Chapter 10

Ma poi che fôrno gionti a i verdi prati,Ciascun si stette dal suo lato alquanto;Suonando il corno si fôrno sfidatiQuei duo che han di prodezza al mondo il vanto.Pregovi, bei segnor, che ritornatiAd ascoltarme nel seguente canto,Perché de l'altre zuffe ch'io contaiQuesta è più fiera ed è maggior assai.

Canto ventesimottavo

Chi provato non ha che cosa è amore,Biasmar potrebbe e due baron pregiati,Che insieme a guerra con tanto furoreE con tanta ira se erano afrontati,Dovendosi portar l'un l'altro onore,Ch'eran d'un sangue e d'una gesta nati:Massimamente il figlio di Melone,Che più della battaglia era cagione.

Ma chi cognosce amore e sua possanza,Farà la scusa di quel cavalliero;Ché amore il senno e lo intelletto avanza,Né giova al provedere arte o pensiero.Giovani e vecchi vanno alla sua danza,La bassa plebe col segnore altiero;Non ha remedio amore, e non la morte;Ciascun prende, ogni gente ed ogni sorte.

E ciò se vide alora manifesto,Ché Orlando, qual di senno era compito,Di sua natura si cangiò sì presto,E venne impazïente allo appetito;Ed a Ranaldo se fece molesto,Col qual fu de amistà già tanto unito.Ora nel campo a morte lo desfida,Suonando il corno ad alta voce crida:

- Non hai vicino il forte Montealbano,Che possa con sue mure ora camparte;Non è teco il fratel de Vivïano,Qual ti possa giovar con sua mala arte.Chi te potrà levar dalla mia mano?Come andarai fuggendo ed in qual parte?Non è citade al mondo o tenimento,Ove non abbi fatto un tradimento.

Belisandra robbasti in Barbaria,Quando gli andasti come mercadante.Vôi tu forse tornar per quella via,O fuggir per il regno de LevanteDove sette fratei per tua folìaE per le fraude tue, che son cotante,A tradimento son condutti a morte?Forse in Tesaglia andar te riconforte?

Re Pantasilicor da te fo preso,Né usata fu più mai tanta viltate,Perché, essendo pregion, da te fu impeso,Sì che non passarai per sue contrate.E già non posso a pieno aver intesoTutte le tue magagne e crudeltate;Ma so che a Montalbano a notte scuraNé al chiaro giorno è la strata sicura.

So che robbasti il tesoro indïano,Che a me toccava per dritta ragione,Perché il re de India, Durastante, al pianoFu da me morto, e non da te, ladrone.Sotto la tregua del re Carlo ManoRobbasti al re Marsilio il suo Macone.Ora te penti, e fa che ben m'intenda:Oggi di tanto mal farai l'amenda. -

Ranaldo fece al conte aspra risposta,Forte suonando il suo corno bondino,Dicendo dopo il suon: - Vieni a tua posta,Ché or sei vasso ed eri paladino,E poi che la tua mente è pur dispostaFar la vendetta d'ogni Saracino,Di qualunque sia morto in ogni lato,Preso o disfatto, o sia da me robbato.

Ma a te ramento che aggio a vendicareLa morte iniqua d'ogni cristïano.Don Chiaro il paladin vo' ricordare,Che l'occidesti in campo di tua mano;Perciò se ebbe Girardo a disperare,E per tua colpa divenne pagano.Ascolta, renegato e maledetto:Chi dà cagione al mal, lui n'ha il diffetto.

Il padre de Olivier, malvaggio cane,Venne per tua cagion da Carlo occiso;Ranaldo di Bilanda per tue maneAvanti al vecchio patre fo diviso.E tu quando ti levi la dimane,Credi acquistar zanzando il paradisoCon croce e patrinostri? Altro ci vôleChe per rei fatti dar bone parole.

Ricordate, crudel, che a Monteforte,Per prender quel castello a tradimento,Il franco re Balante ebbe la morte,E ciò fu ben di tuo consentimento,Ché stavi apresso a Carlo Magno in corte;Né ti bastando il core o l'ardimentoDi scontrarti con lui sopra al sentiero,Altrui mandasti, e fu morto Rugiero. -

Queste parole ed altre più diverseDicea Ranaldo con voce rubesta.Ora più oltra il conte non sofferse,Ma contra lui se mosse a gran tempesta;Ciascadun sotto il scudo si coperse,E con alto furor la lancia arresta,E vengonsi a ferir con ardimento:Sembrâr quei duo destrier folgor e vento.

Come nel celo o sopra la marinaDuo venti fieri, orribili e diversiScontrano insieme con molta roina,E fan conche e navigli andar roversi;E come un rivo dal monte declina,Con sassi rotti ed arbori dispersi;Così quei duo baron pien di valoreSe urtarno con altissimo rumore.

Non fu piegato alcun di loro un dito,A benché delle lancie smisurateCiascun troncone insino al celo è gito.Già son rivolti ed han tratto le spate;Né intorno fu pagan cotanto arditoChe non se sbigotisse in veritate,Quando l'un l'altro rivoltò la facciaPiena de orrore e de ira e de minaccia.

Non vide il mondo mai cosa più crudaChe il fiero assalto di questa battaglia,E ciascun sol mirando trema e suda:Pensati che fa quel che se travaglia!In più parte avean lor la carne nuda,Ché mandate han per terra piastra e maglia.Ranaldo sopra al conte se abandona,Nel forte scudo il gran colpo risuona.

Il scudo aperse e il brando dentro passa:Sopra la spalla gionse al guarnimento,La piastra del braccial tutta fraccassa.Sente a quel colpo il conte un gran tormento;Adosso de Ranaldo andar se lassa,E ben sembra al soffiar tempesta e vento;A man sinestra gionge il brando crudo,Sino alla spalla rompe e parte il scudo.

A poco a poco più l'ira s'accende:Ranaldo sopra l'elmo gionse il conte;Taglio del brando a questo non offende,Però che era incantato e fu de Almonte,Ma il cavallier stordito se distendePer quel colpo superbo che ebbe in fronte,E rivenne in se stesso in poco d'ora;Ira e vergogna al petto lo divora.

Stringendo e denti, il forte paladinoMena a Ranaldo un colpo nella testa:Gionse ne l'elmo che fu de Mambrino;Non fu veduta mai tanta tempesta.Quel baron tramortito andava e chino,Via fugge Rabicano, e non s'arresta,Intorno al campo, e par che metta l'ale;Al conte Orlando il suo spronar non vale.

Non fu veduto mai tanto peccato,Quanto era di Ranaldo valoroso,Ch'era sopra l'arcione abandonato,E strasinava il brando al prato erboso;Fuor de l'elmo uscia il sangue da ogni lato,Però che a quel gran colpo furïosoTanta angoscia sofferse e tanta pena,Che 'l sangue gli crepò fuor d'ogni vena.

Fuor della bocca usciva e fuor del naso,Già ne era l'elmo tutto quanto pieno;Spirto nel petto non gli era rimaso,Correndo il suo destriero a voto freno.E così stette in quel dolente casoQuasi una ora compita, o poco meno;Ma non fu giamai drago ni serpenteQuale è Ranaldo, allor che se risente.

Non fu ruina al mondo mai maggiore,Ché l'altre tutte quante questa passa;Strazia dal petto il scudo, e con rumoreContro alla terra tutto lo fraccassa.Fusberta, il crudo brando, a gran furoreStringe a due mane e le redine lassa,E ferisce cridando al forte conte:Proprio lo gionse al mezo della fronte.

Non puotè il colpo sostenire Orlando,Ma su le croppe la testa percosse;Le braze a ciascun lato abandonando,Già non mostra d'aver l'usate posse.Di qua di là se andava dimenando,Ed ambe l'anche di sella rimosse;Poco mancò che 'l stordito baroneFuor non uscisse al tutto de l'arzone.

Ma come quel che avea forza soprana,Ben prestamente uscì di quello affanno,E, riguardando la sua Durindana,Dicea: "Questo è il mio brando, o ch'io m'inganno;Questo è pur quel ch'io ebbi alla fontana,Che ha fatto a' Saracin già tanto danno.Io me destino veder per espressoS'io son mutato o pur se 'l brando è desso."

Così diceva: ed intorno guardando,Vidde un petron di marmore in quel loco;Quasi per mezo lo partì col brandoPersino al fondo, e mancòvi ben poco.Poi se volta a Ranaldo fulminando;Torceva gli occhi, che parean di foco,D'ira soffiando sì come un serpente;Mena a due mani e batte dente a dente.

