XVII

[12] La consolazione di Sushmanta può paragonarsi a quella che prova Romeo nella scena II dell'atto II della tragediaRomeo e Giuliettadi Shakespeare.

[13] Qui nel dramma vedesi un tratto di galanteria che sente del francese. Sacontala improvvisa uncoupletamoroso; e Dushmanta si presenta tosto a lei, improvvisandone un altro in risposta.

[14] Questo soliloquio somiglia a quel sonetto del Petrarca che incomincia:

Sennuccio, i' vo' che sappi in qual maniera.

[15] «Gandharvas», uno de' nomi che gl'indiani dánno alle schiere celesti o sia geni buoni, chiamati altrimenti «dewta». Gl'indiani hanno otto diverse maniere di nozze. Quelle secondo i riti de'gandharvassono le piú clandestine, e nondimeno legittime come tutte le altre. Celebransi senza cerimonie. Basta il mutuo consentimento degli sposi e lo scambiarsi ch'eglino fanno tra di loro d'una corona di fiori, d'un anello o d'altro, ecc.

[16] Hastinápura, cittá che in séguito fu chiamata Delhi. Secondo altri, è l'odierna Hassanabad.

[17] Questa mestizia della natura per la partenza di Sacontala somiglia, in certo modo, a quella che presso Teocrito accompagna la morte di Dafni.

[18] «Ingudi», probabilmente il «sesamum orientale» (Linneo).

[19] «Sciacravaca», uccello acquatico che gli inglesi chiamano«oca de' bramini».

[20] I conoscitori delle passioni terranno conto di questo passaggiodall'ironia al pianto dirotto. Com'è pieno di verità!

[21] Se i lettori si ricorderanno dell'ape che molestò Sacontala nell'atto primo, loderanno l'accorgimento di Calidasa nell'immaginare il delirio presente.

[22] Badino i lettori gentili a questo miscuglio d'amore e di caritá del prossimo, sentimenti affini.

[23] «Sandalo»: «santalum album» (Linneo).

[24] Nel poema di Dante e nelKing Leardi Shakespeare mi sovviene d'aver trovati alcuni passi rivali in bellezza a questo di Calidasa nel descriver le cose vedute dall'alto al basso in una gran distanza.

[25] Nell'atto primo abbiamo veduto come Dushmanta sentisse uguale pronostico.

[26] L'uccello «saconta-lavanyam» è una specie di pavone.

[27] «Il re sia sempre vittorioso». È il saluto di formalitá col quale in tutto il dramma gli amici del re si accostano a lui. Qui, in bocca di Sacontala, è come parola di pace.

[p.169]

Tempo fa in questo stesso giornale (n. 21), parlando incidentemente del signor Ginguené, abbiamo emessa la nostra opinione sul merito della di luiStoria letteraria d'Italia, e sulla fortuna incontrata presso gl'italiani dai sei volumi di essa che allora correvano pubblicati. Annunciamo ora a' nostri lettori che un italiano, noto favorevolmente fra la schiera de' letterati, il signor Salfi, avendo ragunati i manoscritti del signor Ginguené, trovò di potere stampare altri tre volumi di quella storia, e compire cosí in tutti i suoi rami il periodo che comprende il secolo decimosesto. Questi tre tomi hanno lo stesso formato degli antecedenti; e con essi termina il lavoro del signor Ginguené, da che a lui non bastò vita per poter protrarre la sua storia fino alle epoche piú recenti della nostra letteratura. Le cure spese intorno ad essi dal signor Salfi meritano tanto maggiore gratitudine, in quanto ch'egli dovette supplire col proprio ingegno e colla propria penna a non poche lacune esistenti ne' manoscritti, e dare a questi l'ordine che loro mancava in alcune parti, perché non maturi ancora per la stampa. Il signor Salfi è da considerarsi dunque nell'occasione presente non come semplice editore, ma come cooperatore col signor Ginguené. E questo titolo dividono con lui, per rispetto alla lingua [p.170] ed allo stile, due letterati di Francia, i signori Daunou e Amaury-Duval, perché alla loro revisione il diligente italiano volle sottoporre il proprio lavoro.

Data un'occhiata generale a questi tre volumi, ci sembrano egualmente lodevoli che i primi sei per esattezza storica, per abbondanza di notizie, per intelligenza franca delle cose italiane; e, del pari che i primi sei, ci lasciano anche questi nell'animo un desiderio di piú frequente filosofia: per modo che pare a noi di dovere estendere anche su di essi quanto ci venne dettato dalla libera nostra convinzione allorché parlammo de' precedenti. Non ripeteremo dunque le parole stampate da noi tempo fa; nulla vogliamo aggiungere ad esse, nulla levare. Altri pensi altramente, e ci creda pure traviati, e ci muova contro gli odii segreti: noi abbiamo pigliato a faccia scoperta il partito di spogliarci affatto d'ogni interesse e d'ogni amore transitorio, per servire all'amore perpetuo della patria e del vero, od almeno di ciò che a noi par vero. E sicuramente non ce ne fará biasmo chiunque sa quanta consolazione sia in certi momenti il poter dire all'anima propria:—Se non d'altro, sei monda almeno d'ogni invidia e d'ogni servilitá, né ti vendesti mai alla fortuna de' raggiri.—

Ci perdonino i nostri lettori questa ed altre consimili digressioni. È la natura di certi costumi d'Italia che ci sforza a farle, non giá una troppo alta importanza che noi vogliamo attribuire alle nostre fatiche letterarie. Il peccato nostro (e lo confessiamo, ma non con intenzione di pentircene) sta tutto nella bizzarria, che ci siamo fitta in capo, di volere riputare un delitto, una infamia la professione delle lettere, se in ogni menomo atto non è esercitata come virtú morale.

E a questo proposito, pensando al bel carattere morale del signor Ginguené, ci giova lasciar per ora da un canto la suaStoria letteraria, e cedere invece al bisogno che sentiamo di dare una lagrima alla memoria di questo illustre defunto. La morte dell'uomo sapiente è una sciagura intellettuale, che può anche tollerarsi a ciglio asciutto; ma quella dell'uomo probo è un dolore amarissimo, per chi considera quanto debba penare [p.171] l'umana societá a riempire il vuoto che quegli morendo vi lascia.

La carriera de' pubblici impieghi fu corsa onoratamente dal signor Ginguené fino all'anno 1802. Ogni cosa gli prometteva allora facile il conseguimento delle ricchezze e degli onori piú splendidi: bastava che avesse potuto desiderarli. Ma, sdegnoso egli del favore del nuovo governo, contrario affatto a' principi da lui professati con intima religione, non volle piegare il ginocchio innanzi ad un idolo politico che non era l'idolo della sua coscienza. Rinunziò quindi ad ogni impiego pubblico, e coll'anima incontaminata consacrò interamente la vita e l'ingegno alla letteratura. Negletto, dimenticato dal governo, detestato anche: se ne compiacque. Tutti gli studi suoi furono da lui rivolti all'utilitá de' suoi concittadini; e co' versi, con le prose, con le lezioni recitate al Liceo (ora Ateneo), procacciò di vieppiú sempre nobilitare l'intelletto e 'l cuore dei francesi.

Nell'ultima caduta di Napoleone venne fatta istanza al signor Ginguené perché celebrasse in versi il nuovo destino della Francia, tuonando irato contra i costumi dell'uomo precipitato dal trono.—Lascio questa cura—rispose egli—a coloro che lo hanno lodato.—E gli adulatori di Napoleone accettarono alacremente l'incarico che Ginguené rifiutava.

