I

La storia universale della poesia offre nella sua progressione il fenomeno di andamenti diversi in diverse nazioni. Nella bella Grecia l'infanzia di questa sovrana delle arti fu di poca durata, e in poco di tempo ella crebbe a tanto vigore da produrre i poemi immortali di Omero. Uguale a quella della Grecia fu la fortuna dell'Italia moderna, dove fuor della notte dei secoli rozzi, succeduti alla civilizzazione romana, apparvero di repente Dante e 'l Petrarca, traendo con loro l'aurora di tutte le arti e fondando le norme del buon gusto.

Altri popoli meno felici lottarono lungamente contra la barbarie, e, vincendola a poco a poco, acquistarono a poco a poco il sentimento dell'eleganza e dell'armonia; e non giunsero alla perfezione che tardi e a forza di fatica. Tale fu la sorte d'una gran parte delle nazioni moderne, e tale appunto fu quella della Spagna.

Ivi, quasi come per ogni dove, il verso scritto precedette alla prosa. La poesia spagnuola, o piú precisamente castigliana, vanta per sua prima opera ilPoema del Cid, composto, a quel che pare, verso la metá del secolo decimo secondo[3]. Allora, in mezzo alla confusione delle lingue, cagionata dalle invasioni dei barbari del nord, cominciava a pigliar forma alcuna quell'«idioma romanzo», che doveva spiegare poi tanto splendore e tanta maestá negli scritti di Garcilaso, di Herrera, di Rioja, di Cervantes, di Mariana.

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Chi ponesse mente alla natura dell'argomento e non ad altro, troverebbe pochi poemi superiori a quello di cui parliamo; nella stessa maniera che pochi guerrieri troverebbe nella storia da poter contrapporre, come rivali in valore e in leggiadria di virtú, a Rodrigo di Bivar, soprannominato il «Cid Campeador». La gloria di Rodrigo oscurò quella di tutti i re de' suoi tempi, e da secolo in secolo discese infino a noi, ad onta di un'infinitá di favole onde anticamente la zotica ammirazione circondò la veritá dei fatti. Consegnata a poemi, a tragedie, a commedie, a romanzi (o romanze), a canzoni popolari, la memoria di lui, somigliante a quella di Achille, ebbe la fortuna di scuotere fortemente ed occupare la fantasia. Ma l'eroe castigliano, superiore al greco per coraggio e virtú, ebbe la sventura di non trovare un Omero che lo celebrasse.

E come trovarlo a que' tempi, ne' quali il rozzo cantore si pose a comporre il poema? Con una lingua informe tuttavia, dura nelle sue determinazioni, viziosa nella sua sintassi, nuda di tutta coltura e di tutta armonia, in mezzo alla generale abitudine ad uno stile pieno di pleonasmi, con un verseggiare incerto nella sua misura, com'era possibile mai il produrre un'opera di vera poesia? Nell'invenzione, ne' pensieri, nell'espressione di essi, e specialmente in certa ingenuitá[4] di descrizioni, scorgiamo, è vero, qualche indizio d'intenzione poetica per parte dell'autore; ma, preso in totale, ilPoema del Cidè da considerarsi come una curiositá filologica piú che altro. Chi sia stato l'autore di questo primo vagito della poesia castigliana, è ignoto.

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Nel secolo susseguente vissero due poeti, le opere dei quali lasciano apparire giá alcuni progressi fatti dalla lingua. Don Gonzalo de Berceo e Giovanni Lorenzo Segura, l'uno nelle sue poesie sacre in versi alessandrini, l'altro nel suo poemaDe Alexandro magno, superarono anche di qualche grado l'arte del cantore del Cid. Quelle del primo, per altro, non sono che preghiere, regole fratesche, leggende di santi, che manifestano nell'autore il monaco benedettino piú che il poeta. Nel poema del secondo, ciò che occorre di piú bizzarro alla considerazione del filosofo, è la vita di Alessandro il grande, descritta con colori cavallereschi; è il vedere trasportati in essa sul serio i costumi, i sentimenti, i pregiudizi spagnuoli. Forse, come dice il signor Sismondi, l'ignoranza assoluta dell'antichitá fece ricorrere il poeta a ciò che gli era noto per descrivere ciò che gli era ignoto. E forse (è un dubbio nostro) Giovanni Lorenzo venne condotto a tale traviamento da un barlume indistinto di quella veritá psicologica, che insegna non potere essere sommamente efficace la poesia, se non è in accordo colle idee e colle circostanze de' tempi ne' quali vive il poeta. Giovanni Lorenzo non era abbastanza filosofo per potere interpretare saviamente questo impulso del vero genio poetico, non era abbastanza educato ai confronti storici per doversi sentire offendere dalla dissonanza tra due civilizzazioni, greca e spagnuola: e però, secondando con inconsiderata obbedienza la necessitá d'essere moderno, condusse con accessorii ricavati dal mondo a lui presente un poema d'argomento non moderno, ma antico; e fece cosí un guazzabuglio, che accusa la contemporanea stupiditá della critica e muove a riso finanche la gravitá de' maestri di lettere.

Ma qui, se ci è lecita una digressione, vogliamo assumere gravitá anche noi, e rivolgerci proprio con un testo di Orazio a tal uno che ride del guazzabuglio di Giovanni Lorenzo.

«E di che ridi tu? Cambiato che sia il nome, il discorso va a ferir te»[5]. E infatti non è egli un guazzabuglio altrettanto ridicolo il tuo, quando in argomenti moderni vai intarsiando sentimenti [p.204] e immagini e riti e costumi e idee de' popoli antichi? Se Giovanni Lorenzo ti presenta l'eroe di Macedonia sotto il nome di «infante don Alessandro», tu sghignazzi, e n'hai ragione. Ma non dovremo sghignazzar del pari ancor noi, allorché tu ci presenti una povera monachetta sacra a Maria ed a Cristo sotto il nome di «vestale»? allorché di due giovinetti, che si legano in matrimonio innanzi al curato, tu ci parli come di due, che, «coronati di rose», si giurano fede innanzi «all'ara d'Imeneo»? allorché d'un professore dell'universitá dici ch'egli è un «sacerdote di Minerva», e va' discorrendo? Che razza di logica è la tua?—Sono erudito, e Giovanni Lorenzo non l'era.—Bravo! tienti la tua erudizione, che è cosa buona e, se non sai farne altro, illustra con essa un qualche ciottolo vecchio; ma non isprecarla fuor di proposito. O, piuttosto, vendine alcune libbre, onde comperarti poi una mezz'oncia di sale critico. Imparerai allora che il ridicolo non istá nell'ignoranza di Giovanni Lorenzo, né tampoco nella tua erudizione; bensí nella goffa mescolanza che entrambi ci fate di idee eterogenee.

Lettori, torniamo al nostro proposito. Un Caloandro de' «bei parlari» avrebbe detto: «torniamo a bomba».

Regnava allora in Castiglia Alfonso decimo, soprannominato il «savio»: non perché fosse un buon re, ché anzi fu falsatore di monete e meritò di essere alla fine cacciato dal trono; ma perché, come meglio il comportavano i suoi tempi, fu letterato e promotore degli studi. Egli, dando ordine che si scrivessero in lingua castigliana gli atti pubblici, che infino allora erano stati sempre compilati in latino, aggiunse stimoli al miglioramento ed alla diffusione della lingua nazionale e giovò a' progressi d'una nazionale letteratura. Fu poeta anch'egli, e compose, secondo l'opinione comune, un libro di cantici sacri in dialetto galiego e due altri libri in versi castigliani: l'uno intitolato deiLamenti, l'altro ilTesoro. Piange nel primo il re le proprie sventure e lo scettro perduto; nel secondo, che è un trattato inintelligibile d'alchimia, egli dá ad intendere a' castigliani d'aver trovato il segreto della pietra filosofale, con intenzione probabilmente di onestare cosí in faccia loro i veri mezzi, [p.205] piú turpi, mediante i quali ei s'era arricchito. Se le monete fatte battere dal re Alfonso erano di sí bassa lega come i suoi versi, bisogna dire che egli fosse un gran ladro.

Tuttavolta, ove lo zelo messo da lui nel promuovere le lettere fosse stato di lunga durata ed imitato dai re successori, la poesia spagnuola, col rammentarci l'antichitá de' suoi natali, non farebbe sentire vieppiú la lentezza de' propri passi verso la perfezione. Ma ella ebbe contro di sé la natura feroce dei tempi.

Negli ultimi anni di Alfonso cominciò ad ardere la guerra civile; e questa quasi senza interruzione infuriò per un secolo intero, fino a giungere all'estremo dell'atrocitá e dell'orrore durante il regno burrascoso di Pietro il crudele. In quella miserabile etá pareva che i castigliani non avessero anima che per abborrire, non avessero braccia che per distruggere. Però la poesia pochi ebbe che la coltivassero allora: i piú erano intenti alle opere della spada e non della penna. Giovanni Ruiz, arciprete di Hita; l'infante don Giovanni Manuele, autore delConte Lucanor; l'ebreo don Santo, e Ayala il cronista: ecco lo scarso numero de' poeti d'allora.

