Capitolo II.F. D. Guerrazzi.
Da tutto ci risulta evidente quanto l'eredità morbosa predomina nella famiglia del Guerrazzi: lipemania, alterazioni del tono sentimentale, della volontà, del senso morale, delirio orgoglioso, e in genere, tendenza alle monomanie, indole inquieta, violenza e impulsività, epilessia psichica etc. sono tutti caratteri patologici che in Francesco Domenico si ripetono e si svolgono contemporaneamente alla genialità.
Ma prima di cominciare a parlare di Francesco Domenico, conviene avvertire non doversi accettare a occhi chiusi le testimonianze di lui: preoccupato sempre di ingigantire la propria figura (come vedremo poi, parlando della sua mania di grandezza), egli esagera, in tutto ciò che a lui siriferiva, le proporzioni e le tinte, giungendo spesso a falsare del tutto la verità. Premesso ciò, e riservandoci di vagliare caso per caso le sue affermazioni, quando alla realtà delle cose ci risultino non conformi, passiamo a considerare in lui lo svolgimento dei caratteri patologici.
Precocità. — La precocità nel Guerrazzi si manifesta così per riguardo all'ingegno come per riguardo alla melanconia, alla misantropia, al misticismo, all'impulsività, all'orgoglio. Le Note autobiografiche contengono per questo lato attestazioni interessanti, per quanto, secondo il solito, non del tutto accettabili.
Le anomalie psichiche sono nel loro svolgersi favorite, oltre che dalla naturale predisposizione, dall'orgoglio. Nel Guerrazzi fanciullo noi abbiamo un impasto di un fondo sdegnoso e superbo che dalla compagnia dei coetanei rifugge, desideroso e orgoglioso quasi della solitudine, e di un'alternarsi di impulsi generosi che lo spingono a soccorrer gli altri, e di impulsi criminali che l'aizzano ad associarsi, nel vagabondaggio, nelle sassaiole e perfino nelle coltellate, a quella ragazzaglia che la forzata incuria dei genitori e la condizione sociale caccian per le vie a impararvi il vizio e il delitto[39]. E là asserisce di esser semprestato pronto a battersi in difesa dei compagni e a far loro i compiti di scuola (e in ciò forse aveva parte anche il bisogno della rissa e l'orgoglio), ma confessa d'altra parte di essersi sempre allontanato dai comuni ritrovi perchènessuno lo aveva invitato, nessuno lo cercava; così restava solo, "e questo, dice, talora mi piaceva, talora mi angustiava; la superbia m'impediva di accostarmi a loro, e non pertanto mi travagliava nel trovarmi così solo." Quindi dal naturale orgoglio è favorito lo sviluppo della misantropia e della melanconia; "il mio carattere si fece concentrato, cupo, e a undici anni il dolore mi aveva svelato cose, che altri non pensa a venti." Allontanandosi dai lieti giochi fanciulleschi se ne andava solo a passeggiare per i boschi, e al cimitero, dandosi in balìa alle meditazioni più tetre e più contrarie alla sua età, immaginando orrendi assassinî nel cupo del bosco, che poi riprodurrà nei suoi romanzi (v. s.) o meditando sulle miserie della vita e sulla morte; e da queste meditazioni, che in lui dimostrano una morbosa precocità e uno straordinario sviluppo del misticismo, uscivapoi fuori un poema,La Società, scritto pur esso in età giovanissima[40].
Certamente la melanconia, che egli chiama malattia di famiglia, cominciò a manifestarsi di per sè stessa e indipendentemente da ogni circostanza esteriore, essendo in lui congenita. Ma il suo aggravarsi fu favorito dall'orgoglio, che più tardi degenera in vero delirio di grandezza, e dal quale, come poi vedremo, si sviluppa anche, vero o finto che sia, il delirio di persecuzione, per un procedimento affatto inverso a quello descritto dal Roncoroni a proposito del Tasso (v. o. c.).
