NOTE DEL TRASCRITTORE:—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.—Il sommario nell’opera originale è costituito da un unico paragrafo; è stato mantenuto in questa forma.—Le note sono state raccolte alla fine del libro; una di queste presenta a sua volta delle postille. Queste sono state indicate con numeri romani e collocati con un rientro subito dopo la nota a cui si riferiscono.—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dell’opera originale. L’immagine è posta in pubblico dominio.ORIGINEDELLALINGUA ITALIANADISSERTAZIONEDI LUIGI MORANDIQUINTA EDIZIONECITTÀ DI CASTELLOS. LAPI TIPOGRAFO–EDITORE1891Si avranno per contraffattitutti gli esemplari senza la mia firma.PROPRIETÀ LETTERARIA DELL’AUTORE.AL SENATOREGASPARE FINALICHE IN MEZZO ALLE CURE DI STATONON DIMENTICA I BUONI STUDISOMMARIOI. Si combatte il titolo:Origine della Lingua italiana. Perchè dunque lo abbiamo adottato. Quale dovrebbe essere il titolo vero. Quante siano le lingue romanze. Il ladino e il franco–provenzale.II. Breve storia delle principali opinioni sull’origine delle lingue romanze.III. Perchè una lingua non può, a rigor di termini, dirsifigliad’un’altra. La parola, piuttosto che un fatto, è un continuo farsi. Germi poco avvertiti delle lingue romanze nel latino.IV. Cause estrinseche che influirono sull’intimo e naturale svolgimento del latino. Gl’idiomi indigeni a cui il latino si sovrappose. Loro origine. Caratteri fondamentali comuni delle lingue neolatine. Condizione speciale del rumeno. Le lingue barbariche; varie opinioni intorno alla loro influenza sul latino (Diez, Ascoli, Max Müller, Littré, Caix, ecc.); e a che si riduca realmente codesta influenza.V. Latino scritto e latino parlato; opinioni esagerate sulla loro differenza. Che cosa veramente intendesse Cicerone persermo plebejus.VI. Con molti argomenti si dimostra inesatta l’opinione più comune, che le lingue romanze derivino del latinorustico.VII. Vocaboli di formazione popolare e di formazione non popolare. Perchè i Francesi possono, meglio di noi, distinguer bene gli uni dagli altri. Questa distinzione però non provanulla in favore del latinorustico. Statistica di tutti gli elementi del francese moderno.VIII. Più torniamo indietro, e più le lingue romanze si somigliano tra loro, e più somigliano anche al latino. Prove di fatto di questa verità (ilGiuramento di Luigi il Germanico, ilCantico di S. Eulalia, ecc.). Metodo moderno nelle indagini etimologiche: esempi.IX. Svolgimento dei volgari italiani. Saggi di voci e locuzioni volgari in documenti di ogni regione d’Italia, dalivalxsecolo. Il primo intero periodetto in volgare dell’anno 960. Notizie e saggi di altri documenti de’ secolixiexii(unaCarta sarda, unaFormula di Confessione, laCarta rossanesedell’Ughelli, unaCarta picena, l’Iscrizione del Duomo di Ferrara, iQuattro versi bellunesi, ilContrasto bilinguee ilDiscordo poliglotto di Rambaldo di Vaqueiras, laPoesia di messer lo Re Giovanni, ecc.). Documenti falsi o sospetti. Perchè in Francia i nuovi idiomi si scrissero prima che in Italia. Lotta tra il latino e i nostri volgari. Babilonia linguistica in Italia ne’ secolixii,xiii, e parte delxiv.X. Dante. Conclusione.ORIGINEDELLA LINGUA ITALIANAp1I.Non paia strano ch’io cominci il mio ragionamento col combattere il titolo, che io stesso gli ho dato.Le parole:Origine della Lingua italiana, presentano la questione nel modo come è concepita dai più, e sono anche il titolo più comune, col quale viene trattata. Io quindi le ho messe nel frontespizio, per non rendermi singolare, ma insieme per aver subito occasione di dimostrare, che esse non rispondono bene a una trattazione rigorosa della materia, e conducono necessariamente fuori di strada chi le accetta per guida.Infatti, è o non è lingua italiana quella usata da monsignor Giovanni della Casa nel suo famosoGalateo? Sicuro, è lingua italiana; e così bisognachiamarla, non foss’altro, perchè non si saprebbe chiamare diversamente.Eppure, io trovo che la prima parola di codesto libro è unconciossiacosachè, parola che di certo non fu mai usata parlando; e trovo che il cavalier Lionardo Salviati, volendo fare il maggiore degli elogi al medesimo libro, dice che in «cosa che appena par da credere, l’Autore la moderna legatura delle parole, ed il moderno suono, mentre continuo l’aveva nell’orecchie, si potette dimenticare.»[1]Quindi, accanto a quella usata dal Casa, e da essa più o meno diversa per vocaboli e per costrutti, c’era un’altra lingua italiana, cioè la parlata. Di quale, dunque, di queste due lingue dovrò io raccontare l’origine?Della parlata, soprattutto,—mi par di sentirmi rispondere. E sta bene.Ma,parlata, dove? È chiaro che la lingua parlata, a cui il Salviati contrappone la scritta del Casa, è la fiorentina, o tutt’al più la toscana. Ma perchè dovrei io restringermi a discorrere della sola parlata fiorentina o toscana, se quelle di Torino, di Venezia, di Genova, di Bologna, di Roma, di Napoli, di Palermo, e via dicendo, hanno tutte in fondo la medesima origine? Non sarebbe questo un piantar male la questione, di maniera che tutto il ragionamento ne rimarrebbe poi, più o meno, viziato?Perciò io dico che tratterò dell’Origine degl’idiomi italiani.E non basta. Questi idiomi, per comune consenso oramai, son derivati dal latino. Ma dal latino son derivati ugualmente (salvo il basco e il neoceltico, che conservano ancora gran parte del loro antico fondo originale, e dei quali faremo un cenno più innanzi) tutti i cento o mille idiomi parlati in Portogallo, in Spagna, in Francia, in tutto il sud–est del Belgio e in più parti della Svizzera e della Penisola Balcanica. Dunque, sarò più esatto, se dico che tratterò dell’Origine degl’idiomi neolatini in generale, e particolarmente degl’italiani, giacche è quasi impossibile parlar dellaspecie, senza toccare un poco anche delgenere.Il seguito del mio discorso proverà, spero, che questi preliminari erano tutt’altro che oziosi. Qui intanto basterà aggiungere, che comunemente però, e per delle buone e anche delle cattive ragioni, s’usa dire che le lingue neolatine, o romane, o romanze, son sei: italiano,[2]—francese,—provenzale,[3]—spagnolo,—portoghese,—rumeno o valacco.p2II.Ho già accennato che tutti, cioè i dotti e le persone ragionevoli, si trovano ormai d’accordo nel ritenere che gl’idiomi romanzi hanno la loro prima e principale origine dal latino. Ma a quante strane opinioni si dovette dare lo sfratto, innanzi di poter arrivare a quest’accordo! Basti ricordarne qualcuna.Nel secolo XVI, mentre Gioacchino Périon faceva derivare il francese dal greco,[4]il Giambullari (nelGello) sosteneva che la nostra lingua derivasse principalmente dall’etrusca, la quale, secondo lui, era figlia dell’aramea e sorella della caldea e dell’ebraica. E poichè egli aveva avuto la rara fortuna di conoscere un prete armeno, «grande, magro, bruno e di lunga capellatura, il quale affermava che l’arca di Noè era ancora nei monti loro, non intera già, ma conquassata e rovinata in gran parte da alberi grossissimi che vi eran nati:» gli pareva evidente che ilJanusdei Romani provenisse, come aveva già detto il suo amico Gelli, dajain, «voce aramea ed ebrea, che significavino, e dano, che vuol dire famoso, cioè famoso e celebre per il vino;» e che perciò fosse tutt’uno con Noè, il piantatore della vite, venuto nell’Enotria, la terra del vino, a diffondervi l’arameo, e poi «gloriosamente sotterrato nel monteJanicolo.»Nel 1606, Stefano Guichart pubblicò a Parigi un libro, intitolato così:Harmonie étymologique des langues, où se démontre que toutes les langues sont descendues de l’hébraique, che per lui, come per tanti altri, era la lingua stessa parlata da Adamo nel paradiso terrestre. E finalmente, nel secolo passato, il nostro Quadrio scriveva che «ad un parto con la Lingua Latina, e sorella di essa,nacquel’Italiana odierna Favella dalla Pelasga, dall’Osca, dalla Greca e forse ancor dall’Ebraica.... Anzi, siccome le cose imperfette esistono prima, che le perfette; così non andrebbe lungi dal vero chi opinasse, che l’odierna Lingua Italiana fosse prima, che la cólta Latina.»[5]Argomentazione, la quale potrebbe benissimo mutarsi in quest’altra: siccome le cose imperfette esistono prima che le perfette, così non andrebbe lungi dal vero chi opinasse, che il cervello del Quadrio fosse un cervello antidiluviano.Rallegriamoci dunque, della presente concordia sul punto principale della questione; e prima di vedere le varie opinioni sui punti secondari, per attenerci a quelle che ci paiono più fondate, sbarazziamo il terreno da un altro ingombro, che potrebbe impedirci il cammino.p3III.Tutti, ordinariamente, quando vogliamo dire che una lingua è derivata da un’altra, diciamo chene èfiglia. Ma questo è uno di que’ tanti traslati traditori, i quali ci fanno spesso perder di vista la realtà delle cose.I concetti, infatti, dimadree difigliaimplicano necessariamente l’esistenza di due individui separati e distinti; mentre in realtà una lingua derivata da un’altra, nel fondo è sempre più o meno la stessa lingua.Il nostro Lanzi, nel secolo passato, disse giustamente che «ogni anno si fa un passo verso un nuovo linguaggio.» E Guglielmo Humboldt, dopo di lui, disse che «la parola, piuttosto che un fatto, è un continuo farsi.»Augusto Fuchs asserisce, e con ragione, che perfino «quelle parti in cui le lingue romanze sembrano essenzialmente diversificarsi dal latino, già si contenevano in esso, quantunque soltanto in germe.»[6]Per esempio, in Plauto si legge:unus servus violentissimus; in Cicerone:cum uno gladiatore nequissimo; e in Curzio Rufo:Alexander unum animal est: frasi che contengono il germe dell’articolo indeterminato, che è in tutto le nuove lingue, e che il latino, per regola generale, non aveva.Ovidio, per dire che starà forte a cavallo, dice:insistam forti mente, invece diinsistam fortiter. E unobstinata mente perfers’incontra in Catullo, unjucunda mente responditin Apuleio. Ecco qui dunque il germe de’ mille avverbi neolatini(fortemente,ostinatamente,giocondamente, ecc.), nati dall’accoppiamento dell’ablativomentecon l’aggettivo, e nell’uso de’ quali non si tiene più nessun conto del loro valore etimologico, poichè diciamo benissimomangiare avida–mente, quantunque si mangi con la bocca, e non con la mente; appunto come Ovidio diceva che sarebbe statoforti mentea cavallo, quantunque in realtà ci stesse con le gambe.In tutti gli scrittori latini s’incontrano spesso le forme accorciateamastiper amavisti,amastisperamavistis,amaruntperamaverunt, corrispondenti, come ognun vede, alle forme italianeamasti,amaste,amarono, alle francesiaimas,aimâtes,aimèrent, alle spagnoleamaste,amásteis,amaron, ecc.Di regola, il verbohaberenon era ausiliare. Ma chi non lo sente già usato come tale in alcuni passi, per esempio, di Cicerone?—Ad meam fidem, quam habent spectatam jam et cognitam, confugiunt(Div. Caec., § 11);—Nec scriptum habeo(Verr., act. II, lib. IV, § 36);—Eum autem emptum habebat(Tull., 16);—De Caesare.... satis dictum habebo(Phil., V, § 52).In Varrone, in Lucrezio e in Virgilio, s’incontra già il pronomemihi(a me), accorciato inmi. E perfino certe particolari maniere di dire, che a noi paiono tutte nostre, si trovano già tali e quali in latino. In Plauto, per esempio, troviamo: Ossa atque pellis sum (son pelle e ossa—Capt.I, 2);—Quod si sciret, esset alia oratio(se lo sapesse, sarebbe un altro discorso—Merc.,II, 3);—Non is sum, qui sum, nisi.... (non son chi sono, se non....—Men., III, 2);—Oleo tranquilliorem(più cheto dell’olio—Poen., V, 4).—E in Cicerone:Digito caelum attingere(toccare il ciel col dito—Ep. ad Att., II, 1, 7).—E in Petronio:Lacte gallinaceum, si quaesieris, invenies(ci troveresti, se lo cercassi, anche il latte di gallina—Satir., XXXVIII);—Nondum recepit ultimam manum(non ha ancora avuto l’ultima mano—Ibid., CXVIII).Noi quindi dobbiamo riguardare le lingue romanze come una continuazione del latino parlato; come tanti rami germogliati sullo stesso tronco, e non già come tante piante, derivate sì, ma separate da esso.Il che però non vuoi dire che queste lingue derivassero dal latino con quel lento processo di trasformazione, che sarebbe seguito in tempi normali. Già, prima di tutto, nella lotta stessa che sostenne con gl’idiomi a cui si sovrappose, il latino, benchè vincitore, dovette cedere in qualche parte, specialmente in quanto s’attiene alla pronunzia.