più uggiosa creatura che dar si possa. Non istò ritta e non voglio andare in letto, non istò sola e non voglio sentir romore, e tengo inchiodatavicino a me questa povera ragazza—e accennò a sua figlia—con l'ufficio di farmi dei bagni freddi sulle tempie. Abbia pazienza, signor Michele, fumi un sigaro in giardino oppure ordini cocchiere che attacchi e faccia una trottata, poi, sulle otto, sia qui e giuochi agli scacchi. Siamo vecchi amici, non è vero? E coi vecchi amici non si fanno complimenti.
Queste parole, pronunziate con voce languida ed insinuante, sarebbero scese come un balsamo sul cuore del professore Benvoglio; il signor Michele invece, pur chinandosi ai voleri della capricciosa castellana, non potè a meno di trovar ch'ella aveva piena ragione nel dire che il mal di capo la rendeva uggiosa. O che sugo c'era di voler rimanere tra gente obbligando le persone a tacere, d'imporre alla figliuola un uffizio che avrebbe potuto esser meglio adempito dalla cameriera, e di costringere un ospite a giuocare a scacchi con un compagno insulso e antipatico?
E il cavaliere Arsandi, mentre camminava su e giù pel giardino e gettava via arrabbiato i sigari uno dopo l'altro, cominciava a dubitare che ci fosse almeno un po' d'esagerazione nell'emicrania della signora Nottoli e ch'ella fosse gelosa della Matilde. Ciò lo condusse a domandare a se stesso s'egli fosse veramente innamorato di questa ragazza e se avesse veramenteintenzione di aspirare alla sua mano. Appena si fermò un istante su questo pensiero, egli provò una impressione simile a quella che devono provare gli aereostati quando, un minuto dopo staccati da terra, guardano in giù. Come? Si è già percorso tanto cammino?... E anche all'Arsandi pareva di aver fatto un'ascensione aerea. Un paio di giorni prima egli viaggiava tranquillamente sulle ferrovie dell'Alta Italia portando seco la sua vedovanza da lungo tempo racconsolata e cullando l'idea di farsi una nicchia da celibatario in qualche città tranquilla della penisola, in Venezia per esempio. Avrebbe vissuto da gran signore con le sue quarantamila lire d'entrata, avrebbe fatto di suo figlio un artista e sarebbe diventato egli stesso un mecenate delle arti. Alla galanteria avrebbe atteso solo quel tanto che basta ad un uomo di quarantacinque anni, fresco, ben conservato, il quale non voglia mettersi al disarmo. Dell'antica Amalia si ricordava pochino e la credeva sempre fra le braccia del suo virtuoso marito; quanto alla figlia di lei, sapeva appena ch'ella esistesse. E adesso era proprio di questa figliuola ch'egli si era invaghito, e fra le cose possibili c'era quella ch'egli diventasse genero della sua amante di un tempo! Il signor Michele pesava il pro e il contro di questa soluzione; i vantaggi di avereal fianco una sposina giovane e bella e gli inconvenienti di un innegabilesbilanciodi età; la simpatia dimostratagli dalla ragazza e gli ostacoli che gli avrebbe sollevati contro la madre... E concludeva... per esser sinceri non concludeva nulla, perchè del resto se gli uomini concludessero sempre ci sarebbero molti fatti e poche parole, mentre ci sono molte parole e pochi fatti... O forse egli concludeva unicamente che la situazione era imbrogliata, ma che la Matilde gli piaceva, che le rabbie mal celate della signora Amalia lo divertivano, e che non c'era niente di male s'egli poteva passare in modo gradevole qualche giorno senza impegnarsi e senza compromettere la virtù di nessuno. A una decisione eroica, se occorreva, ci sarebbe venuto prima di partire.