La precoce misantropia e melanconia del Guerrazzi è attestata anche dal Giusti: "Svegliato di ingegno, profittò nelle scuole tanto che andò a Pisa non so come, e là si distinse per una certa cupezza di vita, aliena dalle gaiezze che portano quell'età e quel tempo. Della precocità dell'ingegno, qui pure attestata dal Giusti, e confermataci da quanto sopra si è detto intorno alle meditazioni della sua fanciullezza, e dal poemaLa Società, un'altra prova troviamo nelle Noteautobiografiche: "A 14 anni il padre si determinava inviarmi alla Università di Pisa; a ciò lo mossero i conforti di D. Bartolomeo e di altri familiari di casa, i quali non cessavano dal ripetergli ch'io era un mostro, un portento d'ingegno."
Cause: debolezza congenita, malattie, dolori morali, soverchio lavoro intellettuale. — Le cause della nevrosi nel Guerrazzi si possono distinguere in congenite ed acquisite, fisiologiche e parafisiologiche. Esse sono: l'eredità e la debolezza congenita, le malattie, i dolori morali e il soverchio lavoro intellettuale (Mondolfo o. c.).
La debolezza si manifesta con anomalie delle funzioni sessuali, digestive e vasomotorie (intolleranza agli alcoolici): "io, di stomaco debole, non ebbi mai vaghezza di cibi diversi da quelli imbanditi su la mensa domestica, e se talora me ne venne talento, il dolore mi costringeva a tornare alla solita sobrietà; io, di sangue acre, non potei senza danno usare liquori; io, debole creatura, dovei rinunziare e tuttavia devo a buona parte dei piaceri sensuali". "Anche me vinse il reo costume (del piacere sensuale), non però tanto che mi danneggiasse il corpo, imperciocchè la immaginazione prostrava le mie forze già per natura fievoli, sicchè mi convenne stare più temperato di quello che non volessi."
Su questo terreno, già predisposto alla nevrosi, vengono a fecondare il mal seme, le malattie, i dolori morali e il soverchio lavoro. Va qui notata un'intima connessione tra le malattie, da cui il Guerrazzi fu afflitto, e i dolori morali, che sempre in lui ne provocarono la ricaduta[41].
I dolori morali cominciarono ad esercitare la loro azione depressiva sul Guerrazzi fin dalla tenera età: "Quali sono le dolcezze dello infante? — egli scrive nel 1844 al Capponi: — Quelle che derivano dalla madre.... Ah io non le ho avute; io porto nella coscia sinistra una profonda cicatrice di ferita fattami da.... Mi trema la mano a scriverlo. — Dello adolescente? Gli amici io li ho sepolti tutti e qualcheduno prima di morire ferì questo mio cuore superbo, geloso, amante, ma irritabilissimo; — insomma fa' conto di vedere in me un fiore annacquato con l'acqua forte. Poi le ingratitudini dei beneficati, e le disoneste persecuzioni degli invidiosi e le delusioni politiche, la guerra del Governo, gli astii del foro etc.".
Molti, e forse la maggior parte, di questi dolori ritrovavano in lui stesso, nella sua indole, la loro causa; ma non perciò meno fortemente cooperarono ad inasprirgli l'anima e il corpo.
Anche il soverchio lavoro intellettuale contribuì di buon'ora allo sviluppo delle sue anomalie psichiche. Nelle Memorie al Mazzini egli racconta come, avendogli il padre donata una cassa di libri (romanzi, poemi, opere storiche e filosofiche), egli tutto avidamente si diede alla lettura, alzandosi perfino la notte per leggere, tanto che infine "si posero a molinarmi in testa un ballo infernale: Bacone, il gran cancelliere, teneva per la mano messer Ludovico Ariosto, il Frate Passavanti veniva dietro a Voltaire: nei moti veloci la gonnella bianca della Radcliffe si mescolava con la toga rossa del presidente di Montesquieu:stetti, aggiunge,per acquistarne una infiammazione cerebrale".
E più oltre: a Pisa "leggeva da mattina a sera; mi chiusi fino quindici interi giorni in casa fingendomi ammalato per istudiare." Questa medesima foga con la quale si era rivolto alla lettura, impiega negli scritti, il cui numero veramente grande (romanzi, lettere, opere letterarie, politiche etc., alcune anche voluminose, scritte in pochi giorni — si cfr. ad es. la lettera del luglio 59 al Mangini) attesta della sua straordinaria attività, che tanto più appar maggiore, quando si pensi che gran parte delle sue lettere è ancora inedita, e che al tempo stesso che rivolgeva le sue cure alla letteratura, si occupava anche febbrilmente delle faccende forensi.
