PREFAZIONE
Chi si ricorda piú della poesia italiana di dieci o undici anni sono? o, meglio, chi si ricorda piú dell'Italia d'avanti il 1870? Il nostro secolo corre — corra anche la frase — a rotta di collo; e poi fra i noi d'oggi e i noi di ieri caddero valanghe da fermare e far ritorcere ben altri fiumi che delle rime e dei versi. I bimbi che nacquero in quell'anno non han per anche pubblicato, ch'io sappia, le loro disillusioni in elzevir; ma a quell'anno noi pensiamo con un sentimento faticoso di lontananza, con in cuore la esclamazione manzoniana,tanto secol vi corse sopra!
E pure vivevamo anche allora. Che ardore anzi di vita fra il 67 e il 70!Forti eran essi e combattean co' forti.Dopo Mentana, l'assettamento finale della nazione con Roma capitale pareva a tutti, confessiamolo, prorogato. In aspettando, quelli che volevano andar piano o non volevano andare del tutto pensavano fosse tempo di raccogliersi, di misurare la via fatta e da fare, e intanto riposarsi un poco pigliando un rinfresco di letteratura. — Oh un po' di letteratura! — parevano raccomandarsi: — l'Italia è stufa di tanta politica: rivuole della letteratura, magari delle accademie. — Quelli che volevano andar forte — Che riposo — rispondevano — o che rinfresco? Volete della letteratura? Combatteremo anche in versi, anche in prosa, a vostra scelta. — E si ricominciò da una parte, dopo tanti anni, a discorrere di cose letterarie, con certa gravità spolverata a nuovo per l'occasione, ma sotto quell'ombra con chiacchiere e vogliuzze comedi donnine incinte. Le appendici e le rassegne critiche parevano diventate altrettante cliniche d'ostetricia. Il teatro italiano è anche nato o è da nascere? A che punto è il concepimento del romanzo italiano? Ilpondo ascosoche balza in quella bella rotondità alpigiana sarebbe per avventura la prosa italiana moderna? E alla poesia moderna italiana chi scioglierà ilgrembo doloroso, un prete, un avvocato o un professore? Ma l'embrione almeno di una lingua viva c'è o non c'è in Italia?
Per l'appunto: tanto per non venir meno alle gloriose tradizioni, si ricominciò proprio da capo; si ricominciò dalla lingua. Veramente non si ricominciò: quando mai l'Italia, da che Dante le tagliò lo scilinguagnolo col Vulgare Eloquio, ha smesso di guardarsi la lingua? Ora avvenne che una bella mattina di maggio la nazione si svegliò tutta spaventata, che non aveva piú lingua. L'onorevole Broglio, lombardo, pensò provvedere commettendo all'onorevoleGiorgini, lucchese, il dizionario dell'uso fiorentino. Io non discuto intenzioni e competenze: noto singolarità di casi: tanto piú che le erbaiole di Firenze pareano aver soggezione dei nuovi Teofrasti. Erano tempi difficili: l'impero napoleonico faceva le crepe da tutti i lati, la Germania fiottava, il socialismo bolliva: pure l'Italia si divertí a scoprire che Benedetto Varchi e il cavalier Salviati non furono, almeno in teorica, fiorentini a bastanza: il ribobolo trionfò per piú mesi fra il dirugginío del macinato: lo stornello sbirichinò fra l'inchiesta su la regía dei tabacchi e il processo Lobbia: quei di Buffalora venivano a gargarizzare il loroiúnelle acque del Mugnone: Calandrino non ebbe mai come in quegli anni il culto che a parer mio gli è dovuto dalle maggioranze, almeno quando s'infatuano per le questioni inutili. Intanto il Manzoni, dopo messo il campo a rumore con la lingua e con la prosa, tornava a fare de' versi. Già, de' versi; ma inlatino, e alle anatre, alle anatre dei giardini di Milano:
Fortunatæ anates, quibus aether ridet apertusLiberaque in lato margine stagna patent!
Fortunatæ anates, quibus aether ridet apertusLiberaque in lato margine stagna patent!
Fortunatæ anates, quibus aether ridet apertus
Liberaque in lato margine stagna patent!
Libertà d'acqua stagnante nella largura d'un giardino pubblico bene spallierato e ben pettinato: gli auspicii per la lingua e la prosa moderna erano rassicuranti.
Pure, l'anarchia e la ribellione che l'onorevole Menabrea giunse a contenere in piazza, l'onorevole Broglio non dico la sguinzagliasse ma certo non poté infrenarla nei libri. Della prosa non voglio parlare. Ma il Prati, che in quegli anni s'era messo a comporre anch'egli versi latini, die' fuori anche un libro dell'Eneide tradotto con tanta foga (per dispetto, credo, ai fiorentinismi lombardi) di latinismi, che né meno basterebbe a ripararli
Nel fluente suo vel la dia Lacena
Nel fluente suo vel la dia Lacena
Nel fluente suo vel la dia Lacena
di Vincenzo Monti. E pubblicò l'Armando, ove latinismi e neologismi e motti e riboboli disfrenavadi pari, mescolando epopea e commedia, romanzo e lirica: l'Armando, nel quale fra le retoriche del dubbio d'Amleto con l'annesso teschio, fra le declamazioni di Fausto e li sghignazzamenti di Mefistofele in pasticcio di Strasburgo, fra le pose di Caino e di Manfredo con la fusciacca al vento — i tre ponti dell'asino della scuola romantica scettica —, scorrevano rivi di poesia tali che l'Italia non ne aveva da piú anni veduto scendere di piú limpidi e freschi dal suo Parnaso. Il qual Parnaso fu troppo tosato di piante dai falsi classici sí che possa oramai avere acque correnti, se bene è vero che i romantici ci hanno scavato qua e là delle cisterne per la conserva del sentimento e dell'humour. Ilcanto d'Igeanella seconda parte dell'Armandoè ciò che di piú sanamente classico ha prodotto la poesia del tempo nostro in Italia. Ludovico Tieck, il piú stravagante e il piú logico dei romantici di Germania, dopo i grotteschi delKaiser Octavianuse dellaGenoveva, finiva con rimettere in scena una tragedia di Sofocle. Giovanni Prati, il solo veramente e riccamente poeta della seconda generazione dei romantici in Italia, coronava l'ultima opera di quella scuola con una ode che somiglia a un coro di Sofocle.
Di passaggio: io mi ostino a servirmi di queste parole,romanticieromanticismo,classicieclassicismo, se bene un falso buon gusto tutto italiano vorrebbe non si pronunziassero piú: come se, omettendo le parole, le cose non restassero, come se avesser ragione i bambini, quando, tappandosi gli occhi, credono sfuggir cosí alla vista o alla conoscenza altrui. Del resto, se tali denominazioni siano bene applicate in tutto, se siano bene, cioè storicamente, intese fra noi, come, per esempio, in Germania, io non debbo dire: ripeto che designano due fatti.
