Chapter 2

Nel pino atacca il bianco palafreno,E verso di Ranaldo se avicina.Guardando il cavallier tutta vien meno,Né sa pigliar partito la meschina.Era dintorno al prato tutto pienoDi bianchi gigli e di rose di spina;Queste disfoglia, ed empie ambo le mano,E danne in viso al sir de Montealbano.

Pur presto si è Ranaldo disvegliato,E la donzella ha sopra a sé veduta,Che salutando l'ha molto onorato.Lui ne la faccia subito se muta,E prestamente nello arcion montatoIl parlar dolce di colei rifiuta.Fugge nel bosco per gli arbori spesso:Lei monta il palafreno e segue apresso.

E seguitando drieto li ragiona:- Ahi franco cavalier, non me fuggire!Ché t'amo assai più che la mia persona,E tu per guidardon me fai morire!Già non sono io Ginamo di Baiona,Che nella selva ti venne assalire,Non son Macario, o Gaino il traditore;Anci odio tutti questi per tuo amore.

Io te amo più che la mia vita assai,E tu me fuggi tanto disdignoso?Vòltati almanco, e guarda quel che fai,Se 'l viso mio ti die' far pauroso,Che con tanta ruina te ne vaiPer questo loco oscuro e periglioso.Deh tempra il strabuccato tuo fuggire!Contenta son più tarda a te seguire.

Che se per mia cagion qualche sciaguraTe intravenisse, o pur al tuo destriero,Serìa mia vita sempre acerba e dura,Se sempre viver mi fosse mistiero.Deh volta un poco indrieto, e poni curaDa cui tu fuggi, o franco cavalliero!Non merta la mia etade esser fuggita,Anci, quando io fuggessi, esser seguìta. -

Queste e molte altre più dolci paroleLa damigella va gettando invano.Bagliardo fuor del bosco par che vole,Ed escegli de vista per quel piano.Or chi saprà mai dir come si doleLa meschinella e batte mano a mano?Dirottamente piange, e con mal fieleChiama le stelle, il sole e il cel crudele.

Ma chiama più Ranaldo crudel molto,Parlando in voce colma di pietate."Chi avria creduto mai che quel bel volto -Dicea lei - fosse senza umanitate?Già non me ha il cor amor fatto sì stoltoCh'io non cognosca che mia qualitateNon se convene a Ranaldo pregiato;Pur non die' sdegnar lui de essere amato.

Or non doveva almanco comportareCh'io il potessi vedere in viso un poco,Ché forse alquanto potea mitigare,A lui mirando, lo amoroso foco?Ben vedo che a ragion nol debbo amare;Ma dove è amor, ragion non trova loco,Per che crudel, villano e duro il chiamo;Ma sia quel che si vôle, io così l'amo."

E così lamentando ebbe voltataVerso il faggio la vista lacrimosa:- Beati fior, - dicendo - erba beata,Che toccasti la faccia grazïosa,Quanta invidia vi porto a questa fiata!Oh quanto è vostra sorte aventurosaPiù della mia! Che mo torria a morire,Se sopra lui me dovesse venire. -

Con tal parole il bianco palafrenoDismonta al prato la donzella vaga,E dove giacque Ranaldo sereno,Bacia quelle erbe e di pianger se appaga,Così stimando il gran foco far meno;Ma più se accende l'amorosa piaga.A lei pur par che manco doglia sentaStando in quel loco, ed ivi se adormenta.

Segnori, io so che vi meravigliatiChe 'l re Gradasso non sia gionto ancoraIn tanto tempo; ma vo' che sappiatiChe più tre giorni non faran dimora.Già sono in Spagna i navigli arrivati.Ma non vo' ragionar de esso per ora,Ché prima vo' contar ciò che è avvenutoDe' nostri erranti, e pria de Feraguto.

Il giovanetto per quel bosco andava,Acceso nella mente a dismisura;Amore ed ira il petto gli infiammava.Lui più sua vita una paglia non cura,Se quella bella donna non trovava,O l'Argalia dalla forte armatura;Ché assai sua pena gli era men dispetta,Quando con lui potesse far vendetta.

E cavalcando con questo pensiero,Guardandose de intorno tuttavia,Vede dormire a l'ombra un cavalliero,E ben cognosce ch'egli è l'Argalia.Ad un faggio è legato il suo destriero.Feragù prestamente il dissolvia,Indi con fronde lo batte e minaccia,E per la selva in abandono il caccia.

E poi fu presto in terra dismontato,E sotto un verde lauro ben se assetta,Al quale aveva il suo destrier legato,E che Argalia se svegli, attento aspetta;Avvengaché quello animo infiammatoMale indugiava a far la sua vendetta;Ma pur tra sé la collera rodìa,Parendoli il svegliarlo vilania.

Ma in poco d'ora quel guerrer fu desto,E vede che fuggito è il suo destriero.Ora pensati quanto gli è molesto,Poi che de andare a piè gli era mestiero.Ma Feraguto a levarse fu presto,E disse: - Non pensare, o cavalliero,Ché qui convien morire o tu, o io:Di quei che campa serà il destrier mio.

