Ma il conte così presto non si rese,Benché cadesse, e non fu spaventato;Per il traverso un gran colpo distese,E gionse a mezo del scudo afatato.A terra ne menò quanto ne prese,E cadde il brando nel gallone armato,Rompendo piastre e il sbergo tutto quanto,Ché a quella spada non vi vale incanto.
E se non era il saracin chinato,Ché ben non gionse quella spata a pieno,Tutto l'avrebbe per mezo tagliato,Come un pezzo di latte, più né meno;Pur fu Aridano alquanto vulnerato,Onde li crebbe al cor alto veleno,E mena del bastone in molta fretta;Ma il conte l'ha assaggiato, e non l'aspetta.
Gettosse Orlando in salto de traversoE menò il brando per le gambe al basso,Ed a quel tempo il saracin perversoCallava il suo bastone a gran fraccasso.Tirando l'uno e l'altro di roversoBen se gionsero insieme al contrapasso,Ma il brando, che non cura fatasone,Duo palmi e più tagliò di quel bastone.
Mosse Aridano un crido bestïale,E salta adosso al conte, d'ira acceso.Nulla diffesa al franco Orlando vale,Con tanta furia l'ha quel pagan preso,E vien correndo, come avesse l'ale.Alla riviera nel portò di peso,E così seco, come era abracciato,Giù nel gran lago se profonda armato.
Da l'alta ripa con molta roinaCaderno insieme per quella acqua scura.Quivi più non aspetta Falerina,Ma via fuggendo su per la pianuraGiva tremando come una tapina,Guardando spesso adietro con paura,E ciò che sente e vede di lontano,Sempre alle spalle aver crede Aridano.
Ma lui bon tempo stette a ritornare,Ché gionse con Orlando insino al fondo.Più nel presente non voglio cantare,Ché al tanto dir parole me confondo:Piacciavi a l'altro canto ritornare,Che la più strana cosa che abbia il mondoE la più dilettosa e più veraceVi contarò, se Dio ce dona pace.
Canto ottavo
Quando la terra più verde è fiorita,E più sereno il cielo e grazïoso,Alor cantando il rosignol se aitaLa notte e il giorno a l'arboscello ombroso;Così lieta stagione ora me invitaA seguitare il canto dilettoso,E racontare il pregio e 'l grand'onoreChe donan l'arme gionte con amore.
Dame legiadre e cavallier pregiati,Che onorati la corte e gentilezza,Tiratevi davanti ed ascoltatiDelli antiqui baron l'alta prodezza,Che seran sempre in terra nominati:Tristano e Isotta dalla bionda trezza,Genevra e Lancilotto del re Bando;Ma sopra tutti il franco conte Orlando,
Qual per amor de Angelica la bellaFece prodezze e meraviglie tante,Che 'l mondo sol di lui canta e favella.E pur mo vi narrai poco davanteCome abracciato alla battaglia fellaCon Aridano, il perfido gigante,Cadde in quel lago nel profondo seno;Ora ascoltati il fatto tutto a pieno.
Cadendo della ripa a gran fraccassoCallarno entrambi per quella acqua scura,Dico Aridano e lui tutti in un fasso.Già giuso erano un miglio per misura,E, roïnando tutta fiata a basso,Cominciò l'acqua a farsi chiara e pura,E cominciarno di vedersi intorno:Un altro sol trovarno e un altro giorno.
Come nasciuto fosse un novo mondo,Se ritrovarno al sciutto in mezo a un prato,E sopra sé vedean del lago il fondo,Il qual, dal sol di suso aluminato,Facea parere il luogo più iocondo;Ed era poi d'intorno circondatoQuel loco d'una grotta marmorinaTutta di pietra relucente e fina.
Era la bella grotta a piede al monte:Tre miglia circondava questo spaccio.Ora torniamo a ragionar del conte,Ch'è qui caduto col gigante in braccio,Seco sempre ristretto a fronte a fronte,E ben se aiuta per uscir de impaccio,Ma pur se sbatte e se dimena invano:Sei tanto è più de lui forte Aridano.
Né l'un da l'altro si potean spiccare,Sin che fur gionti in sul campo fiorito.Quivi Aridano il volse disarmare,Credendo averlo tanto sbigotito,Che più diffesa non dovesse fare;A benché tal pensier li andò fallito,Però che non l'avea lasciato a pena,Che 'l conte imbraccia il scudo e il brando mena.
Alor se incominciò l'aspra tencioneE l'assalto crudele e dispietato.Il saracino adopra quel bastoneChe avrebbe a un colpo un monte dissipato.Da l'altra parte il fio di MeloneAvea quel brando ad arte fabricato,Che cosa non fu mai cotanto fina,E ciò che trova taglia con roina.
Orlando a lui ferì primeramente,Come li uscitte a ponto delle braccia,E roppe avanti l'elmo relucente,Benché non gionse il colpo nella faccia.Diceva il saracin tra dente e dente:- A questo modo la mosca se caccia,A questo modo al naso si fa vento;Ma ben ti pagarò, s'io non mi pento. -
Tra le parole un gran colpo disserra,Ma già non gionse il conte a suo talento,Ché ben lo avria disteso morto a terra,E tutto rotto con grave tormento.Or se rinforza la stupenda guerra:Quello ha possa maggior, questo ardimento,E ciascadun de vincer se procura:Battaglia non fu mai più orrenda e scura.
Benché gran colpi menasse Aridano,Non avea ponto Orlando danneggiato,E giva sempre il suo bastone invano.Ma il conte, che è di guerra amaestrato,Menava bene il gioco d'altra mano,E già l'aveva in tre parte impiagato,Nel ventre, nella testa, nel gallone:Fuora uscia il sangue a grande effusïone.
E, per non vi tenire a notte scura,L'ultimo colpo che Orlando li dona,Tutto lo parte, insino alla centura,Onde la vita e il spirto lo abandona,E cadde morto sopra a la pianura.Quivi d'intorno non era persona;Altro che il monte e il sasso non appare,Pur guarda il conte e non sa che si fare.
La bianca ripa che girava intorno,Non lasciava salire al monticello,Quale era verde e de arboscelli adorno,Tutto fiorito a meraviglia e bello.E dalla parte ove apparisce il giorno,Era tagliata a punta di scarpelloUna porta patente, alta e reale:Più mai ne vidde il mondo un'altra tale.
Guardando, come ho detto, intorno OrlandoScorse nel sasso la porta tagliata,E verso quella a piede caminandoVien prestamente e gionse su l'intrata;E de ogni lato quella remirando,Vide una istoria in quella lavorataTutta di pietre precïose e d'oro,Con perle e smalti di sotil lavoro.
Vedeasi un loco cento volte cintoDe una muraglia smisurata e forte;Chiamavasi quel cerchio il Labirinto,Che avea cento serraglie e cento porte;Così scritto era in quel smalto e depinto.E tutto parea pieno a gente morte,Ché ogni persona che è d'intrare ardita,Vi more errando e non trova la uscita.
Mai non tornava alcuno ove era entrato,E, come è detto, errando si moria;O ver, dalla fortuna al fin guidato,Dopo l'affanno della mala via,Era nel fondo occiso e divoratoDal Minotauro, bestia orrenda e ria,Che avea sembianza d'un bove cornuto:Più crudel mostro mai non fu veduto.
Ritratta era in disparte una donzella,Che era ferita nel petto de amoreDe un giovanetto, e l'arte gli rivellaCome potesse uscir di tanto errore.Tutta depinta vi è questa novella,Ma il conte, che a tal cosa non ha il core,Alle sue spalle quella porta lassa,E per la tomba caminando passa.
Via per la grotta va senza paura,Ed era gito avante da tre migliaSenza alcun lume per la strata oscura,Alor che gl'incontrò gran meraviglia;Perché una pietra relucente e pura,Che drittamente a foco se assimiglia,Gli fece luce mostrandoli intorno,Come un sol fosse in cielo a mezo giorno.
Questa davanti gli scoperse un fiumeLargo da vinte braccia, o poco meno;Di là da lui rendea la pietra il lume,In mezo a un campo sì de zoie pieno,Che solo a dir di lor serìa un volume;E non ha tante stelle il cel sereno,Né primavera tanti fiori e rose,Quante ivi ha perle e pietre precïose.
Avea quel fiume ch'è sopra contato,Di sopra un ponte di poca largura,Che non è mezo palmo misurato.Da ciascun lato stava una figuraTutta di ferro, a guisa d'omo armato.Di là dal fiume aponto è la pianura,Ove posto il tesoro è di Morgana;Ora ascoltati questa cosa strana.
