Dopo questo, mi pare di poter partire per Amsterdam, dove mi spinge una curiosità irresistibile; e già metto il piede sul montatoio del treno, e adocchio un bel posto vicino allo sportello del vagone; quando mi sento afferrare per la falda, mi volto e vedo lo spettro d’un mio cortese critico d’Italia, il quale mi dice in tuono di rimprovero: “Ma, e i commerci, e le industrie, e gli stabilimenti di Haarlem, dove li ha lasciati?”—“Ah! è vero” rispondo io; “lei è uno di quelli che vogliono descrizione, guida, dizionario, trattato, indicatore, quadro statistico, tutto in un libro? Ebbene, la voglio contentare. Sappia dunque che in Haarlem c’è un ricchissimo museo d’istrumenti fisici, chimici, ottici, idraulici, lasciato alla città da un Pietro Teyler van der Halst, con una somma da destinarsi ogni anno a concorsi scientifici;—che c’è una fonderia celebre di caratteri greci ed ebraici;—che ci sono parecchie belle fabbriche di cotone fondate sotto il patronato di re Guglielmo II;—che ci sono dei lavatoi di biancheria famosi in tutta l’Olanda.” In questo momento si sentì il fischio della partenza: “Un momento!” mi gridò il critico cercando di trattenermi allo sportello, “che dimensioni hanno le macchine elettriche del museo Teyler? Quanto producono anno per anno le fabbriche di cotone? Che sapone s’adopera neilavatoi?....”—“Eh! mi lasci un po’ in pace!” gli risposi, chiudendo lo sportello mentre il treno era già in movimento; non lo sa il proverbio che non si può cantare e portar la croce?
Ed ora a te, Amsterdam dalle novanta isole, Venezia del nord, regina del Zuiderzee!
A due viaggiatori, uno poeta e uno ingegnere, che andassero insieme, per la prima volta, da Haarlem ad Amsterdam, seguirebbe un caso che credo non accada sovente: l’ingegnere si sentirebbe un po’ poeta, e il poeta desidererebbe di trovarsi nei panni dell’ingegnere. Tale è questo strano paese, nel quale lo scrittore, per colpire l’immaginazione e destar l’entusiasmo, non ha da far altro che noverare i chilometri, i metri cubi d’acqua e gli anni di lavoro; onde un poema sull’Olanda sarebbe una meschina cosa senza un’appendice piena di cifre, e una relazione completa d’un ingegnere non avrebbe bisogno che del verso e della rima per essere uno splendido poema.
Appena partito da Haarlem, il treno passa sur un bellissimo ponte di ferro di sei archi, che accavalcia la Spaarne; il qual ponte, immediatamente dopo il passaggio del treno, si apre, come per incanto, nel mezzo, e lascia il varco libero ai bastimenti. Due soli uomini, movendo una macchina a un segnale del cantoniere, staccano, in due minuti, due archi del ponte, e in un tempo uguale, all’avvicinarsi d’un altro treno, li ricongiungono. Poco dopo passato il ponte, si vedono luccicare all’orizzonte le acque dell’Y.
Qui si prova più vivo che mai un certo sentimento d’inquietudine che turba sovente chi viaggia per la prima volta in Olanda. La strada corre sopra una striscia di terra che separa il fondo dell’antico mare d’Haarlem dalle acque dell’Y; prolungamento, così chiamato per la sua forma, del golfo di Zuiderzee, il quale s’addentra nelle terre, fra Amsterdam e la Nord-Olanda, sino alle dune del Mare del Nord. Per costrurre questa strada ferrata, che venne aperta nel 1839, prima del prosciugamento del lago d’Haarlem, si dovette sovrapporre fascine a fascine, palafitte a palafitte, pietre a pietre, sabbia a sabbia; formare una sorta di istmo artificiale a traverso le paludi; comporre, in una parola, il terreno, sul quale la strada doveva passare; e fu un lavoro pieno di difficoltà e dispendiosissimo, che richiede tuttora cure e spese continue. Questa lingua di terra si va assottigliando fino ad Halfweg, che è la sola stazione compresa fra Haarlem ed Amsterdam. Qui le acque dell’Y e il fondo del lago prosciugato sono divisi da cateratte colossali, alle quali è affidata l’esistenza d’una buona parte dell’Olanda meridionale. Se queste cateratte si aprissero, la città d’Amsterdam, centinaia di villaggi, tutto l’antico lago, una distesa di terra di cinquanta chilometri sarebbe invasa e devastata dalle acque. Il prosciugamento del lago d’Haarlem ha scemato questo pericolo; ma non l’ha tolto; e però ad Halfweg è stabilita una direzione speciale della così detta amministrazione delle acque, che custodisce quelle termopili dell’Olanda, coll’occhio sul nemico e la mano sull’armi.
Passata la stazione di Halfweg, si vede a sinistra, di là dal golfo dell’Y, un movimento confuso come di migliaia d’alberi di bastimenti sbattuti dalla tempesta, che si tuffino e si rituffino nel mare; e sono le braccia di centinaia di mulini a vento mezzo nascosti dalle dighe, i quali si stendono lungo la riva della Nord-Olanda, nei dintorni della città di Zandam, in faccia ad Amsterdam. Poco dopo, apparisce Amsterdam. Al primo aspetto di questa città, anche dopo aver visto tutte le altre dell’Olanda, non si può trattenere un movimento di meraviglia. È una foresta di altissimi mulini a vento della forma di torrioni, di campanili, di fari, di piramidi, di coni tronchi, di case aeree, che agitano da tutte le parti le loro enormi braccia incrociate, e formano al disopra dei tetti e delle cupole un roteamento immenso come d’un nuvolo d’uccelli mostruosi che battan le ali sulla città. In mezzo a questi mulini, s’alzano innumerevoli torricciuole d’officine, alberi di bastimento, campanili di architettura fantastica, cime di edifizi bizzarri, pinacoli, punte, forme sconosciute; più lontano si vedono altre ali di mulino fitte e intricate, che paiono una vastissima rete sospesa nell’aria; tutta la città è nera; il cielo basso ed inquieto; è uno spettacolo grandioso, confuso e strano, visto il quale, si entra in Amsterdam con una vivissima curiosità.
Il primo effetto che produce questa città, appena si sono percorse alcune strade, è difficile ad esprimersi. Pare una città immensa e disordinata; Venezia ingigantita e imbruttita; una città olandese, sì, ma vista a traverso una lente che la faccia apparire tre volte più grande; la capitale d’un’Olanda immaginaria di cinquanta milioni d’abitanti; una metropoli antica, fondata da un popolo di giganti sul delta d’un fiume smisurato, per servir di porto a una flotta di diecimila navi; una città maestosa, severa, quasi lugubre, che desta un sentimento di stupore, sul quale s’ha bisogno di pensare.
La città, posta sulla riva dell’Y, è fabbricata sopra novanta isole, quasi tutte di forma rettangolare, congiunte fra loro da circa trecentocinquanta ponti. La sua figura è un perfetto semicircolo, percorso da tanti canali in forma d’archi concentrici a quello che chiude la città, e attraversati da altri canali convergenti al centro, come i fili d’una tela di ragno. Un largo corso d’acqua, chiamato l’Amstel (il quale forma colla paroladam, diga, il nome d’Amsterdam) divide la città in due parti quasiuguali, e si va a gettare nell’Y. Quasi tutte le case sono fabbricate su palafitte per il che suol dirsi che la città di Amsterdam, rovesciata, presenterebbe lo spettacolo d’una grande foresta senza fronde e senza rami; e quasi tutti i canali son fiancheggiati da due larghe strade e da due file di tigli.
Questa regolarità di forma per la quale la vista può spaziare da tutte le parti, dà alla città un aspetto ammirabilmente grandioso. Ad ogni voltata di strada, si vedono nella nuova direzione, tre, quattro, persino sei ponti levatoi, quale ritto, quale abbassato, quale in movimento, i quali presentano all’occhio una fuga di porte, e una confusione inestricabile di travi e di catene, da far pensare che Amsterdam sia composta di tanti quartieri nemici fra loro e fortificati gli uni contro gli altri. I canali, grandi come fiumi, formano qua e là svolti e bacini spaziosi, intorno ai quali si gira, passando sur una successione di ponti congiunti gli uni agli altri. Da tutti i crocicchi si vedono prospetti lontani d’altri ponti, di altri canali, di bastimenti, di edifizi, velati da una leggera nebbia che fa apparire maggiore la lontananza.
Le case, quasi tutte altissime, rispetto a quelle delle altre città olandesi, nere, colle finestre e le porte contornate di bianco, colle facciate a punta e a scalini, decorate di bassorilievi che rappresentano urne, fiori ed animali; sono quasi tutte difese sul davanti da colonnette, balaustrate, stecconati, catene,sbarre di ferro, e divise le une dalle altre da muriccioli ed assiti; e dentro queste specie di fortezze avanzate che ingombrano una buona parte della strada, vi son tavolini, panche con vasi di fiori, seggiole, secchie, carrette, ceste, carcasse di vecchi mobili; così che a guardar le strade da una delle estremità, pare che gli abitanti abbian portato fuori tutta la roba di casa per una sgomberatura universale. Moltissime case hanno un piano sottostante alla strada, al quale si scende per una scaletta di legno o di pietra; e in quel vacuo tra la strada e il muro, ci sono altri vasi di fiori, suppellettili, mercanzie esposte in vendita, gente che lavora, tutto un mondo sotterraneo che brulica ai piedi di chi passa.
