HELDER.

La definizione che fu data dell’Olanda «d’una sorta di transazione fra la terra e il mare» non si può riferire a nessuna parte di quel paese più opportunamente che allo spazio interposto fra Alkmaar ed Helder. Si viaggia infatti, andando dall’una all’altra di quelle città, sopra la terra; ma sopra una terra così minacciata, rotta, allagata dal mare, che a guardarla dal vagone, si scorda a poco a poco di essere trasportati da un treno della strada ferrata, e si crede d’essere appoggiati sul parapetto d’un bastimento. Poco lontano da Alkmaar, tra i due villaggi di Kamp e di Petten, dalla parte del Mare del Nord, per un lungo tratto dove si crede che fosse anticamente una delle foci del Reno, la catena delle dune è interrotta, e la costa flagellata furiosamente dal mare che, malgrado le forti opere di difesa che gli si oppongono, s’addentra continuamente nel seno della terra. Un po’ più oltre c’è un ampiopolderinondato, a traverso il quale passa il gran canale del Nord. Di là dalpolder, intorno al villaggio di Zand, si stende una gran pianura deserta, sparsa di sterpeti, di stagni e d’alcune casupole di contadini coperte di tetti piramidali, che da lontano presentano l’aspetto di monumenti mortuarii. Di là dal villaggio di Zand, un vastissimopolder(chiamato Anna Paulowna, in onore della moglie di Guglielmo II d’Orange, granduchessa di Russia) che fu prosciugato fra il 1847 e il 1850. Dopo ilpolder, da capo vaste pianure, sterpeti e paludi, fino all’estrema punta della Nord-Olanda, dove sorge, velata dalla nebbia e sferzata dai venti e dalle onde, la giovine e solitaria città di Helder, la sentinella morta dei Paesi Bassi.

Helder ha questa singolarità, che quando vi s’è dentro, si cerca la città e non si trova. È, si può dire, una sola lunghissima strada, fiancheggiata da due schiere di piccole case rosse, e protetta da una diga gigantesca che forma come una spiaggia artificiale sul Mare del Nord. Questa diga, che è una delle più meravigliose opere dei tempi moderni, si stende per la lunghezza di quasi dieci chilometri dal Nieuwediep, dov’è l’entrata del gran canale del Nord, fino al forte il principe Ereditario, che si trova all’estremità opposta della città; è costrutta interamente con massi enormi di granito di Norvegia e di pietra calcare del Belgio; è percorsa sulla sommità da una bella strada carrozzabile; e scendenel mare, coll’inclinazione di quaranta gradi, fino alla profondità di sessanta metri. In vari punti è rafforzata da dighe minori, composte di travi, di fascine e di terra, che s’avanzano per circa duecento metri nel mare. Le più alte maree non arrivano mai a bagnarne la sommità; e l’onda infaticabile si spezza vanamente su quell’immane baluardo che le sorge incontro, quasi più in atto di minaccia, che di difesa, come una sfida della pazienza umana al furore degli elementi.

Il Nieuwdiep che s’apre a una delle estremità di Helder, è un porto artificiale, che protegge con grandi moli e dighe robuste i bastimenti che entrano nel canale del Nord. Le porte del bacino, chiamate porte a ventaglio, le più grandi dell’Olanda, si chiudono da sè stesse per effetto della pressione delle acque. In questo porto sono ancorati un gran numero di bastimenti, dei quali moltissimi provenienti dall’Inghilterra e dalla Svezia; e una buona parte della flotta militare dell’Olanda, composta di fregate e di piccoli vascelli, più puliti ancora delle più pulite case di Broek. Sulla riva sinistra del Nieuwdiep v’è un grande arsenale marittimo, dove risiede un contr’ammiraglio.

Sul finire del secolo scorso, nulla esisteva di tutto questo. Helder non era che un villaggio di pescatori appena segnato sulla carta. L’apertura del gran canale del Nord e una breve passeggiata fatta da Napoleone I in un battello di pescatori da Helder fino all’isola di Texel, che si vede distintamente dall’altodella diga, trasformarono il villaggio in città. Osservando il tratto di mare compreso fra quell’isola e la riva olandese, Napoleone concepì l’idea di fare di Helder «la Gibilterra del Nord» e cominciò coll’ordinare la costruzione di due forti, uno chiamato allora Lasalle, ed ora Principe Ereditario, e l’altro Re di Roma, ora ammiraglio Dirk. Gli avvenimenti non gli permisero di mandare ad effetto il suo grandioso disegno; ma l’opera rapidamente incominciata da lui, fu lentamente proseguita dagli Olandesi a segno che Helder è ora la prima città forte dello Stato, capace di trentamila difensori, atta ad impedire a una flotta l’entrata nel canale del Nord e nel Golfo di Zuiderzee, e oltre che difesa a una grande distanza da un baluardo di scogli e di banchi di sabbia, fortificata in maniera da potere, in casi estremi, inondare tutta la provincia che le si stende alle spalle.

Ma lasciando anche da parte la sua importanza strategica, Helder è una città degna d’esser veduta per il suo carattere anfibio, che lascia sempre dubbiosi d’essere sul continente o sopra un gruppo di scogli e d’isolette mille miglia lontano dalla costa europea. In qualunque verso si cammini, si riesce in vista del mare. La città è attraversata e circondata da canali grandi come fiumi, che gli abitanti passano sulle zattere. Dietro la gran diga v’è una lunga distesa d’acqua stagnante che s’alza e s’abbassa colla marea, come se comunicasse col mare per via sotterranea. Da tutte le parti corre acqua, prigioniera,è vero, in mezzo a due sponde, ma alta e minacciosa, che pare aspetti la prima occasione per riconquistare la sua spaventosa libertà. La terra, intorno alla città, è nuda e desolata, e il cielo, quasi sempre nuvoloso, è attraversato da grandi stormi di uccelli marini. La città stessa, formata da una sola fila di case, pare che abbia coscienza della sua postura arrischiata, e aspetti d’ora in ora una catastrofe. Quando il vento fischia e il mare mugge, si direbbe che ogni buon helderese non abbia a far di meglio che chiudersi in casa, dire le sue orazioni e poi ficcare la testa sotto le lenzuola ed aspettare quello che Dio manda.

La popolazione, che conta diciottomila anime, è altrettanto singolare che la città. È una mescolanza di negozianti, d’impiegati regi, d’ufficiali di marina, di soldati, di pescatori, di gente arrivata dalle Indie, di gente che si dispone a partire, e di parenti di chi arriva e di chi parte, andati là per dare il primo abbraccio o l’ultimo addio; perchè è quello l’estremo angolo di terra olandese che il marinaio saluta partendo, e il primo ch’egli vede al ritorno. Ma essendo la città così lunga e sottile, si vede pochissima gente; e non si sente altro rumore che le cantilene lamentevoli dei marinai che rattristano il cuore come grida di naufraghi lontani.

Benchè giovanissima, Helder è ricca di grandi ricordi storici al pari d’ogni altra città olandese. Essa ha visto il gran pensionario De Vitt attraversare per il primo, in un piccolo battello, lo stretto di Texel,scandagliare colle proprie mani la profondità delle acque, e mostrare ai piloti e ai capitani olandesi, che non volevano avventurarsi a quel passo, la possibilità di far tragittare la flotta mandata a combattere l’Inghilterra. In quelle acque gli ammiragli De Ruyter e Tromp tennero fronte alla flotta francese e alla flotta inglese riunite. Poco lontano di là, nel polder chiamato lo Zyp, l’anno 1799, il generale inglese Abercrombie respingeva l’assalto dell’esercito francese e dell’esercito batavo comandati dal generale Brome. E infine, perchè pare una legge naturale che ogni città olandese debba aver visto qualche cosa di strano e d’incredibile, Helder vide una sorta di battaglia anfibia, tra di terra e di mare, per la quale manca un nome nel linguaggio militare: vide nel 1795 la cavalleria e l’artiglieria leggera del generale Pichegru attraversare di galoppo il golfo gelato di Zuiderzee, slanciarsi verso la flotta olandese imprigionata fra i ghiacci presso l’isola di Texel, e circondatala come una fortezza, intimarle la resa e prenderla prigioniera.

Quest’isola di Texel, che, come dissi, si vede distintamente dall’alto della diga di Helder, è la prima di una catena d’isolette che si stende in forma d’arco dinanzi a tutta l’apertura del Zuiderzee sino alla provincia di Groninga; e che si crede formasse, prima dell’esistenza del gran golfo, una costa continua la quale serviva di baluardo ai Paesi Bassi. In quest’isola di Texel, che non conta più di seimila abitanti, sparsi in parecchi villaggi e in una piccolacittà, ha una rada nella quale gettan l’áncora i vascelli da guerra e i grandi bastimenti della compagnia delle Indie. Da questa rada partirono sulla fine del secolo decimosesto i bastimenti dell’Heemskerk e del Barendz per il memorabile viaggio che fornì al poeta Tollens il soggetto del suo bel poemaL’invernata degli Olandesi alla Nuova Zembla.

Ed ecco in breve quella storia dolorosa e solenne, come fu narrata dal Van Kampen e cantata dal Tollens.