La candida onestá del signor Ginguené guadagnò a lui ne' crocchi delle persone piú savie e piú gentili della Francia un epiteto che gli fa onore, e che da gran tempo non va scompagnato mai dal suo nome:«le bon Ginguené». Innamorato della vita campestre, egli ne gustò lungamente tutta la pace; e da essa le sue maniere pigliarono molto di quella schietta ed ilare cortesia, che raddoppia i nodi dell'amicizia e che sola può placare l'invidioso dispetto con cui il volgo guarda d'ordinario chi ne sa piú di lui. Eaubonne e la valle di Montmorency prestarono l'ultimo asilo al signor Ginguené; e l'ultima voce di lui fu udita in quelle amene campagne… Ora non vi suonano che i gemiti della sua vedova moglie.

Possa un sospiro de' nostri lettori italiani, un sospiro che sia l'espressione della tristezza insieme e della riverenza, espiare [p.172] una villania fatta al signor Ginguené da un italiano! È noto a tutti di che modo l'Alfieri pagò d'ingratitudine un favore usatogli spontaneamente dal signor Ginguené, quando questi cercò di salvargli dalle mani del fisco di Francia la libreria ed i manoscritti. La lettera che il signor Ginguené, dolente dell'insulto onde vide ricompensato il proprio zelo, scrisse su di ciò all'abate di Caluso, e l'indole stessa del fatto, dimostrano quanto sia stato il torto dell'Alfieri. In discolpa di lui nulla può dirsi saviamente; e, se avessero spaccio tuttavia gli arzigogoli e gli insulsi sotterfugi de' retori, appena appena diremmo che quell'atto villano lo commetteva l'autore delMisogallo, ma che Vittorio Alfieri non lo sapeva.

|Grisostomo|.

[1]Histoire littèraire d'Italie par|P. L. Ginguené|,de l'Institut royal de France, ecc. ecc. ecc., tomi VII, VIII, IX, Paris, 1819, chez L. G. Michaud. (L'intera opera del signor Ginguené si vende presso il signor G. Gigler, sulla Corsia de' servi, n. 603).

[p.173]

L'adulazione mercenaria di parecchi letterati ha fatto brutto servizio agli elogi. Per essa queste forme oratorie, destinate ad onorare la sapienza, l'amor della patria e tutte le altre virtù civili, sono oggimai cadute in discredito presso molti. Quante volte la parola «elogio» sveglia in capo a chi l'ascolta un'idea a cui di necessitá tengono compagnia altre idee schifosissime! Ma, come la spada non è infame se non quando la impugnano i traditori, cosí l'elogio può essere santo se scritto con santa intenzione.

Non va confuso cogli ordinari scrittori d'elogi chi recita e stampa le lodi d'un povero fraticello morto censessantacinque anni fa, chi con esse non mira a lusingare di rimbalzo la vanagloria viva e pagante d'un qualche discendente della famiglia onde emerse quel povero fraticello lodato. E però noi volentieri ci congratuliamo col signor dottore Sisto Tanfoglio dell'elogio letto da lui, sono tre anni, in un'adunanza dell'Istituto, e pubblicato ora colle stampe di Brescia. L'umile ma famoso monaco, di cui egli pigliò a parlare, meritava un encomio che fosse dettato dalla riverenza spontanea, non comandato dall'opportunitá di guadagnarsi un fautore. Colla sua intenzione ingenua il signor Tanfoglio pare a noi che abbia corrisposto degnamente al merito ingenuo di Benedetto Castelli.

Nella orazione che annunziamo poco ci viene detto delle particolaritá della vita, e molto degli studi di questo celebre [p.174] matematico. «Nacque in Brescia nel 1577 da famiglia patrizia, ed ebbe a genitori Giambattista e Daria Castelli. Di diciotto anni si spartí dagli uomini, facendo voto di monacato in San Faustino di Brescia». Fu in Padova discepolo del Galileo, a cui si strinse di tenace amicizia. Fu professore di matematiche in Pisa. Nel 1628 andò a Roma, chiamatovi da Urbano ottavo, «che gli doppiò lo stipendio e lo dichiarò suo primo matematico. In Roma pubblicò la prima volta l'aureo trattatoDella misura delle acque correnti»; ed ivi morí nel 1644.

È noto che Benedetto Castelli fu il primo che applicasse alle dottrine idrostatiche le geometriche, e che riducesse a scienza certa ciò che prima era abbandonato alla pratica. «Legislatore ed ordinatore supremo de' fiumi e de' torrenti», il Castelli dettò teorie idrostatiche, che servirono di base a tutte le teorie posteriori; e, se ad altri vuolsi dare il vanto d'avere perfezionate ed ampliate siffatte dottrine, a lui non può negarsi quello di averne trovati i primordi: il che non è poco indizio di vigoria d'intelletto.

Il signor Tanfoglio spiega, per quanto lo comporta la brevitá del suo discorso, queste ed altre dottrine ed esperienze praticate dal Castelli, e sulla bontá di esse fonda le ragioni della lode che gli va tributando. L'orazione sua riesce un lavoro piú scientifico che letterario; e tale, a dir vero, lo voleva la natura dell'argomento. Non inviteremo dunque i nostri lettori a considerarla dal lato letterario, parendoci ch'essa abbia un merito piú deciso guardandola dall'altro lato, e ravvisando in essa l'espressione dell'animo di un giovine studioso che loda ciò che l'intima persuasione gli suggerisce di lodare.

|Grisostomo|.

[1]Elogio di Benedetto Castellibresciano di |Sisto Tanfoglio|, dottore in filosofia e matematica ecc. ecc., Brescia, 1819, presso Nicolò Bettoni e soci.

[p.175]

L'uomo che dall'alto della sua fortuna volge uno sguardo compassionevole ad una classe inferiore di cittadini trattata duramente dall'orgoglio dei piú, ed il filosofo che, abbandonate le astruse ed aride speculazioni, crede di nobilitare la propria sapienza impiegandola a pro del misero avvilito ed ingegnandosi di trovar modi onde migliorarne la condizione, sono due vere bellezze nell'ordine delle cose morali. Le azioni loro brillano in mezzo a' traviamenti della umana natura, e rischiarano altrui il cammino della vita con una luce consolatrice. Nel leggere il libro dellaDomesticiténon possiamo tenerci di ammirare nell'autore di esso, il signor Grégoire, l'uomo onesto ed il vero filosofo; non possiamo negare a questo antico presidente della «Societá degli amici de' negri» la simpatia, il rispetto, l'amore ch'egli merita come esempio vivo di operosa filantropia. Una nuova edizione recentissima di questo libro ci sia sufficiente occasione per poter parlare di esso anche dopo i quattro anni da che uscí per la prima volta alle stampe.

Il protettore de' negri, quegli che fino dal 1791 perorò altamente contra l'infame tratta di quei meschini, e sollecitò l'abolizione della loro schiavitú, manifestandone tutta l'ingiustizia, di rizza ora all'umanitá parole di propiziazione in favore d'altra gente infelice. Nel libro sullaDomesticitéil signor Grégoire esamina la condizione de' servitori d'ambo i sessi in Europa; [p.176] discute i mezzi co' quali renderla meno sciagurata per se stessa e piú giovevole alla societá civile; e con quella eloquenza che non è insegnata nelle scuole, ma che procede direttamente dalla bontá del cuore, cerca di trasfondere ne' suoi lettori la caritá virtuosa di cui egli sente l'impero sull'anima propria.

