II.
Se Elena Vezzosi fosse stata un’antica romana, avrebbe notato quel giorno tra i nefasti. Ma era una gentildonna moderna, e si restrinse a dolersi d’aver fatto troppo per quel signorino, che, messo al punto di parlar bene, aveva parlato così male, o almeno così diversamente da ciò che ella era in diritto d’aspettarsi.
Fors’anche a voi, lettrici cortesi, parrà che la signora Elena si fosse buttata, come suol dirsi, un po’ via. Ma di certo non pensereste in tal guisa, se sapeste appuntino in che termini fosse la relazione di quei due personaggi. Perchè io non v’ho detto nulla, accennandovi brevemente che si conoscevano da oltre un anno e che si vedevano molto spesso. Bisognerebbe tessere la storia di quell’anno, anzi farne a dirittura il diario, e notarvi ad una ad una tutte le delicatezze, le graziette e sarei quasi per dire le moinerie di quellaamicizia, apparentemente mantenuta da una specie di commercio librario. La signora Vezzosi aveva, secondo me, il grave torto di credere che un uomo non possa provare per una donna quel sentimento pacato e fine, che Lord Byron chiamò giustamente un amore senz’ali. Ella conosceva poco gli uomini, anche vedendosene molti d’attorno; o forse il conoscerne troppi e il vederli quasi tutti uguali per lei, le aveva tolto di riconoscere le eccezioni. Perchè era bellissima e perchè glielo dicevano a gara, la signora Elena era giunta facilmente, quasi fatalmente, a non ammettere che un uomo potesse resistere all’incantesimo delle sue grazie, e ci avesse l’originalità non artificiale di star saldo sulla galanteria cavalleresca, rinunziando all’amore; infine, non sospettava nemmeno che vivessero uomini, i quali, stanchi dei falsi amici e sazii di amori violenti, si riducessero a cogliere presso una leggiadra e colta signora i fiori innocenti di una quieta amicizia. Venendo al caso concreto, e notando quella corte assidua che le faceva Aldo De Rossi, corte riguardosa nella forma, ma tutta impastata di dolcezze, la signora Elena aveva creduto che quel giovinotto fosse invaghito fieramente di lei, ma che appartenesse alla categoria degli innamorati che non parlano. C’è tanta noia cogli innamorati che parlano, specie quando parlano troppo presto, come generalmente avviene! Perciò la signora Elena aveva gradita quella corte muta, l’aveva assaporata per un anno, se n’eraimpietosita; e, senza promettere nulla a sè stessa, quasi senza pensarci su, era venuta al punto di aiutarlo a parlare, di aprirgli la bocca, come il papa usa coi nuovi cardinali.
In quella vece, come sapete oramai, Aldo De Rossi era tutt’altro, e la sua bocca doveva aprirsi per dire alla signora Vezzosi ciò ch’ella non avrebbe amato d’intendere. Tipo curioso d’ingannatore senza volerlo! Pieno di delicatezza verso le dame, ne sentiva l’influsso benefico, ed anche quando il suo cuore taceva, la sua immaginazione si riscaldava per la più bella metà del genere umano. Figuratevi dunque se non dovesse cercarla, essendo innamorato! In tutte le donne egli vedeva quell’una che sapete già, quantunque non la conosciate ancora; e stando vicino alla signora Elena Vezzosi, tanto gentile e buona, gli pareva di sentire come un profumo di quell’altra, più rigorosa e più fredda, che lo aveva conquistato. E non vi sembri inverosimile il fatto. Generalmente, non si esce della compagnia di una orgogliosa bellezza, che per andare a far pazzie, a dar del capo nei muri per tutte le vie più deserte della città, o ad affogare il rammarico in una cena chiassosa. È questa la moda, e lo Sciampagna ed il ponce sono indicati da tutti i maestri del dolore elegante come ottimi condimenti ad una passione infelice. Aldo De Rossi, per seguire l’andazzo, aveva fatto anche questo; ma la sua indole si era presto ribellata a quel generedi cura, e il nostro giovinotto aveva finito a ritornarsene tra le dame, per far la cura omeopatica delsimilia similibus. Povera signora Vezzosi! A lei doveva toccare di portarne la pena.
Dopo il colloquio che v’ho narrato, la bella signora Elena non ebbe più pace. Non già che si disperasse. Oibò! Ad una donna come lei non potevano mancare le consolazioni, e del resto il suo amor proprio era salvo. Ma restava una curiosità da soddisfare, e questo sentimento andava innanzi a tutti gli altri. Occorrendo, si sarebbe doluta poi di ciò che le era toccato con Aldo De Rossi; per intanto le premeva di sapere il nome della beltà preferita.
