Chapter 16

Voltosse verso Alzirdo il pro' Rugiero,E quel ferì de un colpo sì diverso,Che a gambe aperte il trasse del destriero;Poi mena a Sorridano un gran roverso,E lui distese sì come il primiero.Allor fu Bardulasto tutto perso,Né gli bastando d'affrontarsi il coreVenne alle spalle il falso traditore;

E ferì de una ponta nel costatoQuel franco giovanetto a tradimento.Quando Rugier si sente innaverato,Forte adirosse e non prese spavento;E verso Bardulasto rivoltato,Lo vidde ritornar di mal talentoPer donarli la morte a l'altro tratto;Ma non andò come credette il fatto.

Ché, rivoltato essendo a lui Rugiero,Non lo sofferse di guardare in faccia,Che era in sembianza sì turbato e fiero,Che par che al mondo e 'l cel tutto minaccia;Onde esso, rivoltato il suo destriero,Fuggendo avante a lui si pose in caccia.Rugiero il segue, e sembra una saetta,Cridando: - Volta! volta! Aspetta! aspetta! -

Ma quel, che non volea ponto aspettare,Giva ad un bosco assai quindi vicino,Credendo di nascondersi e campare;Ma troppo corridore era Frontino.Non valse a Bardulasto il speronare,Ché presso al bosco il gionse il paladino,Là dove al suo dispetto essendo gionto,Venne animoso a quello estremo ponto;

E rivoltato con molto furoreMenò più colpi in vano al giovanetto,Ma durò la battaglia poco d'ore,Ché presto fu partito insino al petto.Così il re de Algazera traditoreRimase morto a canto a quel boschetto;Rugier, spargendo il sangue for del fianco,A poco a poco quasi venìa manco.

Ma per pigliare a ciò rimedio e curaTornava al sasso dove era Atalante,Il qual sapea de l'erbe la naturaE le virtute e l'opre tutte quante;Onde di cavalcar ben se procuraPer ritrovarsi presto a lui davante,Ché tanto la ferita lo adolora,Che non bisogna far lunga dimora.

Così ne andò Rugier, che era ferito;E gli altri che restarno al torniamento,Non se accorgevan che fosse partito,Tanto gli avea percossi alto spavento.Ma il re Agramante tutto sbigotitoA destrier rimontò con gran tormento,Perché avea di vergogna un tal sconforto,Che avria pena minore ad esser morto.

Or lasciamo costor tutti da parte,Ché nel presente ne è detto a bastanza,Però che il conte Orlando e BrandimarteMi fa bisogno di condurli in Franza,Accioché queste istorie che son sparte,Siano raccolte insieme a una sustanza;Poi seguiremo un fatto tanto degnoQuanto abbia libro alcuno in suo contegno.

Andava Brandimarte e il conte OrlandoPer ritrovare Angelica al girone,Sì come io vi contava alora quandoLasciò Ranaldo Astolfo con Dudone;Or là ritorno e dico, seguitando,Che in diversi paesi e regïonePer aventure strane ebber che fare,Come io vi voglio a ponto racontare.

Insieme cavalcando una matina;In India, se trovarno ad un gran sasso,Ove presso a una fonte una reginaTenea piangendo forte il viso basso;Sopra ad un ponte che quivi confina,Guardava un cavalliero armato il passo.Fermârsi e duo baron, pur con pensieroDi aver battaglia con quel cavalliero.

Ma ciascun d'essi, io dico il paladinoE Brandimarte, in prima volea gire;E, standosi in contesa, un peregrinoCol suo bordone in man vedon venire.Quel mostrava aver fatto un gran camino,E passandosi via senz'altro dire,Più non pensando, al ponte se ne entrava,Ma il cavallier di là forte cridava:

- Tòrnati adietro, se non vôi morire,Tòrnati adietro, - cridava - poltrone,Ché non è cavallier di tanto ardire,Qual commettesse questa fallisone!Se tu non torni, io te farò partireCon sì fatto combiato, vil giottone,Che mai non vederai ponte né sassoQual non te torni a mente questo passo. -

Il peregrin, mostrandosi tapino,Dicea: - Baron, per Dio! lasciami andare,Ch'io aggio un voto al tempio de Apollino,Il quale è in Sericana a lato al mare.Se un altro ponte qua fosse vicino,Ove questa acqua si possa vargare,E me lo mostri, io te ringrazio e lodo;Se non, qua passar voglio ad ogni modo. -

- Come "a ogni modo", schiuma di cucina! -Rispose il cavallier forte adirato,E verso lui se mosse con ruina,Per averlo del ponte trabuccato;Ma il peregrin, gettando la schiavina,Di sotto si scoperse tutto armato;Lasciando andare a terra il suo bordone,Trasse con furia un brando dal gallone.

E' non se vidde mai livrer né pardo,Il qual levasse sì legiero il salto,Come faceva il peregrin gagliardo,E quanto il cavallier sempre è tanto alto.Né questo a quello avea ponto riguardo,Ma con feroce e dispietato assaltoL'un l'altro avea ferito in parte assai,E pur van drieto e non s'arrestan mai.

Il cavallier smontato era de arcione,Temendo che il destrier gli fosse occiso,E, se non fosse sì forte barone,Dal peregrin serìa stato conquiso.Ciò riguardando il figlio di MeloneE Brandimarte, fo ben loro avisoNon aver visti al mondo duo guerrieriChe sian de questi più gagliardi e fieri.

E benché a ciascun d'essi un'altra voltaSembri aver visto il peregrino altronde,Lo abito strano e la gran barba e foltaNon gli lascia amentare il come o il donde.Or la battaglia è ben stretta e ricolta,Né abatte il vento sì spesso le fronde,Né si spessa la neve o pioggia cade,Come son spessi e colpi de le spade.

Il peregino ognior del ponte avanza,Come colui che a meraviglia è fiero,Ed era de alto ardire e gran possanza,Onde avea già ferito il cavallieroNel braccio, nella testa e nella panza,Sì che ritrarsi gli facea mestiero;E benché ancor mostrasse ardita fronte,Pur se ritrava abandonando il ponte.

Era di là dal ponte una pianuraIntorno al sasso di quella fontana;Quivi era un marmo de una sepoltura,Non fabricata già per arte umana,E sopra, a lettre d'oro, una scrittura,La qual dicea: ' Bene è quella alma vana,Qual s'invaghise mai del suo bel viso;Quivi è sepolto il giovane Narciso.'

Narciso fu in quel tempo un damigelloTanto ligiadro e di tanta bellezza,Che mai non fu ritratta con pennelloCosa che avesse in sé cotal vaghezza;Ma disdegnoso fu come fu bello,Però che la beltate e l'alterezzaPer le più volte non se lascian mai,Dil che perita è gran gente con guai:

Sì come la regina de OrïenteAmando il bel Narciso oltra misura,E trovandol crudel sì de la mente,Che di sua pieta o di suo amor non cura,Se consumava misera, dolente,Piangendo dal matino a notte oscura,Porgendo preghi a lui con tal parole,Che arian possanza a tramutare il sole.

Ma tutte quante le gettava al vento,Perché il superbo più non l'ascoltavaChe aspido il verso de lo incantamento,Onde ella a poco a poco a morte andava,E gionta infin allo ultimo tormentoIl dio d'Amore e tutto il cel pregava,Ne gli estremi sospir piangendo forte,Iusta vendetta a la sua iniusta morte.

E ciò gli avenne, però che NarcisoAlla fontana, de che io ve contai,Cacciando un giorno fo gionto improviso,E corso avendo dietro a un cervo assai,Chinosse a bere, e vide il suo bel viso,Il qual veduto non avea più mai;E cadde, riguardando, in tanto errore,Che de se stesso fu preso d'amore.

Chi odì giamai contar cosa sì strana?O iustizia de Amor, come percote!Or si sta sospirando alla fontana,E brama quel che avendo aver non pote.Quell'anima che fu tanto inumana,A cui le dame ingenocchion devoteSi stavano adorar come uno Dio,Or mor de amore in suo stesso desio.

Esso, mirando il suo gentile aspetto,Che di beltate non avea pariglio,Se consumava di estremo diletto,Mancando a poco a poco, come il ziglioO come incisa rosa, il giovanetto,Sin che il bel viso candido e vermiglioE gli occhi neri e 'l bel guardo iocondoMorte distrusse, che destrugge il mondo.