Esaurimento. — Ora questo soverchio lavoro mentale, efficacemente aiutato nella sua opera devastatrice dalle afflizioni morali, dalle lunghe prigionie e dalle malattie (sopra tutto dall'epilessia), doveva finire per produrre in lui l'esaurimento. La fatica della imaginazione era in lui così intensa, che riusciva a prostrare tutte le sue forze: "Per me non conosco fatica, che tanto vaglia a prostrarmi quanto la imaginazione di un qualche concetto; mi riesce di osservare una intera giornata; immaginare nè anche un'ora senza che il capo mi dolga, e le pulsazioni accelerate delle arterie mi scompiglian tutto.... La immaginazione si assomiglia alla febbre e spesso ne assume tutti i caratteri." (Note autobiogr.). L'esaurimento cresce coll'avanzar negli anni: A Niccolò Puccini (febb. 47 da Livorno): "Io ho scritto, scrivo e scriverò, come la cicala canta e canterà finchè non iscoppi; ma a che pro'? A nulla. Basta:Ardendo mi consumo, e questo è il meglio. Io, come Dio vuole, sento aver poco più tempo di vita, perchè intemperante e ingordo mi sono mangiato a un pasto il viatico d'intelligenza e di cuore che la natura dà all'uomo perchè gli basti per tutta la vita. Meglio così."
Al Bertani da Firenze (dic. 49): "Ti ripeto che ho cessato di scrivere: così doveva essere: la mente e la mano stanche cadono sopra le pagine."
Alla Colonna (genn. 52): "A scrivere duro immensa fatica."
Al Bertagni (febbr. 53): "Le scrivo senza saper che sono per dirle: non sono afflitto; questo verrà più tardi: ora mi sento stupidito, mi pare aver ricevuto una percossa sul capo, che m'abbia tolto perfino la facoltà di pensare."
Al Cadetti nel dic. 55: "Mi sento men destro"; — e nel maggio 56: "la mente comincia a infiacchire, poca messe può trarsi da un cervello spossato."
Al Mancini nel dic. 57: "Mi affatico, mi stordisco... mi sento stracco, rifinito"; — e nel luglio 59: "Mi sono affaticato troppo, ed ora tra fatica e dolore giaccio infermo in letto".
Delirio melanconico. — Ma assai prima dell'esaurimento si infervorava in lui il delirio melanconico ereditario; tolgo dalle Memorie al Mazzini: "Rimasto solo (all'Università di Pisa), m'invase l'umor nero, infermità di famiglia...;" e più oltre: "Somma dell'Università di Pisa: fastidio degli uomini e della vita, tristezza crescente". Da una lettera, ivi riportata, direttagli dal Rini: "Come vivi, Francesco? Ti rode sempre quell'ansia misteriosa di cui non seppi, e non osai mai penetrare la causa? E ti cavalca sempre lo spirito un diavolo nero, onde così per tempo s'inaridisce lagiovanezza dell'anima tua?" E ancora: "A me il destino disse: soffri, combatti e muori.... ormai già in questa vita io non aspetto più".
Di questo delirio melanconico e di disperazione, attestato anche dal Giusti, prove ed espressioni continue ritroviamo anche nell'epistolario: Al Puccini da Montecatini (1844): "Valgami presso voi di scusa il sentirmi io di pessima voglia. Io sono venuto ai Bagni irrugginito dall'umore nero..."; — e in altra lettera: "Quest'anno io non voleva movermi, presago di sinistri che ho la disgrazia di indovinare."
Da Livorno (aprile 48): "Mi canzonate della predica: non mi canzonate.Cave canem; scherzo ed ho la morte nel cuore."
Nel gennaio 49: "Anima mea contristata est valde (questa frase ricorre in numerosissime lettere con notevole frequenza)."
Al Bertani (marzo 50): "Non mi dilungo più, perchè mi domina l'umore nero, e non vorrei trasmettertelo..."; — e in altra lettera: "io sono accostumato a nutrirmi di veleno a guisa di Mitridate."
Al Mangini (50-51): "Io anzichè lagnarmi desidero che questi segni di distruzione spesseggiassero e portassero il loro fine."
