Chapter 15

Col petto del ronzone urta il paganoA briglia abandonata l'animoso,E ben credette trabuccarlo al piano,Ma troppo è Rodamonte ponderoso.Nel freno al gran destrier dette di mano,E quel ritenne al corso furïoso;Perciò non stette Rigonzone a bada:Rotta la lancia, ha già tratta la spada.

Lasciata avea la briglia, e ad ambe manoFeritte il saracin di tutta possa,Ma ciascun colpo adosso a quello è vano;Quella pelle del drago è tanto grossa,Che da possanza o da valore umanoNon teme taglio, o ponta, né percossa.Mentre ch'a lo Africano il colpo tira,Lui prende il suo destriero e intorno il gira.

E poi che l'ebbe alquanto regirato,Con furia via lo trasse di traverso,E quello andò per caso in un fossato,E sopra Rigonzon cadde riverso.Lasciamo lui, che vivo è sotterrato,E ritorniamo al saracin diverso,Che abatte sopra al campo ogni persona.Ecco afrontato ha il conte di Cremona,

Dico Arcimbaldo, il fio de Desiderio,Che vien col brando in mano alla distesa,Giovane ardito e degno de uno imperio,Ed atto a trare a fine ogni alta impresa;Né già gli attribuisco a vituperioSe fu perdente di questa contesa,Perché quel saracino ha tal possanza,Che tutti gli altri di prodezza avanza.

Egli abatte Arcimbaldo de l'arcione,Ferito crudelmente nella testa.Or se incomincia la destruzïoneDi nostra gente e l'ultima tempesta;E destrier morti insieme e le personeCadeno al campo, e quel pagan non restaMenare il brando da la cima al basso:Battaglia non fu mai di tal fracasso.

Ranaldo che nel monte era venuto,E Dudon seco e 'l giovene Otachieri,Quasi per maraviglia era perduto,Mirando del pagano e colpi fieri,E ben s'avede che bisogna aiuto;Né porre indugia vi facea mestieri,Ché de ogni parte è persa la speranza,Rotti e Lombardi, e fuggian quei di Franza.

Le lor bandiere al campo sanguinosoSquarzate a pezzi se vedeano andare;Nel mezo è Rodamonte il furïoso,Che sembra un vento di fortuna in mare,Ed ha quel brando sì meraviglioso,Qual già Nembroto fece fabricare,Nembroto il fier gigante, che in TesagliaSfidò già Dio con seco a la battaglia.

Poi quel superbo per la sua arroganzaFece in Babel la torre edificare,Ché de giongere in celo avea speranza,E quello a terra tutto ruïnare.Costui, fidando nella sua possanza,Il brando de cui parlo, fece fare,Di tal metallo e tal temperaturaChe arme del mondo contra a lui non dura.

Re Rodamonte nacque di sua gesta,E dopo lui portò quel brando al fianco,Qual mai non fu portato in altra inchiesta,Perché ogni altro portarlo venìa stanco,Né di brandirlo alcuno avia podesta;E 'l suo patre Ulïeno, ardito e franco,Benché di sua bontade avesse inteso,L'avea lasciato per superchio peso.

Or, come io dico, Rodamonte il porta,E sopra al campo mena tal ruina,Che avea più gente dissipata e morta,Che non han pesci e fiume e la marina;E gli altri tutti, senza guida e scorta,Per monti e per valloni ogniom camina;Pur che si toglia a lui davanti un poco,Non guarda ove se vada, o per qual loco.

Ranaldo che era gionto alla montagna,Mirando giuso la sconfitta al basso,Ché già de morti è piena la campagnaE gli altri vòlti in fuga a gran fraccasso,Forte piangendo quel baron se lagna,- Ahimè, - dicendo sconsolato e lasso,- Che io non spero più mai de aver conforto!Tra quella gente il mio segnore è morto!

Or che debbo più far, tristo, diserto,Che certamente morto è il re Carlone?Già pur in qualche guerra io sono esperto,E mai non vidi tal destruzïone.Re Carlo è là giù morto, io so di certo,E debbe avere apresso il duca Amone,Che gli portava sì fidele amore;Io so che occiso è apresso al suo segnore.

Ove è il franco Oliviero, ove è il Danese,Re di Bertagna, il duca di Baviera?Ove la falsa gesta maganzese,Che si mostrava sì superba e altiera?Alcun non vedo che faccia diffese,Né sola al campo ritta una bandiera.Tutti son morti, e non potria fallire;Ed io con seco al campo vo' morire.

Né so stimar chi sia quello Africano,Che occiso ha nostre gente tutte quante,Se forse non è il figlio di Troiano,Re di Biserta, che ha nome Agramante.Sia chi esser vôle, io vado a mano a manoAd affrontarme con quello arrogante;Voi, Otachiero, e tu, Dudon mio caro,Prendèti a nostra gente alcun riparo;

Ché io callo al campo come disperato,E son senza intelletto e coscïenza.O tu, mio Dio, che stai nel cel beato,Donami grazia nella tua presenza;Ché io te confesso che molto ho fallato,Ed or ritorno a vera penitenza.La fede che io ti porto, ormai mi vaglia,Ch'io son senza il tuo aiuto una vil paglia. -

Così parlava quel baron gagliardo,Piangendo tutta volta amaramente;Giù della costa sprona il suo Baiardo,E batte per furor dente con dente.Tornarno e due compagni senza tardo,Per condur sopra al poggio l'altra gente;Ma il pro' Ranaldo menando tempestaGionse nel campo e pose l'asta a resta.

Ver Rodamonte abassa la sua lanza,E ben l'avea nel campo cognosciuto,Ché tutto il petto sopra agli altri avanza,Ne la sua faccia orribile ed arguto,E gli occhi avea di drago alla sembianza.Or vien Ranaldo, e colse a mezo il scutoCon quella lancia sì nerbuta e grossaChe avria gettato un muro alla percossa.

Un muro avria gettato il fio de Amone,Con tal furore è dal destrier portato,E gionse Rodamonte nel gallone,E roverso il mandò per terra al prato.Come caduto fosse un torrïone,O il iugo de un gran monte roïnato,Cotal parve ad odir quel gran fraccasso,Quando giù cadde l'Africano al basso.

Non si puotria contar l'alta roina,Ché suonâr l'arme che ha il pagano in dosso,E tremò il campo insino alla marinaDi quel gran busto quando fu percosso.Or se mosse la gente saracina,Tutti a Ranaldo s'aventarno addosso;Per aiutare il suo segnor ch'è a terra,Adosso de Ranaldo ogniom si serra.

Lui già del fodro avea tratto Fusberta,E dà tra lor, ché non gli stima un fico;De prima urtata ha quella schiera aperta,Né discerne il parente da lo amico,Perché la gente misera e disertaTaglia senza rispetto, come io dico;A chi la testa, a chi rompe le braccia:Non dimandar se intorno al campo spaccia.

Ma Rodamonte, la anima di foco,Di novo si era in piedi redricciato,E per grande ira non trovava loco,Chiamandosi abattuto e vergognato.Già tutta la sua gente a poco a poco,Rotta per forza, abandonava il prato,Quando vi gionse il superbo Africante,Ed a Ranaldo se oppose davante.

A prima gionta de la spada menaGiù per le gambe del destrier Baiardo,E quel ronzon scappò de un salto a pena,Né bisognava che fusse più tardo;E Rodamonte il suo brando rimenaA gran roina, e non pone riguardoDe giongere a cavallo o cavalliero;Tanto è turbato e disdegnoso il fiero.

- Ahi falso saracin, - disse Ranaldo- Che mai non fusti di gesta reale!Non ti vergogni, perfido, ribaldo,Ferir del brando a sì digno animale?Forse nel tuo paese ardente e caldo,Ove virtute e prodezza non vale,De ferire il destriero è per usanza;Ma non se adopra tal costume in Franza. -

Parlò Ranaldo in lenguaggio africano,Onde ben presto il saracin lo intese,E disse: - Per ribaldo e per villanoNon ero io cognosciuto al mio paese;Ed oggi dimostrai col brando in manoA queste genti che ho intorno distese,Che de vil sangue non nacqui giammai;Ma, a quel che io vedo, non è fatto assai.

