PICCOLO MONDOIDILLIO DOMESTICO

PICCOLO MONDOIDILLIO DOMESTICO

1870-77

Nihil sanctius quam domus.Cic.

Fu a mezzo ottobre, quando si fan gialleLe foglie, e al primo soffio che diserraIl monte su la valleCascano in folla a terra;Fu a mezzo dell'ottobre disadorno,Che a la modesta villa,Dov'ebbero tranquillaDimora i padri miei, feci ritorno.Dopo l'assenza di molt'anni al locoFeci ritorno dell'infanzia mia;Partii fanciullo e pocoMen che adulto or venia:Nessuno ravvisarmi avria saputo,Ma gli antichi cipressiVidermi appena, ch'essiMossero il capo in segno di saluto.Furon dinanzi del cancel piantatiDa non so quale de' miei vecchi stessiQue' due vecchi cipressi;E là come soldatiStan da gran tempo a guardia del mio tetto,E mi conobber tosto,Perchè ai lor piè depostoIo soleva giocar da pargoletto.

Fu a mezzo ottobre, quando si fan gialleLe foglie, e al primo soffio che diserraIl monte su la valleCascano in folla a terra;Fu a mezzo dell'ottobre disadorno,Che a la modesta villa,Dov'ebbero tranquillaDimora i padri miei, feci ritorno.

Fu a mezzo ottobre, quando si fan gialle

Le foglie, e al primo soffio che diserra

Il monte su la valle

Cascano in folla a terra;

Fu a mezzo dell'ottobre disadorno,

Che a la modesta villa,

Dov'ebbero tranquilla

Dimora i padri miei, feci ritorno.

Dopo l'assenza di molt'anni al locoFeci ritorno dell'infanzia mia;Partii fanciullo e pocoMen che adulto or venia:Nessuno ravvisarmi avria saputo,Ma gli antichi cipressiVidermi appena, ch'essiMossero il capo in segno di saluto.

Dopo l'assenza di molt'anni al loco

Feci ritorno dell'infanzia mia;

Partii fanciullo e poco

Men che adulto or venia:

Nessuno ravvisarmi avria saputo,

Ma gli antichi cipressi

Vidermi appena, ch'essi

Mossero il capo in segno di saluto.

Furon dinanzi del cancel piantatiDa non so quale de' miei vecchi stessiQue' due vecchi cipressi;E là come soldatiStan da gran tempo a guardia del mio tetto,E mi conobber tosto,Perchè ai lor piè depostoIo soleva giocar da pargoletto.

Furon dinanzi del cancel piantati

Da non so quale de' miei vecchi stessi

Que' due vecchi cipressi;

E là come soldati

Stan da gran tempo a guardia del mio tetto,

E mi conobber tosto,

Perchè ai lor piè deposto

Io soleva giocar da pargoletto.

Le scale ascesi e penetrai le stanzeChe gran tempo di passi e voci umaneFuron mute, e ove leggonsi le usanzeD'un'età spenta in quel che ne rimane.Il padre mio che preferì altra sede,Presso quel lago ch'ei descrisse in rima,Là morir scelse, e non aveva primaPiù da molt'anni qui rimesso il piede.O alti stipi addossati a la parete,Seggioloni, erti letti e mense gravi,O vecchi arredi a cui le meste o lieteVicende e i sensi noti fur degli avi;Io vi ammiro in silenzio, e quasi provoVergogna d'esser io vostro padrone,Chè il serio aspetto vostro assai m'impone,E pur meschino in faccia a voi mi trovo.

Le scale ascesi e penetrai le stanzeChe gran tempo di passi e voci umaneFuron mute, e ove leggonsi le usanzeD'un'età spenta in quel che ne rimane.

Le scale ascesi e penetrai le stanze

Che gran tempo di passi e voci umane

Furon mute, e ove leggonsi le usanze

D'un'età spenta in quel che ne rimane.

Il padre mio che preferì altra sede,Presso quel lago ch'ei descrisse in rima,Là morir scelse, e non aveva primaPiù da molt'anni qui rimesso il piede.

Il padre mio che preferì altra sede,

Presso quel lago ch'ei descrisse in rima,

Là morir scelse, e non aveva prima

Più da molt'anni qui rimesso il piede.

O alti stipi addossati a la parete,Seggioloni, erti letti e mense gravi,O vecchi arredi a cui le meste o lieteVicende e i sensi noti fur degli avi;

O alti stipi addossati a la parete,

Seggioloni, erti letti e mense gravi,

O vecchi arredi a cui le meste o liete

Vicende e i sensi noti fur degli avi;

Io vi ammiro in silenzio, e quasi provoVergogna d'esser io vostro padrone,Chè il serio aspetto vostro assai m'impone,E pur meschino in faccia a voi mi trovo.

Io vi ammiro in silenzio, e quasi provo

Vergogna d'esser io vostro padrone,

Chè il serio aspetto vostro assai m'impone,

E pur meschino in faccia a voi mi trovo.

Volontier ci si indugia accanto al foco,Nella lunga autunnal rigida sera,Massime in vecchie case, ove fan pocoSchermo le imposte contro la bufera;Io la serata interaSpendo con gran dilettoDinanzi al caminetto.Danzan le fiamme sugli enormi alariVolubili e scherzose e suonan liete,La stanza empiendo di giocondi e variRiflessi, mentre sovra la pareteSi movono inquieteL'ombre e i profili neriDei mobili severi.Vecchie pareti, a cui nessuna è ignotaDi tante cose innanzi a voi compiute,Se per narrarmi dell'età remotaVoi cessaste un momento d'esser mute,Forse d'aver saputeQuelle cose, mi pare,Che a me potria giovare.Forse m'illudo, nè dir cosa nuovaVoi potreste, ch'io pria non la sapessi;Che l'umana vicenda si rinnova,Ma poco muta, e gaudii a noi concessiFuro e dolori stessiIn alto e in umil stato,Oggi e per lo passato.

Volontier ci si indugia accanto al foco,Nella lunga autunnal rigida sera,Massime in vecchie case, ove fan pocoSchermo le imposte contro la bufera;Io la serata interaSpendo con gran dilettoDinanzi al caminetto.

Volontier ci si indugia accanto al foco,

Nella lunga autunnal rigida sera,

Massime in vecchie case, ove fan poco

Schermo le imposte contro la bufera;

Io la serata intera

Spendo con gran diletto

Dinanzi al caminetto.

Danzan le fiamme sugli enormi alariVolubili e scherzose e suonan liete,La stanza empiendo di giocondi e variRiflessi, mentre sovra la pareteSi movono inquieteL'ombre e i profili neriDei mobili severi.

Danzan le fiamme sugli enormi alari

Volubili e scherzose e suonan liete,

La stanza empiendo di giocondi e vari

Riflessi, mentre sovra la parete

Si movono inquiete

L'ombre e i profili neri

Dei mobili severi.

Vecchie pareti, a cui nessuna è ignotaDi tante cose innanzi a voi compiute,Se per narrarmi dell'età remotaVoi cessaste un momento d'esser mute,Forse d'aver saputeQuelle cose, mi pare,Che a me potria giovare.

Vecchie pareti, a cui nessuna è ignota

Di tante cose innanzi a voi compiute,

Se per narrarmi dell'età remota

Voi cessaste un momento d'esser mute,

Forse d'aver sapute

Quelle cose, mi pare,

Che a me potria giovare.

Forse m'illudo, nè dir cosa nuovaVoi potreste, ch'io pria non la sapessi;Che l'umana vicenda si rinnova,Ma poco muta, e gaudii a noi concessiFuro e dolori stessiIn alto e in umil stato,Oggi e per lo passato.

Forse m'illudo, nè dir cosa nuova

Voi potreste, ch'io pria non la sapessi;

Che l'umana vicenda si rinnova,

Ma poco muta, e gaudii a noi concessi

Furo e dolori stessi

In alto e in umil stato,

Oggi e per lo passato.

Ma forse in tutto nemmen questo è vero;Nè certo or fa cent'anni i nostri vecchiSi davano pensieroD'argomenti parecchi,Ch'oggi il cuore e la menteVanno struggendo a noi, povera gente!Le manìe metafisiche disceseAnco non eran nell'Italia allora;La scïenza politica, com'ora,Non era ancor paleseA ciascheduno, fino al mio barbiere,Cose che non parrebbe, e pur son vere.Il sentimentalismo umanitario(Ahimè, che versi scrivere mi tocca!)Ch'oggi a tanti la penna empie e la boccaDi sonante frasarioNon era noto allor... ma un tal soggettoMi guasta il verso e il sangue e però smetto.Pur tinto è ognun di noi, qual più qual menoDi questa lebbra, e come tutti io stesso;Onde nel fior degli anni miei l'amenoTempo autunnale spessoVo' sprecando nell'egre ed affliggentiMalinconie delle moderne menti.Già non degli avi miei questo avvenia.Oh dolci autunni antichi! Innanzi al giornoIl mio buon nonno usciaDi casa ed ascoltando in alto e intornoSe di buona passata indizio c'era,S'affrettava pel colle all'uccelliera.Detta la messa che il nipote accortoServiagli, il prete (uno, anche due taloraVestivano in mia casa i sacri panni;Questo era l'uso allora:L'ultimo io stesso lo conobbi; è mortoL'ottimo vecchio appunto or fa vent'anni;)Detta dunque la messa, anch'egli il preteTosto accorreva col nipote allatoA veder se frattanto nella reteMolti augelli avean dato.Così in parte venia la mattinataLietamente impiegata.Poi s'attendeva a por la copiosaVendemmia dentro i tini con saggezza,O in acconcia manieraAlla stura attendeasi, o ad altra cosa,Ch'ora io dir non saprei con sicurezza,Ma ch'util certo e dilettevol era.Per tal guisa in tranquille opere onesteSpendeano il giorno gli avi,Nè lo studio era l'ultima tra queste,E il libro non di sogni irriti o praviSuscitatore, alle solinghe e lentePasseggiate compagno era sovente.La serata oltremodo era gioconda:Gli augelli il mattin presi, unti e arrostiti,Eran su la rotondaPolenta molle in lunghe e fitte schierePer la cena imbanditi,E colmo del vin nuovo era il bicchiere.Convenivan gli amici intorno all'otto.Allora spesso il conversar festosoDa scoppio fragorosoDi risa era interrotto.Ma in disparte raccolti, aspri, accigliati.Giocavano al tresette i più attempati.Si ballava talor, ma d'improvviso,Senza apparato: i giovani elegantiMeglio ne' modi assai che nel vestire;Le donne adorne solo di sorriso,Senza trine o brillanti;E ognuno a mezzanotte era a dormire.

Ma forse in tutto nemmen questo è vero;Nè certo or fa cent'anni i nostri vecchiSi davano pensieroD'argomenti parecchi,Ch'oggi il cuore e la menteVanno struggendo a noi, povera gente!

Ma forse in tutto nemmen questo è vero;

Nè certo or fa cent'anni i nostri vecchi

Si davano pensiero

D'argomenti parecchi,

Ch'oggi il cuore e la mente

Vanno struggendo a noi, povera gente!

Le manìe metafisiche disceseAnco non eran nell'Italia allora;La scïenza politica, com'ora,Non era ancor paleseA ciascheduno, fino al mio barbiere,Cose che non parrebbe, e pur son vere.

Le manìe metafisiche discese

Anco non eran nell'Italia allora;

La scïenza politica, com'ora,

Non era ancor palese

A ciascheduno, fino al mio barbiere,

Cose che non parrebbe, e pur son vere.