Le strade principali presentano uno spettacolo unico al mondo. I canali sono coperti di bastimenti e di barconi; e sulle strade che li fiancheggiano, si vedono da una parte mucchi di botti, di casse, di sacchi, di balle; dall’altra una fila di botteghe splendide. Di qui formicola il popolo in soprabito, le signore, le fantesche, i merciaiuoli ambulanti, i bottegai; di là il popolo rozzo e vagante dei marinai e dei battellieri colle loro mogli e i loro bambini. A destra si ode il vivace cicaleccio cittadino, a sinistra le grida acute e lente della gente di mare. Da un lato si sente il profumo dei fiori che adornan le finestre e l’odore ghiotto delle trattorie; dall’altro il puzzo di catrame e il fumo delle povere cucine delle barche a vela. Qui si alza un ponte levatoioper dar passo a un bastimento; là si affolla la gente per passare sopra un ponte spezzato che si ricompone; più oltre una zattera traghetta un gruppo di persone all’altra riva del canale; in fondo alla strada, parte un battello a vapore; dall’estremità opposta entra una fila di barconi carichi; qui si apre una cateratta; lì scivola untrekschuit; poco distante gira un mulino, laggiù si piantano le palafitte per una nuova casa. Il cigolío delle catene dei ponti si mesce collo strepito dei carri, il fischio dei piroscafi rompe le ariette dei campanili, i cordami dei bastimenti s’intralciano colle fronde degli alberi, la carrozza passa accanto alla barca, la bottega si specchia nel canale, le vele si riflettono nelle vetrine, la vita di terra e la vita di mare si rasentano, s’incrociano, passano l’una sull’altra, e si confondono in uno spettacolo nuovo ed allegro come una festa d’alleanza e di pace.
Se dalle strade principali uno si addentra nei vecchi quartieri, lo spettacolo cangia affatto. Le strade più strette di Toledo, i vicoli più oscuri di Genova, le case più squilibrate di Rotterdam, non son nulla in confronto della strettezza, dell’oscurità e dello scompiglio architettonico che si vede in quei quartieri. Le strade paiono crepe aperte dal terremoto. Le case alte e nere, mezzo nascoste dai cenci stesi sulle finestre e appesi alle corde, sono inclinate a segno da metter paura; alcune sono ripiegate sopra sè stesse, come se fossero sul punto di spezzarsi; altre si toccano quasi coi tetti, non lasciando vedere che un filo di cielo; altre pendono da due parti opposte, presentando la forma d’un trapezio rovesciato; e paion case da palcoscenico nell’atto che son portate via per cangiare la scena. Furon costrutte così appositamente per lo scolo delle acque, o s’inclinarono perchè cedette il terreno? V’è chi crede la prima e chi la seconda cosa; ma i più le credon tutte e due, il che mi pare più ragionevole. Ed anche in quei labirinti, dove formicola una plebe pallida e trista per la quale un raggio di sole è una benedizione di Dio, si vedono vasi di fiori, specchietti e tendinette alle finestre, che rivelano una povertà non scompagnata dal gentile amor della casa.
La parte più pittoresca della città è quella compresa nella curva dell’Amstel, intorno alla grande piazza del Nuovo Mercato. Là si vedono crocicchi di strade tenebrose e di canali deserti, piazzette solitarie circondate da muri che sgocciolano acqua, case filigginose, muffose, screpolate, decrepite, bagnate da acque morte ed immonde; vasti magazzini, con tutte le porte e le finestre chiuse; barche e barconi abbandonati in fondo a canali senza uscita, che hanno l’aria di aspettare dei congiurati o delle streghe; mucchi di materiali da costruzione, che presentan l’aspetto di avanzi d’incendio o di rovina; bacini coperti d’erba e chiassuoli fangosi; muri, acqua, ponti, tutto nero e tetro, da destare in chi passi di là per la prima volta, un sentimento di inquietudine, come se ci spirasse la minaccia di qualche sventura.
Chi ama i contrasti, non ha che da recarsi da questa parte della città nella piazza chiamata ildam, dove convergono le strade principali, e si trova il Palazzo Reale, la Borsa, la Nuova Chiesa e il monumento detto la Croce di Metallo, innalzato in commemorazione della guerra del 1830. Là v’è un movimento fittissimo e continuo di gente e di carrozze, che rammenta losquaredi Trafalgar di Londra, la Porta del Sole di Madrid e la piazza della Maddalena di Parigi. Stando là un’ora si gode il più svariato spettacolo che si possa vedere in Olanda. Passano faccioni rossi e petulanti dell’alto patriziato mercantile, volti abbronzati delle colonie, stranieri di tutte le gradazioni di biondo, ciceroni, suonatori d’organetti, ambasciatori della morte col lungo velo nero, cuffiette bianche di fantesche, panciotti variopinti di pescatori del Zuiderzee, orecchini a paraocchi delle donne della Nord-Olanda, diademi d’argento della Frisia, caschetti dorati della Groninga, camicie gialle dei lavoratori delle torbiere, gonnelle metà nere e metà rosse delle orfane degli ospizi, vestiti bizzarri degli abitanti delle isole,cignonsspropositati, cappelli da carnovale; grandi spalle, grandi fianchi, grandi ventri, e tutta questa processione avvolta dal fumo dei sigari e delle pipe, e accompagnata da un suono di parole tedesche, olandesi, inglesi, francesi, fiamminghe, danesi, dacredere d’essere capitati nella valle di Giosafat o ai piedi della torre di Babele.
Dalla piazza del Dam si arriva in pochi minuti al porto, che offre anch’esso uno spettacolo grandioso e strano oltre ogni dire. A primo aspetto, non ci si capisce nulla. Si vedono da ogni parte dighe, ponti, cateratte, palizzate, bacini, che presentano l’immagine d’un’immensa fortezza costrutta così astutamente, perchè nessuno riesca a raccapezzarne la forma; e non ci si riesce infatti che per mezzo della carta e dopo una passeggiata di parecchie ore. Dal mezzo della città, alla distanza di mille metri l’una dall’altra, partono in direzione opposta due gran dighe arcate che abbracciano e difendono dal mare le due estremità di Amsterdam sporgenti oltre il semicircolo delle sue case come le punte d’una mezza luna. Queste due dighe che hanno ciascuna una gran porta munita d’una cateratta gigantesca, racchiudono due bacini capaci di mille bastimenti d’alto bordo e parecchie isolette sulle quali son magazzini, arsenali, opificii, dove lavorano migliaia d’operai. Fra le due grandi dighe s’avanzano parecchie dighe minori, formate di robuste palizzate, che servono di stazione d’imbarco per i battelli a vapore. In tutte queste dighe s’innalzano case, tettoie, baracche, fra le quali formicola una folla di marinai, di passeggieri, di facchini, di donne, di ragazzi, di carrozze, di carri, chiamati là dalle partenze e dagli arrivi che si succedono rapidamentedal far del giorno alla sera. Dai punti avanzati di codeste dighe si abbraccia con uno sguardo l’intero porto: le due foreste di navigli dalle bandiere di mille colori, racchiusi nei due grandi bacini; i bastimenti che arrivano dal gran canale del Nord, e che entrano a vele spiegate nel mare di Zuiderzee; i barconi e le barche che s’incrociano da tutte le parti del golfo; la costa verde della Nord-Olanda; i cento mulini di Zandam: la lunghissima schiera delle prime case di Amsterdam che disegnano sul cielo le loro mille punte nere; le innumerevoli colonne di fumo filigginoso, che s’alzano dalla città sull’orizzonte grigio; e quando le nuvole sono in moto, una continua, rapidissima, meravigliosa variazione di colori e d’aspetti, per la quale ora sembra di essere nel più gaio, ora nel più tristo paese del mondo.
Ritornando in città, per osservare particolarmente gli edifizii, i primi a chiamar l’attenzione sono i campanili. In Amsterdam ci sono templi di tutte le religioni: sinagoghe, chiese per i riformati calvinisti, chiese pei luterani della confessione Ausburgo strettamente osservata, chiese per i luterani della confessione d’Ausburgo osservata largamente, chiese per i rimostranti, per i mennoniti, per i valloni, per gl’inglesi episcopali, per gl’inglesi presbiteriani, per i cattolici, per i greci scismatici; e ognuno di questi templi innalza al cielo un campanile che par stato fatto per vincere tutti gli altri di originalità e di bizzarria. Quello che dice Vittor Hugo degli architetti fiamminghi, i quali fabbricarono dei campanili ponendo un’insalatiera rovesciata sopra un berretto da giudice, una zuccheriera sopra l’insalatiera, una bottiglia sulla zuccheriera, e un ostensorio sulla bottiglia, si può riferire in parte anche ai campanili d’Amsterdam. Alcuni son formati di chioschi o di tempietti sovrapposti, altri di tante torricine che paiono tirate fuori l’una dall’altra, in modo che a dare un colpo sulla più alta, tutto il campanile si debba accorciare come un cannocchiale; altri son sottili come minareti, quasi interamente costrutti di ferro, ornati, dorati, traforati, trasparenti; altri coronati dal mezzo in su di terrazzini, di balaustrate, di archi, di colonne; quasi tutti poi sormontati da un globo o da una corona di ferro della forma d’un bulbo, sulla quale posa un’altra corona, che regge alla sua volta una palla, la quale sostiene un’asta, in cui è confitto ancora qualche altro oggetto, che forse non è l’ultimo neanch’esso; tal quale come le torricciuole che fanno i ragazzi, sovrapponendo tutti i ninnoli che cascan loro nelle mani.
