APPENDICE

APPENDICE

Nè con questi la lista dei nuovi casi dei geni malati è chiusa.

Ad ogni sguardo che si getti sulla storia dei grandi uomini ne troviamo nuove prove, sian pure frammentarie, che giovano però a completare la dimostrazione della nevrosi del genio.

Alessandro Magno. — Troviamo p. e. in una bella monografia di Grasso Gabriele (Questioni concernenti la vita di Antipatro, 1889, Ariano) molti dati sulla follia morale di Alessandro: accessi di megalomania, di impulsività, di deliri religiosi, non che certe bizzarie simili a quelle or notate in Napoleone, laGamomania, per esempio, per cui obbligò ottanta dei suoi ufficiali edieci mila soldati ad unirsi in matrimonio con donne persiane.

Soprattutto spiccata ebbe l'eredità morbosa nella madre dissoluta, invidiosa, egoista, superstiziosa, altera, impetuosa, e nel fratello Filippo Avrideo, parzialmente imbecille.

Cambise. —Criminalità e genio con epilessia in Cambise. Leggo in Erodoto, III Libro, informazioni sulla pazzia morale, sull'epilessia e sul genio di Cambise sfuggite finora alle osservazioni degli alienisti.

Cambise, figlio di Ciro, re dei Persiani, trascinato dal genio della conquista, pensò prima a conquistare l'Egitto, nel che riesci facilmente; ma subito dopo volle conquistare contemporaneamente gli Ammoniti, gli Etiopi e i Cartaginesi, e senza le precauzioni e le alleanze che aveva saputo prendere nella prima conquista, quando si era alleato cogli Arabi provvedendosi, cioè di otri d'acqua, e fatto riconoscere il terreno, ecc. — E così dell'armata contro gli Ammoniti non rimase più uno che tornasse indietro; tutti morirono di sete e di fame. Anche nelle spedizioni contro gli Etiopi un quinto dei suoi soldati perì di fame dopo esser ricorsa fino a mangiare i propri compagni. Trascinato dalla violenza del potere, commise in Egitto crudeltà bestiali: non potendo più trovare vivo il re Amasi,ne volle far bastonare la mummia; poi con un'ordinanza che feriva profondamente il senso religioso dei Persiani insieme degli Egiziani, la fece abbruciare. Vedendo che i reggitori del Municipio di Memfi facevano allegrezze per il bue Api, (quando cioè si manifestava un bue con certi segni simbolici sulla schiena), li fece morire; e di più fece bastonare a morte i sacerdoti e lo stesso bue Api.

Sposò due sorelle, contro la legge persiana, poi ne uccise una con un calcio nel ventre.

Aveva un fido ministro, Procaste, a cui domandando che opinione dominasse nel pubblico su lui, e sentendo dire che lo si biasimava per gli eccessi alcoolici, gli fece vedere come fosse bene in gamba collo spaccare con una freccia il cuore di suo figlio; più tardi fece seppellire dodici Persiani vivi col capo in giù; per un sogno fece uccidere il fratello Smerti.

Nè debbon destare meraviglia, continua Erodoto, prevenendo la nostra teoria dell'equivalenza dell'epilessia colla criminalità, questi eccessi,perchè fin dagli anni dieci patì il morbo sacro.

Ora a chi soccorre in mente il grande epilettico del nostri tempi, Napoleone, vede, salvo il colorito dei tempi, quasi uguali analogie: — le spedizioni in Russia, gli amori incestuosi, le crudeltà inutili sottoforma politica[49]; anche soccorre in mente il tipo dei conquistatori quasi sempre pazzi ed impulsivi che ci dà il Ferrero nelMilitarismo.

È singolare che nella storia di Appiano si legga pure come Cesare per sfogare la sua malattia epilettica che s'aggravava nell'inerzia conquistasse le Gallie, dandoci fin da quei tempi un equivalente epilettico nell'anelare continuamente a dietro lontane conquiste!

Gaetana Agnesi. —Amatie LuigiaAnzoletti[50]ci esumano sulla famosa matematica GaetanaAgnesi, notizie che ne mostrano la nevrosi. — Ed anzitutto la grande precocità. A 5 anni era già forte nella lingua francese, a 9 nel latino, a 11 nel greco, nell'ebraico, nello spagnuolo, e pochi anni dopo apprendeva la filosofia e la matematica. Anche da bimba mostrò quelle disposizioni ascetiche che più tardi crebbero tanto in lei da deciderla a 30 anni ad abbandonar gli studi. Giova notare pure un altro fatto singolarissimo e che giova anche a dimostrare l'influenza grande dell'incoscienza nell'opera geniale, (Vedi Vol. II): che essa trovò molte soluzioni dei problemi matematici nel sonno, o meglio nei sogni, "Pensando in sogno, dice il Frisi[51], ad un quesito meditato nel giorno, balzava dal letto, andava allo studio, annotava la soluzione, poi andava a letto e alla mattina trovava sul tavolino l'annotazione stesa nella notte incoscientemente." E a 12 anni all'epoca della pubertà fu presa da accessi isterepilettici che poi si dissiparono. Si notò in lei anche completa anafrodisia; e come accennammo, a 30 anni la scienziata si trasformava in filantropa, anzi in devota.

Sua sorella Maria Teresa emerse nella musica e compose il celebrato dramma musicaleSofonisba. Maritata sui trent'anni compose ilCiro, ilNitocri,e fu una delle compositrici di musica più ricche di fantasia che vanti la storia dell'arte.

