Chapter 11

E forse da due miglia han cavalcato,Quando son gionti al ponte di quel fello.Quel ponte per traverso era chiavatoDe una ferrata, a guisa di castello,Che arivava nel fiume a ciascun lato;Nel mezo a ponto a ponto era un portello.A piedi ivi si passa de legieri,Ma per strettezza non vi va destrieri.

Di là dal ponte è la torre fondataIn mezo a un prato de cipresso pieno;Il fiume oltra quel campo se dilataNel lago largo un miglio, o poco meno.Quivi era presa quella sventurata,Ch'empiva di lamenti il cel sereno;Tutta era sangue quella meschinella,E quel crudele ognior più la flagella.

A piede stassi armato il furïoso:Dalla sinistra ha di ferro un bastone,Il flagello alla destra sanguinoso;Batte la dama fuor de ogni ragione.Iroldo di natura era pietoso:Ebbe di quella tal compassïone,Che licenzia a Ranaldo non richiede,Ma presto smonta ed entra il ponte a piede,

Perché a destrier non se puote passare,Come io ve ho detto, per quella ferrata.Quando il crudele al ponte il vide entrare,Lascia la dama al cipresso legata.Il suo baston di ferro ebbe a impugnare,E qui fo la battaglia incominciata;Ma durò poco, perché quel fellonePercosse Iroldo in testa del bastone;

E come morto in terra se distese,Sì grande fu la botta maledetta.Quello aspro saracino in braccio il prese,E via correndo va come saetta,Ed in presenzia a gli altri lì paleseCome era armato dentro il lago il getta.Col capo gioso andò il barone adorno:Pensati che già su non fie' ritorno.

Ranaldo de l'arcione era smontatoPer gire alla battaglia del gigante,Ma Prasildo cotanto l'ha pregato,Che fu bisogno che gli andasse avante.Quel maledetto l'aspetta nel prato,E tien alciato il suo baston pesante;Questa battaglia fu come la prima:Gionse il bastone a l'elmo nella cima.

Quel cade in terra tutto sbalordito;Via ne 'l porta il Pagano furibondo,E, proprio come l'altro a quel partito,Gettalo armato nel lago profondo.Ranaldo ha un gran dolore al cor sentito,Poiché quel par d'amici sì iocondoTanto miseramente ha già perduto,E presto sì, che a pena l'ha veduto.

Turbato oltra misura, il ponte passaCon la vista alta e sotto l'arme chiuso;Va su l'aviso e tien la spada bassa,Come colui che è di battaglia aduso.Quell'altro del bastone un colpo lassa,Credendol come e primi aver confuso;Ma lui, che del scrimire ha tutta l'arte,Leva un gran salto e gettasi da parte.

Lui d'un gran colpo tocca quel fellone,Ferendo a quel con animo adirato;Ma l'arme di colui son tanto bone,Che non han tema di brando arrodato.Durò gran pezzo quella questïone:Ranaldo mai da lui non fu toccato,Cognoscendo colui che è tanto forte,Che gli avria dato a un sol colpo la morte.

Esso ferisce di ponta e di taglio,Ma questo è nulla, ché ogni colpo è perso,E tal ferire a quel non nôce uno aglio.Mosse alto crido quello omo diverso,E via tra' il suo bastone a gran sbaraglioContra a Ranaldo, e gionselo a traverso,E tutto gli fraccassa in braccio il scudo:Cade Ranaldo per quel colpo crudo.

A benché in terra fo caduto apena,Che salta in piedi e già non se sconforta;Ma quel feroce, che ha cotanta lena,Prendelo in braccio e verso il lago il porta.Ranaldo quanto può ben se dimena,Ma nel presente sua virtute è morta:Tanto di forza quel crudel l'avanza,Che de spiccarsi mai non ha possanza.

Correndo quel superbo al lago viene,E come gli altri il vol gioso buttare;A lui Ranaldo ben stretto si tiene,Né quel si può da sé ponto spiccare.Cridò il crudel: - Così far si conviene! -Con esso in braccio giù se lascia andare;Con Ranaldo abracciato il furïosoCadde nel lago al fondo tenebroso.

Né vi crediati che faccian ritorno,Ché quivi non vale arte di notare,Perché ciascuno avea tante arme intorno,Che avrian fatto mille altri profondare.Astolfo ciò vedendo ebbe tal scorno,Che è come morto e non sa che si fare.Perso Ranaldo ed affocato il vede,Né, ancor vedendo, in tutto bene il crede.

Presto dismonta e passa la ferrata,In ripa al lago corse incontinente.Una ora ben compita era passata,Dentro a quell'acqua non vede nïente.Or s'egli aveva l'alma adolorataDovetelo stimar certanamente;Poi che perduto ha il suo caro cugino,Più che si far non sa quel paladino.

Passava il ponte ancor quella donzellaEd a l'alto cipresso se ne è gita;Dal troncon desligò la sua sorella,E de' soi panni l'ebbe rivestita.Astolfo non attende a tal novella,Preso di doglia cruda ed infinita:Crida piangendo e battese la faccia,Chiedendo morte a Dio per sola graccia.

E tanto l'avea vento il gran dolore,Che se volea nel lago trabuccare,Se non che le due dame con amoreL'andarno dolcemente a confortare.- Che? - dician lor - Baron d'alto valore,Adunque ve voleti disperare?Non se cognosce la virtute interaSe non al tempo che fortuna è fiera. -

Molti saggi conforti gli san dare,Or l'una or l'altra con suave dire,E tanto seppen bene adoperare,Che da quel lago lo ferno partire.Ma come venne Baiardo a montare,Credette un'altra volta di morire,Dicendo: - O bon ronzone! egli è perdutoIl tuo segnore, e non gli hai dato aiuto? -

Molte altre cose a quel destrier diciaPiangendo sempre il duca amaramente;In mezo de due dame ne va via,Baiardo ha sotto il cavallier valente.Sopra de Rabican l'una venìa,L'altra de Iroldo avea il destrier corrente;Quel de Prasildo, tutto desligatoE senza briglia, rimase nel prato.

E caminando insino a mezo il giorno,Ad un bel fiume vennero arivare,Dove odirno suonare uno alto corno.Ora de Astolfo vi voglio lasciare,Perché agli altri baron faccio ritorno,Che ad Albraca la rocca hanno a guardare,E sempre fan battaglia a gran diffesaContra a Marfisa di furore accesa.

Torindo era di fuor con la regina,Ed ha un messaggio a Sebasti mandato,Alla terra di Bursa, che confinaA Smirne, a Scandeloro in ogni lato:Per tutta la Turchia con gran roinaCiascun che può venir ne venga armato.Questi conduce il forte Caramano,Che de Torindo è suo carnal germano.

Egli ha giurato mai non si partireD'intorno a quella rocca al suo vivente,Sin che non vede Angelica perireDi fame o foco, e tutta la sua gente;Però sì gran brigata fie' venire,Per esser fuor nel campo sì potente,Che non possan gir quei de dentro intorno,Che or mille volte n'escon fuora il giorno.

Perché il fiero Antifor e il re BallanoStan sempre armati sopra dello arcione;Oberto dal Leone e re Adrïano,Re Sacripante e il forte ChiarïoneSopra la gente di Marfisa al pianoCallano spesso a gran destruzïone;La dama esser non puote in ogni loco,Ché ben fuggian da lei come dal foco.

Acciò che 'l fatto ben vi sia palese,Aquilante non vi era, né Grifone,Né Brandimarte, il cavallier cortese.Questo fo il primo che lasciò il girone,Perché l'amor de Orlando tanto il prese,Nel tempo che con lui fu compagnone,Che, come sua partenza oditte dire,Subitamente se 'l pose a seguire.

E figli de Olivieri il simiglianteFerno ancor lor la seguente matina,Dico Grifone e 'l fratello Aquilante:E tanto ogni om de' duo forte camina,Che al conte Orlando trapassarno avante.Essendo gionti sopra a una marina,In mezo ad un giardin tutto fioritoTrovarno un bel palagio su quel lito.

Una logia ha il palagio verso il mare,Davanti vi passarno e duo guerreri;Quivi donzelle stavano a danzare,Ché vi avean suon diversi e ministeri.Grifon passando prese a dimandareA duo, che tenian cani e sparavieri,Di cui fosse il palagio; e l'un rispose:- Questo si chiama il Ponte dalle Rose.