L'autore dá uno sguardo franco, ma rapidissimo, alla storia de' popoli antichi, e considera lo stato degli schiavi presso i greci ed i romani. Il barbaro modo, con cui in generale venivano oppressi gli schiavi da quelle due nazioni tanto venerate da' nostri pregiudizi scolastici, concorre anch'esso a giustificare la generositá dell'ardimento di coloro che, paragonando la somma de' nostri costumi presenti a quella de' costumi de' tempi remoti, niegano all'antichitá quel cieco ossequio superstizioso che ci è imposto come obbligo dalla servile pedanteria, e tributano invece una piú sentita riverenza alla ragione umana che si fa monda attraverso dei secoli. «Tito egli stesso,—dice il signor Grégoire—Tito, l'imperatore soprannominato 'la delizia del genere umano', avendo ridotti in servitú i popoli della Giudea, il trattò con la piú ributtante ferocia. Ne' giuochi e negli spettacoli dati da lui a Cesarea perí una gran turba di schiavi, alcuni sbranati dalle fiere, moltissimi costretti a combattere contro i loro compagni e ad ammazzarsi l'un l'altro. Mille e cinquecento schiavi vennero scannati in quella stessa cittá onde celebrare il giorno natalizio di Domiziano, fratello della 'delizia del genere umano'; e ne furono scannati altri assai a Berito in onore di Vespasiano, padre della 'delizia del genere umano'… Ecco di che fu capace un principe, a cui l'adulazione de' contemporanei e la credulitá delle generazioni successive decretarono l'apoteosi!».

Dall'esame della schiavitú presso i greci ed i romani l'autore discende a quello della servitú nel medio evo, e finalmente a quello della «domesticité», che è quanto dire della condizione dei famigli o servitori, ne' tempi presenti; e dichiara che le riflessioni, alle quali egli verrá condotto dal suo discorso, avranno quasi sempre la mira a' soli famigli d'ambo i sessi destinati a' servigi domestici nelle cittá, non a quelli destinati a' servigi rurali.

[p.177]

«L'Europa nel medio evo teneva gli uomini, per cosí dire, inchiodati alla gleba. L'Europa moderna offre lo spettacolo di una turba di donne, di oziosi vestiti a livrea, di valletti ecc. ecc., che riempiono le anticamere e vegliano giorno e notte a prevenire i bisogni veri o fittizi de' loro odiati padroni… Nel 1796 a Torino sopra 93.076 abitanti contavansi 3.168 servi e 5.292 serve. Totale d'ambo i sessi 8.460; il che forma la undecima parte della popolazione».

Non è giá con questa proporzione che s'abbia a pretendere di raccogliere il numero de' famigli esistenti in tutta l'Europa, da che ciascun paese presenta agli statistici proporzioni differenti. Il numero de' famigli cresce, ove piú ove meno, a seconda del crescere delle ricchezze, delle distinzioni sociali, dell'ineguaglianza delle classi civili. A Parigi ed in tutte le grandi cittá il numero de' servi si fa ogni dí maggiore per colpa del lusso ogni dí piú favorito. Non sarebbe lontano per nulla dal vero il supporre che in Francia un milione d'individui sia impiegato ne' servigi domestici, non contando coloro che prestano servigi rurali. Considerata dunque la tanta quantitá di siffatti individui e quanto essi possano contribuire alla tranquillitá dello stato ed alla felicitá privata delle famiglie, chi non vede essere cosa importantissima il pensare ad una riforma de' loro costumi, ad un miglioramento della loro educazione intellettuale? Questa riforma e questo miglioramento raddolciranno ad essi di molto il peso della servitú. L'uomo ignorante e senza morale è necessariamente infelice.

Ommettiamo di riportare le tante prove della depravazione morale de' servi, registrate dall'autore nel suo libro. Che i servi sieno spesse volte scostumati, è una veritá di fatto, della quale ciascuno di noi è persuaso prima ancora che la ci venga annunziata.

Ma, siccome per togliere di mezzo un male fa duopo investigarne le cagioni, vediamo da che provenga cotesta depravazione. Il rimediarvi stará nel toglierne di mezzo le cagioni.

Una delle principali origini della depravazione de' servi è la depravazione de' padroni. «Come possono inspirare sentimenti di fedeltá a' loro famigli certi padroni arricchiti da [p.178] fallimenti dolosi, da ruberie, da rapine; certi padroni contra i quali grida vendetta il sangue de' poverelli? Come possono inspirare a' loro famigli sentimenti di riverenza e di subordinazione certi padroni capricciosi, aspri, crudeli, a' quali la caritá è sconosciuta del pari che la giustizia, le di cui parole e maniere spengono negli animi altrui ogni affezione; padroni, i quali non vorrebbero comandare che ad automati, che all'opulenza associano tutti gli effetti d'una cattiva educazione, che, nudi di ogni sentimento dilicato e logorati dai vizi, non perdonano ai loro servi il menomo difetto?».

L'esempio buono è il piú eloquente de' predicatori. Pochissimi uomini coltivano la loro ragione e il loro cuore; pochissimi operano per impulso di princípi sentiti intimamente e professati. I piú vanno dietro agli altri e sono enti imitatori. Però in casa dell'uomo vizioso rade volte troverai servi virtuosi. «Tel maitre, tel valet», è proverbio che d'ordinario non falla.

Altra origine della corruzione morale de' servi è l'abitudine ai giuochi del lotto e ad altri consimili. Quanti individui, allettati dalla speranza di far fortuna e cambiare stato, incominciano la carriera del vizio rubando, e la finiscono col suicidio! Quanti ospedali, quante prigioni, quante forche bisognò innalzare per lasciar vita a questo abuso de' giuochi!

E non ultima fra le cagioni della depravazione de' famigli è il servirsene che talvolta fanno i governi per conoscere gli andamenti de' padroni. Il mestiere infame della spia inaridisce nell'anima ogni attitudine alla virtú, e rende in un momento solo che lo si eserciti prontissimi gli uomini ad altri delitti.

Per migliorare i costumi de' servi bisognerebbe dunque, prima d'ogni cosa, migliorare la morale de' padroni. Questo è un suggerimento facile a darsi; ma una gran lode meriterebbe chi suggerisse la maniera di mandarlo ad effetto. Piú facile è il mettere riparo ai mali provenienti dalla tolleranza del lotto. E se non si fará mai far da spia a' servi, un gran passo avremo corso verso il perfezionamento della morale di questa classe d'individui.

Supponendo che le leggi provvedano per quanto sta in esse al mantenimento de' buoni costumi ne' servi, i cittadini ricchi [p.179] e probi debbono, giacché le leggi non possono far tutto esse, contribuire dal canto loro al medesimo scopo. E a questo effetto, l'autore propone l'instituzione di scuole destinate interamente pe' servi. Lo spirito regolatore di siffatte scuole dovrebbe essere quello di sviluppare, piú che non s'è fatto finora, le facoltá intellettuali della povera gente, combinando questa educazione colla pratica costante della virtú. Alla mancanza attuale delle scuole speciali pe' servi, pare a lui che potrebbe supplire intanto una maggiore propagazione de' metodi scolastici alla Lancaster. Crederebbe egli necessario per altro che, oltre il leggere e lo scrivere e l'aritmetica, s'insegnassero nelle scuole alla Lancaster anche principi di morale pratica, in modo che negli allievi la virtú diventasse un bisogno della coscienza.

Ma perché nella disposizione naturale degli animi umani i premi sono un allettamento al ben fare, l'autore vorrebbe moltiplicati dalle largizioni de' ricchi gli ospizi pe' servi cresciuti in vecchiezza ed infermi, e stabilita anche in Francia, come giá esiste altrove, una «Societa filantropica», che destinasse premi d'incoraggiamento e di ricompensa pe' servi costumati e dabbene, quando, con lunghi anni di servizio presso una o poche diverse famiglie, avessero dato prove di incorrotta fedeltá.

