Il terzo, Bilderdijk, nato nel 1756, morto nel 1831, fu uno dei più meravigliosi intelletti che siano mai apparsi nel mondo. Poeta, storico, filologo, critico, astronomo, chimico, medico, teologo, antiquario, giureconsulto, disegnatore, incisore, uomo inquieto, vagabondo, capriccioso, violento, la sua vita non fu che un’investigazione, una trasformazione, una battaglia perpetua del suo vastissimo ingegno. Giovanetto, e già poeta famoso, lascia la poesia, si getta nella politica, emigra collo Statoldero in Inghilterra e fa il maestro a Londra per vivere. Stanco dell’Inghilterra, va in Germania; seccato del romanticismo tedesco, torna in Olanda, dove Luigi Napoleone lo colma di favori. Ma Luigi lascia il trono, Napoleone il Grande toglie al Bilderdijk la pensione, ed egli è ridotto nella miseria. Domanda una cattedra all’Università di Leida, glie la rifiutano. Infine ottiene dal Governo un piccolo sussidio e continua a studiare, a scrivere, a combattere fino all’ultimo giorno della vita. Le sue opere si compongono di più di trenta volumi di scienza, di arte, di letteratura. Trattò tutti i generi e riuscì in tutti, fuor che nel drammatico. Allargò la critica storica, scrivendo una delle più belle storie nazionali che possegga il suo paese. Fece un poema,Il mondo primitivo, composizione grandiosa ed oscura, ammiratissima in Olanda. Trattò ogni maniera di quistioni mescolando paradossi stranissimi e verità luminose. Rialzò infine la letteratura nazionale ch’era caduta ai suoi tempi e lasciò una falange di discepoli eletti che seguirono le sue traccie in politica, in arte, in filosofia. Vi fu per lui in Olanda, più che entusiasmo, fanatismo; e non si può mettere in dubbio ch’ei sia stato, dopo Vondel, il più grande poeta del suo paese. Ma gli fece danno la passione religiosa, l’odio cieco contro le nuove idee, la poesia fatta strumento di sètta, la teologia intromessa in ogni cosa; per il che non s’elevò in quella regione serena e libera fuor della quale il genio non consegue vittorie durevoli e grido universale.
Intorno a questi tre poeti, che hanno in sè i tre vizi principali della letteratura olandese: di perdersi nelle nuvole, o di volare terra terra, o d’impigliarsi nella rete del misticismo, si raggruppano altri infiniti poeti epici, comici, satirici, lirici, i più del secolo decimosettimo, pochissimi del decimottavo; molti dei quali godono d’una grande fama in Olanda; ma di cui nessuno esce abbastanza di schiera, da richiamare l’attenzione dello straniero che passa.
Meritano piuttosto un rapido sguardo i tempi presenti.
Che la critica, spogliando la storia olandese del velo di poesia di cui l’aveva vestita il patriottismo degli scrittori, l’abbia condotta sulla via più larga e più feconda della giustizia; che gli studi filologici siano in altissimo onore e che quasi tutte le scienze abbiano in Olanda dei cultori di fama europea, è cosa che nessun studioso, in Italia, ignora, e che agli altri basta accennare.
Della letteratura propriamente detta, il genere più fiorente è il Romanzo. L’Olanda ha avuto il suo romanziere nazionale, il suo Walter Scott, in Van Lennep, morto pochi anni sono; scrittore di romanzi storici che furono accolti con entusiasmo da tutte le classi della società; pittore efficacissimo di costumi, dotto, arguto, maestro di descrizioni e dialogista ammirabile; ma che sovente è prolisso, si serve di vecchi artifici, adopera scioglimenti forzati e non nasconde sempre abbastanza sè medesimo.L’ultimo suo romanzo, intitolatoLe avventure di Nicoletta Zevenster, nel quale, rappresentando magistralmente la società olandese del principio di questo secolo, ebbe l’inaudito ardimento di descrivere una casa innominabile dell’Aja, mise sossopra l’Olanda intera, fu commentato, discusso, vilipeso, levato a cielo; e la battaglia dura ancora. Altri romanzi storici, scrissero uno Schimmel, emulo degno del Van Lennep; e una signora Rosboon Toussaint, scrittrice coltissima, ricca di studi virili e d’ingegno profondo. Malgrado questo, il romanzo storico, anche in Olanda, si può considerar come morto. Miglior fortuna hanno il romanzo di costumi e la novella, nei quali primeggiano un Beets, ministro protestante e poeta, autore d’un libro celebre intitolato laCamera oscura, un Koetsveld, e alcuni giovani di bell’ingegno, a cui contende di levarsi in alto il demonio persecutore della letteratura del giorno: la fretta.
L’Olanda ha ancora un genere di romanzo suo proprio, che si potrebbe chiamare romanzo indiano, il quale ritrae i costumi e la vita dei popoli delle colonie; e di questo genere ne uscirono negli ultimi anni parecchi, che furono accolti con molto plauso nel paese, e tradotti in varie lingue; fra gli altri, ilBel mondo di Batavia, del professore Ten Brink, giovane, dotto e brillante scrittore, del quale vorrei poter parlare diffusamente per attestargli in qualche modo la mia gratitudine e la mia ammirazione. Ma a proposito di romanzi indiani, è bello il notarecome in Olanda si veda e si senta a ogni passo qualcosa che rammenta le sue colonie; come un raggio del sole delle Indie penetri a traverso la sua bruma e colori la sua vita. Oltre i bastimenti che portano un soffio di quei paesi nei porti delle sue città, oltre gli uccelli, i fiori, i mille oggetti, che come suoni sparsi d’una musica lontana, fanno balenare alla mente l’immagine d’un’altra natura e d’un’altra razza; non è raro incontrare nelle città d’Olanda, in mezzo ai mille visi bianchi, faccie abbronzate dal sole, di gente nata o vissuta per molti anni nelle colonie; negozianti che parlano con vivacità insolita delle donne brune, dei banani, dei boschi di palme, e dei laghi ombreggiati dalle liane; giovani arditi che si rischiarono in mezzo ai selvaggi dell’isola di Borneo e di Sumatra; scienziati, letterati, ufficiali che parlano degli adoratori dei pesci, degli ambasciatori che portan le teste dei vinti appesi alla cintura, dei combattimenti dei tori e delle tigri, delle furie dei bevitori d’oppio, delle moltitudini battezzate colle pompe; di mille cose strane e mirabili, che fanno un effetto singolare dette da quella gente fredda in quel paese tranquillissimo.
La poesia dopo aver perduto il Da Costa, discepolo del Bilderdijk, poeta religioso ed entusiasta, e il Genestet, poeta satirico, morto giovanissimo, non ha più che pochi campioni della generazione passata, i quali tacciono, o cantano con voce affievolita. In peggiori condizioni è il teatro. Gli artisti olandesiincolti e declamatori, non recitano per lo più che drammi o commedie tedesche o francesi, male tradotte, che l’alta società non va a sentire. Scrittori olandesi di molto ingegno, come l’Hofdijk, lo Schimmel, lo stesso Van Lennep, scrissero commedie per molti lati pregevoli; ma che non piacquero abbastanza per rimaner vive sulle scene. La tragedia non è in migliori condizioni della commedia o del dramma.
Da quanto ho detto, parrebbe che in Olanda non ci dovess’essere un grande movimento letterario; e c’è invece grandissimo. È incredibile la quantità di libri che si pubblicano ed è meravigliosa l’avidità con cui sono letti. Ogni città, ogni sètta religiosa, ogni consorteria ha la sua rivista o la sua gazzetta. Oltre a questo, una colluvie di libri stranieri; i romanzi inglesi, in mano di tutti; opere francesi di otto, dieci, venti volumi, tradotti nella lingua nazionale, cosa mirabile in un paese dove tutte le persone colte le possono leggere nell’originale, e che prova quanto vi sia l’uso, non solo di leggere, ma di comprare, nonostante che i libri siano assai più cari in Olanda che in altri paesi. Ma è appunto questa sovrabbondanza di pubblicazioni e questa furia di leggere che nuoce alla letteratura. Gli scrittori, per soddisfare l’impaziente curiosità del pubblico, tiran via, e la manía delle letture straniere soffoca e corrompe il genio nazionale. Malgrado ciò, la letteratura olandese ha ancora un grande titolo alla benemerenza della patria: è caduta, manon s’è pervertita; ha conservato la sua innocenza e la sua freschezza; quello che le manca di fantasia, d’originalità, di splendore, è compensato dalla saggezza, dal rispetto severo del buon costume e del buon gusto, dalla sua amorosa sollecitudine per le classi povere, dall’opera efficacissima colla quale promuove la beneficenza e l’educazione civile. Altre letterature sono grandi piante vestite di fiori odorosi; la letteratura olandese è un piccolo albero carico di frutti.
