Il sole entrava per la finestra spalancata.
Tina, desta sino dall'alba, ne sentiva ancora il fresco sotto la pelle, e si era raggomitolata nella coperta agitando il capo sul cuscino. Un sudore le imperlava la fronte livida sotto l'ombra dei capelli arruffati.
Con ambo le mani si tastò il ventre gonfio.
Dovevano essere le dieci: qualche rumore saliva dal vicolo, qualche rondine nera passava davanti alla finestra stridendo come i pensieri che le attraversavano la mente. La camera aveva sempre lo stesso squallore, ma un profumo di muschio la riempiva: infatti tre o quattro boccette dalle forme bizzarre lucevano dinanzi allo specchietto nel mezzo del comò. Una candela di stearica rosa, bruciata a metà, era ancora sulla sedia accanto al letto e, nell'angolo, da un chiodo pendeva un abito cilestrino, con una fascia pieghettata all'orlo della sottana. Era il primo, che la sarta della signora Cesarina le avesse fatto, ma non se lo era ancora messo.
Tina si volse a guardarlo, poi udendo un piccolo passo all'uscio si levò sentoni.
—Sei tu, Betta?
Invece di rispondere, la fanciulla sporse dalla porta il capo ravvolto nel solito fazzolettone.
—Vieni, vieni.
Ma Tina si strinse con atto freddoloso la camicia sul petto dimagrato, cercando di sorridere alla piccola visitatrice incerta sulla porta.
Betta aveva sempre quel vestoncino rosso, largo, al disopra del quale il suo viso gonfio sembrava anche più ammalato: appena fu al letto, vi si arrampicò.
—Non mi toccare!—gridò Tina.
—Ti fa sempre male la pancia?
—Si.
—E io qui,—rispose premendo il fazzoletto sotto l'orecchio destro.
Erano sole. Le due mamme, uscite dalla mattina, non dovevano ritornare che a mezzogiorno se pure ritornerebbero, perchè quell'affare dei materassi non era ancora ben preciso. La signora Veronica ne aveva parlato parecchi giorni come di una piccola fortuna, nella quale avrebbe potuto mostrare la propria abilità e sperare forse qualche cosa altro. Ella affermava di sapere imbottire un materasso meglio di qualunque tappezziere; poi nessun lavoro era più divertente: si chiacchierava, si girava intorno. Invece non avrebbe accettato per tutto l'oro del mondo la fatica di battere la lana, che attossica colla polvere.
La signora Adelaide doveva aiutarla; la casa ove andavano era di gente ricca, una famiglia di beccai.
—Ti sei alzata ora?—chiese Tina.
—Sì, ma non ho voglia di star su.
—Sdraiati accanto a me.
Betta le passò una mano sul viso:
—Sudi.
—Ho la febbre.
La fanciulla non parve sorpresa; anch'ella di notte si sentiva spesso ardere e sudare, ma allora si assopiva invece di piangere.
Aveva però qualche cosa da dire.
—Ieri la mamma mi ha dato uno scappellotto.
—Ti ha fatto male?
Alla fanciulla si gonfiarono gli occhi.
—Voglio andar via, conducimi con te.
—Ma dove vuoi che andiamo?
—Non lo so: tu hai dei danari adesso, ti fai dei vestiti.
—Quello lì,—rispose Tina con lieve sorriso,—è il primo, l'altro non era mio.
—Cosa importa? prendimi con te.
—Tu sogni. Betta; io non ho che un luogo dove andare.
—Prendimi.
—Non sta a me.
—Neanche tu mi vuoi bene.
E Betta, che a forza di raggomitolarsi era salita tutta sul cuscino, sedette drizzandosi colla testa sulla testa dell'altra, e la guardava nei grandi occhi melanconici; Tina era veramente ammalata, aveva le labbra scure, riarse, e una lucentezza vitrea nell'ombra delle occhiaie.
—Non mi toccare la testa; piuttosto se hai fame va nella cucina e tira il cassetto della tavola; vi sono rimaste tre o quattro frittelle dolci. Ti piace pure il fritto di crema!
Invece nessuna delle due parlò più.
Quantunque il freddo della febbre le scemasse, Tina tremava dentro la camicia molle dal lungo sudore. E quel pensiero fisso, ostinato, che sino dall'alba le si era piantato nel mezzo della fronte, senza che potesse distogliersene, le mostrava sempre la stessa immagine: si vedeva morta sul letto, nella camera abbandonata: era sola, fredda per sempre. Poi guardò Betta, e pensò che la fanciulla, malgrado il viso gonfio, guastato dalla scrofola, vivrebbe chissà quanto. Perchè dunque aveva insistito così: «Prendimi con te?».
Improvvisamente Tina le rispose:
—Debbo uscire.
—Non resterai fuori molto?
—Non lo so.
Bettina era già scesa dal letto.
—Aiutami, non ho forza,—mormorò Tina barcollando.
Ma invece di spiccare dal muro l'abito cilestrino, prese dalla sedia quello solito: si vestiva adagio, con una stanchezza in ogni atto, che impressionò la piccina abbastanza svelta non ostante tutti i suoi mali; Tina aveva un imbambolamento quasi pauroso sulla faccia. Per pettinarsi mise lo specchietto sul davanzale della finestra sedendovi innanzi sopra una scranna spagliata, nel mezzo del sole. Allora, così in camicia, senza busto, col petto seminudo parve anche più ammalata; ella stessa n'ebbe un brivido. Betta appoggiata al telaio della finestra giocarellava con una bottiglietta di acqua profumata.
Poi disse:
—Dammela.
—Sì, non avrei tempo di adoperarla.
Ma un impeto le salì al cuore, quasi uno sgomento davanti a quella minaccia di diventare brutta.
—Come ti sembro?
—Non sei più tu.
—Adesso mi lavo, vedrai che muto colore.
Invece rimase così. Betta l'osservava colla fiala in mano pensando già come nasconderla alla mamma, che vorrebbe portargliela via.
Tina era vestita: rimise lo specchio al solito posto, si abbassò ancora sulle ginocchia per rimirarvisi, versò da un'altra bottiglia qualche goccia di odore nel fazzoletto; ma Bettina gridò tendendo le palme:
—Anche a me, anche a me.
Tina si sentì mancare sotto le gambe. Nuovamente il sudore l'inondava, ricadde sulla sedia col fazzoletto fra i denti, orribilmente pallida. Per un istante credette di doversi rimettere a letto.
—Se non tornassi più…—disse dopo alcuni minuti con voce tremante.
—Dove vai?
—Tanto deve accadere presto!
—Vuoi piangere?—l'interruppe Bettina.
—No, no, mangia le frittelle: sono nel cassetto.
—Torna presto.
—Forse.
—Va pure.
A Tina la parola parve avere un altro significato: uscì barcollando. Ma nel vicolo inondato dal sole meridiano fu peggio: un velo le si abbassò sugli occhi fasciandole tutta la testa, sulla quale le radici dei capelli tiravano dolorosamente, mentre nel ventre così teso quella cosa sembrava crescere mostruosamente. Il vicolo era quasi deserto.
Siccome non aveva l'ombrellino, sul quale appoggiarsi, si accostò istintivamente al muro: capiva che la febbre le era cresciuta, ma che avrebbe potuto egualmente arrivare alla casa della signora Cesarina. Dopo? Non lo sapeva.
I piedi invece le faceano male sull'asperità delle lastre.