Non diremo qui di che modo il signor Grégoire difenda la causa de' servi contro l'insultante durezza de' padroni. L'uguaglianza degli uomini ed il rispetto che debbono portarsi a vicenda, qualunque sia la condizione che sembri separarli gli uni dagli altri, sono veritá tanto lucide che ci parrebbe di far torto all'Italia ripetendole. Però, augurando molti lettori italiani al libro del signor Grégoire, facciamo voti affinché lo spirito di liberale caritá, che in esso domina, produca effetti i quali tornino in onore della nostra patria. Una emulazione virtuosa tra popoli e popoli, che abbia per iscopo il conseguimento delle benedizioni de' posteri, è uno spettacolo degno de' tempi presenti.

|Grisostomo|.

[1]De la domesticité chez les peuples anciens et modernes par|M. Grégoire|,ancien evêque de Blois, ecc. ecc. Parigi, ecc. ecc.

[p.180][p.181]

Agli scalini del duomo vendevansi qui in Milano, sono pochi dí, al prezzo fisso di dieci soldi il volume, tanti libri e libracci usati, quanti bastavano a formare alla rinfusa un mucchio, del diametro di forse otto passi ed alto un mezz'uomo e piú. Passava di lá casualmente uno degli estensori del nostro giornale, e, datosi a frugare per entro a quel caos di sapienza avvilita e di pazzie umane mantenute tuttavia in eccessiva onoranza dalla tariffa del venditore, trovò modo di spendervi dietro anch'egli, bene o male, uno scudo. Raccomandò il prezioso acquisto alle spalle d'un fattorino del libraio senza bottega, avviandolo alla contrada tale, casa tale, numero tale; e, sborsato il prezzo, entrò in duomo, probabilmente per farvi orazione: i maligni dicono, per pigliarvi il fresco.

Sull'ora del pranzo tornato egli a casa, trovò il fagotto de' libri buttato in terra a piè della seggiolina della portinaia, che, sudicia né piú né meno di tutte le sue consorelle, pure non aveva voluto metter mano su di esso, per paura, diceva, d'impolverarsi, e soltanto si degnò di additarlo con un calcio allorché ne sopravvenne il padrone. La schifiltá della donna pareva essere una strana disarmonia in quella cameretta. Misurando con un'occhiata tutto il lercio dello stanzino e dell'abitatrice, un uomo filosofo avrebbe avuto di che fantasticare assai sulla ignobilitá corporale dell'umana razza e sul perpetuo ondeggiamento de' principi morali da cui muovono le nostre azioni. Una portinaia schiva d'imbrattarsi di polvere un dito! All'amico nostro, accostumato da molti anni a veder tante __inconseguenze__ [p.182] e incongruenze e contraddizioni razionali e morali e sociali…, bastò di ridere alcun poco del bislacco sussiego della donnicciuola.—Va'—le disse—l'anima tua è screziata come l'abito che porti indosso.—Era una vestetta rattoppata con piú cenci, l'un d'un colore l'un d'un altro.—Ma io non rido di te, rido dei molti a cui tu somigli.—Nel dir questo, egli, che s'era fatto allo sportello verso l'androne e vedeva la strada, mandò uno sguardo di allusione a tre bei carrozzini, che lesti lesti scorrevano allora appunto per di lá. Poi, rientrato, spolverò alla meglio i suoi libri, se li recò sotto 'l braccio, salí le scale e li depose sullo scrittoio.

Il dí susseguente, l'amico nostro riandò i vari frontispizi, e gli nacque il pensiero gentile di dividere con alcuni suoi vicini la sapienza comperata. Studiò di proporzionare il dono ai bisogni di ciascheduno di essi: voleva anche in tale inezia essere utile al prossimo. E però, sbandita ogni idea, ogni apparenza di beffa, mandò sul serio come lettura proprio opportuna i seguenti libri ai seguenti individui.

Ad un ricco giovinetto uscito non ha guari di collegio, una discreta traduzione italiana delleLettere di lord Chesterfield al proprio figliuolo.

Ad un classicista, gliElementi delle cognizioni umane ad uso de' fanciulli(edizione di Parma), ed i dueGalatei, l'uno di monsignor Della Casa, l'altro di Melchiorre Gioia.

Ad un romantico, un libro stampato in Venezia del 1563 ed intitolatoPungilingua e trattato di pazienza di fra Domenico Cavalca da Vico Pisano(edizione citata dai compilatori della Crusca).

Ad uno sposo recente, un grosso volume e mezzo scucito, intitolatoNouvelle manière de defendre et de fortifier les places irrégulières à l'usage de ceux qui ne sont pas géomètres, par P. I. de Bellersheim.

Ad un illustrissimo borioso, leOsservazioni di Francesco Redi intorno agli animali viventi che si trovano negli animali viventi.

Ad un postulante,L'uomo di corte di Baldassar Graziano(traduzione dallo spagnuolo).

[p.183]

Ad una signora attempatella, un libro sconosciutissimo, intitolatoL'arte di congedarsi a tempo, stampato in Venezia, l'ultimo anno della repubblica.

Inviati al loro destino i libri suddetti, l'amico nostro ne ritenne per sé il restante; salvo che portò egli stesso di sua mano negli archivi delConciliatoreun grosso volume di manoscritti, legato in pergamena e della forma d'un libro parrocchiale, sdebitandosi cosí della promessa, che aveva fatto a se medesimo, di regalar qualche cosa anche a' veri amici suoi. In quel punto gli estensori delConciliatoreerano occupati in rifare alcuni periodi al giornale, che doveva uscire di lí a poche ore. E però non badarono per allora piú che tanto né al nuovo ospite de' loro archivi, né alla storia del come esso era pervenuto in potere del donatore. Questi fu rimunerato grettamente dai donatari con un «mille grazie» secco secco; ma, ponendo mente alla circostanza, gli parve che il guiderdone fosse anche troppo, e si tenne contento.

Non passò per altro una settimana che ai pochissimi estensori rimasti in Milano a tirare il carro, mentre che tutti gli altri se ne stanno oziando alla frescura in amene campagne, su pe' colli di Brianza od in riva a qualche lago, cadde sott'occhio il volume de' manoscritti e nell'animo la voglia di scartabellarlo.

Il frontispizio dice precisamente cosí:Miscellanea di cose accadute a' miei tempi, dove c'è dentro un poco di tutto. E piú sotto: «Io, prete don Anastasio Caramella, cappellano titolato in Verderio superiore, ho messa insieme questa miscellanea per mio uso ed esercizio, incominciando il giorno di pasqua dell'anno 1759 e seguitando fino al giorno di san Giuseppe del 1771, nel quale il dolore per la morte della mia buona Maddalena mi ha fatto rinunziare al mondo ed alle vanitá».

Chi fosse questa Maddalena, la quale vivendo faceva un po' mondano don Anastasio, non è occorso a' sottoscritti di potere indovinare. Ma non hanno lette ancora che poche carte dellaMiscellanea. Apertala a metá del volume, vi trovarono un capitolo che s'annunzia cosí:Elegia comico-seria ed in prosa, composta da due degni signori che scrivono nel foglio periodico «Il caffé».