Questo è il mar del Baccù, se nol sapeti.Dove è il palagio adesso e 'l bel giardino,Era un gran bosco, ben folto de abeti,Dove un gigante, che era malandrino,Stava nel ponte che là giù vedeti;Né mai passava per questo confinoUna donzella o cavalliero errante,Che lor non fusse occisi dal gigante.

Ma Poliferno fu bon cavalliero,E da poi fatto re per suo valore,Occise quel gigante tanto fiero;Tagliò poi tutto il bosco a gran furore,Dove fece piantar questo verziero,Per fare a ciascadun che passi, onore.Ciò vedreti esser ver, come io vi dico;Al ponte anco ha mutato il nome antico.

Ché 'l Ponte Periglioso era chiamato,Or dalle Rose al presente si chiama:Ed è così provisto ed ordinato,Che ciascun cavalliero ed ogni dama,Quivi passando, sia molto onorato,Acciò che se oda nel mondo la famaDi quel bon cavallier, che è sì corteseChe merta lodo in ciascadun paese.

Là non potreti adunque voi passare,Se non giurati, a la vostra leanza,Per una notte quivi riposare;Sì ch'io ve invito a prender qui la stanza,Prima che indrieto abbiati a ritornare. -Disse Grifon: - Questa cortese usanzaDa me, per la mia fè, non serà guasta,Se 'l mio germano a questo non contrasta. -

Disse Aquilante: - Sia quel che ti piace. -E così dismontarno alla marina.Verso il palagio va Grifone audace,Ed Aquilante apresso li camina.Gionti a la logia, non se pôn dar pace,Tanta era quella adorna e peregrina.Dame con gioco e festa, ministreriVennero incontra a quei duo cavallieri.

Incontinenti fôrno disarmati,E con frutti e confetti e coppe d'oroSe rinfrescarno e cavallier pregiati,Poi nella danza entrarno anche con loro.Ecco a traverso de' fioriti pratiVenne una dama sopra Brigliadoro;Istupefatto divenne Grifone,Come alla dama vide quel ronzone.

Similmente Aquilante fu smarito,E l'uno e l'altro la danza abandona,E verso quella dama se ne è gito,E ciascadun di lor seco ragiona,Dimandando a qual modo e a qual partitoAbbia il destriero, e che è della personaChe suolea cavalcar quel bon ronzone.Lei d'ogni cosa li rende ragione,

Come colei che è falsa oltra misura,E del favolegiare avea il mestiero.Dicea che sopra un ponte alla pianuraAvea trovato morto un cavalliero,Con una sopravesta di verduraE uno arboscello inserto per cimiero;E che un gigante apresso morto gli era,Feso d'un colpo insino alla gorgiera;

Che già non era il cavallier ferito,Ma pista d'un gran colpo avea la testa.Quando Aquilante questo ebbe sentito,Ben gli fuggì la voglia di far festa,Dicendo: - Ahimè! baron, chi t'ha tradito?Ch'io so ben che a battaglia manifestaNon è gigante al mondo tanto forte,Qual condutto se avesse a darti morte. -

Grifon piangendo ancor se lamentava,E di gran doglia tutto se confonde;E quanto più la dama dimandava,Più de Orlando la morte gli risponde.La notte oscura già s'avicinava,Il sol di drieto a un monte se nasconde;E duo baron, ch'avean molto dolore,Nel palagio alogiarno a grande onore.

La notte poi nel letto fuor' pigliati,E via condutti ad una selva oscura,Dove fôrno a un castello impregionati,Al fondo d'un torrion con gran paura,Dove più tempo sterno incatenati,Menando vita dispietata e dura.Un giorno il guardïan fuora li mena,Legati ambe le braccia di catena.

Seco legata mena la donzellaChe sopra Brigliadoro era venuta;Un capitano con più gente in sellaIn questa forma quei baron saluta:- Oggi aveti a soffrir la morte fella,Se Dio per sua pietate non ve aiuta. -La dama se cambiò nel viso forte,Come sentì che condutta era a morte.

Ma già non se cambiarno e duo germani,Ciascuno è bene a Dio racomandato.Avanti a sé scontrarno in su quei pianiUn cavalliero a piedi e tutto armato.Eran da lui ancor tanto lontani,Che non l'avrebbon mai rafigurato;Ma poi dirovi a ponto questo fatto,Che nel presente più di lor non tratto;

E tornovi a contar di quel castelloQual era assedïato da Marfisa.Chiarïone ogni giorno era al zambelloCon gli altri che la istoria vi divisa;La regina cacciava or questo or quello,Ma non la aspetta alcun per nulla guisa;Già tutti quanti, eccetto Sacripante,L'avian provata nel tempo davante.

Esso non era della rocca uscito,Però che nella prima questïoneDe una saetta fu alquanto ferito,Sì che non può vestir sua guarnisone.Già tutto un mese integro era compitoPoi che qua gionto fu il re Galafrone,Quando tutti e baroni una matinaSaltâr nel campo di quella regina.

Cridan le gente: - Ad arme! - tutte quante;Ciascun di quei baron sembra leone.Il re Ballano a tutti vien davante,Poi Antifor e Oberto e Chiarïone,Il re Adrïano è drieto e Sacripante:Di quella gente fan destruzïone.Ben ha cagion ciascun de aver paura,Tutta è coperta a morti la pianura.

L'un doppo l'altro de quei baron fieriVenian di qua di là, gente tagliando;I scudi hanno alle spalle e bon guerrieri,E ciascuno a due man mena del brando.Vanno a terra pedoni e cavallieri,Ogniom davanti a lor fugge tremando;Rotti e spezzati vanno a gran furore:Ecco Marfisa gionta a quel rumore.

Giunse alla zuffa la dama adirata:Già non bisogna tempo a lei guarnire,Però che sempre se trovava armata.Quando Ballano la vide venire,Che ben sapea sua forza smisurata,In altra parte mostra di ferire,E più li piace ciascuno altro locoChe la presenza di quel cor di foco.

Già tutti insieme avean prima ordinatoChe l'un con l'altro se debba aiutare,Perché la dama ha l'animo adiratoE contra a tutti vôlse vendicare.Come Ballano adunque fu voltato,Lei prende dietro a quello a speronare,Cridando: - Volta! volta! can fellone,Ché oggi non giongi tu dentro al girone. -

Così cridando il segue per il piano;Ma il forte Antifor de AlbarossiaDi drieto la ferisce ad ambe mano;Lei non mostra curare e tira via.Disposta è di pigliare il re Ballano,Che a spron battuti innanzi le fuggia;Vien di traverso Oberto a gran tempesta,E lei ferisce al mezo della testa.

Non se ne cura la dama nïente,Ché dietro al re Ballano in tutto è volta.Or Chiarïone a guisa di serpenteMena a due mani e ne l'elmo l'ha còlta,Ma lei non cura il colpo e non lo sente;Tutta a seguir Ballano è lei disciolta.Lui, che a le spalle sente la regina,Voltasi e mena un colpo a gran ruina.

Mena a due mano e le redine lassa,Gionse nel scudo alla dama rubesta;Come una pasta per traverso il passa,E mezo il tira a terra a gran tempesta.Lei gionse lui ne l'elmo e lo fraccassa,E ferillo aspramente nella testa;Sì come morto l'abatte disteso,Dalle sue gente incontinente è preso.

Ma non vi pone indugio la donzella,Per la campagna caccia Chiarïone;Ciascun de gli altri adosso a lei martella;Non gli stima lei tutti un vil bottone.Già tolto Chiarïone ha fuor di sella,E via lo manda preso al paviglione;Questo veggendo quel de Albarossia,A più poter davanti li fuggia.

Ma lei lo gionse e ne l'elmo l'afferra;Al suo dispetto lo trasse de arcione,E poi tra le sue gente il getta a terraCome fusse una palla di cottone.Or comincia a finirse la gran guerra,Però che 'l re Adrïano è già pregione;Re Sacripante qui non se ritrova,Altrove abatte e fa mirabil prova.

Oberto dal Leon, quel sire arguto,Mette a sconfitta sol tutta una schiera.Marfisa da lontan l'ebbe veduto,Spronagli adosso la donzella fiera;Da cima al fondo gli divise il scuto,E fende sotto il sbergo ogni lamiera,E maglia e zuppa tutta disarmandoSino alla carne fie' toccare il brando.