— Chi sarà questa Dea? questo portento di bellezza, che Fidia ha sognato e che non ha saputo scolpire nel marmo? —
Fatta e ripetuta dentro di sè questa domanda, non senza giulebbarla di tutte le ironie, di tutti i sarcasmi che le erano suggeriti dal suo demone familiare, la signora Elena Vezzosi passò diligentemente in rassegna tutte le dame di sua conoscenza. Certo, fra queste doveva essere la donna amata con tanto calore dal signor Aldo De Rossi, poichè egli frequentava la medesima società in cui ella viveva, e in cui fino a quel giorno aveva creduto di regnare. Ma nessuna di quelle dame rispondeva al tipo, di cui, a parer suo, avrebbe dovuto innamorarsi il De Rossi. La signora Graziani, per esempio? Quanto agli occhi, non c’eramale; anzi potevano passare per belli; ma, Dio buono, per invaghirsi della signora Graziani, sarebbe bisognato proprio avere una predilezione spiccata per le acciughe. La marchesa Altobelli? Peggio che mai; aveva i capegli rossigni, e il signor Aldo, mentendo al suo proprio casato, non amava che le brune. La signora Milani, forse? Ma era troppo in carne, quella là, e con le sue trentatrè primavere incominciava a dare nel floscio. La contessa Albaresi? Dei immortali, una sciocca, e non metteva conto parlarne. La Vernetti? Una secca allampanata, che faceva pena a guardarla. O forse la Salieri? Belloccia, in verità, ma d’un colore, anime sante del purgatorio, d’un colore così vivo, che si era sempre sul punto di consigliarle un salasso. E forse avrebbe fatto bene, ad alleggerirsi un poco, di tanto in tanto. Aveva anche il collo così corto! La Rivanera, poi! Ma era troppo piccola, e poteva contare al più al più su d’un madrigale del Guadagnoli. Carina, la testa; ma il corpo, il corpo!... Niente più lungo d’un raperonzolo.
Notate, lettrici garbate, la signora Elena ragionava in buona fede e passava proprio in rassegna tutte le bellezze più famose della città. Non era poi colpa sua, se le accomodava tutte in salsa piccante. Dov’è la donna che, mettendosi a giudicare, non abbia trovato il neo nella bellezza di un’altra? Io dunque prego le signore Salieri, Vernetti, Albaresi, Milani, Altobelli, Graziani e viadiscorrendo, a non andare in collera per simili inezie. A buon conto, possono ricattarsene, pettinando a loro volta la signora Vezzosi. Non possono dire, per esempio, che ella somigliava ad una serpe? Il collo lungo e flessuoso lo aveva; la testa piccina e la fronte depressa, egualmente; il paragone veniva dunque da sè. I poeti, a dir vero, la paragonavano ad un cigno; ma i poeti, si sa, non dicono che bugie.
Torniamo alle indagini della signora Vezzosi. Secondo lei, nessuna tra le più celebrate bellezze di sua conoscenza poteva esser quella che aveva colpita la fantasia e piagato il cuore di Aldo De Rossi. Ella non sapeva, o non voleva sapere, che gli uomini guardano le donne con occhi ben diversi da quelli con cui le signore donne si guardano tra loro, e che essi non sogliono badare a certe piccolezze di cui i giudici femminini fanno invece un gran caso. Inoltre, ella non sapeva, o non voleva sapere, che un diploma di bella non basta a comandar l’affetto, e che, per invaghirsi della tale, o della tal altra, un uomo non ha mestieri di sentirla celebrare sui tetti. Vi sono anzi certuni, i quali si ristuccano di queste bellezze tanto strombazzate e non le guardano neanche, parendo loro che debbano essere palloni gonfiati e sempre lì lì per iscoppiare. L’uomo, veramente, è pronto ad accendersi, come un fiammifero ad ogni strofinatura, e tanto più pronto quanto più è raffinato. Ma, comunque egli sia, credete pure,lettrici garbate, che egli s’innamora sempre di qualche cosa che le donne non avvertono neanche; d’una cosa da nulla, come a dire d’un atto, d’un gesto, d’una parola. Io ne conosco uno, il quale s’invaghì d’una donna, a cui non aveva pensato mai, solo perchè ella gli disse un giorno: — Signor Zeta, vi siete divertito iersera dagli Ipsilon? — La voce era soave, non lo nego; ma non l’aveva egli sentita impunemente altre volte? Quanto alla frase, converrete con me che non aveva nulla di singolare. A che cosa dobbiamo noi dunque attribuire l’innamoramento del mio amico Zeta? Forse al momento, al terribile quarto d’ora, in cui cadono gli uomini, le donne e gli imperi.