La sorella Paolina era d'una mirabile filantropia.

Il padre Don Pietro, egli pure matematico, ebbe da 2 mogli 23 figli; artritico, era vecchio quando nacque la Agnesi, e passò ai suoi tempi per un famoso egoista, che non voleva maritare le figliuole per conservare il vanto del loro nome alla famiglia.

Strindberg. — Strindberg fu quello che in tedesco si chiama unselbstqualer, un torturatore del proprio corpo e della propria anima; e tutto ciò per speciale disposizione ereditaria e per le condizioni della prima giovinezza; forsanco per la troppa coltura. Volle essere artista e scienziato, comico, giornalista, pittore, musico e teologo, e infine terminò per essere bibliotecario, passò dal socialismo all'anarchia, e dall'anarchia al cattolicismo, come dal monastero al manicomio. Vuolsi che la monomania di cui era afflitto derivasse da un colpo di pietra alla fronte ch'ebbe da giovane e che fu seguito subito da afasia duratagli vario tempo.

Riccardo Wagner. — Roncoroni (La lotta per la vita e per l'arte, "Rivista moderna dicoltura" anno I, fascicoli 3, 5, 6. — 1898), ci dimostra la grande sua precocità nell'ingegno e la violenza delle emozioni nellamegalomania, nel "gigantismo monoemozionale" che lo caratterizzarono poi sempre. Fin dall'età che per gli altri ragazzi è destinata ai giuochi dell'infanzia, si rivelarono in Wagner la passione per l'arte e per la gloria, e il tratto caratteristico della impossibilità di battere la via comune, di assoggettarsi alle leggi stabilite. Spirito fantastico, dominato da un misticismo esagerato, "faceva dei sogni in pieno giorno", scrive egli stesso, "durante i quali la nota fondamentale, le terze e le quinte mi apparivano in persona e mi rivelavano la loro significazione importante." A 17 anni compone un'ouverturea tessuto complicatissimo, e la scrive con tre inchiostri differenti, pei varî strumenti.

Anche il suo egoismo è dimostrato dalla sua relazione con Meyerbeer, e con molti amici.

La violenza delle sue emozioni è rivelata dall'importanza che attribuiva alle critiche altrui:Mi si lodi, o mi si biasimi— scriveva —è come mi si pugnalassero le intestina.

Agilissimo, saliva sugli alberi più alti del giardino, ed era vanitosissimo della sua agilità. Nei momenti di eccitamento sembrava in preda alla febbre; tutto pieno di fuoco, incapace di star fermo, saltava, si dimenava, agitava a destra eda sinistra le sue braccia di ragno; le parole uscivano dalla sua bocca a fiotti, disordinate; sempre furioso, sempre in attitudine, scrive il Tissot, di battersi, di predicare una crociata.

Incontrato un amico che da gran tempo non avea veduto, si mise per la gioia col capo in basso ed i piedi in alto.

Vero zoofilomaniaco ebbe amicissimi 13 cani, a molti dei quali elevò tombe: nè se ne privò anche quando versava nella massima miseria.

Odiava (vere fobie), la barba, gli occhiali, i velluti, i merletti, e amava i vecchi vestiti che ricomprava dai servi (Kienz, Deutsche Revue, 1900).

Soffrì spesso di cefalea: "I miei nervi", scrive, "sono sempre eccitati e stanchi, mai in riposo: il mio male è incurabile". Talora invece, ha periodi di euforia, e gode di un'ebbrezza eterea in confronto alla quale l'eccitazione del vino gli pare infinitamente grossolana.

Uno dei suoi tratti caratteristici fu l'instabilità delle idee e della condotta, rivelata specialmente dalle sue opinioni politiche e dai suoi atti, come pure dai viaggi frequentissimi spesso fatti senza alcuna necessità. Caratteri dominanti erano pure il bisogno di esteriorità e l'imprevidenza per la ricerca dei mezzi di sussistenza.

Andò soggetto a vereassenze, di cui una descrittain modo tipico dal Noufflard. Ebbe, secondo il Nisbet,accessi epiletticiprima di morire. Il rapporto tra l'ispirazione generale e l'accesso epilettico appare alle parole stesse del Wagner sul suo estro: "I miei occhi si oscurano, il mondo mortale scompare, e l'ispirazione si espande in lacrime divine". Anche, la sua amicizia per Luigi II di Baviera, "il re psicopatico, lipemaniaco", dimostra l'affinità elettiva.

Goldoni. —G. Brognoligo(Nevrasteria di Goldoni. — "Il Medico Olandese" di Carlo Goldoni. — "Biblioteca della Scuola Italiana" n. 12-15 marzo 1899), mostra Goldoni come abbia nelMedico Olandeseriprodotto la nevrastenia o meglio lipamania che ebbe in gioventù dal 1754 al 1756, acutizzata dalla morte di un altro nevrastenico suo amico, Angeleri, morto mentre recitava.