Sempre tremando dal freddo si accorse di essere diventata diversa da tutti quelli che incontrava, mentre una inesprimibile stanchezza le faceva provare un senso anche più misterioso di lontananza, come se la sua casa in quel vicolo fosse già infinitamente distante. Era uscita per chiedere alla signora Cesarina quel supremo favore, poi sarebbe tornata subito a letto; ma tale pensiero era così fisso e profondo che nulla gli contrastava dentro: Perchè? Che cosa era stato? Tossiva, aveva il ventre gonfio, dolente di uno spasimo sottile, che si acuiva sotto l'anca sinistra, dacchè la febbre le era cominciata una sera sul letto assopendola. La mattina dopo seguitava ancora: e non l'aveva più lasciata.
Siccome eran sopravvenuti altri dolori di ventre, la mamma, incolpandone prima il vino poi la frutta, le aveva fatto inghiottire un'oncia di olio di ricino, ma era stato peggio: quei sintomi avevano aumentato fra i sorrisi della signora Veronica e gli scherzi di Betta.
Adesso per la strada era ripresa dalla stessa paura: dove? In qual casa volterebbe?
Una vergogna, un avvilimento anticipato, le curvava già la testa. Eppure quel sole le faceva bene riscaldandole un po' il sangue; era proprio un sole di maggio splendente nel cielo di un azzurro vivido, che sembrava palpitare; l'oro di tutta quella luce inondava l'aria, aveva dei soffi simili a quelli del vento passandole sui capelli come una carezza, mentre ella camminava sempre così piano, collo stento dei malati che debbono andarsene davvero. Tuttavia sentiva intorno il fremito dell'immensa gioia primaverile piena di scoppi, di colori, di profumi: le case parevano nuove, la gente parlava a voce più alta, con una fiamma di promesse negli occhi. Ella beveva avidamente il calore del meriggio, che le scendeva nelle vene fredde avviluppandola tutta come in un velo luminoso e leggiero. Era l'ultima volta che starebbe così nel sole, in mezzo alla folla rumoreggiante coll'impeto di una fiumana; il suo strepito l'assordava senza affaticarla, aveva delle onde e delle raffiche; improvvisamente diventava come un tuono lontano, e allora qualche strido, uno schiocco di frusta vi squillavano, le carrozze rotolavano, un fischio fuggiva rapido e un sorriso sprizzava come un lampo dagli occhi di una donna.
Ma ella non invidiava più.
La sua debolezza era così profonda che non avrebbe potuto fare un moto per mescersi a quel tumulto.
Simile alle foglie invernali, che cadendo a primavera da un tetto vagolano adagio nell'aria e sembrano anche più morte, ella andava colla veste leggiera, la testa barcollante ad ogni passo. Soltanto gli occhi cilestri le brillavano ancora di una luce acquea, come di gorgo, nel quale il cielo si rispecchiasse attenuando l'ardore del proprio azzurro. Da lungi vide il fiume biancheggiare, e più lungi ancora i colli le si confusero in un'ampia visione verde, raggiante di oro in alto. Poi una stanchezza la vinceva nuovamente, e allora guardando gli scalini delle soglie avrebbe voluto sedervisi colla testa al muro, per rimanere lì senza parlare, sul margine di quella fiumana, sotto il sole.
Quando giunse nella strada della signora Cesarina allentò ancora il passo come destandosi alla improvvisa difficoltà di quello che stava per fare. Forse ella non le avrebbe risposto che ridendo senza credere alle sue parole, ma oramai era impossibile tornare addietro. Però tremava di non trovarla sola. Vide le griglie dell'appartamento socchiuse secondo il solito: salì a stento le scale, fermandosi più volte. La porta era semiaperta.
—Ah! voi, come mai?—disse la signora Cesarina apparendo sull'uscio della cucina:—Aspettate, c'è gente. Entrate qui.
La medesima serva stava al focolare cucinando: appena furono sole, vedendola così smorta nel viso, si accostò:
—Che cosa avete, Tina?
—Sto male.
—Veggo.
La sua faccia scialba non tradiva alcuna commozione. Un grembiule bianco colle fasce sul petto e sulla schiena le copriva a mezzo quel solito abito scuro: tornò al focolare, poi disse:
—Volete una tazza di brodo? La padrona non se ne accorgerà.
—No, grazie.
—Che cosa siete dunque venuta a fare?
Ma ella credeva di averlo indovinato sapendo la miseria della fanciulla;Tina non volle dirlo. L'altra seguitò colla stessa voce:
—C'è di là un'altra ragazza, non come voi: sarebbe bella, ma è troppo grossa. È nata apposta lei per questa vita.
Tina sentì il complimento, che la serva voleva farle, ma vedendole quella faccia di un bianco freddo come il grembiule, daccapo non potè rispondere. Nella cucina pulitissima, colle finestre socchiuse, un odore di rosolii vagava. La fanciulla aveva sete.
—Dovete curarvi,—disse l'altra.
—È impossibile.
Tina aveva abbandonato la testa sopra una mano, la serva si chinò sul fornello senza insistere davanti alla segreta tragedia della fanciulla. Nella casa silenziosa l'agiatezza regnava dappertutto: la cucina bianca aveva i mobili rossastri; a una parete brillavano di un azzurro marino le casseruole e i tegami di ferro smaltato, il focolare in mattoni rossi aveva parecchi fornelli cogli usciuoli di ferro a catenacci borchiati di ottone. Tina non fece alcun confronto colla propria condizione e quella della signora Cesarina arrivata, speculando sulla gioventù e sulla miseria di tante fanciulle, alla ricchezza, senza che mai nelle parole o negli atti le apparisse un rimorso.
Alcune voci si udirono, una di uomo, all'usciuolo, che da quella camera dava sul corridoio dirimpetto alla porta del pianerottolo; distinse un bacio fra uno scoppio di risa, poi la porta si rinchiuse e subito dopo una figura grossa e bianca, tutta bianca, in una leggera vestaglia, si precipitò saltellando nella cucina. Aveva dei magnifici capelli neri, graziosamente spettinati: un viso rosso tondo, e nel salto che fece incontro alla serva, la massa del seno le ondeggiò sotto le crespe sbuffanti della veste.
Ma vedendo Tina si arrestò.
—Hai fatto la crema?
—No.
—Via, spicciati.
La signora Cesarina entrò.
—Siete ancora qui!—disse a Tina, come se l'avesse già dimenticata; e il suo occhio esaminava le due ragazze così dissimili.
Tina si alzò: allora l'altra, vedendola in piedi, n'ebbe una trista impressione e cessò di ridere.
—Avrei da dirle una parola,—si volse Tina timidamente.
—Venite pure.
Ma Tina si fermò nel corridoio.
Adesso non sapeva più come dire: un turbamento, quasi un impeto di pianto, le salì agli occhi; il corridoio era buio, la signora Cesarina vestita di nero, dinanzi a lei, pareva un'ombra.
—Vorrei…—cominciò, e s'interruppe, come se avesse paura di essere intesa dalla cucina.
—Che cosa?
—Una corona di fiori bianchi…
L'altra la guardò stupefatta.
—Fra due o tre giorni…—si affrettò Tina:—me lo prometta.
—Ma che cosa avete?
—Sarò morta.
Poi la fanciulla disse ancora:
—La mamma non avrebbe i quattrini.
La voce dell'ammalata aveva un suono così insolito che l'altra esitò a rispondere.
—Vi sentite dunque male?
—Me lo promette?—insistè Tina pregandola cogli occhi.
L'altra ragazza bianca venne all'uscio della cucina: Tina sentì un brivido.
—Signora…—mormorò.
—Sì, sì,—rispose la signora Cesarina senza capire bene perchè acconsentisse, ma vinta da una emozione inesprimibile.
—Grazie.
—Ve ne andate così?
—Torno a letto.