Fra gli edifizii monumentali, che non sono molti, v’è il palazzo reale, il primo dei palazzi d’Olanda, costrutto tra il 1648 e il 1655, sopra tredicimilaseicentocinquantanove palafitte; grandioso, pesante e nero; del quale il più bell’ornamento è una sala da ballo che si dice la più vasta d’Europa, e il maggiore difetto, quello di non avere portone, per il che vien chiamato comunemente la casa senza porta. Per contrapposto, l’edifizio della Borsa chegli sorge dirimpetto, fondato su trentaquattromila palafitte, perchè non ha di notevole che un peristilio di diciassette colonne, si chiama la porta senza casa; bisticcio che ogni olandese si fa un dovere di ripetere agli stranieri, sorridendo impercettibilmente coll’estremità delle labbra. Chi capita ad Amsterdam nella prima settimana della Kermesse, ch’è il carnevale dell’Olanda, può vedere in questo edifizio uno spettacolo curiosissimo. Per sette giorni, nelle ore in cui non si fanno affari, la Borsa è aperta a tutta la ragazzaglia della città, che v’irrompe, facendo uno strepito infernale di pifferi, di tamburi e di grida; licenza che, se è vera la tradizione, sarebbe stata concessa dal Municipio in onore di alcuni ragazzi, i quali, al tempo della guerra d’indipendenza, giocherellando presso l’antica Borsa, scopersero gli Spagnuoli che si preparavano a far saltare in aria l’edifizio con un naviglio pieno di polvere, corsero a darne avviso ai cittadini, e mandarono così a vuoto il tentativo dei nemici. Oltre il palazzo reale e la Borsa, sono un bell’ornamento di Amsterdam il palazzo dell’industria, fatto di cristallo e di ferro, e sormontato da una cupola leggerissima, che da lontano, quando vi batte il sole, gli dà l’aspetto d’una grande moschea; e come monumenti storici, le vecchie torri che s’alzano sulla riva del porto.
Fra queste torri ve n’è una che si chiamaTorre dell’angolo dei piangentioTorre delle lagrime, perchè là s’imbarcavano altre volte i marinai olandesiper lunghissimi viaggi, e le loro famiglie andavano presso quella torre per salutarli e vederli partire, e piangevano. Sopra la porta v’è un rozzo bassorilievo segnato della data 1569, il quale rappresenta il porto, una nave che parte, e una donna che piange; e fu posto in commemorazione della moglie d’un marinaio, che morì di dolore per la partenza di suo marito.
È stato osservato che quasi tutti gli stranieri che vanno a veder quella torre, dopo aver dato un’occhiata al bassorilievo e allaGuidache ne spiega il significato, si voltano verso il mare come per cercare il bastimento che parte, e rimangono qualche tempo pensierosi. A che cosa pensano? Forse a quello che pensai io stesso. Seguono quel bastimento nei mari artici, alla pesca delle balene o alla ricerca d’una nuova via per le Indie, e alla loro mente si spiega come una visione l’epopea tremenda della marina olandese in mezzo agli orrori del polo: i mari ingombri di ghiaccio, il freddo che fa cadere a brani la pelle delle mani e del viso, gli orsi bianchi che s’avventano sui marinai, e spezzan le armi coi denti; i cavalli marini che accorrono a stormi furiosi per rovesciare le scialuppe; le rocce di ghiaccio mulinate dalle onde e dal vento, e le vaste pianure ghiacciate e mobili che s’incontrano, imprigionano e stritolano le flotte; le isole deserte sparse di cadaveri di marinai, di carcasse di navi, di cinture di cuoio rosicchiate nella disperazione dell’agonia dagl’infelici che morirono di fame; poi le frotte di balene che volteggiano intorno ai navigli, le formidabili contorsioni del mostro ferito nelle acque insanguinate, le barche rovesciate dai colpi di coda, i pescatori che cascan nel mare, e vi rimangono irrigiditi, i naufraghi erranti seminudi nella nebbia e nelle tenebre, le fosse scavate nel ghiaccio e ricoperte col ghiaccio per ripararsi dalle fiere, i sonni che finiscono colla morte. Poi ancora sconfinate solitudini bianche e brumose, dove non si sente altro rumore che quello dei remi delle scialuppe ripercosso dalle caverne e i gridi lamentevoli delle foche; poi altri deserti dove non è più traccia di vita, le montagne di ghiaccio incommensurate, gl’immensi spazi ignoti, le nevi secolari, l’inverno eterno, la tristezza solenne delle notti del polo, il silenzio infinito in cui l’anima si spaura, i marinai consunti, trasfiguriti, moribondi, che s’inginocchiano sul ponte, e giungono le mani verso l’orizzonte infocato dall’aurora boreale, chiedendo a Dio di rivedere il sole e la patria. Scienziati, mercatanti, poeti, tutti s’inchinano a quelle umili avanguardie che hanno tracciato coi loro scheletri sulle nevi immaculate del polo il primo sentiero della vita.
Da questa torre, voltando a destra, e seguitando a camminare lungo il porto, si arriva alla Plantaadije, vasto quartiere composto di due isole congiunte da molti ponti, nel quale c’è un parco, un giardino zoologico, un giardino botanico, un passeggio pubblico, che formano una grande oasi verde ed allegra in mezzo alle acque livide e alle case nere. Là concerti musicali, là feste notturne, là il fiore della bellezza amsterdamese; fiore che, per buona fortuna dei viaggiatori di fibra sensitiva, spande un profumo soave; ma che non dà al capo. Dal qual pericolo, in ogni caso, non c’è miglior rifugio che il giardino zoologico, proprietà d’una società di quindicimila soci; il più bel giardino zoologico d’Olanda, che pure ne ha dei bellissimi, e uno dei più ricchi d’Europa; nel quale si scorda facilmente in mezzo alle salamandre massime del Giappone, ai serpenti boa di lava e aibradypi didactylidi Surinam, i visetti pallidi e gli occhi azzurri delle belle calviniste.
Dalla Plantaadije, passando su parecchi ponti, e fiancheggiando diversi canali, si arriva sulla grande piazza delBoter Markt, dove c’è una statua gigantesca del Rembrandt e l’ufficio del consolato italiano. Da questa piazza si va al quartiere degli Ebrei che è una delle meraviglie di Amsterdam.
Per andarci, domandai la strada al nostro gentilissimo console, il quale mi rispose:—Cammini diritto fin che non si trovi in un quartiere infinitamente più sudicio di tutti quelli ch’ella ha considerati finora come ilnon plus ultradel sudiciume; quello è il ghetto; non può sbagliare.—Andai innanzi, ognuno può immaginare con che aspettazione; passai accanto a una sinagoga; mi soffermai un momento in un crocicchio; poi presi la strada più stretta, e in capo a pochi minuti, riconobbi il ghetto. La mia aspettazione fu superata.
È un labirinto di strade strette, fangose e cupe, fiancheggiate da case vecchissime, che pare debbano cadere in rovina a dare un calcio nel muro. Dalle corde tese fra finestra e finestra, dai davanzali, dai chiodi piantati nelle porte, spenzolano e svolazzano sui muri umidi camicie sbrandellate, gonnelle rappezzate, vestiti unti, lenzuoli macchiati, calzoni cenciosi. Davanti alle porte e sugli scalini rotti, in mezzo alle cancellate cadenti, sono esposte le vecchie mercanzie. Rottami di mobili, frammenti d’armi, oggetti di divozione, brandelli d’uniformi, avanzi di strumenti, frantumi di giocattoli, ferramenti, cocci, frangie, cenci, tutte le cose che non han più nome in alcuna lingua umana, tutto quello che hanno guasto e disperso la ruggine, il tarlo, il foco, la rovina, il disordine, la dissipazione, le malattie, la miseria, la morte; tutto quello che i servitori spazzano, che i rigattieri ributtano, che i mendicanti calpestano, che gli animali trascurano; tutto ciò che ingombra, che insudicia, che puzza, che stomaca, che contamina; tutto si ritrova là a mucchi e a strati, destinato a un commercio misterioso, ad accoppiamenti impreveduti, a trasformazioni incredibili. In mezzo a quel cimitero di cose, a quella babilonia d’immondizie, brulica un popolo macilento, pezzente, pidocchioso, accanto al quale i gitani dell’Albaicin di Granata son gente pulita e profumata. Come in tutti i paesi, così anche là hanno preso ad imprestito dal popolo presso cui vivono, il colore del pelo e del viso; ma hanno conservato i nasi adunchi, i menti aguzzi,i capelli crespi, tutti i tratti della razza semitica. Il vocabolario non ha parole per dare un’immagine di quella gente. Capigliature in cui non è mai passato un pettine, occhi che fanno raccapriccio, magrezze di cadaveri consunti, bruttezze che destan pietà, vecchi che serbano appena figura umana, ravvolti in ogni sorta di vestiti di cui non si riconosce più nè colore nè forma nè a che sesso appartengano, dai quali escono, e s’allungano tremolando mani scheletrite con giunture acute di locuste e di ragni. Tutto si fa in mezzo alla strada. Le donne friggono i pesci su piccoli fornelli, le ragazze cullano i bambini, gli uomini rimestano i loro vecchiumi, i ragazzi seminudi si avvoltolano sul selciato coperto di legumi fradici e di brutture di pesci; le vecchie decrepite, sedute in terra, combattono colle unghie ferine i prudori del corpo immondo, scoprendo coll’inconsapevolezza del bruto cenci riposti e membra da cui lo sguardo rifugge. Camminando per lunghi tratti sulla punta dei piedi, turandomi qualche volta il naso, badando a scansare cogli occhi le cose di cui non avrei potuto sostenere la vista, percorsi quasi tutte quelle strade, e quando riuscii sulla sponda d’un largo canale, in un luogo aperto e pulito, mi parve di essere capitato nel paradiso terrestre, ed aspirai con voluttà l’aria impregnata di catrame.