Questi versi, messi in bocca al curato delMedico Olandese, sono un'immagine spiccatissima di un nevrastenico:

"Dal cor in pochi istanti parvemi a poco a pocoStendersi per le membra e dilatarsi in foco,Sentomi il capo acceso, tremo, mancar mi sento,Più non mi reggo, e credo morir in quel momento,Stendo al polso la mano, parmi più non sentirlo.Corro così tremante, fin dove non so dirlo,Acqua gridando, andava, chi mi soccorre? Io spiro.Recanmi alfin dell'acqua; alfin bevo, e respiro,Ma che? quel dì fatale l'epoca è sventurataDi tai barbari assalti, ch'io provo alla giornata.Ma la notte, la notte è il mio crudel tormento.Quando la sera imbruna, s'accresce il mio spavento,Parmi, che mi si stacchino le viscere dal petto:Sei, sette volte almeno forza è balzar dal letto.E se mi prende il sonno, ahi che dormir funesto!Veggo leoni, e domani, e con tremor mi desto,A tavola, a teatro, in un festino, al gioco,Sentomi questa fiamma salire a poco a poco;E funestar temendo altrui colla mia morte,Mi forza un rio timor fuggir da quella parte.Niente mi consola, ogni piacer m'è odioso,Son diventato agli altri, a me stesso noioso."

"Dal cor in pochi istanti parvemi a poco a pocoStendersi per le membra e dilatarsi in foco,Sentomi il capo acceso, tremo, mancar mi sento,Più non mi reggo, e credo morir in quel momento,Stendo al polso la mano, parmi più non sentirlo.Corro così tremante, fin dove non so dirlo,Acqua gridando, andava, chi mi soccorre? Io spiro.Recanmi alfin dell'acqua; alfin bevo, e respiro,Ma che? quel dì fatale l'epoca è sventurataDi tai barbari assalti, ch'io provo alla giornata.Ma la notte, la notte è il mio crudel tormento.Quando la sera imbruna, s'accresce il mio spavento,Parmi, che mi si stacchino le viscere dal petto:Sei, sette volte almeno forza è balzar dal letto.E se mi prende il sonno, ahi che dormir funesto!Veggo leoni, e domani, e con tremor mi desto,A tavola, a teatro, in un festino, al gioco,Sentomi questa fiamma salire a poco a poco;E funestar temendo altrui colla mia morte,Mi forza un rio timor fuggir da quella parte.Niente mi consola, ogni piacer m'è odioso,Son diventato agli altri, a me stesso noioso."

"Dal cor in pochi istanti parvemi a poco a poco

Stendersi per le membra e dilatarsi in foco,

Sentomi il capo acceso, tremo, mancar mi sento,

Più non mi reggo, e credo morir in quel momento,

Stendo al polso la mano, parmi più non sentirlo.

Corro così tremante, fin dove non so dirlo,

Acqua gridando, andava, chi mi soccorre? Io spiro.

Recanmi alfin dell'acqua; alfin bevo, e respiro,

Ma che? quel dì fatale l'epoca è sventurata

Di tai barbari assalti, ch'io provo alla giornata.

Ma la notte, la notte è il mio crudel tormento.

Quando la sera imbruna, s'accresce il mio spavento,

Parmi, che mi si stacchino le viscere dal petto:

Sei, sette volte almeno forza è balzar dal letto.

E se mi prende il sonno, ahi che dormir funesto!

Veggo leoni, e domani, e con tremor mi desto,

A tavola, a teatro, in un festino, al gioco,

Sentomi questa fiamma salire a poco a poco;

E funestar temendo altrui colla mia morte,

Mi forza un rio timor fuggir da quella parte.

Niente mi consola, ogni piacer m'è odioso,

Son diventato agli altri, a me stesso noioso."

È curioso che dopo ciò suggerisca la cura di cacciar chiodo con chiodo, cioè di innamorarsi, per cacciare una passione con un'altra.

Maisonneuve. — Maissonneuve per mostrare la benignità del suo terribile uretrotomo davanti al pubblico, ordinava ai malati di operarsi da se: metteva la lama nelle loro mani, smarginava le guide, e poi diceva: "Spingete fermo come fosse la bacchetta di un fucile"; quelli eseguivano mezzo rovinandosi; poi li rimandava: e ve n'erano che morivano per via.

Per impedire la setticemia pretendeva sostituire il bisturi con macchine spaventevoli, schiacciatoi, garrot, diaclasti, osteoclasti, caustici solidie liquidi così orrendi che si dovette pregarlo di ritirarsi, perchè terrorizzava i malati.

Del resto tagliava tutto: si pretende che un assistente gli abbia una volta chiesto dopo una di quelle due brutali operazioni o meglio carnificine quale fosse la parte del malato che doveva riportare nel letto.

Soleva dire: "Parigi non ha che due chirurghi: Chassagnac e me; Chassagnac però è un imbecille."

Rousseau. — Di Rousseau io avea a lungo dimostrato la neuropatia nell'Uomo di Geniop. 3, 34, 41, 106, 180, 204, 352, 365 — ma nulla avevo detto sugli antenati, che ci son rivelati dal Dufour-Vernes[52].

La famiglia di Rousseau discende da Francesi protestanti perseguitati ed esigliati, e precisamente da un Didier, vinaio e libraio, nel 1550, che fece fortuna negli affari, e si sposò con una brava savoiarda e ne ebbe 5 figli, 4 morti da piccini: e uno che fu il Giovanni, ammogliatosi con una Blouet, protestante francese. La figlia loro primogenita sposò un orologiaio: e per tre generazioni divenne questa la professione della famiglia.

Giovanni II Rousseau, 1654, ebbe 19 figli; David, il settimo di questi figli, fu il nonno del grande Rousseau, e morì quasi centenario; era un orologiaio attivissimo, sposò a 24 anni una Cartier e ne ebbe 14 figli.

