LO SPECCHIO ROTTOCAPITOLO PRIMOPatatrac.Patatin.Questi due suoni si fecero sentire quasi contemporaneamente una mezz'ora prima del tempo di desinare in casa del signor Pacifico Rosettini, dottore in legge e possidente, e loro tenne dietro un rumoroso pianto infantile. La signora Virginia, seconda moglie del signor Pacifico, la quale sedeva nel salotto da lavoro curva sopra un ricamo; il signor Pacifico stesso che stava preparando unaconclusionale; la cameriera Adelaide che apparecchiava la tavola, e due ragazzini fra gli otto e i dieci anni tornati in quel momento dalla scuola e ronzanti intorno alle casseruole della cucina, convennero da vari punti sul luogo dond'era venuto il rumore, e accolsero con differenti esclamazioni e domandeun fanciullo che poteva avere poco più di un lustro d'età e che scendeva una breve e agevole scaletta con una guancia più rossa dell'altra, un gran furore negli occhi lagrimosi e i due piccoli pugni stretti in atto di collera e di minaccia.—Che c'è, Gino?—Che cosa è stato?—Hai fatto una delle tue solite?—Ti sei fatto male?—Che bambino senza giudizio!—Via, strapazzatelo per soprammercato.—Ih! Che strepito!.....In mezzo a questo fuoco incrociato di punti interrogativi ed ammirativi, la signora Virginia s'era chinata sul bimbo, e presolo per disotto le ascelle lo esaminava e palpava da tutte le parti.—Via, via, non ha nulla—disse il signor Pacifico.Intanto il fanciullo singhiozzava—Cattiva nonna..... cattiva.....—Ah! È stata la nonna. Che cosa ti ha fatto?Gino segnò la guancia sinistra e piangendo con assai più rabbia che dolore, disse:—Mi ha picchiato qui.....—Ti ha dato uno schiaffo?..... Ma saraistato cattivo..... Le avrai messo sossopra la camera.—Niente.... niente.... È caduto... solo... lo... specchio.La cameriera, nell'intento lodevolissimo d'esaminarede visula posizione, aveva salito i pochi gradini della scala che metteva all'appartamento dellapadrona vecchiae stava già per entrar nella camera ov'era successo il contrasto fra nonna e nipote, quando sentì chiuder l'uscio con molta violenza e dare il chiavistello per di dentro.—Che basilisco!—ella mormorò fra i denti battendo la ritirata.—Benedetta donna!—soggiunse la signora Virginia.—Già, già, bisogna lasciarla sbollire da sè—disse il signor Pacifico.—Ma badiamo bene che anche Gino va castigato.—Lo castigo io—rispose con una certa ansietà la signora Virginia mentre faceva riparo al colpevole con la sua persona.—Siamo intesi—replicò gravemente il marito.—Ehi, signorini, che c'è da ridere? Subito in camera fin che suoni il campanello del pranzo. Hanno capito? Ha capito, Giorgio? Ha capito, Roberto?Queste parole erano indirizzate ai due ragazzipoc'anzi accennati, figli del primo letto del signor Pacifico. Essi si avviarono lentamente alla loro stanza canterellando—Torototela torototà.—Mal educati!—brontolò il signor Pacifico, senza badare che questo rimprovero veniva a ricadere sopra di lui—Mal educati! E rientrò nel suo studio.Gino fu condotto via da sua madre che gli asciugò le lagrime—Cattivello che sei, perchè sei andato a disturbare la nonna?..... Adesso venga qui ad aspettare il castigo.Il bimbo guardò la genitrice con aria d'incredulità, e in prova del suo ravvedimento appena giunto nel salotto da lavoro rovesciò il paniere ove la signora Virginia teneva le sue lane da ricamo.—Gino, Gino—gridò la mamma—vuoi proprio un altro schiaffetto?—E lo minacciò con la mano.Ma Gino aveva cacciato le gambe entro il paniere e si rotolava sul pavimento con tanta grazia e rideva con sì schietta allegria, che la signora Virginia ebbe una voglia matta di dargli un bacio anzichè uno schiaffo.Il furbacchiotto capì benissimo le disposizioni materne; quindi non si spaventò punto nel veder la signora genitrice alzarsi dalla seggiola,ma anzi con raddoppiata ilarità levò in aria le gambe con suvvi il paniere tanto da farlo parere una cornucopia rovesciata.—Domando io—disse la signora Virginia raccogliendo da terra il suo Gino e pigliandoselo in braccia—domando io come si fa a schiaffeggiare un visino simile.E continuava, rivolgendosi a un interlocutore immaginario—Guardate mo; non vi pare che si vedano ancora i segni di quelle cinque brutte dita lunghe ed ossute?..... Che orrore!.... Picchiarmi il mio Gino.....Nè paga di guardarselo e di baciarlo da tutte le parti, lo portò davanti allo specchio, e contemplandone con infinita compiacenza l'immagine, tornò a dire—Un bambino simile!Gino, incoraggiato così, ripetè la frase—Brutta nonna.La madre gli mise una mano sulla bocca.—Non si dicono queste parole... Mi racconti piuttosto che cos'ha fatto... Ha rotto lo specchio grande della nonna?—No... il piccolo.—Quello fatto come uno?—Sì, sì—rispose Gino—come unogrande.—Ma che bravo bambino!—esclamò la signora Virginia.—Conosce già le vocali.—Indi ripigliando un tuono che voleva esser serio:—Ahlei ha rotto lo specchio che somiglia ad uno; così ha fatto gridare la nonna... la nonna è stata troppo buona, non le ha dato che uno schiaffo solo, io gliene darò due.Dette queste parole, amministrò al delinquente due schiaffetti piccoli e gentili che arrivando su quelle guancie pienotte diedero un suono grasso e simpatico; indi lo depose in terra e continuò:—Adesso poi bisogna prepararsi a domandar perdono alla nonna. Stia attento e ripeta quello ch'io dico:Signora nonna... Andiamo, via, Gino...Signora nonna.—Signora nonna....—Bravo. Così va bene. Avanti:Le domando scusa....—Le domando scusa.....—Di quello che ho fatto...—Di quello che ho fatto...—E le prometto... Serio, Gino, non bisogna ridere.E le prometto...—E le prometto...—Che non lo farò mai più. Ha capito?...Che non lo farò mai più.—Che non lo farò mai più.—Bravissimo. Faccia conto ch'io sia la nonna, si metta lì in fondo, venga verso di me e torni a dir tutto quello che ha detto.Il bambino con aria grave e marziale si condussefino alla parte opposta, là si girò tutto di un pezzo e fisò i suoi occhi biricchini in viso alla signora madre. La signora madre guardò lui nella stessa maniera, e ambedue scoppiarono in una sonora risata. La quale risata nel piccolo Gino si prolungava in maniera da impedirgli di fare un passo e da incutere un legittimo timore di serie conseguenze; onde la signora Virginia si alzò e corse alla riscossa del suo rampollo, prendendoselo nuovamente in braccio e dichiarando ad alta voce che un demonietto uguale non vi era stato e non vi sarebbe mai e poi mai.Questa eccellente lezione di belle creanze fu interrotta dall'annunzio che la minestra era in tavola.—Dunque, Gino, siamo intesi—disse la signora Virginia dando la mano al bimbo e avviandosi con esso verso il salotto da pranzo.Ivi si trovavano Giorgio e Roberto, il primo dei quali aveva già versato un poco di vino sulla tovaglia, e ivi giungeva, contemporaneamente alla moglie e all'indomabile Gino, il signor Pacifico asciugandosi col fazzoletto i sudori e dichiarando che non era possibile immaginarsi la quantità di persone venute al suo studio nel corso della giornata.—Come se non bastassero i clienti—osservaval'egregio signor Pacifico—ci sono le faccende pubbliche. E non c'è mica caso di lavarsene le mani... Oh sì!... Vi dicono che bisogna prestarsi pel paese, che bisogna fare, lavorare, ecc. E ora c'è Consiglio provinciale, e ora Consiglio comunale, e poi la relazione sul gaz..... Giorgio sta quieto..... e poi le ferrovie, e il bilancio..... Roberto, va a vedere che cosa fa la nonna che non viene a pranzo. Insomma, basta avere un grano di cervello in zucca che in questo benedetto paese tocca far tutti i mestieri.....E il signor Pacifico spiegò il tovagliuolo, tornò a passarsi il fazzoletto sulla fronte e si atteggiò a vittima dell'amor di patria. Poscia il suo occhio olimpico degnò abbassarsi al piccolo Gino.—Lo hai castigato?—egli chiese alla moglie corrugando la fronte.—Sicuro.—Così va bene.—E soggiunse:—Si fa pel tuo meglio, caro. Se diventerai un uomo pubblico.....—Scotta—gridò Gino con voce piagnucolosa, occupandosi più della minestra che degli augurî paterni.—Soffia, bambino, soffia—suggerì la signora Virginia—Così... O vuoi che passiamo nell'altro piatto?—La nonna non vuol venire a pranzo—disse Roberto che rientrava in quel momento in salotto.—Non vuol venire? Te lo ha detto lei?—Sicuro. È chiusa in camera. Ho picchiato. Prima non ho inteso che un brontolio... Poi ho picchiato di nuovo; e lei s'è alzata di dov'era a sedere, perchè ho sentito mover la scranna, e gridò brusca:Chi è là? Le dissi che ero io e che venivo a ricordarle che il pranzo era in tavola e che l'aspettavamo.—O credete forse ch'io sia sorda e che non abbia inteso il campanello?—ella rispose. A pranzo non vengo perchè non mi accomoda di venire e non mi seccate.Dopo questo sproloquio Roberto sedette al suo posto e immerse con grande enfasi il cucchiaio nella zuppiera di riso.Il signor Pacifico fece un viso disgustato, e si rivolse alla moglie:—Prova tu.La signora Virginia, che in mezzo a' suoi difettucci non aveva fiele di sorta, rinnovò infruttuosamente il tentativo di Roberto; il signor Pacifico ottenne lo stesso risultato, cosa che offese il suo amor proprio, e convenne quindi rassegnarsi a desinare quel giorno senza la nonna.CAPITOLO SECONDOLa signora Paola, chè così si chiamava la nonna, aveva settant'anni sonati; ma era ancora assai vigorosa. Il suo passo era franco e sicuro, l'occhio vivo, il volto solcato da pochissime rughe. I suoi capelli erano quasi tutti bianchi, non radi però, chè anzi di poco ne era scemato cogli anni il volume. E docili ancora si bipartivano con bella regolarità sulle tempie dando una maestà severa alla sua fisonomia. Ella era anche buona e caritatevole, la signora Paola, nè in famiglia si mostrava punto esigente come usano talvolta le persone dell'età sua. Anzi se qualcheduno aveva davvero bisogno di lei, se v'erano malati in casa, ella diveniva un miracolo di attività e di abnegazione. Fuori che in queste occasioni si notava in tutto il suo contegno un certo riserbo, un desiderio frequentedi solitudine e di silenzio. Non era espansiva nè col figlio, nè con la nuora, nè coi nipoti. Verso questi ultimi era affettuosa, ma senza gli spasimi che le nonne sogliono avere. Il solo Gino, che cacciava il naso dappertutto e non aveva soggezione d'anima viva, penetrava volentieri nel santuario della sua camera e forzava le carezze della rigida matrona. Appunto una di queste visite era finita colla catastrofe dello schiaffo. Che cosa facesse Gino lo sappiamo; non ci siamo però ancora reso ragione dell'impeto subitaneo della signora Paola.A capacitarcene è forza conoscere qualche fatterello assai semplice.Alla signora Paola era accaduto ciò che accade a moltissime donne. Come suo figlio aveva avuto successivamente due mogli, così ella aveva avuto due mariti. Era stata fedele all'uno ed all'altro, ma l'amor suo, l'amore della sua anima ardente ella non lo aveva dato che al primo... O perchè adunque s'era rimaritata? chiederanno i pedanti. Bella domanda. Si fa presto a dire: la vedova che amava sul serio lo sposo non deve rimaritarsi, non deve profanare il santuario delle sue memorie, ecc. ecc. Son frasi. Figuratevi una povera giovinetta che a poco più di vent'anni resta priva del compagno ch'ella si era scelto per tutta la vita. È bella; viver sola non puòsenza esporsi a cento insidie, a cento pericoli; tornare nella famiglia, s'ella ha ancora famiglia, lo può certamente, ci torna anzi; ma ci starà sempre, ma la sua casa sarà quella ch'essa era prima? La cameretta ov'ella dormì i suoi sonni di vergine avrà mutato aspetto; nei volti dei suoi genitori non sarà certo scolpito un amore men vivo, sarà forse una tenerezza maggiore, e tuttavia anche l'espressione di quei volti sarà cambiata. Pei fratelli, pelle sorelle ella sarà sempre carissima, ma cara in un altro modo; non glielo si dirà certamente, ma si sentirà che ella porta nella sua vecchia dimora un fardello di tristi memorie... Non è più la spensierata fanciulla di qualche anno addietro; bisogna usarle speciali riguardi; ella ha ormai un passato di cui non conviene evocare fuor di luogo le ricordanze; in faccia a lei certe allegrezze troppo rumorose non istanno bene... E poi mettiamo che un'altra sorella abbia un giovane che la corteggi; la vedova non è più la natural confidente di questi amori come quand'era ragazza; adesso la è una seconda edizione della mamma, severa come lei senz'averne l'autorità. E mamma e babbo e fratelli d'ambo i sessi sono d'accordo a dire ch'è stata una grande disgraziaper tuttiche la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, comunque si chiami, abbia dovuto rimanere così aquell'età!... E la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, che indovina i loro pensieri e non può asfissiarsi col carbone, o perchè i suoi sentimenti religiosi glielo proibiscono o perchè ha paura della morte, dopo aver detto di no tre o quattro volte, si decide finalmente ad accogliere una nuova proposizione di matrimonio, e domandando perdono all'ombra del suo indimenticabile Arturo, o Luigi, o Aristodemo, passa a tentar la fortuna del secondo talamo.La signora Paola era vissuta due anni col suo primo marito, due anni di cielo, come si dice in linguaggio poetico. No, non è possibile esser tanto felici. Quando s'era sposata ella aveva sedici anni ed egli ne aveva ventuno e agli occhi di lei era bello come un Adone, buono come un angelo, e pieno d'ingegno, di brio, di coraggio. Si chiamava Ettore. Non è ben certo ch'egli avesse tutte le qualità attribuitegli da sua moglie; spaventato forse dalla tema di dover col tempo scendere dal piedestallo di gloria su cui ella lo aveva collocato, egli pensò bene di pigliarsi una perniciosa e di morire. Morì lasciandole un bambino di 13 mesi di nome Paride. Benedetta guerra di Troia! Non ce la siamo ancora dimenticata.Vedova nell'età in cui le altre donne sogliono essere ancora ragazze, la signora Paolina, immersanella più vera e profonda desolazione, giurò di consacrarsi intera alla memoria del suo Ettore e all'educazione di quel pegno diletto che gliene era rimasto... Era tutto lui. Negli occhi, nel naso, nei capelli ricciuti!... Guai a chi le parlasse di matrimonio, guai!...Ma la sventurata Paolina non era per anco rinvenuta dallo sbalordimento di quel primo colpo, quando gliene toccò un altro non meno terribile. Il suo Paride, il suo bimbo, il suo tesoro, la sola sua ambizione, il solo scopo della sua vita, morì anch'egli che non aveva due anni. La morte falcia volentieri le testine bionde. È inutile descrivere lo spasimo della madre. Si temette ch'ella ne perdesse la vita o almeno la ragione. Risentitasi dopo alcuni mesi, si trovò come smarrita nel mondo. Sarebbe andata monaca se il suo Ettore non le avesse lasciato in retaggio un orrore invincibile pei chiostri. Fece adunque quello che fanno le altre donne nella sua condizione; si ridusse presso la sua famiglia, traendovi una vita vegetativa. Ma era di mezzi di fortuna molto ristretti. Il suo Ettore sarebbe diventato sicuramente un grand'uomo, ma gliene era mancato il tempo, e intanto, appunto per estendere la sua conoscenza degli uomini e delle cose, aveva assottigliato la non cospicua dote della moglie.—Che non mi si venga a discorrere d'interesse—aveva detto la vedova—perchè non voglio saperne. Vergogna!Così la signora Paola, senz'accorgersene, finì coll'essere a carico della famiglia. Ma queste cose non possono rimaner sempre occulte, e anche la poveretta, per quanto i suoi glielo dissimulassero, alla lunga venne a saperlo. Allora pianti, e sospiri, e disperazioni, e fra lei e suo padre uno di que' dialoghi che sogliono tenersi in simili circostanze.—Bisogna ch'io veda di rendermi utile, che io faccia qualche cosa.—Nemmen per sogno, io non te lo permetterò mai.—In fin dei conti son libera.—Finchè son vivo io, mia figlia non si abbasserà a lavorar per guadagno.—Pregiudizii. È necessario che le donne comincino a procurarsi da sè i mezzi della loro esistenza.—Idee nuove che io non accetto.—Idee vecchie sono piuttosto le vostre...—Oh bravissima. Si metta a censurar suo padre. È di moda....—No, babbo.... io non volevo... Ah me infelice! Il mio Ettore! Il mio Ettore!E giù in un pianto dirotto.Questa scena rinnovata più volte con piccole variazioni finì col produrre singolari cambiamenti nel modo di vedere della signora Paolina, e in capo a quattr'anni di vedovanza, ella, senza nemmeno saper rendersi conto del come, si trovò fidanzata una seconda volta.Il suo nuovo marito si chiamava Mansueto e l'unico figlio ch'ella n'ebbe si volle a tutti i costi battezzar per Pacifico. Dal nome in giù era una completa antitesi fra il suo primo e il suo secondo consorte, il suo primo e il suo secondo figliuolo. Il suo Ettore era bello, vivace, aitante della persona, il signor Mansueto era di fisonomia insulsa, piccolo, goffo. Paride prometteva di far onore al suo nome, era nelle fasce un vero angioletto; a due anni, quando soccombette a una malattia di poche ore, camminava già solo, parlava, aveva messo più denti; questo Pacifico invece non cresceva mai, non riusciva mai a reggersi sulle gambe, non imparava nemmeno a dirmammaepapà, e benchè in complesso fosse sano, era sempre triste e piagnucoloso. Quindi la signora Paola era tratta irresistibilmente ai confronti, e quantunque facesse il possibile per amare il suo rispettabile consorte, e amasse con sincero affetto l'unico frutto di questo suo connubio, il suo pensiero correva al passato. E il passato diventava tantopiù bello agli occhi di lei, quanto più larga tratta di tempo ne la divideva, e a poco a poco con le virtù della immaginazione ella se ne era fatta una specie di paradiso terrestre. Ma di questo paradiso, di questa età dell'oro della sua vita non le restavano altre reliquie che due ciocche di capelli ed un piccolo specchio. Due ciocche di capelli recise dalla testa del suo Ettore e di Paride suo nel giorno in cui erano morti, e lo specchio medesimo rotto tanti anni dopo dall'insolentissimo Gino.La storia di quello specchio si chiude in poche parole.Esso era una suppellettile di casa della Paolina e stava nella sua camera da letto. Se ne era fatta una festa quando glielo avevano regalato ed era veramente nella sua piccolezza leggiadro e nitidissimo. Ma i pregi esteriori svaniti col tempo non eran quelli che glielo rendessero caro. Era piuttosto l'averlo avuto compagno per tanta parte della vita, l'esservisi vista riflessa in sì diverse condizioni ed età; era poi qualche episodio insignificante in sè, ma prezioso per lei. No certo, ella non dimenticherà mai quel giorno, il giorno delle prime sue nozze, in cui, seduta davanti al suo specchio favorito, ancora in vesta da mattina e mezzo discinta, coll'accappatoio sulle spalle, essa si lasciava acconciare i capellidalla cameriera, mentre la madre e una vecchia zia la contemplavano estatiche da tutte le parti. Pallida, tremante, ma piena in cuore di una ebbrezza ineffabile e nuova, ella guardava nel suo cristallo come attraverso le lenti di un panorama. E vi vedeva prima di tutto se stessa, in verità un bel visino, proprio una rosa bianca sbocciata appena e stillante rugiada dai petali; poi, curve sopra di lei in vari atteggiamenti e la cameriera, e la mamma, e la zia; quindi, in un piano posteriore, le suppellettili della sua camera in un certo disordine, il letto sfatto, il suo letto di fanciulla ove ella credeva di aver dormito per l'ultima volta, e le sedie, e l'armadio, e il sofà sul quale era distesa la sua candida vesta di sposa e la sua ghirlanda di fiori di cedro: finalmente, nel fondo, l'altro specchio men limpido ma assai più grande ch'era infisso alla parete e nella cui luce ella si sarebbe di lì a poco mirata tutta intera e in tutto lo splendore del suo abbigliamento nuziale. Ed ecco l'uscio dietro di lei socchiudersi pian piano, e dallo spiraglio far capolino prima un riccio di capelli, poi un naso, un occhio e la punta d'un baffo.