Chapter 17

Quel che si fusse poi di NorandinoNé di Costanzo, non saprebbi io dire,Perché di lor non parla più Turpino;Ma ben del conte vi saprò seguire,Il qual sopra alla fusta al suo camino,Fu per fortuna a risco di morire,E stette sette giorni a l'aria bruna,Che mai non vidde il sole, e men la luna.

E questo sopportò con pazïenza,Poscia che altra diffesa non può fare;Ma poi che ebbe di terra cognoscenza,Ed avendo in fastidio tutto il mare,Posar se fece al lito de Provenza,Ché de esser fuora mille anni gli pare,Per trovarsi a Parigi a mano a mano,E dar di sua amistate al conte Gano.

Ché ben l'avria trattato, vi prometto,Come dovea trattarlo il can fellone,Ma non piacque al demonio maledetto,Che lo avea tolto in sua protezïone;Al manco male il facea stare in lettoCinque o sei mesi rotto dal bastone;Ma Lucifer che lo ha preso a guardare,Al conte Orlando dette altro che fare.

Però che cavalcando il paladino,Come fortuna o sua ventura il mena,Arivò un giorno al Fonte di Merlino,Che è posto in mezo del bosco di Ardena.Del Fonte vi ho già detto il suo destino,Sì che a ridirlo non torrò più pena,Se non che quel Merlin, qual fu lo autore,Lo fece al tutto per cacciar l'amore.

Essendo gionti qua quella giornata,Come io vi dico, Orlando e la donzella,Essa, che più del conte era affannata,Smontò il suo palafren giù della sella;E poi, bevendo quell'acqua fatata,Sua mente in altra voglia rinovella,E, dove prima ardea tutta de amore,Ora ad amar non può dricciare il core.

Or se amenta lo orgoglio e la durezza,Qual gli ha Ranaldo sì gran tempo usata,Né gli par tanta più quella bellezzaChe soprana da lei fu già stimata;Ed ove il suo valore e gentilezzaLodar suoleva essendo inamorata,Ora al presente il sir de MontealbanoFellone estima sopra a ogni villano.

Ma, parendo già tempo de partire,Però che era passato alquanto il caldo,Volendo aponto della selva uscire,Viddero un cavalliero ardito e baldo.Or tutto il fatto me vi convien dire:Quel cavalliero armato era Ranaldo,Qual, come io dissi, dietro a RodamonteEra venuto presso a questa fonte.

Ma non vi gionse, perché il fiume in primaChe raccende lo amore, avea trovato.Ora io non vi saprei contare in rimaCome se tenne alora aventurato,Quando vidde la dama, perché estimaSì come egli ama lei, de essere amato.Visto ha per prova ed inteso per famaCiò che per esso ha già fatto la dama.

Non cognosceva il conte, che era armatoCon quella insegna dal monte di foco;Ché sì palese non se avria mostrato,Serbando il suo parlare in altro loco.Perché, essendo ad Angelica accostato,Cortesemente e sorridendo un pocoDisse: - Madama, io non posso soffrireChe io non vi parli, s'io non vo' morire,

Abench'io sappia a qual modo e partitoMi sia portato e con tal villania,Ch'io non meritarei de essere odito.Ma so che seti sì benigna e pia,Che, a benché estremamente aggia fallito,Perdonarete a quel che per folìaContro de lo amor vostro adoperai,Del che contento non credo esser mai.

Or non se può distor quel che è già fatto,Come sapeti, dolce anima bella,Ma pur a voi mi rendo ad ogni patto;E ben cognosce l'alma meschinellaChe io non serebbi degno in alcun attoDi essere amato da cotal donzella,Ma de esser dal mio lato vostro amanteSol vi dimando, e più non cheggio avante. -

Orlando stava attento alle parole,Le quale odì con poca pazïenza,Né più soffrendo disse: - Assai mi doleChe a questo modo ne la mia presenzaAbbi mostrato il tuo pensier sì fole,Ché ad altri non avria dato credenza,Però che volentier stimar voriaChe ciò non fosse vero, in fede mia!

Io voria amarti e poterti onorare,Sì come di ragione ora non posso;Tu per sturbarme già passasti il mare,E per altra cagion non fusti mosso,Benché a me zanze volesti mostrare,Stimandomi in amor semplice e grosso.Or che animo me porti io vedo aperto,Ma sallo Iddio che già teco nol merto. -

Quando Ranaldo vidde che costui,Qual seco ragionava, è il conte Orlando,De uno ed altro pensier stette entra dui,O de partirse o de seguir parlando.Ma pur rispose al fine: - Io mai non fuiSe non quel che ora sono, al tuo comando;Né credo de aver teco minor paceSe ciò che piace a te non mi dispiace.

Non creder che più vaga a gli occhi tuoiPaia che a gli altri questa bella dama;Ed estimar ne la tua mente puoiChe ogni om, sì come tu, de amarla brama.Quanto sei paccio adunque, se tu vuoiAver battaglia con ciascun che l'ama,Perché con tutto 'l mondo farai guerra;Chi non la amasse, ben serìa di terra.

Ma se tu mostri che sia tua per carta,O per ragion che non gli abbia altri a fare,Comandar mi potrai poi che io mi partaE che io non debba seco ragionare;Ma prima soffrirei de avere ispartaL'anima al foco e il corpo per il mare,Che io mi restassi mai de amar costei,E se restar volessi io non potrei. -

Rispose alora il conte: - E' non è mia.Così fosse ella, come io son de lei!Ma non voglio adamarla in compagniaE in ciò disfido il mondo, e boni e rei.Stata è la tua ben gran discortesiaChe, avendoti scoperti e pensier mei,Fidandomi di te come parente,Poi me hai tradito sì villanamente. -

Disse Ranaldo: - Questo è pur assai,Che sempre vogli altrui villaneggiare;Da me non fu tradito alcun giamai,E ciascun mente che il vôle affirmare.Sì che comincia pur, se voglia ne hai,E pigliati a quel capo che ti pare:Se ben se' tra baron tenuto il primo,Più d'uno altro uomo non ti temo o stimo. -

Orlando per costume e per naturaMolte parole non sapeva usare,Onde, turbato ne la ciera oscura,Trasse la spada senza dimorare,E sospirando disse: - La sciaguraPur ce ha saputi in tal loco menare,Che l'un per man de l'altro serà morto;Vedalo Iddio e iudichi chi ha il torto! -

Come Ranaldo vidde il conte OrlandoMostrarsi alla battaglia discoperta,Poi che avea tratto Durindana il brando,Lui prestamente ancor trasse Fusberta.Ne l'altro canto vi verrò contandoQuesta battaglia orribile e diserta,Ed altre cose degne e belle assai;Dio vi conservi in gioia sempre mai.

Canto ventesimoprimo

O soprana Virtù, che e' sotto al sole,Movendo il terzo celo a gire intorno,Dammi il canto soave e le paroleDolci e ligiadre e un proferire adorno,Sì che la gente che ascoltar mi vôle,Prenda diletto odendo di quel giornoNel qual duo cavallier con tanto ardoreFierno battaglia insieme per amore.

Tra gli arbori fronzuti alla fontanaInsieme gli afrontai nel dir davanti;L'uno ha Fusberta, e l'altro Durindana:Chi sian costor, sapeti tutti quanti.Per tutto il mondo ne la gente umanaAl par di lor non trovo che se vantiDe ardire e di possanza e di valore,Ché veramente son de gli altri il fiore.

Lor comenciarno la battaglia scuraCon tal destruzïone e tanto foco,Che ardisco a dir che l'aria avea paura,E tremava la terra di quel loco.Ogni piastra ferrata, ogni armaturaVa con roina al campo a poco a poco,E nel ferir l'un l'altro con tempestaPar che profondi il celo e la foresta.

Ranaldo lasciò un colpo in abandonoE gionse a mezo il scudo con Fusberta:Parve che a quello avesse accolto un trono,Con tal fraccasso lo spezza e diserta.Tutti gli uccelli a quello orribil suonoCadderno a terra, e ciò Turpino acerta;E le fiere del bosco, come io sento,Fuggian cridando e piene di spavento.

Orlando tocca lui con DurindanaSpezzando usbergo e piastre tutte quante,E la selva vicina e la lontanaPer quel furor crollò tutte le piante;E tremò il marmo intorno alla fontanaE l'acqua, che sì chiara era davante,Se fece a quel ferir torbida e scura,Né a sì gran colpi alcun di loro ha cura;

Anci più grandi gli ha sempre a menare.Cotal ruina mai non fu sentita;Onde la dama, che stava a mirare,Pallida in faccia venne e sbigotita,Né gli soffrendo lo animo di stareIn tanta tema, se ne era fuggita;Né de ciò sono accorti e cavallieri,Sì son turbati alla battaglia e fieri.