Il sentimentalismo umanitario(Ahimè, che versi scrivere mi tocca!)Ch'oggi a tanti la penna empie e la boccaDi sonante frasarioNon era noto allor... ma un tal soggettoMi guasta il verso e il sangue e però smetto.

Il sentimentalismo umanitario

(Ahimè, che versi scrivere mi tocca!)

Ch'oggi a tanti la penna empie e la bocca

Di sonante frasario

Non era noto allor... ma un tal soggetto

Mi guasta il verso e il sangue e però smetto.

Pur tinto è ognun di noi, qual più qual menoDi questa lebbra, e come tutti io stesso;Onde nel fior degli anni miei l'amenoTempo autunnale spessoVo' sprecando nell'egre ed affliggentiMalinconie delle moderne menti.

Pur tinto è ognun di noi, qual più qual meno

Di questa lebbra, e come tutti io stesso;

Onde nel fior degli anni miei l'ameno

Tempo autunnale spesso

Vo' sprecando nell'egre ed affliggenti

Malinconie delle moderne menti.

Già non degli avi miei questo avvenia.Oh dolci autunni antichi! Innanzi al giornoIl mio buon nonno usciaDi casa ed ascoltando in alto e intornoSe di buona passata indizio c'era,S'affrettava pel colle all'uccelliera.

Già non degli avi miei questo avvenia.

Oh dolci autunni antichi! Innanzi al giorno

Il mio buon nonno uscia

Di casa ed ascoltando in alto e intorno

Se di buona passata indizio c'era,

S'affrettava pel colle all'uccelliera.

Detta la messa che il nipote accortoServiagli, il prete (uno, anche due taloraVestivano in mia casa i sacri panni;Questo era l'uso allora:L'ultimo io stesso lo conobbi; è mortoL'ottimo vecchio appunto or fa vent'anni;)

Detta la messa che il nipote accorto

Serviagli, il prete (uno, anche due talora

Vestivano in mia casa i sacri panni;

Questo era l'uso allora:

L'ultimo io stesso lo conobbi; è morto

L'ottimo vecchio appunto or fa vent'anni;)

Detta dunque la messa, anch'egli il preteTosto accorreva col nipote allatoA veder se frattanto nella reteMolti augelli avean dato.Così in parte venia la mattinataLietamente impiegata.

Detta dunque la messa, anch'egli il prete

Tosto accorreva col nipote allato

A veder se frattanto nella rete

Molti augelli avean dato.

Così in parte venia la mattinata

Lietamente impiegata.

Poi s'attendeva a por la copiosaVendemmia dentro i tini con saggezza,O in acconcia manieraAlla stura attendeasi, o ad altra cosa,Ch'ora io dir non saprei con sicurezza,Ma ch'util certo e dilettevol era.

Poi s'attendeva a por la copiosa

Vendemmia dentro i tini con saggezza,

O in acconcia maniera

Alla stura attendeasi, o ad altra cosa,

Ch'ora io dir non saprei con sicurezza,

Ma ch'util certo e dilettevol era.

Per tal guisa in tranquille opere onesteSpendeano il giorno gli avi,Nè lo studio era l'ultima tra queste,E il libro non di sogni irriti o praviSuscitatore, alle solinghe e lentePasseggiate compagno era sovente.

Per tal guisa in tranquille opere oneste

Spendeano il giorno gli avi,

Nè lo studio era l'ultima tra queste,

E il libro non di sogni irriti o pravi

Suscitatore, alle solinghe e lente

Passeggiate compagno era sovente.

La serata oltremodo era gioconda:Gli augelli il mattin presi, unti e arrostiti,Eran su la rotondaPolenta molle in lunghe e fitte schierePer la cena imbanditi,E colmo del vin nuovo era il bicchiere.

La serata oltremodo era gioconda:

Gli augelli il mattin presi, unti e arrostiti,

Eran su la rotonda

Polenta molle in lunghe e fitte schiere

Per la cena imbanditi,

E colmo del vin nuovo era il bicchiere.

Convenivan gli amici intorno all'otto.Allora spesso il conversar festosoDa scoppio fragorosoDi risa era interrotto.Ma in disparte raccolti, aspri, accigliati.Giocavano al tresette i più attempati.

Convenivan gli amici intorno all'otto.

Allora spesso il conversar festoso

Da scoppio fragoroso

Di risa era interrotto.

Ma in disparte raccolti, aspri, accigliati.

Giocavano al tresette i più attempati.

Si ballava talor, ma d'improvviso,Senza apparato: i giovani elegantiMeglio ne' modi assai che nel vestire;Le donne adorne solo di sorriso,Senza trine o brillanti;E ognuno a mezzanotte era a dormire.

Si ballava talor, ma d'improvviso,

Senza apparato: i giovani eleganti

Meglio ne' modi assai che nel vestire;

Le donne adorne solo di sorriso,

Senza trine o brillanti;

E ognuno a mezzanotte era a dormire.

Ahimè! da queste coseSon trascorsi molt'anni:Il padre mio gli affanniDel viver suo nascoseIn solitudin tetra,Finchè sotto la pietraD'un sepolcro si pose.Da lunga età la stanzaDe' gai ritrovi è muta,Nè un passo più si mutaNella sala ove usanzaEbbero de' miei padriLe spose i piè leggiadriMovere in lieta danza.E il tempo indarno sfidaSul granaio il panciutoMulticorde liuto,Che ai balli un dì fu guida;Or confortabilmenteIl topo sapïenteLa prole sua v'annida.De' topi indi la prolePorta dall'istrumentoChe l'annidò il talentoDel danzatore, e suoleLaddove furo i graviMinuetti degli aviMenar le sue carole.Il vento spesso vieneDi musical romoreOttimo esecutore,E al ballo bordon tiene;Da solo fa le veciNon d'una, ma di dieci,All'uopo, orchestre piene.La canna del caminoGli serve di tromboneCon che il basso compone,E forma il vïolinoFischiando agli usci fessi,E tra i vetri sconnessiAprendosi il cammino.Io che non là da pressoDormo, ma il sonno ho lieveMi sveglio al suono in breve,Benchè arrivi sommesso:I vecchi ai noti lochiTornano ai balli e ai giuochi —Penso allor fra me stesso.— Certo nell'alta notte,Alle lor feste i vecchiTornan che da parecchiAnni furo interrotte: —Accenti odo, segreteVoci in sì gran quïeteCome non so prodotte.Son l'avole amoroseChe lasciano i maritiA bofonchiare uniti,E il nipote bramoseCercando van con ormeFurtive s'egli dormeNelle stanze più ascose.Pendono sul mio lettoSpiando attente attenteQual abbia se avvenenteO se illegiadro aspettoColui ch'unico restaDi lor stirpe modesta,Colui ch'è il lor diletto.Cenno col dito fannoChe ognuna zitta stia,Che sturbato io non sia;Così a mirar mi stanno;Molte vorrian baciarmi,Ma per non isvegliarmiQuel piacer non si danno.Mi guardo io ben d'aprireGli occhi. Le care donne,Le mie povere nonneNon san che di dormireSolo per arte io fingo,Ch'io veglio e gli occhi stringoPer non farle fuggire.

Ahimè! da queste coseSon trascorsi molt'anni:Il padre mio gli affanniDel viver suo nascoseIn solitudin tetra,Finchè sotto la pietraD'un sepolcro si pose.

Ahimè! da queste cose

Son trascorsi molt'anni:

Il padre mio gli affanni

Del viver suo nascose

In solitudin tetra,

Finchè sotto la pietra

D'un sepolcro si pose.

Da lunga età la stanzaDe' gai ritrovi è muta,Nè un passo più si mutaNella sala ove usanzaEbbero de' miei padriLe spose i piè leggiadriMovere in lieta danza.

Da lunga età la stanza

De' gai ritrovi è muta,

Nè un passo più si muta

Nella sala ove usanza

Ebbero de' miei padri

Le spose i piè leggiadri

Movere in lieta danza.

E il tempo indarno sfidaSul granaio il panciutoMulticorde liuto,Che ai balli un dì fu guida;Or confortabilmenteIl topo sapïenteLa prole sua v'annida.

E il tempo indarno sfida

Sul granaio il panciuto

Multicorde liuto,

Che ai balli un dì fu guida;

Or confortabilmente

Il topo sapïente

La prole sua v'annida.

De' topi indi la prolePorta dall'istrumentoChe l'annidò il talentoDel danzatore, e suoleLaddove furo i graviMinuetti degli aviMenar le sue carole.

De' topi indi la prole

Porta dall'istrumento

Che l'annidò il talento

Del danzatore, e suole

Laddove furo i gravi

Minuetti degli avi

Menar le sue carole.

Il vento spesso vieneDi musical romoreOttimo esecutore,E al ballo bordon tiene;Da solo fa le veciNon d'una, ma di dieci,All'uopo, orchestre piene.

Il vento spesso viene

Di musical romore

Ottimo esecutore,

E al ballo bordon tiene;

Da solo fa le veci

Non d'una, ma di dieci,

All'uopo, orchestre piene.

La canna del caminoGli serve di tromboneCon che il basso compone,E forma il vïolinoFischiando agli usci fessi,E tra i vetri sconnessiAprendosi il cammino.

La canna del camino

Gli serve di trombone

Con che il basso compone,

E forma il vïolino

Fischiando agli usci fessi,

E tra i vetri sconnessi

Aprendosi il cammino.

Io che non là da pressoDormo, ma il sonno ho lieveMi sveglio al suono in breve,Benchè arrivi sommesso:I vecchi ai noti lochiTornano ai balli e ai giuochi —Penso allor fra me stesso.

Io che non là da presso

Dormo, ma il sonno ho lieve

Mi sveglio al suono in breve,

Benchè arrivi sommesso:

I vecchi ai noti lochi

Tornano ai balli e ai giuochi —

Penso allor fra me stesso.

— Certo nell'alta notte,Alle lor feste i vecchiTornan che da parecchiAnni furo interrotte: —Accenti odo, segreteVoci in sì gran quïeteCome non so prodotte.

— Certo nell'alta notte,

Alle lor feste i vecchi

Tornan che da parecchi

Anni furo interrotte: —

Accenti odo, segrete

Voci in sì gran quïete

Come non so prodotte.

Son l'avole amoroseChe lasciano i maritiA bofonchiare uniti,E il nipote bramoseCercando van con ormeFurtive s'egli dormeNelle stanze più ascose.

Son l'avole amorose

Che lasciano i mariti

A bofonchiare uniti,

E il nipote bramose

Cercando van con orme

Furtive s'egli dorme

Nelle stanze più ascose.

Pendono sul mio lettoSpiando attente attenteQual abbia se avvenenteO se illegiadro aspettoColui ch'unico restaDi lor stirpe modesta,Colui ch'è il lor diletto.

Pendono sul mio letto

Spiando attente attente

Qual abbia se avvenente

O se illegiadro aspetto

Colui ch'unico resta

Di lor stirpe modesta,

Colui ch'è il lor diletto.

Cenno col dito fannoChe ognuna zitta stia,Che sturbato io non sia;Così a mirar mi stanno;Molte vorrian baciarmi,Ma per non isvegliarmiQuel piacer non si danno.

Cenno col dito fanno

Che ognuna zitta stia,

Che sturbato io non sia;

Così a mirar mi stanno;

Molte vorrian baciarmi,

Ma per non isvegliarmi

Quel piacer non si danno.

Mi guardo io ben d'aprireGli occhi. Le care donne,Le mie povere nonneNon san che di dormireSolo per arte io fingo,Ch'io veglio e gli occhi stringoPer non farle fuggire.