[p.184]

Letta avidamente l'elegia, i sottoscritti pensarono subito che lo stamparla sarebbe stato un far cosa gradita al pubblico; da che oggidí gli scrittori delCaffé(morte essendo e seppellite le brutte invidie de' loro contemporanei) ottengono quella giusta venerazione che si meritano, ed ogni cosa che sia frutto di quegli ingegni viene letta con altrettanta compiacenza quant'era l'astio inverecondo col quale a' tempi loro sprezzavasi. Nel manoscritto non è registrato il nome dei due compositori dell'elegia. In alcuni passi le idee e lo stile farebbero sospettare ch'essa fosse fattura di Pietro Verri; in piú altri, del di lui fratello Alessandro. E forse è opera di tutt'altri; forse un solo individuo ne fu l'autore; forse… anche… chi sa? I sottoscritti non vogliono avventurare nessun giudizio: decida il pubblico.

Ecco l'elegia ricopiata tal quale dallaMiscellaneadel cappellano. Ma no: bisogna che i lettori sappiano in prima una cosa, e la si dica. L'elegia è preceduta da unaNotizia storica, compilata da don Anastasio. Sono descritte brevemente in essa le circostanze che diedero occasione al componimento patetico. E sono circostanze tali, che per una bizzarria dell'accidente somigliano in qualche modo a quelle in cui trovansi gli estensori delConciliatore. Siffatta analogia, è da confessarsi, contribuí anch'essa a far nascere il pensiero di pubblicar l'elegia, e con essa anche laNotizia storicanella sua genuina semplicitá. S'è detto «analogia d'alcune circostanze». Badate bene, o lettori, ai termini; perché gli estensori delConciliatorenon amerebbero d'essere creduti sí presuntuosi da voler paragonare se stessi agli illustri scrittori delCaffé. Sanno bensí in coscienza di aver comune con essi la intenzione; ma l'ingegno poi e le forze…, queste sono altre cose. «Non omnia possumus omnes», soleva dire ogni tratto il barbiere di Tom Jones. Oh! un barbiere ci vorrebbe che lavasse il muso a certi israeliti della nostra penisola, de' quali dicesi che per avere imparate a mente quattro frasacce delPataffiodi ser Brunetto, siensi fatti tronfi come la rana della favola, e vadano gracchiando contro le opere del Verri e del Beccaria, e le chiamino «miserie», perché non vi [p.185] trovano sapor di lingua. Sapor di lingua! E che sapete voi mai, o israeliti, d'altro sapore fuor di quello dell'oca?

Don Anastasio dunque lasciò scritta, o lettori, unaNotizia storica. Vedetela qui; e, se vi piace, ringraziatene gli editori, che finalmente stanno zitti e lasciano parlar don Anastasio e suoi poeti.

L'estate di quest'anno 1765 fece un gran caldo in Milano; ed io, che mi trovava lá giú, bruciava che pareva in un forno. In un giorno di luglio, non mi ricordo se giovedí o martedí, ma era giorno di grasso, fui invitato a pranzo la prima volta a casa della marchesa donna Antonia, signora piena di degnazione, che solamente mi fece venire, e non mi conosceva, perché io era amico di molti di que' sapienti che scrivevano ilCaffé, e quel dí pranzavano dalla signora marchesa; ma solamente due di essi in effetto, perché gli altri erano scappati fuori in villeggiatura, tanto era indiavolata e scottava la cittá. Que' due buoni signori raccontavano tra una portata e l'altra d'aver veduti stracciati per la strada alcuni fogli delCaffé, e parevano in collera. Ma io credo che facessero finta, perché di quando in quando si guardavano e ridevano, ed erano insomma di buon umore. Anzi narravano tutti gli insulti che ricevevano dalla bassa canaglia, e che fino sentivansi chiamare «Societá dei pugni»; ed era come se parlassero di gloria e trionfi. Che fiore di galantuomini proprio esemplari! In fine della tavola tirarono fuori e lessero una poesia o prosa, che avevano fatta sui loro guai. E l'uno diceva:—Stampiamola;—e l'altro:—No;—e sí e no, e sí e no. E infine non ne fecero niente; perché la marchesa, donna di giudizio, diceva che non bisognava darsene per intesi, e che sempre era succeduto cosí, e che sempre sarebbe succeduto l'eguale a chi scrivesse proprio come la pensava; e che poi bisognava contentarsi di chiappar la lepre col carro, e lasciar tempo al tempo. Ma quella elegia mi piacque tanto, che pregai di darmene una copia. Ed ebbero la bontá di esaudirmi. Ed ecco, è l'elegia seguente. Peccato che non l'abbiano messa sulCaffé!

[p.186]

Vieni colla querula lira, o bionda Elegia; e sparsa di lagrime scioglile chiome…

—No, no; questa prosa somiglia troppo i soliti versi: cominciamo dinuovo.—

Fa' latoeletteuna volta, o vecchia Elegia, se ti restanochiome.

E se, dai mille anni in poi che tu spandi i torrenti delle tue lagrime sulle arcadiche cetre, ancora te ne rimane una stilla, vieni, o pietosa, nel caffé di Demetrio[1] ad imprestarmela per tante disgrazie.

Chi sará mai cosí dotto aritmetico da poter numerare tutti i miei nemici? Chi sa dirmi donde l'odio, gli strapazzi, gli sdegni contro di me, che non gli ho veduti pur mai!

Ignoro il mio delitto. Studiando, scrivendo, operando col coraggiodell'onestá, ho forse violati gli altari, tiranneggiata la patria,venduta l'innocenza?

Ho forse offesi tutti coloro che scrivono ed operano senza il coraggio dell'onestá? Oh! condonate l'errore giovenile: io sognava Lacedemone, ed era in Babilonia!

—Ahi! ahi! ahi!…—ho sclamato tre volte per riverenza delle nove muse, quando vidi l'atroce spettacolo!

Vidi (credetelo, o posteri) il foglio arditamente sincero, il foglio che tien desta l'invidia, quand'ella piú s'affanna a persuadere che dorme, il mio poveroCaffélacerato in mille brani, bruttato nel fango delle strade.

E l'asino grave, e lo stupido bue, e l'armento servile delle pecore lo calpestavano passando! Sento ancora i ragli di gioia, i muggiti di trionfo, i belati di compiacenza. Oh vergogna, oh sventura irreparabile! ahi, ahi, ahi!…

Dimmi tu, o solo compagno rimastomi in tanta guerra, come potremo difenderci?

Ecco primo venirne contro il rotondo signor Cristoforo, ingegnosissimo, [p.187] terribilissimo per grandi occhiali sul naso e impolverata parucca![2]

Ei m'accenna col dito alle turbe e grida:—Quegli è il colpevole, quegli il ribelle che ardisce resistere all'autoritá, stimare i moderni, non adorare gli antichi. Guai se il mondo uscisse di pupillo e l'ascoltasse! Urlate, o turbe: fischiate, percuotete, uccidete. Lo scellerato pretende che __si ragioni__!—

E le turbe, che non ragionano e non intendono, mi guardaronominacciose; ed io, traendomi in disparte, risposi:

—O gente degna delle «ghiande saturnie», placatevi e calpestatequesto male sparsoCaffé.—

Venne Adonio, il damo per eccellenza; Adonio, il condottiero profumato della schiera degli eunuchi. Costui, recandosi tra le mani l'ultima raccolta diAna, cercò tra le pagine un epigramma, e mi trafisse.

Ahi, ahi, ahi… Oh mio mal prodigatoCaffé!

Ma chi mi giunge a sinistra dietro le spalle? Ecco la schiera brunache bulica come un formicaio.

Veggo lo scrittorello, colui il quale vende ognora a gran prezzo ciòche val nulla: se stesso ed i suoi giudizi.

Veggo il vecchio Codro, cadente sotto il peso de' suoi volumi infoglio; né la rabbia basta a dargli forza per lanciarmeli contro.

