FRANC. DOMENICO GUERRAZZI[37]

FRANC. DOMENICO GUERRAZZI[37]

In Donato, nonno di Francesco Domenico, cominciano a intravvedersi alcuni dei caratteri degenerativi che troveremo esagerati nel grande scrittore: il nipote nota in luiindole inquieta, delirio di grandezza e delirio melanconico, accompagnato da abulia e aggravato dall'erpete e dall'alcoolismo; tutti caratteri che si ritrovano poi, tranne quest'ultimo, largamente svolti nei suoi discendenti; la sua famiglia abitava in campagna, ma Donato non seppe sopportare la vita troppo quieta; lasciò la famiglia e il paese ed andò soldato con gli spagnuoli, spintovi anche da una grande ambizione e orgoglio; egli credeva, — scrive il Guerrazzi, — di ritornare almeno maresciallo; tornò invece povero e ferito a Livorno. Vergognandosidi mostrarsi in quello stato là donde erasi dipartito con tanta iattanza, qui si stanziò. Roso dal tedio, condussetardiin moglie una del popolo. Le nozze furono a lungo sterili; ma quando egli,già vecchio, "dopo una vita a sè e ad altrui fastidiosa morì d'erpete, di vino e di cruccio", lasciava incinta la moglie.

Così il padre di Francesco Domenico nasceva da un uomo vecchio e, verosimilmente di età affatto sproporzionata a quella della moglie che lo aveva inoltre generato in condizioni fisiche e psichiche tutt'altro che buone, il che, come dimostra Marro, doveva favorirne la degenerazione e la tendenza alla follia. Dal padre, inoltre, egli ereditava la melanconia (infermità di famiglia, la chiama più volte il Guerrazzi), accompagnata anche in lui, almeno negli ultimi anni, da gravissima abulia, e dall'orgoglio (malattia che si è resa fidecommissaria in famiglia) e l'erpete che, coadiuvato dai dolori morali, contribuì a rendere sempre più acuto il delirio melanconico. Se questo si manifestasse fin dai primi anni, o solo in età matura, non possiamo sapere con certezza: le notizie delle Note autobiografiche sono in ciò alquanto discordi da quelle delle Memorie al Mazzini. Nelle prime scrive il Guerrazzi: "Da giovane, sostenuto dalla naturale gagliardia dell'età, si accostò agli esempi materni,la quale(sic) fu donna buona, operosa e d'animo oltre il suo stato gentile; avanzando negli anni prevalse in lui la indolenza, il cruccio, la misantropia del padre; io mi ricordo che una volta durò bene otto mesi senza parlare.... La moglie e i dolori sofferti a cagione dei figli gl'incrudirono il sangue per modo, che l'erpete gli guastò tutto il corpo; le infermità fisiche tornando, come sogliono, ad agir sopra lo spirito, terminarono di guastare una delle più belle indoli che uscirono di mano alla natura. Io lo conobbi liberalissimo del suo, poi diventò avaro; l'ho veduto animoso, e in processo di tempo tutto sconfortato; operoso, gagliardo, quindi languido, inerte passare giorni e giorni in letto senza voglia di nulla". Nella memoria al Mazzini, invece, quella che qui è data come malattia dell'età avanzata, si riferisce anche agli anni più giovani, prima che cause esterne intervenissero a determinarne lo sviluppo. "Fin dai primi anni mio padre si mostrò taciturno e mesto, malinconia che di mano in mano crebbe in cupezza; costumò tenere stanza appartata dalla famiglia e quivi stette solo intere giornate; silenzioso durò con noi perfino un mese, e i nostri pranzi spesso si assomigliavano a quelli dei cenobiti. Solo che il padre mio sollevasse le ciglia, ogni giovanile gaiezza vedevi andare in bando". Per altro, sia che si accolga la versione delle memorie, sia quella dellenote autobiografiche, l'eredità paterna si manifesta chiaramente per questo riguardo in Francesco Donato.

In lui inoltre si dimostra una grande tendenza p. es. al classicismo e a quella impulsività che nel figlio poi chiaramente sale all'accesso epilettico.