Quindi passava per disaventuraLa fata Silvanella a suo diporto,E dove adesso è quella sepolturaIacea tra' fiori il giovanetto morto.Essa, mirando sua bella figura,Prese piangendo molto disconforto,Né se sapea partire; e a poco a pocoDi lui s'accese in amoroso foco.

Benché sia morto, pur di lui s'accese,Avendo di pietate il cor conquiso,E lì vicino a l'erba se distese,Baciando a lui la bocca e il freddo viso,Ma pur sua vanitate al fin comprese,Amando un corpo dal spirto diviso,E la meschina non sa che si fare:Amar non vôle, e pur conviene amare.

Poi che la notte e tutto l'altro giornoEbbe la fata consumato in pianto,Un bel sepolcro di marmoro adornoIn mezo il prato fece per incanto;Né mai poi se partitte ivi de intorno,Piangendo e lamentando, infino a tantoChe a lato alla fontana in tempo breveTutta se sfece, come al sol la neve.

Ma per aver ristoro o compagniaA quel dolor che a morte la tirava,Struggendosi de amor, fu tanto ria,Che la fontana in tal modo affatava,Che ciascun, qual passasse in quella via,Se sopra a l'acqua ponto rimirava,Scorgea là dentro faccie di donzelle,Dolce ne gli atti e grazïose e belle.

Queste han ne gli occhi lor cotanta grazia,Che chi le vede, mai non può partire,Ma in fin convien che amando se disfazia,Ed in quel prato è forza de morire.Ora ivi arivò già per sua disgraziaUn re gentile, accorto e pien d'ardire,Quale era in compagnia de una sua dama:Lei Calidora e lui Larbin si chiama.

Essendo questo alla fonte arivato,E dello incanto non essendo accorto,Per la falsa sembianza fu ingannato,E sopra l'erbe ivi rimase morto.La dama, che l'avea cotanto amato,Abandonata de ogni suo conforto,Si pose a lacrimare in quella riva,E star si vôle insin che serà viva.

Questa è la dama che piangeva al sasso,E il ponte al cavallier facea guardare,Accioché ogni altro che arivava al passoNon se potesse a quel fonte mirare.Da poi che il suo Larbin dolente e lassoPer quello incanto vidde consumare,Pietà gli prese de ogni altra persona,E stassi al fonte, e mai non l'abandona.

E questa istoria, quale io v'ho contata,Del bel Narciso e di sua morte strana,Lei tutta la narrò, come era stata,Al conte Orlando presso alla fontana,Poscia che vidde la disconsolataAlla battaglia orribile e inumanaQuel franco peregrino esser sì forte,Che al suo barone avria dato la morte.

Temendo che sia morto il suo barone,Aiuto o pace dimandava al conte,Mostrando a lui che per compassïoneDe ogni altra gente fa guardare il ponte;Onde a bona drittura di ragioneNon debbe il cavallier ricevere onte,Qual non dimora là per fellonia,Ma per campare altrui da morte ria.

Cognosce il conte che ella dice il vero,Però ben presto se trasse davante,E tra quel peregrino e il cavallieroSpartì la fiera zuffa in uno istante;Poi, riguardando a lor con più pensiero,Cognobbe che l'uno era SacripanteE l'altro, che in più parte fu ferito,Era Isolieri, il giovanetto ardito;

Qual, per guardare a Calidora il passo,Insin di Spagna a l'India era venuto,Che pur pensando al gran camin son lasso;Amor l'avea condutto e ritenuto.Ma Sacripante andava al re Gradasso,Da Angelica mandato per aiuto,Come io vi dissi alora che BrunelloA lui tolse il destriero, a lei lo anello.

Alor contai come prese il camino:Non so se a ponto ben lo ricordati,Che l'abito pigliò di peregrino.Avendo già più regni oltra passati,Gionse alla fonte in su questo confino.Segnor, che intorno e mei versi ascoltati,Se alcun de voi de odire ha pur talento,Ne l'altro canto io lo farò contento.

Canto decimottavo

Fo glorïosa Bertagna la grandeUna stagion per l'arme e per l'amore,Onde ancora oggi il nome suo si spande,Sì che al re Artuse fa portare onore,Quando e bon cavallieri a quelle bandeMostrarno in più battaglie il suo valore,Andando con lor dame in aventura;Ed or sua fama al nostro tempo dura.

Re Carlo in Franza poi tenne gran corte,Ma a quella prima non fo sembïante,Benché assai fosse ancor robusto e forte,Ed avesse Ranaldo e 'l sir d'Anglante.Perché tenne ad Amor chiuse le porteE sol se dette alle battaglie sante,Non fo di quel valore e quella estimaQual fo quell'altra che io contava in prima;

Però che Amore è quel che dà la gloria,E che fa l'omo degno ed onorato,Amore è quel che dona la vittoria,E dona ardire al cavalliero armato;Onde mi piace di seguir l'istoria,Qual cominciai, de Orlando inamorato,Tornando ove io il lasciai con Sacripante,Come io vi dissi nel cantare avante.

Dapoi che il conte intese dove andavaRe Sacripante, ed ove era venuto,E come in tema Angelica si stavaNon aspettando d'altra parte aiuto,Il franco cavallier ben sospirava,E tutto se cambiò nel viso arguto;E senza fare al ponte altro pensiero,Calidora lasciò con Isoliero.

E Sacripante prese la schiavinaE la tasca e il cappello e il suo bordone;Al re Gradasso via dritto camina.Ma torno adesso al figlio di Melone,Che cavalcando gionse una matinaCon Brandimarte ad Albraca il girone;Ma non san come far quivi l'intrata,Cotanta gente intorno era acampata.

Torindo, il re de' Turchi, e 'l CaramanoQuivi era in campo, e 'l re di SantariaE Menadarbo, il quale era Soldano,Che tenne Egitto e tutta la Soria;Coperto era a trabacche e tende il piano:Non se vidde giamai tanta genia;Solo adunata è quella gente fellaPer donar pena e morte a una donzella.

Ma chi per una e chi per altra iniuriaIntorno a quella dama era attendato;Torindo il Turco menava tal furiaPer Trufaldino, il qual fo spregionato;E Menadarbo, quel Soldan, lo alturia,Però che fo gran tempo inamoratoDe Angelica la bella; e sempre maiEbbe repulsa e beffe e scorni assai.

Onde l'amore avea in odio rivolto,E sol per disertarla venuto era.Veggendo Orlando il gran popolo accolto,Che avea coperto il piano e la costiera,Benché egli ardisse e disïasse moltoDi far battaglia più che voluntiera,Tanto vedere Angelica li piaceChe provar volse di passare in pace.

Però se ascose in un bosco vicino,E là si stette insino a notte oscura,Poi, come quel che ben sapea il camino,Intrò dentro alla rocca alla sicura.Quando la dama vidde il paladino,Di tutto il mondo ormai non ha più cura;Non dimandati se ella ebbe conforto,Perché certo credea che 'l fusse morto.

Molte fôr le carezze e l'accoglienzaChe Angelica li fece a quel ritorno.Il conte di narrarle indi comenzaPoscia che se partitte il primo giorno,Insin che è gionto nella sua presenza;Come trovò Marfisa e perse il corno,E de Origille quelle beffe tante,Sin che in prigion lo pose Manodante;

Come Ranaldo quindi era partitoPer gire in Franza, ed Astolfo e Dudone;E ciò che prima e poscia era seguitoLi disse Orlando a ponto per ragione.La dama, benché il tutto avesse odito,Pure ascoltando che il figlio d'AmoneEra tornato in Franza al suo paese,De rivederlo ancor tutta se accese.

Onde cominciò il conte a confortare,Mostrando a lui per diverse cagioneCome doveva in Francia ritornare;E che ormai più dentro a quel gironeNon è vivanda che possa durare,Sì che star non vi può lunga stagione,Ed è bisogno aritrovar rimedioOnde si campi for di quello assedio.

E che ella seco ne volea venire,Ove ad esso piacesse, in ogni loco.Or quivi non fu già molto che dire,Né il conte vi pensò troppo né poco;Ma quella notte se ebbero a partire,E nella rocca in molte parte il focoLasciarno, che alle torre e nei merli arda,Per dimostrar che ancor vi sia la guarda.