La mattina che partii dall’Aja, la seconda volta che vi fui, alcuni dei miei più cari amici m’accompagnarono alla stazione della strada ferrata. Il tempo era piovoso. Quando fummo nella sala dei viaggiatori, pochi momenti prima che partisse il treno, ringraziai i miei buoni ospiti delle gentili accoglienze che m’avevan fatte, e poichè sapevo che forse non li avrei mai più riveduti, non potei a meno di esprimere la mia gratitudine con parole affettuose e melanconiche, ch’essi ascoltarono in silenzio. Uno solo m’interruppe per raccomandarmi che mi guardassi dall’umidità. “Venga qualcuno di loro in Italia,” io continuai; “non foss’altro che per darmi l’occasione di mostrargli la mia riconoscenza. Mi facciano questa promessa perchè io possa partire col cuore un po’ consolato. Non parto se qualcuno non mi dice che verrà in Italia.” Si guardarono in viso, e uno rispose a fior di labbra: “Forse.” Un altro mi diede il consiglio di non far mai cambiare l’oro francesenelle botteghe. In quel momento suonò il campanello della partenza. “Dunque addio,” dissi colla voce un po’ commossa, stringendo le mani a tutti “a rivederci; non dimenticherò mai i bei giorni passati all’Aja, riterrò sempre i loro nomi come la più cara memoria del mio viaggio, si ricordino qualche volta di me.”—“Addio,” risposero tutti collo stesso tuono di voce, come se ci fossimo dovuti rivedere il giorno dopo. Salii nel vagone col cuore stretto, m’affacciai al finestrino nel punto che partiva il treno, e li vidi tutti là immobili, muti, col viso impassibile, cogli occhi fissi nei miei. Feci un ultimo saluto, a cui risposero con un leggero cenno del capo, e disparvero ai miei occhi per sempre. Ogni volta che penso a loro, li rivedo, come se li avessi lasciati poc’anzi, in quello stesso atteggiamento, con quei volti gravi e quegli occhi fissi, e l’affetto che sento per essi ha qualche cosa di austero e di triste, come il cielo sotto cui li vidi per l’ultima volta.
La campagna tra l’Aja e Leida è come tra Rotterdam e l’Aja, tutta una pianura verdissima, macchiettata dal rosso vivo dei tetti e rigata d’azzurro dai canali, con qua e là gruppi d’alberi, mulini a vento, e armenti sparpagliati ed immobili. Si va innanzi, e par sempre d’essere nel medesimo punto, o di riveder luoghi già mille volte veduti. La campagna è silenziosa, il treno scorre lentamente, quasi senza far rumore; nel vagone nessuno parla; alle stazioni, non si sente una voce; a poco a poco la mente cade in una sorta di assopimento, nel quale si dimentica dove s’è e dove si va.—Eppure si dorme in questo paese!—diceva il Diderot viaggiando in Olanda; e questa esclamazione mi venne più volte sulle labbra in quel breve tragitto, sin che intesi gridar:—Leyden,—e scesi in una stazione solitaria e quieta come un convento.
Leida, l’antica Atene del Nord, la Saragozza dei Paesi Bassi, la più vecchia e più gloriosa figliuola dell’Olanda, è una di quelle città in cui, appena entrati, si diventa pensierosi; e non si possono rammentare, anche molto tempo dopo esserci stati, senza ripensarci lungamente; e non ci si può pensare senza tristezza.
Appena entrati, si sente il freddo della città morta. Il vecchio Reno, che l’attraversa dividendola in molte isole congiunte da centocinquanta ponti di pietra, forma dei grandi canali e dei bacini che coprono intere piazze, dove non si vede nè un bastimento nè una barca, così che la città sembra piuttosto che percorsa, allagata dalle acque. Le principali strade sono larghissime e fiancheggiate da case, vecchie e nere, colle solite facciate a punta e a scalini; e in quelle grandi strade, nelle piazze, nei crocicchi, non si vede nessuno o poca gente sparpagliata sur un vasto spazio, come i superstiti d’una città spopolata dalla moría. Nelle piccole strade si cammina per lunghi tratti sull’erba, in mezzo a porte e finestre chiuse, in un silenzio profondo come nelle città delle favole, dove tutti gli abitanti sono immersi in un sonno soprannaturale. Si passa sopra ponti erbosi, lungo canaletti coperti d’un tappeto verde, per piazzette che paiono cortili di convento; e poi, a un tratto, si riesce all’aperto, in una strada larga come un viale di Parigi; e da questa daccapo nellabirinto delle strade strette. Di ponte in ponte, di canale in canale, di isola in isola, si gira per ore ed ore cercando sempre la vita e lo strepito dell’antica Leida, e non si trova che la solitudine, il silenzio e l’acqua, che riflette la tetra maestà della città decaduta.
Dopo un lungo giro riuscii in una vasta piazza, dove faceva gli esercizi uno squadrone di cavalleria. Un vecchio cicerone che m’accompagnava, mi fermò, all’ombra d’un albero, e mi disse che quella piazza, chiamata in olandese La Rovina, ricordava una grande sventura per la città di Leida. “Prima del 1807—brontolò in un francese stentato, e con un tuono di maestro di scuola, tutto proprio dei ciceroni olandesi;—questo grande spazio era tutto coperto di case, e il canale che ora attraversa la piazza passava allora nel mezzo della strada. Il giorno 12 gennaio del 1807 un bastimento carico di polvere ch’era qui di stazione, scoppiò; e ottocento case, con parecchie centinaia di abitanti, saltarono in aria, e così si formò la piazza. E tra quegli abitanti c’era l’illustre storico Giovanni Luzac che fu poi seppellito nella chiesa di san Pietro, con una bella iscrizione; e tra le case che saltarono in aria v’era quella della famiglia Elzevirs, la gloria della tipografia olandese.”—La casa degli Elzevirs!—dissi tra me con grata sorpresa; e pensai a certi bibliofili che conoscevo in Italia, i quali sarebbero stati felici di premere col piede la terra che aveva sorretto quella casa illustre, da cui uscirono i piccoli capolavori tipografici che essi cercano, sognano e accarezzano con tanto amore; quei libricciuoli che paiono stampati con caratteri adamantini; quei modelli di finezza e di precisione, nei quali un errore tipografico è un portento che ne duplica il pregio e il valore; quelle meraviglie di politipi, di contorni, di baffi, di fioroni, di fondi di lampada, di cui essi parlano con voce commossa, e cogli occhi luccicanti!
Uscendo da quella piazza entrai nella Breedestraat, la più grande strada di Leida, che attraversa la città da un capo all’altro in forma d’un’esse; e arrivai dinanzi al Palazzo Municipale, che è uno dei più curiosi edifizi olandesi del secolo decimosesto. A prima vista pare una decorazione da palco scenico, e contrasta spiacevolmente coll’aspetto grave della città. È un palazzo basso e lungo, color cinerino, con una facciata nuda, sull’alto della quale corre una balaustrata di pietra, e su questa s’innalzano obelischi, piramidine, frontispizii aerei ornati di statue grottesche, che formano una sorta di merlatura fantastica intorno a un tetto ripidissimo. In dirittura dell’entrata principale, s’alza un campanile composto di parecchi piani rientranti l’un nell’altro, che gli danno l’aspetto d’un altissimo chiosco, con sulla cima una enorme corona di ferro, della forma d’un pallon volante rovesciato, sormontata da un’asta. Sopra la porta, alla quale si giunge per due scale, v’è un’iscrizione olandese che rammenta la fame patita dalla città nel 1574, con centotrent’una lettera, che corrispondono ai giorni della durata dell’assedio.
Entrai nel palazzo, girai per varie sale e corridoi senza vedere anima viva e senz’udire un rumore il quale desse indizio ch’era abitato, sin che incontrai un usciere che mi si mise ai fianchi, e fattomi attraversare uno stanzone dov’erano parecchi impiegati immobili come automi, mi condusse nella sala delle curiosità. Il primo oggetto che mi diede nell’occhio, fu una tavola sconnessa, sulla quale lavorò, se è vera la tradizione, quel famoso sarto Giovanni di Leida, che mise sottosopra il paese, sul principio del secolo decimosesto, come aveva fatto, cinque secoli prima, il Tanchelyn, di oscena memoria; quel Giovanni di Leida, capo degli anabattisti, il quale difese contro il vescovo conte di Waldeck, la città di Munster, dove lo avevano eletto re i suoi partigiani fanatici; quel pio profeta, che ebbe un serraglio di donne, e ne fece decapitar una, perchè s’era lamentata della carestia; quel Giovanni di Leida, infine, che morì all’età di 26 anni straziato colle tanaglie roventi, e il suo cadavere, posto in una gabbia di ferro sulla cima d’una torre, fu divorato dai corvi. Egli non era però giunto a destare il fanatismo che aveva destato il Tanchelyn, al quale le donne, persuase di far cosa grata a Dio, si prostituivano al cospetto dei loro mariti e delle loro madri; e gli uomini libavano come una bevanda purificatrice l’acqua nella quale egli aveva lavato la sua sconcia persona.
In altre sale vi sono dipinti dell’Hinck, di Francesco Mieris, del Cornelis Engelbrechtsen, e unGiudizio universaledi Luca di Leida, il patriarca della pittura olandese, il primo che afferrò le leggi della prospettiva aerea, valente colorista e incisore di grandissima fama, al quale è a sperarsi che siano state perdonate nel mondo di là le Marie e le Maddalene ignobilmente brutte, i santi burleschi e gli angeli stravolti, di cui popolò i suoi quadri. Anch’egli, come quasi tutti i pittori olandesi, ebbe una vita piena di avventure. Viaggiò per l’Olanda in una barca propria; in ogni città riuniva a banchetto i pittori; fu, o credette d’essere stato avvelenato con un lento veleno dai suoi rivali; stette per anni a letto; dipinse da letto il suo capolavoro:Il Cieco di Gerico guarito da Cristo, e morì due anni dopo, in un giorno memorabile per un caldo prodigioso che spense molte vite e cagionò infiniti malanni.