Ai figli "quasi ad ogni istante rampognava: Pompeo avrebbe fatto in tale e in tale altra maniera". Della virtù romanamente severa era così fervido seguace, che non volle per il figlio accettare l'eredità di una ricca zia, per quanto pregatone insistentemente: "perchè, disse, ho letto una volta che ricchezza fa ignoranza, ignoranza fa prosunzione, prosunzione ozio, ozio miseria". Quando accompagnò il figlio all'Università, se ne partì senza baci e senza lacrime, chè siffatte cose non sapeva neppure dove stessero di casa. La mania della virtus romana e l'impulsività si rivelano del pari nel fatto, narrato così nelle note come nelle memorie, delle percosse al figlio ferito; colpito da un grosso sasso sul capo in una rissa, Francesco Domenico, che era allora ragazzo, sbigottito dal colpo e dal sangue che in copia si versava su per la faccia, corse a casa lamentandosi: Il padre vedutolo e senza punto informarsi della ferita, invece di soccorrerlo, lo percosse sulla parte della testa rimasta sana, dicendogli:Quando si temono ferite, non si va alla guerra.

Ma contemporaneamente a questi caratteri patologici si sviluppa in lui una genialità che, a tenersi alle affermazioni del figlio, parrebbe non comune. La madre non potè fargli insegnar altro che il leggere e lo scrivere; ma egli,dotato naturalmente d'ingegno, e aiutato dallo scultore Corneille e dal pittore Fabre, studiò disegno e divenne nella scultura in legno "assai valente e senza dubbio il primo artista di Livorno", secondo dice il figlio.

Intorno alla madre nulla aveva scritto Francesco Domenico nelle memorie al Mazzini. Ma già nelle Memorie del Giusti ella era detta "una madre indiavolata, che accarezzava i figliuoli cogli urli e con le percosse. Una volta a lui (Francesco Domenico) che le era scappato di tra le mani, scaraventò dalla finestra un ferro da stirare del quale serba tutt'ora la cicatrice". Il Giusti è, per le cose guerrazziane, un testimone un po' sospetto; ma che questo giudizio non fosse punto esagerato vengono ora a dimostrare le note autobiografiche, ricche di indicazioni sul carattere della Teresa Ramponi.

"A me duole, — dice il Guerrazzi, — di non potere scrivere di mia madre quel bene che avrei desiderato; certo carità sarebbe che per me s'imitasse Jafet piuttosto che Cam, e lo fareise il carattere di lei non avesse troppo influito sulla mia vita".Egli dice di non averla potuta amare, solo aver potuto impedirsi di odiarla. "Ella nacque di sangue siciliano: d'imaginazione caldissima, furiosa, feroce, ardita, qualche volta sublime; non so se abbia fatto più male ai suoi figliuoli nei suoi furori, o nei suoi amori, ma certo ne ha recato moltissimo in ambi due i casi". Nelle sue ire si mostrava in lei una mania bestemmiatrice, che si rinnoverà poi in uno dei figli, Temistocle: — "Prenderei Cristo per la barba!" era la sua frase prediletta, allorchè l'agitava la rabbia". Furiosa in tutto, anche nelle faccende domestiche impiegava la stessa furia: "alzata col giorno, smuoveva e riponeva ogni cosa; si moltiplicava nell'opera; non tenne serve mai, prima perchè nessuna la contentava, poi perchè nessuna voleva rimanere con lei; lavare, stirare, cucinare, insomma fare tutto quanto abbisogna ad una numerosa famiglia; attingere ogni tre giorni l'acqua per i bagni, ogni cosa eseguiva con una specie di rabbia, tempestando, urlando, irritandosi contro le cose inanimate quando alcuna le si parava dinnanzi, e perfino mordendole.... Fu vendicativa oltre misura: usava sempre dire:Cane non mi morse mai che che io non volli del suo pelo. Proterva, contumeliosa, più pronta di mani, che di parole: persecutrice insistente, all'improvviso amorevole; forse in casa aveva in quel punto o maledetto o percosso un suo figliuolo,se uscendo ne udiva parlarne meno che bene, era donna da strozzare nè più nè meno il maldicente: nella contrada la temevano tutti e la chiamavano il gallo".