Fuori, nella strada, si sentì più sollevata e si mosse lungo il muro a testa bassa, ma il dolore del ventre le diventava più acuto. Per un momento si ricordò la prima volta che delirante, ferita, era discesa a precipizio le scale della signora Cesarina vagando per le vie insino a quella chiesa silenziosa. La sua vita si era spezzata quel giorno senza che ella avesse potuto piangere; ma adesso il suo ultimo desiderio era di allungarsi nel letto per chiudere gli occhi.
—Starò meglio,—si ripeteva tratto tratto, quasi per rianimare il proprio coraggio nella lunga traversata che le rimaneva da compiere.
La folla era cresciuta: carrozze, figure, voci, tutto passava sfiorandola, senza che nel sangue le si destasse una sola vibrazione. Se avesse potuto vedersi, ne avrebbe provato una strana meraviglia, tanto era pallida e debole; le sue sottane diventavano sempre più pesanti, e il piede urtandovi le dava la sensazione di un ostacolo.
Tuttavia non aveva paura di morire.
Lo sapeva, ma non le era mai sembrato diverso dall'addormentarsi nella febbre, con una nebbia sugli occhi e una stanchezza più greve al capo. Invece, quando si destava, era sempre sorpresa dalla sensazione di un inutile ripetersi delle stesse cose. Ma non desiderava più nulla, non trovava a che pensare, a che attendere. La mamma ricominciava a lagnarsi perchè niente era ancora mutato davvero nella loro condizione; mangiavano tutti i giorni, avevano comprato qualche poco di biancheria, dei tegami, dei piatti; la mamma si era ordinato un vestito, ma la loro vita, la casa, quella camera, erano le stesse. La miseria seguitava come pel passato, senza che nessuno avesse ancora concepito sulle due donne cattivi sospetti.
Poi era venuto quel male segreto ed improvviso, che sembrava averla vuotata dentro; da parecchi giorni tossiva, e la voce le si era abbreviata.
Così camminando piano piano, con quel passo di ombra, era giunta sul ponte Santa Trinità. Laggiù una barchetta carica di donne discendeva mollemente: ella sentì un desiderio di partire per un qualche luogo ignoto, senza ritorno, portata sul silenzio argenteo del fiume, che si ripiegava senza un murmure alle sponde, mentre il sole distendeva larghe fiamme diafane sulle acque. Il suo pensiero seguì la barchetta sulla corrente muta e luminosa, che di notte fra i campi assopiti doveva parere una strada anche più misteriosa verso il mare. Tina non aveva mai visto il mare, ma le era stato detto: acqua, acqua, ancora acqua sotto il cielo, e tutto vi sparisce.
La fanciulla aveva appoggiato il gomito al parapetto del ponte, colla testa sulla mano, obliandosi, come le accadeva spesso in casa per lunghe ore sulla tavola della cucina cogli occhi fissi nel muro della casa opposta. L'acqua passava come un velo, del quale le crespe si distendessero tacitamente: ma era opaca. Che cosa vi si nascondeva sotto? Tina non aveva mai fatto un bagno, non sapeva la voluttà di sentirsi sorretta dall'acqua, quell'inesprimibile senso di qualche cosa che vi avvolge e passa mormorando lieve come il vento.
Eppure il fiume fra quei due muri di macigno non era bello.
—Andiamo,—disse senza staccarsi dal parapetto, sebbene la gente cominciasse ad osservarla.
Qualcuno, rasentandola, si era già voltato, tocco da un sospetto per quella posa di abbandono desolato. Ella invece non pensava a nulla, solamente quell'allontanarsi tacito dell'acqua sotto il ponte portava via il suo pensiero simile ad una barca vuota. Infatti non le restava quasi più niente del passato così triste e così breve. Era stata una fanciulletta malinconica, che aveva sempre ceduto come la mamma, ma in quell'ultimo olocausto, come attraverso una sanguigna lacerazione, la vita le era apparsa improvvisamente. Che cosa era? Perchè? Perchè uno sconosciuto poteva così diventare il suo padrone, tuffandole le mani nelle carni tremanti per cercarvi un piacere? Ella non faceva che soffrire, e dopo piangeva silenziosamente.
Ma un istinto l'avvertiva di tale suprema ingiustizia, sebbene il rimorso della propria debolezza le salisse dall'anima come un pianto di bambino abbandonato nella notte. La sua più insopportabile paura era appunto di sentirsi così in balìa di chiunque lo volesse, senza un rifugio, dopo che tutti se n'erano andati sorridendo. E a certi momenti, sotto il vellico di una carezza, anche le sue mani si erano tese e le sue labbra avevano tremato di un bacio, che non poteva dare, mentre il cuore, simile ad un lago percosso dal vento, le si gonfiava di una collera piena di murmuri. Quindi la sua volontà di bambina faceva ogni sforzo per mostrarsi fredda, quasi sperando così di evitare qualche cosa nella violenza, che la prostrava, e finendo invece ad accettarla coll'umile scoramento dei poveri incapaci di pensare più se stessi diversamente. Soltanto certe parole e certi atti le facevano ancora troppo male, come una ingiuria che la ferisse fin dove l'anima si nasconde; e allora aveva delle rivolte di novizia, che vorrebbe sottrarsi, mentre gli altri non capivano, o capendo troppo si precipitavano sulla sua ripugnanza come sopra un nuovo piacere coll'acre orgoglio di chi si crede sicuro per averlo pagato. Ella guardava, tremava, con un ribrezzo freddo sotto la pelle, come se quelle dita scorrendovi sopra avessero l'orribile agilità delle bisce nel sogno, quando ci pare sentirle strisciare sotto gli abiti e non possiamo gridare. E neppure la sua bocca gridava, ma tutti i suoi nervi si tendevano in uno sforzo sovrumano per resistere allo spasimo delle fitte sottili, che dal ventre le salivano sino agli occhi col guizzo di un ago, lasciandovi dentro un tremolo bagliore.
Più spesso ancora vedeva una fiammella di bragia accendersi nel fondo degli occhi e le mani tremare più convulse nell'allentarsi della stretta, come in una dolcezza di contemplazione improvvisa; qualche parola, qualche bacio le cadevano sulla bocca lenti come un fiore, una carezza s'indugiava quasi immobile e non era invece che l'agguato muto, breve, dell'ultimo impeto, senza amore, senza pietà, quasi in una frenesia omicida sul suo rantolo di agonizzante.
Ah! la morte non le pareva allora molto lontana.
Era dunque questo per lei l'unico modo di guadagnarsi la vita?
La fanciulla sospirò. Si ricordava di essersi subito ammalata diventando quasi brutta, colla paura di essere scacciata; già questa minaccia gliel'avevano fatta. Anche la signora Cesarina non voleva capire, quantunque un giorno Tina le avesse a mezze parole, piangendo, confessato di non poter resistere a simile tortura; ma la sua faccia fredda e dura aveva avuto uno strano sorriso, che tolse alla fanciulla il coraggio di seguitare. Non le credevano: ella sentiva questa spaventevole mostruosità senza intenderne il perchè. Persino la mamma adesso pareva evitarne il discorso.
Ma Tina aveva finalmente compreso tutto il suo carattere.
Ella l'aveva venduta per debolezza di donna povera, vissuta sempre senza lavorare e atterrita dall'idea di non sapere più come andare innanzi. In fondo, non era mai stata nè donna, nè madre. Le donne vere non erano certamente così, stavano più in alto: quelle come lei e la mamma dovevano invece essere ciò che gli altri vorrebbero. Eppure qualche cosa l'avvertiva che non era vero; una donna poteva sempre salvarsi anche nella più estrema miseria, quando il freddo vi piglia allo stomaco; però adesso era troppo tardi. Tutto finiva sempre nella stessa delusione per lei; nuove umiliazioni le cadevano sopra, qualche parola la feriva, mentre a testa bassa ella non pensava che al momento di tornare a casa per gittarsi sul letto fingendo di dormire.