Non avea posto il piede su la intrataDel ponticello il figlio di Melone,Che la figura ad arte fabricataLevò da l'alto capo un gran bastone.Bene avea il conte sua spata fatataPer incontrare il colpo di ragione;Ma non bisogna che a questo risponda,Che dà nel ponte e tutto lo profonda.
A questa cosa riguardava il conteMeravigliando assai nel suo pensiero,Ed ecco a poco a poco uno altro ponteNasce nel loco dove era il primiero.Su vi entra Orlando con ardita fronte,Ma de quindi varcar non è mistiero,Ché la figura mai passar non lassaQual dà nel ponte, e sempre lo fraccassa.
Il conte avea de ciò gran meraviglia,Fra sé dicendo: "Or che voglio aspettare?Se il fiume fusse largo diece miglia,In ogni modo voglio oltra passare."Al fin delle parole un salto piglia:Vero è che indietro alquanto ebbe a tornareA prender corso; e, come avesse piume,D'un salto armato andò di là dal fiume.
Come fu gionto alla ripa nel pratoOve Morgana ha posto il gran tesoro,A sé davante vidde edificatoUn re con molta gente a concistoro.Ciascun sta in piede, ed esso era assettato;Tutte le membre avean formato d'oro,Ma sopra eran coperti tutti quantiDi perle, de robini e de diamanti.
Parea quel re da tutti riverito;Avanti avea la mensa apparecchiataCon più vivande, a mostra di convito,Ma ciascadun di smalto è fabricata.Sopra al suo capo avea un brando forbito,Che morte li minaccia tutta fiata;Ed al sinistro fianco, a men d'un varco,Un che avea posto la saetta a l'arco.
Avea da lato un altro suo germano,Che lo rasomigliava di figura,E tenea un breve scritto nella mano.Così diceva a ponto la scrittura:' Stato e ricchezza e tutto il mondo è vanoQual se possede con tanta paura;Né la possanza giova, né il diletto,Quando se tiene o prende con sospetto.'
Però stava quel re con trista ciera,Guardando intorno per suspizïone.A lui davanti, ne la mensa altiera,Sopra de un ziglio d'oro era il carbone,Che dava luce a guisa de lumiera,Facendo lume per ogni cantone;Ed era il quadro di quella gran piacciaPer ciascun lato cinquecento braccia.
Tutta coperta de una pietra vivaEra la piazza e d'intorno serrata;Per quattro porte di quella se usciva,Ciascuna riccamente lavorata.Non vi ha fenestra e d'ogni luce è priva,Se non che è dal carbone aluminata,Qual rendeva là giù tanto splendore,Che a pena il sole al giorno l'ha maggiore.
Il conte, che di questo non ha cura,Verso una porta prese il suo camino,Ma quella nella entrata è tanto scura,Che non sa dove andare il paladino.Ritorna adietro e d'intorno procuraDe l'altre uscite per ogni confino;Tutte le cerca senza alcuna posa:Ciascuna è più dolente e tenebrosa.
Mentre che pensa e sta tutto suspeso,Andogli il core a quella pietra eletta,Che nella mente parea foco acceso,Onde a pigliarla corse con gran fretta;Ma la figura che avea l'arco teso,Subitamente scocca la saetta,E gionse drittamente nel carbone,Spargendo il lume a gran confusïone.
Cominciò incontinente un terremoto,Scotendo intorno con molto rumore.Mugiava in ogni lato il sasso voto:Odita non fu mai voce maggiore.Fermosse il conte stabile ed immoto,Come colui che fu senza terrore:Ecco il carbone al ziglio torna in cima,E rende il lume adorno come in prima.
Orlando per pigliarlo torna ancora,Ma, come a ponto con la mano il tocca,Lo arcier che è a lato al re, senza dimoraUna saetta d'oro a l'arco scocca;E durò il terremoto più d'un'ora,Squassando con rumor tutta la rocca;Poi cessò al tutto, e il bel lume vermiglioTornò come era avanti in cima al ziglio.
Or fa pensiero il bon conte de AnglanteAvere al tutto quella pietra fina.Trasse a sé il scudo e quel pose davanteOve l'arciero il suo colpo destina;Poi prese il bel carbone, e 'n quello istanteGionse la frizza al scudo con roina,Ma non puote passarlo il colpo vano:Via ne va Orlando col carbone in mano.
E come lo guidava la fortuna,Non prese a destra mano il suo vïaggio,Che serìa uscito de la grotta brunaSalendo sempre suso, il baron saggio.Là gioso ove non splende sol né luna,Né se può ritornar senza dannaggio,Callava il conte, verso la pregioneOve Ranaldo stava con Dudone.
Fôr questi presi sopra la rivera,Sì come già davanti io vi contai,E Brandimarte ancora con questi era,Ed altri cavallieri e dame assai,Ch'eran più de settanta in una schiera,Che non avean speranza uscir giamaiDi quello incanto orribile e diverso,Ma ciascadun si tiene al tutto perso.
E sappiati che il franco BrandimarteNon fu per forza, come gli altri, preso;Ma Morgana la fata con mala arteL'avea d'amor con falsa vista acceso;E seguendola lui per molte parte,Non fu da alcun giamai con arme offeso,Ma con carezze e con viso iocondoFu trabuccato a quel dolente fondo.
Or, come io dissi, il bon conte di BravaGiù nella tomba alla sinistra manoPer una scala di marmo callavaPiù de un gran miglio, e poi gionse nel piano;E col carbone avanti alluminava,Perché altramente serìa gito invano,Ché quel camino è sì malvaggio e torto,Che mille fiate errando serìa morto.
Poi che fu gionto in su la terra pianaIl conte, che a quel lume si governa,Parbe vedere a lui molto lontanaUna fissura in capo alla caverna;E, caminando per la strata strana,A poco a poco pur par che discerna,Che quella era una porta al fin del sasso,Qual dava uscita al tenebroso passo.
L'aspra cornice di quel sasso altieroCon tal parole a lettre era tagliata:' Tu che sei gionto, o dama, o cavalliero,Sappi che quivi facile è la entrata,Ma il risalir da poi non è legieroA cui non prende quella bona fata,Qual sempre fugge intorno e mai non resta,E dietro ha il calvo alla crinuta testa.'
Il conte le parole non intese,Ma passa dentro quella anima ardita,E, come a ponto nel prato discese,Voltando gli occhi per l'erba fioritaAlto diletto riguardando prese;Perché mai non se intese per odita,Né pNr veduta in tutto quanto il mondoPiù vago loco, nobile e iocondo.
Splendeva quivi il ciel tanto sereno,Che nul zaffiro a quel termino ariva,Ed era d'arboscelli il prato pieno,Che ciascun avea frutti e ancor fioriva.Longe alla porta un miglio, o poco meno,Uno alto muro il campo dipartiva,De pietre trasparente e tanto chiare,Che oltra di quello il bel giardino appare.
Orlando dalla porta se alontana,E mentre che per l'erba via camina,Vidde da lato adorna una fontanaD'oro e di perle e de ogni pietra fina.Quivi distesa stavasi MorganaCol viso al cielo e dormiva supina,Tanto suave e con sì bella vistaChe rallegrata avrebbe ogni alma trista.
Le sue fattezze riguardava il contePer non svegliarla, e sta tacitamente.Lei tutti etcrini avea sopra la fronte,E faccia lieta, mobile e ridente;Atte a fuggire avea le membre pronte,Poca trezza di dietro, anzi nïente;Il vestimento candido e vermiglio,Che sempre scappa a cui li dà de piglio.
- Se tu non prendi chi te giace avante,Prima che la se sveglia, o paladino,Frustarai a' tuoi piedi ambe le pianteSeguendola da poi per mal camino;E portarai fatiche e pene tante,Prima che tu la tenghi per il crino,Che serai reputato un santo in terraSe in pace soffrirai cotanta guerra. -
Queste parole fur dette ad Orlando,Mentre che attento alla fata mirava,Onde se volse adietro, ed ascoltandoVerso la voce tacito ne andava;E forse trenta passi caminandoA piè de l'alto mur presto arivava,Qual tutto di cristallo è tanto chiaro,Che oltra si vede senza alcun divaro.