In Amsterdam, come in tutte le altre città olandesi, ci sono molte società particolari, alcune delle quali hanno l’importanza di grandi istituzioni nazionali; principalissima laSocietà d’utilità pubblica, fondata nel 1784, che è quasi un secondo governo per l’Olanda. Il suo scopo è l’educazione del popolo, alla quale provvede colla pubblicazione di libri elementari, letture pubbliche, biblioteche per gli operai, scuole d’istruzione primaria, scuole professionali, scuole di canto, case di asilo, casse di risparmio, premi di buona condotta, onorificenze per gli atti di valore e di abnegazione. La società, retta da un consiglio d’amministrazione composto di dieci direttori e d’un segretario generale, si compone di più di quindicimila soci, divisi in trecento gruppi, i quali formano altrettante società indipendenti, sparpagliate nelle città, nei villaggi, nei più piccoli Comuni dello Stato. Ogni socio paga poco più di dieci lire l’anno. Colla somma (modesta rispetto alla vastità dell’istituzione) che questa tassa produce, la società esercita, come disse Alfonso Esquiroz, una specie di magistratura anonima sui pubblici costumi; stringe insieme col vincolo d’una beneficenza imparziale tutte le sètte religiose; spande a larga mano per tutto il paese istruzione, soccorsi, conforti; e come nacque indipendente, così opera e procede fedele al principio degli Olandesi, che l’albero della beneficenza deve crescere senza innesti e senza puntelli. Altre società come l’Arti et Amicitiæ, laFelix Meritis, laDoctrina et Amicitia, hanno per iscopo l’incremento delle arti e delle scienze, promuovono mostre pubbliche, concorsi, letture, e sono ad un tempo splendidi luoghi di ritrovo,forniti di belle biblioteche, e di quasi tutti i grandi giornali d’Europa.
Sulle istituzioni di carità d’Amsterdam ci sarebbe da scrivere un libro. È noto quello che Luigi XIV, quando si disponeva ad invadere l’Olanda, disse a Carlo II d’Inghilterra: “Non abbiate timore per Amsterdam; io ho ferma speranza che la Provvidenza la salverà, non fosse che in considerazione della sua carità per i poveri.” Là tutte le sventure umane trovano asilo e lavoro. Mirabile sopra tutti è l’ospizio degli orfani di cittadini amsterdamesi, che ebbe l’onore di ospitare quell’immortale Van Speyk, il quale, nel 1831, sulle acque della Schelda, salvò l’onore della bandiera olandese col sacrifizio della sua vita. Questi orfani hanno un costume curiosissimo, metà rosso e metà nero, in modo che guardati di profilo, da una parte paion vestiti per una festa carnovalesca, dall’altra, per una cerimonia funebre; e questa bizzarra divisa è stata scelta perchè sian riconosciuti dai tavernai a cui è proibito di lasciarli entrare a far stravizi, e dagl’impiegati delle strade ferrate che non debbono lasciarli viaggiare senza il permesso dei direttori: la qual cosa, sia detto di volo, si sarebbe potuta ottenere con un vestimento meno ridicolo. Questi orfani bicolori si vedono per tutto, freschi, puliti e cortesi, che rallegrano il cuore. In tutte le feste pubbliche, occupano il primo posto; in tutte le cerimonie solenni si ode il loro canto; la prima pietra dei monumenti nazionali è posta dalle loro mani; e il popolo li ama e li onora.
Per finir di parlare degli stabilimenti, bisognerebbe rammentare le industrie particolari di Amsterdam, come il raffinamento del borace e della canfora e la fabbricazione dello smalto; ma son cose da lasciarsi ai viaggiatori enciclopedici di là da venire. Merita però un cenno speciale la pulitura dei diamanti, principalissima delle industrie amsterdamesi, la quale, come fu per lungo tempo, in Europa, un segreto degli Ebrei d’Anversa e d’Amsterdam, è tuttora esercitata quasi unicamente dai circoncisi. Questo commercio ammonta anno per anno alla somma di centomilioni di lire, e provvede alla vita di più di diecimila persone. Uno dei più belli opifici è quello posto in Zuanenburgerstraat, nel quale gli operai medesimi spiegano in francese le tre operazioni del taglio, della prima pulitura e della pulitura definitiva, fatte sotto gli occhi dei visitatori, con un garbo e una destrezza ammirabili. È bello il vedere quelle umili pietruzze, somiglianti a’ frammenti di gomma arabica sudicia, che a trovarsele in casa si butterebbero dalla finestra insieme coi mozziconi di sigaro, vederle in pochi minuti, trasformarsi, accendersi, animarsi quasi d’una vita sfolgorante e festosa, come se comprendessero il destino che li trasse dalle viscere della terra per farli servire alle pompe del mondo. Di quante strane vicende sarà testimonio o attore o cagione, quella piccola pietra che l’operaio stringe fra le dita del suo guanto ferrato! Andrà forse a brillare sulla fronte d’una Regina, che una notte l’abbandonerà nei suoiscrigni per sottrarsi alla folla che ha atterrate le porte del palazzo. Caduta nelle mani d’un comunista, scintillerà dopo qualche tempo sul tavolo d’una Corte d’Assisie accanto a un pugnale macchiato di sangue. Passerà per una lunga vicenda di feste nuziali, di conviti, di danze, e poi trasvolando per la porta del Monte di Pietà o per il finestrino d’una carrozza assalita, andrà di mano in mano, di paese in paese, a sfolgorare sulle dita d’una principessa in un palco del teatro dell’opera di Pietroburgo. Di qui andrà ad aggiungere un punto luminoso sopra la sciabola d’un pascià dell’Asia Minore; e poi a tentare la virtù d’una crestaia di sedici anni nel quartiere di Sant’Antonio a Parigi; e infine, chi sa? a ornare l’orologio d’un pronipote di colui che l’ha messa pel primo agli onori del mondo; poichè di quegli operai ve n’è qualcuno che mette tanto da parte da lasciare un capitaletto alla sua discendenza. Fra gli altri, v’era qualche anno fa, nell’opifizio di Zuanenburgerstraat, il vecchio israelita che lavorò il famoso diamante Koynor, il quale, oltre la gran medaglia d’onore dell’Esposizione di Parigi, gli fruttò una mancia di diecimila fiorini e un bel regalo della Regina d’Inghilterra.
Ad Amsterdam c’è il più bel Museo di Pittura dell’Olanda.
Lo straniero che v’entra preparato all’ammirazione dei due più grandi capolavori della pittura olandese, non ha bisogno di domandare dove siano.Appena ha oltrepassato la soglia, vede una piccola sala piena di gente immobile e silenziosa, entra, e si trova nel penetrale più sacro del tempio: a destra ha laRonda di nottedel Rembrandt, a sinistra ilBanchetto della guardia civicadel Van der Helst.
Dopo aver visto e rivisto questi due quadri, mi divertii sovente a osservare coloro che entrano in quella sala per la prima volta. Quasi tutti, appena entrati, si fermano, guardano con stupore di qua e di là, poi sorridono, e poi si voltano a destra. Il Rembrandt vince.