Queste parole, — osserva il Guastalla, — che il Guerrazzi scrive contro sua madre, sono gravi, gravissime, ma sono ugualmente meritate? Ed egli qui riferisce un'affettuosa lettera da lei diretta a Francesco Domenico, per mostrare come questa donna non fu in tutto e per tutto quale viene descritta. Ora si osservi: Anzi tutto il Guerrazzi non dice che sua madre non amasse i figli; ma li amava in un modo suo speciale, che non poteva riuscire se non ad alienarsene l'animo: "non so se abbia fatto più male ai suoi figliuoli coi suoi furori o nei suoi amori, ma certo ne ha recato moltissimo in ambedue i casi". Da questa lettera, che il Guastalla riporta, non traspare la solita furia che, al dir del figlio, in ogni cosa la dominava; ma è naturale che in una persona poco meno che analfabeta, costretta a scrivere con estrema lentezza, senza per ciò salvarsi dai più grossolani errori, l'impeto della passione animatrice non possa trasfondersi nelle espressioni scritte. L'indole impetuosa, impulsiva, apparrà piena ed intera nelle lettere di chi, come Francesco Domenico o suo fratello Temistocle, scrive così velocemente quasi come pensa, non in quelle di chi, congrande stento, riesce a metter insieme le lettere per compor le sillabe e le sillabe per compor le parole; nelle prime si ha la rapida e pronta espressione del pensiero spontaneo, nelle seconde il frutto faticato del pensiero riflesso. D'altra parte, se pure nelle parole di Francesco Domenico fossevi qualche esagerazione, non per ciò potremmo con minor sicurezza conchiudere che la violenza e l'impulsività furono il carattere fondamentale dell'indole sua sino a produrre vere manifestazioni di epilessia psichica. Lo prova ad esuberanza un fatto in queste note raccontato: "Circa questo tempo (quando il figlio era sui 14 anni) accadde che, possedendo io un bello stile, ella lo prese per nettare certe erbe; increscendomi vederlo guastare in un uso pel quale ella aveva in pronto i coltelli a ciò destinati, dolcemente le dissi di posarlo: sia che male intendesse, o qualche cruccio a me ignoto la turbasse, tolta fuori di sè da cieca ira me lo scagliò contro; io balzai da terra con un salto, sicchè il ferro mi aggiunse la coscia sinistra e squarciando le carni vi rimase confitto; dove non avessi spiccato quel salto mi percuoteva nel fianco e certo con quella forza con la quale venne lanciato mi traforava le viscere. Il sangue sgorgò copioso dalla ferita, ed io senza aprir bocca guardava il sangue, e poi.... Ella si spaventò, e subito mutata mi si fece addosso piangendo, ed estrasselo stile, e siccome continuava a piangere, e mi lasciava perdere il sangue, la pregai con fermo sembiante a portarmi acqua tepida etc..."

Da questa unione di un lipemaniaco con una impulsiva epilettoide nascevano cinque figli: Riccarda, Giovanni Gualberto, Francesco Domenico, Temistocle e Giorgio. Sulla prima ha il Guerrazzi queste parole di colore oscuro: "la sorella era oppressa dalla sciagura e meritata; parola dura ma giusta", dalle quali non è difficile il dedurre che non dovette essere d'indole onesta. Giovanni Gualberto fu "uomo buono, però di sensi poco alti: nelle cose meccaniche valentissimo, nelle intellettuali anzi grosso che no"; da lui nasce Francesco Michele, di cui il Guerrazzi fu poi tutore e nel quale, come l'epistolario del Guerrazzi attesta, torna a manifestarsi in grado acuto l'indole inquieta(morbosa tendenza ambulatoria) del nonno Donato. Questa è pure caratteristica di Giorgio: "Io mi chiudo gli occhi sul futuro di questo giovane (dice il Guerrazzi); in così poca età egli ha sviluppato inclinazioni perniciosissime: ozioso, inquieto, a quanti mestieri si applicava di subito gli riuscivano fastidiosi; ha già viaggiato per l'Egitto, poi lo prese talento di navigare e se ne andò fino al Brasile; quivi mercè le cure di un mio amico ottenne certo impiego nella marina dello Stato, ma quando stava perdirigersi alla volta del mare del Sud, non gli andò a grado il travaglioso mestiere; e se ne tornò a casa". È a dolersi che, per essere rimaste incompiute le note, il Guerrazzi non abbia potuto tenere la promessa di dire più a lungo di questi fratelli: solo di Temistocle, il quarto, egli parla un poco più distesamente, ed altre notizie intorno a lui il Mandolfo potè ricavare da sue lettere inedite e dall'incartamento di un suo processo.

L'indole di Temistocle si presenta per molti riguardi simile a quella di Francesco Domenico, il quale già osservava che la causa dei frequenti loro bisticci era non già differenza, ma piuttosto soverchia uguaglianza di carattere: ambedue impetuosi, ambedue ostinati, ambedue orgogliosi, ambedue tormentati dalla melanconia. "Giovane d'ingegno quasi smisurato" lo dice il fratello; e sebbene dalle opere che di lui si conservano questo genio straordinario non appaia, conviene tener conto dell'asserzione del fratello che la scultura mal si confaceva con il suo animo orgoglioso e i suoi scarsi mezzi. "Quella sua indole energica inasprita dalle vicende contrarie si esala in continuo ruggito; diventa increscioso a sè e ad altrui; vivergli appresso è cosa piena di gravezza.... Di mani pronte, gagliardo e di cuore generosissimo. Una volta è tornato a casa senza calzoni per averne coperto un miserabile assiderato".

