Fin da quando scrivevo le prime pagine di questo libro, solevo animarmi a proseguire pensando al piacere che avrei provato quando fossi giunto al villaggio di Broek. Ebbi dei giorni di scoraggiamento e di stanchezza, in cui avrei buttato sul fuoco tutti i miei scartafacci; ma da queste prostrazioni d’animo mi risollevò sempre quel pensiero. L’immagine di Broek era la mia stella polare. “Quanto, prima di arrivare a Broek?” mi domandavano in casa. E io rispondevo sospirando: “Ancora due mesi,—venti giorni,—una settimana.” Eccomi finalmente al giorno tanto desiderato. Sono allegro e impaziente; vorrei potermi esprimere insieme alla penna col pennello e colla voce; ho mille cose da dire e non so da che verso rifarmi; e rido di me stesso come ne riderà probabilmente chi legge.
Nelle varie città dov’ero stato, da Rotterdam ad Amsterdam, avevo inteso parlare più volte del villaggio di Broek, ma sempre di volo, e in maniera da solleticare, piuttosto che appagare la mia curiosità. Questo nome di Broek, quando lo pronunziavo in un crocchio, faceva rider tutti. Qualcuno a cui avevo domandato perchè ridesse, m’aveva risposto secco:—Perchè è una cosa ridicola.—Un tale, all’Aja, m’aveva detto così tra l’agro e il dolce:—Oh insomma, quando la vorranno finire gli stranieri con questo benedetto Broek? Non ci sono altri argomenti per canzonarci?—Ad Amsterdam, il padrone dell’albergo, tracciandomi sulla carta la strada che dovevo fare per andare a Broek, rideva sotto i baffi coll’aria di dire:—Ragazzate.—A tutti avevo domandato delle notizie particolari e nessuno me n’aveva voluto dare. Scrollavano le spalle e dicevano:—Vedrà.—Solo da qualche parola sfuggita all’uno e all’altro, avevo potuto argomentare che fosse un villaggio stranissimo; famoso, per questa sua stranezza, fin dal secolo scorso; descritto, illustrato, deriso e preso a pretesto dagli stranieri per spacciare a carico degli Olandesi un’infinità di favole e di corbellerie.
Lascio immaginare la curiosità che mi tormentava. Basti dire che sognavo Broek ogni notte, e che avrei da fare un libro se volessi descrivere tutti i villaggi fantastici, meravigliosi, impossibili, che vidi in quei sogni. Feci uno sforzo per dare la precedenza alla gita d’Utrecht, e appena ritornato ad Amsterdam, partii per il misterioso villaggio.
Broek è nella Nord Olanda, a mezza distanza, opresso a poco, fra la città d’Edam ed Amsterdam, e poco lontano dalla spiaggia del Zuiderzee. Dovevo dunque attraversare il golfo dell’Y e percorrere un tratto del canale del Nord.
M’imbarcai la mattina per tempo in uno dei piccoli piroscafi, che partono ogni ora del giorno per Alkmaar ed Helder, e in pochi minuti arrivai nel gran canale.
È questo il maggior canale dell’Olanda, e una delle più meravigliose opere che siansi fatte in Europa nel secolo decimonono. Tutti sanno in che modo ed a che fine sia stato aperto. Altre volte per giungere al porto di Amsterdam i grandi bastimenti dovevano attraversare il golfo di Zuiderzee, sparso di banchi di sabbia e agitato da furiose tempeste. Questa traversata, lunga e piena di pericoli, era sopratutto difficile nel punto in cui il golfo di Zuiderzee si congiunge a quello dell’Y, a cagione di un gran banco di sabbia chiamato Pampus, che i grossi bastimenti non potevano superare se non alleggerendosi d’una parte del loro carico, e facendosi rimorchiare con molta spesa e molta perdita di tempo. Per aprire una via più facile al porto di Amsterdam, si costrusse quel gran canale che va dal golfo dell’Y fino al mare del Nord, attraversando tutta la Nord-Olanda; lungo quasi ottanta chilometri, largo quaranta metri, profondo sei. Fu cominciato nel 1819 e finito nel 1825, e costò trenta milioni di lire. Mercè questo canale, quando il tempo è favorevole, i più grandibastimenti giungono in meno di ventiquattr’ore dal Mare del Nord nel porto d’Amsterdam. Ciò nonostante la città è ancora, rispetto alle altre città marittime, in una posizione assai svantaggiosa al commercio, poichè l’entrata del canale del Nord, presso l’isola di Texel, è difficilissima; nel canale stesso i bastimenti debbono essere rimorchiati, così che il tragitto, su per giù, costa un migliaio di lire; e negl’inverni rigidi, le acque agghiacciano, la navigazione è impedita o rallentata, e occorre qualche volta spendere fino a trentamila fiorini per aprirvi un passaggio. Ma il coraggio degli Olandesi non si arrestò neanco dinanzi a questa difficoltà, e aperse al commercio una nuova strada. Un altro canale, intorno al quale si sta ora lavorando, attraverserà il golfo dell’Y, nella direzione della sua maggior lunghezza, taglierà le dune e sboccherà nel mare presso il villaggio di Wyk-aan-zee, separando così la Nord-Olanda dal continente. Questo canale sarà lungo venticinque chilometri e largo come quello di Suez; i bastimenti potranno giungere per esso dal mare ad Amsterdam in due ore e trenta minuti; una gran parte del golfo dell’Y, riempita colla materia cavata dal canale, sarà convertita in terra coltivabile; e così verrà chiusa per sempre la via alle inondazioni del mare, dalle quali Amsterdam è perpetuamente minacciata. I lavori, cominciati nel 1866, sono pressochè terminati; e già fin dal 25 settembre del 1872 un bastimento della Società che compie la grande impresa, ha percorso in trionfola nuova via, salutato festosamente dalla grande città, come un araldo annunziatore di prosperità e di fortuna.
Appena il piroscafo ebbe oltrepassato le porte monumentali dal Canale del nord, disparvero ai miei occhi il golfo, il porto, Amsterdam, ogni cosa; poichè in quel punto le acque del canale sono di quasi tre metri più basse che il livello del mare; e non vidi più che una miriade di cime d’alberi di bastimento, di punte di campanili e di estremità d’ali di mulino, sporgenti oltre le dighe altissime in mezzo alle quali si scorreva. Di tratto in tratto il piroscafo passava per una stretta porta, le rive erano deserte, il canale chiuso da ogni parte, l’orizzonte nascosto; pareva di navigare per i meandri d’una fortezza inondata. Dopo una mezz’ora di questa navigazione furtiva, si arrivò a un villaggio, un vero indovinello di villaggio, formato da alcune casette colorite, schierate lungo una diga, e quasi interamente nascoste da una fila di alberi tagliati in forma di ventaglio e piantati dinanzi agli usci, come per difendere dagli sguardi di chi passa i segreti della vita domestica. Il piroscafo passò per un’altra porta, e riuscì nell’aperta campagna, dove mi si presentò uno spettacolo affatto nuovo. Le acque del canale, essendo assai più elevate della campagna circostante, il bastimento scorreva all’altezza delle cime degli alberi e dei comignoli delle case che fiancheggiavano le dighe; e la gente che passava per i sentieri voltava il viso insu per guardare il bastimento nella stessa maniera che, poco prima, alzavamo il viso noi per guardare la gente che passava sulle dighe. Incontravamo bastimenti rimorchiati da cavalli, barconi rimorchiati da famiglie intere, disposte in fila per ordine d’età, dal nonno al nipote, e dinanzi al nipote il cane; piroscafi che venivano da Alkmaar e da Helder, pieni di contadine col cerchio d’oro intorno alla fronte; e vedevamo da tutte le parti della campagna scorrere delle barche a vela, che, essendo i canali nascosti dalle dighe verdi, pareva che scivolassero sull’erba dei prati.
Arrivato alla mia mèta, discesi, stetti a veder partire il piroscafo, e poi solo soletto presi la via di Broek, fiancheggiata a sinistra da un canale e a destra da una siepe. Dovevo fare un’ora di cammino. La campagna era verde, rigata da mille canali, sparsa di gruppi d’alberi e di mulini a vento, e silenziosa come una steppa. Bellissime vacche bianche e nere erravano o riposavano sulla sponda dei canali, non custodite da alcuno; stormi d’anitre e d’oche bianche come cigni sguazzavano nei bacini; e qualche barchetta scorreva qua e là sui canali tra prato e prato, condotta a remi da un contadino. Quella vasta pianura animata di codesta vita lenta e muta, m’ispirava un sentimento di pace così soave, che la più dolce musica m’avrebbe turbato come uno strepito importuno.
