Però accadde a me pur, nè più nè meno,Di prender moglie (adessoGià già quattro anni volgono);E senz'altro con lei pigliato il treno,Venimmo il giorno istessoAl nido mio domestico.La stanza nuzïal bianca e raccoltaMi parve un tempio arcano;Quivi sorgeva il talamoSimile a un'ara in veli sacri avvolta,Dov'abbia un sovrumanoSoave rito a compiersi.Calava il giorno: il pranzo era allestito;Di lumi e assai di fioriE di cristalli splendidoEra il salotto inver, ma l'appetitoNon venne a far gli onoriDella gioconda tavola.La giovanetta sposa incerta e mestaPer la madre lasciata,Poco recossi al roseoLabbro; io stesso badavo, in gran tempestaD'amor, con la posataSulla tovaglia a incidere.Per finger calma cose indifferentiIo dicevo alla sposa,Che sorrideami languida;Ma nelle vene mi correan torrentiDi lava impetuosa,E la voce tremavami.Alla fanciulla affetti molti e variUrtavano il bel seno:Certo la inquïetudineD'esser così lontana da' suoi cari,Sola di notte, in pienoPoter d'un baldo giovine,Che le dicea d'amarla e la copriaDi veëmenti baci;E al tempo istesso il giubiloD'esser con lui; di sposa l'allegria,E trepide vivaciCuriosità virginee.Poi sul terrazzo uscimmo. Ivi la brunaValle tacea; ma il fiumeMandava un lene murmure;Da vaghe stelle e da la tersa lunaPiovea candido lumeEntro gli spazi ceruli.Oh sacra Notte, che proteggi il pioDolce rito d'amore!La taciturna verginePosò il capo sul destro omero mio,E le sentivo il coreTumultuoso battere.Io le cingea col braccio la personaFlessibile, soventeLa chioma aurea baciandole;Palpitando sentìa la casta e buonaFanciulla in sen repenteDesii nuovi agitarsele.Ed ecco allor da un grande accoramentoDi non so che d'arcanoIo mi lasciavo cogliere,Quasi che di mestizia e di sgomentoOgni solenne umanoGaudio misto abbia ad essere.La fautrice Notte indi con duraBrezza già ne pungeaA rientrar spingendone:Ci ammiccavano gli astri e la NaturaTutta di noi pareaCompiacersi e sorridere.
Però accadde a me pur, nè più nè meno,Di prender moglie (adessoGià già quattro anni volgono);E senz'altro con lei pigliato il treno,Venimmo il giorno istessoAl nido mio domestico.
Però accadde a me pur, nè più nè meno,
Di prender moglie (adesso
Già già quattro anni volgono);
E senz'altro con lei pigliato il treno,
Venimmo il giorno istesso
Al nido mio domestico.
La stanza nuzïal bianca e raccoltaMi parve un tempio arcano;Quivi sorgeva il talamoSimile a un'ara in veli sacri avvolta,Dov'abbia un sovrumanoSoave rito a compiersi.
La stanza nuzïal bianca e raccolta
Mi parve un tempio arcano;
Quivi sorgeva il talamo
Simile a un'ara in veli sacri avvolta,
Dov'abbia un sovrumano
Soave rito a compiersi.
Calava il giorno: il pranzo era allestito;Di lumi e assai di fioriE di cristalli splendidoEra il salotto inver, ma l'appetitoNon venne a far gli onoriDella gioconda tavola.
Calava il giorno: il pranzo era allestito;
Di lumi e assai di fiori
E di cristalli splendido
Era il salotto inver, ma l'appetito
Non venne a far gli onori
Della gioconda tavola.
La giovanetta sposa incerta e mestaPer la madre lasciata,Poco recossi al roseoLabbro; io stesso badavo, in gran tempestaD'amor, con la posataSulla tovaglia a incidere.
La giovanetta sposa incerta e mesta
Per la madre lasciata,
Poco recossi al roseo
Labbro; io stesso badavo, in gran tempesta
D'amor, con la posata
Sulla tovaglia a incidere.
Per finger calma cose indifferentiIo dicevo alla sposa,Che sorrideami languida;Ma nelle vene mi correan torrentiDi lava impetuosa,E la voce tremavami.