L'indole impetuosa, che si intuisce dal ritratto che il Guastalla ne pubblica, con l'aria inspirata e i capelli al vento, si rivela anche nelle sue lettere, nelle quali torna a mostrarsi quella mania bestemmiatrice che già vedemmo propria di sua madre. Queste lettere provano anche all'evidenza come sian giuste le parole, che su lui scrive il fratello: "Quella sua indole inasprita dalle vicende si esala in continuo ruggito". "Io pensava, scrisse in una lettera al fratello, Giovedì essere in viaggio per Livorno; se tu vuoi mi tratterrò... ma non per andare dal Sovrano, perchè promessi a me nell'ora della disperazione che non sarei andato mai da un Sovrano, altro che a ricever degli onori. Caro fratello, compatiscimi; di' pure che faccio il mio danno; ma promessi a me e, vedi bene, che passerei da uomo debole con me stesso. È inutile, non vi anderò;lo giuro urlando ancora adesso".[38]La rigidità nell'osservare le promesse fatte a se stesso è un insegnamento paterno,il cui effetto si vedrà anche in Francesco Domenico, per il quale ogni proponimento fatto, sia pure il più assurdo, diventa decreto fatale. Ciò almeno in teoria, perchè nella pratica non sempre riesce loro di salvarsi dalle contraddizioni, nè a Temistocle vale giurarvi —urlando— che la promessa fatta a sè stesso va mantenuta. In una lettera posteriore infatti egli consente anche a recarsi dal Sovrano; ma l'ira scoppia ed erompe dalla sua lettera, sfogandosi in bestemmie per la costrizione che sopra sè stesso deve esercitare. "Io spero di finire il mio san Giovanni fra breve tempo; consigliami se lo debbo presentare al Sovrano. Un senso segreto e voce di potente natura mi fa arrossire al pensarne; pure il bisogno e la speranza mi strascinerebbero, Dio infame! a chiedere a un uomo.... Pure chiederei; ma credimi, l'evento non sarà che il mio avvilimento." La lotta contro le avversità, il contrasto fra l'orgoglio intimo che pretenderebbe gl'inchini dei sovrani, e la realtà della vita che ai sovrani lo costringe ad inchinarsi, induce in lui l'odio della vita e l'amore al suicidio, che pare comune all'intera famiglia, sia nel ramo degli ascendenti diretti (padre e nonno lipemaniaci) sia nei rami collaterali dei consanguinei, in uno dei quali, Pietro, assume le forme di una vera e propria monomania suicida. Al fratello, che gli aveva narrato di un suicidio,egli scrive: "Non mi accenni il nome di quel giovane che si è ucciso; sebbene non meni a nulla amerei saperlo: io amo il suicida, lo stimo e piango a calde lacrime alla memoria di quello che seppe liberarsi da tutto. Io non spero nulla, e quando il mio sperare conseguir si dovesse per disperar di te e di altri pochi a me cari, ci rinunzio, per il core di Dio. Speriamo, forse nel corso della nostra vita avremo un momento che ci consolerà; ma quale... la morte!...". Non so se per usarli eventualmente contro sè stesso o contro altri egli chiedeva in altra lettera al fratello che gli portasse "quei certi pugnali, che ritiene tuttora il vecchio Guerrazzi". Nell'interrogatorio subito il 31 luglio 1832, chiestagli spiegazione di questa frase, egli mostra un'amnesia completa, simulata certamente, e attribuisce quelle espressioni, che dice non sapersi neppur egli spiegare, a mente smarrita ed alterata. "Se dovessi dirgli il perchè rammentassi quei pugnali che diceva ritenere il vecchio Guerrazzi, io non potrei davvero, perchè non so che nessun della mia famiglia abbia mai ritenuto armi di nessuna specie, e sicuramente poi non mi son pervenute nè per parte di mio fratello nè di altri armi di sorta, per cui ne deduco che quelle espressioni fossero l'effetto di mente smarrita ed alterata...". In questo medesimo interrogatorio gli chiedono conto dialtre gravi alterazioni del senso morale, che dalle sue lettere appaiono: la mania bestemmiatrice, l'amore al suicidio, il consiglio che dà al fratello di rubare se ne ha bisogno; e di tutte egli si giustifica coll'attribuirle a mente alterata: "Dettogli che l'empie espressioni contro la divinità le quali passo passo s'incontrano nelle citate di lui lettere, le ripetute proteste di amare il suicida e di essere pronto a togliersi la vita quando non potesse altrimenti soffrirne le avversità, ed il consiglio che dà al fratello di rubare liberamente