Così cognobbe lo ardito baroneCome colui che avanti avea parlato,Di là da quel cristallo era pregione,E prestamente l'ha rafigurato,Perché quello era il suo franco Dudone;Ed ora l'un da l'altro è separatoForse tre piedi, o poco meno, o tanto:Pensati che ciascun facea gran pianto.
Ben distendevan l'una e l'altra manoPer abracciarse insieme ad ogni parte.Dice a Dudone: - Io me affatico invano,Ché in nulla forma mai potria toccarte. -In quello giunse il sir de Montealbano,Che a braccio ne venìa con Brandimarte,E non sapevan del conte nïente;Ciascun di lor piangendo fu dolente.
Disse Ranaldo: - Egli ha pur l'armi in dosso,E tiene al fianco ancor la spata cinta:Ciascun de noi, per Dio! verrà riscosso,Ché sua prodezza non serà mai vinta;Abenché rallegrar pur non mi posso,Perché io non so se l'ira ancora è estinta,Quando per colpa mia quasi fui morto,Alor che seco combatteva a torto.
Ch'io non doveva per nulla cagionePrender con seco alcuna differenza;Egli è di me maggiore, e di ragioneLo debbo sempre avere in riverenza. -Diceva Brandimarte al fio d'Amone:- Di questo ditto non aver temenza;Così quindi te tragga Dio verace,Come tra voi farò presto la pace. -
E così l'un con l'altro ragionando,Come vi dico, assai pietosamente,Per caso allor se volse il conte Orlando,Ed ambi li cognobbe incontinente;E piangendo di doglia e sospirando,Con parlar basso e con voce dolenteLi adimandava con qual modo e quantoFusser già stati presi a quello incanto.
E poi che intese la fortuna loro,Che ciascadun piangendo la dicia,Prese dentro dal core alto martoro,Perché forza né ingegno non valìaA romper quel castello e il gran lavoro,Qual chiudea intorno quella pregionia;E tanto più se turba il conte arguto,Che gli ha davanti e non può darli aiuto.
Avanti a gli occhi suoi vedea RanaldoE gli altri tutti che cotanto amava,Onde di doglia e di grande ira caldoPer dar nel mur col brando il braccio alzava;Ma cridarno e prigion tutti: - Sta saldo!Sta, per Dio! queto, - ciascadun cridava,- Ché, come ponto si spezzasse il muro,Giù nella grotta caderemo al scuro. -
Seguiva poi parlando una donzella,La qual di doglia in viso parea morta,E così scolorita era ancor bella;Costei parlava al conte in voce scorta:- Se trar ce vuoi di questa pregion fella,Conviente gir, baron, a quella portaChe de smiraldi e de diamanti pare;Per altro loco non potresti entrare.
Ma non per senno, forza, o per ardire,Non per minaccie, o per parlar soavePotresti quella pietra fare aprire,Se non te dona Morgana la chiave;Ma prima se farà tanto seguire,Che ti parrebbe ogni pena men graveChe seguir quella fata nel desertoCon speranza fallace e dolor certo.
Ogni cosa virtute vince al fine:Chi segue vince, pur che abbia virtute;Vedi qua tante gente peregrine,Che speran per te solo aver salute.Tutte noi altre misere, tapine,Prese per forza al fondo siàn cadute:Tu sol, sopra ad ogni altro appregïato,In questo loco sei venuto armato.
Sì che bona speranza ce confortaChe avrai di questa impresa ancor l'onore,Ed aprirai quella dolente porta,Qual tutti ce tien chiusi in tal dolore.Or più non indugiar, ché forse accortaNon se è di te la fata, bel segnore;Volgite presto e torna alla fontana,Ché forse ancor vi trovarai Morgana. -
Il conte, che d'entrare avea gran voglia,Subitamente al fonte ritornava;Quivi trovò Morgana, che con zogliaDanzava intorno e danzando cantava.Né più legier se move al vento foglia,Come ella senza sosta si voltava,Mirando ora alla terra ed ora al sole,Ed al suo canto usava tal parole:
- Qualunche cerca al mondo aver tesoro,O ver diletto, o segue onore e stato,Ponga la mano a questa chioma d'oroCh'io porto in fronte, e quel farò beato;Ma quando ha il destro a far cotal lavoro,Non prenda indugia, ché il tempo passatoPiù non ritorna e non se ariva mai,Ed io mi volto, e lui lascio con guai. -
Così cantava de intorno girandoLa bella fata a quella fresca fonte,Ma come gionto vidde il conte Orlando,Subitamente rivoltò la fronte.Il prato e la fontana abandonando,Prese il vïaggio suo verso de un monte,Qual chiudea la valletta piccolina;Quivi fuggendo Morgana camina.
Oltra quel monte Orlando la seguia,Ché al tutto di pigliarla è destinato,Ed essendoli dietro tutta via,Se avidde in un deserto essere entrato,Che strata non fu mai cotanto ria,Però che era sassosa in ogni lato;Ora alta, or bassa è nelle sue confine,Piena de bronchi e de malvaggie spine.
Del rio vïaggio Orlando non se cura,Ché la fatica è pasto a l'animoso.Ora ecco alle sue spalle il cel se oscura,E levasi un gran vento furïoso;Pioggia mischiata di grandine duraBatte per tutto il campo doloroso;Perito è il sole e non si vede il giorno,Se il ciel non s'apre fulgorando intorno.
Tuoni e saette e fùlgori e baleniE nebbia e pioggia e vento con tempestaAveano il cielo e i piani e i monti pieni:Sempre cresce il furore e mai non resta.Quivi la serpe e tutti i suoi veleniSon dal mal tempo occisi alla foresta,Volpe e colombi ed ogni altro animale:Contra a fortuna alcun schermo non vale.
Lasciati Orlando in quel tempo malvaggio,Né ve impacciati de sua mala sorte,Voi che ascoltando qua sedeti ad aggio:Fuggir se vôle il mal sino alla morte;Abenché lui tornasse in bon vïaggio,Perché ogni cosa vince l'omo forte;Ma chi può, scampar debbe al tempo rio.Bella brigata, io ve acomando a Dio.
Canto nono
Odeti ed ascoltati il mio consiglio,Voi che di corte seguite la traccia:Se alla Ventura non dati de piglio,Ella si turba e voltavi la faccia;Alor convien tenire alciato il ciglio,Né se smarir per fronte che minaccia,E chiudersi le orecchie al dir de altrui,Servendo sempre, e non guardare a cui.
A che da voi Fortuna è biastemata,Ché la colpa è di lei, ma il danno è vostro?Il tempo viene a noi solo una fiata,Come al presente nel mio dir vi mostro;Perché, essendo Morgana adormentataPresso alla fonte nel fiorito chiostro,Non seppe Orlando al zuffo dar di mano,Ed or la segue nel diserto in vano,
Con tanta pena e con fatiche tante,Che ad ogni passo convien che si torza.La fata sempre fugge a lui davante;Alle sue spalle il vento se rinforzaE la tempesta, che sfronda le pianteGiù diramando fin sotto la scorza.Fuggon le fiere e il mal tempo li caccia,E par che il celo in pioggia si disfaccia.
Ne l'aspro monte e ne' valloni ombrosiCondutto è il conte a perigliosi passi.Callano rivi grossi e roïnosi,Tirando giù le ripe, arbori e sassi,E per quei boschi oscuri e tenebrosiS'odon alti rumori e gran fraccassi,Però che 'l vento, il trono e la tempestaDalle radici schianta la foresta.
Pur segue Orlando e fortuna non cura,E prender vôl Morgana a la finita,Ma sempre cresce sua disaventura,Perché una dama de una grotta uscita,Pallida in faccia e magra di figura,Che di color di terra era vestita,Prese un flagello in mano aspero e grosso,Battendo a sé le spalle e tutto il dosso.
Piangendo se battea quella tapina,Sì come fosse astretta per sentenziaA flagellarsi da sera e matina.Turbosse il conte a tal appariscenzia,E dimandò chi fosse la meschina.Ella rispose: - Io son la Penitenzia,De ogni diletto e de allegrezza cassa,E sempre seguo chi ventura lassa.
E però vengo a farte compagnia,Poi che lasciasti Morgana nel prato,E quanto durarà la mala via,Da me serai battuto e flagellato,Né ti varrà lo ardire o vigoria,Se non serai di pacïenza armato. -Presto rispose il figlio di Melone:- La pacïenza è pasto da poltrone.