Egli fece carriera molto modesta, anzi avendo mostrato qualche simpatia per i ribelli del 1707, fu destituito da un piccolo ufficio di giudice di pace — e rimproverati e sospettati pare ne siano stati i fratelli.

Isacco Rousseau, un altro figlio, si ammogliò con una Bernard. I Bernard erano dei borghesi modesti ma imparentati con ricchi e con nobili. Uno fra gli altri che era pastore ebbe a figlio Jacques, il nonno materno di Rousseau. Fu costui un libertino; dopo aver tradito molte fanciulle morì a trentatre anni, pare di esaurimento; mentre due suoi fratelli, uno negoziante ed un altro pastore, erano stati uomini saggi.

La madre di Rousseau, era intelligente, seducente ma anche poco onesta, o almeno squilibrata, come l'era certo il marito Isacco Rousseau. Dopo due mesi di matrimonio aveva costui cominciato a fare cambiali; tre volte fu minacciato e punito per risse e litigi. Tutto ad un tratto si mise in mente un anno dopo il matrimonio di partire per Costantinopoli e stette via sei anni; ammesso a 22 anni nellaCompagniadegli orologiai,un bel giorno lascia il mestiere, prende un violino, e si mette a dare lezioni di ballo.

Al suo ritorno dalla Turchia nacque Rousseau; morendone dopo il parto la madre.

Il padre, rimasto vedovo, chiamò una sorella a dirigere la casa; e la direzione fu ottima, ma il padre la guastava. Leggeva delle notti intere, col futuro filosofo, dei romanzi leggeri, il che gli preparava una fantasia sbrigliata; peggio è che malgrado la età matura riprese le sue vecchie abitudini litigiose. — Un giorno percorrendo un prato non suo ne fu rimproverato dal proprietario, ed egli lo minacciò coll'archibuso; pochi giorni dopo incontrandolo, lo apostrofò, lo minacciò, e sfidò, e ferì sicchè dovette esigliarsi.

Savonarola. — Sul Savonarola abbiam nuove ricerche del Dottor Vetrani di Ferrara (Genio e Pazzia in Savonarola, 1899, Bologna). E prima di tutto pare che Savonarola avesse strane anomalia craniane.

"Tutti i ritratti (scrive Villari) dipingono il Savonarola col cappuccio in testa, accettuatone solo quello dell'Accademia di Belle Arti,nel quale si vede che il giro del suo cranio mancava verso il vertice(cimbocefalo?),ragione secondo alcuni che gli faceva portare sempre il capo coperto."

La sua adolescenza è tutta oscurata da una sconsolata tristezza. È il tempo che Ferrara è piena di quelle feste, celebri nelle memorie, nelle quali i dominatori profondevano una inaudita opulenza? corteggi ducali, papali, imperiali procedevano per le sue vie tra la gioia del popolo che gavazzava, ubriaco di sollazzi, in un carnevale perpetuo. E mentre la sua famiglia si compiace nei favori della corte, egli pervaso dalle predilette letture ascetiche vi ripugna:

E nella canzone "De ruina mundi" scritta a vent'anni, trovò il primo grido della sua anima offesa dallo spettacolo dell'ingiustizia e della iniquità degli uomini.

Fece ormai chi vive di rapinaE chi dell'altrui sangue più si pasce:Chi vede spoglia e i suoi pupilli in fasceE chi di povri corre alla ruinaQuell'anima è gentile e peregrinaChe per fraude e per forza fa più acquisto

Fece ormai chi vive di rapinaE chi dell'altrui sangue più si pasce:Chi vede spoglia e i suoi pupilli in fasceE chi di povri corre alla ruinaQuell'anima è gentile e peregrinaChe per fraude e per forza fa più acquisto

Fece ormai chi vive di rapina

E chi dell'altrui sangue più si pasce:

Chi vede spoglia e i suoi pupilli in fasce

E chi di povri corre alla ruina

Quell'anima è gentile e peregrina

Che per fraude e per forza fa più acquisto

Così egli apriva la sua guerra col mondo.

Ma già egli era in piena neuropatia. Fin d'allora ebbe visioni: lo confessò più tardi nella predica della Rinnovazione: "Io le ebbi fin dalla mia prima giovanezza; ma cominciai a manifestarle solo a Brescia".

Di ventidue anni trovandosi a una predica "una parolasulla quale tenne sempre un segreto quasi misterioso", tanto gli rimane impressa, lo decide a farsi frate.

"Ed avendo (racconta il Burlamacchi) consumato più giorni in questo pensiero, una notte dormendosentì spargersi il corpo d'acqua freddissima, per il che subito destandosi e narrando quanto gli era occorso, fermò l'animo a lasciare la gloria del mondo, ecc."

Nell'Officio del venerabile Savonarolascritto nel secolo XVI ed illustrato dal Carducci, si legge che "l'anima di lui era spesso rapita, e alla luce divina per guisa accoppiavasi cheil corpo venendogli meno ai servigi dei sensi ne restava come morto". Forse di questi accidenti neuropatici egli intendeva parlare quando diceva "che accade qualche volta alli profeti che per le visioni li viene qualche impedimento", perchè quando nelle sue prediche discorre di profeti è sempre manifesta l'allusione a sè stesso. Della quale sua persuasione (di essere cioè profeta) io non starò qui a ridire ciò che già ho espresso nell'Uomo di genio. Balenatagli alla mente colla luce di un lampo un giorno in chiesa, non l'abbandona più: egli la proclama dal pergamo; la riafferma dopo che la tortura gli ha straziate le misere carni; la difende in due volumi che sono, evidentemente, per chi sa leggere, l'opera di un paranoico.

