Poi dà tra gli altri e trasse Durindana,Perché allo incontro avea rotta la lanza.Come apre il mare intrando una fiumana,Così quel paladin, che è il fior di Franza,Nel mezo a quella gente ch'è pagana,Dimostra molto ardire e gran possanza,Tagliando e dissipando ad ogni mano;L'arme spezzate insino al cel ne vano.
Ecco nel campo ha visto un gran pedone:Questo era Maricoldo di Galizia,Che fa de' nostri tal destruzïoneChe a riguardare egli era una tristizia.Il conte lo mirava di storzone,Ché de sì fatti avea morti a dovizia,Fra sé dicendo: "Sì grandon ti veggio,Ch'io te voglio ascurtar un piede e meggio."
E parlando così come io ve conto,Con lui se azuffa e fu corto quel gioco,Ché dove avea segnato, lo ebbe agionto;Nïente vi lasciò del collo, o poco,Ed ascurtollo un piede e mezo aponto.Poi dà tra gli altri; come fusse un focoPosto di zugno in un campo de biada,Così destrugge e taglia con la spada.
Re Stordilano abatte e Baricondo,E' soi destrier e lor getta in un fasso.Colpito ha in fronte il primo, e quel secondoAvea ferito nel gallone al basso;La gente saracina va in profondo.Ecco scontrato al campo ha Maradasso,Maradasso da Argina, lo Andaluccio,Che ha per insegna e per cimero un struccio.
Sì come io dico, è re de AndologiaQuel Maradasso che il struccio portava.Per tutto il campo Orlando lo seguia,Ma per nïente lui non lo aspettava;Onde cacciosse tra l'altra genia.Chi contarebbe e colpi che menava?Questo ha per largo e quel per lungo aperto:Dal capo al piè di sangue era coperto.
Né già Ranaldo fa minor roinaOve si trova con Fusberta in mano,Ché intrato è tra la gente saracina,E tutta in pezzi la distende al piano;Menar Fusberta mai non se raffina.Ora ecco ha visto il forte Marigano,Qual, come io dissi, è conte de Girona;Sopra di lui Ranaldo se abandona.
Ed ebbel gionto in testa con Fusberta,E fraccassò il cimiero e il bacinetto;La fronte e la gran barba gli ebbe aperta,E callò il brando insino a mezo il petto.Fugge allo inferno la anima diserta,Rimase in terra il corpo maledetto.Quivi lo lascia il paladin gagliardoE dietro in caccia è posto ad Alanardo:
Conte Alanardo, quel barcelonese.Ranaldo non gli pone differenza;O sia de l'uno o de l'altro paese,Tutti gli mena al pare a una semenza.Questo stordito per terra distese;Poi Dorifebo, che era di Valenza,Abatte al campo sì de un colpo crudo:Rotto avia l'elmo e fraccassato il scudo.
Come alla verde selva del ginepreSe 'l foco dentro vi è posto taloraPer cacciar fora caprioli e lepre,La fiama intorno e in mezo se avalora;Tal da Ranaldo convien che si sepreQuella canaglia, e non prende dimora,Ché gli spaventa e caccia in ogni loco,Come la lepre e il capriolo il foco.
Lui lo Argaliffa abatte e Folicone,E il re Morgante for di sella caccia:Il primo avea ferito nel gallone,El secondo nel petto, e 'l terzo in faccia.Chi contaria la gran destruzïone?A questo taglia il collo, a quel le braccia;Non se vidde giamai tanta tempesta:Sin da le piante è sangue in su la testa.
Dico, segnor, che il bon Ranaldo arditoTutto era sangue dal capo alle piante:Non dico già che lui fosse ferito,Ma per le gente che ha occise cotante.Ora di lui vi lascio a tal partito,Però che io vo' tornare a Balugante,Qual, dissipato a gran confusïone,Gionse davante al re Marsilïone.
Rotto avea il capo e aperta una masella,Fessa una spalla, e il scudo avea perduto,E dimenando se crollava in sella,Come morendo al fin fosse venuto.E benché apena con dolor favella,Pur quanto più potea, cridava: - Aiuto!Aiuto! aiuto! ché il re Carlo ManoTutta tua gente ha dissipata al piano. -
Quando ciò vidde il re Marsilïone,Ambe le man se batte in su la fronte,E forte biastemando il suo MaconeFacea le ficche al celo a pugne gionte;Poi comanda a ciascun che sia in arcione.Feraguto fu il primo e Rodamonte,Re Malzarise apresso e Folvirante;Questo non è spagnol, ma di Levante,
Benché al presente sia re di Navara,Ché il re Marsilio a lui l'avea donata;Ma questo giorno li costarà cara.Or viene a furia giù la gran brigata,Che a riguardar parìa mille migliara.Non dico che sian tanti tutta fiata;Ma chi all'incontro e suoi nemici vede,Più del dovere assai gli estima e crede.
Come io ve dico, giù callano al piano:Par che profondi il mondo da quel lato;Tutti meschiati e senza ordine vano,Sì come vôl Marsilio disperato.Bavarte era davanti e Languirano(Ciascuno era de un regno incoronato),E Doriconte apresso e BalivernoE il vecchio Urgin, che è schiavo de l'inferno.
Par che la terra e il mare e il cel ruine;Ciascun di essere il primo a denti freme.Ma quelle dame misere e tapineLi guardan drieto, e chi piange e chi geme;E tutte le donzelle e le regineBattean le palme lacrimando insieme,Dicendo ai cavallier: - Per nostro amoreOggi mostràti se aveti valore!
Voi ben vedeti che alle vostre maniMacone ha posta nostra libertate;Via nel bon ponto, o cavallier soprani,Contra a' nemici! e sì ve diportate,Che non giongiamo in forza di que' cani,Sendo in eterno poi vituperate.Nostra persona e l'anima col coreVi acquistareti e insieme il vostro onore. -
Non fu nel campo re né cavalliero,Qual non se commovesse a cotal dire;Ma sopra a gli altri Rodamonte il fieroDi starsi in loco non potea soffrire;Ma già partirse gli facea mestiero,Perché Marsilio gli mandava a direAd esso e a Feraguto alora aloraChe sian con seco senza altra dimora.
Onde callarno quei duo saracini,Che erano al mondo fior di gagliardia.Oh quanti cristïan faran tapini!Donaci aiuto, o Santa Matre pia!Non menaran la cosa in quei confiniChe se è menata e mena tuttavia;Ranaldo e Orlando, che or paion di foco,Avran suo carco e soprasoma un poco.
Callarno quei baron, che aveano il vanto,Come io vi dico, di forza e di ardire;Parve che il mondo ardesse de quel cantoE che la terra se volesse aprire.Questo cantare è stato lungo tanto,Che ormai ve increscerebbe il troppo dire,Onde io prenderò possa e voi diletto;Ne l'altro canto ad ascoltar vi espetto.
Canto ventesimoquarto
Quando la tromba alla battaglia infestaSuonando a l'arme sveglia il crudo gioco,Il bon destrier superbo alcia la testa,Battendo e piedi, e par tutto di foco;Squassa le crine e menando tempestaBorfa le nare e non ritrova loco,Ferendo a calci chi se gli avicina;Sempre anitrisce e mena alta ruina.
Così ad ogni atto degno e signorile,Qual se raconti, di cavalleria,Sempre se allegra lo animo gentile,Come nel fatto fusse tuttavia,Manifestando fuore il cor virileQuel che gli piace e quel ch'egli disia;Onde io di voi comprendo il spirto audace,Poi che de odirme vi diletta e piace.
Non debbo adunque a gente sì corteseDonar diletto a tutta mia possanza?Io debbo e voglio, e non faccio contese,E torno ove io lasciai ne l'altra stanzaDi Feraguto, che il monte discese,E Rodamonte con tanta arroganzaChe de i lor guardi e de la orribil facciaPar che il cel tremi e il mondo se disfaccia.
Venian davanti a gli altri e duo baroniPiù de una arcata per quella pianura.Sì come fuor del bosco duo leoniChe abbian scorto lo armento e la pastura,Così venian spronando e lor ronzoniSopra la gente che de ciò non cura;Io dico e Cristïani e Carlo Mano,Che ben veduti gli han callare al piano.
Lo imperator gli vidde alla costiera,Dico e Pagani e il re Marsilïone,A benché allora non sapea chi egli era;Pur fece presto a ciò provisïone.Subitamente fece una gran schieraDe cavallieri arditi e gente bone;Ove gli trova, senza altro riguardoTutti gli aduna intorno al suo stendardo.