Né te venga talento a farmi oltraggio,Ché pacïente non serò di certo.Se a me fai onta, a te farò dannaggio,E se mi servi ancor, ne avrai buon merto:Dico de accompagnarme nel vïaggioDove io camino per questo diserto. -Così parlava Orlando, e pur MorganaTuttavia fugge ed a lui se alontana.
Onde, lasciando mezo il ragionare,Dietro alla fata se pose a seguire,E nel suo cor se afferma a non mancareSin che vinca la prova, o de morire.Ma l'altra, di cui mo vi ebbi a contare,Qual per compagna se ebbe a proferire,Se accosta a lui con atti sì villani,Che de cucina avria cacciati i cani.
Perché, giongendo col flagello in mano,Disconciamente dietro lo battia.Forte turbosse il senator romano,E con mal viso verso lei dicia:- Già non farai ch'io sia tanto villano,Ch'io traga contra a te la spata mia;Ma se a la trezza ti dono di piglio,Io te trarò di sopra al celo un miglio. -
La dama, come fuor di sentimento,Nulla risponde, ed anco non lo ascolta;Il conte, a lei voltato in mal talento,Gli mena un pugno alla sinestra golta.Ma, come gionto avesse a mezo il vento,O ver nel fumo, o nella nebbia folta,Via passò il pugno per mezo la testaDe un lato ad altro, e cosa non l'arresta.
Ed a lei nôce quel colpo nïente,E sempre intorno il suo flagello mena.Ben se stupisce il conte nella mente,E ciò veggendo non lo crede apena.Ma pur, sendo battuto e de ira ardente,Radoppia pugni e calci con più lena;Qua sua possanza e forza nulla vale,Come pistasse l'acqua nel mortale.
Poi che bon pezzo ha combattuto in vanoCon quella dama che una ombra sembrava,Lasciolla al fine il cavallier soprano,Ché tuttavia Morgana se ne andava,Onde prese a seguirla a mano a mano.Ora quest'altra già non dimorava,Ma col flagello intorno lo ribuffa,E lui se volta, e pur a lei s'azuffa.
Ma, come l'altra volta, il franco conteToccar non puote quella cosa vana,Onde lasciolla ancora, e per il monteSe puose al tutto a seguitar Morgana;Ma sempre dietro con oltraggio ed onteForte lo batte la dama villana.Il conte, che ha provato il fatto a pieno,Più non se volta e va rodendo il freno.
"Se a Dio piace, - diceva - on al demonioCh'io abbi pacïenza, ed io me l'abbia:Ma siame il mondo tutto testimonioCh'io la tragualcio con sapor di rabbia.Qual frenesia di mente o quale insonioMe ha qua giuso condutto in questa gabbia?Dove entrai io qua dentro, o come e quando?Son fatto un altro, o sono ancora Orlando?"
Così diceva, e con molta roinaSempre seguia Morgana il cavalliero.Fiacca ogni bronco ed ogni mala spina,Lasciando dietro a sé largo il sentiero;Ed alla fata molto se avicina,E già de averla presa è il suo pensiero;Ma quel pensiero è ben fallace e vano,Però che presa ancor scappa di mano.
Oh quante volte gli dette di piglioOra ne' panni ed or nella persona!Ma il vestimento, ch'è bianco e vermiglio,Ne la speranza presto l'abandona.Pure una fiata rivoltando il ciglio,Come Dio volse e la ventura buona,Volgendo il viso quella fata al conte,Lui ben la prese al zuffo ne la fronte.
Alor cangiosse il tempo, e l'aria scuraDivenne chiara e il cel tutto sereno;E l'aspro monte si fece pianura,E dove prima fo di spine pieno,Se coperse de fiore e de verdura;E 'l flagellar de l'altra venne meno,La qual, con meglior viso che non suole,Verso del conte usava tal parole:
- Attienti, cavalliero, a quella chioma,Che nella mano hai volta, de Ventura,E guarda de iustar sì ben la soma,Che la non caggia per mala misura.Quando costei par più quïeta e doma,Alor del suo fuggire abbi paura,Ché ben resta gabbato chi li crede,Perché fermezza in lei non è, né fede. -
Così parlò la dama scolorita,E dipartisse al fin del ragionare;A ritrovar sua grotta se n'è gita,Ove se batte e stasse a lamentare.Ma il conte Orlando l'altra avea gremita,Come io vi dissi, e, senza dimorare,Or con minaccie or con parlar suaveDe la pregion domanda a lei la chiave.
Ella con riso e con falso sembianteDiceva: - Cavalliero, al tuo piacereSon quelle gente prese tutte quante,E me con seco ancor potrai avere;Ma sol de un figlio del re ManodanteTe prego che me vogli compiacere;O mename con seco, o quel mi lassa,Ché senza lui serìa de vita cassa.
Quel giovanetto m'ha ferito il core,Ed è tutto il mio bene e 'l mio disio,Sì che io te prego per lo tuo valoreChe hai tanto al mondo, e per lo vero Dio,Se a dama alcuna mai portasti amore,Non trar di quel giardin l'amante mio.Mena con teco gli altri, quanti sono,Ché a te tutti li lascio in abandono. -
Rispose il conte ad essa: - Io te prometto,Se mi doni la chiave in mia balìa,Qua teco restarà quel giovanetto,Poi che averlo il tuo cor tanto desia;Ma non te vo' lasciar, ché aggio sospettoDe ritornare a quella mala viaOve io son stato; e però, se 'l te piace,Dammi la chiave, e lasciarotti in pace. -
Avea Morgana aperto il vestimentoDal destro lato e dal sinistro ancora,Onde la chiave, che è tutta d'argento,Trasse di sotto a quel senza dimora,E disse: - Cavallier de alto ardimento,Vanne alla porta e sì aconcio lavora,Che non se rompa quella serratura,Ché caderesti nella tomba oscura,
E teco insieme tutti e cavallieri,Sì che seresti in eterno perduto,Ché trarti quindi non serìa mestieri,Né l'arte mia varrebbe, on altro aiuto. -Per questo intrato è il conte in gran pensieri,Da poi che per ragione avea veduto,Che mal se trova alcun sotto la lunaChe adopri ben la chiave di Fortuna.
Tenendo al zuffo tuttavia Morgana,Verso al giardino al fin se fu invïato,E traversando la campagna pianaA quella porta fu presto arivato.Con poco impaccio la serraglia stranaAperse, come piacque a Dio beato,Perché qualunche ha seco la Ventura,Volta la chiave a ponto per misura.
Già Brandimarte e il sir de MontealbanoE tutti gli altri che fôr presi al ponte,Avean veduto Orlando di lontano,Che tenea presa quella fata in fronte;Onde ogni saracino e cristïanoRingraziava il suo dio con le man gionte.Or ciascadun de uscir ben si conforta,Sentendo già la chiave nella porta.
Da poi che aperto fu il ricco portello,Tutta la gente uscitte al verde prato.Il conte adimandò del damigelloQuale era tanto da Morgana amato,E vide il giovanetto bianco e bello,Nel viso colorito e delicato,Ne gli atti e nel parlar dolce e iocondo,E fo il suo nome Zilïante il biondo.
Costui rimase dentro lagrimando,Veggendo tutti gli altri indi partire,E ben che ne dolesse al conte Orlando,Pur sua promessa volse mantenire;Ma ancor tempo sarà che sospirandoSe converrà di tal cosa pentire,E forza li serà tornare ancora,Per trar del loco il giovanetto fuora.
Ivi il lasciarno, e gli altri tutti quantiUscirno del giardino alla ventura;Facea quel bel garzone estremi pianti,E biastemava sua disaventura.Ora alla porta che io dissi davanti,Che ritornava nella tomba scura,Intrarno tutti, e 'l conte andava prima;Montâr la scala e presto fôrno in cima.
E dentro a l'altra porta eran passati,Ove sta ne la piazza il gran tesoro:Quel re che siede e gli altri fabricatiDe robini e diamanti e perle ed oro.Tutti color che furno impregionatiMiravan con stupore il gran lavoro;Ma non ardisce alcun porve la manoTemendo incanto o qualche caso istrano.
Ranaldo, che non sa che sia dotanza,Prese una sedia, che è tutta d'ôr fino,Dicendo: - Questa io vo' portare in Franza,Ché io non feci giamai più bel bottino.A' miei soldati io donarò prestanza,Poi non affido amico, né vicino,O prete, o mercatante, o messaggero;Qualunche io trova, io manderò legiero. -
Il conte li dicea che era viltateA girne carco a guisa de somiero.Disse Ranaldo: - E' mi ricordo un frateChe predicava, ed era suo mestieroContar della astinenza la bontate,Mostrandola a parole de legiero;Ma egli era sì panzuto e tanto grasso,Che a gran fatica potea trare il passo.