Quel cavallier, turbato oltra misura,Lascia a due mano un gran colpo di spata.Di cotal cosa la dama non cura,Né parve aponto che fosse toccata:Ché l'elmo che avea in capo e l'armaturaTutta era per incanto fabricata;Ma lei contra de Oberto s'abandona,Sopra de l'elmo un gran colpo gli dona.

Con tal roina quel colpo discende,Che l'elmo non l'arresta de nïente;La fronte a mezo il naso tutta fende,Il brando calla giù tra dente e dente,E l'arme e busto taglia, e ciò che prende.Mena a fraccasso la spada tagliente,Né mai si ferma insino in su l'arcione:Cadde in due parte Oberto dal Leone.

Re Sacripante col brando a due manoFende e nemici e taglia per traverso;Tuttavia combattendo, di lontanoEbbe veduto quel colpo diverso,Quando Oberto in due parte cadde al piano.Non ha l'animo lui per questo perso,Ma, speronando con molta roina,Col brando in mano afronta la regina;

E nella gionta un gran colpo li mena:Non ebbe mai la dama uno altro tale,Che quasi se stordì con grave pena.Par che il re Sacripante metta l'ale,Né l'estrema possanza e l'alta lenaDella regina a questo ponto vale;Tanto è veloce quel baron soprano,Che ciascun colpo della dama è vano.

Egli era tanto presto quel guerrero,Che a lei girava intorno come occello,E schiffava e soi colpi de legiero,Ferendo spesso a lei con gran flagello.Frontalate avea nome quel destriero,Qual fu cotanto destro e tanto isnello,Che quando Sacripante a quello è in cima,Gli omini tutti e il mondo non istima.

Quel bon destrier, che fu senza magagna,E sì compito che nulla gli manca,Baglio era tutto a scorza di castagna,Ma sino al naso avea la fronte bianca.Nacque a Granata, nel regno di Spagna:La testa ha schietta e grossa ciascuna anca;La coda e côme bionde a terra vano,E da tre piedi è quel destrier balzano.

Quando gli è sopra Sacripante armato,De aspettar tutto il mondo si dà vanto;Ben ha di lui bisogno in questo lato,Né mai ne la sua vita ne ebbe tanto,Dapoi che con Marfisa èssi afrontato.La zuffa vi dirò ne l'altro canto,Che per l'uno e per l'altro, a non mentire,Assai fu più che far ch'io non so dire.

Canto terzo

Marfisa vi lasciai, ch'era affrontataNe l'altro canto al re de Circasia.Benché sia forte la dama pregiata,Quel re circasso un tal destriero avia,Che non vi era vantaggio quella fiata.De ira Marfisa tutta se rodia,E mena colpi fieri ad ambe mano;Ma nulla tocca e ciascaduno è vano.

Ecco il re che ne vien come un falcone,Gionge a traverso quella nel guanzale;Essa risponde a lui d'un riversoneQuanto puote più presto, ma non vale,Ché via passa de un salto quel ronzoneDa l'altro lato, come avesse l'ale.Mena a quel canto ancor la dama adorna:De un altro salto lui di qua ritorna.

Il re percosse lei sopra una spalla,Ma non se attacca a quella piastra il brando,E giù nel scudo con fraccasso calla,Quanto ne prende a terra roïnando.Or se Marfisa un sol colpo non falla,Per sempre il pone della vita in bando;Se una sol volta a suo modo l'afferra,Feso in due pezzi lo distende a terra.

Come un castello in cima d'un gran sassoIntorno è d'ogni parte combattuto,Giù manda pietre e travi a gran fraccasso,Chiunche è di sotto sta ben proveduto;Mentre che la roina calla al basso,Ciascun cerca schiffando darsi aiuto:Questa battaglia avea cotal sembiante,Che è tra Marfisa e il forte Sacripante.

Lei sembrava dal celo una saetta,Quando menava sua spada tagliente,E mettia nel ferir cotanta fretta,Che l'aria sibillava veramente.Ma giamai Sacripante non l'aspetta,Mai non è in terra quel destrier corrente;Di qua, di là, da fronte e da le spalle,Quasi in un tempo col brando l'assalle.

Tutto il cimier gli avea tagliato in testaE rotto il scudo a quella zuffa dura;Stracciata tutta avea la sopravesta,Ma non puotea falsar quella armatura.Intorno da ogni canto li tempesta:Lei di suo tempestar nulla si cura;Aspetta il tempo, e nel suo cor si speraFinire a un colpo quella guerra fiera.

Tra loro il primo assalto era finito,Ed era l'uno e l'altro retirato;Un messagier nel viso sbigotitoNel campo ariva ed è molto affannato.Dove era Sacripante esso ne è gito,E stando a lui davanti ingenocchiato,Piangendo disse con grave sconforto:- Male novelle del tuo regno porto.

Re Mandricardo, che fu de AgricanePrimo figliol e del suo regno erede,Ha radunato le gente lontaneE nella Circassia già posto ha il piede,E morto ha il tuo fratel con le sue mane.Te solamente el tuo regno richiede;Come ti veda nel campo scopertoRe Mandricardo, fuggirà di certo.

Perché venne novella in quel paeseDella tua morte, e gran malenconia.Quel re malvaso, come questo intese,Passò nel regno con molta zenia;Al fiume di Lovasi il ponte prese,Ed arse la cità di Samachia;Quivi Olibandro, il tuo franco germano,Come io t'ho detto, occise di sua mano.

Poi tutto il regno come una facellaMena a roina e mette a foco ardente;E tu combatti per una donzella,Né te muove pietà della tua gente,Che sol te aspetta e sol di te favella,E de altro aiuto non spera nïente.La tua patria gentil per tutto fuma,Il fer la strazia e il foco la consuma. -

Cangiosse il re gagliardo al viso altiero,E lacrimava di dolore e de ira,E rivoltava in più parte il pensiero;Sdegno ed amore il petto gli martira.L'uno a vendetta il muove de legiero,L'altro a diffesa di sua dama il tira;Al fin, voltando il core ad ogni guisa,Ripone il brando e va nanti a Marfisa.

A lei raconta la cosa dolenteChe questo messagier gli ha riportata,E la destruzïon della sua gente,Contra a ragione a tal modo menata;Onde la prega ben piatosamente,Quanto giamai potesse esser pregata,Con dolce parolette e bel sermone,Che indi se parta e lasci quel girone.

Marfisa li comincia a proferireTutta sua gente e la propria persona;Ma de volerse quindi dipartireNon vôl ch'altri, né lui mai ne ragiona:Sin che non veda Angelica perire,Quella impresa giamai non abandona.Adunque mal d'acordo più che prima,Ciascun de l'ira più salisce in cima.

E cominciarno assalto orrendo e fieroPiù che mai fosse stato ancor quel giorno.Re Sacripante ha quel presto destriero,A modo usato le volava intorno,E ben comprende lui che di legieroPotrebbe aver di tal zuffa gran scorno;Ché, se molta ventura non l'aita,Ad un sol colpo è sua guerra finita.

Ma de straccarla al tutto se destinaO ver morir per sua mala ventura,E ferisce la dama a gran roina;Ma non se attacca il brando a l'armatura,E non se move la forte regina,Come colei che tal cosa non cura.E' mena colpi orrendi ad ambe mano,Ma sempre falla e se affatica in vano.

Tanto lunga tra lor fu la battaglia,Che altro tempo bisogna al ricontare.Adesso di saperla non ve incaglia,Ché a loco e a tempo ve saprò tornare;Ma nel presente io torno alla travagliaDel re Agramante, che ha fatto cercareIl monte di Carena a ogni sentiero,E non si trova il paladin Rugiero.

Mulabuferso, che è re di Fizano,Fier di persona e d'ogni cosa esperto,Cercato ha tutto quel gran monte invano,Qua verso il mare e là verso il deserto,Sì che nel fuoco poneria la mano,Che in cotal loco non è lui di certo;Onde a Biserta torna ad Agramante,E con tal dire a lui si pone avante:

- Segnor, per fare il tuo comandamentoCercato ho di Carena il monte altiero;Dopo lunga fatica e grave stentoVisto ho l'ultimo dì quel che il primiero.Onde io te acerto e affermo in iuramento,Che là non se ritrova alcun Rugiero;Quel già fu morto a Rissa con gran guai,Né altro credo io che sia più nato mai.