Ma la donzella, che indi era partita,Toccava a più potere il palafreno,E de alongarsi presto ben se aita,Come avesse la caccia, più né meno.Essendo alquanto de la selva uscita,Vidde là presso un prato, che era pienoDe una gran gente a piede e con ronzoni,Che ponean tende al campo e paviglioni.

La dama di sapere entrò in pensieroPerché qua stesse e chi sia quella gente,E trovando in discosto un cavalliero,Del tutto il dimandò cortesemente.Esso rispose: - Il mio nome è Oliviero,E sono agionto pur mo di presenteCon Carlo imperatore e re di Franza,Che ivi adunata ha tutta sua possanza.

Però che un saracin passato ha il mareE rotto in campo il duca di Bavera;Ora è sparuto, e non si può trovare,Né comparisce uno omo di sua schiera;Ma quel che ancor ci fa maravigliare,Che il sir di Montealbano, qual gionse ersera,Venendo de Ongheria con gente nuova,Morto né vivo in terra se ritrova.

Tutta la corte ne è disconsolata,Perché ci manca il conte Orlando ancora,Qual la tenea gradita e nominataCon sua virtù che tutto il mondo onora;E giuro a Dio, se solo una fiataVedessi Orlando, e poi senza dimoraIo fossi morto, e' non me incresceria,Ché io l'amo assai più che la vita mia. -

Quando la dama a tal parlare inteseDe il cavallier la voglia e il gran talento,A lui rispose: - Tanto sei cortese,Che il mio tacer serebbe un mancamento;Onde io destino de aprirte paleseQuel che tu brami, e di farti contento:Ranaldo e Orlando insieme con gran penaSono in battaglia alla selva de Ardena. -

Quando Oliviero intese quel parlareNe la sua vita mai fu così lieto,E presto il corse in campo a divulgare.Or vi so dir che alcun non stava queto.Re Carlo in fretta prese a cavalcare;Chi gli passa davante e chi vien drieto.Ma lui tien seco la dama soprana,Che lo conduca a ponto alla fontana.

E così andando intese la cagioneChe avea condutti entrambi a tal furore.Molto se meraviglia il re Carlone,Che il conte Orlando sia preso de amore,Perché il teneva in altra opinïone;Ma ben Ranaldo stima anco peggioreChe non dice la dama, in ciascuno atto,Perché più volte l'ha provato in fatto.

Così parlando intrarno alla foresta,Dico de Ardena, che è d'arbori ombrosa;Chi cerca quella parte e chi per questaDe la fontana che è al bosco nascosa.Ma così andando odirno la tempestaDe la crudel battaglia e furïosa;Suonano intorno i colpi e l'arme isparte,Come profondi il celo in quella parte.

Ciascun verso il romore a correr prese,Chi qua chi là, non già per un camino;Primo che ogni altro vi gionse il Danese,Dopo lui Salamone, e poi Turpino;Ma non però spartirno le contese,Ché non ardisce il grande o il piccolinoDe entrar tra i duo baroni alla sicura:Di que' gran colpi ha ciascadun paura.

Ma come gionse Carlo imperatore,Ciascun se trasse adietro di presente;E benché egli abbian sì focoso il core,Che de altrui poco curano o nïente,Pur portavano a lui cotanto onore,Che se trassero adietro incontinente.Il bon re Carlo con benigna faccia,Quasi piangendo, or questo or quello abraccia.

Intorno a loro in cerchio è ogni barone,E tutti gli confortano a far pace,Trovando a ciò diverse e più ragione,Secondo che a ciascuno a parlar piace.E similmente ancora il re CarloneOr con losinghe or con parole audaceTal volta prega e tal volta comanda,Che quella pace sia fatta di banda.

La pace serìa fatta incontinente,Ma ciascadun vôl la dama per sé,E senza questo vi giova nïentePregar de amici e comandar del re.Or de qua si partia nascosamenteLa damisella, e non so dir perché,Se forse l'odio che a Ranaldo portaA star presente a lui la disconforta.

Il conte Orlando la prese a seguire,Come la vidde quindi dipartita;Né il pro' Ranaldo si stette a dormire,Ma tenne dietro ad essa alla polita.Gli altri, temendo quel che può avenire,Con Carlo insieme ogniom l'ebbe seguitaPer trovarsi mezani alla baruffa,Se ancor la questïon tra lor se azuffa.

E poco apresso li ebber ritrovatiCon brandi nudi a fronte in una valle,A benché ancor non fussero attaccati,Ché troppo presto gli fôrno alle spalle;Ed altri che più avanti erano andati,Trovâr la dama, che per stretto calleFuggia per aguatarsi in un vallone,E lei menarno avanti al re Carlone.

Il re da poscia la fece guardareAl duca Namo con molto rispetto,Deliberando pur de raconciareRanaldo e Orlando insieme in bono assetto,Promettendo a ciascun di terminareLa cosa con tal fine e tal effetto,Che ogniom iudicherebbe per certanzaLui esser iusto e dritto a la bilanza.

Poi, ritornati in campo quella sera,Fece gran festa tutto il baronaggio,Però che prima Orlando perduto era,Né avean di lui novella né messaggio.Or la matina la real banderaVerso Parigi prese il bon vïaggio.Io più con questi non voglio ire avante,Perché oltra al mare io passo ad Agramante.

Il qual lasciai nel monte di CarenaCon tanti re meschiati a quel torniero,E forte sospirando se dimena,Perché abattuto al campo l'ha Rugiero;Ed esso ancora stava in maggior pena,Ché era ferito il giovanetto fiero:La cosa già narrai tutta per ponto,Sì che ora taccio e più non la riconto.

E sol ritorno che, essendo ferito,Come io vi dissi, il giovenetto a tortoDa Bardulasto, qual l'avea tradito,Benché da lui fu poi nel bosco morto,Nascosamente si fu dipartito,Né alcun vi fu di quel torniero accorto,E gionse al sasso, sopra alla gran tana,Ove è Atalante e 'l re de Tingitana.

Quando Atalante vidde il damigelloSì crudelmente al fianco innaverato,Parve esso al cor passato di coltello,Cridando: - Ahimè! che nulla me è giovatoLo antivedere il tuo caso sì fello,Benché sì presto non l'avea stimato. -Ma il pro' Rugier facendo lieto visoQuasi il rivolse da quel pianto in riso.

- Non pianger, non, - dicea - né dubitare,Che, essendo medicato con ragione,Sì come io so che tu saprai ben fare,Non avrò morte, e poca passïone;E peggio assai mi parve alor di stareQuando occise nel monte quel leone,E quando prese ancora l'elefanteChe tutto il petto mi squarciò davante. -

Il vecchio poi, veggendo la ferita,Che non era mortal, per quel che io sento,Poi che la pelle insieme ebbe cusita,La medica con erbe e con unguento.Ora Brunello avea la cosa udita,Sì come era passato il torniamento,E prestamente immaginò nel coreDe aver di quello il trïonfale onore.

Subitamente prese la armaturaChe avea portata il giovane Rugiero.Benché sia sanguinosa, non se cura,Salta sopra Frontino, il bon destriero,E via correndo giù per la pianuraGionse che ancor ogniom era al torniero;Ma, come gli altri il viddero arivare,Fugge ciascuno e nol vôle aspettare.

Ed Agramante, il quale era turbatoPer la caduta, come io vi contai,Avendo il brando suo riposto a lato,Dicea: - Per questo giorno è fatto assai,Se pur Rugier se fosse ritrovato;Ma ben credo io che non si trovi mai. -E fatto ritrovare il re Brunello,A sé lo dimandò con tale appello:

- Io credo per mostrar tua vigoriaChe oggi dicesti colui ritrovare,Il qual non credo ormai che al mondo sia,Se non è sopra al celo o sotto al mare;E ben te giuro per la fede mia,Che io te ho veduto in tal modo provareChe, avendo gli altri tutti il mio pensiero,Non se andrebbe cercando altro Rugiero. -

Rispose a lui Brunello: - Al vostro onoreSia fatto quel ch'io feci o bene o male;E tutta mia prodezza o mio valoreTanto me è grata, quanto per voi vale;Ma più voglio alegrarvi, alto segnore,Perché trovato è il giovane reale,Dico Rugiero. È disceso dal sasso;Prima lo avriti che sia il sole al basso. -

Quando Agramante intese così dire,Nella sua vita mai fu più contento;Con gli altri verso il sasso prese a gire,Né se ricorda più de torniamento;A benché molti non potean soffrire,Mirando il piccolin che pare un stento,Aver contra di lui quel campo perso,Onde ciascun lo guarda de traverso.