E tu fai nel presente più né meno,E drittamente sei quel fratacchione,Che lodava il degiuno a corpo pieno,E sol ne l'oche avea devozïone.Carlo ti donò sempre senza freno,E datti il Papa gran provisïone,Ed hai tante castelle e ville tante,E sei conte di Brava e sir de Anglante.
Io tengo, poverello! un monte apena,Ché altro al mondo non ho che Montealbano,Onde ben spesso non trovo che cena,S'io non descendo a guadagnarlo al piano;Quando ventura o qual cosa mi mena,Ed io me aiuto con ciascuna mano,Perch'io mi stimo che 'l non sia vergognaPigliar la robba, quando la bisogna. -
Così parlando gionsero al portone,Che era la uscita fuor di quella piaccia;Quivi un gran vento dette al fio de AmoneDritto nel petto e per mezo la faccia,E dietro il pinse a gran confusïone,Longi alla porta più de vinte braccia.Quel vento agli altri non tocca nïente,E sol Ranaldo è quel che il fiato sente.
Lui salta in piede e pur torna a la porta,Ma come gionto fu sopra alla soglia,Di novo il vento adietro lo riporta,Soffiandolo da sé come una foglia.Ciascun de gli altri assai si disconforta,E sopra a tutti Orlando avea gran doglia,Però che de Ranaldo temea forteChe ivi non resti, o riceva la morte.
Il fio de Amone senza altro spaventoPone giù l'oro e ritorna alla uscita;Passa per mezo, e più non soffia il vento,E via poteva andare alla polita.Ma lui portar quello oro avea talento,Per dar le paghe a sua brigata ardita;Benché più volte sia provato in vano,Pur vôl portarlo in tutto a Montealbano.
Ma poi che indarno assai fu riprovato,Né carco puote uscir di quella tomba,Trasse la sedia contra di quel fiatoChe dalla porta a gran furia rimbomba.La sedia d'ôr, di cui sopra ho parlato,Sembrava un sasso uscito de una fromba,Benché è seicento libbre, o poco manco:Cotanta forza avea quel baron franco.
Trasse la sedia, come io ve ragiono,Credendola gettar del porton fore,Ma il vento furïoso in abandonoLa spense adietro con molto rumore.Gli altri a Ranaldo tutti intorno sono,E ciascadun lo prega per suo amoreCh'egli esca for con essi di pregione,Lasciando l'oro e quella fatasone.
Sì che alla fine abandonò la impresa,E con questi altri de la porta usciva.Era la strata un gran miglio distesa,Sin che alla scala del petron se ariva,Ed è trea miglia la malvaggia ascesa.Sempre montando per la pietra viva,E con gran pena, uscirno al cel sereno,In mezo a un prato de cipressi pieno.
Ciascun cognobbe incontinente il pratoE gli cipressi e 'l ponte e la rivieraOve stava Aridano il disperato;Ma quivi nel presente più non era,Anzi è nel fondo, de un colpo tagliatoDa cima al capo insino alla ventrera,E più non tornarà suso in eterno:Là giuso è il corpo, e l'anima allo inferno.
Quivi eran l'armi de ciascun baroneNe' verdi rami d'intorno distese.Roverse le avea poste quel fellone,Per far la lor vergogna più palese;Ranaldo incontinente e poi DudoneE insieme ogniom de gli altri le sue prese,E tutti quanti se furno guarnitiDe' loro arnesi e cavallieri arditi.
Tutti quei gran baroni e re pagani,Che fôrno presi all'incantato ponte,Ne andarno chi vicini e chi lontani,Ma prima molto ringraziarno il conte;E sol restarno quivi e Cristïani,Ove Dudone con parole pronteEspose che Agramante e sua possanzaEran guarniti per passare in Franza.
E come lui, mandato da Carlone,Avea cercate diverse contratePer ritrovar lor duo franche persone,Che eran il fior de corte e la bontate,E per condurle, come era ragione,Alla diffesa de Cristianitate.Ciò de Ranaldo diceva e de Orlando,Ed a lor proprio lo venìa contando.
Ranaldo incontinente se disposeSenza altra indugia in Francia ritornare.Il conte a quel parlar nulla rispose,Stando sospeso e tacito a pensare,Ché il core ardente e le voglie amoroseNol lasciavan se stesso governare;L'amor, l'onore, il debito e 'l dilettoFacean battaglia dentro dal suo petto.
Ben lo stringeva il debito e l'onoreDe ritrovarse alla reale impresa;E tanto più ch'egli era senatoreE campïon della Romana Chiesa.Ma quel che vince ogni omo, io dico Amore,Gli avea di tal furor l'anima accesa,Che stimava ogni cosa una vil fronda,Fuor che vedere Angelica la bionda.
Né dir sapria che scusa ritrovasse,Ma da' compagni si fu dispartito;E non stimar che Brandimarte il lasse,Tanto l'amava quel barone ardito.Or di lor duo convien che oltra mi passe,Perch'io vo' ricontare a qual partitoRanaldo ritornasse a Montealbano:Lunga è la istoria, ed il camin lontano.
E prima cercarà molte contrate,Strane aventure e diversi paesi;Ma il tutto contaremo in brevitateE con tal modo che seremo intesi;E mostraremo il pregio e la bontateDe Iroldo e de Prasildo, e duo cortesi,La possa de Dudone, il baron saldo,Che tutti son compagni di Ranaldo.
Erano a piedi quei quattro baroni,De piastre e maglia tutti quanti armati,(Perduti aveano al ponte e lor ronzoni,Quando nel lago fôrno trabuccati),Onde ridendo e con dolci sermoniTra lor scherzando se fôrno invïati,E la fatica de la lunga viaMinor li pare essendo in compagnia.
Ed era già passato il quinto giornoPoi che lasciarno quel loco incantato,Quando da lunge odîr suonare un cornoSopra ad un castello alto e ben murato.Nel monte era il castello, e poi d'intornoAvea gran piano, e tutto era de un prato;Intorno al prato un bel fiume circonda:Mai non se vidde cosa più ioconda.
L'acqua era chiara a meraviglia e bella,Ma non si può vargar, tanto è corrente.A l'altra ripa stava una donzellaVestita a bianco e con faccia ridente;Sopra a la poppa d'una navicellaDiceva: - O cavallieri, o bella gente,Se vi piace passare, entrati in barca,Però che altrove il fiume non si varca. -
E cavallier, che avean molto desireDi passare oltra e prender suo vïaggio,La ringraziarno di tal proferire,E travargarno il fiume a quel passaggio.Disse la dama nel lor dipartire:- Da l'altro lato si paga il pedaggio,Né mai de quindi uscir se può, se primaA quella rocca non saliti in cima.
Perché questa acqua che qua giù discendeVien da due fonte da quel poggio altano,E da l'un lato a l'altro se distende,Tanto che cinge intorno questo piano;Sì che uscir non si può chi non ascendeA far prima ragion col castellano,Ove bisogna avere ardita fronte:Eccovi lui, che fuora esce del ponte. -
Così dicendo li mostrava a ditoUna gran gente che del ponte usciva.Alcun de' nostri non fo sbigotito;La gente armata sopra al piano ariva.Ranaldo è avanti, il cavalliero ardito,E ben ciascun de gli altri lo seguiva;Con le spade impugnate e' scudi in braccioBen se apprestarno uscir de tal impaccio.
Era tra quella gente un bel vecchione,Che a tutti gli altri ne venìa davante,Senza arme in dosso, sopra a un gran ronzone.Costui con voce queta e bon sembianteDisse: - Sappiati voi, gentil persone,Che questa è terra del re Manodante,Ove ora entrasti, e non potresti uscireSe non volesti un giorno a lui servire.
E quel servigio è di cotal maneraQuale io vi contarò, se me ascoltati.Ove discende al mar questa riveraSon duo castelli a un ponte edificati;Ivi dimora una persona fiera,Che molti cavallieri ha dissipati:Balisardo se appella quel gigante,Malvaggio, incantatore e negromante.