Se io non te pongo con seco a giacereSopra a quel campo, in duo pezzi tagliato,Più mai al mondo non voglio apparere,E tengome a ciascun vituperato;Ma sino ad ora te faccio sapereChe il tuo destrier da me non fia servato;La usanza vostra non estimo un fico,Il peggio che io so far, faccio al nimico. -

Questo che io dico tuttavia parlava,E cominciò a ferir con tanta frettaChe, se Ranaldo ponto l'aspettava,Era ad un colpo fatta la vendetta.Ma lui verso del poggio rivoltava,E corse forse un tratto di saetta;E smontò quivi e lasciovvi Baiardo,Tornando a piedi il principe gagliardo.

Quando il pagano il vidde ritornareSoletto, a piede, senza quel ronzoneChe via correndo lo puotea campare,Ben se lo tenne aver morto o pregione.Ma già le gente sopra al poggio appare,Qual conduce Otachieri e il bon Dudone,Li Ungari, dico, armati a belle schiere,Con targhe ed archi e lancie e con bandiere

Venian cridando quei guerreri arditiGiù della costa, e menando tempesta.Quando li vidde il re sì ben guarnitiDe arme lucente e con le penne in testa,Come gli avesse già presi e gremitiSaltava ad alto e faceva gran festa:Menando il brando intorno ad ogni manoFerìa gran colpi sopra al vento in vano.

Poi se mosse qual movese il leoneChe vede e cervi longi alla pastura,E già venendo fa tra sé ragioneCacciar da sé la fame alla sicura.Cotal quel saracin, cor di dragone,Che spreza tutto il mondo e non ha cura,Lasciò Ranaldo che già presso gli era,E rivoltosse incontra a quella schiera.

Tutta sua gente dietro a lui se mosse,Ed è per suo valor ciascuno ardito,E l'una schiera a l'altra se percosseA tutta briglia, nel campo fiorito.Del fraccasso de' scudi e lancie grosseNon fu giamai cotal rumore odito.A cui stava a mirare era gran festaPetto per petto urtar, testa per testa.

E corni e trombe e tamburi e gran voceFacean la terra e il cel tutto stremire,E li Africani e' nostri da la CroceNé l'un né l'altro avante puotea gire.Sol Rodamonte, il saracin feroce,Facea d'intorno a sé la folta aprire,Tagliando braccie e busti ad ogni latoCome una falce taglia erba di prato.

Non se vide giamai cotal spaventoChe 'l ferir del pagano in quella guerra.Come ne l'Alpe la ruina e il ventoAbatte e faggi con furore a terra:Cotale il saracin pien d'ardimentoTra' cavallieri a piedi se disferra,Non li stimando più che l'orso e bracchi:Già sono in rotta Ungari e Valacchi.

Benché Otachier se adoperasse assaiPer farli rivoltare alla battaglia,Non fu rimedio a voltarli giamai,Ma van fuggendo avanti alla canaglia;E Rodamonte, come io vi contai,Di qua di là nel campo li sbaraglia,Né vi è chi contra lui volti la fronte;Già gli ha cacciati insino a mezo il monte.

Il giovanetto fio de FilipponePer la vergogna se credea morire,E già di vista avea perso Dudone,Che in altra parte avea preso a ferire.Ranaldo era smontato de l'arcione,Sì come poco avante io vi ebbi a dire,Ed a quel loco non era presente,Ove egli è in volta tutta la sua gente.

Però si volse come disperatoVerso il pagano e la sua lancia arresta,E gionse il saracin sopra al costato,E fiaccò tutta l'asta con tempesta.Ma lui conviene andar disteso al prato,Ferito sconciamente nella testa:Nel capo Rodamonte l'ha ferito,E fuor d'arcion lo trasse tramortito.

Non era indi Dudone assai lontano,E prestamente fu del fatto accorto.Quando vidde Otachier andare al piano,Senza alcun dubbio lo pose per morto;E già lo amava lui come germano,Onde ne prese molto disconforto,E destinò nel cor senza fallireDi vendicarlo, o con seco morire.

E' non portò mai lancia il giovanetto,Per quanto da Turpino io abbia inteso,Ma piastra e maglia e scudo e bacinettoE la mazza ferrata di gran peso.Con quella viene adosso al maledetto,E sì come era di furore accesoTutto se abandonò sopra al paganoCon ogni forza, e tocca de ambe mano.

Ad ambe mano il tocca il damiselloSopra de l'elmo che è cotanto fino,E roppe la corona e 'l suo cerchiello,Né vi rimase perle né rubino.Tutto il frontale aperse a quel flagello,E cadde ingenocchione il saracino.Ma la sua gente che intorno li stava,Li dette aiuto; e ben gli bisognava.

Tutti cridando avanti al suo segnore,Coperto lo tenian co e scudi in braccio.E Dudon la sua mazza a gran furoreMena a due mano adosso al populaccio;E non curando grande né minore,Fiacca e profonda chi gli dona impaccio;Abatte e spezza, e de altro già non badaSe non di farsi a Rodamonte strada.

Ma lui già se era in piedi redricciato,E mena il brando a cui non val diffesa;Il scudo de Dudone ebbe spezzato,E strazia piastra e maglia alla distesa,E tutto il disarmò dal manco lato,Benché non fosse a quel colpo altra offesa:Ma non avea callato il brando apena,Che l'altro colpo a gran fretta rimena.

Dudon, che vede non poter parare,Però che troppo gli è il pagano adosso,Subitamente il corse ad abracciare.Or era l'uno e l'altro grande e grosso,Sì che un bon pezzo assai vi fo che fare,Ma Dudon alla fin per più non possoFu posto a terra da quel saracino,Preso e legato come un fanciullino.

Come volse Fortuna o Dio Beato,Ranaldo se trovò presente al fatto,E veggendo Dudone incatenato,Quasi per gran dolor divenne matto.Strenge Fusberta come disperato,Né prende alcun riguardo a questo tratto,Né stima più la vita o la persona;Ver Rodamonte tutto se abandona.

Egli era a piedi, come aveti odito,Ché al poggio avea lasciato il suo Baiardo;L'uno e l'altro de questi è tanto ardito,Che dir non vi saprei chi è più gagliardo.Ora il canto al presente è qui finito,Ed è gionto Ranaldo tanto tardo,Che non può far battaglia questo giorno;Doman la contarò: fati ritorno.

Canto decimoquinto

A cui piace de odire aspra battaglia,Crudeli assalti e colpi smisurati,Tirase avante ed oda in che travagliaSon due guerreri arditi e disperati,Che non stiman la vita un fil de paglia,A vincere o morire inanimati.Ranaldo è l'uno, e l'altro è Rodamonte,Che a questa guerra son condutti a fronte.

Avea ciascun di lor tanta ira accolta,Che in faccia avean cangiata ogni figura,E la luce de gli occhi in fiamma voltaGli sfavillava in vista orrenda e scura.La gente, che era in prima intorno folta,Da lor se discostava per paura;Cristiani e Saracin fuggian smariti,Come fosser quei duo de inferno usciti.

Siccome duo demonii dello infernoFossero usciti sopra della terra,Fuggia la gente, volta in tal squaderno,Che alcun non guarda se il destrier si sferra;E poi da largo, sì come io discerno,Se rivoltarno a remirar la guerraChe fanno e due baroni a brandi nudi,Spezzando usbergi, maglie, piastre e scudi.

Ciascun più furïoso se procacciaDe trare al fine il dispietato gioco;Al primo colpo se gionsero in facciaAmbi ad un tempo istesso e ad un loco.Or par che 'l celo a fiamma se disfaccia,E che quegli elmi sian tutti di foco;Le barbute spezzâr, come di vetro:Ben diece passi andò ciascuno adietro.

Ma l'uno e l'altro degli elmi è sì fino,Che non gli nôce taglio né percossa;Quel de Ranaldo già fo de Mambrino,Che avea due dita e più la piastra grossa;E questo che portava il Saracino,Fo fatto per incanto in quella fossaOve nascon le pietre del diamante;Nembroto il fece fare, il fier gigante.

Sopra a questi elmi spezzâr le barbuteAl primo colpo, come io vi ho contato;Mai non son ferme quelle spade argute,Disarmando e baron; da ogni latoLe grosse piastre e le maglie minuteVanno a gran squarci con roina al prato;Ogni armatura va de mal in pezo,Del scudo suo non ha più alcun lì mezo.

Ranaldo, a cui non piace il stare a bada,Mena a duo mano al dritto della testa,E Rodamonte, che il ferire agrada,Mena anch'esso a quel tempo, e non s'arresta;Ed incontrosse l'una a l'altra spada,Né se odette giamai tanta tempesta;E ben de intorno per quelle confinePar che il mondo arda e tutto il cel ruine.