LaRonda di notte, o come altri vorrebbe chiamarla,L’uscita degli archibugieri, od ancheL’uscita della compagnia di Banning Cock, la più vasta tela del Rembrandt, è più che un quadro, è uno spettacolo, e uno spettacolo che sbalordisce. Tutti i critici francesi, per esprimere l’effetto che produce, si son serviti della stessa frase:C’est écrasant. Un gran movimento di figure umane, una gran luce, una grande oscurità: col primo sguardo non si afferra altro, e per qualche momento non si sa dove fissar gli occhi per cercare di rendersi conto di quella grandiosa e splendida confusione. Sono ufficiali, alabardieri, ragazzi che corrono, archibugieri che caricano e sparano, giovani che suonano il tamburo, gente che si china, parla, grida, gesticola; vestiti tutti d’un costume differente, con cappelli rotondi, cappelli a punta, pennacchi, caschi, morioni, gorgiere di ferro, collaretti di bisso, giustacuori ricamati d’oro, stivaloni, calze di tutti i colori, armi ditutte le forme; e questa frotta disordinata, tumultuosa e luccicante si stacca dal fondo oscuro del quadro, e s’avanza verso chi guarda. I due primi personaggi sono Frans Banning Cock, signore di Purmerland e di Ilpendam, capitano della compagnia, e il suo luogotenente Willem van Ruijtenberg, signore di Vlaardingen, che camminano l’uno accanto all’altro. Le due sole figure in piena luce sono questo luogotenente, vestito di una casacca di bufalo, con ornamenti d’oro, ciarpa, gorgiera, pennacchio bianco e grandi stivali; e una bambina che gli vien dietro, colla capigliatura bionda e imperlata, e una veste di raso giallo; tutti gli altri personaggi sono nell’oscurità o nell’ombra, eccettuate le teste che son tutte illuminate. Da che luce? Ecco l’enigma. È la luce del sole? è quella della luna? è quella delle fiaccole? Lumeggiamenti d’oro e d’argento, riflessi lunari, chiarori infocati, personaggi, come la bambina dai capelli biondi, che sembrano brillare di luce propria, volti che paiono rischiarati dalle fiamme d’un incendio, scintillamenti che abbarbagliano, ombre, crepuscoli e oscurità di sotterraneo, tutto vi si ritrova armonizzato e contrapposto con un ardimento miracoloso ed un’arte insuperabile. Vi sono delle stonature di luce? delle oscurità gratuite? degli accessori troppo rilevati a danno delle figure? delle figure vaghe o grottesche? delle lacune e delle bizzarrie ingiustificate? Tutto è stato detto intorno a codesto quadro, argomento d’entusiasmo cieco e di censure spietate, levato a cielo come una meraviglia del mondo, e considerato indegno del Rembrandt, discusso, interpretato, spiegato in mille modi e in mille sensi. Ma non ostante tutte le censure, tutti i difetti, tutte le opposte interpretazioni, esso è là da due secoli trionfante e glorioso, e più lo si guarda, più s’illumina e si avviva; ed anco veduto di volo, rimane per sempre nella memoria con tutti i suoi splendori e i suoi misteri, come una stupenda visione.
Il quadro del Van der Helst, (pittore del quale non si sa nulla, eccetto che nacque in Amsterdam sul principio del secolo decimosettimo, e vi passò una gran parte della sua vita) rappresenta un banchetto col quale la guardia civica di Amsterdam festeggiò la pace di Munster il 18 giugno del 1648. Il quadro contiene venticinque figure di grandezza naturale, tutte ritratti fedelissimi di personaggi noti, dei quali si conservano i nomi. Sono ufficiali, sergenti, portabandiere, guardie, aggruppati intorno a una mensa, che si stringono la mano, si portano brindisi, si apostrofano; e chi taglia, chi mangia, chi sbuccia aranci, chi mesce. Il quadro del Rembrandt è un’apparizione fantastica; il quadro del Van der Helst è uno specchio che riflette una scena reale. Non c’è unità, non ci son contrasti, non ci son misteri: tutte le cose vi son rappresentate colla stessa cura e la stessa evidenza. Teste e mani, figure vicine e figure lontane, corazze d’acciaio e frangie di trina, cappelli piumati e stendardi di seta, cornucopie d’argento e bicchieri dorati; vasi, posate,stoviglie, vivande, vini, armi, ornamenti, tutto spicca, splende, inganna, seduce. Le teste, considerate una per una, sono ritratti meravigliosamente riusciti, dai quali un medico potrebbe con tutta sicurezza argomentare il temperamento e prescrivere le cure preventive per la salute di tutti. Delle mani è stato detto argutamente e con ragione che, staccate dai corpi e mescolate tutte insieme, si potrebbero riconoscere e rimettere a ciascuna figura senza pericolo d’ingannarsi, tanto sono finite, distinte, individuate, per così dire, colle persone a cui appartengono. Viso per viso, costume per costume, oggetto per oggetto, più lo si guarda, e più si scoprono particolari, minuzie, tocchi, nonnulla d’un’esattezza e d’una verità da far strabiliare. Di più, quella varietà e quello splendore di colori, la bonomia e la freschezza dei volti, il vestiario pomposo, i mille oggetti luccicanti, danno tutti insieme a quel gran quadro un’aria di festa e di allegria, la quale facendo dimenticare la volgarità del soggetto, si trasfonde in chi guarda, e gli desta un sentimento di simpatia amichevole e di ammirazione serena, che si rivela in un sorriso affabile anche sul volto dei visitatori più accigliati.
Del Rembrandt v’è ancora nel Museo il gran quadro intitolato:I sindaci dei mercanti di pannofatto diciannove anni dopo laRonda di notte, con minor foga giovanile e meno bizzarria d’immaginazione; ma con tutto il vigore d’un ingegno maturo; e non meno meraviglioso dell’altro per l’effetto delchiaroscuro, per l’espressione delle figure, per forza di colorito, per esuberanza di vita: preferito da qualcuno allaRonda. Del Van der Helst v’è un altro quadro,I sindaci della confraternita di san Sebastiano ad Amsterdam, nel quale risplendono pure, benchè meno vivamente che nelBanchetto, tutte le meravigliose facoltà del grande maestro.
Lo Steen ci ha otto quadri, fra i quali il suo ritratto, che lo rappresenta giovane, bello, lungochiomato, e con un’aria quieta e meditabonda, che par che dica:—No, stranieri, non fui un dissipato, non fui un ubbriacone, non fui un cattivo marito: fui calunniato; rispettate la mia memoria.—I soggetti dei suoi quadri sono una fantesca che pulisce una pentola, una famiglia di contadini che torna a casa in barca, un fornaio che fa il pane, una scena di famiglia, uno sposalizio di villaggio, una festa di ragazzi, un ciarlatano in una piazza; tutti coi soliti ubbriachi, le solite risatacce, le solite figure grottesche mirabilmente colorite e lumeggiate. Nel quadro delCiarlatanosopratutto la sua mania del grottesco raggiunge l’ultimo segno. Le teste sono deformi, i volti son musi, i nasi son becchi, le schiene son groppe, le mani son zampe, gli atteggiamenti sono contorsioni, le risa sono smorfie di maschere; sono personaggi, infine, dei quali non si può trovare un’immagine che dentro i vasi dei gabinetti anatomici o nelle caricature animalesche del Grandville. È impossibile trattenere le risa; ma si ride come dovevan ridere gli spettatori diGymplaine, dicendo in cuor loro:—Peccato ch’è un mostro!
Eppure v’è un artista che fece discendere questo genere di pittura anche più basso che lo Steen, e fu Adriano Brouwer, uno dei più famosi scapestrati dell’Olanda. Costui fu discepolo di Francesco Hals, e s’ubbriacava con lui una volta al giorno, finchè perseguitato dai creditori, fuggì da Amsterdam ad Anversa, dove lo arrestarono come spia, e lo cacciarono in prigione. Il Rubens lo fece uscire, e lo raccolse in casa sua; ma il Rubens menava una vita ordinata, e il Brouwer che voleva correre la cavallina, lo piantò. Andò a Parigi, e là ne fece di tutte le tinte, finchè ridotto secco come un uscio, tornò ad Anversa, e finì la sua misera vita in un fondo di spedale all’età di trentadue anni. Come non bazzicò che le taverne e la canaglia, così non dipinse che scene grossolane e stomachevoli di donnacce e di mascalzoni ubbriachi, delle quali è principal pregio il colorito vivo e armonioso, e l’impronta originale. Il Museo d’Amsterdam ha due quadri suoi; uno che rappresenta unCombattimento di contadinie l’altro un’Orgia di villaggio. In questo c’è tutto il Brouwer. È una stanza di taverna, nella quale sono raccolti uomini e donne avvinazzati che bevono e fumano. Una donna è distesa in terra ubbriaca fradicia, e il suo bambino le piange accanto.
Gerardo Dow ha nel museo d’Amsterdam il quadro famoso:La scuola della seraoQuadro delle quattro candele, degno d’esser posto accanto allasuaIdropicadel museo del Louvre, e fra le gemme più peregrine della pittura olandese. È un piccolo quadro, il quale rappresenta sul dinanzi un maestro di scuola con due scolari e una ragazza seduti intorno a un tavolino; un’altra ragazza intenta a uno scolaretto che scrive sur una lavagna; e in fondo alla stanza altri ragazzi che studiano. Ma l’originalità del quadro consiste in questo: che le figure sono la parte accessoria; e la parte principale, i protagonisti, il soggetto del quadro, in una parola, sono quattro candele: una che brilla in una lanterna abbandonata sul pavimento, un’altra che illumina il gruppo del maestro e dei due scolari; una terza, tenuta dalla ragazza, che rischiara la lavagna; la quarta sur un tavolino in fondo, in mezzo agli scolari che leggono. È facile immaginare quanta varietà di luci, d’ombre, di guizzi, di tremolii, di barlumi, di sfumature, un artista come il Dow abbia saputo cavare da quelle quattro fiammelle; che infinite difficoltà siasi create, che infinita cura le sia costato il superarle, e con che meravigliosa maestria le abbia superate! Questo quadro, dipinto, come disse un critico, con ciglia di bambino appena nato, e coperto d’una lastra di vetro come una reliquia, fu venduto nel 1766 per ottomila lire, nel 1808 per trentacinquemila; e certo non basterebbe aggiungere uno zero a quest’ultima cifra per comprarlo al presente.