—Che cos'hai?—chiese la madre, la quale non aveva avvertito altro che il rossore improvviso diffusosi sul volto alla Paolina.Ma la cameriera aveva visto ogni cosa nello specchio e sorrideva senza scomporsi.La vecchia zia allora si voltò bruscamente e si accorse che qualcheduno aveva cacciato la testa attraverso l'uscio e chequel qualchedunoera nientemeno che il signor Ettore, il promesso sposo.—Ah signor impertinente!—disse la venerabile matrona con una voce che somigliava al suono di una pentola fessa.—Non sa che non si può entrare?Troppo tardi! Il nemico aveva sorpreso la posizione. Messosi al posto della cameriera, il signor Ettore s'era curvato sulla sua Paolina, e a lei che, stringendosi quanto più poteva lo accappatoio alle spalle seminude e mettendo un piccolo grido, s'era arrovesciata sulla spalliera della seggiola, aveva stampato un sonoro bacio sulla bocca.Scossa allo spettacolo e forse rammentando chi sa che cosa, la vecchia zia aveva fiutato in gran furia due prese di tabacco, la cameriera sorrideva in un angolo, e la buona madre, mentre tentava di allontanare lo sposo e di raccomandargli la calma, non poteva trattenere le lagrime. Era un bel quadretto che lo specchio riproduceva con la sua scrupolosa fedeltà e di cui la Paolina non aveva certo agio, in quella voluttàe concitazione dell'animo, di coglier tutti i particolari, ma del quale ella aveva visto, come attraverso una nuvola d'oro, l'insieme.E così quello specchio le divenne tanto caro ch'ella volle portarselo seco nella sua nuova dimora. E lo collocò come un fedele e discreto amico nel suo gabinetto ditoilettein mezzo ad altri mobili più belli ed eleganti ma meno simpatici al suo cuore. Dinanzi ad esso ella continuò a pettinarsi, in esso vide riflessa la gioia serena de' suoi tempi felici, in esso vide la ingenua sorpresa del suo bambino quando gli si affacciava di là un'altra immagine infantile, ed egli sporgeva le labbra a baciarla. Mutati i tempi, vide nello specchio le nubi che oscurarono la sua fronte, e le lagrime che colarono dalle sue ciglia, e le rughe che solcarono le sue guancie. Tutta la sua vita era passata, ombra fuggitiva, di là. Dalla casa maritale tornò alla casa paterna, da questa entrò sotto il tetto di un nuovo marito, e lo specchio la seguitò sempre come un quadro di famiglia. Ed era un quadro veramente, era tutta la sua galleria domestica, senonchè le figure v'erano evocate da uno sforzo d'immaginazione. Vive sempre nella sua fantasia, esse non pigliavano mai così esatti contorni come nella luce di quel breve e fragil cristallo.Non maravigliamoci adunque se la signora Paola sta in atteggiamento di profondo dolore dinanzi ai frantumi di quella sua cara reliquia; pensiamo piuttosto quante volte al giorno, più colpevoli assai dell'imprudente bambino, o con una parola acerba, o con un gesto villano, o con un ghigno beffardo, noi turbiamo caste e sante memorie, noi interrompiamo l'opera laboriosa con la quale altri ritesse la tela del suo passato.IL PARASSITA INDIPENDENTEAvete conosciuto il conte Mario Rinalducci?No! Peccato. Era un carattere originale.Adesso non lo conoscerete più perchè è morto.Il conte Mario apparteneva a una famiglia nobile decaduta. Fino a vent'anni crebbe in mezzo agli agi ed alle mollezze, cullato nella falsa opinione d'essere un gran signore, nudrito di una educazione tutta d'apparato, la quale servì piuttosto ad assopire che a svolgere le attitudini naturali del suo spirito. Infatti egli non era uno sciocco; aveva anzi quella versatilità d'ingegno, quella facilità d'imparare, che quando non sono ben dirette, corrono il pericolo di convertirsi in vere disgrazie per chi le possede. Il fanciullo vedendo di poter afferrare con poca fatica quanto gli s'insegna, non istudia; lamadre grida al miracolo e porta in processione di casa in casa il suo illustre rampollo, affine di far dispetto alle altre madri sue amiche, le quali non sono beatificate di prole sì cospicua e magnanima.Il nostro contino imparò superficialmente una gran quantità di cose; a tredici anni faceva versi, nientemeno che versi, strimpellava il pianoforte, biascicava il francese, disegnava un po' di figura, tirava di scherma, ballava, e cominciava persino a corteggiar le signore.Sedicenne, con la prima lanugine sulle guancie, bello della persona, era il beniamino delle società eleganti; non c'era festa a cui non lo si invitasse, non allegra brigata di giovani onde egli non facesse parte.Quanto al progresso negli studi, c'era forse un po' di sosta; a tredici anni Mario prometteva di più; nondimeno egli continuava a mandar di pari passo la poesia, la musica, il disegno e gli esercizi ginnastici. In poesia mostrava soverchia indipendenza dalle regole grammaticali, in musica dicevano che qualche volta stuonasse, in disegno offendeva frequentemente la prospettiva, nella scherma era mediocre; perfetto era soltanto nel ballo.Del resto sua madre ripeteva sempre:—Importa molto che Mario studi! Pur che ci si mettain un giorno egli fa più strada che gli altri non facciano in un mese.E suo padre, buon uomo, obeso e torpido, ma non mancante di boria, soggiungeva con una logica tutta sua:—Gli studi regolari convengono a chi non può o non vuole mantenersi indipendente. Mario, grazie al cielo, non avrà mai bisogno di lavorar per guadagno.Mario aveva vent'anni quando padre e madre gli morirono coll'intervallo di pochi mesi, e il giovinetto venne a scoprire che la sua fortuna, la quale non era stata mai colossale, era sfumata quasi per intero.Ma non c'era punto da sgomentarsi, pur di avere un po' di criterio e un po' d'energia. Bisognava uscire da una società frivola e spensierata, mettersi a studiare sul serio una cosa o l'altra e poi cercarsi una professione. A venti anni un uomo senza obblighi di famiglia e non privo di abilità non ha bisogno di quattrini per farsi strada nel mondo.Però il Rinalducci tenne un diverso cammino. E la colpa ne fu in parte sua, in parte degli amici. Egli aveva una ripulsione istintiva ad accettare una posizione dipendente, a seppellirsi in un ufficio pubblico o privato, a disciplinare la propria attività. A ogni modo, se avesse sentito suonarsi all'orecchio un suggerimento virile,forse si sarebbe risolto a lottare con sè stesso, e quando v'è lotta v'è almeno la speranza della vittoria... Ma fra coloro che lo circondavano non ve n'era nessuno capace di questo suggerimento virile.Era tutta gente imbevuta di pregiudizi e la cui affezione per esso era d'indole soltanto egoistica. Un giovane che aveva un bel nome non poteva mettersi a livello d'un impiegatuccio qualunque, figlio del primo mascalzone venuto. E poi, e poi lasciar che Mario uscisse da una società di cui egli era uno fra i principali ornamenti! Chi poteva stargli a petto nel dirigere una quadriglia? Chi sapeva come lui suonare una polka in una di quelle festine improvvisate che divertono tanto? Chi lo uguagliava nel dar le disposizioni per una cena, per una partita di piacere? No, non conveniva assolutamente perderlo. E tutti a fargli ressa d'intorno e a rispondere alle sue lamentazioni, alle sue proteste di voler mutare ambiente, mutar città forse:—Ma via, ti pare?... Nemmen per idea... in primo luogo povero affatto non sei (gli era rimasto qualche migliaio di lire) non sei in condizioni da doverti cercare un pane da oggi a dimani... Puoi aspettare, puoi vedere... Aggiungi che hai anima di gentiluomo e d'artista; vorresti spendere il tuo tempo a registrare atti a protocolloo a scrivere lettere commerciali?... Con tanti amici che hai, col tuo ingegno!... Vergognati! Invece senza fretta tu farai un quadro, scriverai un'opera e allora avrai le ricchezze e la gloria...Nessun consiglio ci viene tanto accetto quanto quello che risponda alle nostre idee, e perciò il contino Rinalducci accolse le espressioni dei suoi amici con trasporti di vero entusiasmo. Egli era commosso fino alle lagrime della bontà che gli mostravano le prime famiglie del paese, della cura con cui esse volevano tutelare il suo decoro. Era impossibile ch'egli agisse contro la loro opinione, ch'egli si mostrasse meno tenero del proprio nome di quel che se ne mostrassero personaggi così cospicui quali erano la marchesa C..., la contessa M..., la principessa L..., i conti R..., il contino A..., per non parlare di uno sciame di ragazze tutte deliberate a trattarlo come un disertore s'egli abbandonava labuonasocietà.A ricambiare tanta benevolenza, egli, passati i primi tre mesi di lutto, continuò a dirigere le quadriglie, a dar le disposizioni per le gite di piacere, ad accompagnare alla passeggiata le signore di sua confidenza... Diede fondo in brevissimo tempo al poco che gli rimaneva, senza che i suoi studi avessero fatto un passo decisivo.Egli cominciò a scoprire che aveva il genio, ma che il suo spirito si ribellava alla tecnica dell'arte, si ribellava al giogo delle regole. Se si fosse potuto fare un quadro senza disegno nè colore, egli avrebbe fatto laTrasfigurazionedi Raffaello, se si fosse potuto scrivere un'opera senza le pedanterie del contrappunto, egli avrebbe scritto gliUgonotti. Malgrado di ciò egli continuava ad esser favorito, festeggiato, carezzato. E quando fu proprio al verde di quattrini, si accorse che non era difficile il far debiti, nè impossibile il trovare nei momenti supremi chi li pagasse. Più di qualche volta l'uno o l'altro de' suoi intimi aveva consentito ad anticipargli alcune migliaia di lire, tanto ch'egli potesse mantenersi in quella posizione indipendente di cui aveva bisogno... Se Mario non era ben vestito, non lo si poteva ricevere in società, e come fare a meno di lui in società se nessuno possedeva le sue svariate attitudini?...Il Rinalducci era in relazione troppo stretta con quelli che lo sovvenivano per sentirsi umiliato dalla loro condiscendenza.—Son cose che si fanno tra amici—egli diceva, e dispostissimo a fare anch'egli altrettanto, si sentiva esonerato dagli obblighi della gratitudine e da quelli del rimborso.Certo qualche volta gl'imbarazzi eran seri,ma il contino non si perdeva d'animo. A un vilissimo padrone di casa che si era permesso di dargli lo sfratto, perchè egli non aveva pagato per tutto un anno la pigione, il nostro eroe rispose per le rime meravigliandosi della sua petulanza e dichiarando ch'egli non era solito a ricevere intimazioni. L'altro non si diede per vinto e replicò con frasi di non dubbio significato. Punto nel vivo, il pigionale ricalcitrante mandò dal proprietario tiranno due giovanotti, intimi suoi, il conte C... e il barone V..., coll'incarico di ottenere una ritrattazione o di fissare le condizioni di una partita d'onore. Ma lo sfidato, quantunque fosse uomo di fresca età e di membra vigorose, ricusò di accomodar la faccenda in questa maniera e rise in faccia ai padrini, i quali, con molta solennità, stesero immediatamente un processo verbale, che diedero alla luce, lasciando giudice dell'accaduto il solito pubblico. E il pubblico, della buona società, sentenziò che il conte Rinalducci e i suoi padrini si erano condotti cavallerescamente, e che il proprietario era un bifolco senza principii di educazione. Ciò non tolse che il nostro zerbinotto dovesse cercarsi un altro alloggio. E lo trovò per qualche tempo in due stanze d'un palazzo disabitato appartenente a un amico, al quale egli si guardò bene dal pagare alcun fitto,dolendosi soltanto della nessuna comodità del quartiere assegnatogli, quartiere, com'egli diceva, più da servitori che da gentiluomini.—Come pretendere, egli soggiungeva, che io dipinga o scriva musica se ho uno studio privo d'aria e di luce? Vergogna! Che cosa sarebbe costato all'amico X il darmi una stanza migliore?Nondimeno il Rinalducci volle rispondere con magnanimità a tanta grettezza, e dipinse a memoria il ritratto del suo ospite, per fargliene una sorpresa nel suo dì natalizio. Il ritratto somigliava all'amico X quanto può somigliare la signora..... (quasi mi scappava il nome) alla più bella delle mie lettrici, ma esso parve all'autore un'opera d'arte così perfetta da non potersi pagare nè con l'abbuono di cento pigioni, nè con l'invito a diecimila pranzi. Volle sceglierne egli medesimo la cornice e collocarlo di sua mano nel posto d'onore sulla parete del salotto da ricevimento. Più di qualcheduno, non iniziato nei misteri del pittore, domandò chi fosse quel brutto ceffo che aveva la bocca storta e guardava losco. E allora il felice proprietario rispondeva in fretta con qualche imbarazzo:—Una testa di fantasia! Una testa di fantasia!Col passar degli anni le strettezze del conte Mario aumentavano anzichè diminuire. I suoi creditori, nefanda genìa, diventavano più fastidiosie i sovventori si mostravano invece meno liberali. E poi, a poco a poco, l'ambiente in mezzo al quale egli era cresciuto, si andava spostando e trasformando. I vecchi protettori, amici del babbo e della mamma, morivano, i compagni della sua gioventù prendevano moglie, le ragazze che egli aveva trattate confidenzialmente si maritavano, e non sempre le nuove famiglie erano così benevole a suo riguardo come le antiche. Egli sorprendeva di tratto in tratto qualche gesto impaziente, egli udiva qualche parola amara, egli, il favorito di pochi anni addietro, sentiva, in più d'una occasione, d'esser di troppo. Ma egli aveva acquistato ormai una faccia tosta invidiabile. Anche non invitato si cacciava dappertutto, era riuscito a desinare alla mensa altrui cinque volte per settimana, era riuscito a passare in varie villeggiature due mesi di primavera e due mesi d'autunno. Sempre indipendente, non isdegnava di ricambiare i favori de' suoi ospiti col corteggiarne le mogli, e metteva dalla sua parte le cameriere corteggiando anche loro. Era un bell'uomo, era elegante, e le donne chiudevano volontieri un occhio alle sue debolezze. Suoi implacabili nemici erano i camerieri maschi, perchè non aveva la bassa e servile abitudine di dar mancie e aveva esigenze da principe. Narra la cronaca ch'egli fosse unavolta gravemente compromesso dalle rivelazioni di uno staffiere, il quale l'aveva sorpreso nell'atto di consegnare un bigliettino alla sua padrona.Il conte Mario fu licenziato su due piedi dalla villa ond'egli godeva le delizie, ed ebbe l'intimazione di non presentarsi mai più. Egli si fece un grande onore in questa faccenda sfidando a duello e storpiando lo screanzato ed insofferente marito, ma dovette stringere una nuova relazione per supplire al vuoto prodotto dal disgustoso incidente nel numero de' suoi inviti a pranzo e in quello dei giorni ch'egli passava in villeggiatura.Si domanderà perchè il conte Mario non ricorresse ad un sistema molto in voga fra i pari suoi: vale a dire ad un ricco matrimonio con una ragazzaavariatadel suo ceto, o con qualche gobba o sbilenca della borghesia che fosse disposta a scambiare un mezzo milioncino con un po' di blasone.Quelli che seguirono con qualche attenzione le vicende dell'esimio Rinalducci serbano memoria di quattro proposte di matrimonio che gli furono fatte, cioè:La contessina A....., 200 mila lire di dote, 35 anni, aspetto mediocre. Fuggita a venti anni con un ufficiale di cavalleria, trattenutasi con lui soli otto giorni;La marchesina B....., 150 mila lire, 28 anni, non brutta, rea d'un unico atto di distrazione che sventuratamente produsse una piccola conseguenza;La signorina L....., figlia di un negoziante di chiodi, 300 mila lire. Naso da pappagallo, e un'escrescenza assai pronunziata sulla schiena;La signorina N....., figlia d'un pizzicagnolo ritirato dagli affari, 350 mila lire, 27 anni, fianchi posticci, statura eccezionalmente bassa, un neo a forma di cespuglio sulla guancia, eruzioni cutanee assai abbondanti ogni primavera.Come si vede, l'uno o l'altro di questi partiti avrebbe offerto al conte Mario l'occasione di rimpannucciarsi. I biografi non sono d'accordo sulle ragioni che fecero andare a vuoto i vari progetti; i più benevoli affermano che nel momento di stringere i conti egli cedesse ad una invincibile ripugnanza pell'ignobile contratto; altri citano cause diverse. In un caso, essi dicono, furono i genitori della sposa che ruppero i negoziati, appena il conte Mario domandò un acconto di 10 mila lire sulla dote; in un altro caso una vedova alla quale egli andava debitore di molto, venuta a cognizione di ciò che stava macchinandosi dal suo protetto, riuscì a comperare alcune cambiali sottoscritte dal Rinalducci, e più sollecita della vendetta che del propriodecoro, lo minacciò d'una procedura sommaria ov'egli non si sciogliesse senza indugio da qualunque impegno matrimoniale.Il conte Mario sentì sbollirsi i suoi ardori per la sposina e tornò a sacrificare all'ara della vedova, ottenendo da lei l'annullamento delle tratte fatali.Il conte Mario giunse adunque alla matura virilità senza prender moglie e senza diventare nè uno scrittore, nè un pittore, nè un maestro di musica. Era un dilettante mediocre, buono da far madrigali, da disegnar macchiette, da sonare un walzer o una polka in caso di bisogno. Ma tutte queste cose non fruttano quattrini, e alla lunga, seppure egli avesse voluto, gli sarebbe stato ben difficile mettersi al sodo. A quarant'anni tutti ci chiedono:—O che avete fatto fino al presente? Come avviene che vi poniate in cammino nel momento, in cui gli altri arrivano?—E poi—faceva osservare il conte Mario quando sollecitava uno dei solitiprestitida uno dei soliti amici—e poi, capisci bene, col mio nome, nella mia posizione, non posso accettare il primo impiego che capita. Non dico, se si trattasse di esser direttore d'una banca, d'una compagnia d'assicurazioni, potrei anche pensarci, ma è tutta unacamorra, è una indegnità. Gli uffici sono riserbati a Caio perchè èparente d'uno dei consiglieri, a Tizio perchè ha le raccomandazioni di un ricco azionista, del quale sposerà la sorella, a Sempronio perchè ha l'amicizia della moglie del Presidente. Camorra! Camorra! Oh un giorno o l'altro li concierò io per le feste questi aristocratici della Borsa con una satira alfieriana!Ma la satira alfieriana rimase nella penna al nostro Mario, il quale volse le forze dell'intelletto a trovar mille ingegnose applicazioni alla sua teoria che un amico fosse una giovenca da mungere a proprio piacere. Lo svolgimento pratico di questa profonda dottrina gli arrecò per altro non pochi disinganni, che lo convinsero della tristizia degli uomini.—Quale egoismo!—egli sclamava dopo aver subìto un rifiuto.