Al Puccini (agosto 51): "So che questo stroppio ti è caduto addosso per farmi servizio.... la disgrazia non mi si concentra dentro, ma si spande su le persone che mi amano."
Al Chiarini: "Mi sfogo arrampicandomi per pendici, per vedere, non fosse altro, se sdrucciolando mi fiaccassi il collo."
Misticismo. — In alcuni dei passi sopra riferiti si nota, oltre al delirio melanconico, anche un certo misticismo, che lo spinge a credere sè stesso preso di mira da maligni influssi emananti quasi da un occulto potere. Mondolfo (o. c.) crede troppo sincera questa fede; ma certo al misticismo egli era naturalmente inclinato e fin dall'infanzia amava darglisi in balìa; credeva ai cattivi augurî, alle predestinazioni, alle iettature etc., e se ne credeva a sua volta colpito.
Ricordisi il fatto, narrato nelle Note, di quel suo amico che volle entrare in una bara, e pregato da lui ad uscirne, perchè era cosa di cattivo augurio, lo derise: un mese dopo era morto. E meditinsi questi passi delle lettere: Al Puccini (febb. 46): "Voi mi mandate un mazzo di fiori. I fiori vengono guasti, sfrondati e fracidi; e va bene. E non sapete voi che una benedizione diretta a me a mezza via diventa una maledizione? Che cosa m'importa? Quasi ho piacere di provare sopra di me fin dove possa giungere il caso o la intelligenza maligna per contristare un'anima o un corpo sensitivo."
Al Bertani (maggio 50): "Domani ti narrerò unacosa sorprendente che mi è stata fissa tutta la notte nel capo." E il 3 giugno: "Ecco quanto voleva dirti... Tutti i popoli hanno creduto alle apparizioni e per conseguenza ai presagi.... Se ti dovessi annoverare gli uomini illustri che pur vi crederono, io non così per tempo verrei alla fine del novero.... Ogni famiglia in Lamagna ha un genio particolare."
"Poesie! Fole da romanzi! No.... Dicono che una larva governa i destini degli Hohenzollern. Nella notte del 10 aprile la larva comparve... l'avventura fu narrata nel 17 maggio nel Dèbats.... E nel 22 maggio ecco l'assassino Stofflege tirare una pistolettata al re di Prussia. Non ti pare evento da fare impressione? E a Mozart non fu in pari modo presagito il suo fine? Questo voleva dirti, niente più, e aggiungerti che, tradotto in questo albergo di facinorosi, ladri, assassini (le Murate di Firenze), quando volgendo da ogni parte lo sguardo mirai le cime dei cipressi disegnarsi nel cielo, sentii il presagio e lo accolsi. E la bara dei ladri avrà pure il mio corpo, e a Trespiano ignorata sepoltura. E fisso, lo sento qui."
Allucinazioni. — Non sono infrequenti, in chi è dominato dai deliri e dal misticismo, le allucinazioni: ora ne ebbe il Guerrazzi? Se si sta alle sue parole, parrebbe di sì almeno le ipnagogiche.
Dopo il suicidio del cugino Pietro "quel volto, egli narra, mi dura fitto nella mente così che spesso io loveggo; nelle vigili notti mi si asside apie' del letto, e seco lui mi trattengo e ragiono."
Delirio di grandezza e di persecuzione. — Guerrazzi è sempre preoccupato dalla mania di apparire un uomo straordinario, così nel bene come nel male, così nella potenza come nell'infelicità, così nell'ingegno come nell'odio degli uomini. Il delirio di grandezza lo domina in tutto e per tutto, lo spinge a ingigantire nei suoi scritti la propria figura fino a falsarla in certi lati completamente: la magniloquenza nelle espressioni, la esagerazione nelle similitudini, la falsità spesso nella esposizione dei fatti sono caratteristiche ogni qualvolta egli parla di sè o dei suoi (Mondolfo o. c.).
Già nelle note autobiografiche egli confessava "una certa ostentazione al magnifico alla quale con molta compiacenza propenderebbe la mia natura"; e riguardo alle stesse note vedemmo com'egli esageri la sua precocità, dando a credere, con una frase ambigua, di aver composto a 12 anni quel poema che non potè scrivere prima dei 16-18. Questa stessa tendenza lo spingeva, nelle Memorie al Mazzini, a far di suo padre un romano antico, o, quel che è più strano, in un democratico, avantare continuamente e illustrare nelle note e nelle memorie i suoi quarti di nobiltà.
