Il mare non è meno tristo della costa, e risponde veramente all’immagine che ci formiamo del Mare del Nord, leggendo dei superstiziosi terrori degli antichi che se lo raffiguravano agitato da venti eterni, e popolato da mostri giganteschi. Vicino alla sponda è giallastro, più in là d’un verde pallido, e più lontano d’un azzurro smorto. L’orizzonte è per lo più velato dalla nebbia, che spesso discende fin sulla spiaggia, e nasconde tutto il mare, come un’immensa cortina, lasciando veder soltanto le onde che vengono a morire sulla sabbia, e qualche larva di barcone da pescatore poco lontano. Il cielo è quasi sempre grigio, percorso da grandi nuvole che gettano sulle acque ombre dense e mobilissime; in alcuni punti nero d’un’oscurità quasi notturna, che fa balenare alla mente immagini di tempeste e di naufragi orrendi; in altri punti rischiarato da sprazzi, da righe serpeggianti di luce vivissima, che sembrano fulmini immobili, o albori di qualche astro misterioso. L’onda, sempre agitata, corre a mordere la riva con un impeto furioso, e manda un rumore prolungato che pare un grido di minaccia e di dolore d’una folla infinita. Il mare, il cielo e la terra siguardano con aspetto sinistro, come tre nemici implacabili, e sembra, a contemplare quello spettacolo, che sia imminente qualche grande sconvolgimento della natura.
Il villaggio di Scheveningen è posto sulle dune, che lo difendono dal mare, e lo nascondono in modo che, a guardar dalla spiaggia, non si vede che il campanile a pan di zucchero della chiesa, ritto come un obelisco in mezzo alle sabbie. Il villaggio è diviso in due parti. L’una è composta di casette eleganti, di tutte le forme e di tutti i colori olandesi, fatte ad uso degli stranieri, con l’appigionasiscritto in diverse lingue; l’altra parte, nella quale abita la popolazione indigena, è tutta casupole nere, stradette, recessi dove gli stranieri non mettono mai piede.
La popolazione di Scheveningen, che conta poche migliaia di anime, è quasi tutta composta di pescatori, la maggior parte poverissimi. Il villaggio è ancora una delle stazioni principali della pesca dell’aringa, di quel pesce celeberrimo cui l’Olanda deve la sua ricchezza e la sua potenza; ma i frutti di quest’industria vanno agli armatori dei bastimenti da pesca, e gli uomini di Scheveningen, arrolati come marinai, guadagnano appena di che vivere. Sulla spiaggia, davanti al villaggio, si vedon sempre parecchi di quei battelli larghi, robusti, con un albero solo, e una grande vela quadrata, schierati l’uno accanto all’altro sulla sabbia, come le galere dei greci sulla riva di Troia, per essere al sicuro dai colpi di vento. La flottiglia per la pescadell’aringa parte i primi mesi di giugno, accompagnata da una corvetta a vapore, e si dirige verso la costa della Scozia. Le prime aringhe pescate, sono subito mandate in Olanda, e portate in un carro imbandierato al Re, che contraccambia il regalo con cinquecento fiorini. Quei battelli fanno pure la pesca d’altri pesci, che sono in parte venduti all’incanto sulla riva del mare, e in parte lasciati ai pescatori di Scheveningen che li mandano per mezzo delle loro donne al mercato dell’Aja.
Scheveningen, come tutti gli altri villaggi della costa, Katwijk, Wlardingen, Maassluis, è un villaggio decaduto dall’antico stato di floridezza in conseguenza del decadimento della pesca dell’aringa, cagionato, come tutti sanno, dalla concorrenza dell’Inghilterra e dalle guerre disastrose. Ma la miseria, invece d’infiacchire, rinvigorì il carattere di quel piccolo popolo, che è fuor di dubbio il più originale e il più poetico dell’Olanda. Gli abitanti di Scheveningen formano per aspetto, per indole e per costumi quasi una famiglia straniera al proprio paese. Sono a due miglia da una grande città e conservano l’impronta d’un popolo primitivo, che sia sempre vissuto nella solitudine. Quali erano secoli addietro, tali sono oggi. Nessuno abbandona il proprio villaggio, nessuno che non ci sia nato, ci penetra; non si maritano che fra loro; parlano un linguaggio particolare; son tutti vestiti nello stesso modo e degli stessi colori, com’erano i padri dei loro padri. Al tempo della pesca, non rimangono nel villaggio chele donne e i bimbi: gli uomini vanno tutti al mare. Partendo, portano con sè la Bibbia. A bordo non s’ubriacano, non bestemmiano, non ridono. Quando il mare in tempesta solleva e precipita da spaventose altezze il loro piccolo battello, chiudono tutte le aperture, e aspettano la morte con rassegnazione. In quel momento le loro donne, chiuse nelle casette flagellate dalla pioggia e dal vento, cantano i salmi. Quei piccoli abituri, che furono testimoni di tante ansietà mortali, che sentirono i singhiozzi di tante vedove, che videro la santa gioia dei ritorni e gli addii sconsolati di tanti sposi, rappresentano colla loro pulizia, colle loro tendine bianche, colle vesti e colle camicie marinaresche appese alle finestre, la povertà libera e dignitosa dei loro abitanti. Da quelle case non escono nè vagabondi, nè donne corrotte; nessun abitante di Scheveningen ha mai disertato il mare, e nessuna fanciulla ha mai sdegnato la mano d’un pescatore. Uomini e donne hanno nel portamento del capo e nell’espressione dello sguardo, un non so che di grave e di sdegnoso che impone rispetto. Salutano senza chinar la fronte, guardando la gente negli occhi, come per dire:—Non abbiamo bisogno di nessuno.—
Anche in questo piccolo villaggio vi son due scuole, e non si può dire il sentimento che si prova vedendo a una cert’ora sparpagliarsi per quelle misere stradicciuole uno sciame di bambini biondi con una lavagna sotto il braccio e il gessetto in mano.
Scheveningen non è solamente un villaggio famoso per l’originalità dei suoi abitanti, che tutti gli stranieri visitano, e tutti i pittori dipingono. Vi sono due grandi case di bagni, dove convengono in estate Inglesi, Russi, Tedeschi, Danesi; il fiore dell’aristocrazia settentrionale; principi e ministri; mezzo l’almanacco di Gotha; e là balli, illuminazioni fantastiche e fuochi d’artificio sul mare. Le due case son poste sulle dune. A tutte le ore del giorno, certe carrozze della forma di baracche ambulanti di ciarlatani, tirate da un cavallo robusto, s’avanzano dalla spiaggia nel mare, fanno un giro sopra sè stesse, e n’escono signore che si tuffano nelle onde, lasciando errare le capigliature d’oro in preda al vento marino. La notte, echeggiano le musiche, i bagnanti escono, e la spiaggia si popola di una folla festiva, varia, elegante, in mezzo alla quale si odono accenti di tutte le lingue e si vedono bellezze di tutti i paesi. A pochi passi da quella festa, lo straniero malinconico trova la solitudine oscura delle dune, dove la musica gli giunge appena all’orecchio, come un’eco lontana, e le case dei pescatori gli mostrano i loro lumicini che fan pensare alla famiglia e alla pace.
La prima volta che andai a Scheveningen, feci una passeggiata per quelle dune, tanto illustrate dai pittori, le sole alture che intercettino lo sguardo sull’immensa pianura olandese, figlie ribelli del mare a cui contrastano il passo, e nello stesso tempo prigioniere e guardiane dell’Olanda. Vi sono tre ordinidi dune che formano un triplice baluardo contro il mare; le esterne sono le più aride, quelle di mezzo le più alte, e quelle interne le più coltivate. L’altezza media di queste montagnole di sabbia non è maggiore di una quindicina di metri; e tutte insieme non s’addentrano nelle terre per più di una lega francese. Ma non essendoci nè vicino nè lontano alcun’altura maggiore, esse offrono all’occhio ingannato l’aspetto d’una vasta regione montagnosa. Vi si vedono le vallate, le gole, i precipizi; prospetti che sembrano lontanissimi, e sono a un trar di mano; cime di dune vicine, sulle quali sembra che un uomo dovrebbe apparire appena come un bambino, e pare invece un gigante. A guardar quella regione dall’alto, presenta l’immagine d’un mar giallo, tempestoso ed immobile. La tristezza di questo deserto è ancora accresciuta da una vegetazione selvaggia, che par come la gramaglia di quella natura morta e abbandonata: erbe esili e rade, fiori coi petali quasi diafani, ginestre, eriche, rosmarini, gallinelle, fra cui si vede tratto tratto fuggire qualche coniglio. Per grandissimi spazi non si scorge una casa, nè un albero, nè un’anima viva. Passano di tempo in tempo corvi, chiurli, gabbiani; e i loro gridi, e lo stormire degli arbusti agitati dal vento, sono il solo rumore che rompa il silenzio di quella solitudine. Quando il cielo è nero, il colore smorto della terra acquista una chiarezza sinistra, simile a quelle luci fantastiche in cui appariscono gli oggetti guardati a traverso un vetrocolorato. Allora, stando soli in mezzo alle dune, si prova un senso quasi di sgomento come chi si trovasse in un paese ignoto, sterminatamente lontano da ogni terra abitata; e si cerca con ansietà sull’orizzonte nebbioso qualche ombra di campanile che riconforti il cuore.