Mi guardo io ben d'aprire

Gli occhi. Le care donne,

Le mie povere nonne

Non san che di dormire

Solo per arte io fingo,

Ch'io veglio e gli occhi stringo

Per non farle fuggire.

Ma i morti sono morti e non ritornaNessun di lor per quanto l'alma vitaE la casa ove nacque abbia graditaE la sua stirpe ch'ivi ancor soggiorna.Ahimè l'avole mie son tutte morte,E giacciono incomposte ossa a quest'oraNel suol costrette, non che sian taloraPer venirmi a veder giammai risorte.Ma quai vapor ch'estiva notte aduna,Piglian vaghi e fantastici sembianti,Quasi d'arcani spirti in cielo errantiAl novo raggio di crescente luna;Così le pie memorie che man manoDesta in me la dimora di mia genteAntica, al raggio dell'accesa menteVita pigliano e voce e aspetto arcano.Molto io t'amo o modesta antica villaChe fosti ai miei placida stanza e amena,Dove nacque alcun d'essi, oppur serenaVita condusse, o morte ebbe tranquilla.O buona casa, o vecchia casa io t'amo,Sebben cadente sei, laonde il saggioMuratore a consiglio e del villaggioIl fabbro spesso e il legnaiuolo io chiamo.Molte misure e ovunque son da noiPrese su te, ch'io far di te vorriaLa miglior casa che dintorno sia,E non sol riparare ai danni tuoi.Vorrei che il passeggiere il bianco e belloAspetto tuo mirasse da lontano,E che sosta facesse il buon villanoPer vagheggiarti innanzi del cancello.Ma assai fu detto e nulla s'è conchiusoCo' mie' architetti, e tu mi sei rimastaVecchia, o mia casa, molto vecchia e guasta,Qual d'esser da gran tempo hai preso l'uso.Noi non potemmo intenderci al postutto;Mi ci vorrebber venti mila lire,C'intenderemmo allor, non c'è che dire,Ma non ci son purtroppo, e questo è il tutto. —

Ma i morti sono morti e non ritornaNessun di lor per quanto l'alma vitaE la casa ove nacque abbia graditaE la sua stirpe ch'ivi ancor soggiorna.

Ma i morti sono morti e non ritorna

Nessun di lor per quanto l'alma vita

E la casa ove nacque abbia gradita

E la sua stirpe ch'ivi ancor soggiorna.

Ahimè l'avole mie son tutte morte,E giacciono incomposte ossa a quest'oraNel suol costrette, non che sian taloraPer venirmi a veder giammai risorte.

Ahimè l'avole mie son tutte morte,

E giacciono incomposte ossa a quest'ora

Nel suol costrette, non che sian talora

Per venirmi a veder giammai risorte.

Ma quai vapor ch'estiva notte aduna,Piglian vaghi e fantastici sembianti,Quasi d'arcani spirti in cielo errantiAl novo raggio di crescente luna;

Ma quai vapor ch'estiva notte aduna,

Piglian vaghi e fantastici sembianti,

Quasi d'arcani spirti in cielo erranti

Al novo raggio di crescente luna;

Così le pie memorie che man manoDesta in me la dimora di mia genteAntica, al raggio dell'accesa menteVita pigliano e voce e aspetto arcano.

Così le pie memorie che man mano

Desta in me la dimora di mia gente

Antica, al raggio dell'accesa mente

Vita pigliano e voce e aspetto arcano.

Molto io t'amo o modesta antica villaChe fosti ai miei placida stanza e amena,Dove nacque alcun d'essi, oppur serenaVita condusse, o morte ebbe tranquilla.

Molto io t'amo o modesta antica villa

Che fosti ai miei placida stanza e amena,

Dove nacque alcun d'essi, oppur serena

Vita condusse, o morte ebbe tranquilla.

O buona casa, o vecchia casa io t'amo,Sebben cadente sei, laonde il saggioMuratore a consiglio e del villaggioIl fabbro spesso e il legnaiuolo io chiamo.

O buona casa, o vecchia casa io t'amo,

Sebben cadente sei, laonde il saggio

Muratore a consiglio e del villaggio

Il fabbro spesso e il legnaiuolo io chiamo.

Molte misure e ovunque son da noiPrese su te, ch'io far di te vorriaLa miglior casa che dintorno sia,E non sol riparare ai danni tuoi.

Molte misure e ovunque son da noi

Prese su te, ch'io far di te vorria

La miglior casa che dintorno sia,

E non sol riparare ai danni tuoi.

Vorrei che il passeggiere il bianco e belloAspetto tuo mirasse da lontano,E che sosta facesse il buon villanoPer vagheggiarti innanzi del cancello.

Vorrei che il passeggiere il bianco e bello

Aspetto tuo mirasse da lontano,

E che sosta facesse il buon villano

Per vagheggiarti innanzi del cancello.

Ma assai fu detto e nulla s'è conchiusoCo' mie' architetti, e tu mi sei rimastaVecchia, o mia casa, molto vecchia e guasta,Qual d'esser da gran tempo hai preso l'uso.

Ma assai fu detto e nulla s'è conchiuso

Co' mie' architetti, e tu mi sei rimasta

Vecchia, o mia casa, molto vecchia e guasta,

Qual d'esser da gran tempo hai preso l'uso.

Noi non potemmo intenderci al postutto;Mi ci vorrebber venti mila lire,C'intenderemmo allor, non c'è che dire,Ma non ci son purtroppo, e questo è il tutto. —

Noi non potemmo intenderci al postutto;

Mi ci vorrebber venti mila lire,

C'intenderemmo allor, non c'è che dire,

Ma non ci son purtroppo, e questo è il tutto. —

Ma il moto urge e governaOgni terrestre cosa;Sol la Vicenda eternaÈ in terra, e mai non dormeE mai non si riposaDal mutar nomi e forme.Tutto quaggiuso mutaE nulla pêre intanto:L'uom, l'opra sua compiuta,Sotterra il genitoreRaggiunge, ma per tantoL'umanità non muore.Il suolo ampio nascondeGenti morte infinite,Più assai che in selva frondeNon copran esso il verno:Ma di fronde e di viteÈ il riprodursi eterno.Ravviva il sacro AprileL'albero irrigiditoE dà virtù gentileAl seme che si trovaDentro terra smarrito,E messi e fior rinnova.E Amor ripara il dannoChe dal recar non cessaMorte ogni dì dell'anno;E la culla preparaPur nella casa istessaOnd'esce or or la bara.Quante abitaron gentiQuesto mio colle aprico?..Io sotto ai fondamentiD'un muro che atterraiStretti nel suolo anticoMolti giacer trovai.Pria che il muro costruttoCerto fur là sepolti,Ed era quel riduttoPer vetustà a cadere;Figuriamci se moltiAnni doveano avere!Chi fossero è mal noto:Narrasi che un conventoFu qui in tempo remoto;Nulla s'oppon che quelliScheletri nel trecentoNon fosser fraticelli.O buoni e saggi frati,Che qui viveste e sieteMorti qui e sotterrati,Chieggovi umil perdonoSe a romper la quieteVostra venuto io sono.D'ogni cosa mortaleLa varia vece e questa.Così alla monacaleFamiglia è poi successaQui la mia gente onestaNell'egual sede istessa.Ma dei frati di pria,La cui folla s'ignora,E della gente mia,Che di padre in figliuoloTre secoli dimoraQui tenne, resto io solo.Pur l'avvenir son io;Io sono il germe ascoso,E attendo il maggio mio.Ma come sulla rasaGleba, l'infruttuosoVerno or mi siede in casa.

Ma il moto urge e governaOgni terrestre cosa;Sol la Vicenda eternaÈ in terra, e mai non dormeE mai non si riposaDal mutar nomi e forme.

Ma il moto urge e governa

Ogni terrestre cosa;

Sol la Vicenda eterna

È in terra, e mai non dorme

E mai non si riposa

Dal mutar nomi e forme.

Tutto quaggiuso mutaE nulla pêre intanto:L'uom, l'opra sua compiuta,Sotterra il genitoreRaggiunge, ma per tantoL'umanità non muore.

Tutto quaggiuso muta

E nulla pêre intanto:

L'uom, l'opra sua compiuta,

Sotterra il genitore

Raggiunge, ma per tanto

L'umanità non muore.

Il suolo ampio nascondeGenti morte infinite,Più assai che in selva frondeNon copran esso il verno:Ma di fronde e di viteÈ il riprodursi eterno.

Il suolo ampio nasconde

Genti morte infinite,

Più assai che in selva fronde

Non copran esso il verno:

Ma di fronde e di vite

È il riprodursi eterno.

Ravviva il sacro AprileL'albero irrigiditoE dà virtù gentileAl seme che si trovaDentro terra smarrito,E messi e fior rinnova.

Ravviva il sacro Aprile

L'albero irrigidito

E dà virtù gentile

Al seme che si trova

Dentro terra smarrito,

E messi e fior rinnova.

E Amor ripara il dannoChe dal recar non cessaMorte ogni dì dell'anno;E la culla preparaPur nella casa istessaOnd'esce or or la bara.

E Amor ripara il danno

Che dal recar non cessa

Morte ogni dì dell'anno;

E la culla prepara

Pur nella casa istessa

Ond'esce or or la bara.

Quante abitaron gentiQuesto mio colle aprico?..Io sotto ai fondamentiD'un muro che atterraiStretti nel suolo anticoMolti giacer trovai.

Quante abitaron genti

Questo mio colle aprico?..

Io sotto ai fondamenti

D'un muro che atterrai

Stretti nel suolo antico

Molti giacer trovai.

Pria che il muro costruttoCerto fur là sepolti,Ed era quel riduttoPer vetustà a cadere;Figuriamci se moltiAnni doveano avere!

Pria che il muro costrutto

Certo fur là sepolti,

Ed era quel ridutto

Per vetustà a cadere;

Figuriamci se molti

Anni doveano avere!

Chi fossero è mal noto:Narrasi che un conventoFu qui in tempo remoto;Nulla s'oppon che quelliScheletri nel trecentoNon fosser fraticelli.

Chi fossero è mal noto:

Narrasi che un convento

Fu qui in tempo remoto;

Nulla s'oppon che quelli

Scheletri nel trecento

Non fosser fraticelli.

O buoni e saggi frati,Che qui viveste e sieteMorti qui e sotterrati,Chieggovi umil perdonoSe a romper la quieteVostra venuto io sono.

O buoni e saggi frati,

Che qui viveste e siete

Morti qui e sotterrati,

Chieggovi umil perdono

Se a romper la quiete

Vostra venuto io sono.

D'ogni cosa mortaleLa varia vece e questa.Così alla monacaleFamiglia è poi successaQui la mia gente onestaNell'egual sede istessa.

D'ogni cosa mortale

La varia vece e questa.

Così alla monacale

Famiglia è poi successa

Qui la mia gente onesta

Nell'egual sede istessa.

Ma dei frati di pria,La cui folla s'ignora,E della gente mia,Che di padre in figliuoloTre secoli dimoraQui tenne, resto io solo.

Ma dei frati di pria,

La cui folla s'ignora,

E della gente mia,

Che di padre in figliuolo

Tre secoli dimora

Qui tenne, resto io solo.

Pur l'avvenir son io;Io sono il germe ascoso,E attendo il maggio mio.Ma come sulla rasaGleba, l'infruttuosoVerno or mi siede in casa.

Pur l'avvenir son io;

Io sono il germe ascoso,

E attendo il maggio mio.

Ma come sulla rasa

Gleba, l'infruttuoso

Verno or mi siede in casa.