—Quale mancanza di cuore! Dirmi di no!....Poichè alcune delle vecchie relazioni gli andavano via via mancando, egli cominciò ad esser meno esclusivo nella scelta de' suoi conoscenti e ad introdursi anche in alcune famiglie borghesi. Però, nemmeno le nuove conoscenze duravano tutte a lungo, ed egli se ne vendicava diventando più esigente verso quelle che gli rimanevano fedeli o per sincera affezione, o per consuetudine, o per timidezza. Giacchè col crescer degli anni gli era cresciuta in singolar guisa la maldicenza, e molti temevano d'esser fatti segno a' suoi strali.Lo stanzino del caffè ov'egli teneva cattedra aveva acquistato ormai un certo grado di celebrità, e non mancavano gli sciocchi e gli sfaccendati che dicevano—Andiamo un po' a sentire il conte Mario. Ha la lingua un po' lunga, ma le dice con garbo, e non risparmia nè grandi nè piccini. Dopo tutto egli non è uomo di partito, è un carattere indipendente.Un carattere indipendente! Ecco quello che il conte Rinalducci voleva che gli altri lo giudicassero, ecco quello ch'egli credeva sul serio di essere. Povera indipendenza! Che ludibrio hanno fatto del tuo nome! Tu e la tua sorella libertà siete certo fra le parole più martoriate del dizionario. E tu per lo appunto, o indipendenza, quante volte non mascheri a tua insaputa l'abbietto cinismo, l'egoismo gelato e impudente! Quanti non sono che si vantano indipendenti, perchè non si lasciano vincere da nessun entusiasmo e da nessuno sdegno, perchè in mezzo al turbine delle ambizioni e degli affetti ond'è travolta l'umanità, possono non ambir nulla e non amar nulla, e si contentano di appiattarsi in un angolo per iscagliare il dardo avvelenato dei loro sarcasmi su tutti quelli che operano, e pensano, e credono, e amano! Non curare il proprio paese? È indipendenza dalle grettezze della nazionalità. Non tenersi legatidai benefizi? È indipendenza dalla gratitudine. Non rispettare la virtù? È indipendenza dalle pedanterie della morale.Chiedo perdono della digressione. Il conte Rinalducci, io dicevo, conservava alcuni amici, e questi dovevano supplire anche a quelli che gli erano andati mancando. Non solo egli era il loro assiduo commensale, ma voleva altresì esercitare una influenza sui loro sistemi culinari. Come avviene frequentemente degli oziosi, egli era diventato gastronomo, ed era delicatissimo nei cibi e nei vini. Rivedeva le buccie ai cuochi e ai cantinieri, e toglieva la sua stima ad un padrone di casa che lasciasse portare in tavola un manicaretto non accomodato a dovere o un vino di qualità inferiore. Chi non capiva la virtù delgorgonzolagrasso era uno zotico, chi non pregiava la polenta coi beccafichi era un barbaro. Tenne il broncio per due settimane ad una famiglia, che, dopo averlo invitato una mattina a mangiare le beccaccie, sciupò questa vivanda prelibata con una salsa sgradevole, salsa da Ostrogoti, com'egli diceva, salsa che era per se stessa una rivelazione di gusti grossolani e plebei.Se un buon pranzo era la cosa principale che il conte Mario domandava a' suoi amici, egli non intendeva con ciò esonerarli dall'obbligodi farlo partecipare anche ai loro divertimenti. E non solo egli reputava essere ormai convenuto che ove andavano i suoi conoscenti dovesse, a spese loro, andarsene anch'egli, ma suggeriva egli stesso le gite da farsi, gli spettacoli a cui assistere, e non lasciava pace agli amici finchè non li aveva indotti ad accogliere i suoi progetti.E in questi suoi suggerimenti non era già ossequioso, mellifluo, ma usava modi conformi a quellaindipendenza di caratterech'era il maggiore suo vanto.Egli s'era, per esempio, fitto in capo di andare a teatro col signor X. Ebbene, senza tanti preamboli, egli chiedeva:—Si èpreso palco per stasera?E se il signor X rispondeva, o che non ci aveva pensato, o che aveva voglia di restarsene a casa, egli replicava infastidito:—Come! Non si va a teatro? C'è uno spettacolo di cartello, e si ha il coraggio di non andare a teatro! Vergognatevi di farvi sentire a dire un'eresia simile....Ma qualche volta il signor X non si vergognava e teneva fermo al suo punto; allora il conte Mario prima di seccare una terza persona scaraventava addosso all'amico ricalcitrante una serie di contumelie accusandolo di mancare digusto e di gentilezza, e d'essere immeritevole dei favori della fortuna.Pur non era implacabile e il dì appresso si ripresentava, perdonando, alla tavola di chi aveva vituperato la sera.Del resto, il conte Mario aveva un modo di ricambiare i favori ricevuti. Non era egli un grande artistain potenza? Ebbene egli faceva il ritratto dei figli de' suoi anfitrioni. I fanciulli erano stati sempre il suo forte in pittura, ed egli rammentava con orgoglio le lodi che avevano accolto una testa d'angelo, lavoro della sua adolescenza. Adesso i bambini evocati dal suo pennello somigliavano più ai feti conservati nell'acquavite che agli angioletti dell'Assunta; nondimeno quand'egli aveva condotto a termine una di queste tele preziose, egli si fregava le mani con compiacenza e diceva fra sè:—Adesso il creditore son io.Se questo convincimento di non dover mai nulla a nessuno fosse sincero o affettato; se quest'aberrazione del suo spirito fosse rotta da qualche lucido intervallo in cui egli si rendesse conto esatto della sua posizione, è difficile a dirsi. Forse nella desolata solitudine della sua casa egli avrà avvertito l'abisso in cui era caduto, ma era troppo tardi. Ormai, la coscienza del vero non poteva infiammarloa virili propositi, l'energia che gli era mancata nella giovinezza non poteva venirgli nel tramonto della vita. Nè egli si apriva con nessuno. Mormorava degli uomini e delle cose, si lagnava dell'ingiustizia del mondo, inveiva, egli rimasto fra gli ultimi, contro tutti quelli che erano arrivati a una meta, ma confidar le segrete battaglie dell'animo, ma versare i proprii dolori nel cuor d'un amico non era affar suo. Alla società nella quale egli era vissuto egli aveva chiesto il piacere, non lo scambio soave degli affetti e dei pensieri, ed essa non gli aveva dato più di quanto egli s'era atteso da lei.Ora ella gli forniva i mezzi di sussistenza come si assegna una pensione ad un povero invalido; quanto ai conforti dello spirito, nè ella glieli offriva, nè egli sarebbe stato più capace d'intenderli.Il tugurio che lo albergava la notte era inaccessibile a tutti, fuorchè a una donnicciuola, al servizio d'altri inquilini della stessa abitazione, la quale per pochi soldi al mese consentiva a fargli la stanza. Ma quella donna doveva accudire a' suoi uffici mentr'egli era in casa; per tutto l'oro del mondo egli non le avrebbe lasciato la chiave della sua camera, temendo ch'ella potesse, lui assente, condurre qualcheduno fra quelle pareti, testimonio della sua miseria.Usciva per tempissimo, dopo essersi fatta la barba dinanzi a un frammento di specchio, dopo aver spazzolato in tutti i sensi l'unico vestito decente che gli restava; usciva senza uno scopo, senza una meta fissa, cacciato più ch'altro dall'insonnia e dal bisogno di quelle illusioni che gli erano negate dal triste spettacolo del suo covile. Percorreva lento, distratto le vie della città, sostando dinanzi alle mostre delle botteghe, soffermandosi al passar delle belle donnine e seguendole con un lungo sguardo di desiderio forzatamente platonico. Com'erano lontani i tempi in cui le belle donnine, accortesi ch'egli le guardava, si voltavano furtive e sorridevano dietro il ventaglio od il velo! Le belle donnine di quei tempi erano ormai venerande matrone, avevano perduto le rose del volto e la svelta leggiadria delle membra, ma avevano una casa, una famiglia, ma nel sorriso dei loro figliuoli rivivevano ai lieti dì della giovinezza; egli invece aveva finto di credere la giovinezza eterna, aveva sperato che i piaceri dei venti anni potessero scaldare un cuor di sessanta, e si trascinava solo, povero, infermiccio..... Misero chi non prepara gli alloggi alla vecchiezza che giunge! Esso è simile a chi s'affida di mantener perenne l'estate non vestendo i panni invernali.Dopo aver passato alcune ore alla bottegadi caffè in mezzo agli eleganti ed ai ricchi tanto per credersi ricco ed elegante al pari di loro, il conte Mario andava a pranzo da questo o da quello, saziandosi con un pane e un pezzo di formaggio nei giornivuoti. La sera rincasava assai tardi, ma non voleva che si discorresse mai del suo domicilio, del quale egli amava dimenticarsi sotto ogni riguardo, compreso quello della pigione.Il conte Rinalducci, come dissi fin dal principio, è morto, e l'onore di ricevere le sue ultime disposizioni toccò al signor Giovanni Battista Smerigli, ricco possidente, ex-consigliere comunale, che conosceva già da vent'anni il nostro eroe e che aveva la soddisfazione di dargli da desinare la domenica, il mercoledì e il venerdì.Ora, un mercoledì, alle sei in punto, il signor Giovanni Battista Smerigli, trovandosi nel gabinetto da lavoro di sua moglie, guardò prima l'orologio, poi la signora Valentina (era il nome della consorte) e disse:—Per solito Rinalducci a quest'ora è venuto.—Sicuro—rispose la signora Valentina senz'alzar gli occhi dal suo telaio da ricamo.—È stranissimo—soggiunse il signor Giovanni Battista.Indi marito e moglie si tacquero e lasciarono scorrere in silenzio altri cinque minuti.—Non capisco—riprese la signora Valentina dopo questo intervallo.—Se facessimo intanto portare in tavola?—insinuò timidamente il marito.—Ti pare?—replicòmadama.—Rinalducci andrebbe su tutte le furie. Egli ha dichiarato tante volte che non vuole la minestra fredda....—E a lasciarla al fuoco la troverà lunga.—È vero, ma egli ha pur detto che preferisce la minestra lunga alla fredda.—Gli è che invece io preferisco la minestra fredda.....—Zitto, vergognati. Un commensale di tanti anni!—Già.... anche troppo commensale—sospirò il signor Giovanni Battista, e avrebbe continuato se in quel momento non avesse sentito bussare all'uscio.Entrò un servo portando un biglietto. Il signor Smerigli lo prese e disse subito:—È la scrittura del conte Mario. Ma è singolare... In lapis, e tutta di traverso... Pare che gli tremasse la mano.... Ah! aspettate, soggiunse il signor Battista rivolgendosi al servo, c'è scritto anche:Condannata 50 centesimi. Eccoli....Il cameriere uscì.Il signor Smerigli aperse con curiosità il biglietto. La signora Valentina s'era alzata ella puredalla sedia e leggeva, dietro le spalle del marito. Tutto il messaggio consisteva in due righe:Sto male, fatevi subito accompagnare a casa mia dal latore.Mario.—Diavolo! diavolo!—disse il signor Smerigli.—A quest'ora! come si fa? Senza aver pranzato?.....—Non puoi ricusarti,—osservò la signora Valentina.—È presto detto, ma io non so nemmeno l'indirizzo preciso di Mario.—Non c'è il portatore della lettera che deve accompagnarti?—Sì, sta a vedere se non se n'è già andato....La signora Valentina scosse il campanello.—La persona che ha portato questa lettera?—ella chiese al servo che si presentò.—È giù che attende.—Vedi bene—riprese la signora Valentina indirizzandosi al consorte.Il signor Smerigli capì che non c'era rimedio, bevette in piedi una tazza di brodo e uscì brontolando.Quand'egli fu introdotto nella cameruccia del suo amico, lo trovò disteso sopra un letto senza lenzuola, mezzo vestito, e aggravato per modoche non poteva ormai pronunziar più una parola. Lo assisteva pietosamente una donna attempata, quella stessa che si prendeva cura delle poche sue robe e della sua miserabile stanza.—Questa mattina—ella disse—il conte s'era alzato come il solito e m'aveva chiamato a fargli la camera. Poi si pentì e mi ordinò che lo lasciassi solo. A mezzogiorno, non vedendolo uscire, gli chiesi se si sentisse male e se volesse nulla. Mi rispose che stava bene, che non abbisognava di niente e che non lo seccassi.... Finalmente un'ora fa, contro l'usanza, suonò il campanello. Lo trovai ansante e che stentava a parlare. Mi diede un biglietto per lei incaricandomi di farglielo aver subito. Io nello stesso tempo feci chiamare un medico che fu qui pochi minuti or sono, scrollò il capo, fece un salasso e disse che tornerà entro mezz'ora..... Santo Iddio!..... Chi si sarebbe figurata una cosa simile?..... Ancora un uomo fresco....E la buona vecchia si rasciugò gli occhi col dorso della mano.Il conte Mario, sebbene non potesse parlare, riconobbe lo Smerigli e gli fece cenno d'avvicinarsi. Indi con grande sforzo tolse di sotto il capezzale una specie di lettera suggellata e gliela consegnò.—Devo aprire? chiese il signor Smerigli.Il moribondo fece un gesto con la mano, come a dire: aspettate.Tornò il medico e dichiarò che non c'era più speranza. Infatti il pover'uomo morì di lì a poco.Il mattino successivo, alla presenza di testimoni e nella camera stessa del defunto, il signor Smerigli aperse il piego che aveva ricevuto. In cima alla pagina era scritta in bel carattere rotondo la parolatestamento.Che razza di testamento poteva mai fare uno spiantato come il conte Rinalducci?Il signor Smerigli lesse ad alta voce:Lascio al mio amico Giovanni Battista Smerigli l'incarico di farmi seppellire. Desidero funerali decorosi ma senza pompa. Lo stesso amico Smerigli è pure incaricato di far mettere sulla mia tomba una lapide colla seguente semplicissima iscrizione:Mario conte Rinalduccid'anni..... mesi.....Visse e morì indipendente.—Accetta l'eredità?—chiese il giudice con una certa aria di canzonatura.—Sì, sì, che vuol farci?—rispose il signor Smerigli, scrollando le spalle.—Ma, Dio l'abbia in gloria, un gran bel seccatore!
LO SPECCHIO ROTTOCAPITOLO PRIMOPatatrac.Patatin.Questi due suoni si fecero sentire quasi contemporaneamente una mezz'ora prima del tempo di desinare in casa del signor Pacifico Rosettini, dottore in legge e possidente, e loro tenne dietro un rumoroso pianto infantile. La signora Virginia, seconda moglie del signor Pacifico, la quale sedeva nel salotto da lavoro curva sopra un ricamo; il signor Pacifico stesso che stava preparando unaconclusionale; la cameriera Adelaide che apparecchiava la tavola, e due ragazzini fra gli otto e i dieci anni tornati in quel momento dalla scuola e ronzanti intorno alle casseruole della cucina, convennero da vari punti sul luogo dond'era venuto il rumore, e accolsero con differenti esclamazioni e domandeun fanciullo che poteva avere poco più di un lustro d'età e che scendeva una breve e agevole scaletta con una guancia più rossa dell'altra, un gran furore negli occhi lagrimosi e i due piccoli pugni stretti in atto di collera e di minaccia.—Che c'è, Gino?—Che cosa è stato?—Hai fatto una delle tue solite?—Ti sei fatto male?—Che bambino senza giudizio!—Via, strapazzatelo per soprammercato.—Ih! Che strepito!.....In mezzo a questo fuoco incrociato di punti interrogativi ed ammirativi, la signora Virginia s'era chinata sul bimbo, e presolo per disotto le ascelle lo esaminava e palpava da tutte le parti.—Via, via, non ha nulla—disse il signor Pacifico.Intanto il fanciullo singhiozzava—Cattiva nonna..... cattiva.....—Ah! È stata la nonna. Che cosa ti ha fatto?Gino segnò la guancia sinistra e piangendo con assai più rabbia che dolore, disse:—Mi ha picchiato qui.....—Ti ha dato uno schiaffo?..... Ma saraistato cattivo..... Le avrai messo sossopra la camera.—Niente.... niente.... È caduto... solo... lo... specchio.La cameriera, nell'intento lodevolissimo d'esaminarede visula posizione, aveva salito i pochi gradini della scala che metteva all'appartamento dellapadrona vecchiae stava già per entrar nella camera ov'era successo il contrasto fra nonna e nipote, quando sentì chiuder l'uscio con molta violenza e dare il chiavistello per di dentro.—Che basilisco!—ella mormorò fra i denti battendo la ritirata.—Benedetta donna!—soggiunse la signora Virginia.—Già, già, bisogna lasciarla sbollire da sè—disse il signor Pacifico.—Ma badiamo bene che anche Gino va castigato.—Lo castigo io—rispose con una certa ansietà la signora Virginia mentre faceva riparo al colpevole con la sua persona.—Siamo intesi—replicò gravemente il marito.—Ehi, signorini, che c'è da ridere? Subito in camera fin che suoni il campanello del pranzo. Hanno capito? Ha capito, Giorgio? Ha capito, Roberto?Queste parole erano indirizzate ai due ragazzipoc'anzi accennati, figli del primo letto del signor Pacifico. Essi si avviarono lentamente alla loro stanza canterellando—Torototela torototà.—Mal educati!—brontolò il signor Pacifico, senza badare che questo rimprovero veniva a ricadere sopra di lui—Mal educati! E rientrò nel suo studio.Gino fu condotto via da sua madre che gli asciugò le lagrime—Cattivello che sei, perchè sei andato a disturbare la nonna?..... Adesso venga qui ad aspettare il castigo.Il bimbo guardò la genitrice con aria d'incredulità, e in prova del suo ravvedimento appena giunto nel salotto da lavoro rovesciò il paniere ove la signora Virginia teneva le sue lane da ricamo.—Gino, Gino—gridò la mamma—vuoi proprio un altro schiaffetto?—E lo minacciò con la mano.Ma Gino aveva cacciato le gambe entro il paniere e si rotolava sul pavimento con tanta grazia e rideva con sì schietta allegria, che la signora Virginia ebbe una voglia matta di dargli un bacio anzichè uno schiaffo.Il furbacchiotto capì benissimo le disposizioni materne; quindi non si spaventò punto nel veder la signora genitrice alzarsi dalla seggiola,ma anzi con raddoppiata ilarità levò in aria le gambe con suvvi il paniere tanto da farlo parere una cornucopia rovesciata.—Domando io—disse la signora Virginia raccogliendo da terra il suo Gino e pigliandoselo in braccia—domando io come si fa a schiaffeggiare un visino simile.E continuava, rivolgendosi a un interlocutore immaginario—Guardate mo; non vi pare che si vedano ancora i segni di quelle cinque brutte dita lunghe ed ossute?..... Che orrore!.... Picchiarmi il mio Gino.....Nè paga di guardarselo e di baciarlo da tutte le parti, lo portò davanti allo specchio, e contemplandone con infinita compiacenza l'immagine, tornò a dire—Un bambino simile!Gino, incoraggiato così, ripetè la frase—Brutta nonna.La madre gli mise una mano sulla bocca.—Non si dicono queste parole... Mi racconti piuttosto che cos'ha fatto... Ha rotto lo specchio grande della nonna?—No... il piccolo.—Quello fatto come uno?—Sì, sì—rispose Gino—come unogrande.—Ma che bravo bambino!—esclamò la signora Virginia.—Conosce già le vocali.—Indi ripigliando un tuono che voleva esser serio:—Ahlei ha rotto lo specchio che somiglia ad uno; così ha fatto gridare la nonna... la nonna è stata troppo buona, non le ha dato che uno schiaffo solo, io gliene darò due.Dette queste parole, amministrò al delinquente due schiaffetti piccoli e gentili che arrivando su quelle guancie pienotte diedero un suono grasso e simpatico; indi lo depose in terra e continuò:—Adesso poi bisogna prepararsi a domandar perdono alla nonna. Stia attento e ripeta quello ch'io dico:Signora nonna... Andiamo, via, Gino...Signora nonna.—Signora nonna....—Bravo. Così va bene. Avanti:Le domando scusa....—Le domando scusa.....—Di quello che ho fatto...—Di quello che ho fatto...—E le prometto... Serio, Gino, non bisogna ridere.E le prometto...—E le prometto...—Che non lo farò mai più. Ha capito?...Che non lo farò mai più.—Che non lo farò mai più.—Bravissimo. Faccia conto ch'io sia la nonna, si metta lì in fondo, venga verso di me e torni a dir tutto quello che ha detto.Il bambino con aria grave e marziale si condussefino alla parte opposta, là si girò tutto di un pezzo e fisò i suoi occhi biricchini in viso alla signora madre. La signora madre guardò lui nella stessa maniera, e ambedue scoppiarono in una sonora risata. La quale risata nel piccolo Gino si prolungava in maniera da impedirgli di fare un passo e da incutere un legittimo timore di serie conseguenze; onde la signora Virginia si alzò e corse alla riscossa del suo rampollo, prendendoselo nuovamente in braccio e dichiarando ad alta voce che un demonietto uguale non vi era stato e non vi sarebbe mai e poi mai.Questa eccellente lezione di belle creanze fu interrotta dall'annunzio che la minestra era in tavola.