Onde, biasmando tal disaventura,Via se ne vanno, e non san che se fare.Ciascuno aveva indosso l'armatura,Che a piede è mala cosa da portare.Or, caminando per quella pianura,Sopra de un fiume vennero arivare.Oltre a quella acqua, in un bel prato piano,Stava una dama col destriero a mano.
Da l'altra ripa, aponto ove si varca,Era la dama del destrier discesa;In mezo il fiume, sopra de una barca,Un'altra dama avea seco contesa.Quella di là quest'altra molto incarcaDe biasmi, e de ogni inganno l'ha ripresa,- Perfida, - a lei dicendo - a che cagioneM'hai qua passata a ponermi in pregione? -
Altre parole usarno ancor tra loro,Sì come l'una dama a l'altra dice.Mentre che contendeano a tal lavoro,Orlando gionse in su quella pendice,Ed ebbe visto il destrier Brigliadoro,Che già gli tolse quella traditrice;Non so se aveti alla istoria il pensiero,Quando Origilla a lui tolse il destriero.
Quella Origilla che già sopra al pinoSi stava impesa per le chiome al vento,E poi, campata dal bon paladino,Gli tolse Brigliadoro a tradimento;Né molto dopo in Orgagna al giardino,Ove fu l'opra dello incantamento,Di novo ancor la perfida villanaLi tolse il bon destriero e Durindana.
Orlando quivi la trovò contendereCon l'altra, come io ho detto pur mo.Or, bei segnor, voi doveti comprendereChe la fiumana di cui parlato ho,È quella ove Ranaldo volse scendereCon tre compagni, e mai non ritornò,Ma fu ad inganno ne la nave presoDa Balisardo, come aveti inteso.
Sì come il conte vidde la donzellaChe col destriero a l'altra ripa stava,Amor di novo ancora lo martella,Né il doppio inganno più si ramentava,Che gli avea fatto quella anima fella;Lui fuor di modo più che inanzi amava.Chiese di grazia a quella passaggieraChe per mercè lo varca la riviera.
Ed Origilla, che cognobbe il conte,Ben se credette alora de morire;Pallida viene ed abassa la fronte,E per vergogna non sa che se dire.Intorno ha il fiume senza varco o ponte,E gionta è in loco che non può fuggire;Ma non bisogna a lei questa paura,Ché Orlando l'ama fuor d'ogni misura.
E ben ne fece presto dimostranza,Come a lei gionse, con dolci parole.Essa piangendo, o facendo sembianza,Sì come far ciascuna donna suole,Al conte dimandava perdonanza,E tanto invilupò frasche e vïole,Come colei che a frascheggiare era usa,Che al suo fallire aritrovò la scusa.
Mentre che fu tra loro il ragionareAlla riviera sopra al verde piano,Odirno ad alto un corno risuonareDel castelletto sopra al poggio altano;E poi vidderno al ponte giù callareE scendere alla costa il castellano.Senz'arme quel vecchione in arcion era,Ma seco avea d'armati una gran schiera.
Come fu gionto, al conte fie' riguardo,E salutollo assai cortesemente;Poi, sì come era usato, quel vecchiardoNarrò la loro usanza e convenienteDel ponte ove dimora Balisardo,Qual consumata avea cotanta gente;Come era incantator, falso e ribaldo,E ciò che prima avea detto a Ranaldo.
Senza longare in più parole il fatto,Giù per quel fiume Orlando fu portato,E seco in nave Brandimarte adatto,Ed Origilla gli sedea da lato;E volse il conte sopra ad ogni pattoChe Brigliador ben fusse governato.Il castellano il tolse, a giuramentoCiò promettendo; e 'l conte fu contento.
Gionti alla foce, ove il fiume entra in mareE sotto il ponte roïnoso corre,Già sotto a l'arco Balisardo appare,Che quasi pareggiava quella torre.A questo ponto vi serà che fare,Perché tutto l'inferno all'un soccorre,E l'altro è sì gagliardo di natura,Che omo del mondo contra a lui non dura.
Voi doveti, segnori, avere a menteCome era fabricata la muragliaOve se varca quella acqua corrente:Quivi discese Orlando alla battaglia.Sopra alla entrata non era altra gente,Né porta chiusa avanti, né serraglia.Poi che fu tutto quel castel passato,Trovarno al ponte Balisardo armato.
Benché pregasse Brandimarte assaiDi poter gire alla battaglia avante,Non volse Orlando aconsentir giamai,Ma trasse il brando ed isfidò il gigante.Sua Durindana, come io vi contai,Ha racquistata il bon conte d'Anglante,E comencion battaglia aspra e feroceA mezo il ponte sopra quella foce.
Or chi sentesse la destruzioneDe l'arme rotte, e l'elmi risuonare,E vedesse il gigante col bastone,Con Durindana il conte martellare,E piastre e maglia a gran confusïoneTirare a terra e per l'aria volare,Il mondo non ha cor cotanto ardito,Che a tal furor non fusse sbigotito.
Ambi gli scudi a quello assalto fieroPer la più parte a terra erano andati,Né l'un né l'altro avea in capo cimiero,Li usberghi in dosso han rotti e fraccassati;Né contar ve potrebbi de legieroTutti per ponto e colpi smisurati,Ma sempre al conte cresce ardire e possa,A l'altro ormai la lena e il fiato ingrossa;
Ed è ferito ancora in molte parte,Ma più disconciamente nel costato,Onde malvaggio torna alle sue artePer tramutarse, come era adusato;L'arme, che intorno avea tagliate e sparte,Gettarno foco e fiamma in ogni lato,Facendo sopra loro un fumo scuro;Tremò la terra in cerco e tutto il muro.
Lui si fece demonio a poco a poco:Come un biscione avea la pelle atorno,Da nove parte fuor gettava il foco,E sopra ad ogni orecchia avea un gran corno;Tutte le membre avea nel primo loco,Ma sfigurato dalla notte al giorno,Perché ha la faccia orrenda e tanto scura,Che puotea porre a ciascadun paura.
E l'ale grande avea di pipastrello,E le mane agriffate come uncino,Li piedi d'oca e le gambe de ocello,La coda lunga come un babuïno.Un gran forcato prese in mano il fello,Con esso vien adosso al paladino,Soffiando il foco e degrignando e denti,Con cridi ed urli pien d'alti spaventi.
Fecesi il conte il segno della croce,Poi sorridendo disse: - Io me credettiGià più brutto il demonio e più feroce.Via nell'inferno va, tra' maledetti,Là dove è il fuoco eterno che vi coce;E certo io provarò, se tu me aspettiAlla battaglia, come sei gagliardo,O vogli esser demonio, o Balisardo. -
Così ricominciò nuova tenzone,Né l'un da l'altro poco s'allontana.Orlando gionse un colpo nel forcone,E tutto lo tagliò con Durindana.Or ben se avidde il perfido giottoneChe non gli può giovar quella arte vana,Onde si volta e fugge verso il mare;Battendo l'ale par che aggia a volare.
Orlando il segue, ed ègli ancor ben presso,Perché a seguirlo ogni sua forza aguzza;E Balisardo se afrettava anco esso:Trista sua vita se ponto scapuzza!La coda alciava per la strata spesso,Lasciando vento e foco con gran puzza;Soffia per tutto, tal spavento il tocca,La lingua più d'un palmo ha fuor di bocca.
Brandimarte ancor lui dietro si andava,Sol per veder di questa cosa il fine.L'un dopo l'altro correndo arivavaSopra al bel porto; e tra l'onde marinePresso la ripa la nave si stava,Che l'altre gente avea fatte tapine.Sopra di quella Balisardo passa,E il conte apresso, che giammai nol lassa.
Il negromante, che è di mala mena,D'un salto sopra il laccio fu passato,Ma il conte trabuccò ne la catena,E tutto intorno fu presto legato;Né fu disteso in su la prora apena,Che e marinari uscirno ad ogni lato.Tutti cridano insieme col parone:- Sta saldo, cavallier, tu sei pregione. -
Lui se scotteva e già non stava in posa,Perché esser preso da tal gente agogna,Morta di fame, nuda e pedocchiosa;Ma quel che vôl Fortuna, esser bisogna.Vermiglia avea la faccia come rosaIl conte Orlando per cotal vergogna;Due galiofardi grandi l'ebber presoSopra alle spalle, e lo portâr di peso.