Scrive la Sand che la miglior stagioneD'abitar la campagna è il verno; io dicoIl ver non ho codesta opinïone,Eppur son della villa un grande amico.Alla campagna io duroFino ad anno avanzato,Ma quando è giallo il prato,L'albero spoglio, oscuroIl cielo, il giorno breveMen peggio assai mi pare,Quando viene la neve,A Milano abitare.Triste è abitar nel verno la campagna:Bigia e folta la nebbia ai colli siede,Lenta inesausta pioggia intorno bagnaPer quanto spazio abbraccia l'occhio e vede.Che si fa, lungo il giorno,Se non che sol l'infestaNoia portar da questaSeggiola a quella intorno?Nè il mutar stanza o loco,O seggiola o letturaSoltanto mi procuraCh'io muti noia un poco.Tedio eguale mi rode il giorno intero,Nè se il tempo è miglior m'annoio meno,Correndo via per questo o quel sentiero,Ch'ora è sì triste, e vidi già sì ameno.Al sole ch'è malatoCerto il gelo è molesto,E si corica presto,Poichè s'è tardi alzato.Con braccia scarne aiutoChiede il gelso, e il cipressoTrema per freddo acutoNel suo mantello istesso.Cascan le trine argentee crepitandoGiù dalle siepi dove fruga il vento;E via dal fosco pian di quando in quandoMover mi sembra un suono di lamento:Dice quel mesto suono:Poeta a che ti stai?Della Natura ormaiChiuse le feste sono.Invan le giaci in senoE amor di lei ti move;È morta o poco meno;Cerca tue gioie altrove.Afflitto mi rincaso e penso io pureDi rituffarmi tosto allegramenteFra le tumultuose e dolci cureE fra i piacer de la città frequente:Chè certo sarei stoltoSe fra questo squalloreTener volessi il fioreDegli anni miei sepolto,Mentre una molle egiziaDanzatrice brunetta,Che fu già mia delizia,A Milano m'aspetta.Quando Amneris con la celeste AidaPel vago Radamés venne alle prese,Quella danzar mirai tra preci e gridaDel sommo Phtà nel tempio, e amor mi prese.Io so che nelle bracciaEll'ha tutto l'ardoreDel sol d'Egitto e in core,Quando stretto m'allaccia;E or mentre i dolci istantiCh'ebbi da lei rammento,I tizzi schioppettantiCon le molle tormento;Ma non così s'avviva e dà scintilleIl fuoco presso cui passo la sera,Quanto il mio cor s'accende e di ben milleSfavillanti pensier l'anima interaSi riempie, com'ioSovvengomi di lei...Oh pazzo ben sareiSe in città, vivaddio,Non ritornassi tosto!Il verno qui mi scaccia,E là ho sì dolce postoFra quelle care braccia!Ma popolare la deserta stanzaDi larve benchè liete a me non giova,Mentre di queste la real sostanzaMolto lontana ora da me si trova.Più di me niuno apprezzaLa virtù portentosaD'imaginarsi cosaQual più l'alma accarezza:Ma la sera invernaleHa spazio sufficientePer darvi un piacer taleA lungo e largamente,E serba tanto spazio tuttaviaDa annoiarvi di poi senza confine;Nè di bei sogni allegra compagniaFa che siate men soli alla fin fine.Pertanto io sono solo,Fuorchè alle serramentaPercote e si lamenta,Ovver passando a voloBiascia parole amareL'aquilone irritatoPerchè nol lascio entrareA scaldarmisi allato.Solo son io: bensì chiamare io possoIn aiuto il fattor, uom dotto e saggio,E lasciar tutta arrovesciarmi addosso,Come fecondatrice acqua di maggio,L'illustre agricoltura,Che in suo cervel s'addensa,Pari a nuvola intensaSui monti, che assicuraLe messi esauste al sole;Se pur grandin non sia,Che nulla invece suoleLasciare in cortesia.Ma col verno non val saggezza o cura;Sterile è il verno e a pormi l'alma in fioreOr ci vuole ben altra agricolturaChe non sia quella del saggio fattore.Solo, solo son io;Tu stesso, o picciol cane,Posi or l'ossa lontane,O Fido, amico mio,Che sdraiato soventeAl foco e a me dappressoRussavi chetamente;M'hai lasciato tu stesso.Morto purtroppo sei, matto compagnoDe' miei trastulli un dì, che vecchio e stancoAdesso il giorno inter m'eri al calcagno,E tutta sera mi dormivi a fianco.Bello non fosti, è vero;Can da pagliaio, onestoVissuto se' in modestoE piccolo mestiero:Sordo eri or poi; ma un giorno,Lesto ad ogni romore,Fama ottenevi intornoD'ottimo abbaiatore.Or tu pure se' morto, e un'amarezzaGrande io sento di ciò, come se un moltoFedele amico, a cui l'anima è avvezza,Stato mi fosse d'improvviso tolto.Nè di te cosa alcunaOr viva più rimane,O buono ed umil cane?Nè in qualche stella o lunaPiù vive il saldo affettoChe ti brillò nel fondoOcchio finchè neglettoPassavi in questo mondo?Altra vita alcun premio a te non serbaDell'util opra tua, nè guiderdoneDi tue virtù modeste in meno acerbaSorte e in altra miglior condizïone?Misero in vita e in morte,O mio povero cane!Quante son bestie umaneChe han di te miglior sorte:Non ti valgono in vita,E tuttavia defunteTrovan gioia infinitaNel paradiso assunte!

Scrive la Sand che la miglior stagioneD'abitar la campagna è il verno; io dicoIl ver non ho codesta opinïone,Eppur son della villa un grande amico.

Scrive la Sand che la miglior stagione

D'abitar la campagna è il verno; io dico

Il ver non ho codesta opinïone,

Eppur son della villa un grande amico.

Alla campagna io duroFino ad anno avanzato,Ma quando è giallo il prato,L'albero spoglio, oscuroIl cielo, il giorno breveMen peggio assai mi pare,Quando viene la neve,A Milano abitare.

Alla campagna io duro

Fino ad anno avanzato,

Ma quando è giallo il prato,

L'albero spoglio, oscuro

Il cielo, il giorno breve

Men peggio assai mi pare,

Quando viene la neve,

A Milano abitare.

Triste è abitar nel verno la campagna:Bigia e folta la nebbia ai colli siede,Lenta inesausta pioggia intorno bagnaPer quanto spazio abbraccia l'occhio e vede.

Triste è abitar nel verno la campagna:

Bigia e folta la nebbia ai colli siede,

Lenta inesausta pioggia intorno bagna

Per quanto spazio abbraccia l'occhio e vede.

Che si fa, lungo il giorno,Se non che sol l'infestaNoia portar da questaSeggiola a quella intorno?Nè il mutar stanza o loco,O seggiola o letturaSoltanto mi procuraCh'io muti noia un poco.

Che si fa, lungo il giorno,

Se non che sol l'infesta

Noia portar da questa

Seggiola a quella intorno?

Nè il mutar stanza o loco,

O seggiola o lettura

Soltanto mi procura

Ch'io muti noia un poco.

Tedio eguale mi rode il giorno intero,Nè se il tempo è miglior m'annoio meno,Correndo via per questo o quel sentiero,Ch'ora è sì triste, e vidi già sì ameno.

Tedio eguale mi rode il giorno intero,

Nè se il tempo è miglior m'annoio meno,

Correndo via per questo o quel sentiero,

Ch'ora è sì triste, e vidi già sì ameno.

Al sole ch'è malatoCerto il gelo è molesto,E si corica presto,Poichè s'è tardi alzato.Con braccia scarne aiutoChiede il gelso, e il cipressoTrema per freddo acutoNel suo mantello istesso.

Al sole ch'è malato

Certo il gelo è molesto,

E si corica presto,

Poichè s'è tardi alzato.

Con braccia scarne aiuto

Chiede il gelso, e il cipresso

Trema per freddo acuto

Nel suo mantello istesso.

Cascan le trine argentee crepitandoGiù dalle siepi dove fruga il vento;E via dal fosco pian di quando in quandoMover mi sembra un suono di lamento:

Cascan le trine argentee crepitando

Giù dalle siepi dove fruga il vento;

E via dal fosco pian di quando in quando

Mover mi sembra un suono di lamento:

Dice quel mesto suono:Poeta a che ti stai?Della Natura ormaiChiuse le feste sono.Invan le giaci in senoE amor di lei ti move;È morta o poco meno;Cerca tue gioie altrove.

Dice quel mesto suono:

Poeta a che ti stai?

Della Natura ormai

Chiuse le feste sono.

Invan le giaci in seno

E amor di lei ti move;

È morta o poco meno;

Cerca tue gioie altrove.

Afflitto mi rincaso e penso io pureDi rituffarmi tosto allegramenteFra le tumultuose e dolci cureE fra i piacer de la città frequente:

Afflitto mi rincaso e penso io pure

Di rituffarmi tosto allegramente

Fra le tumultuose e dolci cure

E fra i piacer de la città frequente:

Chè certo sarei stoltoSe fra questo squalloreTener volessi il fioreDegli anni miei sepolto,Mentre una molle egiziaDanzatrice brunetta,Che fu già mia delizia,A Milano m'aspetta.

Chè certo sarei stolto

Se fra questo squallore

Tener volessi il fiore

Degli anni miei sepolto,

Mentre una molle egizia

Danzatrice brunetta,

Che fu già mia delizia,

A Milano m'aspetta.

Quando Amneris con la celeste AidaPel vago Radamés venne alle prese,Quella danzar mirai tra preci e gridaDel sommo Phtà nel tempio, e amor mi prese.

Quando Amneris con la celeste Aida

Pel vago Radamés venne alle prese,

Quella danzar mirai tra preci e grida

Del sommo Phtà nel tempio, e amor mi prese.

Io so che nelle bracciaEll'ha tutto l'ardoreDel sol d'Egitto e in core,Quando stretto m'allaccia;E or mentre i dolci istantiCh'ebbi da lei rammento,I tizzi schioppettantiCon le molle tormento;

Io so che nelle braccia

Ell'ha tutto l'ardore

Del sol d'Egitto e in core,

Quando stretto m'allaccia;

E or mentre i dolci istanti

Ch'ebbi da lei rammento,

I tizzi schioppettanti

Con le molle tormento;

Ma non così s'avviva e dà scintilleIl fuoco presso cui passo la sera,Quanto il mio cor s'accende e di ben milleSfavillanti pensier l'anima intera

Ma non così s'avviva e dà scintille

Il fuoco presso cui passo la sera,

Quanto il mio cor s'accende e di ben mille

Sfavillanti pensier l'anima intera

Si riempie, com'ioSovvengomi di lei...Oh pazzo ben sareiSe in città, vivaddio,Non ritornassi tosto!Il verno qui mi scaccia,E là ho sì dolce postoFra quelle care braccia!

Si riempie, com'io

Sovvengomi di lei...

Oh pazzo ben sarei

Se in città, vivaddio,

Non ritornassi tosto!

Il verno qui mi scaccia,

E là ho sì dolce posto

Fra quelle care braccia!

Ma popolare la deserta stanzaDi larve benchè liete a me non giova,Mentre di queste la real sostanzaMolto lontana ora da me si trova.

Ma popolare la deserta stanza

Di larve benchè liete a me non giova,

Mentre di queste la real sostanza

Molto lontana ora da me si trova.