O Dio del celo, o Vergine regina,Diffendete Ranaldo a questo tratto,Ché 'l colpo è fiero e di tanta ruina,Che un monte de diamanti avria disfatto.Taglia ogni cosa Durindana fina,Né seco ha l'armatura tregua o patto;Ma Dio, che campar volse il fio d'Amone,Fece che 'l brando colse di piatone.

Se gionto avesse la spada di taglio,Tutto il fendeva insino in su l'arcione;Sbergo ni maglia non giovava uno aglio,Ed era occiso al tutto quel barone.Ma fu di morte ancora a gran sbaraglio,Ché il colpo gli donò tal stordigione,Che da l'orecchie uscia il sangue e di bocca;Con tanta furia sopra l'elmo il tocca.

Tutta la gente che intorno guardavaLevò gran crido a quel colpo diverso;E Marfisa tacendo lacrimava,Perché pose Ranaldo al tutto perso.Il conte ad ambe mano anco menavaPer tagliar quel baron tutto a traverso;E ben puoteva usar di cotal prove:Ranaldo è come morto e non se move.

Quel colpo sopra lui già non discese,Ché Angelica alla zuffa era presente.Lei tenne il conte, e per il braccio il prese,Ed a lui volta con faccia ridente,Disse: - Barone, egli è chiaro e paleseChe tra gentile e generosa genteSolo a parole se osserva la fede:Senza giurare l'uno a l'altro crede.

Questa matina promisi e giuraiPer una volta di farti contento,E come e quando tu comandarai;Ma prima tu dèi trare a compimentoUna impresa per me, come tu sai,La qual comandar posso a mio talento;Sì che io te dico, franco paladino,Incontinente pòneti a camino.

Prendi la strata per questa campagna,Né te curar de indugia né de posa,Sin che sei gionto nel regno de Orgagna,Là dove trovarai mirabil cosa;Ché una regina piena di magagna(Così Dio ne la faccia dolorosa!)Ha fabricato un giardin per incanto,Per cui destrutto è il regno tutto quanto.

Perché alla guarda del falso giardinoDimora un gran dragone in su la porta,Qual ha deserto intorno a quel confinoTutta la gente del paese, e morta;Né passa per quel regno peregino,Né dama o cavalliero alla sua scorta,Che non sian presi per quelle contrate,E dati al drago con gran crudeltate.

Onde te prego, se me porti amore,Come ho veduto per esperïenza,Che questa doglia me levi del core,De la qual più non posso aver soffrenza;E so ben che cotanto è il tuo valoreE 'l grande ardire e l'alta tua potenza,Che, abenché il fatto sia pericoloso,Pur nella fin serai vittorïoso. -

Orlando alla donzella presto inchina,Né se fece pregar più per nïente,E con tanto furor ratto camina,Che uscito è già di vista a quella gente.Or, menando fraccasso e gran roina,Il fio d'Amon turbato se risente;Strenge a due mano il furïoso brandoCredendo vendicarse al conte Orlando.

Ma quello è già lontan più de una lega:Ranaldo se 'l destina di seguire,Ché mai non vôl con lui pace né trega,Sin che l'un l'altro non farà morire.Marfisa, Astolfo e ciascuno altro il prega,E tanto ogniom di lor seppe ben dire,Che Ranaldo, che avea la mente accesa,Pur fu acquetato e lasciò quella impresa.

Questo fin ebbe la battaglia fella.Tornò Ranaldo a farse medicare;Parlar li volse Angelica la bella,Lui per nïente la volse ascoltare,Ché tanto odio portava a la donzella,Che apena la puoteva riguardare.Or lei si parte e vien sopra al girone;Ranaldo in campo torna al paviglione.

Su nella rocca ritornò la dama,E de amor si lamenta e di fortuna;Piange dirottamente e morte chiama,Dicendo: "Or fo giamai sotto la lunaPer l'universo una donzella grama,O nello inferno passò anima alcuna,Che avesse tanta pena e tale ardore,Quale io sostengo a l'affannato core?

Quel gentil cavallier l'alma m'ha tolta,Né vôl ch'io campa, e non mi fa morire,Ed è tanto crudel, che non m'ascolta.Che al manco gli potessi io fare odireLi affanni che sostengo, una sol volta,E di poi presto mia vita finire!Ché dopo morte ancor sarei contenta,Se egli ascoltasse il dôl che mi tormenta.

Ma ciascuna alma disdegnosa e duraAmando e lacrimando al fin se piega,Sì che speranza ancor pur mi assicuraChe a un tempo mi darà quel che or mi niega;E sol di quello è la bona ventura,Che pacïenzia segue e piange e priega;E, s'io son fuor di tal condizïone,Pur stato non serà per mia cagione.

Io vincerò la sua discortesia;Ancor se placherà, se ben fia tardo,Faràgli ancor pietà la pena mia,E 'l fuoco smisurato ove io dentro ardo.Poi che seguir conviensi questa via,Io vo' mandarli adesso il suo Baiardo,Ché, come intendo e per ciascun se nara,Cosa del mondo a lui non è più cara.

Orlando più non tornarà giamai,Ché non giovarà forza né sapere,Allo estremo periglio ove il mandai:Far posso del destriero il mio parere.Ahi re del cel! come forte fallaiA far perir colui che ha tal potere!Ma Dio lo sa ch'io non puote' soffrireQuel che tanto amo vederlo morire.

Ora fia morto il bon conte di Brava,Sol per campar la vita al fio d'Amone.Quel molto più che sua vita me amava,Questo non ha di me compassïone;E certo conscïenza assai me grava,E vedo ch'io fo pur contra ragione:Ma la colpa è d'Amor, che senza leggeE soi subietti a suo modo corregge."

Così dicendo chiede una donzella,Che fu con lei creata piccolina,Di aria gentile e di dolce favella;Alla sua dama davanti se inchina.Disse Angelica a lei: - Va, monta in sellaCalla nel campo di quella regina,Qual per suo orgoglio, contra ogni ragione,Sta nello assedio di questo girone.

Tu montarai sopra il tuo palafreno:Baiardo, quel destrier, menalo a mano.Di tende e paviglioni il campo è pieno:Cerca tu quel del sir de Montealbano.A lui del bon destrier dà in mano il freno,E digli, poi ch'egli è tanto inumanoChe comporta ch'io pèra in tante brame,Non vo' che il suo ronzon mora di fame.

Io non potrebbi mai già comportare,Che 'l suo destrier patisse alcun disaggio,A benché lui mi venne assedïare,E femmi oltra al dover cotanto oltraggio.Sol d'una cosa me può biasimare:Ch'io l'amo oltra misura; ed ameraggioSin che avrò spirto in core e sangue adosso,O voglio o non, però che altro non posso.

A lui ragionarai in cotal guisa,Ed a trarne risposta abbi lo ingegno;Ché tanto è la pietà da quel divisa,Che forse di parlarti avria disdegno.Partendoti da lui, vanne a Marfisa,Né far de onore o reverenzia un segno;Senza smontar d'arcione a lei te accosta,E da mia parte fa questa proposta.

Diragli ch'io credetti che AgricaneDovesse per suo esempio spaventareE le genti vicine e le lontaneDal non dover con me guerra pigliare;Ma da poi ch'essa ancor non se rimane,Che gli altri se potranno ammaestrarePer lo esempio di lei, che tanto è paccia,Che bisogno ha d'aiuto e pur minaccia. -

La damisella uscì di quel girone,E giù nel campo subito discese;La sua ambasciata fece al fio d'AmoneCon bassa voce e ragionar cortese:Sempre parlando stette ingenocchione.Io non so dir se ben Ranaldo intese,Ché, come prima odì chi la mandava,Voltò le spalle e più non l'ascoltava.

Era con lui Astolfo al paviglione,Il qual, veggendo la dama partire,Che seco ne menava il bon ronzone,Subitamente la prese a seguire,Dicendo a lei che per dritta ragioneQuesto destrier potrebbe ritenireCome sua cosa, poi che era paleseChe esso l'avea condutto in quel paese.

A concluder, la dama puotea meno,E il modo non avea da contrastare,Onde se lasciò tuor di mano il freno:Adietro l'ebbe Astolfo a remenare.Or per quel campo d'arme tutto pienoLa messagiera se pone a cercare:Cerca per tutto, e mai non se rafina,Sin che fu gionta avanti alla regina.