Uscito dal Palazzo Municipale, mi feci condurre in un castello posto sur una piccola collina che si alza nel mezzo della città, fra le due braccia principali del Reno; ed è la parte più antica di Leida. Questo castello, chiamato dagli Olandesi il Burg, non è altro che una gran torre rotonda e vuota, costruita, secondo alcuni, dai Romani; secondo altri, da un Hengist, duca degli Anglo-Sassoni; e recentemente ristaurata e coronata di merli. La collina è tutta coperta di altissime quercie, che nascondono la torre e impediscono la vista della campagna;soltanto qua e là, guardando a traverso i rami, si vedono i tetti rossi di Leida, la pianura rigata di canali, le dune, i campanili delle città lontane.
Sulla cima di quella torre, all’ombra delle quercie, si sogliono raccogliere gli stranieri per evocare le memorie di quell’assedio che fu «la più lugubre tragedia dei tempi moderni,» e che sembra abbia lasciato nell’aspetto di Leida una traccia incancellabile di tristezza.
Nel 1573 gli Spagnuoli, condotti dal Valdez, posero l’assedio a Leida. Nella città non si trovavano che pochi soldati volontari. Il comando militare era stato affidato al Van der Voes, uomo valoroso e poeta latino di bella fama; il Van der Werf era borgomastro. In breve tempo, gli assedianti costrussero più di sessanta forti in tutti i passi dove si potesse penetrare per acqua o per terra nella città, e Leida si trovò completamente circondata. Ma i Leidesi non si perdettero d’animo. Guglielmo d’Orange aveva fatto dir loro che resistessero almeno per tre mesi, che in questo tempo egli si sarebbe posto in grado di soccorrerli, che la sorte dell’Olanda dipendeva da quella di Leida; e i Leidesi gli avevan promesso di resistere fino agli estremi. Il Valdez mandò ad offrir loro il perdono del re di Spagna, purchè gli aprissero le porte; essi gli risposero con un verso latino:Fistula dulce canit, volucrem dum decipit auceps, e cominciarono a far sortite e ad attaccare combattimenti. Intanto nella cittàandavano scemando i viveri e il cerchio dell’assedio si restringeva di giorno in giorno. Guglielmo d’Orange che occupava la fortezza di Polderwaert, posta fra Delft e Rotterdam, non vedendo altra via di soccorrere la città, concepì, e ottenne che fosse approvato dai deputati, il disegno di allagare la campagna di Leida, rompendo le dighedell’Yssele della Mosa, e scacciando così gli Spagnuoli colle acque, poichè non li poteva scacciare colle armi. Questa disperata risoluzione fu subito messa in atto. Le dighe vennero rotte in sessanta luoghi, le cateratte di Rotterdam e di Gouda furono aperte, il mare cominciò a invadere le terre, e duecento barconi si tennero pronti a Rotterdam, a Delftshaven e in altri luoghi per portare provvigioni alla città, appena cominciassero le grandi cresciute delle acque, che avvengono nell’equinozio d’autunno. Gli Spagnuoli, atterriti sulle prime dall’inondazione, si rassicurarono quando ebbero compreso il disegno degli Olandesi, tenendo per certo che la città si sarebbe arresa prima che le acque giungessero ai forti principali; e a tal fine strinsero l’assedio con maggior vigore. In questo tempo i Leidesi, che cominciavano a sentire le strette della carestia, e a disperare che il soccorso promesso giungesse in tempo, mandavano lettere, per mezzo di piccioni, a Guglielmo d’Orange, malato di febbre ad Amsterdam, per esporgli il triste stato della città; e Guglielmo rispondeva incoraggiandoli a protrarre ancora la resistenza, chè, appena rimesso in salute, sarebbe volato a soccorrerli. Le acque s’avanzavano, l’esercito spagnuolo cominciava ad abbandonare i forti più bassi, gli abitanti di Leida salivano continuamente sulla torre ad osservare il mare ora sperando ora disperando; senza cessare di lavorare alle mura, di far sortite, di respingere assalti. Finalmente il principe d’Orange guarì, e gli apparecchi per la liberazione di Leida, che durante la sua malattia erano andati a rilento, furono ripresi con vigore. Il primo di settembre i Leidesi videro dall’alto della torre apparire sulle acque lontane i primi battelli olandesi. Era una piccola flotta, capitanata dall’ammiraglio Boisot, la quale portava ottocento zelandesi, uomini selvaggi, coperti di ferite, avvezzi al mare, spregiatori della vita, ferocissimi nelle battaglie, che avevano tutti una mezzaluna sopra il cappello coll’iscrizione: «Piuttosto turchi che papisti,» e formavano una falange d’aspetto strano e terribile, risoluta a salvar Leida o a morire nelle acque. I bastimenti s’avanzarono a cinque miglia dalla città, contro l’estrema diga, ch’era difesa dagli Spagnuoli. Si attaccò il combattimento, la diga fu assalita, conquistata, spezzata, il mare irruppe e i battelli olandesi passarono trionfalmente per le breccie. Era un gran passo; ma non era che il primo. Dietro quella diga, se ne stendeva un’altra. Si ricominciò la battaglia; anche la seconda diga fu conquistata e rotta, e la flotta andò innanzi. Tutt’a un tratto il vento si volge contrario, i battelli sono costretti a fermarsi; torna a soffiare in favore, e i battelli siavanzano; si volge contrario un’altra volta, e daccapo la flotta s’arresta. Mentre questo succede, nella città cominciano a mancare anche gli animali schifosi di cui i cittadini sono costretti a cibarsi; la gente si butta in terra a leccare il sangue dei cavalli uccisi; le donne e i fanciulli frugano nelle immondizie della strada; scoppia l’epidemia; le case si riempiono di cadaveri; più di seimila cittadini son morti; ogni speranza di salvamento è perduta. Una turba di affamati corre dal borgomastro Van der Werff e gli domanda la resa con grida strazianti. Il Van der Werff rifiuta. La plebe lo minaccia. Allora egli fa cenno col cappello che vuol parlare, e in mezzo al silenzio generale, grida:—Cittadini! Ho giurato di difendere la città fino alla morte, e coll’aiuto di Dio manterrò il mio giuramento. È meglio morir di fame che morir di vergogna. Le vostre minaccie non mi atterriscono. Io non posso morire che una volta. Uccidetemi, se volete, e saziate la vostra fame colle mie carni; ma fin che vivo non mi chiedete la resa di Leida!—La folla, commossa da queste parole, si disperde in silenzio, rassegnata a morire; e la città continua a difendersi. Finalmente, nella notte del primo ottobre, si scatena un violentissimo vento equinoziale; il mare si solleva, soverchia le dighe rovinate e invade furiosamente la terraferma. A mezzanotte, nel forte della tempesta, in mezzo a un’oscurità profonda, la flotta olandese si muove. Alcuni vascelli spagnuoli le vanno incontro. Scoppia un’orribilebattaglia fra le cime degli alberi e i tetti delle case sommerse, al chiarore dei lampi delle cannonate. I bastimenti spagnuoli sono sopraffatti, invasi, affondati; gli Zelandesi saltano nei bassi fondi e spingono innanzi i loro battelli a forza di spalle; i soldati spagnuoli, presi dal terrore, abbandonano i forti, cadono a centinaia nel mare, sono uccisi a colpi di pugnale e d’uncino, precipitati dai tetti e dalle dighe, fulminati, dispersi. Rimane un’ultima fortezza in potere del Valdez; gli assediati ondeggiano ancora una volta fra la disperazione e la speranza; anche quella fortezza è abbandonata; la flotta olandese entra in città.
Qui l’aspettava uno spettacolo orrendo. Un popolo scarno, trasfigurato, sfinito dalla fame, s’affollava lungo i canali, strascinandosi per le terre, barcollando, tendendo le braccia. I marinai si misero a gettar pani dai battelli sulle strade, e allora cominciarono fra quei moribondi delle lotte disperate; molti morirono soffocati; altri spirarono divorando quel primo nutrimento; altri caddero nei canali. Quietata finalmente quella prima furia, saziati i più rifiniti, provveduto ai più stringenti bisogni della città, si confusero festosamente cittadini, zelandesi, marinai, guardie civiche, soldati, donne, ragazzi, e quella turba gloriosa e consunta corse alla cattedrale, dove cantò, con voce rotta dai singhiozzi, un inno di grazie al Signore.
Il principe d’Orange ricevette la notizia del salvamento a Delft, in una chiesa, mentre assistevaagli uffizi divini. Trasmise subito il messaggio al predicatore, e questi l’annunziò all’uditorio, che gli rispose con un grido di gioia. Benchè tuttavia convalescente, e quantunque l’epidemia infierisse ancora a Leida, Guglielmo volle riveder subito la sua cara e valorosa città; vi accorse: la sua entrata fu un trionfo; il suo aspetto maestoso e sereno rincorò il popolo; le sue parole gli fecero dimenticare tutti i dolori sofferti. Per premiare la città della sua eroica difesa, le lasciò la scelta fra l’esenzione da certe imposte e la fondazione d’una Università. Leida scelse l’Università.