Or, così andando, gionsero al boschetto,Ove era Bardulasto de Alganzera,Partito da la fronte insino al petto.Sopra al suo corpo se fermò la schiera,Però che il re, turbato ne lo aspetto,A' circonstanti dimandò chi egli era;E benché avesse il viso fesso e guasto,Pur cognosciuto fu per Bardulasto.

Non se mostrò già il re di questo lieto,Anzi turbato cominciava a dire:- Chi fu colui che contra al mio devetoVillanamente ardito ha di ferire? -A tal parlar ciascun si stava queto,Né alcuno ardiva ponto de cetire;Veggendo il re che in tal modo minaccia,Tutti guardavan l'uno l'altro in faccia.

E come far se suole in cotal caso,Mirando ognuno or quella cosa or questa,Fu visto il sangue il quale era rimasoNe l'arme de Brunello e sopravesta.Per questo fu cridato: - Ecco il malvasoChe occise Bardulasto alla foresta! -Né avendo ciò Brunello apena inteso,Da quei de intorno subito fu preso.

Esso cianzava, e ben gli fa mestiero,E sol la lingua gli può dare aiuto,Dicendo a ponto sì come RugieroCon quelle arme nel campo era venuto;Ma sì rado era usato a dire il vero,Che nel presente non gli era creduto.Ciascun cridando intorno a quella banda,Sopra alle forche al re l'aricomanda.

Onde esso, che se trova in mal pensero,Del re e de gli altri se doleva forte,Narrando come era ito messaggeroPer quello annello a risco de la morte.Gli altri ridendo il chiamano grossero,Poi che servigi ramentava in corte;Però che ogni servire in cortesanoLa sera è grato e la matina è vano.

Proprio è bene un om dal tempo anticoChi racordando va quel ch'è passato;Ché sempre la risposta è: "Bello amico,Stu m'hai servito, ed io te ho ben trattato";E per questo Brunel, come io vi dico,Era da tutti intorno caleffato,E ciascadun di lui dice più male,Come intraviene a l'om che troppo sale.

Ora fu comandato al re GrifaldoCh'incontinente lo faccia impiccare;Onde esso, che a tal cosa era ben caldo,Diceva: - S'altri non potrò trovare,Con le mie mani lo farò di saldo. -E prestamente lo fece menareDi là dal bosco, a quel sasso davanteOve Rugier si stava ed Atalante.

Il giovanetto, che il vide venire,Ben prestamente l'ebbe cognosciuto;Lui non era di quelli, a non mentire,Che scordasse il servigio recevuto,Dicendo: - Ancor ch'io dovessi morire,In ogni modo io gli vo' dare aiuto.Costui mi prestò l'arme e il bon ronzone:Non lo aiutando, ben serìa fellone. -

Ed Atalante ben cridava assaiPer distorlo da ciò che avea pensato,Dicendo: - Ahimè, filiol, dove ne vai?Or non cognosci che sei disarmato?Se ben giongi tra loro, e che farai?Lor pur lo impicaranno a tuo mal grato.Tu non hai lancia né brando né scudo:Credi tu aver vittoria, essendo ignudo? -

Il giovanetto a ciò non attendia,Ma via correndo fu gionto nel piano,E, perché alcun sospetto non avia,Tolse una lancia a un cavallier di mano.Avea Grifaldo molti in compagnia,Ma non gli stima il giovane soprano,L'uno occidendo e l'altro trabuccando;E da quei morti tolse un scudo e un brando.

Come ebbe il brando in mano, ora pensatiSe egli mena da ballo il giovanetto;Non fôrno altri giamai sì dissipati:Chi fesso ha il capo, e chi le spalle e il petto.Grifaldo e' duo compagni eran campati,Ma treman come foglia, vi prometto,Veggendo far tal colpi al damigello,Il qual ben presto desligò Brunello.

Ora Grifaldo ritornò piangendoAl re Agramante e non sapea che dire,Ma per vergogna, sì come io comprendo,Non se curava ponto de morire.Ma maravigliosse il re questo intendendoEd in persona volse al campo gire,Ché a lui par cosa troppo istrana e novaAvendo fatto un giovane tal prova.

Ma quando vidde e colpi smisurati,Per meraviglia se sbigotì quasi,Perché tutti in duo pezzi eran tagliatiQuei cavallier che al campo eran rimasi;Poi sorridendo disse: - Ora restatiNe la malora qua, giotton malvasi,Ché, se Macon me aiuti, io do nïenteDe aver perduta così fatta gente. -

Come Brunello ha visto il re Agramante,In ogni modo via volea scampare;Ma Rugier l'avea preso in quello istante,Dicendo: - Converrai mia voglia fare,Ch'io vo' condurti a quel segnore avante.E ad esso e agli altri aperto dimostrare,Che fan contra a ragione e loro avisi,Perché io fui quel che Bardulasto occisi. -

E, questo ditto, se ne venne al rePur con Brunello, e fosse ingenocchiato- Segnor, - dicendo - io non so già perchéFosse costui alla forca mandato;Ma ben vi dico che sopra di meLa colpa toglio e tutto quel peccato,Se peccato se appella alla contesaOccidere il nemico in sua diffesa.

Da Bardulasto fui prima feritoA tradimento, ché io non mi guardava,Ed essendo da poscia lui fuggito,Io qua lo occisi, e ben lo meritava;E se egli è quivi alcun cotanto ardito(Eccetto il re, o se altri lui ne cava)Qual voglia ciò con l'arme sostenere,Io vo' provar ch'io feci il mio dovere. -

Parlando in tal maniera il damigello,Ciascun lo riguardava con stupore,Dicendo l'uno a l'altro: - È costui quello,Che acquistar debbe al mondo tale onore?E veramente ad un cotanto belloConvien meritamente alto valore,Perché lo ardir, la forza e gentilezzaPiù grata è assai ne l'om che ha tal bellezza. -

Ma sopra a gli altri re Agramante il fieroDi riguardarlo in viso non se sacia,Fra sé dicendo: "Questo è pur Rugiero!"E di ciò tutto il celo assai ringracia.Or più parole qua non è mestiero;Subitamente lo bacia ed abracia.Di Bardulasto non se prende affanno:Se quello è morto, lui se n'abbi il danno.

Il giovanetto, di valore acceso,Di novo incominciò con voce pia- Parmi - dicendo - aver più volte intesoChe il primo officio di cavalleriaSia la ragione e il dritto aver diffeso:Onde, avendo io ciò fatto tuttavia,Ché di campar costui presi pensiero,Famme, segnor, ti prego, cavalliero.

E l'arme e il suo destrier me sian donate,Ché altra volta da lui me fu promesso,Ed anco l'ho dapoi ben meritate,Ché per camparlo a risco mi son messo. -Disse Agramante: - Egli è la veritate,E così sarà fatto adesso adesso. -Prendendo da Brunel l'arme e 'l destriero,Con molta festa il fece cavalliero.

Era Atalante a quel fatto presente,E ciò veggendo prese a lacrimare,Dicendo: - O re Agramante, poni mente,E de ascoltarmi non te desdignare;Perché di certo al tempo che è presenteQuel che esser debbe voglio indovinare;Non mente il celo, e mai non ha mentito,Né mancarà di quanto io dico, un dito.

Tu vôi condurre il giovane sopranoDi là dal mare ad ogni modo in Francia;Per lui serà sconfitto Carlo Mano,E cresceratti orgoglio e gran baldancia;Ma il giovanetto fia poi cristïano.Ahi traditrice casa di Magancia!Ben te sostiene il celo in terra a torto;Al fin serà Rugier poi per te morto.

Or fusse questo lo ultimo dolore!Ma restarà la sua genologiaTra Cristïani, e fia de tanto onore,Quanto alcun'altra che oggi al mondo sia.Da quella fia servato ogni valore,Ogni bontate ed ogni cortesia,Amore e legiadria e stato giocondo,Tra quella gente fiorita nel mondo.

Io vedo di Sansogna uno Ugo Alberto,Che giù discende al campo paduano,De arme e di senno e de ogni gloria esperto,Largo, gentile e sopramodo umano.Odeti, Italïani, io ve ne acerto:Costui, che vien con quel stendardo in mano,Porta con seco ogni vostra salute;Per lui fia piena Italia di virtute.