Lo tuo disciolsi per tuorti speranzaDi potere altra volta via fuggire;Sì che col petto mostra tua possanza,Ché nelle spalle non dimora ardire.Tu me fuggesti e facesti mancanza,Ma ben mi spero fartene pentire.Esser gagliardo e diffenderti bene,Se non, lassar la vita te conviene. -

Diceva l'Argalia: - Scusa non faccio,Che 'l mio fuggir non fosse mancamento;Ma questa man ti giuro, e questo braccio,E questo cor che nel petto mi sento,Ch'io non fuggiti per battaglia saccio,Né doglia, né stracchezza, né spavento,Ma sol me ne fuggiti oltra al doverePer far a mia sorella quel piacere.

Sì che prendila pur come ti piace,Che a te sono io bastante in ogni lato.Sia a tuo piacere la guerra e la pace,Che sai ben che altra volta io te ho anasato. -Così parlava il giovanetto audace;Ma Feraguto non è dimorato,Forte cridando con voce de ardire:- Da me ti guarda! - e vennelo a ferire.

L'un contra l'altro de' baron se mosse,Con forza grande e molta maistria.Il menar delle spade e le percossePresso che un miglio nel bosco se odìa.Or l'Argalia nel salto se riscosse,Con la spada alta quanto più potia,Fra sé dicendo: "Io nol posso ferire,Ma tramortito a terra il farò gire."

Menando il colpo l'Argalia minaccia,Che certamente l'averia stordito;Ma Feraguto adosso a lui se caccia,E l'un con l'altro presto fu gremito.Più forte è lo Argalia molto di braccia,Più destro è Feraguto e più espedito.Or alla fin, non pur così di botto,Feragù l'Argalia messe di sotto.

Ma come quel che avea possanza molta,Tenendo Feragù forte abracciatoCosì per terra di sopra se volta,Battelo in fronte col guanto ferrato.Ma Feragù la daga avea in man tolta,E sotto al loco dove non è armato,Per l'anguinaglia li passò al gallone.Ah, Dio del cel, che gran compassïone!

Ché se quel giovanetto aveva vita,Non serìa stata persona più franca,Né di tal forza, né cotanto ardita:Altro che nostra Fede a quel non manca.Or vede lui che sua vita ne è gita;E con voce angosciosa e molto stancaRivolto a Feragù disse: - Un sol donoVoglio da te, dapoi che morto sono.

Ciò te dimando per cavalleria:Baron cortese, non me lo negare!Che me con tutta l'armatura miaDentro d'un fiume tu debbi gettare,Perché io son certo che poi si diria,Quando altro avesse queste arme a provare:Vil cavallier fu questo e senza ardire,Che così armato se lasciò morire. -

Piangea con tal pietate Feraguto,Che parea un giaccio posto al caldo sole,E disse a l'Argalia: - Baron compiuto,Sappialo Iddio di te quanto mi dole.Il caso doloroso è intravenuto:Sia quel che 'l celo e la fortuna vôle.Io feci questa guerra sol per gloria:Non tua morte cercai, ma mia vittoria.

Ma ben di questo te faccio contento:A te prometto sopra la mia Fede,Che andarà il tuo volere a compimento,E se altro posso far, comanda e chiede.Ma perch'io sono in mezo al tenimentoDe' Cristïani, come ciascun vede,E sto in periglio, s'io son cognosciuto,Baron, ti prego, dammi questo aiuto.

Per quattro giorni l'elmo tuo mi presta,Che poi lo gettarò senza mentire. -Lo Argalia già morendo alcia la testa,E parve alla dimanda consentire.Qui stette Ferragù ne la forestaSin che quello ebbe sua vita a finire;E poi che vide che al tutto era morto,In braccio il prende quel barone acorto.

Subito il capo gli ebbe disarmato,Tuttor piangendo, l'ardito guerrero:E lui quello elmo in testa se ha allacciato,Troncando prima via tutto il cimero.E poi che sopra al caval fu montato,Col morto in braccio va per un sentieroChe dritto alla fiumana il conducia;A quella giunto, getta l'Argalia.

E stato un poco quivi a rimirare,Pensoso per la ripa se è aviato.Or vogliovi de Orlando racontare,Che quel deserto tutto avea cercato,E non poteva Angelica trovare;Ma crucioso oltra modo e disperato,E biastemando la fortuna fella,Apunto giunse dove è la donzella.

La qual dormiva in atto tanto adorno,Che pensar non si può, non che io lo scriva.Parea che l'erba a lei fiorisse intorno,E de amor ragionasse quella riva.Quante sono ora belle, e quante fôrnoNel tempo che bellezza più fioriva,Tal sarebbon con lei, qual esser suoleL'altre stelle a Dïana, o lei col sole.

