XV.

Però accadde a me pur, nè più nè meno,Di prender moglie (adessoGià già quattro anni volgono);E senz'altro con lei pigliato il treno,Venimmo il giorno istessoAl nido mio domestico.La stanza nuzïal bianca e raccoltaMi parve un tempio arcano;Quivi sorgeva il talamoSimile a un'ara in veli sacri avvolta,Dov'abbia un sovrumanoSoave rito a compiersi.Calava il giorno: il pranzo era allestito;Di lumi e assai di fioriE di cristalli splendidoEra il salotto inver, ma l'appetitoNon venne a far gli onoriDella gioconda tavola.La giovanetta sposa incerta e mestaPer la madre lasciata,Poco recossi al roseoLabbro; io stesso badavo, in gran tempestaD'amor, con la posataSulla tovaglia a incidere.Per finger calma cose indifferentiIo dicevo alla sposa,Che sorrideami languida;Ma nelle vene mi correan torrentiDi lava impetuosa,E la voce tremavami.Alla fanciulla affetti molti e variUrtavano il bel seno:Certo la inquïetudineD'esser così lontana da' suoi cari,Sola di notte, in pienoPoter d'un baldo giovine,Che le dicea d'amarla e la copriaDi veëmenti baci;E al tempo istesso il giubiloD'esser con lui; di sposa l'allegria,E trepide vivaciCuriosità virginee.Poi sul terrazzo uscimmo. Ivi la brunaValle tacea; ma il fiumeMandava un lene murmure;Da vaghe stelle e da la tersa lunaPiovea candido lumeEntro gli spazi ceruli.Oh sacra Notte, che proteggi il pioDolce rito d'amore!La taciturna verginePosò il capo sul destro omero mio,E le sentivo il coreTumultuoso battere.Io le cingea col braccio la personaFlessibile, soventeLa chioma aurea baciandole;Palpitando sentìa la casta e buonaFanciulla in sen repenteDesii nuovi agitarsele.Ed ecco allor da un grande accoramentoDi non so che d'arcanoIo mi lasciavo cogliere,Quasi che di mestizia e di sgomentoOgni solenne umanoGaudio misto abbia ad essere.La fautrice Notte indi con duraBrezza già ne pungeaA rientrar spingendone:Ci ammiccavano gli astri e la NaturaTutta di noi pareaCompiacersi e sorridere.

Però accadde a me pur, nè più nè meno,Di prender moglie (adessoGià già quattro anni volgono);E senz'altro con lei pigliato il treno,Venimmo il giorno istessoAl nido mio domestico.

Però accadde a me pur, nè più nè meno,

Di prender moglie (adesso

Già già quattro anni volgono);

E senz'altro con lei pigliato il treno,

Venimmo il giorno istesso

Al nido mio domestico.

La stanza nuzïal bianca e raccoltaMi parve un tempio arcano;Quivi sorgeva il talamoSimile a un'ara in veli sacri avvolta,Dov'abbia un sovrumanoSoave rito a compiersi.

La stanza nuzïal bianca e raccolta

Mi parve un tempio arcano;

Quivi sorgeva il talamo

Simile a un'ara in veli sacri avvolta,

Dov'abbia un sovrumano

Soave rito a compiersi.

Calava il giorno: il pranzo era allestito;Di lumi e assai di fioriE di cristalli splendidoEra il salotto inver, ma l'appetitoNon venne a far gli onoriDella gioconda tavola.

Calava il giorno: il pranzo era allestito;

Di lumi e assai di fiori

E di cristalli splendido

Era il salotto inver, ma l'appetito

Non venne a far gli onori

Della gioconda tavola.

La giovanetta sposa incerta e mestaPer la madre lasciata,Poco recossi al roseoLabbro; io stesso badavo, in gran tempestaD'amor, con la posataSulla tovaglia a incidere.

La giovanetta sposa incerta e mesta

Per la madre lasciata,

Poco recossi al roseo

Labbro; io stesso badavo, in gran tempesta

D'amor, con la posata

Sulla tovaglia a incidere.

Per finger calma cose indifferentiIo dicevo alla sposa,Che sorrideami languida;Ma nelle vene mi correan torrentiDi lava impetuosa,E la voce tremavami.