E poi per l'aria scura e tenebrosaTutto passarno senza impaccio il campo;Ma possa che ogni stella fu nascosa,E del giorno vermiglio apparbe il lampo,Non gli coprendo ormai la notte ombrosa,Pigliâr rimedio ed ordine al suo scampo:Tutta lor compagnia forse è da venti,Tra dame e cavallieri e lor sargenti.

E questa alora tutta se disparte,Chi qua, chi là, ciascuno a suo comando;Rimase Fiordelisa e BrandimarteEd Angelica bella e il conte Orlando.Or questi quattro se trasse da parte,E tutto il giorno appresso cavalcandoNe andarno insino a l'ora della nonaSenza trovare impaccio de persona.

Essendo alora il giorno riscaldato,Ciascadun de essi del destrier disceseSotto l'ombra de un pin, ad un bel prato,Ma non che se spogliasse alcun l'arnese;E, stando il conte e Brandimarte armato,Né temendo ormai più de altre offese,Stavano ad agio parlando d'amore,Quando a sue spalle odirno un gran rumore.

Onde levati, un poco di lontanoVidero una gran gente a belle schiere,Che via ne vien distesa per il piano,Ed ha spiegato al vento le bandiere.Questo era Menadarbo, il gran Soldano,E 'l re de' Turchi e l'altre gente fiere,Che avean l'assedio a quella rocca intorno,Anci l'han presa ed arsa pur quel giorno.

Perché, essendo aveduti la mattinaChe più persona non era in quel loco,Intrarno tutti dentro con roina,La bella rocca abandonarno in foco;Poi Menadarbo al tutto se destinaAver la dama e di farli un mal gioco,E Torindo gli è dietro e 'l Caramano,E tutti gli altri poi di mano in mano.

Quando se accorse Orlando de la genteChe ratta ne venìa per la pianura,Turbosse for di modo nella mente,Però che de le dame avea paura;Ma Brandimarte se cura nïente,Anci diceva al conte: - Or te assicuraChe, piacendoti far quel che io te dico,Quella canaglia non estimo un fico.

Io ho, come tu vedi, un bon destriero,Quanto alcun altro che n'abbia il Levante,E non è tra costor già cavalliero,Che ad un per uno io non li sia bastante.Quivi voglio arrestarmi in su il sentiero;Tu con le dame passarai avante,Io con parole e fatti sì faraggioChe prenderai andando alcun vantaggio. -

A benché il conte cognoscesse a pienoChe quello è vero e bon provedimentoQual dice Brandimarte, nondimenoLo abandonarlo parria mancamento;Ma pur rivolse ne la fine il freno,Per far di questo quel baron contento;In mezo a le due dame avanti passa,E Brandimarte in su quel prato lassa.

La gente sterminata ne venìaPer la campagna senza alcun riguardo;Secondo che il destrier ciascun avia,Chi giongeva più presto, e chi più tardo;Ma avanti a gli altri il re di SataliaVenìa, broccando un gran ronzon leardo;Sopra la briglia già non se ritiene,Più de una arcata avanti a gli altri viene.

Sembrava proprio al corso una saettaQuel re, che era appellato Marigotto;E Brandimarte stava alla vedetta.Come lo scorse ben, disse di botto:"Costui ha di morire una gran fretta,Ché avanti a gli altri vôl pagare il scotto."Così dicendo e crollando la testaSprona il destriero e la sua lancia arresta.

E Marigotto fece il simigliante:Verso di questo venne, e l'asta abassa;Ma Brandimarte, che 'l gionse davante,Dopo alle spalle con la lancia il passa;E d'urto dapoi gionse lo afferante,E con ruina a terra lo fraccassa,Là dove Marigotto e 'l suo ronzoneNe andarno in fascio, a gran destruzïone.

Già Brandimarte avea sua spata tratta,E dà tra gli altri senza alcun riparo.Oh come bene intorno se sbaratta,Facendo de lor pezzi da beccaro!Onde alla gente che venìa sì ratta,Cominciava il terreno a parer caro,E non mostrano ormai cotanta fretta,Ché più che voluntier l'un l'altro aspetta.

Ma Menadarbo vi gionse, adiratoChe un sol barone arresti tanta gente,E stringendo la lancia al destro latoNe vien spronando il suo destrier corrente;E colse Brandimarte nel costato,Ma de arcione il piegò poco o nïente:La lancia rotta in pezzi cade a terra,E Brandimarte adosso a lui si serra.

Levando alto a due mano il brando nudo,Mena con furia al mezo della testa.Or lui coperto avea l'elmo col scudo:Né l'un né l'altro quel gran colpo arresta,Ché il scudo e l'elmo ruppe il brando crudo,E cadde Menadarbo alla foresta,Partito dalla fronte insino ai denti;Or vi so dir che gli altri avean spaventi.

Ma non di manco gli stavano intorno,E chi lancia da longi e chi minaccia.Poco gli stima il cavalliero adorno,Ed ora questi ed or quelli altri caccia;Così gran parte è passata del giorno,Perché la gente che seguia la tracciaCrescendo ne venìa di mano in mano:Ecco gionto è Torindo e il Caramano.

Prima gionse Torindo a gran baldanza:Con l'asta bassa Brandimarte imbrocca,E spezzò sopra al scudo la sua lanza;Ma Brandimarte ad una spalla il tocca,E quasi lo partì insino alla panza,E dello arcione a terra lo trabocca.Vedendo quel gran colpo il CaramanoVolta il destriero e fugge per il piano.

Ma quel fuggire avria poco giovato,Se non avesse avuto a volar piume.Venne la notte, e il giorno era passato,Né per quel loco si vedea più lume;E 'l Caramano avanti era campato,Natando per paura un grosso fiume;Poi molte miglia per le selve ombroseAndò fuggendo ed al fin se nascose.

E Brandimarte, che l'avea seguitoCacciando a tutta briglia il suo destriero,Dapoi che vide ch'egli era fuggitoE che a pigliarlo non era mestiero,Guardando al prato dove era partitoNon vi sa più tornare il cavalliero,Perché la notte che ha scacciato il giornoAvea oscurato per tutto d'intorno.

Intrato adunque per la selva alquanto,E non sapendo mai di quella uscire,Smontò di sella e trassese da un canto,Sopra alle fronde se pose a dormire;Ma rotto li fo il sonno da un gran pianto,Qual quindi presso li parve de odire,E sembrava la voce de una dama,Che a Dio mercede lacrimando chiama.

Chi sia la dama qual mena tal guai,Poi oderiti stando ad ascoltare.Ma sia de Brandimarte detto assai,Ché al conte Orlando mi convien tornare,Il qual, partito come io vi contai,Verso Ponente prese a caminare,Né passato era avanti oltre a sei miglia,Che ebbe travaglia e pena a meraviglia.

Però che, intrato essendo in duo valloni,Chinandosi già il sole in ver la sera,Trovò sopra a que' sassi e Lestrigioni,Gente crudele e dispietata e fiera.Costoro han denti ed ungie de leoni,Poi son come gli altri omini alla ciera,Grandi e barbuti e con naso di spana:Bevono il sangue e mangian carne umana.

Il conte entrato gli vede a sedereAd una mensa che è posta tra loro,E sopra quella da mangiare e bere,Con gran piatti d'argento e coppe d'oro.Come ciò scorse Orlando, a più potereSprona il ronzon per giongere a costoro,E ben seguìto lo tenean le dame,Ché l'una più che l'altra ha sete e fame.

Via van trottando per giongere a cena,Ma prestamente fia ciascuna sacia.Or vanne il conte, e con faccia serenaA que' ribaldi disse: - Pro vi facia.Poi che fortuna a tale ora mi menaIn questo loco, prego che vi piaciaPer li nostri dinari, o in cortesia,Che siamo a cena vosco in compagnia. -

Il re de' Lestrigoni, Antropofàgo,Odendo le parole levò il muso.Questo avea gli occhi rossi come un drago,E tutto di gran barba il viso chiuso;De veder gente occisa è troppo vago,Come colui che tutto il tempo era usoMatina e sera di farne morire,Per divorarli e il suo sangue sorbire.

Quando costui odì il conte parlare,Veggendolo a destriero e bene armato,Dubitò forse nol poter pigliare,Onde li fece loco a sé da lato,Pregando che volesse dismontare;Ma il conte aveva già deliberato,Se lo invitasse, de accettar lo invito,Se non, pigliar da cena a ogni partito.