[7]E poi, la sua naturale trasformazione fu,dove più dove meno, affrettata e anche in parte alterata dallo sconvolgimento politico, religioso e sociale. Se così non fosse, è chiaro che tutta l’Europa latina avrebbe finito col parlare una lingua sola. Dunque, la sentenza del nostro Lanzi, perchè possa adattarsi alla storia del latino e degl’idiomi derivati da esso, va modificata così: «Ogni anno si fa un passo,più o meno lungo, secondo le circostanze, verso un nuovo linguaggio.»Eccoci quindi condotti a studiare un poco le cause estrinseche, accennate qui sopra, che influirono sull’intimo e naturale svolgimento del latino.p4IV.La lotta, che il latino sostenne con gl’idiomi a cui si sovrappose, dovette essere molto lunga per tutto, ma specialmente là dove l’influenza di Roma si fece sentir meno, o dove fu meno aiutata dall’antica parentela, che legava l’idioma dei vincitori con quasi tutti gl’idiomi de’ vinti;[8]giacchèè naturale che la parola indigena opponesse minor resistenza, quando somigliava ancora alla corrispondente latina, che la veniva opprimendo.Ma là pure dove la resistenza degl’idiomi indigeni dovette esser maggiore, e la lotta più lunga e ostinata, la vittoria finale del latino, se si guarda al corpo e all’organismo della lingua, più che alle particolarità della pronunzia, non poteva esser più intera; giacchè, per esempio, è vero che da un passo di Aulo Gellio possiamo ragionevolmente argomentare che nel secondo secolo dell’era nostra, nelle Gallie e in Etruria, vivessero ancora più o meno gl’idiomi indigeni;[9]ma è vero altresì che questi idiomi furono alla fine sopraffatti dal latino in tal modo, che nel francese moderno le parole di accertata origine celtica non son più d’una ventina, e negl’idiomi toscani è scomparso ogni vestigio perfino di voci etrusche comunissime, di quelle cioè che il popolo men facilmente dimentica, comeclan(figlio),verse(fuoco),gapos(carro),damnos(cavallo), ecc. E si noti che nel francese moderno non restano ormai altro che un secentocinquanta vocaboli d’origine ignota; sicchè, se anche parecchi di essi appartennero, come è probabile, al celtico, le tracce lasciate da questo nel Vocabolario della nuova lingua sarebbero sempre ben povera cosa.[10]Nè di gran conseguenza possono dirsi anche gli effetti delle altre cause estrinseche.Pietro Bembo sostenne che l’italiano nascesse, durante le invasioni, da una specie d’ibrido connubio della lingua latina con gl’idiomi de’ barbari.[11]Ma a combattere quest’opinione (seguìta già più o meno risolutamente, anche dal Varchi, dal Muratori, dal Tiraboschi, dal Perticari e da molti altri), basterebbe un confronto, anche superficialissimo, tra le leggi fonetiche del gruppo latino e quelle del gruppo teutonico. Basterebbe, cioè, osservare che gl’idiomi teutonici abbondano di aspirazioni, accentano la sillaba della radice, preferiscono le consonanti forti, e offrono molte combinazioni di suoni che mancano affatto alle lingue romanze. Invano si cercherebbe in queste linguequalcuna di quelle alterazioni che la parola latina pativa in bocca di genti, le quali pronunziavanoMuntus fuld tezibi, invece diMundus vult decipi. Invano vi si cercherebbe quel miscuglio di suoni disformi, che, per esempio, attesta nell’inglese la duplice origine anglosassone e normanna; o quella promiscuità di forme, che attesta nel persiano la prolungata influenza dell’arabo.[12]D’altra parte, molti caratteri organici fondamentali delle nuove lingue (se si eccettuano alcune anomalie, specialmente del valacco) essendoin tutte gli stessi, ne viene di conseguenza che la loro vera ed intima sorgente non potè essere che una sola.Tutte, infatti, conservarono scrupolosamente, salvo poche eccezioni, l’accento tonico sulla medesima sillaba che l’aveva in latino, e che è come l’anima o il perno della parola.Tutte, per l’indebolimento fonetico e la conseguente trasformazione o caduta delle desinenze, perdettero, prima o poi, i casi della declinazione latina; e vi sostituirono un più speciale uso delle preposizioni, del quale però, al solito, si trovano tracce anche ne’ classici (ad carnificem dabo, invece dicarnifici dabo, in Plauto;de duro ferro aetas, invece diex duro ferro aetas, in Ovidio, e molte altre simili).[13]Tutte abbandonarono quasi interamente il genere neutro, che già non differiva dal maschile altro che nel nominativo e nell’accusativo, e che anche ne’ classici si comincia a confonder con esso (commentariumecommentarius,nuntiumenuntius,calamistrumecalamister, ecc). Tutte dagli aggettivi e pronomiunuseillecavarono un nuovo elemento, cioè l’articolo indeterminato e determinato, de’ quali, al solito, si vedono i primi germi anche negli scrittori.[14]Tutte si trovarono d’accordo nel far crescere un altro germe, che pure abbiamo già visto apparire in qualche scrittore, e che dando al nomemensil senso dimodo,maniera, e aggiungendolo all’aggettivo (sana–mente,forte–mente), generò gli avverbi da sostituire ai terminanti inee in ter (sane,fortiter), poichè queste terminazioni, piegandosi alla nuova eufonia,si confondevano con quelle de’ nomi e degli aggettivi.[15]Tutte, per evitare altre confusioni, conseguenza anch’esse dello scadimento fonetico, e insieme per distinguer meglio certi momenti dell’azione, fecero i medesimi cambiamenti nel verbo: estesero, cioè, l’uso dihabereper ausiliare; abbandonarono la forma passivaamor(sono amato), che, caduto l’r, si confondeva con l’attivoamo, e vi sostituirono l’ausiliareesserecol participio passato;[16]arricchirono la coniugazione col passato prossimo e col trapassato remoto, che in latino si confondevano col passato remoto, giacchèamavi, per esempio, poteva significare tantoamai, cheho amatoedebbi amato; aggiunsero un nuovo modo, il condizionale, che in latino era incluso nel congiuntivo; e poichè le terminazioni del futuro,amabo,tacebo,dicam, venivano confondendosi con l’imperfettoamabam,tacebam, e col presentecongiuntivodicam, le nuove lingue crearono una nova forma, fondendo l’ausiliareaverecon l’infinito. Ma anche questa fusione procedette per gradi: prima di tutto, per evitareamavo(derivante daamabo, amerò, comefavadafaba,lavoraredalaborare), che si sarebbe confuso con l’imperfettoamavaoamavo(daamabam), si ricorse a una perifrasi, già usata in certi casi, e si disse:habeo amareoamare habeo, cioèho da amare; e poi da amare habeo si feceamar hao,amar ho,amarò,[17]e infineamerò;—spagn.amaré=amar–he; portogh.amarei=amar–hei; provenz.amarai=amar–ai; franc.aimerai=aimer–ai.[18]Tutte, finalmente, perduto che fu dall’orecchio delle popolazioni romane il sentimento dellaquantità, ossia delle lunghe e delle brevi, crearono una metrica nova, fondata non più sull’estensione, ma sullo sforzo (ictus) e sull’elevazione della voce, cioè sopra un certo numero di accenti, collocati in un dato numero di sillabe. E si badi, che anche di questa trasformazione ormai non può più dubitarsi che i germi esistessero già nel latino. Infatti, lasciando anche starel’opinione sostenuta tuttora da molti che il verso saturnio, usato dai Romani prima che applicassero alla loro poesia la metrica greca, non fosse a quantità, ma ad accenti;[19]certo è che racconto ebbe poi sempre gran parte ne’ metri specialmente de’ comici; ed è certo del pari che l’esistenza di una ritmica popolare romana ben distinta dalla metrica classica, ci viene attestata come cosa nota e comune, e quindi sicuramente non recente, nientemeno che alla metà circa del quarto secolo, da un passo attribuito a Mario Vittorino: «Metro quid videtur esse consimile?—Rhythmus.—Rhythmus quid est?—Verborum modulata compositio, non metrica ratione, sed numerosa scansione ad judicium aurium examinata, ut putaveluti sunt cantica poetarum vulgarium.»[20]Che poi anche il verso principale delle nuove lingue, il nostro endecasillabo,[21]provenga dal latino, è un’altra questione; giacchè l’origine di ciascun verso in particolare può esser differente da quella de’ dati fondamentali del sistema ritmico a cui è congiunto. E gli argomentiaddotti dal Rajna[22]contro codesta provenienza dell’endecasillabo, presi nel loro complesso, hanno in verità molto peso: ma pure, da una parte la ragionevole induzione che tutto ciò che v’ha d’importante nelle lingue romanze debba esser latino; dall’altra la strettissima somiglianza dell’endecasillabo col saffico minore:Saeculum Pyrrhae nova monstra questae;col trimetro giambico catalettico:Ignotus heres regiam occupavi;col falecio:Disertissime Romuli nepotum,e con qualche altro di tali versi, saranno sempre una gran tentazione per chiuder le orecchie a qualunque argomento in contrario, che non abbia una piena e assoluta certezza.Anche la rima s’incontra qualche volta nei classici greci e latini; e s’incontra non solo usata per caso, ma intenzionalmente come mezzo stilistico, quale è di certo, se non nel primo, nel secondo di questi due esempi:Non satis est pulcra esse poëmata; dulciasunto,Et quocumque volent animum auditorisagunto.Hor.Epist., II, 3, 99–100.Quot caelumstellas, tot habet tua Romapuellas.Ovid.Ars am.I, 59.Insomma, il linguaggio, come tutti gli organismi viventi, mutando le condizioni di vita, manifesta e svolge energie o facoltà prima nascoste o non avvertite. E le lingue romanze, specialmentese si considerano nel loro organismo, non sono altro che il latino adulto. Il cristianesimo, le invasioni, i commerci non poterono alterare la loro intima essenza, o, come vedremo tra poco, l’alterarono solo in piccolissima parte; quantunque dessero, per dir così, una spinta al loro sviluppo, e ne alterassero alquanto il Vocabolario.Per esempio, i due nomi latinidomus(casa) everbum(parola), quando la nuova religione chiamòduomola casa di Dio everboDio stesso o la sua parola, scomparvero quasi affatto dall’uso comune nel loro primo significato.[23]Per effetto poi delle invasioni e de’ commerci, le lingue nuove si arricchirono di voci germaniche, arabe e greche. Ma anche queste voci sono, relativamente, un numero assai ristretto.Il valacco e alcuni dialetti del mezzogiorno d’Italia sono, com’è naturale, i più ricchi di voci greche; lo spagnolo e il portoghese di voci arabe;[24]e molte di queste ultime divennero poi comuni a tutte le altre lingue romanze. Comuni del parisono, secondo il Diez,[25]circa 300 voci germaniche.[26]Il francese, inoltre, ne possiede in proprio circa450, l’italiano 140, lo spagnolo e il portoghese 50, e il valacco anche meno. Sicchè, in complesso, tra vive e morte, tra certe e incerte, sommano a un 930 le voci germaniche che il Diez trova nelle nuove lingue, esclusi i dialetti e senza contarci, già s’intende, nè i derivati, nè i nomi propri. E con queste voci divennero pure d’uso comune i suffissialdo,ardo,lingo(ingo,engo), che si applicarono anche a voci latine (testardo,casalingo,Martinengo, ecc.); come, del resto, accadde anche de’ tre suffissi, derivati dal greco,essa,ismo,ista(leonessa,giudaismo,umanista, ecc.).Le cifre del filologo tedesco devono essersi alquanto alterate con gli studi posteriori. Ma mettiamo pure che le voci germaniche, introdottesi nelle lingue romanze, siano più d’un migliaio: saranno sempre poca cosa in confronto di tutto il corpo di codeste lingue; e, nella loro pochezza, resteranno come un’eloquentissima testimonianza della inferiorità morale de’ conquistatori, i quali si lasciarono imporre la lingua dai vinti, anzichè imporre ad essi la propria.Voci italiane, derivate direttamente, e non per mezzo del latino, dal greco, sono, per esempio:agognare,borsa,colla,falò,fase,golfo,magari,zio, ecc. (S’intende che non ci si devono comprendere que’ grecismi, spesso inutili, de’ letterati e degli scienziati, che vivono solo nell’uso di pochi.)Portate dagli Arabi, sono le seguenti, e ci si sente, più che altro, l’industria e il commercio:alcool,alcova,algebra,ammiraglio,ambra,arancio,arsenale,caffè,canfora,carato,cremisino,catrame,carruba,cifra,cotone,gelsomino,lambicco,limone,liuto,mummia,ricamare,sofà,tamarindo,talismano,tamburo,tariffa,zafferano,zero, ecc.Germaniche sono:araldo,briglia,bosco,bruno,forbire,gonfalone,guerra,guancia,schiena(daskina, romanescoschina),stinco,sperone,strale, ecc.; e ci si sente, più che altro, la guerra.A proposito degli elementi germanici, il Diez così conclude: «La famiglia delle lingue romanze, appropriandosi alcuni di questi elementi, non patì nessuna essenziale alterazione nel suo organismo; giacchè si sottrasse quasi del tutto all’influenza della grammatica tedesca. Certo, nella formazione delle parole, alcune derivazioni e composizioni germaniche ci sono; e qualche traccia della stessa origine si trova anche nella sintassi; ma siffatti particolari vanno perduti all’occhio di chi guardi tutto il corpo di codeste lingue.»