Re Manodante lo voria pregione,Perché al suo regno ha fatto assai dannaggio,Ed ha ordinato che ciascun baroneChe varca al passo di quel bel rivaggio,Promette stare un giorno al parangone,Sin che sia preso o prenda quel malvaggio;Onde anco a voi là giuso convien gire,O in questo prato di fame morire. -
Disse Ranaldo: - Là vogliamo andare,Né andiamo cercando altro che battaglia;Ed io questo gigante vo' pigliare,E manco il stimo che un fascio de paglia;E incanti incanta pur, se sa incantare,Ché non trovarà verso che li vaglia.Or facce pur guidar via senza tardo,Sì che io me azuffi a questo Balisardo. -
Il castellano senza altra rispostaChiamò la dama de bianco vestita,Ed a lei disse: - Fa che senza sostaTu porti al ponte questa gente ardita. -Ella ben presto alla ripa s'accosta,E sorridendo quei baroni invitaAd entrar ne la nave picciolina:Lor saltâr dentro, e lei gioso camina.
Giù per quella acqua come una saettaFo giù la barca dal fiume portata,Di qua di là girando la isoletta;Pur se piegarno al mar l'ultima fiata,Là dove del gran ponte ebber vedetta,Che avea tra due castelle alta murata,E sopra a l'arco di quella gran foceSta Balisardo, saracin feroce.
Proprio un fuste de torre a mezo il ponteSembrava quel pagan di cui ragiono,Barbuto in faccia e crudo nella fronte;Il crido de sua voce parea un trono.Convien che altrove il tutto ve raconte,Ché al presente al fin del canto sono;Ne l'altro contarò tal meraviglia,Che altra nel mondo a quella non somiglia.
Canto decimo
Se onor di corte e di cavalleriaPuò dar diletto a l'animo virile,A voi dilettarà l'istoria mia,Gente legiadra, nobile e gentile,Che seguite ardimento e cortesia,La qual mai non dimora in petto vile.Venite ed ascoltati lo mio canto,De li antiqui baroni il pregio e il vanto.
Tirative davanti ed ascoltateLe eccelse prove de' bon cavallieri,Che avean cotanto ardire e tal bontateChe ne' perigli devenian più fieri.Vince ogni cosa la animositate,E la fortuna aiuta volentieriQualunche cerca de aiutar se stesso,Come veduto abbiam lo esempio spesso.
E nel presente dico de Ranaldo,Che, essendo apena de un periglio uscito,A sotto entrare a l'altro era più caldo,Né se fu per incanto sbigotito.Benché Aridano, il saracin ribaldo,Lo avesse già per tale arte schernito,Con Balisardo or torna al parangone,Spezzando incanto ed ogni fatasone.
Come io ve dissi nel canto passato,Là giù per l'acqua il paladin sicuroAlla foce del fiume fu portato,Ove tra due castella è lo gran muro;E come vidde quel dismisurato,Qual sopra 'l ponte con sembiante scuroStrideva in voce di tanta roina,Che ne tremava il fiume e la marina.
Ciascun de quei baron che lo han veduto,De azuffarse con lui prese disio,Benché fusse tanto alto e sì membruto,E nel sembiante sì superbo e rio.Sopra l'arco del ponte era venutoQuel maledetto e sprezzator di Dio,Sol per veder chi fusse questa genteChe giù callava per l'acqua corrente.
Quando la dama il vide da lontano,Pallida in viso venne come terra,E dal timone abandonò la mano,Tanta paura l'animo li afferra;Ma Dudon franco e il sir di MontealbanoE gli altri dui, che han voglia di far guerra,Lasciâr la dama né morta né viva,E for di barca uscirno in su la riva.
Longi al primo castel forse una arcataSmontarno a terra e franchi campïoni,E caminando gionsero all'entrata,Che avea a tre porte grossi torrïoni:Ma dentro non appare anima nata,Giù ne la strata, o sopra nei balconi;Senza trovar persone andarno avanteSino al gran ponte; e quivi era il gigante.
Entro le due castelle il fiume corre,L'arco del ponte sopra a lui voltava,Ed avea ad ogni lato una alta torre;In mezzo Balisardo aponto stava,Né se potrebbe a sua persona apporre,Né a l'armatura che in dosso portava.Gigante non fu mai di meglior taglia,Coperto è a piastre ed a minuta maglia.
Forbite eran le piastre e luminose,E questa maglia relucente e d'oro,Con tante perle e pietre prezïose,Che 'l mondo non avea più bel tesoro.Ora torniamo alle gente animose,Dico a' nostri baron, che ogniom di loro,Volontaroso e di animo più fiero,Vôle azuffarse ed esser il primiero.
Ma in fine Iroldo ottenne il primo loco,E fo percosso dal gigante e preso,E Prasildo ancor lui pur durò poco,E fu nel fine a Balisardo reso.Or ben sembrava il bon Ranaldo un foco,D'ira nel core e di furore acceso;Ma quel gigante ne menò prigioniDi là dal ponte e duo franchi baroni.
Poi tornò fuora squassando il bastone,E minacciando pugna adimandava.Allor se mosse il franco fio de Amone,E con roina adosso a lui ne andava;Ma avanti ingenocchiato avea Dudone,Che per mercede e grazia dimandavaDe gir primo de lui nel ponte avanteA far battaglia contra a quel gigante.
Ranaldo consentì mal volentiera,Ma pur non seppe a' soi colpi disdire.Questa baruffa fia d'altra manieraChe le passate, e de un altro ferire,Né passarà la cosa sì legieraCome le due davante, vi so dire;Però che 'l giovanetto de cui parlo,È di gran pregio nei baron di Carlo.
Turpin loda Dudone in sua scritturaTra' primi cavallier di quella corte;E quasi era gigante di statura,Destro e legiero, a meraviglia forte,E con sua mazza ponderosa e duraA molti saracin dette la morte:Ma poi di tal bontà si dava il vanto,Che era appellato in sopranome il Santo.
Or sopra il ponte il campïon se caccia,Di piastra e maglia armato e ben coperto;E Balisardo il forte scudo imbraccia,Come colui che è di battaglia esperto.L'uno e l'altro di loro avea la maccia,Sì che un bel gioco cominciâr di certo,Menando botte de sì gran fraccassoChe 'l fiume risuonava al fondo basso.
Feritte a lui Dudon sopra la testa,E ruppe il cerchio a quello elmo forbito,E fu il gran colpo di tanta tempesta,Che Balisardo cadde sbalordito.Dudon mena a due mane, e non s'arrestaSopra il pagano il giovanetto ardito;Gionse nel scudo, che è d'argento fino,Tutto lo aperse il franco paladino.
Ma, come fusse dal sonno svegliatoPer l'altro colpo, il saracino altieroSalta di terra, e subito è dricciatoEd alla zuffa ritornò primiero.Mena a Dudone, e gionselo al costatoCol suo baston, che già non è ligiero,Anci è ben cento libre e più de peso:Cadde alla terra il giovane disteso.
Per quel gran colpo andò Dudone a terra,E non poteva trare il fiato apena,Ma non per questo abandonò la guerra,Come colui che avea soperchia lena;Presto se riccia e la sua mazza afferra,Sopra de l'elmo a Balisardo mena,E la farsata al capo ben gli accosta,Poi che adocchiato ha sempre quella posta.
Sempre alla testa toccava Dudone,Sopra alle tempie, in fronte e nella faccia;E quel menava ancora il suo bastone,Or sopra al collo, or sopra ambe le braccia.Risuona il celo alla cruda tenzone,E par che 'l mondo a foco se disfaccia:Quando l'un l'altro ben fermo se ariva,Tra ferro e ferro accende fiama viva.
Tira Dudone adosso a quel malvaso,Sopra il frontale ad ambe mani il tocca;Roppe ad un colpo tutto quanto il naso,E ben tre denti li cacciò di bocca.Senza sapone il mento gli ebbe raso,Perché la barba al petto gli dirocca,E menò il tratto sì dolce e ligiero,Che seco trasse il zuffo tutto intiero.
Quando se vidde il falso BalisardoDe una percossa tanto danneggiare,Poi che il franco Dudone è sì gagliardoChe a sua prodezza non puotea durare,Verso l'alto castel fece riguardo,E prestamente se ebbe a rivoltare;Getta il bastone e 'l scudo in terra lassa,E per il ponte via fuggendo passa.
Segue Dudone e nel castel se caccia,Ché non temeva il giovane altro scorno.Come fu dentro, gionse entro una piacciaEdificata di colonne intorno,Con volte alte e dorate in ogni faccia.Il sôl di sotto è di marmoro adorno,Né persona si vede in verun latoFuor che 'l gigante, che è già disarmato.