La festa d’inaugurazione dell’Università fu celebrata il 5 febbraio dell’anno 1575 con una processione solenne. Andavano innanzi un drappello di milizia borghese e cinque compagnie di fanteria della guarnigione di Leida, alle quali teneva dietro un carro tirato da quattro cavalli, con su una donna vestita di bianco, che rappresentava l’Evangelo; e intorno al carro i quattro Evangelisti. Seguiva la Giustizia cogli occhi bendati, la bilancia e la clava, montata sur un liocorno, e circondata da Giuliano, Papiniano, Ulpiano e Tribuniano. Alla Giustizia, succedeva la Medicina, a cavallo, con un trattato in una mano e nell’altra una ghirlanda di piante medicinali, e l’accompagnavano i quattro grandi dottori Ippocrate, Galeno, Dioscoride e Teofrasto. Dopo la Medicina, veniva Minerva armata di lancia e di scudo, scortata da quattro cavalieri che rappresentavano Platone, Aristotile,Cicerone e Virgilio. Negli intermezzi camminavano guerrieri vestiti ed armati all’antica. In coda v’erano alabardieri, mazzieri, musici, ufficiali, i nuovi professori, i magistrati, una folla infinita. La processione passò lentamente per parecchie strade cosparse di fiori, sotto archi trionfali, in mezzo agli arazzi e alle bandiere, fino a un piccolo porto sul Reno, dove le venne incontro una gran barca splendidamente decorata, sulla quale, all’ombra d’un baldacchino coperto di alloro e d’aranci, sedeva Apollo suonando il liuto, circondato dalle nove Muse che cantavano, e Nettuno, salvatore della città, governava il timone. La barca s’avvicinò alla sponda, il biondo nume e le nove sorelle discesero, baciarono l’un dopo l’altro i nuovi professori, salutandoli con gentili versi latini; dopo di che la processione si recò all’edifizio destinato all’Università, dove un professore di teologia, il molto reverendo Gaspare Kolhas pronunziò un eloquente discorso inaugurale, preceduto dalla musica, e seguito da uno splendido banchetto.
Come quest’Università abbia corrisposto alle speranze di Leida, è superfluo il dire. Tutti sanno come gli Stati d’Olanda v’abbiano attirato con larghissime offerte dotti di ogni paese; come la filosofia, scacciata di Francia, vi si sia rifugiata; come sia stata per molto tempo la cittadella più sicura di tutti gli uomini che lottarono per il trionfo della ragione umana; come sia diventata, in fine, la più famosa scuola d’Europa. L’Università attualeè in un antico convento. Non si può, senza un sentimento di profondo rispetto, entrare nella gran sala del Senato accademico dove si vedono i ritratti di tutti i professori che si succedettero dalla fondazione dell’Università fino ai nostri giorni: fra i quali Giusto Lipse, il Vossius, l’Heinsius, il Gronovius, l’Hemsterhuys, il Ruhneken, il Valckenaer, il grande Scaligero, che gli Stati d’Olanda fecero invitare a Leida per mezzo di Enrico IV; i due famosi Gomarius e Arminius, che provocarono la gran lotta religiosa definita dal sinodo di Dordrecht; il celeberrimo medico leidese Boerhaave, alle lezioni del quale assisteva Pietro il Grande, e accorrevano a lui malati da tutti i paesi del mondo, e gli era recapitata una lettera d’un mandarino chinese senz’altro indirizzo cheall’illustre Boerhaave, medico in Europa.
Ora, questa gloriosa Università, benchè abbia ancora dei professori illustri, è decaduta; i suoi studenti, che furono in altri tempi più di duemila, son ridotti a poche centinaia; l’insegnamento che vi si dà non può più rivaleggiare con quello delle università di Berlino, di Monaco, di Weimar. Principalissima cagione di questa decadenza è il numero soverchio delle università olandesi (chè, oltre quella di Leida, ve n’ha una a Utrecht e una a Groninga e un ateneo ad Amsterdam); donde segue che i musei, le biblioteche, i professori eminenti, i quali raccolti in una sola città potrebbero formare una Università eccellente, sparpagliati come sono, nonbastano ai bisogni. E non è da dirsi che l’Olanda non sia persuasa che una sola università eccellente le gioverebbe assai più che quattro mediocri; chè anzi da molto tempo ella domanda ad alta voce che questo si faccia. E perchè non si fa? O Italiani, consoliamoci: tutto il mondo è paese. Anche in Olanda, la patria propone e il campanile dispone. Le tre città universitarie gridano tutte insieme: Sopprimiamo;—ma ciascuna dice alle altre: Sopprimete;—e così si va innanzi senza sopprimere, continuando a sollecitare la soppressione.
Ma benchè decaduta, l’università di Leida è ancora la più fiorente dell’Olanda, in specie per i molti e ricchissimi musei dei quali dispone. Nè di questi però, nè delle biblioteche, nè dell’ammirabile giardino botanico sarebbe decente il discorrere, come solo io potrei fare, di volo. Non posso però dimenticare due cose curiosissime che vidi nel Museo di Storia Naturale: una ridicola e una seria. La prima, che si trova nel gabinetto anatomico (uno dei più ricchi d’Europa), è un’orchestra formata da una cinquantina di scheletri di piccolissimi topi, alcuni in piedi, altri seduti sur una doppia fila di banchi, tutti colla coda ritta, con violini e chitarre fra gli zampini, il libro della musica davanti, sigaro in bocca, fazzoletto, scatole da tabacco; e il capo orchestra che si sbraccia sopra una seggiola elevata. La cosa seria sono alcuni pezzi di legno corroso, bucherellato come la spugna, frammenti di palafitte e di battenti di cateratte, i quali ricordano il pericolo d’un’immensa sventura che corse l’Olanda verso la metà del secolo passato. Un mollusco, una specie di tarlo, chiamatotaret, portato, si crede, da qualche bastimento reduce dai mari tropicali, e moltiplicatosi con meravigliosa rapidità nelle acque del nord, aveva corroso i legnami delle dighe e delle cateratte a tal segno, che per poco fosse continuato quel lavoro di distruzione, gli argini si sarebbero sfasciati e il mare avrebbe sommerso tutto il paese. La scoperta di questo pericolo gettò lo spavento nell’Olanda, il popolo accorse alle chiese, il paese intero si mise all’opera; si rivestirono di rame i battenti delle cateratte, si fortificarono le dighe pericolanti, si difesero le palafitte con chiodi, con pietre, con alghe, con muratura; e in parte con questi mezzi, ma specialmente grazie al rigore del clima che distrusse il terribile animale, la sventura creduta sulle prime irreparabile fu scongiurata. Un verme aveva fatto tremare l’Olanda: arduo trionfo, negato alle tempeste dell’oceano e alle ire di Filippo.
Un altro ornamento preziosissimo di Leida è il Museo Giapponese del dottor Siebold, tedesco di nascita, medico della Colonia olandese dell’isola di Decima; il quale, secondo narra una tradizione romanzesca, ottenne per il primo dall’imperatore del Giappone di entrare in quel misterioso impero, in ricompensa dell’avergli guarito una figliuola; o secondo un’altra tradizione più credibile, entrò inquel paese di nascosto, e non ne uscì che dopo aver scontato il suo ardimento con nove mesi di prigionia, e fatto pagar colla testa ad alcuni mandarini la colpa d’averlo aiutato. Comunque sia, il Museo del dottor Siebold è forse la più bella collezione di quel genere che si trovi in Europa. Un’ora passata in quelle sale è un viaggio nel Giappone. Vi si segue la vita d’una famiglia giapponese per tutto il corso della giornata: dalla toeletta alla mensa, dalle visite allo spettacolo, dalla città alla campagna. Vi si trovan le case, i templi, gl’idoli, gli altari portatili, gli strumenti di musica, gli utensili di casa, gli arnesi dell’agricoltura, i vestiari degli operai e dei pescatori; candelieri di bronzo formati da una cicogna ritta sopra una tartaruga; vasi, gioielli, pugnali lavorati con una delicatezza prodigiosa; uccelli, tigri, conigli, bufali d’avorio riprodotti piuma a piuma, pelo a pelo, colla pazienza propria di quei popoli ingegnosi ed immobili. Fra le cose che mi rimasero più impresse, è una colossale faccia di Budda, che a primo aspetto mi fece dare addietro, e che mi par sempre di vedermi dinanzi, con quella mostruosa contrazione e quell’inesprimibile sguardo tra di riso, di delirio e di spasimo, che desta ad un tempo lo schifo e lo spavento. Dietro questa faccia di Budda vedo ancora le marionette dei teatri di Iava, vere creazioni di cervelli in delirio, su cui l’occhio si stanca e la mente si confonde: re, regine e guerrieri mostruosi, misti d’uomo, di bestia e di pianta, con braccia che finiscono in foglie, gambe che terminano in ornati, fronde che si allargano in mani, petti che vegetano, nasi che sbocciano, visi traforati, occhi strambi, pupille nella nuca, membri rovesciati, ali di draghi, code di sirene, chiome di biscie, bocche di pesci, denti d’elefante, rughe dorate, colli a zig zag, tratteggiamenti, rabeschi coloriti, ghirigori, di cui nessuna lingua può dare un’idea, e che è impossibile ritener nella mente. Uscendo da quel Museo, mi parve di svegliarmi da uno di quei sogni febbrili nei quali si vede qualcosa che non si sa che sia, che si trasforma continuamente, con una rapidità furiosa, in altre cose che non han nome.