Più di me niuno apprezzaLa virtù portentosaD'imaginarsi cosaQual più l'alma accarezza:Ma la sera invernaleHa spazio sufficientePer darvi un piacer taleA lungo e largamente,

Più di me niuno apprezza

La virtù portentosa

D'imaginarsi cosa

Qual più l'alma accarezza:

Ma la sera invernale

Ha spazio sufficiente

Per darvi un piacer tale

A lungo e largamente,

E serba tanto spazio tuttaviaDa annoiarvi di poi senza confine;Nè di bei sogni allegra compagniaFa che siate men soli alla fin fine.

E serba tanto spazio tuttavia

Da annoiarvi di poi senza confine;

Nè di bei sogni allegra compagnia

Fa che siate men soli alla fin fine.

Pertanto io sono solo,Fuorchè alle serramentaPercote e si lamenta,Ovver passando a voloBiascia parole amareL'aquilone irritatoPerchè nol lascio entrareA scaldarmisi allato.

Pertanto io sono solo,

Fuorchè alle serramenta

Percote e si lamenta,

Ovver passando a volo

Biascia parole amare

L'aquilone irritato

Perchè nol lascio entrare

A scaldarmisi allato.

Solo son io: bensì chiamare io possoIn aiuto il fattor, uom dotto e saggio,E lasciar tutta arrovesciarmi addosso,Come fecondatrice acqua di maggio,

Solo son io: bensì chiamare io posso

In aiuto il fattor, uom dotto e saggio,

E lasciar tutta arrovesciarmi addosso,

Come fecondatrice acqua di maggio,

L'illustre agricoltura,Che in suo cervel s'addensa,Pari a nuvola intensaSui monti, che assicuraLe messi esauste al sole;Se pur grandin non sia,Che nulla invece suoleLasciare in cortesia.

L'illustre agricoltura,

Che in suo cervel s'addensa,

Pari a nuvola intensa

Sui monti, che assicura

Le messi esauste al sole;

Se pur grandin non sia,

Che nulla invece suole

Lasciare in cortesia.

Ma col verno non val saggezza o cura;Sterile è il verno e a pormi l'alma in fioreOr ci vuole ben altra agricolturaChe non sia quella del saggio fattore.

Ma col verno non val saggezza o cura;

Sterile è il verno e a pormi l'alma in fiore

Or ci vuole ben altra agricoltura

Che non sia quella del saggio fattore.

Solo, solo son io;Tu stesso, o picciol cane,Posi or l'ossa lontane,O Fido, amico mio,Che sdraiato soventeAl foco e a me dappressoRussavi chetamente;M'hai lasciato tu stesso.

Solo, solo son io;

Tu stesso, o picciol cane,

Posi or l'ossa lontane,

O Fido, amico mio,

Che sdraiato sovente

Al foco e a me dappresso

Russavi chetamente;

M'hai lasciato tu stesso.

Morto purtroppo sei, matto compagnoDe' miei trastulli un dì, che vecchio e stancoAdesso il giorno inter m'eri al calcagno,E tutta sera mi dormivi a fianco.

Morto purtroppo sei, matto compagno

De' miei trastulli un dì, che vecchio e stanco

Adesso il giorno inter m'eri al calcagno,

E tutta sera mi dormivi a fianco.

Bello non fosti, è vero;Can da pagliaio, onestoVissuto se' in modestoE piccolo mestiero:Sordo eri or poi; ma un giorno,Lesto ad ogni romore,Fama ottenevi intornoD'ottimo abbaiatore.

Bello non fosti, è vero;

Can da pagliaio, onesto

Vissuto se' in modesto

E piccolo mestiero:

Sordo eri or poi; ma un giorno,

Lesto ad ogni romore,

Fama ottenevi intorno

D'ottimo abbaiatore.

Or tu pure se' morto, e un'amarezzaGrande io sento di ciò, come se un moltoFedele amico, a cui l'anima è avvezza,Stato mi fosse d'improvviso tolto.

Or tu pure se' morto, e un'amarezza

Grande io sento di ciò, come se un molto

Fedele amico, a cui l'anima è avvezza,

Stato mi fosse d'improvviso tolto.

Nè di te cosa alcunaOr viva più rimane,O buono ed umil cane?Nè in qualche stella o lunaPiù vive il saldo affettoChe ti brillò nel fondoOcchio finchè neglettoPassavi in questo mondo?

Nè di te cosa alcuna

Or viva più rimane,

O buono ed umil cane?

Nè in qualche stella o luna

Più vive il saldo affetto

Che ti brillò nel fondo

Occhio finchè negletto

Passavi in questo mondo?

Altra vita alcun premio a te non serbaDell'util opra tua, nè guiderdoneDi tue virtù modeste in meno acerbaSorte e in altra miglior condizïone?

Altra vita alcun premio a te non serba

Dell'util opra tua, nè guiderdone

Di tue virtù modeste in meno acerba

Sorte e in altra miglior condizïone?

Misero in vita e in morte,O mio povero cane!Quante son bestie umaneChe han di te miglior sorte:Non ti valgono in vita,E tuttavia defunteTrovan gioia infinitaNel paradiso assunte!

Misero in vita e in morte,

O mio povero cane!

Quante son bestie umane

Che han di te miglior sorte:

Non ti valgono in vita,

E tuttavia defunte

Trovan gioia infinita

Nel paradiso assunte!

Poggi e valli d'un nembo di verzura,E d'alma luce e biondaIl divo maggio inondaL'aura turchina e pura,Nella quale s'immerge schiamazzandoLa pazzerella rondine;Io tosto, messa ogn'altra cura in bando,Salgo alla villa anticaE a la natura amicaConforto e oblio domandoDella città che m'ha seccato assaiCo' suoi costumi pessimi.La danzatrice egizia che adoraiVolle aver più mariti;Son nostri e vecchi riti,Nè ancor mi ci addestrai.Ma questo è nulla: a fin di carnovale.Per troppo al gioco perdere,(Fin su i capegli alto il rossor mi sale)Restai corto a quattrini,Onde a certi strozzini,Per farla meno maleIn giorni a lesinar poco opportuni,Duopo mi fu ricorrere.Oh del viver civile acri e importuniBisogni! — Basta, intornoAll'ultimo soggiornoChe in città feci, alcuniGuai vi dirò me l'hanno reso amaro.Ora i campi mi accolgono.Maggio tripudia, e tu del tempo avaroCompensami, o Natura;Sanami d'ogni cura,E il verdeggiante e caroGrembo mi schiudi ove riposo io prenda...E il raccolto dei bozzoliFa ancor che abbondi, e che ben lo si venda.

Poggi e valli d'un nembo di verzura,E d'alma luce e biondaIl divo maggio inondaL'aura turchina e pura,Nella quale s'immerge schiamazzandoLa pazzerella rondine;

Poggi e valli d'un nembo di verzura,

E d'alma luce e bionda

Il divo maggio inonda

L'aura turchina e pura,

Nella quale s'immerge schiamazzando

La pazzerella rondine;

Io tosto, messa ogn'altra cura in bando,Salgo alla villa anticaE a la natura amicaConforto e oblio domandoDella città che m'ha seccato assaiCo' suoi costumi pessimi.

Io tosto, messa ogn'altra cura in bando,

Salgo alla villa antica

E a la natura amica

Conforto e oblio domando

Della città che m'ha seccato assai

Co' suoi costumi pessimi.

La danzatrice egizia che adoraiVolle aver più mariti;Son nostri e vecchi riti,Nè ancor mi ci addestrai.Ma questo è nulla: a fin di carnovale.Per troppo al gioco perdere,

La danzatrice egizia che adorai

Volle aver più mariti;

Son nostri e vecchi riti,

Nè ancor mi ci addestrai.

Ma questo è nulla: a fin di carnovale.

Per troppo al gioco perdere,

(Fin su i capegli alto il rossor mi sale)Restai corto a quattrini,Onde a certi strozzini,Per farla meno maleIn giorni a lesinar poco opportuni,Duopo mi fu ricorrere.

(Fin su i capegli alto il rossor mi sale)

Restai corto a quattrini,

Onde a certi strozzini,

Per farla meno male

In giorni a lesinar poco opportuni,

Duopo mi fu ricorrere.

Oh del viver civile acri e importuniBisogni! — Basta, intornoAll'ultimo soggiornoChe in città feci, alcuniGuai vi dirò me l'hanno reso amaro.Ora i campi mi accolgono.

Oh del viver civile acri e importuni

Bisogni! — Basta, intorno

All'ultimo soggiorno

Che in città feci, alcuni

Guai vi dirò me l'hanno reso amaro.

Ora i campi mi accolgono.

Maggio tripudia, e tu del tempo avaroCompensami, o Natura;Sanami d'ogni cura,E il verdeggiante e caroGrembo mi schiudi ove riposo io prenda...E il raccolto dei bozzoli

Maggio tripudia, e tu del tempo avaro

Compensami, o Natura;

Sanami d'ogni cura,

E il verdeggiante e caro

Grembo mi schiudi ove riposo io prenda...

E il raccolto dei bozzoli

Fa ancor che abbondi, e che ben lo si venda.

Fa ancor che abbondi, e che ben lo si venda.

Io dall'uom non rifuggo, e meno ancoraDalle donne se belle e sagge sono;Ma domando perdono,La compagnia degli alberi taloraSotto più d'un aspettoMi dà maggior diletto.Mai, per esempio, non s'udì che avesseIl pero a sdegno il suo non vil mestiereDi fare delle pere,E ch'egli a un tratto il cedro si credesse,Come dell'uom si vedeChe sovente succede.Chi nano e storto nespolo sarebbeO sorbo sciocco o frutto anche peggiore,Fra noi pretende onoreD'ananasso o di dattero che crebbeOrgoglio d'oasi amene;Pretende e spesso ottiene.O vanità malnate, o stroppi intenti,O bassezze del picciolo mortale,O invidie abbiette, o maleE pettegole lingue, o brute mentiIo vi aborro vi aborro,Però ai campi ricorro.In campagna per tempo ogni mattina,Se nuvolo non è si leva il sole;Codesto avvenir suoleAnco in città, ciascun se lo indovina.Ma chi concluder osaChe sia l'istessa cosa?Come ogni vel donna al marito in facciaToglie e si mostra in sua bellezza intera,Ad un'egual manieraD'ogni vapor tosto che il sol s'affacciaD'orïente alla soglia,La terra si dispoglia.Di baci il sol, fervido eterno sposo,E di tremule gemme il sen le inonda,E l'abbraccia e fecondaCon mille raggi e mille, in glorïosoMiracoloso amplesso.Al tempo istessoSi desta il tutto e portan l'aure intornoSuoni indistinti, a guisa di messaggioCol quale in lor linguaggioTutte le cose dannosi il buongiorno;Ed io che a questo attendoOcculti fatti apprendo.Chiede l'olmo se bene ha riposatoAlla vite; il frumento aureo sospiraSommessamente e giraIl capo in atto estatico e beatoPerchè la molle brezzaLo molce e lo accarezza.Il giovinetto augello alto la lietaCanzone della vita all'aure invia;Quel non ha la maniaOnd'è tocco fra noi più d'un poeta,Che disinganni e danniSogna e piange a vent'anni.Senza pretesa aver che dalFanfullaO dall'Antologiasiano lodate,Come ogni nostro vatePretende s'egli fa cosa da nulla,Le cicale fan versiSugli alberi diversi.I fioretti del prato arcani accentiVan susurrando, e narransi fra loroI propri sogni d'oroOnde infiniti traggono argomenti:Ma il pino, ahimè, crollandoVa il capo a quando a quando.Il papavero lungo e scimunitoSi pavoneggia in abito scarlatto,E a la modesta a un trattoMargarituccia avventa un motto ardito,Che tutta in sè raccoltaLo sciocco non ascolta.Ma fra noi, Margarite e Ortensie e Rose,Tutta la flora femminile, ovveroIl calendario interoPorge le orecchie sue poco sdegnoseAi papaveri spessoChe ci stan fitti appresso.