Poste avea l'arme e' pagni il fraudolente,E tutto quanto ignudo se mostrava,Ed avea il collo e il capo di serpente,E 'l resto a poco a poco tramutava.Ambe le braccia fece ale patente,E l'una gamba e l'altra se avingiava,E fiersi coda; e poi d'ogni galloneUscirno branche armate e grande ongione.
Mutato, come io dico, a poco a poco,Tutto era drago il perfido gigante,Gettando per l'orecchie e bocca foco,Con tal romore e con fiaccole tante,Che le muraglie intorno di quel locoPareano incese a fiamma tutte quante.Ben puotea fare a ciascadun paura,Perché era grande e sozzo oltra misura.
Ma non smarritte la persona francaDel giovanetto, degno d'ogni loda.Viensene il drago e nel scudo lo branca,E per le gambe volta la gran coda,Sì che, prendendo intorno ciascuna anca,Giù per le coscie insino ai piè l'annoda;Non se spaventa per questo Dudone,Getta la mazza e prende quel dragone.
Nel collo il prese, a presso de la testa,Ad ambe mani, e sì forte l'afferra,Che a quella bestia, che è tanto robesta,Il fiato quasi e l'anima gli serra.Da sé lo spicca, e poi con gran tempestaLo gira ad alto e trallo in su la terra,Che era la strata a pietra marmorina;Sopra vi batte il drago a gran roina.
Là dove gionse, se aperse la piaccia,Tutto si fese il marmo da quel lato;Sotto la terra il serpente se caccia,Benché di fora è subito tornato.Ma già cangiata avea persona e faccia,Ed era istranamente trasformato,Ché il busto ha d'orso e 'l capo de cingiale:Mai non se vidde il più crudo animale.
Fatto avea il capo de porco salvaticoCostui, che in ogni forma sapea vivere,E non serìa poeta, né grammaticoChe lo sapesse a ponto ben descrivere.Ora, ben che de ciò poco sia pratico,Dal muso al piè convien che tutto il livere:Poi che io cominciai sua forma a dire,Come era fatto vi voglio seguire.
Lunghi duo palmi avea ciascadun denteE gli occhi accesi de una luce rossa,Piloso il busto e d'orso veramente,Con le zampe adongiate e di gran possa;La coda ritenuta ha di serpente,Sei braccia lunga ed a bastanza grossa;L'ale avea grande e la testa cornuta:Più strana bestia mai non fu veduta.
Venne mugiando adosso al giovanetto,Né lui per tema le spalle rivolse,Ma ben coperse sotto il scudo il petto,E prestamente in man sua mazza tolse.Or gionse il negromante maledetto,E con le corne a mezo il scudo acolse;Tutto il fraccassa, e rompe usbergo e piastre,E lui disteso abatte in su le lastre.
Subitamente si fu rilevato,Sì come cadde il giovanetto franco;Ma quel malvagio che era tramutato,Per lo traverso lo ferì nel fianco.Con uno dente il gionse nel costato,Sì che gli fece il fiato venir manco;Il fiato venne manco e crebbe l'ira:Alcia la mazza ad ambe mane e tira.
Sopra del capo a l'animal diversoTira sua mazza il paladino adorno;Dal destro lato il gionse de roverso,E con fraccasso manda a terra un corno.Or ben si tiene Balisardo perso,E per la loggia va fuggendo intorno;Per le colonne d'intorno alla piazzaNe va fuggendo, e il bon Dudone il cazza.
Battendo l'ale basso basso giva,Né mai spiccava da terra le piante;Così fuggendo, a la marina uscivaFuor del castello; ed ecco in quello istanteUna alta nave dentro al porto ariva.Sopra di quella il falso negromanteFu prestamente de un salto passato;E Dudon dietro, ed ègli sempre a lato.
Sopra la nave, qual ch'io v'ho contato,Proprio alla prora stava un laccio teso,Ove Dudone intrando fu incappato,Né so a qual modo subito fu preso;E per ambe le braccia incatenato,Sotto la poppa fu posto di pesoDa molti marinari e dal parone;Or più di lui non dico, che è pregione.
De Balisardo voglio racontare,Che nella forma sua presto tornò,E fece il giovanetto disarmare,Poi di quelle arme tutto se adobbò.Proprio Dudone alla sembianza pare;Prese la mazza e il suo baston lasciò,E se cambiò la voce e la fazione,Che ogniom direbbe: "Egli è proprio Dudone."
Con tal fazione il perfido ribaldoPassò il primo castello, e nel secondoVicino al ponte ritrovò Ranaldo,Che lo aspettava irato e furibondo.Ma, come il vidde, il dimandò di saldoSe Balisardo avea tratto del mondo,Perché lui crede senza altra mancanzaCh'el sia Dudone a l'arme e alla sembianza.
E quel rispose: - Il gigante è fuggito,Ed io gli ho dato tre miglia la caccia.Prima l'aveva nel capo ferito,E rotto il muso e 'l mento con la faccia:Fuor della rocca l'ho sempre seguito,Sino ad un fiume largo cento braccia.Dentro a quella acqua se gettò il malvaso,Ove ogni altro che lui serìa rimaso.
Ma non te sapria dir per qual ragioneA l'altra ripa lo viddi passato,Là dove stava Iroldo, che è pregione,E Prasildo, che apresso era legato.Ambo gli viddi sotto al pavaglione,Là dove Balisardo era fermato,Ma non mi dette il core a trapassareL'acqua, che al corso una roina pare. -
Ranaldo non lasciò più oltra dire,Ma sopra il ponte subito è passato,A lui dicendo: - Io voglio anzi morire,Che vivo rimaner vituperato;Né mai nel mondo se puotrà sentireCh'io abbi un mio compagno abandonato,Sì come tu facesti, omo da poco,Che temi l'acqua; or che faresti 'l foco ? -
Mostrò il gigante in forma de DudoneForte adirarse per queste parole,Onde rispose: - Paccio da bastone!Ché sempre alla tua vita fusti un fole,E stimi esser tenuto un campïoneCon questo tuo zanzare; altro ci vôleChe per se stesso tenersi valenteStimando gli altri poco e da nïente.
Or vanne tu, ch'io non voglio venire,E varca il fiume, poi che sai natare. -Ranaldo, non curando del suo dire,Subitamente il ponte ebbe a passare.Lasciollo Balisardo alquanto gire,Mostrando a quella porta riposare;Poi di nascoso il falso malandrinoPer darli morte prese il mal camino.
Per l'altra strata lui gionse improviso,E ferì del bastone ad ambe mano;Né già se gli mostrò davanti al viso,Anci alle spalle il perfido pagano,E ben credette de averlo conquiso,E roïnarlo a quel sol colpo al piano;Ma lui, che avea possanza smisurata,Non andò a terra per quella mazzata.
Anci se volse, e con voce corteseDicea: - Fanciullo, ora che credi fare?Se io non guardassi al tuo padre Danese,Sotto la terra ti farebbi entrare.Vanne in malora e cerca altro paese! -Così dicendo s'ebbe a rivoltare,Ma nel voltarsi il saracin felloneSopra la coppa il gionse del bastone.
Ranaldo se avampò nel viso de ira,E disse: - Testimonio il ciel mi sia,Che contra al mio voler costui mi tiraA darli morte sol per sua folìa. -Così parlando di pietà sospira,Tanto lo stringe amore e cortesia;Benché dritta ragione e sua diffesaLo riscaldasse alla mortal impresa.
Trasse Fusberta e cominciò la zuffa,Com' quel che crede che lui sia Dudone.Or s'io vi conto come se ribuffaL'un colla spata e l'altro col bastone,E tutti e colpi di quella baruffa,Che ben durò cinque ore alla tenzone,A ricontarvi tutto io staria tanto,Che avria finito questo e un altro canto.
Ma per conclusïon vi dico in breve:Benché il gigante sia de ardire acceso,E l'abbi quel baston cotanto greve,Che un altro non fu mai de cotal peso,Pure alla fine, come un om di neve,Serebbe da Ranaldo morto o preso,Se per incanto o per negromanziaNon ritrovasse al suo scampo altra via.
Perché in cento maniere BalisardoSe tramutava per incantamento;Fiesse pantera con terribil guardo,Ed altre bestie assai di gran spavento.Tramutosse in ïena, in camelpardo,E in tigro, ch'è sì fiero e sì depento,E fie' battaglia in forma de griffone,De cocodrillo e in mille altre fazone.