Non v’è altro da vedere a Leida. Il mulino in cui nacque il Rembrandt non esiste più. Delle case dove nacquero i pittori Dow, Steen, Metzu, van Goyen e quell’Otto van Veen ch’ebbe l’onore e la disgrazia d’esser maestro di Paolo Rubens, non si conserva alcun ricordo. Si può vedere ancora il castello di Endegeest dove soggiornarono il Boerhaave e il Descartes; questo per parecchi anni, durante i quali scrisse le sue principali opere di filosofia e di matematica. Il castello è posto sulla via che da Leida conduce al villaggio di Katwijk, dove il vecchio Reno, i cui varii rami si riuniscono in un solo uscendo dalla città, mette foce nel mare.
La seconda volta che fui a Leida, volli andar a veder morire questo meraviglioso fiume. Fino dalla prima volta ch’avevo passato il Vecchio Reno, inquella avventurosa passeggiata alle dune, m’ero soffermato sul ponte, domandando a me medesimo se quel piccolo ed umile corso d’acqua era veramente quello stesso fiume che avevo visto precipitare con immenso fragore dalle roccie di Sciaffusa, espandersi maestosamente in faccia a Magonza, passare in trionfo dinanzi alla fortezza di Ehrenbreitstein, sbatter l’onda sonora ai piedi delle Sette montagne; specchiar nella sua corsa cattedrali gotiche, castelli principeschi, colline fiorite, rupi aeree, rovine famose, città, boschi, giardini, per tutto carico di navi, sparso di barche e salutato coi canti e colle musiche; e pensando a queste cose, coll’occhio fisso su quel fiumiciattolo chiuso fra due sponde piane e deserte, avevo ripetuto più volte:—Questo è quel Reno?—Le vicende che accompagnano l’agonia e la morte di questo gran fiume in Olanda, sono tali veramente da destare un senso di pietà come si proverebbe per le sventure e la fine ingloriosa d’un popolo altre volte potente e felice. Fin dalle vicinanze di Emmerich, prima di varcare la frontiera olandese, egli ha perduto ogni bellezza di sponda, e scorre a grandi curve in mezzo a pianure vaste ed uggiose, che sembrano annunziargli la vecchiaia che comincia. A Millingen scorre già interamente nel territorio olandese. Poco più oltre, si divide. Il braccio maggiore perde vergognosamente il suo nome e va a gettarsi nella Mosa; l’altro braccio, insultato col nome di canale di Pannerden, scorre fin presso la città d’Arnehm, dove si biforca un’altravolta. Un braccio, con un nome d’accatto, si va a versare nel golfo di Zuiderzee; l’altro, chiamato ancora per commiserazione il Basso Reno, va fino al villaggio di Durstede, dove si divide per la terza volta: umiliazione ormai vecchia. L’un dei rami, cangiando nome anch’esso come un fuggiasco, va a gettarsi nella Mosa vicino a Rotterdam; l’altro, chiamato ancora Reno, ma col ridicolo soprannome dicurvo, giunge faticosamente ad Utrecht, dove per la quarta volta si divide in due: capriccio di vecchio rimbambito. Da una parte, rinnegando il nome antico, si strascina fino a Muiden, dove sbocca nel Zuiderzee; dall’altra, col nome di Vecchio Reno, anzi, per maggior spregio, di Vecchio, va lentamente fino alla città di Leida, della quale attraversa le strade senza dar quasi indizio di movimento, e si riunisce in un sol canale per andar a morire miseramente nel Mare del Nord.
Ma non sono molti anni che nemmeno questa compassionevole fine non gli era concessa. Dall’anno 839, nel quale una furiosa tempesta aveva accumulato alla sua foce dei monti di sabbia, fino al principio di questo secolo, il Vecchio Reno si perdeva nelle sabbie prima di giungere al mare, e copriva di stagni e di paludi un vastissimo tratto di paese. Sotto il regno di Luigi Bonaparte le acque furono raccolte in un grande canale protetto da tre enormi cateratte, e d’allora in poi il Reno va diritto alla foce. Queste cateratte sono il più grandioso monumento dell’Olanda, e forse la più mirabile opera idraulica dell’Europa. Le dighe che proteggono l’imboccatura del canale, i muri, i pilastri, le porte, presentano tutti insieme l’aspetto d’una fortezza ciclopica contro la quale pare che non solo quel mare, ma le forze riunite di tutti i mari dovrebbero spezzarsi come contro una montagna di granito. Quando monta la marea, si chiudono le porte per impedire che il mare invada la terra; quando la marea cala, si riaprono per dar sfogo alle acque del Reno che vi si sono accumulate; e allora passa per le porte una massa di tremila metri cubi d’acqua in un minuto secondo. I giorni di grande tempesta, si fa una concessione al mare, lasciando aperte le porte della cateratta più avanzata; e allora le onde furiose si precipitano nel canale, come un esercito nemico per una breccia; ma vanno a spezzarsi contro le porte formidabili della seconda cateratta, dietro le quali l’Olanda grida loro:—Voi non andrete più oltre!—Quella fortezza enorme che sopra una spiaggia deserta difende dall’Oceano un fiume morente e una città decaduta, ha qualche cosa di solenne, che comanda l’ammirazione e il rispetto.
Rivedo Leida, quale la vidi la sera che tornai dall’escursione, buia e muta come una città abbandonata, e le dò un addio riverente coll’animo già rallegrato dell’immagine della vicina Haarlem, la città dei paesisti e dei fiori.
La strada ferrata da Leida ad Haarlem corre sur una lista di terra compresa fra il mare e il fondo del gran lago che copriva trent’anni fa tutta la campagna che si stende fra Haarlem, Leida ed Amsterdam. Lo straniero che percorre quella via con una vecchia carta stampata prima del 1850, guarda, cerca, confronta, e non trova più il lago d’Haarlem. Questo accadde a me; e la cosa parendomi un po’ strana, mi rivolsi a un vicino e gli domandai conto del lago sparito. Tutti i viaggiatori risero, e l’interrogato mi diede questa bizzarra risposta:—Ce lo siamo bevuto.
La storia di questo meraviglioso lavoro sarebbe un soggetto degno d’un poema.
Il grande lago d’Haarlem, formato dalla riunione di quattro piccolissimi laghi, e cresciuto per effettodelle innondazioni, aveva già sulla fine del secolo decimosettimo un circuito di quarantaquattro chilometri, e si chiamava mare, ed era infatti un mare tempestoso, sul quale avevan combattuto flotte di settanta navi, e fatto naufragio molti bastimenti. Grazie alle alte dune che si stendono sulla costa, questa grande massa d’acqua non aveva ancora potuto congiungersi al Mare del Nord, e convertir così in un’isola l’Olanda Settentrionale; ma dalla parte opposta, minacciava le campagne, le città, i villaggi, e costringeva gli abitanti a una continua difesa. Già nel 1640 un ingegnere Olandese di nome Leeghwater aveva pubblicato un libro diretto a dimostrare la possibilità e l’utilità di prosciugare questo lago pericoloso; ma in parte per le difficoltà che presentava il metodo di prosciugamento da lui proposto, e più perchè il paese era allora occupato nella guerra contro la Spagna, l’impresa non aveva trovato promotori. Gli avvenimenti politici che seguirono la pace del 1648, e le guerre disastrose colla Francia e coll’Inghilterra, fecero dimenticare ancora il progetto del Leeghwater sino al principio del presente secolo. Finalmente, verso il 1819, la quistione fu ripresa, e si fecero nuovi studi e nuove proposte; ma l’esecuzione fu rimandata ad altro tempo; e forse non sarebbe ancora condotta a termine al dì d’oggi, se non fosse stato un avvenimento impreveduto che diede l’ultima spinta alle volontà. Il giorno 9 di novembre del 1836, le acque del mare d’Haarlem, sollevate da un vento furioso, superarono le dighe,e si slanciarono sino alle porte d’Amsterdam; e nel mese seguente invasero Leida e tutta la sua campagna. Fu l’ultima provocazione. L’Olanda raccolse il guanto, e nel 1839 gli Stati Generali condannarono il mare temerario a sparire dalla faccia dello Stato. I lavori ebbero principio nel 1840. Si cominciò col circondare il lago d’una doppia diga e d’un largo canale, destinato a raccogliere le acque che poi, per altri canali, sarebbero state condotte al mare. Il lago conteneva settecento ventiquattro milioni di metri cubi d’acqua; senza contare la piovana e la filtrante che durante il prosciugamento fu trovata essere di trentasei milioni di metri cubi all’anno. Gl’ingegneri avevano fatto il conto che si sarebbe dovuto far passare mese per mese, dal lago nel canale di scolo, trentasei milioni e duecentomila metri cubi d’acqua. Tre enormi macchine a vapore bastarono a questo lavoro. Una fu innalzata presso Haarlem, l’altra fra Haarlem ed Amsterdam, la terza presso Leida. Quest’ultima fu chiamata la Leeghwater, in onore dell’ingegnere che aveva fatto la prima proposta del prosciugamento. Io la vidi, poichè non solo fu conservata, ma funziona ancora, a riprese, per assorbire e versare nel canale di scolo le acque piovute e filtrate. E così le altre due che sono uguali alla prima. Le macchine son chiuse in grosse torri rotonde e merlate, ciascuna delle quali ha un giro di finestre ad arco acuto, da cui escono undici grandi braccia che alzandosi e abbassandosi con lentezza maestosa, mettono inmoto altrettante pompe, capaci di sollevare, volta per volta, il peso enorme di sessantasei metri cubi d’acqua. Tali sono all’aspetto questi tre smisurati vampiri di ferro che hanno succhiato un mare. La prima a mettersi all’opera fu la Leeghwater, il dì 7 giugno del 1849. Poco dopo cominciarono le altre due. Da quel momento il livello del lago si abbassò d’un centimetro al giorno. Dopo trentanove mesi di lavoro la gigantesca impresa fu compiuta; le macchine avevano assorbito 924,266,112 metri cubi d’acqua; il mare d’Haarlem era sparito. Questo lavoro che costò 7,240,368 fiorini, diede all’Olanda una nuova provincia di 18,500 ettari di terreno. Da tutte lo parti dell’Olanda vi accorsero coltivatori. Vi si cominciò a seminar colza che diede un meraviglioso raccolto; poi ogni sorta di prodotti che vi fecero ottima prova. E come la popolazione proviene da differenti provincie, così vi si trovano tutti i sistemi di coltivazione in gara gli uni cogli altri; vi si vedon fattorie della Zelanda, del Brabante, della Frisia, della Groninga, della Nord-Olanda; vi si sentono tutti i dialetti delle Provincie unite; è una piccola Olanda dentro l’Olanda.