Vedo Azzo primo e il terzo Aldrovandino,Né vi so iudicar qual sia maggiore,Ché l'uno ha morto il perfido Anzolino,E l'altro ha rotto Enrico imperatore.Ecco uno altro Ranaldo paladino:Non dico quel di mo, dico il segnoreDi Vicenzia e Trivisi e di Verona,Che a Federico abatte la corona.

Natura mostra fuor il suo tesoro:Ecco il marchese a cui virtù non manca.Mondo beato e felici coloroChe seran vivi a quella età sì franca!Al tempo di costui gli zigli d'oroSeran congionti a quella acquila biancaChe sta nel celo, e seran sue confineIl fior de Italia a due belle marine.

E se l'altro filiol de Amfitrïone,Qual là si mostra in abito ducale,Avesse a prender stato opinïone,Come egli ha a seguir bene e fuggir male,Tutti li occei, non dico le persone,Per obedirlo avriano aperte l'ale.Ma che voglio io guardar più oltra avante?Tu la Africa destruggi, o re Agramante,

Poi che oltra mar tu porti la sementeDe ogni virtù che nosco dimorava;De qui nascerà il fior de l'altra gente,E quel, qual sopra a tutto il cor mi grava,Che esser conviene, e non serà altramente! -Così piangendo il vecchio ragionava;Il re Agramante al suo dir bene attende,Ma di tal cosa poco o nulla intende.

Anci rispose, come ebbe finito,Quasi ridendo: - Io credo che lo amore,Il qual tu porti a quel viso fiorito,Te faccia indovinar sol per dolore.Ma a questa cosa pigliarem partito,Ché tu potrai venir con seco ancore,Anci verrai: or lascia questo pianto. -Addio, segnor, ché qua finito è il canto.

Canto ventesimosecondo

Se a quei che trïonfarno il mondo in gloria,Come Alessandro e Cesare romano,Che l'uno e l'altro corse con vittoriaDal mar di mezo a l'ultimo oceàno,Non avesse soccorso la memoria,Serìa fiorito il suo valore invano;Lo ardire e senno e le inclite virtuteSerian tolte dal tempo e al fin venute.

Fama, seguace de gli imperatori,Ninfa, che e gesti e' dolci versi canti,Che dopo morte ancor gli uomini onoriE fai coloro eterni che tu vanti,Ove sei giunta? A dir gli antichi amoriEd a narrar battaglie de' giganti,Mercè del mondo che al tuo tempo è tale,Che più di fama o di virtù non cale.

Lascia a Parnaso quella verde pianta,Ché de salirvi ormai perso è il camino,E meco al basso questa istoria cantaDel re Agramante, il forte saracino,Qual per suo orgoglio e suo valor si vantaPigliar re Carlo ed ogni paladino.D'arme ha già il mare e la terra coperta:Trentaduo re son dentro da Biserta.

E poi che ritrovato è quel Rugiero,Qual di franchezza e di beltate è il fiore,L'un più che l'altro a quel passaggio è fiero:Non fu veduto mai tanto furore.Or ben se guardi Carlo lo imperiero,Ché adosso se gli scarca un gran romore;Contar vi voglio il nome e la possanzaDi ciascadun che vôl passar in Franza.

Venuto è il primo insin de Libicana,Re Dudrinaso, che è quasi un gigante:Tutta senz'arme è sua gente villana,Ricciuta e negra dal capo alle piante;Ma lui cavalca sopra ad una alfana,Armato bene è di dietro e davante,E porta al paramento e sopra al scudoIn campo rosso un fanciulletto nudo.

E Sorridano è gionto per secondo,Qual signoreggia tutta la Esperia;Cotanto è in là, che quasi è fuor del mondo,Ed è pur negra ancor la sua zinia.Rossi ambi gli occhi e il viso furibondoCostui che io dico e i labri grossi avia;Sotto ha una alfana, sì come il primiero.Or viene il terzo, che è spietato e fiero:

Tanfirïone, il re de l'Almasilla,Anci nomar si può re del diserto,Ché non ha quel paese o casa o villa,Ma tutta sta la gente al discoperto.Chi me donasse l'arte de Sibilla,Indovinando io non sarrìa di certoDella sua gente scegliere il megliore,Ché senza ardir son tutti e senza core.

Non vi meravigliati poi se OrlandoCaccia costor tal fiata alla disciolta,E se cotanti ne taglia col brando,Ché nuda è quasi questa gente istolta;E sempre è bon cacciare alora quandoFugge la torma e mai non se rivolta.Ma dal proposto mio troppo mi parto:Dett'ho del terzo, odeti per il quarto,

Ch'è Manilardo, il re de la Norizia,La qual di là da Setta è mille miglia;De pecore e di capre ha gran divizia,E la sua gente a ciò se rassomiglia.Non han moneta e non hanno avariziaDe oro e de argento; e non è maraviglia,Che tra noi anco il bove né il montoneCiò non desia, perché è senza ragione.

Il re di Bolga, il quinto, è Mirabaldo,Che è longi al mare ed abita fra terra.Grande è il paese, tutto ardente e caldo,Sempre sua gente con le serpe han guerra.Il giorno va ciascun sicuro e baldo,La notte ne le tane poi si serra;D'erba se pasce, e non so che altro guste:Scrive Turpin che vive de locuste.

Re Folvo è il sesto, il qual venne di Fersa:Non trovo gente di questa peggiore;Come il sol se alcia al mezo giorno, è persa,Biastemando chi 'l fece e 'l suo splendore.La feccia qua del mondo se roversa,Per dar travaglia a Carlo imperadore.Or vengano pur via, gente balorda,Che ogni cristian ne avrà cento per corda.

E se nulla vi manca, per aiutoGià Pulïano, il re di Nasamona,Con gente di sua terra è qua venuto.Non trovaresti armata una persona;Chi porta mazza e chi bastone acuto,Trombe ni corni a sua guerra si suona;Avengaché il suo re sia bene armato,Di molto ardire e gran forza dotato.

Il re de le Alvaracchie è Prusïone,Che le Isole Felice son chiamate,E tra gli antiqui ne è larga tenzone,E ne le istorie molto nominate.Ma lui condusse alla terra personeIgnude quasi, non che disarmate;Ciascun portava in mano un tronco grosso,E sol di pelle avean coperto il dosso.

Venne Agrigalte, il re de la Amonia,Qual ha il suo regno in mezo de la arena.Una gran gente detro a lui seguia,Ma tutta quanta de pedocchi è piena.Apresso di questo altro ne vien viaRe Martasino, e la sua gente mena,Qual più de altre de arme non se vanta:Il giovanetto è re di Garamanta.

Perché, dopo che morto fu il vecchione,Quale era negromante e incantatore,Il re concesse questa regïoneA Martasino, a cui portava amore.Apresso a questo venne Dorilone;Aveva pur costui gente megliore,Ché è re di Septa ed ha porto su il mare;La gente sua selvatica non pare.

Vennevi ancora Argosto di Marmonda,Che stimato è guerrer molto soprano.Il suo paese di gran pesci abonda,Perché è disteso sopra allo oceàno,Tornando dietro al mare, alla seconda.Bambirago d'Arzila, a destra mano.La gente di costor è de una scorzaNera, come è il carbon quando se smorza.

Ma tra' Getuli avea perso Grifaldo,Che, via passando, non me venne a mente.Lontano è al mare il suo paese caldo,Populo ignudo, tristo e da nïente.Bardulasto era morto, quel ribaldo,Ma novo re fu posto alla sua gente,La qual condotta venne da Alghezera;Questa tra l'altre è ben gagliarda e fiera.

Vero è che non han ferro in sua provenza,Ma tutti portano ossa de dragoniTagliente e acute, e non vedresti un senza;Per elmi in capo han teste de leoni,Sì che a mirarli è strana appariscenza.In Francia periran questi poltroni;Tutti han scoperte le gambe e le braccia;Un sol non vi è, che assembri uno omo in faccia.

Bucifaro il suo re fu nominato,Qual di prodezza è tra' baroni il terzo.Il re di Normandia gli viene a lato,Forte ed ardito, e nome ha Baliverzo;Ma il popol che ha condotto è sciagurato,Qual sordo, quale è zoppo e quale è guerzo:Gente non fu giamai cotanto istrana;Poi vien Brunello, il re de Tingitana.