Poi mosse Carlo questa compagnia,Sopra a un destriero a terra copertato;Per quel furor la terra sbigotia,Tamburi e trombe suonan da ogni lato.Marsilio d'altra parte anco vien via,Ma son davanti, come io ve ho contato,Il franco Feraguto e Rodamonte;E duo de' nostri a lor scontrarno a fronte,
Il conte Gano e lo ongaro Otachiero,Contra di lor spronando a gran baldanza;E Rodamonte, che gionse primero,Scontrò nel scudo al conte di Maganza.Tutto il fraccassa il saracino altiero,E usbergo e 'l fianco passa con la lanza.Turpino il dice, ed io da lui lo scrivo,Che Satanasso alor lo tenne vivo.
Questo servizio allor gli fie' di certo,Per far dapoi dell'anima più straccio.Or Feraguto, il cavalliero esperto,Ben dette ad Otachier più presto spaccio;Usbergo e scudo tutto gli ebbe aperto,Dietro a le spalle andò di lancia un braccio.Caderno entrambi a grave disconforto:L'un mezo è vivo, e l'altro al tutto morto.
E dui pagan lasciâr costoro in terra,E dan tra' nostri a briglia abandonata;Il conte Gano ben presto si sferra,E se nascose, l'anima dannata.Or chi me aiuta a ricontar la guerraChe fan color, crudele e disperata?Io non mi credo mai di poter direL'aspre percosse e il lor crudo ferire.
Lingua di ferro e voce di bombardaBisognarebbe a questo racontare,Che par che 'l cel de lampi e di foco arda,Veggendo e brandi intorno fulminare;E benché nostra gente sia gagliarda,Contra a' duo saracin non può durare,Come iudichi il cel quel giorno a morteLo imperatore e la sua real corte.
Questo da quella e quel da questa bandaArmi e persone tagliano a traverso;Il re Carlone a Dio si racomanda,Ché, come gli altri, di stupore è perso,Benché per tutto provede e comanda;Ma tanto è il crido orribile e diversoDi gente occisa e de arme il gran rumore,Che non intende alcun lo imperatore.
Ma ciascaduno, ove meglio far crede,Corre alla zuffa come disperato;Ben vi so dir, se Dio non gli provede,Che Carlo questo giorno è disertato,E rimarrà la Francia senza erede,Ché ogni barone a quel campo è tagliato,Ed è occiso anco il popol più minutoDa Rodamonte insieme e Feraguto.
Dal destro lato intrò re RodamonteCol brando di Nembrot ad ambe mano,E partì Ranibaldo per la fronte,Duca de Anversa, che è bon cristïano.Da poi Salardo, che de Alverna è conte,Taglia a traverso e lascia morto al piano;Ugo e Raimondo trova il maledetto,L'un sino al collo e l'altro fende al petto.
Quel di Cologna, e questo era Picardo:Il Saracino a terra gli abandona,E gli altri occide senza alcun riguardoQuel re che di prodezza è la corona;Né di lui Feraguto è men gagliardo,Ché meraviglia fan de la persona:Ranier di Rana, il patre de Oliviero,Ferito a morte abatte del destriero;
E il conte Ansaldo, il quale era alemano,Ed è segnor de la città de Nura,Percote sopra a l'elmo ad ambe mano,E tutto il parte insino alla cintura.Tutta la gente fugge per il piano:Chi non avria di que' colpi paura?Duca di Clevi, il duca di Sansogna,Ciascuno ha un colpo, e più non vi bisogna;
Però che il collo a l'un tagliò di netto,Volò via il capo e l'elmo col cimiero;L'altro divise da la fronte al petto,Poi dà tra gli altri quel saracin fiero.Re Carlo avea di ciò tanto dispetto,Che non capìa di doglia nel pensiero.Ecco Marsilio ariva e la gran gente:Non sa re Carlo che farsi nïente.
Nïun Ranaldo vi è, nïuno Orlando,Nïun Danese e nïuno Oliviero;Chi qua, chi là nel campo combattando,Ciascun di adoperarse avea mestiero;Onde il bon re, de intorno riguardando,Poi che non vede conte o cavallieroChe a' soi nemici più volti la faccia,Fasse la croce e il forte scudo imbraccia,
Dicendo: - O Dio, che mai non abandoniChiunque in te spera con perfetto core,Sì come fanno adesso e miei baroni,Che abandonano al campo il suo segnore:Meglio è morire e poter star tra' boni,Che più campare al mondo in disonore;Aiutame, mio Dio, dammi baldanza:In te sol fido ed ho la mia speranza. -
Tra le parole una grossa asta aresta,Sempre chiamando a Dio del celo aiuto,E dove è la battaglia e più tempesta,Sprona il destriero e scontra Feraguto.Proprio alla vista il gionse nella testa,Poco mancò che non fosse caduto;Ma tal possanza avea il crudo barone,Che se mantiene a forza ne l'arcione.
La lancia volò in pezzi con romore,E Feraguto, che il colpo avea preso,Qual mai pigliato non avea il maggiore,Se rivoltò, de furia e de ira acceso;Gionse ne l'elmo al franco imperatore,E sopra al prato lo mandò disteso.Ciascun che 'l vidde, crede che 'l sia morto:Bene hanno e nostri e cruccio e disconforto.
Ma sopra agli altri il franco Balduino,Benché sia nato de la falsa gesta,Forte piangendo se chiama tapino,E via correndo di cercar non restaPer ritrovare Orlando paladino.Ugetto di Dardona ancora in questaVeggendo il fatto se partì di saldo,E va correndo per trovar Ranaldo.
Ma il re Marsilio intrò nella battaglia,Suonando trombe e corni e tamburini,E tanto è il crido de la gran canaglia,Che par che ne lo abisso il cel ruini.La nostra gente tutta se sbaraglia,Perché adosso gli sono i Saracini,Che gli tagliano tutti a pezzi e a fetta:Chi può fuggir, nel campo non aspetta.
Ma Balduin cercando atrovò il conte,Che pure alora occise Balgurano;Come di sangue là fusse una fonte,Fatto avea rosso tutto intorno il piano;E Balduin, battendosi la fronte,Conta piangendo come Carlo ManoÈ morto al campo, o sta con tal martìreChe in poco de ora converrà morire.
Orlando alle parole stette un poco,Per la gran doglia che gli gionse il core,Ma poi divenne rosso come un foco,Battendo i denti insieme a gran furore.Da Balduino avendo inteso il locoOve abattuto è Carlo imperatore,Là se abandona quella anima fiera:Ciascun fa loco più che volentiera.
Chi non il fa ben presto, se ne pente,Ché lui non cegna, ma del brando mena,Ed è tanto turbato e tanto ardente,Che non discerne e soi da gli altri apena.Per quel camino occise una gran gente;Ma ritorno ad Ugiero di Dardona,Qual mai non posa cercando a ogni mano,Sin che ha trovato il sir di Montealbano.
Né il cognoscea, tanto era sanguinoso,Ché il scudo avea coperto e l'armatura;Poi che il cognobbe, tutto lacrimosoGli racontò la gran disaventura,Come era andato il fatto doloroso,E che il re Carlo sopra alla pianuraEra abattuto, de la vita in bando,Se non lo ha già soccorso il conte Orlando;
Perché venendo lo vidde passare,Ed era seco a lato Balduvino,Qual forse questo gli debbe contare,Però che anch'esso a Carlo era vicino.Quando Ranaldo odìa ciò racontare,Forte piangendo disse: - Ahimè tapino!Che se egli è ver ciò che costui favella,Perduta ho in tutto Angelica la bella.
Se di me prima là vi gionge Orlando,Io so che Carlo aiutarà di certo,Ed io serò, come fui sempre, in bando,Disgrazïato, misero e diserto.Almen potevi tu venir trottando!Venuto sei di passo, io il vedo aperto,Né me il faria discreder tutto il celo,Ché il tuo destrier non ha sudato un pelo. -
- A tutta briglia venni speronando, -Rispose Ugetto - e tu pur fai dimora;Or che sai tu se qualche impaccio OrlandoHa retenuto, e non sia gionto ancora?Tu provar debbi la ventura, e quandoVenga fallita, lamentarti alora;Sì presto è il tuo destrier, che a questo pontoPrima de ogni altro ti vedo esser gionto. -
Parve a Ranaldo che il dicesse il vero,Però ben presto se pose a camino.Spronando a tutta briglia il suo destriero,A gran fraccasso va quel paladino;Qualunque trova sopra del sentiero,O voglia esser cristiano o saracino,Con lo urto getta a terra e con la spada,Né vi ha riguardo, pur che avanti vada.