Via via che ci s’avvicina ad Haarlem, spesseggiano le ville e i giardini; ma la città rimane nascosta dagli alberi, di sopra dei quali non appare che il campanile altissimo della cattedrale, sormontato da una gran corona di ferro, della forma d’un bulbo di torre moscovita. Entrando in città, si vedono daogni parte canali, mulini a vento, ponti levatoi, barchette di pescatori, case che si specchian nell’acqua; e fatto appena qualche centinaio di passi si riesce in una vasta piazza che fa esclamare con piacevole meraviglia:—Oh! eccoci veramente in Olanda!—
In un angolo v’è la cattedrale, edifizio alto e nudo, sormontato da un tetto della forma di prisma acutissimo, che par che fenda il cielo come una scure affilata. In faccia alla cattedrale s’alza l’antico palazzo municipale, coronato di merli, con un tetto simile a un bastimento rovesciato, e un balconcino che pare una gabbia da uccelli appesa sopra la porta, e una parte della facciata nascosta da due piccole case d’una forma bizzarra, tra di teatro, di chiesa e di castello da fuochi artificiali. Dagli altri lati della piazza ci son case di tutte le più capricciose forme dell’architettura olandese, pencolanti di qua e di là, di color nero, rossastro o vermiglio, colle facciate tempestate di bozze bianche, che paion tante scacchiere, e una fila d’alberi piantati quasi contro il muro, che nascondono tutte le finestre del primo piano. Accanto alla cattedrale, un edifizio stravagante, che serve agli incanti pubblici, un monumento d’architettura fantastica, mezzo rosso e mezzo bianco, tutto scalini, frontispizi, obelischi, piramidine, bassorilievi, ornamenti senza nome, della forma di trionfi da tavola, dicandelierie di spegnitoi che paion buttati là a caso, e presentano tutti insieme l’immagine d’un pagode indiano trasformato, conun’abberrazione di gusto spagnuolo, in casa olandese, da un artista esaltato dal ginepro. Ma la cosa più strana è una brutta statua di bronzo che si vede nel mezzo della piazza, con un’iscrizione che dice:Laurentius Johannis filius Costerus Typographiæ litteris mobilibus e metallo fusis inventor. Come!—si domanda lì per lì lo straniero ignaro della cosa;—che novità è codesta? non è Gutenberg l’inventore della stampa? Che cosa pretende costui? Chi è codesto Costerus?
Questo Costerus aveva nome Lorenzo Jauszoon, e fu chiamato Coster perchè fece il sagrestano, che si dicecosterin lingua olandese. La tradizione racconta che questo Coster, nato in Haarlem verso la fine del secolo XIV, passeggiando un giorno nel bel bosco che si stende a mezzogiorno della città, staccò un ramo da un albero, e per divertire i suoi figliuoli v’intagliò con un coltello alcune lettere, le quali gli fecero nascere la prima idea della stampa. Infatti, tornato a casa, intinse quei tipi grossolani nell’inchiostro, li impresse sulla carta, fece nuove prove, perfezionò le lettere, stampò pagine intere, e finalmente, dopo una lunga vicenda di studi, di fatiche, di disinganni, di persecuzioni, delle quali fu fatto segno dai copisti e dai lucidatori; riuscì a produrre il suo capolavoro che fu loSpeculum humanæ salvationis, stampato in lingua tedesca, a colonne doppie e in caratteri gotici. QuestoSpeculum humanæ salvationis, che si può vedere nel palazzo municipale, è in partestampato con tavole di legno incise, e in parte con caratteri mobili; e porta la data del 1440; la data più remota che si possa ammettere per l’invenzione di caratteri mobili; nei quali consiste veramente l’invenzione della stampa. Stando dunque a questoSpeculumil Gutenberg l’avrebbe tra capo e collo. Ma le prove? Qui comincia il busilli per l’inventore olandese. Fra gli oggetti appartenenti a lui, che si conservano nel palazzo municipale, caratteri mobili non ve ne sono; e manca pure ogni altro strumento, o documento scritto, o testimonianza qualsiasi, che provi indubitabilmente che codestoSpeculum, o almeno la parte stampata con caratteri mobili, sia stata stampata dal Coster. Come suppliscono a questa mancanza i fautori dell’inventore olandese? Qui salta fuori un’altra leggenda. La notte di Natale del 1440, mentre il Coster, vecchio e malato, assisteva alla Messa di mezzanotte, pregando Iddio che gli desse forza a sopportare le persecuzioni e a lottare contro l’invidia dei suoi nemici, un suo operaio, uno di quelli ch’egli s’era associato con giuramento di non tradire il segreto della sua invenzione, gli avrebbe portato via gli strumenti, i caratteri, i libri; del che accorgendosi il povero Coster appena rientrato in casa, sarebbe morto di dolore. Secondo la leggenda, questo sacrilego ladro sarebbe stato Fausto di Magonza o il fratello primogenito del Gutenberg; con che si spiegherebbe, e come la gloria dell’invenzione sia passata dall’Olanda alla Germania, e come la statua del povero Coster abbia il diritto di rizzarsi in mezzo alla piazza di Haarlem come uno spettro vendicatore. Su questa quistione, che durò per secoli, si scrisse in Olanda e in Germania un’intera biblioteca; fino a pochi anni sono, rimaneva ancora incerto dinanzi a quale delle due statue, quella di Magonza o quella di Haarlem, il viaggiatore dovesse levarsi il cappello: la Germania respingeva con supremo disdegno le pretensioni olandesi; l’Olanda, benchè con voce di meno in meno sicura, respingeva ostinatamente le pretensioni germaniche. Ma pare ora che il nodo della quistione sia stato sciolto per sempre. Il dottore Van der Linde, olandese, ha pubblicato un libro intitolato:La leggenda del Coster, letto il quale, a detta degli stessi Olandesi, non si dà maggior fede al Coster inventore della stampa che non se ne dia al Tubalcain inventore dell’uso del ferro od al Prometeo rapitore del fuoco. Per conseguenza la statua del povero Coster potrà esser fusa quando che sia in un bel cannone da spedirsi a dar consigli ai pirati di Sumatra. Ma all’Olanda rimarrà pur sempre, nel campo della tipografia, la gloria incontestata degli Elzevirs, e l’onore invidiabile d’aver stampato quasi tutti i grandi scrittori del secolo di Luigi XIV, d’avere diffuso in Europa la filosofia francese del XVIII, d’aver accolto, difeso, propagato il pensiero umano proscritto dal dispotismo e rinnegato dalla paura.
Nel palazzo municipale v’è un Museo di Pittura che si potrebbe chiamare il Museo di Franz Hals,poichè i capolavori di questo grande artista ne sono il principale ornamento. Nato, come tutti sanno, a Malines, sulla fine del secolo decimosesto, egli visse molti anni in Haarlem, quando vi fioriva la pittura di paesaggio, e vi soggiornavano, fra gli altri illustri artisti olandesi, il Ruysdaël, il Winants, il Brouwer, il Cornelio Bega. La sala principale del Museo, che è vastissima, è quasi tutta occupata dai suoi grandi quadri. Entrando, si ha per un momento un’illusione singolarissima. Par d’essere entrati nella sala d’un banchetto, diviso, come sogliono essere i grandi banchetti, in varie mense; e che al rumore dei nostri passi, tutti i commensali si siano voltati per vederci. Son tutti gruppi d’uffiziali degli arcieri e d’amministratori d’ospedali, di grandezza naturale, quali seduti, quali in piedi, intorno a tavole splendidamente apparecchiate; e tutti coi visi rivolti verso chi guarda, come gente atteggiata davanti a una macchina fotografica. Da qualunque parte uno si volga, non vede che faccioni pieni di bonomia e di salute, e occhi fissi nei suoi che par che dicano:—Mi riconoscete?—E v’è tanta verità d’espressione in quei visi, che par davvero di riconoscerli tutti, di saper chi sono, d’averli incontrati parecchie volte per le vie di Leida e dell’Aja. Questa verità d’espressione, la giovialità della scena, il vestiario ampio e ricco del secolo decimosettimo, le armi, le mense, e il non esservi intorno altri quadri che chiamino il pensiero ad altri tempi, fa sì che paia veramente di veder l’Olanda di duecent’anni fa, di sentir l’aura del suo gran secolo, di vivere in mezzo a quella gente forte, schietta e cordiale. Non s’è in una sala di Museo; si assiste alla rappresentazione d’una commedia storica; e non si sarebbe punto meravigliati di veder capitare tutt’a un tratto Maurizio d’Orange o Federico-Enrico. Il più magistrale di questi quadri rappresenta diciannove arcieri aggruppati intorno al loro colonnello, ed è uno dei capolavori dell’alta scuola olandese, d’un disegno grandioso e libero, d’un colorito caldo e brillante, degno di stare accanto al famosoBanchetto della guardia civicadi Van der Helst. Fra gli altri quadri d’altri artisti, mi ricordo d’uno di Pietro Breugel il giovane, che è un’illustrazione comica di più di ottanta proverbi fiamminghi, a cui non posso pensare senza dare in uno scoppio di risa. Ma è un quadro che non si può descrivere per molte oneste ragioni.