E non se sbigotì di sua presenzia,Ma fece sua proposta alteramente,Con ardire mestiato di prudenzia.Quella regina, che ha l'animo ardente,La odìa parlar con poca pacïenzia,E sol rispose: - Bene è tostamenteIl minacciar d'altrui; ma il fin del giocoÈ di cui fa de' fatti e parla poco. -

Lasciamo il ragionar della donzella,La qual, nel modo che aviti sentito,Tornò davanti ad Angelica bella;E ragionamo di quel conte ardito,Che per li fiori e per l'erba novellaVia caminando è de una selva uscito;Fuor della selva, a ponto in su quel piano,Armato è un cavallier con l'asta in mano.

Sopra d'una acqua un ponte marmorinoTenìa quel cavallier in sua diffesa;Alla ripa del fiume, ad un bel pinoStava una dama per le chiome impesa,La qual facea lamento sì tapino,Che avrebbe di dolor quella acqua accesa;Sempre soccorso e mercede domanda,Di pianto empiendo intorno in ogni banda.

Di lei molta pietà si venne al conte,E per ella sligare al pino andava.Ma il campïon, che armato era sul ponte,- Non andar, cavallier! - forte cridava- Ché fai a tutto il mondo oltraggio ed onte,Dando soccorso a quella anima prava;Perché l'antiqua etade e la novellaNon ebbe mai più falsa damigella.

Per sua malizia sette cavallieriSono perduti e per sua fellonia.Ma ciò contarti non mi fa mestieri,Che troppo è lungo: vanne alla tua via;Lasciala stare e prendi altri pensieri. -Cari segnori e bella baronia,Stati contenti a quel che aveti odito:Per questa fiata il canto è qui finito.

Canto ventesimonono

Ne l'altro canto io ve contai che OrlandoVide il bel pino a lato alla riviera,Dove la dama impesa lacrimandoAvria mosso a pietate un cor di fiera;E mentre che lui stava riguardando,Quello altro campïon con voce altieraGli disse: - Cavallier, va alla tua via,Né dare aiuto a quella dama ria.

La quale adesso ha ben tutta sua voglia,Poi che sta impesa con le chiome al vento,E voltasi leggier come una foglia;E ben fo questo sempre il suo talento:Or con vana speranza, or certa dogliaTenir li amanti in estremo tormento.Come al vento si volge per se stessa,Così sempre rivolse ogni promessa. -

Rispose il franco conte: - In veritate,Nella mia mente non posso pensare,Non che aprir gli occhi a tanta crudeltate;In ogni modo la voglio campare,Né credo che abbi in te tanta viltate,Che a questa cosa debbi contrastare.Se offeso sei e di vendetta hai brama,Ciò non conviene oprar sopra a una dama. -

- Questa donzella - disse il cavalliero- Fo sempre sì crudele e dispietata,E tanto vana e d'animo leggiero,Che drittamente è quivi condennata.Ma tu forse, baron, tu forastieroNon sai la istoria di questa contrata,Però pietà te muove a dar soccorsoA quella che è crudel più che alcuno orso.

Ascolta, ch'io te prego, in qual maineraBen iustamente e per dritta ragioneFosse nel pino impesa quella fiera.Lei nacque meco in una regïone,E fo per sua beltade tanto altiera,Che mai non fo mirato alcun pavoneChe avesse più superbia nella coda,Quando la sparge al sole ed ha chi 'l loda.

Origille è il suo nome, e la citadeDove nascemmo Batria è nominata.Io l'amai sempre dalla prima etade,Come piacque a mia sorte isventurata;Lei or con sdegni, or con finta pietade,Promettendo e negando alcuna fiata,Me incese di tal fiamma a poco a poco,Che tutto ardevo, anzi ero io tutto un foco.

Un altro giovanetto ancor l'amava;Non più di me, ché più non se può dire,Ma giorni e notti sempre lacrimava,Quasi condutto a l'ultimo morire.Locrino il cavallier si nominava,Qual soffrea per amor tanto martìre,Che giorno e notte, lacrimando forte,Chiedea per suo ristor sempre la morte.

Lei l'uno e l'altro con bone paroleE tristi fatti al laccio tenìa preso,Mostrandoci nel verno le vïole,E il giaccio nella state al sole acceso;E benché spesso, come far si suole,Fosse l'inganno suo da noi compreso,Non fo l'amor d'alcuno abandonato,Credendo più ciascuno essere amato.

Più volte avante a lei mi presentai,Formando le parole nel mio petto,Ma poi redirle non puote' giamai,Ché, come io fu' condutto al suo cospetto,Quel che pensato avea, domenticai,E sì perdei la voce e l'intellettoE tutti e sentimenti per vergogna,Ch'era il mio ragionar d'un om che sogna.

Pur mi diè amore al fin tanta baldanza,Che un tal parlare a lei da me fu mosso:"Se voi credesti, dolce mia speranza,Ch'io potessi soffrir quel che io non posso,E che la vita mia fosse a bastanzaDel foco che m'ha roso insino a l'osso,Lasciati tal pensiero in abandono,Ché se aiuto non ho, morto già sono.

Ciò vi giuro, ed è vero, e non ve inganno;E pensar ben doveti in vostro coreChe l'uom die' sostener l'estremo dannoPrima che 'l provi il suo amico maggiore;Perché essendo ingannato, ogni altro affanno,Anci la morte, è ben pena minore,Perché alla fine ogni martìre avanzaTrovarsi vana l'ultima speranza.

Ben lo sa Dio che in altri non ho spene,E che voi seti quella che più amo;Soffrir non posso ormai cotante pene:A l'estremo dolor mercè vi chiamo.Camparme al vostro onor ben si conviene,Ché sol per voi servir la vita bramo,E, se aiuto non dati al mio gran male,Io moro, e voi perdeti un cor leale."

Non fuor queste parole simulate,Anci tratte al mio cor della radice;Lei, che femina è ben in veritate,(Che tutte son peggior che non se dice),Fece risposta con gran falsitate,Per farme più dolente ed infelice,Dicendo: "Uldarno - (ché così mi chiamo)- Più che 'l mio spirto e più che gli occhi v'amo.

E se io potessi mostrarne la prova,Come io posso in voce proferire,Cosa non ho nel cor che sì me mova,Quanto al vostro desio poter servire;E se alcun modo o forma se ritrova,Ch'io possa contentar questo disire,Io sono apparecchiata a tutte l'ore,Pur che si servi insieme il nostro onore.

Ma certamente io vedo una sol via(Volendo, come io dico, riservareNel vostro onor la nominanza mia)Che ce possiamo insieme ritrovare.Come sapete, la fortuna riaFece a la morte insieme disfidareOringo, il cavallier tanto inumano,Contra a Corbino, mio franco germano.

E fo quel damigello al campo morto,Dico Corbino, e contra alla ragione,Ché ancor non era ben ne l'arme scorto,E l'altro fo più volte al parangone.Ora per vendicar cotanto tortoMio patre va cercando un campïone,Proferendo a ciascuno estremo merto,Ed hal trovato, o trovaral di certo.

Voi, che portate adunque l'arme indossoD'Oringo e la sua insegna e il suo cimero,Fuor de la terra vi serete mosso,Là dove scontrarete un cavalliero.Poi che l'un l'altro ve areti percosso,Pigliar vi lasciareti di legiero,E questo è solo il modo e la manieraA far contenta vostra voglia intiera.

Però che quivi sereti menatoDa l'altro cavallier, che ve avrà preso;Sotto mia guarda stareti legato,E non temeti già de essere offeso,Ché a vostra posta vi darò combiato.E benché 'l patre mio sia d'ira acceso,Ed abbia molta voluntate e frettaDi far del suo figliolo aspra vendetta,

Nulla di manco ho già preso il partitoDi poter vosco alquanto dimorare,Poi mostrarò che via siati fuggito."Così la falsa m'ebbe a ragionare,Ed io ben presto presi questo invito,Né a periglio o fatica ebbi a pensare,Ché, per trovarme seco ad un sol loco,Passato avria per mezo un mar di foco.

Addobbato mi fu' subitamenteL'arme de Oringo ed ogni sua divisa;Ma, come io fu' partito, incontinenteCostei, che del mio mal facea gran risa,Come quella che è troppo fraudolenteE perfida e crudel for d'ogni guisa,Partito, come io dico, a lei davante,Fece chiamare a sé quell'altro amante.