Re Rodamonte, che sempre era usatoMandare al primo colpo ogniomo ad erba,Essendo con Ranaldo ora affrontato,Che rende agresto a lui per prugna acerba,Crucciosse fuor di modo, e desdignatoSprezava il cel quella anima superba,- Dio non ti puotria dar - dicendo - iscampo,Che io non ti ponga in quattro pezzi al campo. -

Così dicendo quel saracin crudoMena a due mani un colpo di traverso;Ranaldo mena anch'esso il brando nudo,E non crediati che abbia tempo perso,Onde l'un gionse l'altro a mezo il scudo.Fu ciascun colpo orribile e diverso,Fiaccando tutti e scudi a gran ruina,Né il lor ferir per questo se raffina.

Ché l'un non vôl che l'altro se dipartaCon avantaggio sol de un vil lupino;E come l'arme fossero de carta,Mandano a squarci sopra del camino.La maglia si vedea per l'aria spartaVolar de intorno sì come polvino,E le piastre lucente alla forestaCadean sonando a guisa de tempesta.

Stava gran gente intorno a remirare,Come io vi dissi, la battaglia oscura,Né alcun vantaggio vi san iudicare,Pensando e colpi a ponto e per misura.Ecco una schiera sopra al poggio appare,Che scende con gran cridi alla pianura,Con tanti corni e tamburini e trombe,Che par che 'l mare e il cel tutto rimbombe.

Mai non se vidde la più bella genteDi questa nova che discende al piano,Di sopraveste ed arme relucente,Con cimeri alti e con le lancie in mano.Perché sappiati il fatto intieramente,Vi fo palese che il re Carlo ManoÈ quel che viene, il magno imperatore,Ed ha con seco de' Cristiani il fiore;

Più de settanta millia cavallieri(Ché còlto è, dico, il fior d'ogni paese),Sì ben guarniti, e sì gagliardi e fieri,Che tutto il mondo non ve avria diffese:Avanti a tutti il marchese Olivieri,E seco a paro a paro il bon Danese,E della corte tutto il concistoro,Con le bandiere azurre a zigli d'oro.

Quello African, che ha tutto il mondo a zanza,Ranaldo dimandò di quella gente,E quando intese ch'egli è il re di Franza,Divenne allegro in faccia e nella mente,Come colui che avea tanta arroganza,Che tutti gli stimava per nïente;E senz'altro parlar né altro combiato,Verso questi altri subito è dricciato.

Di corso andava il saracin gagliardo,E già Ranaldo non puotea seguire,Ché facea salti assai maggior de un pardo.Gionto è tra nostri, e comincia a ferire;E se non era il giorno tanto tardo,Facea de' fatti suoi molto più dire;Ma la luce, che sparve a notte scura,Impose fine alla battaglia dura.

Pur vi rimase ferito il DaneseNel braccio manco e sopra del gallone;Ed Olivieri assai ben se diffese,Benché perdesse il scudo dal grifoneE fossegli spezzato ogni suo arnese.Grande tra gli altri fu la occisïone:Coperti erano a morti tutti e pianiDe nostra gente ed anco de pagani.

La oscura notte, come io vi contai,Partitte al fin la zuffa cominciata.Or ben mi fa meravigliare assai;Quel fier pagan, che tutta la giornataHa combattuto e non se posò mai,E, poi che la battaglia è raquietata,Va roïnando tutto il monte e 'l pianoPer ritrovar il sir de Montealbano.

Avanti fa condurse ogni pregione,Ché molti ne avea presi alla catena,E lor dimanda del figliol de Amone,E qual spaventa, e qual forte dimena;Un per paura, o per altra cagione,Disse che era ito nel bosco de Ardena,E già non eran sue parole vere:Né lo sapea, né lo potea sapere.

Però che il bon Ranaldo era tornatoA rimontar Baiardo, il suo destriero.Ma poi che al saracin fu ciò contato,Lascia sua gente e più non gli ha pensiero.Il caval de Dudone ebbe pigliato,Quale era grande a maraviglia e fiero;Sopra vi salta il forte saracino,E verso Ardena prende il suo camino.

Una grossa asta e troppo sterminataFuor de la nave sua fece arrecare,E non aspetta luce né giornata,Ma quella notte prese a caminare;Onde sua gente, che era abandonata,Senza il suo aiuto non sa che si fare;Tutti smariti e pien de alto spaventoEntrarno in nave e dier le vele al vento.

Ogni pregione e tutto il loro arnesePortavan alle nave con gran fretta;Dudon tra' primi, il giovane cortese,Menava via la gente maledetta.Ma chi fu tardo a distaccar le prese,Sopra di lor discese la vendetta,Perché Ranaldo, a destrier risalito,Con gran ruina gionse in su quel lito.

De Rodamonte va il baron cercandoPer ogni loco a lume della luna;A nome lo dimanda e va cridandoAd alta voce per la notte bruna;E sopra alla marina riguardandoVede la gente che l'arnese aduna:A più poter ciascun forte se tràfficaPer porlo in nave e via passare in Africa.

Ranaldo dà tra lor senza pensare,Ché ben cognobbe che eran Saracini;Quivi de intorno fo il bel sbarattare,Fuggendo tutti in rotta quei meschini.Chi ne la nave, e chi saltava in mare,L'un non aspetta che l'altro se chiniA prender cosa che gli sia caduta;Ma sol fuggendo ciascadun se aiuta.

Gli altri che a terra avean volto il timone,Via se ne andarno, abandonando il lito,E seco ne menâr preso Dudone,Che, se Ranaldo l'avesse sentito,Avria menata gran destruzïone,E forse entro a quel mar l'avria seguito;Ma lui non si pensava di tale onte,Sol dimandando ove era Rodamonte.

Un saracin ben forte spaventato,Che anti a Ranaldo inginocchion si pose,Di Rodamonte essendo dimandato,La pura verità presto rispose:Come al bosco de Ardena era invïato,Tutto soletto per le piaggie ombrose,Essendo detto a lui che a quel caminoGiva Ranaldo, al Fonte de Merlino.

Il Fonte de Merlino era in quel bosco,Sì come un'altra volta vi contai,Che era a gli amanti un velenoso tosco,Ché, ivi bevendo, non amavan mai;Benché lì presso a quel loco foscoPassava una acqua che è megliore assai:Meglior de vista e de effetto peggiore;Chiunche ne gusta, in tutto arde d'amore.

Quando Ranaldo intese che a quel locoAndava Rodamonte a ricercarlo,Di questa gente si curava poco,E più presto partì che io non vi parlo.Il cuor gli fiammeggiava come un focoDel gran desio che avea di ritrovarlo,E via trottando a gran fretta caminaVerso ponente, a canto alla marina.

E Rodamonte simigliantementeDe giongere ad Ardena ben se spaccia;E parlava tra sé nella sua mente,Dicendo: "Questo dono il ciel mi faccia,Pur che ritrovi quel baron valente,O ch'io l'occida, o torni seco in graccia;Ché, essendo morto, in terra non ho pare,E se egli è meco, il cel voglio acquistare.

Né creder potrò mai che 'l conte OrlandoAbbia di questo la mera bontate.Io l'ho provato, e di lancia e di brandoNon è il più forte al mondo in veritate.O re Agramante, a Dio ti racomando,Se tu discendi per queste contrate!Essendote io, come serò, lontano,Tutta tua gente fia sconfitta al piano.

Come diceva il vero il re Sobrino!Sempre creder si debbe a chi ha provato.Or, s'egli è tale Orlando paladinoCome costui che meco a fronte è stato,Tristo Agramante ed ogni saracinoChe fia di qua dal mar con lui portato!Io, che tutti pigliarli avea arroganza,Assai ne ho de uno, e più che di bastanza."

Così parlando andava il re pagano,E non sapendo a ponto quel vïaggio,Nel far del giorno gionse in un bel pianoLà dove un cavallier veniva adaggio;E Rodamonte con parlare umanoDimandò al cavalliero in suo lenguaggioQuanto indi fusse alla selva de Ardena,Se lo sapesse, e qual strata vi mena.