Onde discese de il destriero al basso,Ma non se assetta, le dame aspettando,Le qual venian però più che di passo.Ora odì il conte lor, che mormorandoDicevan l'uno a l'altro: - Egli è ben grasso. -E quel rispose: - Io nol so, se non quandoIo il vedo a rosto, o ver quand'io l'attasto;E sapròl meglio se io ne piglio un pasto. -

Non attendeva Orlando a tal sermone,Come colui che alle dame guardava,Ma in questo Antropofàgo il LestrigoneDa mensa pianamente se levava,E, preso avendo in mano un gran bastone,Venne alle spalle del conte di Brava,E sopra l'elmo ad ambe mano il tocca,Sì che disteso a terra lo trabocca.

Molti altri se aventarno anco di fattoVerso le dame dai visi sereni,Perché volevan tutti ad ogni pattoAver di quella carne e corpi pieni;Ma lor, che se smarirno di quello atto,Voltarno incontinente i palafreni,E l'una in qua e l'altra in là fuggiva;La mala gente apresso le seguiva.

Givan piangendo e lamentando forteLe damigelle con molta paura,E, non essendo nel paese scorte,Andarno errando per la selva oscura.Tornamo al conte, che è presso alla morte:Già tratta gli han di dosso l'armatura,E non è ancora in sé ben rinvenutoPer il gran colpo che ha nel capo avuto.

Antropofàgo, il re crudo e superbo,Gli pose adosso il dispietato ungione,Dicendo a gli altri: - Questo è tutto nerbo:Da gli occhi in fora non c'è un buon boccone. -Sentendo Orlando lo attastare acerbo,Per quella doglia uscì de stordigione,E saltò in piede il cavallier soprano;Come a Dio piacque, a lor scappò di mano.

Dietro gli è il re con molti Lestrigoni,Cridando a ciascadun ch'e passi chiuda;Chi gli tra' sassi, e chi mena bastoni:Tutta gli è adosso quella gente cruda,Né lo lascia partir de que' cantoni.Ora ecco ha vista Durindana nuda,Che avean lasciata quei ribaldi a terra;Ben prestamente il conte in man l'afferra.

Quando se vidde la sua spada in mano,Pensati pur tra voi se il fo contento.Ove se imbocca quel vallone a piano,Eran firmati di costor da cento,Tutti di viso ed abito villano;Né scudo o brando o altro guarnimento,Ma pelle d'orsi e di cingiali in dossoAvea ciascun, e in mano un baston grosso.

Il conte Orlando tra costor se caccia,Menando il brando a dritto ed a roverso,E l'un getta per terra, e l'altro amaccia,Questo per lungo e quel taglia a traverso;Spezza e bastoni e seco ambe le braccia,Ma quel rio populaccio è sì perversoChe, avendo rotto e perso e piedi e mane,Morde co' denti, come fa lo cane.

Convien che spesso il conte se ritorza,Perché ciascun de intorno l'aggraffava.Ora il suo re, sì come avea più forza,Maggior baston de gli altri assai portava,Ed era tutto armato de una scorza;Giù per la barba gli cadea la bava,Che colava di bocca e del gran naso,Come un cane arabito, a quel malvaso.

Più di tre palmi sopra gli altri avanzaQuesto re maledetto che io vi conto;Orlando lo assalì con gran possanza,E dritto a mezo il capo l'ebbe gionto;Callò il brando nel petto e nella panza,Sì che in due parte lo divise a ponto,E cadde da due bande alla foresta;Il conte dà tra gli altri e non s'arresta.

E fece un tal dalmaggio in poco de ora,Che di quella canaglia maledettaNon vi è persona che faccia dimoraAvanti al conte: tristo chi lo aspetta!Perché col brando in tal modo lavora,Che non si trova né pezzo né fettaDe alcun, che morto al campo sia rimaso,Qual sia maggior che prima fosse il naso.

Onde lui restò solo in quel vallone,Ed era il giorno quasi tutto spento,Quando esso se adobbò sue guarnisone;E di mangiare avendo un gran talento,Venne alla mensa, a quelle imbandisone,Le qual mirando quasi ebbe spavento,Però che quelle gente disonesteCotte avean bracie umane e piedi e teste.

Ben vi so dir che gli fuggì la fameA quel convito dispietato e fiero,Se ben ne avesse avuto maggior brame.Ma torna adietro e prende il suo destriero,Deliberato di cercar le dame,Ché ritrovarle avea tutto il pensiero.E diceva piangendo: "Or chi me aiutaForza né ardir, se mia dama è perduta?

Se mia dama è perduta, or che mi valeAver morto costor dal brutto viso?Che se io non la ritrovo, era men maleEsser da lor con quei bastoni occiso.O Patre eterno! o Re celestïale!O Matre del Segnor del paradiso!Datime presto l'ultimo conforto,Ch'io la ritrovi, o che io presto sia morto."

Piangendo il conte parlava così,Come io vi ho detto, e nella selva intrò;Errando andò per quella in sino al dì,Ma ciò ch'el va cercando non trovò.Essendo l'alba chiara, ed ello odìCridar: - Va là! va là! ché ella non puòScappare ormai più fuora di quel passo,Ché là davanti è ruïnato il sasso. -

Dricciosse Orlando ove colui favella,E presto del cridar vidde lo effetto,Perché cognobbe quella gente fellaDe' Lestrigoni, il popol maledetto,Che avean cacciata Angelica la bellaOve se era condutta al passo stretto,Che arendersi bisogna a chi la caccia,O roïnarsi da ducento braccia.

Quando la vidde il conte a tal periglio,Non dimandati se fretta menava.Era per ira in faccia sì vermiglio,Che poco longi un foco dimostrava.Urtò il destriero e al brando diè di piglio,E quel de intorno a gran furia menava,Lasciando ove giongeva un tal segnale,Che per guarirlo medico non vale.

Eran costor che io dico, da quaranta,Che avean stretta la dama in su quel sito,Né già de tutti quanti un sol si vantaChe senza la sua parte sia partito.Se la canaglia fosse due cotanta,Ciascuno a bon mercato era fornitoDi squarci per la testa e per la faccia:A chi troncò le gambe, a chi le braccia.

Angelica fu scossa in questa via,La quale era fuggita in ver ponente;Ma Fiordelisa, che a levante gìa,Pur fu seguita ancor da questa gente.Tutta la notte la brigata riaL'avea cacciata, sino al sol nascente,E proprio l'ha condutta in quella parteOve dormiva il franco Brandimarte.

Ella piangendo a Dio se accomandava,Ed era già sì stracco il palafreno,Che, pur fuggendo, indarno il speronava.De Lestrigoni intorno il bosco è pieno,Ché ciascun de pigliarla procacciava,Onde essa di paura venìa meno,E già, ponendo il corpo per perduto,A Dio per l'alma adimandava aiuto.

Già riluceva alquanto pure il giorno,Come io vi dissi, e l'alba era schiarita,E Brandimarte, il cavalliero adorno,Dormia lì presso in su l'erba fiorita,Onde svegliosse; e guardando de intornoVidde la dama trista e sbigotita,Che da que' Lestrigoni avia la caccia;Ben la cognobbe incontinenti in faccia.

Onde fo presto al suo destrier salito,E con roina verso lei si mosse;Avendo tratto il suo brando forbito,Incontrò un Lestrigone e quel percosse.Non vi restava apena integro un dito,Ché tagliate gli avrebbe ambe le cosse,Né a quel ch'è in terra il cavalliero attende,Ma tocca un altro e insino al petto il fende.

Erano allora trenta Lestrigoni,O forse qualcun manco, a dire il vero,E qual tutti con sassi e con bastoniChi dava a Brandimarte e chi al destriero,Ma lui facea de lor tanti squarcioni,Che pieno avea de intorno a quel sentieroDi teste e braccia; e tuttavia tagliando,Carco avea tutto di cervelle il brando.

Ivi de intorno alcun più non appareDi quella gente brutta e maledetta;Lui Fiordelisa corse ad abracciare,E ben mez'ora a sé la tenne stretta,Prima che insieme potesse parlare;Ma poi piangendo quella tapinettaContava al cavallier con disconfortoCome alla terra Orlando ha visto morto.

Così dicea perché l'avea vedutoTra i Lestrigoni alla terra disteso;Or Brandimarte per donarli aiutoA quella parte se ne va disteso.Ma io sono al fin del canto già venuto:Segnori e dame, che l'avete inteso,Dio vi faccia contenti e di tal voglia,Che ritornati a l'altro con più zoglia.