Ciò fu Locrino, de chi ragionai,Che a un tempo meco questa falsa amava,E con promesse e con parole assai,Come sapea ben far, lo alosingava,Dicendo, se sperar dovea giamaiGuidardon de l'amor che gli mostrava,Che per un giorno sia suo campïone:Dïagli Oringo morto, o ver pregione.

Il loco li raconta, ove mandatoM'avea lei stessa fuor de la citate,E tanto fece al fin, che l'ebbe armatoDe insegne contrafatte e divisate,E fuora venne per trovarmi al prato.Nel scudo verde ha due corne dorateE nella sopravesta e nel cimiero,Come portava un altro cavalliero.

Quel cavallier avea nome Arïante,Che per insegna le corne portava,Tanto animoso e di membre aiutanteChe forse un altro par non attrovava.Questo era d'Origille anco esso amante,Ed averla per moglie procacciava;E già col patre de essa stabilitoAvea per patto d'esser suo marito.

Ma prima Oringo dovea conquistare,Ed a lui presentarlo, o morto o preso.Or, per far breve il nostro ragionare,Questo ne venne a quel prato, disteso,Là dove io stava armato ad aspettare:Dopo lieve battaglia io mi fui reso.Credendo a questa falsa esser menato,Feci poca diffesa e fui pigliato.

Locrino, in questo tempo, il giovanetto,Nel vero Oringo a caso fu inscontrato,Né menarno la zuffa da diletto,Questo d'amore e quel ch'era infiammato.Fu ferito Locrino a mezo il petto,Oringo nella testa e nel costato;E fu l'assalto lor sì crudo e forte,Che ciascun d'essi quasi ebbe la morte;

Abench'al fine Oringo fu pregione,Ché uno amoroso cor vince ogni cosa.Ora intervenne che 'l crudo vecchione,Il quale è patre a questa dolorosa,Avea di far vendetta il cor fellone,E notte e giorno mai non stava in posa.Sempre guardando, cerca con gran penaSe 'l suo campione Oringo ancor li mena.

Ed ecco avanti lo vide venire,Con la man disarmata e senza brando,Come colui ch'è preso, a non mentire.Andogli incontra pallido e tremando,E apena se ritenne de ferire;Ma poi, dapresso con lor ragionando,Cognobbe nella voce e nel sembianteChe Locrino era quel, non Arïante.

Ben sapea il vecchio che quel giovanettoLa sua figliola avea molto ad amare,E però gli diceva: "Io ti prometto,Se questo tuo pregion me vôi donare,Contento ti farò di quel dilettoQual più nel mondo mostri desïare.Se vero è che mia figlia cotanto ami,Io te contentarò di quel che brami."

Locrino paccio fu presto accordato,Benché darli il pregion non gli era onore;Tanto già lui d'amore era spronato,Che gli avria dato parte del suo core.Essendo già tra lor fatto il mercato,La nostra gionta gli pose in errore,Perché Arïante ed io, che ero pregione,Giongemmo avanti a quel crudo vecchione.

Quivi la cosa fu tutta paleseE la cagion de l'arme tramutate.Alora Oringo molto me riprese,Che in dosso le sue insegne avea portate;E tra noi quattro fur molte contese,E quasi ne venemmo a trar le spate,Perché Arïante ancor se lamentavaPur de Locrin, che sua insegna portava.

Nel regno nostro è legge manifestaChe chiunque porta scudo o ver cimeroD'un altro campïone o d'altra gesta,È disfamato con gran vitupero,E se non ha perdon, perde la testa.Benché 'l statuto sia crudele e fero,Ché la pena è maggior che la fallanza,Pur è servata per antiqua usanza.

Avanti al re fu tratta la querella;Il qual, veggendo tutta la cagioneEssere uscita da questa donzella,Qual li avea indotto a quella guarnisone,E con le insegne altrui montare in sella,Prese consiglio, con molta ragione,Che, avendo ogniom di noi fatto gran male,Tutti dian voce a pena capitale:

Oringo, perché morto avea Corbino,Ch'era garzone, e lui già di gran fama;Ed Arïante, sì come assassino,Qual per avere il prezo d'una damaAvea promesso a quel vecchio mastinoLa morte di colui che tanto brama.Così meco Locrino ad una guisa,Ché avevamo portata altrui divisa.

Sì iudicati tutti quattro a morte,Fummo obligati sotto a sacramentoNon uscir for de Batria delle porte,Sin che non è il iudicio a compimento;E fece il re da poi ponere a sorteChi menar debba la dama al tormento,Perché lei, che è cagion di tanto errore,Non aggia morte, ma pena maggiore.

Come tu vedi, per le chiome impesaSopra a quel pino al vento se trastulla,E per farla campare è bene attesaD'ogni vivanda, e non gli manca nulla.La prima sorte a me dette la impresaDe stare in guardia alla falsa fanciulla,E così già tre giorni ho combattutoContra a ciascun che gli vuol dare aiuto.

E sette cavallieri ho tratto a fine:E nomi tutti non te vo' contare;Mira quei scudi e l'armi peregrine,Qual ciascadun di lor suolea portare.Tutti han perduto l'anime tapinePer voler questa dama liberare;Il scudo de ciascuno e l'elmo e 'l cornoSono attaccati a quel troncon d'intorno.

E se caso averrà ch'io pur sia morto,Oringo e poi Locrino ed ArïanteVerran l'un dopo l'altro a questo porto,Ciascun di me più fiero ed aiutante;E però, cavalliero, io te confortoChe non te curi di passare avante,Perché qualunche al ponte non se attiene,Aver battaglia meco li conviene. -

Orlando stava attento al cavallieroChe avea contata lunga diceria;Ma la donzella da quel pino altieroForte piangendo il cavallier mentia,Dicendo che malvaggio era e sì fiero,Che la tormenta sol per fellonia,E perché è dama e non può far diffesa,La tien per crudeltate al pino appesa.

E che sette baroni a tradimentoAveva occiso, e non per sua virtute,E per dar tema agli altri e gran spaventoTenea quei scudi in mostra e le barbute.Così dicea la dama, e con lamentoParlava al conte per la sua salute,Per Dio pregando e sempre per pietate,Che non la lasci in tanta crudeltate.

Non stette Orlando già molto a pensare,Perché pietà lo mosse incontinente,Dicendo a Uldarno o che l'abbia a spiccare,O che prenda battaglia di presente.Così l'un l'altro s'ebbe a disfidare;Ciascadun volta il suo destrier corrente,E vengonsi a ferir con cruda guerra:Al primo incontro Orlando il pose in terra.

Poi che fu il cavallier caduto al piano,Il conte prestamente al pino andava.Sopra una torre a quel ponte era un nano,Che incontinente un gran corno suonava;Dopo quel suono apparve a mano a manoUn cavalliero armato, che cridava,E morte al conte e gran pena minaccia,Se s'avicina al pino a vinte braccia.

Il conte aveva integra ancor sua lanza;Presto se volta, e quella al fianco arresta,E ferisce al baron con tal possanza,Che sopra al prato il fie' batter la testa.Ma far nova battaglia ancor gli avanza,Ché 'l nano suona il corno a gran tempesta,E gionge il terzo cavalliero armato:Sì come gli altri andò disteso al prato.

Sopra la torre il nano il corno suona:Il quarto cavallier ne vien palese.Orlando contra lui forte sperona,E con fraccasso a terra lo distese.Poi tutti come morti li abandona,E passa il ponte senza altre contese,E gionge al pino e smonta della sella:Salisce al tronco e spicca la donzella.

Giù per le rame la portava in braccio,E quella dama lo prese a pregare,Poiché tratta l'avea di tale impaccio,Che via con seco la voglia portare,Perché di lei serìa fatto gran straccio,Se quivi se lasciasse ritrovare.Orlando la assicura e la conforta,In croppa se la pone, e via la porta.

Era la dama di estrema beltate,Malicïosa e di losinghe piena;Le lacrime teneva apparecchiateSempre a sua posta, com'acqua di vena.Promessa non fie' mai con veritate,Mostrando a ciascadun faccia serena;E se in un giorno avesse mille amanti,Tutti li beffa con dolci sembianti.

Come io dissi, la porta il conte Orlando;E già partito essendo di quel loco,Lei con dolci parole ragionandoLo incese del suo amore a poco a poco.Esso non se ne avide e, rivoltandoPur spesso il viso a lei, prende più foco,E sì novo piacer gli entra nel core,Che non ramenta più l'antiquo amore.