Consumato l'ultimo sigaro, l'Arsandi rientrò in salotto ove trovò le due donne nella posizione di prima e il professore Benvoglio che girava intorno a loro come una farfalla intorno alla fiamma. La stanza era nelle tenebre; solo in un angolo, sopra un tavolino, ardeva un lume a petrolio la cui campana era coperta da una ventola verde. Su quel tavolino stava lo scacchiere già bello e preparato coi due eserciti in ordine di battaglia.
—Sia ringraziato il cielo—disse la signoraAmalia quando vide comparire l'Arsandi.—Così il professore starà un poco tranquillo.
Con la scusa del mal di capo la signora Amalia si ritirò prima delle dieci, conducendo seco la Matilde. Rimasero a cena l'Arsandi, il professor Benvoglio e il dottor Gerolami, il quale era venuto a far la sua solita visita della sera e non sapeva capacitarsi della ricaduta della signora Nottoli, ch'egli affermava di aver guarita da più d'un anno con certe pillole di sua composizione.
La mattina seguente la signora Amalia stava un po' meglio ma non benissimo. Scese in salotto per far gli onori di casa, ma non uscì in giardino, e tenne presso di sè la Matilde a leggerle i giornali. La ragazza aveva un'aria molto annoiata; ella trovava che l'indisposizione della madre, seppur esisteva in fatto, non bastava a giustificare la schiavitù che era imposta a lei, e capiva che si voleva impedirle di stare col signor Michele, Dio sa perchè... forse perchè la mamma anch'ella... ah non conviene che una fanciulla faccia cattive supposizioni... Comunque sia, la Matilde aveva un po' lo scetticismo di famiglia e non poteva a meno di fermarsi su queste idee. Così, se per una lontana ipotesi, l'emicrania della signora Amalia formava parte del piano di campagna da lei combinato con suofratello, è forza riconoscere che in questa prima parte almeno il successo non corrispondeva al desiderio degli strategici.
Più tardi la signora Nottoli, appoggiata al braccio di sua figlia, consentì a fare una passeggiata. Era inquieta, impaziente, onde la Matilde pensava in cuor suo che seppure la sua mamma non aveva dolor di capo, certo ella soffriva di nervi. Non parlava molto, ma ne' suoi discorsi era più caustica del consueto e perseguitava de' suoi frizzi il disgraziato professore Benvoglio. Costui cercava di riderne e di persuadersi che quella pioggia di epigrammi era una manifestazione speciale di confidenza. Verso il cavaliere Arsandi la vedova era più riservata, più contegnosa, e gli diceva di tratto in tratto;—Non creda ch'io sia sempre così bisbetica, aspetti per giudicarmi che mi sia passata questa fastidiosa emicrania. Già non mi dura mai più di ventiquattr'ore.
Malgrado questo lieto pronostico, il termine indicato trascorse senza che l'umore della signora Amalia si rasserenasse. Accadeva anzi il contrario.
—Le si fa più intenso il male di capo?—chiese l'officioso Benvoglio.
—Sì, lasciatemi stare.
—Forse—osservò con qualche peritanza ilprofessore—le converrebbe ripigliare i suoi bagni freddi alle tempie.
—Non mi seccate coi bagni, che sono già troppo fradicia—proruppe la signora alzandosi in piedi.
In quella entrò un servo portando il lume e introducendo un nuovo personaggio, il fattorino del telegrafo.
La signora Amalia afferrò ed aperse il dispaccio con grande ansietà, lo lesse con visibile compiacenza, indi accortasi che il suo contegno poteva parere alquanto strano, si ricompose in calma, licenziò il fattorino e disse agli altri che la guardavano:—Non è che un dispaccio di Gustavo, il quale mi prega di mandargli la carrozza domattina alla stazione di Ponte di Piave.
Da quel momento la guarigione della signora Amalia non fu più dubbia. Una famiglia che villeggiava lì presso e che, saputala indisposta, era venuta a informarsi della sua salute, fu pregata di trattenersi la sera; si suonò il pianoforte, si giuocò, si chiacchierò fino ad ora tarda.