[27]Alcuni però credono necessario di attribuire una parte maggiore all’influenza germanica, per ispiegare la diversità che passa tra le lingue romanze e il latino, e che, senza dubbio, è più notevole di quella che, per esempio, passa tra il greco moderno e il greco antico. Ma ad altri pare, e con più ragione, che la causa principale di questa maggiore diversità debba piuttosto cercarsi nell’influenza degli antichi idiomi a cui il latino si sovrappose. Certo è poi, che l’opinione messa fuorimolti anni fa da Max Müller,[28]che cioè le lingue romanze non ci presentino il latino quale si sarebbe naturalmente trasformato in bocca a’ Romani dell’Italia e delle provincie, ma quale i popoli germanici poterono apprenderlo e appropriarselo, era addirittura esageratissima; e il Littré, per solito così temperato, la respingeva «de toutessesforces.»Se l’influenza germanica, diceva in sostanza il Littré, avesse avuto il sopravvento che le attribuisce il Müller, più i testi sono antichi, e più ce ne presenterebbero le tracce. Invece, il vero è, che più i testi sono antichi, e più portano impresso il carattere della latinità: vale a dire, più è facile calcare una frase latina sulla frase romanza. Nè mai vi si scorge il momento, il punto, in cui un altro popolo, sostituendosi a quelli delle Gallie, dell’Italia e della Spagna, si sia impossessato dell’idioma de’ vinti e l’abbia parlato secondo una grammatica sua propria. Il centro delle lingue romanze non può dunque spostarsi dal lessico e dalla grammatica latina.[29]Il Müller poi, dal canto suo, nelleNuove Letture sulla Scienza del Linguaggio(VI), temperava di molto la sua prima opinione, dolendosi anzi (ma a torto, ci pare) che, per qualche difetto d’espressione, fosse stata esagerata o frantesa dal suo illustre contradittore, col quale, in fondo, dichiaravadi consentire. Ora, dunque, di questa polemica restano in piedi solo alcune giuste osservazioni parziali del Müller; ed eccone un piccolo saggio.Di due o più voci latine, esprimenti sostanzialmente la stessa idea, è naturale che gl’invasori preferissero quella, che nel suono ricordava meglio la corrispondente germanica; ed è quindi anche naturale che la voce preferita da loro finisse spesso col prevalere. Per esempio, i Romani, per dirfuoco, dicevano orafocus, oraignis; mafocusfu preferito nelle nuove lingue, perche più vicino al tedescofeuer(fuoco) efunkeln(scintillìo, scintillare).[30]Per dirgrande, i Romani dicevano oragrandis, oramagnus:grandisfu preferito, perchè più affine agross, il quale ci diede inoltre anche la formagrosso. Per dirlasciare, i Romani dicevanolaxareosinere; malaxarefu preferito, perchè più simile all’antico alto–tedescolàzan, goticoletan, che è poi il moderno tedescolassen.[31]Tutti i filologi inoltre si trovano d’accordo col Müller nel riconoscere (cosa, del resto, riconosciuta anche prima da altri) una certa influenza germanica sull’aggiunta dell’aspirazione in alcune parole francesi.Haut, per esempio, ehurler(antico francesehuller) vengono dal latinoaltuseululare, ma devono l’aspirazione alle loro corrispondenti germanichehocheheulen.Il nostro Caix,[32]pur ammettendo dentro certi limiti l’influenza germanica sul lessico latino, come è sostenuta dal Müller, trova però ben più evidente e naturale il fatto contrario, cioè l’influenzalatina sulla fortuna di molte voci germaniche. In questo fatto sta, secondo lui, la spiegazione del gran numero di voci germaniche che poterono conservarsi nelle lingue romanze, benchè non si riferissero nè alla guerra, nè allo Stato, nè ai commerci, ma alle ordinarie relazioni della vita o ad oggetti comuni, pei quali parrebbe avesse dovuto prevalere l’appellativo romano. In questo fatto, a suo avviso, sono da ricercare le prove di quel raccostamento che, pur limitato al lessico, dovette compirsi a poco a poco tra la lingua dei vincitori e quella dei vinti, e che, alterando la forma di molte voci, spiega la difficoltà di ricondurle ora con le ordinarie leggi fonetiche alla loro forma originaria. E qui, sempre secondo l’opinione del Caix, sono da considerarsi tre casi.Primo: la forma latina assorbì interamente la teutonica. In questo caso, che è di gran lunga il più frequente, le voci gotiche che, comesada(sazio),haban(avere),raihta(retto),arjan(arare), avevano una ben discernibile affinità con le corrispondenti voci latine, si confusero interamente con queste, e così i Goti disserosazioosatollo,avere,retto,arare, ecc.Secondo caso, molto meno frequente, ma non raro: la voce latina si modificò, conforme al suono della voce germanica, per esempio: il toscanosdraiarsie l’umbrostrajàssederivano da un ravvicinamento del latinosternereal goticostraujan; l’italianosparagnaree il lombardosparàderivano da un ravvicinamento del latinoparcereall’anticoalto–tedescosparôn; l’ital.leccarederiva dal latinolingereeliguriree dall’antico alto–tedescolecchôn;rubare, dal lat.raperee dall’antico alto–tedescoroubôn;senno, dal latinosensuse dall’antico alto–tedescosin.Terzo caso, più raro, ma insieme più curioso di tutti: le due forme si confusero in una terza, che le riassume entrambe. Per esempio,guiderdoneè certo derivato dall’antico alto–tedescowidarlôn(ricompensa); ma la seconda partelôn(moderno ted.Lohn, mercede) fu scambiata col lat.donum(basso lat.widerdonum); e così ne nacque una parola anfibia, mezzo tedesca e mezzo italiana,widar(contro), che è il modernowider, edono:widar–dono(guider–done), controdono, ricompensa.Possiamo dunque concludere, che l’opinione del Bembo contiene solo una piccola parte di vero. E possiamo anche, di passaggio, osservare, che chi riguardava le lingue romanze come un imbastardimento del latino, è naturale che inclinasse altresì a crederle meno perfette di esso. E questa credenza, così funesta alla nostra letteratura e comune tuttora a molti, trova facili conferme in superficiali e parziali confronti; giacchè, per esempio, è di certo un danno l’aver perduto quasi tutti i participi inrus,ra,rum(venturo,futuro, ma nonletturo,amaturo, ecc.), e quindi non poter dire spicciamente e comunemente, senza ricorrere è un latinismo: «Evviva, o Cesare: imorituriti salutano!» Ma, in compenso, quanta maggior precisione e chiarezza non hanno aggiuntoal discorso l’articolo determinato e indeterminato e que’ tempi del verbo, che mancavano al latino? Chi volesse continuare il confronto, troverebbe venti di guadagno per ogni dieci di perdita. Nè la perfezione d’alcuni autori antichi, dato anche e non concesso che non avesse riscontro in autori moderni, proverebbe nulla a svantaggio delle lingue di questi: come la perfezione di Raffaello non prova che i colori, in sè stessi, fossero migliori al suo tempo, che al nostro. «L’ultimo fine della parola,» ha detto egregiamente il Lignana, «è di essere organo dello spirito. Ora, dire che le lingue moderne sono inferiori alle antiche, equivale a dire che lo spirito moderno è inferiore all’antico. Il che non credo abbia bisogno di confutazione.»[33]p5V.Ma dicendo che le lingue romanze sono, in sostanza, una continuazione e un perfezionamento del latino, che cosa s’intende qui perlatino? E chiaro che s’intende illatino parlato, giacchè le sole lingue parlate possono moversi e trasformarsi.Siccome però i Romani, che parlavano il latino duemila anni fa, sono, per nostra disgrazia, morti tutti, e noi non possiamo conoscere la lorolingua se non per quel tanto che ce n’è stato tramandato dai libri e dalle iscrizioni; perciò si è cercato di stabilire se il latino scritto e il latino parlato fossero una stessa cosa, o se ci corressero più o men notevoli differenze.Leonardo Bruni d’Arezzo (1369–1444) e Celso Cittadini di Roma (non di Siena, come comunemente si crede—1553?–1627), il secondo dei quali ebbe lampi d’intuizione filologica maravigliosi per il suo tempo, sostennero che la lingua della plebe romana fosse quasi del tutto diversa da quella delle classi cólte e specialmente degli scrittori.[34]Trovando nel latino arcaico voci comeaurom(oro),consol(console), ecc., le quali somigliano all’italiano, più che non gli somiglino le corrispondenti del latino classico (aurum,consul), il Cittadini capitombola quasi nell’opinione che fu poi, come abbiamo visto, sostenuta dal Quadrio, e che il Muratori giustamente chiamò un sogno, indegno persino d’essere confutato.[35]Il Bruni, dal canto suo, arrivò a dire che i Romani non cólti intendessero il linguaggio deglioratori, non più di quel che oggi la plebe nostra intende la messa;[36]e come se questo fosse poco, aggiungeva, che essi andassero al teatro, non già per intendere i versi del poeta, ma per godere dello spettacolo scenico; e perciò, secondo lui, si chiamavanospettatorie nonuditori:[37]speciosa ragione, a distrugger la quale basterebbe osservare, chespettatorisi chiamavano anche le persone cólte, le quali andavano anch’esse al teatro.Egli inoltre non sapeva capacitarsi come mai le donnicciole di Roma sarebbero potute riuscire a imparare le declinazioni de’ nomi e le coniugazioni de’ verbi, e specialmente de’ verbi irregolari: cose, diceva, che fanno sudar sangue anche noialtri dotti. Come mai volete, domandava il brav’uomo, come mai volete che quelle povere ignoranti potessero servirsi del verboferre(portare), che nel presente fafero(porto), e nel passato fatuli(portai), e nel supino muta ancora, e falatum?—Qui, l’ottimo messer Leonardo somiglia proprio a quel tale che, andato in Francia, si maravigliava che là anche i bambini sapessero parlare il francese. Dio buono! anche la donnicciola fiorentina, senza aver studiato grammatica, tira fuori bravamente dall’infinitoessereil presentesono, l’imperfettoero, il passatofui, eccetera; nè c’è pericolo che dica io ando invece diio vado, nèio dovoinvece diio devo, nèomainvece didonna, nèfemminoinvece dimaschio; quantunque queste anomalie non siano punto men difficili difero,tuli,latum.Ma segue forse da ciò che la lingua delle orazioni di Cicerone fosse precisamente la stessa che parlava la sua lavandaia, o quella che in tutto e sempre parlava egli medesimo? No davvero!In questa questione, gli equivoci a me pare che siano nati e nascano ancora da un errore fondamentale, e cioè dal non considerare la lingua nel suo complesso, ma in questa o quella parte soltanto, in questo o quel libro, in questo o quel parlante. Con tal metodo, per quanto la lingua sia potentemente unificata, come era appunto quella di Roma e come è ora quella di Parigi, deve per necessità apparire una specie di Proteo multiforme.Chi può negare, per esempio, che la lingua di cui si serviva in parlamento il signor Thiers, non fosse la lingua che si parla a Parigi? Eppure, chi oserebbe dire che fosse addirittura quella medesima di cui si serviva il suo portinaio?Con l’aiuto de’ miei scolari, io son riuscito a mettere insieme un centottanta sinonimi italiani del verbomorire, e tutti, si noti bene, d’uso comune;[38]mentre, sia detto per incidenza, il Tommasèo ne dà solo cinque o sei. Son dunque centottanta modi usati e usabili per esprimere una solaidea in italiano, e potrei anche dire, più esattamente, in fiorentino, perchè quattro quinti di essi son vivi a Firenze, e i rimanenti son creazioni di prosatori e di poeti, fatte però tutte con voci vive fiorentine o foggiate alla fiorentina, ed entrate poi nell’uso comune letterario.Eppure, quale italiano o qual fiorentino potrebbe dire, preso così all’improvviso, di saperli tutti e centottanta? E chi oserebbe affermare che il plebeismo:andare a rincalzare i cavoli, o l’altro:crepare, siano soltanto della lingua plebea? Domani potrete sentirli in bocca a una persona civile, che l’userà per ischerzo o in un momento di collera; mentre la povera donnicciola, trafitta dal dolore, vi dirà poeticamente che il suo bambinoè stato ripreso da Dio, o cheè andato in paradiso. E persona civile e donnicciola si troveranno inconsapevolmente, ma sicurissimamente, d’accordo nel non dirvi mai che quell’omaccione grasso e grosso, morto ier l’altro,sia volato al cielo, perchè sanno che vi farebbero ridere.Certo, il fatale divorzio della lingua scritta dalla parlata è stato possibile in Italia, dove nessuna parlata ha mai definitivamente prevalso; ma non era possibile in Roma, con quell’acutissimo senso pratico de’ suoi cittadini, con quel bisogno ch’essi avevano d’intendersi tra di loro più speditamente che potessero, con quella, insomma, potente e compatta unità di linguaggio; quantunque ogni romano, in fondo, avesse in testa una lingua, che non era precisamente quella di nessun altro romano, e lo stesso scrittore usasse voci e manierediverse, secondo il soggetto e il genere del componimento.Nè crediate che il fatale divorzio succeduto in Italia abbia contribuito e contribuisca ancor poco a far inclinare molti Italiani a supporre che altrettanto fosse accaduto anche a Roma.Mal comune, mezzo gaudio; e certo, quando altri lamenta che tante e tante prose italiane, pregevolissime di sostanza, siano però pochissimo lette, perche scritte in una lingua mezzo morta, fa molto comodo il poter rispondere: cosa volete farci? anche nella letteratura latina è stato così.Questo, dico, può far molto comodo; ma a me non pare che sia la verità. E alle ragioni già addotte per dimostrarlo, ne aggiungerò un’altra di fatto, e che, credo, dovrebbe bastar da sola a risolver la questione.Papirio Peto, in una lettera a Cicerone, aveva applicato a sè stesso un luogo di Trabea, chiamando pazzia il suo sforzarsi d’imitare l’eloquenza dell’amico. E Cicerone gli rispondeva: «Dici davvero? Ti pare una pazzia lo imitare quelli che tu chiami fulmini del mio stile? Certo, sarebbe pazzia, se la cosa non ti riuscisse; ma poichè ti riesce anche meglio che a me, de’ fatti miei devi ridere, e non de’ tuoi; e lascia star Trabea, dacchè ilfiascoè piuttosto mio. Ma pure, delle mie lettere che te ne pare? Non sono esse scritte alla buona?