E te pure non dimentico, o poetastro, celebratore de' pranzi illustri; e te pure, o Vafrino, piaggiatore de' grandi, che ti sei fatto un patrimonio colla loro vanitá.

Ma voi chi siete, pallide facce, tutte fosche di neri capegli, ora immote verso il cielo, ora inclinate mestamente alla terra? Ah sí, vi riconosco, Piloncino e Tartuffo, ipocriti di virtú, falsatori di religione.

E i vili si strinsero le destre, e congiurarono cosí:

—Costui né si vende né si compra; ma con un tocco ardito della sua penna sbalza dai volti le maschere e snuda la veritá.

Dunque pèra il __superbo__, pèra il __nemico__ della patria, pèra il __disprezzatore__ de' grand'uomini, il __novatore__ mostruoso, l'esecrato __filosofo__ pèra.—

[p.188]

Sí, calpestate il male sparsoCaffé, o fallaci e crudeli dispensatori delle «ghiande saturnie». Abborritemi, vendicatevi. Ma prima ponete una mano sul mio petto, e sentirete che questo cuore batte tranquillo.

Il giorno non è lontano che la pianta felice da noi collocata ne' campi d'Esperia porterá piú copioso il suo nobile frutto; il suo frutto che non manda fraganza, se nol tormenti col foco[3].

E voi pure tormentateci, o gente saturnia! Ma noi, alleati col Tempo,atterreremo su queste pianure i vostri boschi di querce; né piú visará dato d'imprigionare tra l'ombre le menti dei mortali.

Perché una forza irresistibile di perfezionamento è nella nostranatura, e progredisce e trionfa; e, simile al fato, conduce ivolenterosi, e i repugnanti strascina.

Ma di chi la gloria, di chi? Amici del nostro cuore, che sudate con noi nell'altissima impresa, non lasciateci or soli frammezzo ai turbini. Ove siete, che fate?

Due di voi, io lo so, compiacendo al lor genio, si ascondono nelle solitudini.

Allato allato delle vostre predilette, seduti a sera sull'erta della collina, seguite con occhio innamorato le stelle remote, e alla presenza delle bellezze del cielo parlate le speranze d'una vita migliore.

Intanto noi tra le mura infiammate della cittá scriviamo la notte, scriviamo il giorno, e appena abbiam tempo di mandare un sospiro.

Dove sono gli altri? ahi! dove sono? Voi correte in caccia le campagne, o saltate i fossati, o veleggiate sui laghi ascoltando i canti verginali di che sull'alba risuonano le sponde, o cercate i semplici costumi tra le montagne dell'Elvezio vicino… Ma ricordatevi di noi, che siamo qui soli!

E tu pure, altero e ritroso ingegno, che fai? Né amoreggi, né viaggi, né scrivi, e godi il tuo sommo diletto lasciando correre il pensiero negli aerei campi dell'Idea[4].

[p.189]

Ozio è questo, o fratelli: Piloncino ne ride, e noi due ne piangiamo, improvvisando la nostra elegia.

Oh, povera Elegia! Ora t'innalzi, ora strisci nella polvere, e non somigli a nessuna. Guai se t'abbatti in qualche grave maestro, che voglia riscontrare le tue forme sul modulo de' precetti![5].

Il feroce trarratti per gli orecchi al cospetto delle muse, e domanderá vendetta contro il padre dell'orribile mostro.

A lui cosí dirai tua ragione:—O grave maestro, cui piacciono le centomila ricantazioni de' lamenti ovidiani, colui che m'ha fatta, sappilo, non somiglia l'errante modellatore lucchese: egli non mi foggiò di fragile gesso nella forma cavata da un altro, perché l'ignaro moltiplicasse le copie! Sono rozza, ma scolpita sul vivo; deforme, ma forte; sono un ente di piú nella natura.

Tale è l'elegia che abbiamo trovata nel manoscritto di don Anastasio e che pubblichiamo con tutta fedeltá. Le note da noi sottopostevi ne parvero opportune per la maggiore intelligenza del testo. Se nel libro regalatoci rinverremo altre cose meritevoli di essere tolte all'oscuritá, i nostri lettori non ne saranno defraudati.

I due estensori|Grisostomo|—P.

[1] Demetrio era un caffettiere greco, nella cui bottega gli autori delCafféhanno finto che avvenissero le loro conversazioni.

[2] Di questo signor Cristoforo si veggono piú menzioni nel giornale delCaffé. Sovranamente comica è la di lui disputa in favore degli antichi contro quello fra gli estensori che si firmava «A.».

[3] Intende la pianta del caffé, e per essa simbolicamente la filosofia, alla quale sono necessarie le persecuzioni per farsi infine conoscere e sentire da tutti.

[4] Non crediamo ingannarci nel riconoscere in questi tratti ilBeccaria, uomo altamente contemplativo, ma poco inclinatoall'attivitá. Piú dubbie sono le indicazioni degli altri colleghia cui si rivolgono le esortazioni degli elegisti.

[5] È noto che nelCaffési sono combattute con molta forza lefalse regole e le frivolezze de' pedanti e de' poeti italiani.Veggansi singolarmente i due discorsiSui difettieSullo spirito della letteratura.

[p.190][p.191]

Ogni volta che ci occorre di dover parlare di economia politica, di lega fraterna tra i popoli, del bisogno di una letteratura essenzialmente liberale, di scuole alla Lancaster, di diffusione di lumi, di mezzi coi quali aggiungere rapiditá al progresso del sapere umano e d'altri argomenti di consimile natura, l'esperienza ci fa presentire vicine il ronzio d'una maledizione sul capo nostro per parte de' missionari della tenebria e deifrères ignorantinsdella nostra penisola. Eppure, sia detto in buona coscienza, non entra mai ne' disegni nostri una menoma intenzione di pigliare la penna in mano per muovere la bile ad una menoma persona. Se, procurando di servire come meglio può alla nazione italiana, necessariamente ilConciliatoreincappa a spiacere all'individuo, questi si dolga non di noi, ma della sua propria sinderesi e delle sue proprie opinioni, discordi forse troppo da quelle della nazione e del secolo; si dolga con se stesso, per aver tolto a seguitare coi pochi il logoro gonfalone dell'oscurantismo piuttosto che la bella bandiera dell'amor della patria, alla quale è ligio il cuore dei molti.

Accomodati, mediante questo pacifico avvertimento, i nostri conti col drappello di coloro ai quali sempre e di buon grado perdoneremo la mormorazione, siccome formola comandata dal loro instituto, ci sia lecito di proporre ai dotti d'Italia la lettura [p.192] dell'opuscolo qui sopra annunziato del signor Jullien; opuscolo che per la sua sola intenzione meriterá l'anatema da chiunque ama di ritardare il corso dell'intelletto umano.