Più sozza fronte mai non fie' natura,E ben li ha posti del mondo in confino,Ché a l'altra gente potria far paura,Che se scontrasse avante al matutino.Né già il suo re gli avanza di figura,Negretto come loro e piccolino;Più volte vi narrai come era fatto,Però lo lascio e più de lui non tratto.

E torno ver ponente alla marina,Ove è il paese più domesticato,Benché la gente è negra e piccolina,Né trovaresti tra mille uno armato.Di là vien Farurante di Maurina;Feroce è lui, ma male accompagnato.Ora nel nostro mar mi volto adesso:Il re di Tremison gli viene apresso

(Alzirdo ha nome, e la sua schiera è armataDi lancie e scudi, e de archi e de saette),E Marbalusto, la anima dannata,Che seco ha tante gente maledette,E per menarle meglio alla spiegataLa Francia tutta in preda gli promette,Onde quei pacci volentier vi vano;Costui de cui ragiono, è re d'Orano.

Un altro, che al suo regno gli confina,Venne con gente armata con vantaggio:Ciò fu Gualciotto di Bellamarina,Forte ne l'armi e di consiglio saggio.Poi Pinadoro, il re di Costantina;Questo dal mare è longi in quel vïaggio:Quando già fece con gli Arabi guerra,Fie' Costantino al monte quella terra.

Non par, segnor, che io ne abbia detto assaiChe lasso son cercando ogni confino?E parmi ben ch'io non finirò mai;Pur mo se me apresenta il re Sobrino,Che è re di Garbo, come io vi contai.Non è di lui più savio saracino;Tardocco, re di Alzerbe, venne apresso.Tre vi ne sono ancora, io ve 'l confesso.

Quel Rodamonte che è passato in Francia,È re di Sarza, ed è tanto gagliardo,Che non è pare al mondo di possancia.Ora vi venne ancora il re BranzardoCon belle gente armate a scudo e lancia;Re di Bugia se appella quel vecchiardo.Lo ultimo venne, perch'è più lontano,Mulabuferso, che è re di Fizano.

Era già prima in corte Dardinello,Nato di sangue e di casa reale,Che fu figlio de Almonte il damigello,Destro ne l'arme, come avesse l'ale,Molto cortese, costumato e bello,Né se potrebbe apponervi alcun male.Il re Agramante, che gli porta amore,Re de Azumara l'ha fatto e segnore.

Io credo ben che serà notte brunaPrima che tutti possa nominare,Perché giamai non fu sotto la lunaTal gente insieme, per terra o per mare.Re Cardorano a gli altri anco se aduna:Chi gli potrebbe tutti ramentare?E vien con seco il nero Balifronte:Quasi il lor regno è fuor de l'orizonte.

Il primo ha in Cosca la sua regïone,Mulga se appella poi l'altro paese.Africa tutta e le sue nazïoneIntorno de Biserta son distese,Varii di lingue e strani di fazone,Diversi de le veste e de lo arnese;Né se numerarebbe a minor penaLe stelle in celo o nel litto l'arena.

Fece Agramante e re tutti alloggiareDentro a Biserta, che è di zoie piena;Là con baldanza stanno ad armeggiareCon balli e canti e con festa serena;Altro che trombe non se ode suonare,L'un più che l'altro gran tempesta mena;Chi a destrier corre, e chi l'arme si prova,Cresce nel campo ognior più gente nova.

Da Tripoli e Bernica e TolomettaVien copia de pedoni e cavallieri;Questa è ben tutta quanta gente elettaCon arme luminose e bon destrieri.Quivi il re di Canara anco se aspetta,Ma già non son cotali e suoi guerrieri,Ché alle lor lancie non bisogna lima;Corne di capre gli han per ferri in cima.

Era il suo re nomato Bardarico,Terribil di persona e bene armato;Or quando fu giamai nel tempo anticoPer tale impresa un popolo adunato,Tanto diverso quanto è quel che io dico,La terra e il mar coperto in ogni lato?Oh quanto era superbo il re Agramante,Che a suo comando avea gente cotante!

Benché gli Arabi e il suo re GordanettoAd obedirlo ancor non sian ben pratichi;Questi non hanno né casa né tetto,Ma ne le selve stan come selvatichi;Ragione e legge fanno a suo diletto,Né son tra loro astrologi o gramatichi.Non è de questi alcun paese certo,Robbano ogniuno e fuggono al diserto.

E chi volesse dietro a lor seguire,Serìa perdere il tempo con affanno;Essi de frutti se sanno nutrireE vivere al scoperto senza panno;Però fan gli altri di fame morire,Né se acquista a seguirli se non danno;Onde Agramante per questa pauraDe subiugarli mai non prese cura.

E standosi in Biserta a sollacciare,Come io vi dissi, con molto conforto,Un messo li aportò come nel mareSon più nave apparite sopra al porto,Le qual già Rodamonte ebbe a menare,Ma de lui non se sa se è vivo o morto;E che seco avean loro un gran pregione,Che è cristiano ed ha nome Dudone.

Il re turbato incominciò gran pianto,Stimando che sia morto Rodamonte;Ma io il vo' piangendo abandonare alquanto,Per tornare a que' duo che a fronte a fronteDe ardire e de fortezza se dàn vanto.Forse stimati che io parli del conte,Qual con Ranaldo a guerra era venuto;Ma io dico Rodamonte e Ferraguto,

Che non ha tutto il mondo duo paganiDi cotal forza e tanta vigoria.Crudel battaglia quei baron sopraniMenata han sempre e menan tuttavia.De arme spezzate avean coperti i piani,Né alcun de lor sa già chi l'altro sia;Ma ciascun giuraria senza riguardoNon aver mai trovato un più gagliardo.

De l'altro è Feraguto assai minore,Ma non gli lasciaria del campo un dito,Ché a lui non cede ponto di valore,Perché ogni piccoletto è sempre ardito;Ed èvi la ragion, però che il corePiù presso a l'altre membra è meglio unito;Ma ben vorebbe aver la pelle grossaIl cane ardito, quando non ha possa.

Durando anco tra lor lo assalto fiero,Per l'aspri colpi orribile a guardare,Passava per quel campo un messaggiero,Qual, fermo un poco, gli prese a parlare:- Se alcun di voi de corte è cavalliero,Male novelle vi sazo contare,Ché 'l re Marsilio, il perfido pagano,Posto ha lo assedio intorno a Montealbano.

E dissipato in campo ha il duca Amone,E con soi figli l'ha dentro cacciato,Seco Anzoliero e il suo parente Ivone:Alardo è preso, e non so se è campato;E quel paese è in gran destruzïone,Ché tutto intorno l'hanno arso e robbato.Questo vidi io, che son de là venutoPer dimandare a Carlo Mano aiuto. -

Non fece alcuna indugia quel corriero,Che dopo le parole è caminato.Assai turbosse Feraguto il fiero,Poi che a quel fatto non se era trovato;E stato essendo alquanto in tal pensieroDa Rodamonte al fin fu domandatoSe di tal guerra avea ponto che fare,Ché non vi avendo, è da lasciarla andare.

E Feraguto a ponto gli contavaCome era il re Marsilio suo cïano,E poi cortesemente lo pregavaChe seco voglia pace a mano a mano;Né mai più de impicciarsi gli giuravaPer la figliola del re Stordilano.Non lasciò già per tema cotal prova,Ma sol per gire a quella guerra nova.

Re Rodamonte, che l'avea provatoDi tal franchezza e di tanto ardimento,Assai nel suo parlar l'ebbe onorato,Facendo il suo volere a compimento;E poi se furno l'un l'altro abracciato,E fratellanza ferno in giuramento,Con sì grande amistate e tanto amoreChe tra duo altri mai non fu maggiore.

E destinati non se abandonareL'un l'altro mai sin che in vita serano,Insieme cominciarno a caminare,Per ritrovarse entrambi a Montealbano;E, via passando senza altro pensare,Scontrarno Malagise e Vivïano:Venian que' duo fratei, de' qual vi parlo,Per impetrar soccorso dal re Carlo

Per Montealbano, il quale è assedïato,Come di sopra potesti sentire.Or Malagise se trasse da lato,Come e due cavallier vidde venire,Dicendo a Vivïan: - Per Dio beato!Chi sian costoro io vo' saperti dire -;Ed intrato lì presso in un boschetto,Fece il suo cerchio ed aperse il libretto.

Come il libro fu aperto, più né meno,Ben fu servito di quel che avea voglia,Ché fu a demonii il bosco tutto pieno:Più de ducento ne è per ogni foglia.E Malagise, che gli tiene a freno,Comanda a ciascadun che via se toglia,Largo aspettando insin che altro comanda;Poi di costoro a Scarapin dimanda.