Non si finirebbe più di descrivere, se si volessero rappresentare soltanto i quadri principali dei grandi artisti che adornano questo museo. Il melanconico esublime Ruisdael vi ha una scena d’inverno e una forestapiene dell’anima suacome dei suoi paesaggi suol dirsi; il Terburg v’ha il suo celebreConsiglio paterno; il Wouvermans dieci ammirabili quadri di caccie, di battaglie e di cavalli; il Potter, il Karel du Jardin, il Van Ostade, ilCuyp, il Metzu, il Van de Verde, l’Everdingen vi sono rappresentati da parecchie delle migliori opere del loro pennello, delle quali sarebbe fatica sciupata il tentare di offrire un’immagine colla penna. E non è questo il solo Museo di Pittura della città di Amsterdam. Un museo lasciato alla città da un Van der Hoop, antico deputato alla Camera degli Stati, contiene quasi duecento quadri dei primi artisti olandesi e fiamminghi; ed oltre a questa, vi sono parecchie altre ricchissime gallerie private.
Ma il Museo dellaRonda di nottee delBanchetto della guardia civica, com’è il primo a visitarsi, è anco quello nel quale gli stranieri, prima di partire da Amsterdam per la Nord-Olanda e la Frisia, dove non ci son più musei, vanno a dare un addio alla pittura olandese. In questo momento chiudo gli occhi, e mi par d’essere nella sala dellaRondae delBanchetto, il giorno che v’andai per l’ultima volta. Penso che fra poco lascierò, forse per non rivederle mai più, tutte queste meraviglie dell’ingegno umano, e questo pensiero mi rattrista. La pittura olandese non ha destato in me alcuna emozione profonda; nessun quadro m’ha fatto piangere; nessuna immagine m’ha levato in alto; nessunartista m’ha inspirato un sentimento d’affetto vivo, lieto, riconoscente, entusiastico. Eppure sento che dai musei dell’Olanda ho portato via un tesoro. M’è rimasto scolpito nella mente tutto un popolo, tutt’un paese, tutto un secolo. Di più, è un’illusione o un effetto reale? Tutte quelle immagini di tranquille massaie, di beati vecchioni, di bimbi paffuti, di ragazze sane e fresche, di stanzine ben chiuse e di tavole ben fornite, quando me le ravvivo dinanzi agli occhi, mi sento meglio fra le quattro pareti della mia cameretta, mi rannicchio con maggior gusto nel mio cantuccio, son più contento del solito di vivere in famiglia, d’avere delle sorelle e dei nipotini; benedico più affettuosamente il mio focolare, e mi siedo con più serena allegrezza alla tavola parca e pulita di casa mia. Non è forse bene, dopo aver visto angeli e donne divine e amori sovrumani e grandi sventure e grandi trionfi; dopo aver inorridito, pianto, adorato, sognato; dopo di essersi slanciati col pensiero e col cuore sopra le nuvole; ridiscendere un po’ sulla terra per persuadersi che tutto non è da sprezzare, che i sopraccapi bisogna a tempo e luogo saperli buttare dalla finestra, che in questo mondicino non ci si sta poi tanto male come si dice, che la vita convien pigliarla come Dio la manda, e che non bisogna essere nè visionarii, nè turbolenti, nè orgogliosi, nè indiscreti, nè matti? E questa persuasione m’ha messo nell’animo la pittura olandese, e sia benedetta la pittura olandese. Studenti d’anatomia, guardie civiche, archibugieri,sindaci, serve, pescatori, beoni, tori, pecore, tulipani, mulini a vento, mari lividi ed orizzonti nebbiosi, rimanetemi per lungo tempo dinanzi agli occhi, e quando non sarete più nella mia mente che una reminiscenza confusa, mi resti la virtù di lavorare, di viver con giudizio e di far economia, da bravo olandese, per tornarvi a rivedere, se Dio lo consente!
Napoleone il Grande, in Amsterdam, s’annoiò; ma credo fermamente che sia stata colpa sua: io mi ci son divertito. Tutti quei canali, quei ponti, quei bacini, quelle isolette, formano una così grande varietà di prospetti pittoreschi, che per quanto si giri, non s’è mai finito di vedere. Vi son mille maniere di passare il tempo piacevolmente. Si va a veder l’arrivo dei battelli che portano il latte da Utrecht; si seguono i barconi che trasportano le masserizie per le sgomberature, con le fantesche dalla cuffia bianca ritte sulla poppa; si passa una mezz’ora sulla torricina del palazzo reale, di dove si abbraccia con uno sguardo il golfo dell’Y, l’antico lago d’Haarlem, le torri d’Utrecht, i tetti rossi di Zaandam, e quella fantastica foresta d’alberi di bastimento, di campanili e di mulini; si assiste all’estrazione del limo dei canali, alle accomodature dei ponti e delle cateratte, alle mille cure che richiede continuamente questa città singolare, costretta a spendere quattrocentomila fiorini all’anno per governare le sue acque; e quando non c’è altro, non manca mai lo spettacolo delle serve e dei servitori che conpompe e schizzetti lavano dalla strada gli usci delle case, le finestre del primo piano e i panni di chi passa. La sera poi, c’è la strada chiamata Kalverstraat, fiancheggiata da due file di botteghe splendide e di caffè metà illuminati e metà immersi nelle tenebre, nella quale sino a notte tarda formicola una folla fitta e lenta di gente piena di birra e di quattrini, mista a certi fassimili dicocottesimpettite e affagottate, che non guardano, non ridono, non parlano, e vanno a tre e a quattro insieme, come se meditassero delle aggressioni. Dalle strade illuminate e affollate si riesce con pochi passi lungo i canali oscuri, fra i bastimenti immobili, in mezzo a un silenzio profondo. Di qui, passando sur un ponte, si arriva in un quartiere del popolo minuto, dove si vedono scintillare i lumi delle botteghe sotterranee, e si sente la musica dei balli dei marinai; e così si cangia ogni momento di spettacolo e di pensieri, con buona pace di Napoleone I.
Tale è questa città famosa, la storia della quale non è meno strana che la sua forma e il suo aspetto. Un povero villaggio di pescatori di cui è ancora ignoto il nome sulla fine del secolo decimoprimo, diventa nel secolo decimosesto l’emporio dei grani di tutta l’Europa settentrionale, spopola i porti fiorenti del mare di Zuiderzee, raccoglie nelle sue mani il commercio di Venezia, di Siviglia, di Lisbona, d’Anversa, di Bruges, attira negozianti di tutti i paesi, ricetta proscritti di tutte le religioni, si risolleva da innondazioni spaventevoli, si difende dagli anabattisti, manda a vuoto le trame del Leicester, detta la legge a Guglielmo II, respinge l’invasione di Luigi XIV, e finalmente, come tutte le cose di quaggiù, declina, brillando ancora una volta della luce effimera di terza città dell’impero francese, onorificenza ufficiale, molto somigliante alle croci che si danno agl’impiegati malcontenti, per compensarli d’una traslocazione rovinosa. È ancora una ricca città commerciale; ma circospetta, lenta, appiccicata alle tradizioni, amica più del gioco della Borsa che delle imprese ardite, e che rivaleggia più brontolando che operando con Amburgo e Rotterdam, piene di giovinezza e di speranze. Malgrado ciò, ella serba ancora la maestà dell’antica dominatrice dei mari, è ancora la più bella gemma delle provincie unite, e lascia allo straniero che l’abbandona, un’immagine severa di grandezza e di potenza, che nessun’altra città d’Europa cancella.
Da Amsterdam si suol fare una gita a quella famosa città d’Utrecht, della quale abbiamo tutti pronunziato tante volte il nome, da ragazzi, cercando di stamparci nella testa la data del 1713, quando ci preparavamo all’esame di storia. Si va a Utrecht, che in sè stessa non offre nulla di straordinario a chi abbia già visto le altre città olandesi, non tanto per curiosità, quanto per potere, in avvenire, riferire a’ luoghi veduti il ricordo degli avvenimenti famosi che seguirono fra le sue mura. Si va a respirare l’aria della città, dove fu compiuto l’atto più solenne della storia d’Olanda, l’alleanza delle provincie neerlandesi contro Filippo II; dove fu segnato il trattato che restituì la pace all’Europa dopole guerreformidabili per la successione di Spagna; dove cadde sotto la mannaia del duca d’Alba il capo innocente della ottuagenaria Van Diemen; dove sono ancora vive e parlanti le memorie di san Bonifazio, diAdriano VI, di Carlo V, di Luigi XIV; e ribolle ancora il furore battagliero degli antichi vescovi, trasfuso nel sangue dei calvinisti ortodossi e dei cattolici ultramontani.
La strada, partendo da Amsterdam, passa accanto al Dimermeer, ilpolder(si chiamanopolderi terreni prosciugati) più profondo dell’Olanda; fiancheggia il braccio del Reno chiamato Vecht, e trascorrendo fra ville e verzieri, arriva alla città d’Utrecht, che siede in mezzo a una campagna fertilissima, irrigata dal Reno, reticolata di canali, e sparsa di giardini e di case.