Marcolfo il grande, che fu un paganoChe servia in corte il re Marsilïone,Il qual, seguendo e nostri in su quel piano,Scontrossi a caso nel figlio de Amone,Che de Fusberta lo gionse a due manoE tutto lo partì sino al gallone;E poco apresso truova Folvirante,Re di Navarra, di cui dissi avante.
Ranaldo de una ponta l'ha percosso,Dietro alle spalle ben tre palmi il passa,E de urto gli cacciò Baiardo adossoPercotendolo a terra, e quivi il lassa;E Balivorne, quel saracin grosso,Che avea rivolto al capo una gran fassa,De cotal colpo tocca con Fusberta,Che gli ha la faccia insino al collo aperta.
Ranaldo non gli stima tutti uno asso,Pur che se spacci a trovar Carlo Mano.Ecco uno abbate ch'è davanti al passo,Limosinier di Carlo e capellano:Grassa era la sua mula, e lui più grasso,Né sa che farsi, a benché sia nel piano:Questo avea tanta tema de morire,Che stava fermo e non sapea fuggire.
Ranaldo l'urta a mezo del camino,Lui cadde sotto, sopra è la sua mulla;Quel che ne fosse, non scrive Turpino,Ed io più oltra ve ne so dir nulla.Sopra a lui salta il franco paladino,E ben col brando intorno se trastulla,Facendo braccie e teste al cel volare:Ben vi so dir che largo se fa fare.
Ecco davanti vidde una gran folta,Ma che sia in mezzo non pô discernire.Questa è gente pagana, che era involtaDe incerco a Carlo per farlo morire;E dietro tanta vi ne era aricolta,Che ad alcun modo non ne potea gire;Ben che lui mostri arditamente il visoE si diffenda, pur l'avriano occiso.
Ranaldo adosso a lor sprona Baiardo,Avenga che non sappia di quello atto,Ma, come dentro al cerchio fie' riguardo,Subitamente se accorse del fatto.Qui vi so dir che se mostra gagliardo,Onde il re Carlo il cognobbe di tratto,- Aiutami, - dicendo, - filiol mio,Ché al mio soccorso te ha mandato Iddio! -
Parlava Carlo, e tuttavia col scutoStava coperto e la spada menava,E veramente gli bisogna aiuto,Tanta la gente adosso gli abondava.Di Corduba era il conte qua venuto(Partano il saracin se nominava),Qual mai non lascia che Carlo se mova;Per dargli morte pone ogni gran prova.
Ma gionto da Ranaldo all'improvisoNon se diffese, tanto impaurì;A benché in ogni modo io faccia avvisoChe il fatto serìa pur gito così.Ranaldo dà ne l'elmo, e fesse il viso,E 'l mento e il collo, e il petto gli partì.Lascialo andare, e mena a più non possoA un altro, che al re Carlo è pure adosso.
Questo era il conte de Alva, Paricone:Ranaldo lo tagliò tutto a traversoE prestamente prese il suo ronzone.Però che quel de Carlo era già perso;E tanto se sostenne il fio de Amone,Dando e togliendo in quel stormo diverso,Che a mal dispetto de ciascun paganoSopra al destrier salì re Carlo Mano.
Né bisognava che fosse più tardo,Perché non era apena in su la sella,Che Feraguto, il saracin gagliardo,E 'l re Marsilio gionse proprio in quella.Venian quei duo pagan senza riguardo,Ciascaduno a due man tocca e martella;Come tra gente rotta e dissipata,Venian ferendo a briglia abandonata.
La nostra gente avante a lor non resta,Ma fugge in rotta, piena di spavento;Chi avia frappato il viso e chi la testa:Non fu veduto mai tanto lamento.Ma quando Carlo e i baron di sua gestaAl campo se voltâr con ardimento,Ed apparbe Ranaldo in su Baiardo,Chi più fuggiva, più tornò gagliardo.
Suonâr le trombe e il crido se rinova,E la battaglia più s'accende e aviva.Ciascuno intorno a Carlo se ritrova,Né mostra de esser quel che mo fuggiva,Anci per amendar pone ogni prova.Marsilio, che sì ratto ne veniva,E Feraguto ancor da l'altro canto,A ciò mirando, se affermarno alquanto.
Ciascun di loro in su la briglia sta,Già non temendo che altri se gli appressi;Or l'uno e l'altro a furia se ne vaOve e nimici son più folti e spessi.E' si suol dir che Dio gli uomini fa,Poi se trovano insieme per se stessi,Sì come Carlo al re MarsilïoneTrovosse, e Feraguto al fio de Amone.
Oh colpi orrendi! oh battaglia infinita!Che chi l'avesse con gli occhi veduta,Credo che l'alma tutta sbigotitaPer tema avria cridato: "Aiuta! aiuta!'E, poi che fosse for del corpo uscita,Mai non serebbe in quel loco venuta,Per non vedere in viso e due guerrieriDe ira infiamati e de arroganza fieri.
Or de Marsilio e de lo imperatoreVi lasciarò, ch'io non ne fo gran stima,E contarò la forza e il gran valoreDe gli altri duo, che son de ardire in cima.A cominciarla mi spaventa il core:Che debbo io dire al fin? che dirò in prima?Duo fior di gagliardia, duo cor di focoSono a battaglia insieme a questo loco.
E cominciarno con tanta ruinaL'aspra baruffa e con tanto fraccasso,Che già non sembra che da la mattinaSian stati in arme al sol che era già basso.Ciascun stare al suo loco se destina,Né se tirâr dal campo a dietro un passo,Menando colpi di tanto furoreChe a' riguardanti fa tremare il core.
Ranaldo gionse in fronte a Feraguto,E se non era quello elmo affatato,Lo avria fiaccato in pezzi sì minuto,Che ne l'arena non se avria trovato.Callò Fusberta e giù colse nel scuto,Che era di nerbo e di piastra ferrato;Tutto lo spezza e tocca ne lo arcione:Mai non se vidde tal destruzïone.
E ben responde il saracino al gioco,Ferendo a lui ne lo elmo di Mambrino,E quel se divampava a fiamma e foco,Ma nol puote attaccar, cotanto è fino.Il scudo fraccassò proprio a quel locoChe a lui avea fiaccato il paladino,E gionse ne lo arcione a gran tempesta:Più de tre quarti en porta a la foresta.
Né pone indugia, ché un altro ne mena,E gionse pur ne lo elmo di traverso.Pensàti se egli avea soperchia lena:Quasi Ranaldo a terra andò roverso,E se sostenne con fatica e pena;La vista aveva e lo intelletto perso.Baiardo il porta e nel corso se serra,Ciascun che 'l guarda, dice: - Eccolo in terra! -
Ma pur rivenne, e veggendo il periglioA che era stato e la vergogna tanta,Tutto nel viso divenne vermiglioDicendo: - Un Saracin di me si vanta?Ma se mo mo vendetta non ne piglio,La vita vo' lasciarvi tutta quanta,E l'anima allo inferno e il corpo a' cani,Se mai de ciò se vanta tra' Pagani. -
Mentre che parla, ponto non se aresta,Ma mena a Feraguto invelenito,E gionse il colpo orribile alla testa,Tal che alle croppe il pose tramortito.Ferir non fu giamai di tal tempesta:Ben stava il saracino a mal partito,Per uscir da ogni lato dello arcione;Quasi mezza ora stette in stordigione.
Il sangue gli uscia fuor di bocca e naso,Già ne avea lo elmo tutto quanto pieno.Or lasciar me il conviene in questo caso,Ché la istoria ad Orlando volge il freno.Dietro a Ranaldo è il paladin rimaso,Però che 'l suo destrier corre assai meno,Io dico Brigliador, che non Baiardo;Però qua gionse il conte un poco tardo.
Quando fu gionto e vidde il re CarloneFuor di periglio in su lo arcion salito,Che avea afrontato il re Marsilïone,Anci in tre parte già l'avea ferito;E d'altra parte il franco fio de AmoneConduce Feraguto a mal partito:Quando ciò prese il conte a rimirare,- Ahimè! - diceva, - qua non ho che fare!
A quel che io vedo, le poste son prese;Male aggia Balduino il traditore!Qual bene è de la gesta maganzese,Che in tutto il mondo non è la peggiore.Per lui son consumato alla palese,Perduta è la speranza del mio amore;Persa è mia gioia e il mio bel paradisoPer lui che tardo gionse a darmi avviso.