Dopo una mezz’ora di cammino, benchè di Broek non apparisse ancora che la punta del campanile,cominciai a vedere qualche cosa qua e là che annunziava la vicinanza del villaggio. La strada correva sopra una diga, e sul fianco di questa diga vi erano alcune case. Una di queste, una catapecchia di legno, che arrivava appena col tetto all’altezza della strada, rozza, sconquassata, sbilenca, da far credere che fosse un covile piuttosto che una casa, aveva un finestrino con la sua brava tendina bianca annodata da un lato con un nastro azzurro, la quale lasciava vedere a traverso i vetri un tavolinetto coperto di tazze, di bicchieri, di fiori, di gingilli luccicanti come oggetti di vetrina. Appena oltrepassata quella casa, vedo due pali piantati in terra a sostegno d’una siepe, tutti e due tinti di colore azzurro e strisciati di bianco come le antenne da orifiamme che si rizzano per le feste pubbliche. Un po’ più oltre trovo un’altra casupola di contadini, dinanzi alla quale sono esposti secchiolini, panche, rastrelli, pale, zappe, ogni cosa colorita di rosso, d’azzurro, di bianco, di giallo, e strisciata ed orlata di altri colori, come gli attrezzi dei saltimbanchi. Vado innanzi, e vedo altre case rustiche colle finestre ornate di trine, di nastrini, di reticelle di ferro, di specchietti mobili, di gingilli appesi; colle tegole variopinte, colle porte inverniciate. Via via che procedo, cresce la vivezza e la varietà dei colori, la pulizia, la lucentezza, la pompa. Vedo tendine ricamate e nastri color di rosa alle finestre dei mulini; carri e arnesi d’agricoltura con le lamine, i cerchi e i chiodi risplendenti come l’argento; case di legno inverniciate; chiudende estecconati rossi e bianchi; finestre coi vetri orlati di due o tre striscie di varii colori; e infine la più strana di tutte le stranezze: alberi col tronco tinto di color cilestrino dal piede fino al nodo dei rami!
Ridendo tra me di queste bizzarrie, arrivo a un ampio bacino, circondato d’alberi fitti e frondosi, di là dai quali, sulla sponda opposta, spunta un campanile. Guardo intorno: non c’è che un bambino sdraiato sull’erba. Gli domando:—Broek?—Si mette a ridere, e risponde:—Broek.—Allora guardo meglio e vedo brillare in mezzo al verde degli alberi dei colori così ciarlataneschi, così impertinenti, così arrabbiati, che mi sfugge un’esclamazione di stupore.
Giro intorno al bacino, passo sur un piccolo ponte di legno bianco come la neve, infilo una stradina, guardo.... Broek! Broek! Broek! Lo riconosco, non ci può esser dubbio, non può esser altro che Broek!
Immaginate un presepio fatto con casette di carta-pesta da un ragazzo di otto anni, una città fabbricata nella vetrina d’una bottega di giocattoli di Norimberga, un villaggio costrutto da un coreografo sul disegno d’un ventaglio chinese, una riunione di baracche di saltimbanchi arricchiti, un gruppo di villette fatte per servir da teatro di burattini, una fantasia d’un orientale ubriaco d’oppio, un qualche cosa che faccia pensare nello stesso tempo al Giappone, all’India, alla Tartaria, alla Svizzera, allo stileplaterescoe alrococòPompadour, e a quello degli edifici inzuccherati che mettono inmostra i confettieri; una mescolanza di barbaro, di gentile, di presuntuoso, di lezioso, d’ingenuo, di sciocco, che nello stesso punto offenda il buon gusto, provochi le risa e innamori; immaginate insomma la più puerile stravaganza a cui si possa dare il nome di villaggio, e avrete una lontana immagine di Broek.
Tutte le case sono circondate da un giardinetto, separato dalla strada da uno stecconato color cilestrino, della forma d’una balaustrata o d’una ringhiera, con pomi, mele o aranci di legno sulla punta degli stecconi. Le strade fiancheggiate da questi stecconati, sono strettissime e formate di piccoli mattoni di vario colore, messi di costa, e combinati in ogni sorta di disegni, in modo che da lontano le strade paiono coperte di scialli turchi. Le case, la maggior parte di legno, tutte col solo piano terreno, e piccolissime, sono color di rosa, color nero, colore cenerino, colore di porpora, colore azzurro chiaro, colore d’erba montanina; hanno il tetto coperto di coppi inverniciati e disposti a scacchiera; le gronde ornate d’una specie di festone di legno traforato come una trina; le facciate a punta, con una banderuolina sulla cima, o una piccola lancia, o qualcosa che somiglia un mazzo di fiori; le finestre coi vetri rossi o azzurri, ornate di tendine, di ricami, di nastri, di reticelle, di frange, di nappe, di ninnoli; le porte dipinte e dorate, e sormontate d’ogni sorta di bassorilievi che rappresentano fiori, figurine e trofei, in mezzo ai quali si legge il nome e la professione del proprietario. Quasi tutte le casehanno due porte: una davanti e una di dietro; questa per l’entrata e l’uscita di tutti giorni; l’altra che si apre soltanto nelle occasioni solenni della vita, come nascite, morti, matrimoni.
I giardini non sono meno strani delle case. Paiono fatti per i nani. I viali sono appena tanto larghi da poterci mettere i piedi, le aiuole si cingono colle braccia, i capanni contengono a stento due personcine rannicchiate, le siepi di mortella non arrivano ai ginocchi d’un bambino di quattr’anni. Fra questi capanni e queste aiuole vi sono dei canaletti che paion fatti per metterci delle barche di carta, sui quali s’incurvano dei ponti di legno, puerilmente superflui, con colonnine e spallette colorite; bacini grandi come una tinozza da bagno riempiti da una barchetta lilliputtiana, legata con un cordoncino rosso a un palo color celeste; piccoli scali, piccoli orti, piccoli crocicchi, pergolatelli, porticciuole, cancellatine, tutte cose che si possono misurare con una mano, superare con un salto e buttar all’aria con un pugno. Intorno alle case e ai giardini s’innalzano alberi tagliati in forma di ventagli, di pennacchi, di dischi, di trapezi, coi tronchi coloriti di bianco e d’azzurrino, e qua e là casette di legno per gli animali domestici, variopinte, dorate e scolpite come piccole reggie da marionette.
Data un’occhiata alle prime case e ai primi giardini, m’inoltrai nel villaggio. Non c’era anima viva nè per le strade nè alle finestre. Tutte le porte eran chiuse, tutte le tendine calate, tutti i canalideserti, tutte le barchette immobili. Il villaggio è costruito in maniera che in nessun punto si vedono più di quattro o cinque case; e via via che si va innanzi, una si nasconde, un’altra fa capolino, una terza balza fuori tutta intera; e da tutte le parti, in mezzo ai tronchi degli alberi, appariscono e spariscono striscie e tocchi di colori vivissimi, come di una frotta di maschere sparpagliate che facciano a rimpiattíno. A ogni passo si scopre un nuovo piccolo prospetto da palcoscenico, una nuova combinazione strana di colori, un nuovo capriccio, una nuova ridicolaggine. Par che da un momento all’altro debba uscire da tutte quelle porte un popoletto d’automi coi piatti turchi e i tamburelli fra le mani, come quei che si muovono sugli organetti. Con cinquanta passi si gira intorno a una casa, si passa un ponte, si attraversa un giardino, si percorre una strada e si ritorna nel luogo di prima. Un bambino vi pare un uomo e un uomo vi pare un gigante. Tutto è piccino, compassato, leccato, tinto, contraffatto, snaturato, fanciullesco. Sulle prime vi vien da ridere; poi vi piglia la stizza pensando che gli abitanti di quel villaggio crederanno che voi lo troviate bello; quella caricatura vi riesce odiosa; dareste di scimunito a tutti i padroni di casa; vorreste persuaderli che il loro famoso Broek è un insulto all’arte e alla natura, e ch’essi non hanno nè buon gusto nè buon senso. Ma quando vi siete ben sfogati a invettive, tornate a ridere, e il riso finisce per prevalere.
Dopo aver girato un po’ senza incontrare nessuno, mi venne il desiderio di veder l’interno di una casa. Mentre guardavo qua e là in cerca d’un’anima ospitale, m’intesi chiamare:—Monsieur—e voltatomi, vidi una donna sur un uscio, la quale mi domandò timidamente:—Foulez fous foir une maison particulière?—Accettai; la donna lasciò gli zoccoli sulla soglia, come si usa in tutte le case di quei paesi, e mi condusse dentro. Era una povera vedova, come mi disse appena fummo entrati, e non aveva che una stanza; ma che stanza! Il pavimento era coperto di stuoie pulitissime; i mobili erano luccicanti come l’ebano; le maniglie del cassettone, la linguetta del baule, i rilievi d’un piccolo stipo, le bullette delle seggiole, persino i chiodi piantati nel muro, parevano d’argento. Ilcaminoera un vero tempietto, tutto rivestito di lastrine di maiolica colorite e nitide come se non avessero mai visto il fumo. Sur un tavolino c’era un calamaio di rame, una penna di ferro e qualche gingillo, che avrebbero richiamato l’attenzione nella vetrina d’un orefice. Da qualunque parte volgessi gli occhi, scintillava qualche cosa. Non vedendo il letto, domandai alla buona donna dove dormisse. Per tutta risposta s’avvicinò a una parete ed aperse i due battenti nascosti dalla tappezzeria. Il letto (come in quella casa, in tutte le altre) è chiuso in una specie di armadio a muro, e consiste in un materasso e in un pagliericcio distesi sopra la parte inferiore del muro medesimo, senz’assi e senza cavalletti; letto che sarà comodo d’inverno, ma che dev’essere unaffogatoio d’estate. Mi fece vedere gli arnesi coi quali faceva la pulizia. C’era da farne una bottega: scope, scopette, spazzolini da denti, strofinacci, raschiatoi, rastrellini, scovoli, frugoni, pelli, mazzetti di piume, acqua-forte, bianco di Spagna pei vetri, rosso di Venezia per le posate, polvere di carbone per i rami, smeriglio per i ferri, mattone inglese per i pavimenti, e persino stecchini per cavar le pagliuzze microscopiche dalle commessure dei mattoni.