Rispose prestamente il cavalliero:- Nulla te so contar di quel camino,Perché io, sì come tu, son forastiero,E vo piangendo, misero e tapino,Non riguardando strata né sentiero,Ma dove mi conduce il mio destino,A strugimento, a morte, a ogni dolore,Poi che se piace al deslïale amore. -

Perché sappiati il fatto ben compiuto,Quel cavallier che fa tal lamentanzaDolendosi de amore, è Feraguto,Che fu al suo tempo un raggio di possanza;Ed ora travestito era venutoNascosamente nel regno di Franza,Sol per saper, quella anima affocata,Se giamai fusse Angelica tornata.

Egli anco amava quella damigella,Come potesti odir primeramente,E non potendo aver di lei novella,Benché ne dimandasse ad ogni gente,Or per questa ventura ed or per quellaSe consumava dolorosamente,E giorno e notte non avia mai bene,Sempre languendo e sospirando in pene.

Or, come aveti inteso, il giovanettoTrovò quel re pagano alla campagna,E sterno insieme alquanto a lor diletto,E ciascadun de Amor si dole e lagna.Pur, così ragionando, venne dettoA Feraguto come era di Spagna,E che pur mo tornava di Granata,Ove una dama avea gran tempo amata;

E come era chiamata DoraliceQuella, figliola del re Stordilano.- Non più parole, - Rodamonte dice- Ma prendi la battaglia a mano a mano.Chi te ha condotto, misero, infelice,A morire oggi sopra a questo piano?Ché comportar non voglio e non potreiChe altri che me nel mondo ami colei. -

Rispose Feraguto: - Essendo grande,Lo esser cucioso assai ti disconviene;Ma poi che la battaglia me domande,Tra noi la partiremo, o male o bene,E l'alterezza tua che sì se spande,Potria tornarti in dolorose pene.Amai colei; lo amore ebbe a passare:Per tuo dispetto voglio ancora amare. -

Con tal parole e con de l'altre assaiSe furno insieme e duo baron sfidati.Ambi avean lancie, come io vi contai:Con esse a resta se fôr rivoltati.Più crudel scontro non se udì giamai;E due destrier, di petto insieme urtati,Andarno a terra, e i cavallieri adosso,Con tal fraccasso che contar non posso.

E le lor lancie grosse oltra a misuraSe fragellarno insin presso alla resta;Ciascun de svilupparsi se procuraPer rimenar col brando un'altra festa.Or si comincia la battaglia duraDe' colpi sterminati e la tempestaDe l'arme rotte e piastre con ruina,Come battesse un fabro alla fucina.

Non avea indugia o sosta il lor ferire,Ma quando l'un promette, e l'altro dona;E ben da longe se potrebbe odire,Perché ogni colpo de intorno risuona.E certamente io non saprei ben direQual sia più ardita e più franca persona;Tanto son de alto core e di gran lena,Che un altro par non trovo al mondo apena.

Ciascuno è de ira e di superbia caldo,E però combattean con molto orgoglio,L'un più che l'altro alla battaglia saldo.Ma quella nel presente dir non voglio,Perché convien contarvi di Ranaldo;Dapoi ritornarò, sì come io soglio,A dirvi questa zuffa alla distesa,Sì che vi fia diletto averla intesa.

Giva Ranaldo, come aveti odito,In verso Ardenna, alla ripa del mare,Credendo Rodamonte aver seguito,Ma lui giamai non puote ritrovare,Perché il dritto vïaggio avea smarito,E poi con Feraguto ebbe che fare;Onde lui caminando avanti passa,Ed a sé drieto Rodamonte lassa.

Quando fu gionto alla selva fronzuta,Dritto ne andava al Fonte di Merlino:Al Fonte che de amore il petto muta,Là dritto se n'andava il paladino.Ma nova cosa che egli ebbe veduta,Lo fece dimorare in quel camino:Nel bosco un praticello è pien de fioriVermigli e bianchi e de mille colori.

In mezo il prato un giovanetto ignudoCantando sollacciava con gran festa.Tre dame intorno a lui, come a suo drudo,Danzavan, nude anch'esse e senza vesta.Lui sembianza non ha da spada o scudo,Ne gli occhi è bruno, e biondo nella testa;Le piume della barba a ponto ha messe:Chi sì, chi no direbbe che le avesse.

Di rose e de vïole e de ogni fioreCostor che io dico, avean canestri in mano,E standosi con zoia e con amore,Gionse tra loro il sir de Montealbano.Tutti cridarno: - Ora ecco il traditore, -Come l'ebber veduto - ecco il villano!Ecco il disprezator de ogni diletto,Che pur gionto è nel laccio al suo dispetto! -

Con quei canestri al fin de le paroleTutti a Ranaldo se aventarno adosso:Chi getta rose, chi getta vïole,Chi zigli e chi iacinti a più non posso.Ogni percossa insino al cor li duoleE trova le medolle in ciascuno osso,Accendendo uno ardore in ogni locoCome le foglie e i fior fosser di foco.

Quel giovanetto che nudo è venuto,Poi che ebbe vòto tutto il canestrino,Con un fusto di ziglio alto e fronzutoFerì Ranaldo a l'elmo de Mambrino.Non ebbe quel barone alcuno aiuto,Ma cadde a terra come un fanciullino;E non era caduto al prato a pena,Che ai piedi il prende e strasinando il mena.

De le tre dame ogniuna avea ghirlandaChi de rosa vermiglia e chi de bianca;Ciascuna se la trasse in quella banda,Poi che altra cosa da ferir li manca;E benché il cavallier mercè dimanda,Tanto il batterno, che ciascuna è stanca,Però che al prato lo girarno intorno,Sempre battendo, insino a mezo giorno.

Né il grosso usbergo né piastra ferrataPoteano a tal ferire aver diffesa;Ma la persona avea tutta piagataSotto a quelle arme, e di tal foco accesa,Che ne lo inferno ogni anima dannataHa ben doglia minor senza contesa,Là dove quel baron de disconforto,Di tema e di martìr quasi era morto.

Né sa se omini o dei fosser costoro:Nulla diffesa o preghera vi vale;E, standosi così, senza dimoroCrescerno in su le spalle a tutti l'ale,Quale erano vermiglie e bianche e d'oro,E in ogni penna è un occhio naturale,Non come di pavone, o de altro occello,Ma di una dama grazïosa, e bello.

E, poco stando, se levarno a volo,L'un dopo l'altro verso il cel saliva.Ranaldo a l'erba si rimase solo;Amaramente quel baron piangiva,Perché sentia nel cor sì grande il dôlo,Che a poco a poco l'anima gli usciva,E tanta angoscia nella fine il prese,Che come morto al prato se distese.

Mentre che tra quei fior così iacea,E de morire al tutto quivi estima,Gionse una dama in forma de una dea,Sì bella che contar nol posso in rima,E disse: - Io son nomata Pasitea,De le tre l'una che te offese in prima:Compagna dello Amore e sua servente,Come vedesti e provi di presente.

E fu quel giovanetto il dio d'Amore,Qual te gettò de arcion come nemico;Se contrastar ti credi, hai preso errore,Ché nel tempo moderno o ne l'anticoNon si trova contrasto a quel segnore.Ora attendi al consiglio che io te dico,Se vôi fuggir la dolorosa morte;Né sperar vita o pace in altra sorte.

Amore ha questa legge e tal statuto,Che ciascun che non ama, essendo amato,Ama po' lui, né gli è l'amor creduto,Acciò che 'l provi il mal ch'egli ha donato.Né questo oltraggio che te è intravenuto,Né tutto il mal che puote esser pensato,Se può pesar con questo alla bilancia,Ché quel cordoglio ogni martìre avancia.

Il non essere amato ed altri amareAvanza ogni martìr, come io te ho detto,E questa legge converrai provare,Se vôi fuggir de Amore ogni dispetto.Or, perché intenda, a te conviene andarePer questo bosco ombroso a tuo diletto,Sin che ritrovarai sopra a una rivaUno alto pino ed una verde oliva.

La rivera zoiosa indi dechinaPer li fioretti e per l'erba novella;Ne l'acqua trovarai la medicinaA quel dolor che al petto ti martella. -Così parlò la dama peregrina,Poi ne l'aria volò come una occella;Salendo sempre in su, del celo acquista,Onde a Ranaldo uscì presto di vista.

Lui doloroso non sa che si fare,Poi che incontrata ha sì forte ventura,Né tra se stesso puote imaginareCome tal cosa sia fuor de natura,Che veda gente per l'aria volare,Né contra a lor val forza né armatura.Da gente ignuda è vento il suo valoreCon zigli e rose e con foglie di fiore.