Poi non sapeva chiedere: se le offrivano qualche cosa, accettava senza diventarne lieta, perchè non aveva nemmeno quei facili desiderii di tutte le fanciulle povere appena arrivano a possedere del danaro.
Tuttavia la dicevano buona per la sua immutabile indifferenza anche coi vecchi. Era sempre la stessa fanciulla, pallida, ubbidiente, che sarebbe stata incantevole se una qualunque gioia della vita avesse rianimata quella sua grazia primaticcia. Ma ella non s'interessava di nulla e di nessuno, non avendo mai ricevuto una buona parola da quella sera che egli, il primo, era fuggito gridando: Sàlvati. Come si chiamava? Che cosa poteva essere l'amore, del quale tutte le donne parlavano? Perchè non le era mai apparso? Qualche volta, come in un sogno di favola, ella pure aveva pensato che un bel giovinetto venisse a portarla via, per una qualche verde campagna, senza chiederle quello che tutta la gente esigeva così dolorosamente; silenziosa, tremante, la fanciulla se ne sarebbe accontentata, riamandolo con una devozione di bambina. Altre volte invece la coglieva repentino e convulso il pensiero di avere già nel ventre gonfio e doloroso una piccola creatura destinata a soffrire come lei insino a che non fosse morta. Ma di questo dubbio troppo atroce ella trionfava subito sapendo di morire.
N'era certa; da tre o quattro giorni non mangiava più.
Un monello la tirò per la gonna, fuggendo con un largo sorriso sulla faccia sporca di fuliggine.
Tina si raddrizzò sul parapetto collo sguardo incantato nella lontananza del fiume: era dunque passato molto tempo dacchè contemplava distrattamente l'acqua fuggire sotto l'arco del ponte?
Con un gesto vago si mise una mano sugli occhi, e il cuore le si strinse in una emozione di addio. Al di là di tutti i ponti, oltre i muraglioni del Lungarno, i colli erano diventati cilestri nelle cime sotto il sole alto in uno splendore di fornace, che le abbagliava le pupille.
Ma ella si sentiva già fuori del paesaggio; quel parapetto le diede una sensazione di confine.
Salutò.
La sua casa non era molto lontana. Col cuore che le batteva spaventosamente per la fatica di fare le scale, si trovò fra le due porte aperte sul pianerottolo: Betta era di là, nella propria camera. Come un'ombra passò dalla cucina nell'altra stanza, si spogliò e si mise a letto; porte e finestre rimanevano aperte. Alcune mosche ronzavano nel sole, qualche rondine passava come un baleno nero davanti alla finestra.
Distesa sotto la coperta, col volto mezzo nascosto, Tina aveva chiuso gli occhi. La febbre, cresciuta nello sforzo del viaggio, le faceva battere le tempia e girare il letto colla sensazione che tratto tratto si capovolgesse, e allora per tentare di dormire sprofondò tutta la faccia nel cuscino, cercando di rimanere immobile.
L'ore passavano. Betta tornò col medesimo passo silenziosa a sporgere la testa dalla porta, attese qualche minuto, poi la sua faccia si fece grave.
Poco dopo il sole si ritirò dalla camera: i suoi ultimi raggi sul pavimento parvero come una larga pezza di damasco giallo, che una mano invisibile ritraesse lentamente su pel davanzale della finestra, mentre in alto il sereno, attenuando il proprio splendore, diventava più puro. Un'ombra lieve usciva dagli angoli della camera e d'intorno ai vecchi mobili, il colore del soffitto si oscurava. L'aria si fece fredda.
Le mosche non ronzavano più, e fuori le rondini nella malinconia del tramonto imminente gittavano stridi più acuti.
Molte finestre sbatterono, il murmure dei passi cresceva nel vicolo.
—Perchè ti sei coricata?—chiese la mamma.
Tina aprì gli occhi.
—Bettina mi ha detto che sei andata dalla signora Cesarina; le hai chiesto gli ultimi otto franchi, che ancora ci deve?
Tina ebbe un atto come di chi improvvisamente ricordi.
—Ah! dovevo immaginarmelo,—l'altra esclamò con un tremito di collera nella voce:—sempre così colle tue delicatezze! Eppure ti avevo detto più volte che in casa non ci restava più danaro.
Allora la fanciulla mormorò:
—Mi sento male.
—Che cosa hai?
E levandosi dalla sedia piegò la faccia a contemplare la figlia. Evidentemente Tina era ammalata: una febbre fredda le gelava la pelle bagnata di un sudore simile alla umidità di certi tronchi alla fine d'autunno.
—Ma tu hai la febbre; mio Dio! come si fa adesso?
—Non importa.
—No, aspetta: non è la prima volta che te la senti.
—Non mi lascerà più.
E l'accento aveva una così funebre certezza, che un medesimo freddo soffiò per le vene delle due donne: infatti il volto di Tina aveva già sotto quel sudore l'indefinibile aridezza delle piante che si essiccano.
Subitamente la mamma gridò:
—Bisogna chiamare il medico!
Tina ebbe un brusco sobbalzo.
—Senti, adesso vado io dalla signora Cesarina a farmi dare quegli otto franchi che ci deve: me li darà: sono così esse, ma bisogna farsi pagare. Tu cerca di stare tranquilla, non sarà nulla, un po' di strapazzo, che ti sei buscato negli ultimi giorni, ma che ti passerà presto. Chiameremo anche la signora Veronica, c'ingegneremo; se non abbiamo quattrini si farà alla meglio, non aver paura. Forse la signora Cesarina ci aiuterà.
—Sono tutta ammalata.
—Dimmi, dimmi.
—Il ventre mi tira come se nel mezzo vi fosse una corda tesa; ma non è solo questo. Ho freddo dentro.
—Sfido io, non mangi. Chiameremo il medico.
—No!—proruppe Tina violentemente.
—Mio Dio! Ecco come tu fai sempre. Dimmi il perchè.
Sembrò che Tina esitasse, poi un impeto febbrile le fece sollevare la testa: gli occhi cilestri si erano accesi.
—Siete voi che mi avete ridotta così: non voglio che nessuno mi vegga.
—Che cosa dici?
—Non mi capite dunque?—gridò scoppiando finalmente in singhiozzi; poi si tirò il lenzuolo sul capo.
La mamma rimaneva lì a guardarla sotto quel cencio poco bianco come se fosse morta; poi mormorò dogliosamente:
—Tina!
L'altra scosse la testa sotto il lenzuolo.
La mamma ascoltava distratta.
—Vedete,—diceva la signora Veronica,—Tina non era fatta per una simile vita: io l'ho sempre pensato.
L'altra, ricordando come i suoi suggerimenti fossero stati più efficaci dei propri, si volse nervosamente; ma la signora Veronica non sentì la meraviglia di quell'occhiata. Il suo volto grasso, che pareva sempre un po' sudicio, aveva la solita calma.
—Non si può nulla quando la vita è così; voi avevate delle buone intenzioni per vostra figlia, che non sapeva far nulla per guadagnarsi il pane: poi come guadagnarlo? Si ha un bel dire che una donna volendo può sostenersi; io lo so per pratica, ne ho viste tante. Fate la serva o andate a bottega ammazzandovi a lavorare, e non guadagnate abbastanza se la famiglia non vi aiuta: che cosa può guadagnare una ragazza per settimana? Bisogna che si vesta, che abbia delle scarpe, un po' di biancheria per potersi mostrare… E poi si è giovani, il sangue si riscalda, arriva qualcuno, che vi guarda; tant'è dunque farlo prima, cercando di cavarne una posizione.
—Ne siete persuasa anche voi.
—Sciaguratamente.