—Dunque, Gino, siamo intesi—disse la signora Virginia dando la mano al bimbo e avviandosi con esso verso il salotto da pranzo.Ivi si trovavano Giorgio e Roberto, il primo dei quali aveva già versato un poco di vino sulla tovaglia, e ivi giungeva, contemporaneamente alla moglie e all'indomabile Gino, il signor Pacifico asciugandosi col fazzoletto i sudori e dichiarando che non era possibile immaginarsi la quantità di persone venute al suo studio nel corso della giornata.—Come se non bastassero i clienti—osservaval'egregio signor Pacifico—ci sono le faccende pubbliche. E non c'è mica caso di lavarsene le mani... Oh sì!... Vi dicono che bisogna prestarsi pel paese, che bisogna fare, lavorare, ecc. E ora c'è Consiglio provinciale, e ora Consiglio comunale, e poi la relazione sul gaz..... Giorgio sta quieto..... e poi le ferrovie, e il bilancio..... Roberto, va a vedere che cosa fa la nonna che non viene a pranzo. Insomma, basta avere un grano di cervello in zucca che in questo benedetto paese tocca far tutti i mestieri.....E il signor Pacifico spiegò il tovagliuolo, tornò a passarsi il fazzoletto sulla fronte e si atteggiò a vittima dell'amor di patria. Poscia il suo occhio olimpico degnò abbassarsi al piccolo Gino.—Lo hai castigato?—egli chiese alla moglie corrugando la fronte.—Sicuro.—Così va bene.—E soggiunse:—Si fa pel tuo meglio, caro. Se diventerai un uomo pubblico.....—Scotta—gridò Gino con voce piagnucolosa, occupandosi più della minestra che degli augurî paterni.—Soffia, bambino, soffia—suggerì la signora Virginia—Così... O vuoi che passiamo nell'altro piatto?—La nonna non vuol venire a pranzo—disse Roberto che rientrava in quel momento in salotto.—Non vuol venire? Te lo ha detto lei?—Sicuro. È chiusa in camera. Ho picchiato. Prima non ho inteso che un brontolio... Poi ho picchiato di nuovo; e lei s'è alzata di dov'era a sedere, perchè ho sentito mover la scranna, e gridò brusca:Chi è là? Le dissi che ero io e che venivo a ricordarle che il pranzo era in tavola e che l'aspettavamo.—O credete forse ch'io sia sorda e che non abbia inteso il campanello?—ella rispose. A pranzo non vengo perchè non mi accomoda di venire e non mi seccate.Dopo questo sproloquio Roberto sedette al suo posto e immerse con grande enfasi il cucchiaio nella zuppiera di riso.Il signor Pacifico fece un viso disgustato, e si rivolse alla moglie:—Prova tu.La signora Virginia, che in mezzo a' suoi difettucci non aveva fiele di sorta, rinnovò infruttuosamente il tentativo di Roberto; il signor Pacifico ottenne lo stesso risultato, cosa che offese il suo amor proprio, e convenne quindi rassegnarsi a desinare quel giorno senza la nonna.CAPITOLO SECONDOLa signora Paola, chè così si chiamava la nonna, aveva settant'anni sonati; ma era ancora assai vigorosa. Il suo passo era franco e sicuro, l'occhio vivo, il volto solcato da pochissime rughe. I suoi capelli erano quasi tutti bianchi, non radi però, chè anzi di poco ne era scemato cogli anni il volume. E docili ancora si bipartivano con bella regolarità sulle tempie dando una maestà severa alla sua fisonomia. Ella era anche buona e caritatevole, la signora Paola, nè in famiglia si mostrava punto esigente come usano talvolta le persone dell'età sua. Anzi se qualcheduno aveva davvero bisogno di lei, se v'erano malati in casa, ella diveniva un miracolo di attività e di abnegazione. Fuori che in queste occasioni si notava in tutto il suo contegno un certo riserbo, un desiderio frequentedi solitudine e di silenzio. Non era espansiva nè col figlio, nè con la nuora, nè coi nipoti. Verso questi ultimi era affettuosa, ma senza gli spasimi che le nonne sogliono avere. Il solo Gino, che cacciava il naso dappertutto e non aveva soggezione d'anima viva, penetrava volentieri nel santuario della sua camera e forzava le carezze della rigida matrona. Appunto una di queste visite era finita colla catastrofe dello schiaffo. Che cosa facesse Gino lo sappiamo; non ci siamo però ancora reso ragione dell'impeto subitaneo della signora Paola.A capacitarcene è forza conoscere qualche fatterello assai semplice.Alla signora Paola era accaduto ciò che accade a moltissime donne. Come suo figlio aveva avuto successivamente due mogli, così ella aveva avuto due mariti. Era stata fedele all'uno ed all'altro, ma l'amor suo, l'amore della sua anima ardente ella non lo aveva dato che al primo... O perchè adunque s'era rimaritata? chiederanno i pedanti. Bella domanda. Si fa presto a dire: la vedova che amava sul serio lo sposo non deve rimaritarsi, non deve profanare il santuario delle sue memorie, ecc. ecc. Son frasi. Figuratevi una povera giovinetta che a poco più di vent'anni resta priva del compagno ch'ella si era scelto per tutta la vita. È bella; viver sola non puòsenza esporsi a cento insidie, a cento pericoli; tornare nella famiglia, s'ella ha ancora famiglia, lo può certamente, ci torna anzi; ma ci starà sempre, ma la sua casa sarà quella ch'essa era prima? La cameretta ov'ella dormì i suoi sonni di vergine avrà mutato aspetto; nei volti dei suoi genitori non sarà certo scolpito un amore men vivo, sarà forse una tenerezza maggiore, e tuttavia anche l'espressione di quei volti sarà cambiata. Pei fratelli, pelle sorelle ella sarà sempre carissima, ma cara in un altro modo; non glielo si dirà certamente, ma si sentirà che ella porta nella sua vecchia dimora un fardello di tristi memorie... Non è più la spensierata fanciulla di qualche anno addietro; bisogna usarle speciali riguardi; ella ha ormai un passato di cui non conviene evocare fuor di luogo le ricordanze; in faccia a lei certe allegrezze troppo rumorose non istanno bene... E poi mettiamo che un'altra sorella abbia un giovane che la corteggi; la vedova non è più la natural confidente di questi amori come quand'era ragazza; adesso la è una seconda edizione della mamma, severa come lei senz'averne l'autorità. E mamma e babbo e fratelli d'ambo i sessi sono d'accordo a dire ch'è stata una grande disgraziaper tuttiche la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, comunque si chiami, abbia dovuto rimanere così aquell'età!... E la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, che indovina i loro pensieri e non può asfissiarsi col carbone, o perchè i suoi sentimenti religiosi glielo proibiscono o perchè ha paura della morte, dopo aver detto di no tre o quattro volte, si decide finalmente ad accogliere una nuova proposizione di matrimonio, e domandando perdono all'ombra del suo indimenticabile Arturo, o Luigi, o Aristodemo, passa a tentar la fortuna del secondo talamo.La signora Paola era vissuta due anni col suo primo marito, due anni di cielo, come si dice in linguaggio poetico. No, non è possibile esser tanto felici. Quando s'era sposata ella aveva sedici anni ed egli ne aveva ventuno e agli occhi di lei era bello come un Adone, buono come un angelo, e pieno d'ingegno, di brio, di coraggio. Si chiamava Ettore. Non è ben certo ch'egli avesse tutte le qualità attribuitegli da sua moglie; spaventato forse dalla tema di dover col tempo scendere dal piedestallo di gloria su cui ella lo aveva collocato, egli pensò bene di pigliarsi una perniciosa e di morire. Morì lasciandole un bambino di 13 mesi di nome Paride. Benedetta guerra di Troia! Non ce la siamo ancora dimenticata.Vedova nell'età in cui le altre donne sogliono essere ancora ragazze, la signora Paolina, immersanella più vera e profonda desolazione, giurò di consacrarsi intera alla memoria del suo Ettore e all'educazione di quel pegno diletto che gliene era rimasto... Era tutto lui. Negli occhi, nel naso, nei capelli ricciuti!... Guai a chi le parlasse di matrimonio, guai!...Ma la sventurata Paolina non era per anco rinvenuta dallo sbalordimento di quel primo colpo, quando gliene toccò un altro non meno terribile. Il suo Paride, il suo bimbo, il suo tesoro, la sola sua ambizione, il solo scopo della sua vita, morì anch'egli che non aveva due anni. La morte falcia volentieri le testine bionde. È inutile descrivere lo spasimo della madre. Si temette ch'ella ne perdesse la vita o almeno la ragione. Risentitasi dopo alcuni mesi, si trovò come smarrita nel mondo. Sarebbe andata monaca se il suo Ettore non le avesse lasciato in retaggio un orrore invincibile pei chiostri. Fece adunque quello che fanno le altre donne nella sua condizione; si ridusse presso la sua famiglia, traendovi una vita vegetativa. Ma era di mezzi di fortuna molto ristretti. Il suo Ettore sarebbe diventato sicuramente un grand'uomo, ma gliene era mancato il tempo, e intanto, appunto per estendere la sua conoscenza degli uomini e delle cose, aveva assottigliato la non cospicua dote della moglie.—Che non mi si venga a discorrere d'interesse—aveva detto la vedova—perchè non voglio saperne. Vergogna!Così la signora Paola, senz'accorgersene, finì coll'essere a carico della famiglia. Ma queste cose non possono rimaner sempre occulte, e anche la poveretta, per quanto i suoi glielo dissimulassero, alla lunga venne a saperlo. Allora pianti, e sospiri, e disperazioni, e fra lei e suo padre uno di que' dialoghi che sogliono tenersi in simili circostanze.—Bisogna ch'io veda di rendermi utile, che io faccia qualche cosa.—Nemmen per sogno, io non te lo permetterò mai.—In fin dei conti son libera.—Finchè son vivo io, mia figlia non si abbasserà a lavorar per guadagno.—Pregiudizii. È necessario che le donne comincino a procurarsi da sè i mezzi della loro esistenza.—Idee nuove che io non accetto.—Idee vecchie sono piuttosto le vostre...—Oh bravissima. Si metta a censurar suo padre. È di moda....—No, babbo.... io non volevo... Ah me infelice! Il mio Ettore! Il mio Ettore!E giù in un pianto dirotto.Questa scena rinnovata più volte con piccole variazioni finì col produrre singolari cambiamenti nel modo di vedere della signora Paolina, e in capo a quattr'anni di vedovanza, ella, senza nemmeno saper rendersi conto del come, si trovò fidanzata una seconda volta.Il suo nuovo marito si chiamava Mansueto e l'unico figlio ch'ella n'ebbe si volle a tutti i costi battezzar per Pacifico. Dal nome in giù era una completa antitesi fra il suo primo e il suo secondo consorte, il suo primo e il suo secondo figliuolo. Il suo Ettore era bello, vivace, aitante della persona, il signor Mansueto era di fisonomia insulsa, piccolo, goffo. Paride prometteva di far onore al suo nome, era nelle fasce un vero angioletto; a due anni, quando soccombette a una malattia di poche ore, camminava già solo, parlava, aveva messo più denti; questo Pacifico invece non cresceva mai, non riusciva mai a reggersi sulle gambe, non imparava nemmeno a dirmammaepapà, e benchè in complesso fosse sano, era sempre triste e piagnucoloso. Quindi la signora Paola era tratta irresistibilmente ai confronti, e quantunque facesse il possibile per amare il suo rispettabile consorte, e amasse con sincero affetto l'unico frutto di questo suo connubio, il suo pensiero correva al passato. E il passato diventava tantopiù bello agli occhi di lei, quanto più larga tratta di tempo ne la divideva, e a poco a poco con le virtù della immaginazione ella se ne era fatta una specie di paradiso terrestre. Ma di questo paradiso, di questa età dell'oro della sua vita non le restavano altre reliquie che due ciocche di capelli ed un piccolo specchio. Due ciocche di capelli recise dalla testa del suo Ettore e di Paride suo nel giorno in cui erano morti, e lo specchio medesimo rotto tanti anni dopo dall'insolentissimo Gino.La storia di quello specchio si chiude in poche parole.Esso era una suppellettile di casa della Paolina e stava nella sua camera da letto. Se ne era fatta una festa quando glielo avevano regalato ed era veramente nella sua piccolezza leggiadro e nitidissimo. Ma i pregi esteriori svaniti col tempo non eran quelli che glielo rendessero caro. Era piuttosto l'averlo avuto compagno per tanta parte della vita, l'esservisi vista riflessa in sì diverse condizioni ed età; era poi qualche episodio insignificante in sè, ma prezioso per lei. No certo, ella non dimenticherà mai quel giorno, il giorno delle prime sue nozze, in cui, seduta davanti al suo specchio favorito, ancora in vesta da mattina e mezzo discinta, coll'accappatoio sulle spalle, essa si lasciava acconciare i capellidalla cameriera, mentre la madre e una vecchia zia la contemplavano estatiche da tutte le parti. Pallida, tremante, ma piena in cuore di una ebbrezza ineffabile e nuova, ella guardava nel suo cristallo come attraverso le lenti di un panorama. E vi vedeva prima di tutto se stessa, in verità un bel visino, proprio una rosa bianca sbocciata appena e stillante rugiada dai petali; poi, curve sopra di lei in vari atteggiamenti e la cameriera, e la mamma, e la zia; quindi, in un piano posteriore, le suppellettili della sua camera in un certo disordine, il letto sfatto, il suo letto di fanciulla ove ella credeva di aver dormito per l'ultima volta, e le sedie, e l'armadio, e il sofà sul quale era distesa la sua candida vesta di sposa e la sua ghirlanda di fiori di cedro: finalmente, nel fondo, l'altro specchio men limpido ma assai più grande ch'era infisso alla parete e nella cui luce ella si sarebbe di lì a poco mirata tutta intera e in tutto lo splendore del suo abbigliamento nuziale. Ed ecco l'uscio dietro di lei socchiudersi pian piano, e dallo spiraglio far capolino prima un riccio di capelli, poi un naso, un occhio e la punta d'un baffo.—Che cos'hai?—chiese la madre, la quale non aveva avvertito altro che il rossore improvviso diffusosi sul volto alla Paolina.Ma la cameriera aveva visto ogni cosa nello specchio e sorrideva senza scomporsi.La vecchia zia allora si voltò bruscamente e si accorse che qualcheduno aveva cacciato la testa attraverso l'uscio e chequel qualchedunoera nientemeno che il signor Ettore, il promesso sposo.—Ah signor impertinente!—disse la venerabile matrona con una voce che somigliava al suono di una pentola fessa.—Non sa che non si può entrare?Troppo tardi! Il nemico aveva sorpreso la posizione. Messosi al posto della cameriera, il signor Ettore s'era curvato sulla sua Paolina, e a lei che, stringendosi quanto più poteva lo accappatoio alle spalle seminude e mettendo un piccolo grido, s'era arrovesciata sulla spalliera della seggiola, aveva stampato un sonoro bacio sulla bocca.Scossa allo spettacolo e forse rammentando chi sa che cosa, la vecchia zia aveva fiutato in gran furia due prese di tabacco, la cameriera sorrideva in un angolo, e la buona madre, mentre tentava di allontanare lo sposo e di raccomandargli la calma, non poteva trattenere le lagrime. Era un bel quadretto che lo specchio riproduceva con la sua scrupolosa fedeltà e di cui la Paolina non aveva certo agio, in quella voluttàe concitazione dell'animo, di coglier tutti i particolari, ma del quale ella aveva visto, come attraverso una nuvola d'oro, l'insieme.E così quello specchio le divenne tanto caro ch'ella volle portarselo seco nella sua nuova dimora. E lo collocò come un fedele e discreto amico nel suo gabinetto ditoilettein mezzo ad altri mobili più belli ed eleganti ma meno simpatici al suo cuore. Dinanzi ad esso ella continuò a pettinarsi, in esso vide riflessa la gioia serena de' suoi tempi felici, in esso vide la ingenua sorpresa del suo bambino quando gli si affacciava di là un'altra immagine infantile, ed egli sporgeva le labbra a baciarla. Mutati i tempi, vide nello specchio le nubi che oscurarono la sua fronte, e le lagrime che colarono dalle sue ciglia, e le rughe che solcarono le sue guancie. Tutta la sua vita era passata, ombra fuggitiva, di là. Dalla casa maritale tornò alla casa paterna, da questa entrò sotto il tetto di un nuovo marito, e lo specchio la seguitò sempre come un quadro di famiglia. Ed era un quadro veramente, era tutta la sua galleria domestica, senonchè le figure v'erano evocate da uno sforzo d'immaginazione. Vive sempre nella sua fantasia, esse non pigliavano mai così esatti contorni come nella luce di quel breve e fragil cristallo.Non maravigliamoci adunque se la signora Paola sta in atteggiamento di profondo dolore dinanzi ai frantumi di quella sua cara reliquia; pensiamo piuttosto quante volte al giorno, più colpevoli assai dell'imprudente bambino, o con una parola acerba, o con un gesto villano, o con un ghigno beffardo, noi turbiamo caste e sante memorie, noi interrompiamo l'opera laboriosa con la quale altri ritesse la tela del suo passato.
Patatrac.
Patatin.
Questi due suoni si fecero sentire quasi contemporaneamente una mezz'ora prima del tempo di desinare in casa del signor Pacifico Rosettini, dottore in legge e possidente, e loro tenne dietro un rumoroso pianto infantile. La signora Virginia, seconda moglie del signor Pacifico, la quale sedeva nel salotto da lavoro curva sopra un ricamo; il signor Pacifico stesso che stava preparando unaconclusionale; la cameriera Adelaide che apparecchiava la tavola, e due ragazzini fra gli otto e i dieci anni tornati in quel momento dalla scuola e ronzanti intorno alle casseruole della cucina, convennero da vari punti sul luogo dond'era venuto il rumore, e accolsero con differenti esclamazioni e domandeun fanciullo che poteva avere poco più di un lustro d'età e che scendeva una breve e agevole scaletta con una guancia più rossa dell'altra, un gran furore negli occhi lagrimosi e i due piccoli pugni stretti in atto di collera e di minaccia.
—Che c'è, Gino?
—Che cosa è stato?
—Hai fatto una delle tue solite?
—Ti sei fatto male?
—Che bambino senza giudizio!
—Via, strapazzatelo per soprammercato.
—Ih! Che strepito!.....
In mezzo a questo fuoco incrociato di punti interrogativi ed ammirativi, la signora Virginia s'era chinata sul bimbo, e presolo per disotto le ascelle lo esaminava e palpava da tutte le parti.
—Via, via, non ha nulla—disse il signor Pacifico.
Intanto il fanciullo singhiozzava—Cattiva nonna..... cattiva.....
—Ah! È stata la nonna. Che cosa ti ha fatto?
Gino segnò la guancia sinistra e piangendo con assai più rabbia che dolore, disse:—Mi ha picchiato qui.....
—Ti ha dato uno schiaffo?..... Ma saraistato cattivo..... Le avrai messo sossopra la camera.
—Niente.... niente.... È caduto... solo... lo... specchio.
La cameriera, nell'intento lodevolissimo d'esaminarede visula posizione, aveva salito i pochi gradini della scala che metteva all'appartamento dellapadrona vecchiae stava già per entrar nella camera ov'era successo il contrasto fra nonna e nipote, quando sentì chiuder l'uscio con molta violenza e dare il chiavistello per di dentro.
—Che basilisco!—ella mormorò fra i denti battendo la ritirata.
—Benedetta donna!—soggiunse la signora Virginia.
—Già, già, bisogna lasciarla sbollire da sè—disse il signor Pacifico.—Ma badiamo bene che anche Gino va castigato.
—Lo castigo io—rispose con una certa ansietà la signora Virginia mentre faceva riparo al colpevole con la sua persona.
—Siamo intesi—replicò gravemente il marito.—Ehi, signorini, che c'è da ridere? Subito in camera fin che suoni il campanello del pranzo. Hanno capito? Ha capito, Giorgio? Ha capito, Roberto?
Queste parole erano indirizzate ai due ragazzipoc'anzi accennati, figli del primo letto del signor Pacifico. Essi si avviarono lentamente alla loro stanza canterellando—Torototela torototà.