Forse tale sarà stato giudicato da taluno anche a' suoi tempi, se egli più d'una volta nelle prediche protesta di non esser pazzo, e nel "Compendio di rivelazione" s'immagina che altri gli opponga e gli dica "che pare ad alcuno questo suo profetare proceda da spirito di malinconia, il quale ti fa pensare e parlare in questo modo o vero che proceda da tuoi sogni e forte immaginazione".

Ed ora analizziamo la storia di queste visioni, come è da lui tracciata nel "Compendio di rivelatione dello inutile servo di Jesu Christo, Frate Hieronimo da Ferrara".

"Essendochè (così comincia) lungo tempo in molti modi per inspirazione divina io abbia predetto molte cose future: nientemeno considerando la sentenzia del nostro salvatore Christo Jesu che dice:Nolite sanctos dare canis nec mittatis margaritas vestras ante porcos; ne forte conculcent eas pedibus, sono sempre stato scarso nel dire... servando sempre segreto il modo e la moltitudine delle visioni e molte altre rivelazioni, le quali non ho mai detto, non essendo io stato inspirato a dirle e non parendomi necessario alla salute, nè essendo ancora disposti gli uomini a crederle".

E seguita dicendo più avanti come "vedendo lo onnipotente Dio multiplicare li peccati nella bella Italia massime nelli Capi così ecclesiastici come secularinon potendo ciò sostenere determinò purgare la chiesa sua per un grande flagello". E poichè "vuolsi che questo flagello fosse prenunziato, avendo tra gli altri suoi servi eletto un indegno e inutile a questo officio, mi fece venire a Firenze l'anno 1489. Et predicando tutto quell'anno, tre cose continuamente preposi al popolo: la prima che la Chiesa si aveva a rinnovare in questi tempi; la seconda che innanzi a questa renovazione Dio darebbe un grande flagello a tutta l'Italia; la terza che queste cose sarebbero presto.

"E queste tre conclusioni mi sforzai sempre di provarle con ragione probabile..., non dichiarando che io avessi queste cose per altra via che per questa ragione.... Da poi vedendo migliore disposizione degli uomini al credere, produssi fuori qualche volta alcuna visione... Da poi vedendo la grande contraddizione e derisione che io avevo quasi da ogni generazione di uomini, molte volte come pusillanime mi proponevo di predicare altre cose che quelle,... e non lo potevo fare".

Ma poi risolve di non parlarne più: "tutto il giorno e tutta la notte vigilai infino alla mattina... e non potetti mai volgermi ad altro, tanto mi fu serrato ogni passo e tolta ogni altra dottrina, eccetta quella. E sentii la mattina (essendo per la lunga vigilia molto lasso) dirmi: Stolto, non vedi tu che la voluntà di Dio è che tu predichi in questomodo? E così quella mattina feci una spaventosa predicazione."

Leggendo questa pagina anche chi non ha conoscenza e pratica di malattie mentali riconosce senz'altro le allucinazioni, il delirio di grandezza, la fissità delle idee coatte, la dissimulazione delle concezioni deliranti; poichè è noto che sul loro delirio molti paranoici[53]usano custodire gelosamente il segreto: la tempesta turbina dentro il cranio, ma niente ne apparisce di fuori. O sono alienati che vivono tra fantasmi di persecuzione che dissimulano a fine di compiere un proposito di vendetta lungamente accarezzato; o melanconici, nei quali l'idea del suicidio è avvinta al cervello con catene di ferro e si propongono tacendo di addormentare l'attenzione vigile di chi può impedirneli; o sono megalomani, che nascondono il delirio di grandezza per non esporlo alla derisione. "C'est une affaire que je garde en moi mème... On n'aime pas à raconter ses secrets", diceva un megalomane a Briand. (Vetrani o. c.).

L'anno del Signore 1483 cominciò ad essere fatto partecipe delle divine illuminazioni, come si legge in una sua predica che parla dellarenovazione della Chiesafatta l'anno 1494; e nel principio ebbe speciale rivelazione del rinnovamentodi essa Chiesa... Di più l'anno medesimo in Brescia disse ad alcune persone private qualche cosa di flagello futuro..." Così il Burlamacchi.

Ma questi fantasmi di grandezza, i maggiori che potessero attraversare una coscienza cristiana la quale, tanto più si nobilita e si magnifica, quanto più si fa umile, non gli apparvero allora per la prima volta.

Il Savonarola, che fin dalle prime allucinazioni, si era persuaso di esser un profeta mandato da Dio ad annunciare ai popoli la riforma della Chiesa e i danni imminenti sulla vita d'Italia; aveva trasmesso quel delirio alla moltitudine. "Al popolo di Firenze, scriveva Nicolò Machiavelli, non pare essere ignorante nè rozzo; nondimanco da frate Girolamo Savonarola fu persuaso che parlava con Dio. Io non voglio giudicare s'egli era vero o no, perchè d'un tanto uomo se ne debba parlare con reverenza: ma io dico bene che infiniti lo credevano, senza aver visto cosa nessuna straordinaria da farlo loro credere; perchè la vita sua, la dottrina, il soggetto che prese erano sufficienti a fargli prestare fede." Spesso il frate avrà visto dipingersi la irrisione quando gridava con tono profetico: "Firenze, che hai tu fatto? vuoi tu che te lo dica? Ohimè, egli è pieno il sacco, la tua malizia è venuta al sommo. Firenze egli è pieno: aspetta, aspetta un grandeflagello!" Allora discendeva col proposito "di non più parlare nè predicare di queste cose".