La dama ben s'accorse incontinente,Come colei che è scorta oltra misura,Che quel baron d'amore è tutto ardente,Onde a infiamarlo più pone ogni cura;E con bei motti e con faccia ridenteA ragionar con seco lo assicura;Però che 'l conte, ch'era mal usato,D'amor parlava come insonnïato.

Mille anni pare a lui che asconda il sole,Per non avere al scur tanta vergogna;Perché, benché non sappia dir parole,Pur spera de far fatti alla bisogna;Ma sol quel tempo d'aspettar gli dole,E fra se stesso quel giorno rampogna,Qual più de gli altri gli par longo assai,Né a quella sera crede gionger mai.

E così cavalcando a passo a passo,Ragionando più cose intra di loro,A mezo il prato ritrovarno un sasso,Che è scritto tutto intorno a littre d'oro,E trenta gradi, dalla cima al basso,Avea tagliato con netto lavoro;Per questi gradi in cima se salivaA quel petron, che asembra fiamma viva.

Disse la dama al conte: - Or te assicura,Se hai, come io credo, la virtù soprana,Che in questo sasso è la maggior venturaChe sia nel mondo tutto, e la più strana.Monta quei gradi e sopra quella altura:La pietra è aperta a guisa di fontana;Ivi te appoggia, e giù callando il visoVedrai l'inferno e tutto il paradiso. -

Il conte non vi fece altro pensiero:Certo il demonio e Dio veder si crede,Ed alla dama lascia il suo destriero.Lei, come gionto sopra il sasso il vede,Forte ridendo disse: - Cavalliero,Non so se seti usato a gire a piede,Ma so ben dir che usar ve gli conviene:Io vado in qua; Dio ve conduca bene. -

Così dicendo volta per quel prato,E via fuggendo va la falsa dama.Rimase il conte tutto smemorato,E sé fuor d'intelletto e paccio chiama,Benché serìa ciascun stato ingannato,Ché di legier si crede a quel che s'ama;Ma lui la colpa dà pure a se stesso,Locchio e balordo nomandosi spesso.

Non sa più che se fare il paladino,Poi che perduto è il suo bon Brigliadoro.Torna a guardare il sasso marmorino,E va leggendo quelle littre d'oro.Quivi ritrova che sepolto è Nino,Qual fu già re di questo tenitoro,E fece Ninivè, l'alta citate,Che in ogni verso è lunga tre giornate.

Ma lui, che de guardare ha poca cura,Poi che ha perduto il suo destrier soprano,Smonta dolente della sepoltura;E, caminando a piede per il piano,La notte gionge e tutto il cel se oscura.Vede una gente, e non molto lontano;E così andando ognior più s'avicina,Perché la gente verso lui camina.

Dirovi tutta quanta poi la cosa,Qual gli incontrò, quando fu gionto al gioco,E serà di piacere e dilettosa;Ma poi la contaremo in altro loco,Perché il cantar della storia amorosaÈ necessario abandonare un poco,Per ritornare a Carlo imperatore,E ricontarvi cosa assai maggiore.

Cosa maggior, né di gloria cotantaFu giamai scritta, né di più diletto,Ché del novo Rugier quivi si canta,Qual fu d'ogni virtute il più perfettoDi qualunche altro che al mondo si vanta.Sì che, segnori, ad ascoltar vi aspetto,Per farvi di piacer la mente sazia,Se Dio mi serva al fin la usata grazia.

Libro secondo

Canto primo

Nel grazïoso tempo onde naturaFa più lucente la stella d'amore,Quando la terra copre di verdura,E li arboscelli adorna di bel fiore,Giovani e dame ed ogni creaturaFanno allegrezza con zoioso core;Ma poi che 'l verno viene e il tempo passa,Fugge il diletto e quel piacer si lassa.

Così nel tempo che virtù fioriaNe li antiqui segnori e cavallieri,Con noi stava allegrezza e cortesia,E poi fuggirno per strani sentieri,Sì che un gran tempo smarirno la via,Né del più ritornar ferno pensieri;Ora è il mal vento e quel verno compito,E torna il mondo di virtù fiorito.

Ed io cantando torno alla memoriaDelle prodezze de' tempi passati,E contarovi la più bella istoria(Se con quïete attenti me ascoltati)Che fusse mai nel mondo, e di più gloria,Dove odireti e degni atti e pregiatiDe' cavallier antiqui, e le conteseChe fece Orlando alor che amore il prese.

Voi odireti la inclita prodezzaE le virtuti de un cor pellegrino,L'infinita possanza e la bellezzaChe ebbe Rugiero, il terzo paladino;E benché la sua fama e grande altezzaFu divulgata per ogni confino,Pur gli fece fortuna estremo torto,Ché fu ad inganno il giovanetto morto.

Nel libro de Turpino io trovo scrittoCome Alessandro, il re di gran possanza,Poi che ebbe il mondo tutto quanto afflittoE visto il mare e il cel per sua arroganza,Fu d'amor preso nel regno de EgittoDe una donzella, ed ebbela per manza;E per amor che egli ebbe a sua beltade,Sopra il mar fece una ricca citade.

E dal suo nome la fece chiamare,Dico Alessandria, ed ancor si ritrova;Dapoi lui volse in Babilonia andare,Dove fu fatta la dolente prova,Che un suo fidato l'ebbe a velenare,Onde convien che 'l mondo si commova,E questo un pezzo e quello un altro piglia;Il mondo tutto a guerra se ascombiglia.

Stava in Egitto alora la fantina,Che fu nomata Elidonia la bella,Gravida de sei mesi la meschina.Quando sentitte la trista novella,Veggendo il mondo che è tutto in ruina,Intrò soletta in una navicella,Che non avea governo di persona,Ed a fortuna le vele abandona.

Lo vento in poppa via per mar la caccia,In Africa quel vento la portava.Sereno è il celo e il mar tutto in bonaccia,La barca a poco a poco in terra andava.Quella donzella, levando la faccia,Visto ebbe un vecchiarel che ivi pescava:A questo aiuto piangendo dimanda,E per mercede se gli racomanda.

Quel la ricolse con umanitate,E poi che 'l terzo mese fu compito,Ne la capanna di sua povertateLa dama tre figlioli ha parturito.Quivi fu fatta poi quella citateChe Tripoli è nomata, in su quel lito,Per gli tre figli che ebbe quella dama;Tripoli ancora la cità se chiama.

E come il cel dispone gioso in terra,Fôrno quei figli di tanto valore,Che il re Gorgone vinsero per guerra,Qual de l'Africa prima era segnore.L'un d'essi fu nomato Sonniberra,Che fu il primo che nacque, e fu il maggiore;Il secondo Attamandro, e il terzo figlioNome ebbe Argante, e fu bel come un giglio.

E tre germani preser segnoriaDe Africa tutta, come io ho contato,E la rivera della BarberiaE la terra de' Negri in ogni lato.Non per prodezza né per vigoria,Non per gran senno acquistâr tutto il stato,Ma la natura sua, ch'è tanto bona,Tirava ad obedirli ogni persona.

Perché l'un più che l'altro fu cortese,E sempre l'acquistato hanno a donare;Onde ogni terra e ciascadun paeseDi grazia gli veniva a dimandare.E così subiugâr senza conteseDallo Egitto al Morocco tutto il mare,Ed infra terra quanto andar si puoteVerso il deserto, alle gente remote.

Morirno senza eredi e duo maggiori,E solo Argante il regno tutto prese,Che ebbe nel mondo trïonfali onori;E di lui l'alta gesta poi discese,Della casa Africana e gran segnori,Che ferno a' Cristïan cotante offese,E preser Spagna con grande arroganza,Parte de Italia, e tempestarno in Franza.

Nacque di questo il possente Barbante,Che in Spagna occiso fu da Carlo Mano;E fu di questa gente re Agolante,Di cui nacque il feroce re Troiano,Qual in Bergogna col conte d'AnglanteCombattè e con duo altri sopra il piano,Ciò fu don Chiaro e 'l bon Rugier vassallo:Da lor fu morto, e certo con gran fallo.

Del re Troiano rimase un citello,Sette anni avea quando fu il patre occiso:Di persona fu grande e molto bello,Ma di terribil guardo e crudel viso.Costui fu de' Cristian proprio un flagello,Sì come in questo libro io ve diviso.State, segnori, ad ascoltarme un poco,E vederiti il mondo in fiamma e in foco.