—Mal educati!—brontolò il signor Pacifico, senza badare che questo rimprovero veniva a ricadere sopra di lui—Mal educati! E rientrò nel suo studio.
Gino fu condotto via da sua madre che gli asciugò le lagrime—Cattivello che sei, perchè sei andato a disturbare la nonna?..... Adesso venga qui ad aspettare il castigo.
Il bimbo guardò la genitrice con aria d'incredulità, e in prova del suo ravvedimento appena giunto nel salotto da lavoro rovesciò il paniere ove la signora Virginia teneva le sue lane da ricamo.
—Gino, Gino—gridò la mamma—vuoi proprio un altro schiaffetto?—E lo minacciò con la mano.
Ma Gino aveva cacciato le gambe entro il paniere e si rotolava sul pavimento con tanta grazia e rideva con sì schietta allegria, che la signora Virginia ebbe una voglia matta di dargli un bacio anzichè uno schiaffo.
Il furbacchiotto capì benissimo le disposizioni materne; quindi non si spaventò punto nel veder la signora genitrice alzarsi dalla seggiola,ma anzi con raddoppiata ilarità levò in aria le gambe con suvvi il paniere tanto da farlo parere una cornucopia rovesciata.
—Domando io—disse la signora Virginia raccogliendo da terra il suo Gino e pigliandoselo in braccia—domando io come si fa a schiaffeggiare un visino simile.
E continuava, rivolgendosi a un interlocutore immaginario—Guardate mo; non vi pare che si vedano ancora i segni di quelle cinque brutte dita lunghe ed ossute?..... Che orrore!.... Picchiarmi il mio Gino.....
Nè paga di guardarselo e di baciarlo da tutte le parti, lo portò davanti allo specchio, e contemplandone con infinita compiacenza l'immagine, tornò a dire—Un bambino simile!
Gino, incoraggiato così, ripetè la frase—Brutta nonna.
La madre gli mise una mano sulla bocca.—Non si dicono queste parole... Mi racconti piuttosto che cos'ha fatto... Ha rotto lo specchio grande della nonna?
—No... il piccolo.
—Quello fatto come uno?
—Sì, sì—rispose Gino—come unogrande.
—Ma che bravo bambino!—esclamò la signora Virginia.—Conosce già le vocali.—Indi ripigliando un tuono che voleva esser serio:—Ahlei ha rotto lo specchio che somiglia ad uno; così ha fatto gridare la nonna... la nonna è stata troppo buona, non le ha dato che uno schiaffo solo, io gliene darò due.
Dette queste parole, amministrò al delinquente due schiaffetti piccoli e gentili che arrivando su quelle guancie pienotte diedero un suono grasso e simpatico; indi lo depose in terra e continuò:—Adesso poi bisogna prepararsi a domandar perdono alla nonna. Stia attento e ripeta quello ch'io dico:Signora nonna... Andiamo, via, Gino...Signora nonna.
—Signora nonna....
—Bravo. Così va bene. Avanti:Le domando scusa....
—Le domando scusa.....
—Di quello che ho fatto...
—Di quello che ho fatto...
—E le prometto... Serio, Gino, non bisogna ridere.E le prometto...
—E le prometto...
—Che non lo farò mai più. Ha capito?...Che non lo farò mai più.
—Che non lo farò mai più.
—Bravissimo. Faccia conto ch'io sia la nonna, si metta lì in fondo, venga verso di me e torni a dir tutto quello che ha detto.
Il bambino con aria grave e marziale si condussefino alla parte opposta, là si girò tutto di un pezzo e fisò i suoi occhi biricchini in viso alla signora madre. La signora madre guardò lui nella stessa maniera, e ambedue scoppiarono in una sonora risata. La quale risata nel piccolo Gino si prolungava in maniera da impedirgli di fare un passo e da incutere un legittimo timore di serie conseguenze; onde la signora Virginia si alzò e corse alla riscossa del suo rampollo, prendendoselo nuovamente in braccio e dichiarando ad alta voce che un demonietto uguale non vi era stato e non vi sarebbe mai e poi mai.
Questa eccellente lezione di belle creanze fu interrotta dall'annunzio che la minestra era in tavola.
—Dunque, Gino, siamo intesi—disse la signora Virginia dando la mano al bimbo e avviandosi con esso verso il salotto da pranzo.
Ivi si trovavano Giorgio e Roberto, il primo dei quali aveva già versato un poco di vino sulla tovaglia, e ivi giungeva, contemporaneamente alla moglie e all'indomabile Gino, il signor Pacifico asciugandosi col fazzoletto i sudori e dichiarando che non era possibile immaginarsi la quantità di persone venute al suo studio nel corso della giornata.
—Come se non bastassero i clienti—osservaval'egregio signor Pacifico—ci sono le faccende pubbliche. E non c'è mica caso di lavarsene le mani... Oh sì!... Vi dicono che bisogna prestarsi pel paese, che bisogna fare, lavorare, ecc. E ora c'è Consiglio provinciale, e ora Consiglio comunale, e poi la relazione sul gaz..... Giorgio sta quieto..... e poi le ferrovie, e il bilancio..... Roberto, va a vedere che cosa fa la nonna che non viene a pranzo. Insomma, basta avere un grano di cervello in zucca che in questo benedetto paese tocca far tutti i mestieri.....
E il signor Pacifico spiegò il tovagliuolo, tornò a passarsi il fazzoletto sulla fronte e si atteggiò a vittima dell'amor di patria. Poscia il suo occhio olimpico degnò abbassarsi al piccolo Gino.
—Lo hai castigato?—egli chiese alla moglie corrugando la fronte.
—Sicuro.
—Così va bene.—E soggiunse:—Si fa pel tuo meglio, caro. Se diventerai un uomo pubblico.....
—Scotta—gridò Gino con voce piagnucolosa, occupandosi più della minestra che degli augurî paterni.
—Soffia, bambino, soffia—suggerì la signora Virginia—Così... O vuoi che passiamo nell'altro piatto?
—La nonna non vuol venire a pranzo—disse Roberto che rientrava in quel momento in salotto.
—Non vuol venire? Te lo ha detto lei?
—Sicuro. È chiusa in camera. Ho picchiato. Prima non ho inteso che un brontolio... Poi ho picchiato di nuovo; e lei s'è alzata di dov'era a sedere, perchè ho sentito mover la scranna, e gridò brusca:Chi è là? Le dissi che ero io e che venivo a ricordarle che il pranzo era in tavola e che l'aspettavamo.—O credete forse ch'io sia sorda e che non abbia inteso il campanello?—ella rispose. A pranzo non vengo perchè non mi accomoda di venire e non mi seccate.
Dopo questo sproloquio Roberto sedette al suo posto e immerse con grande enfasi il cucchiaio nella zuppiera di riso.
Il signor Pacifico fece un viso disgustato, e si rivolse alla moglie:—Prova tu.
La signora Virginia, che in mezzo a' suoi difettucci non aveva fiele di sorta, rinnovò infruttuosamente il tentativo di Roberto; il signor Pacifico ottenne lo stesso risultato, cosa che offese il suo amor proprio, e convenne quindi rassegnarsi a desinare quel giorno senza la nonna.
La signora Paola, chè così si chiamava la nonna, aveva settant'anni sonati; ma era ancora assai vigorosa. Il suo passo era franco e sicuro, l'occhio vivo, il volto solcato da pochissime rughe. I suoi capelli erano quasi tutti bianchi, non radi però, chè anzi di poco ne era scemato cogli anni il volume. E docili ancora si bipartivano con bella regolarità sulle tempie dando una maestà severa alla sua fisonomia. Ella era anche buona e caritatevole, la signora Paola, nè in famiglia si mostrava punto esigente come usano talvolta le persone dell'età sua. Anzi se qualcheduno aveva davvero bisogno di lei, se v'erano malati in casa, ella diveniva un miracolo di attività e di abnegazione. Fuori che in queste occasioni si notava in tutto il suo contegno un certo riserbo, un desiderio frequentedi solitudine e di silenzio. Non era espansiva nè col figlio, nè con la nuora, nè coi nipoti. Verso questi ultimi era affettuosa, ma senza gli spasimi che le nonne sogliono avere. Il solo Gino, che cacciava il naso dappertutto e non aveva soggezione d'anima viva, penetrava volentieri nel santuario della sua camera e forzava le carezze della rigida matrona. Appunto una di queste visite era finita colla catastrofe dello schiaffo. Che cosa facesse Gino lo sappiamo; non ci siamo però ancora reso ragione dell'impeto subitaneo della signora Paola.
A capacitarcene è forza conoscere qualche fatterello assai semplice.
Alla signora Paola era accaduto ciò che accade a moltissime donne. Come suo figlio aveva avuto successivamente due mogli, così ella aveva avuto due mariti. Era stata fedele all'uno ed all'altro, ma l'amor suo, l'amore della sua anima ardente ella non lo aveva dato che al primo... O perchè adunque s'era rimaritata? chiederanno i pedanti. Bella domanda. Si fa presto a dire: la vedova che amava sul serio lo sposo non deve rimaritarsi, non deve profanare il santuario delle sue memorie, ecc. ecc. Son frasi. Figuratevi una povera giovinetta che a poco più di vent'anni resta priva del compagno ch'ella si era scelto per tutta la vita. È bella; viver sola non puòsenza esporsi a cento insidie, a cento pericoli; tornare nella famiglia, s'ella ha ancora famiglia, lo può certamente, ci torna anzi; ma ci starà sempre, ma la sua casa sarà quella ch'essa era prima? La cameretta ov'ella dormì i suoi sonni di vergine avrà mutato aspetto; nei volti dei suoi genitori non sarà certo scolpito un amore men vivo, sarà forse una tenerezza maggiore, e tuttavia anche l'espressione di quei volti sarà cambiata. Pei fratelli, pelle sorelle ella sarà sempre carissima, ma cara in un altro modo; non glielo si dirà certamente, ma si sentirà che ella porta nella sua vecchia dimora un fardello di tristi memorie... Non è più la spensierata fanciulla di qualche anno addietro; bisogna usarle speciali riguardi; ella ha ormai un passato di cui non conviene evocare fuor di luogo le ricordanze; in faccia a lei certe allegrezze troppo rumorose non istanno bene... E poi mettiamo che un'altra sorella abbia un giovane che la corteggi; la vedova non è più la natural confidente di questi amori come quand'era ragazza; adesso la è una seconda edizione della mamma, severa come lei senz'averne l'autorità. E mamma e babbo e fratelli d'ambo i sessi sono d'accordo a dire ch'è stata una grande disgraziaper tuttiche la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, comunque si chiami, abbia dovuto rimanere così aquell'età!... E la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, che indovina i loro pensieri e non può asfissiarsi col carbone, o perchè i suoi sentimenti religiosi glielo proibiscono o perchè ha paura della morte, dopo aver detto di no tre o quattro volte, si decide finalmente ad accogliere una nuova proposizione di matrimonio, e domandando perdono all'ombra del suo indimenticabile Arturo, o Luigi, o Aristodemo, passa a tentar la fortuna del secondo talamo.
La signora Paola era vissuta due anni col suo primo marito, due anni di cielo, come si dice in linguaggio poetico. No, non è possibile esser tanto felici. Quando s'era sposata ella aveva sedici anni ed egli ne aveva ventuno e agli occhi di lei era bello come un Adone, buono come un angelo, e pieno d'ingegno, di brio, di coraggio. Si chiamava Ettore. Non è ben certo ch'egli avesse tutte le qualità attribuitegli da sua moglie; spaventato forse dalla tema di dover col tempo scendere dal piedestallo di gloria su cui ella lo aveva collocato, egli pensò bene di pigliarsi una perniciosa e di morire. Morì lasciandole un bambino di 13 mesi di nome Paride. Benedetta guerra di Troia! Non ce la siamo ancora dimenticata.
Vedova nell'età in cui le altre donne sogliono essere ancora ragazze, la signora Paolina, immersanella più vera e profonda desolazione, giurò di consacrarsi intera alla memoria del suo Ettore e all'educazione di quel pegno diletto che gliene era rimasto... Era tutto lui. Negli occhi, nel naso, nei capelli ricciuti!... Guai a chi le parlasse di matrimonio, guai!...
Ma la sventurata Paolina non era per anco rinvenuta dallo sbalordimento di quel primo colpo, quando gliene toccò un altro non meno terribile. Il suo Paride, il suo bimbo, il suo tesoro, la sola sua ambizione, il solo scopo della sua vita, morì anch'egli che non aveva due anni. La morte falcia volentieri le testine bionde. È inutile descrivere lo spasimo della madre. Si temette ch'ella ne perdesse la vita o almeno la ragione. Risentitasi dopo alcuni mesi, si trovò come smarrita nel mondo. Sarebbe andata monaca se il suo Ettore non le avesse lasciato in retaggio un orrore invincibile pei chiostri. Fece adunque quello che fanno le altre donne nella sua condizione; si ridusse presso la sua famiglia, traendovi una vita vegetativa. Ma era di mezzi di fortuna molto ristretti. Il suo Ettore sarebbe diventato sicuramente un grand'uomo, ma gliene era mancato il tempo, e intanto, appunto per estendere la sua conoscenza degli uomini e delle cose, aveva assottigliato la non cospicua dote della moglie.
—Che non mi si venga a discorrere d'interesse—aveva detto la vedova—perchè non voglio saperne. Vergogna!
Così la signora Paola, senz'accorgersene, finì coll'essere a carico della famiglia. Ma queste cose non possono rimaner sempre occulte, e anche la poveretta, per quanto i suoi glielo dissimulassero, alla lunga venne a saperlo. Allora pianti, e sospiri, e disperazioni, e fra lei e suo padre uno di que' dialoghi che sogliono tenersi in simili circostanze.
—Bisogna ch'io veda di rendermi utile, che io faccia qualche cosa.
—Nemmen per sogno, io non te lo permetterò mai.
—In fin dei conti son libera.
—Finchè son vivo io, mia figlia non si abbasserà a lavorar per guadagno.
—Pregiudizii. È necessario che le donne comincino a procurarsi da sè i mezzi della loro esistenza.
—Idee nuove che io non accetto.
—Idee vecchie sono piuttosto le vostre...
—Oh bravissima. Si metta a censurar suo padre. È di moda....
—No, babbo.... io non volevo... Ah me infelice! Il mio Ettore! Il mio Ettore!
E giù in un pianto dirotto.
Questa scena rinnovata più volte con piccole variazioni finì col produrre singolari cambiamenti nel modo di vedere della signora Paolina, e in capo a quattr'anni di vedovanza, ella, senza nemmeno saper rendersi conto del come, si trovò fidanzata una seconda volta.
Il suo nuovo marito si chiamava Mansueto e l'unico figlio ch'ella n'ebbe si volle a tutti i costi battezzar per Pacifico. Dal nome in giù era una completa antitesi fra il suo primo e il suo secondo consorte, il suo primo e il suo secondo figliuolo. Il suo Ettore era bello, vivace, aitante della persona, il signor Mansueto era di fisonomia insulsa, piccolo, goffo. Paride prometteva di far onore al suo nome, era nelle fasce un vero angioletto; a due anni, quando soccombette a una malattia di poche ore, camminava già solo, parlava, aveva messo più denti; questo Pacifico invece non cresceva mai, non riusciva mai a reggersi sulle gambe, non imparava nemmeno a dirmammaepapà, e benchè in complesso fosse sano, era sempre triste e piagnucoloso. Quindi la signora Paola era tratta irresistibilmente ai confronti, e quantunque facesse il possibile per amare il suo rispettabile consorte, e amasse con sincero affetto l'unico frutto di questo suo connubio, il suo pensiero correva al passato. E il passato diventava tantopiù bello agli occhi di lei, quanto più larga tratta di tempo ne la divideva, e a poco a poco con le virtù della immaginazione ella se ne era fatta una specie di paradiso terrestre. Ma di questo paradiso, di questa età dell'oro della sua vita non le restavano altre reliquie che due ciocche di capelli ed un piccolo specchio. Due ciocche di capelli recise dalla testa del suo Ettore e di Paride suo nel giorno in cui erano morti, e lo specchio medesimo rotto tanti anni dopo dall'insolentissimo Gino.
La storia di quello specchio si chiude in poche parole.
Esso era una suppellettile di casa della Paolina e stava nella sua camera da letto. Se ne era fatta una festa quando glielo avevano regalato ed era veramente nella sua piccolezza leggiadro e nitidissimo. Ma i pregi esteriori svaniti col tempo non eran quelli che glielo rendessero caro. Era piuttosto l'averlo avuto compagno per tanta parte della vita, l'esservisi vista riflessa in sì diverse condizioni ed età; era poi qualche episodio insignificante in sè, ma prezioso per lei. No certo, ella non dimenticherà mai quel giorno, il giorno delle prime sue nozze, in cui, seduta davanti al suo specchio favorito, ancora in vesta da mattina e mezzo discinta, coll'accappatoio sulle spalle, essa si lasciava acconciare i capellidalla cameriera, mentre la madre e una vecchia zia la contemplavano estatiche da tutte le parti. Pallida, tremante, ma piena in cuore di una ebbrezza ineffabile e nuova, ella guardava nel suo cristallo come attraverso le lenti di un panorama. E vi vedeva prima di tutto se stessa, in verità un bel visino, proprio una rosa bianca sbocciata appena e stillante rugiada dai petali; poi, curve sopra di lei in vari atteggiamenti e la cameriera, e la mamma, e la zia; quindi, in un piano posteriore, le suppellettili della sua camera in un certo disordine, il letto sfatto, il suo letto di fanciulla ove ella credeva di aver dormito per l'ultima volta, e le sedie, e l'armadio, e il sofà sul quale era distesa la sua candida vesta di sposa e la sua ghirlanda di fiori di cedro: finalmente, nel fondo, l'altro specchio men limpido ma assai più grande ch'era infisso alla parete e nella cui luce ella si sarebbe di lì a poco mirata tutta intera e in tutto lo splendore del suo abbigliamento nuziale. Ed ecco l'uscio dietro di lei socchiudersi pian piano, e dallo spiraglio far capolino prima un riccio di capelli, poi un naso, un occhio e la punta d'un baffo.
—Che cos'hai?—chiese la madre, la quale non aveva avvertito altro che il rossore improvviso diffusosi sul volto alla Paolina.
Ma la cameriera aveva visto ogni cosa nello specchio e sorrideva senza scomporsi.
La vecchia zia allora si voltò bruscamente e si accorse che qualcheduno aveva cacciato la testa attraverso l'uscio e chequel qualchedunoera nientemeno che il signor Ettore, il promesso sposo.
—Ah signor impertinente!—disse la venerabile matrona con una voce che somigliava al suono di una pentola fessa.—Non sa che non si può entrare?
Troppo tardi! Il nemico aveva sorpreso la posizione. Messosi al posto della cameriera, il signor Ettore s'era curvato sulla sua Paolina, e a lei che, stringendosi quanto più poteva lo accappatoio alle spalle seminude e mettendo un piccolo grido, s'era arrovesciata sulla spalliera della seggiola, aveva stampato un sonoro bacio sulla bocca.
Scossa allo spettacolo e forse rammentando chi sa che cosa, la vecchia zia aveva fiutato in gran furia due prese di tabacco, la cameriera sorrideva in un angolo, e la buona madre, mentre tentava di allontanare lo sposo e di raccomandargli la calma, non poteva trattenere le lagrime. Era un bel quadretto che lo specchio riproduceva con la sua scrupolosa fedeltà e di cui la Paolina non aveva certo agio, in quella voluttàe concitazione dell'animo, di coglier tutti i particolari, ma del quale ella aveva visto, come attraverso una nuvola d'oro, l'insieme.
E così quello specchio le divenne tanto caro ch'ella volle portarselo seco nella sua nuova dimora. E lo collocò come un fedele e discreto amico nel suo gabinetto ditoilettein mezzo ad altri mobili più belli ed eleganti ma meno simpatici al suo cuore. Dinanzi ad esso ella continuò a pettinarsi, in esso vide riflessa la gioia serena de' suoi tempi felici, in esso vide la ingenua sorpresa del suo bambino quando gli si affacciava di là un'altra immagine infantile, ed egli sporgeva le labbra a baciarla. Mutati i tempi, vide nello specchio le nubi che oscurarono la sua fronte, e le lagrime che colarono dalle sue ciglia, e le rughe che solcarono le sue guancie. Tutta la sua vita era passata, ombra fuggitiva, di là. Dalla casa maritale tornò alla casa paterna, da questa entrò sotto il tetto di un nuovo marito, e lo specchio la seguitò sempre come un quadro di famiglia. Ed era un quadro veramente, era tutta la sua galleria domestica, senonchè le figure v'erano evocate da uno sforzo d'immaginazione. Vive sempre nella sua fantasia, esse non pigliavano mai così esatti contorni come nella luce di quel breve e fragil cristallo.