Per fare il paio con questa brevissima istoria dell’amico Zeta, vi dirò che una signora s’innamorò d’un uomo, a lei niente più simpatico d’un altro, perchè egli, sedendo un giorno a tavola daccanto a lei, si prese l’incomodo di mescerle il vino nel bicchiere, quantunque ci fosse dietro la sedia il servitore gallonato, a cui, trattandosi di un pranzo magno, era serbato quel nobile ufficio. Il vicino di tavola ebbe, agli occhi della signora, il merito grande di non aver badato alle convenienze, ma solamente al piacere di servirla. E quando, passato il famoso quarto d’ora in cui cadono gl’imperi, gli uomini e le donne, si sentì confessare in che modo l’amore fosse entrato nel cuore della dama, il buon cavaliere pensò.... pensò,se permettete, che la felicità umana pende da un filo, e che forse un’altra dama, a cui egli avesse fatta più ardentemente la corte, trovandosi a giudicare del suo atto, avrebbe detto in cuor suo: — Ma quest’uomo non ha proprio uso di mondo!
La signora Elena, intanto, cercava e non trovava. Evidentemente, non era sulla buona via. Per sapere di qual donna sia innamorato un uomo, non ce ne sono che due. Anzi tutto, osservarlo attentamente in tutte le occupazioni della sua giornata. Ma questa è una via lunga, e ci sono degli uomini così astuti, che, a tenergli dietro, ci si rimettono le spese. Oppure, c’è lo spediente di domandarne a lui. È la via più diritta, ed anche la più sicura, quando l’uomo ha voglia di rispondere in tono.
Ora, come sapete, la signora Elena gentilissima gliene aveva domandato, ma senza andare troppo a fondo, per la prima volta; ed egli le aveva risposto con molta sincerità, ma anche con molto riserbo per ciò che risguarda la persona, lasciandole capire che su quel particolare non si sarebbe aperto di più. Restava di osservarlo. Ma come? La signora Vezzosi non aveva occasione di vedere il De Rossi vicino ad altre donne, fuorchè a balli e teatri: ma la stagione invernale era passata da oltre due mesi e una nuova occasione bisognava aspettarla altri sei.
Quantunque, se pure ci fossero state le occasioni, non era mica facile indovinare il segretodel signor Aldo alle prime. Non aveva egli confessato candidamente che si trattava di un amore infelice? Un amore di questa fatta è quasi sempre un amore a distanza, nutrito di occhiate più o meno timide, che non è dato di cogliere a volo, con la certezza di colpire nel segno.
Ed era un peccato che la signora Vezzosi non sapesse quel nome di donna, che esercitava tanto la sua curiosità; era proprio un peccato, perchè ella aveva promesso di aiutare il suo gentil provveditore. Lei? Sicuramente lei; sebbene dopo il colloquio che vi ho riferito, una lagrima di dispetto le avesse fatto pizzicare le palpebre.
Aldo De Rossi non era quel bellissimo giovane sul cui taglio si fabbricano, da Lancillotto del Lago in qua, tutti gli eroi da romanzo. Era un giovane serio, pallido, con una gran fronte bianca, la cui severità appariva temperata da due ciocche di capegli, voltate in giù ed appiastricciate a furia di cosmetico secondo l’ultima moda; gli occhi grandi e pensosi, i baffi neri, le labbra tumide e abitualmente contratte; suppergiù un misto di pensatore e di damerino, che non mancava di attrattive e che certamente era fatto per destare una mezza curiosità. A quell’aspetto rispondeva un carattere chiuso, non altiero, ma inaccessibile. Pari a certe fortificazioni moderne, a cui bisogna giunger sotto, per avvedersi della difficoltà somma d’entrarci, Aldo De Rossi non aveva l’aria di tenere indietro la gente, e sapeva anche stare allechiacchiere, ma senza che ai suoi interlocutori venisse fatto di leggergli nel cuore, più di quello che al giovinotto mettesse conto di lasciar leggere altrui.