Ma Brandimarte gionse in su la riva,Che, come io dissi, avea questi seguiti;Quando la voce del suo conte odiva,Non fôr bisogno a quel soccorso inviti;Sopra alla nave de un salto saliva,E quei ribaldi, tutti sbigotiti,Lasciano Orlando e non san che si fare:Chi fugge a poppa, e chi salta nel mare.
E certo di ragione avean paura,Ché come al libro de Turpino io lezo,Duo pezzi fece de uno alla centura,E partì uno altro nel petto per mezo,Sì come avesse a ponto la misura.Lor, ciò mirando e temendo di pezo,Fuggian ciascun tremando e sbigotito;Or fuor di novo è Balisardo uscito.
Fuor della poppa uscì l'alto gigante,Che in la sua propria forma era tornato;Le gente della zurma, che eran tante,Chi se pose a sue spalle, e chi da lato.L'arme avean ruginente tutte quante,Quale è discalcio, e quale era strazato,Ben che sian gente al navicar maestre;E tutti han tarche e dardi e gran balestre.
Per Balisardo avean ripreso core,Cridando tutti insieme la canaglia,Che non se odì giamai tanto romore.Nel mezo della nave è la battaglia;Tra lor dà Brandimarte a gran furore,Ché tutti non li stima una vil paglia;Man roverso e man dritto il brando mena:Tutta la nave è già di sangue piena.
Così menava Brandimarte ardito,Fendendo a chi la testa a chi la panza.Ora ecco Balisardo ebbe cernito,Che de una torre armata avea sembianza.Già non bisogna che si mostri a dito,Ché undeci palmi sopra gli altri avanza;E Brandimarte verso lui s'accosta,E dietro a meza coscia il colpo aposta.
Più basso alquanto il brando fu disceso,Ché e colpi non si ponno indovinare;Tagliò le gambe, e cadde. Di quel pesoLa nave se piegò per affondare.Il busto sopra il legno andò disteso,Ed ambe due le gambe andarno in mare;Qua non vale arte de negromanzia,Ché Brandimarte il tocca tuttavia.
Lui chiamava il demonio con tempesta,Alïel, Libicocco e Calcabrina;Ma Brandimarte gli tagliò la testa,E via nel mar la trasse con roina.Or se incomincia de' morti la festaTra la zurmaglia misera e tapina:Chi salta in mare, e chi nella carena,Chi per le corde scappa in su l'antena.
Tutta la gente misera e disertaFu dissipata, come io vi ho contato,E non rimase sopra la copertaSe non il conte, che era incatenato,E Balisardo, concio come il merta,E Brandimarte, che era già montatoSopra la poppa, e là trovò il parone,Che avante a lui se pose ingenocchione,
Misericordia sempre dimandando,Ed acquistò perdono umanamente;E tornò Brandimarte al conte OrlandoE tutto il dislegò subitamente.Poi col parone entrambi ragionando,E fatta ritornar quella altra gente,De ciò che è fatto, non se dànno affanno:Quei che son morti, lor se ne hanno il danno.
E poi che insieme fôr pacificati,Come io ho detto, incominciò il parone:- Segnori, io so che ve meravigliati,Ché da meravigliare è ben ragione,De questo loco ove seti arivati,Quando per forza de incantazïoneSe facea Balisardo trasformare,Ch'è quivi occiso, e gettarenlo in mare.
Perché intendiati il fatto meglio avante,Il tutto vi farò palese e piano.Un vecchio re, nomato Manodante,A Damogir se sta, ne l'occeàno,Ove adunate ha già ricchezze tante,Che stimar nol potria lo ingegno umano;Ma la Fortuna in tutto a compimentoNé lui né altrui giamai fece contento.
Però che per duo figli il re meschinoÈ stato e stanne ancora in gran dolore;Il primo fu involato piccolinoDa un suo schiavo malvaggio e traditore.Io viddi il schiavo, e nomase Bardino,Picchiato in faccia e rosso di colore,Coi denti radi e col naso schiazato:Portò il fanciullo, e mai non è tornato.
A l'altro giovanetto ène incontrata,Come odireti, una sventura strana,Perché pregione è fatto de una fata.Non so se odesti mai nomar Morgana;Quella del giovanetto è inamorata,Quale ha beltate angelica e soprana,Per ciò l'ha chiuso in un loco profondo:Di fuor per forza nol trarebbe il mondo.
Ma lei fatto have al re promissïoneLasciare il giovanetto salvo e sano,Se un cavallier gli può donar pregione,Che Orlando è nominato, il Cristïano;Però che un'opra de incantazione,Fabricata in un corno troppo istrano,Che serebbe a contar molta lunghezza,Disfece il cavallier per sua prodezza.
Onde lo vôl pregione a ogni partitoLa fata, e ben lo avrà, s'io non me inganno;Ma, perché egli è feroce e tanto ardito,Se avrebbe nel pigliarlo molto affanno;Per ciò quel Balisardo che è perito(Così se n'abbi in sua malora il danno),Presente il nostro re se dette il vantoDe dargli Orlando preso per incanto.
Ma sino ad or non gli è venuto fatto,Benché ha pigliate già gente cotante,Che io non potrei contarle a verun patto.Fovi preso un Grifone e uno Aquilante,Ed uno Astolfo a quel laccio fu tratto,E fu preso un Ranaldo poco avante,E seco un altro giovane garzone;Se ben ramento, egli ha nome Dudone.
L'altra gente ch'è presa, è molta troppa,Né mi basta a contarli lo argumento;Tutti son scritti là sotto la poppa,E legger vi si pôn, chi n'ha talento.Ma tante foglie non lascia una pioppaLà nel novembre, quando soffia il vento,Quanti ènno e cavallier che quel giganteFatto ha condur pregioni a Manodante. -
Mentre che quel paron così parlava,Orlando dentro se turbò nel core,Perché color che costui nominavaDella Cristianitate erano il fiore,Ed egli ad uno ad un tutti gli amava,Ed avea di sua presa gran dolore;E destinò tra sé quel franco sireDe trargli di prigione, o de morire.
E poi che quel paron si stette queto,Che alcun di lor più non stava ascoltare,Parlò con Brandimarte di secreto,A lui dicendo ciò che voglia fare;Poi mostrandosi il conte in volto lietoPrega il paron che lo voglia portareAvanti al re, però che al suo comandoGli dava il cor de appresentargli Orlando.
E così, navicando con bon vento,Fôrno condutti a l'Isole Lontane;E quei duo cavallier pien de ardimentoAl re s'appresentarno una dimaneSopra una sala, che d'oro e d'argentoEra coperta de figure strane;Ché ciò che è in terra e in mare e nel celo alto,Là dentro era intagliato e posto a smalto.
Lor fierno la proposta a Manodante,Contando che per sua deffensïoneBalisardo avean morto, il fier gigante,Promettendoli Orlando dar pregione.Per questo gli fu fatto bon sembianteEd alloggiati fôrno a una maggioneRicca, adobbata, lì presso al palagio,Ove si sterno con diletto ad agio.
Era con seco la falsa donzella,Ché 'l conte non la volse mai lasciare,Qual è tanto fallace e tanto bella,Quanto di sopra odesti racontare.Or questa intese tutta la novellaDal conte Orlando, e ciò che dovea fare,Perché qualunche a cui se porta amoreTra' gli secreti insin de mezo il core.
Or questa dama assai Grifone amava(So che il sapeti, ché già lo contai),E di vederlo tutta sfavillava,Né d'altro pensa giorno e notte mai;E ben sa che in pregione ora si stava.Ma questo canto è stato lungo assai:Posati alquanto e non fati contese,Che a dir nell'altro io vi serò cortese.
Canto decimosecondo
Stella de amor, che 'l terzo cel governi,E tu, quinto splendor sì rubicondo,Che, girando in duo anni e cerchi eterni,De ogni pigrizia fai digiuno il mondo,Venga da' corpi vostri alti e superniGrazia e virtute al mio cantar iocondo,Sì che lo influsso vostro ora mi vaglia,Poi ch'io canto de amor e di battaglia.
L'uno e l'altro esercizio è giovenile,Nemico di riposo, atto allo affanno;L'un e l'altro è mestier de omo gentile,Qual non rifuti la fatica, o il danno;E questo e quel fa l'animo virile,A benché al dì de ancòi, se io non m'inganno,Per verità de l'arme dir vi possoChe meglio è il ragionar che averle in dosso,
Poi che quella arte degna ed onorataAl nostro tempo è gionta tra villani;Né l'opra più de amore anco è lodata,Poscia che in tanti affanni e pensier vani,Senza aver de diletto una giornata,Si pasce di bel viso e guardi umani;Come sa dir chi n'ha fatto la prova,Poca fermezza in donna se ritrova.