In una sala del Museo di Pittura si conserva la bandiera che appartenne alla famosa eroina Kanau Hasselaer, la Giovanna d’Arco di Haarlem, la quale combattè nel 1572 alla testa di trecento amazzoni armate, contro gli Spagnuoli che assediavano la città. La difesa di Haarlem, benchè non coronata dalla vittoria, non fu meno gloriosa che quella di Leida. La città era circondata di vecchie mura e di torri cadenti, e non aveva, oltre la legione delle donne, più di quattromila difensori armati. Gli Spagnuoli, dopo aver cannoneggiato le mura per tre giorni, andarono con grande fiducia all’assalto; ma respintida una pioggia di palle, di sassi, d’olio bollente, di pece infiammata, dovettero risolversi a porre un assedio regolare. La città era soccorsa dalla gente della campagna, uomini, donne e bambini, che scivolando sui ghiacci col favore della nebbia del decembre, le portavano sulle slitte provvigioni da bocca e da guerra. Guglielmo d’Orange, dal canto suo, faceva quant’era in lui per costringer gli Spagnuoli a levar l’assedio. Ma la fortuna non gli arrideva. Tremila soldati olandesi, mandati innanzi pei primi, furono sconfitti, i prigionieri impiccati, e un ufficiale fatto morire appeso a una forca colla testa in giù. Un altro tentativo di soccorso ebbe la stessa sorte: gli Spagnuoli tagliaron la testa a un ufficiale prigioniero e la gettarono nella città con un’iscrizione oltraggiosa. I cittadini, alla loro volta, gettarono nel campo nemico una botte con dentro undici teste di prigionieri spagnuoli e un biglietto che diceva:—«Le dieci teste sono mandate al duca d’Alba in pagamento della sua tassa dei decimi, con una testa d’interesse.»—I combattimenti si succedevano di più in più feroci, fra lo scoppio delle mine e delle contrammine, nel seno della terra. Il 28 gennaio arrivarono in città, per la via del lago di Haarlem, centosettanta slitte cariche di pane e di polvere. Don Federico, capitano degli Spagnuoli, cominciava a disperare e voleva levar l’assedio; ma il duca d’Alba, suo padre, gli ordinò di persistere. Venne finalmente il tempo dello sgelo, diventò difficile recar provvigioni alla città, gli assediati cominciarono a patir lacarestia. Il 25 marzo fecero una sortita, nella quale arsero trecento tende e presero sette cannoni; ma questa vittoria fu resa vana da una sconfitta toccata alla flotta del principe d’Orange venuta a battaglia nel lago d’Haarlem colla flotta spagnuola. Questa sconfitta gettò gli assediati nella disperazione. Nel mese di giugno erano già ridotti agli ultimi orrori della fame. Nei primi di luglio tentarono inutilmente di venire ad accordi coi nemici. Il giorno otto, cinquemila volontari olandesi mandati da Guglielmo d’Orange per soccorrere la città, furono sbaragliati; e un prigioniero fu inviato in Haarlem col naso e le orecchie tagliate a portare la notizia. Allora gli assediati risolvettero di formare una legione serrata, colle donne e i bambini nel mezzo, e di slanciarsi fuori della città per aprirsi un varco in mezzo al campo nemico. Ciò saputo, don Federico promise ipocritamente il perdono, purchè la città si rendesse senza indugio. La città si arrese, gli Spagnuoli entrarono, trucidarono tutti i soldati del presidio, fecero decapitare mille cittadini, e legatine duecento a due a due li precipitarono gli uni dopo gli altri nel lago. L’esercito spagnuolo aveva pagato con dodicimila morti questa vittoria di Pirro strappata col tradimento e contaminata col boia.
Dal Museo andai alla cattedrale colla speranza di sentirvi suonare l’organo famoso di Cristiano Müller, che si dice essere il più grande del mondo, e conta fra le sue glorie quella d’essere stato suonato dal celebre Händel e da un ragazzo di dieci anni che aveva nome Mozart. La chiesa, fondata verso la fine del quindicesimo secolo, è bianca e nuda come una moschea; e coperta da una vôlta altissima rivestita di legno di cedro, la quale s’appoggia sopra ventotto leggere colonne. In un muro si vede una palla da cannone dell’assedio del 1573. Nel mezzo della chiesa v’è un monumento consacrato alla memoria dell’ingegnere Conrad, costruttore delle cateratte di Katwijk, e del suo collega Brunings «protettore dell’Olanda contro il furore del mare e la potenza delle tempeste.» Dietro il coro è sepolto il grande poeta Bilderdijk. A un arco sono sospesi alcuni piccoli modelli di bastimenti da guerra che rammentano la quinta crociata, condotta dal conte Guglielmo I d’Olanda. Vicino al pulpito v’è la tomba del Coster. L’organo, sostenuto da colonne di porfido, copre tutta una parete dal pavimento al tetto, e ha quattro tastiere, sessantaquattro registri e cinquemila canne, alcune delle quali sono alte due volte una casa olandese. In quel momento v’eran parecchi forestieri: l’organista non si fece attendere, e io potei sentire, come dice Vittor Ugo, cantare i cannoni di Dio. Profanissimo all’arte, non saprei dire in che cosa l’organo della chiesa di Haarlem differisca da quello del San Paolo di Londra o della cattedrale di Friburgo o della basilica di Siviglia. Ho sentito il solito squillo che annunzia la battaglia, a cui tien dietro un tumulto formidabile di colpi di cannone, di grida di feriti e di fanfare vittoriose che s’allontanano di valle in valle fin che si perdono di là dai monti; e allora s’alza un’armonia tranquilla di flauti, di chiavine e di canti pastorali, che infondono nel cuore tutta la dolcezza della vita dei campi; quando tutt’a un tratto scoppia la folgore, si scatena l’uragano, treman le fondamenta della chiesa; e poi la tempesta s’acqueta a poco a poco al suono d’un canto tremolo e solenne d’una legione d’angeli che arriva lentamente da una sterminata lontananza, e si sparpaglia nelle nuvole bestemmiata da un esercito di demoni muggenti nelle profondità della terra. E infine un’arietta dellaFille de madame Angot, la quale dice che tutto è stato uno scherzo e che l’organista si raccomanda alla cortesia degli stranieri.
Dalla sommità del campanile si abbraccia collo sguardo tutta la bella campagna di Haarlem, sparsa di boschetti, di mulini a vento e di villaggi; si vedono i due grandi canali che vanno a Leida e ad Amsterdam, solcati da lunghe file di barconi a vela; si scorgono i campanili d’Amsterdam, le praterie dell’antico lago d’Haarlem, il villaggio di Bloemendaal, circondato di villette e di giardini; le dune brulle che difendono dalle tempeste questo piccolo paradiso terrestre; e di là dalle dune, il Mare del Nord che appare come una striscia livida e luminosa a traverso i vapori dell’orizzonte. Uscito dalla chiesa, infilai una strada e girai per la città alla ventura.
Benchè per molti aspetti somigli a tutte le altre città olandesi, Haarlem ha un carattere suo proprio, per il quale si stampa assai distintamente nella memoria. È una città gentile e raccolta, nella quale il viaggiatore sente più vivo che in tutte le altre il desiderio d’avere sotto il suo braccio il braccino d’una sposa o d’un’amica. È una città da donne. Un largo corso d’acqua, chiamato la Spaarne, che serve di canale di scolo tra le acque dell’antico lago d’Haarlem e il golfo di Zuiderzee, l’attraversa dividendosi in parecchi rami, e formandole tutt’intorno un canale che la circonda come una fortezza. I canali interni sono fiancheggiati da grandi alberi che vi formano sopra quasi una vôlta di verzura, in modo che ogni canale pare un laghetto di giardino, e i barconi e le barche scorrono all’ombra coll’aria di andare a diporto piuttosto che per le proprie faccende. Tutte le strade sono ammattonate, e tutte le case del colore dei mattoni, così che a destra, a sinistra, in terra, in alto, da qualunque parte si guardi, non si vede che rosso, e poi rosso, ed eternamente rosso, come se la città fosse stata scavata in una montagna di diaspro sanguigno. Un grandissimo numero di case hanno la facciata con otto, con dieci, e persino con sedici scalini, come quelle chiesuole di carta che fanno i ragazzi colle forbici; e non vi si vedono che pochissimi specchi, rare insegne di botteghe e nessun oggetto appeso alle finestre. Le strade sono puliteal sogno da peritarsi a lasciarvi cadere la cenere del sigaro. Per lunghi tratti non s’incontra anima viva, o soltanto qualche ragazzina di dodici o quattordici anni, che va tutta sola alla scuola, coi capelli giù per le spalle e il libro sotto il braccio. Non si sente strepito d’officine, non rumore di carri, non grida di venditori. Tutta la città ha non so che apparenza di riserbo aristocratico e di pudica civetteria che desta in singolar modo la curiosità, e fa sì che si gira e si rigira senza mai stancarsi, come se a furia di girare si dovesse scoprire qualche gentile segreto che la città intera voglia tener celato agli stranieri.