—Tina era bella, poteva fare fortuna.
—Non lo credo.
La mamma sospirò.
—Volete che ve lo dica? Ecco, Ella non era nata per questo: scommetto che non ha mai sentito come me e come voi. La piccina soffriva del vostro stesso male.
—Questa è stata la causa di tutte le mie disgrazie.
Una profonda compassione di se stessa la faceva tremare.
—Non ci pensate. Già non ho mai notato in lei quello che si vede in tutte le ragazze: non guardava mai in faccia un uomo, era un povero sorbetto la vostra Tina. Adesso non vuole il medico per paura che nell'esaminarla possa indovinare il resto. È una fantasia di educanda; conobbi una monaca, che volle morire così.
—Che cosa dovevo dunque fare nel mio caso?
La signora Veronica si strinse nelle spalle.
—Voi per Betta non vi troverete a questo.
—Non può vivere; non vedete com'è? Ma la signora Cesarina è una indegna: doveva almeno darvi tutti quegli otto franchi.
—Non ho osato insistere.
—Vi conosco. Qualche cosa caveremo dal curato; è un buon uomo, bisogna, chiamarlo.
—Ma è dunque la morte?
—Aspettate: io credo che sia tisica, ma egli potrebbe anche persuadere Tina, confessandola, perchè bisogna che si confessi. Voi non le avete insegnato nulla, ma sono sicura che Tina avrà piacere di morire nella religione.
Betta entrò.
—Ha sete,—disse,—vuole un bicchiere d'acqua.
—Andiamo di là.
Tina colla testa appoggiata al muro guardava nel vuoto.
La signora Veronica aveva ragione. Tina era tisica; forse la malattia covava da molto tempo, ma quell'olocausto era bastato a determinare l'esplosione con una peritonite rapida e violenta, che bruciava tutto quel corpo in una fiamma invisibile. Adesso il suo volto scarno pareva che se ne illuminasse internamente, perchè aveva acquistato un insolito splendore. Da tre giorni non mangiava più, bevendo appena qualche bicchiere d'acqua imbiancata col latte, e le sue parole si erano fatte più rare.
La morte compiva già l'ultimo desiderio della fanciulla, ricomponendole nel proprio incanto quella verginea bellezza quasi di fiore non colto.
—Ma perchè non vuoi il medico?!—esclamò la mamma.
—È un amico del curato, io lo conosco; cominciamo dal chiamare questo. Date retta a me,—soggiunse la signora Veronica:—è un bel vecchio, parla bene.
—Lo sanno i casigliani che sono ammalata?
—Sì. Anche stamane le Arrighi mi hanno fermata per chiedermi vostre notizie: siete simpatica a tutti. Siate sicura, nessuno ha ancora saputo nulla.
Un sorriso pallido passò sulle labbra dell'inferma, poi fece un gesto alla mamma:
—Dammi il vestito nuovo.
—Che cosa vuoi farne? Non ti alzerai già?
—Datemelo, datemelo.
Anche la signora Veronica si mosse. Quando l'ebbero disteso sul letto, aspettarono, il corsetto colle maniche gonfie stringeva al disopra della coperta il ventre di Tina, e la sottana aveva anch'essa uno strano, vivente abbandono sul suo corpo. Poi la fanciulla disse lentamente:
—Bisogna farne un bel vestone a Betta.
Questa battè le mani gioiosamente.
—Sarebbe meglio venderlo,—osservò la signora Veronica.
—No, no,—proruppe Betta.
Rimasero tutte un po' incerte guardandosi; finalmente la mamma disse con voce strozzata:
—Che cosa ti metterai, quando ti alzi?
Ma il volto di Tina si era oscurato; respinse l'abito con un gesto.
—Portatelo via, non voglio più vederlo.
Con una occhiata la mamma e la signora Veronica s'intesero: quella avrebbe ceduto secondo il solito, ma questa voleva aspettare per trarne un più ragionevole profitto. Quindi volgendosi a Tina, carezzevolmente disse:
—Ne riparleremo domani, perchè ci vorrà forse qualcuno che ci aiuti. Intanto io vi ringrazio, mia buona Tina; ma non volete proprio darmi retta? Domani faccio venire anche don Pietro, eh?
—Perchè non stasera, se deve venire?
—Allora vado subito.
Tina non rispose.
Betta era andata a sedersi presso la finestra; il suo viso gonfio e giallo esprimeva una collera intelligente, che non avrebbe così presto perdonato. Si sentiva derubata e se la pigliava anche con Tina perchè non sapeva assicurarle il dono dopo averglielo fatto: poi si voltò al muro per non mostrare di piangere. Ma qualche singhiozzo le stringeva le spalle.
Il silenzio durò lungamente; s'intese la signora Veronica chiudere a chiave la porta e discendere frettolosamente per le scale, qualche grido veniva dal vicolo, nel quale una biroccia si era fermata.
Le sonagliere tintinnavano.
Tina disse piano alla mamma:
—Nemmeno tu lo conosci?
—E un buonissimo uomo.
—Dovrò dirgli tutto?
—Si,—mormorò l'altra, mettendosi la mano sulla bocca per frenare il singulto.
Tina rimaneva perplessa dinanzi alla necessità di questa confessione, della quale non intendeva ancora il divino motivo, ma il suo cuore si commosse al dolore della mamma; poi si accorse che anche Betta piangeva, e allora chiuse gli occhi, pensando che in quel grande letto, così povero e sudicio, avrebbe fatto al vecchio prete una ben cattiva impressione.
* * *
Don Pietro non arrivò che al principio della notte. La porta era aperta, la signora Veronica, la mamma, Betta stavano nella cucina.
Il vecchio prete aveva bussato leggermente.
—Entri, entri,—rispose la signora Veronica, alzandosi precipitosamente per andargli incontro coi segni del più profondo rispetto; ma il prete pareva imbarazzato, la sua testa biancheggiava nell'ombra.
—Ecco la mamma,—disse subito la signora Veronica.
Questa lo guardava cogli occhi sgomenti; don Pietro chiese:
—Sta male?
—Al solito,—rispose la signora Veronica:—vuole entrare subito?
E prese dal tavolo la candela.
—Dorme,—disse la mamma.
—Pare, ma non lo credo,—ribattè la signora Veronica.
Nella camera passò anche Betta, Tina non dormiva.
Il vecchio si accostò al letto: adesso si vedeva la sua faccia scarna, illuminata da due occhi chiari, che parevano tristi; i suoi abiti erano trasandati, e due lunghe ciocche di capelli bianchi gli si arricciavano alle orecchie.
—Quanto tempo è che siete ammalata, ragazza mia?—cominciò con voce insinuante, mentre la signora Veronica gli metteva dietro la sedia, sulla quale per solito stava la candela; poi andò a porre questa sul comò.
Tina non provò alcun sbigottimento, ma i suoi occhi non lasciavano il viso del vecchio.
—Siete ben giovane!—questi disse.
—Ho diciassette anni.
—Bisogna sperare; il signore ci prova spesso prima di chiamarci; si deve però essere pronti ad accettare tutto ciò che egli vuole.
La signora Veronica e la mamma si consultarono con uno sguardo: questa stava per piangere, l'altra le fece cenno di ritirarsi.
—Vieni via, Betta,—si volse alla fanciulla, che appoggiata ai piedi del letto tirava per la coperta.
Tina avrebbe voluto dir loro di rimanere, ma una sensazione improvvisa glielo impedì: si strinse nella coperta riabbassando la testa sul cuscino senza nessuna vergogna che fosse così sudicio. Le griglie erano aperte e pei vetri si vedeva al di fuori il chiarore della notte. Poi intesero la voce della signora Veronica, che avrebbe voluto condurre la mamma nelle proprie stanze, ma questa rispondeva:
—No, no.