Non potendo ancora gli Olandesi, sulla fine del secolo decimosesto, lottare fronte a fronte cogli Spagnuoli e coi Portoghesi per impadronirsi del commercio delle Indie, pensarono di cercare una nuova via, a traverso i mari artici, per arrivare in minor tempo ai porti dell’Asia orientale e della China. Una società di mercanti olandesi affidò l’impresa avventurosa ad un esperto marinaio di nome Barendz, il quale partì con due bastimenti dall’isola di Texel, il 6 giugno del 1594, alla volta del polo. Il bastimento capitanato da lui arrivò fino alla punta settentrionale della Nuova Zembla, e ritornò in Olanda. L’altro prese la via più conosciuta dello stretto di Waïgatz, si spinse a traverso i ghiacci del golfo di Kara, e giunse in un mare aperto ed azzurro, dal quale scoperse la costa russa rivolta verso il sud-est. La direzione di questa costa fece credere che il bastimento avesse oltrepassato il capo Tabis, designato da Plinio, autorità allora incontestata, come l’estremità dell’Asia settentrionale, e che però si potessegiungere di là, con una breve navigazione, ai porti dell’est e del sud del continente. Non si sapeva che dopo il golfo dell’Obi l’Asia si stende ancora per 120 gradi a levante dentro il cerchio polare. La notizia di questa scoperta, portata in Olanda, vi destò una grandissima gioia. Sei grandi navigli furono immediatamente allestiti e caricati di mercanzie da vendersi ai popoli dell’India, un piccolo bastimento fu destinato ad accompagnare la squadra fin che avesse oltrepassato il supposto capo Tabis, e poi tornare a portarne la notizia; e la squadra partì. Ma questa volta il viaggio non rispose alle speranze. I bastimenti olandesi trovarono lo stretto di Waïgatz tutto ingombro di ghiacci, e dopo aver inutilmente tentato di aprirsi una via, ritornarono in patria.

Dopo questo infelice successo, gli Stati Generali, benchè promettessero un premio di venticinque mila fiorini a chi riuscisse nell’impresa, rifiutarono di concorrere alle spese di un nuovo viaggio; ma i cittadini non si scoraggiarono. La reggenza d’Amsterdam noleggiò due bastimenti, assoldò dei bravi marinai, celibi quasi tutti, perchè il ricordo delle famiglie non infiacchisse, in mezzo ai pericoli, il loro coraggio, e affidò il comando della spedizione al valoroso capitano Heemskerk. I due bastimenti partirono il 18 maggio del 1596. Sull’uno era maestro-piloto il Barendz, dell’altro era patrono un Van de Ryp. Da principio non andaron d’accordo sulla via da prendere; ma poi il Barendz si lasciò persuadere dal Van de Ryp a far vela verso il nord, invece cheverso il nord-est; e fecero vela verso il nord. Arrivarono così al 74° grado di latitudine settentrionale, presso una piccola isola, alla quale diedero il nome d’Isola degli Orsi, in memoria d’un combattimento di parecchie ore che dovettero sostenere contro una frotta di quegli animali. Non vedevano intorno a sè che roccie altissime e dirupate che pareva chiudessero il mare da ogni parte. Continuarono a navigare verso il nord. Il 19 giugno scoprirono un paese che chiamarono Spitsbergen per le sue roccie tagliate a picco, e che credettero fosse la Groenlandia; e là videro grandi orsi bianchi, cervi, renne, oche selvatiche, enormi balene e volpi di tutti i colori. Di qui, essendo giunti oramai fra il 76° e l’80° grado di latitudine settentrionale, dovettero rivolgersi al sud e approdare daccapo all’Isola degli Orsi. Il Barendz però non volle più seguire la direzione settentrionale che il Ryp aveva seguita fino allora, e si rivolse al sud-est; il Ryp fece vela verso il nord; e così si divisero.

Il Barendz arrivò il 17 luglio presso la Nuova Zembla, rasentò la costa settentrionale dell’isola e continuò a navigare verso il sud. Allora cominciarono le avversità. Via via che procedevano, gli enormi massi di ghiaccio galleggianti sul mare, divenivano più fitti, si congiungevano in vastissimi strati, si ammontavano in roccie e montagne scoscese ed altissime, in modo che il bastimento si trovò in breve in mezzo a un vero continente di ghiaccio che gli nascose l’orizzonte da tutte le parti. Vedendo cheera impossibile di raggiungere la costa orientale dell’Asia, pensarono di tornare indietro; ma era già il 25 d’agosto, tempo in cui l’estate, in quelle regioni, volge alla fine; e non tardarono ad accorgersi che non era più possibile neanche il ritorno. Si trovavano imprigionati fra i ghiacci, smarriti in una solitudine spaventosa, avvolti da un’immensa nebbia, senza disegno, senza speranze, e in procinto d’essere da un momento all’altro urtati e sepolti dalle montagne di ghiaccio che galleggiavano e cozzavano con tremendo strepito intorno alla nave. Non rimaneva loro che una sola via di salute, o piuttosto un mezzo di ritardare la morte: erano vicini alla costa della Nuova Zembla, potevano abbandonare il bastimento e ridursi a passare l’inverno in quell’isola deserta. Era una risoluzione disperata, che non richiedeva meno coraggio che quella di rimanere a bordo; ma almeno portava con sè il moto, la lotta, una nuova forma di pericoli. Dopo qualche esitazione, scesero dal bastimento e approdarono all’isola.

L’isola era disabitata; nessun popolo del nord v’aveva mai posto piede; era tutta un deserto di ghiaccio e di neve, flagellato dalle onde e dai venti, sul quale il sole non gettava che raramente un raggio fuggitivo e senza calore. Nondimeno, i poveri naufraghi mandarono grida di gioia quando vi posero il piede, e s’inginocchiarono nella neve per ringraziare la Provvidenza. Dovettero pensar subito a fabbricarsi una capanna. Nell’isola non v’era un albero; ma per fortuna si trovava là presso una gran quantitàdi legno galleggiante, che il mare aveva portato dal continente. Si misero all’opera, tornarono al loro bastimento, ne portarono via assi, travi, chiodi, pece, casse, botti; piantarono le travi nel ghiaccio; col ponte fecero il tetto; sospesero al tetto le loro brande; tappezzarono le pareti colle vele; riempirono le fessure colla pece. Ma mentre lavoravano corsero pericoli e soffrirono patimenti inauditi. Il freddo era tale che quando si mettevano un chiodo fra le labbra, subito s’agghiacciava, e per levarlo si laceravano le carni e si empivano la bocca di sangue. Gli orsi bianchi, spinti dalla fame, li assalivano furiosamente in mezzo ai massi di ghiaccio, intorno alla loro capanna, persino nell’interno del bastimento; e li costringevano a interrompere il lavoro per difendere la propria vita. La terra era talmente indurita che bisognava scavarla come pietra viva. Intorno al bastimento l’acqua era gelata a tre tese e mezza di profondità. S’era rappresa la birra dentro le botti e aveva perduto affatto il sapore: e il freddo cresceva di giorno in giorno. Finalmente riuscirono a rendere la loro capanna abitabile e furono al riparo dalla neve e dal vento. Accesero il fuoco e cominciarono a poter dormire qualche ora, quando non erano svegliati dagli urli delle fiere che giravano intorno alla capanna. Alimentavano le lampade col grasso degli orsi che uccidevano a traverso gli spiragli delle pareti, si scaldavano le mani nelle loro viscere sanguinose, si vestivano delle loro pelli e mangiavano carne di volpe,aringhe e biscotti ch’eran loro rimasti delle provvigioni del viaggio. Intanto il freddo cresceva a tal segno che gli orsi non uscivan più dalle loro tane. Gli alimenti e le bevande gelavano persino accanto al fuoco. I poveri marinai si bruciavano le braccia e i piedi senza risentire il menomo calore. Una sera che, per timore di morire di freddo, avevan chiuso ermeticamente la capanna, andarono a un filo dal morire soffocati, e dovettero, per non soccombere, affrontare di nuovo quel freddo tremendo.

A tutte queste calamità se n’aggiunse un’altra. Il giorno quattro di novembre essi aspettarono inutilmente l’aurora; il sole non apparve più; la notte polare era cominciata. Allora quegli uomini di ferro si sentirono mancar l’animo, e il Barendz dovette, dissimulando l’angoscia, spiegare tutta l’eloquenza che potè trarre dal cuore, per impedire che si abbandonassero alla disperazione. Il nutrimento e la legna cominciarono a scarseggiare; i rami d’abete trovati sulla spiaggia erano buttati sul fuoco quasi con rammarico; il lume era alimentato appena tanto da rompere le tenebre. Ciò nonostante, la sera, quando riposavano dalle fatiche della giornata, raccolti intorno al loro piccolo focolare, avevano ancora qualche momento di allegrezza. Il giorno della festa dei Re fecero un piccolo banchetto con vino e paste di farina fritte nell’olio di balena, e tirarono a sorte a chi toccasse la Corona della Nuova Zembla. Altre volte giocavano, raccontavano vecchie storie, facevano brindisi alla gloria di Maurizio d’Orange, parlavano delle loro famiglie. Ogni giorno cantavano i salmi tutti insieme, inginocchiati sul ghiaccio, col viso rivolto verso le stelle. Qualche volta un’aurora boreale squarciava la immensa oscurità da cui erano avvolti; e allora uscivano dalla loro capanna, scorrevano per le rive, festeggiavano con tenera gratitudine quella luce fuggitiva, come una promessa di salvamento.