Per finger calma cose indifferenti

Io dicevo alla sposa,

Che sorrideami languida;

Ma nelle vene mi correan torrenti

Di lava impetuosa,

E la voce tremavami.

Alla fanciulla affetti molti e variUrtavano il bel seno:Certo la inquïetudineD'esser così lontana da' suoi cari,Sola di notte, in pienoPoter d'un baldo giovine,

Alla fanciulla affetti molti e vari

Urtavano il bel seno:

Certo la inquïetudine

D'esser così lontana da' suoi cari,

Sola di notte, in pieno

Poter d'un baldo giovine,

Che le dicea d'amarla e la copriaDi veëmenti baci;E al tempo istesso il giubiloD'esser con lui; di sposa l'allegria,E trepide vivaciCuriosità virginee.

Che le dicea d'amarla e la copria

Di veëmenti baci;

E al tempo istesso il giubilo

D'esser con lui; di sposa l'allegria,

E trepide vivaci

Curiosità virginee.

Poi sul terrazzo uscimmo. Ivi la brunaValle tacea; ma il fiumeMandava un lene murmure;Da vaghe stelle e da la tersa lunaPiovea candido lumeEntro gli spazi ceruli.

Poi sul terrazzo uscimmo. Ivi la bruna

Valle tacea; ma il fiume

Mandava un lene murmure;

Da vaghe stelle e da la tersa luna

Piovea candido lume

Entro gli spazi ceruli.

Oh sacra Notte, che proteggi il pioDolce rito d'amore!La taciturna verginePosò il capo sul destro omero mio,E le sentivo il coreTumultuoso battere.

Oh sacra Notte, che proteggi il pio

Dolce rito d'amore!

La taciturna vergine

Posò il capo sul destro omero mio,

E le sentivo il core

Tumultuoso battere.

Io le cingea col braccio la personaFlessibile, soventeLa chioma aurea baciandole;Palpitando sentìa la casta e buonaFanciulla in sen repenteDesii nuovi agitarsele.

Io le cingea col braccio la persona

Flessibile, sovente

La chioma aurea baciandole;

Palpitando sentìa la casta e buona

Fanciulla in sen repente

Desii nuovi agitarsele.

Ed ecco allor da un grande accoramentoDi non so che d'arcanoIo mi lasciavo cogliere,Quasi che di mestizia e di sgomentoOgni solenne umanoGaudio misto abbia ad essere.

Ed ecco allor da un grande accoramento

Di non so che d'arcano

Io mi lasciavo cogliere,

Quasi che di mestizia e di sgomento

Ogni solenne umano

Gaudio misto abbia ad essere.

La fautrice Notte indi con duraBrezza già ne pungeaA rientrar spingendone:Ci ammiccavano gli astri e la NaturaTutta di noi pareaCompiacersi e sorridere.

La fautrice Notte indi con dura

Brezza già ne pungea

A rientrar spingendone:

Ci ammiccavano gli astri e la Natura

Tutta di noi parea

Compiacersi e sorridere.