Per finger calma cose indifferenti
Io dicevo alla sposa,
Che sorrideami languida;
Ma nelle vene mi correan torrenti
Di lava impetuosa,
E la voce tremavami.
Alla fanciulla affetti molti e variUrtavano il bel seno:Certo la inquïetudineD'esser così lontana da' suoi cari,Sola di notte, in pienoPoter d'un baldo giovine,
Alla fanciulla affetti molti e vari
Urtavano il bel seno:
Certo la inquïetudine
D'esser così lontana da' suoi cari,
Sola di notte, in pieno
Poter d'un baldo giovine,
Che le dicea d'amarla e la copriaDi veëmenti baci;E al tempo istesso il giubiloD'esser con lui; di sposa l'allegria,E trepide vivaciCuriosità virginee.
Che le dicea d'amarla e la copria
Di veëmenti baci;
E al tempo istesso il giubilo
D'esser con lui; di sposa l'allegria,
E trepide vivaci
Curiosità virginee.
Poi sul terrazzo uscimmo. Ivi la brunaValle tacea; ma il fiumeMandava un lene murmure;Da vaghe stelle e da la tersa lunaPiovea candido lumeEntro gli spazi ceruli.
Poi sul terrazzo uscimmo. Ivi la bruna
Valle tacea; ma il fiume
Mandava un lene murmure;
Da vaghe stelle e da la tersa luna
Piovea candido lume
Entro gli spazi ceruli.
Oh sacra Notte, che proteggi il pioDolce rito d'amore!La taciturna verginePosò il capo sul destro omero mio,E le sentivo il coreTumultuoso battere.
Oh sacra Notte, che proteggi il pio
Dolce rito d'amore!
La taciturna vergine
Posò il capo sul destro omero mio,
E le sentivo il core
Tumultuoso battere.
Io le cingea col braccio la personaFlessibile, soventeLa chioma aurea baciandole;Palpitando sentìa la casta e buonaFanciulla in sen repenteDesii nuovi agitarsele.
Io le cingea col braccio la persona
Flessibile, sovente
La chioma aurea baciandole;
Palpitando sentìa la casta e buona
Fanciulla in sen repente
Desii nuovi agitarsele.
Ed ecco allor da un grande accoramentoDi non so che d'arcanoIo mi lasciavo cogliere,Quasi che di mestizia e di sgomentoOgni solenne umanoGaudio misto abbia ad essere.
Ed ecco allor da un grande accoramento
Di non so che d'arcano
Io mi lasciavo cogliere,
Quasi che di mestizia e di sgomento
Ogni solenne umano
Gaudio misto abbia ad essere.
La fautrice Notte indi con duraBrezza già ne pungeaA rientrar spingendone:Ci ammiccavano gli astri e la NaturaTutta di noi pareaCompiacersi e sorridere.
La fautrice Notte indi con dura
Brezza già ne pungea
A rientrar spingendone:
Ci ammiccavano gli astri e la Natura
Tutta di noi parea
Compiacersi e sorridere.