Il Prati anche chiudeva la prefazione all'Armando— nobile richiamo alla dignità dell'artee al rispetto degli artisti, proprio nel punto che l'Italia cominciava a dare troppi segni d'una irrefrenabile inclinazione al materialismo dei subiti guadagni e dei godimenti inferiori — chiudeva, dico, la sua prefazione con questaultima parola, per rendersi benevoli e grati i lettori«Il mio non è un libro politico.» Fin d'allora si cominciava a predicare il bando della politica dalla letteratura. E il Prati parlava in buona fede: in luiil nome che piú dura e piú onoranon ha bisogno d'amminicoli politici. Ma altri predicavano perché a loro dispiaceva che non a tutti piacesse la politica che piaceva a loro. E intanto i partiti seguitavano a spingere e a sollevare, com'è naturale, lo scrittore che usciva dalle loro file e il libro che faceva i loro interessi.
I moderati veri, che in fine hanno da essere conservatori se qualche cosa vogliono moderare, trovarono il loro poeta in Giacomo Zanella. Per quelli che invocavano e aspettanol'accordo della libertà con la fede, del progresso col dogma, dell'Italia con la Chiesa, Giacomo Zanella era l'uomo. Ai superstiti dell'antica Italia, agli eredi delle antiche idee, ai riformisti, ai neoguelfi, egli prete ricordava e rinnovava i bei tempi nei quali il prete era parte integrante della società italiana. L'abate italiano, riformista e mezzo-giacobino col Parini, soprannuotato col Cesarotti e col Barbieri alla rivoluzione, che s'era fatto col Di Breme banditore di romanticismo e soffiatore nel carbonarismo del 21, che aveva intinto col Gioberti nelle cospirazioni e bandito ilPrimato d'Italiae ilRinnovamento, che aveva col Rosmini additato le piaghe della Chiesa, che aveva coll'Andreoli e col Tazzoli salito il patibolo per il santo peccato del patriottismo; l'abate italiano viveva, e viva ancora a lungo e onorato, in Giacomo Zanella, ridotto in certe proporzioni, migliorato in altre parti. La poesia dell'abate Zanella usciva dai seminari; ma daquei seminari venetialquanto mondanetti, illustrati dalla filologia del Forcellini, dall'estetica del Cesarotti, dalle grazie (un po' adipose, a dir vero) del Barbieri. L'abate Zanella aveva cominciato esercitandosi con gli altri chierici in gare di traduzioni da Ovidio e da Orazio; ma poi aveva tradotto anche dello Shelley, e mostra di saperlo apprezzare con larghezza e forza di giudizio, tutt'altro che da seminario. Rifiorivano ne' suoi versi le belle tradizioni della scuola classica: il Mascheroni, didascalico, vi s'era fatto lirico: il Parini lirico vi appariva ammorbidito e piú ortodosso: l'elegiaco e moralista Pindemonte, smessa la cipria con la quale era solito ballare in gara al celebre Picche, pareva aver curato con un trattamento scientifico certa debolezza di nervi presa nell'ambiente poetico inglese del regno di Giorgio III, e s'era un po' riscaldato e imbrunito alla primavera del 1848. Oltre di ciò, nelle poesie dell'abate Zanella gli accordi e le conciliazionifra la ricerca scientifica e l'autorità del dogma, fra il pensiero moderno e l'eternità della fede, fra il sentimento nuovo irrequieto e le regole dell'arte tradizionale, erano, ingenuamente, sinceramente, candidamente, proseguite, volute, credute raggiungere. E a volte la trepidazione dell'uomo sottomesso che pure ha scòrti i misteri dell'essere era resa con umiltà di affanno, in armonie non dal profondo strazianti ma di gemente tranquillità, dal poeta che rialzava gli occhi al cielo. E la gioia della pace ritrovata in cotesto alzare degli occhi suonava amabilmente modesta, quasi accorata. Tale contenuto poetico fu il calmante aspettato e richiesto, e fu annunziato a grandi voci da molta gente a modo, massime in Toscana e nella Venezia. Del resto, quando mai la poesia odierna aveva trovato un'ornamentazione di gusto cosí corretto per le feste di famiglia, per le parate dell'industria e per i trionfi del tecnicismo? Quando mai da molti anni la breve snella argutastrofe classica era stata carezzata e liberata al volo con tanta abilità facilità e grazia? Dei detrattori dell'abate Zanella chi ha o chi troverà altrove nelle rime d'oggi lo spirito lirico, che ondeggia circonvolgendosi con un mite rumore di marina lontana nelle volute meravigliosamente delineate marcate e colorite dellaConchiglia fossile?
Le poche volte che l'abate Zanella toccò in versi il tasto della politica, la corda gli rispose stridula o molle. La poesia politica in quegli anni fu di parte democratica. Giulio Uberti su i primi del 71 radunava, non le fronde sparte, gli sparti suoi dardi: dardo chiama Pindaro il verso che alto e fulgido vola. La poesia dell'Uberti, una ed uguale nella sostanza, attesta nello svolgimento formale le vicende del sentimento e del gusto italiano lungo i primi cinquanta anni del secolo: proceduta dal classicismo pariniano, erasi riposata nel classicismo manzoniano, pur riflettendo alquanto dal coloritodel Byron e forse anche di Vittore Hugo, non senza i fondacci d'un po' di quel gergo mistico che il romanticismo politico aveva introdotto nella poesia e nella eloquenza. Con tutto ciò il poeta bresciano, in forza della coerenza intima dell'anima sua, rimane originale. Uno spirito alfieriano pervade quelle forme e le fissa in atteggiamenti quasi scultorii. Gli ultimi versi, quelli scritti nel 70, ci voleva la passione politica degli uni e la facilità senza gusto degli altri per trovarli mirabili. Ma l'Italia, quando sarà passato questo strabocco di latte inacetito d'Arcadia, ricorderà, piú che non faccia ora, le quattro odi,Napoleone,Washington,Garibaldi,Mazzini, cosí magnanime di sensi, cosí dense di concetti e di imagini, cosí alte d'intonazione: ricorderà, ripensando agli anni gloriosi.
Se altro ricorderà l'Italia della poesia politica d'allora, io non so. So che quelli eran bei giorni. Felice Cavallotti, il lirico dellaBohême(vollero chiamarsi, con umiltà d'imitazione sbagliata,Bohême, essi affaccendati sempre fra i duelli le sommosse e le carceri), in prigionemudavaa drammaturgo, e covava l'Alcibiadee ilTirteo, a dispetto di quelli che s'erano impuntati a farci passare per una manica di ignoranti. Di me, per esempio, che nel turbine democratico mi gettai non so se dai promontorii del classicismo o dalle secche della filologia romanza, poteano aver ragione quando dicevano — È roba questa non da critica, ma da procuratore del re —; ma erano molto candidi quando giuravano, sempre per bandire la politica dall'arte, ch'io non sapevo la grammatica. Piú lepido un terzo, che, a proposito delSatanariprodotto o ricitato a ogni momento dai giornali del partito, mi paragonava al Trabucco col suo corno. Oh, bei giorni eran quelli!
Distanti dalla poesia democratica e distinti dai seguitatori del Prati dell'Aleardi e dello Zanella, stavano in disparte tre o quattro, iquali parevano, che che alcuno di loro affermasse in contrario, cercare e seguitare l'arte per l'arte. Erano il Tarchetti, lo Zendrini, il Praga.