Ben dirà Carlo ch'io venni in gran frettaPer dargli aiuto, come io debbo fare!Ma tu, gente pagana maledetta,Tutta la pena converrai portare;Sopra di voi serà la mia vendetta,E, se io dovessi il mondo ruïnare,Farò quanto Ranaldo questo giorno,O che davanti a Carlo mai non torno. -
Così dicendo in dietro si rivolta,Torcendo gli occhi de disdegno e de ira.Sì come un tempo oscuro alcuna volta,Che brontolando intorno al cel se gira,E il tristo villanel che quello ascolta,Guarda piangendo e forte se martira;E quel pur viene ed ha il vento davante,Poi con tempesta abatte arbori e piante:
Cotal veniva col brando a due manoIl conte Orlando, orribile a guardare.Non ebbe tanto ardire alcun paganoChe sopra al campo osasse de aspettare;Tutti a ruina e in folta se ne vano,Ma il conte altro non fa che speronare,Dicendo a Brigliador gran villania,Dandoli gran cagion del mal che avia.
Il primo che egli agionse in suo mal ponto,Fu Valibruno, il conte de Medina,E tutto lo partì, come io vi conto,Dal capo in su lo arcion con gran ruina.Poscia Alibante di Toledo ha gionto,Che non avea la gente saracinaDi lui maggior ladrone e più scaltrito;Orlando per traverso l'ha partito.
Poi dà tra gli altri e trova Baricheo,Che ha il tesor di Marsilio in suo domino;Costui primeramente fu giudeo,E da poi cristïan, poi saracino,Ed in ciascuna legge fu più reo,Né credeva in Macon né in Dio divino.Orlando lo partì dal zuffo al petto:Non so chi se ebbe il spirto maledetto;
Non so se tra' Giudei o tra' PaganiGiù ne lo inferno prese la sua stanza.Il conte il lascia, e tra' Saracin caniFerisce ad ogni banda con baldanza.Sì come in Puglia ne gli aperti pianiPonesse il foco alcun per mala usanza,Quando tra' il vento e la biada è matura,Ben faria largo e netto alla pianura;
Cotal tra' Saracini il sir de AnglanteTagliando e dissipando ne veniva.Ecco longi cernito ebbe Origante,Ma nol volse ferir quando fuggiva;Anci correndo gli passò davante,E poi se volta e nel scudo lo ariva,E taglia il scudo e lui con Durindana,Sì che in duo pezzi il manda a terra piana.
Di Malica segnore era il paganoQual v'ho contato che è in duo pezzi in terra;Orlando tocca Urgino ad ambe mano,E in due bande aponto lo disserra.A Rodamonte, il quale era lontanoE facea in altro loco estrema guerra,Fu aportato il furore e 'l gran periglioNel quale è Feraguto e il re Marsilio.
Incontinente lascia Salamone,Quel di Bertagna, che era rimontato;E mal per lui, però che nel galloneE in faccia Rodamonte l'ha piagato;E già lo trabuccava de lo arcione,Che tutto il mondo non lo avria campato,Quando quel messo ch'io dissi, giongia;Lui lascia Salamone e tira via.
Ne lo andar trovò il duca Guielmino,Sir de Orlïense, de gesta reale;Insino ai denti il parte il saracino,Ché la barbuta, o l'elmo non vi vale.Quanto più andando avanza del camino,Più gente urta per terra e fa più male;Ovunque passa quel pagano ardito,Qual morto abatte e qual forte ferito.
Missère Ottino, il conte di Tolosa,E il bon Tebaldo, duca di Borbone,Per terra abatte in pena dolorosa,E via passando con destruzïoneTrovò la terra tutta sanguinosa,E un monte de destrieri e di persone,L'un sopra a l'altro morti e dissipati:Il conte è quel che gli ha sì mal menati.
Quivi le strida e il gran lamento e il piantoSono a quel loco ove se trova Orlando,Quale era sanguinoso tutto quanto,E mena intorno con ruina il brando.Ma già finito nel presente è il canto,Che non me ne ero accorto ragionando;Segue lo assalto di spavento pieno,Qual fo tra il conte e il figlio de Ulïeno.
Canto ventesimoquinto
Se mai rime orgogliose e versi fieriCercai per racontare orribil fatto,Ora trovarle mi farà mestieri,Però che io me conduco a questo trattoAlla battaglia con duo cavallieri,Che questo mondo e l'altro avrian disfatto;Tra ferro e foco inviluppato sono,Ché l'altre guerre ancor non abandono.
Perché dove è il Danese e Serpentino,Ov'è Olivieri e Grandonio si geme;E il re Marsilio e il figlio di Pipino,Quanto se può, ciascun sopra se preme;Ranaldo e Feraguto il saracinoFan più lor duo che tutti gli altri insieme;Ed or di novo Orlando e RodamontePer più ruina son condutti a fronte.
Sì come a l'altro canto io vi ebbi a dire,Ciascun di loro avanti avea gran cazza;Cristian né Saracin potean soffrire,Perché l'un più che l'altro assai ne amazza.Quando la gente gli vide venire,Ognun a più poter fa larga piazza;Come avante al falcone e storni a spargo,Fugge ciascun cridando: - Largo! largo! -
E quei duo cavallier con gran baldanzaSe urtarno adosso, senza più pensare.Avea prima ciascun rotta sua lanza,Ma con le spade ben vi fo che fare,Menando i colpi con tanta possanza,Che ciascadun che sta intorno a mirareDi trare il fiato apena non se attenta,Tanto al ferire estremo se spaventa.
Barbute e scudi e usberghi e maglie fineNe porta seco a ogni colpo di spada,Come lo inferno e il cel tutto ruine,E mare e terra con fraccasso cada;E la piastra percossa a polverineVola de intorno e non so dove vada,Ché ogni pezzo è sì minuto e pocoChe non se trovarebbe in alcun loco.
E se non fosse per gli elmi affatatiChe aveano in capo, e la bona armatura,Non vi seriano a quest'ora durati,Per la battaglia tenebrosa e scura;Ché tanto sono e colpi smisurati,Che pure a racontarli è una paura;Quando giongon e brandi in abandono,Par che 'l cel s'apre e gionga trono a trono.
Re Rodamonte, il quale ardea de andareOve era il re Marsilio e Feraguto,Temendo forse che per dimorareGiongesse dapoi tardo a dargli aiuto,Ad ambe mano un colpo lascia andare,E tocca nel cantone in cima al scuto;Per lungo il fende a l'altra ponta bassa,Gionge a l'arcion e tutto lo fraccassa.
Quando se avidde di quel colpo Orlando,Turbato d'altro, forte disdegnoso,Ira sopra ira più multiplicando,Lascia a due mano un colpo tenebroso;Gionse nel scudo il furïoso brando,E più di mezo il manda al prato erboso,Né pone indugia e tira un gran roverso,E nel guanciale il gionse di traverso.
Fo il colpo orrendo tanto e smisurato,Che trasse di se stesso quel pagano,E fo per trabuccar da l'altro lato,E da la briglia abandona la mano.Il brando che nel braccio avea legato,Tirando drieto trasinava al piano,E sì gli avea ogni lena il colpo tolta,Che per cader fo assai più che una volta.
Poi che fu il spirto e l'anima venuta,Ne la sua vita mai fu tanto orribile;Di presto vendicarse ben se aiuta:Mena ad Orlando un gran colpo e terribile,Qual dileguò in tal modo la barbuta,Che via per l'aria ne volò invisibile,Più trita e più minuta che l'arena;Che ormai sia al mondo, non mi credo apena.
Lo elmo de Almonte, che tanto fu fino,Ben campò alora Orlando dalla morte,Avenga che a quel colpo il paladinoDel morir corse fino in su le porte;Di man gli cadde il bon brando acciarino,Ma la catena al braccio il tiene forte:Fuor delle staffe ha i piedi, e ad ogni manoSpesso se piega per cadere al piano.
La gente che de intorno era a guardare,Ed avea de tal colpi assai che dire,Subitamente cominciò a cridare:- Aiuto! aiuto! - e poi prese a fuggire;Perché, avendosi indietro a riguardare,Gran schiere sopra a lor vidder venire,E questo era Gualtier da MonlïoneE Bradamante, la figlia de Amone.