Fra le poesie di questi quattro autori è fatica perduta il volere rintracciare un'occasione di diletto estetico un po' prolungato. Quelle dell'arciprete sono, tanto o quanto, le piú degne d'essere conosciute dai filologi. Hanno per argomento la storia degli amori di esso arciprete, mista di apologhi, di allegorie, di novelle, di frizzi, di satire, ed insieme di cose di religione; e vi trovi, con istrano abuso di personificazioni, condotti a comparsa certi personaggi che non ti saresti mai figurato di veder camminare sulle gambe; come a dire, donna Quaresima, don Digiuno, donna Colazione, don Dí di grasso e, insieme a questa bella brigata, anche l'illustrissimo don Amore. Le forme estrinseche di tali poesie vantaggiano di poco quelle messe in mostra da' poeti anteriori.

Nell'atto che abbandoniamo agli scaffali delle biblioteche od alla curiositá degli eruditi ed alle meditazioni del filosofo tutte siffatte anticaglie, dalle quali, attraverso a un nuvolato interminabile d'inezie puerili, d'invenzioni e lepidezze fratesche, [p.206] appena qua e lá sfavillano alcuni pochi lampi di giusta inspirazione, crediamo di dovere avvertire il lettore studioso che, a volere ricercare la vera origine, le prime e vere tracce d'un'ingenua e sentita poesia in Ispagna, gli bisogna rivolgersi a tutt'altro armadio.

Altri cantori, sconosciuti di nome, ma fortemente commossi dal desiderio di celebrare le glorie nazionali, il puntiglio dell'onore, la lealtá, la opposizione magnanima de' loro concittadini alla violenza straniera, i fatti de' forti nelle tante battaglie contra i mori, ecc. ecc., servirono con alacritá spontanea alla voce dell'amor patrio ed all'entusiasmo del popolo, tessendo brevi racconti armoniosi di avventure guerriere o dando un lirico sfogo al sentimento dell'ammirazione. Di qui la grande quantitá di «canzoni popolari» e di «romanzi» (o «romanze») cavallereschi od istorici, ne' quali principalmente risuonano le lodi del Cid Campeador, se non con leggiadria assoluta di versi, almeno almeno con veritá di espressione. E troviamo in essi un caldo muovimento d'affetti, che si desidera invano nelle opere de' loro poeti contemporanei, rammentati piú sopra da noi, e invano talvolta anche ne' quattro canti del famoso poema di cavalleria, l'Amadigi, composto in lingua spagnuola dal portoghese Vasco Lobeira verso il principio del secolo decimoquarto.

Ogni spagnuolo accompagnava allora con la sua chitarra le semplici «coplas» d'un inno al valore; ogni madre insegnava alle sue fanciulle la storia d'un prode, secondo che l'aveva udita narrare da un qualche poeta. Anche la gentilezza dell'amore, anche la cortesia verso le donne somministrava materia a dilicate od a flebili melodie. E la pietá, facendo tacere per alcun momento gli odii nazionali, non negava una lagrima poetica neppure a Zayda e a Balaya, belle e sventurate amanti di principi moreschi.

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|Della poesia castigliana durante il secolo decimoquinto|[6]

I re d'Aragona, verso la fine del secolo decimoquarto, avevano introdotto nei loro Stati i «giuochi florali», instituiti giá da piú di un sessant'anni in Tolosa, onde promovere l'esercizio della «gaia scienza» de' trovatori. Vedevansi concorrere d'ogni parte gli ingegni a quelle feste, e con gara ardita contendere pei premi promessi a' piú valenti. La pubblica solennitá di tali cerimonie, la maggiore diffusione delle cognizioni e degli scritti, l'esempio invidiato dell'Italia, la maraviglia che destavano le opere degli antichi poeti di Grecia e di Roma, delle quali allora si andava rendendo piú comune la lettura in tutta l'Europa, ed altre consimili circostanze ponevano vieppiú sempre in onore la poesia: questa che delle belle arti è la prima ad essere coltivata, allorché i popoli si accostano alla loro civilizzazione.

Giovanni secondo era un principe inetto a governare; e sotto di lui la Castiglia, perduta in faccia agli stranieri ogni importanza, era lacerata al di dentro dall'orgoglio fazioso de' nobili. E nondimeno quella etá portava tanto amore alla poesia, che all'inetto principe l'esercitarla e 'l proteggerla ottenne anche politicamente qualche benevolenza. Molti de' grandi, che gli avrebbero non mal volentieri tolto lo scettro, cosí sconveniente alla sua mano, si unirono intorno a lui per forza di simpatia poetica, e, verseggiatori anch'essi, prestarono aiuto al re verseggiatore. Cosí Giovanni secondo, bene o male, si mantenne sul trono; e, in mezzo alle turbolenze del regno, la corte di lui, piuttosto che un consiglio di statisti, pareva in certo modo una profezia lontana del [p.208] nostro «Serbatoio d'Arcadia». Vogliamo dire che il re e i cortigiani, né piú né meno de' pecorai d'Arcadia, fossero o no provveduti di alcuna disposizione attiva per la poesia, tutti sudavano a far dei versi. Scriveva «coplas» il contestabile don Alvaro, e «coplas» scrivevano il duca d'Arjona e don Enrico de Villena e 'l marchese di Santillana e cento altri eccelsi magnati.

Fra questi magnati, per altro, alcuni non erano al tutto indegni di qualche lode letteraria. La lingua s'avvicinava giá molto alla sua perfezione; nuovi metri, trovati da' poeti della corte del re Giovanni, prestavano nuovi istromenti alla poesia; ed ella si era rivolta in gran parte a dipingere la passione dell'amore. E se la smania di parer dotto (o, in altri termini, la pedanteria) non avesse guastato l'intelletto al marchese di Santillana; se, innamorato, com'egli pareva essere, di Dante, ne avesse investigato lo spirito poetico ne' suoi principi moventi anziché nelle minute particolaritá delle invenzioni; per opera di lui, poiché ingegno e volontá non gli mancavano, la poesia spagnuola non solamente avrebbe potuto dare maggiore soavitá agli affetti dell'elegia, ma ben anche aspirare a piú alte concezioni e distendersi maestosamente fra' palmeti indigeni, senza prepararsi la necessitá di agognare, come fece in appresso, gli allori stranieri.

Ma i maestri di convento, in mano de' quali stava allora la somma dell'educazione giovanile, avevano messa in capo al Santillana, del pari che a tutti i loro discepoli, una falsa e stramba idea della poesia: come se, incapace di poter dire splendidamente il vero, ella consistesse in un tessuto perpetuo di misteri, di allegorie e di spiattellate sentenze morali. D'altra parte, la maraviglia o, piú veramente, l'idolatria de' tempi per la novitá dell'erudizione solleticava a lui l'ambizioncella, e persuadevalo ad ostentare in qualche modo il catalogo de' tanti libri ch'egli aveva letti. Non è dunque strano che il marchese cedesse alla corrente. Da' suoi contemporanei ottennero infatti largo applauso, siccome portenti di bellezza poetica, i difetti appunto che rendono oggidí noiosa la lettura delle opere di lui; oggidí che nel poeta cerchiamo il poeta e le sue forti sensazioni, non la fredda pompa [p.209] della sua vasta memoria, non l'arguzia delle sue allegorie, non la magistrale ripetizione delle sentenze rubate di peso al catechismo.

Del resto, alcune brevi canzoncine del Santillana fanno fede ch'egli avesse un cuore non del tutto prosaico. È un peccato dunque ch'egli non intendesse il vero bello dell'antica poesia nazionale spagnuola. È un peccato ch'egli non si desse a nobilitarla, secondando industriosamente la tendenza ch'essa aveva spiegato ne'Romanzi del Cide in tanti altri romanzi e canti popolari; tendenza che muoveva, senza mistura di frivolezze scolastiche, dall'indole della civilizzazione arabo-ispana, e principalmente da uno squisito sentimento delle glorie e delle sventure della patria, da un culto tributato all'onore come ad una religione. Ma purtroppo le cattive scuole fanno contrarre cattive abitudini anche agli ingegni singolari! E che altre abitudini potevano mai insegnare coloro che tutto guastavano, fin anche la semplice idea del Dio a cui professavano di servire?

Che se il Santillana non avesse sdegnato di uniformarsi all'indole ed allo spirito di que' romanzi, gli sarebbe riuscito di dare una veste piú poetica all'intendimento patriottico, col quale scrisseEl doctrinal de privados. Ove non sia una compiacenza estetica, è almeno una compiacenza morale il vedere introdotta in quel poemetto l'ombra di don Alvaro de Luna a raccontare le proprie colpe e le proprie sciagure, onde l'esempio della trista sua fine (era don Alvaro il favorito del re Giovanni secondo) servisse ad atterrire e stornare dalle discordie civili i castigliani.

Se non che, questa lode è un nulla a paragone dell'altra, che è meritata dal marchese di Santillana per una virtú piú rara e piú cospicua della virtú letteraria; e davvero sarebbe scortesia il non accennarla. Si perdonano volentieri al verseggiatore tutti i traviamenti, allorché si pensa ch'egli visse in corte, e non adulò; che fu amico d'un re, e gli rinfacciò il mal governo; e che, da onest'uomo, abbandonò l'ospizio regio ogni volta che lo starvi non giovava alla patria. Ci sia condonato l'esserci fermati piú che non avremmo voluto sul discorso di lui: pareva conveniente il far conoscere un uomo il di cui nome splende illustre nella storia civile di Spagna.