Ma dove sopra tutto spicca il delirio di grandezza è nella smania di apparire un grande perseguitato dalla sorte e dagli uomini. Certamente la sua vita non fu seminata di rose, e lungo il cammino più di una volta i suoi piedi ebbero a sentire la puntura avvelenata dell'odio: ma egli di queste sventure, di questi dolori quasi si compiace, perchè gli giovano a esaltare la sua figura, e per meglio riuscire nel suo intento cerca esagerare le sue ammarezze, cerca farle apparire inaudite, superiori a quanto l'esperienza universale possa attestare, a quanto mente possa immaginare. La persecuzione della sorte e l'odio degli uomini si appunta e si accanisce su di lui per il suo ingegno, che d'ogni intorno gli procura l'isolamento e l'invidia feroce.
Al Poli da Portoferraio scrive nel nov. 33: "Tra tutte le superiorità quella che gli uomini perdonano meno è l'ingegno....
Non vo' perciò che ai tuoi nemici invidieposciachè s'infutura la tua vitavia più là che il punir di lor perfidie....
Non vo' perciò che ai tuoi nemici invidieposciachè s'infutura la tua vitavia più là che il punir di lor perfidie....
Non vo' perciò che ai tuoi nemici invidie
posciachè s'infutura la tua vita
via più là che il punir di lor perfidie....
cantava Dante sventurato e ramingo; ma datemi la speranza di un sepolcro in S. Croce, e soffriròvolentieri infortuni un milione di volte più miserabili dei suoi."
Al fratello Temistocle (apr. 43): "I miei amici! Io non ho amici; io ho gente che mi odia, ho gente che ha bisogno di me, ma nessuno mi ama."
Al Guigoni nel 48: "Ho la vita minacciata di minuto in minuto da due giorni a questa parte."
Al Mangini nel 50:... "Lasciare ai miei persecutori il legato che si meritano,sanguine sitisti, et hic est sanguis."
Al Massei (luglio 53): "Il corpo già scosso da urti nuovi e perigliosi, a tanta dimostrazione di odio (la condanna) temo non regga. Sia fatta la volontà di Dio, e se devo essere il martire della restaurazione, anche a questo sono preparato. Già poco più rimane ai miei nemici per conseguire lo intento."
La persecuzione scorgeva, o fingeva scorgere anche nei fatti nei quali, evidentemente, non entrava affatto. Una volta, nel cimitero di Livorno, trovò sfregiata la lapide del padre: che sia disgrazia o altro egli non pensa; devono essere i suoi nemici. "Ma che cosa ho mai fatto di scellerato onde mi abbiano a turbare le ossa dei miei morti per arrecarmi oltraggio? A tanto d'indegnità arriva l'astio brutale che calpesta ogni senso di religione sopra i morti, e co' morti hanno voluto i miei nemici trafiggermi il cuore!"
Ed ecco un esempio della magniloquenza con cui parla delle sue sventure.
Nella Apologia si paragona a Focione; ma pretende superarlo d'assai nei patimenti, perchè Focione con la morte li terminò ed egli sente da due anni il sepolcro e nonostante vive. Con peggiore esagerazione nelle Note autobiografiche: "Questa è la terza volta che tutti gli affanni della morte mi assalgono; se ciò mi viene dalla fama d'ingegno, oh! come caro comprata!... Cristo ebbe un'ora di passione, Cristo bevve un solo calice d'amarezza, per me i calici e le ore sommano a mille.... E Cristo, il quale era pur Dio, supplicava che la bevanda fosse allontanata, ed io devo trangugiarne più di lui.... Contemplo il destino... e mi consolo con quella antica sentenza: che l'uomo giusto indegnamente oppresso, è spettacolo degno degli Dei."
E dopo ciò parmi inutile spender parole a dimostrare come la origine del delirio di persecuzione nel Guerrazzi debba principalmente ricercarsi nel delirio di grandezza.