Lo scopo al quale tende il signor Jullien col presente opuscolo, che è un prospetto d'un'opera futura, è quello appunto di procacciare una migliore direzione ed un'attivitá maggiore ai lavori intellettuali. A questo effetto egli, determinando in nuova maniera la divisione delle cognizioni umane, ordina i risultati moltiformi delle scienze, delle lettere e delle arti come verso un centro unico, la __filosofia delle scienze__[2]; mostra la opportunitá di ridurre a succosi ed utili estratti tutta l'immensa farragine delle biblioteche, onde gli studiosi non abbiano a sciupare tutta la loro vita nell'istruirsi di ciò che s'è fatto, senza che lor basti fiato per muovere il passo verso ciò che resta a farsi; accenna il metodo onde piú arricchirsi di cognizioni con minor perdita di tempo e minor confusione d'idee (metodo giá da lui altra volta spiegato ampiamente nell'Essai sur l'emploi du temps, e che consiste nel tenere sotto diversi scompartimenti alfabetici, sotto diversi ordini di affinitá, un registro scritto di tutte le nozioni che lo studioso viene di mano in mano acquistando mediante la lettura, l'osservazione e 'l conversare); accenna la possibilitá d'inventare un alfabeto scientifico e filosofico, col soccorso del quale e con semplici segni rendere piú facile, piú fervida, piú fruttuosa la comunicazione tra i dotti d'Europa; e propone tra essi dotti una lega universale, onde abbreviare gli studi di ciascheduno, e far concorrere gli sforzi di tutti ad accelerare il simultaneo progresso delle scienze, delle lettere e delle arti, il perfezionamento morale ed intellettuale dell'uomo. A siffatta confederazione dovrebbono unirsi e prestar consiglio ed aiuto tutti coloro a' quali per impulso virtuoso del [p.193] cuore preme di migliorare la condizione della umana famiglia. E specialmente è pregata a favorire e secondare le fatiche dei dotti quella metá bella e gentile del genere umano, senza il concorso della quale, dice l'autore, è inutile lo sperare alcun miglioramento lodevole nelle cose della vita.

Noi non vogliamo entrare per ora a discutere né la __novitá__ di questo bel progetto del signor Jullien, né la convenienza de' mezzi da lui additati per mandarlo ad esecuzione. Come ogni censura, cosí anche ogni encomio di un libro riesce intempestivo e di scarso valore, se lo si fonda sulla conoscenza del solo indice delle materie in esso trattate; e l'opuscolo di che parliamo è in gran parte poco piú che un indice. Non esamineremo dunque criticamente il progetto ed i metodi, se prima non li vedremo svolti in tutta la loro estensione per entro il libro intero, che l'autore, a quel che pare, sta terminando. Bensí speriamo che ai dotti d'Italia la lettura anche del solo preludio di un'opera filosofica, manifestamente suggerita dalla santa intenzione di giovare al perfezionamento sociale, basterá ad offrire materie di analoghe speculazioni. E però, deponendo noi riverenti sul loro tavolino l'opuscolo del signor Jullien, e sdebitandoci sinceramente con lui di tutta quella lode che gli è dovuta per lo spirito leale e per la buona volontá onde vediamo muovere sempre i suoi disegni, finiremo il nostro articolo col dare in abbozzo a' lettori una qualche idea della nuova divisione delle scienze da lui proposta.

Bacone prima, poi gli autori dellaEnciclopedia, nella loro classificazione delle scienze e delle arti, riferirono ciascuna di esse ad una delle tre divisioni fondamentali, suggerite dalle tre diverse facoltá dell'uomo: __memoria__, __ragione__, __immaginazione__.

Il signor Lancelin, nella sua introduzione all'Analisi delle scienze, riducendo tutto lo scibile umano ad una scienza sola, la __scienza della natura__, scompartí questa in otto divisioni fondamentali; e sono:

1. Elementi dell'universo, o descrizione de' corpi naturali.

2. Forze e proprietá primitive della materia.

[p.194]

3. Scienze primitive nascenti dalla descrizione de' corpi e dalla classificazione degli oggetti e de' fatti.

4. Scienza dell'uomo.

5. Scienze matematiche e fisico-matematiche.

6. Arti meccaniche e industria umana.

7. Belle arti e belle lettere.

8. Metafisica vera e filosofia vera, o scienza de' principi, legislatrice in certo modo dello spirito umano.

Il signor Destutt-Tracy, ne' suoiElementi d'ideologia, stabilí la seguente classificazione:

Prima sezione. Storia de' mezzi che abbiamo per conoscere qualche cosa (tre parti).

1. Formazione delle nostre idee, o __ideologia propriamente detta__.

2. Espressione delle nostre idee, o sia __gramatica__.

3. Combinazione delle nostre idee, o sia __logica__. (La gramatica e la logica, secondo il signor Destutt-Tracy, formano parte della ideologia presa in complesso; ed è per ciò che alla formazione delle idee egli diede il titolo d'__ideologia propriamente detta__).

Seconda sezione. Applicazione de' mezzi di conoscere allo studio della nostra volontá e degli effetti di essa (tre parti).

1. Delle nostre azioni, o __economia__.

2. Dei nostri sentimenti, o __morale__.

3. Della direzione delle une e degli altri, o sia __governo e politica__.

Terza sezione. Applicazione dei mezzi di conoscere allo studio degli enti diversi da noi (tre parti).

1. Dei corpi e delle loro proprietá, o sia __fisica__.

2. Delle proprietá dell'estensione, o __geometria__.

3. Delle proprietá delle quantitá, o sia __calcolo__.

Nella futura sua opera il signor Jullien si propone di scandagliare a parte a parte le classificazioni qui sopra riportate, paragonandole con altri tentativi di simile natura pubblicati, prima d'ora, qua e lá in Europa. Forse tra questi vedremo fare la sua modesta comparsa anche l'Albero sistematicopreposto dal [p.195] nostro Alberti al suoGran dizionario enciclopedico della lingua italiana, il quale (sia detto tra parentesi) è per ora incomparabilmente il miglior dizionario della nostra lingua. In quell'Alberol'universo venendo considerato come radice delle tre cognizioni, di __Dio__, dell'__uomo__ e del __mondo__, ogni scienza è subordinata ad una di queste tre grandi diramazioni principali.

Ecco ora in ristretto ilQuadro sinottico delle cognizioni umaneproposto dal signor Jullien, o sia il modo con cui egli divide le scienze e le arti.

La mente dell'uomo è il __principio__ comune di tutte le cognizioni.

Lo __scopo__ comune di tutte le scienze e di tutte le arti è il perfezionamento umano.

Le cognizioni umane si dividono in due ordini.

Il primo risguarda le cose fisiche.

Il secondo risguarda le scienze metafisiche o morali ed intellettuali.

Ciascuno di questi ordini è diviso in due classi.

Classe prima. Scienze positive o sia de' fatti.

Classe seconda. Scienze istromentali o sia di metodo, che forniscono, dice l'autore, gli stromenti ed i metodi a tutte le altre scienze, e trattano dei mezzi inventati dall'uomo (per esempio la __geometria__ ed il __calcolo__).

L'uomo può __osservare e descrivere__ gli enti ed i fatti, quali si presentano a lui per ordine di tempo e di luogo.

Osservati e descritti gli enti ed i fatti, l'uomo li __paragona e classifica__; e li distingue in generi e specie, avvicinandoli l'uno all'altro a norma delle analogie che vi scopre.

In terzo luogo lo spirito umano si applica a __spiegare__ le cose ed i fatti ed a cercarne le cagioni.

Finalmente lo spirito umano __applica__ le sue cognizioni ai bisogni ed all'uso della vita.

Da queste quattro diverse operazioni dell'intelletto umano il signorJullien desume quattro generi differenti di scienze, cioè:

1. Descrittive e d'osservazione. 2. Distintive e di classificazione. [p.196] 3. Speculative e razionali, o sia d'investigazione, applicate alla ricerca delle cause. 4. Pratiche e d'applicazione.

Ognuno de' quattro generi qui sopra accennati si applica rispettivamente a ciascuno dei due ordini ed a ciascuna delle due classi distinte da principio, talché ne risultano sedici denominazioni generali di cognizioni; alle quali denominazioni sono riferite le diverse scienze ed arti conosciute. Per esempio, sotto la denominazione «arti morali ed intellettuali», corrispondente al secondo ordine, classe prima, genere quarto, trovansi registrate l'__educazione__, la __morale pratica__, la __legislazione positiva__, la __politica__, l'__economia politica__, ecc. ecc.