Il conte stava sì attento a mirarla,Che sembrava omo de vita diviso,E non attenta ponto di svegliarla;Ma fiso riguardando nel bel visoIn bassa voce con se stesso parla:"Sono ora quivi, o sono in paradiso?Io pur la vedo, e non è ver nïente,Però ch'io sogno e dormo veramente."

Così mirando quella se dilettaIl franco conte, ragionando in vano.Oh quanto sé a battaglia meglio assettaChe d'amar donne quel baron soprano!Perché qualunche ha tempo, e tempo aspetta,Spesso se trova vota aver la mano:Come al presente a lui venne a incontrare,Che perse un gran piacer per aspettare.

Però che Feraguto caminandoDietro alla riva in sul prato giongia,E quando quivi vede il conte Orlando,Avvengaché per lui nol cognoscia,Assai fra sé si vien meravigliando.Poi vede la donzella che dormia:Ben prestamente l'ebbe cognosciuta;Tutto nel viso e nel pensier se muta.

Certo se crede lui, senza mancanza,Che 'l cavallier se stia lì per guardarla;Unde con voce di molta arroganza,A lui rivolto, subito gli parla:- Questa prima fu mia che la tua manza,Però delibra al tutto de lasciarla.Lasciar la dama o la vita con pene,O a mi tuorla al tutto ti conviene. -

Orlando che nel petto se rodìaVedendo sua ventura disturbare,Dicea: - Deh! cavallier, va alla tua via,E non voler del mal giorno cercare,Perché io te giuro per la fede mia,Che mai alcun non volsi ingiurïare,Ma il tuo star qui me offende tanto forte,Che forza mi serà darti la morte. -

- O tu, o io si converrà partire,Per quel ch'io odo, adunque, d'esto loco;Ma io te acerto ch'io non me vuo' gire,E tu non li potrai star più sì poco,Che te farò sì forte sbigotire,Che se dinanzi ti trovasti un foco,Dentro da quel serai da me fuggito. -Così parlava Feraguto ardito.

Il conte se è turbato oltra misura,E nel viso di sangue se è avampato.- Io sono Orlando, e non aggio pauraSe 'l mondo fosse tutto quanto armato;E di te tengo così poca curaCome de un fanciullino adesso nato,Vil ribaldello, figlio de puttana! -Così dicendo trasse Durindana.

Or se incomincia la maggior battagliaChe mai più fosse tra duo cavallieri.L'arme de' duo baroni a maglia a magliaCadean troncate da quei brandi fieri.Ciascun presto spacciarse si travaglia,Perché vedean che li facea mistieri;Ché, come la fanciulla se svegliava,Sua forza in vano poi se adoperava.

Ma in questo tempo se fu risentitaLa damigella da il viso sereno;E grandemente se fu sbigotita,Veggendo il prato de arme tutto pieno,E la battaglia orribile e infinita.Subitamente piglia il palafreno,E via fuggendo va per la foresta.Alora Orlando de ferir se arresta.

E dice: - Cavallier, per cortesiaIndugia la battaglia nel presente,E lasciami seguir la dama mia,Ch'io ti serò tenuto al mio vivente;E certo io stimo che sia gran folìaFar cotal guerra insieme per nïente.Colei ne è gita, che ci fa ferire:Lascia, per Dio! ch'io la possa seguire. -

- Non, non, - rispose crollando la testaLo ardito Ferragù - non gli pensare.Stu vôi che la battaglia tra nui resta,Convienti quella dama abandonare.Io te fo certo che in questa forestaUn sol de noi la converrà cercare;E s'io te vinco, serà mio mestiero:Se tu me occidi, a te lascio il pensiero. -

- Poco vantaggio avrai de questa ciuffa, -Rispose Orlando - per lo Dio beato! -Ora se fece la crudel baruffa,Come ne l'altro canto avrò contato:Vedrete come l'un l'altro ribuffa.Più che mai fosse, Orlando era turbato;Di Feraguto non dico nïente,Che mai non fu senza ira al suo vivente.

Canto quarto

L'altro cantar vi contò la travagliaChe fu tra' duo baroni incominciata;E forse un altro par di tanta vagliaNon vede il sol che ha la terra cercata.Orlando con alcun mai fe' battagliaChe al terzo giorno gli avesse durata,Se non sol duo, per quanto abbia saputo:L'un fu don Chiaro, e l'altro Feraguto.

Or se tornano insieme ad afrontare,Con vista orrenda e minacciante sguardo.Ogniun di lor più se ha a meravigliareDe aver trovato un baron sì gagliardo.Prima credea ciascun non aver pare;Ma quando l'uno a l'altro fa riguardo,Iudica ben e vede per certanzaChe non v'è gran vantaggio di possanza.

E cominciarno il dispietato gioco,Ferendose tra lor con crudeltate.Le spade ad ogni colpo gettan foco,Rotti hanno i scudi e l'arme dispezzate;E ciascadun di loro a poco a pocoAmbe le braccie se avean disarmate.Non pôn tagliarle per la fatasone,Ma di color l'han fatte di carbone.