—Ma, signora Amalia—disse una delle visitatrici—Ella avrà bisogno di coricarsi...
—Oh no davvero—rispos'ella—i miei mali sono fatti così. Vengono a un tratto e spariscono a un tratto.
—Sopratutto quando le giungono certi telegrammi—nonpotè a meno di susurrarle all'orecchio il cav. Arsandi. Poi capì d'aver commesso una indiscrezione e stette ad aspettarsi una ramanzina.
Ma la signora Amalia era diventata un agnello.—Uomo di poca fede—ella esclamò—Lei crede persino ch'io mi sia inventate le parole del telegramma? Guardi.—Tirò fuori di tasca il dispaccio e glielo spiegò sotto gli occhi.
V'era scritto precisamente così:Manda la carrozza a Ponte di Piave per la seconda corsa di domani. Gustavo.
—Oh scherzavo. Anzi mi perdoni—disse il signor Michele.
—Farò di più per mostrarle la mia clemenza. La condurrò domani in un sito amenissimo e caratteristico. Gustavo si fa mandare la carrozza a Ponte di Piave per recarsi più presto al Castello Collalto ove ha alcune faccende da regolare. Noi andremo nello stesso luogo partendo di qua. Così faremo un'improvvisata a Gustavo, ed ella vedrà un castello del medio evo assai ben conservato, coi suoi merli, le sue armerie, le sue torri, e le sue brave leggende di fantasmi.
Il cavaliere Arsandi mostrò di accogliere con piacere la proposta della signora Amalia, ma in cuor suo egli non era pienamente tranquillo. Sentiva intono a sè come un'aria di battaglia,ma non capiva ancora da che parte dovesse venirgli l'assalto. S'egli avesse avuto quei famosi venticinque anni di meno, egli sarebbe certo corso incontro al pericolo con una vigorosa offensiva, ma l'età s'impone anche ai più audaci, e il signor Michele preferì la tattica di Fabio Massimo a quella di Annibale. Ciò sconcertava alquanto il romanzo della Matilde, la quale si era aspettata nè più nè meno di una dichiarazione in tutte le regole. Ella avrebbe pensato poi alla via da tenere, avrebbe pensato se doveva corrucciarsi o no, ma circa alla dichiarazione, le pareva di averne proprio diritto. A ogni modo le era forza di riconoscere che la nojosa emicrania di sua madre non poteva a meno di aver impacciato il signor Michele nei suoi movimenti.
—Vedremo che cosa nascerà domani—ella disse fra sè quella sera nel coricarsi. E tra le altre idee singolari che le si affacciarono alla mente prima di chiuder gli occhi vi fu quella di diventar matrigna di un ragazzaccio grande e grosso come doveva essere il figlio del signor Michele.
Tutto ciò, dirà qualche lettore, non prova certo una forte passione. Verissimo, ma le forti passioni non hanno posto in questo racconto. Nè, del resto, esse sono le più comuni nella vita.
Sulle dieci del dì appresso un legno leggero tirato da due cavalli e guidato dal ragazzo Marco che si pavoneggiava nella sua livrea, partiva dalla villa Nottoli per Ponte di Piave. Poco dopo la signora Amalia ordinava di attaccare illandauche doveva condur lei, la Matilde, il cavaliere Arsandi e il professor Benvoglio al castello Collalto. Il professore avrebbe fatto senza di questa gita assai volentieri; egli trovava che le gite guastano la villeggiatura e che a goder le gioie della campagna bisogna saper passare le lunghe ore all'ombra di un'acacia o di un platano leggendo un buon libro e conversando piacevolmente con la dama del cuore. Ma egli non sapeva opporsi ai desiderii della signora Amalia, nè gli bastava l'animo di restarsene a casa mentr'ella andavasene altrove.