A mezzogiorno si stende un bellissimo bosco di faggi, creduto un resto dell’immensa foresta che copriva anticamente una gran parte dell’Olanda; attraversato da viali, sparso di chioschi, di caffè, di casini di società, e aperto nel mezzo in un grazioso parco popolato di daini e di cervi. In un punto solitario ed ombroso, c’è un piccolo monumento posto, il 1823, in onore di Lorenzo Coster, il quale, giusta la leggenda, avrebbe tagliato là quei famosi rami di faggio, in cui incise le prime lettere. Girai per tutti i recessi oscuri del bosco, incontrai un ragazzo che mi salutò con un gentileBonjour, voltando il viso dall’altra parte; domandai la strada a una ragazza dalla testa cerchiata d’oro che diventò rossa come un garofano; chiesi del fuoco a un contadino che leggeva la gazzetta; passai accanto a un’amazzone che mi guardò con due occhi chiari come il cielo sereno; e tornai verso l’entrata del bosco, dove c’è un Museo di Pittura olandese moderna, del quale posso tacere senza rimorso.
È però bene di osservare, a proposito di questo Museo, che la pittura olandese degli ultimi tempi ha fatto, sotto varii aspetti, un progresso onorevole. Il genere preferito è sempre il piccolo paesaggio, e in questo nulla è cangiato; ma la pittura intima s’è sollevata in una regione più alta. Ha lasciato la feccia della società per ritrarre la classe media, è uscita dalle taverne per dedicarsi amorosamente a quel sobrio, severo e valoroso popolo di pescatori che lavora e soffre in silenzio sulla costa olandese da Helder alle foci della Mosa; ha dimenticato le orgie e le danze plebee, per rappresentare il marinaio che parte per la pesca dell’aringa, e la moglie che gli dà l’ultimo addio dalla spiaggia, gridando:—Dio t’accompagni!—; il pescatore che ritorna dopo un lungo viaggio al suo diletto Scheveningue, e i bambini che gli corrono incontro colle braccia aperte; il mare agitato dalla tempesta, e la famigliuola del povero marinaio che dall’alto delle dune cerca ansiosamente cogli occhi pieni di lagrime un punto nero sull’orizzonte oscuro. La minutezza eccessiva è scomparsa; la pittura ha preso un fare più largo e più libero. Pochi artisti vanno a studiar fuori della loro patria, e questi perdono il loro carattere nativo; ma i più rimangono, e la loro pittura, il paesaggio sopratutto,è ancora, come per l’addietro, uno specchio fedele del paese, una pittura originale e modesta, piena di mestizia, di dolcezza e di pace. Vicino al bosco si trova il giardino del signor Kvelage, ch’è il più famoso vivaio di tulipani dell’Olanda.
Questa parola «tulipani» rammenta una delle più strane follie popolari che siano mai state al mondo, la quale si manifestò in Olanda verso la metà del secolo decimosettimo. Il paese, in quel tempo, aveva raggiunto il colmo della prosperità: all’antica parsimonia era succeduto il fasto; le case dei ricchi, ancora modestissime sul principio del secolo, s’erano trasformate in piccole reggie; il velluto, la seta, le perle avevano sbandito la semplicità patriarcale del vestire antico; l’Olanda s’era fatta vana, ambiziosa e dissipatrice. Dopo aver riempito la casa di quadri, di tappeti, di porcellane, di oggetti preziosi di tutti i paesi dell’Europa e dell’Asia, i ricchi negozianti delle grandi città d’Olanda cominciarono a spendere somme considerevoli per ornare i loro giardini di tulipani; il fiore che risponde meglio d’ogni altro a quell’avidità innata di colori vivissimi che il popolo olandese manifesta per tanti segni. Questa ricerca dei tulipani ne promosse rapidamente la coltivazione; da ogni parte s’apriron giardini, si fecero studi, si cercarono nuove varietà del fiore prediletto; in breve tempo fu una gara generale; da ogni parte pullularono tulipani non mai veduti, di forme bizzarre, di sfumature ignote, di combinazioni di colori inaspettate, pieni di contrasti, di capricci e di sorprese; i prezzi crebbero meravigliosamente; una nuova screziatura, una forma nuova ottenuta in quelle foglie benedette, fu un avvenimento, una buona fortuna; migliaia di persone si diedero a quello studio con un furore di maniaci; in tutto il paese non si parlò più che di petali, di colori, di bulbi, di vasi, di semenze. Questa mania giunse fino al segno di far ridere l’Europa intera. I bulbi dei tulipani più rari salirono a un prezzo favoloso; alcuni furono una ricchezza come una casa, un podere, un mulino; un bulbo equivaleva alla dote d’una ragazza di famiglia agiata; per un bulbo furono dati, in non so quale città, due carri di grano, quattro carri d’orzo, quattro buoi, dodici pecore, due botti di vino, quattro botti di birra, mille libbre di formaggio, un vestimento completo e una coppa d’argento. Il bulbo d’un tulipano chiamato l’Ammiraglio Liefkenskoek, fu venduto ottomila ottocento lire. Un altro bulbo, d’un tulipano chiamatoSemper Augustus, fu comperato al prezzo di tredicimila fiorini olandesi. Un bulboAmmiraglio Enkhuizenfu pagato più di duemila scudi. Un giorno, non rimanendo più in tutta l’Olanda che due bulbi delSemper Augustus, uno in Amsterdam, l’altro in Haarlem, furono offerti per uno di essi quattromila seicento fiorini, una splendida carrozza e due cavalli pomellati con la bardatura di gala; e l’offerta fu rifiutata. Un altro compratore offerse dodici jugeri di terreno, e neanch’egli lo potè avere. Nei registri d’Alkmaar, è ricordatoche nel 1637 si fece in quella città la vendita pubblica di centoventi tulipani a benefizio della Camera degli orfani, e che questa vendita fruttò cento ottanta mila lire. Poi si cominciò a trafficare sui fiori, e specialmente sui tulipani, come sulle rendite dello Stato e sulle azioni. Si vendevano per somme enormi bulbi che non si possedevano, impegnandosi a provvederli per un giorno determinato; e si trafficava così per un molto maggior numero di tulipani che non ne potesse fornire l’intera Olanda. Si racconta che una sola città olandese ne vendette per venti milioni di lire, e che un negoziante d’Amsterdam guadagnò in questo commercio più di sessantotto mila fiorini nello spazio di quattro mesi. Gli uni vendevano ciò che non avevano, gli altri ciò che non avrebbero mai avuto; il mercato passava di mano in mano; si pagavano le differenze; e i fiori per cui molta gente s’arricchiva o andava in rovina non fiorivano che nella fantasia dei trafficanti. Infine la cosa giunse a segno che, molti compratori rifiutando di pagare le somme convenute, e seguendone contestazioni e disordini, il Governo decretò che questi debiti fossero considerati come debiti ordinarii, e fatti pagare per via di legge; e allora i prezzi scemarono improvvisamente sino a cinquanta fiorini per ilSemper Augustus, e il traffico scandaloso cessò. Ora quella dei fiori non è più una manìa; ma un culto amoroso, del quale la città di Haarlem è il principal tempio. Essa provvede ancora di fiori una gran parte dell’Europa e dell’America settentrionale. La città ècircondata di giardini, i quali verso la fine di aprile e il principio di maggio si coprono d’una miriade di tulipani, di giacinti, di garofani, di auricole, d’anemoni, di ranuncoli, di camelie, di primavere, di cacti, di pelargonii, che formano intorno ad Haarlem una immensa corona cui i viaggiatori di tutte le parti del mondo rapiscono un mazzetto passando. Il giacinto, in questi ultimi anni, è salito in grande onore; ma il tulipano è ancora il re delle aiuole e il supremo amore dell’Olanda. Converrebbe poter cangiare la penna col pennello del Van Huysum o del Menendez, per descriver la pompa di quei colori arditi, lussuriosi, sfolgoranti, i quali, se le sensazioni dell’occhio si potessero paragonare a quelle dell’udito, si direbbe che son come grida e risa di gioia e d’amore nel silenzio verde dei giardini; e che danno al capo come la musica fragorosa d’una festa. Vi si vede il tulipano duca di Toll; i tulipani detti precoci semplici, di più di seicento varietà; i doppi precoci; i tardivi, divisi in unicolori, in fini, in sopraffini, in rettificati; i fini, suddivisi ancora in violette, in rose, in bizardi; poi i mostruosi o pappagalli, gl’ibridi, i ladri; classificati in mille ordini di nobiltà e d’eleganza; tinti di tutte le sfumature che può concepire la mente umana; macchiettati, striati, orlati, variegati, colle foglie a onde, a frangie, a festoni; decorati di medaglie d’oro e d’argento; distinti con mille nomi di generali, di pittori, di uccelli, di fiumi, di poeti, di città, di regine, e mille aggettivi amorosi e spavaldi, che rammentano le loro metamorfosi, le loro avventure e i loro trionfi, e lasciano nella mente una dolcissima confusione d’immagini belle e di pensieri gentili.