E dimostrosse ancor tutto de foco,Qual sfavillava come de fornace.Ranaldo, in cui dotanza non ha loco,Saltò nel mezo, il paladino audace,E la rovente fiamma estima poco,Ma con Fusberta tutta la disface;E già trenta ferite ha quel pagano,Benché più volte è tramutato invano.
Al fin tutto deserto e sanguinosoFuor della porta se pose a fuggire;Or sendo occello, ora animal peloso,E in tante forme ch'io non saprei dire.Ranaldo sempre il segue furïoso,Che destinato è di farlo morire.Già sono alla marina; senza tardoSopra alla nave salta Balisardo.
Dalla ripa alla nave è poco spaccio,De un salto Balisardo fu passato;E 'l fio de Amon, che non teme altro impaccio,Dietro gli salta tutto quanto armato;E nella intrata se incappò nel laccio,Ove Dudone prima fu pigliato.Sue braccie e gambe avengia una catena;Ben se dibatte invano e si dimena.
Non valse il dimenar, ché preso fuDa duo poltron coperti de pedocchi,E sotto poppa lo menarno giù,Là dove il sole gli abagliava gli occhi.Tre onze avrà Ranaldo e non già piùDe biscotella, che è senza fenocchi,Vivendo a pasto come un Fiorentino,Né brïaco serà per troppo vino.
In cotal modo stette un mezo mese,Incatenato per piedi e per mane,Con altre gente che seco eran prese,Dico e compagni e più persone istrane;Sin che arivarno a l'ultimo paeseDe Manodante, a l'Isole Lontane,Ove furno alloggiati a una pregionePrasildo, Iroldo, Ranaldo e Dudone.
Ben forte il guardïan dentro gli serra,Ma ciascuno avea prima dislegato.Molta altra gente quivi eran per terraGiacendo e in piede, d'intorno e da lato;Tra questi stava Astolfo de Anghilterra,Che pur da Balisardo fu pigliato;El modo a dir serìa lunga novella,Perché lo prese in forma de donzella.
Quando partisse là dove AridanoCadette con Ranaldo a quel profondo,Lui con Baiardo e il destrier RabicanoE con due dame andò cercando il mondo,Sempre piangendo e sospirando invano,Poi che ha perduto il suo cugin iocondo;E così caminando gionse un giornoOve al castello odì suonare il corno:
A quel castello ove era la rivieraChe al verde piano intorno lo girava;E quella dama, che era passaggiera,Da Balisardo al ponte lo guidava.Quivi fu preso per strana maniera,Ché in forma de donzella lo gabbava:Or non vi è tempo racontarvi il tuttoCome in la nave al laccio fu condutto.
Però che mi conviene ora tornareAl conte Orlando, qual, come io contai,Volse questi compagni abandonare,Sol per colei che gli dona tal guai,Che giorni e notte nol lascia posare;E quel pensier non l'abandona mai,Ma sempre a rivederla lo retira:Sol di lei pensa e sol per lei sospira.
Con Brandimarte il franco paladinoA rivedere Angelica tornava,E per contar che strutto avea il giardino,Ed esser presto se altro comandava.Al terzo giorno di questo camino,Che 'l sole a ponto alora si levava,Trovarno a lato un fiume una pianuraTutta di prato e di bella verdura.
Stative queti, se voleti odireDe' duo che ritrovarno in questo loco,Che l'un sapea cacciar, l'altro fuggire:A riguardarli mai non fu tal gioco.Or chi fosser costoro io vo' dire,Se ve amentati della istoria un poco,Quando a Marfisa quel ladro africanoTolse, Brunello, il bon brando di mano.
E lei seguìto l'ha sino a quel giorno,E de impiccarlo sempre lo minaccia.Lui la beffava ogniora con gran scorno,E cento fiche gli avea fatto in faccia.A suo diletto la menava intorno,Già sei giornate gli ha dato la caccia;Esso, per darle più battaglia e pena,Sol per gabbarla dietro se la mena.
Lui ben serìa scampato de legiero,Che a gran fatica pur l'avria veduto,Però che egli era sopra quel destrieroChe un altro non fu mai cotanto arguto;Né credo che a contarvi sia mestiero,Come l'avesse l'Africano avuto:Alor che ad Albracà se fu condotto,A Sacripante lo involò di sotto.
Or, come io dico, sempre intorno giva,Beffando con più scherni la regina;E lei di mal talento lo seguiva,Perché pigliarlo al tutto se destina.Trista sua vita se adosso gli ariva!Ché lo fraccasserà con tal ruina,Che il capo, il collo, il petto e la corataTutte fian peste sol de una guanzata.
A questa cosa sopragionse Orlando,Come io vi dissi, insieme e Brandimarte,E l'uno e l'altro alquanto remirando,Senza fare altro, se tirarno in parte.Or, bei segnori, a voi mi racomando,Compìto ha questo canto le sue carte,Ed io per veritate aggio compresoChe il troppo lungo dir sempre è ripreso.
Canto decimoprimo
Gente cortese, che quivi de intornoSeti adunati sol per ascoltare,Dio vi dia zoia a tutti, e ciascun giornoVostra ventura venga a megliorare;Ed io cantando a ricontar ritornoLa bella istoria, e voglio seguitareOve io lasciai Marfisa sopra al piano,Che è posta in caccia dietro allo Africano:
Dietro a quel ladro, io dico, de Brunello,Che già dal re Agramante fu mandatoPer involar de Angelica lo annello;Ma lui più fie' che non fu comandato,Perché un destriero il falso ribaldelloDe sotto a Sacripante avea levato,Ed a Marfisa di man tolse il brando;So che sapeti il tutto, e come, e quando.
E lei, che a meraviglia era superba,Sì come già più volte aveti inteso,L'avea seguito in quel gran prato de erbaGià da sei giorni, ed anco non l'ha preso;Onde di sdegno la donzella acerbaSe consumava ne l'animo acceso,Poi che con tante beffe e tanto scornoLi agira il capo quel giottone intorno.
Perché, fuggendo e mostrando paura,Gli stava avanti e non si dilungava;Ed or, voltando per quella pianura,Spesso alle spalle ancor se gli trovava;E per mostrar di lei più poca cura,La giuppa sopra al capo rivoltava,E poi se alciava (intenditime bene)Mostrando il nudo sotto dalle rene.
Il conte Orlando, che stava da parteE cognosciuta avea prima Marfisa,Mirando l'atto, ed esso e BrandimarteDi quel giottone insieme fier' gran risa;Ma la regina per forza o per artePigliar pur vôl Brunello ad ogni guisa,Per far de tanti oltraggi alfin vendetta:E lui fuggendo sembra una saetta.
Fuggeva, spesso il capo rivoltando,E truffava di lengua e delle ciglia.Nel passar di traverso vidde Orlando,E di torli qualcosa se assotiglia.L'occhio gli corse incontinenti al brando,Che fu già fatto con tal meravigliaDa Falerina de Orgagna al giardino:Brando nel mondo mai fu tanto fino.
Egli era bello e tutto lavoratoD'oro e de perle e de diamanti intorno:Ben si serebbe il ladro disperato,Se avuto non avesse il brando adorno.Subitamente lo trasse da lato;Mai non se vidde al mondo maggior scorno,Ché 'l ladro passa e crida al conte: - Ascolta,Io torno per il corno a l'altra volta. -
Del brando non se avidde alora il conte,Ma alla minaccia sol del corno attese.Quel corno de cui parlo, fu de Almonte,Che il trasse a uno elefante in suo paese,Poi lo perse morendo in Aspramonte(Sì come io credo che vi sia palese),Allor che Brigliadoro e DurindanaAcquistò Orlando sopra alla fontana.
Come la vita il conte l'avea caro,Però lo prese prestamente in mano;Ma non valse a tenerlo alcun riparo,Tanto è malvaggio quel ladro Africano.E ben che aponto io non sappia dir chiaroCome passasse il fatto in su quel piano,Pur vi concludo senza diceriaChe 'l ladro tolse il corno e fuggì via.
Benché Marfisa l'ha sempre seguito,Lui ne va via col corno e con la spata.Quivi rimase il conte sbigotito,Né sa come la cosa sia passata.Già de sua vista è quel ladro partito,Con Marfisa alle spalle tutta fiata;Né lui, né Brandimarte ormai lo vede,Né lo posson seguir, ché sono a piede.