A gran fatica il suo corpo tapinoLevò dove languendo l'avea messo,E con più pena si puose in camino,Cercando intorno il bosco ombroso e spesso;E trovò verso il fiume l'alto pinoE l'arbor de l'oliva a quello apresso.Da le radice stilla una acqua chiara,Dolce nel gusto e dentro al core amara;

Perché de amore amaro il core accendeA chi la gusta l'acqua delicata;E però già Merlin per fare amendeLa fonte avea qua presso edificata,Che fa lasciar ciò che a questa se prende,Come io vi racontai quella giornataQuando Ranaldo bevette alla fonte,Ove Angelica poi n'ebbe tante onte.

Or nel presente non se racordavaPiù il cavallier di quel tempo passato,Ma come aponto in su 'l fiume arivava,Essendo doloroso ed affannato,Ché ogni percossa gran pena li dava,Sopra alla ripa fu presto chinato,E per gran sete il principe gagliardoAssai bevette e non vi ebbe riguardo.

Bevuto avendo ed alciando la facia,Da lui se parte ogni passata doglia,Benché la sete perciò non se sacia,Ma, più bevendo, più di bere ha voglia.Lui di questa ventura Idio ringracia,E standosi contento e con gran zogliaLi torna nella mente a poco a pocoChe un'altra fiata è stato in questo loco;

Quando, dormendo ne l'erba fiorita,Con zigli e rose Angelica il svegliò,E ricordosse che l'avea fuggita,Dil che acramente se ripente mo.De amor avendo l'anima ferita,Vorebbe adesso quel che aver non pô,La bella dama, dico, in quel verziero,Ché nel presente non serìa sì fiero.

E biasmando la sua crudelitateE le grande onte fatte a quella dama,Tutte le amenta quante ne ha già usate,E sé crudele e dispietato chiama.Già la odïava poche ore passate,Più che se stesso nel presente l'ama;E tanta voglia ha dentro al core accolta,Che vôl tornare in India un'altra volta.

Sol per vedere Angelica la bellaUn'altra volta in India vôl tornare.Venne a Baiardo per salire in sella,Che poco longi il stava ad aspettare:E così andando vidde una donzella,Ma non la potea ben rafigurare,Perché era dentro al bosco ancor lontana,Oltra a quel fiume, a lato a la fontana.

Le chiome avea rivolte al lato manco,E la cima increspata e sparta al vento;Sopra de un palafren crinuto e bianco,Che ha tutto ad ôr brunito il guarnimento,Un cavallier gli stava armato al fianco,Ne la sembianza pien de alto ardimento,Che ha per cimero un Mongibello in testa,Ritratto al scudo e nella sopravesta.

Dico che quel barone ha per cimeroUna montagna che gettava foco;E 'l scudo e la coperta del destrieroAvean pur quella insegna nel suo loco.Ora, cari segnori, egli è mestieroQuesta ragione abbandonare un poco,Per accordar la istoria ch'è divisa:Torno a Brunel, che ancor dietro ha Marfisa.

Non lo abandona la donzella altiera,Ma giorno e notte senza fine il caccia,Né monte alpestro, né grossa riviera,Né selva, né palude mai lo impaccia.Ma Frontalate, la bestia legiera,Li facea indarno seguitar tal traccia:Quel bon destrier, che fu di Sacripante,Come un uccello a lei fugge davante.

Quindeci giorni già l'avea seguito,Né d'altro che di fronde era pasciuta.Il falso ladro, che è forte scaltrito,Ben de altro pasto il suo fuggire aiuta;Perché era tanto presto e tanto ardito,Che ogni taverna che avesse veduta,Dentro ve intrava e mangiava di botto,Poi via fuggiva e non pagava il scotto.

E benché i teverneri e' lor sergentiDietro li sian con orci e con pignate,Lui se ne andava stropezando e denti,E faceva a ciascun mille ghignate.A le qual fare avea tanti argomenti,Che donne spoletane o folignate,Qual porton l'ovo da matina a cena,Se avrian guardate da' suoi tratti apena.

E pur Marfisa sempre il seguitava,Quando più longi, e quando più dapresso.- Al ladro! al ladro! - sempre mai cridava,E ciascun rispondeva: - Egli è ben desso. -Ogniom di quel giotton se lamentava,Perché e miglior boccon pigliava spesso,E loro il menacciavan pur col dito.Ora non più, ché il canto è qui finito.

Canto decimosesto

La bella istoria che cantando io conto,Serà più dilettosa ad ascoltare,Come sia il conte Orlando in Franza giontoEd Agramante, che è di là dal mare;Ma non posso contarla in questo ponto,Perché Brunello assai me dà che fare;Brunello, il piccolin di mala raccia,Qual fugge ancora, e pur Marfisa il caccia.

Ed avea tolto il corno al conte Orlando,Sì come io vi contai, quella matina,E Balisarda, lo incantato brandoChe fabricato fu da Falerina;E nel canto passato io dicea quandoIntrava quel giottone a ogni cucina,Non aspettando a' figatelli inviti,Pigliando e grossi sempre e rivestiti.

Come ha bevuto, sen porta la taccia,E parli a ponto aver pagato l'osteCon dir, quando sen va: - Bon pro vi faccia! -Ma pur Marfisa gli è sempre alle coste,E de impiccarlo ogniora lo minaccia.Quel mal strepon le fa ben mille poste:Lasciandola appressar va lento lento,Da poi la lascia e fugge come un vento.

Quindeci giorni sempre era seguita,Com'io vi dissi, la donzella acerba;Ed era estremamente indebilita,Perché de fronde si pasceva e de erba,Ma pur volea pigliarlo alla finita.Tanto ha sdegnoso il cor quella superba,Che il segue in vano, e pur non se ne avede,Essendo egli a destriero ed essa a piede,

Perché al ronzon di lei mancò la lena,E cadde morto alla sesta giornata.Dapoi le gambe per tal modo menaCosì come era del suo sbergo armata,Che mai non uscì veltra di catena,Né mai saetta de arco fu mandata,Né falcon mai dal cel discese a valle,Che non restasse a lei dietro alle spalle.

Ma per lunga fatica e debilezzaL'armatura che ha in dosso, assai gli pesa,Onde se la spogliò con molta frezza,Né teme che Brunel faccia diffesa.Poi che ebbe posto giù quella gravezza,Sì ratta se ne andava e sì distesa,Che più volte a Brunel fece spavento,Benché ha il destrier che fugge come vento.

Perché assai volte fo tanto vicina,Che la credette in su la croppa avere;Alor ne andava lui con gran roina,Spronando il buon destriero a più potere.Dietro lo segue la forte regina;Ma nova cosa che ebbe ad apparere,Sturbò Marfisa, che lo seguia forte,E seguìto l'avria sino alla morte.

Però che riscontrarno una donzella,Che adagio ne venìa sopra a quel piano,Vestita a bianco e a meraviglia bella,E seco un cavalliero a mano a mano.Di lor vi contarò poi la novella,Ché io vo' seguire adesso l'Affricano,Qual via fuggendo per monte e per valleSempre Marfisa aver crede alle spalle.

Essa rimase ed ebbe gran travaglia,Come a bell'agio vi vorò contare,Benché tal briga fo senza battaglia.Ma già Brunel non ebbe ad aspettare,E sopra al bon destrier coperto a magliaIn pochi giorni fu gionto in su il mare;E, trovato un naviglio a suo convegno,In Africa passò senza ritegno.

Dentro a Biserta gionse ad Agramante,Quale adirato stava in gran pensiero,Ché de le gente che ha adunate tanteNon vôl passare alcun senza Rugiero;E lui guardato è da quel negromante,Che mai de averlo non serìa mestiero,Né pur se può vedere il damigello,Chi non ha pria de Angelica lo annello.

Or gionse il ladro e menando gran festaAvanti al re zoioso se appresenta;E poi la bretta si trasse di testa,E di contare il fatto se argumenta.Ogni re grande e principe di gestaPer ascoltare intorno se appresenta,E lui dice ridendo a qual partitoTolse a la dama quello annel di dito;

Come di sotto al re de Circasia,Non se accorgendo lui, tolse il destriero;E di Marfisa, che fu tanto riaChe il fece uscir più fiate del sentiero;E de quel brando e del corno che aviaTolto con tal prestezza a un cavalliero;E l'altre cose ancor di ponto in pontoSin che davanti al re quivi era gionto.