Sì che, piacendo al re di Garamanta,Dove il dimori puote indovinare,Poi che quella arte di saper si vanta;Ma noi ben siam più pacci ad aspettareQuesto vecchiardo, che le serpe incanta,Ché già dovremmo aver passato il mare.Lui va cercando quel che non se trova,Perché tua gente a guerra non se mova. -

Re Rodamonte, come l'ebbe odito,A gran fatica lo lasciò finire.Forte ridendo, con sembiante arditoDisse: - Ciò prima ben sapevo io dire,Che quello aveva il nostro re schernito,Volendo questa guerra differire.Mal aggia l'omo che dà tanta fedeAl ditto di altri e a quel che non si vede!

Nova maniera al mondo è di mentire,E tanto è già di ciò poca vergogna,Che a misurare il celo han preso ardirePer far più colorita sua menzogna,Annunzïando quel che die' venire.E' conta a ciascadun quel che si sogna,Dicendo che Mercurio e Iove e MarteQua faran pace, e guerra in quelle parte.

Se egli è alcun dio nel cel, ch'io nol so certo,Là stassi ad alto, e di qua giù non cura:Omo non è che l'abbia visto esperto,Ma la vil gente crede per paura.Io de mia fede vi ragiono apertoChe solo il mio bon brando e l'armaturaE la maza ch'io porto, e 'l destrier mioE l'animo ch'io ho, sono il mio dio.

Ma il re di Garamanta, nella cenereSegnando cerchi con verga d'olivo,Dice che quando il sol fia gionto a Venere,Sarà d'ogni malizia il mondo privo;E quando a primavera l'erbe tenereSeran fiorite nel tempo giolivo,Alor non debba il re passare in Franza,Ma stiasi queto e grattasi la panza.

Del mio ardito segnor mi meraviglio,Che queste zanze possa supportare;Ma se questo vecchion nel zuffo piglio,Che qua ce tiene e non ce lascia andare,In Franza il ponerò senza naviglio.Per l'aria lo trarò di là dal mare;Non so che me ritenga, e manca pocoCh'io non vi mostri adesso questo ioco. -

Sorrise alquanto quel vecchio canuto,Poi disse: - Le parole e il viso fieroChe mi dimostra quel giovane arguto,Non mi pôn spaventare a dirvi il vero.Come vedeti, egli ha il viso perduto,Benché mai tutto non l'avesse intiero,Né se cura di Dio, né Dio de lui;Lasciànlo stare e ragionam d'altrui.

Io ve dissi, segnore, e dico ancora,Che sopra la montagna di CarenaQuel giovane fatato fa dimora,Che al mondo non ha par di forza e lena;Né so se ve ricorda, io dissi aloraChe se avrebbe a trovarlo molta pena,Però che 'l suo maestro è negromante,E ben lo guarda, ed ha nome Atalante.

Questo ha un giardino al monte edificato,Quale ha di vetro tutto intorno il muro,Sopra un sasso tanto alto e rilevatoChe senza tema vi può star sicuro.Tutto d'incerco è quel sasso tagliato;Benché sia grande a maraviglia e duro,Da gli spirti de inferno tutto quantoFu in un sol giorno fatto per incanto.

Né vi si può salir, se nol concedeQuel vecchio che là sopra è guardïano.Omo questo giardin giamai non vede,O stiali apresso o passi di lontano.Io so che Rodamonte ciò non crede:Mirati come ride quell'insano!Ma se uno annel ch'io sazo, pôi avere,Questo giardino ancor potrai vedere.

L'annello è fabricato a tal ragione(Come più volte è già fatto la prova)Che ogni opra finta de incantazïoneConvien che a sua presenzia se rimova.Questo ha la figlia del re Galafrone,Qual nel presente in India se ritrova,Presso al Cataio, intra un girone adorno,Ed ha l'assedio di Marfisa intorno.

Se questo annello in possanza non hai,Indarno quel giardin se può cercare,Ma sii ben certo non trovarlo mai.Dunque senza Rugier convien passare,E tutti sosterriti estremi guai,Né alcun ritornarà di qua dal mare;Ed io ben vedo come vôl fortunaChe Africa tutta sia coperta a bruna. -

Poi che ebbe il vecchio re così parlatoChinò la faccia lacrimando forte.- Più son - dicea - de gli altri sventurato,Ché cognosco anzi il tempo la mia sorte;Per vera prova di quel che ho contato,Dico che gionta adesso è la mia morte:Come il sol entra in cancro a ponto a ponto,Al fine è il tempo di mia vita gionto.

Prima fia ciò che una ora sia passata;Se comandar volete altro a Macone,A lui riportarò vostra ambasciata.Tenete bene a mente il mio sermone,Ch'io l'aggio detto e dico un'altra fiata:Se andati in Franza senza quel baroneQual ve ho mostrato che è la nostra scorta,Tutta la gente fia sconfitta e morta. -

Non fu più lungo il termine o più corto,Come avea detto quel vecchio scaltrito:Nel tempo che avea detto cadde morto.Il re Agramante ne fu sbigotito,E preseno ciascun molto sconforto;E qualunche di prima era più ardito,Veggendo morto il re nanti al suo piede,Ciò che quel disse, veramente crede.

Ma sol de tutti Rodamonte il fieroNon se ebbe di tal cosa a spaventare,Dicendo: - Anco io, segnor, ben che legiero,Avria saputo questo indovinare;Ché quel vecchio malvaggio e trecoleroPiù lungamente non puotea campare.Lui, che era de anni e de magagne pieno,Sentia la vita sua che venìa meno.

Or par che egli abbi fatto una gran prova,Poi che egli ha detto che 'l debbe morire.È forse cosa istrana o tanto novaVedere un vecchio la vita finire?Stative adunque, e non sia chi si mova;Di là dal mare io vo' soletto gire,E provarò se 'l celo ha tal possanza,Che me diveti incoronare in Franza. -

E più parole non disse nïente,Ma quindi se partì senza combiato.In Sarza ne va il re che ha il core ardente,E poco tempo vi fu dimorato,Che alla città de Algier è con sua gente,Per travargare il mar da l'altro lato.Dipoi vi contarò del suo passaggio,E la guerra che 'l fece e il gran dannaggio.

Li altri a Biserta sono al parlamento:Diverse cose se hanno a ragionare.Il re Agramante ha ripreso ardimento,E vole ad ogni modo trapassare.Ciascuno andar con esso è ben contento,Purché Rugier si possi ritrovare;Non si trovando, ogniom vi va dolente:Il re Agramante anco esso a questo assente.

E nel consiglio fa promissïone,Se alcun si trova che sia tanto arditoChe a quella figlia del re GalafroneVada a levar l'annel che porta in dito,Re lo farà di molte regïone,E ricco di tesor troppo infinito.Tutti han la cosa molto bene intesa,Ma non se vanta alcun di tale impresa.

Il re de Fiessa, che è tutto canuto,Disse: - Segnor, io voglio un poco uscire,E spero che Macon mi doni aiuto:Un mio servente ti vuo' fare odire. -Già lungo tempo non fu ritenuto,E fece un ribaldello entro venire,Che altri sì presto non fu mai di mano;Brunello ha nome quel ladro soprano.

Egli è ben piccioletto di persona,Ma di malicia a meraviglia pieno,E sempre in calmo e per zergo ragiona:Lungo è da cinque palmi, o poco meno,E la sua voce par corno che suona;Nel dire e nel robbare è senza freno.Va sol di notte, e il dì non è veduto,Curti ha i capelli, ed è negro e ricciuto.

Come fu dentro, vidde zoie tanteE tante lame d'ôr, come io contai;Ben se augura in suo core esser gigantePer poter via di quel portare assai.Poi che fu gionto al tribunale avante,Disse: - Segnore, io non posserò mai,Sin che con l'arte, inganni, o con ingegnoIo non acquisti il promettuto regno.

Lo annello io l'averò ben senza errore,E presto il portaraggio in tua masone;Ma ben ti prego che in cosa maggioreTi piaccia poi di me far parangone.Tuor la luna dal cel giù mi dà il core,E robbare al demonio il suo forcone,E per sprezar la gente cristïanaRobberò il Papa e 'l suon de la campana. -

Il re se meraviglia ne la menteVeggendo un piccolin tanto sicuro;Lui ne va per dormire incontinente,Che poi gli piace de vegiare al scuro.Non se ne avide alcun di quella genteChe molte zoie dispiccò del muro.Ben se lamenta di sua poca lena;Tante ne ha adosso, che le porta apena.