A questo carme, cui principio diediTriste al deserto focolar dappresso,Io lietamente pongo fine appiediD'una culla sedendo invece adesso.Ivi riposa il figliuol mio bambinoIl qual come tra nevi arcano fiore,Tra i lini appar del candido lettinoChe a lui compon la madre ebbra d'amore.Primogenito mio, che dalla intensaGioia d'un novo amor fosti concetto,E non alfine poi dalla melensaAbitudine ahimè del comun letto;O primizia d'amor che la vitaleOrigin bella hai nelle fibre impressa,E in ogn'atto, e nel riso senza eguale,E in tutta in tutta la persona stessa;Bello come la madre e roseo e biondo,Cui l'anima pensosa tuttaviaDella paterna stirpe all'occhio in fondoTra la nebbia infantil s'apre la via;Putto che avrebbe Raffael sul senoPosto alla Vergin sua più bella e pura,Vegeto, vispo, sorridente, pienoDei miglior doni che può dar Natura;Pargoletto gentil, che il nome portiDel mio nobile padre e sei mio figlio,Onde il passato e l'avvenir conforti,Verso i quali man triste io levo il ciglio;Se giusta forma io dar m'affido a questiAffetti miei t'offendo e stolto sono,E quantunque or tu dorma (e nol saprestiPur vegliando) ti chieggo ancor perdono.Ma finchè tu riposi e insiem taloraSorridi e mormorando alcun accentoRicordi i giuochi tuoi sospesi or ora,Mentre io qui seggo a vigilarti attento,I pensier miei s'affollano d'intornoAl tuo bel volto, e ai biondi ricci sparti,E pigliano del verso il metro adornoPer spontanea virtù, nel vagheggiarti.Che se tu desto sei, forma miglioreIo trovo, forma di carezze e baci,Alla soave poesia che in cuoreMi mettono le tue grazie vivaci:Ben so che tu non sei dal ciel disceso,Nè un angioletto fosti pria che nato;Voi per fingere gli angeli hanno presoI pittori a modello e v'han copiato,Voi figliuoli dell'uom piccioli e belli;Poi mutando la causa nell'effettoNon inventati a imagin vostra quelli,Ma voi creati a immagin loro han detto.Ma io che non ci tengo al sovrumano,Qual sei più t'amo, dolce creaturaDi nostra razza, bel fanciullo umano,Nato per opra di gentil natura.Per le ingenue tue grazie e i tuoi sereniOcchi la gloria di quaggiù si mostra,Se è ver che d'altro tu quaggiù non vieniLuogo più eccelso della terra nostra.O Natura di cui supremo è intentoLa vita, innanzi a te bacio la terraChe l'uom calpesta altero, e a te stromentoÈ di quanti prodigi il mondo serra,Mi prostro innanzi a te, saggia e possenteNatura, e movo a te calda preghiera;Questa, che al figliuol mio vita recenteDonasti tu, fa ch'egli compia intera;E allorchè fatto adulto e di sè stessoSicuro alfine l'ultimo salutoEi mi rivolga, al letto mio dappresso,Non parrà a me che indarno io sia vissuto.
A questo carme, cui principio diediTriste al deserto focolar dappresso,Io lietamente pongo fine appiediD'una culla sedendo invece adesso.
A questo carme, cui principio diedi
Triste al deserto focolar dappresso,
Io lietamente pongo fine appiedi
D'una culla sedendo invece adesso.
Ivi riposa il figliuol mio bambinoIl qual come tra nevi arcano fiore,Tra i lini appar del candido lettinoChe a lui compon la madre ebbra d'amore.
Ivi riposa il figliuol mio bambino
Il qual come tra nevi arcano fiore,
Tra i lini appar del candido lettino
Che a lui compon la madre ebbra d'amore.
Primogenito mio, che dalla intensaGioia d'un novo amor fosti concetto,E non alfine poi dalla melensaAbitudine ahimè del comun letto;
Primogenito mio, che dalla intensa
Gioia d'un novo amor fosti concetto,
E non alfine poi dalla melensa
Abitudine ahimè del comun letto;
O primizia d'amor che la vitaleOrigin bella hai nelle fibre impressa,E in ogn'atto, e nel riso senza eguale,E in tutta in tutta la persona stessa;
O primizia d'amor che la vitale
Origin bella hai nelle fibre impressa,
E in ogn'atto, e nel riso senza eguale,
E in tutta in tutta la persona stessa;
Bello come la madre e roseo e biondo,Cui l'anima pensosa tuttaviaDella paterna stirpe all'occhio in fondoTra la nebbia infantil s'apre la via;
Bello come la madre e roseo e biondo,
Cui l'anima pensosa tuttavia
Della paterna stirpe all'occhio in fondo
Tra la nebbia infantil s'apre la via;
Putto che avrebbe Raffael sul senoPosto alla Vergin sua più bella e pura,Vegeto, vispo, sorridente, pienoDei miglior doni che può dar Natura;
Putto che avrebbe Raffael sul seno
Posto alla Vergin sua più bella e pura,
Vegeto, vispo, sorridente, pieno
Dei miglior doni che può dar Natura;
Pargoletto gentil, che il nome portiDel mio nobile padre e sei mio figlio,Onde il passato e l'avvenir conforti,Verso i quali man triste io levo il ciglio;
Pargoletto gentil, che il nome porti
Del mio nobile padre e sei mio figlio,
Onde il passato e l'avvenir conforti,
Verso i quali man triste io levo il ciglio;
Se giusta forma io dar m'affido a questiAffetti miei t'offendo e stolto sono,E quantunque or tu dorma (e nol saprestiPur vegliando) ti chieggo ancor perdono.