In tutta la mia passeggiata non incontrai che qualche contadino. Cosa notevole in un paese settentrionale, i contadini olandesi salutano quasi sempre la gente che incontrano per via. Alcuni si tolgono la berretta con un gesto curioso, di sbieco, che par fatto per celia. Per il solito dicono buon giorno o buona sera senza guardare in viso coloro che salutano. Se incontrano due persone dicono: “Buona sera a tutti e due” o se son più di due: “Buona sera a tutti insieme.” In un sentiero, in mezzo alle prime dune, vidi parecchi di quei poveri pescatori che passan quasi tutta la giornata nell’acqua fino alla cintola, a raccoglier conchiglie, che servon a fare un cemento particolare, o si spargono pei sentieri dei giardini in luogo di sabbia. L’operazione che debbon fare per togliersi gli enormi stivali di cuoio con cui vanno nel mare, richiede a dir poco una mezz’ora di fatica noiosissima, la quale fornirebbe a un marinaio italiano il pretesto per tirar giù tutti i Santi. Essi invece fanno quel lavoro con una flemma da metter sonno, senza lasciarsi sfuggire il menomo atto d’impazienza, e non alzando la testa, prima d’aver finito, neanche se sentissero una cannonata.
Stando su quelle dune, vicino a un obelisco di pietra che rammenta il ritorno di Guglielmo d’Orange dall’Inghilterra dopo la caduta del dominio francese, vidi per la prima volta uno di quei tramonti di sole che destano in noi Italiani un sentimento di meraviglia diversa, ma non meno viva, di quella che i tramonti di Napoli e di Roma destano negli stranieri del nord. Il sole, per l’effetto rifrangente dei vapori di cui è sempre piena l’aria in Olanda, appariva d’una grandezza meravigliosa e diffondeva tra le nuvole e sul mare uno splendore velato e tremulo come il riflesso d’un immenso incendio. Pareva un altro sole, apparso inaspettatamente sull’orizzonte, che dovesse tramontare per non mostrarsi mai più a questa terra. Un fanciullo avrebbe creduto vero quello che disse un poeta:—In Olanda il sole muore;—e l’uomo più freddo si sarebbe lasciato fuggir dalle labbra un addio.
Poichè ho parlato d’una passeggiata a Scheveningen, ricorderò altre due belle escursioni che feci dall’Aja l’inverno passato.
La prima fu al villaggio di Naaldwijk, e da questo villaggio alla riva del mare, dove si sta aprendo il nuovo canale di Rotterdam. A Naaldwijk, grazie alla cortesia d’un ispettore scolastico ch’io accompagnava, soddisfeci il mio vivissimo desiderio di vedere una scuola elementare; e dico fin d’ora che la mia favorevole aspettazione fu di gran lunga superata. La casa, fabbricata apposta ad uso di scuola, èisolata, e non ha che il piano terreno. Entrammo prima in un piccolo vestibolo, dov’era un monte di zoccoli, che l’ispettore mi disse appartenere agli scolari, i quali sogliono deporli entrando nella scuola e riprenderli uscendo. Nella scuola, i ragazzi stanno colle calze sole, e non patiscon punto freddo, perchè hanno calze spessissime; ma soprattutto perchè le stanze sono riscaldate come gabinetti di ministri. Entrammo, gli scolari s’alzarono e il maestro venne incontro all’ispettore. Anche quel povero maestro di villaggio parlava francese, e così si potè fare un po’ di conversazione. V’era nella sala una quarantina di scolari, metà maschi e metà femmine, queste da una parte, quelli dall’altra; tutti biondi, grassotti, faccioni pieni di bonomia, con una cert’aria precoce di babbi e di mamme, che avrebbe fatto sorridere un impiegato del Censimento. L’edifizio è diviso in cinque sale, separate l’una dall’altra da una grande vetrata che chiude tutto il vano come una parete; in modo che, quando manca il maestro in una classe, quello della classe vicina può sorvegliare gli scolari del suo collega, senza moversi dal proprio posto. Tutte le sale sono spaziose e hanno finestroni alti dal pavimento fin quasi al soffitto, così che c’è chiaro come nel mezzo della strada. I banchi, le pareti, il pavimento, i vetri, le stufe, ogni cosa era nitida come in una sala da ballo. Ricordandomi di certe sentine pestifere delle scuole ch’io frequentai da ragazzo, volli vedere i luoghi segreti, e li trovai quali si trovano in pochi dei primi alberghi. Vidi poinelle pareti molti di quelli oggetti che mi ricordo d’aver tanto desiderato quando sedevo su quei banchi: come quadretti con paesaggi e figure, ai quali il maestro riferisce racconti e insegnamenti, perchè si stampino meglio nella memoria; immagini d’oggetti e d’animali; carte geografiche fatte appositamente con grandi nomi e colori vivi; sentenze, regole grammaticali, precetti stampati in caratteri di scatola. Una sola cosa mi parve che lasciasse a desiderare: la pulizia delle persone.
Non voglio qui ripetere quello che molti scrissero, ed anche qualche olandese afferma, che in Olanda si trascuri generalmente la pulizia della pelle, che le donne non faccian bagni e che le gambe delle tavole sian più nette che le gambe dei cittadini. Ma è certo che la pulizia delle cose vi si cura infinitamente più della pulizia delle persone, e che la mediocrità di questa piglia risalto dall’eccellenza di quella. In una scuola italiana, forse quei ragazzi mi sarebbero parsi puliti; ma confrontandoli colla nitidezza meravigliosa degli oggetti che li circondavano, e pensando ch’eran figliuoli di quelle stesse donne che impiegan mezza la giornata a lavar usci ed imposte, mi parvero, ed erano infatti un po’ sudici. In certe scuole della Svizzera ci sono dei lavatoi, dove i ragazzi sono obbligati a lavarsi entrando ed uscendo. Mi sarebbe piaciuto, perchè non mi rimanesse nulla a desiderare, veder quei lavatoi anche nelle scuole d’Olanda.
Ho detto «quel povero maestro» per modo didire, perchè seppi poi che ha uno stipendio di più di duemila e duecento lire e un quartierino in una bella casa del villaggio. In Olanda i maestri delle scuole elementari, i capi, poichè vi son pure gli aiutanti, non han nessuno uno stipendio minore di ottocento lire, che è ilminimum, stabilito dalla legge, che possan dare i Comuni. Nessun Comune però si attiene a questa somma, e vi son maestri, che hanno lo stipendio d’uno dei nostri professori d’università. È vero che in Olanda la vita è assai più cara che in Italia; ma è anche vero che quegli stipendi, che a noi paiono pingui, là si riconoscono scarsi, e si tratta d’accrescerli. E bisognerebbe anco mettere in bilancia che i maestri olandesi, stante la diversità del carattere nazionale, hanno da fare assai minor spesa di polmoni, di pazienza e di buon umore che i maestri italiani; il che non è da disprezzarsi, se è vero che la salute conta per qualche cosa.
Da Naaldvijk ci dirigemmo verso il mare. Strada facendo, il mio cortese compagno mi spiegò chiaramente a che punto è in Olanda la quistione dell’insegnamento. Nei paesi latini la gente interrogata da uno straniero, gli risponde collo scopo di far veder che sa e che parla bene; in Olanda, badano piuttosto a farvi capir la cosa; e se non la capite alla prima, ricomincian da capo e ve la pestan nella testa fin che ci sia entrata intera e netta come ce l’hanno loro.
La quistione dell’insegnamento, in Olanda, è, come quasi tutte le altre, una quistione religiosa, la quale, alla sua volta, è la più grave, anzi l’unica grande quistione che agiti il paese.
Dei tre milioni e mezzo d’abitanti che conta l’Olanda, un terzo, com’è noto, son cattolici; centomila, circa, israeliti; gli altri protestanti. I cattolici, che abitano in grandissima parte le provincie meridionali, Limburgo e Brabante, non sono, come in altri paesi, divisi politicamente; ma costituiscono una sola legione clericale, papista, ultramontana,—la più fedele legione di Roma, come dicono gli stessi Olandesi;—in mezzo alla quale si vende la paglia su cui dorme il Pontefice, e si fulmina l’Italia dal pergamo e coi giornali. Questo partito cattolico, che non avrebbe gran forza per sè stesso, ne acquista moltissima dall’essere i protestanti divisi in un gran numero di sètte religiose: calvinisti ortodossi; protestanti che credono nella rivelazione, ma rigettano certi dogmi della Chiesa; altri che negano la divinità di Cristo, senza però separarsi dalla chiesa protestante; altri credenti in Dio, ma separati da ogni Chiesa; altri, e fra questi molti uomini di alto ingegno, che fanno professione aperta di ateismo. In questo stato di cose, il partito cattolico ha naturali alleati i Calvinisti, i quali, come credenti fervidissimi, e conservatori inflessibili della religione dei loro padri, sono assai meno profondamente divisi dai cattolici che da una buona parte dei loro correligionari, e formano, in certo modo, il partito clericale del protestantesimo. Oranegli Stati Generali vi sono da un lato cattolici e calvinisti, dall’altro un partito liberale, e fra questi e quelli una schiera ondeggiante che non consente una superiorità assoluta ad alcuna delle due parti. Il campo principale di battaglia fra i partiti estremi è la quistione dell’insegnamento primario, e questa si riduce, da parte dei cattolici e dei calvinisti, nel volere che alle attuali scuole, così dette miste, nelle quali non è dato alcun particolare insegnamento religioso perchè vi possano concorrere insieme cattolici e protestanti d’ogni dottrina; nel volere, dico, che a queste scuole, siano sostituite altre, mantenute pure dai Comuni sotto la direzione dello Stato, nelle quali si dia un insegnamento dogmatico. È facile comprendere la gravità delle conseguenze che porterebbe una tale scissura nell’educazione popolare, i germi di discordie e d’ire religiose, il perturbamento che nascerebbe, col tempo, dallo stringere la gioventù in gruppi di diversa fede. Sinora il principio della scuola mista prevalse, ma le vittorie dei liberali furono difficili; i cattolici e i calvinisti strapparono successivamente delle concessioni, e si preparano a strapparne delle nuove; il partito cattolico, in una parola, più potente ancora che il partito calvinista, uno, saldo, risoluto, acquista di giorno in giorno terreno; e non è inverosimile che riesca a conseguire una vittoria, benchè passeggiera, la quale provochi nel paese una reazione violenta. A tale son dunque le cose in quell’Olanda che lottò ottant’anni contro il dispotismo cattolico,e che ora ha gravi ragioni di temere in un tempo forse non lontano una guerra religiosa!