Era un demonio questo Scarapino,Che dello inferno è proprio la tristizia:Minuto il giottarello e piccolino,Ma bene è grosso e grande di malizia;Alla taverna, dove è miglior vino,O del gioco e bagascie la divizia,Nel fumo dello arosto fa dimora,E qua tentando ciascadun lavora.

Costui, da Malagise adimandato,Gli disse il nome e lo esser de' baroni;Là dove il negromante ebbe pensatoPigliarli entrambi ed averli pregioni.Tutti e demonii richiamò nel pratoIn forma de guerreri e de ronzoni,Mostrando in vista più de mille schiere,Con cimeri alti e lancie e con bandiere.

Lui da una parte, da l'altra VivianoUscirno di quel bosco a gran furore.Diceva Feraguto: - Odi, germano,Ch'io non sentitte mai tanto rumore!Questo è veramente Carlo Mano.Or bisogna mostrar nostro valore;Abench'io voglia te sempre obedire,Per tutto il mondo non voria fuggire. -

- Come fuggir? - rispose Rodamonte- Hai tu di me cotale opinïone?Senza te solo io vo' bastare a fronteA tutti e cristïani e al re Carlone,E alle gente di Spagna seco aggionte.Se sopra il campo vi fosse MaconeE tutto il paradiso con lo inferno,Non me farian fuggire in sempiterno. -

Mentre che e duo baron stavano in questa,Ragionando tra lor con cotal detti,E Malagise uscì de la foresta,Già non stimando mai che alcun lo aspetti,Però che seco avea cotal tempestaDe urli e de cridi da quei maledetti,Che sotto gli tremava il campo duro:Dal lor fiatare è fatto il celo oscuro.

Venìa davanti agli altri Draginazza,Che avea le corne a l'elmo per insegna;Questo di rado a vil gente se abbrazza:Tra gli superbi alle gran corte regna.La lancia ha col pennone e spada e mazza,Ma di portare il scudo se disdegna.Questo si serra adosso a Rodamonte,E con la lancia il gionse ne la fronte.

Avea la lancia il fer tutto di foco,Che entrò alla vista ed arse ambe le ciglia:E questo mosse Rodamonte un poco,Perché ebbe di tal fatto meraviglia;Ma urtò il ronzon cridando: - Aspetta un poco,Giotton, giotton, ché tua faccia somigliaProprio al demonio mirandoti apresso,E certamente io credo che sei desso. -

Al fin de le parole il brando mena,Come colui che avea forza soprana,E fu il gran colpo de cotanta lena,Che dentro lo passò più d'una spana,E dette a Draginazza una gran pena,Benché il passasse come cosa vana;Ma gli altri maledetti gli èno adossoCon tanta furia, che contar nol posso.

E lui per questo non è meno ardito,Non ve pensati che 'l dimandi aiuto;Or questo or quel demonio avea colpito:Già se pente ciascun d'esser venuto,E Draginazza via ne era fuggito:Ma molti sono adosso a Feraguto,E sopra a tutti un gran dïavolone,E questo è Malagriffa dal rampone.

Con quel rampone agriffa gli usurari,Conducendoli a ponto ove li piace,Perché ha possanza sopra de li avari,E giù gli coce in quel fuoco penace,E piglia preti e frati e i scapulari,Perché ciascun di loro è suo seguace.Ora al presente a Feraguto è intorno;Ben se diffende il cavalliero adorno.

E quel ferì de un colpo sì diverso,Che io vi so dir che l'altro non aspetta,E a tutti gli altri mena anco a traverso;Ma tanta era la folta maledetta,Che sol cridando quasi l'han somerso.Ora ecco un altro, che ha nome Falsetta,Ingannatore e de ogni vizio pieno:A fraude e trufferia mai non vien meno.

Costui con Feraguto fie' battaglia,Non gli stando però molto dapresso,Ma errando intorno gli dava travaglia,Fuggendo e ritornando a gioco spesso.Mal fa chi sì gran pezzo al panno taglia,Che non sa de cusirlo per espresso;Credea Falsetta ad arte e con inganniTenire il cavallier sempre in affanni.

Ma Rodamonte, che venìa da lato,A caso riscontrò quel maledetto;Intra le corne il brando ebbe callato,E divise la testa e tutto il petto.Via va cridando quel spirto dannato,Ma dove andasse, io non so per effetto,E Rodamonte dà tra quei malvasi,Benché ormai pochi al campo sian rimasi.

Fuggiano urlando e stridendo con pianti,Ché eran spezzati e non potean morire;E dove prima al bosco eran cotanti,Ora son pochi, e ciascun vôl fuggire.A benché Malagise con incantiFacesse alquanto il campo mantenire,Pur non gli puote ritenere al fine,Che irno in profondo alle anime tapine.

Esso, veggendo il fatto andar sì male,A fuggir cominciò con Vivïano;Ma tal fuggire ad essi poco vale:Feraguto gli segue per il pianoSopra a un destrier che par che metta l'ale,E in somma ambi li prese a mano a mano,Benché pur ferno alquanto de diffesa;Ma Rodamonte gionse alla contesa.

Ed ambi gli legarno in su un ronzone,E verso Montealbano andarno via,Per presentarli al re Marsilïone.Segnori e grazïosa compagnia,Io voglio mo finire il mio sermone,Seguendo poi con bella diceriaLa istoria cominciata e la gran guerra:Dio vi contenti in celo e prima in terra.

Canto ventesimoterzo

Quella battaglia orribile e infernaleChe io ve ho contata, e piena di spavento,Me piacque sì che, s'io non dico male,Mirarla in fatto avria molto talento,Sol per veder se il demonio è cotaleE tanto sozzo come egli è dipento,Ché non è sempre a un modo in ogni loco:Qua maggior corne, e là più coda un poco.

Sia come vôle, io ne ho poca paura,Ché solo a' tristi e a' desperati nôce,E men fatica ancor più me assicura,Ché io so ben fare il segno de la croce.Or via lasciamolo in la mala venturaNel fuoco eterno che il tormenta e coce,Ed io ritorno a dilettarvi alquantoOve io lasciai l'istoria a l'altro canto.

Andando Feraguto a MontealbanoE Rodamonte, come io ve contai,Che preso ha Malagise e Vivïano,Via caminando non restarno mai,Sin che trovâr lo esercito pagano,Che avea gran nobiltate e gente assai;Re, duci, cavallier, marchesi e contiCoperti di trabacche han piani e monti.

Feraguto andò avanti al re Marsilio,E conta in breve, stando ingenocchiato,Sì come a Malagise diè di piglio,E Rodamonte assai gli ebbe lodato.Il re, che più l'amava assai che figlio,Oltra meza ora lo tenne abracciato,Baciandolo più volte, e per suo amoreA Rodamonte fece un grande onore.

Balugante era in campo e Falcirone,Fratei del re, con molta baronia,L'un de Castiglia e l'altro di Leone,E Maradasso, il re de Andologia,E il re di Calatrava, Sinagone,Grandonio di Volterna in compagnia,Qual dapoi mise e Cristïani al fondo(Sopra a Moroco regna il furibondo);

Re de' Galegi, il quale era pedone,Ché destriero al portar non ha balìa,Vi venne Maricoldo col bastone;Ma di Biscaglia alcun non vi venìa,Perché il re Alfonso tien la regïone,Bon cristïano e de alta gagliardia,Di cui la stirpe e 'l bel seme iocondoNon Spagna sol, ma illuminato ha il mondo.

Né trovo per scrittura, o per ragionePiù real sangue, e non credo che sia;Fanne Sardegna dimostrazïone,Le due Cecilie e in parte Barbaria:Ed è verace quella opinïoneChe fu da' Goti sua genologia.Chi fosser questi, già non vi respondo:La terra il seppe e il mar che gira in tondo.

Or veritate ed anco affezïoneMe ha tratto alquanto de la strata mia;Ma torno adesso e dico le personeSopra a le qual Marsilio ha signoria.Larbin di Portugallo era in arcione,E Stordilano ancor, che possediaTutta Granata; e già non vi nascondoIl Maiorchin, che nome ha Baricondo;

Ma poi la corte di Marsilïone,Di tanto pregio e tal cavalleria.Serpentin de la Stella, il fier garzone,Ed Isolier s'aspetta tuttavia,Che è sir de Pampaluna, e Folicone,Del re bastardo e conte de Almeria;Non par di Spagna il terzo, né il secondo,Quel colorito, e questo bianco e biondo.