Se giusta forma io dar m'affido a questi
Affetti miei t'offendo e stolto sono,
E quantunque or tu dorma (e nol sapresti
Pur vegliando) ti chieggo ancor perdono.
Ma finchè tu riposi e insiem taloraSorridi e mormorando alcun accentoRicordi i giuochi tuoi sospesi or ora,Mentre io qui seggo a vigilarti attento,
Ma finchè tu riposi e insiem talora
Sorridi e mormorando alcun accento
Ricordi i giuochi tuoi sospesi or ora,
Mentre io qui seggo a vigilarti attento,
I pensier miei s'affollano d'intornoAl tuo bel volto, e ai biondi ricci sparti,E pigliano del verso il metro adornoPer spontanea virtù, nel vagheggiarti.
I pensier miei s'affollano d'intorno
Al tuo bel volto, e ai biondi ricci sparti,
E pigliano del verso il metro adorno
Per spontanea virtù, nel vagheggiarti.
Che se tu desto sei, forma miglioreIo trovo, forma di carezze e baci,Alla soave poesia che in cuoreMi mettono le tue grazie vivaci:
Che se tu desto sei, forma migliore
Io trovo, forma di carezze e baci,
Alla soave poesia che in cuore
Mi mettono le tue grazie vivaci:
Ben so che tu non sei dal ciel disceso,Nè un angioletto fosti pria che nato;Voi per fingere gli angeli hanno presoI pittori a modello e v'han copiato,
Ben so che tu non sei dal ciel disceso,
Nè un angioletto fosti pria che nato;
Voi per fingere gli angeli hanno preso
I pittori a modello e v'han copiato,
Voi figliuoli dell'uom piccioli e belli;Poi mutando la causa nell'effettoNon inventati a imagin vostra quelli,Ma voi creati a immagin loro han detto.
Voi figliuoli dell'uom piccioli e belli;
Poi mutando la causa nell'effetto
Non inventati a imagin vostra quelli,
Ma voi creati a immagin loro han detto.
Ma io che non ci tengo al sovrumano,Qual sei più t'amo, dolce creaturaDi nostra razza, bel fanciullo umano,Nato per opra di gentil natura.
Ma io che non ci tengo al sovrumano,
Qual sei più t'amo, dolce creatura
Di nostra razza, bel fanciullo umano,
Nato per opra di gentil natura.
Per le ingenue tue grazie e i tuoi sereniOcchi la gloria di quaggiù si mostra,Se è ver che d'altro tu quaggiù non vieniLuogo più eccelso della terra nostra.
Per le ingenue tue grazie e i tuoi sereni
Occhi la gloria di quaggiù si mostra,
Se è ver che d'altro tu quaggiù non vieni
Luogo più eccelso della terra nostra.
O Natura di cui supremo è intentoLa vita, innanzi a te bacio la terraChe l'uom calpesta altero, e a te stromentoÈ di quanti prodigi il mondo serra,
O Natura di cui supremo è intento
La vita, innanzi a te bacio la terra
Che l'uom calpesta altero, e a te stromento
È di quanti prodigi il mondo serra,
Mi prostro innanzi a te, saggia e possenteNatura, e movo a te calda preghiera;Questa, che al figliuol mio vita recenteDonasti tu, fa ch'egli compia intera;
Mi prostro innanzi a te, saggia e possente
Natura, e movo a te calda preghiera;
Questa, che al figliuol mio vita recente
Donasti tu, fa ch'egli compia intera;
E allorchè fatto adulto e di sè stessoSicuro alfine l'ultimo salutoEi mi rivolga, al letto mio dappresso,Non parrà a me che indarno io sia vissuto.
E allorchè fatto adulto e di sè stesso
Sicuro alfine l'ultimo saluto
Ei mi rivolga, al letto mio dappresso,
Non parrà a me che indarno io sia vissuto.