Così le cose tra quei duo ne vano,Né v'è speranza de vittoria certa.Eccoti una donzella per il piano,Che de samito negro era coperta.La faccia bella se battia con mano;Dicea piangendo: - Misera! diserta!Qual omo, qual Iddio me darà aiuto,Che in questa selva io truovi Feraguto? -

E come vide li duo cavallieri,Col palafreno in mezo fu venuta.Ciascun di lor contiene il suo destrieri;Essa con riverenzia li saluta,E disse a Orlando: - Cortese guerrieri,A benché tu non m'abbi cognosciuta,Né io te cognosco, per mercè te pregoChe alla dimanda mia non facci nego.

Quel ch'io te chiedo si è che la battagliaSia mo compiuta, c'hai con Feraguto,Perch'io mi trovo in una gran travaglia,Né me è mestier d'altrui sperare aiuto.Se la fortuna mai vorà ch'io vaglia,Forse che un tempo ancor serà venutoChe di tal cosa te renderò merto.Giamai nol scordarò: questo tien certo. -

Il conte a lei rispose: - Io son contento,(Come colui che è pien di cortesia),E se de oprarme te viene in talento,Io te offerisco la persona mia;Né me manca per questo valimento.Abenché Feragù forse non sia,Nulla di manco per questo mistieroFarò quel che alcun altro cavalliero. -

La damisella ad Orlando se inchina,E volta a Feragù disse: - Barone,Non me cognosci ch'io son Fiordespina?Tu fai battaglia con questo campione,E la tua patria va tutta in ruina;Né sai, preso è tuo patre e Falsirone;Arsa è Valenza e disfatta Aragona,Ed è lo assedio intorno a Barcellona.

Uno alto re, che è nomato Gradasso;Qual signoreggia tutta Sericana,Con infinita gente ha fatto il passoContra al re Carlo e la gente pagana.Cristiani e Saracin mena a fracasso,Né tregua o pace vôl con gente umana.Discese a Zebeltaro, arse Sibilia;Tutta la Spagna del suo foco impiglia.

Il re Marsilio a te solo è rivolto,E te piangendo solamente noma;Io vidi il vecchio re battersi il volto,E trar del capo la canuta chioma.Vien; scodi il caro patre che ti è tolto,E il superbo Gradasso vinci e doma.Mai non avesti e non avrai vittoriaChe più de ora te acquisti fama e gloria. -

Molto fu stupefatto il Saracino,Come colui che ascolta cosa nova;E volto a Orlando disse: - Paladino,Un'altra volta farem nostra prova.Ma ben te giuro per Macon divinoChe alcun simile a te non se ritrova;E se io te vinco, io non te mi nascondo,Ardisco a dir ch'io sono il fior del mondo. -

Or se parton d'ensieme i cavallieri;Orlando se dricciò verso Levante,Ché tutto il suo disire e il suo pensieriÈ di seguir de Angelica le piante;Ma gran fatica li farà mestieri,Perché, come se tolse a lor davanteLa damigella, per necromanziaPortata fu, che alcun non la vedia.

Va Feraguto con molto ardimentoPer quella selva menando fracasso,Ché ciascuna ora li parea ben centoDi ritrovarse a fronte con Gradasso;Però ne andava ratto come un vento.Ma il ragionar di lui ora vi lasso,E tornar voglio a Carlo imperatore,Che della Spagna sente quel rumore.

Il suo consiglio fece radunare:Fuvi Ranaldo ed ogni paladino;E disse loro: - Io odo ragionare,Che, quando egli arde il muro a noi vicino,De nostra casa debbiam dubitare.Dico che, se Marsilio è saracino,Ciò non attendo; egli è nostro cognato,Ed ha vicino a Francia gionto il stato.

Ed è nostro parere e nostra intenzaChe si li dona aiuto ad ogni modo,Contra alla estrema ed orribil potenzaDel re Gradasso, il qual, sì come io odo,Minaccia ancor di Francia a la eccellenza,Né della Spagna sta contento al sodo.Ben potemo saper che per nïenteNon fa per noi vicin tanto potente.

Vogliamo adunque per nostra saluteMandar cinquanta millia cavallieri;E cognoscendo l'inclita virtuteDel pro' Ranaldo, e come è buon guerrieri,Nostro parer non vogliam che si mute,Ché a megliorarlo non faria mestieri:In questa impresa nostro capitanoSia generale il sir di Montealbano.

Vogliam che abbia Bordella e Rosiglione,Linguadoca e Guascogna a governare,Mentre che durarà questa tenzone;E quei segnor con lui debbiano andare. -Così dicendo, gli porge il bastone.Ranaldo si ebbe in terra a ingenocchiare,Dicendo: - Forzaromme, alto segnore,Di farme degno di cotanto onore. -

Egli avea pien di lacrime la facciaPer allegrezza, e più non può parlare;Lo imperator strettamente lo abbraccia,E dice: - Figlio, io ti vo' racordareCh'io pono il regno mio nelle tue braccia,Il quale è in tutto per pericolare.Via se ne è gito, e non so dove, Orlando:Il stato mio a te lo racomando. -

Questo li disse ne l'orecchia piano.Ciascun se va con Ranaldo allegrare:Ivone ed Angelin, che con lui vano,E gli altri ancor, che seco hanno a passare.Ranaldo a tutti con parlare umanoProferir si sapeva e ringraziare.Subitamente se pose in vïaggio,E fu ordinato in Spagna il suo passaggio.