Malgrado questo stato di cose, che impedì finora l’istituzione, sollecitata dai liberali, dell’istruzione obbligatoria, e che allontana dalle scuole un gran numero di ragazzi cattolici, l’istruzione popolare, in Olanda, si trova in condizioni che qualunque stato europeo può invidiare. Proporzione fatta, vi son meno analfabeti che in Prussia. Di tutta Europa, come disse con giusto orgoglio uno scrittore olandese in altri giudizi severo verso la sua patria, è il paese dove le cognizioni indispensabili ad un uomo civile sono più universalmente diffuse. Mi fece una gran specie, una volta che domandai a un Olandese se nella classe delle donne di servizio ce n’era qualcuna che non sapesse leggere, sentirmi rispondere:—Eh sì; mi ricordo che vent’anni fa mia madre n’aveva una analfabeta; e se ne parlava come di una cosa strana.—Ed è un gran piacere per uno straniero che non sappia la lingua, in una città di Olanda, far leggere un nome sullaGuidaal primo monello che gli capita tra i piedi, ed esser sicuro che intende e che s’ingegna d’insegnar la strada coi gesti.
Discorrendo di cattolici e di calvinisti arrivammo alle dune, e benchè fossimo a un trarre di mano dalla spiaggia, non vedevamo ancora il mare. “Strano paese l’Olanda,” dissi al mio amico; “in cui tutte le cose giuocano a rimpiattino! Le facciate nascondono i tetti, gli alberi nascondono le case, le cittànascondono i bastimenti, gli argini nascondono i canali, la nebbia nasconde i campi, le dune nascondono il mare.”—“E un giorno o l’altro,” mi rispose l’amico, “il mare nasconderà tutto, e sarà finito il giuoco.”
Passammo le dune e ci avanzammo nella spiaggia dove si fanno i lavori preparatorii per aprire il canale di Rotterdam.
Due dighe, una lunga più di mille duecento metri, l’altra più di duemila, e distanti un chilometro tra loro, si avanzano nel mare, in direzione perpendicolare alla spiaggia. Queste due dighe, costruite per proteggere l’entrata dei bastimenti nel canale, sono formate da parecchi ordini di palafitte enormi, di blocchi smisurati di granito, di fascine, di sassi, di terra, e hanno la larghezza di dieci uomini schierati di fronte. Il mare, che le flagella di continuo, e le copre in gran parte durante l’alta marea, ha vestito interamente pietre, travi e fascine d’uno strato fittissimo di conchiglie nere come l’ebano, che da lontano paiono un immenso tappeto di velluto, e danno a quei due giganteschi baluardi un aspetto severo e magnifico, come d’un paramento guerresco spiegato dall’Olanda per celebrare la sua vittoria sull’oceano. In quel momento, montava la marea, e ferveva la battaglia intorno all’estremità lontana delle dighe. Non si può dire la rabbia con cui le onde livide si vendicavano dello scherno di quelle due smisurate corna di granito che l’Olandaappunta nel seno del suo superbo nemico. Le palafitte e i massi erano sferzati, morsi, schiaffeggiati da ogni parte, sorvolati da ondate sdegnose, sputacchiati da una pioggia vaporosa che li nascondeva come un nuvolo di polvere; ravvolti da ringorghi contorti come serpenti furiosi; percossi, anche i lontani dalla lotta, da spruzzi inaspettati e lunghissimi, come avanguardie impazienti di quell’esercito infinito; e intanto l’acqua saliva e si avanzava costringendo gli operai più lontani a indietreggiare a mano a mano.
Sulla diga più lunga, non molto lontano dalla spiaggia, si stava piantando delle palafitte. Alcuni operai sollevavano a gran fatica, per mezzo d’un apparecchio a carrucole, dei blocchi di granito; e altri, a dieci, a quindici insieme, rimovevano vecchie travi per far posto alle nuove. Era bello a vedersi il contrasto tra la furia delle onde che flagellavano i fianchi della diga, e la calma impassibile di quegli uomini che pareva quasi un’espressione di disprezzo per il mare. Mi passò per la mente che dicessero in cuor loro, come il marinaio dell’orca deiComprachicosnel romanzo di Vittor Hugo: “Muggi, vecchio!” Un vento, che agghiacciava le carni, faceva ondeggiare sul viso di quei bravi olandesi i loro lunghi riccioli biondi, e gettava tratto tratto ai loro piedi e sui loro vestiti degli spruzzi di schiuma: sciocche provocazioni, alle quali non rispondevano neanche collo sguardo.
Vidi piantare nel mezzo della diga una palafitta,un grossissimo tronco d’albero acuminato all’una delle estremità, e rizzato in mezzo a due travi parallele, fra le quali una macchina a vapore faceva scorrere un enorme martello di ferro. La palafitta doveva farsi strada a traverso parecchi strati fortissimi di fascine e di sassi; eppure, ad ogni colpo di quel formidabile martello si profondava spezzando, lacerando, stritolando, per più d’un palmo dentro la diga, come sarebbe penetrata nella terra. Ciò nondimeno, tra l’apparecchiare e il piantare, l’operazione durò, per quella sola palafitta, quasi un’ora. Io pensai alle migliaia ch’erano state confitte, alle migliaia che si dovevan configgere, alle interminabili dighe che difendono l’Olanda, a quelle infinite che furon rovesciate e ricostruite, e abbracciando col pensiero, per la prima volta, la grandezza favolosa di quel lavoro, provai un senso di spavento che mi fece rimanere lungo tempo immobile e senza parola.
Intanto le acque salivan già fin quasi all’altezza della diga, facendo un rumore come di soffi, di aneliti, di voci stanche, che pareva mormorassero segreti di mari lontani e di lidi sconosciuti; il vento soffiava più freddo; l’aria cominciava a oscurarsi; e io provavo un desiderio inquieto di ritirarmi da quegli spalti avanzati nell’interno della fortezza. Tirai per la falda il mio compagno che da un’ora stava ritto sur un macigno, e tornammo sulla spiaggia. Entrammo a bere un bicchiere dischiedamin una di quelle botteghe che si chiamano in olandese:Vieni e domanda, dove si vendon vini, salumi, sigari, scarpe,burro, panni, biscotti, un po’ d’ogni cosa; e poi ripigliammo la via di Gravenhagen.