Tacendo qui per amore di brevitá alcune osservazioni apposte dal signor Jullien alla sua nuova classificazione, non dissimuleremo che essa cede in semplicitá a quella del signor Destutt-Tracy, lodata per tale riguardo dallo stesso nostro autore. Ma non lasceremo tampoco di dire che ilQuadro sinotticodi cui abbiamo dato l'abbozzo, essendo desunto dai quattro stadi principali dello studio umano, offre un interesse filosofico. S'è notato piú sopra quale sia l'indole del progetto generale dell'autore: la classificazione, ch'egli immaginò nuovamente delle scienze, servirá, è da credersi, a viemmeglio svilupparlo.

Ciò sará da vedersi nella futura sua opera.

|Grisostomo|.

[1]Esquisse d'un essai sur la philosophie des sciences, ecc. ecc.—Abbozzo di un saggio sulla filosofia delle scienze, contenente un nuovo progetto di divisione delle cognizioni umane, di |Marcantonio Jullien|, cavaliere, ecc. ecc. Parigi, 1819.

[2] La filosofia delle scienze, di cui parla l'autore, è quella stessa della quale Bacone concepí l'idea, pose le basi e pubblicò gli elementi. Essa ha per iscopo l'esame separato e l'esame simultaneo di tutte le scienze, onde avvicinarle tra di esse e paragonarle l'una coll'altra, e raccoglierne i caratteri distintivi o le loro differenze essenziali ed i loro punti di contatto. Cosí vengono conosciuti i soccorsi che ciascheduna scienza può somministrare all'incremento della civilizzazione.

[p.197]

a proposito dellePoesie scelte castigliane, raccolte dal Quintana[1].

Il conte Giovambattista Conti fino dal 1782 pubblicò in Madrid quattro volumi d'una sua raccolta di poesie castigliane, ponendo a riscontro del testo di esse le traduzioni da lui fattene in versi italiani. Poche copie di quell'opera scesero allora in Italia; e però la tipografia del seminario di Padova, dandosi a ristampare in due soli volumi le sole traduzioni, provvede in questo anno a vieppiú diffonderne tra di noi la lettura. Al primo tomo, comparso giá da alcuni mesi, veggiamo succedere ora finalmente il secondo.

Nell'attuale tendenza degli studi verso una maggiore curiositá delle cose straniere, ci sembra opportuno e lodevole il disegno dell'editore padovano. Non intendiamo quindi di menomare in alcuna maniera né la gratitudine del pubblico verso di lui, né gli applausi che può aver meritati giustamente al signor Conti il suo lavoro, se da esso pigliamo occasione per annunziare agli studiosi della lingua e della letteratura spagnuola una piú ampia collezione diPoesie castigliane, data alle stampe, non è gran tempo, in Madrid dal celebre poeta don Giuseppe [p.198] Quintana. A salvarci da ogni sospetto d'irriverenza verso del signor Conti, ed a manifestare ad un tempo stesso il perché da noi si proponga ora agli studiosi la nuova raccolta, basti l'ingenuitá colla quale riportiamo le seguenti parole della prefazione del signor Quintana: «La[la collezione di poesie castigliane]que despues empezó y no acabó don Juan Bautista Conti, executada á la verdad con gusto exquisito y buena disposicion, se destinó principalmente á dar á conocer á los italianos el mérito de nuestra poesía. Contentóse pues su autor con publicar y traducír en toscano las composiciones líricas y bucólicas mas señaladas del siglo diez y seis, y algunas de los Argensolas: pero nada incluyó de Balbuena, de Jauregui, de Lope, de Góngora, ni de otros igualmente célebres en nuestro Parnaso, quedando por consiguiente la coleccion en extremo insuficiente y diminuta»[2].

Del signor Quintana e delle di lui poesie originali ci proponiamo di parlare in altra congiuntura, e tosto che ci saranno pervenute di Spagna alcune notizie delle quali abbiamo fatta ricerca. Intanto i lettori vorranno ricordarsi ch'egli è l'autore della famosissima ode patriottica sulla battaglia di Trafalgar. Questo leale spagnuolo, che nell'arte de' versi non ha nella sua nazione alcun rivale vivente, fuorché in certo modo don Giambattista de Arriaza, autore anch'egli d'un'altra ode su la stessa battaglia (tanto un solo argomento è fecondo d'entusiasmo poetico, se lo suggerisce la coscienza di avere una patria!), vive ora miseramente relegato. Ma egli non invidia per questo al poeta suo rivale né la docilitá delle opinioni, né, frutto di essa, i giorni meno travagliati; e lo conforta il vedere il proprio nome [p.199] caro a' migliori fra' suoi, e consegnato alla venerazione dell'Europa insieme alla recente memoria dei fasti delleCortes, a' quali egli contribuí co' suoi proclami e co' suoi canti ci di guerra.

La celebritá letteraria del signor Quintana ci par sufficiente a raccomandare come giudiziosa la collezione di poesie castigliane da noi annunziata; né il fatto smentirá appresso i dotti l'aspettativa.

L'opera è scompartita in tre volumi del formato di un giusto «ottavo». La raccolta incomincia da un saggio di poesie del secolo decimoquinto, e precisamente da alcune di Giovanni de Mena; poscia si allarga, e comprende gli altri secoli susseguenti fino alla morte del poeta don Giuseppe Cadalso, che è quanto dire fino all'anno 1782. I componimenti in essa contenuti sono i meglio stimati: sono tolti da tutti i generi di poesia, se se ne eccettuino i teatrali. Alla prefazione tiene dietro unDiscorso sulla storia della poesia castigliana, in quanto specialmente essa si riferisce ai generi ed agli autori che ottennero posto nella raccolta.

Conformandoci a questo disegno del signor Quintana, noi ci gioveremo in parte delle notizie somministrateci da lui, e qualche poco anche dellaStoria letterariadel signor Bouterweck e del tenue frutto di altri studi da noi fatti, e daremo col tempo, in diverse riprese, unQuadro storicodella poesia spagnuola, il piú compendioso che potremo.

Se, per servire al nostro autore, ci è d'uopo non tener conto per ora del teatro spagnuolo, gli amici della letteratura universale sapranno ampiamente rifarsi di questo e d'altri nostri silenzi, ricorrendo, fra molti libri, a quello del signor Sismondi sullaLittérature du midi de l'Europe; libro che, per isciagura della buona critica, trova d'ordinario i suoi piú aspri censori in coloro che non lo hanno mai letto. Nel tessere il nostro lavoro noi ricorreremo ad esso meno che a qualunque altro, e non per altra ragione se non perché ne sembra di non dovere occupare il breve spazio del nostro giornale con cose ricavate da un libro che può facilmente consultarsi da chicchessia.

Ma, prima di por mano alQuadro storico, a cui preghiamo cortese la pazienza de' nostri buoni lettori, siamo costretti [p.200] dall'ostinazione di certi garriti pseudo-letterari a ripetere solennemente una dichiarazione, che sotto cento forme diverse abbiamo giá ricantata le cento volte nel nostro giornale. Eccola; ed affinché sia intesa anche dagli spazzini della repubblica letteraria, eccola una buona volta in lettere maiuscole:

Se non faranno effetto le lettere maiuscole, non ci resterá altro partito che di tentare le cubitali… E le tenteremo: a estremi mali estremi rimedi. Per ora, basti cosí; e la pace sia con tutti.

[p.201]


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