Avendo il suo parlar poscia compiuto,Ad Agramante il bel corno donava,Il qual fu incontinente cognosciuto,Però che Almonte in Africa il portava;Poi se sapea che Orlando l'avea avuto,Onde forte ciascun meravigliava,E l'un con l'altro assai di ciò contende.Perciò Brunello a questo non attende,

Ma pose al re quello annelletto in mano,Qual fo con tal virtute fabricato,Che a sua presenzia ogn'incanto era vano.Il re Agramante in piede fo levato,E in presenzia di tutti a mano a manoEbbe Brunello il ladro incoronato,Donando a lui de Tingitana il regno,Populi e terre ed ogni suo contegno.

Questo reame allo estremo ponenteDa gente negra se vede abitare.Or non se pose indugio di nïente,Ma de Rugiero ogni om prese a cercare,Il re Agramante e tutte le sue gente,Né il re Brunello il volse abandonare;E passando il deserto de l'arenaGionsero un giorno al monte di Carena.

Quella montagna è grande oltra misuraE quasi con la cima al celo ascende,Al summo de essa ha una bella pianura,Che cento miglia o quasi se distende,De arbori ombrosa e di bella verdura;Per mezo a quella un gran fiume discende,Qual giù di monte in monte cade al piano,E fa un bel porto al mar de l'oceano.

A lato di quel fiume era un gran sasso,Nel mezo di quel pian ch'io vi ho contatoQuasi alto un miglio dalla cima al basso,De un mur di vetro intorno circondato;Né da salirvi su si vedde il passo,Perché tutto de intorno è dirupato,Ma, per quel vetro riguardando un poco,Vedeasi un bel giardino entro a quel loco.

Era il vago giardino in su la cimaDe verdi cedri e di palme fronzuto.Mulabuferso, ch'ivi è stato in primaE non aveva il gran sasso veduto,Incontinente prese per estimaChe per incanto ciò fosse avenuto,E che lo incantator detto AtalanteL'avesse ascoso a gli occhi suoi davante.

Ora per lo annelletto era scoperto,Che a sua presenzia ogni incanto guastava,Onde ciascun di lor tenne per certoChe là Rugier di sopra dimorava.Quando Atalante, quel vecchione esperto,Vidde la gente che là su mirava,Dolente for di modo entra in pensieroDe aver già perso il paladin Rugiero.

E va de intorno e non sa che si fareA ritenere il giovene soprano;Sempre piangendo lo attende a pregareChe non discenda in modo alcuno al piano.Ma il re Agramante pur stava a mirare,E tutti gli altri, quel gran sasso in vano;Non sa che fare alcun, né che se dire:Lì su senza ale non si può salire.

Brunello, il novo re de Tingitana,Poi che salire assai se fo provato,E che sua forza e sua destrezza è vana,Tanto era lisso quel vetro incantato,Posesi alquanto in su la terra piana,Ed avendo fra sé molto pensato,Levossi in piedi e disse: - Iddio ne lodo,Ché aver Rugiero ho pur trovato il modo.

Ma bisogna che tutti me aiutati,E che il mio dir sia fatto a compimento.Cento di voi, sì come seti armati,Cominciareti insieme un torniamento,E quanto più potete, vi provatiMostrar alto valore ed ardimento,Urtandovi l'un l'altro alla travagliaCon trombe e corni, a guisa di battaglia. -

Dicea ciascun: - Questa è cosa legiera! -Ma non sapean comprender la cagione,Onde, partiti a canto alla rivera,Ciascun sotto sua insegna e suo penone,Prima Agramante fece la sua schiera,Che ciascuno era re, duca, o barone:Cinquanta campïoni usati a guerraSopra a destrier coperti insino a terra.

Ma il re del Garbo e di Bellamarina,E il franco re de Arzila e quel de Orano,E il giovanetto re de Constantina,Il re di Bolga con quel di Fizano,Urtarno e lor destrieri a gran ruinaContra Agramante con le spade in mano.Cinquanta eran costor, né più né meno,Ciascun de ardire e di prodezza pieno.

E l'una e l'altra schiera a gran furoreScontrarno insieme con molto fracasso,Con cridi e trombe, e con tanto romoreQuanto caduto fosse il celo al basso.La schiera de Agramante ebbe il peggiore,Perché atterrati furno al primo passoDa venti cavallier de la sua gente,E de questi altri sette solamente.

E quasi fu pigliata la bandiera,Ch'era portata avanti al re di poco,E sì stretta era la sembraglia e fiera,Che non mostrava, sì come era, un gioco.Sobrin di Garbo, la persona altiera,Che ha per insegna e per cimero un foco,Benché canuto sia forte il vecchione,In quel tornero assembra un fier leone.

Ma il re Agramante, che porta il quarteroNel scudo e sopravesta azuro e d'oro,Sopra di Sisifalto, il gran destriero,Se muove furïoso e dà tra loro.Mulabuferso, quel forte guerrero,Che regge de Fizano il tenitoro,Fu da Agramante de uno urto percosso,E cadde a terra col destrier adosso.

Ed Agramante per questo non resta,Ma per la schiera volta il gran ronzone,E gionse Mirabaldo in su la testa,E tramortito lo trasse de arcione.Questo era re di Borga e di gran gesta:La insegna di sua casa era un montoneRitratto in campo bianco a bel lavoro;Negro è il montone ed ha le corne d'oro.

Lui cadde a terra, e il re non si rafinaFerendo intorno e di furore acceso;Il re Gualcioto di BellamarinaDe un colpo abatte alla terra disteso.Questo nel scudo avea la colombina,Con un ramo de oliva in bocca preso;Bianca è la colombina e il scudo nero,Ed a tal guisa ancor fatto il cimero.

Facea Agramante prove a meraviglia,E benché sia da molti accompagnato,Alcun già di prodezza nol simiglia.Il re di Tremison gli era da lato,Che al scudo d'oro ha la rosa vermiglia:Alzirdo il campïone è nominato;E Folvo era con seco, il re di Fersa,Che ha il scudo azuro e de oro una traversa;

Molti altri ancora che io non vo' contare,Che aspetto a dirli poi più per bell'agio:E nomi e l'arme lor vo' divisare,Quando faranno in Francia il gran passagio.Ma voglio nel presente seguitareDel torniamento fatto al bel rivagioTra que' re saracini a gran furore,Ove mostra Agramante il suo valore.

Alla sinistra e alla destra si volta,E questo abatte e quello urta per terra,Facendo col destriero aprir la folta,E l'uno al braccio e l'altro a l'elmo afferra.Tutta sua compagnia stava ricolta,E lui soletto fa cotanta guerra:Per dimostrar la sua fortezza ed arteGli altri suoi tutti avea tratti da parte.

E prese il re de Arzila nel cimiero,Al suo dispetto lo trasse d'arcione;E non ritrova re né cavallieroQual seco durar possa al parangone.Stava nel sasso a riguardar RugieroQuesta sembraglia, a lato a quel vecchione;A lato a quel vecchion che l'ha nutrito,Stava mirando il giovanetto ardito.

Ma per l'altezza lontano era un pocoOve quelle arme son meschiate al piano,E per gran doglia non trovava loco,Battendo e piedi e stringendo ogni mano;Ed avea il viso rosso come un foco,Pregando pure il negromante in vanoChe giù lo ponga, e ripregando spesso,Sì che quel gioco più vegga di presso.

- Deh, - diceva Atalante - filiol mio,Egli è un mal gioco quel che vôi vedere!Stati pur queto e non aver disioTra quella gente armata de apparere;Però che il tuo ascendente è troppo rio,E, se de astrologia l'arte son vere,Tutto il cel te minaccia, ed io l'assento,Che in guerra serai morto a tradimento. -

Rispose il giovanetto: - Io credo beneChe 'l celo abbia gran forza alle persone;Ma se per ogni modo esser conviene,Ad aiutarlo non trovo ragione.E se al presente qua forza mi tiene,Per altro tempo o per altra stagioneIo converrò fornire il mio ascendente,Se tue parole e l'arte tua non mente.

Onde io ti prego che calar mi lassi,Sì ch'io veda la zuffa più vicina,O che io mi gettarò de questi sassi,Trabuccandomi giù con gran roina;Ché ognior ch'io vedo per que' lochi bassiSì ben ferir la gente peregrina,Serebbe la mia gioia e il mio confortoStar seco un'ora, ed esser dapoi morto. -

Veggendo il vecchio quella opinïone,Che gire ad ogni modo è destinato,Andò di quel giardino ad un cantone,Ove un picciol uscietto ha disserrato;E menando per mano il bel garzonePer una tomba discese nel prato,A piè del sasso, a lato alla fiumana,Ove si stava il re de Tingitana.