[39]Già si sa: non conviene mica usar semprelo stesso tono. Altro è una lettera, altro un’orazione politica, o un’orazione forense. Persino davanti ai giudici, si varia tono secondo le cause; perchè le private e di poca importanza non richiedono quegli ornamenti, che adoperiamo quando siano in gioco la vita o l’onore. Le lettere poi, sogliamo scriverle con le parole di tutti i giorni.»[40]Dunque, le lettere del grande oratore sono scritte, per sua stessa e incontrastabile testimonianza, inplebejo sermonee conquotidianis verbis. Ma, di grazia, chi è che avendo sott’occhio una di quelle lettere e un’orazione dello stesso autore, non s’accorga che sono scritte nella medesima lingua, salvo, s’intende, le differenze derivanti dal diverso genere di componimento? Ciò che nella lettera sarà detto con la frase familiare:andare all’altro mondo, o con altra anche plebea, nell’orazione sarà detto con frase sostenuta:render l’anima a Dio. Ma queste non sono due lingue: son gradazioni, tinte, sfumature diverse d’una stessa, stessissima lingua; e chi volesse prendersi il gusto di esaminare le prime cento voci o maniere d’una lettera di Cicerone, si può scommettere che ce netroverebbe almeno novanta usate da lui anche nelle orazioni o nelle altre sue opere. Insomma, a dir tutto in poco, la diversità che egli accenna a Papirio Peto non è dilingua, ma distile; e la fraseplebejo sermone, addotta così spesso per provare l’esistenza di quella specie di muraglia della Cina tra il latino scritto e il parlato, o tra il latino nobile e il popolare, prova invece per l’appunto il contrario![41]p6VI.Coloro che seguendo il Diez anche in questa parte non buona del suo magistrale lavoro, si ostinano ancora a fare del latino due lingue o quasi due lingue, una letteraria o nobile, e l’altra popolare, volgare o, peggio, rustica, dicono che da quest’ultima son derivate le lingue romanze.[42]Il principe de’ loro argomenti è un fatto che si trova più o meno in tutte le lingue: la coesistenza, cioè, delle doppie forme, ossia di vocaboli e modi significanti ora sfumature diverse d’una stessa idea (sinonimi, comeuscioeporta,biancoecandido,salvareepreservare), ora invece la stessa idea, senza nessuna differenza di significato, e solo, ma non sempre, con qualche differenza di stile, essendo alcuni più o meno particolari alle classi incolte e altri alle civili; alcuni mezzo invecchiati e altri vivissimi; alcuni più propri della poesia, altri della prosa (doppioni, comescriminatura,discriminatura,scrimaedirizzatura,badessaeabbadessa,escireeuscire,gragnuolaegrandine,morir di sonnoemorir dal sonno,farsi alla finestraeaffacciarsi alla finestra; con un eccetera pur troppo lungo, poichè in italiano, per nostra disgrazia, questa quasi sempre falsa ricchezza è addirittura strabocchevole).Naturalmente anche in latino c’erano moltissimi sinonimi (januaeporta,equusecaballus,toruselectus,amareediligere, ecc.); e anche non pochi doppioni (volgusevulgus,adjutareeadjuvare,buccaeos,minaciaeeminae,putusepuer,maledicere aliquememaledicere alicui, ecc.); e di questi doppioni alcuni saranno stati usati indifferentemente l’uno e l’altro da tutte le classi sociali, come oggi a Firenzeditaleeanello,portantinaebussola,spartizione(de’ capelli) edivisa; altri invece saranno stati i preferiti, più o meno esclusivamente, dalle classi inferiori, al modo stesso che un popolano fiorentino dirà forse più volentieridotaedolsuto, chedoteedoluto, e sempre poidoventareinvece didiventare, mentre un fiorentino educato dice sempredoteedoluto, e oradoventare, oradiventare, secondo con chi e dove e di che parla. Rispetto poi ai sinonimi, come il popolano della moderna Roma chiama sempreportaanche l’uscio, così è probabile che il popolano della Roma antica dicesseportaanche quando doveva dirjanua, ecaballusanche quando doveva direequus.Or bene, siccome qualche centinaio di questi sinonimi o doppioni latini, che si credono i preferiti dalla plebe, sono i genitori legittimi dei corrispondenti vocaboli neolatini, giacchè noi Italiani, per esempio, non diciamogianaogianvaojanadajanua, maportadaporta, noneguooieguooecquo, ecc. daequus, macavallodacaballus; perciò cavando da questo fatto una troppa larga conseguenza, si è detto e si dice che le lingue romanzederivino dal latino rustico, o volgare o plebeo. Ma, oltrechè alle poche centinaia di parole romanze d’origine latina rustica si può contrapporne molte migliaia d’origine latina nobile, o nobile e rustica insieme; non bisogna mai dimenticare che l’organismo di dette lingue poggia quasi interamente sulla comune grammatica latina. Il tronco, dunque, da cui son germogliati i rami che si chiamano italiano, francese, spagnolo, ecc., è, in sostanza, il latino di Virgilio e di Plauto, di Cicerone e di Vitruvio; il latinotogatoe quellotunicato; insomma, il latino di tutti, quello che parlavaomnis populus, come dice Varrone.Una curiosa riprova di questa verità l’abbiamo nel fatto comunissimo, che de’ due sinonimi o doppioni latini, il volgare cioè e il civile, se uno attecchì in una delle nuove lingue, l’altro attecchì in un’altra.Ebriacus, per esempio, che forse era la forma popolare usata invece diebrius, diede il toscanoubbriaco, il romanescoimbriaco, l’antico spagnoloembriágo, il provenzaleebriac, ecc.; ma l’ivrefrancese deriva direttamente daebrius(come il nostroebbro, del solo uso letterario); sicchè bisognerebbe concluderne che i Romani andati nella Francia settentrionale, quando si ubbriacavano o parlavano dell’ubbriachezza, fossero tutte persone civili. E così, se il volgarecanutusdiede l’italianocanuto, il provenzalecanute il francesechenu; dal civilecanusè però derivato lo spagnolocano. Se dall’allaudareoadlaudaredi Plauto derivarono il provenzalealauzar, e lo spagnolo e portoghesealabar; dal comunelaudarederivarono l’italianolodaree il franceselouer. Se il volgaresalisicia(salis insicia) osalsitiadiede il toscanosalsiccia, il sicilianososizza, il francesesaucisse, lo spagnuolosalchicha, ecc.; a Milano, a Venezia e altrove dicono ancoralugànega, dal latinolucanica, usato da Marziale e da Cicerone.[43]Se noi Italiani e i Francesi non ci contentammo di derivarecavalloechevaldacaballuse diciamo anchecavallaecavale(dacaballa); gli Spagnoli e i Rumeni dicono, sì,cavalloecallupel maschio, ma diconoyeguaeépa(daequa) per la femmina; edebbadicono i Sardi,eguai Portoghesi; edeguas’incontra anche nel provenzale,ieguenell’antico francese.[44]E se il latino volgare porta prevalse generalmente sujanua, questa vive ancora nel sardo settentrionalegiannae nel meridionaleennia, e vive nel napoletanovotajanne(volta–janne), grimaldello.Frequentissimo poi è il caso, che le due forme latine ne abbiano addirittura generato due (più o meno necessarie) anche nelle nuove lingue, come è accaduto in italiano dacaecuseorbus,mutareecambiare,dolorecordolium,caputetesta,vulgusevolgus, ecc.Del resto, chi facesse uno studio diligente sopra ciascuno di que’ vocaboli, che dal Diez[45]e da tutti coloro che hanno ricopiato il suo elenco, vengono relegati nella categoria deirustica,vulgaria,sordida, troverebbe, io credo, da redimerne un bel numero. Perchè mai, per esempio, dirci chemamma(permater) era voce volgare, se Varrone presso Nonio attesta che apparteneva al linguaggio de’ bambini? O che i patrizi non avevan bambini? E Marziale non si servì di questa voce, per l’appunto come ce ne serviremmo noi Italiani, in qualunque scrittura familiare, ma niente affatto volgare?Mammasatque tatas habet Afra; sed ipsa tatarumDici etmammarummaximamammapotest.[46]E, peggio ancora, perchè dirci checludereera la forma volgare diclaudere, se per quanto si volesse stiracchiare questo o quel testo, è certo certissimo che fu adoperata innumerevoli volte, e in tutti gli stili, e da scrittori d’ogni tempo?[47]E perchè, finalmente, mettere in fascio voci e maniere usate da Plauto e Terenzio, con altre usate da autori di cinque, o sei, o sette secolidopo? Che ci si mettano quelle poche, le quali, comeadjutareecordolium, s’incontrano tanto nel latino arcaico, quanto nel latino della decadenza, sta bene; perchè è molto probabile che codeste forme, confinate ne’ bassi strati sociali durante il periodo classico, ritornassero poi a galla col prevalere di essi; ma quelle che troviamo usate per la prima volta da san Girolamo, da sant’Agostino, da Prisciano e da altri autori, vissuti nel quarto, quinto o sesto secolo dopo Cristo, con qual diritto volete bollarle pervolgari, quando invece non sono altro cheneologismi? Tanto varrebbe chiamar volgari tutte le parole italiane che non si trovano nei Trecentisti, essendo venute in uso dopo il Trecento!Il Littrè, che combatte alla sfuggita quest’ipotesi della derivazione delle lingue romanze da «un certo latino rustico,» fa un’osservazione molto giusta. «Se si crede,» egli dice, «che il vernacolo (patois) latino, che senza dubbio si parlava nelle campagne al tempo d’Augusto e dei suoi successori, sia più specialmente l’origine delle lingue romanze; vale a dire che le voci del basso latino, comecupiditare,hominaticum,coraticum, appartenessero ai vernacoli; io stimo che si sbagli. In generale, queste forme del basso latino son lunghe; e perciò indicano che le popolazioni da cui erano state create e venivano usate, avevano perduto il senso delle forme più corte e più analogiche, proprie della latinità. Ora, il vernacolo (basta osservare i nostri) non ha punto questo carattere; il vernacolo ritiene più che altrodell’arcaismo, mentre invece le forme allungate sono neologiche, nascendo esse dalla necessità di assicurare il senso delle parole che va oscurandosi.»[48]Si badi però, che con tutto questo non vogliamo dire che nell’opinione di coloro, i quali fan derivare le lingue romanze dal latino rustico, non ci sia nulla di vero. Già, dicendo che codeste lingue derivano dal latino parlato da tutti (il quale, s’intende, quattro o cinque secoli dopo, non poteva esser più quello del tempo d’Augusto; nè mai, in Francia o in Spagna, potè essere lo stesso che in Italia), neltutti, naturalmente, noi ci comprendiamo anche irustici. E poi, bisogna anche aggiungere che l’elemento rustico, allo sfasciarsi dell’Impero, al decadere di quella splendida civiltà, ai primi albori della civiltà nova e cristiana, fu di certo in prevalenza sull’elemento nobile. Questo però, oltrechè non fu mai spento del tutto, andò riprendendo a poco a poco il suo posto, col risorgere graduale della coltura. E se, per esempio, in Italia, non si potè più sbandire le voci del latino rusticoputusecatus(«putto» e «gatto»), e risostituirvi dal latino civilepuerefelis; si potè bene però conservare dallo stesso latino civile le vocipueritia,puerilis,puerilitasefelinus, le quali, nelle forme corrispondenti italiane, e con l’avverbiopuerilmenteper giunta, vivono ancora nell’uso di tutte le persone educate.Qui, dunque, gli equivoci nacquero principalmentedal riguardare le lingue neolatine da un solo lato della loro formazione; dal lato, cioè, in cui, per le condizioni sociali, prevalse l’elemento volgare.p7
NOTE DEL TRASCRITTORE:—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.—Il sommario nell’opera originale è costituito da un unico paragrafo; è stato mantenuto in questa forma.—Le note sono state raccolte alla fine del libro; una di queste presenta a sua volta delle postille. Queste sono state indicate con numeri romani e collocati con un rientro subito dopo la nota a cui si riferiscono.—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dell’opera originale. L’immagine è posta in pubblico dominio.