Non si udì più nulla; l'uscio della camera era chiuso.
Egli si era seduto a capo del letto, quasi aspettando a testa bassa; la barba non rasa da qualche giorno gli rendeva la faccia più vecchia, ma la sua figura e il suo atteggiamento esprimevano quella pazienza, che sa attendere per poter consolare.
—Che cosa mi dirà?—pensava Tina senza riuscire ad immaginarsi come gli avrebbe risposto.
—Ebbene, ragazza mia, non sono venuto subito perchè dovevo passare da un altro ammalato; eccomi qui da voi. Vi sentite molto male?
—No.
—Speriamo dunque, siete tanto giovane! So che avete sofferto.
—La signora Veronica le ha detto tutto?—esclamò precipitosamente Tina.
—Mi ha parlato della vostra disgrazia; non ve ne lagnate, ella non aveva che delle buone intenzioni.
—Lei! Me lo dica: che cosa le ha raccontato?
Il vecchio parve impacciato, la fanciulla seguitò smaniosa:
—La conosco: non avrà accusato che la mamma, mentre invece fu lei a spingermi, lei che fece venire a casa quella donna; poi mi accompagnarono là. Adesso per la paura che si sappia vuol dare la colpa a noi.
Un nodo di tosse le soffocò la parola, ma i suoi occhi brillavano di collera; poi un'ombra le cadde improvvisamente sul volto.
—Mi dica, mi dica; lei sa tutto.
—Perchè vi affliggete così?
—Morirò.
—Bisogna sperare; nè io nè voi conosciamo la volontà del Signore. Ho saputo la vostra disgrazia, e me ne sono addolorato: vi chiamate Tina, non è vero? Quello che vi è accaduto fu veramente doloroso, perchè non avreste voluto commetterlo, lo sento.
Tina ebbe un singulto.
—La mamma era ammalata: avevamo fame.
—Perchè non vi rivolgeste a me, povera fanciulla?
—A lei?
—Coll'aiuto di Dio, si può sempre sostenere quelli che pericolano. Io non lo sapevo, sono stato ammalato un pezzo. Dite, Tina, vi hanno cresimata?
—Sì, da bambina.
—E dopo?
—Nulla.
—Non andavate a messa colla mamma?
—Quasi mai.
—Però, potendo, vi sareste andata?
—Non lo so,—rispose Tina ingenuamente.
—Bisogna desiderarlo: senza la grazia di Dio e senza il sostegno delle pratiche religiose un'anima non può salvarsi: ma adesso voi volete, non è vero? compiere gli atti necessarî della nostra santa religione? Dopo vi sentirete meglio anche nel corpo; io sono qui per voi, vi saranno rimessi tutti i peccati, perchè avete molto sofferto, e forse non sapevate bene la loro importanza, Dio è buono.
Parlavano nella penombra agitata dalla fiamma della candela sul comò: a poco a poco le loro teste si erano avvicinate, il vecchio prete sempre colle grosse mani sui ginocchi si curvò sino quasi a toccare col mento la coperta.
—Dite con me: Dio è buono.
E attese.
—È buono, è buono. Egli ha sofferto per i nostri peccati, che avrebbe avuto il diritto di punire senza misericordia, e invece consentì a farsi uomo e a morire innocente sulla croce per insegnarci a sopportare anche quello che nella nostra misera vanità non ci parrebbe dovuto. Egli non fa differenza fra il ricco e il povero, è morto per tutti, ci ama tutti di eguale amore. Noi dobbiamo imitarlo da lontano nella misura delle nostre forze, senza ribellarci mai ai decreti misteriosi della sua volontà. Dite con me: Mio Dio, abbiate pietà di me, voi che siete buono.
—Buono?
—Sì.
—Ma che cosa avevo fatto io per essere trattata così?
Il vecchio rialzò la testa; sulla faccia gli apparve una improvvisa severità.
—Siete voi davvero innocente?
—No, io non volevo: è stato per non far patire la fame a mia madre.
—C'erano altri mezzi.
—Me lo dicono adesso.
Succedette una pausa: la fanciulla vide che alzava una mano per stringersi la fronte, la mano tremava. Ella sentiva soffrire quel vecchio, quantunque la sua ammonizione le fosse strisciata sull'anima senza entrarvi: era la prima volta che qualcuno le parlava così.
Che cosa doveva fare? Che si voleva ancora da lei?
—Ditemi,—riprese il vecchio,—non mi avete fatto chiamare per confessarvi?
—È stata la signora Veronica.
—Lei, ma e voi? Siete disposta a perdonare?
—A chi?
—A tutti, cominciando da vostra madre?
—Ma io le voglio bene.
—E anche a quell'altra donna?
—La signora Cesarina? No, no.
—Voi non siete innocente, perchè avevate capito quello che vi consigliavano di fare, e vi ci siete piegata,—egli disse severamente:—Alla vostra età è pur troppo quasi sempre troppo tardi per l'innocenza. Se aveste avuto meno di dieci anni…
—Ah!—proruppe Tina:—ho saputo dalla signora Cesarina che anche delle bambine erano state trattate così. Perchè Dio dunque lo permette?
—La sua giustizia è un mistero.
—Povere bambine! Che cosa avevano fatto?
—Voi vi ribellate, vorreste sapere quello che la nostra mente deve ignorare; Dio permette il male…
—Contro gli innocenti, i bambini? No, se io avessi un bambino non lo permetterei: bisogna essere cattivi per trattare così delle creature che non hanno fatto nulla.
—Non piangete, via, io sono venuto qui per consolarvi. Non sono che un vecchio, datemi retta, lasciate che vi riconduca al Signore: sentirete subito la pace nel cuore. Se siete innocente, vi sarà più facile perdonare ed essere perdonata; ecco, cercate di riordinare la vostra coscienza: la confessione bisogna farla in regola.
—Lei lo ha saputo dalla signora Veronica.
—Ma voi, voi dovete dire tutto sino da quando vi potete ricordare.
E successe un'altra pausa più lunga.
Tina non pensava che al racconto della signora Veronica per penetrarne il motivo. Evidentemente costei aveva avuto una paura che, imparando tutto da altri, don Pietro la credesse complice; ma perchè insistere tanto per chiamarlo, mentre nè la mamma nè lei ci pensavano? La sua testa dolente soccombeva un'altra volta sotto il peso di queste domande, poi la febbre la scrollava: un sudore caldo le invischiava la camicia sulla pelle, mettendole come una gomma sulle labbra.
Era sfinita.
Il vecchio se ne accorse.
—Datemi una mano che vi senta il polso: so che non avete voluto chiamare il medico.
—Non lo voglio.
Ma tese la mano sinistra fuori del lenzuolo.
—Avete una febbre alta; se io conoscessi un medico vecchio come me, veramente buono, lo accettereste?
—No.
—Vedete, Tina, io vi capisco bene; viene da un sentimento cristiano questa ripugnanza a lasciarvi vedere, non bisogna però esagerare nemmeno in questo.
Ma s'interruppe.
Lo sguardo ardente della fanciulla aveva una luce di astro lontano. Egli mormorò ancora alcune parole, poi inginocchiandosi appoggiò i gomiti sul letto e congiunse le mani: fuori dalle maniche le mani parevano più grandi, la sua faccia non si vedeva.
—Dite con me: Madonna santissima, aiutatemi perchè voglio tornare a voi come le vergini, che proteggete.
