ODE AL VINO

ODE AL VINO

Quando tarda è la notte, e sopra il foglioLangue il mio capo e il pettoStanco mi chiede, s'io cessar non voglioPure una volta, e a lettoRidurmi finalmente, io bevo un mezzoBicchier di vino allora,Che tosto mi ristora,E sveglio tuttavia mi tiene un pezzo.Sveglio mi tiene, e un lieto ardore in senoM'infonde, e di fantasmiIlari e vispi ho tosto il cervel pienoE il cuor d'entusïasmi,I quali in ozio lento e taciturnoDel sigaro col blandoFumo io vado esalandoEntro il cheto e solenne aere notturno.Bene a ragion ti finse, a parer mio,L'ingenuo tempo antico,O amabile liquor, dono d'un dioMolto dell'uomo amico.Della vita operosa a questo mondoTu sei celeste aita;Tu della stanca vitaSei conforto, anzi meglio oblio profondo.Tu forte e generoso il braccio e il cuoreEcciti ad alte imprese;Tu il fiacco affranchi, e sei di nuovo ardoreAl prode ognor cortese.Dal nettareo tuo bacio a morte volaLa gioventù esultante,Che, a vendicarsi, innanteCon molta morte altrui la sua consola.Tu benigno e soave in cor discendiD'artisti e di poeti,E negli esausti seni riaccendiGli estri fecondi e lieti.Tu gli armi di coraggio e noncuranzaContro la plebe inetta,Che un senso altero affetta,Ch'esser vuole disprezzo ed è ignoranza.Tu animator della fulgente mensa,I lauti e molti doniChe la natura e l'arte ivi dispensaD'alta allegria coroni.Tu gli astii antichi allora e i bronci sciogli,Più stringi l'amicizia,Lo scherzo e la letiziaFai che in petto e sul labbro a ognun germogli.Ma più grato talora a cena in fidoSalottino elegante,O a merenda sull'erba in verde lidoE sotto ombrose piante,Fra due che amor soli e vicini asside,Tu complice secondiL'opera, e ti profondiAll'uno e all'altra, e lieto amor ne ride.Ti prodighi al garzone, ed alla bellaSpesso le labbra irrori;Egli facondo e audace è fatto, ed ellaSente inusati ardori.Tu dall'un canto e amor dall'altro a provaSì bene ordite il laccio,Che non sa come, e in braccioDel giovine la bella alfin si trova.O elisir della vita e del piacere!Trar non può il vulgo insanoD'altro liquor le gioie tue sincere;Ma quegli di sua manoS'attossica, che ad altro assai più ardenteLiquore il labbro accosta,E poi che men gli costaA questo più che a te corre sovente.Io lo compiango, e da compianger menoColui non parmi, al qualeDissetarsi convien d'altro veleno,Che sol con te d'egualeHa il nome, e non da tralci adusti cola,Ma d'artificii è fatto,E dee chi a berlo è trattoFoderata di rame aver la gola.Non io così; chè sovra il colle avitoIo medesimo assistoAlla vendemmia, e a tutto il gaio ritoDi varie opere misto,Pel qual tu poi dal romoroso tinoZampillerai ben tosto,Fatto di torbo mosto,Terso, vermiglio e spumeggiante vino.E ch'indi ognor tu sia più terso e puroAncora avverto io stesso,Finchè l'anno compito e tu maturo,Provvedo io pur che messoIn bottiglie tu sia, dove ti rendaDegno un altr'anno alfineChe su dalle cantineAlla tavola lieta e al labbro ascenda.Tu gioia allora e orgoglio mio tu sei!Oh! ma ben più di questo:Se corsero finora i giorni mieiLiberi e d'ogni infestoPondo immuni, che all'uom duro bisognoImpone, io ciò ti deggio;Però t'adoro e inneggioPubblicamente a te, ne mi vergogno!Più che all'ingegno mio (nè qui discutoSe ciò sia giusto o ingiusto)Della facile vita io son tenutoAl tralcio d'uve onusto,E a te che quindi, almo liquor, distilli,Sul breve colle aprico,De' miei retaggio antico,E asil di studiosi ozii tranquilli,Sì, o mio buon vino, a te che il mercatanteLombardo molto apprezza,A te solo degg'io se nè abbondanteVitto, nè l'agiatezzaManca a miei cari: se non è chi'io sudiOra in uffici ingrati,E invece a non pagatiDedicar mi potei leggiadri studi;Se a Destri nè a Sinistri io mai non chiesiIl più lieve piacere;Se libero ai caduti e ai novi ascesiDir posso il mio parere,Se onoranze da lor nè lucri agognoCiò a te soltanto io deggio;Però t'adoro, e inneggio,O vino, al nome tuo, nè mi vergogno!