Io dall'uom non rifuggo, e meno ancoraDalle donne se belle e sagge sono;Ma domando perdono,La compagnia degli alberi taloraSotto più d'un aspettoMi dà maggior diletto.

Io dall'uom non rifuggo, e meno ancora

Dalle donne se belle e sagge sono;

Ma domando perdono,

La compagnia degli alberi talora

Sotto più d'un aspetto

Mi dà maggior diletto.

Mai, per esempio, non s'udì che avesseIl pero a sdegno il suo non vil mestiereDi fare delle pere,E ch'egli a un tratto il cedro si credesse,Come dell'uom si vedeChe sovente succede.

Mai, per esempio, non s'udì che avesse

Il pero a sdegno il suo non vil mestiere

Di fare delle pere,

E ch'egli a un tratto il cedro si credesse,

Come dell'uom si vede

Che sovente succede.

Chi nano e storto nespolo sarebbeO sorbo sciocco o frutto anche peggiore,Fra noi pretende onoreD'ananasso o di dattero che crebbeOrgoglio d'oasi amene;Pretende e spesso ottiene.

Chi nano e storto nespolo sarebbe

O sorbo sciocco o frutto anche peggiore,

Fra noi pretende onore

D'ananasso o di dattero che crebbe

Orgoglio d'oasi amene;

Pretende e spesso ottiene.

O vanità malnate, o stroppi intenti,O bassezze del picciolo mortale,O invidie abbiette, o maleE pettegole lingue, o brute mentiIo vi aborro vi aborro,Però ai campi ricorro.

O vanità malnate, o stroppi intenti,

O bassezze del picciolo mortale,

O invidie abbiette, o male

E pettegole lingue, o brute menti

Io vi aborro vi aborro,

Però ai campi ricorro.

In campagna per tempo ogni mattina,Se nuvolo non è si leva il sole;Codesto avvenir suoleAnco in città, ciascun se lo indovina.Ma chi concluder osaChe sia l'istessa cosa?

In campagna per tempo ogni mattina,

Se nuvolo non è si leva il sole;

Codesto avvenir suole

Anco in città, ciascun se lo indovina.

Ma chi concluder osa

Che sia l'istessa cosa?

Come ogni vel donna al marito in facciaToglie e si mostra in sua bellezza intera,Ad un'egual manieraD'ogni vapor tosto che il sol s'affacciaD'orïente alla soglia,La terra si dispoglia.

Come ogni vel donna al marito in faccia

Toglie e si mostra in sua bellezza intera,

Ad un'egual maniera

D'ogni vapor tosto che il sol s'affaccia

D'orïente alla soglia,

La terra si dispoglia.

Di baci il sol, fervido eterno sposo,E di tremule gemme il sen le inonda,E l'abbraccia e fecondaCon mille raggi e mille, in glorïosoMiracoloso amplesso.Al tempo istesso

Di baci il sol, fervido eterno sposo,

E di tremule gemme il sen le inonda,

E l'abbraccia e feconda

Con mille raggi e mille, in glorïoso

Miracoloso amplesso.

Al tempo istesso

Si desta il tutto e portan l'aure intornoSuoni indistinti, a guisa di messaggioCol quale in lor linguaggioTutte le cose dannosi il buongiorno;Ed io che a questo attendoOcculti fatti apprendo.

Si desta il tutto e portan l'aure intorno

Suoni indistinti, a guisa di messaggio

Col quale in lor linguaggio

Tutte le cose dannosi il buongiorno;

Ed io che a questo attendo

Occulti fatti apprendo.

Chiede l'olmo se bene ha riposatoAlla vite; il frumento aureo sospiraSommessamente e giraIl capo in atto estatico e beatoPerchè la molle brezzaLo molce e lo accarezza.

Chiede l'olmo se bene ha riposato

Alla vite; il frumento aureo sospira

Sommessamente e gira

Il capo in atto estatico e beato

Perchè la molle brezza

Lo molce e lo accarezza.

Il giovinetto augello alto la lietaCanzone della vita all'aure invia;Quel non ha la maniaOnd'è tocco fra noi più d'un poeta,Che disinganni e danniSogna e piange a vent'anni.

Il giovinetto augello alto la lieta

Canzone della vita all'aure invia;

Quel non ha la mania

Ond'è tocco fra noi più d'un poeta,

Che disinganni e danni

Sogna e piange a vent'anni.

Senza pretesa aver che dalFanfullaO dall'Antologiasiano lodate,Come ogni nostro vatePretende s'egli fa cosa da nulla,Le cicale fan versiSugli alberi diversi.

Senza pretesa aver che dalFanfulla

O dall'Antologiasiano lodate,

Come ogni nostro vate

Pretende s'egli fa cosa da nulla,

Le cicale fan versi

Sugli alberi diversi.

I fioretti del prato arcani accentiVan susurrando, e narransi fra loroI propri sogni d'oroOnde infiniti traggono argomenti:Ma il pino, ahimè, crollandoVa il capo a quando a quando.

I fioretti del prato arcani accenti

Van susurrando, e narransi fra loro

I propri sogni d'oro

Onde infiniti traggono argomenti:

Ma il pino, ahimè, crollando

Va il capo a quando a quando.

Il papavero lungo e scimunitoSi pavoneggia in abito scarlatto,E a la modesta a un trattoMargarituccia avventa un motto ardito,Che tutta in sè raccoltaLo sciocco non ascolta.

Il papavero lungo e scimunito

Si pavoneggia in abito scarlatto,

E a la modesta a un tratto

Margarituccia avventa un motto ardito,

Che tutta in sè raccolta

Lo sciocco non ascolta.

Ma fra noi, Margarite e Ortensie e Rose,Tutta la flora femminile, ovveroIl calendario interoPorge le orecchie sue poco sdegnoseAi papaveri spessoChe ci stan fitti appresso.

Ma fra noi, Margarite e Ortensie e Rose,

Tutta la flora femminile, ovvero

Il calendario intero

Porge le orecchie sue poco sdegnose

Ai papaveri spesso

Che ci stan fitti appresso.

Ma poi che il sol più eccelso a mezzo il giornoFiamme dardeggia intorno,E fatta l'atmosferaE tutta interaUn infinito incendio,Il villanel dal mieter si riposaSotto la pianta ombrosa:D'un solco s'accontenta,Là s'addormentaE insetti invan lo pungono:Cheta lo sugge la zanzàra e sozzeMosche fan chiasso e nozzeSopra il suo volto bruno;Ei spesso alcunoSchiaffo s'avventa e scuotesi;Non si desta però; con moto egualeScende il suo petto e saleCh'ei mostra ignudo, e i dentiBianchi e lucentiFra le sue labbra appaiono.Or se anch'io nel più fresco nascondiglioDella mia casa piglioLibro o giornal fra mano,Un subitanoSopor tutto mi domina.Sull'ora calda in villa è dolce, è belloStiacciare un sonnerello;Poi s'ha più lena a rudiOpere e studi...E anche meglio si desina.O eterni numi e santi, a voi non piacciaMai che altra vita io facciaDa questa mia tranquillaCh'io meno in villa,Del mondo imbuscherandomi.Vita mia, tu se' fatta della lietaFatica del poeta,E d'ozio il più sereno;Oh così almenoDurassi un mezzo secolo!Or poscia il carro sul finir del giorno,Fa dai campi ritornoCarico dei covoni,Ed i coloniTutti presso lo seguono.Lento in fondo alla corte il carro passa;Più giù si stende bassaLa valle e quindi il colleSorge, che il molleRoseo tramonto imporpora.Come in un nido, in cima al tremolanteAcervo è la festanteFrotta dei fanciulletti:I buoi gl'insettiCon la coda si scacciano;Col pungolo in ispalla e ignudo il piedePrimo il bifolco incede,E le spigolatriciDalle pendiciCantando ultime scendono.

Ma poi che il sol più eccelso a mezzo il giornoFiamme dardeggia intorno,E fatta l'atmosferaE tutta interaUn infinito incendio,

Ma poi che il sol più eccelso a mezzo il giorno

Fiamme dardeggia intorno,

E fatta l'atmosfera

E tutta intera

Un infinito incendio,

Il villanel dal mieter si riposaSotto la pianta ombrosa:D'un solco s'accontenta,Là s'addormentaE insetti invan lo pungono:

Il villanel dal mieter si riposa

Sotto la pianta ombrosa:

D'un solco s'accontenta,

Là s'addormenta

E insetti invan lo pungono:

Cheta lo sugge la zanzàra e sozzeMosche fan chiasso e nozzeSopra il suo volto bruno;Ei spesso alcunoSchiaffo s'avventa e scuotesi;

Cheta lo sugge la zanzàra e sozze

Mosche fan chiasso e nozze

Sopra il suo volto bruno;

Ei spesso alcuno

Schiaffo s'avventa e scuotesi;

Non si desta però; con moto egualeScende il suo petto e saleCh'ei mostra ignudo, e i dentiBianchi e lucentiFra le sue labbra appaiono.

Non si desta però; con moto eguale

Scende il suo petto e sale

Ch'ei mostra ignudo, e i denti

Bianchi e lucenti

Fra le sue labbra appaiono.

Or se anch'io nel più fresco nascondiglioDella mia casa piglioLibro o giornal fra mano,Un subitanoSopor tutto mi domina.

Or se anch'io nel più fresco nascondiglio

Della mia casa piglio

Libro o giornal fra mano,

Un subitano

Sopor tutto mi domina.

Sull'ora calda in villa è dolce, è belloStiacciare un sonnerello;Poi s'ha più lena a rudiOpere e studi...E anche meglio si desina.

Sull'ora calda in villa è dolce, è bello

Stiacciare un sonnerello;

Poi s'ha più lena a rudi

Opere e studi...

E anche meglio si desina.

O eterni numi e santi, a voi non piacciaMai che altra vita io facciaDa questa mia tranquillaCh'io meno in villa,Del mondo imbuscherandomi.

O eterni numi e santi, a voi non piaccia

Mai che altra vita io faccia

Da questa mia tranquilla

Ch'io meno in villa,

Del mondo imbuscherandomi.

Vita mia, tu se' fatta della lietaFatica del poeta,E d'ozio il più sereno;Oh così almenoDurassi un mezzo secolo!

Vita mia, tu se' fatta della lieta

Fatica del poeta,

E d'ozio il più sereno;

Oh così almeno

Durassi un mezzo secolo!

Or poscia il carro sul finir del giorno,Fa dai campi ritornoCarico dei covoni,Ed i coloniTutti presso lo seguono.

Or poscia il carro sul finir del giorno,

Fa dai campi ritorno

Carico dei covoni,

Ed i coloni

Tutti presso lo seguono.

Lento in fondo alla corte il carro passa;Più giù si stende bassaLa valle e quindi il colleSorge, che il molleRoseo tramonto imporpora.

Lento in fondo alla corte il carro passa;

Più giù si stende bassa

La valle e quindi il colle

Sorge, che il molle

Roseo tramonto imporpora.

Come in un nido, in cima al tremolanteAcervo è la festanteFrotta dei fanciulletti:I buoi gl'insettiCon la coda si scacciano;

Come in un nido, in cima al tremolante

Acervo è la festante

Frotta dei fanciulletti:

I buoi gl'insetti

Con la coda si scacciano;

Col pungolo in ispalla e ignudo il piedePrimo il bifolco incede,E le spigolatriciDalle pendiciCantando ultime scendono.