Mi diede notizie curiosissime intorno al furore di pulizia per cui il villaggio di Broek è famoso in Olanda. Non è lungo tempo che all’entrata del villaggio si leggeva un’iscrizione concepita in questi termini:—Prima o dopo il tramonto del sole nessuno può fumare nel villaggio di Broek, se non con una pipa munita di coperchio(perchè non si spanda la cenere),e quando si attraversa il villaggio con un cavallo, èproibitodi stare in sella, e bisogna condurlo a piedi. Era pure proibito di attraversare il villaggio in carrozza, o con pecore o vacche, o qualunque altro animale che potesse insudiciare le strade; e benchè non sussista più questa proibizione, i carri e gli animali girano ancora intorno a Broek, per effetto dell’usanza antica. Dinanzi a tutte le case c’erano, e se ne vede ancora qualcuna, delle sputacchiere di pietra, nelle quali sputavano i fumatori dalle finestre. L’uso di stare in casa coi piedi scalzi è ancora in pieno vigore, così che dinanzi a tutte le porte si vedono scarpe, stivaletti e zoccoli ammonticchiati. È una fiaba quelloche si racconta di sommosse popolari accadute a Broek contro stranieri che sparsero per la strada dei noccioli di ciliegia; ma è vero che ogni cittadino il quale veda cadere una foglia o una festuca portata dal vento dinanzi alla sua casa, la va a raccattare e la butta nel canale. Che poi si vadano a spolverare le scarpe a cinquecento passi fuor del villaggio, che ci sian dei ragazzi pagati per soffiare quattro volte all’ora fra i mattoni della strada, e che in certe case si portino gli ospiti a braccia perchè non insudicino il pavimento, son cose che si raccontano,—mi disse quella buona donna,—ma che probabilmente non si fecero mai. Però prima di lasciarmi uscire, mi raccontò un aneddoto che, se fosse vero, farebbe quasi credere possibili quelle stravaganze.—Nei tempi andati,—mi disse,—la manía della pulizia era arrivata a tal segno, che le donne di Broek trascuravano, per strofinare e lavare, persino i loro doveri religiosi. Il Pastore del villaggio, dopo aver tentato inutilmente tutte le vie della persuasione per far cessare quello scandalo, prese un altro partito. Fece una gran predica nella quale disse che ogni donna olandese la quale avesse compiuto fedelmente i suoi doveri verso Dio nella vita terrena, avrebbe trovato nel mondo di là una casa piena zeppa di mobili, d’utensili e di gingilli svariatissimi e preziosissimi, nella quale, non distratta da altre occupazioni, avrebbe potuto spazzolare, insaponare e lustrare per tutta l’eternità, senza mai poter dire d’aver finito. L’immagine di questa sublime ricompensa, il pensiero di questa immensa felicità infuse tanto ardore e tanta pietà nelle donne di Broek, che d’allora in poi furono sempre assidue agli esercizi religiosi, e non ebbero mai più bisogno di eccitamento.—
Eppure, nè questo furore di pulizia, nè la bizzarria architettonica che ho descritta, sono la cagione della semi-seria celebrità del villaggio di Broek. Questa celebrità derivò da una stravaganza di forme e di consuetudini, appetto alla quale ciò che ora si vede non è più nulla. Il Broek d’oggigiorno non è più che una larva del Broek antico. A persuadersene, basta visitare una casa posta all’entrata del villaggio, e aperta agli stranieri, la quale è un modello completo delle antiche case, e vien conservata accuratamente dal proprietario come un monumento storico delle follie trascorse. L’esterno della casa non è diverso dalle altre: una baracca da burattini. Il maraviglioso sono le stanze e il giardino. Le stanze, piccolissime, sono tanti bazar, ciascuno dei quali richiederebbe un volume di descrizioni. La manía olandese di ammontare oggetti su oggetti, e di cercar la bellezza e l’eleganza nell’eccesso degli ornamenti più disparati, là si vede spinta sino al superlativo grado del ridicolo. Vi sono figurine di porcellana sugli armadi, tazze e zuccheriere chinesi sopra e sotto le tavole, piatti appesi alle pareti dal soffitto fino al pavimento, orologi, ovi di struzzo, barchette, bastimenti, conchiglie, vasi, piattini, calici, ficcati in tutti gl’interstizi e nascosti in tutti i buchi; quadri che presentano figure diverse, secondo da che parte si guardano; armadi pieni di centinaia di ninnoli; ornamenti senza nome, decorazioni senza senso, un ingombro, un lucicchío, una dissonanza di colori, un cattivo gusto così innocentemente spietato, che è un piacere e un dispetto a vedersi. Ma tutte queste stravaganze sono di gran lunga superate dal giardino. Qui si vedono ponti messi per mostra sopra rigagnoli larghi un palmo, grotte e cascatelle da presepio, chiesette rustiche, templi greci, chioschi chinesi, pagodi indiani, statue dipinte, piccoli fantocci colle mani e i piedi dorati che balzano fuori dai panieri di fiori, automi di grandezza naturale che fumano e che filano, armadi che s’aprono al tocco d’un ordigno, e lascian vedere una comitiva di burattini seduti a tavola, bacinetti dove nuotano cigni e oche di zinco, aiuole coperte di un mosaico di conchiglie, con un bel vaso di porcellana nel mezzo; alberi che rappresentano figure umane, cespugli di bosso tagliati in forma di campanili, di chiesuole, di navi, di chimere, di pavoni che fan la ruota e di bambini che allargan le braccia; sentieri, capanni, siepi, fiori, piante, tutto scontorto, manierato, tormentato, imbastardito, stravolto. E così erano nei tempi andati tutte le case e tutti i giardini di Broek.
Ma ora non solamente l’aspetto del villaggio, anche la popolazione è in gran parte mutata. Broek era chiamato altre volte il villaggio dei milionarii, perchè quasi tutti i suoi abitanti erano negozianti ricchissimi, che si raccoglievan là per amoredella solitudine e della pace. A poco a poco, la noia, il ridicolo di cui furon fatti segno le loro case ed essi stessi, l’importunità dei viaggiatori, il desiderio di luoghi più ameni, snidò da Broek quasi tutte le famiglie ricche, e le poche rimaste, cessando la gara che aveva prodotte tante fanciullesche meraviglie, non pensarono più a crearne delle nuove, e lasciarono perdere o sparire le vecchie. Ora Broek ha circa un migliaio d’abitanti, dei quali la maggior parte fanno formaggi, e gli altri son bottegai, fattori e artefici che vivon di rendita.
Malgrado che sia decaduto, Broek è ancora visitato da quasi tutti gli stranieri che vanno in Olanda. In una stanza della casa che ho descritta, v’è un enorme libro che contiene parecchie migliaia di, biglietti di visita e di firme manoscritte di gente d’ogni paese. Io l’ho scorso tutto. Il maggior numero di visitatori sono inglesi e americani; il minimo italiani, e questi quasi tutti nobili delle provincie meridionali. Fra i molti nomi illustri vidi quello di Victor Hugo, di Walter Scott, del Gambetta e del commediografo Emilio Augier. Fra i ricordi, v’è un calcafogli che l’Imperatore e l’Imperatrice di Russia regalarono a un cittadino di Broek in segno di gratitudine per l’ospitalità ch’egli concesse nel 1864 al granduca Nicola di Alexandrovitch.