L’altra passeggiata fu la più avventurosa ch’io abbia fatta in Olanda. Un mio carissimo amico dell’Aja m’invitò ad andare a desinar con lui in casa d’un suo parente, il quale gli aveva manifestato il cortese desiderio di conoscermi. Domandai all’amico dove il suo parente stava di casa; mi rispose: “Lontano dall’Aja.” Domandai da che parte, non me lo volle dire; mi disse di trovarmi la mattina seguente alla stazione della strada ferrata, e mi lasciò. La mattina, ci troviamo alla stazione; l’amico prende i biglietti per Leida; arriviamo a Leida, scendiamo, e invece d’entrare in città, pigliamo una strada a traverso la campagna. Allora pregai il mio compagno di svelarmi il segreto; mi rispose che non lo poteva svelare. Sapevo che quando un olandese non vuol dire una cosa, non c’è potenza in terra che gliela faccia dire; mi rassegnai. Era febbraio, tempo chiuso, punta neve; ma tirava un vento impetuoso e freddo che dopo cinque minuti di strada ci ridusse il viso pavonazzo. Era di domenica, la campagna deserta. Si va, si va, si vedon mulini a vento, canali, praterie, casette mezzo nascoste tra gli alberi, con altissimi tetti di stoppia tappezzata di musco. S’arriva a un villaggio; i villaggi olandesi son chiusi da una barriera; s’infila la porticina della barriera, si entra, non c’è nessuno, le porte son chiuse, le finestre hanno le tendine calate, non si sente unavoce, non un passo, non un respiro. Si attraversa il villaggio, si passa davanti a una chiesa tutta coperta d’edera come una capanna di giardino, nella quale, guardando per uno spiraglio della porta, si vede un ministro protestante, in cravatta bianca, che predica, e dei contadini coi visi rigati d’oro, di verde o di porpora dalla luce delle vetrate colorite. Si va oltre per una bella strada di mattoni, si vedono antenne per i nidi delle cicogne, palafitte piantate dai contadini perchè le vacche ci si strofinino, paracarri tinti di color celeste, casette colle tegole di vario colore che forman delle lettere e delle parole, bacini con barchette, ponticelli, chioschi d’uso ignoto, chiesuole con un gran gallo dorato sulla punta del campanile; e non un’anima viva, nè vicino nè lontano. Andiamo innanzi, innanzi; il cielo si rischiara un po’, poi si riabbuia; la luce del sole illumina un canale qui, fa scintillare il tetto d’una casa là, indora un campanile lontano, fugge, ritorna, promette, dice, disdice, fa mille civetterie; e sull’orizzonte si vedono delle striscie oblique di pioggia. Cominciamo a incontrare qualche contadina col cerchio d’oro intorno al capo, il velo sul cerchio, il cappello sul velo, un mazzo di fiori sul cappello, e grandi nastri svolazzanti; qualche carrozza di campagnuoli, dell’antica forma Luigi XV, colla cassa dorata, adorna di sculture e di specchietti; contadini con gran vestito nero e gran zoccoli bianchi; ragazzi con calze di tutti i colori dell’iride. Arriviamo a un altro villaggio pulito, lustro, colorito, colle sue strade ammattonate, e le sue finestre ornate di tendine e di fiori, saliamo in una carrozza e via. Appena usciti, ci coglie una pioggia minuta e diacciata che ci penetra fino alle ossa. Imbacuccati nelle coperte, intirizziti, fradici, arriviamo sulla sponda d’un grande canale, un uomo esce da un casotto, fa salire la carrozza sopra una zattera e ci porta sani e salvi all’altra sponda. La carrozza scende per una larga strada, ci troviamo nel fondo dell’antico mare d’Haarlem, il cavallo corre dove una volta guizzavano i pesci, il cocchiere fuma dove spiravano i naufraghi delle battaglie navali; vediamo di sfuggita canali, villaggi, campi coltivati, un nuovo mondo di cui trent’anni fa non c’era traccia. Dopo un miglio di strada, cessa la pioggia, e comincia a nevicare con una furia non mai veduta; una vera tempesta di neve fitta e dura, che il vento impetuoso ci getta quasi orizzontalmente nel viso. Spieghiamo la tela incerata, apriamo gli ombrelli, ci tappiamo, ci raggomitoliamo; ma il vento butta all’aria tutte le nostre difese e la neve irrompe, c’imbianca e ci agghiaccia dai piedi alla testa. Dopo un lungo giro usciamo dal lago, la neve cessa, arriviamo a un altro villaggio fatto di case da presepio, lasciamo la carrozza, ripigliamo la strada a piedi. Si va, si va, si vedon ponti, mulini, casette chiuse, strade solitarie, praterie immense, e nessuno. Si passa sur un braccio del Reno, si arriva a un altro villaggio tutto sbarrato e silenzioso, si va innanzi non vedendo che qualche viso che ci guarda di dietro i vetri dei finestrini, siesce dal villaggio e ci si trova in faccia alle dune. Il cielo comincia a oscurarsi ed io comincio ad inquietarmi. Domando all’amico dove si va e l’amico mi risponde:—Alla ventura.—C’inoltriamo in mezzo alle dune, per stradicciuole sabbiose e serpeggianti; non si vede più indizio d’abitazione da nessuna parte; si sale, si scende; il vento ci getta la sabbia nel viso, i piedi s’affondano; il paese si fa sempre più arido, accidentato, sinistro. “Ma chi è questo vostro parente,” dico al mio compagno, “dove vive, che cosa fa? Qui c’è sotto qualche diavoleria; non può essere un uomo come un altro; ditemi dove mi conducete.” L’amico non risponde, s’arresta e guarda davanti a sè; guardo io pure e vedo lontano un qualche cosa che somiglia a una casa, sola nel mezzo del deserto, quasi nascosta da un rialto del terreno. Affrettiamo il passo, la casa sparisce e riapparisce come un’ombra. Vi si vedono intorno delle antenne che presentan la forma di patiboli, e il mio amico mi vuol far credere che sono le antenne dei nidi delle cicogne. Arriviamo a un centinaio di passi: vediamo lungo un muro un condotto di legno che par bagnato di sangue; il mio amico mi dà ad intendere che è colorito di rosso. La casa è piccola, circondata da uno stecconato; le porte e le finestre son chiuse. “Non entriamo,” dico io; “siamo ancora in tempo, in quella casa c’è qualche stregoneria, badate a quello che fate, guardate in su: io non ho mai visto un cielo così nero.” L’amico non mi dà retta, s’avanza coraggiosamente, io lo seguo.Invece di andar verso la porta, piglia una scorciatoia; ci scoppia alle spalle un feroce latrar di cani, ci mettiamo a correre, attraversiamo una foresta di cespugli, saltiamo un muricciuolo, picchiamo a una porticina. “Siamo ancora in tempo!” esclamo. “È tardi!” mi risponde l’amico. La porta s’apre, non c’è nessuno; saliamo per una scaletta a chiocciola, entriamo in una stanzina.... Oh dolce meraviglia! Il solitario, lo stregone, era un giovanotto allegro e gentile; e la casa diabolica era una villetta piena di comodi, calda, luccicante, sibaritica, una vera palazzina fatata, nella quale il nostro ospite si raccoglieva alcuni mesi dell’anno a fare studi ed esperienze per infertilire le dune. Che gusto era veder quel freddo deserto a traverso una finestrina colle tende frangiate e coi vasi di fiori! Entrammo nel salotto da pranzo e sedemmo intorno a una tavola scintillante di argenteria e di cristalli, sulla quale, in mezzo a una corona di bottiglie blasonate e dorate, fumava un desinare da principi. La neve batteva contro i vetri delle finestre, s’udiva il lamento del mare, e il vento infuriava intorno alla casa, che pareva d’essere in un bastimento nel forte della burrasca. Si propinò all’infertilimento delle dune, ai vincitori di Atchin, alla prosperità delle colonie, alla memoria di Nino Bixio, alle fate.... Eppure un po’ d’inquietudine mi rimaneva ancora. Il nostro ospite, per chiamare il cameriere, toccava un ordigno nascosto; per avvertire il cocchiere che preparasse la carrozza, diceva non so che parole in un bucodella parete; e questi armeggíi non mi piacevano. “Mi rassicuri” gli dicevo; “mi dica che questa casa esiste davvero; mi prometta di non far lo scherzo di farla sparire, non lasciando più che un buco nella terra e un puzzo di zolfo nell’aria! Mi giuri che dice le sue orazioni tutte le sere!” Non posso ridire le risa, l’allegrezza, i discorsi stravaganti che si succedettero fino a notte avanzata accompagnati dal tintinnío dei bicchieri e dal fragore della tempesta. Infine giunse il momento di partire, scendemmo, e ci cacciammo in un carrozzone che si slanciò a traverso il deserto. La terra era tutta coperta di neve, le dune disegnavano i loro contorni bianchi sul cielo tenebroso, la carrozza scorreva senza far rumore in mezzo a mille forme strane e indistinte, che si succedevano rapidamente al chiarore della lanterna, e pareva che si trasformassero l’una nell’altra; e in quell’ampia solitudine regnava un silenzio morto, che impediva la parola. Dopo molto andare, si cominciò a vedere qualche casa; s’arrivò a un villaggio; s’attraversarono due o tre strade deserte, fiancheggiate da casette coperte di neve, con qualche rara finestra illuminata, che lasciava vedere delle ombre umane; e finalmente s’arrivò a una stazione della strada ferrata, di dove arrivammo in pochi minuti all’Aja, coll’illusione di aver fatto un lunghissimo viaggio a traverso un paese favoloso. L’ho da dire? Se mi chiedessero di giurare che quella casa in mezzo alle dune, ora che scrivo, c’è ancora, domanderei dieci minuti perpensarci. È vero che il padrone ebbe la gentilezza di venirmi a salutare alla stazione, il giorno che partii dall’Aja, e che guardandolo bene alla luce del giorno, non gli vidi nulla di strano; ma chi non conosce gli scambietti, le simulazioni, le mille arti di quei.... Nel nome del padre, del figliuolo e dello spirito santo.
Vidi finalmente l’inverno olandese, non come l’avevo sperato partendo dall’Italia, perchè fu mitissimo; ma pure tale da presentarmi l’Olanda nell’aspetto in cui sogliamo raffigurarcela noi del mezzogiorno d’Europa.
La mattina per tempo, la prima cosa che dà nell’occhio nelle strade bianche e silenziose, son le innumerevoli impronte di zoccoli lasciate nella neve dai ragazzi che vanno a scuola, impronte che paiono di zampe d’elefante, tanto gli zoccoli son grandi; e che per lo più si succedono in linea diritta, ciò che dimostra che gli scolari vanno a scuola per la via più corta, senza fare il chiasso, da olandesini sodi e zelanti. Si vedon file di bimbi imbacuccati in grosse ciarpe, col capo mezzo nascosto nelle spalle, tutti in un gomitolo, a braccetto a due a due, o a tre a tre, o uniti in gruppi serrati come un mazzo di asparagi, nei quali non si vedono che punte di nasi ed estremità di libri. Spariti che sono i ragazzi, le strade rimangono deserte per qualche tempo, perchè gli Olandesi, sopratutto d’inverno, non hanno l’abitudine di levarsi molto presto. Si puòcamminare per un pezzo senza incontrare nessuno, e senza sentire il più leggero rumore. La neve, in mezzo a quelle case di color rosso, pare d’una bianchezza più viva; e le case, con tutti i rilievi segnati di una linea bianca purissima, colle teste di legno delle botteghe che sembrano imparruccate di bambagia, colle catene dei paracarri, che somiglian festoni d’ermellino, presentano un aspetto dei più strani. Nei giorni di gelo, quando splende il sole, le facciate luccicano di pagliuole d’argento; i ghiacci ammucchiati sulle sponde dei canali brillano dei colori dell’iride; e gli alberi scintillano d’infinite piccole perle, come le piante dei giardini fatati dellemille e una notte. Allora è bello passeggiare nel bosco dell’Aja, verso il tramonto, sulla neve indurita che scricchiola sotto i piedi come polvere di marmo, in mezzo ai grandi faggi sfrondati e bianchi, che presentano l’immagine d’una cristallizzazione gigantesca, e gettano sui viali lumeggiati di color di rosa dal sole cadente, delle ombre azzurre e violette, picchiettate di miriadi di puntini risplendenti come diamanti. Ma nulla vale lo spettacolo della campagna olandese vista la mattina, dopo una grande nevata, dall’alto d’un campanile. Sotto un cielo grigio e basso, si vede quell’immensa pianura bianca, dove non appare più traccia nè di strade, nè di sentieri, nè di case, nè di canali; ma solo prominenze e depressioni, che lasciano indovinare vagamente, come i rilievi e le pieghe d’un lenzuolo, le forme delle case nascoste; e quella infinita bianchezza non èmacchiata che da nuvoli di fumo che escono qua e là quasi timidamente dalle case lontane, come per annunciare a chi guarda che sotto quel deserto di neve palpita ancora la vita umana.