Tutto il consiglio fu da poi lasciato,E fu finito il lungo parlamento;Ciascun nella sua terra è ritornatoPer adoprarsi a l'alto guarnimento.Quel re cortese avea tanto donato,Che ciascadun de lui ne va contento;E zoie e vasi d'oro, arme e destrieriDonava, e a tutti cani e sparavieri.

Ogni om zoioso se parte cantando,Coperti a veste de arïento e d'oro.Lasciogli gire e torno al conte Orlando,Lo qual lasciai con pena e con martoroPer la campagna ai piedi caminando,Poiché ha perduto il destrier Brigliadoro.Lamentase di sé quel sire ardito,Poi che si trova a tal modo schernito,

Dicendo: "Quella dama io dispiccaiDi tanta pena e della morte ria,E lei poi m'ha condutto in questi guaiEd hamme usato tanta scortesia.Sia maledetto chi se fida maiPer tutto il mondo in femina che sia!Tutte son false a sostenir la prova:Una è leale, e mai non se ritrova."

La bocca se percosse con la mano,Poi che ebbe detto questo, il sire ardito,A sé dicendo: "Cavallier villano,Chi te fa ragionare a tal partito?Eti scordato adunque il viso umanoDi quella che d'amor te ha il cor ferito?Ché per lei sola e per la sua bontateL'altre son degne d'esser tutte amate."

Così dicendo vede di lontanoBandiere e lancie dritte con pennoni;Ver lui van quella gente per il piano,Parte sono a destrier, parte pedoni.Davanti a gli altri mena il capitanoDuo cavallieri a guisa de prigioni,Di ferro catenati ambe le braccia.Ben presto il conte li cognobbe in faccia;

Perché l'uno è Grifon, l'altro Aquilante,Che son condotti a morte da costoro.Una donzella, poco a quei davante,Era legata sopra a Brigliadoro.Pallida in viso e trista nel sembiante,Condutta è con questi altri al rio martoro:Orrigille è la dama, quella trista.Ben lei cognobbe il conte in prima vista;

Ma nol dimostra, e va tra quella gente,E chiede di tal cosa la cagione.Un che avea la barbuta ruginenteE cinto bene al dosso un pancirone,Disse: - Condutti son questi al serpenteIl qual divora tutte le personeChe arrivan forastiere in quel paese,Dove fôr questi ed altre gente prese.

Questo è il regno de Orgagna, se nol sai,E sei presso al giardin de Fallerina.Cosa più strana al mondo non fu mai:Fatto l'ha per incanto la regina;E tu securo in queste parte vai?Ma serai preso con molta roinaE dato al drago, come gli altri sono,Se presto non te fuggi in abandono. -

Molto fu alegro alora il paladino,Poi che cognobbe in questo ragionareChe egli era pervenuto a quel giardino,Qual convenia per forza conquistare.Ma quel bravel, che ha viso di mastino,Disse: - Ancor, paccio, stai ad aspettare?Come qui t'abbia il capitano scorto,Incontinente serai preso e morto. -

Finito non avea questo sermone,Che 'l capitano, che l'ebbe veduto,Gridò: - Pigliàti presto quel bricone,Che in soa mala ventura è qui venuto.Adrieto il menarete alla pregione,Poi che 'l drago per oggi fia pasciutoDe questi tre che or ne vanno alla morte:Domane ad esso toccarà la sorte. -

Ciascun presto pigliarlo se procura:Tutta se mosse la gente villana.Il conte, che de lor poco se cura,Imbracciò il scudo e trasse Durindana.Adosso li venian senza paura,Ché non sapean sua forza sì soprana;Ciascun s'affretta ben d'esservi in prima,Perché aver l'arme del guerrier se stima.

Ma presto fe' cognoscer quel ch'egli era,Come fo gionto con seco alla prova,Tagliando questo e quello in tal maniera,Che dove è un pezzo, l'altro non si trova.Un grande, che portava la bandiera:- Saldo! - diceva - e non sia che si mova.Saldo, brigata! - a gran voce cridava;Ma lui di dietro e ben largo si stava.

Per questo suo cridare alcun non resta,A furia tutti quanti se ne vano;Orlando è sempre in mezo a gran tempesta,E gambe, e teste, e braccie manda al piano.Gionse a quel grande, e dàgli in su la testaUn grave colpo col brando a due mano.Tutto lo fende insino alla cintura:Non domandar se gli altri avean paura.

Il capitano fo il primo a fuggire,Perché degli altri avea meglior ronzone,E fuggendo al compagno prese a dire:- Questo è colui che occise Rubicone,E tutti quanti ce farà morire,Se Dio non ce dà aiuto ed il sperone.Tristo colui che in quel brando s'abatte!Gli omini e l'arme taglia come un latte. -

Fu Rubicone da Ranaldo occiso;Non so, segnor, se più vi ricordati,Che fu a traverso de un colpo diviso,Quando Iroldo e Prasildo fôr campati.Or questo capitano ha preso aviso,Mirando quei gran colpi smisurati,Che quello una altra volta sia tornato;Sempre, fuggendo, pargli averlo a lato.

Ma il conte Orlando non lo seguitava,Poi che sconfitta quella gente vede.- Via! Via, canaglia! - dietro li cridava;E poi tornava, sì come era, a piedeVerso e pregioni. Ciascun lacrimava,Né apena esser campato alcun se crede.Ma la donzella, che cognobbe il conte,Morta divenne ed abassò la fronte.

Bella era, come io dissi, oltre misura,Ed a beltate ogni cosa risponde,Sì che ancor la vergogna e la pauraLa grazia del suo viso non asconde.Veggendo il conte sua bella figura,Dentro nel spirto tutto se confonde;Né iniuria se ramenta né l'inganno,Ma sol gli dôl che lei ne prende affanno.

Or che bisogna dir? Tanto gli piace,Che prima che i nepoti la disciolse;Ma lei, ch'è tutta perfida e fallace,Come sapea ben fare, il tempo colse;Piangendo ingenocchion chiedea la pace.Il conte sostenir questo non volseChe ella più stesse in quel dolente caso,Ma rilevolla e fie' pace de un baso.

In questa forma repacificati,Il conte rimontò nel suo ronzone,Da poi quei duo guerreri ha desligati.La dama sol tenìa gli occhi a Grifone,Ché già se erano insieme inamoratiNel tempo che fôr messi alla prigione;Né mancato era a l'uno o l'altro il foco,Ben che sian stati in separato loco.

E non doveti avere a meravigliaSe, più che 'l conte lei Grifone amava;Però che Orlando avea folte le ciglia,E d'un de gli occhi alquanto stralunava.Grifon la faccia avea bianca e vermiglia,Né pel di barba, o poco ne mostrava;Maggiore è bene Orlando e più robusto,Ma a quella dama non andava al gusto.

Sempre gli occhi a Grifon la dama tiene,E lui guardava lei con molto affetto,Con sembianze piatose e d'amor piene;Con sospir caldi da lei fende il petto;E sì scoperta questa cosa viene,Che Orlando incontinente ebbe sospetto;E, per non vi tenire in più sermoni,Il conte diè licenzia a quei baroni,

Dicendo che quel giorno conveniaCondurre a fine un fatto smisurato,Dove non ha bisogno compagnia,Perché fornirlo solo avea giurato.Che bisogna più dir? Lor ne van via;E già non si partîr senza combiato,E da tre volte in sù, senza fallire,Il conte li ricorda il dipartire.

Orlando giù dismonta della sella,Poi che è Grifon partito ed Aquilante,E con la dama sol d'amor favella,Benché fosse mal scorto e sozzo amante.Eccoti alora ariva una donzellaSopra d'un palafren bianco ed amblante.Poi che ebbe l'uno e l'altro salutato,Verso del conte disse: - Ahi sventurato!

Disventurato! - disse - qual destinoTe ha mai condutto a sì malvaggia sorte?Non sai tu che de Orgagna è qui il giardino,Né sei due miglia longe dalle porte?Fugge presto, per Dio! fugge, meschino,Ché tu sei tanto presso dalla morte,Quanto sei presso a l'incantato muro;E tu qua zanzi e stai come sicuro! -

Il conte a lei rispose sorridendo:- Voglioti sempre assai ringrazïare,Perché, al dir che me fai, chiaro comprendoChe a te dispiace il mio pericolare;Ma sappi che fuggirme io non intendo,Ché dentro a quel giardino io voglio intrare.Amor, che ivi mi manda, me assicuraDi trare al fine tanta alta aventura.