Deh! non guardate, damigelle, al sdegnoChe altrui fa ragionar come gli piace;Non son tutte le dame poste a un segno,Però che una è leal, l'altra fallace;Ed io, per quella che ha il mio core in pegno,Cheggio mercede a tutte l'altre e pace;E ciò che sopra ne' miei versi dico,Per quelle intendo sol dal tempo antico:
Come Origilla, quella traditrice,Qual per aver Grifone in sua balìa(Ché il cor gli ardea d'amor ne la radice)A Manodante andò, la dama ria;E ciò che Orlando a lei secreto dicePer trar fuor quei baron de pregionia,E le cose ordinate tutte quante,Lei le rivela e dice a Manodante.
Quando il re intese che quivi era Orlando,Nella sua vita mai fu più contento.Se stesso per letizia dimenando,Già parli avere il figlio a suo talento;Ma poi nella sua mente anco pensandoDel cavallier la forza e lo ardimento,Comprende bene e già veder gli pareChe nel pigliarlo assai serà che fare.
Alla donzella fece dar Grifone,Sì come a lei promesso avea davante,Ma lui non volse uscir mai de prigione,Se seco non lasciava anco Aquilante;E fu lasciato a tal condizïone,Che loro ed Origilla in quello istanteSi dipartin dal regno alora alora,Senza più fare in quel loco dimora.
Così lor se partirno a notte oscura:Ancor vi contarò del suo vïaggio.Or torno a Manodante, che ha gran curaD'aver quel cavallier senza dannaggio,Perché di sua prodezza avea paura;Onde fece ordinare un beveraggio,Che dato a l'omo subito adormentaSì come morto, e par che nulla senta.
A quei baron, che non avean sospetto,Fu meschiato nel vino a bere a cena,E poi la notte fôr presi nel lettoE via condotti, né il sentirno a pena;Però che 'l beveraggio che io vi ho detto,Sì gli avea tolto del sentir la lena,Che fôr portati per piedi e per mane,Né mai svegliarno insino alla dimane.
Quando se avidder poi quella matinaIn un fondo di torre esser legati,Ben se avisarno che quella fantinaLi avea traditi, essendosi fidati.- O re del celo, o Vergine regina, -Diceva il conte - non me abandonati! -Chiamando tutti e Santi ch'egli adora,Quanti n'ha il celo e poi degli altri ancora.
E come se amentava de pitturaA Roma, in Francia, o per altra provenzia,A quella facea voto, per paura,De digiunare, o de altra penitenzia.Esso avea a mente tutta la Scrittura,De orazïon e salmi ogni scïenzia;Ciò che sapea, diceva a quella volta,E Brandimarte sempre mai l'ascolta.
Era quel Brandimarte saracino,Ma de ogni legge male instrutto e grosso,Però che fu adusato piccolinoA cavalcare e portar l'arme in dosso;Onde, ascoltando adesso il paladinoChe a Dio se aricomanda a più non posso,Chiamando ciascun Santo benedetto,Li adimandava quel che avesse detto.
E benché il conte fosse in tal tormento,Pur, per salvar quella anima perduta,Prima narrògli il vecchio Testamento,E poi perché Dio vôl che quel se muta;Gli narrò tutto il novo a compimento,E tanto a quel parlare Idio l'aiuta,Che tornò Brandimarte alla sua Fede,E come Orlando drittamente crede.
Benché lì non se possa battizare,Pur la credenza avea perfetta e bona,E poi che alquanto fu stato a pensare,Verso del conte in tal modo ragiona:- Tu m'hai voluto l'anima salvare,Ed io vorei salvar la tua persona,S'io ne dovessi ancor quivi morire;Or se 'l te piace, il modo pôi odire.
Tu dèi comprender così ben come io,Che per te solo è fatta questa presa,Perché tra Saracini èi tanto rio,E de Cristianità sola diffesa.Ora, se io prendo il tuo nome e tu il mio,Non avendo altri questa cosa intesa,Né essendo alcun di noi qua cognosciuto,Forse serai lasciato, io ritenuto.
Io dirò sempre mai ch'io sono Orlando,Tu de esser Brandimarte abbi la mente;Guârti che non errasti ragionando,Ché guastaresti il fatto incontinente.Ma, se esci fuore, a te mi racomando:Cerca di trarme del loco presente;E se io morissi al fondo dove io sono,Prega per l'alma mia tu che sei bono. -
Quasi piangendo quel baron sopranoIn cotal modo il suo parlar finia.Allora il conte, che era tanto umano:- Non piaccia a Dio, - dicea - che questo sia!Speranza ha ciascadun ch'è Cristïano,Nel re del celo e nella Matre pia;Lui ce trarà per sua mercè de guai,Ma senza te non uscirò giamai.
Ma se tu uscissi, io restaria contento,Pur che tu me prometta tutta fiata,Per preghi, né minacce, né spaventoDe non lasciar la fede che hai pigliata.La nostra vita è una polvere al vento,Né se debbe stimar né aver sì grata,Che per salvarla, on allungarla un poco,Si danni l'alma nello eterno foco. -
Diceva Brandimarte: - Alto barone,Già molte volte odito ho racontareChe del servigio perde il guiderdoneColui che for de modo fa pregare;Io ti cheggio, per Dio di passïone,Che quel che ho detto, tu lo vogli fare;E quando far nol vogli, io te promettoCh'io tornarò di novo a Macometto. -
Orlando non rispose a quei sermoni,Né acconsentitte e non volse desdire.Eccoti gente armate de ronconiChe alla pregion la porta fanno aprire.Diceva il caporale: - O campïoni,Quale è Orlando di voi, debba venire;Quel che è desso, lo dica e venga avante,Ché appresentar conviense a Manodante. -
Brandimarte rispose incontinente,Che apena non avea colui parlato;Il conte Orlando diceva nïente,Ma sospirando si stava da lato.Or tolse Brandimarte quella gente,E così proprio come era legato(Che far non può diffesa né battaglia)Al re lo presentò quella sbiraglia.
Manodante era di natura umano,Però piacevolmente a parlar prese,Dicendo: - Ria fortuna e caso istranoA mio dispetto mi fa discortese;E ben ch'io sappia che sei cristïano,Nemico a nostra legge di palese,Sapendo tua virtute e il tuo valore,Assai me incresce a non te fare onore.
Ma la natura mi strenge sì forteE la compassïon de un mio figliolo,Che, a dirti presto con parole corte,A te per lui convien portar il dôlo.Crudel destino e la malvaggia sorteDe duo mi avea lasciato questo solo;Dece ed otto anni ha di ponto il garzone:Morgana entro ad un lago l'ha pregione.
Questa Morgana è fata del Tesoro;E perché par che già tu dispregiastiNon so che cervo che ha le corne d'oro,E sue aventure e soi incanti li hai guasti,(Ti debbi ramentar questo lavoro,Onde ogni breve dir credo che basti),Per questo te persegue in ogni banda,E sol de averti a ciascadun dimanda.
Onde per fare il cambio di mio figlioIn questa notte ti feci pigliare,E per trare esso di cotal periglioA quella fata ti voglio mandare;A benché di vergogna io sia vermiglio,Pensando ch'io te fo mal capitare,Sapendo che tu merti onore e pregio;Ma altro rimedio al suo scampo non vegio. -
Tenendo il re chinato a terra il visoFece fine al suo dir, quasi piangendo.Rispose Brandimarte: - Ogni tuo avisoSempre servire ed obedire intendo,Se mille miglia ancor fossi divisoDa questo regno; or tuo pregione essendo,Disponi a tuo volere ed a tuo modo,Ch'io vo' di te lodarme ed or mi lodo.