Ma non si può parlare dell’inverno in Olanda, senza dire di ciò che costituisce l’originalità e l’attrattiva principale della vita invernale di quel paese: ossia il patinamento, orrenda parola, alla quale sostituirei volentieri quella di sdrucciolamento, per non farmi dar sulle dita dai lettori puristi, se non temessi di far ridere tutti gli altri; il che mi pare un danno maggiore.
Il patinamento, in Olanda, non è soltanto un esercizio dilettevole, ma un mezzo ordinario di trasporto. Tutti sanno, per citare un esempio illustre, come se ne siano giovati gli Olandesi nella memorabile difesa della città d’Haarlem. Nei tempi di forte gelo, i canali si cangiano in strade, e gli zoccoli ferrati fanno l’uffizio di barca. Scivolando, il contadino va al mercato, l’operaio al lavoro, il piccolo negoziante agli affari; intere famiglie vanno dalla campagna alla città coi loro sacchi e le loro ceste sulle spalle o sulle slitte. L’esercizio di scivolare sul ghiaccio è per loro altrettanto abituale e facile che quello del camminare; e scivolano con una rapidità che appena si segue cogli occhi. Negli anni passati si facevano spesso delle scommesse fra i più abili patinatori olandesi a chi, scivolando sui canali che fiancheggiano la strada ferrata, andasse alla pari col treno; e la maggior parte delle volte i patinatori, non solo non gli rimanevano indietro, ma per un certo tratto lo precedevano. V’è gente che va scivolando dall’Aja ad Amsterdam e ritorna all’Aja nella stessa giornata; studenti d’università che parton la mattina da Utrecht, vanno a desinare ad Amsterdam e ritornano a casa prima di sera; fu fatta e vinta più volte la scommessa di andare da Amsterdam a Leida in poco più d’un’ora. E non è solamente ammirabile la rapidità, che a detta di coloro i quali hanno provato ad attaccarsi al bastone di qualche patinatore famoso, è tale da dar le vertigini; è ammirabile pure la sicurezza colla quale si percorrono quelle grandi distanze. V’hanno dei contadini che fan quelle corse da una città all’altra di notte. Vi son dei giovani che vanno da Rotterdam a Gouda; a Gouda comprano una lunghissima pipa di gesso; e poi tornano a Rotterdam colla pipa intatta fra le mani. Qualche volta, passeggiando lungo un canale, si vede passare come una saetta una figura umana che sparisce appena vista; ed è una contadinella che porta il latte a una casa di città.
Vi son poi le slitte d’ogni grandezza e d’ogni forma; quelle spinte di dietro da un patinatore, quelle tirate dai cavalli, quelle messe in moto per mezzo di due bastoni ferrati dalla stessa persona che ci sta seduta; carri e carrozze, private delle ruote, e poste su due assicelle, colle quali scivolano colla rapidità delle altre slitte. In occasioni di feste, si son persino veduti correre sulla neve per le stradedell’Aja i bastimenti di Scheveningen. Altre volte si facevan correre sul ghiaccio dei grandi fiumi bastimenti a vela spiegata, i quali andavano con una velocità così grande, che i visi della gente a bordo eran ridotti dalla sferza del vento in uno stato da far raccapriccio; ed eran pochi i temerarii che ardissero di mettersi a quella prova.
Le più belle feste, in Olanda, si fanno sul ghiaccio. A Rotterdam, quando la Mosa è gelata, diventa un luogo di convegno e di piaceri. La si spazza dalla neve in modo che riman netta come un pavimento di cristallo; vi si rizzan caffè, trattorie, padiglioni, baracche da spettacoli; la notte s’illumina; il giorno v’è un formicaio di patinatori d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni ceto. In altre città, e soprattutto nella Frisia, che è la terra classica dell’arte, vi sono società di patinatori e di patinatrici, che istituiscono gare pubbliche e premi. Si piantano antenne e bandiere lungo i canali, si rizzano steccati e tribune; accorre una moltitudine immensa di popolo dai villaggi e dalle campagne; assiste il fiore della cittadinanza; le bande suonano; i patinatori si presentano vestiti d’un costume particolare, le donne in calzoni; si fanno le corse di uomini soli, poi di donne fra loro, poi di uomini e di donne accoppiati; e i nomi dei vincitori e delle vincitrici sono iscritti nei fasti dell’arte e rimangon famosi per molti anni.
In Olanda vi sono due scuole di patinamento affatto diverse: la scuola olandese propriamente detta e la scuola frisona, ciascuna delle quali siserve d’una forma particolare di zoccoli. La scuola frisona, che è la più antica, non mira che alla celerità; la scuola olandese non cerca che la grazia. I frisoni vanno rigidi, stecchiti e per diritto, coll’occhio alla mèta, pigliando la spinta in avanti; gli Olandesi vanno a zig-zag, slanciandosi da sinistra a destra e da destra a sinistra con un movimento ondulatorio dei fianchi. Il frisone è la freccia, l’olandese è il razzo matto. Alle donne convien meglio la scuola olandese. Le signore di Rotterdam, d’Amsterdam e dell’Aja sono infatti le più seducenti patinatrici delle provincie unite. Cominciano da bambine, continuano da ragazze e da spose; raggiungono nello stesso tempo il colmo della bellezza e l’apogeo dell’arte, e fanno coi loro zoccolini ferrati schizzar dal ghiaccio le scintille amorose che vanno a suscitare gl’incendi. Non è che sul ghiaccio che la donna olandese accenni a cadere, e riesce per questo in special modo attraente. V’hanno delle signore, che giungono a un grado di maestria meravigliosa. Chi le ha viste, dice che non è possibile immaginare la grazia degli ondeggiamenti, degli inchini, dei guizzi, delle mille graziette mollissime e vezzosissime che spiegano in quei loro giri e fughe e ritorni di rondini e di farfalle, e come si animi e si trasfiguri la loro tranquilla bellezza in quel turbinío. Ma non tutte riescono, molte non osano mostrarsi in luoghi pubblici, e quelle che da noi otterrebbero i primi onori, là richiamano appena l’attenzione; tanto vi è alta l’arte! Così degli uomini, che fanno ognisorta di giuochi e di prodezze; alcuni descrivendo coi loro giri figure fantastiche o parole d’amore, altri facendo una piruletta rapidissima, e spiccandosi poi indietro sur una gamba sola per un lunghissimo tratto; altri serpeggiando con infinite vertiginose giravolte in un piccolo spazio curvi, scontorti, ritti, accoccolati, come fantocci di gomma mossi da una molla segreta.
Il primo giorno che i canali e i bacini presentano uno strato di ghiaccio abbastanza solido da poterci scivolare, è per le città olandesi un giorno di festa. Dei patinatori mattinieri, che han fatto gli esperimenti allo spuntar del giorno, spargono la voce; i giornali l’annunziano; frotte di ragazzi si sparpagliano per le strade gettando grida di allegrezza; i servitori, le serve chiedono ai loro padroni il permesso d’uscire coll’aria di gente risoluta di ribellarsi a un rifiuto; vecchie signore scordano gli anni e i malanni e corrono ai canali a gareggiare colle amiche e le figliuole; all’Aja, il bacino ch’è nel mezzo della città, vicino al Binnenhof, è invaso da una folla di gente che vi s’intreccia, si confonde, s’urta, si rimescola come una turba presa dalle vertigini; il fiore dell’aristocrazia va a patinare in un bacino in mezzo al bosco; e là volteggiano confusamente in mezzo alla neve ufficiali, signore, deputati, studenti, vecchi, ragazzi, e in mezzo a loro, qualche volta, il principe ereditario; e intorno s’accalcano migliaia di spettatori, la musica accompagna la festa, e l’enorme disco del sole d’Olanda, chevolge al tramonto, le manda, a traverso i faggi giganteschi, il suo sfolgorante saluto.
Quando c’è la neve indurita, si fan le corse sulle slitte. Ogni famiglia ne ha una, e all’ora della passeggiata si vedono uscire a centinaia. Passano volando in lunghe file, a due, a tre di fronte; alcune della forma di conchiglia, altre di cigni, di draghi, di barche, di cocchi, dorate e variopinte, tirate da cavalli coperti di ricche pelliccie e di drappi magnifici, colla testa ornata di pennacchi e di nappe e gli arnesi tempestati di chiodi scintillanti; e portan signore vestite di martora, di castoro e di volpe di Siberia. I cavalli scuotono la testa circonfusa dai vapori della traspirazione e la criniera imperlata dal gelo; le slitte saltellano; la neve vola all’intorno simile ad una schiuma d’argento, e il treno splendido e sfrenato passa e dispare come un turbine muto sopra un campo di gigli e di gelsomini. Di notte, quando si fan le corse colle fiaccole, quelle migliaia di fiammelle che volano e s’inseguono per la città silenziosa, gettando lividi bagliori sui ghiacci e sulla neve, offrono l’immagine d’una gran battaglia infernale, alla quale presieda, dalla cima della torre del Binnenhof, lo spettro di Filippo II.