Non maravigliamoci adunque se la signora Paola sta in atteggiamento di profondo dolore dinanzi ai frantumi di quella sua cara reliquia; pensiamo piuttosto quante volte al giorno, più colpevoli assai dell'imprudente bambino, o con una parola acerba, o con un gesto villano, o con un ghigno beffardo, noi turbiamo caste e sante memorie, noi interrompiamo l'opera laboriosa con la quale altri ritesse la tela del suo passato.
IL PARASSITA INDIPENDENTEAvete conosciuto il conte Mario Rinalducci?No! Peccato. Era un carattere originale.Adesso non lo conoscerete più perchè è morto.Il conte Mario apparteneva a una famiglia nobile decaduta. Fino a vent'anni crebbe in mezzo agli agi ed alle mollezze, cullato nella falsa opinione d'essere un gran signore, nudrito di una educazione tutta d'apparato, la quale servì piuttosto ad assopire che a svolgere le attitudini naturali del suo spirito. Infatti egli non era uno sciocco; aveva anzi quella versatilità d'ingegno, quella facilità d'imparare, che quando non sono ben dirette, corrono il pericolo di convertirsi in vere disgrazie per chi le possede. Il fanciullo vedendo di poter afferrare con poca fatica quanto gli s'insegna, non istudia; lamadre grida al miracolo e porta in processione di casa in casa il suo illustre rampollo, affine di far dispetto alle altre madri sue amiche, le quali non sono beatificate di prole sì cospicua e magnanima.Il nostro contino imparò superficialmente una gran quantità di cose; a tredici anni faceva versi, nientemeno che versi, strimpellava il pianoforte, biascicava il francese, disegnava un po' di figura, tirava di scherma, ballava, e cominciava persino a corteggiar le signore.Sedicenne, con la prima lanugine sulle guancie, bello della persona, era il beniamino delle società eleganti; non c'era festa a cui non lo si invitasse, non allegra brigata di giovani onde egli non facesse parte.Quanto al progresso negli studi, c'era forse un po' di sosta; a tredici anni Mario prometteva di più; nondimeno egli continuava a mandar di pari passo la poesia, la musica, il disegno e gli esercizi ginnastici. In poesia mostrava soverchia indipendenza dalle regole grammaticali, in musica dicevano che qualche volta stuonasse, in disegno offendeva frequentemente la prospettiva, nella scherma era mediocre; perfetto era soltanto nel ballo.Del resto sua madre ripeteva sempre:—Importa molto che Mario studi! Pur che ci si mettain un giorno egli fa più strada che gli altri non facciano in un mese.E suo padre, buon uomo, obeso e torpido, ma non mancante di boria, soggiungeva con una logica tutta sua:—Gli studi regolari convengono a chi non può o non vuole mantenersi indipendente. Mario, grazie al cielo, non avrà mai bisogno di lavorar per guadagno.Mario aveva vent'anni quando padre e madre gli morirono coll'intervallo di pochi mesi, e il giovinetto venne a scoprire che la sua fortuna, la quale non era stata mai colossale, era sfumata quasi per intero.Ma non c'era punto da sgomentarsi, pur di avere un po' di criterio e un po' d'energia. Bisognava uscire da una società frivola e spensierata, mettersi a studiare sul serio una cosa o l'altra e poi cercarsi una professione. A venti anni un uomo senza obblighi di famiglia e non privo di abilità non ha bisogno di quattrini per farsi strada nel mondo.Però il Rinalducci tenne un diverso cammino. E la colpa ne fu in parte sua, in parte degli amici. Egli aveva una ripulsione istintiva ad accettare una posizione dipendente, a seppellirsi in un ufficio pubblico o privato, a disciplinare la propria attività. A ogni modo, se avesse sentito suonarsi all'orecchio un suggerimento virile,forse si sarebbe risolto a lottare con sè stesso, e quando v'è lotta v'è almeno la speranza della vittoria... Ma fra coloro che lo circondavano non ve n'era nessuno capace di questo suggerimento virile.Era tutta gente imbevuta di pregiudizi e la cui affezione per esso era d'indole soltanto egoistica. Un giovane che aveva un bel nome non poteva mettersi a livello d'un impiegatuccio qualunque, figlio del primo mascalzone venuto. E poi, e poi lasciar che Mario uscisse da una società di cui egli era uno fra i principali ornamenti! Chi poteva stargli a petto nel dirigere una quadriglia? Chi sapeva come lui suonare una polka in una di quelle festine improvvisate che divertono tanto? Chi lo uguagliava nel dar le disposizioni per una cena, per una partita di piacere? No, non conveniva assolutamente perderlo. E tutti a fargli ressa d'intorno e a rispondere alle sue lamentazioni, alle sue proteste di voler mutare ambiente, mutar città forse:—Ma via, ti pare?... Nemmen per idea... in primo luogo povero affatto non sei (gli era rimasto qualche migliaio di lire) non sei in condizioni da doverti cercare un pane da oggi a dimani... Puoi aspettare, puoi vedere... Aggiungi che hai anima di gentiluomo e d'artista; vorresti spendere il tuo tempo a registrare atti a protocolloo a scrivere lettere commerciali?... Con tanti amici che hai, col tuo ingegno!... Vergognati! Invece senza fretta tu farai un quadro, scriverai un'opera e allora avrai le ricchezze e la gloria...Nessun consiglio ci viene tanto accetto quanto quello che risponda alle nostre idee, e perciò il contino Rinalducci accolse le espressioni dei suoi amici con trasporti di vero entusiasmo. Egli era commosso fino alle lagrime della bontà che gli mostravano le prime famiglie del paese, della cura con cui esse volevano tutelare il suo decoro. Era impossibile ch'egli agisse contro la loro opinione, ch'egli si mostrasse meno tenero del proprio nome di quel che se ne mostrassero personaggi così cospicui quali erano la marchesa C..., la contessa M..., la principessa L..., i conti R..., il contino A..., per non parlare di uno sciame di ragazze tutte deliberate a trattarlo come un disertore s'egli abbandonava labuonasocietà.A ricambiare tanta benevolenza, egli, passati i primi tre mesi di lutto, continuò a dirigere le quadriglie, a dar le disposizioni per le gite di piacere, ad accompagnare alla passeggiata le signore di sua confidenza... Diede fondo in brevissimo tempo al poco che gli rimaneva, senza che i suoi studi avessero fatto un passo decisivo.Egli cominciò a scoprire che aveva il genio, ma che il suo spirito si ribellava alla tecnica dell'arte, si ribellava al giogo delle regole. Se si fosse potuto fare un quadro senza disegno nè colore, egli avrebbe fatto laTrasfigurazionedi Raffaello, se si fosse potuto scrivere un'opera senza le pedanterie del contrappunto, egli avrebbe scritto gliUgonotti. Malgrado di ciò egli continuava ad esser favorito, festeggiato, carezzato. E quando fu proprio al verde di quattrini, si accorse che non era difficile il far debiti, nè impossibile il trovare nei momenti supremi chi li pagasse. Più di qualche volta l'uno o l'altro de' suoi intimi aveva consentito ad anticipargli alcune migliaia di lire, tanto ch'egli potesse mantenersi in quella posizione indipendente di cui aveva bisogno... Se Mario non era ben vestito, non lo si poteva ricevere in società, e come fare a meno di lui in società se nessuno possedeva le sue svariate attitudini?...Il Rinalducci era in relazione troppo stretta con quelli che lo sovvenivano per sentirsi umiliato dalla loro condiscendenza.—Son cose che si fanno tra amici—egli diceva, e dispostissimo a fare anch'egli altrettanto, si sentiva esonerato dagli obblighi della gratitudine e da quelli del rimborso.Certo qualche volta gl'imbarazzi eran seri,ma il contino non si perdeva d'animo. A un vilissimo padrone di casa che si era permesso di dargli lo sfratto, perchè egli non aveva pagato per tutto un anno la pigione, il nostro eroe rispose per le rime meravigliandosi della sua petulanza e dichiarando ch'egli non era solito a ricevere intimazioni. L'altro non si diede per vinto e replicò con frasi di non dubbio significato. Punto nel vivo, il pigionale ricalcitrante mandò dal proprietario tiranno due giovanotti, intimi suoi, il conte C... e il barone V..., coll'incarico di ottenere una ritrattazione o di fissare le condizioni di una partita d'onore. Ma lo sfidato, quantunque fosse uomo di fresca età e di membra vigorose, ricusò di accomodar la faccenda in questa maniera e rise in faccia ai padrini, i quali, con molta solennità, stesero immediatamente un processo verbale, che diedero alla luce, lasciando giudice dell'accaduto il solito pubblico. E il pubblico, della buona società, sentenziò che il conte Rinalducci e i suoi padrini si erano condotti cavallerescamente, e che il proprietario era un bifolco senza principii di educazione. Ciò non tolse che il nostro zerbinotto dovesse cercarsi un altro alloggio. E lo trovò per qualche tempo in due stanze d'un palazzo disabitato appartenente a un amico, al quale egli si guardò bene dal pagare alcun fitto,dolendosi soltanto della nessuna comodità del quartiere assegnatogli, quartiere, com'egli diceva, più da servitori che da gentiluomini.—Come pretendere, egli soggiungeva, che io dipinga o scriva musica se ho uno studio privo d'aria e di luce? Vergogna! Che cosa sarebbe costato all'amico X il darmi una stanza migliore?Nondimeno il Rinalducci volle rispondere con magnanimità a tanta grettezza, e dipinse a memoria il ritratto del suo ospite, per fargliene una sorpresa nel suo dì natalizio. Il ritratto somigliava all'amico X quanto può somigliare la signora..... (quasi mi scappava il nome) alla più bella delle mie lettrici, ma esso parve all'autore un'opera d'arte così perfetta da non potersi pagare nè con l'abbuono di cento pigioni, nè con l'invito a diecimila pranzi. Volle sceglierne egli medesimo la cornice e collocarlo di sua mano nel posto d'onore sulla parete del salotto da ricevimento. Più di qualcheduno, non iniziato nei misteri del pittore, domandò chi fosse quel brutto ceffo che aveva la bocca storta e guardava losco. E allora il felice proprietario rispondeva in fretta con qualche imbarazzo:—Una testa di fantasia! Una testa di fantasia!Col passar degli anni le strettezze del conte Mario aumentavano anzichè diminuire. I suoi creditori, nefanda genìa, diventavano più fastidiosie i sovventori si mostravano invece meno liberali. E poi, a poco a poco, l'ambiente in mezzo al quale egli era cresciuto, si andava spostando e trasformando. I vecchi protettori, amici del babbo e della mamma, morivano, i compagni della sua gioventù prendevano moglie, le ragazze che egli aveva trattate confidenzialmente si maritavano, e non sempre le nuove famiglie erano così benevole a suo riguardo come le antiche. Egli sorprendeva di tratto in tratto qualche gesto impaziente, egli udiva qualche parola amara, egli, il favorito di pochi anni addietro, sentiva, in più d'una occasione, d'esser di troppo. Ma egli aveva acquistato ormai una faccia tosta invidiabile. Anche non invitato si cacciava dappertutto, era riuscito a desinare alla mensa altrui cinque volte per settimana, era riuscito a passare in varie villeggiature due mesi di primavera e due mesi d'autunno. Sempre indipendente, non isdegnava di ricambiare i favori de' suoi ospiti col corteggiarne le mogli, e metteva dalla sua parte le cameriere corteggiando anche loro. Era un bell'uomo, era elegante, e le donne chiudevano volontieri un occhio alle sue debolezze. Suoi implacabili nemici erano i camerieri maschi, perchè non aveva la bassa e servile abitudine di dar mancie e aveva esigenze da principe. Narra la cronaca ch'egli fosse unavolta gravemente compromesso dalle rivelazioni di uno staffiere, il quale l'aveva sorpreso nell'atto di consegnare un bigliettino alla sua padrona.Il conte Mario fu licenziato su due piedi dalla villa ond'egli godeva le delizie, ed ebbe l'intimazione di non presentarsi mai più. Egli si fece un grande onore in questa faccenda sfidando a duello e storpiando lo screanzato ed insofferente marito, ma dovette stringere una nuova relazione per supplire al vuoto prodotto dal disgustoso incidente nel numero de' suoi inviti a pranzo e in quello dei giorni ch'egli passava in villeggiatura.Si domanderà perchè il conte Mario non ricorresse ad un sistema molto in voga fra i pari suoi: vale a dire ad un ricco matrimonio con una ragazzaavariatadel suo ceto, o con qualche gobba o sbilenca della borghesia che fosse disposta a scambiare un mezzo milioncino con un po' di blasone.Quelli che seguirono con qualche attenzione le vicende dell'esimio Rinalducci serbano memoria di quattro proposte di matrimonio che gli furono fatte, cioè:La contessina A....., 200 mila lire di dote, 35 anni, aspetto mediocre. Fuggita a venti anni con un ufficiale di cavalleria, trattenutasi con lui soli otto giorni;La marchesina B....., 150 mila lire, 28 anni, non brutta, rea d'un unico atto di distrazione che sventuratamente produsse una piccola conseguenza;La signorina L....., figlia di un negoziante di chiodi, 300 mila lire. Naso da pappagallo, e un'escrescenza assai pronunziata sulla schiena;La signorina N....., figlia d'un pizzicagnolo ritirato dagli affari, 350 mila lire, 27 anni, fianchi posticci, statura eccezionalmente bassa, un neo a forma di cespuglio sulla guancia, eruzioni cutanee assai abbondanti ogni primavera.Come si vede, l'uno o l'altro di questi partiti avrebbe offerto al conte Mario l'occasione di rimpannucciarsi. I biografi non sono d'accordo sulle ragioni che fecero andare a vuoto i vari progetti; i più benevoli affermano che nel momento di stringere i conti egli cedesse ad una invincibile ripugnanza pell'ignobile contratto; altri citano cause diverse. In un caso, essi dicono, furono i genitori della sposa che ruppero i negoziati, appena il conte Mario domandò un acconto di 10 mila lire sulla dote; in un altro caso una vedova alla quale egli andava debitore di molto, venuta a cognizione di ciò che stava macchinandosi dal suo protetto, riuscì a comperare alcune cambiali sottoscritte dal Rinalducci, e più sollecita della vendetta che del propriodecoro, lo minacciò d'una procedura sommaria ov'egli non si sciogliesse senza indugio da qualunque impegno matrimoniale.Il conte Mario sentì sbollirsi i suoi ardori per la sposina e tornò a sacrificare all'ara della vedova, ottenendo da lei l'annullamento delle tratte fatali.Il conte Mario giunse adunque alla matura virilità senza prender moglie e senza diventare nè uno scrittore, nè un pittore, nè un maestro di musica. Era un dilettante mediocre, buono da far madrigali, da disegnar macchiette, da sonare un walzer o una polka in caso di bisogno. Ma tutte queste cose non fruttano quattrini, e alla lunga, seppure egli avesse voluto, gli sarebbe stato ben difficile mettersi al sodo. A quarant'anni tutti ci chiedono:—O che avete fatto fino al presente? Come avviene che vi poniate in cammino nel momento, in cui gli altri arrivano?—E poi—faceva osservare il conte Mario quando sollecitava uno dei solitiprestitida uno dei soliti amici—e poi, capisci bene, col mio nome, nella mia posizione, non posso accettare il primo impiego che capita. Non dico, se si trattasse di esser direttore d'una banca, d'una compagnia d'assicurazioni, potrei anche pensarci, ma è tutta unacamorra, è una indegnità. Gli uffici sono riserbati a Caio perchè èparente d'uno dei consiglieri, a Tizio perchè ha le raccomandazioni di un ricco azionista, del quale sposerà la sorella, a Sempronio perchè ha l'amicizia della moglie del Presidente. Camorra! Camorra! Oh un giorno o l'altro li concierò io per le feste questi aristocratici della Borsa con una satira alfieriana!Ma la satira alfieriana rimase nella penna al nostro Mario, il quale volse le forze dell'intelletto a trovar mille ingegnose applicazioni alla sua teoria che un amico fosse una giovenca da mungere a proprio piacere. Lo svolgimento pratico di questa profonda dottrina gli arrecò per altro non pochi disinganni, che lo convinsero della tristizia degli uomini.—Quale egoismo!—egli sclamava dopo aver subìto un rifiuto.—Quale mancanza di cuore! Dirmi di no!....Poichè alcune delle vecchie relazioni gli andavano via via mancando, egli cominciò ad esser meno esclusivo nella scelta de' suoi conoscenti e ad introdursi anche in alcune famiglie borghesi. Però, nemmeno le nuove conoscenze duravano tutte a lungo, ed egli se ne vendicava diventando più esigente verso quelle che gli rimanevano fedeli o per sincera affezione, o per consuetudine, o per timidezza. Giacchè col crescer degli anni gli era cresciuta in singolar guisa la maldicenza, e molti temevano d'esser fatti segno a' suoi strali.Lo stanzino del caffè ov'egli teneva cattedra aveva acquistato ormai un certo grado di celebrità, e non mancavano gli sciocchi e gli sfaccendati che dicevano—Andiamo un po' a sentire il conte Mario. Ha la lingua un po' lunga, ma le dice con garbo, e non risparmia nè grandi nè piccini. Dopo tutto egli non è uomo di partito, è un carattere indipendente.Un carattere indipendente! Ecco quello che il conte Rinalducci voleva che gli altri lo giudicassero, ecco quello ch'egli credeva sul serio di essere. Povera indipendenza! Che ludibrio hanno fatto del tuo nome! Tu e la tua sorella libertà siete certo fra le parole più martoriate del dizionario. E tu per lo appunto, o indipendenza, quante volte non mascheri a tua insaputa l'abbietto cinismo, l'egoismo gelato e impudente! Quanti non sono che si vantano indipendenti, perchè non si lasciano vincere da nessun entusiasmo e da nessuno sdegno, perchè in mezzo al turbine delle ambizioni e degli affetti ond'è travolta l'umanità, possono non ambir nulla e non amar nulla, e si contentano di appiattarsi in un angolo per iscagliare il dardo avvelenato dei loro sarcasmi su tutti quelli che operano, e pensano, e credono, e amano! Non curare il proprio paese? È indipendenza dalle grettezze della nazionalità. Non tenersi legatidai benefizi? È indipendenza dalla gratitudine. Non rispettare la virtù? È indipendenza dalle pedanterie della morale.Chiedo perdono della digressione. Il conte Rinalducci, io dicevo, conservava alcuni amici, e questi dovevano supplire anche a quelli che gli erano andati mancando. Non solo egli era il loro assiduo commensale, ma voleva altresì esercitare una influenza sui loro sistemi culinari. Come avviene frequentemente degli oziosi, egli era diventato gastronomo, ed era delicatissimo nei cibi e nei vini. Rivedeva le buccie ai cuochi e ai cantinieri, e toglieva la sua stima ad un padrone di casa che lasciasse portare in tavola un manicaretto non accomodato a dovere o un vino di qualità inferiore. Chi non capiva la virtù delgorgonzolagrasso era uno zotico, chi non pregiava la polenta coi beccafichi era un barbaro. Tenne il broncio per due settimane ad una famiglia, che, dopo averlo invitato una mattina a mangiare le beccaccie, sciupò questa vivanda prelibata con una salsa sgradevole, salsa da Ostrogoti, com'egli diceva, salsa che era per se stessa una rivelazione di gusti grossolani e plebei.Se un buon pranzo era la cosa principale che il conte Mario domandava a' suoi amici, egli non intendeva con ciò esonerarli dall'obbligodi farlo partecipare anche ai loro divertimenti. E non solo egli reputava essere ormai convenuto che ove andavano i suoi conoscenti dovesse, a spese loro, andarsene anch'egli, ma suggeriva egli stesso le gite da farsi, gli spettacoli a cui assistere, e non lasciava pace agli amici finchè non li aveva indotti ad accogliere i suoi progetti.E in questi suoi suggerimenti non era già ossequioso, mellifluo, ma usava modi conformi a quellaindipendenza di caratterech'era il maggiore suo vanto.Egli