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Esente dalla comune febbre letteraria, l'invidia, il Santillana, venuto in cognizione d'un altro ingegno che viveva nella oscuritá, gli corse incontro spontaneo, lo trasse alla corte del re Giovanni secondo e lo protesse con sincera e costante amicizia. Questi fu Giovanni de Mena, la di cui facoltá poetica, ad onta d'una eccessiva stravaganza di fantasia, è superiore a quella del Santillana. Il De Mena, quantunque ingannato del pari che il suo protettore dalla universale pedanteria e trasandato dietro ad essa, ottenne nella sua patria il soprannome di «Ennio castigliano», forse per averle regalato un poema di maggior mole che non quelli de' suoi predecessori. Un rispetto, disceso per tradizione da padre in figlio, conserva a lui tuttora in Ispagna quel soprannome: diciamo «rispetto di tradizione», da che le opere del De Mena sono oggimai piú spesso nominate che lette. La piú famosa di esse è un poema allegorico-storico, intitolatoEl labyrinto. Eccone in breve l'argomento:

Il poeta si propone di contare le vicissitudini della fortuna. Sente egli la difficoltá dell'impresa, ed è quasi smarrito innanzi all'altezza del soggetto: chiama in soccorso Apollo e Calliope, manda un'apostrofe calda alla Fortuna; nessuno risponde. Finalmente gli appare la Provvidenza; gli fa da guida e da maestra, e lo introduce ella nel palazzo della Fortuna. Prima di tutto egli vede da colassú la terra, e ne fa la descrizione geografica; poi scopre le tre grandi ruote che volgono i tempi, passati, presenti e futuri. Ogni ruota si compone di sette circoli, emblemi allegorici dell'influsso de' sette pianeti sulle inclinazioni e sulle sorti umane, secondo le misere dottrine astrologiche d'allora. In ciascun circolo v'ha gente infinita: i casti nel circolo della Luna, i guerrieri in quello di Marte, i sapienti in quello di Febo, e cosí degli altri. La ruota del tempo presente è in movimento; le altre due no. E quella del futuro è coperta di tal velo, che, per quante forme ed immagini d'uomini vi appariscano, non ne lascia distinguere alcuna.

Dietro questo pensiero generale il poeta, parlando di ciò che vede, oppure conversando con la Provvidenza, dipinge tutti i personaggi importanti de' quali ha notizia, ne descrive i caratteri, [p.211] racconta i fatti celebri, ne assegna le cagioni, mette in mostra tutta la propria erudizione e tutto quanto egli sa di filosofia naturale e morale e politica, e a quando a quando ne ricava precetti giovevoli alla vita individuale ed al governo de' popoli.

Non fa d'uopo d'occhiali per vedere nettamente che la lettura dellaDivina commediadi Dante e de'Trionfidel Petrarca risparmiò alla fantasia di Giovanni de Mena l'incomodo di creare il disegno del suo poema. E che altro fece egli, a dir vero, se non che tener dietro alla immaginativa de' due italiani, cambiando il luogo della scena in cui collocò il suo mondo allegorico? Ma Dante (per parlare di lui solo), Dante, essendo un ingegno di gran tratto superiore al proprio secolo, trovò in se stesso di che arricchire il suo tema di sentita e sublime poesia, e spesso anche di splendida sapienza politica, di giusta morale civile. E per lo contrario il De Mena, nato in tempi assai posteriori[7], quando per tutta Europa gli studi erano piú avviati, anziché dare a divedere nel suo grottesco poema un complesso d'idee che vantaggiasse tutte quelle de' suoi contemporanei, non parve adeguasse il sapere de' piú ingegnosi fra quelli.

Da qualunque lato tu consideri la mente di Dante, trovi in essa ridotto a realtá l'ideale del vero poeta. L'originalitá è un bisogno per lui: è l'esuberanza delle sue forze intellettuali, che sempre gliela comanda. E fino in quei momenti, ne' quali vorrebbe farsi credere imitatore d'altri poeti, egli smentisce col fatto la propria asserzione. Il De Mena invece confessa co' fatti ciò che tace con le parole.

Parrá forse a taluni essere un rigore, che senta del crudele, il volere strascinare Giovanni de Mena ad essere confrontato con Dante.—S'egli—diranno taluni—si fosse sentito capace di stare, come il fiorentino, a capo del proprio secolo e di padroneggiarlo; se fosse stato uomo da prevenire, come il fiorentino, con la propria sapienza individuale, la civiltá a cui giunse in appresso quel popolo per cui scriveva, egli [p.212] non avrebbe, no, tolte ad imprestito da altri le invenzioni fantastiche. Ma si può essere valente poeta anche senza pareggiar Dante. Non da tutti poi si vuole pretendere ciò che troviamo negli intelletti straordinari.—Sí, crediamo noi pure che si possa essere valente poeta anche senza pareggiar Dante; ma crediamo altresí che il De Mena ne rimanesse tanto al di sotto da non meritare nome di scrittore piú che mediocre.

Parlando di mediocritá, due sorta ne riconosciamo: quella di coloro che, scevri da difetti al tutto grossolani, mancano poi affatto di bellezze che non sieno dozzinali; e quella del De Mena, il quale, quantunque alcuna rara volta brilli di qualche venustá non comune, ridonda poi di gravissimi ed abituali errori e di sciocchezze, che offuscano il merito delle rare sue fortune. Ora, è dettato vecchio che la mediocritá non è mai condizione sopportabile nei poeti. E al dettato vecchio noi aggiungeremo quest'altra proposizioncella, benché ella sia per riuscire spiacevole a molti in Italia: __è incomportabile in un critico la tolleranza di componimenti mediocri.__ A siffatta tolleranza ci gioverebbe davvero di potere essere pronti anche noi, da ch'ella in certo modo acquieta tutte le coscienze e blandisce la vanagloria di chicchessia. Ma col venerare i mediocri si viene avvezzando la gioventú ad una facile contentatura ne' di lei studi, e quindi si perpetua dannosamente la mediocritá. Se gl'italiani, a modo d'esempio, fossero meno corrivi ad esaltare ogni minuzia poetica de' loro antenati, l'Italia non avrebbe tanti poeti quanti sono i suoi scolarini, non avrebbe la vergogna de' suoi centomila sonetti; e molti, che sciupano la vita canticchiando de' versi, vedremmo, forse con piú profitto delle loro famiglie e della patria, trattar la tanaglia o 'l compasso. La tolleranza è un dovere religioso, è una virtú sociale; ma in materie poetiche non è comandata da nessuna filosofia.

Da che ci guidano princípi cosí severi, è impossibile per noi il tributar gran lodi né al De Mena, né a chiunque non regge al tocco della critica proclamata oggidí da un capo all'altro d'Europa dalla crescente sagacitá de' filosofi. È acerba invero per molti l'austeritá delle nuove leggi di cui ci facciamo propagatori; [p.213] e il cuor ce ne piange per un sentimento di compassione, tanto piú vivo in quanto che ci bisognerá esercitarlo primamente verso di noi medesimi. Ma, d'altra parte, quella austeritá raddoppia nell'animo nostro il giubbilo dell'ammirazione per que' rarissimi intelletti, che meritano giustamente il nome di «poeti».

Or, per lasciare le glose e star fermi lá donde vorrebbe distoglierci l'affluenza delle idee affini (che il volgo degli innocenti chiama poi «disparate»), diremo che nelLabirintoil lettore trova alcuni passi, i quali, se non rammentano il pennello di Dante, lasciano pure in qualche maniera scorgere da che pigliasse origine la stima esagerata di cui il De Mena gode tuttavia i rimasugli presso la sua nazione. Tale è, per citarne uno, quel passo ov'è descritta la morte del conte di Niebla, famoso eroe della Spagna, il quale, mentremche tentava di togliere a' mori Gibilterra, mal pratico del flusso e riflusso della marea e soverchiato dalle onde, sdegnò di pensare a se stesso e di salvare se solo, poiché vedeva perire miseramente in quelle acque tutti i propri compagni.

Un poema, che raccontava i fatti piú memorandi della storia patria e che a quando a quando era caldo della piú poetica delle passioni, il patriottismo, non è maraviglia che venisse accolto da' contemporanei con quell'entusiasmo, che è eccitato sempre dall'interesse e dall'onore nazionale in un popolo che non sia corrotto od avvilito o dormente. E questa, piú che tutt'altra, è la cagione che anche oggidí si parli delLabirintocome d'un fasto spagnuolo. Dall'apparire di esso infino ai di presenti la Spagna, ad onta di alcune sue sventure domestiche, ad onta della prepotenza d'altri Stati europei, non ha perduta mai la sua libera esistenza politica. Però il sentimento della nazionalitá deve render cara e gioconda a quel popolo ogni memoria che ad essa si riferisca, ecc. ecc.