Col pungolo in ispalla e ignudo il piede

Primo il bifolco incede,

E le spigolatrici

Dalle pendici

Cantando ultime scendono.

Tutto spira l'idillio, e sol mi mancaFillide bruna o Clori bionda e biancaPerchè l'egloga io tessa.Ma quelle stan nei libri: nel contadoAl bel sesso non è che assai di radoVera beltà concessa.Ben tu fosti leggiadra, o gaia e sveltaFanciulla che Diana avrebbe sceltaVolontieri a compagna,Quando in età più d'oggi assai felice,Ella correa succinta cacciatriceIl bosco e la montagna.Bella eri tu davvero, Anna. Sul colleCome giovine pioppo il fine e molleTuo corpo m'appariva.Ed avea quel tuo corpo adolescenteD'una frutta anco acerba il prepotenteInvito e l'attrattiva.Ma d'ingenue malizie e di baleniAvevi i lunghi e verdi occhi ripieni,Come zingara ispana;E spesso il vento allegro e libertinoGiocava nel tuo crin sciolto e corvinoE nella tua sottana.Bella eri tu: dritta sugli erti solchiIrridevi ai coloni ed ai bifolchi,Alcuna tua canzoneLieta intonando; in fiamme era ponente,Tu spiccavi sul cielo incandescenteCome una visione.Bella tanto eri tu che si poteaRassomigliarti a una silvestre Dea:Ma più che Dea tu eri;Una donna eri tu dolce e vezzosa,Che divide coll'uom, sorella e sposa,I dolori e i piaceri.E a te valse, fanciulla, il vago aspettoChe avventurate nozze un giovinettoT'offerse imprevedute;Ahi! ma ufficio di sposa e più di madrePresto avvizzì le tue membra leggiadreE il fior di tua salute.Or tu quando m'incontri ancor sorridi:Ma da' precordii tuoi, come da nidiAugelletti irrompenti,Più non iscoppian le vivaci note,Nè più l'eco dei poggi ripercoteLe risa tue frequenti.Oh gioconde vendemmie! ti sovviene?In lunga fila, con le ceste pieneDell'uva, dal vignetoScendono le ragazze barcollantiPel grave peso, e suona l'aer di cantiE di schiamazzo lieto.Versan poi l'uva entro l'ammostaruola(Bada, i toscani dicono la cola)Finchè ce ne può stare.Su vi balza a piè nudi un garzon tosto;Ecco in pioggia minuta il roseo mostoIncomincia a colare.Come son colme le bigoncie, il tinoL'uva ammostata accoglie, e ne fa vinoIn sette od otto giorni.E ciascun giorno vasi empie novelli;Oh ricchi giorni speranzosi e belli,Di cento gioie adorni.E la diurna opra finita a sera,Uomini e donne, la brigata interaIn corte si radunaA novellar pel fresco, dopo cena;Cantan sull'aia e ballano, e serenaRide con lor la luna.

Tutto spira l'idillio, e sol mi mancaFillide bruna o Clori bionda e biancaPerchè l'egloga io tessa.Ma quelle stan nei libri: nel contadoAl bel sesso non è che assai di radoVera beltà concessa.

Tutto spira l'idillio, e sol mi manca

Fillide bruna o Clori bionda e bianca

Perchè l'egloga io tessa.

Ma quelle stan nei libri: nel contado

Al bel sesso non è che assai di rado

Vera beltà concessa.

Ben tu fosti leggiadra, o gaia e sveltaFanciulla che Diana avrebbe sceltaVolontieri a compagna,Quando in età più d'oggi assai felice,Ella correa succinta cacciatriceIl bosco e la montagna.

Ben tu fosti leggiadra, o gaia e svelta

Fanciulla che Diana avrebbe scelta

Volontieri a compagna,

Quando in età più d'oggi assai felice,

Ella correa succinta cacciatrice

Il bosco e la montagna.

Bella eri tu davvero, Anna. Sul colleCome giovine pioppo il fine e molleTuo corpo m'appariva.Ed avea quel tuo corpo adolescenteD'una frutta anco acerba il prepotenteInvito e l'attrattiva.

Bella eri tu davvero, Anna. Sul colle

Come giovine pioppo il fine e molle

Tuo corpo m'appariva.

Ed avea quel tuo corpo adolescente

D'una frutta anco acerba il prepotente

Invito e l'attrattiva.

Ma d'ingenue malizie e di baleniAvevi i lunghi e verdi occhi ripieni,Come zingara ispana;E spesso il vento allegro e libertinoGiocava nel tuo crin sciolto e corvinoE nella tua sottana.

Ma d'ingenue malizie e di baleni

Avevi i lunghi e verdi occhi ripieni,

Come zingara ispana;

E spesso il vento allegro e libertino

Giocava nel tuo crin sciolto e corvino

E nella tua sottana.

Bella eri tu: dritta sugli erti solchiIrridevi ai coloni ed ai bifolchi,Alcuna tua canzoneLieta intonando; in fiamme era ponente,Tu spiccavi sul cielo incandescenteCome una visione.

Bella eri tu: dritta sugli erti solchi

Irridevi ai coloni ed ai bifolchi,

Alcuna tua canzone

Lieta intonando; in fiamme era ponente,

Tu spiccavi sul cielo incandescente

Come una visione.

Bella tanto eri tu che si poteaRassomigliarti a una silvestre Dea:Ma più che Dea tu eri;Una donna eri tu dolce e vezzosa,Che divide coll'uom, sorella e sposa,I dolori e i piaceri.

Bella tanto eri tu che si potea

Rassomigliarti a una silvestre Dea:

Ma più che Dea tu eri;

Una donna eri tu dolce e vezzosa,

Che divide coll'uom, sorella e sposa,

I dolori e i piaceri.

E a te valse, fanciulla, il vago aspettoChe avventurate nozze un giovinettoT'offerse imprevedute;Ahi! ma ufficio di sposa e più di madrePresto avvizzì le tue membra leggiadreE il fior di tua salute.

E a te valse, fanciulla, il vago aspetto

Che avventurate nozze un giovinetto

T'offerse imprevedute;

Ahi! ma ufficio di sposa e più di madre

Presto avvizzì le tue membra leggiadre

E il fior di tua salute.

Or tu quando m'incontri ancor sorridi:Ma da' precordii tuoi, come da nidiAugelletti irrompenti,Più non iscoppian le vivaci note,Nè più l'eco dei poggi ripercoteLe risa tue frequenti.

Or tu quando m'incontri ancor sorridi:

Ma da' precordii tuoi, come da nidi

Augelletti irrompenti,

Più non iscoppian le vivaci note,

Nè più l'eco dei poggi ripercote

Le risa tue frequenti.

Oh gioconde vendemmie! ti sovviene?In lunga fila, con le ceste pieneDell'uva, dal vignetoScendono le ragazze barcollantiPel grave peso, e suona l'aer di cantiE di schiamazzo lieto.

Oh gioconde vendemmie! ti sovviene?

In lunga fila, con le ceste piene

Dell'uva, dal vigneto

Scendono le ragazze barcollanti

Pel grave peso, e suona l'aer di canti

E di schiamazzo lieto.

Versan poi l'uva entro l'ammostaruola(Bada, i toscani dicono la cola)Finchè ce ne può stare.Su vi balza a piè nudi un garzon tosto;Ecco in pioggia minuta il roseo mostoIncomincia a colare.

Versan poi l'uva entro l'ammostaruola

(Bada, i toscani dicono la cola)

Finchè ce ne può stare.

Su vi balza a piè nudi un garzon tosto;

Ecco in pioggia minuta il roseo mosto

Incomincia a colare.

Come son colme le bigoncie, il tinoL'uva ammostata accoglie, e ne fa vinoIn sette od otto giorni.E ciascun giorno vasi empie novelli;Oh ricchi giorni speranzosi e belli,Di cento gioie adorni.

Come son colme le bigoncie, il tino

L'uva ammostata accoglie, e ne fa vino

In sette od otto giorni.

E ciascun giorno vasi empie novelli;

Oh ricchi giorni speranzosi e belli,

Di cento gioie adorni.

E la diurna opra finita a sera,Uomini e donne, la brigata interaIn corte si radunaA novellar pel fresco, dopo cena;Cantan sull'aia e ballano, e serenaRide con lor la luna.

E la diurna opra finita a sera,

Uomini e donne, la brigata intera

In corte si raduna

A novellar pel fresco, dopo cena;

Cantan sull'aia e ballano, e serena

Ride con lor la luna.

Così inoltra l'autunno, e il verno attendeDietro l'alpe trentina ancor per poco;Ma l'aquilon già scende,E via con gran clamore,Altisonante araldo, in ogni locoTrapassa a volo e annunzia il suo signore.Già piove spesso e le giornate intere.Più non olezza dei recenti fieni,Come all'estive sere,Ma si fa giallo il prato.A rivederci a quest'altr'anno, o ameniGiuochi sull'erba; or troppo là è bagnato.Or bisbigli non più di nidi occultiFra le pallide foglie e i rami neri,Ma del vento i singulti;Fredda è la sera e lunga,Si sta chiusi in salotto volentieri,Finchè di coricarsi il tempo giunga.Torna del San Martino allor la state;La caccia delle allodole le breviTepide mattinateNe allegra, e il dolce arrostoNe rallegra le sere, e insiem vi beviIl vin ch'hai fatto del miglior tuo mosto.L'autunnali mestizie il nuovo vinoTempera in parte, e affatto poi le scaccia,Se appunto un bel mattinoAlcun rude mercanteLombardo appare a cui quel vino piaccia,E che tutto lo compri in poco istante.Oh del bel sole estremi e dolci raggi!Oh scampanìo che annunzia le giocondeSagre giù pei villaggi,Che nella valle stanno!Oh tristezza gentil che a noi s'infondeDa quest'ultime gioie, ahimè, dell'anno!Tu novembre, tu se' come coluiChe troppo tardi al bel convito arriva,E poco tocca a lui.Natura a te non serbaChe alcun raggio di sole, e non coltivaPer te che grami fiori e inutil erba.Ma come sopra il tuo breve orizzonteFosche nubi tu addensi e mesto sei,Così sulla mia fronte,Ch'io nella man sostengo,Foschi dubbi s'addensano ed a mieiCasi pensando in triste modo io vengo.Che faccio io qui nell'uniforme vita?Fra non intere gioie e non interiAffanni intorpiditaSi culla inutilmenteL'anima — e ciò mi piacque infino a ieri;Oggi invece mi tedia orribilmente.Pur come fuor della finestra invanoL'occhio tendo e null'altro io vedo in giroChe nebbia ai monti e al pianoSolitudine bieca,Così nel mio futuro io nulla miroFuorchè landa deserta, e nebbia cieca.Che valse a me d'alcun mio dotto erroreEmpire il dì solingo, e della notteSprezzare il don miglioreE consumar gran parte,Chino le membra tormentate e rotteSu libri avari e su infeconde carte?Che mi valse o varrà? L'Italia amenaFin nell'insigne cattedra imbandisceSpesso ai ciuchi l'avena;E dell'eguale alloro,Tanto ad un suo poeta il serto ordisce,Quanto a celar gli orecchi lunghi a loro.Ma non da te l'ufficiai premio attesi,O bell'arte dei carmi, che dal padreIo fanciulletto appresi.Per natural talentoCerco dar forme al pensier mio leggiadre,Di ciò sol, se riesco, assai contento.Che sperar più? Spento è nel vate il dio;Neppure il vate stesso anzi più esiste:Che importa? Un uom son io,Nè d'esser più mi cale;Benchè d'esserlo ognun faccia le viste,Non è sì facil cosa essere tale.Se non che ratti, ahimè, volano gli anni!Muore novembre e il verno gli succede;Ma poi ripara ai danniPrimavera gentile.Non così avvien di noi, chè più non riedeQuando fiorì una volta il nostro aprile.Io rifeci la casa a poco a poco,Che fu de la mia gente antico nido;Or più non move il fiocoSuono dell'età spentaDa queste mura, ma il giocondo gridoDell'avvenir parmi che intorno io senta:«Or che rifatto è il nido, a che la bellaSposa non meni e la dimora anticaDei padri di novellaFamiglia non allieti?» —Così intorno m'ascolto in voce amicaSusurrar le domestiche pareti.«Bada a' tuoi casi finchè in tempo sei;Piglia una bella giovine in isposa,Fa all'amore con lei,Ed abbi dei figliuoli;Aver donna e fanciulli è degna cosaD'ogni uom dabbene, e guai quaggiuso ai soli!Miseri a lor che per non darsi curaD'una famiglia, solitari stanno!Voi per goder Natura,Voi per soffrir compone,E la vita è nel gaudio e nell'affanno,Non nell'ignavia che a nulla s'espone.Folle se tu di sdruccioli e di pianiVersi tutta la vita occupar vuoi.Non isfuggir gli umaniPiù comuni destini:Fa d'esser pria buon uomo, e sii da poiBuon poeta, se proprio in ciò t'ostini.» —Così talor nella stagione immiteOdo sonarmi queste voci in cuoreFra le ringiovaniteMie domestiche mura.Oh solitudin tetra, oh eterno amore,Oh voci della santa alma Natura! —