Eran costor fuor dello aguaito usciti,Sì come avea commesso Carlo Mano:Ben diece millia cavallieri arditi,Che avuto impaccio quel giorno non hano.Per questo i Saracin son sbigotiti,Ciascuno a più poter spazza quel piano;E ben presto spaciarsi gli bisogna,Sì Bradamante a lor gratta la rogna.
Avanti a gli altri la donzella fieraPiù de un'arcata va per la pianura,Tanto robesta e sì superba in cieraChe solo a riguardarla era paura;Là quel stendardo e qua questa bandieraGetta per terra, e de altro non ha curaChe di trovare al campo Rodamonte,Ché del passato se ramenta l'onte,
Quando in Provencia gli occise il destrieroE fece di sua gente tal ruina.Ora di vendicarse ha nel pensiero,E di cercarlo mai non se rafina.Sprezando sempre ogni altro cavalliero,Via passa per la gente saracina,Né par pur che di lor se accorga apena,Benché de intorno sempre il brando mena.
Pur Archidante, il conte de Sanguinto,Ed Olivalto, il sir de Cartagena,L'un pose morto a terra, e l'altro vinto,Perché de intorno gli donavan pena;Ad Olivalto nel scudo depintoUna aspra ponta la donzella mena,E spezzò quello usbergo come un vetro;Ben più de un palmo gli passò di dietro.
Questo abandona e mena ad ArchidanteAd ambe man, sì come era adirata,E ne la fronte li gionse davante:Per sua ventura se voltò la spata;E lui cadendo a su voltò le pianteE rimase stordito ne la strata.La dama non ne cura e in terra il lassa,E ruïnando via tra gli altri passa.
E mena in volta le schiere pagane,Facendo deleguare or quelle or queste;Ove ella corre, il segno vi rimaneE fa le strate a tutti manifeste,Che restan piene di piedi e di mane,Di gambe e busti e di braccie e di teste;E la sua gente, che alle spalle mena,È di gran sangue caricata e piena.
Veggendo tal ruina Narbinale,Conte de Algira, quel saracin fiero(Ben che abbia altro mestier, ché fu corsale,Era ancor destro e forte in su il destriero):Costui veggendo il gran dalmaggio e il maleChe fea la dama per ogni sentiero,Con una lancia noderuta e grossaA lei se afronta e dàgli alta percossa.
Ma lei de arcion non se crolla nïente,E mena sopra a l'elmo a quel pagano,E calla il brando giù tra dente e dente;Quel cadde morto del destriero al piano.Quando ciò vidde la pagana gente,Ben vi so dir che a folta se ne vano,Chi qua chi là fuggendo a più non posso;Ma sempre e Cristïan lor sono adosso.
Tenne la dama diverso camino,Lasciando a man sinestra gli altri andare,E gionse dove Orlando il paladinoStava for dello arcion per trabuccare.Vero è che Rodamonte il saracinoNon lo toccava e stavalo a mirare;La dama ben cognobbe il pagan crudoAl suo cimiero e alle insegne del scudo.
Onde se mosse, e verso lui se afronta.Or se rinova qui l'aspra battagliaE' crudel colpi de taglio e di ponta,Spezzando al guarnimento piastra e maglia;Ma nel presente qua non se raconta,Perché Turpin ritorna alla travagliaDi Brandimarte e sua forte aventura,Sin che il conduca in Francia alla sicura.
Avendo occiso al campo Barigaccio,Come io contai, quel perfido ladrone,Con la sua dama in zoia ed in sollaccioVenìa sopra a Batoldo, il bon ronzone;E caminando gionse ad un palaccio,Che avea verso a un giardino un bel verone,E sopra a quel verone una donzellaVestita de oro, e a maraviglia bella.
Quando ella vidde il cavallier venire,Cignava a lui col viso e con la manoChe in altra parte ne dovesse gire,E che al palazzo passasse lontano;Ora, Segnori, io non vi saprei direSe Brandimarte intese, o non, certano;Ma cavalcando mai non se ritieneSin che a la porta del palazzo viene.
Come fu gionto alla porta davante,Dentro mirando vidde una gran piazzaCon loggie istorïate tutte quante:Di quadro avea la corte cento brazza.Quasi a mezo di questa era un gigante,Qual non avea né spada né mazza,Né piastra o maglia, od altre arme nïente,Ma per la coda avea preso un serpente.
Il cavallier de ciò ben si conforta,Poi che ha trovata sì strana aventura;Ma in su quel dritto aperta è un'altra porta,Che del giardin mostrava la verdura,E un cavallier, sì come alla sua scorta,Si stava armato ad una sepoltura;La sepoltura è in su la soglia apontoDi questa porta, sì come io vi conto.
Ora il gigante stava in gran travagliaCon quel serpente, come io vi contai,Ma sempre a un modo dura la battaglia:Quel per la coda nol lascia giamai.Benché il serpente, che de oro ha la scaglia,Piegasse a lui la testa volte assai,Mai nol puote azaffare o darli pena,Ché per la coda sempre intorno il mena.
Mentre il gigante quel serpente agiraBrandimarte alla porta ebbe veduto,Onde, soffiando di disdegno e de ira,Correndo verso lui ne fo venuto,E detro a sé il dragon per terra tira.Or doni il celo a Brandimarte aiuto,Ché questo è il più stupendo e grande incantoChe abbia la terra e il mondo tutto quanto.
Come è gionto, il gigante alcia il serpente,Con quello a Brandimarte mena adosso.Non ebbe mai tal doglia al suo vivente,Perché quel drago è lunghissimo e grosso;Pur non se sbigotisce de nïente,Ma quel gigante ha del brando percossoSopra a una spalla, e giù calla nel fianco:Lunga è la piaga un braccio, o poco manco.
Crida il gigante e pur alcia il dragone,E gionse Brandimarte ne la testa,E tramortito lo trasse de arcione,E, il serpente menando, non se arresta;Anci gionse a Batoldo, il bon ronzone,E disteselo a terra con tempesta.Rivene il cavalliero, e in molta frettaÈ destinato a far la sua vendetta.
Col brando in mano il gran gigante affronta,E se accomanda alla virtù soprana;Ma quel mena del drago a prima gionta,E di novo il distese a terra piana.Già Brandimarte avea tratto una ponta,E passato l'avea più de una spana;Avendo l'uno e l'altro il colpo fatto,Quasi alla terra se ne andarno a un tratto.
Ma quel serpente fece capo umano,Sì come proprio avea prima il gigante,E collo e petto e busto e braccie e manoE insieme l'altre membre tutte quante;E quel gigante venne un drago istrano,Proprio come questo altro era davante,E, sì come era per terra disteso,Fo dal gigante per la coda preso.
E verso Brandimarte torna ancoraMenando, come il primo fatto avia;Lui, che levato fu senza dimora,Già di tal cosa non se sbigotia,Anci menando del brando lavora,Dando e cogliendo colpi tuttavia;Tanto animoso e fiero è Brandimarte!Ferito ha già il gigante in quattro parte.
A benché anco esso pisto e percosso era,Tanto il feriva spesso il maledetto;E la battaglia assai fo lunga e fiera;Ma, per venire in ultimo allo effetto,Brandimarte lo agionse de Tranchera,E tutto lo divise insino al petto,Onde se fece drago incontinente,E fo gigante quel che era serpente.
Sì come in prima, per la coda il prese,E verso il cavalliero anco se calla,Tornando pur di novo alle contese;Ma Brandimarte il gionse in una spallaEd a terra mandò quanto ne prese,Né già per questo il brando se aristalla,Ma giù callando a gran destruzïoneTutto lo fende insin sotto al gallone.
Come davanti se fôr tramutati,Questo è gigante e quello era dragone,E ben sei volte a ciò fôrno incontrati,Crescendo sempre più la questïone.Sei volte Brandimarte gli ha atterrati,Né trova più rimedio quel barone,Onde dolente e con gran disconfortoSenza alcun dubbio estima de esser morto.
Pur, come quel che molto era valente,Non avea al tutto ancor l'animo perso,Anci con gran ruina arditamenteMena un gran colpo orribile e diverso,E gionse a mezo il busto del serpenteDietro da l'ale, e tagliollo a traverso.Quando il gigante vide quel ferire,Trasse via il resto e posese a fuggire.
Verso la porta, ove è la sepoltura,Fugge il gigante forte lamentando,Ché di quel che gli avenne avea paura.Il cavallier gli pose in testa il brando,E partil tutto insino alla cintura,Onde lui cadde alla terra tremando;Poi che in tal forma del compagno è privo,Moritte al tutto e non tornò più vivo.