Al momento di salire in carrozza giunse la posta. C'era anche una lettera pel cavaliere Arsandi. Un osservatore molto attento avrebbe sorpreso nel volto della signora Amalia i segni di un dubbio angustioso di cui non sarebbe stato facile intendere la ragione; ma fu un lampo ed ella disse con affettata indifferenza:—È una lettera di suo figlio, m'immagino?
—Appunto—rispose il signor Michele.
—E che cosa le scrive di bello quel giovinotto?
—È affascinato da Venezia.
—È naturale. Un artista.
—Egli aggiunge poi che contava di fare oggi una gita a Chioggia.
—Oggi?
—Sì, dice domani, e la lettera ha la data di ieri.
La signora Amalia lasciò cadere il discorso, e un sorriso leggermente ironico sfiorò le sue labbra. Ma non era un sorriso nuovo in lei e l'Arsandi non vi badò più che tanto.
Il professore Benvoglio sfoggiò durante il tragitto una straordinaria erudizione. Discorse a lungo dei Collalto, dei loro castelli, della leggenda della murata viva che compare di tratto in tratto vestita di bianco fra i verdi del parco, dell'amore infelice di Gaspara Stampa pel conteCollaltino, del suo canzoniere di cui citò alcuni brani, e del libro che sulla poetessa gentile publicò Luigi Carrer. Anzi, su questo proposito, egli affermò di aver dato utili consigli al celebre scrittore veneziano, grande amico suo, come tutti i morti illustri sogliono essere dei vivi pedanti.
Ma gli altri gli badavano poco o punto, e parevano preoccupati.
—La salita si può fare a piedi—disse la signora Amalia quando furono in vista le torri del castello di San Salvatore.—La carrozza ci verrà dietro.
Alle falde del colle il cocchiere si fermò e la signora Amalia appena scesa dal legno si impadronì del braccio del cavaliere Arsandi, con noia gravissima della Matilde e del professor Benvoglio, i quali non sentendosi proprio fatti per andarsi a genio, camminavano a fianco l'uno dell'altro senza dirsi una parola. La Matilde sfogava il suo dispetto abbattendo con la punta dell'ombrellino le testo dei fiori di campo che crescevano lungo il margine della via e cacciando lontano da sè col piede irrequieto i ciottoli che le facevano intoppo. Non c'era omai più dubbio; sua madre si era invaghita sul serio del signor Michele e lo voleva per sè. Ma che roba! Una donna che aveva tutt'altro pel capo! Dopo due anni soli di vedovanza! E quell'asino del professore Benvoglioche si sdilinquiva e poi all'occasione non era buono di farsi valere!... La fanciulla lanciò una occhiata di superbo disprezzo al professore che camminava con la testa bassa e con le mani dietro la schiena. Quanto al Benvoglio, poveretto, non è da credersi ch'egli non fosse roso dal verme della gelosia; aveva cercato anzi di sollevarsi alla dignità tragica del furore di Orosmane e di Otello, aveva assaporato, in teoria, la feroce compiacenza di ridurre in minutissimi pezzi il suo rivale e di sfolgorare la dama che sprezzava i suoi omaggi, ma un sentimento molto umano, la paura, calmava in lui gl'impeti del sangue. Egli sentiva che il cavaliere Arsandi, il quale lo passava di tutta la testa, avrebbe potuto farlo girare intorno a se stesso col dito mignolo e sentiva pure che una risata sonora della signora Amalia sarebbe bastata a sviare miseramente il fiume maestoso della sua eloquenza. E il tapinello, convinto della sua debolezza, quasi piangeva dal dispetto.
—Iersera così ilare e oggi così turbata—disse l'Arsandi alla signora Nottoli, quando avevano già fornito quasi tutta l'ascesa, discorrendo pochissimo.
—Turbata? Oh no—ella rispose con un sorriso che lasciò vedere la doppia fila de' suoi bellissimi denti.
—Via, mi confessi che ha qualche cosa per il capo.