Se non che Iginio Tarchetti, per gli intendimenti d'alcuno de' suoi racconti, raccostavasi ai democratici. Ma ci voleva quell'ambiente, o, meglio, quella mancanza d'ossigeno, per proclamare la grandezza dei racconti del povero Tarchetti. Si scambiava il contenuto e l'intento per l'arte: si diceva — Non c'è forma, la prosa è brutta, ma il romanzo c'è ed è bello —; come se senza forma arte ci sia, come se una trovata o un episodio o un frammento sia il romanzo, come se, scrivendo male, si scriva bene. Ci furono paragoni con Vittore Hugo e col Balzac. Eh via, ragazzi! Ma io non voglio parlare di prosa. A proposito dei versi del Tarchetti, il buon Domenico Milelli, che ne fa di incomparabilmente migliori, uscí una volta a dire che nell'anima di lui erano fuse due grandianime, quella dell'Heine e quella del Leopardi. Non mai fu nominato cosí in vano il nome di Dio; ma tali bestemmie sono conseguenze di quel sentimentalismo estetico che al Lamartine faceva trovare piú genio in una lacrima che in tutti i poemi del mondo. Il Tarchetti visse povero, e morí giovine. Me ne duole; e mi adiro con chi non gli die' lavoro o il lavoro non compensò: forse anche mi adiro con la società che lascia morire di fame uomini d'ingegno e d'animo quale il Tarchetti. Ma per ciò devo dire che quella robetta è poesia? No: io dico che l'ammirazione pel sonettoEll'era cosí gracile e piccinaè una miserabile prova del rammollimento di cervello a cui quella che il Proudhon chiamavascrofola romanticaavea condotto la gente.
Ma il Tarchetti non pretendeva molto a poeta. Chi ci pretendeva con tutte le intenzioni e con tutto lo studio era Bernardino Zendrini. Molte buone parti aveva lo Zendrini: anzitutto, conoscenza franca, se bene qua e là frastagliata di lacune e pregiudizi, delle letterature straniere, e con ciò intelligenza delle cose nostre anche vecchie, rispetto, almeno in teorica, alla tradizione nazionale, vivido ingegno osservatore, idee chiare determinate ardite, e una grande smania di fare e di riuscire. Ma in lui l'uomo sopraffaceva l'artista; o forse l'artista e l'uomo si nuocevano l'un l'altro e cospiravano a fargli far male. Leggero, irrequieto, sprezzante, provocatore (dico lo scrittore, e anche l'uomo per quanto traspariva dalla scrittura: del resto non conobbi né di persona né per lettera mai lo Zendrini), non avea la forza muscolare e la pienezza sanguigna pari alla mobilità nervosa; onde la sproporzione quasi continua nell'opera sua fra l'intenzione e l'atto, fra il volere e l'operare, fra l'idea e la forma. Tale disuguaglianza di forze e la preoccupazione del critico e polemista turbavano le percezioni del poeta e gli rendevano tremante lospirito e lo stile. Voleva mostrare gentilezza di affetti, e dava in ismancerie: voleva apparire ingenuo, e cascava in bambocciate: voleva riuscire spiritoso, ed erano smorfie: voleva osare una sprezzatura o di pensiero o di stile, e gli scappava uno scarabocchio: voleva provocare i rischi dell'arte, e dava un tuffo nel grottesco e nello sgarbato. Le cose sue originali meglio riuscite (I due tessitori,Monotonia,La poesia non muore, ecc.) rientrano per la concezione e per la forma nel ciclo della poesia anteriore, della seconda generazione dei romantici. Quando volle fare qualcosa di nuovo, di vero, di famigliare, riuscí affettato, freddo, falso; non riuscí, in somma. Ma con la forza di volontà perseverante, col sentimento che aveva di rispetto per l'arte, l'avrebbe finalmente, io credo, spuntata. Gli bisognava, per ciò, contenersi, vincersi, rafforzarsi, curare i nervi; ed egli lo sentiva e lo voleva. Io ebbi a vedere, non per volontà sua, i lavorii di rifacimento ond'egli torturòe su i margini e nelle carte interfogliate le prime due stampe della traduzione di Heine. È un lavoro mirabile di pazienza e buon giudizio, che gli fa perdonare le sciattezze e le durezze incredibili del primo tentativo. In fatti nella terza edizione ci sono parecchi pezzi rifatti di pianta, e tanto in meglio, che meritano di esser recati ad esempio di buona versione, e insieme sono documenti, nelle trasformazioni subíte, della meditazione e dell'esercizio che occorre al lavoro dello stile, se pure in Italia v'è ancora chi badi allo stile. Povero Zendrini! egli mancò all'arte, quando, forse quietato, stava per rinnovellarsi.
Questo avere a parlare tuttavia di morti, e morti di fresco, è spiacevole, e mi è, lo so, pericoloso in faccia ai lettori. Ma che ci ho che fare io se sono morti? Magari fossero vivi! Combatteremmo ancora.L'uom s'affronti con l'uom: pugna è la vita.Parliamo, dunque, con quella conscienziosa e meditata libertà eschiettezza della quale gl'italiani han troppo bisogno, parliamo anche di Emilio Praga, il quale nel 70 aveva già, si può dire, compiuta la sua ascensione in poesia. Quelli che allora affettavano non parlarne, quelli che inorridivano alle sue stramberie, quelli che aborrivano la sua indifferenza d'artista dirimpetto alle questioni politiche e sociali, quelli che allora scrivevano azzurro (cioè turchino di Prussia, qualità inferiore), quelli ora vociano innanzi a tutti e piú di tutti ilrealismoe laoriginalitàsconfinata di Emilio Praga. Povero Praga, realista lui? lui inzuppato, anzi ammalato, d'idealismo? lui che d'idealismo morí? Realista lui? coi languori delle fantasticherie, con la vaporosità nella linea, con la indeterminatezza dell'espressione, con l'astrattezza e la stranezza bizzarra e senza scopo delle metafore? Egli nella terza generazione dei romantici fu piú poeta di tutti; ma in lui piú che in tutti covò la malattia ereditaria, sin che scoppiò d'un tratto in queltemperamento amabilmente femmineo; e fu tifo fulminante. L'originalità del Praga! Sí certo, il Praga ebbe una originalità, ma non quella che dite voi! Avete letto Vittore Hugo, il Heine, il Baudelaire? Ma quello che voi nelle poesie del Praga proclamate di piú era già nell'Hugo, nell'Heine, nel Baudelaire. Se non che le trovate e le scappate dell'Heine egli le allunga e stempera un po' lombardamente. Ma della tinta dell'Hugo ebbe colorite fin le intime fibre della sua poesia, come dicono che le ossa delle bestie che hanno pasciuto la robbia si trovino chiazzate di rosso. Ma del Baudelaire ripete non pure le innaturalezze e le irragionevolezze cercate ad effetto, non pure le bruttezze stupide (dico cosí perchè è proprio cosí), ma le mosse e le flessioni del verso, ma i metri ed i ritornelli. Quello fu il periodo acuto della malattia; poi successe la polmonite, e il poeta finí ripiagnucolando le solite nenie. E aveva fatto a volte di sí belle cose! La sua originalità è queltrillo di lodola, è quel fresco d'acqua corrente per una selva di castagni, quella immediata e lieta e sincera percezione della natura, quella bonomia arguta tra di campagnuolo e di pittore, che si sente, si vede, si ammira in alcune sue prime e piú ingenue poesie.