Ma ben ti prego per summa mercedeChe, potendo campare il tuo figlioloPer altra forma, come il mio cor crede,Che tu non me conduchi in tanto dôlo.Or, se te piace, alquanto ascolta e vede:Termine da te voglio un mese solo,E che tu lasci l'altro compagnone,Ed io starò tra tanto alla pregione,
Pur che il compagno che meco fo preso,Subitamente sia da te lasciato.Sopra alle forche voglio essere impeso,Se in questo tempo ch'io ho da te pigliatoNon ti è il tuo figliol sano e salvo reso,Perché in quel loco il cavalliero è stato.Sopra alla Fede mia questo ti giuro,Ed andarane e tornarà securo. -
Queste parole Brandimarte usavaEd altre molte più che qui non scrivo,Come colui che molto ben parlavaEd era in ogni cosa troppo attivo.Al fin quel vecchio re pur se piegava;A benché fosse di quel figlio privo,E lo aspettare a rivederlo un meseParesse uno anno, e' pur l'accordio prese.
Brandimarte si pose ingenocchione,Il re di questo assai ringrazïando,E poi fu rimenato alla prigione,E tratto fuor di quella il conte Orlando.Or chi direbbe le dolci ragioneChe ferno e due compagni lacrimando,Allor che il conte convenne partire?Quanto gli increbbe, non potrebbi io dire.
Sapean già il patto com'era fermato,Che al termine de un mese die' tornare;Onde, avendo da lui preso combiato,Con una nave si pose per mare.In pochi giorni a terra fu portato,Poi per la ripa prese a caminare,Dietro a l'arena, per la strata piana,Tanto che gionse al loco di Morgana.
Quel che là fece, contarò da poi,Se la istoria ascoltati tutta quanta:Ora ritorno a Manodante e' soi.Chi mena zoia, chi suona e chi canta;Chi promette a Macon pecore e boi.Chi darli incenso e chi argento si vanta,Se gli concede di veder quel giornoChe Zilïante a lor faccia ritorno.
Nome avea il giovanetto Zilïante,Come di sopra in molti lochi ho detto.A quelle feste che io dico cotante,Ne la cità per zoia e per dilettoAccese eran le torre tutte quanteDe luminari; e su per ciascun tettoSuonavan trombe e corni e tamburini,Come il mondo arda e tutto il cel ruini.
Era là preso Astolfo del re OtoneCon altri assai, sì come aveti odito,E benché fosse al fondo de un torione,Pur quello alto rumore avea sentito,E de ciò dimandando la cagioneA quel che per guardarli è stabilito,Colui rispose: - Io vi so dir paleseChe indi uscirete in termine de un mese.
E voglio dirvi il fatto tutto intiero,Perché più non andati dimandando.Al nostro re non fa più de mistieroLa presa de' baroni andar cercando,Però che in corte è preso un cavalliero,Qual per il mondo è nominato Orlando;Or potrà aver per contracambio il figlio,Che è ben di nome e di bellezza un ziglio.
Ma bene è ver che un cavallier pagano,Qual mostra esser di lui perfetto amico,Lasciato fu dal nostro re soprano,E tornar debbe al termine ch'io dico,E menar Zilïante a mano a mano,Benché io non stimo tal promessa un fico;Ma il re certo avrà il figlio a suo comando,Se in contraccambio là vi pone Orlando. -
Astolfo se mutò tutto di facciaE più di core, odendo racontareChe il conte era pur gionto a quella traccia,E il guardïano alor prese a pregare,- German, - dicendo - per Macon ti piacciaUna ambasciata a l'alto re portare,Che sua corona in ciò mi sia cortese,Ch'io veda Orlando, che è di mio paese. -
Sempre era Astolfo da ciascuno amato,Or non bisogna ch'io dica per che;Onde il messaggio subito fu andato,E l'ambasciata fece ben al re.Già Brandimarte prima era lasciato,Entro una zambra sopra a la sua fè,Ma disarmato; e sempre mai de intornoStava gran guarda tutta notte e 'l giorno.
Il re ne viene a lui piacevolmente,E dimandò chi fosse Astolfo e donde;Turbosse Brandimarte ne la mente,E, pur pensando, al re nulla risponde,Perché cognosce ben palesementeChe, come è giorno, indarno se nasconde,Onde sua vita tien strutta e diserta,Poi che la cosa al tutto è discoperta.
Al fin, per più non far di sé sospetto,Disse: - Io pensava e penso tuttaviaS'io cognosco l'Astolfo de che hai detto,Né me ritorna a mente, in fede mia,Se non ch'io vidi già in Francia un valletto,Qual pur mi par che cotal nome avia;Stavasi in corte per paccio palese,E nomato era il gioculare Anglese.
Grande era e biondo e di gentile aspetto,Con bianca faccia e guardatura bruna;Ma egli avea nel cervello un gran diffetto,Perché d'ognior che scemava la luna,Divenia rabbïoso e maledetto,E più non cognoscea persona alcuna,Né alor sapea festar, né menar gioco:Ciascun fuggia da lui come dal foco. -
- Lui proprio è questo, - disse Manodante- De sue piacevolezze io voglio odire. -Così dicendo via mandava un fante,Che lo facesse alor quindi venire.Questo, giognendo ad Astolfo davante,Incontinenti gli cominciò a direSì come il re l'avrebbe molto caro,Poi che egli era buffone e giocularo,
E come il cavallier del suo paese,Quale era Orlando, al re l'have contato.Astolfo de ira subito s'accese,E così come egli era infurïato,Col fante ver la corte il camin prese.Benché da molti dreto era guardato,Lui non restava de venir cridandoPer tutto sempre: - Ove è il poltron de Orlando?
Ov'è, - diceva - ove è questo poltrone,Che de mi zanza, quella bestia vana?Mille onze d'oro avria caro un bastonePer castigar quel figlio de putana. -Il re con Brandimarte ad un balconeOdîr la voce ancora assai lontana,Tanto cridava il duca Astolfo forteDi dare a Orlando col baston la morte.
E Brandimarte alor molto contentoDicea al re: - Per Dio, lasciànlo stare,Perché ponerà tutti a rio tormento:Poco de un paccio si può guadagnare.Adesso in tutto è fuor di sentimento:Questo è la luna, che debbe scemare;Io so com'egli è fatto, io l'ho provato:Tristo colui che se gli trova a lato! -
- Adunque sia legato molto bene, -Diceva il re - dapoi qua venga in corte;Di sua pacìa non voglio portar pene. -Eccoti Astolfo è già gionto alle porte,E per la scala su ratto ne viene.Ma nella sala ogniom cridava forte,Sergenti e cavallieri in ogni banda:- Legate il paccio! Il re così comanda. -
Ma quando Astolfo se vidde legare,Ed esser reputato per lunatico,Cominciò l'ira alquanto a rafrenare,Come colui che pure avea del pratico.Quando fu gionto, il re prese a parlareA lui, dicendo: - Molto sei selvaticoCon questo cavallier de tuo paese,Benché lui sia di Brava, e tu sia Anglese. -
Astolfo alor, guardando ogni cantone,- Ma dove è lui - diceva - quel fel guerzo,Il qual ardisce a dir ch'io son buffone,Ed egual del mio stato non ha il terzo?Né lo torria per fante al mio ronzone,Abench'io creda ch'el dica da scherzo,Sapendo esso di certo e senza falloChe di lui faccio come di vassallo.
Ove sei tu, bastardo stralunato,Ch'io te vo' castigar, non so se il credi? -Il re diceva a lui: - Che sventurato!Tu l'hai avante, e par che tu nol vedi. -Alora Astolfo, guardando da latoE dietro e innanci ogniom da capo a piedi,Dicea da poi: - Se alcun non l'ha copertoDi sotto al manto, e' non è qua di certo.
E tra coteste gente, che son tante,Sol questo Brandimarte ho cognosciuto. -Meravigliando dicea Manodante:- Qual Brandimarte? Dio me doni aiuto!Or non è questo Orlando, che hai davante?Io credo che sei paccio divenuto. -E Brandimarte alquanto sbigotitoPur fa bon volto con parlare ardito,
Al re dicendo: - Or non sai che al scemareChe fa la luna, il perde lo intelletto?Io credea che 'l dovesti ramentare,Perché poco davante io l'avea detto. -Alora Astolfo cominciò a cridare:- Ahi renegato cane e maledetto!Un calcio ti darò di tal possanza,Che restarà la scarpa ne la panza. -
Diceva il re: - Tenitelo ben stretto,Però che 'l mal li cresce tutta via. -Ora ad Astolfo pur crebbe il dispetto,E fu salito in tanta bizaria,Che minacciava a roïnar il tetto,E tutta disertar la Pagania,E cinquecento miglia intorno intornoMenare a foco e a fiamma in un sol giorno.