NOTE DEL TRASCRITTORE:
—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.
—Il sommario nell’opera originale è costituito da un unico paragrafo; è stato mantenuto in questa forma.
—Le note sono state raccolte alla fine del libro; una di queste presenta a sua volta delle postille. Queste sono state indicate con numeri romani e collocati con un rientro subito dopo la nota a cui si riferiscono.
—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dell’opera originale. L’immagine è posta in pubblico dominio.
DISSERTAZIONE
DI LUIGI MORANDI
QUINTA EDIZIONE
CITTÀ DI CASTELLO
S. LAPI TIPOGRAFO–EDITORE
1891
Si avranno per contraffattitutti gli esemplari senza la mia firma.
PROPRIETÀ LETTERARIA DELL’AUTORE.
AL SENATORE
GASPARE FINALI
CHE IN MEZZO ALLE CURE DI STATO
NON DIMENTICA I BUONI STUDI
I. Si combatte il titolo:Origine della Lingua italiana. Perchè dunque lo abbiamo adottato. Quale dovrebbe essere il titolo vero. Quante siano le lingue romanze. Il ladino e il franco–provenzale.II. Breve storia delle principali opinioni sull’origine delle lingue romanze.III. Perchè una lingua non può, a rigor di termini, dirsifigliad’un’altra. La parola, piuttosto che un fatto, è un continuo farsi. Germi poco avvertiti delle lingue romanze nel latino.IV. Cause estrinseche che influirono sull’intimo e naturale svolgimento del latino. Gl’idiomi indigeni a cui il latino si sovrappose. Loro origine. Caratteri fondamentali comuni delle lingue neolatine. Condizione speciale del rumeno. Le lingue barbariche; varie opinioni intorno alla loro influenza sul latino (Diez, Ascoli, Max Müller, Littré, Caix, ecc.); e a che si riduca realmente codesta influenza.V. Latino scritto e latino parlato; opinioni esagerate sulla loro differenza. Che cosa veramente intendesse Cicerone persermo plebejus.VI. Con molti argomenti si dimostra inesatta l’opinione più comune, che le lingue romanze derivino del latinorustico.VII. Vocaboli di formazione popolare e di formazione non popolare. Perchè i Francesi possono, meglio di noi, distinguer bene gli uni dagli altri. Questa distinzione però non provanulla in favore del latinorustico. Statistica di tutti gli elementi del francese moderno.VIII. Più torniamo indietro, e più le lingue romanze si somigliano tra loro, e più somigliano anche al latino. Prove di fatto di questa verità (ilGiuramento di Luigi il Germanico, ilCantico di S. Eulalia, ecc.). Metodo moderno nelle indagini etimologiche: esempi.IX. Svolgimento dei volgari italiani. Saggi di voci e locuzioni volgari in documenti di ogni regione d’Italia, dalivalxsecolo. Il primo intero periodetto in volgare dell’anno 960. Notizie e saggi di altri documenti de’ secolixiexii(unaCarta sarda, unaFormula di Confessione, laCarta rossanesedell’Ughelli, unaCarta picena, l’Iscrizione del Duomo di Ferrara, iQuattro versi bellunesi, ilContrasto bilinguee ilDiscordo poliglotto di Rambaldo di Vaqueiras, laPoesia di messer lo Re Giovanni, ecc.). Documenti falsi o sospetti. Perchè in Francia i nuovi idiomi si scrissero prima che in Italia. Lotta tra il latino e i nostri volgari. Babilonia linguistica in Italia ne’ secolixii,xiii, e parte delxiv.X. Dante. Conclusione.
p1
Non paia strano ch’io cominci il mio ragionamento col combattere il titolo, che io stesso gli ho dato.
Le parole:Origine della Lingua italiana, presentano la questione nel modo come è concepita dai più, e sono anche il titolo più comune, col quale viene trattata. Io quindi le ho messe nel frontespizio, per non rendermi singolare, ma insieme per aver subito occasione di dimostrare, che esse non rispondono bene a una trattazione rigorosa della materia, e conducono necessariamente fuori di strada chi le accetta per guida.
Infatti, è o non è lingua italiana quella usata da monsignor Giovanni della Casa nel suo famosoGalateo? Sicuro, è lingua italiana; e così bisognachiamarla, non foss’altro, perchè non si saprebbe chiamare diversamente.
Eppure, io trovo che la prima parola di codesto libro è unconciossiacosachè, parola che di certo non fu mai usata parlando; e trovo che il cavalier Lionardo Salviati, volendo fare il maggiore degli elogi al medesimo libro, dice che in «cosa che appena par da credere, l’Autore la moderna legatura delle parole, ed il moderno suono, mentre continuo l’aveva nell’orecchie, si potette dimenticare.»[1]
Quindi, accanto a quella usata dal Casa, e da essa più o meno diversa per vocaboli e per costrutti, c’era un’altra lingua italiana, cioè la parlata. Di quale, dunque, di queste due lingue dovrò io raccontare l’origine?
Della parlata, soprattutto,—mi par di sentirmi rispondere. E sta bene.
Ma,parlata, dove? È chiaro che la lingua parlata, a cui il Salviati contrappone la scritta del Casa, è la fiorentina, o tutt’al più la toscana. Ma perchè dovrei io restringermi a discorrere della sola parlata fiorentina o toscana, se quelle di Torino, di Venezia, di Genova, di Bologna, di Roma, di Napoli, di Palermo, e via dicendo, hanno tutte in fondo la medesima origine? Non sarebbe questo un piantar male la questione, di maniera che tutto il ragionamento ne rimarrebbe poi, più o meno, viziato?
Perciò io dico che tratterò dell’Origine degl’idiomi italiani.
E non basta. Questi idiomi, per comune consenso oramai, son derivati dal latino. Ma dal latino son derivati ugualmente (salvo il basco e il neoceltico, che conservano ancora gran parte del loro antico fondo originale, e dei quali faremo un cenno più innanzi) tutti i cento o mille idiomi parlati in Portogallo, in Spagna, in Francia, in tutto il sud–est del Belgio e in più parti della Svizzera e della Penisola Balcanica. Dunque, sarò più esatto, se dico che tratterò dell’Origine degl’idiomi neolatini in generale, e particolarmente degl’italiani, giacche è quasi impossibile parlar dellaspecie, senza toccare un poco anche delgenere.
Il seguito del mio discorso proverà, spero, che questi preliminari erano tutt’altro che oziosi. Qui intanto basterà aggiungere, che comunemente però, e per delle buone e anche delle cattive ragioni, s’usa dire che le lingue neolatine, o romane, o romanze, son sei: italiano,[2]—francese,—provenzale,[3]—spagnolo,—portoghese,—rumeno o valacco.
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Ho già accennato che tutti, cioè i dotti e le persone ragionevoli, si trovano ormai d’accordo nel ritenere che gl’idiomi romanzi hanno la loro prima e principale origine dal latino. Ma a quante strane opinioni si dovette dare lo sfratto, innanzi di poter arrivare a quest’accordo! Basti ricordarne qualcuna.
Nel secolo XVI, mentre Gioacchino Périon faceva derivare il francese dal greco,[4]il Giambullari (nelGello) sosteneva che la nostra lingua derivasse principalmente dall’etrusca, la quale, secondo lui, era figlia dell’aramea e sorella della caldea e dell’ebraica. E poichè egli aveva avuto la rara fortuna di conoscere un prete armeno, «grande, magro, bruno e di lunga capellatura, il quale affermava che l’arca di Noè era ancora nei monti loro, non intera già, ma conquassata e rovinata in gran parte da alberi grossissimi che vi eran nati:» gli pareva evidente che ilJanusdei Romani provenisse, come aveva già detto il suo amico Gelli, dajain, «voce aramea ed ebrea, che significavino, e dano, che vuol dire famoso, cioè famoso e celebre per il vino;» e che perciò fosse tutt’uno con Noè, il piantatore della vite, venuto nell’Enotria, la terra del vino, a diffondervi l’arameo, e poi «gloriosamente sotterrato nel monteJanicolo.»
Nel 1606, Stefano Guichart pubblicò a Parigi un libro, intitolato così:Harmonie étymologique des langues, où se démontre que toutes les langues sont descendues de l’hébraique, che per lui, come per tanti altri, era la lingua stessa parlata da Adamo nel paradiso terrestre. E finalmente, nel secolo passato, il nostro Quadrio scriveva che «ad un parto con la Lingua Latina, e sorella di essa,nacquel’Italiana odierna Favella dalla Pelasga, dall’Osca, dalla Greca e forse ancor dall’Ebraica.... Anzi, siccome le cose imperfette esistono prima, che le perfette; così non andrebbe lungi dal vero chi opinasse, che l’odierna Lingua Italiana fosse prima, che la cólta Latina.»[5]Argomentazione, la quale potrebbe benissimo mutarsi in quest’altra: siccome le cose imperfette esistono prima che le perfette, così non andrebbe lungi dal vero chi opinasse, che il cervello del Quadrio fosse un cervello antidiluviano.
Rallegriamoci dunque, della presente concordia sul punto principale della questione; e prima di vedere le varie opinioni sui punti secondari, per attenerci a quelle che ci paiono più fondate, sbarazziamo il terreno da un altro ingombro, che potrebbe impedirci il cammino.
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Tutti, ordinariamente, quando vogliamo dire che una lingua è derivata da un’altra, diciamo chene èfiglia. Ma questo è uno di que’ tanti traslati traditori, i quali ci fanno spesso perder di vista la realtà delle cose.
I concetti, infatti, dimadree difigliaimplicano necessariamente l’esistenza di due individui separati e distinti; mentre in realtà una lingua derivata da un’altra, nel fondo è sempre più o meno la stessa lingua.
Il nostro Lanzi, nel secolo passato, disse giustamente che «ogni anno si fa un passo verso un nuovo linguaggio.» E Guglielmo Humboldt, dopo di lui, disse che «la parola, piuttosto che un fatto, è un continuo farsi.»
Augusto Fuchs asserisce, e con ragione, che perfino «quelle parti in cui le lingue romanze sembrano essenzialmente diversificarsi dal latino, già si contenevano in esso, quantunque soltanto in germe.»[6]Per esempio, in Plauto si legge:unus servus violentissimus; in Cicerone:cum uno gladiatore nequissimo; e in Curzio Rufo:Alexander unum animal est: frasi che contengono il germe dell’articolo indeterminato, che è in tutto le nuove lingue, e che il latino, per regola generale, non aveva.
Ovidio, per dire che starà forte a cavallo, dice:insistam forti mente, invece diinsistam fortiter. E unobstinata mente perfers’incontra in Catullo, unjucunda mente responditin Apuleio. Ecco qui dunque il germe de’ mille avverbi neolatini(fortemente,ostinatamente,giocondamente, ecc.), nati dall’accoppiamento dell’ablativomentecon l’aggettivo, e nell’uso de’ quali non si tiene più nessun conto del loro valore etimologico, poichè diciamo benissimomangiare avida–mente, quantunque si mangi con la bocca, e non con la mente; appunto come Ovidio diceva che sarebbe statoforti mentea cavallo, quantunque in realtà ci stesse con le gambe.
In tutti gli scrittori latini s’incontrano spesso le forme accorciateamastiper amavisti,amastisperamavistis,amaruntperamaverunt, corrispondenti, come ognun vede, alle forme italianeamasti,amaste,amarono, alle francesiaimas,aimâtes,aimèrent, alle spagnoleamaste,amásteis,amaron, ecc.
Di regola, il verbohaberenon era ausiliare. Ma chi non lo sente già usato come tale in alcuni passi, per esempio, di Cicerone?—Ad meam fidem, quam habent spectatam jam et cognitam, confugiunt(Div. Caec., § 11);—Nec scriptum habeo(Verr., act. II, lib. IV, § 36);—Eum autem emptum habebat(Tull., 16);—De Caesare.... satis dictum habebo(Phil., V, § 52).
In Varrone, in Lucrezio e in Virgilio, s’incontra già il pronomemihi(a me), accorciato inmi. E perfino certe particolari maniere di dire, che a noi paiono tutte nostre, si trovano già tali e quali in latino. In Plauto, per esempio, troviamo: Ossa atque pellis sum (son pelle e ossa—Capt.I, 2);—Quod si sciret, esset alia oratio(se lo sapesse, sarebbe un altro discorso—Merc.,II, 3);—Non is sum, qui sum, nisi.... (non son chi sono, se non....—Men., III, 2);—Oleo tranquilliorem(più cheto dell’olio—Poen., V, 4).—E in Cicerone:Digito caelum attingere(toccare il ciel col dito—Ep. ad Att., II, 1, 7).—E in Petronio:Lacte gallinaceum, si quaesieris, invenies(ci troveresti, se lo cercassi, anche il latte di gallina—Satir., XXXVIII);—Nondum recepit ultimam manum(non ha ancora avuto l’ultima mano—Ibid., CXVIII).
Noi quindi dobbiamo riguardare le lingue romanze come una continuazione del latino parlato; come tanti rami germogliati sullo stesso tronco, e non già come tante piante, derivate sì, ma separate da esso.