Giusta i loro computi, il sole doveva ricomparire il giorno 9 di febbraio del 1597. S’erano ingannati: la mattina del 24 gennaio, appunto in uno di quei periodi di tempo ch’erano più che mai scoraggiati e tristi, uno d’essi, svegliandosi, intravvide un chiarore straordinario, gettò un grido, balzò a terra, destò i compagni, uscirono tutti dalla capanna, e videro a levante il cielo rischiarato da una luce viva, la luna smorta, l’aria limpida, le sommità delle roccie e delle montagne di ghiaccio colorate di rosa; l’alba, infine, il sole, la vita, la benedizione di Dio e la speranza di riveder la patria, dopo tre mesi di notte e d’angoscia. Per qualche momento rimasero immobili e silenziosi, e come sopraffatti dalla commozione; poi proruppero in lacrime, s’abbracciarono, sventolarono i loro berretti vellosi, fecero risonare quelle solitudini orrende d’accenti di preghiera e di grida di gioia. Ma fu una breve gioia: si guardarono in viso, ed ebbero spavento e pietà gli uni degli altri. Il freddo, l’insonnia, la fame, i travagli dell’animo, li avevano consunti e trasfigurati in modo che quasi più non si riconoscevano.E i loro patimenti non erano ancora finiti! In quello stesso mese la neve cadde in tanta abbondanza, che la capanna rimase quasi sepolta, e dovettero uscirne ed entrarci per l’apertura del cammino. Col diminuire del freddo, ricomparvero gli orsi, e ricominciarono quindi i pericoli, le notti insonni, i combattimenti feroci. Scemava il loro vigore, e l’animo, per poco risollevato, ricadeva.

Avevano però ancora un filo di speranza. Non eran riusciti ad estrarre dal ghiaccio il loro bastimento, nè quando l’avessero estratto, avrebbero potuto riassettarlo in modo da renderlo servibile; ma avevano trascinato sulla riva una barca e una scialuppa, e a poco a poco, sempre difendendosi dagli orsi che si slanciavano fin sulla soglia della loro capanna, eran venuti a capo di ripararle alla meglio. Con questi due piccoli legni essi contavano di dirigersi verso uno dei piccoli porti della Russia, di rasentare cioè la riva settentrionale della nuova Zembla, costeggiare la Siberia e attraversare il Mar Bianco; di fare, insomma, un viaggio di almeno quattrocento miglia tedesche. In tutto il mese di marzo il tempo variabilissimo li tenne in una continua vicenda di speranze e di disinganni. Più di dieci volte videro il mare sgombro fino alla riva e si apparecchiarono alla partenza; ed altrettante volte una recrudescenza improvvisa di freddo riammontò ghiacci su ghiacci, e chiuse la via da ogni parte. Nel mese d’aprile i ghiacci furono immensi e continui. Nel mese di maggio riebbero il tempo incostante. Nel mese di giugno, finalmente, poteronorisolversi a partire. Dopo avere stesa una minuta relazione di tutte le loro avventure, della quale lasciarono una copia nella capanna, la mattina del 14 di giugno, con un bellissimo tempo e il mare aperto da tutte le parti, dopo nove mesi di soggiorno in quella terra funesta, fecero vela verso il continente. Su due barche scoperte, sfiniti da tanti patimenti, andavano a sfidare i venti furiosi, le lunghe pioggie, i freddi mortali, i ghiacci vorticosi di quel mare immenso e terribile nel quale pareva una disperata impresa l’avventurarsi con una flotta. Per lungo tempo, durante il viaggio, ebbero a respingere gli assalti degli orsi marini, soffrire la fame, nutrirsi di uccelli uccisi a sassate e d’ova trovate sulle coste deserte, sperare e disperare, rallegrarsi e piangere, dolersi qualche volta di aver abbandonato la nuova Zembla, invocare la tempesta, desiderare la morte. Sovente dovettero trascinare le loro barche sopra campi di ghiaccio, legarle perchè non le portasse via il vento, stringersi tutti in un gruppo in mezzo alla neve per resistere al freddo, cercarsi nella nebbia fitta, chiamarsi per nome, toccarsi per timore d’essersi perduti e per darsi coraggio gli uni agli altri. Non tutti resistettero a così tremende prove. Qualcuno morì. Il Barendz medesimo, che si era imbarcato infermo, sentì, dopo pochi giorni, che la sua fine s’avvicinava, e lo disse ai compagni. Non cessò però un momento di dirigere la navigazione, e di fare ogni sforzo per abbreviare a quella povera gente il viaggio tremendo di cui egli sapevadi non poter vedere la fine. La vita gli mancò mentre esaminava una carta geografica, il suo braccio cadde irrigidito nell’atto di accennare la terra lontana, e l’ultima sua parola fu un incoraggiamento e un consiglio. Nella baia di San Lorenzo, incontrarono, si può immaginare con qual gioia, una barca russa, che diede loro dei viveri, del vino e del cochlearia, rimedio per lo scorbuto, di cui s’erano ammalati parecchi marinai, i quali subito ne guarirono. Costeggiarono la Siberia, e incontrarono altri legni russi di più in più frequenti, e si provvidero di vivande fresche colle quali ristorarono le loro forze. All’entrata del Mar Bianco, una nebbia densissima divise le due barche, che oltrepassarono però tutt’e due il capo Candnoes, e favorite dal vento, percorsero in trenta ore un spazio di centoventi miglia, in capo al quale si ricongiunsero gettando grida d’allegrezza. Ma una gioia ben maggiore li aspettava a Kilduin. Trovarono là una lettera del Ryp, comandante dell’altro bastimento, partito insieme con loro dall’isola di Texel, il quale annunziava il suo arrivo. Dopo breve tempo la barca e la scialuppa raggiunsero il bastimento a Kola. Era la prima volta che i naufraghi della Nuova Zembla rivedevano la bandiera della patria dopo la partenza dall’isola degli Orsi, e la salutarono con un delirio di gioia. I compagni del Ryp e i compagni del Barendz si precipitarono gli uni nelle braccia degli altri, si raccontarono le vicende corse, piansero gli amici perduti, dimenticarono i patimenti sofferti, e tutti insiemefecero vela verso l’Olanda, dove arrivarono sani e salvi il 29 ottobre del 1597, tre mesi dopo la partenza dalla capanna. Così finì l’ultima impresa tentata dagli Olandesi per aprire una nuova via al commercio colle Indie a traverso i mari del polo. Quasi tre secoli dopo, nel 1870, il capitano d’un bastimento svedese, cacciato dalla tempesta sulla costa della Nuova Zembla, vi ritrovava la carcassa di un naviglio e una capanna con dentro due caldaie, un pendolo, una canna di fucile, una spada, un’accetta, un flauto, una bibbia, alcune casse riempite di utensili e dei brandelli di vestimenta putrefatte. Questi oggetti, riconosciuti dagli Olandesi come appartenenti ai marinai del Barendz e dell’Heemskerke, furono portati in trionfo all’Aja ed esposti come reliquie sacre nel Museo di Marina.

Con tutte queste immagini nella mente, la sera, dall’alto della gran diga di Helder, al lume della luna che ora si nascondeva bruscamente dietro le nuvole, ora si mostrava all’improvviso in tutta la sua luce, io non potevo saziarmi di guardare la riva sabbiosa di quell’isola di Texel e quel gran mare del Nord, che non ha più altri confini da quel lato che i ghiacci eterni del polo; il mare che gli antichi credevano la fine dell’universo:illucusque tantum natura, come dice Tacito; il mare su cui apparirono nei giorni di grande tempesta le forme gigantesche delle divinità germaniche; e spaziando cogli occhi su quel piano immenso e sinistro, non sapevoesprimere altrimenti a me stesso il mio sgomento misterioso, che coll’esclamare di tratto in tratto, a mezza voce:—Barendz!... Barendz!—ed ascoltare io stesso il suono di questo nome, come se lo portasse il vento da una lontananza sterminata.

Mi rimaneva a vedere l’antica Frisia, la ribelle indomata di Roma, la terra delle belle donne, dei grandi cavalli e degl’invitti scivolatori, la più poetica provincia della Neerlandia: e nell’andarvi, avevo modo di soddisfare un altro vivissimo desiderio: quello di attraversare il Zuiderzee, l’ultimo nato dei mari.

Questo grande bacino del Mare del Nord, che bagna cinque provincie e quadra più di settecento chilometri, seicento anni fa non esisteva. La Nord-Olanda toccava la Frisia, e dove ora si stende il golfo, c’era una vasta regione sparsa di laghi di acqua dolce, il maggiore dei quali, il Flevo, rammentato dal Tacito, era separato dal mare da un istmo fertile e popoloso. Se il mare abbia per sola sua forza rotto gli argini naturali di questa regione, o se invece l’abbassamento del suolo dell’Olanda gli abbia lasciata libera l’invasione, non è sicuro. La grande trasformazione si compì a diverse ripresenel corso del secolo decimoterzo. Nel 1205, l’isola di Wieringen, posta all’estremità della Nord-Olanda, faceva ancora parte del continente; nel 1251 n’era già separata. Nelle invasioni posteriori, il mare sommergeva in vari punti l’istmo che separava le sue acque dal lago di Flevo, fin che nel 1282, apertosi un varco a traverso questo baluardo sfracellato, irrompeva nei laghi, invadeva le terre, e a poco a poco allargandosi e procedendo, formava quel vasto golfo che ora si chiama Zuiderzee, o mare del Sud, il quale si addentra col braccio dell’Y fino a Beverwijk e ad Haarlem. Alla formazione di questo golfo si collega una storia varia e confusa di città distrutte e di popoli annegati, col finire della quale ne comincia un’altra di città nuove sorte sulle nuove rive, divenute potenti e famose, e alla loro volta decadute, ed ora ridotte a meschini villaggi, dalle strade erbose e dai porti ingombri di sabbia. Ricordi di sventure immense, tradizioni favolose, terrori fantastici, costumi ed usi antichi e stranissimi, si ritrovano sulle acque e sulle rive di questo mare unico, comparso ieri e già coronato di rovine e condannato a sparire; e basterebbe appena un viaggio d’un mese a osservarne e raccoglierne la parte principale; e però la sola idea di vedere da lontano quelle città decrepite, quelle isole misteriose, quei banchi di sabbia fatali, mi allettava irresistibilmente la fantasia.