Canto decimonono

Già me trovai di maggio una matinaIntro un bel prato adorno de fiore,Sopra ad un colle, a lato alla marinaChe tutta tremolava de splendore;E tra le rose de una verde spinaUna donzella cantava de amore,Movendo sì soave la sua boccaChe tal dolcezza ancor nel cor mi tocca.

Toccami il core e fammi sovenireDal gran piacer che io presi ad ascoltare;E se io sapessi così farme odireCome ella seppe al suo dolce cantare,Io stesso mi verrebbi a proferire,Ove tal volta me faccio pregare;Ché, cognoscendo quel ch'io vaglio e quanto,Mal volentieri alcuna fiata io canto.

Ma tutto quel che io vaglio, o poco o assai,Come vedeti, è nel vostro comando,E con più voglia e più piacer che maiLa bella istoria vi verrò contando;Ove, se me ramenta, vi lasciaiNel ragionar di Brandimarte, quandoCon Fiordelisa, di bellezza fonte,Tornava adietro a ritrovare il conte.

Tornando adietro il franco cavallieroCon Fiordelisa, a mezo la giornataTrovarno un varletino in su un destriero,Che avea dietro una dama iscapigliata.Lui via ne andava sì presto e legiero,Che mai saetta de arco fu mandataCon tanta fretta, o da ballestra il strale,Qual non restasse a lui dietro a le spale.

La dama, che era a piedi, pur seguia,A benché fosse a lui molto lontana.Il cavalliero incontra gli venìaCon Fiordelisa per la terra piana;E l'altra dama, che questa vedia,Cridando incominciò: - Falsa puttana!Non ti varrà costui ch'è la tua scorta,Ché in ogni modo a sto ponto sei morta. -

Lasciò la briglia, battendo ogni mano,E ben se tenne morta Fiordelisa,Perché cognobbe presto aperto e pianoChe quella dispietata era Marfisa,La qual seguito avea Brunello invano(Il tutto vi ho contato, ed a qual guisa);Avendo quel giottone assai seguito,Trovò la dama e il cavalliero ardito.

Era Brunello adunque il varletinoCh'è sopra a quel destrier di tanta lena;Lui via passò, fuggendo al suo camino,Né con la vista lo seguirno apena.Quando Marfisa l'occhio serpentinoVoltò, di doglia e di grande ira piena,Mirando Brandimarte e la sua damaFar la vendetta sopra a questi ha brama.

E le parole che ho sopra contateA Fiordelisa disse minacciando;E benché l'arme avesse dispogliate,E senza destrier fusse e senza brando,Di sommo ardire avea tanta bontateChe, Brandimarte armato riguardando,Volea seco battaglia a ogni partito;Ma a lui non piacque de accettar lo invito.

Ché a ferire una dama disarmataA lui parea vergogna e grande iscorno.Era una pietra in quel campo piantata,Ove seguito avea Brunello il giorno,Da trenta passi, o quasi, diruppata,E cento ne voltava, o più, de intorno;Per un scaglione alla cima se sale:Altronde non, chi non avesse l'ale.

Questa adocchiata avea l'aspra donzella,Né pose alcuna indugia al pensamento,Ma trasse Fiordelisa de la sellaE, via fuggendo ratta come un vento,Montò la pietra, che parbe una occella;A benché Brandimarte non fu lentoA seguitarla, come vidde il fatto,Ma pur rimase in asso a questo tratto.

Perché il scaglione è tanto diruppato,Che non che alcun destrier possa salire,Ma non vi puote lui montare armato,Onde si cominciava a disguarnire.Marfisa dal più sconcio ed alto latoPortò la dama per farla morire:In braccio la portò sopra a quel sassoPer trabuccarla dalla cima al basso.

E Fiordelisa menava gran pianto,Come colei che morta se vedia,E 'l cavallier ne faceva altro tanto,E de ira e de dolor quasi moria.Egli è coperto de arme tutto quanto,E di camparla non vede la via;Se ben salisse, salirebbe invano,Ché a suo mal grato fia gettata al piano.

Onde con pianto e con dolce preghieraIncominciò Marfisa a supplicareChe non voglia esser sì spietata e fiera,Sé proferendo e ciò che potea fare.Sorrise alquanto la donzella altiera,Poi disse: - Queste zanze lascia andare:Se costei vôi campare, egli è mestieroChe l'arme tu me doni e il tuo destriero. -

Or non fu molta indugia a questo fatto,Ché ciascaduno il prese per megliore.A Brandimarte parve un bon barattoSe ben cambiasse per sua dama il core;Così Marfisa ancora attese il patto,E, preso che ebbe l'armi e il corridore,Lasciò la dama che avea giù portata,E salta in sella e via cavalca armata;

E via passando con molta baldanza,Come colei che fu senza paura,Trovò duo che èno armati a scudo e lanzaSopra duo gran ronzoni alla pianura.Costor fôr quei che la menarno in Franza.Ma poi vi conterò questa aventura,E torno a Brandimarte e Fiordelisa,Come Turpin la istoria a me divisa.

Brandimarte montò nel palafrenoDella sua dama, e quella tolse in groppa,E cavalcando assai per quel terrenoTrovarno a lato a un fiume una alta pioppa,E nella cima, o ver nel mezo almeno,Stava un ribaldo e cridava: - Galoppa,Galoppa, Spinamacchia e Malcompagno,Ché qua di sotto è robba da guadagno. -

Il cavallier, che intese tal latino,Fermosse a quello, e non sa che si fare,Perché cognobbe che egli è un malandrino,Qual chiamava e compagni per robbare;E lui se trova sopra a quel ronzino,Né vede modo a poterse aiutare,Ché non ha spata né scudo né maglia;Trovar non sa diffesa che li vaglia.

E già scoperti son forse da sette,Chi a piedi, chi a destrier, di quella gente."Or non bisogna che quivi gli aspette!"Diceva Brandimarte in la sua mente;E per la selva correndo se mette,E lor non lo abandonan per nïente,Ma chi dice: - Sta forte! - e chi minaccia:Già più di trenta sono a dargli caccia.

Oh quanto se vergogna il cavallieroFuggir davante a gente sì villana!Che se egli avesse l'arme e il suo destriero,Non se trarebbe adietro a meza spana.Or via fuggendo per stretto sentieroGionse intra un prato, ove era una fontana:Cinto d'intorno è da la selva il prato,E uno altissimo pino a quello a lato.

Fuggendo il cavallier con disconforto,Come io vi dico, e molto mal contento,Un re vidde alla fonte, che era morto,Ed avea in dosso tutto il guarnimento;E Brandimarte come ne fo accorto,Ad accostarsi ponto non fu lento,E prese il brando, che avea nudo in mano,E giù del palafren saltò nel piano.

Il manto se rivolse al braccio manco,E con la spada e malandrini affronta.Mai non fu campïon cotanto franco:Questo tocca di taglio, e quel di ponta,A l'uno il petto, a l'altro passa il fianco.Or che bisogna che più ve raconta?Tutti e ladroni occise in poco de ora,Sì ben col brando intorno egli lavora.

Camponne solamente un sciagurato(Già non campò, ma poco uscì de impaccio),Il qual fuggì ferito nel costato,E via di netto avea tagliato un braccio.Alla capanna subito fo andato,Ove si stava il crudo Barigaccio,Barigaccio, il figliol di Taridone:Corsar fo il patre, ed esso era ladrone.

Ma Barigaccio grande di staturaFo più del patre, e forte di persona.Ora a lui gionse con molta pauraLo inaverato, e il tutto gli ragionaCome passata è la battaglia scura,Poi morto a lui davante se abandona;Essendo uscito il sangue de ogni vena,Cadegli avante e più non se dimena.

Onde turbato Barigaccio il fieroFo a maraviglia, e prese un gran bastone;De arme adobato, come era mestiero,Salta sopra Batoldo, il suo ronzone.Troppo era smesurato quel destriero:La pelle nera avea come un carbone,E rossi gli occhi, che parean di foco;Sol nella fronte avea di bianco un poco.

E Barigaccio, poi che fu montato,Di speronarlo mai non se rimane.Or Brandimarte, che rimase al pratoPoi che spezzato ha quelle gente istrane,Guardando il re che stava al fonte armato,Cognobbe al scudo ch'egli era Agricane,Qual fo occiso da Orlando alla fontana:Già vi contai l'istoria tutta piana.