Vinti duo anni il giovanetto altieroHa già passati, ed ha nome Agramante,Né in Africa si trova cavallieroChe ardisca di guardarlo nel sembiante,Fuor che un altro garzone, ancor più fiero,Che vinti piedi è dal capo alle piante,Di summo ardire e di possanza pieno;Questo fu figlio del forte Ulïeno.

Ulïeno di Sarza, il fier gigante,Fu patre a quel guerrier di cui ragiono,Qual fu tanto feroce ed arrogante,Che pose tutta Francia in abandono;E dove il sol si pone e da levanteDe l'alto suo valor odise il suono.Or vo' contarvi, gente pellegrine,Tutta la cosa dal principio al fine.

Fece Agramante a consiglio chiamareTrentaduo re, che egli ha in obidïenzia;In quattro mesi gli fie' radunare,E fuor tutti davanti a sua presenzia.Chi vi gionse per terra e chi per mare.Non fu veduta mai tanta potenzia;Trentadue teste, tutte coronate,Biserta entrarno, in quella gran citate.

Era in quel tempo gran terra Biserta,Che oggi è disfatta al litto alla marina,Però che in questa guerra fu deserta:Orlando la spianò con gran roina.Or, come io dissi, alla campagna apertaFuor se accampò la gente saracina;Dentro a la terra entrarno con gran festaTrentaduo re con le corone in testa.

Eravi un gran castello imperïale,Dove Agramante avea sua residenzia:Il sol mai non ne vide uno altro tale,Di più ricchezza e più magnificenzia.A duo a duo montarno i re le scale,Coperti a drappi d'ôr per eccellenzia;Intrarno in sala, e ben fu loro avisoVeder il celo aperto e il paradiso.

Lunga è la sala cinquecento passi,E larga cento aponto per misura:Il cel tutto avea d'oro a gran compassi,Con smalti rossi e bianchi e di verdura.Giù per le sponde zaffiri e ballassiAdornavan nel muro ogni figura,Però che ivi intagliata, con gran gloria,Del re Alessandro vi è tutta la istoria.

Lì si vedea lo astrologo prudente,Qual del suo regno se ne era fuggito,Che una regina in forma de serpenteAvea gabbata, e preso il suo appetito.Poi se vedeva apresso incontinenteNato Alessandro, quel fanciullo ardito,E come dentro ad una gran forestaPrese un destrier che avea le corna in testa.

Buzifal avea nome quel ronzone:Così scritto era in quella depintura;Sopra vi era Alessandro in su l'arcione,E già passato ha il mar senza paura.Qui son battaglie e gran destruzïone:Quel re di tutto il mondo non ha cura;Dario gli venne incontra in quella guerra,Con tanta gente che coprì ogni terra.

Alessandro il superbo l'asta abassa,Pone a sconfitta tutta quella gente,E più Dario non stima ed oltra passa;Ma quel ritorna ancora più possente,E di novo Alessandro lo fraccassa.Poi se vedeva Basso il fraudolente,Che a tradimento occide il suo segnore,Ma ben lo paga il re di tanto errore.

E poi si vede in India travargato,Natando il Gange, che è sì gran fiumana;Dentro a una terra soletto è serrato,Ed ha d'intorno la gente villana.Ma lui ruina il muro in ogni latoSopra a' nemici e quella terra spiana;Passa più oltra e qui non se ritiene;Ecco il re d'India, che adosso gli viene.

Porone ha nome, ed è sì gran gigante:Non ritrova nel mondo alcun destriero,Ma sempre lui cavalca uno elefante.Or sua prodezza non gli fa mestiero,Né le sue gente, che n'avea cotante,Perché Alessandro, quel segnore altiero,Vivo lo prende; e, com'om di valore,Poi che l'ha preso, il lascia a grande onore.

Eravi ancora come il basiliscoStava nel passo sopra una montagna,E spaventa ciascun sol col suo fisco,E con la vista la gente magagna;Come Alessandro lui se pose a riscoPer quella gente ch'era alla campagna,E, per consiglio di quel sapïente,Col specchio al scudo occise quel serpente.

In somma ogni sua guerra ivi è depintaCon gran ricchezza e bella a riguardare.Possa che fu la terra da lui vinta,A duo grifon nel cel si fa portareCol scudo in braccio e con la spada cinta;Poi dentro a un vetro se calla nel mare,E vede le balene e ogni gran pesce,E campa, e ancor quivi di fuora n'esce.

Dapoi che vinto egli ha ben ogni cosa,Vedesi lui che è vinto da l'amore;Perché Elidonia, quella grazïosa,Con soi begli occhi gli ha passato il core.Evi da poi sua morte dolorosa,Come Antipatro, il falso traditore,L'ha avelenato con la coppa d'oro;Poi tutto 'l mondo è in guerra e gran martoro.

Fugge la dama misera tapina,Ed è ricolta dal vecchio cortese,E parturisce in ripa alla marinaTre fanciulletti alle rete distese;Ed evi ancor la guerra e la roinaChe fanno e tre germani in quel paese,Sonniberra, Attamandro e il bello Argante:L'opre di lor sono ivi tutte quante.

Intrarno e re la gran sala mirando,Ciascun per meraviglia venìa meno;Genti legiadre e donzelle danzandoAveano il catafalco tutto pieno.Trombe, tamburi e piffari sonando,Di romor dolce empian l'aer sereno.Sopra costoro ad alto tribunaleStava Agramante in abito reale.

Ad esso fier' quei re gran riverenzia,Tutti chinando alla terra la faccia;Lui gli racolse con lieta presenzia,E ciascadun di lor baciando abraccia.Poi fece a l'altra gente dar licenzia.Incontinente la sala se spaccia:Restarno i re con tutti e consiglieri,Duci e marchesi e conti e cavallieri.

Di qua di là da l'alto tribunaleTrentadue sedie d'ôr sono ordinate;Poi l'altre son più basse e diseguale,Pur vi sta gente di gran dignitate.Là più si parla, chi bene e chi male,Secondo che ciascuno ha qualitate;Ma, come odirno il suo segnor audace,Subitamente per tutto si tace.

Lui cominciò: - Segnor, che ivi adunatiSeti venuti al mio comandamento,Quanto cognosco più che voi me amati,Come io comprendo per esperimento,Più debbo amarvi ed avervi onorati;E certamente tutto il mio talentoÈ sempre mai d'amarvi, e il mio disioChe 'l vostro onor se esalti insieme e il mio.

Ma non già per cacciare, o stare a danza,Né per festeggiar dame nei giardini,Starà nel mondo nostra nominanza,Ma cognosciuta fia da tamburini.Dopo la morte sol fama ne avanza,E veramente son color tapiniChe d'agrandirla sempre non han cura,Perché sua vita poco tempo dura.

Né vi crediate che Alessandro il grande,Qual fu principio della nostra gesta,Per far conviti de ottime vivandeVincesse il mondo, né per stare in festa.Ora per tutto il suo nome si spande,E la sua istoria, che è qui manifesta,Mostra che al guadagnar d'onor si suda,E sol s'acquista con la spada nuda.

Onde io vi prego, gente di valore,Se di voi stessi aveti rimembranza,E se cura vi tien del vostro onore,S'io debbo aver di voi giamai speranza,Se amati ponto me, vostro segnore,Meco vi piaccia di passare in Franza,E far la guerra contra al re CarlonePer agrandir la legge di Macone. -

Più oltra non parlava il re nïente,E la risposta tacito attendia.Fu diverso parlar giù tra la gente,Secondo che 'l parer ciascuno avia.Tenuto era fra tutti il più prudenteBranzardo, quel vecchion, re di Bugia,E, veggendo che ogni om solo a lui guarda,Levasi al parlamento e più non tarda.

- Magnanimo segnor, - disse il vecchione,- Tutte le cose de che se ha scïenzia,O ver che son provate per ragione,O per esempio, o per esperïenzia;E così, rispondendo al tuo sermone,Dapoi ch'io debbo dir la mia sentenzia,Dirò che contra del re Carlo ManoIl tuo passaggio fia dannoso e vano.

Ed evi a questo ragion manifesta.Carlo potente al suo regno si serra,Ed ha la gente antiqua di sua gesta,Che sempre sono usati insieme a guerra;Né, quando la battaglia è in più tempesta,Lasciaria l'un compagno l'altro in terra;Ma a te bisogna far tua gente nova,Qual con l'usata perderà la prova.