Partii da Amsterdam verso la fine di febbraio, con un tempo bellissimo, sur uno dei piroscafi chevanno ad Harlingen. Sapevo che non avrei più riveduto la capitale dell’Olanda. Appoggiato al parapetto di prora, mentre il bastimento si allontanava dal porto, contemplai per l’ultima volta la grande città, cercando d’imprimermi incancellabilmente nella memoria il suo fantastico aspetto. Dopo pochi minuti non vidi più che il contorno nero e dentellato delle sue case, sulle quali s’innalzava ancora la cupola del palazzo reale e una foresta di campanili traforati e luccicanti. Poi la città si abbassò; i campanili si nascosero l’uno dopo l’altro; la punta più alta della cattedrale, soprastata qualche momento alla generale caduta, si sprofondò anch’essa nel mare; e Amsterdam non fu più che un ricordo.

Il bastimento passò in mezzo alle dighe gigantesche che chiudono il golfo dell’Y, e attraversato rapidamente ilPampus, il gran banco di sabbia che per poco non rovinò il commercio di Amsterdam, entrò nel Zuiderzee.

Le rive di questo golfo son tutte praterie, giardini e villaggi, che nell’estate presentano un aspetto incantevole; ma viste dal bastimento e nel mese di febbraio, non appaiono che come una striscia leggera d’un verde smorto che separa il mare dal cielo. La riva della Nord-Olanda è la più bella, e questa costeggia il bastimento.

Appena usciti dal Pampus, si volge a sinistra e si passa a breve distanza dall’isola di Marken.

Marken è famosa tra le isole del Zuiderzee come Broek tra i villaggi della Nord-Olanda; ma con tutta la sua fama e benchè non disti che un’ora di barca dalla costa, sono pochi gli stranieri, e pochissimi gli Olandesi che vanno a visitarla. Così mi disse il capitano del bastimento accennandomi il faro della piccola isola, e soggiunse che, a suo credere, la ragione della cosa era che qualunque straniero arrivi a Marken, sia anche un Olandese, è seguito dai ragazzi, osservato, fatto oggetto dei discorsi di tutti, come un uomo cascato dalla luna. La descrizione dell’isola spiega questa straordinaria curiosità. È un lembo di terra largo mille, lungo tremila metri, che si staccò dal continente nel secolo decimoterzo, e rimase, ed è oggi ancora, nell’indole, nei costumi, nella vita dei suoi abitanti, tale quale era sei secoli sono. Il suolo dell’isola è poco più alto del mare, e circondato da una piccola diga, che non basta a salvarlo dalle inondazioni. Le case sono fabbricate su otto monticciuoli artificiali, e formano altrettante borgate, una delle quali,—quella che ha la chiesa,—è la capitale, e un’altra l’asilo dei morti. Quando il mare supera le dighe, gli spazi tra monte e monte si cangiano in canali, e gli abitanti vanno da una borgata all’altra colle barche. Le case sono di legno, alcune dipinte, altre incatramate; una sola è di pietra, quella del pastore, dinanzi alla quale si stende un piccolo giardino ombreggiato da quattro grandi alberi, che sono i soli dell’isola. Accanto a questa casa, v’è la chiesa, lascuola e l’uffizio municipale. Gli abitanti sono poco più d’un migliaio e vivon tutti della pesca. Fuor che il medico, il pastore e il maestro, tutti sono indigeni; nessun isolano si marita nel continente; nessun continentale si va a stabilire nell’isola. Tutti professano la religione riformata e tutti sanno leggere e scrivere. Nella scuola, che conta più di ducento ragazzi dei due sessi, s’insegna la storia, la geografia e l’aritmetica. La foggia del vestire, che dura inalterata da parecchi secoli, è uguale per tutti, e curiosissima. Gli uomini paiono soldati. Hanno una giacchetta di panno grigio oscuro, ornata di due file di bottoni, che sono per lo più medaglie o monete antiche trasmesse dal padre al figlio. Questa giacchetta entra come una camicia dentro un par di calzoni dello stesso colore, larghissimi intorno alla coscia, e stretti intorno alla gamba, di cui lasciano scoperta quasi tutta la polpa. Un cappello di feltro o un berretto di pelo, secondo la stagione; una cravattina rossa, le calze nere, gli zoccoli bianchi o una sorta di scarpe simili a pantofole, completano questo strano costume. Ma è anche più strano il costume delle donne. Portano sul capo un enorme berretto bianco della forma d’una mitra, tutto ornato di trine e di ricami, e legato sotto il mento come un casco. Da questo berretto, che copre completamente le orecchie, escono due lunghe treccie, che dondolano sul seno, e sporge una sorta di visiera di capelli, tagliata in linea retta poco sopra i sopraccigli, la quale nasconde tutta la fronte. La veste sicompone d’un busto senza maniche e d’una gonnella di due colori. Il busto è rosso di porpora, coperto di ricami variopinti, che costano anni di lavoro, e che però si trasmettono di madre in figlia per parecchie generazioni. La parte superiore della gonnella è cinerina o azzurra, rigata di nero, e la parte inferiore di color bruno carico. Le braccia sono coperte sin quasi al gomito dalle maniche d’una camiciola bianca strisciata di rosso. Le bambine e i bambini sono vestiti presso a poco nella stessa maniera; le ragazze con qualche differenza dalle donne; i giorni di festa un po’ più riccamente che i giorni di lavoro. Tale è questo costume misto d’orientale, di guerresco, di sacro; e altrettanto strana che il costume è la vita degli abitanti. Gli uomini sono straordinariamente sobri e giungono a un’età molto avanzata. Partono dall’isola, la notte d’ogni domenica, sui loro battelli, passano la settimana pescando nel golfo di Zuiderzee, e ritornano il sabato. Le donne educano i figliuoli, coltivano le terre, fanno i vestiti per tutta la famiglia. Come le donne di tutte le altre parti d’Olanda, amano la pulizia e gli ornamenti, e anche nelle loro capanne si vedono tendine bianche, cristallami, coperte da letto ricamate, specchietti, fiori. La maggior parte muoiono senza aver visto altra terra che la loro piccola isola. Sono poveri, ma non conoscendo alcuno stato migliore del loro, e non avendo nè bisogni, nè desiderii che non possano soddisfare, ignorano la propria povertà. Fra loro non ci sono nè cangiamenti di fortuna, nè distinzioni di ceto. Tutti lavorano, nessuno serve. I soli avvenimenti che svarino la monotonia della loro vita sono le nascite, i matrimoni, le morti, una pesca abbondante, l’arrivo d’uno straniero, il passaggio d’un bastimento, una tempesta marina. Pregano, amano, pescano; tale è la loro vita, e così le generazioni succedono alle generazioni, conservando inalterata, come una sacra eredità, l’innocenza dei costumi e l’ignoranza del mondo.

Oltrepassata l’isola di Marken si vede sulla costa della Nord-Olanda un campanile, un gruppo di case rosse, e qualche vela di bastimento. È Monnickendam, villaggio di tre mila abitanti; altre volte città fiorente, che insieme con Hoorn ed Enckhuisen vinse e prese prigioniero l’ammiraglio spagnuolo Bossu, del quale le toccò per trofeo il collare del Toson d’oro; alle altre due città la spada e la tazza. Dopo Monnickendam, si vede il villaggio di Volendam; dopo Volendam la piccola città d’Edam, da cui ebbe il nome quel formaggio dalla crosta rossa,fama superaetheranotus.

A questa città si riferisce una leggenda assai curiosa, rappresentata da un vecchio bassorilievo che si vede tuttora sopra una delle sue porte. Parecchi secoli fa, alcune ragazze di Edam, passeggiando sulla spiaggia, videro una donna di strano aspetto che nuotava nel mare e si fermava di tratto in tratto a guardarle con aria di curiosità. La chiamarono, s’avvicinò; le fecero cenno che uscisse dall’acqua,ed essa salì sulla riva. Era una bellissima donna, ignuda nata, e tutta coperta di limo e d’erbe germogliate sulla sua pelle come il musco sulla corteccia degli alberi. Alcuni credono che avesse la coda di pesce; ma un grave cronista olandese che afferma d’aver inteso raccontare il fatto da un testimonio oculare, dice che aveva le gambe come le altre donne. La interrogarono, non capì, e rispose con una voce dolcissima in un linguaggio sconosciuto. La condussero a casa, le raschiarono l’erba di dosso, la vestirono da donna olandese e le insegnarono a filare. Non si sa bene quanto tempo sia rimasta in questo nuovo stato, ma la leggenda dice che quantunque raschiata e vestita, si sentiva trascinata al mare da un istinto prepotente, e che dopo aver tentato invano parecchie volte di ritornare al suo elemento nativo, che le facevan la guardia con cent’occhi, un giorno finalmente vi riuscì, e nessuno ne ebbe più notizia. Di dov’era venuta? dov’era andata? chi era? Chi lo sa! il fatto è che sulle coste del Zuiderzee tutti parlano ancora della donna marina di Edam, e che a dire, come qualcuno l’osò, in un crocchio di contadini, che quella donna doveva essere una foca, c’è da buscarsi una presa di impertinente; e trovo che i contadini hanno ragione, perchè non si deve sputar sentenze su ciò che non s’è visto. Edam, ch’era anticamente una città floridissima, di più di venticinquemila abitanti, ha toccato la stessa sorte delle altre città del Zuiderzee, e non è più che un villaggio.