Dico che il re Brunello alla rivieraStava soletto ove il vecchio discese,E come vidde il giovanetto in ciera,Che sia Rugiero subito comprese.Mirando il suo bel viso e la maniera,La atta persona e l'abito cortese,Cognobbe il re Brunel, che è tanto esperto,Che era Rugiero il giovane di certo.

E, preso Frontalate, il suo destriero,Accorda il speronar bene alla briglia;Onde quel, ch'era sì destro e legiero,Facea bei salti e grandi a meraviglia.A ciò mirando il giovane Rugiero,Tanto piacere e tanta voglia il pigliaDe aver quel bel destrier incopertato,Che del suo sangue avria fatto mercato.

E pregava Atalante, il suo maestro,Che gli facesse aver quel bon ronzone;Or, per non vi tener troppo a sinestro,E racontarvi la conclusïone,Benché Atalante avesse il core alpestro,E dimostrasse con molta ragioneLa sua misera sorte al giovanetto,Perché e destrieri e l'arme abbia in dispetto,

Lui tal parole più non ascoltavaChe ascolti il prato che ha sotto le piante,Anci di doglia ognior si consumava,Mostrando di morirse nel sembiante.Onde a sua voglia il vecchio se piegava,E come il re Brunel fu loro avante,Dimandarno il destriero e guarnimento,Per cambio di tesoro a suo talento.

Il re, che fuor di modo era scaltrito,Veggendo andare il fatto a suo disegno,- Se l'ôr - dicea - del mondo fosse unito,Non vi darebbi il mio destrier per pegno,Però che un gran passaggio è stabilito,Ove ogni cavallier d'animo degno,Che desidri acquistar fama ed onore,Potrà mostrare aperto il suo valore.

Ora è venuta pur quella stagioneChe desidrava ciascun valoroso;Or vederasse a ponto il parangoneDi chi vôl loda, e chi vôl stare ascoso.Or si vedranno e cor de le persone,Qual serà vile, e qual sia glorïoso;Chi restarà di qua, come schernitoDa' fanciulletti fia mostrato a dito;

Però che 'l re Agramante vôl passareContra al re Carlo ed alla sua corona,Tutto di velle è già coperto il mare,La Africa tutta a furia se abandona.Gionto è quel tempo che può dimostrareCiascun suo ardire e sua franca persona;Ogni bon cavalliero a tondo a tondoFarà di sé parlar per tutto il mondo. -

Mentre che sì parlava il re Brunello,Rugier, che attentamente l'ascoltava,Più volte avea cangiato il viso bello,E tutto come un foco lampeggiava,Battendo dentro al cor come un martello:E 'l re pur ragionando seguitava:- Non se vidde giamai, né in mar né in terra,Cotanta gente andare insieme a guerra.

E già trentaduo re sono adunati:Ciascun gran gente di sua terra mena;Già sono e vecchi e' fanciulletti armati,Retien vergogna le femine apena.Però, segnor, non vi meravigliatiSe il mio ronzon, che è di cotanta lena,Non voglio darvi a cambio di tesoro,Perché io nol venderebbi a peso d'oro.

Ma se io stimassi che tu, giovanetto,Restassi per destrier di non venire,Insino adesso ti giuro e promettoChe de queste armi ti voglio guarnire,E donerotti il mio destriero eletto;E so che certamente potrai dire,Che 'l principe Ranaldo o il conte OrlandoNon ha meglior ronzon né meglior brando. -

Non stette il giovanetto ad aspettareChe Atalante facesse la risposta,Come colui che mille anni gli pareDi esser sopra lo arcion senz'altra sosta,E disse: - Se il destrier mi vôi donare,Nel foco voglio intrare a ogni tua posta;Ma sopra a tutto te adimando in gracciaChe quel che far si die', presto si faccia;

Ché là giù vedo quella gente armata,Qual tanto ben si prova in su quel piano,Che ogni atimo mi pare una giornataDi trovarmi tra lor col brando in mano;Onde io ti prego, se hai mia vita grata,Damme l'armi e il destriero a mano a manoChé, se io vi giongo presto, e' mi dà il coreO di morire, o de acquistare onore. -

Il re rispose sorridendo un poco:- Non si vôl far là giù destruzïone,Perché la gente che vedi in quel loco,De Africa è tutta ed adora Macone.Quello armeggiare è fatto per un gioco,E sol si mena il brando di piattone;Di taglio, né di ponta non si mena:Ciò comandato è sotto grave pena. -

- Damme pur il destriero e l'armatura, -Dicea Rugiero - ed altro non curare,Però che io ti prometto alla sicuraChe io saprò come loro il gioco fare.Ma tu me indugiarai a notte oscura,Prima che io possa a quel campo arivare.Male intende colui che in tempo tiene,Ché mezo è perso il don che tardi viene. -

Odendo questo il vecchione Atalante,Però che era presente a le parole,Biastemava le stelle tutte quante,Dicendo: - Il celo e la fortuna vôleChe la fè di Macone e TrivigantePerda costui, che è tra' baroni un sole,Che a tradimento fia occiso con pene;Or sia così, dapoi che esser conviene. -

Così parlava forte lacrimandoQuel negromante, e con voce meschineDicea: - Filiolo, a Dio ti racomando! -Poi se ascose lì presso tra le spine.Ma il giovanetto avea già cento il brando,E guarnito era a maglie e piastre fine,E preso al ciuffo il bon destriero arditoSopra lo arcion de un salto era salito.

Il mondo non avea più bel destriero,Sì come in altro loco io vi contai.Poi che ebbe adosso il giovane Rugiero,Più vaga cosa non se vidde mai.E, mirando il cavallo e il cavalliero,Se penarebbe a iudicare assaiSe fosser vivi, o tratti dal pennello,Tanto ciascuno è grazïoso e bello.

Era il destrier ch'io dico, granatino:Altra volta descrissi sua fazone.Frontalate il nomava il saracino,Qual lo perdette ad Albraca al girone;Ma Rugier possa l'appellò Frontino,Sin che seco fu morto il bon ronzone;Balzan, fazuto, e biondo a coda e chiome,Avendo altro segnore ebbe altro nome.

Quel che facesse il giovanetto fieroSopra questo ronzon di che vi conto,E come sparpagliasse il gran torniero,Quando nel prato subito fu gionto,Più largo tempo vi farà mestiero,Onde al canto presente faccio ponto;E nel seguente conterovi a pienoCome il fatto passò, né più né meno.

Canto decimosettimo

Come colui che con la prima naveTrovò del navicar l'arte e l'ingegno,Prima alla ripa e ne l'onda suaveAndò spengendo senza vella il legno;A poco a poco temenza non haveDe intrare a l'alto, e poi, senza ritegnoSeguendo al corso il lume de le stelle,Vidde gran cose e glorïose e belle;

Così ancora io fin qui nel mio cantareNon ho la ripa troppo abandonata;Or mi conviene al gran pelago intrare,Volendo aprir la guerra sterminata.Africa tutta vien di qua dal mare,Sfavilla tutto il mondo a gente armata;Per ogni loco, in ogni regïoneÈ ferro e foco e gran destruzïone.

Assembrava in Levante il re Gradasso,In Ponente Marsilio, il re di Spagna,Che ad Agramante ha conceduto il passo,Ed esso è in mezo giorno alla campagna.Tutta Cristianitate anco è in fraccasso,La Francia, l'Inghilterra e la Allemagna;Né Tramontana in pace se rimane:Vien Mandricardo, il figlio de Agricane.

Tutti vengono adosso a Carlo ManoDa ogni parte del mondo, a gran furore;Allor fia pien di sangue il monte e il piano,E se odirà nel cel l'alto romore;Ma nel presente io me affatico in vano,Ché a questo fatto io non son gionto ancore,E, volendol chiarire, egli è mestieroPrima che io conti il tutto di Rugiero.

Il qual lasciai in su il destriero armato,Con Balisarda il bon brando al gallone,Qua già fu con tale arte fabricato,Che taglia incanto ed ogni fatasone;Or, perché il fatto ben vi sia contato,Che l'intendiati a ponto per ragione,Quel torniamento de che vi contai,Era nel prato più caldo che mai.