—Oh non creda, ma è vero che in questi giorni sono d'umore variabile... Ci fu l'emicrania.
—Singolare emicrania. Venuta e scomparsa in quella maniera!...
—Sta a vedere che dubiterebbe... Oh eccoci giunti.
Infatti erano sulla spianata del castello. Gli occhi della signora Amalia non tardarono a scoprire in un angolo il legno ch'era andato a prendere Gustavo. Ella si staccò dal braccio del suo cavaliere e mosse verso il ragazzo che le veniva incontro col berretto in mano.
—Mio fratello è solo?... ella chiese.
—Non signora, c'è con lui un altro, un bel giovane...
Intanto si avvicinò la moglie del custode, e salutata la signora Amalia che già conosceva, le disse:—Quei signori stanno ad aspettare in sala d'armi.
—Egregiamente. Andremo subito a raggiungerli. Ci accompagnate voi?
—Sì, signora.
Il resto della comitiva aveva côlto in questo dialogo solo quel che bastava per intendere che col Martelli c'era un'altra persona; non si capivapoi chi fosse questa persona, e la Matilde ne domandò conto a sua madre.
—Lo ignoro,—replicò questa—vedremo.
—Sempre nuovi seccatori!—borbottò il Benvoglio.
Il Martelli e il suo compagno che stavano a un finestrone della sala d'armi guardando la pittoresca valle della Piave, si voltarono rapidamente appena intesero un suono di passi.
—Ecco—disse Gustavo avanzandosi con la sua cera più gioviale—presento alla brigata il signor Arturo Arsandi che ha consentito a lasciar per un giorno la cosidettaregina dell'Adriaper salutare queste dame e fare un'improvvisata a suo padre. La signora Amalia Nottoli, mia sorella, mia nipote Matilde, il professore Benvoglio, membro dell'Istituto di scienze, lettere ed arti, e finalmente il cavaliere Michele Arsandi... Ma questo lo conoscete, non è vero, Arturo?
—Ma bravo, signor Arturo—esclamò la signora Amalia porgendo cordialmente la mano al simpatico giovinotto—venga un po' a smentire suo padre che le aveva fatto una riputazione di uomo selvatico... Mio figlio, egli diceva, non lascerebbe le chiese, i palazzi, le gallerie di Venezia per tutto l'oro del mondo. È per questo ch'io non l'ho condotto meco, è per questoche sarebbe fatica gettata l'invitarlo... No, non si scusi, signor Arturo, lei ha risposto nel miglior modo a queste calunnie col venire... Che gliene pare, signor Michele?—ella soggiunse rivolgendosi all'Arsandi—Mi sarà grato di questa sorpresa che le procuro...
—Ma sì, davvero, gratissimo—rispose il signor Michele che non sapeva ancora raccapezzarsi.
Il giovane Arturo, il quale aveva salutato affettuosamente suo padre, si sarebbe forse accorto dell'imbarazzo di lui se la sua attenzione non fosse stata assorbita dalla Matilde. Ella gli pareva bellissima, e poi, cosa singolare, ella gli ricordava in modo strano la mezza figura di donna che lo aveva tanto colpito nell'albumpaterno. Così la curiosità mescevasi in lui all'ammirazione.
—Non era mai stato in Italia?—gli chiese la signora Nottoli.
—Mai—egli rispose—ma ora che ci sono, credo che non ne partirò più. Mi piace tutto in Italia, la natura, l'arte, la lingua...
—Ma sa che per uno vissuto fin dalla nascita in Inghilterra, Ella parla l'italiano egregiamente?
—Oh non mi aduli... Si discorreva sempre in italiano col babbo... del resto ho l'accento straniero... E ogni tanto avrei bisogno del dizionario... perchè mi manca un vocabolo e allora divento addirittura... ecco, per esempio,... babbo, come si dice in italianodumb?