Andando da Edam a Hoorn non si vede quasi la costa, e perciò rivolsi tutta la mia attenzione al mare. Sul golfo del Zuiderzee si può osservare come in un immenso specchio la mobilità meravigliosa del cielo d’Olanda. È il più giovane dei mari d’Europa, e presenta veramente nel suo aspetto tutti i capricci, tutte le inquietudini, tutte le variazioni inaspettate e inesplicabili dell’età giovanile. Quel giorno, come quasi sempre, il cielo era coperto di nuvole che si squarciavano e si riunivano continuamente, in modo che nello spazio d’un’ora si succedevano tutte le variazioni di luce che nei nostri paesi si vedono appena nel corso d’una giornata. A momenti il mare si faceva tutto nero da parere un mare di pece, con una lontana orlatura bianca e luminosa, come una corrente d’argento vivo. Tutt’a un tratto, svaniva il nero, e il golfo diventava per immensi tratti verdissimo, come se si fosse coperto d’erba, e le traccie azzurre dei bastimenti rendendo l’immagine di canali, pareva di vedere galleggiare sulle acque delle praterie olandesi staccate dal continente. Poco dopo, tutto quel bel verde moriva in un giallastro fangoso che dava al golfo l’aspetto d’un pantano denso ed immondo, nel quale dovessero notare degli animali deformi e schifosi. Un momento si vedevano i campanili e i mulini della costa appena come ombre lontane a traverso la nebbia, e si sarebbe detto che in quel punto fosse notte e piovesse. Un momento dopo, i mulini, i campanili, le caso parevano vicinissimi e brillavano alla luce del sole come se fossero dorati. Accanto al bastimento, lungo le coste, in mezzo al golfo, era un continuo guizzare e sparire d’ombre, di luci, di colori, d’oscurità notturne e di chiarori meridiani, di minaccie di tempesta e d’aspetti ridenti, da far credere che tutto quel movimento avesse un perchè misterioso, un significato superiore all’intelligenza umana, degli spettatori invisibili, in alto, che lo dovessero capire. Qua e là si vedevano dei battelli colle vele nere che parevano parati a lutto per trasportare dei morti.

Il bastimento passò in vista della città di Hoorn, l’antica capitale della Nord-Olanda, dove si fece nel 1416 la prima grande rete per la pesca dell’aringa e dove nacque quell’intrepido Schouten che oltrepassò per il primo l’estrema punta meridionale dell’America; e poi si rivolse verso Enckhuisen. Su quel tratto di costa che corre fra le due città, si stende una catena di villaggi composti di casette di legno e di mattoni, coi tetti inverniciati e colle porte scolpite, dinanzi alle quali s’innalzano degli alberi col tronco dipinto. Di tutti questi villaggi, dal bastimento non si vedono che i tetti, i quali pare che emergano dall’acqua, o siano essi stessi tante casette prismatiche galleggianti. Il color rosso di questi tetti, qualche punta di campanile, qualche ala di mulino, sono i soli colori e le sole forme che svarino di tratto in tratto la linea della costa ugualee soavissima come il profilo d’un istmo infinitamente sottile. Poco prima di arrivare a Enckhuisen si vede la piccolissima isola d’Urk, che si crede formasse anticamente una sola isola con quella di Schokland, posta a breve distanza dalla foce dell’Yssel. Urk è ancora abitata, ed è l’isola prediletta dalle foche, che la notte svegliano gli abitanti russando; Schokland fu disertata pochi anni sono dagli isolani, che non la potevano più contendere al mare.

Il bastimento si arrestò ad Enckhuisen.

Enckhuisen è la più morta di tutte le città morte del Zuiderzee. Nel sedicesimo secolo conteneva quarantamila abitanti, mandava alla pesca dell’aringa centoquaranta bastimenti, protetti da venti vascelli da guerra, aveva un bellissimo porto, un grande arsenale, dei sontuosi edifizi. Ora il porto è ingombro di sabbia, la sua popolazione ridotta a cinquemila persone, una delle sue antiche porte è a un quarto d’ora di cammino dai primi edifici della città, le sue strade sono coperte d’erba, le sue case abbandonate e cadenti, i suoi abitanti poveri e sparuti. Non le rimane altra gloria che quella d’aver dato la vita a Paolo Potter. Il bastimento si fermò qualche minuto dinanzi a questa larva di città. Sul ponte di sbarco non c’era che qualche marinaio immobile, della città non si vedeva che qualche casa mezzo nascosta dalle dighe, e un alto campanile, che in quel momento sonava con note lente come i rintocchi dell’agonia, l’ariaO Matilde, t’amo, è vero, del Guglielmo Tell. La riva era deserta, ilporto silenzioso, le case sbarrate, e una gran nuvola nera soprastava alla città come un drappo mortuario che discendesse lentamente per ricoprirla per sempre. Era uno spettacolo che metteva compassione e sgomento.

Lasciata Enckhuisen, il bastimento arrivò in pochi minuti all’imboccatura del Zuiderzee, tra la città di Stavoren, posta nel punto più avanzato della costa di Frisia, e Medemblik, altra città decaduta della Nord-Olanda, che fu capitale del paese prima della fondazione di Hoorn e di Enckhuisen. In quel passo il golfo è poco più largo della metà dello stretto di Calais. Quando si metterà ad effetto la gigantesca impresa del prosciugamento del Zuiderzee, in quel passo si costruirà la diga enorme che dovrà separare il golfo dal Mare del Nord. Questa diga si stenderà da Stavoren a Medemblik, lasciando aperto nel mezzo un grande canale per il movimento delle maree e lo scolo delle acque dell’Yssel e del Vecht; e dietro di essa, il gran golfo sarà a poco a poco trasformato in una fertile pianura, la Nord-Olanda congiunta alla Frisia, tutte le città morte delle coste rianimate d’una vita nuova, distrutte isole, trasformati costumi, confusi linguaggi, creata una provincia, un popolo, un mondo. Questa grande opera costerebbe, giusta le previsioni degli Olandesi, centoventicinque milioni di lire; da molti anni ci si sta studiando e forse tra non molto tempo ci si metterà mano; ma, ahimè! prima ch’ella sia compiuta,noi nati verso la metà del secolo decimonono avremo le braccia in croce, come dice il Praga, e le radici delle viole sul capo.

Appena s’è oltrepassato Medenblik, si vedono sulla riva opposta del Zuiderzee i campanili di Stavoren, la più antica città della Frisia, così chiamata, dicono gli etimologisti, dal dio Stavo che gli antichi Frisoni adoravano. Questa città, che non è più che un piccolo villaggio d’aspetto triste, circondato da grandi bastioni e da paludi, era, al tempo in cui Amsterdam non esisteva ancora, una città grande, bella e popolosa, nella quale risiedevano i re di Frisia e affluivano tutte le mercanzie dell’Oriente e dell’Occidente, così che le avean posto il glorioso nome di Ninive del Zuiderzee. Una strana leggenda, che però è fondata sopra un fatto vero, l’insabbiamento del porto, spiega la prima cagione della sua miserabile decadenza. Gli abitanti, spropositatamente arricchiti col commercio, erano diventati orgogliosi, vani, dissipatori, e spingevano il loro lusso forsennato sino a dorare le balaustrate, i chiavistelli, le porte, i più umili utensili delle loro case. Ciò dispiacque al buon Dio, il quale deliberò di infliggere alla insolente città un castigo solenne, e n’ebbe ben presto l’occasione. Una ricca mercantessa di Stavoren noleggiò un bastimento e lo mandò a Danzica a pigliare un carico di non so che merci preziose. Il capitano del bastimento arrivò a Danzica, ma non riuscì a trovare le merciche la mercantessa desiderava, e per non tornare col bastimento vuoto, lo caricò di grano. Quando rientrò nel porto di Stavoren, la mercantessa, che era là ad aspettarlo, gli domandò: “Che hai portato?” Il capitano rispose umilmente che non aveva portato che del grano. “Del grano!” gridò l’altera mercantessa con un accento di sdegno e di disprezzo. “Gettalo immediatamente nel mare.” Il capitano obbedì, l’ira di Dio traboccò. Nel punto stesso che il grano cadeva nell’acqua, si formava dinanzi al porto un grande banco di sabbia, il quale estinse a poco a poco il commercio della città. Questo banco di sabbia c’è infatti, e si chiama Vrouwensand, ossia sabbia della Dama, ed è un tale impedimento, che anche i più piccoli bastimenti mercantili debbono governarsi con grande prudenza per non darci dentro; nè un gran molo che si costrusse per riparare a questo danno, cangiò punto le sorti della città condannata a morire.