A proposito di visitatori illustri, anche l’Imperatore Alessandro di Russia e Napoleone il Grande furono a Broek. La tradizione locale dice che così l’uno che l’altro avendo voluto vedere l’interno d’unacasa, dovettero, prima d’entrare, infilarsi certe grosse calze di lana che porse loro la serva, perchè non insudiciassero i pavimenti cogli stivali. Non oserei affermare che questo sia vero; ma so, per averlo letto in certe Memorie del viaggio di Napoleone in Olanda, che a Broek egli s’indispettì nel vedere le strade deserte, e la gente tappata in casa che lo guardava di dietro i vetri coll’aria di sorvegliare che non insudiciasse le cancellate dei giardini. Anche l’imperatore Giuseppe II fece una visita a Broek; ma, per quello che si narra, non avendo portato con sè delle lettere di raccomandazione, non potè entrare in nessuna casa. Un aiutante di campo insistendo presso un padrone di casa, perchè lasciasse entrare la Maestà Sua:—Io non conosco il vostro Imperatore,—quegli rispose;—e fosse anche il borgomastro d’Amsterdam in persona, non ricevo chi non conosco.—
Quand’ebbi visitato la casa e il giardino antico, entrai in un piccolo caffè dove una ragazza senza scarpe, inteso alla prima il mio linguaggio da sordomuto, mi portò una mezza forma di buon formaggio di Edam, delle uova e del burro, ogni cosa posto sotto un coperchio di maiolica, protetto da una reticella di fil di ferro, e nascosto da una bianchissima tovaglietta ricamata; e poi scortato da un ragazzo che mi parlava a gesti, andai a vedere una fattoria. Molta gente, tra noi, che porta cappello a staio ed orologio d’oro, non ha un appartamento pulito ed ornato come quello in cui si pavoneggiano le vacche di Broek.Prima d’entrare bisogna pulirsi le scarpe a una stuoia distesa davanti alla porta, e se non lo fate, vi pregano di farlo. Il pavimento delle stalle è di mattoni di vario colore, nitidi da poterci passare sopra la mano; le pareti son rivestite di legno di abete; le finestre sono ornate di tende di mossolina e di vasi di fiori; le mangiatoie son dipinte; le vacche sono strigliate, pettinate, lavate, e perchè non s’insudicino hanno la coda tenuta su da un cordoncino legato a un chiodo del soffitto; un rigagnolo che attraversa la stalla, porta via continuamente le immondizie; fuor che tra i piedi delle bestie, non si vede un fuscello, nè una macchia; e l’aria è così purgata, che a occhi chiusi si crederebbe di essere in un salotto. Le camere dei contadini, le stanze dove si fa il formaggio, i cortili, i bugigattoli, tutto è netto e luccicante ad un modo.
Prima di partire per Amsterdam feci ancora un giro per il villaggio badando a nascondere il sigaro quando qualche donna dal diadema d’oro mi guardava dalla finestra; passai su due o tre ponti bianchi, toccai col piede qualche barchetta, mi trattenni un po’ dinanzi alle casine più variopinte; e poi, non vedendo comparire anima viva nè per le strade nè dentro ai giardini, ripresi la mia via solitaria in groppa al cavallo di san Francesco, con quel sentimento di tristezza che lascian nel cuore tutte le grandi curiosità soddisfatte.
La maggior parte degli stranieri, dopo aver visitato il villaggio di Broek e la città di Zaandam, partono per la Frisia o se ne ritornano all’Aja colla persuasione d’aver visto l’Olanda. Io volli invece spingermi sino all’estremità della Nord-Olanda, pensando che in questa provincia posta fuor di mano, non abitata da stranieri, non percorsa da viaggiatori, avrei veduto costumi, usi ed aspetti antichi più schiettamente conservati che nelle altre. Il pericolo di non esser capito, di capitare in cattivi alberghi, di trovarmi solo, impicciato e malinconico in piccole città delle quali non c’è nemmeno la pianta nelleGuide, e che i viaggiatori più pazienti non fanno che attraversare di volo; non mi distolse dal mio proposito. Una bella mattina del mese d’agosto, il diavolo dei viaggi, il più prepotente di tutti i diavoli che invasano l’anima umana, trasportò me e la mia valigia in un piroscafo che partiva per Zaandam;m’imbarcò lo stesso giorno per Alkmaar, la metropoli dei formaggi, e mi diede la stessa sera un biglietto di seconda classe per Helder, la Gibilterra del nord.
Zaandam, vista dal golfo dell’Y, presenta l’aspetto d’una fortezza coronata di torri innumerevoli, dall’alto delle quali i cittadini chiedano soccorso, con segnali affrettati, a un esercito lontano. Son centinaia di mulini altissimi che si alzano fra le case, sulle dighe, lungo la spiaggia, per tutta la campagna circostante alla città; una parte dei quali lavorano al prosciugamento delle terre, altri a far l’olio di colza, che è una delle più importanti materie di commercio di Zaandam; altri a ridurre in polvere una specie di tufo vulcanico portato dal Reno, che serve a comporre un cemento particolare per le opere idrauliche; altri a segar legna, a mondar orzo, a macinar colori, a fabbricar carta, mostarda, smalto, corde, amido, paste. La città non si vede che pochi minuti prima d’entrare nel porto.
È una vera veduta da scenario di ballo pastorale.
La città è fabbricata lungo le due rive d’un fiume, chiamato Zaan, che si versa nell’Y, e intorno a un piccolo seno formato dall’Y medesimo, che le serve di porto. Le due parti eguali in cui rimane divisa la città, sono congiunte da un ponte, che s’alza per dar passo ai bastimenti. Intorno al porto non ci sono che poche strade e poche case; la parte principale di Zaandam si stende lungo le rive dello Zaan.
Il piroscafo s’avvicinò fino a toccar la riva: scesi,mi liberai da un drappello di ciceroni, e in pochi minuti percorsi le strade principali.
Zaandam è un grande Broek, meno puerilee piùbello del Broek piccino.
Le case sono di legno, d’un solo piano, colla facciata a punta, e quasi tutte colorite di verde. Vi sono strade intere, nelle quali non si vede altro colore, che paiono strade d’una città fatta di bosso e di mortella. Come a Broek, i coppi dei tetti sono inverniciati, le finestre ornate di tendine e di fiori, le strade ammattonate e pulite come il pavimento d’una sala. Nei vetri, nelle lastre d’ottone delle porte, negli oggetti esposti sui davanzali, da qualunque parte si guardi, si vede riflessa la propria immagine. Tutta la città spira un’aria d’allegria, di freschezza e d’innocenza, che innamora. È una città ricca e popolosa, e sembra un piccolo villaggio. Ha tutti i tratti propri delle città olandesi, ed insieme un non so che aspetto nuovo ed esotico, che la fa parere immensamente lontana da tutte le altre.
Essendo giorno di festa, le strade principali eran piene di gente che andava o tornava di chiesa. La prima cosa che mi colpì fu l’acconciatura del capo delle donne. Portano, sotto un cappello coperto di fiori, una specie di cuffia di trina, che scende fin sulle spalle, dalla quale escono di qua e di là dalla fronte due nodi di capelli arricciolati e stretti che paion ciocche di chicchi d’uva. Il cerchio d’oro o d’argento, che stringe la testa, e luccica attraverso la trina di codesta cuffia, termina sulle tempie indue lastrine quadrate dello stesso metallo, rivolte verso chi guarda, con una rosetta nel mezzo. Un’altra lastrina dorata e cesellata, una sorta di nastro metallico, legato, non so come, al cerchio, attraversa obliquamente la fronte e scende quasi fino a toccare la tempia opposta, o l’occhio, o l’intracciglio, in modo che pare un pezzo del cerchio stesso, rotto e lasciato spenzolare per negligenza o per vezzo. Due grossi spilloni confitti verticalmente all’estremità del cerchio s’alzano come due corna sopra le due ciocche di riccioli. Altri orecchini lunghissimi ciondolano alle orecchie, il collo è ornato di più giri di collane, il seno di borchie, di fermagli, di catenelle, da riempirne una vetrina di gioielliere. Tutte le donne, con leggiere differenze, sono ornate così; e son tutte bianche, rosee e vestite col medesimo cattivo gusto, in modo che uno straniero non distingue alla prima la contadina dalla signora. Non si può dir certo che quell’acconciatura del capo e quella sovrabbondanza d’ornamenti sia bella ed elegante; ma pure quei visi bianchi, in mezzo a quella trina e a quell’oro, quel misto di principesco e di campagnuolo, di opulento e di rozzo, di pomposo e d’ingenuo, ha una grazia tutta sua, che s’accorda mirabilmente coll’aria, se così può dirsi, della città, e che finisce per piacere. Anche le bambine hanno il loro diadema e le loro trine: gli uomini sono la maggior parte vestiti di nero. Bambine, poi, uomini, ragazze, donne, giovani, vecchi, hanno tutti un aspetto di gente contenta, un non so che di primitivo, diverginale, di nuovo, che fa quasi parer strano che siano europei del tempo nostro; che fa pensare di essere in un altro continente e in un’altra civiltà; di trovarsi in un paese dove la ricchezza fiorisca senza fatica, la vita scorra senza passioni, la società si regga e si muova senz’attriti e senza scosse, e nessuno desideri altro bene che la pace. E se mentre si pensa a questo, l’orologio del campanile più vicino canta colle sue note argentine una vecchia canzone nazionale, allora l’illusione è intera, e si vorrebbe condurre a Zaandam la famiglia e gli amici, e finire in una di quelle casette verdi i nostri giorni tranquilli.
Ma se tutta questa beatitudine non è che illusione, è un fatto però che Zaandam è una delle più agiate città dell’Olanda, che in molte di quelle casette verdi stanno dei costruttori di navi millionarii, e che non c’è famiglia senza pane, nè ragazzo senza maestro.