Al Tarchetti, allo Zendrini, al Praga il settanta chiuse le porte; le aprí ad Arrigo Boito, il quale fu un po' di quella brigata, se bene egli proceda piú direttamente dal romanticismo fantastico di Germania. Fu di quella brigata anche Vittorio Betteloni, sí per la consuetudine d'amicizia sí per alcuni intendimenti d'arte; ma egli dal romanticismo o fantastico o sentimentale uscí presto, se mai vi s'era avvolto, e uscí tutto.
Vittorio Betteloni pubblicò nel 1869 il suo libroIn primavera.
Ne parlarono con molto calore gli amici del poeta e alcuni dei fogli letterari d'allora; ne sparlarono con rimpianti su le speranze malespese, i maestri e dilettanti della poesia da parrucchieri. Ma il libro non fece, fuor dei cerchi degli amici, gran viaggio: a Bologna non arrivò: io lo lessi solo nel 75 in Verona.Habent sua fata libelli.Il settanta schiacciò insieme a tante cose grosse e malvage anche quel povero libretto innocente, odi sua preda lo coverse e cinse. Ma chi consigliò il Betteloni di venir fuori con tali versi nel 69, quando le sale eleganti erano tutte ancora impregnate di aleardismo, quando nelle strade fremeva a mezz'aria la poesia politica, quando, al di là della letteratura officiale o d'opposizione, fra tanta ardenza di parti e di questioni in casa e tanta trepidazione di turbini al di fuori, a pena si facevano badare le accese audacie del Praga piú come un babau pei borghesi che come baleni di arte nuova? Ma molti di cotesti versi il Betteloni gli aveva scritti fin dal 63, nel fresco mattino della giovinezza, e non voleva tenerli lí a muffire che perdessero stagione.
Oggi che abbonda, a quello che pare, la voglia di leggere versi è un peccato non si legga o non si rilegga laPrimaveradel Betteloni, che è dei migliori libri di poesia usciti fra noi in questi ultimi anni e il solo librodi giovinezzauscito da molti anni in Italia. Con ciò io non vo' riuscir a dire che il Betteloni sia maggiore o miglior poeta d'un altro, o che la sua sia poesia piú vera (è il termine di moda) della poesia d'un altro. Per me il porre la questione su 'l piú o il meno d'ingegno di due o piú poeti o scrittori è un esercizio troppo sublime o troppo accademico sí che abbia a perdervi tempo la gente che ha da far qualche cosa. Su la maggiore o minor verità ed efficacia della rappresentazione poetica non sarebbe per avventura inutile studiare e discutere, quando la questione fosse posta avanti bene e ragionevolmente. Ognuno, del resto, fa quella poesia che vuole; ognuno si mette in quella luce in quel riflesso in quell'ombra di verità che gli piace:cotesto è il suo diritto. Il suo dovere poi è di far bene, tenendosi in quella luce in quel riflesso in quell'ombra di verità che si è scelto.Ognunodissi; e intendevo ognuno che è poeta e si è educato artista. Per la canaglia che perpetra strofe un po' di Melikoff non guasterebbe.
Il Betteloni fu, come accennai, il primo in Italia a uscire del romanticismo, pur componendo in lirica il romanzo di un giovine dai venti ai vent'otto anni; romanzo, s'intende, d'amore, anzi delle tre età, come egli dice, dell'amore, l'età dell'oro, l'età dell'argento, l'età del bronzo. Quel giovine, che è poi il Betteloni stesso, non è propriamente sentimentale; e pure nessuno dei nostri poeti moderni, oso dirlo, ha rappresentato o verseggiato il primo amore con quella rugiadosa freschezza che il Betteloni nelCanzoniere dei vent'anni(età dell'oro). Quando la ragazza popolana lo pianta per un bel pezzo di marito della sua condizione, egli non fa il Werther né il Don Giovanni:ideale per altro resta un po' sempre, con una vena di malinconia che serpeggia tra le sue immaginazioni burlone e le sue bonarie malignità. Persevera buon ragazzo, se bene piú allegro, nel canzoniereper una crestaina(età dell'argento), che poi si risolve a lasciare, perché un giovine come lui, di buona famiglia, ha da sposare una signorina con della dote, che tormenti il piano e storpi il francese. Il terzo canzoniere, cinquanta sonettiper una signora(età del bronzo), della quale il poeta s'è innamorato senza sapere che fosse maritata e la quale non sa che egli sia innamorato di lei, finisce cosí:
E lascia poi che da te lunge io sia,Che solitario la mia fiamma esaliNel vapor di innocente poesia.
E lascia poi che da te lunge io sia,Che solitario la mia fiamma esaliNel vapor di innocente poesia.
E lascia poi che da te lunge io sia,
Che solitario la mia fiamma esali
Nel vapor di innocente poesia.
Qui i don Giovanni trionfatori e violatori della grammatica e della prosodia accuseranno subito un gran puzzo d'idealismo e d'arcadia. No veramente. Uno, prima di tutto, può dell'amore edella vita in generale avere un ideale assai alto senza ch'ei professi per nulla l'idealismo convenzionale; e questo, fra gente seria ed onesta, non importerebbe né meno avvertirlo. Come scrittore poi, il Betteloni ha della realità un senso squisitissimo, e il ridicolo dei contrasti e delle contraddizioni fra la mobilità dello spirito appassionato o accaldato e la immobilità seria delle cose ei sa coglierlo e renderlo con quella bontà comica che è l'anima dell'umoredi buona lega.
In primaveraè, come dissi, un libro di giovinezza; e per ciò la passione, la passione, s'intende, colpevole o viziosa, non c'entra, o almeno non vi regna. Il poeta da prima descrive e canta l'amore, prorompimento inconscio, scarlattina dell'anima a diciannove anni; poi il piacere di fare all'amore con una bella e allegra creatura, di passeggiare e ballare con lei, di ascoltare le sue ciarle e suoi dispiaceri e le bizze su quello che è il suo contorno il suo piccolo mondo. Da ultimo l'amor vero, anzi a certi momentila passione, si prova a metter fuori la punta, ma è la punta dell'ala. Perocchè l'autore sa reprimere e vincere la passione, un po' per sentimento di dovere, ma piú anche per certa schiva ritrosia di poeta e per affezione alla serena quiete dell'arte. To', o non può anche darsi? Sarebbe bella che, perchè viviamo nell'età dei rammollimenti sentimentali o sensuali e delle eccitazioni nervose, nel secolo del caffè e dell'alcoolismo, non ci fosse piú uno che sapesse resistere a una passione e vincerla, non sapesse infrenare la inferiore animalità, senza guaire, senza contorcersi, senza mostrare le sue piaghe alle stelle, con la forza, con la dignità, con la decenza d'un uom fatto bene. L'effetto che vi produce il libro del Betteloni è questo, che voi prendete in affezione il poeta perchè è naturalmente buono, e poi lo stimate perchè è sensato e vero.