Qualunque, per altro, fosse l'ingegno del De Mena, maggiore dignitá avrebbe egli derivato ai suoi canti, maggiore rispetto si sarebbe conciliato, se, prendendo a narrare le cose pubbliche de' suoi tempi, egli si fosse mantenuto in possesso della indipendenza individuale, onde non far patto che con la veritá [p.214] piú rigorosa, unico patto che dia importanza alle lettere. Ma, vivendo cortigiano, egli dovette far sacrifici alla fortuna, e non lasciò sfuggire occasioni per lodare il re che lo pasceva. E Giovanni secondo, sebbene ingordo e non mai satollo di lodi, era tale nondimeno da non potere esser lodato che dagli adulatori.

L'erudizione, secondo la moda del secolo, venne a mischiarsi tanto con la poesia del De Mena, ch'egli, somigliante in ciò al Santillana ed agli altri, intarsiava ogni tratto, anche nelle canzoni amorose, allusioni e concetti eruditi; per modo che, parlando della passione d'amore, pareva che non l'avesse sentita mai. Ed aveva pur letto e riletto ilCanzonieredel Petrarca!

Oltre il Santillana e il De Mena, de' quali abbiamo diffusamente parlato; oltre il Villena e gli altri, di cui abbiamo fatta piú sopra una semplice menzione, voglionsi annoverare fra i verseggiatori piú notabili del secolo decimoquinto Gomez Manrique, Giorgio Manrique di lui nipote, Garci Sanchez de Badajoz, Rodriguez del Padron, Alonso de Cartagena, e quel tanto celebre pe' suoi amori, quel Macias, il cui nome (aggiuntovi l'appellativo di «enamorado») passò poi nella lingua come modo proverbiale per indicare il sommo della passione amorosa.

A voler tener dietro separatamente a' lavori di questi e de' molti loro compagni (ci asteniamo dal darne qui la lista, che oltrepasserebbe i cento nomi), fa d'uopo esser dotato di una pazienza letteraria che abbia dello straordinario. Sia che scrivessero canti sacri («obras de devocion»), sia che dettassero canti morali, oppur canzoni amorose, tutti tutti parevano modellati a una foggia sola. Pigliando in mano ilCancionero general, ed anche ilRomancero generalin quella parte che non contiene romanzi epici, si viene presto ad accorgersi che vale per tutti un giudizio solo.

Questa uniformitá in un tanto numero di scrittori deve riuscire piú interessante per lo storico delle civilizzazioni, che non pel semplice cercatore de' piaceri che l'animo umano domanda alle arti. Il primo trarrá da essa un argomento sussidiario per istabilire con piú certezza qual fosse allora il carattere generale della nazione spagnuola; e, non distratto dalla varia espressione [p.215] de' caratteri individuali de' poeti, godrá, leggendo i lor versi, di poter dire:—Ecco dunque il modo universale di sentire a que' tempi, al di lá de' Pirenei.—Il secondo, per lo contrario, patirá di noia innanzi a tanta monotonia.

Una religiositá, consistente nella ostentata osservanza delle forme verbali piú che in un intimo sentimento; un culto della morale, esercitato anch'esso non tanto come bisogno dell'anima quanto come sfoggio di apparenze, e quindi spiegato d'ordinario in arroganti declamazioni o precetti claustrali, in allegorie derivate dalle gelide e vane definizioni teologiche di quell'etá; una importanza attribuita a se stesso ed a' propri discorsi da ciascun individuo, sí ch'egli non misura mai la sofferenza di chi l'ascolta, e non abbandona mai il tema assunto se prima non ha esauriti tutti i modi di svolgerlo; un orgoglio personale, associato quasi sempre alla passione dell'amore; e questa rade volte produttrice di un'estasi dilicata, bensí, ogni tratto, di esagerazioni che tengono della cosí detta maniera orientale, di rabbie, di disperazioni, di pazzie; ed a giustificar la pazzia, a darle colore non discordante dalla affettata gravitá nazionale, chiamate stranamente in soccorso le sottigliezze degli scolastici, e sostituite spesso le formalitá della logica alle libere emanazioni de' sentimenti del cuore; uno studio, insomma, di parer savi sempre e, per cosí dire, in toga, anche allora che meno severe circostanze della vita sembrano richiedere il mantelletto galante: questi, secondo l'opinione nostra, sono i tratti piú evidenti che costituiscono la fisonomia generale de' poeti di cui parliamo; e a noi non basterá mai l'animo d'impugnare la spada contra chi dicesse ch'ella non è fisonomia simpatica molto.

Alcuni storici della letteratura si congratulano col secolo decimoquinto, e fanno festa perché verso la fine di esso la Spagna cominciò a coltivare la poesia pastorale. Noi rispettiamo i gusti di chicchessia e, insieme agli altrui, un pochetto anche i nostri. E però ci giova di non perderci in ammirazione dietro a' primordi di un genere di poesia, al quale, con buona pace de' maestri di lettere, non portiamo troppa benevolenza. Se fosse vera la ipotesi pittagorica della metempsicosi, e se, per un capriccio [p.216] matto di quella fortuna che si compiace proprio negli estremi contrari, a noi toccasse di dovere un dí rinascere su qualche trono della terra e coll'animo tutto tutto inclinato al dispotismo; allora, tornandoci vani i tentativi per ispegnere affatto le lettere, vorremmo industriarci almeno di porre in onore fra' nostri schiavi quel tanto solo di esse che piú servisse ad addormentarli. E allora, allora sí, la poesia pastorale verrebbe da noi protetta e promossa, siccome quella che, per la sua immensa distanza dal vero della vita e per la sua languida efficacia morale, ci farebbe meno paura d'ogni altra. Intanto, giacché, fuor d'ipotesi, siamo cittadini privati, non amiamo, né per noi né pel nostro prossimo, la diffusione de' narcotici.

E che v'ha dunque ne' versi castigliani del secolo decimoquinto, che possa rimunerare in qualche maniera la cortesia di chi profonde ora il tempo nel leggerli? Primieramente vale anche per quest'epoca ciò che abbiamo detto nell'articolo primo intorno a' romanzi epici d'autori sconosciuti di nome, giacché anche in quest'epoca si proseguí a scriverne. Anzi ad essa crediamo appartengano per la piú parte quelli di avventure ricavate dalla storia moresca, e specialmente degli odii delle due fazioni de' Zegris e degli Abencerrages, dalle ultime sciagure del regno di Granata, superato poi e vinto dalle armi di Ferdinando e di Isabella nel 1492. Chiunque ha un cuore spontaneamente aperto alle impressioni poetiche, chiunque è educato da una critica liberale e non angustiata dagli scrupoli de' pedanti, trova nelRomancero generaldi che contentar di frequente il bisogno estetico dell'anima sua. In que' romanzi lo spirito arabo-ispano si manifesta nella sua originalitá; e la calda spiegazione di sentimenti veri ed originali abbonda sempre di poesia. In secondo luogo non è da negarsi che anche ne' componimenti de' poeti conosciuti per nome, e ricordati in parte, e censurati in generale qui sopra, rinvengonsi qua e lá pensieri ingegnosi, immagini opportune e tracce talvolta d'una rigogliosa freschezza di fantasia, che ne ristorano qualche poco della loquacitá erudita e della frequenza del concettizzare puerile: sono come leoasisincontrate dalla sitibonda carovana nel deserto. Una passione [p.217] sentita davvero non può resistere poi sempre a palesarsi ne' modi comandati da abitudini assurde, tuttoché universali. E però in alcuni squarci, come a dire delle quattro canzoni del Macias, l'amore irrompe fuor de' soliti vincoli e dá qualche segno verace e bello della propria esistenza.

L'amore e il Macias sono due parole che ne suscitano nell'anima una memoria di malinconia e di pianto. Il Macias era gentiluomo di camera del gran maestro don Enrico de Villena. S'innamorò d'una delle dame che servivano in palazzo del gran maestro; e, a sviargli quella passione, non gli valse il vedere la donna amata sposarsi ad un altro, non valsero le riprensioni del Villena, non i gastighi e la prigionia a cui questi lo condannò. Al marito della donna non era ignoto anche prima delle nozze quell'amore, e in lui la gelosia era precorsa al sacramento. Vile! Egli si concertò col carceriere; e, venuto alla torre in cui gemeva custodito il suo rivale, trovò modo di scagliargli contro, da una finestra, la propria lancia. Il colpo fu assestato con tale gagliardia, che traforò il Macias da parte a parte. Quel meschino stava allora appunto cantando una canzone da lui composta per la donna del suo cuore, e spirò col nome di lei sulle labbra.

|Grisostomo.|

[1]Poesias selectas castellanas, desde el tiempo de Juan de Mena hasta nuestros dias, etc.—Poesie scelte castigliane, dai tempi di Giovanni de Mena fino ai giorni nostri raccolte ed ordinate da don|Emanuele Giuseppe Quintana|. Madrid, ecc. ecc.

[2] «Quella [la collezione di poesie castigliane], che di poi fu incominciata, ma non condotta a termine da don Giovambattista Conti, eseguita per veritá con gusto squisito e con buona disposizione, fu destinata principalmente a far conoscere agli italiani il pregio della nostra poesia. E però all'autore di essa collezione bastò dí pubblicare e tradurre in toscano i componimenti lirici e buccolici piú segnalati del secolo decimo sesto ed alcuni de' fratelli Argensola; ma non die' luogo nella sua raccolta a veruna poesia di Balbuena, di Jauregui, di Lope, di Góngora, né d'altri egualmente celebri nostri poeti, lasciando cosí la collezione insufficiente in estremo e difettosa».