Oltre a questo, Zaandam possiede quello che Napoleone I disse: «il più bel monumento dell’Olanda» cioè la capanna di Pietro il Grande, in onore del quale la città fu per un tempo ed è ancora chiamata da molti Czardam o Saardam. Una squadra di ciceroni sussurra il nome di questa capanna famosa nell’orecchio a tutti gli stranieri che arrivano a Zaandam, e si può dire ch’essa è lo scopo unico di tutti coloro che vanno a visitare questa città.
Quando e perchè il grande Imperatore sia andato a stare in quella capanna, è noto a tutti. Dopo aver vinto i Tartari e i Turchi, ed essere entrato trionfalmente in Mosca, il giovane czar volle fare un viaggio nei principali Stati d’Europa per studiare le arti e le industrie. Accompagnato da tre ambasciatori, quattro segretarii, dodici gentiluomini, cinquanta guardie ed un nano, partì nell’aprile del 1697 dai suoi Stati, attraversò la Livonia, passò per la Prussia brandeburghese, per la Pomerania, per Berlino, la Vestfalia, e arrivò ad Amsterdam, quindici giorni prima del suo seguito. In questa città, sconosciuto a tutti, passò qualche tempo negli arsenali dell’ammiragliato; e quindi per imparare coi propri occhi e colle proprie mani l’arte della costruzione delle navi, nella quale gli Olandesi, in quel tempo, primeggiavano, si vestì da marinaio, e si recò a Zaandam dov’erano i più famosi arsenali. Qui entrò col nome di Pietro Michaeloff, nell’arsenale di un certo Mynheer Calf, si fece iscrivere nel numero degli operai, lavorò da falegname, da ferraio, da cordaio, e per tutto il tempo che rimase a Zaandam, andò vestito e si nutrì come i suoi compagni di lavoro e dormì com’essi, in una casetta di legno, che è quella che si vede oggigiorno. Quanto tempo sia stato in quella città, non si sa di certo. V’è chi dice che ci sia stato qualche mese, v’è chi crede con maggior ragione, che seccato della curiosità degli abitanti, non ci sia stato che una settimana. Certo è che, ritornato in Amsterdam dopo breve tempo, terminò colle sue mani, nell’arsenale della Compagnia delle Indie, un vascello da sessanta cannoni; che studiò matematica, fisica, geografia, anatomia,pittura, e che lasciò quella città nel gennaio del 1698, per andare a Londra.
La famosa capanna si trova a un’estremità di Zaandam, in vista dell’aperta campagna; ed è come incassata in un piccolo edifizio in muratura che la regina d’Olanda, Anna Paulowna, russa di nascita, fece costruire per difenderla dalle intemperie. È una vera casupola da pescatori, di legno, composta di due piccole stanze, e talmente sconnessa e sbilenca, che se non fosse puntellata dall’edifizio che la circonda, un soffio di vento la butterebbe a terra. In una stanza vi sono tre rozze scranne, una larga tavola, un letto ad armadio ed un grande cammino dell’antica forma fiamminga. Nella seconda stanza vi sono due grandi ritratti: uno di Pietro il Grande vestito da operaio, e l’altro dell’imperatrice Carolina. Sul soffitto sono stese delle bandiere russe e delle bandiere olandesi. La tavola, le pareti, le imposte, le porte, le travi sono coperte di nomi, di versi, di sentenze, d’iscrizioni di tutte le lingue del mondo. V’è una lastra di marmo su cui è scritto:—Petro magno Alexander,—fatta porre dall’imperatore Alessandro di Russia, in memoria della sua visita del 1814. Un’altra lapide ricorda la visita fatta dal principe ereditario, ora czar, nel 1839, e c’è sotto una strofa d’un poeta russo che dice:—Sopra quest’umile abituro aleggiano gli angeli santi. Isarevitch! inchínati. Qui è la culla del tuo impero, qui nacque la grandezza della Russia.—Altre lapidi rammentano visite di re e di principi, e colle lapidialtre poesie e soprattutto iscrizioni russe che esprimono l’entusiasmo e la gioia di gente arrivata alla mèta d’un sacro pellegrinaggio. Una di queste iscrizioni ricorda che da quella catapecchia il falegname Pietro Michaeloff dirigeva le mosse dell’esercito moscovita, che combatteva contro i Turchi in Ucrania.
Uscendo di là, pensavo che se il giorno più glorioso della vita di Pietro il Grande fu quello in cui s’addormentò sotto quella capanna dopo aver lavorato per la prima volta colle proprie braccia, così il più felice doveva essere stato quell’altro in cui, dopo diciotto anni egli ci ritornava, nel colmo della sua potenza e della sua gloria, per mostrare a Caterina il luogo dove facendo l’operaio aveva imparato a far l’imperatore. Gli abitanti di Zaandam ricordano quel giorno con orgoglio, e ne parlano come d’un avvenimento di cui sian stati testimoni. La czarina era rimasta a Vesel per partorire; lo czar arrivò a Zaandam solo. Ognuno può immaginare con che gioia e che alterezza l’abbiano ricevuto quei negozianti, quei marinai, quei falegnami, che l’avevano avuto compagno diciotto anni prima. Per il mondo egli era il vincitore di Pultava, il fondatore di Pietroburgo, l’incivilitore della Russia; ma per loro eraPeterbas, mastro Pietro, come lo chiamavano famigliarmente quando lavoravano insieme; era un figliuolo di Zaandam divenuto imperatore; era un vecchio amico che tornava in mezzo agli amici. Dieci giorni dopo il parto arrivò la czarina e visitò anch’essa la capanna. Imperatore e Imperatrice, senza seguito, senza pompa, andarono a desinare in casa di Mynheer Calf, il costruttore di bastimenti che aveva ricevuto nel suo arsenale il giovane operaio coronato; il popolo li accompagnò gridando:—Viva mastro Pietro!—e mastro Pietro, lo sterminatore dei boiardi e degli strelizzi, il condannatore di suo figlio, il principe formidabile, pianse.
Per andare ad Alkmaar m’imbarcai sopra un piroscafo che doveva rimontare lo Zaan fino al canale del Nord, e così vidi l’Oost Zaandam e la West-Zaandam,—ossia tutta la parte della città che si stende per quasi tre miglia lungo le due rive del fiume.
È uno spettacolo che rivende Broek cento volte.
Ognuno si ricorda dei primi paesaggi che si dipingono da ragazzi, quando il padre o lo zio ci regala una scatola di colori sospirata da molto tempo. Per il solito si vuol dipingere un luogo delizioso, come quei che si sognano a scuola, sonnecchiando alle ultime lezioni di latino, sulla fine del mese di giugno. Per render questo luogo veramente delizioso, ci sforziamo di fare entrare in un piccolo spazio una villetta, un giardino, un lago, un bosco, un prato, un orto, un fiume, un ponte, una grotta, una cascata d’acqua, tutto ben vicino, ben stretto e ben pigiato; e perchè non sfugga assolutamente nulla all’occhio di chi guarda, si dipinge ogni cosa coi colori più vivi della scatola e si fanno dei bei contorni vistosi; e quando s’è finito, colti dal timore di non aver approfittato di tutto lo spazio, si ficca ancorauna casetta qui, un albero là, una capanna in fondo; finchè non essendo più possibile di farci entrare un filo d’erba, nè una pietra, nè un fiore, si smette il pennello soddisfatti dell’opera propria, e si corre a far vedere il quadro alla fantesca, la quale giunge le mani in atto di meraviglia, ed esclama che è un vero paradiso terrestre. Ebbene, Zaandam, vista dal fiume, è tale quale uno di codesti paesaggi.
Sono tutte casette verdi, coi tetti coperti di coppi rossissimi, sui quali s’innalzano dei chioschi pure verdi, sormontati da banderuole variopinte o da palle di legno di diverso colore infilate in un’asta di ferro; torricciuole coronate di balaustrate e di padiglioni; edifizii della forma di tempietti e di villini; baracche e bicocche di una struttura non mai vista, capricciosamente sovrapposte, e strette le une contro le altre, che par che si disputino lo spazio; un’architettura di ripiego, tutta vanità e tutta apparenza. In mezzo a questi edifizii, stradine per cui passa appena una persona, piazzette anguste come stanze, cortili poco più grandi di una tavola, canali dove non può scorrere che un’anitra; e sul davanti, tra le case e la riva del fiume, dei giardinetti da ragazzi, pieni di capanni, di casette per le galline, di pergolati, di cancellate, di mulini a vento da trastullo e di salici piangenti; e dinanzi a questi giardini, sulla riva del fiume, dei piccoli porti pieni di piccole barche verdi legate a piccole palafitte ancora più verdi. In mezzo a questo guazzabuglio di giardini e di baracche, s’alzano da tutte le parti mulini avento di grande altezza, coloriti pure di verde e listati di bianco, o bianchi e listati di verde, con le braccia dipinte come aste di bandiere e la rotella dell’asse dorata e ornata di girandole multicolori; campanili verdi e inverniciati dal piede fino alla punta; chiesuole che paion teatri da fiera, scaccheggiate e orlate di tutte le tinte dell’arcobaleno. Ma questo è anche più strano: che gli edifizi, già piccini all’entrata del fiume, vanno scemando di grandezza via via che si procede, come se la popolazione fosse distribuita per ordine di statura, tanto che verso la fine non son più che casotti da sentinelle, stie, topaie, scatole, nascondigli, che paiono sporgenze d’una città sotterrata; un’architettura minuscola che è lì a dieci passi, e fa l’effetto di essere molto lontana; un tritume di città, un vero alveare umano, dove i bambini paiono colossi, e i gatti saltano dalla strada sui tetti; e là ancora ci son giardini occupati interamente da un sedile, chioschi capaci d’una persona sola, padiglioni grandi come ombrelli, e salici piangenti, e piccoli scali, e piccolissimi mulini a vento, e banderuole e fiori e colori.