Ciascun bon cavallier, ch'è di guerra uso,Segue Ranaldo e la Francia abandona.Montano l'alpe, sempre andando in suso,E già vedon fumar tutta Aragona.Essi vargarno al passo del Pertuso,In poco tempo gionsero a Sirona.Il re Marsilio quivi era fermato;Grandonio in Barcelona avea mandato,

Per riparare al tenebroso assedio,Benché si creda non poter giovare,Né lui sa imaginare alcun remedio,Che non convenga il regno abandonare;E per malanconia e molto atedioSol se ne sta, né si lascia parlare.Ora ad un tempo li viene lo aiutoDi Carlo Magno, e gionse Feraguto.

Era con lui già prima Serpentino,Isoliere e Spinella e il re Morgante,E Matalista, il franco Saracino,Lo Argalifa di Spagna e lo Amirante.Ogni altro baron grande e piccolino,Che al re Marsilio obediva davante,Coi fratel Balugante e Falsirone,Tutti son morti, o son nella pregione.

Imperoché Gradasso smisurato,Da poi che se partì de Sericana,Tutto il mar de India avea conquistato,E quella isola grande Taprobana,La Persia con la Arabia lì da lato,Terra de' negri, che è tanto lontana;E mezo il mondo ha circuito in mare,Pria che 'l stretto di Spagna abbia intrare.

E tanta gente avea seco adunata,E tanti re, che adesso non vi naro,Che più non ne fu insieme alcuna fiata.Discese in terra, e prese Zibeltaro,Arse e disfece il regno di Granata;Sibilia né Toledo fier' riparo.Venne dapoi a Valenzia meschina;Con Aragona la pose in ruina.

Sì come io dissi, aveva in sua pregioneOgni baron che a Marsilio obedia,Tratti coloro de cui fei ragione,Che dentro da Sirona seco avia,E de Grandonio, che in opinïoneDe esser ben presto preso se vedia:Ché Barcellona da sera a matinaÈ combattuta, e mai non se rafina.

Ora tornamo al re Marsilïone,Che riceve Ranaldo a grande onore,E molto ne ringrazia il re Carlone.Ma Feraguto bacia con amore,Dicendo: - Figlio, io tengo opinïoneChe la tua forza e l'alto tuo valoreAbbatterà Gradasso, quel malegno,A noi servando il nostro antiquo regno. -

Ordine dasse, che il giorno seguenteSe debba verso Barcellona andare,Perché Grandonio continuamenteCon foco aiuto aveva a dimandare.Così fôrno ordinate incontinenteLe schiere, e chi le avesse a governare.La prima che se parte al matutino,Guida Spinella e il franco Serpentino.

Vinti millia guerreri è questa schiera.Segue Ranaldo, il franco combattente:Cinquanta millia sotto sua bandiera.Matalista vien drieto e il re Morgante,Con trenta millia di sua gente fiera;Ed Isolier da poi con lo Amirante,Con vinti millia; e a lor drieto in aiutoTrenta milliara mena Feraguto.

Il re Marsilio l'ultima guidava,Cinquanta millia de bella brigata.Ciascuna schiera in ordine ne andava,L'una da l'altra alquanto separata.Era il sol chiaro e a l'ôra sventillavaOgni bandiera, che è ad alto spiegata;Sì che al calar del monte fôr veduteDal re Gradasso, e da' soi cognosciute.

Quattro re chiama, e lor così ragiona:- Cardon, Francardo, Urnasso e Stracciaberra,Combattete alle mura Barcellona,E questo giorno ponitele a terra.Non vi rimanga viva una persona;E quel Grandonio che fa tanta guerra,Io voglio averlo vivo nelle manePer farlo far battaglia col mio cane. -

Questi son de India sopra nominati.Di negra gente seco ne avean tanti,Quanti mai non seriano annumerati:Ed oltra a questo duo millia elefanti,Di torre e di castella tutti armati.Ora Gradasso fa venirse avantiUn gran gigante, re di Taprobana,Che ha una giraffa sotto per alfana.