La verità di quella poesia risulta da piú ragioni, di fatto e di arte. Il Betteloni prima ditutto rappresenta ed esprime proprio sé stesso, senza esagerazioni e senza caricature: non dico senza qualche carezza, ché non sarebbe credibile. È un giovine della vecchia borghesia benestante e bene educata, con una vena d'originalità non chiassosa, col ticchio dell'arte, con l'intiera libertà e signoria di sè. Nulla dunque del Byron e del Leopardi, e nulla né pure del De Musset. Non direi parimente, nulla del Heine, perchè la posizione poetica, nelle prime due parti almeno de' due canzonieri, si rassomiglia assai; e il colpo di sole del Heine anche il Betteloni l'ha avuto, ed in pieno; ma soltanto, parmi, del Heine dell'Intermezzo liricoe delRitorno. Se non che a mano a mano la coloritura heiniana è assorbita o assimilata, e il poeta italiano a forza di riflessione riesce solo sé stesso. Perché una qualità notevole del Betteloni poeta è questa: che egli non si ferma alla superficie, senso o sentimento che sia, come per lo piú i nostri; e né meno siabbandona alle troppo comode volate dellaréveriee delsehnsucht(vocaboli che non si possono tradurre in italiano né pure a un di presso, tanto le affezioni che e' significano, almeno nella sistematica convenzione moderna, sono aliene dalla nostra natura); ma discende in sé stesso, e arriva a cogliere nella percezione e nella coscienza le ragioni ultime e le variazioni e le forme intime del fenomeno psicologico e fantastico; ragioni e forme che, idealizzate nella riflessione artistica, di particolari che erano divengono generali, e sono il nerbo della rappresentazione poetica: che se in quel passaggio la caratteristica individuale del poeta non va perduta, allora è il caso dell'originalità soggettiva. E questo è il caso del Betteloni.
Il quale, per esempio, è il solo, credo, dei poeti odierni italiani, che abbia osato mettere dentro i suoi versi il proprio nome e cognome. Ma come bene! Fra l'altre una volta egli sogna, sogna soltanto, di suonare alla porta del villinodella donna amata e non amante: sogna di trovarla come desidererebbe meglio; ma c'è il medico e il pievano, che al vederlo battono le mani: Ecco il quarto, ecco il quarto per iltre sette. E si giuoca. Ma il giuoco dovrà pur finire, ma gli importuni se ne anderanno, ed egli rimarrà solo con lei. A un tratto s'abbuia, e brontola il temporale. Il medico e il pievano si levano su per partire. Egli duro. Ma la signorain atto di tutta gentilezza e cortesiagli dice:
O signor Betteloni, anch'ella prestoS'affretti a casa e pel cammin piú corto,Ché per via non la colga un tempo tale.
O signor Betteloni, anch'ella prestoS'affretti a casa e pel cammin piú corto,Ché per via non la colga un tempo tale.
O signor Betteloni, anch'ella presto
S'affretti a casa e pel cammin piú corto,
Ché per via non la colga un tempo tale.
Leggendo questi versi, altri me ne rifiorivano in mente, d'un concittadino antico del Betteloni, di Catullo, che anch'egli amava di mettere spesso e bene ne' suoi versi il suo nome:
Quaeso, inquit, mihi, mi Catulle, paulumIstos; commode enim volo ad SerapimDeferri. Minime, inquii puellae.
Quaeso, inquit, mihi, mi Catulle, paulumIstos; commode enim volo ad SerapimDeferri. Minime, inquii puellae.
Quaeso, inquit, mihi, mi Catulle, paulum
Istos; commode enim volo ad Serapim
Deferri. Minime, inquii puellae.
Questa è verità italiana.
Perchè, a dir vero, la verità di certi veristi sarà di qual paese piaccia meglio ai lettori o all'autore, ma verità italiana non è di certo: ora la verità, per esser verità vera, ha da essere anche locale, e quella dei su lodati veristi di locale, cioè d'italiano, non ha nulla, nè meno la lingua; ché lingua italiana non può chiamarsi quella miseria di cento linfatiche parole con le quali quella povera gente si arrapina a rattoppare gli sdruci delle sue versioni da qualche poeta francese di terzo o quarto ordine. Ora il Betteloni non solo seppe percepire il vero della vita odierna italiana con elezione d'artista, ma lo seppe verseggiare con lingua varia abbastanza se non sempre finissima, con stile sempre suo e spesso accurato.
Io dissi a dietro che nessuno fra noi avevacantato, direbbe un'accademico, io diròcommemorato in poesia, il primo amore con la freschezza del Betteloni. Non mi disdico, pur ripensando alle terzine del Leopardi: quella delLeopardi è passione speciale, in certe condizioni, stupendamente sentita e resa; mentre il primo amore del Betteloni è il caso generale, che tutti gli anni si rinnova, a cui tutti, se non fummo ceppi o peggio, ci siamo trovati. Giudichino i lettori.
Poi ti tenevo dietro piano piano,Com'è costume dei novelli amanti,Pur di scorgerti solo da lontano,Senza parere agli occhi dei passanti:E tu con atto cauto e sospettoso,Per non mostrar che a me ponessi mente,Volgevi a mezzo il capo tuo vezzoso,Ad or ad or, non molto di sovente;Ma non molto di rado tuttavia,Temendo pur che addietro io fossi troppo,O non pigliassi a caso un'altra via,O in qualche amico non facessi intoppo.Quindi arrivata, ancor sul limitareIl piede soffermavi un breve istante,Là t'arrestavi a rapida guardareS'io pur non ero tuttavia distante;Poscia, fatte le scale in un momento,Al terrazzo accorrendo t'affacciavi;Io ti venivo innanzi, lento, lento,Tu col sorriso allor mi salutavi.
Poi ti tenevo dietro piano piano,Com'è costume dei novelli amanti,Pur di scorgerti solo da lontano,Senza parere agli occhi dei passanti:
Poi ti tenevo dietro piano piano,
Com'è costume dei novelli amanti,
Pur di scorgerti solo da lontano,
Senza parere agli occhi dei passanti:
E tu con atto cauto e sospettoso,Per non mostrar che a me ponessi mente,Volgevi a mezzo il capo tuo vezzoso,Ad or ad or, non molto di sovente;
E tu con atto cauto e sospettoso,
Per non mostrar che a me ponessi mente,
Volgevi a mezzo il capo tuo vezzoso,
Ad or ad or, non molto di sovente;
Ma non molto di rado tuttavia,Temendo pur che addietro io fossi troppo,O non pigliassi a caso un'altra via,O in qualche amico non facessi intoppo.
Ma non molto di rado tuttavia,
Temendo pur che addietro io fossi troppo,
O non pigliassi a caso un'altra via,
O in qualche amico non facessi intoppo.