Quando tarda è la notte, e sopra il foglioLangue il mio capo e il pettoStanco mi chiede, s'io cessar non voglioPure una volta, e a lettoRidurmi finalmente, io bevo un mezzoBicchier di vino allora,Che tosto mi ristora,E sveglio tuttavia mi tiene un pezzo.

Quando tarda è la notte, e sopra il foglio

Langue il mio capo e il petto

Stanco mi chiede, s'io cessar non voglio

Pure una volta, e a letto

Ridurmi finalmente, io bevo un mezzo

Bicchier di vino allora,

Che tosto mi ristora,

E sveglio tuttavia mi tiene un pezzo.

Sveglio mi tiene, e un lieto ardore in senoM'infonde, e di fantasmiIlari e vispi ho tosto il cervel pienoE il cuor d'entusïasmi,I quali in ozio lento e taciturnoDel sigaro col blandoFumo io vado esalandoEntro il cheto e solenne aere notturno.

Sveglio mi tiene, e un lieto ardore in seno

M'infonde, e di fantasmi

Ilari e vispi ho tosto il cervel pieno

E il cuor d'entusïasmi,

I quali in ozio lento e taciturno

Del sigaro col blando

Fumo io vado esalando

Entro il cheto e solenne aere notturno.

Bene a ragion ti finse, a parer mio,L'ingenuo tempo antico,O amabile liquor, dono d'un dioMolto dell'uomo amico.Della vita operosa a questo mondoTu sei celeste aita;Tu della stanca vitaSei conforto, anzi meglio oblio profondo.

Bene a ragion ti finse, a parer mio,

L'ingenuo tempo antico,

O amabile liquor, dono d'un dio

Molto dell'uomo amico.

Della vita operosa a questo mondo

Tu sei celeste aita;

Tu della stanca vita

Sei conforto, anzi meglio oblio profondo.

Tu forte e generoso il braccio e il cuoreEcciti ad alte imprese;Tu il fiacco affranchi, e sei di nuovo ardoreAl prode ognor cortese.Dal nettareo tuo bacio a morte volaLa gioventù esultante,Che, a vendicarsi, innanteCon molta morte altrui la sua consola.

Tu forte e generoso il braccio e il cuore

Ecciti ad alte imprese;

Tu il fiacco affranchi, e sei di nuovo ardore

Al prode ognor cortese.

Dal nettareo tuo bacio a morte vola

La gioventù esultante,

Che, a vendicarsi, innante

Con molta morte altrui la sua consola.

Tu benigno e soave in cor discendiD'artisti e di poeti,E negli esausti seni riaccendiGli estri fecondi e lieti.Tu gli armi di coraggio e noncuranzaContro la plebe inetta,Che un senso altero affetta,Ch'esser vuole disprezzo ed è ignoranza.

Tu benigno e soave in cor discendi

D'artisti e di poeti,

E negli esausti seni riaccendi

Gli estri fecondi e lieti.

Tu gli armi di coraggio e noncuranza

Contro la plebe inetta,

Che un senso altero affetta,

Ch'esser vuole disprezzo ed è ignoranza.

Tu animator della fulgente mensa,I lauti e molti doniChe la natura e l'arte ivi dispensaD'alta allegria coroni.Tu gli astii antichi allora e i bronci sciogli,Più stringi l'amicizia,Lo scherzo e la letiziaFai che in petto e sul labbro a ognun germogli.

Tu animator della fulgente mensa,

I lauti e molti doni

Che la natura e l'arte ivi dispensa

D'alta allegria coroni.

Tu gli astii antichi allora e i bronci sciogli,

Più stringi l'amicizia,

Lo scherzo e la letizia

Fai che in petto e sul labbro a ognun germogli.

Ma più grato talora a cena in fidoSalottino elegante,O a merenda sull'erba in verde lidoE sotto ombrose piante,Fra due che amor soli e vicini asside,Tu complice secondiL'opera, e ti profondiAll'uno e all'altra, e lieto amor ne ride.

Ma più grato talora a cena in fido

Salottino elegante,

O a merenda sull'erba in verde lido

E sotto ombrose piante,

Fra due che amor soli e vicini asside,

Tu complice secondi

L'opera, e ti profondi

All'uno e all'altra, e lieto amor ne ride.

Ti prodighi al garzone, ed alla bellaSpesso le labbra irrori;Egli facondo e audace è fatto, ed ellaSente inusati ardori.Tu dall'un canto e amor dall'altro a provaSì bene ordite il laccio,Che non sa come, e in braccioDel giovine la bella alfin si trova.

Ti prodighi al garzone, ed alla bella

Spesso le labbra irrori;

Egli facondo e audace è fatto, ed ella

Sente inusati ardori.

Tu dall'un canto e amor dall'altro a prova

Sì bene ordite il laccio,

Che non sa come, e in braccio

Del giovine la bella alfin si trova.