Comandò il re che via fosse condutto;Ma quando lui se vidde indi menareEd esser reputato paccio al tutto,Cominciò pianamente a ragionare.Dapoi che non aveva altro redutto,Con voce bassa il re prese a pregareChe ancor non fusse de quindi menato,E mostrarebbe a lui che era ingannato;
Però che, se mandava alla pregione,E facesse Ranaldo qua venire,O veramente il giovane Dudone,Da lor la verità potrebbe odire;E che lui volea stare al parangone,E se mentisse, voleva morire,Ed esser strascinato a suo comando,Ché questo è Brandimarte e non Orlando.
Il re, pur dubitando esser schernito,Cominciò Brandimarte a riguardare,Il quale, in viso tutto sbigotito,Lo fece maggiormente dubitare.Il cavallier, condutto a tal partitoChe non potea la cosa più negare,Confessa per se stesso aver ciò fatto,Acciò che Orlando sia da morte tratto.
Il re di doglia si straziava il mantoE via pelava sua barba canuta,Per il suo figlio ch'egli amava tanto;De averlo è la speranza ormai perduta.Ne la cità non se ode altro che pianto,E la allegrezza in gran dolor se muta;Crida ciascun, come di senno privo,Che Brandimarte sia squartato vivo.
Fu preso a furia e posto entro una torre,Da piedi al capo tutto incatenato;In quella non se suole alcun mai porreChe sia per vivo al mondo reputato.Se Dio per sua pietate non soccorre,A morir Brandimarte è iudicato.Astolfo, quando intese il convenienteCome era stato, assai ne fu dolente.
E volentier gli avria donato aiutoDe fatti e de parole a suo potere,Ma quel soccorso tardo era venuto,Sì come fa chi zanza oltra al dovere.Quel gentil cavalliero ora è perdutoPer sue parole e suo poco sapere;Or qui la istoria de costor vi lasso,E torno al conte, ch'è gionto a quel passo:
Al passo di Morgana, ove era il lagoE il ponte che vargava la rivera.Il conte riguardando assai fu vago,Ché più Aridano il perfido non vi era.Così mirando vidde morto un drago,Ed una dama con piatosa cieraPiangea quel drago morto in su la riva,Come ella fusse del suo amante priva.
Orlando se fermò per meraviglia,Mirando il drago morto e la donzella,Che era nel viso candida e vermiglia.Ora ascoltati che strana novella:La dama il drago morto in braccio piglia,E con quello entra in una navicella,Correndo giù per l'acqua alla seconda,E in mezo il lago aponto se profonda.
Non dimandati se il conte avea bramaDi saper tutta questa alta aventura.Ora ecco di traverso una altra damaSopra de un palafreno alla pianura.Come ella vidde il conte, a nome il chiamaDicendo: - Orlando mio senza paura,Iddio del paradiso ha ben volutoChe qua vi trovi per donarmi aiuto. -
Questa donzella che è quivi arrivata,Come io vi dico, sopra il palafreno,Era da un sol sergente accompagnata.Di lei vi contarò la istoria apieno,Se tornarete a questa altra giornata,E di quella del drago più né meno,Qual profondò nel fiume; or faccio ponto,Però che al fin del mio cantar son gionto.
Canto decimoterzo
Il voler de ciascun molto è diverso:Chi piace esser soldato, e cui pastore,Chi dietro a robba, a lo acquistar è perso,Chi ha diletto di caccia e chi d'amore,Chi navica per mare e da traverso,E quale è prete e quale è pescatore;Questo in palazo vende ogni sua zanza,Quello è zoioso, e canta e suona e danza.
A voi piace de odir l'alta prodezzaDe' cavalieri antiqui ed onorati,E 'l piacer vostro vien da gentilezza,Però che a quel valor ve assimigliati.Chi virtute non ha, quella non prezza;Ma voi, che qua de intorno me ascoltati,Seti de onore e de virtù la gloria,Però vi piace odir la bella istoria.
Ed io seguir la voglio ove io lasciai,Anci tornare a dietro, per chiarireDe le due dame, quale io vi contai;L'una era al lago, l'altra ebbe a venire.Or per voi stessi non sapresti maiChi fosser queste, non lo odendo dire;Ma io vi narrerò la cosa piana:Quella dal drago morto era Morgana,
E l'altra è Fiordelisa, quella bellaChe fu da Brandimarte tanto amata.Di questa vi dirò poi la novella,Ma torno prima a quella della fata;La qual, perché era de natura fella,Sopra del lago a quella acqua incantata,Ove nel fondo fu Aridano occiso,Aveva poi pigliato uno altro aviso.
Perché con succi de erbe e de radiceCòlte ne' monti a lume della luna,E pietre svolte de strana pendice,Cantando versi per la notte bruna,Cangiato avea la falsa incantatriceQuel giovanetto in sua mala fortuna,Io dico Zilïante, e fatto drago,Per porlo in guardia al ponte sopra al lago.
Ed avea tramutata sua figura,Acciò che quella orribile apparenziaSopra del ponte altrui ponga paura;Ma, fusse o per l'error de sua scienzia,O per strenger lo incanto oltra misura,Ebbe il garzone estrema penitenzia,Perché, come tal forma a ponto prese,Gettò un gran crido, e morto se distese.
Onde la fata, che tanto lo amava,Seco di doglia credette morire;Però piatosamente lacrimava,Come ne l'altro canto io vi ebbi a dire,E con la barca al fondo lo portava,Per farlo sotto il lago sepelire.Or più di lei la istoria non divisa,Ma torna a ricontar de Fiordelisa.
La qual, sì come Orlando ebbe veduto,Gli disse: - Idio del cel per sua pietateQua te ha mandato per donarmi aiuto,Sì come avea speranza in veritate.Or bisognarà ben, baron compiuto,Che a un tratto mostri tutta tua bontate;Ma, perché sappi che far ti conviene,Io narrarò la cosa: intendi bene.
Dapoi ch'io mi parti' da quello assedio,Che ancora ad Albracà dimora intorno,Con superchia fatica e maggior tedioCercato ho Brandimarte notte e giorno,Né a ritrovarlo è mai stato rimedio;Ed io faceva ad Albracà ritorno,Per saper se più là sia ricovrato,Ma nel vïaggio ho poi costui trovato.
Costui che meco vedi per sargente,Io l'ho trovato a mezo del camino,Ed è venuto a dir per accidenteChe portò Brandimarte piccolino,Qual fu figlio de un re magno e potente;Ma, come piacque a suo forte destino,Costui lo tolse a l'Isola Lontana,E diello al conte de Rocca Silvana.
Da poi che l'ebbe a quel conte venduto,Lui pur rimase in casa per servire;Ma poscia il fanciulletto fu cresciuto,Venne in gran forza e di soperchio ardire,E per tutto d'intorno era temuto.Per questo il conte avanti al suo morire,Non avendo né moglie né altro erede,Figlio se il fece e quel castel gli diede.
Brandimarte da poi per suo valoreCercato ha il mondo per monte e per piano,E nella terra per governatoreLasciò costui che vedi e castellano.Ora un altro baron pien di furore,Qual sempre fu crudele ed inumano,Scoperto a Brandimarte è per nimico:Rupardo ha nome il cavallier ch'io dico.
Costui con più sergenti e soi vassalliLo assedio ha intorno de Rocca Silvana.E de assalirla par che mai non calli,Per ruïnarla tutta in terra piana.E' crida: "Brandimarte per soi falliAdesso è preso al lago de Morgana.Io son per questo a prendervi venuto;Da lui non aspettati alcuno aiuto."
Onde costui, che temea de aver morte,Quando non fosse a quel Rupardo reso(E d'altra parte ancor gl'incresce forteChe 'l suo segnor da lui mai fusse offeso),Con molti incanti fie' gettar le sorte,Ed ha con quelle ultimamente intesoChe vero è ciò che dice quel fellone,E Brandimarte è nel lago in pregione.
Ora ti prego, conte, se mai graziaAver debbe da te nulla donzella,Che ciò che si può far, per te si fazia,Tanto che egli esca di questa acqua fella.Così ti renda ogni tua voglia saziaQuanto desidri, Angelica la bella;Così d'amor s'adempia ogni tua brama,Vivendo al mondo in glorïosa fama. -
Il conte narrò a lei con brevitateDi Brandimarte ciò che ne sapea,E tutte aponto le cose passate,E come al lago ritornar voleaPer Zilïante trar de aversitate,Qual l'altra fiata giù lasciato avea,E poi, per cambio di quel bel garzone,Trar Brandimarte fuor de la pregione.