Il che però non vuoi dire che queste lingue derivassero dal latino con quel lento processo di trasformazione, che sarebbe seguito in tempi normali. Già, prima di tutto, nella lotta stessa che sostenne con gl’idiomi a cui si sovrappose, il latino, benchè vincitore, dovette cedere in qualche parte, specialmente in quanto s’attiene alla pronunzia.[7]E poi, la sua naturale trasformazione fu,dove più dove meno, affrettata e anche in parte alterata dallo sconvolgimento politico, religioso e sociale. Se così non fosse, è chiaro che tutta l’Europa latina avrebbe finito col parlare una lingua sola. Dunque, la sentenza del nostro Lanzi, perchè possa adattarsi alla storia del latino e degl’idiomi derivati da esso, va modificata così: «Ogni anno si fa un passo,più o meno lungo, secondo le circostanze, verso un nuovo linguaggio.»
Eccoci quindi condotti a studiare un poco le cause estrinseche, accennate qui sopra, che influirono sull’intimo e naturale svolgimento del latino.
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La lotta, che il latino sostenne con gl’idiomi a cui si sovrappose, dovette essere molto lunga per tutto, ma specialmente là dove l’influenza di Roma si fece sentir meno, o dove fu meno aiutata dall’antica parentela, che legava l’idioma dei vincitori con quasi tutti gl’idiomi de’ vinti;[8]giacchèè naturale che la parola indigena opponesse minor resistenza, quando somigliava ancora alla corrispondente latina, che la veniva opprimendo.
Ma là pure dove la resistenza degl’idiomi indigeni dovette esser maggiore, e la lotta più lunga e ostinata, la vittoria finale del latino, se si guarda al corpo e all’organismo della lingua, più che alle particolarità della pronunzia, non poteva esser più intera; giacchè, per esempio, è vero che da un passo di Aulo Gellio possiamo ragionevolmente argomentare che nel secondo secolo dell’era nostra, nelle Gallie e in Etruria, vivessero ancora più o meno gl’idiomi indigeni;[9]ma è vero altresì che questi idiomi furono alla fine sopraffatti dal latino in tal modo, che nel francese moderno le parole di accertata origine celtica non son più d’una ventina, e negl’idiomi toscani è scomparso ogni vestigio perfino di voci etrusche comunissime, di quelle cioè che il popolo men facilmente dimentica, comeclan(figlio),verse(fuoco),gapos(carro),damnos(cavallo), ecc. E si noti che nel francese moderno non restano ormai altro che un secentocinquanta vocaboli d’origine ignota; sicchè, se anche parecchi di essi appartennero, come è probabile, al celtico, le tracce lasciate da questo nel Vocabolario della nuova lingua sarebbero sempre ben povera cosa.[10]
Nè di gran conseguenza possono dirsi anche gli effetti delle altre cause estrinseche.
Pietro Bembo sostenne che l’italiano nascesse, durante le invasioni, da una specie d’ibrido connubio della lingua latina con gl’idiomi de’ barbari.[11]Ma a combattere quest’opinione (seguìta già più o meno risolutamente, anche dal Varchi, dal Muratori, dal Tiraboschi, dal Perticari e da molti altri), basterebbe un confronto, anche superficialissimo, tra le leggi fonetiche del gruppo latino e quelle del gruppo teutonico. Basterebbe, cioè, osservare che gl’idiomi teutonici abbondano di aspirazioni, accentano la sillaba della radice, preferiscono le consonanti forti, e offrono molte combinazioni di suoni che mancano affatto alle lingue romanze. Invano si cercherebbe in queste linguequalcuna di quelle alterazioni che la parola latina pativa in bocca di genti, le quali pronunziavanoMuntus fuld tezibi, invece diMundus vult decipi. Invano vi si cercherebbe quel miscuglio di suoni disformi, che, per esempio, attesta nell’inglese la duplice origine anglosassone e normanna; o quella promiscuità di forme, che attesta nel persiano la prolungata influenza dell’arabo.[12]
D’altra parte, molti caratteri organici fondamentali delle nuove lingue (se si eccettuano alcune anomalie, specialmente del valacco) essendoin tutte gli stessi, ne viene di conseguenza che la loro vera ed intima sorgente non potè essere che una sola.
Tutte, infatti, conservarono scrupolosamente, salvo poche eccezioni, l’accento tonico sulla medesima sillaba che l’aveva in latino, e che è come l’anima o il perno della parola.
Tutte, per l’indebolimento fonetico e la conseguente trasformazione o caduta delle desinenze, perdettero, prima o poi, i casi della declinazione latina; e vi sostituirono un più speciale uso delle preposizioni, del quale però, al solito, si trovano tracce anche ne’ classici (ad carnificem dabo, invece dicarnifici dabo, in Plauto;de duro ferro aetas, invece diex duro ferro aetas, in Ovidio, e molte altre simili).[13]
Tutte abbandonarono quasi interamente il genere neutro, che già non differiva dal maschile altro che nel nominativo e nell’accusativo, e che anche ne’ classici si comincia a confonder con esso (commentariumecommentarius,nuntiumenuntius,calamistrumecalamister, ecc). Tutte dagli aggettivi e pronomiunuseillecavarono un nuovo elemento, cioè l’articolo indeterminato e determinato, de’ quali, al solito, si vedono i primi germi anche negli scrittori.[14]Tutte si trovarono d’accordo nel far crescere un altro germe, che pure abbiamo già visto apparire in qualche scrittore, e che dando al nomemensil senso dimodo,maniera, e aggiungendolo all’aggettivo (sana–mente,forte–mente), generò gli avverbi da sostituire ai terminanti inee in ter (sane,fortiter), poichè queste terminazioni, piegandosi alla nuova eufonia,si confondevano con quelle de’ nomi e degli aggettivi.[15]
Tutte, per evitare altre confusioni, conseguenza anch’esse dello scadimento fonetico, e insieme per distinguer meglio certi momenti dell’azione, fecero i medesimi cambiamenti nel verbo: estesero, cioè, l’uso dihabereper ausiliare; abbandonarono la forma passivaamor(sono amato), che, caduto l’r, si confondeva con l’attivoamo, e vi sostituirono l’ausiliareesserecol participio passato;[16]arricchirono la coniugazione col passato prossimo e col trapassato remoto, che in latino si confondevano col passato remoto, giacchèamavi, per esempio, poteva significare tantoamai, cheho amatoedebbi amato; aggiunsero un nuovo modo, il condizionale, che in latino era incluso nel congiuntivo; e poichè le terminazioni del futuro,amabo,tacebo,dicam, venivano confondendosi con l’imperfettoamabam,tacebam, e col presentecongiuntivodicam, le nuove lingue crearono una nova forma, fondendo l’ausiliareaverecon l’infinito. Ma anche questa fusione procedette per gradi: prima di tutto, per evitareamavo(derivante daamabo, amerò, comefavadafaba,lavoraredalaborare), che si sarebbe confuso con l’imperfettoamavaoamavo(daamabam), si ricorse a una perifrasi, già usata in certi casi, e si disse:habeo amareoamare habeo, cioèho da amare; e poi da amare habeo si feceamar hao,amar ho,amarò,[17]e infineamerò;—spagn.amaré=amar–he; portogh.amarei=amar–hei; provenz.amarai=amar–ai; franc.aimerai=aimer–ai.[18]
Tutte, finalmente, perduto che fu dall’orecchio delle popolazioni romane il sentimento dellaquantità, ossia delle lunghe e delle brevi, crearono una metrica nova, fondata non più sull’estensione, ma sullo sforzo (ictus) e sull’elevazione della voce, cioè sopra un certo numero di accenti, collocati in un dato numero di sillabe. E si badi, che anche di questa trasformazione ormai non può più dubitarsi che i germi esistessero già nel latino. Infatti, lasciando anche starel’opinione sostenuta tuttora da molti che il verso saturnio, usato dai Romani prima che applicassero alla loro poesia la metrica greca, non fosse a quantità, ma ad accenti;[19]certo è che racconto ebbe poi sempre gran parte ne’ metri specialmente de’ comici; ed è certo del pari che l’esistenza di una ritmica popolare romana ben distinta dalla metrica classica, ci viene attestata come cosa nota e comune, e quindi sicuramente non recente, nientemeno che alla metà circa del quarto secolo, da un passo attribuito a Mario Vittorino: «Metro quid videtur esse consimile?—Rhythmus.—Rhythmus quid est?—Verborum modulata compositio, non metrica ratione, sed numerosa scansione ad judicium aurium examinata, ut putaveluti sunt cantica poetarum vulgarium.»[20]Che poi anche il verso principale delle nuove lingue, il nostro endecasillabo,[21]provenga dal latino, è un’altra questione; giacchè l’origine di ciascun verso in particolare può esser differente da quella de’ dati fondamentali del sistema ritmico a cui è congiunto. E gli argomentiaddotti dal Rajna[22]contro codesta provenienza dell’endecasillabo, presi nel loro complesso, hanno in verità molto peso: ma pure, da una parte la ragionevole induzione che tutto ciò che v’ha d’importante nelle lingue romanze debba esser latino; dall’altra la strettissima somiglianza dell’endecasillabo col saffico minore:
Saeculum Pyrrhae nova monstra questae;
col trimetro giambico catalettico:
Ignotus heres regiam occupavi;
col falecio:
Disertissime Romuli nepotum,
e con qualche altro di tali versi, saranno sempre una gran tentazione per chiuder le orecchie a qualunque argomento in contrario, che non abbia una piena e assoluta certezza.
Anche la rima s’incontra qualche volta nei classici greci e latini; e s’incontra non solo usata per caso, ma intenzionalmente come mezzo stilistico, quale è di certo, se non nel primo, nel secondo di questi due esempi:
Non satis est pulcra esse poëmata; dulciasunto,Et quocumque volent animum auditorisagunto.
Hor.Epist., II, 3, 99–100.
Quot caelumstellas, tot habet tua Romapuellas.
Ovid.Ars am.I, 59.
Insomma, il linguaggio, come tutti gli organismi viventi, mutando le condizioni di vita, manifesta e svolge energie o facoltà prima nascoste o non avvertite. E le lingue romanze, specialmentese si considerano nel loro organismo, non sono altro che il latino adulto. Il cristianesimo, le invasioni, i commerci non poterono alterare la loro intima essenza, o, come vedremo tra poco, l’alterarono solo in piccolissima parte; quantunque dessero, per dir così, una spinta al loro sviluppo, e ne alterassero alquanto il Vocabolario.
Per esempio, i due nomi latinidomus(casa) everbum(parola), quando la nuova religione chiamòduomola casa di Dio everboDio stesso o la sua parola, scomparvero quasi affatto dall’uso comune nel loro primo significato.[23]
Per effetto poi delle invasioni e de’ commerci, le lingue nuove si arricchirono di voci germaniche, arabe e greche. Ma anche queste voci sono, relativamente, un numero assai ristretto.
Il valacco e alcuni dialetti del mezzogiorno d’Italia sono, com’è naturale, i più ricchi di voci greche; lo spagnolo e il portoghese di voci arabe;[24]e molte di queste ultime divennero poi comuni a tutte le altre lingue romanze. Comuni del parisono, secondo il Diez,[25]circa 300 voci germaniche.[26]Il francese, inoltre, ne possiede in proprio circa450, l’italiano 140, lo spagnolo e il portoghese 50, e il valacco anche meno. Sicchè, in complesso, tra vive e morte, tra certe e incerte, sommano a un 930 le voci germaniche che il Diez trova nelle nuove lingue, esclusi i dialetti e senza contarci, già s’intende, nè i derivati, nè i nomi propri. E con queste voci divennero pure d’uso comune i suffissialdo,ardo,lingo(ingo,engo), che si applicarono anche a voci latine (testardo,casalingo,Martinengo, ecc.); come, del resto, accadde anche de’ tre suffissi, derivati dal greco,essa,ismo,ista(leonessa,giudaismo,umanista, ecc.).
Le cifre del filologo tedesco devono essersi alquanto alterate con gli studi posteriori. Ma mettiamo pure che le voci germaniche, introdottesi nelle lingue romanze, siano più d’un migliaio: saranno sempre poca cosa in confronto di tutto il corpo di codeste lingue; e, nella loro pochezza, resteranno come un’eloquentissima testimonianza della inferiorità morale de’ conquistatori, i quali si lasciarono imporre la lingua dai vinti, anzichè imporre ad essi la propria.
Voci italiane, derivate direttamente, e non per mezzo del latino, dal greco, sono, per esempio:agognare,borsa,colla,falò,fase,golfo,magari,zio, ecc. (S’intende che non ci si devono comprendere que’ grecismi, spesso inutili, de’ letterati e degli scienziati, che vivono solo nell’uso di pochi.)
Portate dagli Arabi, sono le seguenti, e ci si sente, più che altro, l’industria e il commercio:alcool,alcova,algebra,ammiraglio,ambra,arancio,arsenale,caffè,canfora,carato,cremisino,catrame,carruba,cifra,cotone,gelsomino,lambicco,limone,liuto,mummia,ricamare,sofà,tamarindo,talismano,tamburo,tariffa,zafferano,zero, ecc.
Germaniche sono:araldo,briglia,bosco,bruno,forbire,gonfalone,guerra,guancia,schiena(daskina, romanescoschina),stinco,sperone,strale, ecc.; e ci si sente, più che altro, la guerra.