[3] IlPoema del Cidnon va confuso coiRomanzi del Cid, posteriori di un secolo, e pieni di ben altra poesia. Somigliano questi in certo modo, per le loro forme esteriori, alle antiche ballate inglesi, molte delle quali sono sí giustamente apprezzate anche oggidí.

[4] Citiamo per modo d'esempio l'entrata del Cid in Burgos, quando esiliato dal suo re:

«Il mio Cid Rui Diaz entrava in Burgos accompagnato da sessanta insegne. Erano piene le vie e le finestre di cittadine e di cittadini, bramosi di vederlo; ed era sí grande il loro dolore, che versavano lagrime dagli occhi e dicevano tutti ad una voce:—Oh Dio, che buon vassallo, se vi fosse un buon re!—Gli avrebbero volentieri offerte le lor case; ma niuno ebbe coraggio di farlo, per la grande ira concepita contro di lui dal re don Alfonso, del quale innanzi al cader del sole era entrata in Burgos una lettera chiusa con forti sigilli, dove si proibiva a tutti il dare alloggiamento al mio Cid Rui Diaz sotto irremissibile pena di perdere gli averi, gli occhi ed anche la vita stessa. Gran dolore sentirono le genti cristiane, e s'ascosero dal mio Cid, perché non ardivano di dirgli nulla», ecc. ecc.

[5] «Quid rides?», ecc. ecc.

[6] Questo secondo articolo è preceduto dalla seguente avvertenza: «Proseguiamo ilQuadro storicodella poesia castigliana, incominciato nel n. 99 delConciliatore. La memoria de' lettori saprá rappiccare il filo tra l'articolo primo e 'l seguente» [Ed.].

[7] Dante nacque del 1265 e morí del 1321. Il De Mena nacque del 1412 e morí del 1456.

[p.218][p.219]

|Al direttore generale dei ginnasi|

Sulla traduzione dal tedesco degliElementi di storia degli Stati d'Europa.

Ho l'onore di presentarle in tre volumetti manoscritti la traduzione degliElementi di storia degli Stati d'Europa. Questo lavoro, ordinatomi giá da qualche tempo dall'imperial regio governo, sarebbe stato finito prima d'ora, se altri lavori ed altri doveri d'ufficio, ben noti a lei, signor direttore, ed al governo medesimo, non mi avessero occupato altrimenti, e se una recente ristampa dell'originale, sopraggiunta quando la traduzione era pressoché compiuta, non mi avesse obbligato a rifarla ed ampliarla in molte parti. D'altronde io non voglio dissimulare che, trattandosi d'un libro da stamparsi e da servir di testo per le scuole, ho creduto di dover considerare l'incumbenza datami dal governo piú come letteraria che come consentanea alla natura del mio impiego. Però mi sono ingegnato di condurre l'opera con quella cura e con quell'impegno letterario che mi parve dovere essere richiesto da chi me l'ordinava. Non maggior zelo, bensì avrei desiderata maggiore abilitá, onde corrisponder meglio alle intenzioni del governo.

QuestiElementi di storia, non essendo destinati che a servire di additamento e di guida a' professori, per tesservi sopra piú ampie lezioni, sono stati scritti dall'autore tedesco tanto compendiosamente da riescire non di rado oscuri. Talvolta le circostanze d'un fatto sono indicate da un solo epiteto, talvolta spiegate da una frase oscillante e di vario significato. Per cogliere e rendere il giusto valore, era necessario esaminare di [p.220] frequente carte geografiche e trattati di pace, consultar libri, studiare lo spirito delle diverse epoche storiche in opere voluminose. Questo ho fatto; e, senza alterare menomamente il testo, spero di aver portato nella traduzione qualche chiarezza maggiore.

In alcuni passi, massime della storia della Germania, ove un solo cenno di allusione a circostanze locali, a memorie e costumi notissimi basta alla intelligenza dei lettori tedeschi, era necessaria pe' lettori italiani qualche spiegazione di piú: e ve l'ho inserita, ma in modo che non cambiasse l'intenzione dell'originale. Ho rettificate le epoche ogni volta che per isbaglio, probabilmente di stampa, non erano esatte. Ho emendati alcuni errori di fatto, evidentemente trascorsi per incuria de' correttori. Ogni volta che l'esposizione mi pareva intralciata, stentata e confusa nel suo andamento originale, ho procurato di appianarla. Ho schivata la frequente monotonia de' lunghi periodi del testo; perché ogni lingua ha la sua indole, e ciò, che forse è tollerabile in Germania, riescirebbe in Italia un guazzabuglio insoffribile, per l'ordine diverso con cui si concepiscono le idee. E senza adoperare affettazioni sconvenienti all'uso comune d'oggidi, ho cercato di mantenere nella lingua della traduzione una discreta gastigatezza, che pur non mi parve di trovar sempre nella lingua del testo.

Per giungere a tali risultati (se pure posso lusingarmi di esservi giunto) ho dovuto spendere tempo assai nel fare ricerche d'erudizione che nulla avevano di comune coll'impiego mio, ed occuparmi spesso in ore straordinarie e fuori d'ufficio. Sarò fortunato oltremodo se con ciò mi potrò meritare l'approvazione di lei, signor cavaliere direttore, e, per di lei mezzo, i superiori riguardi.

Intanto la prego, signor cavaliere direttore, a volermi indicare quando io debba recarmi alla imperial regia stamperia, onde concertarmi con que' correttori, od assumere io stesso (se cosí le piacerá) la correzione de' fogli, e fare in modo che la edizione riesca piú purgata che non può mai essere un primo manoscritto.

Milano, li 6 settembre 1819.

[p.221]

|All'imperial regio governo|

Sulla traduzione dal tedesco di unLibretto di nomi.

Ho esaminata la traduzione italiana delLibretto di nomi(Nahmenbüchlein) trasmessami da questo imperial regio governo; ed in totale mi parve discretamente ben fatta. Vi sono, è vero, alcune minuzie da emendare in quanto alla lingua ed allo stile; ma queste non possono essere avvertite tutte da chi legge il manoscritto, e sbalzeranno piú facilmente all'occhio della persona giudiziosa a cui bisognerá affidarne, in caso di stampa, la correzione de' fogli: __unico mezzo__ con cui poter ripulire questa traduzione. In alcune cartelline da me inserite nelLibrettostesso ho notato cosí a caso qualcuna di tali mende; ma soltanto per farne conoscere all'imperial regio governo la natura e per cenno, di cui potrá forse profittare chi correggerá i fogli di stampa; non giá per indicare in alcuna maniera la frequenza con cui esse ricorrono.

Duplice però essendo l'incarico datomi dall'imperial regio governo, credo che inutili riusciranno le osservazioni fatte da me alla traduzione, ove sieno accolte come opportune le altre che soggiungo intorno al merito intrinseco delLibretto.

Per potere rispondere alla domanda: «se sia conveniente questo libro anche alle scuole di Lombardia», ho stimato di dover cercare come vi si supplisca ora, e d'istituir quindi un confronto tra di esso libro e quello che, col titolo diAlfabeto ed elementi d'istruzione morale, ecc. ecc., è in uso presentemente per le scuole infime de' fanciulli. Mi si permetta dunque di riportare qui gli ultimi risultati di detto confronto. Serviranno essi a manifestare il complesso de' motivi onde muove la opinione che credo di dover sottoporre all'imperial regio governo.

Nelle prime pagine, ove il lavoro è meccanico, e di null'altro trattasi che dell'abbiccí e delle sillabe e dell'aumento progressivo di esse, questi due libretti procedono di pari passo; e il [p.222] tedesco non vince l'italiano che di prolissitá. Ma, allorché si incomincia a presentare a' fanciulli molti interi vocaboli da leggere, uno de' libri piglia una strada, l'altro ne piglia un'altra; e non par dubbio che il tedesco s'abbia scelta la migliore.

Ecco quel che fa l'italiano. Butta la parole, quali sono suggerite dal numero delle sillabe ch'ei vuole rappresentare e dall'ordine alfabetico della prima lettera di esse, senz'altra intenzione veruna. Poi salta a dirittura ad infilzare dettati e proverbi morali da servir di lettura al ragazzo, che li legge senza intenderli e senza profittarne, perché le idee astratte, di cui sono composti, ei non sa raccoglierle, non sa applicarle a' casi concreti. Costituito cosí mero pappagallo e niente piú, il fanciullo lo si fa camminare alle favole; le quali sono altre idee astratte, intorbidite ancor piú dal velo dell'allegoria, e gli presentano, nuotanti in un mar di menzogne, alcune magre veritá morali, non proporzionate né al suo intendimento né alle occorrenze della sua freschissima vita. Che dagli apologhi l'uomo giá adulto, ed avvezzato a riconoscere le relazioni tra cose e cose, possa qualche volta ritrarre diletto insieme ed utilitá, non è da negarsi. Ma che il fanciullo debba astenersi dall'invidia per lo spavento d'averne veduta crepare una rana, chi 'l può credere in buona coscienza? Del resto, i piú savi scrittori intorno a siffatte materie hanno giá gridato tanto contra il mal uso delle favole nell'educazione de' ragazzi, e il discredito n'è ora sí generale, che il piú dirne sarebbe un lanciar sassi contra un cadavere.