De ciò la dama assai se contentava,E smontò il palafreno alla rivera;Standosi ingenocchione il cel guardava,Divotamente a Dio facea preghieraChe la ventura che il conte pigliavaSe ritrâsse in bon fine e tutta intiera;E già alla porta Orlando era arivato:Ben la sapea, ché prima anco vi è stato.
Nascosa era la porta dentro a un sasso,Di fuor tutta coperta a verde spine;Discese Orlando giù, callando al basso,Sin che fu gionto della scala al fine;Poi caminò da un miglio passo passoSopra del suol de pietre marmorine,E gionse nella piazza del tesoro,Ove è il re fabricato a zoie ed oro.
Quivi trovò la sedia che RanaldoAvea portata già sino alla uscita;Ora a contarvi più non mi riscaldoDi questa cosa, ché l'avete odita.Il conte uscì della piazza di saldoE gionse nel giardino alla finita,Ove abita Morgana e fa suo stallo,Ed è partito al mezo de un cristallo.
Apresso a quel cristallo è la fontana(Quel loco un'altra fiata ho ricontato);A questa fonte ancor stava Morgana,E Zilïante avea resucitato,E tratto fuor di quella forma strana.Più non è drago, ed omo è ritornato;Ma pur per tema ancora il giovanettoParea smarito alquanto nello aspetto.
La fata pettinava il damigello,E spesso lo baciava con dolcezza;Non fu mai depintura di pennelloQual dimostrasse in sé tanta vaghezza.Troppo era Zilïante accorto e bello,Ed esso è in volto pien di gentilezza,Ligiadro nel vestire e dilicato,E nel parlar cortese e costumato.
Però prendea la fata alto solaccioMirando come un specchio nel bel viso,E così avendo il giovanetto in braccioGli sembra dimorar nel paradiso.Standosi lieta e non temendo impaccio,Orlando gli arivò sopra improviso,E come quello che l'avea provata,Non perse il tempo, come a l'altra fiata;
Ma nella gionta diè de mano al crino,Che sventillava biondo nella fronte.Alor la falsa con viso volpino,Con dolci guardi e con parole pronteDimanda perdonanza al paladinoSe mai dispetto gli avea fatto on onte,E per ogni fatica in suo ristoroPromette alte ricchezze e gran tesoro.
Pur che gli lascia il giovanetto amante,Promette ogni altra cosa alla sua voglia;Ma il conte sol dimanda ZilïanteE stima tutto il resto una vil foglia.Or chi direbbe le parole tante,Il lamentare e i pianti pien di doglia,Che faceva Morgana in questa volta?Ma nulla giova: il conte non l'ascolta.
Ed ha già preso Zilïante a mano,E fora del giardin con esso viene,Né della fata teme incanto istrano,Poi che nel zuffo ben presa la tiene.Lei pur se dole e se lamenta invano,E non trova soccorso alle sue pene;Ora lusinga, or prega ed or minazza,Ma il conte tace e vien dritto alla piazza.
Quella passarno, e cominciarno a gireSu per la scala e tra que' sassi duri,E quando furno a ponto per uscireFuor della porta e de quei lochi oscuri,Allora il conte a lei cominciò a dire:- Vedi, Morgana, io voglio che mi giuriPer lo Demogorgone a compimentoMai non mi fare oltraggio o impedimento. -
Sopra ogni fata è quel Demogorgone(Non so se mai lo odisti racontare),E iudica tra loro e fa ragione,E quello piace a lui, può di lor fare.La notte se cavalca ad un montone,Travarca le montagne e passa il mare,E strigie e fate e fantasime vaneBatte con serpi vive ogni dimane.
Se le ritrova la dimane al mondo,Perché non ponno al giorno comparire,Tanto le batte a colpo furibondo,Che volentier vorian poter morire.Or le incatena giù nel mar profondo,Or sopra al vento scalcie le fa gire,Or per il foco dietro a sé le mena,A cui dà questa, a cui quella altra pena.
E però il conte scongiurò la fataPer quel Demogorgon che è suo segnore,La qual rimase tutta spaventata,E fece il giuramento in gran timore.Fuggì nel fondo, poi che fu lasciata;Orlando e Zilïante uscirno fuore,E trovâr Fiordelisa ingenocchione,Che ancor pregava con divozïone.
Lei, poi che entrambi fuor li vide usciti,Molto ringrazïava Iddio divino;E caminando insieme, ne fôr gitiInsino al mar che quindi era vicino.Poscia che nella nave fôr saliti,Con vento fresco entrarno al lor camino,Fendendo intra levante e tramontanaSin che son gionti a l'Isola Lontana.
Smontarno a Damogir, l'alta citate,Quale avea tra due torre un nobil porto.Quando le gente nel molo adunateEbbero in nave il giovanetto scorto,Alciarno un crido allegro di pietate,Perché prima ciascun lo tenea morto:Crida ciascuno, e piccolino e grande;Ognior di voce in voce più se spande.
A Manodante gionse la novella,Qual già per tutta la cità risuona.Lui corse là vestito di gonnella,E non aspetta manto ni corona.Non vi rimase vecchia, ni donzella:Ogni mestiero ed arte se abandona;Giovani, antiqui ed ogni fanciullina,Per veder Zilïante ogni om camina.
Tanta adunata quivi era la gente,Che avea coperto il porto marmorino;E Zilïante uscì primeramente,Poi Fiordelisa e Orlando paladino;Il quarto ne lo uscir fu quel sergente.Come fu visto, ogni om crida: - Bardino!Bardino! ecco Bardino! - ogni om favella- De l'altro figlio il re saprà novella. -
Quando la calca fu tratta da banda,De gire avante Orlando se argumenta;Umanamente al re se racomanda,Il suo figliol avante gli appresenta.Di Brandimarte poi presto dimanda;Ma il re di dar risposta non se attenta,Parendo a tal servigio essere ingrato,Poi che il compagno avea sì mal trattato.
Pur gli rispose che era salvo e sano:Ma per vergogna è nel viso vermiglio.Così tornando, con Orlando a mano,Venne per caso a rivoltare il ciglio,E veggendo Bardin disse: - Ahi villano!Or che facesti, ladro, del mio figlio?Pigliàti presto presto il traditore,Qual già mi tolse il mio figliol maggiore. -
A quella voce fu il sargente preso,E lui dimanda sol de essere odito,Onde di novo avanti al re fu reso,E contò a ponto come era fuggitoPer mare in barca; ed in terra disceso,Il figlio entro una rocca avea nutrito,Né si sapendo il nome in quella parteDe Bramadoro il fece Brandimarte.
Nome avea Bramadoro, essendo infante,Quel Brandimarte che or era pregione.El fu figliolo a questo Manodante;E quel Bardino per desperazioneChé 'l re il battette dal capo alle piante,Fosse per ira, o per sua fallisone,Ciò non so dir, ma via fuggì BardinoE Bramador portò, quel fanciullino.
Da poi che l'ebbe a quel conte venduto,Dico a Rocca Silvana, come ho detto,E' fu del male alquanto repentuto,E là rimase sol per suo rispetto;E, sin che 'l giovanetto fu cresciuto,Non se partitte mai de quel distretto,E Brandimarte a lui sempre ebbe amore,Onde il lasciò per suo governatore.
E tutto ciò contò Bardino a ponto,Narrando a lui la istoria del figliolo:Ma quando a dir che egli era al fin fo gionto,Il re sentì nel cor superchio dôlo,Perché posto l'avea, come vi conto,Al fondo de un torrion, su tristo sôlo.Là giù posto l'avea discalzo e nudo:Or se lamenta de esser stato crudo.
E benché prima avesse ancor mandato,Per rispetto de Orlando, a trarlo fuore,Ora a mandarvi è ben più riscaldato,Sempre piangendo de piatoso amore;Per allegrezza il crido è dupplicato,Non se sentì giamai tanto rumore:Per tetti, per li balchi e per le torre,Ciascun con lumi accesi intorno corre.
De cimbaletti e d'arpe e di leutiE de ogni altra armonia fan mescolanza.Il re, che duo figlioli avea perduti,Or gli ha trovati, e non avea speranza;E citadini insieme son venutiTutti alla piazza, e chi suona e chi danza;E le fanciulle e le dame amoroseGettano ad alto gigli fiori e rose.