Utrecht, come Leida, ha l’aspetto triste e solenne d’una gran città decaduta; vaste piazze deserte, grandi strade silenziose e larghi canali in cui si specchiano case di forma antica e di color fosco. Ma v’è una cosa nuova per gli stranieri. I canali sono, come l’Arno a Firenze e la Senna a Parigi, profondamente incassati fra le strade che li fiancheggiano; e sotto le strade vi sono officine, magazzini, botteghe, abituri che hanno le porte sull’acqua e la strada per tetto. La città è circondata di bei viali, ed ha un passeggio famoso, che Luigi XIV preservò generosamente dal vandalismo dei suoi soldati: una strada lunga una mezza lega francese, ombreggiata da otto file di bellissimi tigli.
La storia della città d’Utrecht è in gran parte immedesimata con la storia della sua cattedrale, che è forse di tutte le chiese d’Olanda quella ch’ebbe più strane vicende. La fondò verso il 720 un vescovodi Utrecht; la ricostrusse di sana pianta un altro vescovo verso la metà del secolo decimoterzo; un uragano le portò via di netto, il primo agosto del 1674, una grande navata, che non fu più ricostruita; la devastarono gl’iconoclasti nel secolo decimosesto; la restituirono al culto cattolico i Francesi nel secolo seguente; vi ristabilirono il culto protestante gli Olandesi dopo l’invasione di Luigi XIV; infine, le statue, gli altari, le croci v’entrarono e ne uscirono, vi furono innalzati e rovesciati, venerati o vilipesi, ad ogni voltare di vento. Era certo anticamente una delle più vaste e più belle chiese dell’Olanda; ora è monca e nuda, e ingombra in gran parte di banchi che le danno l’aspetto d’una camera da deputati. L’uragano del 1674, distruggendo una navata, separò la chiesa dalla sua altissima torre, di sulla quale si vede con un telescopio quasi tutta la provincia d’Olanda, una parte della Gheldria e del Brabante, Rotterdam, Amsterdam, Bois-le-duc, il Leck, il golfo di Zuiderzee; mentre un orologio munito di quarantadue campanelle slancia nell’aria, insieme col suono delle ore, la romanza amorosa del conte d’Almaviva o la preghiera dei lombardi alla prima crociata.
Accanto alla chiesa v’è la celebre Università, fondata nel 1636, la quale dà ancora vita alla città, benchè sia decaduta, come quella di Leida, dalla sua prima altezza. L’Università di Leida ha un carattere particolarmente letterario e scientifico; quella di Utrecht un carattere religioso, ch’essacomunica e riceve insieme dalla città, la quale è la sede dell’ortodossia protestante. Per questo si dice che per le strade d’Utrecht si vedono delle figure pallide e rifinite di puritani, che sono scomparse altrove, e che paiono ombre evocate d’altri tempi. Il popolo ha un aspetto più grave che nelle altre città, le signore affettano un contegno monacale, e persino fra gli studenti v’è una certa velleità di vita raccolta e penitente che non esclude nè birra, nè feste, nè chiassi, nè cattive pratiche. Oltre che sede dell’ortodossia, Utrecht è ancora una delle più forti cittadelle del cattolicismo, professato da ventiduemila dei suoi abitanti; e nessuno può aver dimenticato la tempesta che scoppiò in Olanda quando il Pontefice volle ristabilire in quella città l’antica sede episcopale; tempesta per la quale si ridestarono i sopiti rancori tra protestanti e cattolici, e precipitò il ministero del famoso Torbecke, il piccolo Cavour delle Provincie Unite.
Ma in fatto di religione, Utrecht possiede una preziosa rarità da Museo, un avanzo archeologico curiosissimo, la sede principale della sètta giansenista, la quale non si trova più nello stato di Chiesa costituita, fuorchè nei Paesi Bassi, dove conta ancora trenta Comunità e qualche migliaio di fedeli. La Chiesa, decorata della semplice iscrizione Deo, si alza in mezzo a un gruppo di casette disposte in forma di chiostro, e unite fra loro da piccoli cortili ombreggiati da alberi fruttiferi; e in quel ricetto silenzioso e tristo, nel quale nonmolti anni sono non v’era che un’entrata, che si chiudeva durante la notte come la porta d’una fortezza, languisce la dottrina decrepita di Giansenio e sonnecchiano i suoi ultimi devoti. Oggi ancora, ogni nuova nomina di vescovo è regolarmente annunziata al Pontefice, che risponde regolarmente con una bolla di scomunica, la quale vien letta dal pulpito e poi sepolta e dimenticata. Così questo piccolo Port-Royal, che sente già il freddo e la solitudine della tomba, prolunga ancora la sua ultima resistenza contro la morte.
Di istituzioni notevoli Utrecht non ha che la zecca e la scuola pei medici militari del regno e delle colonie. Le antiche fabbriche di quel bellissimo velluto, che fu per tanto tempo famoso in Europa, sono scomparse. Fuor che la Cattedrale, nessun monumento. Il palazzo municipale, che conserva qualche vecchia chiave e qualche vecchio stendardo, e la tavola su cui venne firmata la pace d’Utrecht, non è che un edifizio del 1830. Il palazzo reale, che non vidi, dev’essere il più modesto de’ palazzi reali, poichè i ciceroni olandesi, che non dimenticano nulla, non mi ci hanno trascinato.
Ma questo palazzo, se la tradizione non è bugiarda, fu testimonio di una comica avventura seguita a Napoleone il Grande. Durante il suo brevissimo soggiorno in Utrecht egli occupò la camera da letto di suo fratello Luigi, ch’era attigua alla stanza da bagno. Si sa che, dovunque andasse, conduceva con sè un servitore, il quale aveva l’esclusivoincarico di tenergli pronto un bagno per qualunque ora del giorno e della notte. La sera ch’egli arrivò ad Utrecht, di malumore, come fu quasi sempre in Olanda, andò a letto per tempo, e lasciò, se per inavvertenza o per proposito la tradizione non lo dice, la porta della camera aperta. Il servitore del bagno, ch’era una buona pasta di brettone, dopo avergli preparata la tinozza in un’altra stanza, se ne andò a letto egli pure, in un camerino poco lontano dalla camera imperiale. Verso la mezzanotte si svegliò improvvisamente assalito da quei dolori che impongono di pigliare la via più breve per arrivare alla mèta, saltò giù dal letto, e in camicia com’era, e pien di sonno, si mise a cercare la porta tastoni. La trovò; ma per il suo malanno, non conoscendo bene il giro delle stanze, invece di riuscir dove voleva, capitò dinanzi alla porta dell’Imperatore. Sospinse, la porta s’aperse, entrò, ed entrando, rovesciò un seggiolone. Una voce terribile, quella voce! gridò:—Chi è?—Il povero giovane, agghiacciato dallo spavento, si sforza di rispondere, e la parola gli muore sulle labbra; tenta di uscire per dove è entrato, non trova più la porta; sbalordito, tremante, cerca un’uscita da un’altra parte.—Chi è?—ripete l’Imperatore con voce tonante, balzando in piedi. Il servitore, affatto fuor di sè, gira, tasta, inciampa in un tavolino, rovescia un’altra seggiola. Allora Napoleone, non dubitando più d’un tradimento, afferra il suo grosso orologio d’argento, si slancia addosso al malcapitato, lo agguanta allastrozza, e gridando aiuto con quanta voce ha nella gola, gli martella la testa di formidabili colpi. Accorrono i camerieri, i ciambellani, gli aiutanti di campo, il prefetto di palazzo colle spade e coi lumi, e vedono.... il Grande Napoleone e il povero servitore, in camicia tutti e due, in mezzo a uno scompiglio di casa del diavolo, che si guardano a vicenda, l’uno in atto di profonda meraviglia, e l’altro in atto di preghiera supplichevole, come in una pantomima da teatro. Si sparse la voce dell’avvenimento nella città, in Olanda, in tutta Europa; come sempre, la notizia si alterò propagandosi; si parlò d’un attentato, d’una congiura, dell’assassinio consumato, di Napoleone seppellito, dell’universo sconvolto.... e di tutto questo scombussolío fu cagione un cattivo desinare d’un servitore.
Ma il principe che lasciò più ricordi in Utrecht fu Luigi XIV. A Utrecht, dicono i Francesi, si va per vedere il rovescio della medaglia del Gran Re; e questo rovescio della medaglia è la guerra del 1670, durante la quale egli fece un lungo soggiorno in quella città.
Sul rovescio della medaglia di Luigi XIV sta scritta una delle pagine più gloriose e più poetiche della storia d’Olanda.