Quindi arrivata, ancor sul limitareIl piede soffermavi un breve istante,Là t'arrestavi a rapida guardareS'io pur non ero tuttavia distante;
Quindi arrivata, ancor sul limitare
Il piede soffermavi un breve istante,
Là t'arrestavi a rapida guardare
S'io pur non ero tuttavia distante;
Poscia, fatte le scale in un momento,Al terrazzo accorrendo t'affacciavi;Io ti venivo innanzi, lento, lento,Tu col sorriso allor mi salutavi.
Poscia, fatte le scale in un momento,
Al terrazzo accorrendo t'affacciavi;
Io ti venivo innanzi, lento, lento,
Tu col sorriso allor mi salutavi.
È proprio cosí che erano fatte le nostre amanti, ahimè di venti e piú anni fa! Salvo che noi allora eravamo o troppo classici o troppo romantici, e, anche dato avessimo avuto la grazia e la naturalezza del poeta veronese, non ci sarebbe mai passato per la testa che si potesse in italiano far dei versi graziosi e naturali come i seguenti, mentre pure le cose dette in quei versi le sentivamo, le vedevamo, le notavamo anche noi. E sí che Catullo lo sapevamo quasi a mente; Catullo, che, dove non è sporco o troppo alessandrino, poteva e può esser maestro di poesia vera a noi e ad altri: tant'è vero che nulla di nuovo c'è sotto il sole e in arte non c'è progresso: quello che il volgo scambia per progresso è la modificata rinnovazione di certe fasi nei cicli ritornanti.
E' fu in piazza di Santa CaterinaCh'io d'amor le parlai la prima volta,Era l'ora che il sole ornai declina,Ora dolce e raccolta.Cinto d'intorno è il loco d'alte pianteDove a fatica si conduce il sole,Dove l'aria s'infosca un'ora innanteChe in Lungarno non suole.Or io che avea da qualche dí osservatoCom'ella per di là venia sovente,Là per tre sere postomi in agguato,L'incontrai finalmente.Ella arrossisce e affretta il piè veloce,Io me le accosto, me le faccio ai panni,Pur me ne trema l'anima e la voce,Oh vent'anni! oh vent'anni!Parlare a lei! ma s'ella s'offendesseD'uom che volger le ardisce la parola,Se l'ale che nasconde ella schiudesse,Nume che all'uom s'invola!Roseo mister di grazia e di bellezzaTutto sgomento innanzi a te son io,M'avventuro all'impresa all'arditezzaDi trovarmi con Dio!Ella pur non s'offende e porge ascolto;Mentre parlo mi guarda, si dipingeDi grazïosa meraviglia in volto,Non conoscermi finge.Cari quegli occhi intenti e menzogneri,Mamma indarno a mentir sí ben v'apprese;Occhi, mi sorrideste in atto ieriTroppo, troppo cortese!Io però tiro avanti; e piú coraggioPiglio da ciò, che il piede ella rallenta,Ch'ella alfin sosta, che quel mio linguaggioLa fa piú sempre attenta.E davvero facondo allor mi faccio;Tutto le dico il dolce sentimentoCh'ella m'ispira, tutto, non le taccioNulla di quel che sento.Ella stupisce e credermi non vuole;Con interrotte voci esce talora;Chinando il capo, delle mie paroleIl nettare assapora.E il nastro del grembiule in man si prende,Giocando se lo attorce al roseo dito,Mentre il suo cor dalle mie labbra pendeTrepidante e smarrito.
E' fu in piazza di Santa CaterinaCh'io d'amor le parlai la prima volta,Era l'ora che il sole ornai declina,Ora dolce e raccolta.
E' fu in piazza di Santa Caterina
Ch'io d'amor le parlai la prima volta,
Era l'ora che il sole ornai declina,
Ora dolce e raccolta.
Cinto d'intorno è il loco d'alte pianteDove a fatica si conduce il sole,Dove l'aria s'infosca un'ora innanteChe in Lungarno non suole.
Cinto d'intorno è il loco d'alte piante
Dove a fatica si conduce il sole,
Dove l'aria s'infosca un'ora innante
Che in Lungarno non suole.
Or io che avea da qualche dí osservatoCom'ella per di là venia sovente,Là per tre sere postomi in agguato,L'incontrai finalmente.
Or io che avea da qualche dí osservato
Com'ella per di là venia sovente,
Là per tre sere postomi in agguato,
L'incontrai finalmente.
Ella arrossisce e affretta il piè veloce,Io me le accosto, me le faccio ai panni,Pur me ne trema l'anima e la voce,Oh vent'anni! oh vent'anni!
Ella arrossisce e affretta il piè veloce,
Io me le accosto, me le faccio ai panni,
Pur me ne trema l'anima e la voce,
Oh vent'anni! oh vent'anni!
Parlare a lei! ma s'ella s'offendesseD'uom che volger le ardisce la parola,Se l'ale che nasconde ella schiudesse,Nume che all'uom s'invola!
Parlare a lei! ma s'ella s'offendesse
D'uom che volger le ardisce la parola,
Se l'ale che nasconde ella schiudesse,
Nume che all'uom s'invola!
Roseo mister di grazia e di bellezzaTutto sgomento innanzi a te son io,M'avventuro all'impresa all'arditezzaDi trovarmi con Dio!
Roseo mister di grazia e di bellezza
Tutto sgomento innanzi a te son io,
M'avventuro all'impresa all'arditezza
Di trovarmi con Dio!
Ella pur non s'offende e porge ascolto;Mentre parlo mi guarda, si dipingeDi grazïosa meraviglia in volto,Non conoscermi finge.
Ella pur non s'offende e porge ascolto;
Mentre parlo mi guarda, si dipinge
Di grazïosa meraviglia in volto,
Non conoscermi finge.
Cari quegli occhi intenti e menzogneri,Mamma indarno a mentir sí ben v'apprese;Occhi, mi sorrideste in atto ieriTroppo, troppo cortese!
Cari quegli occhi intenti e menzogneri,
Mamma indarno a mentir sí ben v'apprese;
Occhi, mi sorrideste in atto ieri
Troppo, troppo cortese!
Io però tiro avanti; e piú coraggioPiglio da ciò, che il piede ella rallenta,Ch'ella alfin sosta, che quel mio linguaggioLa fa piú sempre attenta.
Io però tiro avanti; e piú coraggio
Piglio da ciò, che il piede ella rallenta,
Ch'ella alfin sosta, che quel mio linguaggio
La fa piú sempre attenta.
E davvero facondo allor mi faccio;Tutto le dico il dolce sentimentoCh'ella m'ispira, tutto, non le taccioNulla di quel che sento.
E davvero facondo allor mi faccio;
Tutto le dico il dolce sentimento
Ch'ella m'ispira, tutto, non le taccio
Nulla di quel che sento.
Ella stupisce e credermi non vuole;Con interrotte voci esce talora;Chinando il capo, delle mie paroleIl nettare assapora.
Ella stupisce e credermi non vuole;
Con interrotte voci esce talora;
Chinando il capo, delle mie parole
Il nettare assapora.
E il nastro del grembiule in man si prende,Giocando se lo attorce al roseo dito,Mentre il suo cor dalle mie labbra pendeTrepidante e smarrito.
E il nastro del grembiule in man si prende,
Giocando se lo attorce al roseo dito,
Mentre il suo cor dalle mie labbra pende
Trepidante e smarrito.