Così inoltra l'autunno, e il verno attendeDietro l'alpe trentina ancor per poco;Ma l'aquilon già scende,E via con gran clamore,Altisonante araldo, in ogni locoTrapassa a volo e annunzia il suo signore.

Così inoltra l'autunno, e il verno attende

Dietro l'alpe trentina ancor per poco;

Ma l'aquilon già scende,

E via con gran clamore,

Altisonante araldo, in ogni loco

Trapassa a volo e annunzia il suo signore.

Già piove spesso e le giornate intere.Più non olezza dei recenti fieni,Come all'estive sere,Ma si fa giallo il prato.A rivederci a quest'altr'anno, o ameniGiuochi sull'erba; or troppo là è bagnato.

Già piove spesso e le giornate intere.

Più non olezza dei recenti fieni,

Come all'estive sere,

Ma si fa giallo il prato.

A rivederci a quest'altr'anno, o ameni

Giuochi sull'erba; or troppo là è bagnato.

Or bisbigli non più di nidi occultiFra le pallide foglie e i rami neri,Ma del vento i singulti;Fredda è la sera e lunga,Si sta chiusi in salotto volentieri,Finchè di coricarsi il tempo giunga.

Or bisbigli non più di nidi occulti

Fra le pallide foglie e i rami neri,

Ma del vento i singulti;

Fredda è la sera e lunga,

Si sta chiusi in salotto volentieri,

Finchè di coricarsi il tempo giunga.

Torna del San Martino allor la state;La caccia delle allodole le breviTepide mattinateNe allegra, e il dolce arrostoNe rallegra le sere, e insiem vi beviIl vin ch'hai fatto del miglior tuo mosto.

Torna del San Martino allor la state;

La caccia delle allodole le brevi

Tepide mattinate

Ne allegra, e il dolce arrosto

Ne rallegra le sere, e insiem vi bevi

Il vin ch'hai fatto del miglior tuo mosto.

L'autunnali mestizie il nuovo vinoTempera in parte, e affatto poi le scaccia,Se appunto un bel mattinoAlcun rude mercanteLombardo appare a cui quel vino piaccia,E che tutto lo compri in poco istante.

L'autunnali mestizie il nuovo vino

Tempera in parte, e affatto poi le scaccia,

Se appunto un bel mattino

Alcun rude mercante

Lombardo appare a cui quel vino piaccia,

E che tutto lo compri in poco istante.

Oh del bel sole estremi e dolci raggi!Oh scampanìo che annunzia le giocondeSagre giù pei villaggi,Che nella valle stanno!Oh tristezza gentil che a noi s'infondeDa quest'ultime gioie, ahimè, dell'anno!

Oh del bel sole estremi e dolci raggi!

Oh scampanìo che annunzia le gioconde

Sagre giù pei villaggi,

Che nella valle stanno!

Oh tristezza gentil che a noi s'infonde

Da quest'ultime gioie, ahimè, dell'anno!

Tu novembre, tu se' come coluiChe troppo tardi al bel convito arriva,E poco tocca a lui.Natura a te non serbaChe alcun raggio di sole, e non coltivaPer te che grami fiori e inutil erba.

Tu novembre, tu se' come colui

Che troppo tardi al bel convito arriva,

E poco tocca a lui.

Natura a te non serba

Che alcun raggio di sole, e non coltiva

Per te che grami fiori e inutil erba.

Ma come sopra il tuo breve orizzonteFosche nubi tu addensi e mesto sei,Così sulla mia fronte,Ch'io nella man sostengo,Foschi dubbi s'addensano ed a mieiCasi pensando in triste modo io vengo.

Ma come sopra il tuo breve orizzonte

Fosche nubi tu addensi e mesto sei,

Così sulla mia fronte,

Ch'io nella man sostengo,

Foschi dubbi s'addensano ed a miei

Casi pensando in triste modo io vengo.

Che faccio io qui nell'uniforme vita?Fra non intere gioie e non interiAffanni intorpiditaSi culla inutilmenteL'anima — e ciò mi piacque infino a ieri;Oggi invece mi tedia orribilmente.

Che faccio io qui nell'uniforme vita?

Fra non intere gioie e non interi

Affanni intorpidita

Si culla inutilmente

L'anima — e ciò mi piacque infino a ieri;

Oggi invece mi tedia orribilmente.

Pur come fuor della finestra invanoL'occhio tendo e null'altro io vedo in giroChe nebbia ai monti e al pianoSolitudine bieca,Così nel mio futuro io nulla miroFuorchè landa deserta, e nebbia cieca.

Pur come fuor della finestra invano

L'occhio tendo e null'altro io vedo in giro

Che nebbia ai monti e al piano

Solitudine bieca,

Così nel mio futuro io nulla miro

Fuorchè landa deserta, e nebbia cieca.

Che valse a me d'alcun mio dotto erroreEmpire il dì solingo, e della notteSprezzare il don miglioreE consumar gran parte,Chino le membra tormentate e rotteSu libri avari e su infeconde carte?

Che valse a me d'alcun mio dotto errore

Empire il dì solingo, e della notte

Sprezzare il don migliore

E consumar gran parte,

Chino le membra tormentate e rotte

Su libri avari e su infeconde carte?

Che mi valse o varrà? L'Italia amenaFin nell'insigne cattedra imbandisceSpesso ai ciuchi l'avena;E dell'eguale alloro,Tanto ad un suo poeta il serto ordisce,Quanto a celar gli orecchi lunghi a loro.

Che mi valse o varrà? L'Italia amena

Fin nell'insigne cattedra imbandisce

Spesso ai ciuchi l'avena;

E dell'eguale alloro,

Tanto ad un suo poeta il serto ordisce,

Quanto a celar gli orecchi lunghi a loro.

Ma non da te l'ufficiai premio attesi,O bell'arte dei carmi, che dal padreIo fanciulletto appresi.Per natural talentoCerco dar forme al pensier mio leggiadre,Di ciò sol, se riesco, assai contento.

Ma non da te l'ufficiai premio attesi,

O bell'arte dei carmi, che dal padre

Io fanciulletto appresi.

Per natural talento

Cerco dar forme al pensier mio leggiadre,

Di ciò sol, se riesco, assai contento.

Che sperar più? Spento è nel vate il dio;Neppure il vate stesso anzi più esiste:Che importa? Un uom son io,Nè d'esser più mi cale;Benchè d'esserlo ognun faccia le viste,Non è sì facil cosa essere tale.

Che sperar più? Spento è nel vate il dio;

Neppure il vate stesso anzi più esiste:

Che importa? Un uom son io,

Nè d'esser più mi cale;

Benchè d'esserlo ognun faccia le viste,

Non è sì facil cosa essere tale.

Se non che ratti, ahimè, volano gli anni!Muore novembre e il verno gli succede;Ma poi ripara ai danniPrimavera gentile.Non così avvien di noi, chè più non riedeQuando fiorì una volta il nostro aprile.

Se non che ratti, ahimè, volano gli anni!

Muore novembre e il verno gli succede;

Ma poi ripara ai danni

Primavera gentile.

Non così avvien di noi, chè più non riede

Quando fiorì una volta il nostro aprile.

Io rifeci la casa a poco a poco,Che fu de la mia gente antico nido;Or più non move il fiocoSuono dell'età spentaDa queste mura, ma il giocondo gridoDell'avvenir parmi che intorno io senta:

Io rifeci la casa a poco a poco,

Che fu de la mia gente antico nido;

Or più non move il fioco

Suono dell'età spenta

Da queste mura, ma il giocondo grido

Dell'avvenir parmi che intorno io senta:

«Or che rifatto è il nido, a che la bellaSposa non meni e la dimora anticaDei padri di novellaFamiglia non allieti?» —Così intorno m'ascolto in voce amicaSusurrar le domestiche pareti.

«Or che rifatto è il nido, a che la bella

Sposa non meni e la dimora antica

Dei padri di novella

Famiglia non allieti?» —

Così intorno m'ascolto in voce amica

Susurrar le domestiche pareti.

«Bada a' tuoi casi finchè in tempo sei;Piglia una bella giovine in isposa,Fa all'amore con lei,Ed abbi dei figliuoli;Aver donna e fanciulli è degna cosaD'ogni uom dabbene, e guai quaggiuso ai soli!

«Bada a' tuoi casi finchè in tempo sei;

Piglia una bella giovine in isposa,

Fa all'amore con lei,

Ed abbi dei figliuoli;

Aver donna e fanciulli è degna cosa

D'ogni uom dabbene, e guai quaggiuso ai soli!

Miseri a lor che per non darsi curaD'una famiglia, solitari stanno!Voi per goder Natura,Voi per soffrir compone,E la vita è nel gaudio e nell'affanno,Non nell'ignavia che a nulla s'espone.

Miseri a lor che per non darsi cura

D'una famiglia, solitari stanno!

Voi per goder Natura,

Voi per soffrir compone,

E la vita è nel gaudio e nell'affanno,

Non nell'ignavia che a nulla s'espone.

Folle se tu di sdruccioli e di pianiVersi tutta la vita occupar vuoi.Non isfuggir gli umaniPiù comuni destini:Fa d'esser pria buon uomo, e sii da poiBuon poeta, se proprio in ciò t'ostini.» —

Folle se tu di sdruccioli e di piani

Versi tutta la vita occupar vuoi.

Non isfuggir gli umani

Più comuni destini:

Fa d'esser pria buon uomo, e sii da poi

Buon poeta, se proprio in ciò t'ostini.» —

Così talor nella stagione immiteOdo sonarmi queste voci in cuoreFra le ringiovaniteMie domestiche mura.Oh solitudin tetra, oh eterno amore,Oh voci della santa alma Natura! —

Così talor nella stagione immite

Odo sonarmi queste voci in cuore

Fra le ringiovanite

Mie domestiche mura.

Oh solitudin tetra, oh eterno amore,

Oh voci della santa alma Natura! —


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