Più brutta cosa non se vide maiChe 'l viso di quel re, che ha nome Alfrera.A lui disse Gradasso: - Ne anderai,Fa che me arrechi la prima bandiera;Tutta la gente mena, quanta n'hai. -E poi, rivolto con la faccia altieraAl re de Arabia, che gli è lì da lato,(Faraldo è quel robusto nominato),

A questo re comanda a mano a manoChe gli meni Ranaldo per presone,E la bandiera del re Carlo Mano:- Ma guarda che non scampi il suo ronzoneCh'io te faria impiccar come un villano;Ché quel cavallo è stato la cagioneChe me ha fatto partir de Sericana,Per aver quello e insieme Durindana. -

Al re di Persia fa comandamentoChe prenda Matalista e il re Morgante:Framarte è questo, il re di valimento.Ecco il re di Macrobia, ch'è gigante,Che tutto negro è come un carbon spento:Pigliar debbe Isoliere e lo Amirante.Destrier non ha, ma sempre va pedoneQuesto gigante, ed ha nome Orïone.

Re de Etïopia fu un gigante arguto,Che quasi un palmo avea la bocca grossa.Davanti al re Gradasso fu venuto(Balorza ha nome quel c'ha tanta possa);Comandagli che prenda Feraguto.Ultimamente pone alla riscossaLi Sericani ed ogni suo barone:Ma lui non se arma e sta nel paviglione.

Diciamo de Marsilio e di sua gente,Che sopra al campo vengono arivare,Vedendo il piano de sotto patente,Che è pien de omini armati insino al mare.E' non credeano già primeramenteChe tanta gente potesse adunareIl mondo tutto, quanto è quivi unita;Né la posson stimar, perché è infinita.

L'un campo a l'altro più se fa vicino,Ché le bandiere a l'incontro se vano.Ciascun dalle due parte è saracino,Fuor che la gente del re Carlo Mano.Spinella de Altamonte e SerpentinoCon la lor schiera son gionti nel piano;Levasi il crido de una e d'altra gente,Che par che il cel profondi veramente.

Risuona il monte e tutta la riveraDi trombe, di tamburi e d'altre voce.Serpentin sta davanti alla frontera,Sopra a corsier terribile e veloce.Ora si move il gran gigante Alfrera:Cosa non fu giamai tanto feroce,Quanto è colui, che trenta piedi è altanoSu la zirafa, ed ha un bastone in mano.

Di ferro è tutto quanto quel bastone:Tre palmi volge intorno per misura.Serpentin contra lui va di rondoneCon l'asta a resta, e già non ha paura.Ferì il gigante e ruppe il suo troncone;Ma quella contrafatta creaturaHa con tal forcia Serpentin ferito,Che lo distese in terra tramortito.

Nulla ne cura e lascialo disteso;Con la zirafa passa entro la schiera.Trova Spinella, e nel braccio l'ha preso;Via nel portò, come cosa leggiera.Tutta la gente, di furore acceso,Col baston batte, e branca la bandiera,E quella al re Gradasso via mandone,Insieme con Spinella, chi è prigione.

Ranaldo la sua schiera avea lasciataIn man de Ivone e del fratello Alardo,E la battaglia avea tutta guardata,E quanto il grande Alfrera era gagliardo.Veggendo quella gente sbarattata,Tempo non parve a lui de esser più tardo:Manda a dire ad Alardo che si mova;Lui con la lancia il gran gigante trova.

Or che li potrà far, che quel portavaUn coi' di serpa sopra la coraccia?Ma pur con tanta furia lo inscontrava,Che la ziraffa e lui per terra caccia.Poi tra la schiera Bagliardo voltava,E ben de intorno con Fusberta spaccia.Tutti i Cristiani intanto ve arivaro;Non vi fu a' Saracini alcun riparo.

Vanno per la campagna in abandono;Rotta, stracciata fu la sua bandiera,Benché dugento millia armati sono.Or di terra si leva il forte Alfrera,Più terribile assai ch'io non ragiono;Ma poi che vide in volta la sua schera,Con la ziraffa se messe a seguire,Non so se per voltarli o per fuggire.

Ranaldo è con lor sempre mescolato,Ed a destra e sinistra il brando mena;Chi mezzo il capo, chi ha un braccio tagliato,Le teste in l'elmi cadeno a l'arena.Come un branco di capre disturbato,Cotal Ranaldo avanti sé li mena:Ora convien che 'l faccia maggior prove,Ché il re Faraldo la sua schiera move.

Era quel re de Arabia incoronato,E non aveva fin la sua possanza.Or non può suo valore aver mostrato,Perché Ranaldo de un contro di lanzaL'ha per il petto alle spalle passato.Tocca Bagliardo, e con molta arroganzaDà tra gli Arabi, ché nulla li preza:Con l'urto atterra e con la spada speza.

Era però Ranaldo accompagnato,Per le più volte, de assai buon guerreri;Guizardo e Ricciardetto li era a lato,E lo re Ivone, Alardo ed Anzolieri;Ed ora Serpentino era arivato,Chi è risentito e tornato a destrieri.Ma de lor tutti è pur Ranaldo il fiore;De ogni bel colpo lui solo ha l'onore.

Tutta la gente de li Arabi è in piega,Gambili e dromendarii a terra vano;Ranaldo li cacciò più de una lega.Or vien Framarte, il gran re persïano,La sua bandiera d'oro al vento spiega,Ben lo adocchia il segnor di Montealbano.Adosso a lui con la lancia se caccia;Dopo le spalle il passa ben tre braccia.