Rileggendo questi versi, mi sento attorno come il triste profumo d'un mazzetto di rose appassite in un cassetto di legno. Sono forse lememorie che quest'alito di poesia veramente giovenile la risentire nel cuore? Per non dare un tuffo nel sentimento, mi rifugio nella lingua; rifugio e scampo antico a noi italiani dal pericolo di pensar vero e di parlar sinceri.Ora dolce e raccolta, indovino che cosa vuol dire, ma non giurerei che quelle parole lo dicessero chiaro e netto.Fare intoppo in uno, temo sia una frase a rimembranza sbagliata:dar d'intoppoè di qualche classico, della lingua parlata èintoppare.Un'ora innante,indarno,poscia,ella sosta, se oramai non sono locuzioni accademiche, certo in quello stile non vanno; e ilpié veloceè troppo eroico per una ragazzina. Di sí fatte mende nella dizione del Betteloni ce n'è. Ma del resto la lingua sua poetica di quanto è superiore per proprietà, e anche per certa ricchezza, a quel gergo d'idioti cenciosi ed ebri che erutta spropositi nei cento mila versi, piaghe settimanali di questa dolcissimaterra de' fiori e de' carmi. E la ragione è chela lingua il Betteloni l'ha studiata anche nei classici e sui classici s'è anche educato un tantino lo stile. Tant'è: la tradizione letteraria, in una poesia che comincia con Dante, non si deve, né si potrebbe, anche volendo, interrompere: siate rivoluzionari quanto volete, avrete, per quello che è verità e audacia d'espressione, da imparar sempre qualche cosa da Dante, per esempio, e dal Pulci, dinanzi alla cui luce le vostre frasi faranno l'effetto di lumi a mano a mezzogiorno. Vero è che bisogna distinguere fra classici e classici. Il Betteloni professa di avere appreso nel Poliziano e nell'Ariostoil lesto far disimpacciato e schietto, e il Poliziano e l'Ariosto erano designati dallo Zendrini fra gli antesignani della sua idea di stile in poesia. La scelta non poteva esser migliore. Infatti l'impasto di lingua che ci vuole per la poesia del vero, l'Italia l'ebbe piú specialmente, salvo sempre le grandi eccezioni del trecento, in quel tratto di tempo che va daMasaccio alla morte del Vinci, quando la giovine arte del rinascimento s'informò tutta, o quasi tutta, al vero umano: l'ebbe non pur nel Poliziano e nell'Ariosto, ma nel Pulci nel Medici ne' minori autori di farse di ballate di rime popolari, ed è, con pochissime differenze e non in peggio, quella stessa lingua un cui rivoletto si credè scoprire con fastidioso spirito accademico nei soli rispetti cosí detti del popolo toscano.
Altro e miglior esempio del valore lirico del Betteloni è la canzone della crestaia e del sole, dove la fusione del reale col fantastico, del sentimento umano e del panteistico senso della natura, del linguaggio che discorre e della favella che canta, della frase che colorisce e della strofe che vola, è riuscita in piccole proporzioni a meraviglia.
La giovinetta pressoDell'alta invetrïataSiede cucendo, spessoLa maestra la guata,E in soggezion la tiene;Che se non fosse questo,Il lavoro molestoNon andrebbe assai bene.Or primavera invadePenetra tutte cose;Passa dall'ampie stradeNelle dimore ascose;Anco nell'officinaDella fanciulla miaIl Sol trova la viaTraverso la vetrina.Balza a lei sul lavoroVispo e disturbatoreE con le dita d'oroPicchia al suo giovin core;Poscia lusinghe arcaneComincia a bisbigliare:Voglia di lavorareGià piú a lei non rimane.«Io sono il Sol di maggio,Che a venire t'invitoA farmi, o bella, omaggioNel mio regno fiorito:All'aperto io soggiornoSopra il colle vitato,Sull'ondeggiante pratoD'erbe novelle adorno.Vo per gli orti a diletto;Sulle aiuole mi sdraio;Serba a me l'augellettoIl trillo suo piú gaio...Non hai hai, bimba, un amante,Che un giorno a me ti meni,Ne' regni miei sereni,Fra delizie cotante?»— «Deh, mio leggiadro Sole,Volentieri io verrei,Ma la mamma non vôle;L'amante ce l'avrei,Ma il cuore me ne geme,Star mi tocca a sedere,Delle giornate intere,A metter cenci insieme.Dalle porte soventeEsco, è vero, di festa;Ma c'è allor troppa genteChe i piú bei fior calpesta;E un augellin non s'ode,E non poss'io provareA correre, a saltare,Come il desío mi rode.Ho voglia tutto un giorno,Sia nel prato o sul colle,Di scorrazzare intorno;E poi nell'erba molleD'avvoltolarmi alfine;Far di belle cantate,Far di belle risate,Che non abbian piú fine.E vorrei coglier fiori,E farfalle inseguire,E dell'acque i romoriStare un poco a sentire;Mangiar frutta e non manzo,Di rosse fraghe un cesto,E che ciliege il restoFosse del nostro pranzo.Tanto io n'avrei desioChe piú non trovo loco:Vorrei l'amante mioFarlo ammattire un poco;Dove andar non pensasseEd io tosto avvïarmi,E che i nidi a pigliarmiSui pini arrampicasse.» —
La giovinetta pressoDell'alta invetrïataSiede cucendo, spessoLa maestra la guata,E in soggezion la tiene;Che se non fosse questo,Il lavoro molestoNon andrebbe assai bene.
La giovinetta presso
Dell'alta invetrïata
Siede cucendo, spesso
La maestra la guata,
E in soggezion la tiene;
Che se non fosse questo,
Il lavoro molesto
Non andrebbe assai bene.
Or primavera invadePenetra tutte cose;Passa dall'ampie stradeNelle dimore ascose;Anco nell'officinaDella fanciulla miaIl Sol trova la viaTraverso la vetrina.
Or primavera invade
Penetra tutte cose;
Passa dall'ampie strade
Nelle dimore ascose;
Anco nell'officina
Della fanciulla mia
Il Sol trova la via
Traverso la vetrina.
Balza a lei sul lavoroVispo e disturbatoreE con le dita d'oroPicchia al suo giovin core;Poscia lusinghe arcaneComincia a bisbigliare:Voglia di lavorareGià piú a lei non rimane.
Balza a lei sul lavoro
Vispo e disturbatore
E con le dita d'oro
Picchia al suo giovin core;
Poscia lusinghe arcane
Comincia a bisbigliare:
Voglia di lavorare
Già piú a lei non rimane.
«Io sono il Sol di maggio,Che a venire t'invitoA farmi, o bella, omaggioNel mio regno fiorito:All'aperto io soggiornoSopra il colle vitato,Sull'ondeggiante pratoD'erbe novelle adorno.
«Io sono il Sol di maggio,
Che a venire t'invito
A farmi, o bella, omaggio
Nel mio regno fiorito:
All'aperto io soggiorno
Sopra il colle vitato,
Sull'ondeggiante prato
D'erbe novelle adorno.