Bizzarrie. — Né solo di questi deliri troviamo tracce chiare; ma, come già in suo padre, anche una grande tendenza alle idee fisse, come egli confessa. "Che cosa significarono gli antichi" scrive nel gennaio 50 "con lo avvoltoio di Prometeo? Il pensieromolesto"; e nell'ottobbre 49: "il Tasso se non era pazzo quando fu messo in S. Anna, diventò tale col tempo. Guai al pensiero non divertito! diventa una lama che taglia il fodero"; e nello stesso tempo al Bertani: "I miei pensieri in me dormir non ponno."
Ricordo, come esempio curioso, tra le sue bizzarrie quella di non voler essere chiamato avvocato nè chiarissimo (come l'olio di Lucca, egli dice): se dovessi qui riferire tutti i passi delle sue lettere, nei quali prega i suoi amici di risparmiargli questi titoli, occorrerebbe più che una pagina.
Un'altra nota bizzarra, dovuta in gran parte alla sua qualità di livornese, era l'odio per gli ebrei, contro i quali da ragazzo andava a far sassaiole e lotte a coltello. Una volta un ebreo gli tagliò la corda di un aquilone, facendoglielo andar a male. Ond'egli: "Ebreo, giudeo, da quel giorno scorsero molti anni, di fanciulli siamo diventati uomini. Ma io ti ho notato, ti ho sempre tenuto dietro, e guardati, ch'io non ti aggiunga, perchè le tue orecchie devono farmi ragione dell'offesa." Quest'odio giunge fino al ridicolo, tanto che da Bastia, avendo ricevuto campioni di penne, scrive addolorandosi per avere trovate buone quelle fabbricate dall'ebreo Corcos.
L'ostinazione nelle proprie idee egli attribuisceparte all'eredità, parte all'educazione paterna: "Di famiglia tiro al cocciuto, scrive al Mongini, e credo sia utile trovarmi così." E nelle Memorie al Mazzini narra che avendolo il padre abituato rigido osservatore dei proponimenti fatti, che son parole date a se stesso, imaginato un disegno "dichiaro a me stesso: così ho fermo e così farò. Allora il fine diventa fatale,aut Caesar aut nihil; o toccare il fondo o restare per la strada; indietro mai". E a conferma, racconta che una volta, d'inverno, gli venne in testa d'andar a vedere un convento in fondo a una valle. Cominciò la neve, il cavallo sdrucciolava, e scendeva la sera buia e fredda. "Una voce dentro mi sussurrava: È me' che tu ritorni, — quando hai deliberato andare, nessuno ti ha udito, e la tua parola non ti lega con anima viva. All'opposto un'altra voce rispondeva: oh! tu sei nessuno? Tu v'eri e basta". Lasciò il cavallo da un contadino; e a piedi, tremando pel freddo, aiutandosi con mani e piedi, giunse infine al convento, ove si pose a leggere le iscrizioni. "Il guardiano penso mi giudicasse alienato di mente". Poi a gran fatica tornò a notte fatta dal contadino e rimontò in sella. Il cavallo avendo il freno male acconciato, si imbizzarriva; era buio pesto e la strada pericolosissima; non ostante volle proseguire e infine giunse a casa dove nessuno l'aspettava.
Impulsività e contraddizioni. — Se non che, per un contrasto che può parere, ma non è, strano, accanto a questa ostinazione nelle proprie idee, ritroviamo in lui quella mobilità ed esplosività del carattere così frequente negli epilettici[42]e che lo trascina alle contraddizioni più strane. Basti ricordare le pagine che nelleNote autobiografichededica al Mayer e ai suoi istituti d'infanzia, non di un uomo in cui sembra vi parli, ma di un santo, di un angelo: "angelo di pazienza, nuovo Pietro Eremita della sua santa missione, tesoro inesauribile di affetti, etc." sono espressioni che tolgo qua e là a caso. E conchiude: "Onore al Mayer! i tuoi amici ti salutano angelo di amore, e pregano Dio a voler sopportare che per lunghi anni ne rimanga vedovo il cielo".
Più tardi invece, in note mss. alla Apologia e nei Nuovi Tartufi, il Mayer diventa un vile, un ipocrita, che egli si vanta di avere svergognato arringando il popolo, quando, sulla piazza di Pisa, volevano rappattumarli; la sua santa missione degli asili d'infanzia "istituti manchevoli, in parte crudeli, in parte cagione di mali che volevansi evitare etc.", e perfinopostriboli!