Ma, ahimè! tutto decade, anche l’inverno, e con esso l’arte del patinamento e l’uso delle slitte. Da molti anni agli inverni rigidi s’alternano in Olanda degl’inverni tanto miti, che non solo non gelano più i grandi fiumi; ma neanco i piccoli canali della città. Ne segue che i patinatori, rimasti troppotempo fuori d’esercizio, non si arrischiano più a dare spettacolo pubblico, quando l’occasione si presenta; e così a poco a poco se ne ristringe il numero, e il bel sesso specialmente si disavvezza dal ghiaccio. Nell’inverno dell’anno scorso non si patinò quasi punto; nell’inverno di quest’anno non s’è fatto un solo concorso, e non si è vista neanche una slitta. Voglia il cielo che questo deplorevole stato di cose non duri, che l’inverno ritorni ad accarezzare l’Olanda colla sua gelida zampa d’orso polare, che la bell’arte del patinare si rialzi col suo manto di neve e colla sua corona di diacciuoli. Annunzio intanto la prossima pubblicazione d’un’opera intitolataIl Patinamento, intorno alla quale lavora da molti anni un deputato degli Stati d’Olanda, opera che sarà la storia, l’epopea e il codice dell’arte, a cui tutti i patinatori e le patinatrici d’Europa potranno attingere insegnamenti e ispirazioni.
Per tutto il tempo che stetti all’Aja frequentai il principaleclubdella città, composto di più di duemila soci, che occupa tutto un palazzo vicino al Binnenhof; e là feci le mie osservazioni sul carattere olandese.
Oltre la biblioteca, la stanza da pranzo e le stanze da gioco, v’è un salone per la conversazione e la lettura dei giornali, pieno zeppo di gente dalle quattro della sera fino a mezzanotte. Vi sono artisti, professori, negozianti, deputati, impiegati, ufficiali. La maggior parte ci vanno a bere un bicchierino di ginepro prima di desinare e ci tornano dopo a pigliare il caffè, e a confortarsi lo stomaco con un altro sorsetto del liquore favorito. Quasi tutti parlano, e pure non si sente che un leggero mormorío, in modo che a occhi chiusi, si direbbe che c’è appena un terzo della gente. Si può fare mille giri per la sala, senza veder fare un gesto concitato, e senza udire una parola un po’ più forte delle altre. A dieci passi di distanza dai crocchi, non ci s’accorge che parlano fuorchè dal movimento delle labbra. Si vedono molti uomini corpulenti, con larghi visi senza baffi, e la barba intorno al collo, che discorrono senza alzar gli occhi dal tavolino, e senza staccar la mano dal bicchiere. Rarissimamente si scopre in mezzo a tutti quei faccioni, una fisonomia viva ed arguta come quella di Erasmo, che pure molti considerano come il vero tipo olandese, e a me pare che non sia.
L’amico che mi aperse le porte delclub, mi fece conoscere parecchi soci. La diversità fra il carattere olandese e il nostro si avverte particolarmente nelle presentazioni. Più d’una volta, vedendo la persona a cui ero presentato, fare appena un cenno col capo e poi rimanere muta parecchi minuti, pensai che il mio riverito viso non le fosse andato a genio, e mi sentii nel cuore un eco di cordiale antipatia. Di là a poco, il presentatore se n’andava, lasciandomi a quattr’occhi col mio nemico.—Ora,—pensavo io,—voglio schiattare se gli dico una parola.—Ma il mio vicino, dopo qualche momento di silenzio mi diceva con la più grande serietà:—«Voglio sperare che oggi, s’ella non ha altri impegni, mi farà l’onore di pranzare con me.»—Io cadevo dalle nuvole. Pranzavamo insieme, e il mio anfitrione popolava freddamente la tavola di bottiglie di vino di Bordeaux, del Reno e di Champagne, e non si separava da me prima d’avermi costretto a dir di sì a un altro invito. Altri, ai quali domandavo ragguagli intorno a varie cose, mi rispondevano appena, quasi per farmi capire ch’ero un importuno, tanto che io dicevo tra me:—Vedete un po’ che scompiacenti!—e il giorno dopo mi davano i ragguagli in iscritto, chiari, ordinati, minuti più di quello che io avessi mai desiderato. Una sera pregai un tale di cercare non so che in uno di quei mari di cifre, che si chiamano: «Indicatori delle strade ferrate d’Europa.» Per qualche momento non mi diede risposta: io rimasi mortificato. Poi prese il libro, inforcò gli occhiali, sfogliettò, lesse, notò, sommò, sottrasse con una pazienza da santo per lo spazio d’una mezz’ora; e quand’ebbe finito, mi porse la risposta scritta e rimise gli occhiali nell’astuccio senza proferire una parola.
Molti di coloro coi quali passavo la serata, solevano andar a casa alle dieci a lavorare, e tornare alcluballe undici e mezzo per rimanerci fino a un’ora dopo mezzanotte; e quando avevano detto:—debbo andare,—non c’era caso che cangiassero risoluzione. Finivan di scoccare le dieci, erano già fuori della porta; scoccavano le undici e mezzo, ricomparivano sulla soglia. Non è da meravigliare, con quella regolarità cronometrica, che trovino il tempo di far tante cose, senza farne nessuna con furia; e che anche coloro i quali non sono dediti agli studi per istituto di vita, abbiano letto delle intere biblioteche. Non v’è libro inglese, tedesco o francese, per poco che sia importante, ch’essi non lo conoscano. La letteratura francese in particolar modo l’hanno sulla punta delle dita. E quel che si dice della letteratura, si può dire, con più ragione della politica. L’Olanda è uno dei paesi d’Europa dove affluisce un maggior numero di giornali stranieri e forse quello in cui si parla maggiormente degli affari degli altri. Il paese è piccolo e tranquillo, delle novità del giorno s’è presto discorso; dopo dieci minuti la conversazione salta di là dal Reno e corre l’Europa. Ricordo che mi faceva specie udir parlare della caduta del ministro Scialoia e d’altre cose nostre quasi come d’un avvenimento di casa.
Una delle mie prime cure fu di scandagliare i sentimenti religiosi della gente; e trovai, con mia meraviglia, un gran disordine. Come scrisse giustamente, non è molto, un dotto olandese, le idee sovversive d’ogni dommatismo religioso hanno acquistato gran campo in quel paese. Sarebbe però errore il credere che in cui vien meno la fede, sottentri l’indifferenza. Quelli che al Pascal parevano creature mostruose, uomini, cioè, che vivono senza darsi alcun pensiero della religione, come ve n’ha infiniti fra noi, là non ci sono. La questione religiosa che qui nonè altro che una questione, là è una battaglia, in cui tutti brandiscono le armi. Tutte le classi della società, uomini e donne, giovani e vecchi si occupano di teologia e tengon dietro alle controversie dei dottori, divorando un prodigioso numero di scritti di polemica religiosa. Questa tendenza del paese si manifesta persino nel Parlamento, dove accade qualche volta che i deputati si combattano con citazioni bibliche, lette in ebraico, tradotte e commentate, e le discussioni degenerino in disquisizioni di teologia. Tutta questa lotta però si agita nelle menti piuttosto che nei cuori; la passione tace; e n’è una prova che l’Olanda, la quale è di tutti i paesi d’Europa quello che ha più sètte religiose, è anche il paese in cui le sètte vivono in migliore accordo, e dove regna la più grande tolleranza. Se ciò non fosse, il partito cattolico non avrebbe fatto tanta strada, come la fece, protetto sulle prime dalla parte liberale, contro l’unica parte intollerante del paese: i Calvinisti ortodossi.
Non conobbi Calvinisti ortodossi, e mi spiace. Non avevo mai prestato fede a quello che si racconta del loro stravagante rigorismo; che vi sian signore, per dirne una, che nascondano con grandi tappeti le gambe dei tavolini, per la ragione che possono richiamare il pensiero dei visitatori a quelle della padrona di casa. Ma è fuor di dubbio che vivono austerissimamente. Molti, per proposito fatto, non mettono mai piede in un teatro nè a un ballo nè in una sala di concerto. Ci son famiglie che la domenica si contentano di mangiare un po’ di carne fredda perchè la cuoca non abbia da trasgredire il precetto del riposo. In molte case, il padrone legge ogni mattina la Bibbia in presenza della famiglia e dei servitori, e pregano tutti insieme. Del resto questa sètta dei Calvinisti ortodossi, che ha quasi tutti i suoi proseliti nell’aristocrazia e fra i contadini, non esercita grande influenza sul paese, come lo prova il fatto che nel Parlamento è inferiore di numero alla parte cattolica, e non può far nulla senz’essa.
Ho parlato del teatro. All’Aja, come nelle altre città d’Olanda, non ci sono grandi teatri, nè grandi spettacoli. Si rappresentano per lo più opere in musica tedesche, cantate da artisti stranieri, commedie e operette francesi. I concerti sono di gran moda. In questo l’Olanda è fedele alle sue tradizioni, perchè come è noto, e lo scrive anche il Guicciardini, già nel secolo XVI i suoi suonatori erano cercati in tutte le corti della Cristianità. Fu detto pure che gli Olandesi hanno una grande attitudine a cantar cori. E dev’essere grande infatti il piacere che provano a cantare insieme, se è proporzionato all’avversione che hanno di cantar soli, perchè non mi ricordo d’aver mai sentito per le strade di una città olandese, in nessuna parte, a nessuna ora, canterellare un’arietta; se non da monelli che cantavano per dar la baia agli ubriachi: rari anche questi, fuorchè nelle occasioni di feste.