Egli avea ancor la sua corona in testa,D'oro e di pietre de molto valore,Ma Brandimarte nulla li molesta,Ché ancor portava al corpo morto onore.De arme il spogliò, ma non di sopravesta,E baciandoli il viso con amore:- Perdonami, - dicea - ché altro non posso,Se ora queste arme ti toglio di dosso.

Né la temenza di dover morireMi pone di spogliarti in questa brama,Ma nella mente non posso soffrireVeder poner a morte la mia dama;E ben son certo, se potessi odire,Se sì fosti cortese, come hai fama,Odendo la cagion perché io ti prego,Non mi faresti a tal dimanda niego. -

Parlava in questo modo il cavallieroA quel re morto con piatoso core,Il quale era ancor bello e tutto intiero,Sì come occiso fosse di tre ore;E stando Brandimarte in quel pensiero,Sentì davanti al bosco un gran romore,Qual facea Barigaccio per le fronde,Che rami e bronchi e ogni cosa confonde.

Presto adobosse il cavalliero arditoDi piastra e maglia e de ogni guarnisone,Prese Tranchera, il bel brando forbito,E lo elmo che far fece Salamone.De tutte l'armi a ponto era guarnito,Quando sopra gli gionse quel ladrone,Il qual, mirando de intorno e da lato,E suoi compagni vidde in pezzi al prato.

Fermosse alquanto, e poi che gli ha veduti,Disse: - In malora, gente da bigonci!Ché non me incresce de avervi perduti,Poi che un sol cavallier così vi ha conci;Ché io voria prima, se Macon me aiuti,Ne la mia compagnia cotanti stronci.Colui voglio impicar senza dimora,E voi con seco, così morti, ancora. -

Così parlando, verso del gran pino,Ove era Brandimarte, se voltava.Come lo vidde a piede in sul cammino,Subito a terra anch'esso dismontava;Né per virtù ciò fece il malandrino,Ma perché forte il suo ronzone amava:Dubitò forse che quel campïoneNon lo occidesse, essendo esso pedone.

Senza altramente adunque disfidare,Adosso a Brandimarte fu invïato:Proprio un gigante alla sembianza pare,Tutto di coio e di scagliette armato.Col scudo de osso che suolea portareE il suo baston di ferro e il brando a latoVenne alla zuffa, e senza troppo direSe cominciarno l'un l'altro a ferire.

Sopra del scudo a Brandimarte colseMenando ad ambe mano il rio ladrone;E quanto ne toccò tanto via tolse,Come spezzasse un pezzo di popone.Il cavalliero ad esso si rivolseCol brando, e gionse a mezo del bastone,E come un gionco lo tagliò di netto:Ora ebbe Barigaccio un gran dispetto.

E saltò adietro forse da sei braccia,E trasse il brando senza dimorare,E biastemando il cavallier minacciaDi farli quel baston caro costare.Ma Brandimarte adosso a lui se caccia;Or se comincia l'un l'altro a menarePonte, tagli, mandritti e manroversi:Mai non fu visto colpi sì diversi.

Il cavallier se maraviglia assaiCome abbia un malandrin tanta bontade,Perché in sua vita non vidde più maiTanta fierezza ad altri in veritade.Ambi avean l'arme, quale io vi contai;Già tutte l'han falsate con le spade,Né di ferire alcun di lor se arresta,Ma la battaglia cresce a più tempesta.

Cresce più forte la battaglia fiera,Per colpi sterminati orrenda e scura,E Barigaccio il crudo se dispera,Che tanto il cavallier contra li dura.Or Brandimarte il tocca di Tranchera,E portò seco un squarcio de armatura;Lui fu gionto anco dal forte ladrone,Che l'arme gli tagliò insino al giuppone.

A tal percossa piastra non vi vale,Né grossa maglia, né sbergo acciarino,Né cor de adante, il quale è uno animale,Di che armato era il forte saracino.Ora pareva a Brandimarte maleChe sì prodo uomo fusse malandrino;Onde, essendo uno assalto assai durato,Così parlando se trasse da lato:

- Io non so chi tu sia, né per qual modoT'abbia condutto a tal mestier fortuna,Ma per più prodo campïon te lodoCh'io sappia al mondo, sotto della luna;E ben me avedo che fermato è il chiodo,Che prima che sia sera o notte bruna,O l'uno o l'altro fia nel campo morto;E spero che serà colui che ha il torto.

Ma stu volessi lasciar quel mestiero,Qual nel presente fai, di robbatore,Vinto mi chiamo e son tuo cavalliero:In ogni parte vo' portarti onore.Or che farai? Hai tu forse pensieroChe manchi giamai robba al tuo valore?Lascia questo mestier: non dubitare,Ché a tal come sei tu, non può mancare. -

Rispose il malandrin: - Questo che io faccio,Fallo anco al mondo ciascun gran signore;E' de' nemici fanno in guerra istraccioPer agrandire e far stato maggiore.Io solo a sette o dece dono impaccio,E loro a dieci millia con furore;Tanto ancora di me peggio essi fanno,Togliendo quel del che mestier non hanno. -

Diceva Brandimarte: - Egli è peccatoA tuor l'altrui, sì come al mondo se usa;Ma pur quando se fa sol per il stato,Non è quel male, ed è degno di scusa. -Rispose il ladro: - Meglio è perdonatoQuel fallo onde se stesso l'omo accusa;Ed io te dico e confessoti a pienoChe ciò che io posso, toglio a chi può meno.

Ma a te, qual tanto sai ben predicare,Non voglio far di danno quanto io possoSe quella dama che là vedo stareMi vôi donare e l'arme che hai indosso.E ne la borsa te voglio cercare,Ché io non me trovo di moneta un grosso;Poi te lasciarò andar legiero e netto.Ma voglio baratare anche il farsetto,

Però che questo è rotto e discucito;Tu te 'l farai conciar poi per bell'agio. -E Brandimarte, quando l'ebbe odito,Disse nel suo pensier: "L'omo malvagioNon se può stor al male onde è nutrito;Né di settembre, né il mese di magio,Né a l'aria fredda, né per la caldanaSe può dal fango mai distor la rana."

E senza altra risposta disdegnosoImbracciò il scudo ed isfidò il ladrone;E fu questo altro assalto furïoso,Spezzando e scudi ed ogni guarnisone,Ed era l'uno e l'altro sanguinoso,Crescendo ogniora più la questïone;Né più vi è di concordia parlamento,Ma trarse a fine è tutto il lor talento.

Or Brandimarte afferra il brando nudo,Ché destinato è di donarli il spaccio,E disserra a due mano un colpo crudoPer il traverso adosso a Barigaccio,E tagliò tutto con fraccasso il scudo,Quale era de osso, e sotto a quello il braccio.A quel gran colpo ogni arma venne manco,E sino a mezo lo tagliò nel fianco.

Lui cadde a terra biastemando forte,Ed al demonio se racomandava,E benché Brandimarte lo conforte,Con più nequizia ognior se disperava;Ma il cavallier non volse darli morte,E così strangosciato lo lasciava,Partendosi di qua senza dimora;Ma lui moritte appresso in poco d'ora.

Il cavallier, lasciando il ladro fello,Con la sua dama si volea partire,Quando Batoldo, il suo destrier morello,Ch'era nel prato, cominciò a nitrire;Veggendol Brandimarte tanto bello,Con la sua Fiordelisa prese a dire:- Il palafren serìa troppo gravatoSe te portasse e me, che sono armato,

Sì che io me pigliarò quel bon destriero,Come pigliato ho il brando e l'armatura,Perché serebbe pazzo e mal pensieroLasciar quel che appresenta la ventura.Quei morti più de ciò non han mestiero,Ché sono usciti fuor de ogni paura. -Così dicendo se accosta al ronzone,Prende la briglia e salta in su lo arcione.

E via con Fiordelisa cavalcandoTrovò due cose spaventose e nove,Tal che gli fie' mistiero avere il brando.Ma questo fatto contaremo altroveChé or mi convien tornare al conte Orlando,Quale avea fatto le diverse proveContra de Antropofàgo e' Lestrigoni,Come contarno avanti e miei sermoni.

Campata avendo Angelica la bella,Troppo era lieto di quella aventura.Via caminando assai con lei favella,Ma di toccarla mai non se assicura.Cotanto amava lui quella donzella,Che di farla turbare avea paura;Turpin, che mai non mente, de ragioneIn cotale atto il chiama un babïone.