A questo carme, cui principio diediTriste al deserto focolar dappresso,Io lietamente pongo fine appiediD'una culla sedendo invece adesso.Ivi riposa il figliuol mio bambinoIl qual come tra nevi arcano fiore,Tra i lini appar del candido lettinoChe a lui compon la madre ebbra d'amore.Primogenito mio, che dalla intensaGioia d'un novo amor fosti concetto,E non alfine poi dalla melensaAbitudine ahimè del comun letto;O primizia d'amor che la vitaleOrigin bella hai nelle fibre impressa,E in ogn'atto, e nel riso senza eguale,E in tutta in tutta la persona stessa;Bello come la madre e roseo e biondo,Cui l'anima pensosa tuttaviaDella paterna stirpe all'occhio in fondoTra la nebbia infantil s'apre la via;Putto che avrebbe Raffael sul senoPosto alla Vergin sua più bella e pura,Vegeto, vispo, sorridente, pienoDei miglior doni che può dar Natura;Pargoletto gentil, che il nome portiDel mio nobile padre e sei mio figlio,Onde il passato e l'avvenir conforti,Verso i quali man triste io levo il ciglio;Se giusta forma io dar m'affido a questiAffetti miei t'offendo e stolto sono,E quantunque or tu dorma (e nol saprestiPur vegliando) ti chieggo ancor perdono.Ma finchè tu riposi e insiem taloraSorridi e mormorando alcun accentoRicordi i giuochi tuoi sospesi or ora,Mentre io qui seggo a vigilarti attento,I pensier miei s'affollano d'intornoAl tuo bel volto, e ai biondi ricci sparti,E pigliano del verso il metro adornoPer spontanea virtù, nel vagheggiarti.Che se tu desto sei, forma miglioreIo trovo, forma di carezze e baci,Alla soave poesia che in cuoreMi mettono le tue grazie vivaci:Ben so che tu non sei dal ciel disceso,Nè un angioletto fosti pria che nato;Voi per fingere gli angeli hanno presoI pittori a modello e v'han copiato,Voi figliuoli dell'uom piccioli e belli;Poi mutando la causa nell'effettoNon inventati a imagin vostra quelli,Ma voi creati a immagin loro han detto.Ma io che non ci tengo al sovrumano,Qual sei più t'amo, dolce creaturaDi nostra razza, bel fanciullo umano,Nato per opra di gentil natura.Per le ingenue tue grazie e i tuoi sereniOcchi la gloria di quaggiù si mostra,Se è ver che d'altro tu quaggiù non vieniLuogo più eccelso della terra nostra.O Natura di cui supremo è intentoLa vita, innanzi a te bacio la terraChe l'uom calpesta altero, e a te stromentoÈ di quanti prodigi il mondo serra,Mi prostro innanzi a te, saggia e possenteNatura, e movo a te calda preghiera;Questa, che al figliuol mio vita recenteDonasti tu, fa ch'egli compia intera;E allorchè fatto adulto e di sè stessoSicuro alfine l'ultimo salutoEi mi rivolga, al letto mio dappresso,Non parrà a me che indarno io sia vissuto.

A questo carme, cui principio diediTriste al deserto focolar dappresso,Io lietamente pongo fine appiediD'una culla sedendo invece adesso.

A questo carme, cui principio diedi

Triste al deserto focolar dappresso,

Io lietamente pongo fine appiedi

D'una culla sedendo invece adesso.

Ivi riposa il figliuol mio bambinoIl qual come tra nevi arcano fiore,Tra i lini appar del candido lettinoChe a lui compon la madre ebbra d'amore.

Ivi riposa il figliuol mio bambino

Il qual come tra nevi arcano fiore,

Tra i lini appar del candido lettino

Che a lui compon la madre ebbra d'amore.

Primogenito mio, che dalla intensaGioia d'un novo amor fosti concetto,E non alfine poi dalla melensaAbitudine ahimè del comun letto;

Primogenito mio, che dalla intensa

Gioia d'un novo amor fosti concetto,

E non alfine poi dalla melensa

Abitudine ahimè del comun letto;

O primizia d'amor che la vitaleOrigin bella hai nelle fibre impressa,E in ogn'atto, e nel riso senza eguale,E in tutta in tutta la persona stessa;

O primizia d'amor che la vitale

Origin bella hai nelle fibre impressa,

E in ogn'atto, e nel riso senza eguale,

E in tutta in tutta la persona stessa;

Bello come la madre e roseo e biondo,Cui l'anima pensosa tuttaviaDella paterna stirpe all'occhio in fondoTra la nebbia infantil s'apre la via;

Bello come la madre e roseo e biondo,

Cui l'anima pensosa tuttavia

Della paterna stirpe all'occhio in fondo

Tra la nebbia infantil s'apre la via;

Putto che avrebbe Raffael sul senoPosto alla Vergin sua più bella e pura,Vegeto, vispo, sorridente, pienoDei miglior doni che può dar Natura;

Putto che avrebbe Raffael sul seno

Posto alla Vergin sua più bella e pura,

Vegeto, vispo, sorridente, pieno

Dei miglior doni che può dar Natura;

Pargoletto gentil, che il nome portiDel mio nobile padre e sei mio figlio,Onde il passato e l'avvenir conforti,Verso i quali man triste io levo il ciglio;

Pargoletto gentil, che il nome porti

Del mio nobile padre e sei mio figlio,

Onde il passato e l'avvenir conforti,

Verso i quali man triste io levo il ciglio;

Se giusta forma io dar m'affido a questiAffetti miei t'offendo e stolto sono,E quantunque or tu dorma (e nol saprestiPur vegliando) ti chieggo ancor perdono.