Quel gran re cade morto alla pianura,Fuggeno i suoi per la campagna aperta.Ranaldo mena colpi a dismisura:Non dimandar se 'l frappa con Fusberta.Ecco Orïone, la sozza figura;Mai non fu visto cosa più deserta:Negro fra tutti, e nulla porta indosso,Ma la sua pelle è dura più che un osso.

Venne il gigante nudo alla battaglia,Uno arbor avea in mano il maledetto;Tutta la schiera de' Cristian sbaraglia,Non ve ha diffesa scudo o bacinetto.Avea d'intorno a sé tanta canaglia,Che per forza Ranaldo fu costrettoRitrarsi alquanto e suonare a ricolta,Per ritornar più stretto l'altra volta.

Ma mentre con li altri se consiglia,Ed halli il suo partito dimostrato,E già la lancia su la cossa piglia,Giunse l'Alfrera, quello ismisurato,Con tanta gente, che è una meraviglia.Ed eccoti arivar da l'altro latoL'alto Balorza; e tanta gente viene,Che in ogni verso sette miglia tiene.

Venian cridando con tanto rumore,Che la terra tremava e il celo e il mare.Ivone e Serpentino e ogni segnoreDicean che aiuto si vôl domandare.Dicea Ranaldo: - E' non serebbe onore.Voi vi potete adietro retirare:Ed io soletto, come io son, mi vantoMetter quel campo in rotta tutto quanto. -

Né più parole disse il cavalliero,Ma strenge i denti e tra color se caccia;Rompe la lancia lo ardito guerriero,Poi con Fusberta se fa far tal piaccia,Che aiuto de altri non li fa mestiero;E con voce arrogante li minaccia:- Via! populaccio vil, senza governo!Che tutti ancòi vi metto nello inferno. -

Il re Marsilio da il monte ha vedutoMovere a un tratto cotanta canaglia;Per un suo messo dice a FerragutoChe ogni sua schiera meni alla battaglia.Ranaldo già de vista era perduto:Lui tra la gente saracina taglia,Tutta la sua persona è sanguinosa;Mai non se vide più terribil cosa.

Or si comincia la battaglia grossa.A tutti Feraguto vien davante:Giamai non fu pagan di tanta possa.Isolier, Matalista e il re Morgante,Ciascuno è ben gagliardo e dura ha l'ossa.L'Argalifa vien drieto e lo Amirante;Prima entrato era Alardo e Serpentino,Ivone e Ricciardetto ed Angelino.

Il re Balorza, con la faccia scura,Ne porta sotto il braccio Ricciardetto;Combatte tutta fiata, e non ha curaDe aver nel braccio manco il giovanetto.Ogniun ben de aiutarlo se procura,Ma il gigante il porta al lor dispetto.Alardo, Ivone ed Angelin li è intorno:Esso de tutti fa gran beffe e scorno.

Il terribile Alfrera avea levato,Al suo dispetto, Isolier dello arcione.Feraguto li è sempre nel costato,Né vôl che 'l porta senza questïone.Vero è che 'l suo destriero è spaventato,Né può accostarse con nulla ragione:Per la ziraffa, lo animal diverso,Fugge il cavallo indrieto ed a traverso.

Il crudel Orïone alcun non piglia,Ma con l'arbore occide molta gente,E petto e faccia ha di sangue vermiglia;Lancie, né spade non cura nïente,Ché la sua pelle a uno osso se assomiglia.Ora tornamo a Ranaldo valente,Che forte se conturba nello aspetto,Perché Balorza porta Ricciardetto.

Se or non mostra Ranaldo il suo valore,Giamai nol mostrarà il barone accorto;Ché a Ricciardetto porta tanto amore,Che per camparlo quasi serìa morto.Dente con dente batte a gran furore,L'uno e l'altro occhio nella fronte ha torto.Ma al presente io lascio sua battaglia,Per ricontarvi un'altra gran travaglia.

Io ve contai pur mo che in BarcellonaStava Grandonio, e facea gran diffesa;Come a quei de India e soi re de coronaFo comandato che l'avesser presa.Turpin di questa cosa assai ragiona,Perché non fu giamai più cruda impresa.Forte è la terra, intorno ben murata;Or se è la gran battaglia incominciata.

Da mezodì, dove la batte il mare,Era ordinato un naviglio infinito;Da terra gli elefanti hanno a menare,Di torre e di beltresche ogniom guarnito.Fanno quei Negri sì gran saettare,Che ciascun nella terra è sbigottito;Ogni om s'asconde e fugge per paura,Grandonio solo appar sopra alle mura.

Comincia il crido orribile e diverso,Ed alle mura s'accosta la gente.Non è Grandonio già per questo perso,Ma se diffende nequitosamente;Tira gran travi dritto ed a traverso;Pezzi di torre e merli veramente,Colonne integre lancia quel gigante;Ad ogni colpo atterra uno elefante.