Dopo le favole vengono nel libro italiano le regole della civiltá; e su queste non ha luogo censura di rilievo, salvo che potrebbono essere meno aride e piú rivolte alla vera decenza morale che non all'esterna decenza delle abitudini.

Il restante del libro contiene il catechismo, la formola delle preghiere, l'abbaco, e per ultimo il modo di servire la messa secondo il rito romano e secondo il rito ambrosiano.

Per lo contrario, veggasi ora quel che si faccia dall'autore tedesco. Mirando egli non solo ad esercitare meccanicamente nella lettura il fanciullo, ma ben anche ad arricchirgli a poco a poco la mente di nozioni utili, facili e dipendenti in certo modo le [p.223] une dalle altre, fa succedere al solito congegnamento delle sillabe una specie di vocabolarietto (pagina 14 e seguenti), ove registra sotto separati capi ora le diverse parti del corpo umano, ora le diverse parti d'una casa, e le diverse suppellettili, e le parti del vestito, e cosí via. Codesta enumerazione ei la interseca, mettendo in moto i verbi che indicano l'uso o determinano l'azione di chi adopera tale o tal altro oggetto, di chi si giova di tale o tal altra circostanza. Col progredire delle pagine cresce la complicazione delle idee, fino a condurre il fanciullo a descrivere ciò ch'ei fa in casa, ciò che fa in iscuola, come ei si comporta co' suoi parenti, come col maestro, come co' superiori, cogli uguali, co' dipendenti: dal che si trae occasione d'istillargli la conoscenza e, per quanto il comporta la tenera mente sua, anche il sentimento della convenienza de' propri doveri. Cosí, senz'essere sbigottito dalla mistica severitá de' precetti, il ragazzo si trova in mezzo ad una morale applicata, che di certo è piú efficace di quante massime teoriche gli possono aggravar la memoria. Poi all'insipidezza degli apologhi sono sostituite altre nozioni esatte di cose e di fatti, come a dire notizie intorno i pesi e le misure, intorno le stagioni e i diversi lavori de' campi, e descrizioni delle varie arti e de' vari mestieri che piú cadono sott'occhio al fanciullo; e, per rallegrarlo anche alcun poco, la descrizione discende fino a' soliti giuochetti e trastulli della fanciullezza, scaltramente insinuando a quali sia da darsi la preferenza, e perché. Poi anche qui sono proposte molte massime morali e di civiltá, ma tutte convenienti all'etá prima, ma coordinate in modo che l'applicazione alle circostanze reali della vita del fanciullo sia o giá fatta, o facilissima a farsi da lui stesso. Ed in una storietta che il maestro racconta, ed in altre sentenze ch'egli detta a' fanciulli, contengonsi alcune idee piú elevate di morale civile e religiosa, nelle quali, quantunque non si possa dissimulare il consueto peccato delle idee astratte, pure il vizio può dirsi minore che non nel libro italiano, essendosi dal tedesco qui almeno fatto qualche sforzo per inclinarle al concepimento puerile. Nel rimanente del libro stanno le regole del compitare e della buona pronuncia.

[p.224]

Ora il solo paragone tra il libro italiano attualmente in uso e quello mandato da Vienna parmi sufficiente a determinare in favor dell'ultimo la preminenza. E tale è l'opinione mia, ove non d'altro si parli che dell'idea e del piano generale dell'opera. Né da questa opinione mi sconforta la mancanza nel libro tedesco d'un preciso catechismo, delle precise formole delle preghiere e del modo di servir la messa secondo i due riti, poiché nelle nostre scuole è provveduto a ciò bastantemente da chi è incaricato dell'istruzione religiosa.

Ma applicar questo libro, tal qual è, alle scuole minori di Lombardia è cosa ch'io reputo non troppo conveniente. Scritto per la Germania, esso ha relazioni a trastulli, a costumanze, ad abitudini che non sempre sono uguali alle nostre; e vi domina, a dir vero, troppa monotonia in quanto alle forme dell'esposizione. Lo studiare è giá per se stesso una noia a' poveri fanciullini, sicché il raddoppiarla loro coll'eterna ripetizione degli stessi modi e delle stesse uscite de' verbi e della stessa architettura de' periodi ed enunciazioni, parmi né caritatevole né destro consiglio per un buon maestro.

E però, ritenuta l'idea generale, lo scopo e 'l materiale di questo libretto, credo che, a volerlo applicare alle nostre scuole, sia d'uopo non di tradurlo esattamente, ma di modificarlo e rifonderlo, per cosí dire, alcun poco. Nella stessa maniera che l'autore tedesco si è manifestamente giovato d'altri libri consimili inglesi e francesi, giovisi nel suo lavoro il compilatore italiano di que' soccorsi che l'arte dell'educazione ha resi abbondanti a' dí nostri; e, conservato tutto il buono che pure è molto del libretto tedesco, vi tolga e vi aggiunga quel tanto ch'è necessario a renderlo veramente vantaggioso alla prima istruzione de' ragazzi. Il libro sia pur sempre lo stesso in quanto allo spirito ed al metodo in totale; ma, se le circostanze diverse vogliono in esso diverse modificazioni, il negar d'apportargliele prima d'accoglierlo sarebbe un voler l'utile solo per metá.

Ristrignendo quindi il discorso, parmi, se pur non m'inganno, che si possa stabilire queste due proposizioni:

[p.225]

I. IlLibretto di nomi, tal qual è presentemente, non può essere applicato con vantaggio alle scuole di Lombardia.

2. Modificato in alcune parti, lo si potrá applicare ad esse con molto profitto dell'educazione.

In questo secondo caso, l'incarico della ricompilazione (a cui servirebbe di fondamento la traduzione italiana giá fatta) bisognerebbe che venisse affidato ad una persona, la quale, vissuta qualche tempo tra le scuole, non soltanto fosse intendente delle teorie di educazione, ma avesse pratica molta dell'indole de' fanciulli, delle diverse fasi del loro sviluppo mentale, delle abitudini piú comuni della loro vita e de' metodi d'insegnamento approvati nelle scuole di Lombardia.

Ciò è quanto ho l'onore di sottoporre all'imperial regio governo, in obbedienza alla venerata lettera 20 corrente, n. 198210/2840 P. Questa risposta al quesito, fattomi giá da qualche tempo, non avrebbe tardato di tanto, se, confuso accidentalmente con altre carte, il libro, che ora restituisco, non mi fosse sfuggito affatto dalla memoria; del che prego d'essere scusato.

Milano, li 28 luglio 1821.

[p.226][p.227]

Toscani!

L'entusiasmo vivo, spontaneo, col quale salutate i fatti dell'eroica Milano, onora voi e onora quelli che se lo sono meritato col sangue. A nome de' miei concittadini io ve ne ringrazio con tutta la pienezza del cuore.

A me, lombardo, disdirebbe il vantare a voi le angustie e le prodezze de' miei lombardi. La storia, libera dai ritegni della modestia, le tramanderá alle future generazioni; e questo basti.

Bensí con voi, toscani, mi sia lecito congratularmi di voi e del vostro sentire oggi tutta l'importanza del gran fatto di Milano e del vostro gioirne con l'Italia tutta.

Mirabile risorgimento invero questo nostro, al quale ciascuno de' popoli d'Italia ha apportato la parte sua! Roma l'amnistia e l'onnipossente parola d'amore, Toscana le riforme, Sicilia e Napoli le costituzioni, Piemonte il forte esercito tutelatore, e Milano la indipendenza; la indipendenza, senza della quale né riforme né costituzioni possono aver vita intera.

Artefici tutti del pari di questo stupendo edificio, spetta a voi tutti, o italiani, il compirlo e il consolidarlo per sempre. Contenti delle vostre libertá, che sono pienissime, se sapete virilmente giovarvene, stringetevi tutti, popoli e principi, in una [p.228] assoluta concordia d'instituzioni, di voleri, di sentimenti, e correte in armi a dare aiuto all'esercito di Carlo Alberto, perché spazzi affatto gli austriaci fuori delle terre nostre. Afferrate questa bella occasione, fattavi miracolosamente da Dio, e salvate in eterno dalla dominazione e dalla presenza dello straniero ogni campo, ogni villa dove si parla italiano. Lá, nella gran valle del Po, vi chiama la patria. Guerra, guerra agli austriaci, è il solo pensiero, il solo bisogno del momento. Lá, nella gran valle del Po, è d'uopo che si componga un grande Stato, saldo e compatto, il quale serva d'antemurale a qualunque invasione straniera, da qualunque parte essa venga. Cosí l'Italia tutta sará salva e secura per sempre; e, a farla salva e secura, vi gioverá gloriarvi, o toscani, d'aver contribuito anche voi.

Viva l'Italia! Viva la cacciata degli austriaci!

[1] Letto il 27 marzo 1848 a Firenze, sotto le logge degli Uffizi, da Giuseppe Massari, in luogo del Berchet, presente, al popolo reduce da un solenneTe Deumcantato in duomo, per celebrare la vittoria dei milanesi nelle Cinque giornate. [Ed.].

[p.229]

(14 maggio 1848)

Lombardi!