Vo per gli orti a diletto;Sulle aiuole mi sdraio;Serba a me l'augellettoIl trillo suo piú gaio...Non hai hai, bimba, un amante,Che un giorno a me ti meni,Ne' regni miei sereni,Fra delizie cotante?»
Vo per gli orti a diletto;
Sulle aiuole mi sdraio;
Serba a me l'augelletto
Il trillo suo piú gaio...
Non hai hai, bimba, un amante,
Che un giorno a me ti meni,
Ne' regni miei sereni,
Fra delizie cotante?»
— «Deh, mio leggiadro Sole,Volentieri io verrei,Ma la mamma non vôle;L'amante ce l'avrei,Ma il cuore me ne geme,Star mi tocca a sedere,Delle giornate intere,A metter cenci insieme.
— «Deh, mio leggiadro Sole,
Volentieri io verrei,
Ma la mamma non vôle;
L'amante ce l'avrei,
Ma il cuore me ne geme,
Star mi tocca a sedere,
Delle giornate intere,
A metter cenci insieme.
Dalle porte soventeEsco, è vero, di festa;Ma c'è allor troppa genteChe i piú bei fior calpesta;E un augellin non s'ode,E non poss'io provareA correre, a saltare,Come il desío mi rode.
Dalle porte sovente
Esco, è vero, di festa;
Ma c'è allor troppa gente
Che i piú bei fior calpesta;
E un augellin non s'ode,
E non poss'io provare
A correre, a saltare,
Come il desío mi rode.
Ho voglia tutto un giorno,Sia nel prato o sul colle,Di scorrazzare intorno;E poi nell'erba molleD'avvoltolarmi alfine;Far di belle cantate,Far di belle risate,Che non abbian piú fine.
Ho voglia tutto un giorno,
Sia nel prato o sul colle,
Di scorrazzare intorno;
E poi nell'erba molle
D'avvoltolarmi alfine;
Far di belle cantate,
Far di belle risate,
Che non abbian piú fine.
E vorrei coglier fiori,E farfalle inseguire,E dell'acque i romoriStare un poco a sentire;Mangiar frutta e non manzo,Di rosse fraghe un cesto,E che ciliege il restoFosse del nostro pranzo.
E vorrei coglier fiori,
E farfalle inseguire,
E dell'acque i romori
Stare un poco a sentire;
Mangiar frutta e non manzo,
Di rosse fraghe un cesto,
E che ciliege il resto
Fosse del nostro pranzo.
Tanto io n'avrei desioChe piú non trovo loco:Vorrei l'amante mioFarlo ammattire un poco;Dove andar non pensasseEd io tosto avvïarmi,E che i nidi a pigliarmiSui pini arrampicasse.» —
Tanto io n'avrei desio
Che piú non trovo loco:
Vorrei l'amante mio
Farlo ammattire un poco;
Dove andar non pensasse
Ed io tosto avvïarmi,
E che i nidi a pigliarmi
Sui pini arrampicasse.» —
E dire che l'Aleardi, il quale pure era stato banditore ardente alle prime poesie dello Zendrini, l'Aleardi si scandalizzò di questa roba e piangeva sul figliuol prodigo. Se non che il poeta della crestaina avea fatto, a dir vero, di peggio:
O bella, un dí t'ho vistaEntrar dal tabaccaio,E anch'io facendo vistaChe m'occorresse un paioDi sigari v'entrai;Là per la prima volta ti parlai.
O bella, un dí t'ho vistaEntrar dal tabaccaio,E anch'io facendo vistaChe m'occorresse un paioDi sigari v'entrai;Là per la prima volta ti parlai.
O bella, un dí t'ho vista
Entrar dal tabaccaio,
E anch'io facendo vista
Che m'occorresse un paio
Di sigari v'entrai;
Là per la prima volta ti parlai.
A questo punto non vi sto a dire che i Romei parrucchieri gli negarono a dirittura il saluto. E le Giuliette, quando s'avvennero a leggere,
Si stava assai beninoUn tempo allaRegina,Buona cucina,Ottimo vino...T'avrei del fritto sceltiI piú dolci pezzetti,E per te i pettiAl pollo svelti...
Si stava assai beninoUn tempo allaRegina,Buona cucina,Ottimo vino...T'avrei del fritto sceltiI piú dolci pezzetti,E per te i pettiAl pollo svelti...
Si stava assai benino
Un tempo allaRegina,
Buona cucina,
Ottimo vino...
T'avrei del fritto scelti
I piú dolci pezzetti,
E per te i petti
Al pollo svelti...
buttarono il libro e ricorsero all'acqua di Colonia. Sfido io, poverette! erano avvezze a una goccia di rugiada entro una foglia di rosa per tutto pasto.
Io non dico, del resto, che coteste sieno le cose piú belle del canzoniere del Betteloni, e non nego che in quel canzoniere ci siano delle lungaggini prosaiche e certe interpolazioni non d'ottimo gusto, e qualche bizzarria a freddo, e un po' d'esagerazione sistematica, che, sia pur del naturale, offende l'arte. Ma a chi si dolesse di tali difetti il Betteloni può, per rifargli la bocca, offrire sonetti come questi:
Quassú nel lago nostro un'alga cresceChe quanto ha lungo il gambo è in acqua immersa;Solo con poche foglie in alto ell'esce;Ma, se a luglio su questo il ciel non versaStilla di pioggia, in guisa tal le incresce,Che a dissetarla tanta e cosí tersaOnda che intorno ell'ha piú non riesce,E langue e inaridisce e va sommersa.Io sono in abbondanza d'ogni bene,Ma sul mio cor stilla dal ciel non scende;Ahi l'amor tuo, leggiadra, a me non viene!Quindi langue lo spirto e mal contendeAl gorgo che lo affonda in basse arene...E il fango immenso sovra me si stende.
Quassú nel lago nostro un'alga cresceChe quanto ha lungo il gambo è in acqua immersa;Solo con poche foglie in alto ell'esce;Ma, se a luglio su questo il ciel non versa
Quassú nel lago nostro un'alga cresce
Che quanto ha lungo il gambo è in acqua immersa;
Solo con poche foglie in alto ell'esce;
Ma, se a luglio su questo il ciel non versa
Stilla di pioggia, in guisa tal le incresce,Che a dissetarla tanta e cosí tersaOnda che intorno ell'ha piú non riesce,E langue e inaridisce e va sommersa.
Stilla di pioggia, in guisa tal le incresce,
Che a dissetarla tanta e cosí tersa
Onda che intorno ell'ha piú non riesce,
E langue e inaridisce e va sommersa.
Io sono in abbondanza d'ogni bene,Ma sul mio cor stilla dal ciel non scende;Ahi l'amor tuo, leggiadra, a me non viene!
Io sono in abbondanza d'ogni bene,
Ma sul mio cor stilla dal ciel non scende;
Ahi l'amor tuo, leggiadra, a me non viene!
Quindi langue lo spirto e mal contendeAl gorgo che lo affonda in basse arene...E il fango immenso sovra me si stende.
Quindi langue lo spirto e mal contende
Al gorgo che lo affonda in basse arene...
E il fango immenso sovra me si stende.