A proposito degli elementi germanici, il Diez così conclude: «La famiglia delle lingue romanze, appropriandosi alcuni di questi elementi, non patì nessuna essenziale alterazione nel suo organismo; giacchè si sottrasse quasi del tutto all’influenza della grammatica tedesca. Certo, nella formazione delle parole, alcune derivazioni e composizioni germaniche ci sono; e qualche traccia della stessa origine si trova anche nella sintassi; ma siffatti particolari vanno perduti all’occhio di chi guardi tutto il corpo di codeste lingue.»[27]
Alcuni però credono necessario di attribuire una parte maggiore all’influenza germanica, per ispiegare la diversità che passa tra le lingue romanze e il latino, e che, senza dubbio, è più notevole di quella che, per esempio, passa tra il greco moderno e il greco antico. Ma ad altri pare, e con più ragione, che la causa principale di questa maggiore diversità debba piuttosto cercarsi nell’influenza degli antichi idiomi a cui il latino si sovrappose. Certo è poi, che l’opinione messa fuorimolti anni fa da Max Müller,[28]che cioè le lingue romanze non ci presentino il latino quale si sarebbe naturalmente trasformato in bocca a’ Romani dell’Italia e delle provincie, ma quale i popoli germanici poterono apprenderlo e appropriarselo, era addirittura esageratissima; e il Littré, per solito così temperato, la respingeva «de toutessesforces.»
Se l’influenza germanica, diceva in sostanza il Littré, avesse avuto il sopravvento che le attribuisce il Müller, più i testi sono antichi, e più ce ne presenterebbero le tracce. Invece, il vero è, che più i testi sono antichi, e più portano impresso il carattere della latinità: vale a dire, più è facile calcare una frase latina sulla frase romanza. Nè mai vi si scorge il momento, il punto, in cui un altro popolo, sostituendosi a quelli delle Gallie, dell’Italia e della Spagna, si sia impossessato dell’idioma de’ vinti e l’abbia parlato secondo una grammatica sua propria. Il centro delle lingue romanze non può dunque spostarsi dal lessico e dalla grammatica latina.[29]
Il Müller poi, dal canto suo, nelleNuove Letture sulla Scienza del Linguaggio(VI), temperava di molto la sua prima opinione, dolendosi anzi (ma a torto, ci pare) che, per qualche difetto d’espressione, fosse stata esagerata o frantesa dal suo illustre contradittore, col quale, in fondo, dichiaravadi consentire. Ora, dunque, di questa polemica restano in piedi solo alcune giuste osservazioni parziali del Müller; ed eccone un piccolo saggio.
Di due o più voci latine, esprimenti sostanzialmente la stessa idea, è naturale che gl’invasori preferissero quella, che nel suono ricordava meglio la corrispondente germanica; ed è quindi anche naturale che la voce preferita da loro finisse spesso col prevalere. Per esempio, i Romani, per dirfuoco, dicevano orafocus, oraignis; mafocusfu preferito nelle nuove lingue, perche più vicino al tedescofeuer(fuoco) efunkeln(scintillìo, scintillare).[30]Per dirgrande, i Romani dicevano oragrandis, oramagnus:grandisfu preferito, perchè più affine agross, il quale ci diede inoltre anche la formagrosso. Per dirlasciare, i Romani dicevanolaxareosinere; malaxarefu preferito, perchè più simile all’antico alto–tedescolàzan, goticoletan, che è poi il moderno tedescolassen.[31]
Tutti i filologi inoltre si trovano d’accordo col Müller nel riconoscere (cosa, del resto, riconosciuta anche prima da altri) una certa influenza germanica sull’aggiunta dell’aspirazione in alcune parole francesi.Haut, per esempio, ehurler(antico francesehuller) vengono dal latinoaltuseululare, ma devono l’aspirazione alle loro corrispondenti germanichehocheheulen.
Il nostro Caix,[32]pur ammettendo dentro certi limiti l’influenza germanica sul lessico latino, come è sostenuta dal Müller, trova però ben più evidente e naturale il fatto contrario, cioè l’influenzalatina sulla fortuna di molte voci germaniche. In questo fatto sta, secondo lui, la spiegazione del gran numero di voci germaniche che poterono conservarsi nelle lingue romanze, benchè non si riferissero nè alla guerra, nè allo Stato, nè ai commerci, ma alle ordinarie relazioni della vita o ad oggetti comuni, pei quali parrebbe avesse dovuto prevalere l’appellativo romano. In questo fatto, a suo avviso, sono da ricercare le prove di quel raccostamento che, pur limitato al lessico, dovette compirsi a poco a poco tra la lingua dei vincitori e quella dei vinti, e che, alterando la forma di molte voci, spiega la difficoltà di ricondurle ora con le ordinarie leggi fonetiche alla loro forma originaria. E qui, sempre secondo l’opinione del Caix, sono da considerarsi tre casi.
Primo: la forma latina assorbì interamente la teutonica. In questo caso, che è di gran lunga il più frequente, le voci gotiche che, comesada(sazio),haban(avere),raihta(retto),arjan(arare), avevano una ben discernibile affinità con le corrispondenti voci latine, si confusero interamente con queste, e così i Goti disserosazioosatollo,avere,retto,arare, ecc.
Secondo caso, molto meno frequente, ma non raro: la voce latina si modificò, conforme al suono della voce germanica, per esempio: il toscanosdraiarsie l’umbrostrajàssederivano da un ravvicinamento del latinosternereal goticostraujan; l’italianosparagnaree il lombardosparàderivano da un ravvicinamento del latinoparcereall’anticoalto–tedescosparôn; l’ital.leccarederiva dal latinolingereeliguriree dall’antico alto–tedescolecchôn;rubare, dal lat.raperee dall’antico alto–tedescoroubôn;senno, dal latinosensuse dall’antico alto–tedescosin.
Terzo caso, più raro, ma insieme più curioso di tutti: le due forme si confusero in una terza, che le riassume entrambe. Per esempio,guiderdoneè certo derivato dall’antico alto–tedescowidarlôn(ricompensa); ma la seconda partelôn(moderno ted.Lohn, mercede) fu scambiata col lat.donum(basso lat.widerdonum); e così ne nacque una parola anfibia, mezzo tedesca e mezzo italiana,widar(contro), che è il modernowider, edono:widar–dono(guider–done), controdono, ricompensa.
Possiamo dunque concludere, che l’opinione del Bembo contiene solo una piccola parte di vero. E possiamo anche, di passaggio, osservare, che chi riguardava le lingue romanze come un imbastardimento del latino, è naturale che inclinasse altresì a crederle meno perfette di esso. E questa credenza, così funesta alla nostra letteratura e comune tuttora a molti, trova facili conferme in superficiali e parziali confronti; giacchè, per esempio, è di certo un danno l’aver perduto quasi tutti i participi inrus,ra,rum(venturo,futuro, ma nonletturo,amaturo, ecc.), e quindi non poter dire spicciamente e comunemente, senza ricorrere è un latinismo: «Evviva, o Cesare: imorituriti salutano!» Ma, in compenso, quanta maggior precisione e chiarezza non hanno aggiuntoal discorso l’articolo determinato e indeterminato e que’ tempi del verbo, che mancavano al latino? Chi volesse continuare il confronto, troverebbe venti di guadagno per ogni dieci di perdita. Nè la perfezione d’alcuni autori antichi, dato anche e non concesso che non avesse riscontro in autori moderni, proverebbe nulla a svantaggio delle lingue di questi: come la perfezione di Raffaello non prova che i colori, in sè stessi, fossero migliori al suo tempo, che al nostro. «L’ultimo fine della parola,» ha detto egregiamente il Lignana, «è di essere organo dello spirito. Ora, dire che le lingue moderne sono inferiori alle antiche, equivale a dire che lo spirito moderno è inferiore all’antico. Il che non credo abbia bisogno di confutazione.»[33]
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Ma dicendo che le lingue romanze sono, in sostanza, una continuazione e un perfezionamento del latino, che cosa s’intende qui perlatino? E chiaro che s’intende illatino parlato, giacchè le sole lingue parlate possono moversi e trasformarsi.
Siccome però i Romani, che parlavano il latino duemila anni fa, sono, per nostra disgrazia, morti tutti, e noi non possiamo conoscere la lorolingua se non per quel tanto che ce n’è stato tramandato dai libri e dalle iscrizioni; perciò si è cercato di stabilire se il latino scritto e il latino parlato fossero una stessa cosa, o se ci corressero più o men notevoli differenze.
Leonardo Bruni d’Arezzo (1369–1444) e Celso Cittadini di Roma (non di Siena, come comunemente si crede—1553?–1627), il secondo dei quali ebbe lampi d’intuizione filologica maravigliosi per il suo tempo, sostennero che la lingua della plebe romana fosse quasi del tutto diversa da quella delle classi cólte e specialmente degli scrittori.[34]
Trovando nel latino arcaico voci comeaurom(oro),consol(console), ecc., le quali somigliano all’italiano, più che non gli somiglino le corrispondenti del latino classico (aurum,consul), il Cittadini capitombola quasi nell’opinione che fu poi, come abbiamo visto, sostenuta dal Quadrio, e che il Muratori giustamente chiamò un sogno, indegno persino d’essere confutato.[35]
Il Bruni, dal canto suo, arrivò a dire che i Romani non cólti intendessero il linguaggio deglioratori, non più di quel che oggi la plebe nostra intende la messa;[36]e come se questo fosse poco, aggiungeva, che essi andassero al teatro, non già per intendere i versi del poeta, ma per godere dello spettacolo scenico; e perciò, secondo lui, si chiamavanospettatorie nonuditori:[37]speciosa ragione, a distrugger la quale basterebbe osservare, chespettatorisi chiamavano anche le persone cólte, le quali andavano anch’esse al teatro.
Egli inoltre non sapeva capacitarsi come mai le donnicciole di Roma sarebbero potute riuscire a imparare le declinazioni de’ nomi e le coniugazioni de’ verbi, e specialmente de’ verbi irregolari: cose, diceva, che fanno sudar sangue anche noialtri dotti. Come mai volete, domandava il brav’uomo, come mai volete che quelle povere ignoranti potessero servirsi del verboferre(portare), che nel presente fafero(porto), e nel passato fatuli(portai), e nel supino muta ancora, e falatum?—Qui, l’ottimo messer Leonardo somiglia proprio a quel tale che, andato in Francia, si maravigliava che là anche i bambini sapessero parlare il francese. Dio buono! anche la donnicciola fiorentina, senza aver studiato grammatica, tira fuori bravamente dall’infinitoessereil presentesono, l’imperfettoero, il passatofui, eccetera; nè c’è pericolo che dica io ando invece diio vado, nèio dovoinvece diio devo, nèomainvece didonna, nèfemminoinvece dimaschio; quantunque queste anomalie non siano punto men difficili difero,tuli,latum.
Ma segue forse da ciò che la lingua delle orazioni di Cicerone fosse precisamente la stessa che parlava la sua lavandaia, o quella che in tutto e sempre parlava egli medesimo? No davvero!
In questa questione, gli equivoci a me pare che siano nati e nascano ancora da un errore fondamentale, e cioè dal non considerare la lingua nel suo complesso, ma in questa o quella parte soltanto, in questo o quel libro, in questo o quel parlante. Con tal metodo, per quanto la lingua sia potentemente unificata, come era appunto quella di Roma e come è ora quella di Parigi, deve per necessità apparire una specie di Proteo multiforme.
Chi può negare, per esempio, che la lingua di cui si serviva in parlamento il signor Thiers, non fosse la lingua che si parla a Parigi? Eppure, chi oserebbe dire che fosse addirittura quella medesima di cui si serviva il suo portinaio?
Con l’aiuto de’ miei scolari, io son riuscito a mettere insieme un centottanta sinonimi italiani del verbomorire, e tutti, si noti bene, d’uso comune;[38]mentre, sia detto per incidenza, il Tommasèo ne dà solo cinque o sei. Son dunque centottanta modi usati e usabili per esprimere una solaidea in italiano, e potrei anche dire, più esattamente, in fiorentino, perchè quattro quinti di essi son vivi a Firenze, e i rimanenti son creazioni di prosatori e di poeti, fatte però tutte con voci vive fiorentine o foggiate alla fiorentina, ed entrate poi nell’uso comune letterario.
Eppure, quale italiano o qual fiorentino potrebbe dire, preso così all’improvviso, di saperli tutti e centottanta? E chi oserebbe affermare che il plebeismo:andare a rincalzare i cavoli, o l’altro:crepare, siano soltanto della lingua plebea? Domani potrete sentirli in bocca a una persona civile, che l’userà per ischerzo o in un momento di collera; mentre la povera donnicciola, trafitta dal dolore, vi dirà poeticamente che il suo bambinoè stato ripreso da Dio, o cheè andato in paradiso. E persona civile e donnicciola si troveranno inconsapevolmente, ma sicurissimamente, d’accordo nel non dirvi mai che quell’omaccione grasso e grosso, morto ier l’altro,sia volato al cielo, perchè sanno che vi farebbero ridere.
Certo, il fatale divorzio della lingua scritta dalla parlata è stato possibile in Italia, dove nessuna parlata ha mai definitivamente prevalso; ma non era possibile in Roma, con quell’acutissimo senso pratico de’ suoi cittadini, con quel bisogno ch’essi avevano d’intendersi tra di loro più speditamente che potessero, con quella, insomma, potente e compatta unità di linguaggio; quantunque ogni romano, in fondo, avesse in testa una lingua, che non era precisamente quella di nessun altro romano, e lo stesso scrittore usasse voci e manierediverse, secondo il soggetto e il genere del componimento.