Ho detto delle opere e delle commedie francesi.All’Aja, non solamente gli spettacoli, ma la vita pubblica è quasi interamente francese. Rotterdam ha l’impronta inglese, Amsterdam l’impronta tedesca, l’Aja l’impronta parigina; così che è giusto il dire che il popolo delle grandi città olandesi riunisce e contempera le qualità e i difetti dei tre grandi popoli vicini. All’Aja, in molte famiglie dell’alta società, si parla sempre il francese; in altre si affettano dei francesismi, come in qualche città dell’Italia settentrionale; l’indirizzo delle lettere si scrive per lo più in francese; v’è infine una parte della società, cosa non rara nei paesi piccoli, che ostenta un certo disprezzo per la lingua, per la letteratura, per l’arte nazionale; e amoreggia una patria adottiva di là dalla Mosa e dal Reno. Le simpatie però son divise. La classe elegante propende più verso la Francia, la dotta verso la Germania, e la mercantile verso l’Inghilterra. Per la Francia scemarono le simpatie dopo la Comune; contro la Germania nacque e fermenta ancora una segreta animosità generata dal timore che le sue mire conquistatrici si volgano sull’Olanda; e temperata dalla comunanza degl’interessi contro il Cattolicismo clericale.
Quando si dice che l’Aja è una città mezza francese, conviene intendere dell’apparenza. In fondo, il carattere olandese predomina. Benchè sia una città ricca, elegante e gaia, non è città di chiassi, nè dissipazioni, nè scandali, nè duelli. La vita v’è più varia e più viva che nelle altre città olandesi; ma puntomeno tranquilla. I duelli che seguono all’Aja si contano sulle cinque dita della mano di dieci in dieci anni, e in quei pochi c’entra per lo più un ufficiale come prima cagione. Nondimeno, per far vedere quanto è potente anche in Olanda questo pregiudizio feroce, come dice il Rousseau, che l’onore stia sulla punta della spada; ricordo una discussione fra parecchi Olandesi, a cui diede luogo una mia domanda. Quando chiesi se l’opinione pubblica in Olanda era ostile al duello, mi risposero tutti a una voce:—ostilissima;—ma quando volli sapere se un giovane della buona società, il quale non accettasse una sfida, sarebbe universalmente lodato, trattato ancora, da tutti, cogli stessi riguardi e collo stesso rispetto di prima, sostenuto, insomma, dall’opinione pubblica in modo da non doversi mai pentire della sua condotta, allora cominciarono le discussioni. Chi mi rispose debolmente di sì, chi risolutamente di no; ma la maggior parte propendevano al no. Dal che mi parve di poter concludere, che se in Olanda seguon pochi duelli, non deriva tanto, com’io credeva, da un disprezzo universale e assoluto del pregiudizio feroce; quanto dalla rarità dei casi in cui due cittadini si lasciano condurre dalla passione, alla necessità di ricorrere alle armi; ciò che dipende dalla natura più che dall’educazione. Anche nelle polemiche pubbliche e nelle discussioni private violentissime, si giunge raramente all’insulto personale; e nelle battaglie del Parlamento, qualche volta accanite, i deputati si dicono delle impertinenze secche, ma con calma, senza far rumore; impertinenze, sto per dire, che consistono più nella cosa che nella parola, e feriscono senza far strillare.
Nelle conversazioni alclub, mi faceva specie, sulle prime, di non udir mai nessuno che parlasse per parlare. Quando uno apriva bocca, era per fare una domanda, o per dare una notizia, o per esporre un’osservazione. Quell’arte di fare d’ogni idea un periodo, d’ogni fatto un racconto, d’ogni bazzecola una quistione, nella quale noi italiani, francesi e spagnuoli siamo maestri, là è affatto sconosciuta. La conversazione non è uno scambio di suoni, ma un commercio di cose, e nessuno fa il menomo sforzo per parer dotto, facondo, arguto. In tutto il tempo che stetti all’Aja non mi ricordo d’aver inteso che una sola arguzia, e fu d’un deputato, il quale parlandomi dell’alleanza degli antichi Batavi coi Romani disse:—Noi siamo sempre stati amici delle autorità costituite.—Eppure la lingua olandese si presta aicalembours; in prova di che ho inteso citare il caso d’una bella signora straniera la quale domandando un guanciale a un giovane barcaiuolo deltrekschuit, non pronunziò bene la parola, e disse invece di guanciale, bacio, che in olandese suona quasi lo stesso, e fu appena in tempo a chiarire l’equivoco, chè il barcaiuolo s’era già pulito la bocca col rovescio della mano.
Studiando il carattere olandese, non mi parve che fosse vero quello che avevo letto in più libri,che gli Olandesi abbian l’abitudine di parlare con fastidiosa prolissità dei loro malanni; chè anzi essi deridono per questo difetto i Tedeschi; e che siano egoisti ed avari. A sostegno di questa seconda accusa, qualcuno adduce il fatto poco credibile che durante una battaglia navale cogl’Inglesi, gli ufficiali della flotta d’Olanda siansi recati a bordo dei bastimenti nemici esausti di provvigioni da fuoco, e v’abbiano venduto, a prezzi esorbitanti, polvere e proiettili; dopo di che fu ricominciato a combattere. Contro quest’accusa d’avarizia, sta il fatto della vita agiata, delle case ricche, dei molti denari spesi in libri ed in quadri; e più ancora della beneficenza larghissima, nella quale la società olandese è incontestabilmente prima in Europa. E non è beneficenza officiale, o che in qualunque modo riceva impulso dal Governo; ma spontanea e liberissima, esercitata da società vaste e potenti che fondarono innumerevoli istituti, scuole, premi, biblioteche, riunioni popolari; che aiutano, prevengono il Governo nell’ufficio dell’istruzione pubblica; che stendono le loro ali dalle grandi città fino ai più umili villaggi, abbracciando tutte le sètte religiose, tutte le età, tutte le professioni e tutte le sventure; una beneficenza, insomma, in virtù della quale non rimane in Olanda un povero senza tetto e un braccio senza lavoro. Tutti gli scrittori, che studiarono l’Olanda, convennero nel dire che non c’è forse altro Stato d’Europa, nel quale scenda, proporzionatamente alla popolazione, una maggior copiadi elemosina dalle classi agiate alle classi bisognose.
Non è a dirsi con questo che il popolo olandese non abbia difetti, perchè ne ha, se gli si deve recare a difetto la mancanza di quelle qualità che dovrebbero essere come lo splendore e la gentilezza delle sue virtù. Si potrebbe trovare nella sua fermezza qualcosa di cocciuto, nella sua probità qualcosa di gretto, nella sua freddezza l’assenza di quella spontaneità di sentimento senza la quale pare che non possa esservi affetto, generosità, grandezza d’animo vera. Ma quanto meglio s’impara a conoscerlo, più si esita a pronunziare quei giudizii, e più si sente crescere per esso il sentimento del rispetto e della simpatia. Il Voltaire ha potuto dire, partendo dall’Olanda, quel motto famoso:—Adieu canaux, canards, canaille;—ma quando dovette giudicar l’Olanda sul serio, si ricordò di non aver trovato nella sua città capitale «nè un ozioso, nè un povero, nè un dissipato, nè un insolente» e di aver visto per tutto «il lavoro e la modestia.» Luigi Napoleone proclamava che in nessun popolo d’Europa era innato come nell’olandese il buon senso e il sentimento della giustizia e della ragione; il Descartes gli faceva il più grande elogio che possa fare un filosofo ad un popolo, dicendo che in nessun paese si gode d’una più grande libertà che in mezzo agli Olandesi; Carlo V, la più bella lode che possa dare ad un popolo un Sovrano, dicendo che sono «ottimi sudditi; ma pessimi schiavi.» Un inglesescrisse che gli Olandesi ispirano una stima che non può giungere fino all’affetto. Forse egli non li stimava abbastanza.
Non nascondo che fra le cagioni della mia simpatia v’è quella d’aver trovato che l’Italia è assai più conosciuta in Olanda ch’io non osassi sperare. Non solamente la rivoluzione d’Italia vi ebbe un eco favorevole, com’è di ragione che accadesse presso un popolo indipendente, libero e ostile al Papato; ma gli uomini e gli avvenimenti italiani degli ultimi tempi, non vi son meno conosciuti che quei di Francia e di Germania. Le principali gazzette, che hanno un corrispondente fra noi, ragguagliano minutamente il paese intorno alle cose nostre. Si vedono in molti luoghi ritratti dei nostri più illustri concittadini. Nè è minore della conoscenza politica la letteraria. Lasciando stare che la lingua italiana si cantava nelle Corti degli antichi conti d’Olanda, che nel bel secolo della letteratura olandese era in grande onore presso i letterati, e che parecchi dei più illustri poeti di quel tempo scrissero lettere e versi italiani o imitarono la nostra poesia pastorale; la lingua italiana si studia ancora da molti oggigiorno, e non è raro il trovare chi la parla, e men raro ancora il veder libri nostri sul tavolino delle signore. LaDivina Commedia, che venne in voga particolarmente dopo il 1830, ha due traduzioni, tutt’e due in terzine rimate, una delle quali è opera d’un Hacke van Mijnden, che consacrò a Dante tutta la vita. LaGerusalemme Liberataha una traduzione in ottave d’un pastore protestante Ten Kate, e n’ebbe un’altra inedita e perduta, di Maria Tesseeschave, la grande poetessa del secolo XVII e amica intima del primo poeta olandese, Vondel, dal quale fu consigliata e aiutata a tradurre. DelPastor fidovi sono almeno cinque traduzioni di autori diversi; parecchie dell’Aminta; e facendo un salto, almeno quattro delleMie Prigioni, e una bellissima deiPromessi Sposi; romanzo che pochi Olandesi non lessero o nella propria lingua, o nella francese o nella nostra. E per citare ancora una cosa che ci riguarda, v’è un poema intitolatoFirenze, scritto per l’ultimo centenario di Dante, da uno dei più eletti poeti olandesi dei nostri giorni.