Ché Pinadoro, il re de Constantina,E il re di Nasamona, Pulïano,Veggendo de Agramante la ruina,Qual solo abatte la sua schiera al piano(Ché il re di Bolga e di Bellamarina,E quel d'Arzila con quel di Fizano,Qual d'urto avea atterrato e qual di spada,E ben tra gli altri se facea far strada;

E la schiera di lui stava da lato,Come tal fatto non toccasse a loro):Onde e due franchi re ch'io v'ho contato,Io dico Pulïano e Pinadoro,Avendo il campo alquanto circondato,Ferirno a tutta briglia tra costoro,E ferno aprir per forza quella schiera,Gettando a terra la real bandiera.

Alla guardia di quella era GrifaldoRe di Getula, e 'l re de la Alganzera:Bardulasto avea nome quel ribaldo,Di cor malvaggio e di persona fiera.Né l'un né l'altro al gioco stette saldo:Fo lor squarciata in braccio la bandiera,E fo Grifaldo tratto de l'arcioneDa Pulïano a gran confusïone.

E Bardulasto quasi tramortitoFu per cadere anch'esso alla foresta;Ché Pinadoro, il giovanetto ardito,A gran roina il gionse in su la testa;Onde, al colpo diverso imbalordito,Via ne 'l porta il destriero a gran tempesta;E Pinadoro a gli altri se disserra,E questo abatte e quello urta per terra.

Gionse alla fronte il forte re di Fersa,Fiaccando sopra a l'elmo la corona,Che ne andò a terra in più parte dispersa;Poi verso Alzirdo tutto se abandona,E tramortito al campo lo riversa.Questo Alzirdo era re di Tremisona;Gettollo a terra il re di Constantina,Che sopra al campo mena tal roina.

Fo costui figlio a l'alto re Balante,Che da Rugier Vassallo ebbe la morte,Vago di faccia e di core arrogante,Maggior del patre e più destro e più forte.Ora la gente a lui fugge davante,Né se ritrova alcun che se conforteDi star con seco voluntieri a faccia,Ma come capre avante ogniom se caccia.

Il re Agramante non era vicino,Ed intendea di tal fatto nïente,Però che avea afrontato il re Sobrino,E quel se diffendeva arditamente;Ma vidde di lontano il gran polvinoChe menava fuggendo la sua gente.Fuggia sua gente a Pinadoro avante:Forte turbosse in faccia il re Agramante,

E rivoltato con la spada in manoNe l'elmo a Pinadoro un colpo lassa,E tramortito lo distese al piano;Ma, mentre che turbato avanti passa,Gionse a lui nella coppa Pulïano,E la coperta a l'elmo li fraccassa,Scendendo sì gran colpo in su le spalle,Che quasi il pose del destriero a valle.

Pur, come quel che avea soperchia lena,Se tenne per sua forza nello arcione,E verso Pulïano il brando mena,E qui se cominciò l'aspra tenzone.Or, mentre che ciascun più se dimena,Vi gionse il re di Garbo, quel vecchione,El re de Arzila, ch'era rimontato,Quel de Fizano e quel di Bolga a lato.

Adosso ad Agramante ogniom si serra,E quando l'un promette, e l'altro dona,Come fosse mortal l'odio e la guerra;Pur che si possa, alcun non se perdona.Tutto il cimiero avean gettato a terraAd Agramante e rotta la coronaQuei cinque re ch'io dissi; ogniom martella,Cercando trarlo al fin for della sella.

E certo l'avrian preso al suo dispetto,A benché fosse sì franco guerrero,Ché avere a far con uno egli è un diletto,Ma cinque son pur troppo, a dire il vero.Ora vi gionse il forte giovanetto,Qual giù callava, io dico il bon Rugiero,Che l'arme avea del re de Tingitana;Callò la costa e gionse in su la piana.

Come fo gionto, tutto se abandonaOve stava Agramante a mal partito;Frontino, il bon destrier, forte speronaE dà tra loro il giovanetto ardito;Gionse alla testa il re di Nasamona,E fuor d'arcione il trasse tramortito,E toccò dopo lui quel re Fizano;Sì come al primo, lo distese al piano.

Alto da terra volta il suo Frontino,Che proprio un cervo a' gran salti somiglia;Alcun già non cognosce il paladino:Che sia Brunello ogniom si meraviglia.Ora ecco gionto ha d'urto il re Sobrino,Correndo l'uno e l'altro a tutta briglia;Ed andò il re Sobrino, a gran fraccasso,Il suo destriero e lui tutto in un fasso.

Dopo lui pose a terra Prusïone,Quale era re de l'Isole Alvaracchie.Come da l'aria giù scende il falcone,E dà nel mezo a un groppo di cornacchie:Lor, sparpagnate a gran confusïone,Cridando van per arbori e per macchie;Così tutta la gente in quel tornieroFuggia davanti al paladin Rugiero.

Il re de Arzila, io dico Bambirago,Fu da Rugier colpito in su la testa;Costui portava per cimiero un drago:Con quel percosse il capo alla foresta.Sempre più viene il giovanetto vagoDi ben ferire, e menando tempestaPose Tardoco e Marbalusto al piano,L'un re de Alzerbe e l'altro re d'Orano.

E Baliverzo, il re di Normandia,Fo tratto dello arcione al suo dispetto.Quando Agramante e gran colpi vedia,Per meraviglia usciva de intelletto,Ché 'l re de Tingitana esser credia,Per l'arme che avea indosso il giovanetto;Ma prima nol tenea gagliardo tanto,Or ben li dava di prodezza il vanto.

Perché sappiati il fatto ben compito,Ordinato è il torniero a tal ragione,Che non poteva alcuno esser ferito,Menando tutti e brandi de piatone,Ed altrimente a morte era punitoChiunque facesse al gioco fallisone.Di taglio né di ponta alcun non mena:Sapea Rugiero e l'ordine e la pena.

Però menava sol di piatto il brando,E gionse il fio d'Almonte, Dardinello,Che portava il quarter sì come Orlando,E for de arcion lo trasse a gran flagello.Dicea Agamante: - A Dio mi racomando,Ch'io non credetti mai che quel BrunelloUn regno meritasse per valore:Ma ben serebbe degno imperatore. -

Queste parole diceva Agramante,E stavasi da parte a riguardareE colpi orrendi e le prodezze tante,Quanto potesse alcuno imaginare.Ecco Rugiero abatte a lui davanteArgosto, che armiraglio era del mare,Argosto de Marmonda, il pagan fiero,Che avea il timone a l'elmo per cimiero.

Gionse Arigalte, il re de l'Amonia,E 'l re de Libicana, Dudrinasso,E seco Manilardo in compagnia,Re di Norizia, e mena gran fraccasso.Eran costoro il fior de Pagania,Che non curavan tutto il mondo uno asso;Veggendo che colui fa tanta guerra,Se destinâr di porlo al tutto in terra.

Ciascun percosse il giovanetto franco,Ma lui trasse Arigalte de la sella,Qual porta senza insegna il scudo bianco,E per cimero un capo di donzella.Al primo colpo non parbe già stanco,Ché Dudrinasso sì forte martella,Che gli roppe 'l cimero e la corona,E tramortito a terra lo abandona;

Ed avantosse contra a Manilardo,Né più de' primi fu questo diffeso;Benché tra gli altri assai fusse gagliardo,Rimase allora in su il prato disteso.Quando Agramante a ciò fece riguardo,Fu ben de invidia grande al core acceso,Che un altro avesse più di lui valore,Stimando assai per questo esser minore.

E destinato veder se BrunelloPotesse il campo contra a lui durare,Mossese ratto, che parbe uno uccello.Sopra a Rugiero un colpo lascia andare,E gionse di traverso il damigello,E quasi il fece a terra trabuccare;Ma pur se tenne nello arcion apena,Presto se volta ad Agramante e mena.

Era il cimero e la insegna realeTre fusi da filare e una gran rocca;Rugier, che gionse il re sopra al frontale,Roppe le fuse e a terra lo trabocca.A' soi sequaci ciò parbe gran male,Onde ciascuno il giovanetto tocca:Alzirdo, Bardulasto e Sorridano,Ciascun quanto più pô, mena a due mano.

Quel Sorridano è re della Esperia,Ove il gran fiume Balcana discende,Qual crede alcun che il Nil d'Egitto sia,Ma chi ciò crede, poco se n'intende.Or questi tre che io dissi, tuttaviaCiascun quanto più pô Rugiero offende;Chi di qua chi di là mena tempesta,L'un per le braccie e l'altro per la testa.


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