Non era a terra quel gigante apena,Che il campïon che a l'altra porta stava,Ver Brandimarte venne di gran lena,Onde la zuffa qua se cominciava,E de gran colpi l'uno a l'altro mena,Ma sempre Brandimarte lo avanzava;E per conclusïone in uno istanteMorto il distese apresso a quel gigante.
E Fiordelisa, quale era seguitaDentro alla loggia il cavallier soprano,Veggendo la battaglia esser finitaDio ne ringrazïava a gionte mano.Or la porta ove entrarno, era sparita,E per vederla se riguarda in vano;Ben per trovarla se affannarno assai,Ma non se vede ove fusse pur mai.
Onde si stanno, e non san che si fare,E solo una speranza li assicura:Che quella dama che gli ebbe a cennare,Gli mostri a trarre a fin questa ventura.Ma, stando quivi in ocio ad aspettare,Cominciarno a mirar la depinturaChe avea la loggia istorïata intornoVaga per oro e per color adorno.
La loggia istorïata è in quattro canti,Ed ha per tutto intorno cavallieriGrandi e robusti a guisa de giganti,E con lor soprainsegne e lor cimieri.Sopra allo arcione e armati tutti quantiSì nella vista se mostravan fieri,Che ciascadun che intrava de improviso,Facean cambiar per meraviglia il viso.
Chi fu il maestro, non saprebbi io dire,Il quale avea quel muro istorïatoDe le gran cose che dovean venire,Né so chi a lui l'avesse dimostrato.Il primo era un segnor di molto ardire,Benché ha lo aspetto umano e delicato,Qual per la Santa Chiesa e per suo onoreAvea sconfitto Rigo imperatore.
Apresso alla Ada ne' prati BressaniSe vedea la battaglia a gran ruina,E sopra al campo morti li Alemani,E dissipata parte gibillina.L'acquila nera per monti e per pianiEra cacciata misera tapinaDal volo e da gli artigli de la bianca,A cui ventura né virtù non manca.
Era il suo nome sopra alla sua testa,Descritto in campo azurro a lettre d'oro;Benché la istoria assai la manifesta,Nomar se debbe di virtù tesoro.Molti altri ivi eran poi de la sua gesta;E de' gran fatti e de le guerre loroTutta era istorïata quella faccia,Che è da man destra a lato alla gran piaccia.
Ne la seconda vi era un giovanetto,Che natura mostrò ma presto il tolse;Per non lasciar qua giù tanto diletto,Il cel, che ne ebbe invidia, a sé lo volse;Ma ciò che puote avere un om perfettoDe ogni bontate, in lui tutto se accolse:Valor, beltate e forza e cortesia,Ardire e senno in sé coniunti avia.
Contra di lui, di là dal Po nel piano,Eran Boemi ed ogni gibillino,Con quel crudel che il nome ha di Romano,Ma da Trivisi il perfido Azolino,Che non se crede che de patre umano,Ma de lo inferno sia quello assassino;Ben chiariva la istoria il suo gran storno,Ché ha dame occise e fanciullini intorno.
Undeci millia Padovani al focoPosti avea insieme il maledetto cane,Che non se odì più dire in alcun locoTra barbariche gente o italïane;Poi se vedeva là nel muro un pocoCon le sue insegne e con bandiere istraneDi Federico imperator secondo,Che la Chiesa de Dio vôl tor del mondo.
Di là le sante chiave, e in sue diffeseL'acquila bianca nel campo cilestro,E quivi eran depente le conteseE la battaglia di quel passo alpestro;Ed Azolin se vedia là palese,Passato di saetta il piè sinestroE ferito di mazza nella testa,E' soi sconfitti e rotti alla foresta.
E la faccia seconda era finitaDe la gran loggia con lavor cotale.Ma ne la terza è lunga istoria orditaDe una persona sopranaturale,Sì vaga nello aspetto e sì polita,Che non ebbe quel tempo un'altra tale;Tra zigli e rose e fioretti d'aprileStava coperta la anima gentile.
Essendo in prima etate piccolino,In mezo a fiere istrane era abattuto,E non avea parente né vicinoQual gli porgesse per pietate aiuto.Duo leoni avea in cerco il fanciullino,E un drago, che di novo era venuto;E l'acquila sua stessa e la panteraTravaglia gli donâr più d'altra fiera.
Il drago occise ed acquetò e leoni,E l'acquila cacciò con ardimento;A la pantera sì scurtò li ungioni,Che se ne avede ancor, per quel ch'io sento.Poi se vedea, da conti e da baroniAccompagnato, con le velle al ventoAndar cercando con devozïoneLa Santa Terra ed altre regïone.
Indi se volse e, come avesse l'ale,Tutta la Spagna vidde e lo occeàno;È recevuto in Francia alla reale,Forse come parente e prossimano.Error prese il maestro, e fece male,Ché non dipense come egli era umano,Come era liberale e d'amor pieno;Non vi capia, ché 'l campo venne meno.
La terza istoria in quel modo se spaccia;La quarta somigliava a questo figlio,Che, essendo fanciullin, fortuna il caccia,Vago e dipento e bianco come un ziglio,Di pel rossetto ed acquillino in faccia;Ma lui sol a virtute diè di piglio,E quella ne portò fuor di sua casa;Ogni altra cosa in preda era rimasa.
Là se vedea, cresciuto a poco a pocoDi nome, de sapere e di valore,Or con arme turbate ed or da giocoMostrar palese il generoso core;E quindi apresso poi parea di focoIn gran battaglia e trïonfale onore.In diverse regioni e terre tanteSempre e nemici a lui fuggon davante.
Sopra del capo aveva una scritturaChe tutta è de oro, e tale era il tenore:' Se io vi potessi in questa dipenturaMostrare espressa la virtù del core,Non avria il mondo più bella figura,Né più reale e più degna de onore;A dessignarla non posi io la mano,Però che avanza lo intelletto umano.'
Or Brandimarte ciò stava a mirare,Tanto che quella dama venne giù,La dama che al veron gli ebbe a cennare.Come fo gionta, disse: - Che fai tu,Perdendo il tempo a tal cosa guardare,E non attende a quel che monta più?A te bisogna quel sepolcro aprire,O qua rinchiuso di fame morire.
Ma, poi che quel sepolcro serà aperto,Ben ti bisogna avere il core ardito,Perché altrimenti seresti deserto,E te con noi porresti a mal partito. -Or, bei segnori, io mi credo di certoChe abbiate a male il canto che è finito,Ché non aveti al fine il tutto inteso;Ma a l'altra stanza lo dirò disteso.
Canto ventesimosesto
Il vago amor che a sue dame sopranePortarno al tempo antico e cavallieri,E le battaglie e le venture istrane,E l'armeggiar per giostre e per tornieri,Fa che il suo nome al mondo anco rimane,E ciascadun lo ascolti volentieri;E chi più l'uno, e chi più l'altro onora,Come vivi tra noi fossero ancora.
E qual fia quel che, odendo de TristanoE de sua dama ciò che se ne dice,Che non mova ad amarli il cor umano,Reputando il suo fin dolce e felice,Che, viso a viso essendo e mano a manoE il cor col cor più stretto alla radice,Ne le braccia l'un l'altro a tal confortoCiascun di lor rimase a un ponto morto?
E Lancilotto e sua regina bellaMostrarno l'un per l'altro un tal valore,Che dove de' soi gesti se favella,Par che de intorno il celo arda de amore.Traggase avanti adunque ogni donzella,Ogni baron che vôl portare onore,Ed oda nel mio canto quel ch'io dicoDe dame e cavallier del tempo antico.
Ma dove io vi lasciai, voglio seguire,Di Brandimarte e sua forte aventura,Qual quella dama di cui vi ebbi a dire,Avea condotto a quella sepoltura,Dicendo: - Questa converrai aprire,Ma poi non ti bisogna aver paura.Conviente essere ardito in questo caso:A ciò che indi uscirà, darai un baso. -
- Come! Un baso? - rispose il cavalliero.- È questo il tutto? Ora èvvi altro che fare?Non ha lo inferno un demonio sì fiero,Che io non gli ardisca il viso de accostare.Di queste cose non aver pensiero,Che dece volte lo averò a basare,Non che una sola, e sia quello che voglia;Orsù! Che quella pietra indi si toglia. -
Così dicendo prende uno annel d'oro,Che avea il coperchio de la sepoltura,E, riguardando quel gentil lavoro,Vide intagliata al marmo una scrittura,La qual dicea: ' Fortezza, né tesoro,Né la beltate, che sì poco dura,Né senno, né lo ardir può far riparo,Ch'io non sia gionta a questo caso amaro.'