O elisir della vita e del piacere!Trar non può il vulgo insanoD'altro liquor le gioie tue sincere;Ma quegli di sua manoS'attossica, che ad altro assai più ardenteLiquore il labbro accosta,E poi che men gli costaA questo più che a te corre sovente.

O elisir della vita e del piacere!

Trar non può il vulgo insano

D'altro liquor le gioie tue sincere;

Ma quegli di sua mano

S'attossica, che ad altro assai più ardente

Liquore il labbro accosta,

E poi che men gli costa

A questo più che a te corre sovente.

Io lo compiango, e da compianger menoColui non parmi, al qualeDissetarsi convien d'altro veleno,Che sol con te d'egualeHa il nome, e non da tralci adusti cola,Ma d'artificii è fatto,E dee chi a berlo è trattoFoderata di rame aver la gola.

Io lo compiango, e da compianger meno

Colui non parmi, al quale

Dissetarsi convien d'altro veleno,

Che sol con te d'eguale

Ha il nome, e non da tralci adusti cola,

Ma d'artificii è fatto,

E dee chi a berlo è tratto

Foderata di rame aver la gola.

Non io così; chè sovra il colle avitoIo medesimo assistoAlla vendemmia, e a tutto il gaio ritoDi varie opere misto,Pel qual tu poi dal romoroso tinoZampillerai ben tosto,Fatto di torbo mosto,Terso, vermiglio e spumeggiante vino.

Non io così; chè sovra il colle avito

Io medesimo assisto

Alla vendemmia, e a tutto il gaio rito

Di varie opere misto,

Pel qual tu poi dal romoroso tino

Zampillerai ben tosto,

Fatto di torbo mosto,

Terso, vermiglio e spumeggiante vino.

E ch'indi ognor tu sia più terso e puroAncora avverto io stesso,Finchè l'anno compito e tu maturo,Provvedo io pur che messoIn bottiglie tu sia, dove ti rendaDegno un altr'anno alfineChe su dalle cantineAlla tavola lieta e al labbro ascenda.

E ch'indi ognor tu sia più terso e puro

Ancora avverto io stesso,

Finchè l'anno compito e tu maturo,

Provvedo io pur che messo

In bottiglie tu sia, dove ti renda

Degno un altr'anno alfine

Che su dalle cantine

Alla tavola lieta e al labbro ascenda.

Tu gioia allora e orgoglio mio tu sei!Oh! ma ben più di questo:Se corsero finora i giorni mieiLiberi e d'ogni infestoPondo immuni, che all'uom duro bisognoImpone, io ciò ti deggio;Però t'adoro e inneggioPubblicamente a te, ne mi vergogno!

Tu gioia allora e orgoglio mio tu sei!

Oh! ma ben più di questo:

Se corsero finora i giorni miei

Liberi e d'ogni infesto

Pondo immuni, che all'uom duro bisogno

Impone, io ciò ti deggio;

Però t'adoro e inneggio

Pubblicamente a te, ne mi vergogno!

Più che all'ingegno mio (nè qui discutoSe ciò sia giusto o ingiusto)Della facile vita io son tenutoAl tralcio d'uve onusto,E a te che quindi, almo liquor, distilli,Sul breve colle aprico,De' miei retaggio antico,E asil di studiosi ozii tranquilli,

Più che all'ingegno mio (nè qui discuto

Se ciò sia giusto o ingiusto)

Della facile vita io son tenuto

Al tralcio d'uve onusto,

E a te che quindi, almo liquor, distilli,

Sul breve colle aprico,

De' miei retaggio antico,

E asil di studiosi ozii tranquilli,

Sì, o mio buon vino, a te che il mercatanteLombardo molto apprezza,A te solo degg'io se nè abbondanteVitto, nè l'agiatezzaManca a miei cari: se non è chi'io sudiOra in uffici ingrati,E invece a non pagatiDedicar mi potei leggiadri studi;

Sì, o mio buon vino, a te che il mercatante

Lombardo molto apprezza,

A te solo degg'io se nè abbondante

Vitto, nè l'agiatezza

Manca a miei cari: se non è chi'io sudi

Ora in uffici ingrati,

E invece a non pagati

Dedicar mi potei leggiadri studi;

Se a Destri nè a Sinistri io mai non chiesiIl più lieve piacere;Se libero ai caduti e ai novi ascesiDir posso il mio parere,Se onoranze da lor nè lucri agognoCiò a te soltanto io deggio;Però t'adoro, e inneggio,O vino, al nome tuo, nè mi vergogno!

Se a Destri nè a Sinistri io mai non chiesi

Il più lieve piacere;

Se libero ai caduti e ai novi ascesi

Dir posso il mio parere,

Se onoranze da lor nè lucri agogno

Ciò a te soltanto io deggio;

Però t'adoro, e inneggio,

O vino, al nome tuo, nè mi vergogno!

Settembre 1876.


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