Tina ripetè anch'essa:
—Madonna santissima…
—Sì, Madonna santissima, io avrei voluto vivere pura come voi, ma se non ho saputo resistere alla tentazione del peccato, soffiate voi col vostro alito sulla mia anima, affinchè si rischiari e vegga le vie del Signore. Si, ripetete ancora con me:Ave Maria, Virgo virginum. Ella è la santa dei bambini e delle vergini, che sa tutti i segreti del dolore, lei sola può dire alla morte di cancellare dalla vostra carne la macchia del peccato. Ave, Maria degli innocenti e degli abbandonati; voi siete la grande stella dei naufraghi, che non veggono più la sponda, voi siete la stella dei moribondi, che chiudono gli occhi nel vostro sorriso per riaprirli alla verità eterna di Dio. Ave Maria!
Poi si rialzò faticosamente, le fece un segno di croce sulla testa e disse:
—Tornerò domani sera: pregate la Madonna, domani sera sono sicuro che vi confesserete.
Ma Tina vedendo che stava per partire, frenò a stento uno scoppio di lagrime: perchè se ne andava? Dopo sarebbe più sola. Egli aveva parlato con una tenerezza, che nemmeno la mamma le aveva mai mostrato nei più tristi abbandoni. Come s'interessava tanto di lei, che non aveva mai veduta? Improvvisamente le parve di tornare bambina e provò una soggezione piena di fiducia e di rammarico: qualunque cosa le avesse chiesto in quel momento l'avrebbe fatta.
—Riposate, figlia mia, il sonno vi farà bene; domani sera non mancherò.
—Venga, venga,—proruppe quasi la fanciulla.
Il vecchio le pose ancora una mano sulla fronte, e andò a prendere la candela per uscire.
—Buona notte, Tina.
—Buona notte,—rispose la fanciulla, lasciandosi finalmente cadere le lagrime dagli occhi dentro l'ombra della camera.
Don Pietro posò il candeliere sulla tavola della cucina e si rimise automaticamente il cappello; la cucina pareva vuota, ma la figura della mamma gli si parò innanzi dal sofà: egli vide la sua faccia emaciata, col gran naso di una fisonomia, che altra volta aveva dovuto essere bella ed altera, ma adesso l'umiltà ne aveva cancellata pressocchè ogni traccia.
Stava confusa.
Il prete mise la mano nella tasca della veste per trarne due lire di argento, che sapeva di avere, e gliele porse.
—Come ha trovato Tina? Morirà?—chiese l'altra tremando.
—Sta male certamente: tornerò domani sera, non credo ad un pericolo imminente, ma pregate anche voi perchè vostra figlia si confessi. La sua anima è rimasta buona senza gli insegnamenti della religione. Tornerò domani sera, andate di là.
E senza attendere risposta si avviò per l'altra stanzetta; la signora Adelaide non sapeva che fare, se ubbidire subito o accompagnarlo per le scale colla candela, ma intese il passo della signora Veronica sul pianerottolo.
Il vecchio era già all'uscio.
—Buona sera, signor don Pietro, aspetti,—disse la signoraVeronica:—ora scendo con lei per le scale col lume.
—No,—rispose bruscamente.
Appena la signora Adelaide entrò colla candela nella camera di Tina, questa esclamò:
—Non voglio vederla, sai!
—Chi?
—La signora Veronica. Va subito a chiudere la porta e vieni a letto.
Due ore dopo dormivano.
* * *
E le pareva che la signora Veronica l'accompagnasse per Lungarno verso la chiesa di don Pietro.
Il meriggio scottava, ma camminando a testa bassa Tina non si guardava che il ventre enorme sui fianchi dolenti: e la sua gravidanza era così inoltrata che ne sentiva a ogni momento le doglie in una agonia delirante di paura, mentre un freddo le gelava la schiena anche sotto quei raggi del sole. Ansante, cogli occhi gonfi, cercava di evitare le occhiate della gente, che si voltava a guardare dietro con quel sorriso così crudele per le fanciulle, quando non possono più nascondere la propria disgrazia. Ma la signora Veronica, affrettandosi silenziosamente, la tirava per mano come una bambina sorpresa in fallo e condotta al castigo. Giravano da un pezzo. Nella folla oscura la ressa aumentava, e ogni tanto ondeggiavano larghi barbagli di fiamme e voci lontane gridavano. Poi a una svolta vide improvvisamente il vecchio prete sulla soglia della chiesa, senza cappello in testa.
I suoi occhi dardeggiavano.
—Ah!—gridò con un gesto d'impazienza.
Allora Tina si era voltata per fuggire.
—Dove vorreste andare?—chiese don Pietro avanzandosi:—è un'ora che aspetto.
E Tina lo seguì senza capire come la signora Veronica fosse sparita. Poco dopo si accorse di essere in un corridoio basso, fra due muri umidi: l'aria si faceva sempre più fredda e l'oscurità aumentava. Benchè camminasse adagio, il vecchio batteva così duramente coi tacchi sulle lastre del pavimento che l'eco ne ripeteva ogni percossa, mentre un altro passo misterioso incalzava dietro le loro spalle. Chi era? Tina tentò di rivolgere il capo, ma non vi riuscì: una forza irresistibile la costringeva a seguire don Pietro sotto quel corridoio, che si perdeva in un'ombra senza fine. Un freddo le veniva dall'umidità dei muri rigati da lunghi goccioloni. Poi don Pietro si cacciò a sinistra sotto una porticina, ed entrarono nella chiesa. Era enorme; una lampada sospesa per una fune ardeva davanti all'altare maggiore, al di sopra della balaustra. Tina non conosceva quella chiesa; le parve vuota, solamente notò che nel primo pilastro a destra della grande navata era scavato un buco simile ad una nicchia; e intorno vi rimanevano ancora alcuni mucchi di mattoni e un cassetto da muratore pieno di calce molle.
—Inginocchiatevi lì dentro,—disse don Pietro.
Tina dovette scavalcare quei mattoni per entrare nella nicchia, ma si avvide subito che non era abbastanza profonda per tenervi dentro le gambe: però ubbidì. Volse la schiena al muro e piano piano piegò le ginocchia reggendosi con ambo le mani il ventre per diminuire il dolore del suo peso.
Vicino a lei don Pietro, colla fronte sul marmo della balaustra, mormorava a mezza voce una preghiera.
Passarono alcuni minuti.
Ella si ricordò dell'altra piccola chiesa, nella quale si era rifugiata fuggendo dalla casa della signora Cesarina col ventre ferito; ma un dolore anche più acuto, uno smarrimento più profondo, la facevano adesso guardare più disperatamente in quell'agonia di diventare madre da un momento all'altro. E il suo cuore si gonfiò. Lunghe fitte ghiacciate le salivano dalle ginocchia su per le reni, una fiamma sembrava bruciarle il ventre diventato così greve che le mani le tremavano indarno nello sforzo di sostenerlo. Estenuata, febbricitante, tentò di slacciarsi la sottana, come se il suo cordone troppo stretto dovesse far male anche al bambino, ma le dita non vi riuscirono e il bambino si agitò. Le parve di sentir battere le sue piccole mani smaniose. Mio Dio! come fare? Che cosa aspettava in quella nicchia vicino a don Pietro sempre così curvo sulla balaustra quasi nello sforzo di una preghiera?
Infatti egli percoteva tratto tratto la fronte sul marmo del davanzale.
—Signore, sia fatta la vostra volontà,—proruppe finalmente raddrizzandosi.
La sua faccia era ridivenuta mite e stanca come la sera innanzi, quando le stava al capezzale del letto.
—Volete confessarvi, ragazza mia?—disse lentamente.
Ma, come allora, Tina non seppe rispondere.
—Fra poco arriverà.
—Chi?
—Il muratore.
—Il muratore!—ripetè senza capire.