Il governo provvisorio della Lombardia ha dovuto finalmente persuadersi che, in mezzo alla precipitazione degli eventi, i quali d'ogni parte ne travolgono e ne sospingono, lo starsene piú a lungo immobile a custodire la propria neutralitá era un tradire la patria. Quindi egli ha pubblicato il suo decreto del 12 corrente, con cui chiama l'intiera popolazione a dare il suo voto intorno alla risoluzione da prendersi per uscire dalla triste situazione nostra, che ogni dí, ogni ora piú si fa pericolosa.

Lombardi! voi dovete essere grati al governo di questa sua determinazione. Tocca adesso a voi di giovarvene tutti alacremente, e di provvedere cosí alla vostra salvezza. Che voi siate deliberati a farlo con tutto lo zelo, con tutta quella sagace ponderazione ch'è richiesta dal supremo momento, chi può dubitarne? Non io, di certo. E, se mi fo lecito d'indirizzarvi una breve parola, non è menomamente perché io creda necessario d'infiammarvi e di stimolarvi all'adempimento di un dovere, ma soltanto per rischiarare un'apparente oscuritá, che a taluno parrá forse di ravvisare nella enunciazione dei due quesiti postivi dal governo provvisorio.

Se nella scrupolosa sua onoratezza il governo ha creduto di dovere accondiscendere financo ad alcune esigenze o astute [p.230] o meticolose, e di dover financo deviare dallo stesso andamento logico, ponendovi ad un tratto due quesiti, voi, o lombardi, dovete rispettare in esso il buon volere, ma stare altresí bene all'erta e non lasciarvi abbindolare da quei sofistici arzigogoli, che, sotto la finta larva d'una legalitá mal definita e mal definibile, potrebbono essere susurrati all'orecchio vostro.

Nel primo quesito, __il piú prolisso__, vi è domandato se volete __immediata fusione__ col Piemonte, usando, in far ciò, di tutte quelle cautele che pongono in sicuro il piú ampio godimento della libertá da voi conquistata.

Nel secondo quesito, il __meno prolisso__, v'è domandato se voi volete continuare nello stato presente fino __a guerra finita__.

Farei troppo torto, o lombardi, al vostro buon senso, se perdessi tempo a dimostrarvi che la salute vostra sta nel rispondere francamente di sí al primo quesito.

Per poco che voi ci pensiate, vi sbalzerá evidentissima alla mente l'inconseguenza del secondo quesito, il quale, contraddicendo a tutte le conseguenze logiche dei motivi del decreto, v'invita a lasciar stare le cose come le stanno, vale a dire nell'anarchia, nell'agitazione, nell'impotenza a difendervi dai tanti pericoli che da tante parti vi minacciano; il che non a altro riuscirebbe da ultimo se non a far ridere in cuor dell'Austriaco l'agognata vendetta ed a trascinar voi alla totale rovina, alla distruzione di quella indipendenza che avete comperata col sangue e colle barricate della generosa Milano, di Milano, l'audacissima delle cittá battagliere.

Lombardi, all'erta; ve ne scongiuro! Raccogliete tutta l'anima vostra, consultate l'intimo amor vostro per la patria, mettetevi seriamente la mano sul petto; e poi, nel recarvi a deporre il vostro «sí» ne' libri parrocchiali, fate quello che la coscienza vi detta. Interrogatela questa vostra coscienza senza passioni e senza pregiudizi; ed allora il primo quesito, quello che propone __l'immediata fusione__, è certo del trionfo, perché, viva Dio, il vero trionfa sempre sul falso nel cuore dell'uomo onesto. So che alcuni pochi di voi, nel contribuire a quel trionfo, faranno de' segreti sagrifici. E chi vi dice che io forse non ne faccia [p.231] anch'io nel condurmi a lealmente consigliarvi la subita fusione? Ma periscano tutte le private simpatie, periscano tutt'i rancori privati in faccia alla salute della patria. Tanto piú splendida sará la nostra libertá, se avvalorata da sagrifici individuali. L'unico sagrificio che non è lecito mai di fare è quello di tacere la veritá, quando il dirla può in qualche modo cooperare al pubblico bene.

L'amantissimo di voi e lombardo anch'esso

|Giovanni Berchet.|

[p.232][p.233]

ALL'ONOREVOLE PRESIDENTE |del collegio elettorale di MonticelliD'ongina|

Il suffragio, per me inopinato, del quale hanno voluto onorarmi gli elettori di codesto collegio, meritava da parte mia una piú pronta espressione della gratitudine, che ne sento vivissima. Ma la notizia di esso mi pervenne tardi in questo ritiro campestre, e, dirò il vero, non creduta quasi sulle prime. Ciò mi scusi presso di lei, egregio signore, e presso de' benevoli miei elettori, a' quali la prego di volere Ella essere interprete de' miei ringraziamenti. Questi, comunque pienissimi, non possono pareggiare la grandezza di un favore tanto spontaneo. e ch'io sentirei di non meritarmi, se dovessi por mente soltanto alla picciolezza mia individuale. Ma il voto di codesti elettori io lo ravviso piuttosto come un omaggio voluto rendere a de' princípi; e di questo mi trovo lieto, e direi quasi superbo e consolato.

Sí, egregio signor presidente, io sono convinto che gli elettori di Monticelli, nel nominar me, lombardo, a deputato alla Camera, non hanno voluto fare altro che protestare della ferma adesione loro al principio d'unione che stringe i popoli dell'alta Italia in un popolo solo, guardiano e difensore guerriero de' confini dell'intera nazione: principio, questo, che è sempre stato il desiderio de' miei tanti anni d'esilio, perché tenuto da me sempre come il fondamento imprescindibile di quella libertá e di quella indipendenza che tutti vogliamo quanti siamo popoli di quest'Italia. Che se io, sinceramente zelatore ostinato di libertá, sono altrettanto nemico della licenza e della [p.234] anarchia, non penso che i miei elettori di scordassero da me ne' sentimenti, allorquando deponevano nell'urna il nome mio. I tempi sono difficili; e, nell'assumere io l'onorevole incarico di rappresentante del popolo, sento quanto poveramente potrò sostenerne la dignitá. Solo mi affida alquanto il buon volere in me, e piú assai il buon volere negli elettori, se vogliano assistermi de' loro consigli.

Sí, davvero, i tempi sono difficili; e tanto piú lo sono, in quanto che le moltitudini lasciano gavazzare a tutta lor posta gli scompigliatori d'ogni concordia, i suscitatori d'improntitudini, e se ne stanno esse oziose colle mani sotto le ascelle: come se la sopravvegnente anarchia non fosse per essere la rovina loro universale, la rovina di ogni bene morale e materiale, la rovina di tutto quanto esse hanno sperato nei lunghi secoli della servitú; come se tutto questo scombuglio non fosse per tornar profittevole all'Austria, che lo fomenta ella stessa per mezzo de' molti suoi segreti emissari, travestiti da demagoghi e mascherati da sicofanti.

Per poco che dovesse durare ancora questa sfiduciata indifferenza delle moltitudini; per poco che la valorosa saviezza dell'esercito fosse di soppiatto avvelenata ancora da perfide suggestioni, che insegnano l'indisciplina e l'inobbedienza; per poco che la caritá della patria proseguisse ancora a trasformarsi in invidie personali, e la veritá dei fatti continuasse a non ottener fede, e tutta la fede invece la si desse sfrontatamente ancora ai sogni della fantasia: io non so a che buon fine potrebbe mai capitare questo tanto vantato risorgimento d'Italia.

Ma io ho fede, e fede viva, nel buon senso delle in apparenza neghittose popolazioni. E del loro risvegliarsi mi dá giá qualche sentore un grido spontaneo, levatosi, son pochi giorni, in una delle piú colte cittá d'Italia, il grido:—Vogliamo i galantuomini! vogliamo i galantuomini!—grido, che rammenta l'antica saviezza, l'antica onestá popolana. Se un altro grido bisognasse a qualche altra cittá, davvero mi farei lecito di proporre questi:—Non vogliamo licenza! non vogliamo anarchia!—Perché [p.235] davvero libertá non può essere dove non sia amor dell'ordine, dove non sia religioso rispetto alle leggi ed alle istituzioni che ci reggono. Attenendoci di buona voglia a queste, in queste lealmente confidando, di queste alacremente giovandoci, traendone tutte le conseguenze, ci salveremo, io spero, trionfanti, dai nemici interni; la guerra, che per avventura ci sovrasta contro lo straniero, noi la potremo imprendere sicuri della vittoria; e la libertá, che noi vogliamo con tutto il cuor nostro, noi la consolideremo e la consegneremo pura, splendida, ampliata ai figli nostri.

Ma, se lasciamo che la licenza cresca, che non governi chi ha da governare, che non obbedisca chi ha da obbedire, che l'impazienza tenga luogo della prudenza, e voglia conseguire in un giorno solo tutto quello che a maturare vuol tempo e tempo, io non veggo in fondo al futuro che un fantasma esosissimo. Non voglio dirne il nome, perché troppo mi suona orrendo: cerchinlo i miei elettori nella storia del passato, sia in Italia, sia fuori; lo troveranno dopo qualunque periodo di discordia e disordine sociale.