Fra tanta gioia e tra tanta allegrezzaCondotto è Brandimarte avante al padre,Che fu nudo in pregione, ora è in altezza:Era coperto di veste legiadre.Piangeva ciascadun di tenerezza.Il re lo dimandò chi fu sua madre.- Albina, - disse a lui - ciò mi ramenta,Ma del mio padre ho la memoria spenta. -
Non puote il re più oltra sostenire,Ma piangendo dicea: - Figliol mio caro,Caro mio figlio, or che debbo mai dire,Ch'io te ho tenuto in tanto dôlo amaro?Ciò che a Dio piace se convien seguire;A quel che è fatto, più non è riparo. -Così dicendo ben stretto l'abbraccia,Avendo pien de lacrime la faccia.
Poi s'abbracciarno ed esso a Zilïante,E ben che sian germani ogni om avisa,Però che l'uno a l'altro è simigliante,Benché la etate alquanto li divisa.Or chi direbbe le carezze tanteChe Brandimarte fece a Fiordelisa?E poi che tutti in festa e zoia sono,Bardino ebbe ancor lui dal re perdono.
Gionti dapoi nel suo real palagio,Che al mondo de ricchezza non ha pare,A festeggiar se attese e stare ad agio;E 'l conte in summa fece battizareIl re coi figli e tutto il baronagio,A benché alquanto pur vi fu che fare;Ma Brandimarte seppe sì ben dire,Che 'l patre e gli altri fece seco unire.
Fôrno anche tratti della prigion fuoreRanaldo, Astolfo e gli altri tutti quanti,E fu lor fatto imperïale onore,E tutti rivestiti a ricchi manti.Una donzella con occhi d'amore,Leggiadra e ben accorta nei sembianti,Ne vene in sala; e tante zoie ha in testa,Che sol da lei splendea tutta la festa.
Ciascun guardava il viso colorito,Ma non la cognosceano assai né poco,Eccetto Orlando e Brandimarte ardito:Lor duo l'avean veduta in altro loco.Questa gabbò già il suo vecchio marito(Non so se ve amentati più quel gioco),Quando fu presa con le palle d'oro;E lei ne fece poi doppio ristoro,
Facendo Ordauro sotterra venire,Che istoria non fu mai cotanto bella.Voi la sapeti e più non la vo' dire,Se non contarvi che questa donzellaBrandimarte la trasse di martìre,Né alor sapea che fusse sua sorella,Quando da lui e dal conte de AnglanteOccisi fôr Ranchera ed Oridante.
E quivi la cognobbe per germana,Abbracciandosi insieme con gran festa,E ramentando a lei l'erba sopranaChe già l'avea guarito della testa,Quando Marfusto a lato alla fontanaL'avea ferito con tanta tempesta;Ed altre cose assai che io non divisoDicean tra lor con festa e zoia e riso.
Dapoi che molti giorni fôr passati,Che tutti consumarno in suono e in danza,Dudone una matina ebbe chiamatiTutti quei cavallieri in una stanza,Narrando a loro e populi adunatiCon Agramante per passare in Franza,E come era già armato mezo il mondoPer por re Carlo e i Cristïani al fondo.
Ranaldo e Astolfo s'ebbe a proferireAlla difesa de Cristianitate,Per la sua fede e legge mantenire,Insin che in man potran tenir le spate.Seco non volse Orlando allora gire,Né so dir la cagione in veritate,Se non ch'io stimo che superchio amoreLi desviasse da ragione il core.
Il dipartir di lor non fu più tardo;Passarno insieme il mare a mano a mano.Ranaldo salì poi sopra a Baiardo,E 'l duca Astolfo sopra Rabicano.Orlando a Brandimarte fie' riguardo,E molto il prega con parlare umanoChe ritornasser Zilïante ed essoA star col patre, che ha la morte apresso.
Ma non si trova modo né ragioneChe Brandimarte voglia ritornare;Pur Zilïante se piegò; il garzoneDi novo a Damogir tornò per mare.E Brandimarte è salito in arcione,Ché Orlando mai non vôle abandonare;Ambi passarno via quel tenitoroSino al castello ove era Brigliadoro.
Al conte fu il destrier restituito,E fatto molto onor dal castellano.Il duca Astolfo prima era partito,E Dudon seco e il sir de Montealbano.Quel figlio del re Otone era guarnitoDe l'arme d'oro, e la sua lancia ha in mano,E cavalcando gionse una matinaAl castel falso de la fata Alcina.
Alcina fu sorella di Morgana,E dimorava al regno de gli Atàrberi,Che stanno al mare verso tramontana,Senza ragione immansueti e barberi.Lei fabricato ha lì con arte vanaUn bel giardin de fiori e de verdi arberi,E un castelletto nobile e iocondo,Tutto di marmo da la cima al fondo.
E tre baroni, come aveti odito,Passarno quindi acanto una matina,E mirando il giardin vago e fiorito,Che a riguardar parea cosa divina,Voltarno gli occhi a caso in su quel litoOve la fata sopra alla marinaFacea venir con arte e con incantiSin fuor de l'acqua e pesci tutti quanti.
Quivi eran tonni e quivi eran delfini,Lombrine e pesci spade una gran schiera;E tanti ve eran, grandi e piccolini,Ch'io non so dire il nome o la manera.Diverse forme de mostri marini,Rotoni e cavodogli assai vi ne era;E fisistreri e pistrice e baleneLe ripe aveano a lei d'intorno piene.
Tra le balene vi era una maggiore,Che apena ardisco a dir la sua grandeza,Ma Turpin me assicura, che è lo autore,Che la pone due miglia di lungheza.Il dosso sol de l'acqua tenea fuore,Che undici passi o più salia d'alteza,E veramente a' riguardanti pareUn'isoletta posta a mezo il mare.
Or, come io dico, la fata pescava,E non avea né rete né altro ordegno:Sol le parole che all'acqua gettavaFacea tutti quei pesci stare al segno;Ma quando adietro il viso rivoltava,Veggendo quei baron prese gran sdegnoChe l'avesser trovata in quel mestiero,E de affocarli tutti ebbe in pensiero.
Mandato avria ad effetto il pensier fello,Ché una radice avea seco recata,Ed una pietra chiusa entro uno annello,Quale averia la terra profondata;Solo il viso de Astolfo tanto belloDal rio voler ritrasse quella fata,Perché mirando il suo vago colorePietà gli venne e fu presa d'amore.
E cominciò con seco a ragionareDicendo: - Bei baroni, or che chiedete?Se qua con meco vi piace pescare,Bench'io non abbia né laccio né rete,Gran meraviglia vi potrò mostrareE pesci assai che visti non avete,Di forme grande e piccole e mezane,Quante ne ha il mare, e tutte le più strane.
Oltra a quella isoletta è una sirena:Passi là sopra chi la vôl mirare.Molto è bel pesce, né credo che apenaDece sian visti in tutto quanto il mare. -Così Alcina la falsa alla balenaIl duca Astolfo fece trapassare,Quale era tanto alla ripa vicina,Che in su il destrier varcò quella marina.
Non vi passò Ranaldo, né Dudone,Ché ognom di loro avea de ciò sospetto,E ben chiamarno il figlio del re Otone,Ma lui pur passò oltra a lor dispetto.Ben se 'l tenne la fata aver pregioneE poterlo godere a suo diletto:Come salito sopra al pesce il vide,Dietro li salta e de allegrezza ride.
E la balena se mosse de fatto,Sì come Alcina per arte comanda.Non sa che farsi Astolfo a questo tratto,Quando scostar se vidde in quella banda;Lui ben se pone al tutto per disfatto,E sol con preghi a Dio si racomanda,E non vede la fata né altra cosa,Benché li presso a lui si era nascosa.
Ranaldo, poi che il vidde via portareIn quella forma, fu bene adirato;Pur se destina in tutto de aiutare,Benché contra sua voglia ivi era andato:Sopra Baiardo se caccia nel mareDietro al gran pesce, come disperato.Quando Dudone il vidde in quella traccia,Urta il destriero, e dietro a lui se caccia.
Quella balena andava lenta lenta,Ché molto è grande e de natura grave;De giongerla Ranaldo se argumenta,Natando il suo destrier come una nave.Ma io già, bei segnor, la voce ho spenta,Né ormai risponde al mio canto suave,Onde convien far ponto in questo loco.Poi cantarò, ch'io sia posato un poco.