Ma son proprio uomini che han fatto tutto codesto?—uno si domanda dinanzi a questo spettacolo.—E questa è una città davvero? E ci sarà ancora l’anno venturo? O non è stata fabbricata per una festa, e la settimana prossima sarà tutta scomposta e accatastata dentro il magazzino di un decoratore d’Amsterdam? Ah! burloni d’Olandesi!
Il bastimento, dopo oltrepassata Zaandam, corse ancora per un lungo tratto in mezzo a due file non interrotte di mulini a vento, toccò parecchi villaggi, svoltò nel canale di Marker-Vaart, attraversò il lago di Alkmaar, ed entrò finalmente nel gran canale del Nord. Non riuscirei mai ad esprimere, per quanto mi ci sforzassi, il sentimento di solitudine morale, di lontananza, e direi quasi di smarrimento che provavo io solo in mezzo a una folla di contadine indiademate come regine e immobili come idoli, su quel piroscafo che scorreva colla placidità di una gondola a traverso una pianura sconfinata ed uniforme, sotto quel cielo malinconico. Certi momenti domandavo a me stesso in che maniera mi trovassi là, dove sarei andato a finire, quando sarei tornato; sentivo la nostalgia di Amsterdam e dell’Aja, come se il paese dove passavo fosse tanto lontano dall’Olanda meridionale, quanto l’Olanda meridionaleè lontana dall’Italia; facevo il proponimento di non viaggiar mai più solo, e mi pareva di non aver mai più da tornare a casa.
In quel punto mi trovavo proprio nel cuore della Nord-Olanda, di quella piccola penisola bagnata dal Mare del Nord e dal Golfo di Zuiderzee, ch’è quasi tutta più bassa delle acque che la circondano, ch’è difesa da una parte dalle dune e dall’altra da immense dighe, e frastagliata da un’infinità di canali, di laghi e di paludi, che le danno l’aspetto d’una terra per metà sommersa, e destinata a sparire sotto le onde. Per tutto lo spazio che si poteva abbracciare collo sguardo, non si vedeva che qualche gruppo d’alberi, qualche vela di bastimento e qualche mulino.
Il tratto del canale del Nord che il piroscafo percorreva in quel punto, fiancheggia il Beemster, la più grande distesa di terra che siasi prosciugata nel secolo decimosettimo, uno dei quarantatrè laghi che coprivano anticamente la provincia di Alkmaar, e che furono trasformati in bellissime praterie. Questo Beemster, che abbraccia una superficie di settemila ettari, e viene amministrato, come tutti gli altripolders, da un Comitato eletto dai proprietari, il quale fa le spese col provento d’un’imposta ripartita per ettari; è diviso in un gran numero di quadrati cinti da strade ammattonate e da canali, che lo fanno parere un’immensa scacchiera. Il fondoessendo quasi tre metri e mezzo sotto il livello d’Amsterdam, le acque piovane debbono essere continuamente estratte per mezzo di mulini a vento, che le riversano nei canali, i quali alla loro volta le conducono al mare. Ci sono, in tutto ilpolder, quasi trecento fattorie, che posseggono circa seimila bestie bovine e più di quattrocento cavalli. Non vi si vedono altri alberi che pioppi, olmi e salici, aggruppati intorno alle case, per difenderle dal vento. Tutto è prateria, e come il Beemster, tali sono gli altripolders. I soli oggetti che richiamino l’attenzione su quelle verdi pianure sono le antenne che sorreggono i nidi delle cicogne, e qua e là qualche enorme osso di balena, antico trofeo di pescatori olandesi, piantato ritto nella terra, perchè ci si strofinino le vacche. Tutti i trasporti di derrate da fattoria a fattoria si fanno per mezzo di barche; nelle case si entra per un ponte che si solleva la notte, come il ponte d’una fortezza; gli armenti pascolano senza guardiani; le anitre e i cigni scorrono liberamente per i lunghi canali; ogni cosa spira sicurezza, abbondanza e pace. Son queste infatti le provincie in cui fiorisce in tutta la sua bellezza quella famosa razza bovina, alla quale l’Olanda deve in gran parte la sua ricchezza; quelle vacche enormi e pacifiche, che danno fino a trenta litri di latte al giorno; i discendenti di quei gloriosi animali, che nel medio evo furon condotti a nobilitare le razze in Francia, nel Belgio, nella Germania, nella Svezia, nella Russia; un armento dei quali, se è vera la tradizione, attraversòil continente fino ad Odessa, rifacendo all’indietro, passo a passo, la strada che avean percorsa le grandi invasioni germaniche. Col latte di questi animali si fa quello squisito formaggio chiamato d’Edam, città della Nord-Olanda,alla cui fama è angusto il mondo. Nei giorni di mercato tutte le città di questa provincia riboccano di quelle belle forme rossiccie, ammontate come palle di cannone per le strade e per le piazze, e mostrate allo straniero con un sentimento d’orgoglio nazionale. Alkmaar ne vende in un anno più di quattro milioni di chilogrammi, Horn tre milioni, Purmerende due, Medenblick e Enkhuisen da settecento a ottocento mila, tutta la Nord-Olanda per più di quindici milioni di lire. Tutte queste cose faranno sorridere qualche poeta e qualche signorina; e capisco anch’io che suonerebbero male in un sonetto; ma non sono per questo men belle, men buone e meno invidiabili cose.
Mentre il bastimento s’avvicinava alla città, io andavo solleticando, come sempre, la mia curiosità, col richiamarmi alla memoria quanto sapevo intorno ad Alkmaar; ben lontano, poveretto, dal prevedere in che brutto impiccio mi sarei trovato fra le sue mura. Me la raffiguravo distrutta da Giovanni di Avesnes, conte di Olanda, in castigo delle sue ribellioni. Seguitavo il coraggioso falegname, che attraversa il campo degli Spagnuoli, va a portare al governatore della provincia l’ordine del principe d’Orange di rompere le dighe, e perde poi la risposta del governatore, la quale trovata e letta da Federico, figliuolo del duca d’Alba, lo induce a levar l’assedio per non morire annegato. Vedevo una frotta di scolari divertirsi a guardar la campagna coperta di neve a traverso le scheggie di ghiaccio applicate al tubo dei calamai, e il buon Mezio intromettersi fra loro, e cavare dal loro gioco la prima idea del canocchiale. Incontravo allo svolto d’una strada il pittore Schoruel, col capo ancora segnato dalle bastonate e dai pugni toccati in rissa nelle taverne d’Utrecht, dove andava a pigliar le cotte con quella buona lana di Giovanni di Mauberge, suo maestro di pittura e di scapestrataggine. E infine m’immaginavo le belle alkmaaresi, che colla loro aria modesta e innocente, ebbero la virtù di sollevare Napoleone il Grande dalla noia di Amsterdam e dal dispetto di Broek. Intanto il piroscafo arrivava ad Alkmaar dove un facchino che sapeva tre sole parole francesi:—Monsieur,hôtelepourboir, mi toglieva di mano la valigia e mi rimorchiava a un albergo.