Poi che ebbe Brandimarte questo letto,La sepoltura a forza disserrava,Ed uscinne una serpe insino al petto,La qual forte stridendo zuffelava;Ne gli occhi accesa e d'orribil aspetto,Aprendo il muso gran denti mostrava.Il cavalliero, a tal cosa mirando,Se trasse adietro e pose mano al brando.
Ma quella dama cridava: - Non fare!Non facesti, per Dio, baron giocondo!Ché tutti ci farai pericolare,E caderemo a un tratto in quel profondo.Or quella serpe ti convien baciare,O far pensier de non essere al mondo:Accostar la tua bocca a quella un poco,O morir ti conviene in questo loco. -
- Come? Non vedi che e denti digrigna? -Disse il barone - e tu vôi che io la basi?Ed ha una guardatura sì maligna,Che de la vista io mi spavento quasi. -- Anci - disse la dama - ella t'insignaCome dèi fare; e molti altri rimasiSon per viltate in quella sepoltura:Or via te accosta e non aver paura. -
Il cavallier se accosta, e pur di passo,Ché molto non gli andava volentiera;Chinandosi alla serpe tutto basso,Gli parve tanto terribile e fiera,Che venne in viso morto come un sasso,E disse: - Se fortuna vôl ch'io pèra,Tanto fia un'altra fiata come adesso,Ma dar cagion non voglio per me stesso.
Così certo fossi io del paradiso,Come io son certo, chinandomi un poco,Che quella serpe me trarà nel viso,O pigliarami a' denti in altro loco.Egli è proprio così come io diviso!Altri che me fia gionto a questo gioco,E dàmmi quella falsa tal confortoPer vendicare il suo baron che è morto. -
Dicendo questo indietro se retira,E destinato è più non se accostare.Or ben forte la dama se martira,E dice: - Ahi vil baron! che credi fare?Tanta tristezza entro il tuo cor se agira,Che in grave stento te farà mancare.Del suo scampo lo aviso, e non mi crede!Così fa ciascadun che ha poca fede. -
Or Brandimarte per queste parolePur tornò ancora a quella sepoltura,Benché è pallido in faccia, come suole,E vergognosse de la sua paura.L'un pensier gli disdice, e l'altro vôle,Quello il spaventa, e questo lo assicura;Infin tra l'animoso e il disperatoA lei se accosta, e un baso gli ebbe dato.
Sì come l'ebbe alla bocca baciata,Proprio gli parve de toccare un giaccio;La serpe, a poco a poco tramutata,Divenne una donzella in breve spaccio.Questa era Febosilla, quella fataChe edificato avea l'alto palaccioE il bel giardino e quella sepolturaOve un gran tempo è stata in pena dura.
Perché una fata non può morir mai,Sin che non gionge il giorno del iudicio,Ma ben nella sua forma dura assai,Mille anni, o più, sì come io aggio indicioPoi (sì come di questa io ve contai,Qual fabricata avea il bello edificio)In serpe si tramuta e stavi tantoChe di basarla alcun se doni il vanto.
Questa, tornata in forma de donzella,Tutta de bianco se mostra vestita,Coi capei d'oro, a meraviglia bella:Gli occhi avea neri e faccia colorita.Con Brandimarte più cose favella,E proferendo a dimandar lo invitaQuel che ella possa de incantazïone,De affatar l'arme o vero il suo ronzone.
E molto il prega che quell'altra damaChe quivi era presente tuttavia,Qual Doristella per nome se chiama,Voglia condur su il mar de la Soria,Perché il suo vecchio patre altro non brama,Che più filiol né figlia non avia.Re de la Liza è quel gran barbasoro,Ricco de stato e de arme e de tesoro.
Brandimarte accettò la prima offertaDe aver l'arme e il destrier con fatasone,Poi Doristella, sì come ella merta,Condurre al patre con salvazïone.La porta del palagio ora era aperta,Batoldo avanti a quello era, il ronzone:Quando del drago il gigante il percosse,Cadde alla terra, e più mai non se mosse.
E morto là serìa veracemente,Se Febosilla, quella bella fata,Soccorso non l'avesse incontinenteCon succi de erbe ed acqua lavorata.Poscia l'usbergo e la maglia lucenteEd ogni piastra ancora ebbe incantata.Da poi ch'ebbe fornita ogni dimanda,Da lei se parte e a Dio la ricomanda.
In mezo alle due dame il cavallieroVia tacito cavalca e non favella,Però che forse aveva altro pensiero;Onde, ridendo alquanto, DoristellaDisse: - Io me avedo ben che egli è mestieroChe io sia colei che con qualche novellaFaccia trovar lo albergo più vicino,Perché parlando se ascurta il camino.
E più ancor tanto volentier lo faccio,Che io vi dimostrarò per qual manieraFosse condotta dentro a quel palaccio,Ove son stata un tempo pregioniera;Ed a voi credo che serà solaccio,Ed odireti molto volentieraCome a un zeloso mai scrimir non vale,E ben gli sta, ché è degno d'ogni male.
Due figlie ebbe mio patre Dolistone.La prima, essendo ancora fanciullina,Fu rapita per forza da un ladrone,Nel litto de la Liza alla marina.Per sposa era promessa ad un barone,Filiol del re d'Armenia, la tapina,Né novella di lei se seppe mai,Benché cercata sia nel mondo assai. -
Or Fiordelisa, interrompendo il dire,Il nome de la matre adimandava:Ma Brandimarte, che ha voglia de odire,Un poco sorridendo se voltava,- Per Dio! - dicendo - lasciala seguire,Ché voglia ho de ascoltar, se non ti grava. -E Fiordelisa, che lo amava assai,Queta si stette e non parlò più mai.
E Doristella segue: - Il damigelloNel quale era promessa mia germana,Dapoi crescette, fatto molto bello;Né sendo una sua terra assai lontanaOve stava il mio patre ad un castello,Spesso veniva la persona umanaA visitarlo, sì come parente,Ben che non sia per quello inconveniente.
Andando e ritornando a tutte l'oreDi quanto dimorammo in quel paese,Mi piacque sì, ch'io fui presa d'amore,Veggendol sì ligiadro e sì cortese.Lui de altra parte ancor me avea nel core;Forse perché io l'amava se raccese,Ché quello è ben di ferro ed ostinatoIl qual non ama essendo ponto amato.
Lui pur spesso ritorna a quel girone,E sempre il patre mio molto lo onora;In fin gli aperse la sua intenzïone,Credendo che io non sia promessa ancora;Ma quel malvaggio, perfido, bricone,Che occidesti al palazo in sua malora,Me avea richiesta proprio il giorno istesso,E 'l vecchio patre me gli avea promesso.
Quando ciò seppi, tu debbi pensareS'io biastemavo il celo e la natura;E diceva: "Macon non potria fareChe mai segua sua legge e sua misura,Poi che mi volse femina creare,Ché nasciemo nel mondo a tal sciagura,Che occelli e fiere ed ogni altro animaleVive più franco ed ha di noi men male.
E ben ne vedo lo esempio verace:La cerva e la colomba tuttaviaAma a diletto e segue chi gli piace,Ed io son data a non so chi se sia.Crudel Fortuna, perfida e fallace!Goderà adunque la persona miaQuesto barbuto, e terrammi suggetta,Né vedrò mai colui che mi diletta?
Ma non serà così, sazo di certo,Ché ben vi saprò io prender riparo.Se ogni proverbio è veramente esperto,L'un pensa il giotto e l'altro il tavernaro.Se lo amor mio potrò tenir copertoChe non lo intenda alcuno, io lo avrò caro,E non potendo, io lo farò palese;Per un bon giorno io non stimo un mal mese."
Io faceva tra me questo pensieroChe io te ragiono; ma il termine arivaChe andarne sposa mi facea mestiero.Io non rimasi né morta né viva,Ché Teodoro, il mio bel cavalliero,Si resta a casa, ed io di lui son priva.A Bursa andar convengo, in Natollia,Ove mi mena la fortuna ria.
Sobasso era di Bursa il mio marito,E turcomano fo de nazïone;Gagliardo era tenuto e molto ardito,Ma certo che nel letto era un poltrone,Abenché a questo avria preso partito,Pur che io gli avessi avuto occasïone;Ma tanto sospettoso era quel fello,Che me guardava a guisa de un castello.