s'era, per esempio, fitto in capo di andare a teatro col signor X. Ebbene, senza tanti preamboli, egli chiedeva:—Si èpreso palco per stasera?E se il signor X rispondeva, o che non ci aveva pensato, o che aveva voglia di restarsene a casa, egli replicava infastidito:—Come! Non si va a teatro? C'è uno spettacolo di cartello, e si ha il coraggio di non andare a teatro! Vergognatevi di farvi sentire a dire un'eresia simile....Ma qualche volta il signor X non si vergognava e teneva fermo al suo punto; allora il conte Mario prima di seccare una terza persona scaraventava addosso all'amico ricalcitrante una serie di contumelie accusandolo di mancare digusto e di gentilezza, e d'essere immeritevole dei favori della fortuna.Pur non era implacabile e il dì appresso si ripresentava, perdonando, alla tavola di chi aveva vituperato la sera.Del resto, il conte Mario aveva un modo di ricambiare i favori ricevuti. Non era egli un grande artistain potenza? Ebbene egli faceva il ritratto dei figli de' suoi anfitrioni. I fanciulli erano stati sempre il suo forte in pittura, ed egli rammentava con orgoglio le lodi che avevano accolto una testa d'angelo, lavoro della sua adolescenza. Adesso i bambini evocati dal suo pennello somigliavano più ai feti conservati nell'acquavite che agli angioletti dell'Assunta; nondimeno quand'egli aveva condotto a termine una di queste tele preziose, egli si fregava le mani con compiacenza e diceva fra sè:—Adesso il creditore son io.Se questo convincimento di non dover mai nulla a nessuno fosse sincero o affettato; se quest'aberrazione del suo spirito fosse rotta da qualche lucido intervallo in cui egli si rendesse conto esatto della sua posizione, è difficile a dirsi. Forse nella desolata solitudine della sua casa egli avrà avvertito l'abisso in cui era caduto, ma era troppo tardi. Ormai, la coscienza del vero non poteva infiammarloa virili propositi, l'energia che gli era mancata nella giovinezza non poteva venirgli nel tramonto della vita. Nè egli si apriva con nessuno. Mormorava degli uomini e delle cose, si lagnava dell'ingiustizia del mondo, inveiva, egli rimasto fra gli ultimi, contro tutti quelli che erano arrivati a una meta, ma confidar le segrete battaglie dell'animo, ma versare i proprii dolori nel cuor d'un amico non era affar suo. Alla società nella quale egli era vissuto egli aveva chiesto il piacere, non lo scambio soave degli affetti e dei pensieri, ed essa non gli aveva dato più di quanto egli s'era atteso da lei.Ora ella gli forniva i mezzi di sussistenza come si assegna una pensione ad un povero invalido; quanto ai conforti dello spirito, nè ella glieli offriva, nè egli sarebbe stato più capace d'intenderli.Il tugurio che lo albergava la notte era inaccessibile a tutti, fuorchè a una donnicciuola, al servizio d'altri inquilini della stessa abitazione, la quale per pochi soldi al mese consentiva a fargli la stanza. Ma quella donna doveva accudire a' suoi uffici mentr'egli era in casa; per tutto l'oro del mondo egli non le avrebbe lasciato la chiave della sua camera, temendo ch'ella potesse, lui assente, condurre qualcheduno fra quelle pareti, testimonio della sua miseria.Usciva per tempissimo, dopo essersi fatta la barba dinanzi a un frammento di specchio, dopo aver spazzolato in tutti i sensi l'unico vestito decente che gli restava; usciva senza uno scopo, senza una meta fissa, cacciato più ch'altro dall'insonnia e dal bisogno di quelle illusioni che gli erano negate dal triste spettacolo del suo covile. Percorreva lento, distratto le vie della città, sostando dinanzi alle mostre delle botteghe, soffermandosi al passar delle belle donnine e seguendole con un lungo sguardo di desiderio forzatamente platonico. Com'erano lontani i tempi in cui le belle donnine, accortesi ch'egli le guardava, si voltavano furtive e sorridevano dietro il ventaglio od il velo! Le belle donnine di quei tempi erano ormai venerande matrone, avevano perduto le rose del volto e la svelta leggiadria delle membra, ma avevano una casa, una famiglia, ma nel sorriso dei loro figliuoli rivivevano ai lieti dì della giovinezza; egli invece aveva finto di credere la giovinezza eterna, aveva sperato che i piaceri dei venti anni potessero scaldare un cuor di sessanta, e si trascinava solo, povero, infermiccio..... Misero chi non prepara gli alloggi alla vecchiezza che giunge! Esso è simile a chi s'affida di mantener perenne l'estate non vestendo i panni invernali.Dopo aver passato alcune ore alla bottegadi caffè in mezzo agli eleganti ed ai ricchi tanto per credersi ricco ed elegante al pari di loro, il conte Mario andava a pranzo da questo o da quello, saziandosi con un pane e un pezzo di formaggio nei giornivuoti. La sera rincasava assai tardi, ma non voleva che si discorresse mai del suo domicilio, del quale egli amava dimenticarsi sotto ogni riguardo, compreso quello della pigione.Il conte Rinalducci, come dissi fin dal principio, è morto, e l'onore di ricevere le sue ultime disposizioni toccò al signor Giovanni Battista Smerigli, ricco possidente, ex-consigliere comunale, che conosceva già da vent'anni il nostro eroe e che aveva la soddisfazione di dargli da desinare la domenica, il mercoledì e il venerdì.Ora, un mercoledì, alle sei in punto, il signor Giovanni Battista Smerigli, trovandosi nel gabinetto da lavoro di sua moglie, guardò prima l'orologio, poi la signora Valentina (era il nome della consorte) e disse:—Per solito Rinalducci a quest'ora è venuto.—Sicuro—rispose la signora Valentina senz'alzar gli occhi dal suo telaio da ricamo.—È stranissimo—soggiunse il signor Giovanni Battista.Indi marito e moglie si tacquero e lasciarono scorrere in silenzio altri cinque minuti.—Non capisco—riprese la signora Valentina dopo questo intervallo.—Se facessimo intanto portare in tavola?—insinuò timidamente il marito.—Ti pare?—replicòmadama.—Rinalducci andrebbe su tutte le furie. Egli ha dichiarato tante volte che non vuole la minestra fredda....—E a lasciarla al fuoco la troverà lunga.—È vero, ma egli ha pur detto che preferisce la minestra lunga alla fredda.—Gli è che invece io preferisco la minestra fredda.....—Zitto, vergognati. Un commensale di tanti anni!—Già.... anche troppo commensale—sospirò il signor Giovanni Battista, e avrebbe continuato se in quel momento non avesse sentito bussare all'uscio.Entrò un servo portando un biglietto. Il signor Smerigli lo prese e disse subito:—È la scrittura del conte Mario. Ma è singolare... In lapis, e tutta di traverso... Pare che gli tremasse la mano.... Ah! aspettate, soggiunse il signor Battista rivolgendosi al servo, c'è scritto anche:Condannata 50 centesimi. Eccoli....Il cameriere uscì.Il signor Smerigli aperse con curiosità il biglietto. La signora Valentina s'era alzata ella puredalla sedia e leggeva, dietro le spalle del marito. Tutto il messaggio consisteva in due righe:Sto male, fatevi subito accompagnare a casa mia dal latore.Mario.—Diavolo! diavolo!—disse il signor Smerigli.—A quest'ora! come si fa? Senza aver pranzato?.....—Non puoi ricusarti,—osservò la signora Valentina.—È presto detto, ma io non so nemmeno l'indirizzo preciso di Mario.—Non c'è il portatore della lettera che deve accompagnarti?—Sì, sta a vedere se non se n'è già andato....La signora Valentina scosse il campanello.—La persona che ha portato questa lettera?—ella chiese al servo che si presentò.—È giù che attende.—Vedi bene—riprese la signora Valentina indirizzandosi al consorte.Il signor Smerigli capì che non c'era rimedio, bevette in piedi una tazza di brodo e uscì brontolando.Quand'egli fu introdotto nella cameruccia del suo amico, lo trovò disteso sopra un letto senza lenzuola, mezzo vestito, e aggravato per modoche non poteva ormai pronunziar più una parola. Lo assisteva pietosamente una donna attempata, quella stessa che si prendeva cura delle poche sue robe e della sua miserabile stanza.—Questa mattina—ella disse—il conte s'era alzato come il solito e m'aveva chiamato a fargli la camera. Poi si pentì e mi ordinò che lo lasciassi solo. A mezzogiorno, non vedendolo uscire, gli chiesi se si sentisse male e se volesse nulla. Mi rispose che stava bene, che non abbisognava di niente e che non lo seccassi.... Finalmente un'ora fa, contro l'usanza, suonò il campanello. Lo trovai ansante e che stentava a parlare. Mi diede un biglietto per lei incaricandomi di farglielo aver subito. Io nello stesso tempo feci chiamare un medico che fu qui pochi minuti or sono, scrollò il capo, fece un salasso e disse che tornerà entro mezz'ora..... Santo Iddio!..... Chi si sarebbe figurata una cosa simile?..... Ancora un uomo fresco....E la buona vecchia si rasciugò gli occhi col dorso della mano.Il conte Mario, sebbene non potesse parlare, riconobbe lo Smerigli e gli fece cenno d'avvicinarsi. Indi con grande sforzo tolse di sotto il capezzale una specie di lettera suggellata e gliela consegnò.—Devo aprire? chiese il signor Smerigli.Il moribondo fece un gesto con la mano, come a dire: aspettate.Tornò il medico e dichiarò che non c'era più speranza. Infatti il pover'uomo morì di lì a poco.Il mattino successivo, alla presenza di testimoni e nella camera stessa del defunto, il signor Smerigli aperse il piego che aveva ricevuto. In cima alla pagina era scritta in bel carattere rotondo la parolatestamento.Che razza di testamento poteva mai fare uno spiantato come il conte Rinalducci?Il signor Smerigli lesse ad alta voce:Lascio al mio amico Giovanni Battista Smerigli l'incarico di farmi seppellire. Desidero funerali decorosi ma senza pompa. Lo stesso amico Smerigli è pure incaricato di far mettere sulla mia tomba una lapide colla seguente semplicissima iscrizione:Mario conte Rinalduccid'anni..... mesi.....Visse e morì indipendente.—Accetta l'eredità?—chiese il giudice con una certa aria di canzonatura.—Sì, sì, che vuol farci?—rispose il signor Smerigli, scrollando le spalle.—Ma, Dio l'abbia in gloria, un gran bel seccatore!
Avete conosciuto il conte Mario Rinalducci?
No! Peccato. Era un carattere originale.
Adesso non lo conoscerete più perchè è morto.
Il conte Mario apparteneva a una famiglia nobile decaduta. Fino a vent'anni crebbe in mezzo agli agi ed alle mollezze, cullato nella falsa opinione d'essere un gran signore, nudrito di una educazione tutta d'apparato, la quale servì piuttosto ad assopire che a svolgere le attitudini naturali del suo spirito. Infatti egli non era uno sciocco; aveva anzi quella versatilità d'ingegno, quella facilità d'imparare, che quando non sono ben dirette, corrono il pericolo di convertirsi in vere disgrazie per chi le possede. Il fanciullo vedendo di poter afferrare con poca fatica quanto gli s'insegna, non istudia; lamadre grida al miracolo e porta in processione di casa in casa il suo illustre rampollo, affine di far dispetto alle altre madri sue amiche, le quali non sono beatificate di prole sì cospicua e magnanima.
Il nostro contino imparò superficialmente una gran quantità di cose; a tredici anni faceva versi, nientemeno che versi, strimpellava il pianoforte, biascicava il francese, disegnava un po' di figura, tirava di scherma, ballava, e cominciava persino a corteggiar le signore.
Sedicenne, con la prima lanugine sulle guancie, bello della persona, era il beniamino delle società eleganti; non c'era festa a cui non lo si invitasse, non allegra brigata di giovani onde egli non facesse parte.
Quanto al progresso negli studi, c'era forse un po' di sosta; a tredici anni Mario prometteva di più; nondimeno egli continuava a mandar di pari passo la poesia, la musica, il disegno e gli esercizi ginnastici. In poesia mostrava soverchia indipendenza dalle regole grammaticali, in musica dicevano che qualche volta stuonasse, in disegno offendeva frequentemente la prospettiva, nella scherma era mediocre; perfetto era soltanto nel ballo.
Del resto sua madre ripeteva sempre:—Importa molto che Mario studi! Pur che ci si mettain un giorno egli fa più strada che gli altri non facciano in un mese.
E suo padre, buon uomo, obeso e torpido, ma non mancante di boria, soggiungeva con una logica tutta sua:—Gli studi regolari convengono a chi non può o non vuole mantenersi indipendente. Mario, grazie al cielo, non avrà mai bisogno di lavorar per guadagno.
Mario aveva vent'anni quando padre e madre gli morirono coll'intervallo di pochi mesi, e il giovinetto venne a scoprire che la sua fortuna, la quale non era stata mai colossale, era sfumata quasi per intero.
Ma non c'era punto da sgomentarsi, pur di avere un po' di criterio e un po' d'energia. Bisognava uscire da una società frivola e spensierata, mettersi a studiare sul serio una cosa o l'altra e poi cercarsi una professione. A venti anni un uomo senza obblighi di famiglia e non privo di abilità non ha bisogno di quattrini per farsi strada nel mondo.
Però il Rinalducci tenne un diverso cammino. E la colpa ne fu in parte sua, in parte degli amici. Egli aveva una ripulsione istintiva ad accettare una posizione dipendente, a seppellirsi in un ufficio pubblico o privato, a disciplinare la propria attività. A ogni modo, se avesse sentito suonarsi all'orecchio un suggerimento virile,forse si sarebbe risolto a lottare con sè stesso, e quando v'è lotta v'è almeno la speranza della vittoria... Ma fra coloro che lo circondavano non ve n'era nessuno capace di questo suggerimento virile.
Era tutta gente imbevuta di pregiudizi e la cui affezione per esso era d'indole soltanto egoistica. Un giovane che aveva un bel nome non poteva mettersi a livello d'un impiegatuccio qualunque, figlio del primo mascalzone venuto. E poi, e poi lasciar che Mario uscisse da una società di cui egli era uno fra i principali ornamenti! Chi poteva stargli a petto nel dirigere una quadriglia? Chi sapeva come lui suonare una polka in una di quelle festine improvvisate che divertono tanto? Chi lo uguagliava nel dar le disposizioni per una cena, per una partita di piacere? No, non conveniva assolutamente perderlo. E tutti a fargli ressa d'intorno e a rispondere alle sue lamentazioni, alle sue proteste di voler mutare ambiente, mutar città forse:—Ma via, ti pare?... Nemmen per idea... in primo luogo povero affatto non sei (gli era rimasto qualche migliaio di lire) non sei in condizioni da doverti cercare un pane da oggi a dimani... Puoi aspettare, puoi vedere... Aggiungi che hai anima di gentiluomo e d'artista; vorresti spendere il tuo tempo a registrare atti a protocolloo a scrivere lettere commerciali?... Con tanti amici che hai, col tuo ingegno!... Vergognati! Invece senza fretta tu farai un quadro, scriverai un'opera e allora avrai le ricchezze e la gloria...
Nessun consiglio ci viene tanto accetto quanto quello che risponda alle nostre idee, e perciò il contino Rinalducci accolse le espressioni dei suoi amici con trasporti di vero entusiasmo. Egli era commosso fino alle lagrime della bontà che gli mostravano le prime famiglie del paese, della cura con cui esse volevano tutelare il suo decoro. Era impossibile ch'egli agisse contro la loro opinione, ch'egli si mostrasse meno tenero del proprio nome di quel che se ne mostrassero personaggi così cospicui quali erano la marchesa C..., la contessa M..., la principessa L..., i conti R..., il contino A..., per non parlare di uno sciame di ragazze tutte deliberate a trattarlo come un disertore s'egli abbandonava labuonasocietà.
A ricambiare tanta benevolenza, egli, passati i primi tre mesi di lutto, continuò a dirigere le quadriglie, a dar le disposizioni per le gite di piacere, ad accompagnare alla passeggiata le signore di sua confidenza... Diede fondo in brevissimo tempo al poco che gli rimaneva, senza che i suoi studi avessero fatto un passo decisivo.Egli cominciò a scoprire che aveva il genio, ma che il suo spirito si ribellava alla tecnica dell'arte, si ribellava al giogo delle regole. Se si fosse potuto fare un quadro senza disegno nè colore, egli avrebbe fatto laTrasfigurazionedi Raffaello, se si fosse potuto scrivere un'opera senza le pedanterie del contrappunto, egli avrebbe scritto gliUgonotti. Malgrado di ciò egli continuava ad esser favorito, festeggiato, carezzato. E quando fu proprio al verde di quattrini, si accorse che non era difficile il far debiti, nè impossibile il trovare nei momenti supremi chi li pagasse. Più di qualche volta l'uno o l'altro de' suoi intimi aveva consentito ad anticipargli alcune migliaia di lire, tanto ch'egli potesse mantenersi in quella posizione indipendente di cui aveva bisogno... Se Mario non era ben vestito, non lo si poteva ricevere in società, e come fare a meno di lui in società se nessuno possedeva le sue svariate attitudini?...
Il Rinalducci era in relazione troppo stretta con quelli che lo sovvenivano per sentirsi umiliato dalla loro condiscendenza.—Son cose che si fanno tra amici—egli diceva, e dispostissimo a fare anch'egli altrettanto, si sentiva esonerato dagli obblighi della gratitudine e da quelli del rimborso.
Certo qualche volta gl'imbarazzi eran seri,ma il contino non si perdeva d'animo. A un vilissimo padrone di casa che si era permesso di dargli lo sfratto, perchè egli non aveva pagato per tutto un anno la pigione, il nostro eroe rispose per le rime meravigliandosi della sua petulanza e dichiarando ch'egli non era solito a ricevere intimazioni. L'altro non si diede per vinto e replicò con frasi di non dubbio significato. Punto nel vivo, il pigionale ricalcitrante mandò dal proprietario tiranno due giovanotti, intimi suoi, il conte C... e il barone V..., coll'incarico di ottenere una ritrattazione o di fissare le condizioni di una partita d'onore. Ma lo sfidato, quantunque fosse uomo di fresca età e di membra vigorose, ricusò di accomodar la faccenda in questa maniera e rise in faccia ai padrini, i quali, con molta solennità, stesero immediatamente un processo verbale, che diedero alla luce, lasciando giudice dell'accaduto il solito pubblico. E il pubblico, della buona società, sentenziò che il conte Rinalducci e i suoi padrini si erano condotti cavallerescamente, e che il proprietario era un bifolco senza principii di educazione. Ciò non tolse che il nostro zerbinotto dovesse cercarsi un altro alloggio. E lo trovò per qualche tempo in due stanze d'un palazzo disabitato appartenente a un amico, al quale egli si guardò bene dal pagare alcun fitto,dolendosi soltanto della nessuna comodità del quartiere assegnatogli, quartiere, com'egli diceva, più da servitori che da gentiluomini.—Come pretendere, egli soggiungeva, che io dipinga o scriva musica se ho uno studio privo d'aria e di luce? Vergogna! Che cosa sarebbe costato all'amico X il darmi una stanza migliore?
Nondimeno il Rinalducci volle rispondere con magnanimità a tanta grettezza, e dipinse a memoria il ritratto del suo ospite, per fargliene una sorpresa nel suo dì natalizio. Il ritratto somigliava all'amico X quanto può somigliare la signora..... (quasi mi scappava il nome) alla più bella delle mie lettrici, ma esso parve all'autore un'opera d'arte così perfetta da non potersi pagare nè con l'abbuono di cento pigioni, nè con l'invito a diecimila pranzi. Volle sceglierne egli medesimo la cornice e collocarlo di sua mano nel posto d'onore sulla parete del salotto da ricevimento. Più di qualcheduno, non iniziato nei misteri del pittore, domandò chi fosse quel brutto ceffo che aveva la bocca storta e guardava losco. E allora il felice proprietario rispondeva in fretta con qualche imbarazzo:—Una testa di fantasia! Una testa di fantasia!