A farvela breve, egli apparteneva alla categoria dei tenebrosi; specie di sètta sociale, che non ha simboli, nè riti particolari, ma che pure è facile di distinguere. Sono uomini uguali a tutti gli altri nelle esteriorità del vivere; ma ci hanno questo di singolare, che non è mai dato di coglierli alla sprovveduta. Vi parlano e si lasciano parlare d’ogni cosa, ma non c’è verso di intravedere un barlume di ciò che pensano o fanno, poichè essi sono capaci di passare rasente al segreto della loro vita, senza batter le palpebre, o dare un altro segno di turbamento. In casa loro si penetra a stento, ed essi ci vanno sempre da soli, per non aver aria di novità quando hanno mestieri di cansare gl’importuni. Li vedete da per tutto, ma generalmente, dopo una breve apparizione, scappano via. Dove? Non chiedete di accompagnarli, perchè sarebbero capaci di accettare, per condurvi nel più noioso dei ritrovi, e farvi assistere magari ad una discussione di politica. La politica è l’unico argomento su cui non siano circospetti. Da troppo tempo è cessato il pericolo di manifestare le proprie opinioni sulla miglior forma di governo, e, non dubitate, su questo particolare i tenebrosi vi aprono intieramente l’animo loro. Essi, poi, non amano troppole persone della loro medesima età; prediligono i vecchi, che non sono noiosi, o lo sono altrimenti, e che non cercano mai di ficcare il naso nelle faccende del prossimo. Con le donne sono molto cortesi; vecchie e giovani, belle e brutte, sono trattate da essi con una forma di galanteria quasi solenne, che merita loro il titolo di cavalieri compiti. Del resto, i loro più spiccati esemplari hanno per massima: «servirle tutte, non amarne che una.» Il servirle, s’intende, sta qui per ossequiarle; chè in verità i tenebrosi servono poco, e, passata l’ora dei soliti complimenti, se ne vanno pei fatti loro, si pèrdono nel buio delle proprie abitudini.
Chi ha dato origine a questa efflorescenza, che parrà morbosa ai miei candidi lettori? La società, con le sue indagini curiose e con le sue ciarle assassine. I tenebrosi sono circospetti per ragione di difesa ed anche un tantino per disprezzo della moltitudine. Non già che siano certi di sottrarsi in tal modo alla curiosità, o alla maldicenza del prossimo; ma almeno sanno di non averci dato appiglio con nessuna indiscrezione. Sono giovani vecchi, ed esercitano per questa ragione un fascino bizzarro sulle donne. Anche meno favoriti dalla natura, sono amati più di tanti Adoni, che battono i marciapiedi delle strade, e si sospettano di loro assai più trionfi che non ne abbiano veramente ottenuti. Perchè, bisogna dir tutto, ci sono anche i falsi tenebrosi; certi sciocchi scaltriti, iquali con un finto riserbo giungono a far credere un visibilio di cose. Non parlano mai, ma si diportano in guisa da lasciar dubitare. E questo, pei falsi tenebrosi, è il gran punto.
Aldo non apparteneva alla categoria dei falsi, lo avete capito. Perciò il suo segreto era sfuggito anche all’attenzione della signora Vezzosi, che potè ingannarsi fino al segno di credersi lei la prescelta. Se non parlava lui, con quella schiettezza che sapete, di certo la signora Elena non avrebbe saputo mai che nel cuore del giovinotto covasse un incendio di quella fatta.
Dice un proverbio francese:ce que femme veut Dieu le veut. Il proverbio è galante; ma è poi giusto del pari? Anche non essendo francese, io credo di sì. La donna è stata l’ultima opera del Signore; e aggiungerei, se mi fosse permesso di far confronti, la più accurata. Ora, voi lo sapete tutti per quotidiana esperienza, ogni babbo ha sempre una certa predilezione per l’ultimo nato. Aspettiamo dunque che Domineddio si degni di appagare la curiositi della signora Vezzosi, operando per lei uno de’ suoi miracoli abituali, poichè ella non ha potuto giovarsi dei due spedienti che ho detti più sopra.
Due giorni dopo il dialogo col signor Aldo De Rossi, era un mercoledì, giorno di visite per la signora Vezzosi. Giorno ufficiale, solenne, e tutto ciò che vorrete, poichè era destinato a ricevere ogni sorta di visitatori, anche i noiosi; anzi piùspecialmente questi, dell’uno e dell’altro sesso. Nei rimanenti sei giorni della settimana la signora Elena riceveva egualmente, ma senza obbligo di trovarsi in casa, se i suoi intimi capitavano senza darne l’annunzio. Generalmente era lei che invitava, dicendo al tale o al tal altro: — venite domani; avrò l’emicrania. — Il che significava che non sarebbe escita di casa e che si poteva esser sicuri di trovarla. Per contro, nel giorno ufficiale, nel giorno solenne, destinato al maggior numero, andavano a salutarla le amiche, i cavalieri che si contentavano di non esser soli e quelli che amavano di trovar compagnia; cioè a dire tutti quegli Alcibiadi ritinti e rimessi a nuovo, che, non avendo più la fortuna dei giorni riservati, godono il benefizio dei giorni solenni, dei giorni di parlatorio, col diritto annesso di veder sfilare tre o quattro visitatrici, senza levarsi dalla poltrona, o dalpuff, di cui si sono impadroniti.