E udì nuovamente quei passi avvicinarsi dal fondo della chiesa. Le pareva che tutta l'ombra ne tremasse agitando il lucignolo della lampada dentro quella coppa rossa, come se un sangue la riempisse. Anche il vecchio prete si era rivoltato e i suoi occhi stavano fissi.
—Badate: i minuti vi sono contati,—disse ancora.
Ella invece ascoltava con crescente terrore le battute misteriose di quei passi avvicinarsi nell'ombra: la chiesa ne tremava. Colle mani strette convulsamente sul ventre, la fanciulla agitò la testa guardando il vecchio prete immobile come una statua; il suo volto era così triste che le fece male, poi lo intese ancora ripetere:
—Signore, sia fatta la vostra volontà.
Don Pietro si avanzò sino tra i mattoni e le stese ambo le mani sul capo.
Adesso anche ella aspettava coll'anima tesa delirantemente: un sudore gelato le colava dalla fronte, le tempie le battevano da spezzarsi. Con uno sforzo supremo, quasi attratta da quelle due mani aperte sulla sua testa, si alzò; ma per una sensazione improvvisa, inesplicabile, si accorse di essere mal vestita come stava per solito in casa. I piedi le tremavano dentro le vecchie scarpe, e la sottana, diventata più corta su quella rotondità del ventre, le lasciava scoperti gli stinchi.
Non aveva nemmeno le calze.
Vacillò, e dentro quella nicchia troppo stretta, nella quale le sue spalle stentavano ad entrare, appoggiò la testa al muro chiudendo gli occhi. Istantaneamente tutto disparve: il suo corpo lieve come la sua anima calava nell'ombra di un abisso con un ondulamento di nuvola nella notte; non si ricordava più di nulla, sentendo soltanto di essere ancora ritta, col capo inclinato sulla spalla, nell'ultimo atteggiamento. L'abisso era profondo. Lungamente ella vi discese senza che una curiosità si movesse nel suo pensiero o una immagine nella sua memoria; l'ombra le si stringeva intorno come un velo in pieghe tacite e molli, e un alito fresco vi passava attraverso sfiorandole il viso.
Quanto durò così?
Non avrebbe potuto dirlo, ma un urto violento l'arrestò, e si vide sulla soglia di una porta, nel mezzo della quale era inchiodata una croce bianca. Uno spasimo le contorse il ventre, rinnovandole tutti i terrori nella necessità di fuggire davanti al nuovo ostacolo, giacchè quei passi si avvicinavano nuovamente con una cadenza più lenta, spaventevole. Tese l'orecchio, poi con ambo le mani tentò di scrollare la porta gridando:
—Mamma! mamma!
Invece la voce le si spense in un soffio sulle labbra, e le mani le caddero intirizzite dal freddo, che fischiava fra i battenti della porta: tutto il suo volto n'era gelato.
E rivolgendosi scorse un uomo in ginocchio, che si allungava per prendere qualche cosa nell'ombra: erano quegli stessi mattoni e lo stesso cassetto pieno di calce, che aveva già veduto nella chiesa davanti alla nicchia. Le venne meno il respiro. Colla schiena appoggiata alla porta guardava immobile quel fantasma alzare silenziosamente uno ad uno i mattoni per allinearli ai suoi piedi chiudendo il vano della soglia. I mattoni erano rossi, enormi. Poi il fantasma piantò la cazzuola dentro la calce, e allora Tina sentì che la prima fila le toccava la punta dei piedi appoggiati col garretto alla porta.
Finalmente credette di comprendere.
Un altro grido lungo, disperato, le salì indarno dall'anima. Il muratore, annunziato da don Pietro, l'aveva raggiunta a quella porta chiusa da una croce bianca: ella aveva udito tremando i suoi passi dal fondo del corridoio, nell'ombra della chiesa, sempre più vicini, con una cadenza lenta ed immutabile. Invano, senza ricordarne il modo, era fuggita da quella nicchia giù per una tenebra molle come un fumo: era inutile, era tardi. Una seconda fila di mattoni le arrivava già al disopra degli stinchi; tratto tratto sentiva un colpo secco della cazzuola, che li allineava, mentre quella testa bassa si moveva silenziosamente nel lavoro. Chi dunque l'aveva condannata ad essere murata viva col bambino nel ventre? Malgrado il terrore, che la paralizzava, tentò di piegarsi innanzi per spiccare un salto, ma non le riuscì nemmeno di staccare la testa dalla croce.
Un altro freddo le saliva per gli stinchi già coperti dal muro.
E il muro cresceva.
Con una leggerezza meravigliosa il muratore stendeva colla cazzuola la calce sulle costole dei mattoni prima di alzarli sulla cortina, senza levare mai il capo quasi interamente calvo e che in quella oscurità aveva come un luccicore di teschio. Nullameno a Tina parve di riconoscerlo, ma incollata sulla porta guardava senza gridare e senza piangere. Il suo pensiero irrigidito dal freddo della morte era diventato lucido come un ghiaccio nell'ombra, i suoi occhi non tremavano più.
Poco dopo un contatto la fece trasalire; era il primo mattone, poi un altro, un altro ancora, rapidamente, e il loro spigolo s'imprimeva appena sulla convessità del ventre tirando su la sottana dagli stinchi. Mio Dio! Mio Dio! La fila non avrebbe potuto più alzarsi senza schiacciarlo nella poca profondità di quel vano. No, no, era impossibile, non potevano schiacciarle il ventre prima di seppellirla viva, perchè avrebbero schiacciato anche il suo bambino. Egli era più innocente di lei; perchè si voleva fare così? E Tina lo sentiva contorcersi disperatamente allungando le manine per arrivarle al cuore, mentre un pianto gli usciva dagli occhi chiusi e la bocca gli si raggrinziva nell'orrore della paura.
Ma dentro questa visione, che le sorgeva dalle viscere, Tina vedeva sempre quel fantasma curvo sul proprio lavoro affrettarsi silenziosamente.
A un suo moto rabbrividì.
Poi quella testa si alzò sfiorandole quasi il ventre per cominciare la nuova fila, e allora Tina riconobbe la faccia di colui, che pel primo l'aveva fatta gridare nella camera della signora Cesarina: erano gli stessi occhi freddi, quei baffi rossi, sotto i quali il sorriso aveva una piega così cattiva.
Tutto il sangue le rifluì al cuore in una convulsione suprema, che strappò un urlo anche al bambino.
Ella se lo intese nel cervello.
Lui, lui, era lui, il padre!
Ma nell'orrore ella non poteva nè gridare, nè muoversi. Una forza d'incubo la teneva immobile contro quella porta, della quale la croce bianca le entrava dolorosamente fra i capelli irti nel raccapriccio; quel freddo, fischiando sempre dalla fessura dei battenti, le aveva fatto diventare la pelle dura come un vetro. Con uno sforzo inesprimibile tentò di staccare una mano per respingere il mattone, che già stava per schiacciarle il ventre, ma una doglia più tremenda sembrò che glielo aprisse, poi un peso immane, qualche cosa le squarciò la carne e, penetrandole nelle viscere, spezzò anche il bambino.
—Mamma, mamma!—ella potè gridare veramente.
Questa si destò spaventata dall'accento delirante e dal soprassalto nervoso della fanciulla: con ambo le mani le toccò la testa. Scottava.
—Che hai, che hai, cuore mio?
Tina ansava ancora nella convulsione del lungo sogno, e allora la mamma cercò la candela per accenderla.
Finalmente vi riuscì.
La faccia di Tina era scomposta: un pallore cadaverico le si era diffuso per tutto il volto, aveva i capelli bagnati, le labbra scure, gli occhi vitrei, che pareva non dovessero chiudersi più.
—Che cosa hai? dimmelo: vuoi bere?
Ma la testa febbrile si riabbassò pesantemente sul cuscino.