Quando il bastimento partì da Stavoren, tramontava il sole; ma nonostante l’ora e la stagione, il tempo era così mite, che io potei desinare sopra coperta, e ispirato dalla grande idea del prosciugamento del Zuiderzee, prosciugare fino alle sue più oscure profondità una bottiglia di vecchio Bordeaux, senza aver bisogno d’alitarmi neanco una volta sulle punte delle dita. I viaggiatori eran scesi tutti sotto, il mare era quietissimo, il cielo dorato, il Bordeaux squisito, il mio cuore in pace. Intanto mi sispiegava dinanzi agli occhi la riva della Frisia difesa da due ordini di palafitte, sostenute da pezzi enormi di granito, di trachite e di basalto di Germania e di Norvegia, che danno a quel paese l’aspetto d’un immenso campo trincerato. Si passò davanti a Hindelopen, altra città decaduta, che non ha più di un migliaio d’abitanti, e conserva le stravaganti foggie di vestire di molti secoli addietro; si rasentò una serie di piccoli villaggi nascosti, che ci avvertirono della loro presenza alzando di sopra le dighe il dito di ferro dei loro campanili; e s’arrivò finalmente ad Harlingen,—la seconda capitale della Frisia,—ancora illuminata dagli ultimi chiarori dei tramonto.

Mentre il bastimento s’avvicinava allo scalo, mi ricordai di quello che m’era accaduto ad Alkmaar, e pensando che forse mi sarei trovato nelle medesime péste ad Harlingen, per dove non avevo alcuna lettera di raccomandazione, mi turbai. E avevo ragione di turbarmi, poichè della lingua frisona, che è una mescolanza d’olandese, di danese e di vecchio sassone, presso che incomprensibile agli stessi Olandesi, io non capivo il bellissimo nulla; e sapevo per giunta che nella Frisia non si parla quasi punto il francese. Mi preparai dunque, con malinconica rassegnazione, a gesticolare, a far rider la gente e a lasciarmi condurre come un bambino, e mi posi a cercare cogli occhi in mezzo alla folla dei facchini e dei ragazzi che aspettavano i passeggieri sulla riva, una faccia più umana delle altre, a cui affidare la mia valigia e raccomandare la mia vita.

Prima che avessi trovata questa faccia, il bastimento si fermò e io discesi. Mentre stavo esitando fra due tarchiati frisoni che volevano impossessarsi della mia persona, mi sentii sussurrare nell’orecchio una parola che mi rimescolò il sangue:—il mio nome.—Mi voltai come se mi fossi inteso chiamare da uno spettro, e vidi un giovane signore, che sorridendo della mia meraviglia, mi ripetè in francese: “È lei il signor tale dei tali?”—“Son io,” risposi, “o almeno mi pare d’esser io, perchè a dirle la verità sono talmente stupito d’esser conosciuto da lei, che dubito quasi della mia identità. Che prodigio è questo?”—Il prodigio era semplicissimo. Un mio amico d’Amsterdam che m’avea accompagnato la mattina stessa al porto, aveva mandato un dispaccio, appena partito il bastimento, a un suo amico di Harlingen, per pregarlo di andare ad attendere allo scalo un forestiero alto, bruno e insaccato in un pastrano color cacao, il quale sarebbe arrivato verso sera, e avrebbe avuto gran bisogno d’un interprete e gran desiderio d’un compagno. Tutti i miei compagni di viaggio essendo biondi, l’amico dell’amico m’aveva subito riconosciuto, ed era venuto a cavarmi d’impiccio.

Se avessi avuto in tasca un collare dell’Annunziata, glielo avrei buttato al collo. Non avendolo, gli espressi la mia infinita gratitudine con undiluviodi parole, che lo fecero rimanere attonito, come direbbe il marchese Colombi,senza potere attribuire. Dopo di che, entrammo nella città, dove non intendevo di rimanere che poche ore.

Grandi canali pieni di bastimenti, larghe strade fiancheggiate da piccole case variopinte e nitide, pochissima gente fuor di casa, un silenzio profondo e non so qual aria di pace malinconica che fa pensare a mille cose lontane: tale è Harlingen, città di poco più di diecimila abitanti, fondata presso il luogo dov’era anticamente un villaggio che il mare distrusse nell’anno 1134. Fatto un giro per le strade, il mio compagno mi condusse a vedere le dighe, senza le quali la città sarebbe già stata cento volte sommersa, poichè tutto quel tratto di costa è esposto più d’ogni altro alle correnti e alle onde dell’alto mare. Le dighe sono formate da due file di palafitte smisurate, congiunte le une alle altre da grossi tronchi traversali, e tutte rivestite di grandi chiodi colla testa schiacciata, i quali le preservano dai piccoli animali marini che distruggono il legno. Fra queste palafitte ci sono delle assi fortissime, o piuttosto delle grandi travi segate in due, sprofondate nella sabbia, le une accanto alle altre; dietro queste assi una muraglia di massi ciclopici di granito rosso portati dalla provincia della Drenta; e dietro questa muraglia, ancora un robustissimo stecconato, che basterebbe da solo a trattenere le acque di un torrente furioso. Sopra questa diga si stende un viale alberato che serve di passeggio pubblico, di dove si vede il mare, qualche casa della città, e qualche albero di bastimento che sporge oltre i tetti. Quando vi passammo, l’orizzonte era ancora leggermente dorato da ponente e oscurissimo dalla parteopposta; non si vedeva nessuna barca in mare e nessun movimento nel porto; quattro ragazze ci passarono accanto a braccetto chiacchierando e ridendo, una si voltò; poi disparvero; la luna uscì da una nuvola; tirava un vento freddo, e noi passeggiavamo in silenzio. “Siete tristo?” mi domandò il compagno. “Punto,” risposi—e lo ero. Perchè? chi lo sa! Quanto m’è rimasto impresso nella mente quel luogo e quel momento! Chiudo gli occhi, rivedo ogni cosa, e sento l’odore del mare.

Il mio compagno mi condusse in unclub, dove c’intrattenemmo fino all’ora della partenza del treno per Leuwarde, la capitale della Frisia. Era il primo frisone col quale avessi l’onore di parlare, e lo studiai. Era biondo, impettito, grave, come quasi tutti gli olandesi; ma aveva uno sguardo straordinariamente animato: parlava poco, ma diceva quelle poche parole con una rapidità e una forza, che lasciavano indovinare un carattere più vivace di quello dei suoi connazionali dell’altra riva del Zuiderzee. Il discorso cadde sull’antica Frisia e sull’antica Roma, e fu amenissimo, poichè avendo egli cominciato a parlare degli avvenimenti di quei tempi con una straordinaria serietà, come di casi seguiti pochi anni avanti, ed io dandogli spago, finimmo per discorrere tale e quale come s’egli fosse stato un frisone dei tempi di Olennio ed io un romano dei tempi di Tiberio, ciascuno facendo l’avvocato del suo paese. Io gli rinfacciavo i soldati romani messi in croce, ed eglimi rispondeva pacatamente che i provocatori eravamo stati noi, perchè fino a tanto che ci eravamo contentati di prelevare il tributo imposto da Druso, consistente in cuoi pur che fossero, essi non avevano rifiatato; e che se poi s’erano ribellati, l’avevan fatto perchè Olennio non si contentava più dei cuoi, e voleva i bovi, i campi, i ragazzi, le donne; e questo era un volerli assassinare. “Pacem exuere, dice lo stesso Tacito,nostra magis avaritia quam obsequii impatientes; e aggiunge che Druso ci aveva imposto un piccolo tributo, perchè eravamo poveri,pro angustia rerum. E se ai poveri rubavate i buoi e le terre, che cosa facevate ai ricchi?”—Quando m’accorsi che sapeva Tacito a memoria, battei in ritirata, e gli domandai amichevolmente se delle prepotenze dei miei padri egli serbava qualche rancore con me.—“Oh signore!”—rispose tendendomi una mano, come se gli avessi fatto quella domanda sul serio: “nemmeno per ombra!”—O sbaglio,—dissi tra me,—o di questa ingenuità nei nostri paesi non ce n’è più la semenza.—E non potevo finir di guardarlo, tanto mi pareva d’uno stampo differente dal mio.

Stemmo insieme fino a notte, e m’accompagnò alla stazione della strada ferrata, per andar poi ad assistere ad un concerto musicale. In quella piccola città di marinai, di pescatori e di mercanti di burro, c’era un concerto dato da quattro artisti, due tedeschi e due italiani, fatti venire espressamente dall’Aja, per sonare un par d’ore, al prezzo di duecentocinquanta fiorini! Dove questo concerto si facesse,in unacittà come Harlingen, tutta casette liliputtiane, non lo potevo capire, se non supponendo che i suonatori stessero in casa, e gli uditori nella strada; e domandai una spiegazione al mio compagno. “Una casa abbastanza grande c’è,” mi rispose:—Una!—pensai. O dove sarà questo colosso di casa, che non l’ho veduto? Attraversammo due o tre strade semioscure, ma un po’ più popolate che due ore innanzi, e arrivammo alla stazione. “Non ci vedremo mai più” mi disse quel franco e simpatico frisone stringendomi la mano. “Probabilmente mai più,” risposi. Stemmo un po’ guardandoci l’un l’altro, e poi ci dicemmo tutti e due insieme:—Addio!—e con questo triste saluto ci separammo. Egli andò al concerto, ed io partii per l’interno della Frisia.