A chi abbia visto le altre città dell’Olanda, Alkmaar non offre gran che di straordinario. È una città di forma regolare, con grandi canali e grandi strade, e le solite case rosse colla solita facciata triangolare. Alcune grandi piazze sono interamente lastricate di piccoli mattoni rossicci e gialli, disposti in disegni simmetrici, che da lontano paiono un tappeto; e le strade hanno due marciapiedi, uno di mattoni, per chi passa, e uno un po’ più alto, dipietra, congiunto al muro delle case, sul quale non bisogna mettere il piede, per non essere guardati con occhi di falco dalla gente affacciata alle finestre. Molte case sono imbiancate, non saprei dire perchè, forse per vezzo, soltanto fino a metà; parecchie sono tinte di nero che paiono parate a lutto; altre sono inverniciate come carrozze dal tetto al marciapiede. Le finestre essendo molto basse, si vedono a traverso i tulipani e i giacinti bellissimi che adornano i davanzali, i salotti smaglianti di specchi e di porcellane, e le famiglie raccolte intorno a tavolini coperti di bicchieri di birra, di portaliquori, di biscotti, di scatole di sigari. Per lunghi tratti di strada non s’incontra nessuno; e cosa strana in una città di più di diecimila abitanti, la poca gente, uomini, donne e ragazzi, che passano o che stan sugli usci, salutano cortesemente gli stranieri. Mi passò accanto un drappello di collegiali, condotti da un istitutore; questi fece un cenno, e tutti si levarono il berretto; e sì che io ero tutt’altro che vestito in modo da passare per un pezzo grosso. La città non ha altri monumenti notevoli che la casa municipale, edifizio del secolo decimosettimo, mezzo di stile gotico e mezzo di nessuno stile, che arieggia, in piccino, quello di Bruxelles; e la gran chiesa di San Lorenzo, della stessa epoca, nella quale è la tomba del conte Florenzio V di Olanda, e spenzola sopra il coro, a guisa di lampadario, un fac-simile del vascello-ammiraglio del Ruyter. A oriente della città c’è un folto bosco cheserve di passeggio pubblico, dove si fa in occasione di grandi feste la così dettaharddraverij, o corsa al gran trotto, col premio genuinamente olandese d’una caffettiera d’argento. Ma non ostante il bel bosco, la chiesa, la casa municipale e i suoi undicimila abitanti, Alkmaar non ha che l’aspetto d’un grande villaggio, e per le sue strade regna un silenzio così profondo, che la musica dei campanili, più selvaggia ancora che nelle altre città, vi si sente da tutte le parti rumorosa e distinta come nella quiete della notte.
Andando dalle strade solitarie verso il centro della città, cominciai a vedere un po’ più di gente, fra cui molte donne, che essendo giorno di festa, erano tutte in oro e in fronzoli, particolarmente le contadine. Per dir la verità, io non so che cosa avesse negli occhi Napoleone il giorno che arrivò ad Alkmaar. Ci sono certo dei bei visetti di monachelle che han l’aria di dire:—Non so nulla di nulla;—e soprattutto delle guancine del più gentile color di rosa che abbia mai diffuso il pudore sul volto d’una vergine; ma l’effetto di queste tenui grazie è spietatamente distrutto dalla scellerata acconciatura del capo e dall’ancor più scellerata foggia del vestire. Oltre i gruppi di riccioli, gli orecchini a paraocchi di cavallo, la lastrina che attraversa la fronte e la cuffia bianca che nasconde le orecchie e la collottola, portano sulla testa, o per dir meglio sul cocuzzolo, un gran cappello di paglia, di forma quasi cilindrica, con una larga tesa rivestita di setaverde o gialla o d’altro colore, monca di dietro, e arrovesciata in alto sul davanti, in modo che tra la tesa stessa e la fronte ci resta un larghissimo vano simigliante a una di quelle boccaccie di mostro che si mettevano altre volte sul capo i soldati chinesi per far paura ai nemici. Oltre a questo, hanno i fianchi spropositatamente rialzati, non so se con gonnelle o con altro, e il busto che grossissimo alla cintura, si va via via stringendo fino alle ascelle, al rovescio delle nostre donne, che si fanno il petto largo e la vita piccina. E come se questo non bastasse, si premono (lo suppongo, perchè non posso credere che la natura sia stata così matrignamente avara con tutte) si premono il seno in maniera, da non lasciar apparire nemmeno una leggerissima curva, come se per esse fosse una mostra invereconda o un difetto ridicolo quello che per le donne degli altri paesi è il più ambito complemento della bellezza. È un gran che se così incappellate, infagottate e schiacciate, paiono ancora donne anche le più gentili d’aspetto; onde si può immaginare che cosa paiano quelle poco favorite dalla natura, che sono anche ad Alkmaar il numero maggiore.
Passando così a rassegna il bel sesso, arrivai in una vasta piazza piena di baracche e di gente, da cui m’accorsi ch’ero capitato ad Alkmaar in un giorno dikermesse.
Eccoci al punto più caratteristico e più strano della vita olandese.
Lakermesseè il carnevale dell’Olanda: con questa differenza dal carnevale dei nostri paesi, che essa dura soltanto otto giorni, e che ogni città ed ogni villaggio la festeggia in un tempo diverso. È difficile veramente il dire in che cosa consista questa festa. Nel tempo dellakermessesorge dentro ogni città olandese un’altra città, composta di caffè, di teatri, di botteghe, di chioschi, di padiglioni, che terminata la festa, si scompone come un accampamento, si carica sui barconi e si trasporta in un altro luogo. Gli abitanti di questa città vagabonda sono commercianti, suonatori, istrioni, ciarlatani, giganti, donne colossali, ragazzi mostruosi, animali deformi, figure di cera, cavalli di legno, automi semoventi, scimmie, cani ammaestrati, bestie feroci. In mezzo alle innumerevoli baracche in cui alberga questa strana popolazione, vi sono centinaia di casette dipinte, inverniciate e dorate, tutte composte d’una sala e di quattro stanzine della forma di un’alcova, nelle quali parecchie ragazze vestite alla frisona, col casco d’oro e la cuffia trinata, servono agli avventori dei confetti particolari chiamatibroedertijes, che sono il mangiare emblematico della festa, come il panettone per il Natale e la focaccia per l’Epifania. Oltre le baracche dei saltimbanchi e i caffè, ci sono bazar, fiere, circhi equestri, grandi teatri in cui si rappresenta l’opera in musica, e ogni sorta di spettacoli straordinarii per il popolo olandese. Tale è la città provvisoria in cui si celebra lakermesse; ma la festa propriamente detta è benaltra cosa. In quei caffè, in quelle baracche, per le strade, nelle piazze, giorno e notte, per tutto il tempo dellakermesse, sbevucchiano, s’ubbriacano, saltano, ballano, cantano, s’urtano, s’abbracciano, si mescolano serve e operai, contadini e contadine, uomini e donne di tutte le classi del popolo minuto, con un furore e una licenza appetto a cui sono innocenti ragazzate i disordini delle nostre notti di carnovale. In quei giorni il popolo olandese si spoglia del suo carattere in modo da non esser più riconoscibile. Abitualmente grave, economo, casalingo, modesto, nel tempo dellakermessediventa chiassoso, si ride della decenza, passa le notti fuor di casa e spende in un giorno il frutto dei risparmi d’un mese. Le serve alle quali è concessa in quei giorni una straordinaria libertà, e se non glie la concedono se la pigliano, sono le attrici principali della festa. Ognuna si fa accompagnare dal suo fidanzato o dall’amante, o da un giovane qualunque noleggiato come un pertichino, a un prezzo diverso se porta il cappello cilindrico o il berretto, se è bello o brutto, se è un tanghero o un lesto fante. I contadini e le contadine vengono a far lakermessealla città o al villaggio in un giorno determinato, che si chiama il—giorno dei contadini—e fanno d’ogni erba fascio come il popolino. Il colmo del baccano è la notte del sabato. Allora non è più una festa, è una ridda, un’orgia, un saturnale, che non ha riscontro in nessun altro paese d’Europa. Io ricusai per lungo tempo di prestar fede a certi olandesi, i qualimi dipingevano lakermessecon orribili colori, e credevo, come altri più indulgenti mi dicevano, che fossero rigoristi astiosi ed intolleranti. Ma quando udii affermare le stesse cose da gente spregiudicata, da testimoni oculari, da olandesi e da stranieri che mi dicevano:—Ho veduto io da questo palco e da questa finestra;—allora credetti anch’io ai palchi dei teatri convertiti in alcova, al pudore postergato nelle strade, alle coppie amorose addormentate sul lastrico, alle guardie di polizia espressamente incaricate d’impedire il supremo scandalo che si possa dare all’aria aperta, ai medici che dicono:—Quest’anno non avremo molte balie, perchè lekermessesdell’anno scorso furono poco animate;—agli Olandesi stessi che chiamano quelle feste una vergogna nazionale. Convien dire però che da un tempo in qua lekermessessono in decadenza. L’opinione pubblica, su questo punto, è divisa. V’hanno coloro che le favoreggiano, perchè come attori o come spettatori, ci si divertono, e questi negano o scusano i disordini, e dicono che la proibizione dellekermessesfarebbe scoppiare una rivoluzione. V’hanno altri che le combattono e le vogliono vedere soppresse, e sollecitano a questo scopo l’istituzione di spettacoli e di divertimenti onesti e gentili; la mancanza dei quali, a loro avviso, è la principal cagione degli eccessi a cui s’abbandona il popolo in quella unica occasione dellekermesses. L’avviso di questi ultimi va di giorno in giorno prevalendo. In parecchie città furon già presi provvedimenti per frenare i baccanali; in alcune fu determinata un’ora della notte, oltre la quale le botteghe debbano esser chiuse; in altre si allontanarono le baracche dal centro della città; il Municipio d’Amsterdam ha stabilito un certo numero d’anni, trascorsi i quali, la Sibari provvisoria in cui si fanno le feste, non potrà più essere rifabbricata. Si può dunque affermare che fra un non lunghissimo tempo, queste famosekermessessaranno ridotte a un allegro e temperato carnevale, con grandissimo vantaggio della moralità pubblica e della dignità nazionale.