Se giusta forma io dar m'affido a questi

Affetti miei t'offendo e stolto sono,

E quantunque or tu dorma (e nol sapresti

Pur vegliando) ti chieggo ancor perdono.

Ma finchè tu riposi e insiem taloraSorridi e mormorando alcun accentoRicordi i giuochi tuoi sospesi or ora,Mentre io qui seggo a vigilarti attento,

Ma finchè tu riposi e insiem talora

Sorridi e mormorando alcun accento

Ricordi i giuochi tuoi sospesi or ora,

Mentre io qui seggo a vigilarti attento,

I pensier miei s'affollano d'intornoAl tuo bel volto, e ai biondi ricci sparti,E pigliano del verso il metro adornoPer spontanea virtù, nel vagheggiarti.

I pensier miei s'affollano d'intorno

Al tuo bel volto, e ai biondi ricci sparti,

E pigliano del verso il metro adorno

Per spontanea virtù, nel vagheggiarti.

Che se tu desto sei, forma miglioreIo trovo, forma di carezze e baci,Alla soave poesia che in cuoreMi mettono le tue grazie vivaci:

Che se tu desto sei, forma migliore

Io trovo, forma di carezze e baci,

Alla soave poesia che in cuore

Mi mettono le tue grazie vivaci:

Ben so che tu non sei dal ciel disceso,Nè un angioletto fosti pria che nato;Voi per fingere gli angeli hanno presoI pittori a modello e v'han copiato,

Ben so che tu non sei dal ciel disceso,

Nè un angioletto fosti pria che nato;

Voi per fingere gli angeli hanno preso

I pittori a modello e v'han copiato,

Voi figliuoli dell'uom piccioli e belli;Poi mutando la causa nell'effettoNon inventati a imagin vostra quelli,Ma voi creati a immagin loro han detto.

Voi figliuoli dell'uom piccioli e belli;

Poi mutando la causa nell'effetto

Non inventati a imagin vostra quelli,

Ma voi creati a immagin loro han detto.

Ma io che non ci tengo al sovrumano,Qual sei più t'amo, dolce creaturaDi nostra razza, bel fanciullo umano,Nato per opra di gentil natura.

Ma io che non ci tengo al sovrumano,

Qual sei più t'amo, dolce creatura

Di nostra razza, bel fanciullo umano,

Nato per opra di gentil natura.

Per le ingenue tue grazie e i tuoi sereniOcchi la gloria di quaggiù si mostra,Se è ver che d'altro tu quaggiù non vieniLuogo più eccelso della terra nostra.

Per le ingenue tue grazie e i tuoi sereni

Occhi la gloria di quaggiù si mostra,

Se è ver che d'altro tu quaggiù non vieni

Luogo più eccelso della terra nostra.

O Natura di cui supremo è intentoLa vita, innanzi a te bacio la terraChe l'uom calpesta altero, e a te stromentoÈ di quanti prodigi il mondo serra,

O Natura di cui supremo è intento

La vita, innanzi a te bacio la terra

Che l'uom calpesta altero, e a te stromento

È di quanti prodigi il mondo serra,

Mi prostro innanzi a te, saggia e possenteNatura, e movo a te calda preghiera;Questa, che al figliuol mio vita recenteDonasti tu, fa ch'egli compia intera;

Mi prostro innanzi a te, saggia e possente

Natura, e movo a te calda preghiera;

Questa, che al figliuol mio vita recente

Donasti tu, fa ch'egli compia intera;

E allorchè fatto adulto e di sè stessoSicuro alfine l'ultimo salutoEi mi rivolga, al letto mio dappresso,Non parrà a me che indarno io sia vissuto.

E allorchè fatto adulto e di sè stesso

Sicuro alfine l'ultimo saluto

Ei mi rivolga, al letto mio dappresso,

Non parrà a me che indarno io sia vissuto.


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