La Frisia è tutta una pianura, d’un terreno misto di sabbia, d’argilla e di torba, bassa in ogni parte, e sopratutto a occidente, dove non di rado, verso la fine d’autunno, le acque del mare si spandono su grandi spazi. Vi sono moltissimi laghi, i quali formano come una catena a traverso tutta la provincia dalla città di Stavoren fino alla città di Dokkum. La campagna è coperta di vastissime praterie, e solcata in tutti i versi da larghi canali, lungo i quali pascolano, per nove mesi dell’anno, armenti innumerevoli non guardati nè da pastori nè da cani. Lungo il Mare del Nord, vi si trovano dei piccoli rialti di terreno, chiamatiterpen, innalzati dagliantichi abitanti per rifugiarvisi coi loro armenti al montare delle maree, e su alcuni di questi rialti son fabbricati dei villaggi. Altri villaggi e città son costrutti su palafitte, in terre conquistate a poco a poco sul mare. La provincia ha duecento settantadue mila abitanti, che traggono non solo sostentamento, ma ricchezza dal commercio del burro, del formaggio, dei pesci, della torba, e comunicano agevolmente tra loro per via dei canali e dei laghi. Pochi alberi dietro i quali son nascoste le case campestri e i villaggi; qualche vela di bastimento; degli stormi di pavoncelle, di cornacchie e di corvi; e i bellissimi armenti che picchiettano d’infinite macchie nere e bianche il verde della campagna, sono le sole cose che attirino l’occhio su quella vasta pianura di cui un velo di vapori bianchi nasconde perpetuamente i confini. L’uomo che in quel paese ha fatto tutto, non si vede da nessuna parte, e pare un paese nel quale l’acqua viva e lavori da sè, e la terra non sia posseduta che dagli animali.

Arrivai a Leuwarde a notte fitta e trovai per buona ventura un albergo dove si parlava francese.

La mattina per tempissimo—credo che non ci fossero ancora cento persone levate in tutta la città—uscii, e mi diedi a girare per le strade deserte sotto una pioggiolina lenta e diacciata che arrivava alle ossa.

Leuwarde ha l’aspetto d’un grande villaggio. Le strade sono quasi tutte spaziosissime, percorseda larghi canali, e fiancheggiate da case straordinariamente piccine, colorite di rosa, di lilla, di cenerino, di verde chiaro, di tutti i colori diBroek. I canali interni si congiungono con canali esteriori, i quali si stendono lungo i bastioni della città, e si collegano alla loro vòlta con altri canali, che conducono ai villaggi e alle città vicine. Vi sono piazze e crocicchi da grande città, che paiono anche più vasti per la piccolezza delle case, in moltissime delle quali le finestre sono a un palmo da terra e toccano quasi il tetto colla parte superiore. Per lunghi tratti di strada, se si ammucchiassero tutte insieme le case, non si formerebbe un edifizio di grandezza ordinaria. Pare una città antichissima, primitiva, fondata da un popolo di pescatori e di pastori, e a poco a poco ristaurata, dipinta, ingentilita. Ma nonostante i bei ponti, le botteghe ricche, le finestre adorne, il suo aspetto generale ha qualcosa di così esotico per un europeo del mezzogiorno, da fargli parer strano che gli abitanti portino il soprabito e il cappello cilindrico come noi. Di tutte le città della Neerlandia è quella in cui un italiano si sente più lontano dal suo paese. Le strade erano deserte, tutte le porte chiuse: mi pareva di girare per una città abbandonata e sconosciuta, che avessi scoperta io. Guardavo quelle strane casette e dicevo tra me, meravigliandomi, che pure là dentro ci dovevano essere delle signore eleganti, dei pianoforti, dei libri che anch’io avevo letti, delle carte geografiche d’Italia, delle fotografie di Firenze e di Roma.Girando di strada in strada, passai dinanzi all’antico castello dei governatori della Frisia, della casa di Nassau Diez, gli antenati della regnante famiglia d’Orange; scopersi una curiosissima prigione, un palazzo bianco e rosso, sormontato da un tetto altissimo, e decorato di colonnine e di statue, che gli dan l’aspetto d’un villino principesco; e infine riuscii in una gran piazza, dove vidi una vecchia torre di mattoni, ai piedi della quale si dice che cinquecento anni fa giungessero le acque del mare, e che ora è lontana più di dieci miglia dalla costa. Di qui, passando per altre strade pulite come salotti, in mezzo a due file di case di cui rasentavo le gronde coll’ombrello, ritornai nel centro della città.

In tutto quel giro non avevo visto altre donne che qualche vecchia scarmigliata e insonnita, che guardava il tempo dalla finestra; e ognuno può immaginare quanto fossi curioso di vedere le altre, non tanto per la loro celebre bellezza, quanto per la stranissima copertura di capo della quale avevo inteso parlare e letto descrizioni e trovato immagini in tutte le città dell’Olanda. La sera innanzi, arrivando a Leuwarde, avevo ben visto a una cantonata qualche testa di donna stranamente luccicante; ma l’avevo vista di sfuggita, al buio, e senza quasi badarci. Ben altra cosa doveva essere il vedere tutto il bel sesso della capitale della Frisia, in pieno giorno, a mio bell’agio. Ma come cavarsi questa curiosità? Il cielo prometteva la pioggia per tutta lagiornata, le donne sarebbero probabilmente rimaste tappate in casa, io avrei dovuto aspettare fino alla mattina dopo, e l’impazienza mi divorava. Per fortuna mi venne una di quelle idee luminose che nelle grandi occasioni sbocciano anche nei cervelli più piccoli. Vedendo passare un musicante della guardia civica, col pennacchio in capo e la tromba sotto il braccio, mi ricordai ch’era l’anniversario della nascita del Re di Olanda, pensai che si dovesse radunare la banda musicale, che questa banda avrebbe percorso la città, che dove sarebbe passata tutte le donne avrebbero fatto capolino, e che perciò, mettendomi accanto al capo-banda come i monelli che accompagnano i reggimenti agli esercizi, avrei veduto quanto volevo. Dissi a me stesso:—Bravo!—e canterellando l’arietta «Che invenzione prelibata» delBarbiere di Siviglia, seguii il musicante. Arrivammo nella gran piazza dove la guardia civica s’andava raccogliendo intrepidamente sotto una pioggia dirotta, in mezzo a un centinaio di curiosi; in pochi minuti, il battaglione fu ordinato; il maggiore gettò un grido stridulo; la banda diede fiato agli strumenti; la colonna si mosse verso il centro della città. Io camminavo accanto al capo tamburo, ed ero beato.

S’aprirono le finestre delle prime case, e si affacciarono alcune donne colla testa tutta luccicante d’argento, come se fossero elmate; ed avevano infatti due larghe lastre d’argento che nascondevano affatto i capelli e coprivano una parte della frontestringendo il capo come un casco di guerriero antico. Un po’ più oltre, s’affacciarono altre donne, quali col casco d’argento, quali col casco d’oro. Il battaglione svoltò in una delle strade principali, e allora su tutte le porte, a tutte le finestre, agli svolti delle strade, sulle soglie delle botteghe, dietro le cancellate dei giardini, comparirono caschi d’oro e d’argento, grandi e piccini, con velo e senza velo, tersi e sfolgoranti come celate d’armeria; mamme in mezzo a una nidiata di ragazzine, tutte col casco; vecchie cadenti, col casco; serve colla casseruola in mano, col casco; signorine che s’erano alzate allora dal pianoforte, col casco; Leuwarde pareva una immensa caserma di corazzieri sbarbati, una metropoli di regine spodestate, una città dove tutta la popolazione si preparasse ad una grande mascherata medioevale. Non posso dire lo stupore e il piacere che provavo dinanzi a quello spettacolo. Ogni nuovo casco che vedevo, mi pareva il primo, ridevo, e mi pareva che il capo tamburo, le guardie civiche e i monelli che avevo intorno, dovessero riderne con me. Tutti quei caschi coloravano di riflessi dorati e argentati i vetri delle finestre e le imposte inverniciate; brillavano confusamente nel buio delle stanze semi-aperte del pian terreno; apparivano e sparivano lampeggiando dietro le tendine trasparenti e i fiori dei davanzali. Passando accanto alle ragazze ritte sul marciapiedi della strada, rallentavo il passo, e vedevo riflessi sulle loro teste gli alberi, le botteghe, le finestre, il cielo, le guardie civiche, il mioviso. In mezzo a tutte quelle teste amabilmente terribili, su cui non si vedeva una ciocca di capelli, io collo staio e la capigliatura lunga, mi parevo un uomo imbelle e spregevole, a cui da un momento all’altro una di quelle austere frisone dovesse porgere per scherno il fuso e la rocca.—Ma che spedizione hanno in mente tutte codeste donne?—pensavo, celiando con me stesso.—A chi vogliono far la guerra? A chi intendono di metter paura?—A ogni passo vedevo qualche scena curiosa. Un ragazzo, per far stizzire una bambina, le appannava il casco col fiato, e quella subito s’affannava a ripulirlo colla manica, prorompendo in invettive, come un soldato a cui il compagno insudici qualche parte dell’armatura un momento prima della rivista del capitano. Un giovanotto, da una finestra, toccava colla punta d’un bastoncino il casco d’una ragazza affacciata alla finestra accanto, il casco risonava, i vicini si voltavano, la ragazza faceva il viso rosso e spariva. In fondo a un corridoio, una serva si aggiustava il casco guardandosi in quello d’una compagna gentilmente inchinata per farle da specchio. Nell’atrio d’una casa, che doveva essere un collegio, una cinquantina di ragazze, tutte col casco, si disponevano a due a due, in silenzio, come un drappello di guerriere che s’apparecchiassero a fare una sortita contro il popolo ribellato. E in ogni nuova strada che infilava la banda, pullulava da ogni parte, come a un richiamo di guerra, una nuova legione di quell’esercito stravagante e gentile.