Nè crediate che il fatale divorzio succeduto in Italia abbia contribuito e contribuisca ancor poco a far inclinare molti Italiani a supporre che altrettanto fosse accaduto anche a Roma.Mal comune, mezzo gaudio; e certo, quando altri lamenta che tante e tante prose italiane, pregevolissime di sostanza, siano però pochissimo lette, perche scritte in una lingua mezzo morta, fa molto comodo il poter rispondere: cosa volete farci? anche nella letteratura latina è stato così.
Questo, dico, può far molto comodo; ma a me non pare che sia la verità. E alle ragioni già addotte per dimostrarlo, ne aggiungerò un’altra di fatto, e che, credo, dovrebbe bastar da sola a risolver la questione.
Papirio Peto, in una lettera a Cicerone, aveva applicato a sè stesso un luogo di Trabea, chiamando pazzia il suo sforzarsi d’imitare l’eloquenza dell’amico. E Cicerone gli rispondeva: «Dici davvero? Ti pare una pazzia lo imitare quelli che tu chiami fulmini del mio stile? Certo, sarebbe pazzia, se la cosa non ti riuscisse; ma poichè ti riesce anche meglio che a me, de’ fatti miei devi ridere, e non de’ tuoi; e lascia star Trabea, dacchè ilfiascoè piuttosto mio. Ma pure, delle mie lettere che te ne pare? Non sono esse scritte alla buona?[39]Già si sa: non conviene mica usar semprelo stesso tono. Altro è una lettera, altro un’orazione politica, o un’orazione forense. Persino davanti ai giudici, si varia tono secondo le cause; perchè le private e di poca importanza non richiedono quegli ornamenti, che adoperiamo quando siano in gioco la vita o l’onore. Le lettere poi, sogliamo scriverle con le parole di tutti i giorni.»[40]
Dunque, le lettere del grande oratore sono scritte, per sua stessa e incontrastabile testimonianza, inplebejo sermonee conquotidianis verbis. Ma, di grazia, chi è che avendo sott’occhio una di quelle lettere e un’orazione dello stesso autore, non s’accorga che sono scritte nella medesima lingua, salvo, s’intende, le differenze derivanti dal diverso genere di componimento? Ciò che nella lettera sarà detto con la frase familiare:andare all’altro mondo, o con altra anche plebea, nell’orazione sarà detto con frase sostenuta:render l’anima a Dio. Ma queste non sono due lingue: son gradazioni, tinte, sfumature diverse d’una stessa, stessissima lingua; e chi volesse prendersi il gusto di esaminare le prime cento voci o maniere d’una lettera di Cicerone, si può scommettere che ce netroverebbe almeno novanta usate da lui anche nelle orazioni o nelle altre sue opere. Insomma, a dir tutto in poco, la diversità che egli accenna a Papirio Peto non è dilingua, ma distile; e la fraseplebejo sermone, addotta così spesso per provare l’esistenza di quella specie di muraglia della Cina tra il latino scritto e il parlato, o tra il latino nobile e il popolare, prova invece per l’appunto il contrario![41]
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Coloro che seguendo il Diez anche in questa parte non buona del suo magistrale lavoro, si ostinano ancora a fare del latino due lingue o quasi due lingue, una letteraria o nobile, e l’altra popolare, volgare o, peggio, rustica, dicono che da quest’ultima son derivate le lingue romanze.[42]
Il principe de’ loro argomenti è un fatto che si trova più o meno in tutte le lingue: la coesistenza, cioè, delle doppie forme, ossia di vocaboli e modi significanti ora sfumature diverse d’una stessa idea (sinonimi, comeuscioeporta,biancoecandido,salvareepreservare), ora invece la stessa idea, senza nessuna differenza di significato, e solo, ma non sempre, con qualche differenza di stile, essendo alcuni più o meno particolari alle classi incolte e altri alle civili; alcuni mezzo invecchiati e altri vivissimi; alcuni più propri della poesia, altri della prosa (doppioni, comescriminatura,discriminatura,scrimaedirizzatura,badessaeabbadessa,escireeuscire,gragnuolaegrandine,morir di sonnoemorir dal sonno,farsi alla finestraeaffacciarsi alla finestra; con un eccetera pur troppo lungo, poichè in italiano, per nostra disgrazia, questa quasi sempre falsa ricchezza è addirittura strabocchevole).
Naturalmente anche in latino c’erano moltissimi sinonimi (januaeporta,equusecaballus,toruselectus,amareediligere, ecc.); e anche non pochi doppioni (volgusevulgus,adjutareeadjuvare,buccaeos,minaciaeeminae,putusepuer,maledicere aliquememaledicere alicui, ecc.); e di questi doppioni alcuni saranno stati usati indifferentemente l’uno e l’altro da tutte le classi sociali, come oggi a Firenzeditaleeanello,portantinaebussola,spartizione(de’ capelli) edivisa; altri invece saranno stati i preferiti, più o meno esclusivamente, dalle classi inferiori, al modo stesso che un popolano fiorentino dirà forse più volentieridotaedolsuto, chedoteedoluto, e sempre poidoventareinvece didiventare, mentre un fiorentino educato dice sempredoteedoluto, e oradoventare, oradiventare, secondo con chi e dove e di che parla. Rispetto poi ai sinonimi, come il popolano della moderna Roma chiama sempreportaanche l’uscio, così è probabile che il popolano della Roma antica dicesseportaanche quando doveva dirjanua, ecaballusanche quando doveva direequus.
Or bene, siccome qualche centinaio di questi sinonimi o doppioni latini, che si credono i preferiti dalla plebe, sono i genitori legittimi dei corrispondenti vocaboli neolatini, giacchè noi Italiani, per esempio, non diciamogianaogianvaojanadajanua, maportadaporta, noneguooieguooecquo, ecc. daequus, macavallodacaballus; perciò cavando da questo fatto una troppa larga conseguenza, si è detto e si dice che le lingue romanzederivino dal latino rustico, o volgare o plebeo. Ma, oltrechè alle poche centinaia di parole romanze d’origine latina rustica si può contrapporne molte migliaia d’origine latina nobile, o nobile e rustica insieme; non bisogna mai dimenticare che l’organismo di dette lingue poggia quasi interamente sulla comune grammatica latina. Il tronco, dunque, da cui son germogliati i rami che si chiamano italiano, francese, spagnolo, ecc., è, in sostanza, il latino di Virgilio e di Plauto, di Cicerone e di Vitruvio; il latinotogatoe quellotunicato; insomma, il latino di tutti, quello che parlavaomnis populus, come dice Varrone.
Una curiosa riprova di questa verità l’abbiamo nel fatto comunissimo, che de’ due sinonimi o doppioni latini, il volgare cioè e il civile, se uno attecchì in una delle nuove lingue, l’altro attecchì in un’altra.Ebriacus, per esempio, che forse era la forma popolare usata invece diebrius, diede il toscanoubbriaco, il romanescoimbriaco, l’antico spagnoloembriágo, il provenzaleebriac, ecc.; ma l’ivrefrancese deriva direttamente daebrius(come il nostroebbro, del solo uso letterario); sicchè bisognerebbe concluderne che i Romani andati nella Francia settentrionale, quando si ubbriacavano o parlavano dell’ubbriachezza, fossero tutte persone civili. E così, se il volgarecanutusdiede l’italianocanuto, il provenzalecanute il francesechenu; dal civilecanusè però derivato lo spagnolocano. Se dall’allaudareoadlaudaredi Plauto derivarono il provenzalealauzar, e lo spagnolo e portoghesealabar; dal comunelaudarederivarono l’italianolodaree il franceselouer. Se il volgaresalisicia(salis insicia) osalsitiadiede il toscanosalsiccia, il sicilianososizza, il francesesaucisse, lo spagnuolosalchicha, ecc.; a Milano, a Venezia e altrove dicono ancoralugànega, dal latinolucanica, usato da Marziale e da Cicerone.[43]Se noi Italiani e i Francesi non ci contentammo di derivarecavalloechevaldacaballuse diciamo anchecavallaecavale(dacaballa); gli Spagnoli e i Rumeni dicono, sì,cavalloecallupel maschio, ma diconoyeguaeépa(daequa) per la femmina; edebbadicono i Sardi,eguai Portoghesi; edeguas’incontra anche nel provenzale,ieguenell’antico francese.[44]E se il latino volgare porta prevalse generalmente sujanua, questa vive ancora nel sardo settentrionalegiannae nel meridionaleennia, e vive nel napoletanovotajanne(volta–janne), grimaldello.
Frequentissimo poi è il caso, che le due forme latine ne abbiano addirittura generato due (più o meno necessarie) anche nelle nuove lingue, come è accaduto in italiano dacaecuseorbus,mutareecambiare,dolorecordolium,caputetesta,vulgusevolgus, ecc.
Del resto, chi facesse uno studio diligente sopra ciascuno di que’ vocaboli, che dal Diez[45]e da tutti coloro che hanno ricopiato il suo elenco, vengono relegati nella categoria deirustica,vulgaria,sordida, troverebbe, io credo, da redimerne un bel numero. Perchè mai, per esempio, dirci chemamma(permater) era voce volgare, se Varrone presso Nonio attesta che apparteneva al linguaggio de’ bambini? O che i patrizi non avevan bambini? E Marziale non si servì di questa voce, per l’appunto come ce ne serviremmo noi Italiani, in qualunque scrittura familiare, ma niente affatto volgare?
Mammasatque tatas habet Afra; sed ipsa tatarumDici etmammarummaximamammapotest.[46]
E, peggio ancora, perchè dirci checludereera la forma volgare diclaudere, se per quanto si volesse stiracchiare questo o quel testo, è certo certissimo che fu adoperata innumerevoli volte, e in tutti gli stili, e da scrittori d’ogni tempo?[47]E perchè, finalmente, mettere in fascio voci e maniere usate da Plauto e Terenzio, con altre usate da autori di cinque, o sei, o sette secolidopo? Che ci si mettano quelle poche, le quali, comeadjutareecordolium, s’incontrano tanto nel latino arcaico, quanto nel latino della decadenza, sta bene; perchè è molto probabile che codeste forme, confinate ne’ bassi strati sociali durante il periodo classico, ritornassero poi a galla col prevalere di essi; ma quelle che troviamo usate per la prima volta da san Girolamo, da sant’Agostino, da Prisciano e da altri autori, vissuti nel quarto, quinto o sesto secolo dopo Cristo, con qual diritto volete bollarle pervolgari, quando invece non sono altro cheneologismi? Tanto varrebbe chiamar volgari tutte le parole italiane che non si trovano nei Trecentisti, essendo venute in uso dopo il Trecento!
Il Littrè, che combatte alla sfuggita quest’ipotesi della derivazione delle lingue romanze da «un certo latino rustico,» fa un’osservazione molto giusta. «Se si crede,» egli dice, «che il vernacolo (patois) latino, che senza dubbio si parlava nelle campagne al tempo d’Augusto e dei suoi successori, sia più specialmente l’origine delle lingue romanze; vale a dire che le voci del basso latino, comecupiditare,hominaticum,coraticum, appartenessero ai vernacoli; io stimo che si sbagli. In generale, queste forme del basso latino son lunghe; e perciò indicano che le popolazioni da cui erano state create e venivano usate, avevano perduto il senso delle forme più corte e più analogiche, proprie della latinità. Ora, il vernacolo (basta osservare i nostri) non ha punto questo carattere; il vernacolo ritiene più che altrodell’arcaismo, mentre invece le forme allungate sono neologiche, nascendo esse dalla necessità di assicurare il senso delle parole che va oscurandosi.»[48]
Si badi però, che con tutto questo non vogliamo dire che nell’opinione di coloro, i quali fan derivare le lingue romanze dal latino rustico, non ci sia nulla di vero. Già, dicendo che codeste lingue derivano dal latino parlato da tutti (il quale, s’intende, quattro o cinque secoli dopo, non poteva esser più quello del tempo d’Augusto; nè mai, in Francia o in Spagna, potè essere lo stesso che in Italia), neltutti, naturalmente, noi ci comprendiamo anche irustici. E poi, bisogna anche aggiungere che l’elemento rustico, allo sfasciarsi dell’Impero, al decadere di quella splendida civiltà, ai primi albori della civiltà nova e cristiana, fu di certo in prevalenza sull’elemento nobile. Questo però, oltrechè non fu mai spento del tutto, andò riprendendo a poco a poco il suo posto, col risorgere graduale della coltura. E se, per esempio, in Italia, non si potè più sbandire le voci del latino rusticoputusecatus(«putto» e «gatto»), e risostituirvi dal latino civilepuerefelis; si potè bene però conservare dallo stesso latino civile le vocipueritia,puerilis,puerilitasefelinus, le quali, nelle forme corrispondenti italiane, e con l’avverbiopuerilmenteper giunta, vivono ancora nell’uso di tutte le persone educate.
Qui, dunque, gli equivoci nacquero principalmentedal riguardare le lingue neolatine da un solo lato della loro formazione; dal lato, cioè, in cui, per le condizioni sociali, prevalse l’elemento volgare.
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