Il signor Michele era distratto e non gli diede retta; venne invece in suo soccorso la Matilde: —Muto—ella insinuò con la sua cara vocina.
—Ecco un dizionario impreveduto—sclamò ridendo la signora Amalia.
Arturo si voltò verso la bella ragazza che egli aveva fino a quel momento ammirata in silenzio, e le fece la solita domanda:—Sa l'inglese?
—Vorrei saperlo com'ella sa l'italiano—replicò la giovinetta.
Il ghiaccio era rotto e i due giovani si misero a conversare insieme. Non in inglese però; Arturo aveva un gusto diverso da quello di suo padre; egli amava bearsi nella musica della favella italiana che gli pareva cento volte più dolce sulle labbra della Matilde, e avrebbe creduto un sacrilegio il costringer quella parola viva e scorrevole al giogo di un idioma straniero; preferiva di gran lunga sembrar impacciato egli stesso, e farsi correggere dalla sua interlocutrice. Nè il dialogo aveva alcuna somiglianza con quello che s'era tenuto un paio di sere addietro tra la Matilde e il signor Michele. Non era una lotta di galanteria; era una conversazioneanimata, spontanea che aveva in sè il calore e la buona fede della gioventù. Arturo non rifiniva di parlar di Venezia, e, come sovente accade, egli, forestiero, rivelava alla Matilde, veneziana, cento bellezze da lei o ignorate, o non curate, o dimenticate, della sua città. Che non aveva egli veduto, che non aveva egli notato nella sua breve dimora in Venezia? Ed era in procinto di fare un giro nelle isole quando il signor Gustavo venne in traccia di lui e volle condurlo seco.
—Se ne pente?—chiese la Matilde.
—Oh no!—rispose Arturo guardandola fisso.
La fanciulla abbassò gli occhi, arrossì un poco e si aggiustò le pieghe del vestito.
—Scusi una mia curiosità—riprese il giovane, côlto da un pensiero—Aveva ella conosciuto mio padre prima d'adesso?... Era stata a Londra negli ultimi anni?
—Io!—fece la ragazza maravigliata—Non fui mai fuori d'Italia.
—E il babbo mancava dall'Italia da quasi venticinque anni... Dunque...
—Dunque è impossibile quel ch'ella dice. Ma perchè questa domanda?
—È strano... In un vecchio album del babbo c'è una mezza figura a lapis che le somiglia tanto...
—Somiglia a me? Ma il signor Arsandi è pittore?
—Disegnava una volta; ora non più.
—Vede bene,una voltaio non potevo esser quella che sono adesso...
—È giusto e m'avveggo di aver detto una grossa corbelleria.
A esser sinceri, la Matilde credeva d'aver risolto l'enigma; quella mezza figura disegnata dal signor Micheleuna voltadoveva rappresentare sua madre; ma ella non trovava il verso di dirlo, appunto perchè cominciava a capire che qualche cosa doveva esserci stato fra sua madre e il cavaliere Arsandi.
—Dev'essere una gran compiacenza per lei l'avere un figliuolo simile—osservò la signora Amalia al signor Michele.
—Oh... s'immagini...
—Via, Arsandi, siate galante—soggiunse il Martelli—Confessate che anche mia sorella può essere orgogliosa di sua figlia... Guardate che bella coppia!
—Bellissima... veramente...
La signora Amalia scoppiò in una delle sue risate sonore.
—Ma, signor Michele, e ha coraggio di dire a me che sono d'umore variabile?... Si giurerebbe ch'ella ha incontrato per queste sale ladonna bianca.
—Io vorrei che parlassimo un pochino sul serio.
—Adesso? Qui?... Oibò!... Le darò udienza, a casa, stassera.
—Il signor Michele è un uomo di spirito, ma suo figlio è molto più simpatico—disse la Matilde a sua madre giunti che furono alla villa.
La signora Amalia si stropicciò le mani in silenzio.