Da principio, tanto ero assorto nella contemplazione dei caschi, che non avevo quasi badato ai volti di quelle Frisone, che hanno fama di essere le più belle donne dei Paesi Bassi, di discendere in diritta linea dalle antiche sirene del Mare del Nord, e di aver fatto andare in visibilio il gran cancelliere dell’Impero germanico; il quale non dev’essere di natura molto facilmente eccitabile. Riavuto dalla prima meraviglia dei caschi, mi diedi a considerare le persone; e debbo dire che ne vidi, come in tutti gli altri paesi, pochissime belle, ma queste degne veramente della fama. Son donne la maggior parte di alta statura, di larghe spalle, bionde, bianche, diritte come palme e gravi come antiche sacerdotesse, alcune di mani e piedi molto piccoli, e malgrado la loro gravità, sorridenti con una dolcezza che par davvero un riflesso lontano delle loro favolose progenitrici. L’elmetto argenteo, che stringendo e nascondendo i loro capelli, le priva del più bell’ornamento della bellezza, le rifà in parte di questo difetto, col mettere in mostra la nobile forma della loro testa, e col dare al loro viso dei lumeggiamenti bianchi e azzurrini d’una delicatezza inesprimibile. All’apparenza, non hanno ombra di civetteria.

Mi rimaneva però una grande curiosità, ed era di veder da vicino una di quelle belle teste elmate, e di sapere come questi elmi fossero fatti, e in che modo si mettessero, e che norme avesse quell’uso.A questo fine avevo una lettera per una famiglia di Leuwarde, la portai, fui ricevuto cortesemente in una bella casetta posta sull’orlo d’un canale, e scambiati appena i primi saluti, dimandai di vedere un casco, il che fece ridere di cuore i miei ospiti, perchè quella è immancabilmente la prima domanda che rivolgono tutti gli stranieri arrivati in Frisia ai primi Frisoni che hanno la fortuna di conoscere. Per tutta risposta, la padrona di casa, una signora colta e gentilissima, che parlava con molto garbo il francese, tirò il cordoncino d’un campanello, e comparve subito una ragazza col casco d’oro e la veste lilla, a cui essa accennò di venire innanzi. Era la serva: una ragazza alta come un granatiere, robusta come un atleta, bianca come un angelo, fiera come una principessa. Capì di volo che cosa volevo e mi si piantò davanti colla testa alta e cogli occhi bassi. La signora mi disse che si chiamava Sofia, che aveva diciott’anni, ch’era promessa sposa e che il casco gliel’aveva regalato il suo fidanzato.

Domandai di che metallo fosse il casco.

“D’oro!” rispose la signora quasi meravigliandosi della mia domanda.

“D’oro!” esclamai alla mia volta. “Scusi; abbia la compiacenza di domandarle quanto costa.”

La signora interrogò in lingua frisona Sofia, e poi rivolgendosi a me: “Costa,” mi disse, “senza le spille e senza la catenella, trecento fiorini.”

“Seicento lire!” esclamai. “Scusi ancora: vorrei sapere qual’è la professione del suo fidanzato.”

“Segatore di legna,” rispose la signora.

“Segatore di legna!” ripetei, e pensai con raccapriccio allo spessore del libro che avrei dovuto scrivere per poter vincere di splendidezza quel segatore di legna.

“Non hanno però tutte il casco d’oro,” soggiunse la signora. “I fidanzati che han pochi quattrini ne regalano uno d’argento. Le donne e le ragazze povere l’hanno di rame dorato, o d’argento sottilissimo, che costa pochi fiorini. Però la grande ambizione è d’averlo d’oro, e a questo fine si lavora, si risparmia, si sospira per anni interi. Se poi dovessi parlarle delle gelosie, io che ho la cameriera col casco d’argento e la serva col casco d’oro, ne potrei dire qualche cosa.”

Le domandai se portavano il casco anche le signore. Mi rispose che non lo portavano più, fuor che pochissime; ma che tutte, anche delle prime famiglie, si ricordano d’averlo veduto alle loro nonne e alle loro madri; ed eran caschi cesellati e tempestati di diamanti che costavano un subisso. Anticamente però non si portavano caschi, ma solo una sorta di diademi molto sottili, d’argento o di ferro, senza ornamenti, i quali, a poco a poco, si andarono allargando fino a coprire tutta la parte anteriore del capo. Ora, come tutte le mode che cominciano a decadere quando sono giunte all’esagerazione, anche il casco decade. Alle donne comincia a rincrescere di non poter mostrare i loro bei capelli biondi. Oltre questo, il casco produce il triste effetto di affrettare la calvizie, tanto che molte donne, in età ancor fresca, hanno già delle piazzate che metton paura. I medici, dal canto loro, dicono che quella continua pressione sul capo fa male al seno, e molti affermano che ne arresta lo sviluppo; il che non è difficile a credersi, poichè in fatti le donne frisone, robuste e carnose come sono, hanno per lo più un rilievo leggerissimo là dove è bello il vedere una curva audace. Tutte queste ragioni hanno indotto anni sono parecchie signore della provincia di Groninga, dove è pure in uso quella copertura di capo, a formare una specie di propaganda contro quell’uso, smettendolo esse per le prime; dopo di che moltissime altre lo smisero. Passeranno però molti anni prima che tutti i caschi siano spariti. Le serve, le contadine, la maggior parte delle donne del mezzo ceto, lo portano ancora. V’è la parte pro e la parte contro. Questa guadagna terreno lentissimamente, e quella si difende con ostinazione.

Desideravo di vedere il casco di Sofia, ma era coperto dal solito velo di trina, e non osavo farla pregare che se lo togliesse. Le presi il velo per l’orlo colla punta delle dita e spiegando la parola col gesto, le domandai se lo potevo alzare.

“Lo alzi pure,” mi disse la signora, traducendo la risposta della ragazza.

Lo alzai.

Dei del cielo, che bianchezza! Paragonai quel collo, ch’era tutto scoperto, col velo che tenevo inmano, e rimasi incerto di quale dei due fosse più bianco.

Il casco di Sofia era assai diverso dai caschi di argento che avevo visti per le strade; anzi, per dire il vero, questo nome di casco non conviene che a quei d’oro, poichè gli altri, sebbene presentino, a chi li guarda di fronte, il medesimo aspetto di caschi, non ne hanno punto la forma. Questi son fatti di due lastre quasi circolari, congiunte da un cerchietto flessibile di metallo che passa dietro il cocuzzolo, e ornate di due grandi bottoni cesellati che riescono sulle tempie. Queste due lastre non coprono che la parte anteriore del capo. I caschi d’oro invece sono un larghissimo cerchio che abbraccia tutta la testa, fuorchè il cocuzzolo, e si allarga ancora alle estremità fino a non lasciar più vedere che una piccolissima parte della fronte. La lamina è sottile e flessibile come carta di Bristol in modo che si può adattare facilmente a teste di diversa grandezza. Sotto questo casco (anco sotto quei d’argento) portano una specie di cuffia nera, che serra i capelli come un berretto da notte; e sopra il casco, un’altra sorta di cuffia di trina, che scende fin sulle spalle. Su questa seconda cuffia molte donne mettono ancora un cappellino indescrivibile, ornato di fiori e di frutti finti, o un cappelloPamela. Prima di mezzo giorno, stando in casa o uscendo per faccende, le donne del popolo portano il casco senz’altro; la cuffia e il cappello se lo mettono per andare alla passeggiata.

Mentre osservavo il casco della ragazza, la signora mi parlava di certi usi singolarissimi che si ritrovano ancora nella campagna della Frisia.

Quando un giovane si presenta in una casa per domandare la mano d’una ragazza, questa gli fa subito capire se lo accetta o non lo accetta per sposo. Se lo accetta, esce dalla stanza e vi ritorna poco dopo col casco. Se non si va a mettere il casco vuol dire che il giovane non le piace, e ch’essa non acconsente a diventare sua regina. Gli amanti sogliono regalare alle loro fidanzate dei legacci da calze, sui quali sono iscritte delle sentenze, delle parole d’amore e degli auguri di felicità. Qualche volta l’innamorato presenta alla ragazza un fazzoletto annodato con iscrizioni nel nodo e dentro monete o gingilli. Se la bella lo scioglie, s’intende che accetta la mano del giovane; se non lo scioglie, s’intende che la ricusa. L’onore più ambito dagli amanti è quello di poter legare lo zoccolo, o patino che si voglia dire, al piede della loro diva; la quale li ricompensa di questa cortesia con un bacio. Del resto, giovani e ragazze godono della più ampia libertà. Vanno a passeggiare insieme come marito e moglie, e rimangono sovente soli in casa, per parecchie ore, di notte, dopo che il padre e la madre sono andati a letto.—E non si hanno mai da pentire di esserci andati troppo presto? domandai: “Il fallo,” mi rispose la signora “è sempre riparato.”


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