Esempio ben di questo ci può dareIl re Alessandro, tuo predecessore,Che con gente canuta passò il mare,Ma insieme usata con tanto valore.Dario di Persia il venne a ritrovare,E messe molta gente a gran romore:Perché l'un l'altro non recognoscia,Morta e sconfitta fu quella zinia.

La esperïenzia voria volentieriPoterla dimostrare in altra genteChe nella nostra, perché Caroggieri,Qual del bisavol tuo fu discendente,Passò in Italia con molti guerreri.Tutti fôr morti con pena dolente:Fu morto Almonte e Agolante il soprano,E dopo tutti il tuo patre Troiano.

Sì che lascia per Dio! la mala impresa,E frena l'ardir tuo con tempo e spaccio.Dolce segnor, s'io te faccio contesa,Sicuramente più de gli altri il faccio,E d'ogni danno tuo troppo mi pesa,Ché piccoletto t'ho portato in braccio;E tanto più me stringe il tuo periglio,Ch'io te ho come segnore e come figlio. -

Fu il re Branzardo a terra ingenocchiato,Poi nel suo loco ritorna a sedere.In piedi un altro vecchio fu levato,Ch'è 'l re d'Algoco, ed ha molto sapere:Nostro paese avea tutto cercato,Però che fu mandato a provedereDal re Agolante ogni nostro confino,Ed è costui nomato il re Sobrino.

- Segnor, - disse costui - la barba bianca,Qual porto al viso, dà forse credenzaChe per vecchiezza l'animo mi manca;Ma per Macon ti giuro e sua potenza,Che, a bench'io senta la persona stanca,De l'animo non sento differenzaDa quel ch'egli era nel tempo primiero,Che andai a Rissa a ritrovar Rugiero.

Sì che non creder che per codardiaIl tuo passaggio voglio sconfortare,Né per la tema della vita mia,Che in ogni modo poco può durare.Benché di piccol tempo e breve sia,Spender la voglio sì come ti pare;Ma, come quel che son tuo servo antico,Quel che meglio mi par, conseglio e dico.

Sol per duo modi in Franza pôi passare:Quei lochi ho tutti quanti già cercati.L'uno è verso Acquamorta il dritto mare:Partito serìa quel da disperati,Ché, come in terra vogli dismontare,Staranno al litto e Cristïani armati,Tutti ordinati nel suo guarnimento:Dece di lor varran de' nostri cento.

Par l'altro modo più convenïente,Passando giù nel stretto al Zibeltaro:Marsilio re di Spagna, il tuo parente,Avrà questa tua impresa molto a caro,E teco ne verrà con la sua gente,Né avrà Cristianitate alcun riparo.Così se dice, ma il mio core estimaChe più serà che fare al fin, che prima.

Nella Guascogna scenderemo al piano,E quella gente poneremo al basso;Ma qui ritrovaremo a MontealbanoRanaldo il crudo, che diffende il passo.Dio guardi ciascadun dalla sua mano!Non si può contrastare a quel fraccasso;Poi che l'avrai sconfitto e discacciato,Ancor te assalirà da un altro lato.

Carlo verrà con tutta la sua corte:Non è nel mondo gente più soprana.Né stimar che sian dentro da le porte,Ma sotto alle bandiere, in terra piana.Verrà quel maladetto che è sì forte,Che ha il bel corno d'Almonte e Durindana:Non è riparo alcuno a sua battaglia,Ché ciò che trova, con la spada taglia.

Cognosco Gano e cognosco il Danese,Che fu pagano, e par proprio un gigante,Re Salamone e Oliviero il marchese,Ad uno ad un lor gente tutte quante.Nui se trovamo seco alle contese,Quando passò tuo avo, il re Agolante;Io gli ho provati: possote acertareChe 'l bon partito è de lasciargli stare. -

Parlò in tal forma quel vecchio canuto,Quale io ve ho racontata, più né meno.Il re de Sarza fu un giovane arguto:Questo era il figlio del forte Ulïeno,Maggiore assai del patre e più membruto.Nullo altro fu d'ardir più colmo e pieno,Ma fu superbo ed orgoglioso tanto,Che disprezava il mondo tutto quanto.

Levossi in piede e disse: - In ciascun locoOve fiamma s'accende, un tempo duraPiccola prima, e poi si fa gran foco;Ma come viene al fin, sempre se oscura,Mancando del suo lume a poco a poco.E così fa l'umana creatura,Che, poi che ha di sua età passato il verde,La vista, il senno e l'animo si perde.

Questo ben chiar si vede nel presentePer questi duo che adesso hanno parlato,Perché ciascun di lor già for prudente,Ora è di senno tutto abandonato,Tanto che niega al nostro re potenteQuel che, pregando ancor, gli ha dimandato;Così dà sempre ogni capo canutoPiù volentier consiglio che lo aiuto.

Non vi domanda consiglio il segnore,Se ben la sua proposta aveti intesa,Ma per sua riverenza e vostro onoreSeco il passaggio alla reale impresa.Qualunque il niega, al tutto è traditore,Sì che ciascun da me faccia diffesa,Qual contradice al mandato reale,Ch'io lo disfido a guerra capitale. -

Così parlava il giovanetto acerbo,Che è re di Sarza, come io vi contai.Rodamonte si chiama quel superbo,Più fier garzon di lui non fu giamai;Persona ha de gigante e forte nerbo:Di sue prodezze ancor diremo assai.Or guarda intorno con la vista scura,Ma ciascun tace ed ha di lui paura.

Era in consiglio il re di Garamanta,Quale era sacerdote de Apollino,Saggio, e de gli anni avea più de nonanta,Incantatore, astrologo e indovino.Nella sua terra mai non nacque pianta,Però ben vede il celo a ogni confino:Aperto è il suo paese a gran pianura;Lui numera le stelle e il cel misura.

Non fu smarito il barbuto vecchione,A benché Rodamonte ancor minaccia,Ma disse: - Bei segnor, questo garzoneVôl parlar solo e vôl che ogni altro taccia.Pur che esso non ascolti il mio sermone,Il mal che mi può far, tutto mi faccia;Ascoltati de Dio voi le parole,Ché non di lui, ma de gli altri mi dole.

Gente devota, odeti ed ascoltatiCiò che vi dice il dio grande Apollino:Tutti color che in Francia fian portati,Dopo la pena del lungo caminoMorti seranno e per pezzi tagliati,Non ne camparà grande o picciolino:E Rodamonte con sua gran possanzaDiverrà pasto de' corbi de Franza. -

Poi che ebbe detto, se pose a sedereQuel re, che ha molta tela al capo involta.Ridendo Rodamonte a più potereLa profezia di quel vecchione ascolta.Ma quando quieto lo vide e tacere,Con parlare alto e con voce disciolta- Mentre che siam qua, - disse - io son contentoChe quivi profetezi a tuo talento;

Ma quando tutti avrem passato il mare,E Franza struggeremo a ferro e a foco,Non me venistù intorno a indovinare,Perch'io serò il profeta di quel loco.Male a quest'altri pôi ben minacciare,A me non già, che ti credo assai poco,Perché scemo cervello e molto vinoParlar te fa da parte de Apollino. -

Alla risposta di quello arroganteRiseno molti e odirla volentieri.Giovani assai della gente africanteA quell'impresa avean gli animi fieri;Ma e vecchi, che passâr con AgolanteE che provarno e nostri cavallieri,Mostravan che questo era per ragioneDe Africa tutta la destruzïone.

Grande era giù tra quelli il ragionare,Ma il re Agramante, stendendo la mano,Pose silenzio a questo contrastare;Poi con parlar non basso e non altanoDisse: - Segnor, io pur voglio passareIn ogni modo contra a Carlo Mano,E voglio che ciascun debbia venire,Ch'io soglio comandar, non obedire.

Né vi crediate, poi che la coronaSerà di Carlo rotta e dissipata,Aver riposo sotto a mia persona.Vinta che sia la gente battizata,Adosso a li altri il mio cor se abandona,Fin che la terra ho tutta subiugata;Poi che battuta avrò tutta la terra,Ancor nel paradiso io vo' far guerra. -

Or chi vedesse Rodamonte il grandeLevarsi allegro con la faccia balda,- Segnor, - dicendo - il tuo nome si spandeIn ogni loco dove il giorno scalda;Ed io te giuro per tutte le bandeTenir con teco la mia mente salda;In celo e ne l'inferno il re AgramanteSeguirò sempre, o passarogli avante. -

Questo affirmava il re di Tremisona,Sempre seguirlo per monte e per piano:Alzirdo ha nome, ed ha franca persona.Questo affirmava il forte re de Orano,Che pur quello anno avea preso corona;E 'l re de Arzila, levando la mano,Promette a Macometto e giura forteSeguire il suo segnor sino alla morte.