La Francia e l’Inghilterra si alleano per conquistare l’Olanda. Per quale ragione? Non ci sono ragioni. Agli Stati Generali che domandano un perchè, i ministri del re di Francia rispondono allegandodelle impertinenze di gazzette e una medaglia coniata in Olanda con un’iscrizione irriverente per Luigi XIV. Il re d’Inghilterra, dal canto suo, adduce a pretesto un quadro nel quale son rappresentati dei vascelli inglesi catturati ed arsi, e il non aver la flotta delle Provincie-Unite salutato un bastimento inglese. Si spendono cinquanta milioni di lire in apparecchi da guerra. La Francia mette in mare trenta vascelli carichi di cannoni, l’Inghilterra raduna una flotta di cento vele. All’esercito francese forte di centomila soldati, disciplinato, agguerrito e accompagnato da un’artiglieria formidabile, si unisce l’esercito del vescovo di Munster e dell’Elettor di Colonia, forte di ventimila spade. I generali si chiamano Condé, Turenna, Vauban, Lussemburgo; il ministro Louvois presiede allo stato maggiore; lo storico Pélisson lo segue coll’incarico di scrivere le gesta; Luigi XIV, il più gran re del secolo, circondato dalla sua splendida Casa, scortato, come un monarca asiatico, da una falange di gentiluomini, di cadetti, di svizzeri impennacchiati, inargentati e dorati, accompagna l’esercito. Tutta questa forza e questa grandezza, che schiaccerebbe un immenso impero, minaccia un piccolo paese abbandonato da tutti, non difeso che da venticinque mila soldati e da un Principe di ventidue anni, sprovveduto di munizioni da guerra, lacerato dalle fazioni, infestato da traditori e da spie. La guerra è dichiarata, lo splendido esercito del gran Re intraprende la marcia trionfale, l’Europa lo segue.Luigi XIV, alla testa d’un esercito di trentamila soldati comandato dal Turenna, spande oro e favori lungo la via che gli si spiana dinanzi, come a un nume. Quattro città cadono in un sol tratto nelle sue mani. Cadono tutte le fortezze del Reno e dell’Yssel. Al lontano apparire delle pompose avanguardie reali, i nemici si dileguano. L’esercito invasore passa il Reno senza quasi incontrar resistenza, e questo passaggio è celebrato come un avvenimento meraviglioso presso l’esercito, a Parigi, in tutte le città della Francia. Cadono Doesbourg, Zutphen, Arnhem, Nosembourg, Nimega, Shenk, Bommel. Utrecht manda le chiavi delle sue porte al Re vincitore. Ogni ora del giorno e della notte porta la notizia di una conquista. Le Provincie della Gheldria e dell’Over-Yssel sono sottomesse. Naerden, vicino ad Amsterdam, è presa. Quattro cavalieri francesi si avanzano fino alle porte di Muiden, a due miglia dalla capitale. Il paese è in preda alla desolazione, Amsterdam si prepara ad aprire le porte agli invasori, gli Stati Generali mandano quattro deputati a implorare clemenza dal Re. A tal segno è ridotta una repubblica ch’era l’arbitra dei monarchi! I deputati arrivano al campo nemico, il Re non li ammette alla sua presenza, il Luvois gli accoglie con scherno. Finalmente s’intimano loro le condizioni della pace. L’Olanda deve cedere tutte le provincie di là dal Reno e tutte le vie di terra e di mare, per le quali il nemico può penetrare nel suo cuore; pagare venti milioni di lire; abbracciare la religione cattolica; mandare ogni anno al Re di Francia una medaglia d’oro, nella quale sia scritto che l’Olanda deve la sua libertà a Luigi XIV; e accettare le condizioni imposte dal Re d’Inghilterra e dai principi di Münster e di Colonia.—La notizia di queste oltraggiose e insopportabili pretese fa scoppiare in Amsterdam il furore della disperazione. Gli Stati Generali, il patriziato e il popolo risolvono di difendersi fino agli estremi. Si rompono le dighe di Muiden che contengono le acque del mare, e il mare irrompe nelle terre lungamente vietate, salutato con grida di gioia come un alleato e un salvatore; la campagna d’Amsterdam, le ville innumerevoli, i villaggi fiorenti, Delft, Leida, tutte le città vicine sono inondate; tutto è cangiato; Amsterdam è una fortezza circondata dal mare e difesa da un baluardo di vascelli; l’Olanda non è più uno Stato, è una flotta, che quando ogni altra speranza di salvezza sarà perduta, porterà le ricchezze, i magistrati e l’onor della patria nei porti remoti delle Colonie. Addio cavalieri impennacchiati, artiglierie formidabili, stati maggiori pomposi, trionfi da teatro! L’ammiraglio Ruyter sgomina le flotte d’Inghilterra e di Francia, assicura le coste dell’Olanda e introduce la flotta mercantile delle Indie nel porto dell’isola di Texel; il principe d’Orange sacrifica le sue ricchezze allo Stato, inonda altre terre, scuote la Spagna, muove il Governatore di Fiandra che gli manda dei reggimenti, guadagna l’animo dell’Imperatore di Germania, che spedisce in suo soccorso il Montecuccolialla testa di ventimila soldati, strappa aiuti all’elettore di Brandeburgo, dispone alla pace l’Inghilterra. Così tien fronte ai Francesi fino all’inverno, che copre l’Olanda di ghiaccio e di neve, e arresta l’esercito invasore. Vien la bella stagione, ricominciano le battaglie sulla terra e sul mare. La fortuna sorride qualche volta alle armi francesi; ma nè le cure del gran Re, nè il genio dei suoi generali famosi, nè gli sforzi del suo potente esercito valgono a strappar la vittoria alla repubblica. Il Condé tenta inutilmente di penetrare nel cuore dell’Olanda inondata; il Turenna non può impedire che il principe d’Orange si congiunga coll’esercito del Montecuccoli; gli Olandesi s’impadroniscono di Bonn e investono il vescovo di Munster; il re d’Inghilterra si ritrae dalla lega; l’esercito francese è costretto a ritirarsi dall’impresa. L’invasione era stata una marcia trionfale; la ritirata fu una fuga precipitosa; gli archi di trionfo inalzati a Parigi per festeggiare la conquista non erano ancora terminati, quando vi giungevano le avanguardie dell’esercito scompigliato; e Luigi XIV a cui sorrideva l’Europa al cominciar della guerra, si trovava, dopo la guerra perduta, alle prese coll’Europa intera. Tale trionfo riportava la piccola Olanda sul grande monarca, l’amor di patria sul furore di conquista, la disperazione sulla prepotenza, la giustizia sulla forza.
A poche miglia da Utrecht, vicino a un bellissimo bosco, v’è il villaggio di Zeist, al quale si vaper una strada fiancheggiata da parchi e da ville di ricchi negozianti di Rotterdam. In quel villaggio v’è una Colonia di quei rinomatissimi fratelli uniti o fratelli di Boemia o fratelli Moravi, sètta religiosa derivata da quelle di Valdus e di Giovanni Huss, che misero sottosopra l’Europa. Ebbi anch’io il desiderio di vedere i discendenti diretti di quei Valdesi e di quegli Hussiti, «che furono bruciati su tutti i roghi, impiccati su tutte le forche, inchiodati a tutte le croci, rotti a tutte le ruote, squartati da tutti i cavalli» e feci una corsa a Zeist. Questa casa di Moravi fu fondata verso la metà del secolo scorso e contiene circa duecentocinquanta persone tra uomini, donne e ragazzi. L’aspetto del luogo è austero come la vita degli abitanti. Sono due vasti cortili, separati da una larga strada, ciascuno dei quali è chiuso su tre lati da un grande edifizio nudo come una caserma. In uno di questi edifizi vi sono i celibi, gli ammogliati e le scuole; nell’altro le vedove, le ragazze, la chiesa, il pastore e il capo della Comunità. Il pian terreno è occupato dai magazzini, che contengono mercanzie, parte opera degli stessi Moravi, come guanti, saponi, candele ec.; parte comperate per essere rivendute a prezzo fisso e a buonissimo mercato. La chiesa non è che una gran sala con due tribune per gli stranieri e dei rozzi banchi per i fratelli. L’interno degli edifizi somiglia a un convento. Non sono che lunghi corridoi fiancheggiati da piccole stanze nelle quali ogni fratello vive in un profondo raccoglimento lavorando o pregando. Laloro vita è rigorosissima. Professano, almeno esteriormente, la confessione d’Ausburgo. Ammettono il peccato originale, ma colla fede che la morte di Gesù Cristo abbia lavato assolutamente l’umanità. Credono che l’unità della Chiesa consista più nella carità la quale deve riunire tutti i discepoli di Cristo in una sola mente e in un sol cuore, che non nella uniformità della fede. Praticano, in un certo senso, le comunità dei beni, e formano il tesoro comune con offerte volontarie. Esercitano fra loro tutte le professioni necessarie: di medici, d’assistenti, di monitori, di maestri. I superiori possono punire col rimprovero, colla scomunica e coll’espulsione dalla Comunità. Le occupazioni della giornata sono regolate come in un collegio: preghiera, riunioni particolari, letture, lavoro, esercizi religiosi, a quell’ora fissa e tra i fratelli di quella data classe. Per dare un’idea dell’ordine che regna in questa società, basta accennare, fra le tante altre consuetudini strane, che il differente stato delle donne è indicato con un nastro di vario colore che portano sul capo. Le ragazze hanno un nastro color di rosa vivo fino a dieci anni; un nastro rosso fino a diciotto, e uno rosso pallido fino al giorno che si maritano; le donne maritate un nastro azzurro e le vedove un nastro bianco. Così in questa società ogni cosa è classificata, prestabilita, misurata; la vita scorre come una macchina agisce; l’uomo si move come un automa; il regolamento tien luogo di volontà e l’orologio governa il pensiero. Quando entrai in mezzo a quell’edifizio,non vidi che due servitori immobili sulla soglia di una porta e una ragazza col nastro rosso alla finestra. I cortili erano deserti, non si sentiva ronzare una mosca, non si vedeva indizio di vita. Dopo aver guardato un po’ qua e là, come si guarda un cimitero a traverso le sbarre della cancellata, ripresi pensierosamente la via d’Utrecht.