Se mi puoi dar consiglio, o vero aiuto,Come aggia in cotal cosa fare, o dire,Estremamente ti serò tenuto.Quel che abbia a fare, io non posso sentire,Ché omo non trovo che l'abbia veduto,Né che me dica dove io debba gire;Sì che per cortesia ti vo' pregareChe me consigli quel ch'io debba fare. -

La damigella, ch'era grazïosa,Smontò nel prato il bianco palafreno,Ed a lui ricontò tutta la cosa,Ciò che dovea trovar, né più, né meno.Questa aventura fu maravigliosa,Come io vi contarò ben tutto apienoNel canto che vien dietro, se a Dio piace;Bella brigata, rimanete in pace.

Canto quarto

Luce de gli occhi miei, spirto del core,Per cui cantar suolea sì dolcementeRime legiadre e bei versi d'amore,Spirami aiuto alla istoria presente.Tu sola al canto mio facesti onore,Quando di te parlai primeramente,Perché a qualunche che di te ragiona,Amor la voce e l'intelletto dona.

Amor primo trovò le rime e' versi,I suoni, i canti ed ogni melodia;E genti istrane e populi dispersiCongionse Amore in dolce compagnia.Il diletto e il piacer serian sumersi,Dove Amor non avesse signoria;Odio crudele e dispietata guerra,Se Amor non fusse, avrian tutta la terra.

Lui pone l'avarizia e l'ira in bando,E il core accresce alle animose imprese,Né tante prove più mai fece Orlando,Quante nel tempo che de amor se accese.Di lui vi ragionava alora quandoCon quella dama nel prato discese;Or questa cosa vi voglio seguire,Per dar diletto a cui piace de odire.

La dama, che col conte era smontata,Gli dicea: - Cavalliero, in fede mia,Se non che messagiera io son mandata,Dentro a questo giardin teco verria;Ma non posso indugiare una giornataDel mio camino, ed è lunga la via.Or quel ch'io te vo' dire, intendi bene:Esser gagliardo e saggio ti conviene.

Se non vôi esser di quel drago pasto,Che d'altra gente ha consumata assai,Convienti di tre giorni esser ben casto,Né camparesti in altro modo mai.Questo dragone fia il primo contrastoChe alla primiera entrata trovarai:Un libro ti darò, dove è depintoTutto 'l giardino e ciò ch'è dentro al cinto. -

Il dragone che gli omini divora,E l'altre cose tutte quante dice,E descrive il palagio ove dimoraQuella regina, brutta incantatrice.Ier entrò dentro e dimoravi ancora,Perché con succo de erbe e de radiceE con incanti fabrica una spataChe tagliar possa ogni cosa affatata.

In questo non lavora se non quandoVolta la luna e che tutto se oscura.- Or te vo' dir perché ha fatto quel brandoE pone al temperarlo tanta cura.In Ponente è un baron, che ha nome Orlando,Che per sua forza al mondo fa paura:La incantatrice trova per destinoChe costui desertar debbe il giardino.

Come se dice, egli è tutto fatatoIn ogni canto, e non si può ferire,E con molti guerreri è già provato,E tutti quanti gli ha fatto morire;Perciò la dama il brando ha fabricato,Perché il baron che io ho detto, abbia a perire,Benché lei dica che pur sa di certoChe il suo giardin da lui serà deserto.

Ma quel che più bisogna avea scordato,E speso ho il tempo con tante parole.Non se può entrare in quel loco incantatoSe non aponto quando leva il sole.Poi ch'io son quivi, è bon tempo passato:Più teco star non posso, e me ne dole.Or piglia il libro e ponevi ben cura:Iddio te aiuti e doneti ventura. -

Così dicendo gli dà il libro in mano,E da lui tol combiato la fantina;Ben la ringrazia il cavallier soprano:Lei monta il palafreno e via camina.Va passeggiando il conte per il piano,Poi che indugiar conviene alla mattina;Ben gli rincresce il gioco che gli è guastoCh'esser conviene a quella impresa casto:

Perché Origille, quella damigellaChe avea campata, seco dimorava.Amore e gran desio dentro il martella,Ma pur indugïar deliberava.La luna era nel celo ed ogni stella,Il conte sopra a l'erba si posava,Col scudo sotto il capo e tutto armato;La damigella a lui stava da lato.

Dormiva Orlando, e sornacchiava forteSenz'altra cura il franco cavalliero;Ma quella dama, che è di mala sorteEd a seguir Grifone avea il pensiero,Fra sé deliberò dargli la morte;E, rivolgendo ciò l'animo fiero,Vien pianamente a lui se approssimando,E via dal fianco gli distacca il brando.

Tutto è coperto il conte d'armatura:Non sa la dama il partito pigliare,Né de ferirlo ponto se assicura,Onde destina di lasciarlo stare.Lei prende Brigliadoro alla pastura,E prestamente su vi ebbe a montare,E via camina e quindi s'alontana,E porta seco il brando Durindana.

Orlando fu svegliato al matutino,E del brando s'accorse e del ronzone.Pensati se de questo fu tapino,Che 'l credette morir di passïone;Ma in ogni modo entrar vôle al giardino:E bench'egli abbia perduto il ronzoneE il brando di valor tanto infinito,Non se spaventa il cavalliero ardito.

Via caminando come disperato,Verso il giardino andava quel barone;Un ramo d'uno alto olmo avea sfrondato,E seco nel portava per bastone.Il sole aponto alora era levato,Quando lui gionse al passo del dragone;Fermossi alquanto il cavallier sicuro,Guardando intorno del giardino al muro.

Quello era un sasso de una pietra viva,Che tutta integra atorno l'agirava;Da mille braccie verso il ciel saliva,E trenta miglia quel cerchio voltava.Ecco una porta a levante s'apriva:Il drago smisurato zuffellava,Battendo l'ale e menando la coda;Altro che lui non par che al mondo s'oda.

Fuor della porta non esce nïente,Ma stavi sopra come guardïano;Il conte se avicina arditamenteCol scudo in braccio e col bastone in mano.La bocca tutta aperse il gran serpente,Per ingiottire quel baron soprano;Lui, che di tal battaglia era ben uso,Mena il bastone e colse a mezo 'l muso.

Per questo fu il serpente più commosso,E verso Orlando furïoso viene;Lui con quel ramo de olmo verde e grossoMenando gran percosse gli dà pene.Al fin con molto ardir gli salta adosso,E cavalcando tra le coscie il tiene;Ferendo ad ambe mano, a gran tempestaColpi radoppia a colpi in su la testa.

Rotto avea l'osso, e il suo cervello appare,Quella bestia diversa, e cadde morta.Il sasso, che era aperto a questo intrare,S'accolse insieme, e chiuse questa porta.Or non sa il conte ciò che debba fare,E nella mente alquanto se sconforta;Guardasi intorno e non sa dove gire,Ché chiuso è dentro e non potrebbe uscire.

Era alla sua man destra una fontana,Spargendo intorno a sé molta acqua viva;Una figura di pietra soprana,A cui del petto fuor quella acqua usciva,Scritto avea in fronte: 'Per questa fiumanaAl bel palagio del giardin se ariva.'Per infrescarse se ne andava il conteLe man e 'l viso a quella chiara fonte.

Avea da ciascun lato uno arboscelloQuel fonte che era in mezo alla verdura,E facea da se stesso un fiumicelloDe una acqua troppo cristallina e pura;Tra' fiori andava il fiume, e proprio è quelloDi cui contava aponto la scrittura,Che la imagine al capo avea d'intorno;Tutta la lesse il cavalliero adorno.

Onde si mosse a gire a quel palaggio,Per pigliare in quel loco altro partito;E caminando sopra del rivaggioMirava il bel paese sbigotito.Egli era aponto del mese di maggio,Sì che per tutto intorno era fiorito,E rendeva quel loco un tanto odore,Che sol di questo se allegrava il core.

Dolce pianure e lieti monticelliCon bei boschetti de pini e d'abeti,E sopr'a verdi rami erano occelli,Cantando in voce viva e versi queti.Conigli e caprioli e cervi isnelli,Piacevoli a guardare e mansueti,Lepore e daini correndo d'intorno,Pieno avean tutto quel giardino adorno.

Orlando pur va drieto alla rivera,Ed avendo gran pezzo caminato,A piè d'un monticello alla costeraVide un palagio a marmori intagliato;Ma non puotea veder ben quel che gli era,Perché de arbori intorno è circondato.Ma poi, quando li fu gionto dapresso,Per meraviglia uscì for di se stesso.