Infatti, seguitando la lettura del "Compendio di rivelazione" dov'egli si spoglia di questi pudori, troviamo quanto segue: "Ritornando al proposito nostro, dico che queste cose future per la indisposizione del popolo le prenunciavo in quegli primi anni con la probazione delle scritture e con ragione e diverse similitudini.

"Di poi cominciai a allargarmi et dimostrare che queste cose future io avevo per altro lume che per sola intelligenza delle scritture. E di poi ancora cominciai più ad allargarmi e a venire alle parole formali a me ispirate dal cielo, e tra le altre spesso replicavo queste:Gladius domini super terram cito et velociter, ecc.... Le quali parole non sono cavate dalle sacre scritture come credevano alcuni, ma sono nuovamente venute dal cielo. Et poichè in una visione sono molte parole delle quali parte ne dissi pubblicamente,benchè la visione celassi acciò che la non fusse derisa dalli increduli, mi è parso necessario questa cosa descrivere....

"Vidi dunque nell'anno 1492 la notte precedente a l'ultima predicazione che io feci quello avvento in Santa Reparata, una mano in cielo con una spada sopra la quale era scritto:Gladiusecc.... E di poi venne una voce grande, ecc." (allucinazionivisive e uditive). Più avanti narrata un'altra visione, seguita: "E a questo medesimo proposito molte altre visioni ho avuto molto più chiare di questa così come anche di molte altre cose che io ho predette, massime della revoluzione della chiesa e del flagello sono stato confermato per molte visioni e certissime illuminazioni avute in diversi tempi."

Quando colla mente ancora piena di tali allucinazioni saliva sul pergamo, allora appunto era più terribile la sua eloquenza.

Quando parlava del reo pontefice e della sua corte, la eloquenza di lui aveva accensioni improvvise e si illuminava di belli a terribili lampeggiamenti.

"E fanno tutta questa guerra — egli disse una volta — perchè hanno in odio la verità, e hanno paura che i loro vizi siano scoperti: sono come colui che va di notte per far male, e vede venire un lume e non vorrebbe essere veduto, e grida spegni quel lume. Questa dottrina è un lume che scopre le loro ribalderie. O sacerdoti, io vi dico che questa torcia è tanto accesa che voi non la potrete spegnere: soffiate pure quanto voi volete."

E un'altra volta: "Tu sei stato a Roma, e conosci pure la vita di questi preti. Dimmi, ti paiono essi sostenitori della Chiesa, o signori temporali? Hanno cortigiani e scodieri e cavalli e cani;le loro case sono piene di tappeti, di sete, di profumi, di servi: parti che questa sia la Chiesa di Dio? La loro superbia empie il mondo e non è minore la loro avarizia. Ogni cosa fanno per danaro e le campane loro suonano ad avarizia e non chiamano che pane, danari e candele. Vendono i benefizi, vendono i sacramenti, vendono le messe dei matrimoni, vendono ogni cosa...".

E poi vengon le audaci ribellioni e le minacce profetiche che per le loro ripetizioni e per le forme simboliche — appaion prettamente paranoiche:

"Serpente, serpente, corpo ecclesiastico, io non voglio amicizia teco; io metterò inimicizia tra li buoni e te; li cattivi ti vorranno, ma li buoni non ti vorranno vedere; noi vogliamo essere tuoi inimici".

Savonarola fu dunque un genio, ma fu anche un paranoico.

Augusto Comte. — Renda[54]ci dà nuove prove della follia di Comte; e, quel che è più, la prova del nesso tra quella e le sue opere.

La madre Rosalia Boyer, mistica fino all'esaltazione delirante, presentava bizzarrie nel suo carattere.

Un carattere notevole del Comte è una passionalitàeccessiva, con esplicazioni a volte strane ed esagerate. Parecchi sono gli eccessi che troviamo nella sua esistenza; trascinato impulsivamente a scoppi improvvisi di furore, costrinse spesso la moglie a mettersi in salvo, dando di piglio a tutto ciò che gli capitava fra le mani, coltelli, piatti, e lanciandoseli addosso: lo stesso fece con un domestico. Egli stesso confessa che le sue emozioni per cose inadeguate, come per l'esame soddisfacente di un giovinetto, "arrivano facilmente sino alle lagrime, se io non mi contengo attentamente".

Fu singolarmente precoce. Sotto le apparenze di una natura infantile e malaticcia, all'età di sedici anni, aveva, digià, a quanto dicono i suoi compagni, la ragione e la maturità di un uomo: a 21 anno diventa collaboratore del "Saint-Simon" e scrive quei celebri opuscoli, ricchi di cognizioni e di osservazioni profonde, in cui è il piano di tutte le sue concezioni posteriori. Se non che la coscienza smodata di sè si tramuta in delirio di grandezza. "Dalla sua giovinezza alla sua morte, scrive Dumas, Comte sogna nientemeno che di riformare il mondo; e difatti egli ebbe l'orgoglio di tutti i riformatori". In questo sentimento vi è un dettaglio patologico; egli arriva ad assommare in sè la potenza indagatrice di Aristotile e quella costruttiva di San Paolo, a credersipapa dell'umanità rigenerata da lui, e come tale agisce scrivendo brevi, impartendo i suoi nuovi e singolari sacramenti, decretandosi un trionfo ed un Pantheon. Il suo linguaggio è quello di cui ridonda la letteratura psichiatrica dei mattoidi e dei deliranti; egli parla spesso "di una missione affidatagli dal complesso dei destini umani", oblia la propria personalità normale e trasforma sè stesso in un simbolo, in un categoria.