A questa mobilità del carattere, forse, e nonunicamente a slealtà o peggio, vanno imputati alcuni "dei fatti di cui il Giusti gli muove acerba accusa[43], e in taluni dovette anche aver parte non indifferente l'impulsività, grande in lui non meno che in sua madre".
Nelle Memorie al Mazzini racconta come, vedendouna volta un uomo percuotere un ragazzo, "io, senza informarmi se fosse suo figlio, mi avvento contro il percotitore e lo batto nel capo; costui ristette alquanto, attonito per la meraviglia; ma di breve imbestiando nella rabbia, mi avrebbe con un solo colpo infranto le ossa, se alcuni dabbene cittadini non mi salvavano dal pericolo. Ho quattro ferite sul corpo.... fra queste una profondissima.... e tutte rilevate per la difesa delle persone, che vedeva ingiuriate emi sembravaa torto". Questa impulsività, di cui varî esempi ci sono raccontati anche dal Giusti, non l'abbandonò neppure nell'età avanzata: "Giorni sono, scrive al Mangini nel luglio 59, stando a banco in un crocchio e parlando delle cose toscane, uno che non mi conosceva disse: — E che cosa volevate aspettarvi da cotesto paese di Stenterelli?... — Mi sentii punto, e tanto più quanto il rimprovero capiva meritato: che rispondessi non so, so che mi sfidarono a duello ed io accettai: poi amici s'interposero e quietarono la cosa. Ora ho risoluto non uscire più di casa, perchèfrenare non mi posso, e questi garbugli alla età e gravità mie disdicono".
Delirio. — A questo medesimo periodo di tempo si riferiscono i patiti deliri — come dalla lettera alla contessa Cotenna, del luglio 54: "Delirio continuo manifestato talora con iscrosci di riso,tal altra con ruggiti, e qualche volta ancora con gemiti di agonia".
Anche il sonno non era più regolare in lui, e più che una volta nelle lettere lamenta le sue insonnie. (Cfr. lettere al Puccini del 44, al Bertani del dec. 50 etc.).
Nevrosi. — Epilessia. — Tutte queste manifestazioni anormali che siamo venuti enumerando ed altre ancora, meno gravi ed importanti, sulle quali credo inutile insistere, derivano in lui, per gran parte, da un'unica origine: la epilessia. (Mondolfo).
Le cause della sua predisposizione ereditaria risultano evidenti: secondo la osservazione del Krafft-Ebing, se entrambi i genitori sono affetti da psicosi, l'eredità morbosa è più intensa: Ora qui abbiamo oltre al nonno alcoolista, forme di epilessia larvata nella famiglia del padre, epilessia psichica nella madre. Altre cause probabili, non più congenite, ma acquisite: i reumi al capo, i dolori morali di cui uno, come vedremo, fu occasione al principio degli accessi etc. Anche i sintomi di questa predisposizione comincian presto a manifestarsi: la precoce impulsività e criminalità (sassaiole e coltellate con gli ebrei), la fuga a 14 anni da la casa paterna per futile disputa, la debolezza irritabile, le frequenti cefalee, e, sopra tutto, le fortissime emicranie oftalmiche (le quali, secondo osservail Roncoroni, han grande somiglianza con gli accessi epilettici, e più tardi infatti costituiscono nel Guerrazzi i prodromi dell'aura), l'intolleranza all'alcool, l'umore lunatico, tetro, violento, l'ostinazione nelle proprie idee, la slealtà etc. Vertigini e assenze si manifestano pure in età molto giovane: ricordo quelle da cui fu colto nel Teatro anatomico di Pisa, che egli era solito frequentare, quando una fanciulla, che stavano operando, nello spasimo del dolore volse a caso un momento gli occhi verso lui; il deliquio in cui cadde alla notizia, datagli dalla madre, della morte di una sua compagna d'infanzia che dopo molti anni avea riveduta un'unica volta; le vertigini, seguite da un sussulto nervoso che durò parecchi mesi, che lo presero quando tra la folla vide un uomo che somigliava al cugino Pietro suicida. (Mondolfo).