Qui cade a proposito di dir qualcosa della letteratura olandese.
L’Olanda presenta una singolare sproporzione tra la forza espansiva della sua vita politica, scientifica, commerciale, e quella della sua vita letteraria. Mentre sotto tutte le altre forme l’opera degli Olandesi traboccò fuori dei confini del paese, sotto la forma letteraria, rimase circoscritta in quei confini. Con una letteratura fecondissima, il che rende il fatto più strano, l’Olanda non ha prodotto, come pur fecero altri piccoli paesi, un sol libro che sia divenuto europeo; quando non si voglia porre fra le opere letterarie quelle dello Spinoza, ilsolo grande filosofo della sua patria; o considerare come letteratura olandese le dimenticate opere latine di Erasmo di Rotterdam. Eppure se v’è un paese a cui la natura e gli avvenimenti abbiano offerto soggetti atti ad ispirare agl’ingegni qualcuna di quelle opere poetiche che colpiscono l’immaginazione di tutti i popoli, quel paese è l’Olanda. Le meravigliose trasformazioni del suolo, le inondazioni immense, le favolose spedizioni marittime, dovevano generare una poesia originale e potente anche se spogliata delle sue forme native. Perchè ciò non avvenne? Si possono addurre come ragioni l’indole dell’ingegno olandese, che mirando in ogni cosa all’utile, volle troppo spesso piegare anche la letteratura a uno scopo pratico; una tendenza opposta a questa, e forse derivata da questa, a sorvolare troppo al di sopra della natura umana, per non rasentare la terra coi più; una certa naturale circospezione d’ingegno, che diede alla ragione una soverchia prevalenza sulla fantasia; l’amore innato dell’esatto e del finito, che produsse una prolissità in cui si stemprarono le grandi idee; lo spirito di sètta religiosa, il quale vincolò in un cerchio angusto ingegni che eran nati a spaziare sur un vasto orizzonte. Ma nè queste nè altre ragioni fanno sì che non rechi meraviglia il non esserci in tutta la letteratura olandese uno scrittore il quale rappresenti degnamente al cospetto del mondo la grandezza della sua patria; un nome da porre in mezzo a quelli del Rembrandt e dello Spinoza.
Sarebbe un peccato, però, il non tratteggiare almeno le tre principali figure di questa letteratura, due del secolo decimosettimo e una del decimonono, tre poeti originali e differentissimi fra loro, che compendiano in sè tutta la poesia olandese:—il Vondel—il Catz—il Bilderdijk.
Il Vondel è il più grande poeta dell’Olanda. Nacque nel 1587 a Colonia, dove s’era rifugiato suo padre, cappellaio, fuggito da Anversa per sottrarsi alle persecuzioni degli Spagnuoli. Ancora bambino, il futuro poeta ritornò in patria sopra un carretto, insieme con suo padre e sua madre, che lo seguivano a piedi pregando e recitando versetti della Bibbia. Fece i suoi primi studi in Amsterdam. A quindici anni godeva già d’una bella fama di poeta; ma le sue opere illustri non datano che dal 1620. Fino all’età di trent’anni, non sapeva che la propria lingua; imparò più tardi il francese e il latino e si diede con ardore agli studi classici; a cinquant’anni si dedicò al greco. La sua prima tragedia (poichè fu principalmente poeta tragico) intitolataLa distruzione di Gerusalemme, non ebbe molta fortuna. La seconda, intitolataPalamede, nella quale era adombrata la storia pietosa e terribile di Olden Barneveld vittima di Maurizio d’Orange, gli attirò un processo criminale; per cui fuggì e rimase nascosto fin che uscì la sentenza inaspettatamente mite che lo condannava a trecento fiorini dimulta. Nel 1627 fece un viaggio in Danimarca e in Svezia, dove fu accolto con onore da Gustavo Adolfo. Undici anni dopo inaugurò il teatro d’Amsterdam con un dramma d’argomento nazionaleGilberto d’Amstel, che si rappresenta ancora una volta all’anno in omaggio alla sua memoria. Gli ultimi anni della sua vita furono infelicissimi. Le dissipazioni di suo figlio avendolo ridotto in strettezze, il povero vecchio stanco dagli studi e affranto dai dolori, fu ridotto a mendicare un meschino impiego nel Monte di Pietà. Pochi anni prima di morire abbracciò la fede cattolica, e acceso da una nuova ispirazione scrisse la tragediaLe Vergini, e un poema, che è una delle migliori sue opere, intitolato iMisteri dell’altare. Morì vecchissimo e fu seppellito in una chiesa d’Amsterdam, dove un secolo dopo gli fu eretto un monumento. Oltre le tragedie, scrisse canti guerreschi alla patria, agli illustri marinai olandesi, al principe Federico Enrico. Ma la sua principal gloria è il teatro. Ammiratore della tragedia greca, conservò nelle sue l’unità, i cori, il soprannaturale, sostituendo al destino la Provvidenza, agli Dei vendicatori e propizi, i demoni e gli angeli, i buoni e i cattivi geni del Cristianesimo. Quasi tutti i soggetti tolse dalla Bibbia. Il suo capolavoro è la tragediaLucifero, rappresentata due volte, malgrado le quasi insuperabili difficoltà della rappresentazione, nel teatro d’Amsterdam, e poi fatta interdire dal clero protestante; tragedia che ha per soggetto la ribellione di Lucifero, e personaggi i buoni e i cattivi angeli. Come in questa, nelle altre, vi son descrizioni fantastiche piene d’immagini splendide, squarci di eloquenza potente, bei cori, pensiero vigoroso, frase solenne, verso ricco e sonante, e qua e là barlumi e lampi di genio. Per contro, un misticismo qualche volta oscuro e freddo; il disaccordo dell’idea cristiana colla forma pagana; il lirico che soverchia il drammatico; il buon gusto sovente offeso; e più di tutto, un pensare e un sentire, che per mirare al sublime, elevandosi troppo alto dalla terra, sfugge all’intelletto ed al cuore umano. Malgrado ciò, la precedenza istorica, l’originalità, il patriottismo ardente, la vita travagliata e nobile, fecero il Vondel grande e venerato nella sua patria, che lo considera come la più eminente personificazione del genio nazionale, e lo mette con amoroso ardimento accanto ai primi poeti delle altre letterature.
Il Vondel è la più grande, Jacob Catz è la più schietta personificazione del genio olandese; e non è solo il più popolare dei poeti del suo popolo, ma tale è la di lui popolarità, che si può affermare non esservi in nessun altro paese, non escluso il Cervantes in Spagna e il Manzoni in Italia, uno scrittore più generalmente noto e più costantemente letto di lui; e si può aggiungere, che non v’è forse un altro poeta al mondo, la cui popolarità sia più necessariamente ristretta nei confini della propria patria. Jacob Catz nacque nel 1577, di famiglia patrizia, a Brouwershaven, città della Zelanda. Studiò legge, divenne pensionario di Middlebourg, andò ambasciatore in Inghilterra, fu gran pensionario di Olanda, ed esercitando con zelo e rettitudine esemplare quest’alti uffici coltivò amorosamente la poesia. La sera, dopo aver trattato degli affari dello Stato coi deputati delle provincie, si raccoglieva in casa a far versi. A settantacinque anni, chiese di essere esonerato dalle cariche, e quando lo Statoldero gli annunziò con parole onorevoli che la sua domanda era stata esaudita, egli cadde in ginocchio al cospetto dell’Assemblea degli Stati e ringraziò Iddio che l’avea sempre protetto nel corso della sua lunga e faticosa vita politica. Pochi giorni dopo si raccolse in una sua villa, dove godette una vecchiezza tranquilla e onorata, studiando e poetando fino al 1660, anno in cui morì, più che ottuagenario, pianto da tutta Olanda. Le sue poesie formano parecchi grossi volumi. Sono favole, madrigali, racconti, misti di storia e di mitologia, sparsi di descrizioni, di citazioni, di sentenze, di precetti; pieni di bontà, d’onestà e di dolcezza, e scritti con semplicità ingenua e delicata arguzia. Il suo volume è il libro della saggezza nazionale, la seconda Bibbia del popolo olandese, un manuale che insegna a vivere onesti ed in pace. Egli dà consigli a tutti; al ragazzo come al vecchio, al mercante come al principe, alla padrona di casa come alla serva, al ricco come al mendico. Insegna a spendere, a risparmiare, a far lefaccende di casa, a governar la famiglia, ad educare i figliuoli. È nello stesso tempo amico, padre, direttore spirituale, maestro, economo, medico, avvocato. Ama la natura modesta, i giardini, i prati, adora sua moglie, lavora, è soddisfatto di sè e degli uomini, e vuole che tutti sian contenti come lui. Le sue poesie si trovano in tutte le case olandesi, accanto alla Bibbia. Non c’è capanna di contadino nella quale il capo della famiglia non ne legga qualche verso ogni sera. Nei giorni di dubbio e di tristezza tutti cercano e trovano un conforto nel loro vecchio poeta. Egli è l’amico intimo del focolare, il compagno assiduo dell’infermo; il suo è il primo libro sul quale si avvicinano i volti dei fidanzati; i suoi versi sono i primi che legge il bambino e gli ultimi che pronunzia il nonno. Nessun poeta fu più amato di lui. Ogni olandese sorride a udir rammentare quel nome, e non v’è straniero che sia stato in Olanda, il quale non lo pronunzi con un sentimento di simpatia e di rispetto.