Perché non era marmoro il lavoroCh'egli avea visto tra quella verdura,Ma smalti coloriti in lame d'oroChe coprian del palagio l'alte mura.Quivi è una porta di tanto tesoro,Quanto non vede al mondo creatura,Alta da diece e larga cinque passi,Coperta de smiraldi e de balassi.

Non se trovava in quel ponto serrata,Però vi passò dentro il conte Orlando.Come fu gionto nella prima entrata,Vide una dama che avea in mano un brando,Vestita a bianco e d'oro incoronata,In quella spada se stessa mirando.Come lei vide il cavallier venire,Tutta turbosse e posesi a fuggire.

Fuor della porta fuggì per il piano;Sempre la segue Orlando tutto armato,Né fu ducento passi ito lontano,Che l'ebbe gionta in mezo di quel prato.Presto quel brando gli tolse di mano,Che fu per dargli morte fabricato,Perché era fatto con tanta ragione,Che taglia incanto ed ogni fatagione.

Poi per le chiome la dama pigliava,Che le avea sparse per le spalle al vento,E di dargli la morte minacciavaE grave pena con molto tormento,Se del giardino uscir non gl'insegnava.Lei, ben che tremi tutta di spavento,Per quella tema già non se confonde,Anci sta queta e nulla vi risponde;

Né per minaccie che gli avesse a fareIl conte Orlando, né per la pauraMai gli rispose, né volse parlare,Né pur di lui mostrava tenir cura.Lui le lusenghe ancor volse provare,Essa ostinata fo sempre e più dura;Né per piacevol dir né per minacciaPuote impetrar che lei sempre non taccia.

Turbossi il cavallier nel suo coraggio,Dicendo: - Ora me è forza esser fellone;Mia serà la vergogna e tuo il dannaggio,Benché di farlo io ho molta ragione. -Così dicendo la mena ad un faggio,E ben stretta la lega a quel tronconeCon rame lunghe, tenere e ritorte,Dicendo a lei: - Or dove son le porte? -

Lei non risponde al suo parlar nïente,E mostra del suo crucio aver diletto.- Ahi, - disse il conte - falsa e fraudolente!Ch'io lo posso sapere al tuo dispetto.Or mo di novo mi è tornato a menteChe in un libretto l'aggio scritto al petto,Qual mi mostrarà il fatto tutto a pieno. -Così dicendo sel trasse di seno.

Guardando nel libretto ove è depentoTutto il giardino e di fuore e d'intorno,Vede nel sasso, ch'è d'incerco acento,Una porta che n'esce a mezogiorno;Ma bisogna a l'uscir aver conventoUn toro avanti, che ha di foco un corno,L'altro di ferro, ed è tanto pongente,Che piastra o maglia non vi val nïente.

Ma prima che vi ariva, un lago trova,Dove è molta fatica a trapassare,Per una cosa troppo strana e nova,Sì come apresso vi vorò contare;Ma il libro insegna vincer quella prova.Non avea il conte a ponto a indugïare,Ma via camina per l'erba novella,Lasciando al faggio presa la donzella.

Via ne va lui per quelle erbe odorose,E poi che alquanto via fu caminato,L'elmo a l'orecchie empì dentro di rose,Delle qual tutto adorno era quel prato.Chiuse l'orecchie, ad ascoltar si poseGli occei, ch'erano intorno ad ogni lato:Mover li vede il collo e 'l becco aprire,Voce non ode e non potrebbe odire,

Perché chiuso se aveva in tal manieraL'orecchie entrambe a quelle rose folte,Che non odiva, al loco dove egli era,Cosa del mondo, ben che attento ascolte;E caminando gionse alla rivera,Che ha molte gente al suo fondo sepolte.Questo era un lago piccolo e iocondoD'acque tranquille e chiare insino al fondo.

Non gionse il conte in su la ripa apena,Che cominciò quell'acqua a gorgoliare;Cantando venne a sommo la Sirena.Una donzella è quel che sopra appare,Ma quel che sotto l'acqua se dimenaTutto è di pesce e non si può mirare,Ché sta nel lago da la furca in gioso;E mostra il vago, e il brutto tiene ascoso.

Lei comincia a cantar sì dolcemente,Che uccelli e fiere vennero ad odire:Ma, come erano gionti, incontinentePer la dolcezza convenian dormire.Il conte non odìa de ciò nïente,Ma, stando attento, mostra di sentire.Come era dal libretto amaestrato,Sopra la riva se colcò nel prato.

E' mostrava dormir ronfando forte:La mala bestia il tratto non intese,E venne a terra per donarli morte;Ma il conte per le chiome ne la prese.Lei, quanto più puotea, cantava forte,Ché non sapeva fare altre diffese,Ma la sua voce al conte non attiene,Che ambe l'orecchie avea di rose piene.

Per le chiome la prese il conte Orlando,Fuor di quel lago la trasse nel prato,E via la testa gli tagliò col brando,Come gli aveva il libro dimostrato,Sé tutto di quel sangue rossegiando,E l'arme e sopraveste in ogni lato.L'elmo se trasse e dislegò le rose;Tinto di sangue poi tutto se 'l pose.

Di quel sangue avea tocco in ogni loco,Perché altramente tutta l'armaturaAvrebbe consumata a poco a pocoQuel toro orrendo e fora di natura,Che avea un corno di ferro ed un di foco.Al suo contrasto nulla cosa dura,Arde e consuma ciò che tocca apena:Sol se diffende il sangue di sirena.

Di questo toro sopra vi ho contato,Che verso mezogiorno è guardïano.Il conte a quella porta fu arivato,Poi che ebbe errato molto per il piano.Il sasso che 'l giardino ha circondato,S'aperse alla sua gionta a mano a mano,E una porta di bronzo si disserra:Fuora uscì il toro a mezo della terra.

Muggiando uscitte il toro alla battaglia,E ferro e foco nella fronte squassa,Né contrastar vi può piastra né maglia,Ogni armatura con le corne passa.Il conte con quel brando che ben taglia,A lui ferisce ne la testa bassa,E proprio il gionse nel corno ferrato:Tutto di netto lo mandò nel prato.

Per questo la battaglia non s'arresta;Con l'altro corno, ch'è di foco, menaCon tanta furia e con tanta tempesta,Che il conte in piede si mantiene apena.Arso l'avria da le piante alla testa,Se non che il sangue di quella sirenaDa questa fiamma lo tenìa diffeso,Che avrebbe l'arme e il busto insieme acceso.

Combatte arditamente il conte Orlando,Come colui che fu senza paura;Mena a due mano irato e fulminandoDritti e roversi fuor d'ogni misura.Egli ha gran forza ed incantato ha il brando,Onde a' suoi colpi nulla cosa dura;Ferendo e spalle e testa ed ogni fianco,Fece che 'l toro al fin pur venne manco.

Le gambe tagliò a quello e il collo ancora,Con gran fatica se finì la guerra.Il toro occiso senza altra dimoraTutto se ascose sotto della terra;La porta, che era aperta alora alora,A l'asconder di quel presto si serra;La pietra tutta insieme è ritornata,Porta non vi è, né segno ove sia stata.

Il conte più non sa quel che si fare.Ché de l'uscita non vede nïente;Prende il libretto e comincia a guardare,D'intorno al cerchio va ponendo mente;Vede il vïaggio che debbe pigliareDietro ad un rivo che corre a ponente,Ove di zoie aperta è una gran porta;Uno asinello armato è la sua scorta.

Ma presto narrarò com'era fattoQuesto asinello, e fu gran meraviglia.Dio guardi il conte Orlando a questo tratto,Che alla riva del fiume il camin piglia.Via ne va sempre caminando ratto,E seco nella mente se assotiglia,Perché 'l libro altro ancor gli avea mostrato,Prima che gionga a l'asinello armato.

Così pensando, a mezo del caminoUno arbore atrovò fuor di misura:Tanto alto non fo mai faggio né pino,Tutto fronzuto di bella verdura.Come da longe il vide il paladino,Ben si ricorda di quella scritturaChe gli mostrava il suo libretto aponto,Però provede prima che sia gionto.

Fermosse sopra il fiume il cavalliero,E 'l scudo prestamente desimbraccia,Da l'elmo tolse via tutto il cimiero,Alla fronte di quello il scudo allaccia,Sì che 'l copria davanti tutto intiero,Verso la vista e sopra della faccia.Dinanti ai piedi aponto in terra guarda:Altro non vede e il suo camin non tarda.