Col passar degli anni le strettezze del conte Mario aumentavano anzichè diminuire. I suoi creditori, nefanda genìa, diventavano più fastidiosie i sovventori si mostravano invece meno liberali. E poi, a poco a poco, l'ambiente in mezzo al quale egli era cresciuto, si andava spostando e trasformando. I vecchi protettori, amici del babbo e della mamma, morivano, i compagni della sua gioventù prendevano moglie, le ragazze che egli aveva trattate confidenzialmente si maritavano, e non sempre le nuove famiglie erano così benevole a suo riguardo come le antiche. Egli sorprendeva di tratto in tratto qualche gesto impaziente, egli udiva qualche parola amara, egli, il favorito di pochi anni addietro, sentiva, in più d'una occasione, d'esser di troppo. Ma egli aveva acquistato ormai una faccia tosta invidiabile. Anche non invitato si cacciava dappertutto, era riuscito a desinare alla mensa altrui cinque volte per settimana, era riuscito a passare in varie villeggiature due mesi di primavera e due mesi d'autunno. Sempre indipendente, non isdegnava di ricambiare i favori de' suoi ospiti col corteggiarne le mogli, e metteva dalla sua parte le cameriere corteggiando anche loro. Era un bell'uomo, era elegante, e le donne chiudevano volontieri un occhio alle sue debolezze. Suoi implacabili nemici erano i camerieri maschi, perchè non aveva la bassa e servile abitudine di dar mancie e aveva esigenze da principe. Narra la cronaca ch'egli fosse unavolta gravemente compromesso dalle rivelazioni di uno staffiere, il quale l'aveva sorpreso nell'atto di consegnare un bigliettino alla sua padrona.
Il conte Mario fu licenziato su due piedi dalla villa ond'egli godeva le delizie, ed ebbe l'intimazione di non presentarsi mai più. Egli si fece un grande onore in questa faccenda sfidando a duello e storpiando lo screanzato ed insofferente marito, ma dovette stringere una nuova relazione per supplire al vuoto prodotto dal disgustoso incidente nel numero de' suoi inviti a pranzo e in quello dei giorni ch'egli passava in villeggiatura.
Si domanderà perchè il conte Mario non ricorresse ad un sistema molto in voga fra i pari suoi: vale a dire ad un ricco matrimonio con una ragazzaavariatadel suo ceto, o con qualche gobba o sbilenca della borghesia che fosse disposta a scambiare un mezzo milioncino con un po' di blasone.
Quelli che seguirono con qualche attenzione le vicende dell'esimio Rinalducci serbano memoria di quattro proposte di matrimonio che gli furono fatte, cioè:
La contessina A....., 200 mila lire di dote, 35 anni, aspetto mediocre. Fuggita a venti anni con un ufficiale di cavalleria, trattenutasi con lui soli otto giorni;
La marchesina B....., 150 mila lire, 28 anni, non brutta, rea d'un unico atto di distrazione che sventuratamente produsse una piccola conseguenza;
La signorina L....., figlia di un negoziante di chiodi, 300 mila lire. Naso da pappagallo, e un'escrescenza assai pronunziata sulla schiena;
La signorina N....., figlia d'un pizzicagnolo ritirato dagli affari, 350 mila lire, 27 anni, fianchi posticci, statura eccezionalmente bassa, un neo a forma di cespuglio sulla guancia, eruzioni cutanee assai abbondanti ogni primavera.
Come si vede, l'uno o l'altro di questi partiti avrebbe offerto al conte Mario l'occasione di rimpannucciarsi. I biografi non sono d'accordo sulle ragioni che fecero andare a vuoto i vari progetti; i più benevoli affermano che nel momento di stringere i conti egli cedesse ad una invincibile ripugnanza pell'ignobile contratto; altri citano cause diverse. In un caso, essi dicono, furono i genitori della sposa che ruppero i negoziati, appena il conte Mario domandò un acconto di 10 mila lire sulla dote; in un altro caso una vedova alla quale egli andava debitore di molto, venuta a cognizione di ciò che stava macchinandosi dal suo protetto, riuscì a comperare alcune cambiali sottoscritte dal Rinalducci, e più sollecita della vendetta che del propriodecoro, lo minacciò d'una procedura sommaria ov'egli non si sciogliesse senza indugio da qualunque impegno matrimoniale.
Il conte Mario sentì sbollirsi i suoi ardori per la sposina e tornò a sacrificare all'ara della vedova, ottenendo da lei l'annullamento delle tratte fatali.
Il conte Mario giunse adunque alla matura virilità senza prender moglie e senza diventare nè uno scrittore, nè un pittore, nè un maestro di musica. Era un dilettante mediocre, buono da far madrigali, da disegnar macchiette, da sonare un walzer o una polka in caso di bisogno. Ma tutte queste cose non fruttano quattrini, e alla lunga, seppure egli avesse voluto, gli sarebbe stato ben difficile mettersi al sodo. A quarant'anni tutti ci chiedono:—O che avete fatto fino al presente? Come avviene che vi poniate in cammino nel momento, in cui gli altri arrivano?—E poi—faceva osservare il conte Mario quando sollecitava uno dei solitiprestitida uno dei soliti amici—e poi, capisci bene, col mio nome, nella mia posizione, non posso accettare il primo impiego che capita. Non dico, se si trattasse di esser direttore d'una banca, d'una compagnia d'assicurazioni, potrei anche pensarci, ma è tutta unacamorra, è una indegnità. Gli uffici sono riserbati a Caio perchè èparente d'uno dei consiglieri, a Tizio perchè ha le raccomandazioni di un ricco azionista, del quale sposerà la sorella, a Sempronio perchè ha l'amicizia della moglie del Presidente. Camorra! Camorra! Oh un giorno o l'altro li concierò io per le feste questi aristocratici della Borsa con una satira alfieriana!
Ma la satira alfieriana rimase nella penna al nostro Mario, il quale volse le forze dell'intelletto a trovar mille ingegnose applicazioni alla sua teoria che un amico fosse una giovenca da mungere a proprio piacere. Lo svolgimento pratico di questa profonda dottrina gli arrecò per altro non pochi disinganni, che lo convinsero della tristizia degli uomini.—Quale egoismo!—egli sclamava dopo aver subìto un rifiuto.—Quale mancanza di cuore! Dirmi di no!....
Poichè alcune delle vecchie relazioni gli andavano via via mancando, egli cominciò ad esser meno esclusivo nella scelta de' suoi conoscenti e ad introdursi anche in alcune famiglie borghesi. Però, nemmeno le nuove conoscenze duravano tutte a lungo, ed egli se ne vendicava diventando più esigente verso quelle che gli rimanevano fedeli o per sincera affezione, o per consuetudine, o per timidezza. Giacchè col crescer degli anni gli era cresciuta in singolar guisa la maldicenza, e molti temevano d'esser fatti segno a' suoi strali.
Lo stanzino del caffè ov'egli teneva cattedra aveva acquistato ormai un certo grado di celebrità, e non mancavano gli sciocchi e gli sfaccendati che dicevano—Andiamo un po' a sentire il conte Mario. Ha la lingua un po' lunga, ma le dice con garbo, e non risparmia nè grandi nè piccini. Dopo tutto egli non è uomo di partito, è un carattere indipendente.
Un carattere indipendente! Ecco quello che il conte Rinalducci voleva che gli altri lo giudicassero, ecco quello ch'egli credeva sul serio di essere. Povera indipendenza! Che ludibrio hanno fatto del tuo nome! Tu e la tua sorella libertà siete certo fra le parole più martoriate del dizionario. E tu per lo appunto, o indipendenza, quante volte non mascheri a tua insaputa l'abbietto cinismo, l'egoismo gelato e impudente! Quanti non sono che si vantano indipendenti, perchè non si lasciano vincere da nessun entusiasmo e da nessuno sdegno, perchè in mezzo al turbine delle ambizioni e degli affetti ond'è travolta l'umanità, possono non ambir nulla e non amar nulla, e si contentano di appiattarsi in un angolo per iscagliare il dardo avvelenato dei loro sarcasmi su tutti quelli che operano, e pensano, e credono, e amano! Non curare il proprio paese? È indipendenza dalle grettezze della nazionalità. Non tenersi legatidai benefizi? È indipendenza dalla gratitudine. Non rispettare la virtù? È indipendenza dalle pedanterie della morale.
Chiedo perdono della digressione. Il conte Rinalducci, io dicevo, conservava alcuni amici, e questi dovevano supplire anche a quelli che gli erano andati mancando. Non solo egli era il loro assiduo commensale, ma voleva altresì esercitare una influenza sui loro sistemi culinari. Come avviene frequentemente degli oziosi, egli era diventato gastronomo, ed era delicatissimo nei cibi e nei vini. Rivedeva le buccie ai cuochi e ai cantinieri, e toglieva la sua stima ad un padrone di casa che lasciasse portare in tavola un manicaretto non accomodato a dovere o un vino di qualità inferiore. Chi non capiva la virtù delgorgonzolagrasso era uno zotico, chi non pregiava la polenta coi beccafichi era un barbaro. Tenne il broncio per due settimane ad una famiglia, che, dopo averlo invitato una mattina a mangiare le beccaccie, sciupò questa vivanda prelibata con una salsa sgradevole, salsa da Ostrogoti, com'egli diceva, salsa che era per se stessa una rivelazione di gusti grossolani e plebei.
Se un buon pranzo era la cosa principale che il conte Mario domandava a' suoi amici, egli non intendeva con ciò esonerarli dall'obbligodi farlo partecipare anche ai loro divertimenti. E non solo egli reputava essere ormai convenuto che ove andavano i suoi conoscenti dovesse, a spese loro, andarsene anch'egli, ma suggeriva egli stesso le gite da farsi, gli spettacoli a cui assistere, e non lasciava pace agli amici finchè non li aveva indotti ad accogliere i suoi progetti.
E in questi suoi suggerimenti non era già ossequioso, mellifluo, ma usava modi conformi a quellaindipendenza di caratterech'era il maggiore suo vanto.
Egli s'era, per esempio, fitto in capo di andare a teatro col signor X. Ebbene, senza tanti preamboli, egli chiedeva:—Si èpreso palco per stasera?
E se il signor X rispondeva, o che non ci aveva pensato, o che aveva voglia di restarsene a casa, egli replicava infastidito:—Come! Non si va a teatro? C'è uno spettacolo di cartello, e si ha il coraggio di non andare a teatro! Vergognatevi di farvi sentire a dire un'eresia simile....
Ma qualche volta il signor X non si vergognava e teneva fermo al suo punto; allora il conte Mario prima di seccare una terza persona scaraventava addosso all'amico ricalcitrante una serie di contumelie accusandolo di mancare digusto e di gentilezza, e d'essere immeritevole dei favori della fortuna.
Pur non era implacabile e il dì appresso si ripresentava, perdonando, alla tavola di chi aveva vituperato la sera.
Del resto, il conte Mario aveva un modo di ricambiare i favori ricevuti. Non era egli un grande artistain potenza? Ebbene egli faceva il ritratto dei figli de' suoi anfitrioni. I fanciulli erano stati sempre il suo forte in pittura, ed egli rammentava con orgoglio le lodi che avevano accolto una testa d'angelo, lavoro della sua adolescenza. Adesso i bambini evocati dal suo pennello somigliavano più ai feti conservati nell'acquavite che agli angioletti dell'Assunta; nondimeno quand'egli aveva condotto a termine una di queste tele preziose, egli si fregava le mani con compiacenza e diceva fra sè:—Adesso il creditore son io.
Se questo convincimento di non dover mai nulla a nessuno fosse sincero o affettato; se quest'aberrazione del suo spirito fosse rotta da qualche lucido intervallo in cui egli si rendesse conto esatto della sua posizione, è difficile a dirsi. Forse nella desolata solitudine della sua casa egli avrà avvertito l'abisso in cui era caduto, ma era troppo tardi. Ormai, la coscienza del vero non poteva infiammarloa virili propositi, l'energia che gli era mancata nella giovinezza non poteva venirgli nel tramonto della vita. Nè egli si apriva con nessuno. Mormorava degli uomini e delle cose, si lagnava dell'ingiustizia del mondo, inveiva, egli rimasto fra gli ultimi, contro tutti quelli che erano arrivati a una meta, ma confidar le segrete battaglie dell'animo, ma versare i proprii dolori nel cuor d'un amico non era affar suo. Alla società nella quale egli era vissuto egli aveva chiesto il piacere, non lo scambio soave degli affetti e dei pensieri, ed essa non gli aveva dato più di quanto egli s'era atteso da lei.
Ora ella gli forniva i mezzi di sussistenza come si assegna una pensione ad un povero invalido; quanto ai conforti dello spirito, nè ella glieli offriva, nè egli sarebbe stato più capace d'intenderli.
Il tugurio che lo albergava la notte era inaccessibile a tutti, fuorchè a una donnicciuola, al servizio d'altri inquilini della stessa abitazione, la quale per pochi soldi al mese consentiva a fargli la stanza. Ma quella donna doveva accudire a' suoi uffici mentr'egli era in casa; per tutto l'oro del mondo egli non le avrebbe lasciato la chiave della sua camera, temendo ch'ella potesse, lui assente, condurre qualcheduno fra quelle pareti, testimonio della sua miseria.
Usciva per tempissimo, dopo essersi fatta la barba dinanzi a un frammento di specchio, dopo aver spazzolato in tutti i sensi l'unico vestito decente che gli restava; usciva senza uno scopo, senza una meta fissa, cacciato più ch'altro dall'insonnia e dal bisogno di quelle illusioni che gli erano negate dal triste spettacolo del suo covile. Percorreva lento, distratto le vie della città, sostando dinanzi alle mostre delle botteghe, soffermandosi al passar delle belle donnine e seguendole con un lungo sguardo di desiderio forzatamente platonico. Com'erano lontani i tempi in cui le belle donnine, accortesi ch'egli le guardava, si voltavano furtive e sorridevano dietro il ventaglio od il velo! Le belle donnine di quei tempi erano ormai venerande matrone, avevano perduto le rose del volto e la svelta leggiadria delle membra, ma avevano una casa, una famiglia, ma nel sorriso dei loro figliuoli rivivevano ai lieti dì della giovinezza; egli invece aveva finto di credere la giovinezza eterna, aveva sperato che i piaceri dei venti anni potessero scaldare un cuor di sessanta, e si trascinava solo, povero, infermiccio..... Misero chi non prepara gli alloggi alla vecchiezza che giunge! Esso è simile a chi s'affida di mantener perenne l'estate non vestendo i panni invernali.
Dopo aver passato alcune ore alla bottegadi caffè in mezzo agli eleganti ed ai ricchi tanto per credersi ricco ed elegante al pari di loro, il conte Mario andava a pranzo da questo o da quello, saziandosi con un pane e un pezzo di formaggio nei giornivuoti. La sera rincasava assai tardi, ma non voleva che si discorresse mai del suo domicilio, del quale egli amava dimenticarsi sotto ogni riguardo, compreso quello della pigione.
Il conte Rinalducci, come dissi fin dal principio, è morto, e l'onore di ricevere le sue ultime disposizioni toccò al signor Giovanni Battista Smerigli, ricco possidente, ex-consigliere comunale, che conosceva già da vent'anni il nostro eroe e che aveva la soddisfazione di dargli da desinare la domenica, il mercoledì e il venerdì.
Ora, un mercoledì, alle sei in punto, il signor Giovanni Battista Smerigli, trovandosi nel gabinetto da lavoro di sua moglie, guardò prima l'orologio, poi la signora Valentina (era il nome della consorte) e disse:—Per solito Rinalducci a quest'ora è venuto.
—Sicuro—rispose la signora Valentina senz'alzar gli occhi dal suo telaio da ricamo.
—È stranissimo—soggiunse il signor Giovanni Battista.
Indi marito e moglie si tacquero e lasciarono scorrere in silenzio altri cinque minuti.
—Non capisco—riprese la signora Valentina dopo questo intervallo.
—Se facessimo intanto portare in tavola?—insinuò timidamente il marito.
—Ti pare?—replicòmadama.—Rinalducci andrebbe su tutte le furie. Egli ha dichiarato tante volte che non vuole la minestra fredda....
—E a lasciarla al fuoco la troverà lunga.
—È vero, ma egli ha pur detto che preferisce la minestra lunga alla fredda.
—Gli è che invece io preferisco la minestra fredda.....
—Zitto, vergognati. Un commensale di tanti anni!
—Già.... anche troppo commensale—sospirò il signor Giovanni Battista, e avrebbe continuato se in quel momento non avesse sentito bussare all'uscio.
Entrò un servo portando un biglietto. Il signor Smerigli lo prese e disse subito:—È la scrittura del conte Mario. Ma è singolare... In lapis, e tutta di traverso... Pare che gli tremasse la mano.... Ah! aspettate, soggiunse il signor Battista rivolgendosi al servo, c'è scritto anche:Condannata 50 centesimi. Eccoli....
Il cameriere uscì.
Il signor Smerigli aperse con curiosità il biglietto. La signora Valentina s'era alzata ella puredalla sedia e leggeva, dietro le spalle del marito. Tutto il messaggio consisteva in due righe:
Sto male, fatevi subito accompagnare a casa mia dal latore.
Mario.
—Diavolo! diavolo!—disse il signor Smerigli.—A quest'ora! come si fa? Senza aver pranzato?.....
—Non puoi ricusarti,—osservò la signora Valentina.
—È presto detto, ma io non so nemmeno l'indirizzo preciso di Mario.
—Non c'è il portatore della lettera che deve accompagnarti?
—Sì, sta a vedere se non se n'è già andato....
La signora Valentina scosse il campanello.—La persona che ha portato questa lettera?—ella chiese al servo che si presentò.
—È giù che attende.
—Vedi bene—riprese la signora Valentina indirizzandosi al consorte.
Il signor Smerigli capì che non c'era rimedio, bevette in piedi una tazza di brodo e uscì brontolando.
Quand'egli fu introdotto nella cameruccia del suo amico, lo trovò disteso sopra un letto senza lenzuola, mezzo vestito, e aggravato per modoche non poteva ormai pronunziar più una parola. Lo assisteva pietosamente una donna attempata, quella stessa che si prendeva cura delle poche sue robe e della sua miserabile stanza.
—Questa mattina—ella disse—il conte s'era alzato come il solito e m'aveva chiamato a fargli la camera. Poi si pentì e mi ordinò che lo lasciassi solo. A mezzogiorno, non vedendolo uscire, gli chiesi se si sentisse male e se volesse nulla. Mi rispose che stava bene, che non abbisognava di niente e che non lo seccassi.... Finalmente un'ora fa, contro l'usanza, suonò il campanello. Lo trovai ansante e che stentava a parlare. Mi diede un biglietto per lei incaricandomi di farglielo aver subito. Io nello stesso tempo feci chiamare un medico che fu qui pochi minuti or sono, scrollò il capo, fece un salasso e disse che tornerà entro mezz'ora..... Santo Iddio!..... Chi si sarebbe figurata una cosa simile?..... Ancora un uomo fresco....
E la buona vecchia si rasciugò gli occhi col dorso della mano.
Il conte Mario, sebbene non potesse parlare, riconobbe lo Smerigli e gli fece cenno d'avvicinarsi. Indi con grande sforzo tolse di sotto il capezzale una specie di lettera suggellata e gliela consegnò.
—Devo aprire? chiese il signor Smerigli.
Il moribondo fece un gesto con la mano, come a dire: aspettate.
Tornò il medico e dichiarò che non c'era più speranza. Infatti il pover'uomo morì di lì a poco.
Il mattino successivo, alla presenza di testimoni e nella camera stessa del defunto, il signor Smerigli aperse il piego che aveva ricevuto. In cima alla pagina era scritta in bel carattere rotondo la parolatestamento.
Che razza di testamento poteva mai fare uno spiantato come il conte Rinalducci?
Il signor Smerigli lesse ad alta voce:
Lascio al mio amico Giovanni Battista Smerigli l'incarico di farmi seppellire. Desidero funerali decorosi ma senza pompa. Lo stesso amico Smerigli è pure incaricato di far mettere sulla mia tomba una lapide colla seguente semplicissima iscrizione:
Mario conte Rinalduccid'anni..... mesi.....Visse e morì indipendente.
—Accetta l'eredità?—chiese il giudice con una certa aria di canzonatura.
—Sì, sì, che vuol farci?—rispose il signor Smerigli, scrollando le spalle.—Ma, Dio l'abbia in gloria, un gran bel seccatore!