Poveri Alcibiadi rimessi a nuovo! Come sono felici di poter dire la sera alClub: — Sono stato oggi dalla Bice; c’era la Ninì; poi venne la Fanny, poi la Violante, poi la Dumont Cadigan. Si è stati allegri. Un vero fuoco d’artifizio! Quella Dumont Cadigan è veramente una cara donnina. —
La signora che si chiama così, per il suo casato e non per il suo nome di battesimo, è una forastiera di alti natali, o creduti tali. Fa bene all’anima di conoscerla, e ai polmoni di pronunziarneil nome, con quello strascico di pronunzia che è la regola dei ben parlanti del Jockey-Club. In questa guisa i miei Alcibiadi rimessi a nuovo hanno la fortuna di conoscere l’Europa, senza muoversi dalla loro poltrona. Poi vanno in giro, come i devoti dellaVia Crucis, a raccontare al giovedì della Clarice, al venerdì della Cleonice, al sabato della Berenice, quello che hanno udito dalla Alice in martedì, dalla Euridice in lunedì, e da ogni generazione di sfaccendati in domenica.
Alcibiadi, Alcibiadi! Voi passate gloriosamente sulla scena del mondo, senza aver neanche mestieri di tagliare la coda al vostro cane. È vero, per contro, che nessun Plutarco e nessun Cornelio Nepote scriverà la vostra vita. Consolatevi, per altro; sarà questo l’unico modo perchè nessuno ve l’abbia a leggere dietro le spalle.
Quel mercoledì che v’ho detto, di Alcibiadi rimessi a nuovo ce n’erano due, nel salotto della signora Vezzosi. E si alternavano frattanto le visitatrici eleganti, baronesse, contesse, marchese, banchieresse, cavalieresse, e via discorrendo; tutte dame che stavano bene insieme, poichè si trovavano nella condizione sociale richiesta dal codice della buona compagnia. Poichè non è più vero oggi, come una volta, che le signore donne stiano in sussiego secondo i gradi dei rispettivi mariti e secondo i quarti della loro nobiltà. Il mondo moderno poggia tutto oramai sul parere. Ora, per parere, bisogna aver quattrini, o poterne spendere.Vi sembrerà tutt’uno, e non è, vi assicuro, non è. Se fosse questo il luogo vi farei notare la distinzione tra le due cose; mi basti invece di osservare che tutte le varietà sociali concorrono, quando possono brillare di luce propria o riflessa, allo splendore d’un ballo, d’una conversazione, d’un ricevimento, e chi più n’ha ne metta. Cionondimeno, quando la dama può metter fuori uno scampoletto di corona...C’est très-bien porté, come dicono i francesi, che ho citati poc’anzi. Laonde, se non passa sulla faccia della terra un altro Novantatrè, ho paura, lettori umanissimi.... Ma perchè desiderarlo, e per così piccola cosa? I miei francesi sullodati osserverebbero qui chele jeu ne vaut pas la chandelle.
Dunque, dicevamo, erano annunziati nel salotto della signora Elena molti titoli e nomi pomposi, ma erano poche le belle. La signora Vezzosi poteva consolarsi di non essere che commendatrice. So bene che questo titolo non è ammesso ancora dal vocabolario; ma, non temete, lo sarà. Al giorno d’oggi, le mogli dei ministri non fanno scrivere a lettere da speziali sulle valigie, sui bauli, sulle cappelliere, e su tutte l’altre carabattole di viaggio, «S. E. la signora ecc., ecc.»? Siamo in tempi di largo progresso; l’Edison manda fuori un’invenzione al giorno; il Tanner insegna con l’esempio a vivere di fumo; dunque avanti, e diciamo pure la commendatrice Vezzosi. Perchè neghereste ad un collo così leggiadro uno stracciodi collare? Per me, gli voterei anche quello dell’Annunziata, a patto che il più fedele tra i miei lettori (siete voi, non dubitate) fosse incaricato dell’annunzio, e della relativa collazione. Dico bene?