E come il loco avea prima avisato,Al tronco drittamente via camina.Un grande occello ai rami fu levato,Che avea la testa e faccia di regina,Coi capei biondi e il capo incoronato;La piuma al collo ha d'oro e purpurina,Ma il petto, il busto e le penne maggioreVaghe e dipente son d'ogni colore.

La coda ha verde e d'oro e di vermiglio,Ed ambe l'ale ad occhi di pavone;Grande ha le branche e smisurato artiglio,Proprio assembra di ferro il forte ungione.Tristo quello omo a chi dona di piglio,Ché lo divora con destruzïone.Smaltisce questo occello una acqua molle,Qual, come tocca gli occhi, il veder tolle.

Levosse dalle rame con fraccassoQuel grande occello, e verso il conte andava,Il qual veniva al tronco passo passoCol scudo in capo, e gli occhi non alciava,Ma sempre a terra aveva il viso basso;E l'occellaccio d'intorno agirava,E tal rumor faceva e tal cridare,Che quasi Orlando fie' pericolare.

Ché fu più volte per guardare in suso;Ma pur se ricordava del libretto,E sotto il scudo se ne stava chiuso.Alciò la coda il mostro maledetto,E l'acqua avelenata smaltì giuso.Quella cade nel scudo, e per il pettoCalla stridendo, come uno oglio ardente;Ma nella vista non toccò nïente.

Orlando se lasciò cadere in terra,Tra l'erbe, come ceco, brancolando.Calla l'occello e nel sbergo l'afferra,E verso il tronco il tira strasinando.Il conte a man riversa un colpo serra;Proprio a traverso lo gionse del brando,E da l'un lato a l'altro lo divise,Sì che, a dir breve, quel colpo l'occise.

Poi che mirato ha il conte quello occello,Sotto il suo tronco a l'ombra morto il lassa,E raconcia il cimiero alto a pennello,E 'l scudo al braccio nel suo loco abassa.Verso la porta dove è l'asinello,Drieto a ponente, in ripa al fiume passa,E poco caminò che ivi fu gionto,E vide aprir la porta in su quel ponto.

Mai non fo visto sì ricco lavoroCome è la porta nella prima faccia.Tutta è di zoie, e vale un gran tesoro;Non la diffende né spata né macciaMa uno asino coperto a scaglie d'oro,Ed ha l'orecchie lunghe da due braccia:Come coda di serpe quelle piega,E piglia e strenge a suo piacere e lega.

Tutto è coperto di scaglia dorata,Come io vi ho detto, e non si può passare;Ma la sua coda taglia come spata,Né vi può piastra né maglia durare;Grande ha la voce e troppo smisurata,Sì che la terra intorno fa tremare.Ora alla porta il conte s'avicina:La bestia venne a lui con gran roina.

Orlando lo ferì de un colpo crudo,Né lo diffende l'incantata scaglia;Tutto il scoperse insino al fianco nudo,Perché ogni fatason quel brando taglia.L'asino prese con l'orecchie il scudo,E tanto dimenando lo travaglia,Di qua di là battendo in poco spaccio,Che al suo dispetto lo levò dal braccio.

Turbosse oltra misura il conte Orlando,E mena un colpo furïosamente;Ambe l'orecchie gli tagliò col brando,Ché quella scaglia vi giovò nïente.Esso le croppe rivoltò cridando,E mena la sua coda, che è tagliente,E spezza al franco conte ogni armatura:Lui è fatato, e poco se ne cura;

E de un gran colpo a quel colse ne l'ancaDal lato destro, e tutta l'ha tagliata,E dentro agionse nella coscia stanca.Non è riparo alcuno a quella spata;Quasi la tagliò tutta, e poco manca.Cadde alla terra la bestia incantata,Cridando in voce di spavento piena,Ma il conte ciò non cura e il brando mena.

Mena a due mano il conte e non s'arresta,Benché cridi la bestia a gran terrore.Via de un sol colpo gli gettò la testaCon tutto il collo, o la parte maggiore.Alor tutta tremò quella foresta,E la terra s'aperse con rumore,Dentro vi cadde quella mala fiera;Poi se ragionse, e ritornò com'era.

Or fora il conte se ne vuole andare,Ed alla ricca porta èsse invïato,Ma dove quella fosse non appare:Il sasso tutto integro è riserrato.Lui prende il libro e comincia a mirare;Poi che ogni volta rimane ingannatoE dura indarno cotanta fatica,Non sa più che se facci o che se dica.

Ciascuna uscita sempre è stata vanaE con arisco grande di morire;Pur la scrittura del libretto spianaChe ad ogni modo non se puote uscirePer una porta volta a tramontana,Ma là non vi val forza, e non ardire,Né 'l proprio senno né l'altrui consiglio,Ché troppo è quello estremo e gran periglio.

Perché un gigante smisurato e forteGuarda la uscita con la spata in mano,E se egli avvien che dato li sia morte,Duo nascon del suo sangue sopra il piano,E questi sono ancor de simil sorte:Ciascun quattro produce a mano a mano,Così multiplicando in infinitoIl numero di lor forte ed ardito.

Ma prima ancor che se possa arivareA quella porta, che è tutta d'argento,Per quella serrata, vi è molto che fare,E bisognavi astuzia e sentimento.Ma il conte a questo non stette a pensare,Come colui che avea molto ardimento,Seco dicendo a sua mente animosa:"Chi può durare, al fin vince ogni cosa."

Così fra sé parlando il camin preseGiù per la costa verso tramontana,E vide, come al campo giù discese,Una valle fiorita e tutta piana,Ove tavole bianche eran distese,Tutte apparate intorno alla fontana;Con ricche coppe d'oro in ogni bandaEran coperti de ottima vivanda.

Né quanto intorno se puote mirare,Disotto al piano e di sopra nel monte,Non vi è persona che possi guardareQuella ricchezza che è intorno alla fonte;E le vivande se vedean fumare.Gran voglia di mangiare aveva il conte;Ma prima il libracciol trasse del petto,E, quel leggendo, prese alto sospetto.

Guardando quel libretto, il paladinoVide la cosa sì pericolosa.Di là dal fonte è un boschetto di spino,Tutto fiorito di vermiglia rosa,Verde e fronzuto; e dentro al suo confinoUna Fauna crudel vi sta nascosa:Viso di dama e petto e braccia avia,Ma tutto il resto d'una serpe ria.

Questa teneva una catena al braccio,Che nascosa venìa tra l'erba e' fiori,E facea intorno a quella fonte un laccio,Acciò, se alcun, tirato da li odori,Intrasse alla fontana dentro al spaccio,Fosse pigliato con gravi dolori;Essa, tirando poi quella catena,A suo mal grado nel boschetto il mena.

Orlando dalla fonte si guardava,E verso il verde bosco prese a gire.Come la Fauna di questo si addava,Uscì cridando e posesi a fuggire;Per l'erba, come biscia, sdrucellava,Ma presto il conte la fece morireDe un colpo solo e senza altra contesa,Ché quella bestia non facea diffesa.

Poi che la Fauna fu nel prato morta,Ver tramontana via camina il conte,E poco longi vide la gran porta,Che avea davanti sopra un fiume un ponte.Su vi sta quel che ha tanta gente morta,Col scudo in braccio e con l'elmo alla fronte;Par che minacci con sembianza cruda,Armato è tutto ed ha la spada nuda.

Orlando se avicina a quel gigante,Né de cotal battaglia dubitava,Perché in sua vita ne avea fatto tante,Che poca cura di questa si dava.Quello omo smisurato venne avante,Ed un gran colpo de spata menava.Schifollo il conte e trassese da lato,E quel ferisce col brando affatato.

Gionse al gigante sopra del gallone,Non lo diffese né piastra né maglia,Ma, fraccassando sbergo e pancirone,Insino a l'altra coscia tutto il taglia.Ora se allegra il figlio di Melone,Credendo aver finita ogni battaglia,E prese de l'uscir molto conforto,Poi che vide il gigante a terra morto.

Quello era morto, e 'l sangue fuora usciva,Tanto che ne era pien tutto quel loco;Ma, come fuor del ponte in terra ariva,Intorno ad esso s'accendeva un foco.Crescendo ad alto quella fiamma vivaFormava un gran gigante a poco a poco;Questo era armato e in vista furibondo,E dopo il primo ancor nascìa il secondo.


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