Canto decimoquarto
Già molto tempo m'han tenuto a badaMorgana, Alcina e le incantazïoni,Né ve ho mostrato un bel colpo di spada,E pieno il cel de lancie e de tronconi;Or conviene che il mondo a terra vada,E 'l sangue cresca insin sopra a l'arcioni,Ché il fin di questo canto, s'io non erro,Seran ferite e fiamme e foco e ferro.
Ranaldo e Rodamonte alla frontieraSe vederanno insieme appresentati,E la battaglia andar schiera per schiera;Ma stati un poco quieti, ed aspettati,Ché io vo' prima tornar là dove io era,De' duo baron che al mare erano intrati.S'io non me inganno, doveti amentareChe Ranaldo e Dudone entrarno in mare,
Dietro ad Astolfo che su la balenaAvanti era portato per incanto.Dudon le gambe per quelle onde mena,E già per l'acque avea seguìto tanto,Che ormai più non vedea Ranaldo apena,E fu per ruïnare in tristo pianto,Però che il suo destrier per più non possoTrabuccò al fondo e portòl seco adosso.
E nel cader che fie'il giovane argutoFece a sé sopra il segno de la croce,E cridò: - Matre pia, donami aiuto! -Ranaldo se rivolse a quella voce,E quasi il pose al tutto per perduto.Ora diversa doglia al cor gli coce:Astolfo avante a lui via ne è portato,Alle sue spalle è questo altro affondato.
Pure il periglio grande de DudoneIl fece adietro rivoltar Baiardo;Come pesce natava quel ronzonePer la marina, tanto era gagliardo.Quando fu gionto dove era il garzone,Non bisognava che fusse più tardo,Ché ormai più non puoteva trare il fiato;Ben sapea dir se il mare era salato.
Ranaldo fuor d'arcione il tolse in braccio,E portòl sopra 'l litto alla sicura,E poi che questo ha tratto fuor de impaccio,Di seguitare Astolfo prese cura.Ma la balena era ita un tanto spaccio,Che a riguardar sì longe era paura,E l'aria cominciò di farsi bruna,Soffiando il vento e gelo e gran fortuna.
Con tutto ciò Ranaldo vôle entrare,Ma Prasildo facea molta contesa;Dudone, Iroldo sì seppon pregare,Che al fin piangendo abandona la impresa.Stasse nel litto e non sa che si fare,Poi che non trova al suo cugin diffesa;Il mar più leva l'onde, e giù dal cieloCade tempesta ed acqua con gran gelo.
Ora sappiati che questa roina,Qual par che tutto il mondo abbia a sorbire,Era ad incanto fatta per Alcina,Perché alcun altro non possa seguire.Or vo' lasciare Astolfo alla marina,Di lui poi molte cose avremo a dire;Torno a Ranaldo, che in su la rivieraSol se lamenta e piange e se dispera.
Da poi che molto in quel litto disertoFu stato a lamentar, come io ve ho detto,Con quella pioggia adosso, al discoperto,Ché ivi non era né loggia, né tetto,E lui non era del paese esperto,Però che mai non fu per quel distretto,Pur, seguitando a lato alla marina,Verso ponente più giorni camina.
Li Atàrberi passò, gente inumana,Di qua da loro il monte de Corubio,E per la Tartaria venne alla Tana.Quel che là fiesse, Turpin pone in dubio,Se non che gionse nella Transilvana,E passò ad Orsua il fiume del Danubio,Giongendo in Ongheria quella giornata,Ove trovò gran gente insieme armata.
Era adunata quella guarnisoneDi gente ardita e forte alla sembianza,Perché Otachier, figliol de Filippone,Era assembrato per passare in Franza,Ché l'avea già richiesto il re Carlone,Sentendo d'Agramante la possanza.Quel re mandava il figlio, com'io dico,Perch'era infermo ed anco molto antico.
Nella terra di Buda entrò Ranaldo,Ove il re lo ricolse a grande onore,Però che cognosciuto fu di saldo,Sapendosi per tutto il suo valore;Ed Otachier assai divenne baldo,Parendo alla sua andata un gran favoreEd un gran nome trïonfale e magnoLo aver Ranaldo seco per compagno.
Fu fatto capitano in quel consiglioIl pro' Ranaldo, e fu ciascun contento;E già le liste a candido e vermiglioNe' lor stendardi se spiegarno al vento.Ben racomanda Filippone il figlioMolto a Ranaldo, e tutto il guarnimento,E dopo, dietro alle real bandiere,Verso Ostreliche se dricciâr le schiere.
Passâr Bïena, e per la CarentanaVargano le Alpi fredde in quel confino,E giù scendendo nella Italia piana,Andarno avanti e gionsero a Tesino.Tre giorni manco de una settimanaRe Desiderio avea preso il camino;E, come là per tutto se ragiona,Con la sua gente è dentro de Savona.
Onde Ranaldo insieme ed OtachieriSeguir deliberarno il re lombardo.Essi avean trenta miglia cavallieri,L'un più che l'altro nobile e gagliardo,Che a quella impresa venian volentieri,Né avean de' Saracini alcun riguardo.Passarno e monti, e giù nel GenoeseSopra del mar la gente se distese.
Là dietro caminando molti giorni,Già di Provenza sono alle confine,E, vagheggiando quei colletti adorni,Tra cedri, aranci e palme pellegrine,Odirno risuonare e trombe e corniOltra a quel monte, e par che il cel roine:Di tal strida e furore è l'aria pieno,Che par che il mondo abissi e venga meno.
Ranaldo presto se trasse davanteEd Otachiero, e seco il bon Dudone,E lor gente lasciarno tutte quante,Tanto che gionti son sopra al vallone,Là dove Rodamonte lo africanteMena e Lombardi a gran destruzïone.Prima sconfitti alla battaglia fieraAvea i Francesi e il duca di Baviera.
E quattro figli soi feriti a morteEran distesi al campo sanguinoso;Né avendo esso riparo a quella sorte,Era fuggito tristo e doloroso.E sempre il saracin torna più forte,Dissipando ogni cosa il forïoso.Già il duca di Savoglia e di LorenaAvea spezzati e morti con gran pena.
A Bradamante, che è figlia de Amone,Occiso avea il destriero e posto a terra,E più gente tagliata in quel sabbioneChe giamai fosse morta in altra guerra.Tutta la cosa a ponto e per ragioneGià vi contai, se il mio pensier non erra,Insin che sua bandiera cadde al campo,Onde lui prese il disdegnoso vampo.
Quella bandiera, che è vermiglia e d'oro,Nel mezo a sopraposte è ricamata;Una dama e un leone ha quel lavoro:La dama è Doralice di Granata.Questo è di Rodamonte il suo tesoro;Né cosa al mondo avea più cara o grata,Perché colei che ha quella somiglianza,Era suo amore e tutta sua speranza.
Quando la vide a terra Rodamonte,Della gran doglia non trovava loco,Ed arrufârsi e crini alla sua fronte,Mostrando gli occhi rossi come il foco.Quale un cingial che a furia esce del monte,Che cani e cacciatori estima poco,Fiacca le broche e batte ambe le zane:Tristo colui che a canto gli rimane!
Cotal se mosse allora quel pagano,Sopra a' Lombardi tutto se abandona,E ben si sbarattò presto quel piano,Né vi rimase de intorno persona.Gli omini e l'arme taglia ad ogni mano,Della ruina il ciel tutto risuona,Perché scudi ferrati e piastre e magliaSpezza e fracassa a quella aspra battaglia.
De la sua gente ognior cresce la folta,Che venne prima in fuga e sbigotita.Ora torna cridando: - Volta! Volta! -E sopra a' Cristïan se mostra ardita.Intorno al franco re tutta è ricolta;Ma nostra gente quasi era stordita,Mirando il saracin cotanto audace;De' suoi gran colpi non si puon dar pace.
Nel campo de' Lombardi è un cavallieroNato di Parma, e nome ha Rigonzone,Forte oltra modo e di natura fiero,Ma non avea né senno né ragione.Da morte a vita avea poco pensiero;Ov'è il periglio e la destruzïone,E dove il scampo apena se ritrova,Più volentier si pone a far sua prova.
Costui, veggendo il forte saracinoChe sopra al campo mena tal tempesta,Non lo stimando più che un fanciullino,Gli sprona adosso con la lancia a resta.Cridando: - A terra! a terra! - in sul caminoA ritrovar l'andò testa per testa;Ruppe sua lancia, che è grosso troncone,Ed urta via nel corso del ronzone.