E giorno e notte mai non me abandona,Ma sol de basi me tenea pasciuta,Né il matino, o la sera, ni di nonaConcede che dal sole io sia veduta,Perché non se fidava di persona.Ma sempre a' bisognosi il celo aiuta,Ché al mio marito fo forza di andareCon gli altri Turchi che han passato il mare.
Passarno i Turchi contra Avatarone,Che avea de' Greci il dominio e l'imperio,E mio marito con molte personeConvenne andar, non già per disiderio.Avea egli un schiavo chiamato Gambone,Che a riguardar proprio era un vituperio;L'uno occhio ha guerzo e l'altro lacrimoso,Troncato ha il naso, ed è tutto rognoso.
A questo schiavo me ricomandava,Che de la mia persona avesse cura,E con aspre parole il minacciavaDe ogni tormento e de ogni pena dura,Se dal mio lato mai se discostavaNé tutto il giorno, né la notte oscura.Or pensa, cavallier, come io rimase;De la padella io caddi nelle brase.
Venne de Armenia in Bursa Teodoro,Quale io te dissi che cotanto amava,Per dare a l'amor nostro alcun ristoro;Ed alla via più presto se attaccava,Ché portato avea seco assai tesoro,Onde Gambone in tal modo acquetava,Che ciascaduna notte a suo dilettoL'uscio gli aperse e meco il pose in letto.
Ora intervenne fuor di nostra stimaChe 'l mio marito gionse avanti al giorno,Ed alla nostra porta picchiò, primaChe in Bursa se sapesse il suo ritorno.Or per te stesso, cavalliero, estimaSe ciascadun de noi ebbe gran scorno,Io, dico, e Teodoro, il caro amante,Quale era gionto forse una ora avante.
Incontinente il cognobbe GamboneAlla sua voce, ché l'aveva in uso,E disse: "Noi siam morti! Ecco il patrone!'E Teodoro ancor esso era confuso.Ma io mostrai del scampo la ragione,E pianamente lo condussi giuso,Dicendo a lui: "Come entra il mio marito,Così di botto fuor serai uscito.
Come sei fuora e ch'èn calati i panni,Chi avria giamai di questo fatto prova?Se mio marito ben crida mille anni,A confessar non creder che io me muova.Lui dirà brontolando: ' Tu me inganni '.Trista la musa che scusa non trova!Se giuramento ce può dare aiuto,Alla barba l'avrai, becco cornuto!"
Or mio marito alla porta cridava,Di tanta indugia avendo già sospetto;E Gambone adirato biastemavaE diceva: "Macon sia maledetto!Ché de la chiave in mal ponto cercava,Quale ho smarito alla paglia del letto.Ecco, pur l'ho trovata in sua malora;A voi ne vengo senza altra dimora."
Così dicendo alla porta callava,E quella con romore in fretta apriva;E, come Usbego, il mio marito, entrava,Alle sue spalle Teodoro usciva.Or, mentre che la porta si serrava,Il mio marito in camera saliva,Ed io queta mi stava come sposa,Mostrandomi adormita e sonocchiosa.
E mio marito prese un lume in mano,Cercando sotto al letto in ogni canto;Ed io tra me dicea: "Tu cerchi invano,Ché pur le corne a mio piacer ti pianto."Di qua di là cercando quel villanoEbbe veduto ai piè del letto un manto;Da Teodoro il manto era portato:Per fretta poi l'avea dimenticato.
Ma come Usbego il manto ebbe veduto,Grandi oltraggi me disse e diverse onte;Per ciò non ebbi io l'animo perduto,Ma sempre li negai con bona fronte.Ora a Gambone bisognava aiuto,Il qual mercè chiedea con le man gionte,E credo che la cosa volea dire;Ma lui turbato mai nol volse odire.
E già per tutto essendo chiaro il giorno,Agli altri schiavi lo fece legare,E a lor commesse che, suonando il corno,Sì come alla iustizia si suol fare,Poi che lo avean condotto alquanto intornoSopra alla forche il debbano impiccare;E tutti quei sergenti a mano a mano,Per far ciò che è comesso, se ne vano.
Ma quel zeloso accolta avia tant'ira,Che desïava de vederlo impeso;Tanto l'orgoglio e 'l sdegno lo martira,Che nol vedendo mai non avria creso,E ratto a quei sergenti dietro tira;Ma prima in dosso un tabarone ha presoE un capellaccio de un feltron crinuto,Perché dagli altri non sia cognosciuto.
Ora Teodoro, essendo già scappatoE per questo cessata la paura,Del manto se amentò che avia lasciato,E cominciò di questo ad aver cura.Cercando de Gambone in ogni lato,Lo ritrovò con tal disaventuraChe pegio non può star, se non è morto;Ma de Usbego ancor fu presto accorto,
Qual dietro gli veniva a passo lento,Nascoso e inviluppato al tabarone.Il giovanetto fu de ciò contento,E con gran furia va verso Gambone;Un pugno dette al naso e un altro al mento,E mena gli altri, e diceva: "Giottone!Ladro! ribaldo! Or va, ché a questo ponto,Come tu mtrti, alla forca sei gionto.
Ove è il mio manto, di', falso strepone,Qual me involasti iersera a l'osteria?Or fusse qua vicino il tuo patrone,Che ben de l'altre cose gli diria,E pur voria saper se di ragioneTu debbi satisfar la roba mia;E quando io non ne possa aver più merto,De pugni vo' pagarmi, io te fo certo."
Né avea compite le parole apena,Che un altro pugno gli pose su il viso,Sempre dicendo: "Ladro da catena!Ben ti smacarò gli occhi, io te ne aviso";E tutta fiata pugni e calci mena,Sì che la cosa non andò da risoPer questa fiata al tristo de Gambone,Benché ciò fusse sua salvazïone.
Perché Usbego, mirando alla apparenzaDel giovinetto che mostrava fero,Alle parole sue dette credenza,Come avrian fatto molti de ligiero;Però che non avea sua cognoscenza,Né avria stimato mai che un forestieroFusse venuto tanto di lontanoPer quello amor che lui stimava vano.
Senza altramente palesarse ad esso,Fece Gambone adietro ritornare,E poi secreto il dimandò lui stessoCiò che con quel garzone avesse a fare.Il schiavo, che era un giotto molto espresso,Seppe la cosa in tal modo narrare,Che per un dito fo creduto un braccio,E campò lui, e me trasse de impaccio.
Non creder già che per questa pauraChe era incontrata, io me fossi smarita,Ma più volte me posi alla venturaDicendo: "Agli animosi il celo aita."E benché sempre uscisse alla sicura,Non fu la zelosia giamai partitaDal mio marito, e crebber sempre sdegni,E pur comprese al fin de' brutti segni.
E di guardarme quasi disperato,Se consumava misero e dolente,Sempre cercando un loco sì serratoChe non se apresse ad anima vivente;E trovò al fine il palazo incantato,Ma non vi era il gigante, né il serpente,Qual ritrovasti alla porta davante:Questo a sua posta fece un negromante. -
Ragionava in tal modo DoristellaEd altre cose assai volea seguire,Ché non era compita sua novella,Quando vide de un bosco gente uscire,Ch'è parte a piedi e parte in su la sella:Tutti erano ladroni, a non mentire.Ciascaduno di lor crida più forte:- Colui s'affermi, che non vôl la morte! -
- Stative adunque fermi in su quel prato, -Rispose a quei ladroni il cavalliero- Ché, se alcun passa qua dal nostro lato,De aver bone arme gli farà mestiero! -Un che tra lor Barbotta è nominato,Senza ragione e dispietato e fiero,Gli vien cridando adosso con orgoglio:- Se Dio te vôl campare, ed io non voglio. -
Quel vien correndo e ponto non se arresta,Ma verso lui se affronta Brandimarte,E tocca de Tranchera in su la testa,E sino al petto tutto quanto il parte.Ma gli altri a lui ferirno con tempesta,E se quelle arme non fosser per arteTutte affatate, quanto ne avea intorno,Campato non serìa giamai quel giorno;
Ché tutti quei ladroni aveva adosso.Non fo mai gente tanto maledetta;Chi lo ha davante e chi dietro percosso,E più de colpeggiar ciascuno affretta;Ma sopra a tutti gli altri un grande e grosso:Questo era Fugiforca dalla cetta,Qual, da che nacque, è degno di capestro,Ma non se può toccar, tanto era adestro.