La prego, egregio signor presidente, di perdonarmi, se mi sono lasciato andare ad aprire un pochino l'animo mio con lei e, per di lei mezzo, coi miei elettori; ai quali vorrei pure di qualche maniera esser noto, anche prima che la fortuna mi dia di visitarli e ringraziarli in persona.

Mi giovo intanto di questa occasione per presentare a lei, egregio signore, le assicurazioni rispettose della mia stima.

Di Pegli, 24 ottobre 1848.

[p.236][p.237]

[p.238][p.239]

La raccolta piú ampia di prose del Berchet, pubblicata finora, è quella contenuta nelleOpere edite ed ineditedi lui, date in luce da Luigi Cusani (Milano, Pirotta e compagno, 1863). Non è però completa, perché il Cusani non solo non riprodusse le traduzioni del_ Vicario di Wakefield_ del Goldsmith, delVisionariodello Schiller e delTelemacodel Fénelon (che non sembrò opportuno di raccogliere nemmeno in questo volume), ma anche o non ristampò o ristampò solamente in parte alcuni articoli delConciliatore, che non gli parvero di grande importanza. E, naturalmente, mancano nella sua raccolta anche quelle poche prose del Berchet, che furono conosciute e videro la luce dopo il 1863.

In compenso, il Cusani ristampò la piú antica prosa del Berchet della quale abbiamo notizia, cioè laLettera sul dramma «Demetrio e Polibio«, della quale non è stato possibile a me rintracciare l'edizione originale, fattane a Milano, dal Pirotta, nel 1813.

Seguendo adunque i criteri esposti giá nellaNotacon la quale si chiude il primo volume delleOperedel Berchet, io riprodussi il testo offertoci dal Cusani nel ristampare laLettera, testé accennata; ma ricorsi invece, per le altre prose, alle edizioni originali, come risulta dall'elenco seguente, nel quale gli scritti del Nostro vengono ricordati nello stesso ordine strettamente cronologico col quale sono disposti nel presente volume[1].

[1] Avverto che i titoli degli scritti, i quali nell'elenco sono compresi tra parentesi quadre, non sono del Berchet. Egli lasciò questi scritti senza titolo; ma si credette di apporne loro uno nella presente edizione, o di accogliere quello dato loro dai precedenti editori, per comodo delle eventuali citazioni e delle ricerche.

I.Lettera sul dramma «Demetrio e Polibio», cantato nel teatroCarcano, della quale si parla piú sopra.

II.Sul «Cacciatore feroce» e sulla «Eleonora» di Goffredo AugustoBürger. Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo[p.240](Milano, Bernardoni, 1816). Fu ristampata dal Cusani nelle citateOpere edite ed inedite.

III.Allocuzione nei funerali del pittore Andrea Appiani, celebrati nella chiesa della Passione il giorno 10 di novembre 1817(Milano, Ferrario, 1817). Ristampata dal Cusani.

IV.Del criterio ne' discorsi.Nel numero 4 delConciliatore, 13 settembre 1818. Ristampato dal Cusani.

V. [Scortesie maschili al teatro della Scala]. Nel numero 5 delConciliatore, 17 settembre 1818.

VI. [Sulla «Storia della poesia e dell'eloquenza» del Bouterweck]. Nei numeri 9, 13 e 21 delConciliatore, 1 e 15 ottobre e 12 novembre 1818. Ristampato parzialmente dal Cusani.

VII. [Intorno al significato del vocabolo «estetica«]. Nel numero 10 delConciliatore, 4 ottobre 1818. Ristampato dal Cusani.

VIII. [Di un libro sulla romanticomachia]. Nel numero 17 delConciliatore, 29 ottobre 1818[1]

[1] IlConciliatore, riferendo il titolo del libro di cui si parla in questo scritto, dice che esso fu pubblicato a Torino «coi tipi di Domenico Pane stampatore di S. A. I. il principe di Carignano». Ma veramente nel frontispizio dell'opera, al posto di quell'«I.» («imperiale»), vi è, com'è naturale che vi sia, un «S.» («serenissima»). Se l'«I.» delConciliatoresia effetto di una svista o sia un'alterazione fatta a bella posta per alludere alla parentela del principe di Carignano con casa d'Austria, non saprei; ma, nel dubbio, lo conservai anche nella presente ristampa (p. 105, nota).

IX. [Guerre letterarie in Italia]. Nel numero 19 delConciliatore, 5 novembre 1818. Ristampato dal Cusani.

X.Lettera di Grisostomo al molto reverendo signor canonico donRuffino.Nel numero 26 delConciliatore, 29 novembre 1818.Ristampato da Guido Mazzoni nell'opuscoloDue articoli di GiovanniBerchet(Firenze, Barbèra, 1902), per nozze Guidotti-Della Torre.

XI. [Intorno all'«Origine delle lettere» del Roscoe]. Nel numero 33 delConciliatore, 24 dicembre 1818. Ristampato da Guido Mazzoni nell'opuscolo testé citato.

XII.Articolo sopra un articolo.Nel numero 34 delConciliatore, 27 dicembre 1818. Ristampato dal Cusani.

XIII.Idee del signor Sismondi sul poema di Dante.Nel numero 37 delConciliatore, 7 gennaio 1819. Ristampato dal Cusani.

XIV. [Intorno ad un poemetto di C. Tedaldi-Fores]. Nel numero 46 delConciliatore, 7 febbraio 1819.

[p.241]

XV.Lettera ad una signora milanese gentile sí, nobile no.Nel numero 47 delConciliatore, 11 febbraio 1819. Ristampato dal Cusani.

XVI.Sulla «Sacontala» ossia «L'anello fatale», dramma indiano diCalidasa.Nei numeri 53 e 55 delConciliatore, 4 e 11 marzo1819. Ristampato a Milano, 1819, dall'editore delConciliatore,Vincenzo Ferrario, in opuscolo; e riprodotto poi anche dal Cusani.

XVII. [Sulla «Storia della letteratura italiana» del Ginguené].Nel numero 61 delConciliatore, 1 aprile 1819.

XVIII. [Benedetto Castelli]. Nel numero 69 delConciliatore, 29 aprile 1819. Ristampato dal Cusani.

XIX. [Intorno alla «Servitú presso i popoli antichi e moderni» delGrégoire]. Nel numero 73 del Conciliatore, 13 maggio 1819.

XX.Sopra un manoscritto inedito degli autori del foglio periodico«Il caffé».Nel numero 91 delConciliatore, 15 luglio 1819.Ristampato dal Cusani[1].

[1] Questo scritto è firmato «|P.—Grisostomo|». Guido Mazzoni (Ottocento, p. 236) dice che questo «P.» significa «Pellico»; ma il Pellico firmò sempre gli articoli, da lui pubblicati sulConciliatore, «S. P.». «P» è invece la sigla adottata da Pietro Borsieri, in sostituzione delle iniziali «P. B.», da lui usate nel firmare ilProgrammadel periodico, e della sigla «B.» apposta poi in calce agli articoli pubblicati nei primi numeri (si veda |Rinieri|,Della vita e delle opere di Silvio Pellico, Torino, 1898. 1, 59, 304, e un mio scritto sullaCensura austriaca e il «Conciliatore«, nella miscellanea in onore di Rodolfo Renier, che vedrá la luce prossimamente).

XXI. [Sulla «Filosofia delle scienze» del Jullien]. Nel numero 92 delConciliatore, 18 luglio 1819. Ristampato dal Cusani.

XXII. [Quadro storico della poesia castigliana]. Nei numeri 99 e 111 delConciliatore, 12 agosto e 23 settembre 1819. Ristampato in parte dal Cusani.

XXIII. [Due rapporti ufficiali al governo austriaco]. Pubblicati, di sugli autografi che si conservano nell'Archivio di Stato di Milano, il primo da |Cesare Cantú|,Il «Conciliatore» e i carbonari(Milano, Treves, 1878, pp. 36-38, nota 1), il secondo da me, in appendice allo scritto suGiovanni Berchet imperial regio impiegato(nelGiornale storico della letteratura italiana, LVII, 1911, pp. 17-20). Nel ristampare questi due rapporti li rividi sulle trascrizioni dell'autografo fatte da me.

XXIV. [Discorso ai toscani]. Letto da Giuseppe Massari sulla piazza della Signoria a Firenze, il 27 marzo 1848. Fu riferito dal giornaleLa patria, di Firenze, del 28 marzo 1848, e dal giornale [p.242]Il 22 marzo, primo giorno dell'indipendenza lombarda, di Milano, del 2 aprile 1848. Lo ristampò anche il Cusani.

XXV. [Proclama ai lombardi]. Stampato in foglio volante a Milano, dalla tipografia dei Classici, con la data del 14 maggio 1848, e riprodotto poi dal Cusani.

XXVI. [All'onorevole presidente del collegio elettorale di Monticelli d'Ongina]. Lettera stampata per la prima volta nel giornaleLa concordiadel 6 novembre 1848, donde, pochi giorni dopo, fu tratta, per ristamparla in foglio volante, dalla tipografia Del Maino, di Piacenza. Di questa ultima edizione si valse Vittorio Osimo, che ristampò ultimamente la lettera del Berchet nel suo studio suGiovanni Berchet deputato(Giornale storico della letteratura italiana, LVIII, 1911, pp. 382-5), e quest'ultima ristampa serví di base alla presente edizione.


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