Ma perché vi faccio io tanta dimoraIl nome e le provenze a racontare,Che poi ne le battaglie in poco de oraGli sentireti a ponto divisare?Re Carlo giongerà senza dimora,Poscia per tutti vi serà che fare,A benché alcun pagan qua non l'aspetti,Che tutti in zoia stanno e gran diletti.

Aveano usanza tutti i re pagani,La quale in questo tempo anco è rimasa,Che, campeggiando, o vicini o lontani,Ma' le lor dame lasciavano a casa;Né so se lor pensier sian fermi o vani,Ché pur sta mal la paglia con la brasa;Ma, da altra parte ancora, per amoreLo animo cresce e più se fa de core.

Per questo erano in campo le regineQuasi di tutta Spagna, e pur le belle;Ma sopra a tutte l'altre peregrineEra stimata il fior de le donzelleLa Doralice; come tra le spineSplende la rosa e tra foglie novelle,Così lei di persona e di bel visoSembra tra l'altre dea del paradiso.

Re Rodamonte, che tanto l'amava,Ogni giorno per lei facea gran prove;Or combatte a ristretto ed or giostrava,Sempre con paramenti e foggie nove,E Feraguto a ciò l'accompagnava;Onde per questo par che non se troveAltro baron che a lui tenga la fronte,Tanto era forte e destro Rodamonte.

Il re Marsilio per più fargli onoreFacea gran feste e trïonfal conviti,E sempre Rodamonte ha più favoreTra quelle dame dai visi fioriti.Or così stando un giorno, alto rumoreE trombe con gran cridi fôrno oditi,E la novella vien de mano in manoCome assalito è il campo giù nel piano.

Re Carlo ne venìa per la campagna,Ed avea seco il fior de' CristïaniDe l'Ongheria, di Franza e de la Magna,E la sua corte, quei baron soprani;Ma quando vidde la gente di SpagnaTutta assembrata per callare a i piani,Chiamò Ranaldo ed ebbe a lui promessoNon dar la dama a Orlando per espresso,

Pur che facesse quel giorno col brandoSì fatta prova e dimostrazïone,Che più di lui non meritasse Orlando.Poi d'altra parte il figlio de MiloneFece chiamar da parte, e ragionandoCon lui gli diè segreta intenzïoneChe mai la dama non avrà Ranaldo,Pur che combatta il giorno al campo saldo.

Ciascun di lor quel giorno se destinaDi non parer de l'altro mai peggiore.Ahi sventurata gente saracina,Che adosso ben ti viene un gran romore!Quei duo baron faran tanta ruina,Che mai fu fatta al mondo la maggiore.Or tacete, segnori, e non v'incaglia,Ch'io vo' contare un'aspra e gran battaglia.

Re Carlo Mano avea fatte le schiereMolto ordinate e con gran sentimento;Il nome de ciascuno e le bandierePoi sentirete e l'altro guarnimento,Secondo che usciran le gente fiereChe contra lor ne van con ardimento.Ma la prima che è gionta alla campagnaÈ Salamone, il bon re de Bertagna.

Con la bandiera a scacchi neri e bianchiRicardo e' soi Normandi è seco in schiera;Guido e Iachetto, che èn duo baron franchi,L'un de Monforte e l'altro de Riviera.Sei de sei millia non credo che manchiDi questa gente, che è animosa e fiera;Ne vien correndo e mena gran pulvino,Per assalire il campo saracino.

Marsilio avea mandato Balugante,Che refrenasse quello assalto un poco,Acciò che le sue gente, che son tante,Potesse trare alquanto di quel loco.Serpentino era seco e lo AmiranteE il re Grandonio, l'anima di foco;Con più de trenta millia de PaganiCallarno il monte e gionsero in que' piani.

Suonâr le trombe, e con molta tempestaL'un verso l'altro a gran crido se mosseA tutta briglia, con le lancie a resta,E con fraccasso l'un l'altro percosse.Aspra battaglia non fu più di questa:Volarno i tronchi al cel de l'aste grosseE l'arme resuonarno insieme e' scudi,Quando scontrarno insieme a li urti crudi.

Era al principio questo un bel riguardoPer l'arme relucente e per cimieri;Ciascun destriero ancora era gagliardo,Coperte e paramenti erano intieri;Ma, poi che Salamone e il bon RicardoE Iachetto con Guido, e baron fieri,Intrarno furïosi alla gran folta,La bella vista in brutta fu rivolta.

Roncioni e cavallier morti e tagliatiTutto infiammarno il campo sanguinoso,E l'arme rotte e gli elmi spenacchiatiFacean riguardo tristo e doloroso.E paramenti e' squarci dissipati,E ciascun pien di sangue e polveroso;Il ruïnare a terra e il gran fraccassoAvrian smariti gli occhi a un satanasso.

Ricardo entrò primiero alla battaglia,Il qual portava per cimiero un nido,E Salamone adosso alla canaglia,E Iachetto con seco e 'l franco Guido.Ciascun sì crudamente i Pagan taglia,Che sino al cel se odiva andare il crido;Ma alor se mosse incontra Balugante,Grandonio e Serpentino e lo Amirante.

E per la lor prodezza e suo valore,E per sua gente ancor, che gli abondava,La nostra certo arìa avuto il peggiore,Che indietro a poco a poco rinculava;Ma, ciò veggendo Carlo imperatore,Che a lato alla baruffa sempre istava,Mandò in soccorso Olivieri il marchese,E Naimo e il conte Gano e il bon Danese;

E seco Avino e Ottone e BerlengieroE Avorio, che anco lui fu paladino;Avenga che io nol ponga per primiero,Pur va con gli altri, e dietro a lui Turpino.Alor se radoppiò lo assalto fieroE levossi di novo alto polvino;Altro che trombe non se ode nïente,E lancie rotte de una e de altra gente.

Carlo chiamò da parte Bradamante,Ch'è fior de gagliardia, quella donzella,E 'l bon Gualtiero, il cavalliero aitante,Ed alla dama in tal modo favella:- Tu vedi il monte il quale è qua davante.Là con Gualtiero a quel bosco ti cella,Con questi cavallier che teco mando,Né te partir di là, se io nol comando. -

Ella ne andò; ma sopra di quel pianoEra battaglia sì crudele e stretta,Che nol potria contare ingegno umano.A furia vien la gente maledetta;Benché il franco Olivier col brando in manoDi qua di là gli taglia a pezzi e fetta,Pur si diffende assai la gente fiera:Ecco de il monte scende un'altra schiera.

Questo è il re Stordilano, e MalgarinoE Baricondo è seco e Sinagone,E Maradasso più gli era vicino:La schiera guida al campo Falcirone.Costui portava al suo stendardo un pinoCol foco ne le rame e nel troncone,Ed ha la gente spessa come piova:Ben vi so dir che il gioco se rinova.

Alor Grandonio, quella anima accesa,Qual mai non se ha potuto adoperare,Sol per tenir la sua gente diffesa(Ché a ricoprirla troppo avea che fare),Ora una lancia in su la coscia ha presa,E sopra Salamon se lascia andare.Avendo posta già quella asta a resta,Roverso al campo il getta con tempesta.

Guido abattuto fu da Serpentino,Io dico Guido il conte de Monforte,E non il Borgognon, che è paladino,Il qual si stava con re Carlo in corte.Or Balugante, il forte saracino,Al conte de Rivera diè la morte,Dico a Iachetto; gionselo al costato,E via passando lo distese al prato.

Quando il Danese vidde Balugante,Che avea in tal modo morto il giovanetto,Turbato acerbamente nel sembianteSprona il ronzone adosso al maledetto.Gionse al cimier, che è un corno de elefante,E specciòl tutto e roppe il bacinetto,E se dritto il colpiva a compimento,Tutto il fendeva di sotto dal mento.

Ma il brando per traverso un poco calla,Sì che una guanza con la barba prese,E venne gioso e colse nella spalla,Né piastra grossa o maglia la diffese.Nel scudo de osso il bon brando non falla,Ma seco ne menò quanto ne prese,E fo sì gran ferita e sì diversa,Che quasi ha lui da poi la vita persa.

Ma Balugante volta il suo ronzoneMenando le calcagne forte e spesso,Sin che fo avante al re Marsilïone,Come io vi contarò qua poco apresso.Ora Oliviero abatte Sinagone,Ed hagli il capo insino ai denti fesso:Barbuta non gli valse o l'elmo fino;E poi se volta e segue Malgarino.