E alla megalomania si aggiunge la mania di persecuzione: egli non manca di esagerare l'importanza delle animosità che egli sollevava: egli crede troppo facilmente alle cospirazioni del silenzio attorno al suo nome; ed attribuisce ai suoi avversari lo strano progetto di farlo ricadere, con le loro persecuzioni, (mentre non ve n'era bisogno) in una crisi mentale analoga a quella del 1826.

Come avviene in tutti gl'infelici affetti da delirio, il Comte estende i suoi timori da un individuo a una categoria di individui; così la polemica con un matematico diventa lotta contro tutta una scuola, il dissenso con Bazar, guerra dei rivoluzionari utopisti, congiura per rubargli le idee. A ciò si aggiungono allucinazioni periodiche, qualche catalessi, di cui il Comte medesimo ci fa cenno, e assalti intermittenti di gravi crisi nervose. Egli stesso scrive: "Tutti i passi decisivi dei miei lavori filosofici hanno dato luogo ad unacrisi patologica: il mio nuovo lavoro non fa eccezione". Anche prima della crisi del 1826, dettando il suo "Corso di filosofia positiva", si abbandona, come racconta a Clottide, ad accessi di pianti, di commozioni, stranissimi, se si pensi alla rigida secchezza di quel lavoro.

Le sue crisi sopravvenivano generalmente in primavera e in estate (aprile 1826, primavera 1838, giugno 1842, giugno 1845). Quella del 1845 coincide con la concezione del suo sistema politico.

Ed il Renda, coll'analisi minuta dell'opera politica del Comte, dimostra il nesso tra essa e i caratteri psicologici del suo autore.

Ora ilSistema di filosofia positiva, diceva egli, non è affatto una derivazione logica delCorso di filosofia positiva: la genesi delle costruzioni politiche del Comte è così aliena dagli ordinari progressi logici del suo sistema fllosofico, che egli medesimo confessa di aver sostituito l'analisi soggettiva alla ricerca obbiettiva, e, quel che è più, in una lettera a Clotilde nota che il carattere del suo lavoro è l'effetto delle riflessionifatte nei tre mesi della sua crisi nervosaed erotica; ed al Mill scrive: Voi vedete quale è stata naturalmente la tendenza continua delle mie meditazioniinvolontarie; tendenza che non è divenuta ora in me sistematica veramente che dopo di essere stata puramente spontanea tutto il tempoconveniente per assicurarne la realtà e la consistenza". Nella prefazione al primo volume egli conclude: "Tal fu dunque il risultato generale di questa crisi decisiva,subito seguìta da una profonda tempesta cerebrale".

Alla sua emotività enorme corrisponde l'origine soggettiva ed emotiva dell'opera; alle crisi nervose e allo indebolimento della inibizione, l'elaborazione incosciente quasi sospinta da un impulso incoercibile: — alla ipertrofia dell'io, le induzioni grandiose, non arrestate da ostacoli logici o da presupposti scientifici; — alla tendenza mistica, ereditata dalla madre, il carattere religioso dell'opera.

Leopardi. — Mentre le fiere polemiche degli avversari non sanno portare un solo argomento contro le prove della grave nevrosi di Leopardi, ecco i lavori poderosi di Sergi e di Patrizi accumularci una vera valanga di fatti che pienamente la riconfermano e completano.

È curiosissimo, sopratutto, e da nessuno mai finora avvertito, il fatto ricordato dal Patrizi[55]che il Leopardi in quei giorni in cui dicevasi perseguitato dai suoi concittadini ne era invece onorato,certo come viventi non furono mai nel nostro paese, così fiero odiatore degli ingegni ed ammiratore dei mediocri.

Nel 1882, una epigrafe stampata e pubblicata nel Teatro di Recanati, durante la rappresentazione d'un lavoro del padre, chiamavalo "padre famoso di celebre figlio"; eppure in una lettera di Giacomo del giugno 1821 al Origlienti, è scritto:Io sto qui deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l'intera vita in una stanza, in maniera che, se ci penso, mi fa raccapricciare. E tuttavia mi avvezzo a ridere e ci riesco. E nessuno trionferà di me finchè non potrà spargermi per la campagna e divertirsi a far volare la mia cenere in aria. Così informava un amico, che ogni ora "gli pareva mill'anni di scappar via da quella porca città, dove non sapeva se gli uomini erano più asini o birbanti". "Ora il solo documento" osserva il Patrizi, "non fantastico, non leggendario, delle ingiurie patite in quel tempo da Giacomo, è un sonetto, che, salutando il ritorno di lui in patria, lo diceva "Genio sublime". Nell'autunno del 1829 egli flagella i Recanatesi nelle "Ricordanze....", e nell'ottobre dell'anno avanti; egli avea ricevuto in casa l'omaggio di vecchi e modesti rappresentanti della coltura paesana; e per la via, le riverenze in massa dei giovanetti studiosi; nel marzo del 1831, con unanime acclamazione,veniva prescelto a Deputato del Distretto per l'Assemblea Nazionale, "atteso il corredo dei tanti lumi e le già sperimentate prove di eroismo". "Nè, chi ben rifletta, segue Patrizi, la cosa poteva andare diversamente, anche per la soggezione e la simpatia che doveva ispirare il figlio del conte Monaldo-Leopardi-Confalonieri (titolare delle più alte pubbliche cariche....)" in una piccola città, dove, anche ora, "i più vengono al mondo, starei per dire, coll'istinto della sudditanza e della paura di fronte alle Autorità e ai ricchi di vecchio e recente sangue".