Che bisogna più dir? ché ciascun giura:Beato chi mostrar si può più fiero!Non vi si vede faccia di paura,Ciascun minaccia con sembiante altiero.Benché a quei vecchi par la cosa dura,Pur ciascadun promette di legiero;Ma il re di Garamanta, quel vecchione,Comincia un'altra volta il suo sermone

- Segnor, - dicendo - io voglio anch'io morirePoi che al tutto è disfatta nostra gente;Teco in Europa ne voglio venire.Saturno, che è segnor dello ascendente,Ad ogni modo ci farà perire;Sia quel che vôle, io non ne do nïente,Ché in ogni modo ho tanti anni al gallone,Che campar non puotria lunga stagione.

Ma ben ti prego per lo Dio divino,Che al manco in questo me vogli ascoltare.Ciò te dico da parte de Apollino,Da poi che hai destinato di passare.Nel regno tuo dimora un paladino,Che di prodezza in terra non ha pare;Come ho veduto per astrologia,Il megliore omo è lui che al mondo sia.

Or te dice Apollino, alto segnore,Che se con teco avrai questo barone,In Francia acquistarai pregio ed onore,E cacciarai più volte il re Carlone.Se vuoi sapere il nome e il gran valoreDel cavalliero e la sua nazïone,Sua matre del tuo patre fu sorella,E fu nomata la Galacïella.

Questo barone è tuo fratel cugino,Che ben provisto t'ha Macon sopranoDe far che quel guerrier sia saracino,Ché, quando fusse stato cristïano,La nostra gente per ogni confinoTutta a fraccasso avria mandato al piano.Il patre di costui fu il bon Rugiero,Fiore e corona de ogni cavalliero.

E la sua matre misera, dolente,Da poi che fu tradito quel segnore,E la città de Rissa in foco ardenteFu ruïnata con molto furore,Tornò la tapinella a nostra gente,E parturì duo figli a gran dolore;E l'un fu questo di cui t'ho parlato:Rugier, sì come il patre, è nominato.

Nacque con esso ancora una citella,Ch'io non l'ho vista, ma ha simiglianzaAl suo germano, e fior d'ogni altra bella,Perché esso di beltate il sole avanza.Morì nel parto alor Galacïella,E' duo fanciulli vennero in possanzaD'un barbasore, il quale è nigromante,Che è del tuo regno, ed ha nome Atalante.

Questo si sta nel monte di Carena,E per incanto vi ha fatto un giardino,Dove io non credo che mai se entri apena.Colui, che è grande astrologo e indovino,Cognobbe l'alta forza e la gran lenaChe dovea aver nel mondo quel fantino,Però nutrito l'ha, con gran ragione,Sol di medolle e nerbi di leone;

Ed hallo usato ad ogni maestriaChe aver se puote in arte d'armeggiare;Sì che provedi d'averlo in balìa,A bench'io creda che vi avrai che fare.Ma questo è solo il modo e sola viaA voler Carlo Mano disertare;Ed altramente, io te ragiono scorto,Tua gente è rotta, e tu con lor sei morto. -

Così parlava quel vecchio barbuto:Ben crede a sue parole il re Agramante,Perché tra lor profeta era tenutoE grande incantatore e nigromante,E sempre nel passato avea vedutoIl corso delle stelle tutte quante,E sempre avanti il tempo prediciaDivizia, guerra, pace, caristia.

Incontinente fu preso il partitoQuel monte tutto quanto ricercare,Sin che si trovi quel giovane ardito,Che deggia seco il gran passaggio fare.Questo canto al presente è qui finito;Segnor, che seti stati ad ascoltare,Tornati a l'altro canto, ch'io promettoContarvi cosa ancor d'alto diletto.

Canto secondo

Se quella gente, quale io v'ho contataNe l'altro canto, che è dentro a Biserta,Fusse senza indugiar di qua passata,Era Cristianità tutta deserta,Però che era in quel tempo abandonataSenza diffesa: questa è cosa certa,Ché Orlando alora e il sir de MontealbanoSono in levante al paese lontano.

De Orlando io vi contai pur poco avante,Che Brigliadoro avea perso, il ronzone,Quando la dama con falso sembianteL'avea fatto salire a quel petrone.Ora lasciamo quel conte d'Anglante,Ch'io vo' contar de l'altro campïone,Dico Ranaldo, il cavalliero adorno,Qual con Marfisa a quel girone è intorno.

E mentre che Agramante e sua brigataVa cercando Rugier, qual non se trova,Ranaldo, che ha la mente anco adirata,Poi che visto non ha l'ultima provaDella battaglia ch'io ve ho racontata,Sempre il sdegno crudel più si rinova:Dico della battaglia ch'io contai,Ch'ebbe col conte con tormento assai.

Né sa pensar per qual cagion partitoSia il conte Orlando da quella frontera,Perché né l'un né l'altro era ferito,Poco o nïente d'avantaggio vi era.Ben stima lui che non serìa fuggitoMai con vergogna per nulla maniera:Ma, sia quel che si voglia, è destinatoSempre seguirlo insin che l'ha trovato.

Poi che venuta fu la notte bruna,Armase tutto e prende il suo Baiardo,E via camina al lume della luna.Astolfo a seguitarlo non fu tardo,Ché vôl con lui patire ogni fortuna.Iroldo è seco e Prasildo gagliardo;E già non seppe la forte reginaDe lor partita insino alla mattina.

E mostrò poi d'averne poca cura,O sì o no che ne fusse contenta.Cavalcano e baroni alla pianuraD'un chiuso trotto, che giamai non lenta.Ora passata è via la notte scura,E l'aria de vermiglio era dipenta,Perché l'alba serena, al sol davante,Facea il ciel colorito e lustrigiante.

Davanti a gli altri il figlio del re Otone,Astolfo dico, sopra a Rabicano,Dicendo sue devote orazïone,Come era usato il cavallier soprano.Ecco davanti sede in su un petroneUna donzella e batte mano a mano;Battese 'l petto e battese la facciaForte piangendo, e le sue treccie straccia.

- Misera me! - diceva la donzella- Misera me! tapina! isventurata!O parte del mio cor, dolce sorella,Così non fosti mai nel mondo nata,Poi che quel traditor sì te flagella!Meschina me! meschina! abandonata!Poi che fortuna mi è tanto villana,Ch'io non ritrovo aiuto a mia germana. -

- Qual cagione hai, - Astolfo gli diciva- Che ti fa lamentar sì duramente? -In questo ragionar Ranaldo ariva,Gionge Prasildo e Iroldo di presente.La dama tutta via forte piangiva,Sempre dicendo: - Misera! dolente!Con le mie mane io mi darò la morte,S'io non ritrovo alcun che mi conforte. -

Poi, vòlta a quei baron, dicea: - Guerrieri,Se aveti a' vostri cor qualche pietate,Soccorso a me per Dio! che n'ho mestieriPiù che altra che abbia al mondo aversitate.Se drittamente seti cavallieri,Mostratimi per Dio! vostra bontateContra a un ribaldo, falso, traditore,Pien di oltraggio villano e di furore.

Ad una torre non quindi lontanaDimora quel malvaso furibondo,Di là da un ponte, sopra a una fiumanaChe poi fa un lago orribile e profondo.Io là passava ed una mia germana,La più cortese dama che aggia il mondo;E quel ribaldo del ponte discese,La mia germana per le chiome prese,

Villanamente quella strascinando,Sin che di là dal ponte fu venuto.Io sol cridavo e piangia lamentando,Né gli puotea donare alcuno aiuto.Lui per le braccia la venne legandoAl tronco de un cipresso alto e fronduto,E poi spogliata l'ebbe tutta nuda,Quella battendo con sembianza cruda. -

Abondava alla dama sì gran pianto,Che non puotea più oltra ragionare.A tutti quei baron ne incresce tantoQuanto mai si potrebbe imaginare;E ciascadun di lor si dona vanto,Sapendo il loco, de ella liberare,Ed in conclusïone il duca angleseA Rabicano in croppa quella prese.


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