qualora ingenti strettezze ve lo richiamino, provare chiaramente le sue massime corrotte, ed il suo carattere immorale affatto e irreligioso — R.: Le massime che io ho emesse in queste lettere non sono al certo quelle che ho, e ben si conosce dal contesto delle lettere stesse che sono scritte da un uomo di mente alterata." — Ora questa alterazione di mente che egli recava a sua discolpa, senza probabilmente crederla realmente esistente, non può essere messa in dubbio da chi ne studi oggettivamente il carattere e le manifestazioni. Con la differenza che dove egli invocava a sua difesa un'alterazione mentale momentanea, e prodotta dalle avversità del momento, noi ritroviamo anomalie permanenti prodotte da cause solo in parte esterne, ma sopratutto congenite, ereditarie. Temistocle è, tra i fratelli del Guerrazzi,quello che più a lui si avvicina nello eccesso così della genialità come della degenerazione; e la somiglianza dell'indole loro meglio apparrà quando, esposti i caratteri personali più notevoli di Francesco Domenico, sarà più agevole ed evidente il confronto. Chiude la rassegna dei congiunti del Guerrazzi — il Pietro, tipico esempio di lipemaniaco, con delirio ipocondriaco, — di disperazione — fors'anche di persecuzione, con forme larvate di epilessia, impulsività, assenze e allucinazioni, e con acuta mania suicida. Di lui parla il Guerrazzi nelle Memorie al Mazzini: "Pietro Guerrazzi mio congiunto, nelle scienze fisiche peritissimo, roso dalla domestica malinconia, preso dal tedio degli uomini, venne in pensiero di uccidersi. Ruggiva vedendo la codardia, la inerzia, e la bassezza dell'uomo degradato dalla diuturna servitù...; da prima l'anima sua si dispose allo scherno, poi al disprezzo, e finalmente al tedio invincibile della vita...; prese a curare poco la persona, ad assottigliare il cibo onde ne apparve squallido e macilento; sempre solo, iracondo, e spesso avviluppato in cupo silenzio, talvolta prorompente in focosissime filippiche contro il genere umano. Allora gli occhi suoi mandavano faville, e il labbro, tumido e acceso, gli tremolava convulso. Alle gravi ammonizioni del padre mio non rispondeva; si empiva la bocca di carta e la masticava come uncavallo impaziente rode il freno." Se il vecchio Guerrazzi gli parlava del dolore che avrebbe recato alla famiglia, si commoveva, ma senza recedere dal fatale proponimento ed esclamava affannosamente: Dio mio che cosa ho da fare? La mia esistenza mi pesa.... Spesso io lo sorpresi seduto col mento giù declinato sul petto, le gambe stese, le braccia penzoloni; le tempie e le guance incavate e con gli occhi più lustri del vetro guardare intensissimo qualche cosa che certamente non era in questo mondo. Se battendogli leggermente sopra la spalla taluno si avvisava domandargli come stesse, sorgeva dispettoso e quinci partivasi senza profferire parola". Saputo che aveva comprato due pistole e le teneva cariche in tasca, il padre di Francesco Domenico cercò d'indurlo a desistere dai suoi pensieri di suicidio; non riuscendogli, gli chiese che volesse restar in vita ancora un anno. All'altro parve troppo e offerse un mese; allora, quasi si trattasse della scadenza di una cambiale, cominciarono a contrattare e alla fine si concordarono per due mesi. Allo spirar di questi, chiamato in disparte il vecchio Guerrazzi, gli disse: "Domani sono libero." A gran fatica potè strappargli un altro mese.

Quando si uccise, Francesco Domenico era a confino; Carlo Bini nell'annunziargli il fatto così gli scriveva: "Tre giorni prima che morisse io lo trovailungo una strada così tramutato nel sembiante e negli atti, che provai fatica a conoscerlo, e passava ratto e sospettoso come l'uomo perseguitato. Gli dimandai come stesse, ed egli mi strinse la mano e mi guardò di traverso, e quasi fuggì fremendo come una belva. La più parte del mondo, che non può comprendere il sublime, e la necessità di un'azione che non sa, o non deve fare, diè nome di pazzo al povero giovane." In una lettera del marzo '59 al Carletti, il Guerrazzi racconta come suo cugino Pietro, "sdegnato della viltà del tempo, si fracassava la testa di una pistolettata, sollecitava lui con lettera scritta poco prima di morire, a imitarlo."


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