Ma non lo aspetta lui, che è impaurito;Mostrògli Sinagon ciò che 'l die' fare,Ed ebbe senno a pigliar bon partito.Ecco Grandonio, che un serpente pare:E gionse Avino, il giovanetto ardito,E sottosopra il fece trabuccare;Poi Belengero abatte in sul sabbione,E seco Avorio e il suo fratello Ottone.

Gionse anche Serpentino a un'altra bandaE scontrò il bon Ricardo paladino:For dello arcione alla campagna il manda;Né qui se arresta e scontrase a Turpino,E benché 'l prete a Dio se ricomanda,Pur fu abattuto da quel saracino.Rimescolata è tutta quella traccia,Qua fugge questo, e là quell'altro caccia.

Vidde Olivier Grandonio di Volterna,Che abatte sopra al campo gente tantaChe altri che lui non par che se discerna,E tutto è sangue dal capo alla pianta.Dicea Oliviero: - O Maiestate Eterna,Io pur diffendo la tua Fede santa,Come far deggio, e il tuo culto divino;Dammi possanza contra al Saracino! -

Egli avea già racolta un'altra lanzaCosì dicendo, e con animo arditoSpronava il suo destrier con gran baldanza.Or non so dir se ben fusse seguito,Però che gionse il conte di Maganza,E per traverso ha il Saracin colpito;Non se guardando forse da quel lato,Tutto el distese fuor de arcione al prato.

Quando Grandonio se vidde abattuto,Non dimandati se rodea la brena;Presto ricciato rembracciava il scuto,E mena il brando, e non è dritto apena;Ma il conte Gano, che stava aveduto,Volta il destriero e le calcagna mena;Ma il re Grandonio afferra il suo ronzone,Rimette il brando e salta nello arcione.

Poi che salito fu sopra al destriero,Tra la gran folta col brando se caccia;Mai non fu Saracin cotanto fiero:Questo abatte per terra e quello amaccia.Ecco raggionto il marchese Oliviero,Che avea ferito Falcirone in faccia,E spezzato gli ha l'elmo e rotto il scuto,Quando gionse Grandonio a darli aiuto.

Gionse Grandonio, e ben gli bisognava,Ché non potea durar lunga stagione;Presto Oliviero a questo se voltava,Lasciando mezo morto Falcirone.Or l'uno e l'altro gran colpi menava;Benché più forte sia quel can fellone,Era Olivier di lui poi più maestro,Ma molto accorto e più legiero e destro.

Menò Grandonio un colpo a quel marchese,E nel fondo del scudo agionse al basso,Qual ponto nol coperse né diffese,Ma tutto se fiaccò con gran fraccasso,E passò il brando ed arivò allo arnese:Se egli avea forza, a voi pensar vi lasso.Poco prese la coscia, e nello arcioneVia passò il brando e gionse 'l bon ronzone.

Colse il ronzone a quella spalla stanca,E sconciamente l'ebbe innaverato;Per questo ad Oliviero il cor non manca,Mena a due mano il suo brando affilato;Gionse a Grandonio quella anima francaSopra del scudo, e tutto l'ha spezzato,Né piastra integra al forte usbergo lassa:Tutte le speza e dentro al petto passa.

Come io ve dico, ove gionse AltachieraNon lascia a quello usbergo piastra sana;Spezza ogni cosa quella spada fiera,E 'l fianco aperse più de una gran spana.Ciascadun de essi a tristo partito era,Spargendo il sangue in su la terra piana,Né per ciò l'uno a l'altro dava loco,Ed ogni colpo accresce legne al foco.

Cresce lo assalto dispietato e fiero,E ben de l'arme sentirno il polvino;Ma da altra parte il bon danese OgieroPer tutto il campo caccia Malgarino,E di suo scampo non ve era mestiero,Se non vi fosse agionto Serpentino,Quel dalla Stella, il giovanetto adorno,Che avea fatate l'arme tutte intorno.

Come fu gionto, e vidde che il DaneseCondotto ha Malgarino a mal partito,Sopra de Ogiero un gran colpo disteseDal lato manco in su l'elmo forbito,Quale era grosso e ponto nol diffese,Perché aspramente al capo l'ha ferito.Volta il Danese a lui, forte adirato:Bene ha di che, sì come io vi ho contato.

Cominciarno battaglia aspra e feroceQue' duo guerrer mostrandosi la fronte,Benché Curtana a quelle arme non nôce,Ché eran fatate per tagli e per ponte.Or cresce un novo crido ed alte voce,Ché un'altra schiera giù calla del monte,Maggiore assai de l'altre due davante:Non fur vedute mai gente cotante.

Colui che vien davanti è Folicone,Il figlio de Marsilio, che è bastardo,Che ha de Almeria la terra e il bel girone:Ben vi posso acertar che egli è gagliardo.Larbin de Portugallo, il fier garzone,Gli viene apresso in su un corsier leardo;Maricoldo il Galego, che è gigante,Vien seco, e lo Argalifa e il re Morgante;

Ed Alanardo, conte in Barzelona,Vi venne, e Dorifebo, il fier pagano,Qual porta di Valenza la corona,E il conte de Girona, Marigano,E il franco Calabrun, re de Aragona.Par che quel monte giù roini al piano;A sì gran folta ne vien via la gente,Che par che il cel profondi veramente.

Quando re Carlo vidde gente tante,Ben se crede quel dì de aver gran scorno;Chiamando a sé Ranaldo e il sir de Anglante,- Filioli, - dicea - questo è il vostro giorno! -E poi mandava un messo a BradamanteChe, giù voltando quella costa intorno,Quanto nascosta può, per quella valleFerisca a i Saracin dietro alle spalle.

E dapoi che ebbe la dama avisata,Ranaldo e Orlando chiamò, con amoreDicendo a lor: - Questa è quella giornataChe sempre al mondo vi può fare onore:Or questa è quella che ho sempre espettataPer discerner qual sia di voi megliore;Per mia man seti entrambi cavallieri,Né so di qual di voi meglio mi speri.

Or via, miei paladini, alla battaglia!Ecco e nimici! Io non vi gli nascondo;Fatime un squarcio entro a quella canaglia,Che sempre mai di voi se dica al mondo.Io non li stimo tutti un fil di paglia,Quando io vi guardo il viso furibondo;Nel vostro viso ben mi sono accortoChe il mio nemico è già sconfitto e morto. -

Non aspettâr più oltra e duo baroniIl ragionar che fece Carlo Mano.Come dal cel turbato escon duo troni,E duo venti diversi allo oceàno,Così van loro a furia di ronzoni.Ahi sventurato e tristo quel pagano,Qual sia scontrato da Ranaldo ardito!Né quel de Orlando avrà meglior partito.

Ranaldo avanti il conte un poco avancia,Perché aveva il destrier più corridore;A mezo il corso aresta la sua lancia,Spronando tutta fiata a gran furore.Il re Larbino avea molta arrogancia,Come hanno tutt'e Portugesi il core;E veggendo venire il fio de Amone,- Chi è costui, - disse - che ha sì bel ronzone?

Come ne vene! E' par che metta l'ale!E pure ha un gran poltrone armato adosso;Per manco nol darebbe come il vale,Né lasciarebbe del suo pregio un grosso.E veramente che io faccio ben maleFerire a quel meschin, ma più non posso;Qua fusse Orlando con Ranaldo a un fasso,Ché io so che a un colpo l'uno e l'altro passo. -

Così dicendo il re, che è bravo tanto,Un tronco for di modo ebbe arestato.Ranaldo ne venìa da l'altro canto,E l'uno a l'altro a gran corso è scontrato;Quel roppe il tronco grosso tutto quanto,E questo lui passò da l'altro lato,Dico Ranaldo il passa, e la sua lanciaDietro alle spalle un gran braccio gli avancia.

Poi lo urta a terra e quella asta abandona,E dà tra gli altri con Fusberta in mano.Forte era Calabron, re de Aragona,Quanto fosse nel campo altro pagano,Ad ogni prova de la sua persona.Costui, veggendo il senator romanoChe vien spronando con la lancia a resta,Verso di lui se mosse a gran tempesta.

Chi li avesse cernuti ad uno ad uno,Duo più superbi non avea quel campo,Come era quel Larbino e Calabruno,Che contra al conte vien con tanto vampo;Benché gli serìa meglio esser digiunoDi cotal prova e di cotale inciampo,Ché il conte lo passò da banda a banda,E morto for de arcione a terra il manda.


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