Essendo in questo modo costumato,L'un giorno apresso a l'altro via camina.Già il paese de' Persi avea passato,E la Mesopotamia che confina;Poi, lasciando li Armeni al destro lato,Soria vargò giongendo alla marina;E tutto questo ricco e bel paesePassò senza trovar guerre o contese.

Essendo gionto, come io dico, al mare,Nel porto di Baruti ebbe trovatoUn bel naviglio, che volea passare;Ma troppo estremamente era ingombrato,Però che in Cipri convenea portareUn giovanetto re, che era assembratoA dimostrar ne l'arme il suo valore,Per una dama a cui portava amore.

Era re di Damasco il giovanettoQuale io ve dico, e nome ha Norandino,Ardito e forte e di nobile aspetto,Quanto alcun altro fosse in quel confino.Regnava, in questo tempo che io vi ho detto,Ne la isola de Cipri un Saracino,Che avea una figlia di tanta beltate,Quanta alcuna altra di quella citate.

Lucina fu nomata la donzellaDe cui io parlo, e il patre Tibïano.Sendo la dama a meraviglia bella,Era da molti adimandata in vano;E sol di sua beltate si favellaIvi de intorno per monte e per piano,Onde l'ama chi è longi e chi è vicino,Ma sopra a tutti la ama Norandino.

Re Tibïano avea preso pensieroDi voler la sua figlia maritare,Ed avea ordinato un bel torniero,Come in quel tempo se usava di fare,Ove ogni re, barone e cavallieroPotesse sua prodezza dimostrare,Ed ha invitate e dame e le regineTutte de intorno per quelle confine.

Ciascun voluntaroso in Cipri andava,Come fu il bando per de intorno inteso.Chi de provarsi a l'arme procacciava,Chi per mirare avea quel camin preso;Ma più de gli altri gran fretta menavaRe Norandino, avendo il core acceso,Fornito ben de ciò che fa mestieri,De paramenti e de arme e de destrieri.

E seco ne menava in compagniaDa vinti cavallier, ciascuno eletto.Or quando il conte in su il ponto giongia,Il re si stava a nave per diletto;Onde rivolto a' suoi baron dicia:- Se costui non me inganna ne lo aspetto,Debbe esser cima e fior de ogni valente,Se la apparenza e lo animo non mente. -

E poi lo fece al paron dimandare,Se volea seco andare al torniamento.Esso rispose senza dimorareChe egli era per servirlo a suo talentoO ver per giostra, o sia per tornïare,O sia per guerra ed ogni struggimento:Pur che lo possa a suo modo servire,In ogni cosa è presto ad obedire.

Il re lo adimandò che nome avia,De sua condizïone e del paese.E lui rispose: - Io son de Circassia,Ove perdei per guerra ogni mio arnese,Eccetto l'arme e quella dama miaDi che fortuna me è stata cortese.Mio nome è Rotolante; e quel che io posso,È a tuo comando insin che ho sangue adosso. -

Il giovanetto re molto ebbe gratoIl cortese parlar che fece Orlando,Ed in sua compagnia l'ebbe accettato,Poi di più cose li andò dimandando,Sin che il vento da terra fu levato.Segnori e donne, a voi mi raccomando;Finito è un canto, e l'altro io vo' seguire,Cose più belle e vaghe per odire.

Canto ventesimo

Quella stagion che in cel più raserena,E veste di verdura gli arborscelli,Ed ha l'aria e la terra d'amor pienaE de bei fiori e de canti de occelli,Gli amorosi versi anco mi mena,E vôl che a voi de intorno io rinovelliL'alta prodezza e lo inclito valoreQual mostrò un tempo Orlando per amore.

Di lui lasciai sì come NorandinoLo prese per compagno al torniamento;Ben vi andò volentieri il paladino,Ché di passare avea molto talento.Ora s'aconciò il tempo al lor caminoIntra Levante e Greco, ottimo vento,Qual via gli portò in Cipri alla spiegata,Ove gran gente in prima era assembrata.

Però che e Greci insieme con PaganiAlla gran festa se erano adunati,E degli circonstanti e de' lontani;Baroni e cavallieri erano armati,Ma pur fra tutti quanti e più sopraniE de maggiore estima e più onoratiEran Basaldo e Costanzo e Morbeco:Li duo fôr turchi e quel di mezo greco.

Costanzo fu filiol di Vatarone,Che alor de' Greci lo imperio tenìa,E quei duo turchi avean due regïone,Di che erano amiragli, in Natolia.Ora Costanzo avea seco GrifoneEd Aquilante pien di vigoria;Ben me stimo io che abbiati già sentitoCome Aquilante fu seco nutrito,

Quando la Fata Nera il damigelloMandò primeramente in quella corte,Poi che 'l levò di branche al fiero occello,Ché condotto l'avrebbe in trista sorte.Di questa cosa più non vi favello,Ché so che avete queste istorie scorte;Grifone in Spagna ed in Grecia AquilanteFurno nutriti, e più non dico avante.

Se non che, essendo poscia spregionati,Come io contai, da le Isole Lontane,Ed avendo più giorni caminatiPer diversi paesi e gente istrane,Nel porto di Blancherna erano intrati,Ove con festa e con carezze umaneFôr recevuti da lo imperatoreE da Costanzo, e fatto molto onore.

E volendo esso andare a quel torniero,Ebbe la lor venuta molto grata,Cognoscendo ciascun bon cavallieroPer farli un grande onore a quella fiata;Avengaché Grifone è in gran pensiero,Perché Origilla, sua dama, infirmataEra di febre tanto acuta e forte,Che quasi è stata al ponte de la morte.

Ma pure, essendo migliorata alquanto,Partì da lei, benché gli fusse grave,Né se puotè spiccar già senza pianto,Ed intrò con Costanzo alla sua nave.Indi passarno ove il fiume di XantoHa foce in mare, e con vento soaveGionsero in Cipri, come io vi ho contato,Ciascun bene a destriero e ben armato.

Molti altri ancora che io non vi racconto,Baroni e cavallieri e damigelle,Eran venuti, e tutti bene in pontoDe arme e destrieri e de robbe novelle.Quando fu Norandino in Cipri gionto,Le cose de ciascun parvon men belle,Perché è sì ben guarnito e adorno tanto,Che sopra gli altri ogni om gli dava vanto.

Nel porto a Famagosta poser scale,E via ne andâr di lungo a Nicosia,Quale è fra terra la cità reale,E Tibïano il seggio vi tenìa.Quivi con festa e pompa trïonfale,Con duci e conti e molta baroniaIntrò il re di Damasco tutto armato,Con trombe avanti e bene accompagnato.

Un monte acceso portava nel scutoE similmente nel cimero in testa;E ciascun che con esso era venutoAvea pur tale insegna e sopravesta.Così fu degnamente recevutoCon molto onor da tutti e con gran festa;Ma sopra gli altri lo onorò Lucina,Ché più che sé lo amava la tapina.

E già, passando il tempo, è gionto il giornoChe 'l tornier dovea farsi in su la nona,Ed ogni cavaliero andava intornoFacendo mostra della sua persona,L'un più che l'altro a meraviglia adorno.De trombe e de tamburi il cel risuona;Per ben vedere avante ogniom si caccia:Preso è ogni loco intorno della piaccia.

Ma da l'un capo uno alto tribunalePer le dame e regine era ordinato,Ove Lucina in abito realeE l'altre vi sedean da ciascun lato.Mostravan poco il viso naturale,Le più l'avean depinto e colorato:Turpino il dice, io nol so per espresso,Benché sian molte che ciò fanno adesso.

Angelica là sopra era tra loro,Qual se mostrava un sole infra le stelle;Con una vesta bianca, adorna d'oro,Senza alcun dubbio è il fior de l'altre belle.Re Tibïano e il suo gran concistoroDa l'altro lato incontra alle donzelleSe stava al tribunal, che era adornatoDi seta e drappi d'oro in ogni lato.

Or cominciano a entrare e cavallieri:Ben vi so dir che ciascuno è forbito,Con ricche sopraveste e con cimieri;Ogniom se mostra nel sembiante ardito,Di qua de là spronando e gran destrieri,Perché il torniero in due schiere è partito:Costanzo de una parte è capitano,De l'altra Norandino il Sorïano.