Ed aggiunge che "paure di persecuzione da parte dei concittadini inquietarono anche Carlo e Paolina; e qualche altro della famiglia non fu salvo da quel segno di nervoso disquilibrio; Leopardi temeva, a Napoli, di aver che fare a ogni passo coi ladri; ed una volta (per una "strana allucinazione" dice il Ranieri) sostenne di essere stato derubato.

È noto che già dall'esame delle liriche fu il Sergi[56]indotto a concludere di un esagerato predominio dell'elemento subbiettivo nelle sue opere poetiche e la povertà della rappresentazione della natura, che è quasi sempre notturna o al tramonto, e la monotonia dei sentimenti (nullità dell'universodella vita; tedio, giovinezza perduta, amore insoddisfatto), ne sono le prove.

Volendo poi dimostrare che il dolore del Leopardi è puramente individuale, non universale, analizza i canti del dolore, concludendo, che il Leopardi attribuiva agli altri i dolori che egli provava per le peculiari sue condizioni, mentre l'arte si mantiene uniforme nei sentimenti e nelle immagini pallide e scure, il che non vuol dire che sia inefficace, perchè il lettore aggiunge facilmente ciò che manca alla poesia. Insomma, il carattere della lirica del Leopardi fu un prodotto della sua degenerazione fisica e psicologica con nessuna influenza delle idee del secolo, sicchè la infelicità del Leopardi, come uomo, fu causa della sua gloria come poeta. Ora chi non vede che così il Sergi ci dimostrava quanto l'analisi antropologica possa giovare anche all'ermeneutica letteraria?

Ora un sistematico nostro avversario, ilPaolo Bellezza(Della forma superlativa presso il Leopardi, "Giornale storico della Lett. Ital., XXXIII, pag. 73-105") scovava un altro carattere letterario, diremo degenerativo, nelle sue opere: quello di esagerare come il Tasso nella forma superlativa, sicchè annoveransi 251 superlativi in circa 55 pagine delle Prose, non tenendo calcolo dei frequentissimi superlativi di significato, come immenso, infinito, usati spesso per grande e numeroso. Il che provienedalla sua smania d'esagerare in ogni ordine di idee e di fatti: e se (scrive il Bellezza) ne volessimo trovare la prima origine... ricorderemo che fra le stimmate fisiologiche e psichiche degli uomini di genio e più particolarmente dei pessimisti, vi è quella d'esagerare.

FINE.

INDICEPrefazionePag.IIILa pazzia ed il genio di Cristoforo Colombo, con una tavola,1Caratteri antropologici5Grafologia6Stile pazzesco7Ignoranza11Senso morale. — Crudeltà20Menzogne23Delirio24Tavola I.Autografi di Colombo.Manzoni, con 3 tavole41L'uomo.— Capitolo I. — Esame somatico e biologico43Doppia personalità45ScritturaiviBalbuzie47Assenze epilettoidi48Capitolo II. — Esame psicologico51AmnesieiviPaure54ParadossiiviAbulia56Senso pratico59Affettività60PrecocitàiviContraddizione. Bigottismo61Capitolo III. — Eredità morbosa73Manzoni75GiuliaiviCapitolo IV. — Applicazioni letterarie81Bisticci88Tav.II.III.eIV.Autografi di Manzoni.Swedenborg91Genialità99Cardano101Capitolo I. — Eredità morbosa103Capitolo II. — Cardano105Pazzia moraleiviParanoia persecutiva ed ambiziosa107Capitolo III. — Genialità119GenialitàiviPetrarca123Melanconia125Epilessia ambulatoria128Bugia129ContraddizioneiviErotismo eccessivo132Influenza meteorica133Vanità134Poca affettività136Epilessia psichica137Genialità139Pascal141Capitolo I. — Eredità143Rami collaterali144Capitolo II. — Pascal147Franc. Domenico Guerrazzi155Capitolo I. — Eredità157Capitolo II. — F. D. Guerrazzi175Precocità176Cause: debolezza congenita, malattie, dolori morali, soverchio lavoro intellettuale179Esaurimento182Delirio melanconico183Misticismo185Allucinazioni186Delirio di grandezza e di persecuzione187Bizzarrie190Impulsività e contraddizioni193Delirio195Nevrosi. — Epilessia196Riflessi del carattere nello stile e nelle opere199Verlaine203Schopenhauer e Goethe209Schopenhauer211Goethe217Tolstoi221Appendice233Alessandro — Cambise — G. Agnesi — Strindberg — Wagner — Goldoni — Maisonneuve — Rousseau235Alessandro MagnoiviCambise236Gaetana Agnesi238Strindberg240Riccardo WagneriviGoldoni243Maisonneuve244Rousseau245Savonarola247Augusto Comte256Leopardi260


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