Forme più determinate di epilessia cominciano, al dir di lui, quando muore la donna da lui amata: alla notizia cade in deliquio, cui seguono vertigini; va a vederla, e quando la portan via, nuove vertigini e nuovo deliquio. Tornato a casa è colto da accessi epilettici che gli durano per tre anni: l'aura cominciava con una violentissima emicrania oftalmica; perdeva la conoscenza, stracciando a morsi, nella convulsione, lenzuola, camice, e mordendo perfino sè stesso. Negl'intervalli delle convulsioni era colto, a quel ch'eglidice, da desiderî di suicidio; anche questo evidentemente ereditario. Divenne magro e sfinito, gli imbiancarono precocemente, poi caddero tutti i capelli[44].
L'accesso tipico comincia durante la prigionia, nel 52: "Poche notti sono, — scrive nell'agosto al nipote, — non so che diavolo si fosse, ma sentii percuotermi come un gran picchio nel cervello, rimasi privo di sensi, con la lingua stretta fra i denti e la bocca piena di sangue. Mi trassi sangue, e ieri volli presentarmi al dibattimento; oggi non ho potuto proseguire a cagione della lingua orribilmente lacerata". Altri attacchi seguono pure durante la prigionia, nel 53 (cfr. lettere al Mangini del 5 e 8 maggio, alla Cotenna del 13 giugno, all'Adami, al Roberti, al Montanelli da Bastia, nell'ottobre); altri ancora in Corsica (cfr. lettere all'Orsini, al Menichetti, al Giannini, al Mangini, al Montanelli etc. del nov.) etc.
Riflessi del carattere nello stile e nelle opere. — Di questa sua indole, il cui fondo patologico si basa nella epilessia, un riflesso chiaro, evidente sono le sue opere, concepite, secondo egli stesso dice, "sotto il flagello dell'estro che conturba le viscere e fa tremare i nervi come fronde sbattute alla foresta; quando le arterie delle tempie percuotono forte come se volessero rompere il cranio".
Vi è un passo nelle Memorie al Mazzini, nel quale egli, descrivendo la sua tempra morale ed intelletuale, fa in poche parole una descrizione e un'analisi del suo stile e delle sue opere, qualedifficilmente potrebbe darsi, così in breve, più esatta e completa: "uno impasto di appassionato e di sarcastico, di fidente e di scettico, di dommatico e di analitico, di pauroso e di intrepido, di lusso orientale d'imagini, e di formole severe, di raziocinio, di esitanza e d'impeto, di scoraggiamento e di forza convulsa, e di altre moltissime qualità non contrarianti ma in antitesi fra loro, che hanno colorato i fantasmi usciti dal mio cervello".
Mi si permettano ancora alcune brevi citazioni: il giudizio del Giusti sull'Assedio di Firenze: "Il sarcasmo amaro e feroce, il dolore disperato e convulso d'uno che ha perduto la fede di tutti e di tutto, hanno dettato quel libro; va a sbalzi come il polso d'un febbricitante e finisce per bottate rotte e scomposte. Quel libro ti dice l'uomo". Egli stesso scrive a proposito dellaBeatrice Cenci: Al Massei da Bastia (giugno 54): "La Cenci fu scritta in carcere tra la rabbia, l'ira, l'ansietà, il tedio, con la febbre continua addosso, in mezzo a tale commozione di nervi, che finì con tre colpi di epilessia". E nel luglio: "La Cenci fu composta fra inenarrabili passioni e angosce mortali, e, fuori di figura rettorica, qualche volta scritta con mano agonizzante:la mente delirava e la mia intelligenza era sbattuta fra quel mare di affanno come un annegato".
Del resto a chi legge qualsiasi scritto del Guerrazziappare, pur senza nulla sapere della sua vita, opera di uomo tutt'altro che normale, comechè poche pagine trova in cui non si alluda ad ossa, a sangue, a stupri, ad uccisioni, vendetta, ferocia.
Ed egli stesso ne conveniva. Nelle sue Memorie, il Giusti riferisce il racconto fattogli una volta dal Guerrazzi, di una orrenda e selvaggia scena di rissa a coltello fra delinquenti, suoi compagni di detenzione: A quegli urli feroci, a quelle atroci bestemmie, fra il cozzar dei corpi e dei ferri, il Guerrazzi diceva di aver teso avidamente l'orecchio, ed essersene sentito inspirar l'estro. "Io, diceva, mi sono sempre inspirato a cose terribili e orrende".