Gnacare e corni e tamburini e trombeSuonorno a un tratto intorno della piaccia;Trema la terra e par che il cel rimbombe,E che lo abisso e il mondo se disfaccia.Tutte, le dame, a guisa de colombe,Per l'alto crido se smarirno in faccia;Ma i cavallier con furia e con tempestaA tutta briglia urtâr testa per testa.

Né si vedean l'un l'altro e campïoni,Benché ciascuno avesse a l'urto accolto;Ma il fremir delle nare de' ronzoniAvea sì grande il fumo a l'aria involto,E sì la polve alciata in que' sabbioni,Che avea il vedere a tutti avanti tolto,Né se guardava l'ordine o la schiera,Ciascun menando a chi più presso gli era.

Ma poi che il fatto fu atutato un pocoE cominciò l'un l'altro a discernire,Apparve in quella piazza il crudo gioco,E colpi dispietati, il gran ferire;Avanti, a mezo, a dietro, in ogni loco,Si vedea gente de gli arcioni uscire;Per tutto è gran travaglia e grave affanno,Ma chi è di sotto è quel che porta il danno.

Orlando per vedere il fatto apertoNon volse ne la folta troppo intrare;Ma quel Morbeco turco, che era espertoIn tal mestiero e ben lo sapea fare,Se trasse avante in su un destrier coperto,E sopra gli altri si facea mirare;Qualunche giongie o de urto, o de la spada,Sempre è mestier che al tutto a terra vada.

E già da sei de quei di NorandinoAvea posti roverso in su il sabbione,Né ancor s'arresta, ma per quel confinoPiù furia mena e più destruzïone;Onde turbato quel re saracinoA tutta briglia sprona il suo ronzone,E sopra di Morbeco andar si lassa,E di quello urto a terra lo fraccassa.

Dapoi Basaldo, che più presso gli era,Percosse ad ambe mano in su la testa;Né lo diffese piastra ni lamiera,Ché a terra lo mandò con gran tempesta.Tutta a roina pone quella schiera,A lui davante alcun più non s'arresta.Oh quanto è lieta Lucina la damaVedendo far sì bene a chi tanto ama!

Costanzo il greco, che vede sua genteSì mal condutta da quel Sorïano,Turbato for di modo nella mente,Gli sprona adosso con la spada in mano.L'uno e l'altro di loro era valente,Onde alcun tratto non andava in vano;Al fin menò Costanzo un colpo fieroE ruppe il monte e il foco del cimiero.

Sino alla croppa lo fece piegareAl colpo smisurato che io vi conto,Ni stette già per questo a indugïare,Ma mena l'altro e in fronte l'ebbe gionto;Ed era Norandin per trabuccare,Se non che Orlando allor se mosse a ponto,E tanto fece, che il trasse de impaccioSin che il rivenne, e lo sostenne in braccio.

Onde Costanzo per questo adiratoAdosso al conte gran colpi menava;Ma lui, come in arcion fosse murato,Di cotal cosa poco se curava.Ma sendo Norandino in sé tornato,Che a sostenirlo più non lo impacciava,Verso Costanzo se rivolse il conte,E lui percosse in mezo della fronte.

Qualunche ha un cotal colpo, non vôl più,Ché bene è paccio chi il secondo aspetta.Ora Costanzo al primo andò pur giù,Di lui rimase la sua sella netta.Diceva ad esso il conte: - Or va là tu,Che menavi a ferirme tanta fretta,Quando io stavo occupato ad altra posta;Or vien adesso e con meco te accosta. -

Lui già non se accostò, ma cadde a terra,Come io vi dico, col capo davante;Ma 'l conte adosso a un altro se disserra,Sì che lo fece al cel voltar le piante.Grifone in altra parte facea guerraDa l'un de' lati, e da l'altro Aquilante;Né se avedean de tal destruzïone,Né de Costanzo che ha tratto de arzone.

Ma il crido della gente che era intornoVoltar fece Grifone in primamente,E combattendo là fece ritorno,Benché sapesse del fatto nïente;E quando lui fu gionto, ebbe gran scorno,Poi che abattuto è il capo di sua gente,Onde adirato il suo destrier sperona;A Norandino adosso se abandona.

Da l'altra parte ancor gionse Aquilante,E quando il suo Costanzo vidde a terra,Turbato fieramente nel sembianteCon ambi e sproni il suo destriero afferra,E riscontrosse col conte de Anglante;E qui se cominciò la orrenda guerra,Benché lui non cognosce il paladino,Perché la insegna avea di Norandino.

Né lui fu cognosciuto anco da Orlando,Ché di Costanzo la insegna portava.Ora, segnori, a voi non ve domandoSe ciascun de essi ben se adoperava,Cotal ruina e tal colpi menandoChe l'aria per de intorno sibillava,Come la cosa andasse a tutto oltraggio,Né se vi scorge ponto di vantaggio.

Vero è, perché Aquilante era turbato,Mostrò maggior prodezza allo affrontare;Ma poi che l'uno e l'altro è riscaldato,Ben vi so dir che assai vi fu che fare,Di qua di là menando ad ogni lato,Che par che il mondo debba ruïnare,Con dritti e con roversi aspri e robesti;E pur gli ultimi colpi alfin fur questi.

Gionse Aquilante a Orlando nella fronte,Sopra la croppa lo mandò roverso;Ma ben rispose a quella posta il conte,E lui ferì de un colpo sì diverso,Che sua baldanza e quelle forze pronteE l'animo e l'ardir tutto ebbe perso;Di qua di là piegando ad ogni mano,Le gambe aperse per cadere al piano.

E certamente ben serìa caduto,Ché più non se reggea che un fanciullino,Se non che Grifon gionse a darli aiuto,Il quale avea lasciato Norandino.Lasciato l'avea quasi per perduto,Ché ormai non potea più quel saracino;Ma per donare aiuto al suo germanoLasciò Grifone andar quel sorïano.

E de giongere al conte se procuraSpronando a tutta briglia il suo ronzone.Or qui si fece la battaglia duraPiù ch'altra mai de Orlando e de Grifone,Qual durò sempre insino a notte oscura,Né se potea partir la questïone,Sin che gli araldi con trombe d'intornoBandirno il campo insino a l'altro giorno.

Ciascun tornò la sera a sua masone,E de' fatti del giorno si favella.Ora a Costanzo parlava GrifoneDicendo: - Io so contarti una novella,Che là su tra le dame, a quel verone,Veder mi parve Angelica la bella;E se ella è quella, io te dico di certoChe Orlando è quel che quasi te ha deserto.

Ed anco io l'ho compreso a quel ferire,Che cresce nella fine a maggior lena,E però ti consiglio a dipartire,Prima che ne abbi più tormento e pena;Omo non è che possa sostenireA la battaglia e colpi che lui mena;Onde lasciar la impresa ce bisogna,Non ne volendo il danno e la vergogna. -

Diceva a lui Costanzo: - Or datti il core,S'io faccio che colui ne vada via,Poi de acquistare a nostra parte onoreE in campo mantenir l'insegna mia? -Grifon rispose a lui, che per suo amoreQuel che potesse far, tutto faria;E che egli aveva fermamente ardireContra ad ogni altro il campo mantenire.

Il Greco, che era di malizia pieno(Come son tutti de arte e di natura),Quando la luce al giorno venne meno,Uscì de casa per la notte scura,E via soletto sopra a un palafrenoOve era Orlando di trovar procura,E trovato che l'ebbe, queto quetoLo trasse in parte e a lui parlò secreto;

E dimostrògli che il re TibïanoSecretamente facea gente armare,Perché era gionto un messaggio di Gano,Il qual cercava Orlando far pigliare;Però, se egli era desso, a mano a manoVedesse quel paese disgombrare;E perciò a ritrovarlo era venuto,Per palesarli questo e dargli aiuto;

E ch'egli aveva una sua fusta armataNascosta ad una spiaggia indi vicina,Qual via lo portarebbe alla spiegataIn Franza a qualche terra di marina.Fu questa cosa sì ben colorataDal Greco, che sapea cotal dottrina,Che il conte a ponto ogni cosa li crede,Ringraziandolo assai con pura fede.

E, fatta presto Angelica svegliare,Con essa alla marina se ne gìa,Ove Costanzo il volse accompagnare,E là il condusse ove la fusta avia.Facendosi il parone a dimandare,Gli impose che il baron portasse viaOve più gli piacesse al suo talento;E lor ne andarno avendo in poppa il vento.


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