Non in tutte le città olandesi, però, lekermessessono clamorose e scandalose allo stesso grado. All’Aja, per esempio, lo sono molto meno che ad Amsterdam e a Rotterdam; e m’immagino (perchè non vi stetti la notte) che ad Alkmaar lo siano ancora meno che all’Aja; ciò che per altro non vuol dire che debbano essere un fior di decenza.
La piazza dov’ero riuscito era piena di baracche variopinte, sulla porta delle quali si sbracciavano a sonare e si sgolavano a chiamar gente, saltimbanchi vestiti di maglia carnicina e danzatrici di corda in sottanelle. Davanti ad ogni baracca v’era una folla di curiosi, da cui di tratto in tratto si staccavano due o tre contadini per entrare a veder lo spettacolo. Io non ricordo d’aver mai visto gente più semplice, più mansueta e di più facile contentatura di quella. Tra una sonata e l’altra, un ragazzo di dieci anni, vestito da pagliaccio, ritto sur una specie di palcoscenico accanto alla porta, bastava egli solo a trattenere davanti alla baracca, divertire e far ridere dai precordi una moltitudine di duecento persone. E con che? Non raccontando delle storielle, non facendo deicalembourscome i saltimbanchi di Parigi, non spiccando dei salti, non contraendo il viso; nulla di tutto questo; ma semplicemente facendo di tratto in tratto, colla maggior flemma del mondo, una piccola freccia di carta, che poi lanciava sulla folla accompagnando l’atto con un leggero sorriso. Questo bastava a far andare in visibilio quella buonissima gente. Girando in mezzo a quelle baracche, incontrai qualche contadina un po’ brilla, sentii cantare in falsetto qualche ragazza malferma sulle gambe, colsi in flagrante qualche coppia amorosa che si passava le mani sotto il mento, vidi qualche gruppo di donne che preludevano alla ridda notturna, dandosi delle spallate e delle fiancate da buttarsi in terra; ma nulla di criminale. Era veramente una baraonda, come dice Alfonso Esquiroz, di gente che non ne sa fare. Ma siccome io non ritenevo giusto il giudizio dell’Esquiroz se non per il giorno, e prevedevo che sull’imbrunire sarebbe incominciato uno spettacolo molto più drammatico, così, per non trovarmi solo, di notte, in mezzo alla baldoria d’una città sconosciuta, che ci sarei morto dall’uggia, decisi di partire immediatamente per Helder, e me ne tornai per la strada più corta all’albergo.
Quando v’ero entrato, non avevo parlato con nessuno, perchè il facchino che m’accompagnava,aveva chiesto per me la camera e portato su la valigia. Perciò io credevo che o il padrone dell’albergo o uno almeno dei camerieri capisse il francese. Quando rientrai, camerieri e padrone erano forse andati a trincare in qualche baracca; e nell’albergo non rimaneva che una vecchia serva, la quale mi condusse in una sala a terreno, e facendomi capire che non mi capiva, se n’andò pei fatti suoi. V’era in quella sala una tavolata di grossi alkmaaresi, che avevano finito in quel punto una mangiataccia solenne, e facevano il chilo in mezzo a una nuvola di fumo, chiacchierando e ghignazzando con una vivacità straordinaria. Vedendomi così solo ed immobile in un canto, di tratto in tratto mi rivolgevano uno sguardo compassionevole, e qualcuno sussurrava nell’orecchio al vicino qualche parola, che m’immagino esprimesse lo stesso sentimento che lo sguardo. Non c’è nulla che sconforti di più uno straniero già sconfortato che il vedersi fatto oggetto di commiserazione da una comitiva d’indigeni allegri. Lascio dunque immaginare che faccia derelitta io dovessi aver in quel punto. Dopo qualche minuto uno dei grossi alkmaaresi si alzò, prese il cappello e si avviò per uscire. Quando mi fu dinanzi, si fermò, e mi disse con un sorriso pietosamente cortese, spiccando le sillabe:—Alkmaar.... pas de plaisir; Paris.... toujours plaisir.—M’aveva preso per francese. Ciò detto, si mise il cappello, e credendomi abbastanza consolato, mi voltò le spalle e uscì a gravi passi dalla sala. Era il solo della brigata che sapesse tre parole di francese. Sentii un vivo moto di gratitudine per lui, e poi ricaddi nel mio misero stato. Passò un’altra quindicina di minuti, e arrivò finalmente un cameriere. Respirai, gli corsi incontro, gli dissi che volevo partire. Oh delusione! non capiva una saetta. Lo presi per un braccio, lo condussi nella mia camera, gli mostrai la valigia e gli feci cenno che me ne volevo andare. Andare! È presto detto; ma come? per battello? per strada ferrata? pertrekschuit? Mi rispose che non mi comprendeva. M’ingegnai di fargli capire che volevo una vettura. Capì, e mi rispose con un gesto che non c’era vettura. Ebbene, pensai, cercherò io la stazione della strada ferrata; e gesticolando, gli domandai se c’era un facchino. Mi rispose che non c’era facchino. Gli domandai, coll’orologio in mano, a che ora sarebbe tornato il padrone. Mi rispose che il padrone non sarebbe più ritornato. Gli accennai che mi portasse la valigia lui. Mi rispose che non poteva. Gli domandai con un gesto disperato che cosa dovevo fare. Non mi rispose, e stette a guardarmi in silenzio. In simili occasioni io perdo la pazienza, il coraggio e la testa con una facilità spaventosa. Ricominciai a parlare facendo un guazzabuglio inaudito di parole tedesche, francesi e italiane, aprendo e chiudendo la Guida, tracciando e cancellando sul mio quaderno linee e ghirigori che volevano rappresentare bastimenti e macchine a vapore, andando su e giù per la stanza come uno scemo, finchè il povero giovane, non so se impaurito o seccato, infilò la porta e mi lasciò nelle péste. Allora afferrai la mia valigia e scesi le scale. Gli alkmaaresi della tavola, avvertiti dal cameriere della mia strana agitazione, erano usciti dalla sala, e vedendomi scendere, s’eran fermati nell’atrio, guardandomi come si guarda un matto scappato dall’ospedale. Io diventai rosso come una fragola, il che accrebbe il loro stupore. Arrivato nell’atrio, lasciai cadere la pesante valigia, e rimasi immobile, guardando le punte dei piedi dei miei spettatori. Tutti mi tenevano gli occhi addosso e nessuno parlava. Ero avvilito, come non sono stato mai in vita mia. Perchè poi? Non lo so. So che mi vedevo una nebbia davanti agli occhi, che avrei dato un anno di vita per sparire di là come un lampo, che maledivo i viaggi, Alkmaar, la lingua olandese, la mia stupidaggine, e che pensavo a casa mia come un profugo abbandonato dagli uomini e da Dio. Tutt’a un tratto, un ragazzo sbucato di non so dove, prese la mia valigia e si allontanò rapidamente accennandomi che lo seguissi. Lo seguii senza domandar altro, attraversai una strada, infilai un portone, passai per un cortile, e arrivai a un altro portone che dava sur un’altra strada, dove il ragazzo si fermò, buttò in terra la valigia, si fece dare la mancia, e senza rispondere alle mie domande, mi piantò su due piedi. Dove m’aveva condotto? Che cosa dovevo far là? Quanto ci sarei stato? Che sarebbe seguito di me? Era un mistero. Cominciava a imbrunire. Passavano per la strada contadini e contadine a braccetto, frotte di ragazziche canterellavano, coppie d’amanti che si parlavano nell’orecchio; tutti brilli e festosi; e tutti passando davanti a me, così solo e accigliato, mi lanciavano un’occhiata di stupore e di pietà. Ero dunque alla berlina! m’avevano forse condotto là con quel disegno! Prima lo sospettai, poi mi parve di non poterne più dubitare, mi si accese il sangue, mi si strinse il cuore, afferrai la valigia per tornare all’albergo e vendicarmi a qualunque rischio... In quel momento vidi comparire una diligenza e mi balenò un raggio di speranza. La diligenza si fermò davanti al portone, un ragazzo ritto sul montatoio mi fece un cenno, accorsi, domandai ansiosamente:—Alla stazione della strada ferrata?—Oui, monsieur,—mi rispose francamente,—pour partir pour Helder—Ah! che il buon Dio ti benedica, ragazzo dell’anima mia!—gli gridai saltando dentro e mettendogli un fiorino in mano;—Tu mi hai ridato la vita!—La diligenza mi condusse alla stazione e pochi minuti dopo partii per Helder.
Chi non ha viaggiato, riderà di quest’avventura, e dirà che è un’esagerazione o una favola; ma chi per poco abbia esperienza di viaggi, si ricorderà di essersi trovato più d’una volta in simili impicci, di aver provato gli stessi sentimenti, d’aver perduto la bussola nello stesso modo, e d’aver forse raccontato l’avventura colle stesse parole.