E va d'intorno facendo gran passo,Salta per tutto quasi in un momento;Di ciò che gli è davanti, fa fraccasso,Getta gran foco con molto spavento;Perché la gente, che era gioso al basso,Che e soi fatti vedea e suo ardimento,Solfo gli dànno con pegola accesa;Lui tra' la vampa fuora alla distesa.

Lasciam costoro, e torniamo a Ranaldo,Che nella mente tutto se rodia;Tanto è di scoter Ricciardetto caldo,Che se dispera e non trova la via.Quel gran gigante sta lì fermo e saldo,E un gran baston di ferro in man tenìa;Armato è tutto da capo alle piante,E per destriero ha sotto uno elefante.

Or non gli vale il furïoso assalto,Non vale a quel barone esser gagliardo,Però che non puotea gionger tanto alto.Subitamente smonta di Baiardo,E nella croppa se gitta d'un saltoA quel gigante, che non gli ha riguardo;L'elmo gli spezza e d'acciaro una scoffia,Né pone indugia che 'l colpo ridoppia.

Par che si batta un ferro alla fucina;Quella gran testa in due parte disserra.Cadde 'l gigante con tanta roina,Che a sé d'intorno fie' tremar le terra.Or ne fugge la gente saracina,Che è dinanzi a Ranaldo in quella guerra,Come la lepre fugge avanti al pardo:Stretti gli caccia quel baron gagliardo.

Aveva Feraguto tuttaviaPiù de quattro ore cacciato l'Alfrera;Ardea ne gli occhi pien de bizaria,Perché non trova modo, né manieraPer la quale Isolier riscosso sia.Quella ziraffa, contraffatta fera,Via ne lo porta, correndo il trapasso;E giunse al pavaglion, nanti a Gradasso.

Ferragù segue dentro al paviglione.L'Alfrera, che se vide al ponto stretto,Getta Isoliero e mena del bastone,Ed ebbel gionto sopra al bacinetto,E sbalordito il fe' cader de arcione:Quel gran gigante li fu presto al petto.Così fu preso l'ardito guerreri.Torna l'Alfrera, e prese anco Isolieri.

Dicea l'Alfrera: - Io ti so dir, segnore,Che nostra gente è rotta ad ogni modo,Ché quel Ranaldo è di troppo valore.Mal volentiera un tuo nemico lodo;Ma, senza dir d'altrui, lui si fa onore,E poco d'ora fa, sì come io odo,Partì la testa al gigante Balorza;Or pôi pensar, segnor, se egli ha gran forza.

A chi te piace de' tuoi ne dimanda,Benché anch'io sappia della sua possanza,Ché 'l re Faraldo d'una ad altra bandaVidi io passato d'un scontro de lanza.Il re di Persia a Macon racomanda,Che fu pur gionto a simigliante danza.Debb'io tacer di me, che andai per terra,Che mai non mi intervenne in altra guerra? -

Dicea Gradasso: - Può questo Iddio fare,Che quel Ranaldo sia tanto potente?Chi me volesse del cel coronare(Perché la terra io non stimo nïente),Non me potrebbe al tutto contentare,S'io non facessi prova de presente,Se quel barone è cotanto gagliardoChe mi diffenda il suo destrier Baiardo. -

Così dicendo chiede l'armatura,Quella che prima già portò Sansone.Non ebbe il mondo mai la più sicura;Da capo a piedi se arma il campïone.Ecco la gente fugge con paura,Dietro gli caccia quel figlio d'Amone.Non pô Gradasso star sì poco saldo,Che dentro al pavaglion serà Ranaldo.

Più non aspetta, e salta su l'alfana.Questa era una cavalla smisurata:Mai non fu bestia al mondo più soprana;Come Baiardo proprio era intagliata.Ecco Ranaldo, che gionge alla piana,In mezo della gente sbaratata.Oh quanto ben d'intorno il camin spaza,Troncando busti e spalle e teste e braza!

Ora se move il forte re GradassoSopra l'alfana, con tanta baldanza,Che tutto il mondo non stimava un asso.Verso Ranaldo bassava la lanza,E nel venir menava tal fraccasso,Che Baiardo il destrier n'ebbe temanza.Sedeci piedi salì suso ad alto;Non fo mai visto il più mirabil salto.

Il re Gradasso assai si meraviglia,Ma mostra non curare, e passa avante;Tutta la gente sparpaglia e scombiglia,Per terra abbatte Ivone e il re Morgante.L'Alfrera, che gli è dietro, questi piglia,Ché sempre lo seguiva quel gigante.Trova Spinella, Guizardo e Angelino:Tutti gli abbatte il forte Saracino.

Ranaldo se ebbe indietro a rivoltare,E vide quel pagan tanto gagliardo.Una grossa asta in man se fece dare,E poi dicea: - O destrier mio Baiardo,A questa volta, per Dio! non fallare,Ché qui conviensi avere un gran riguardo.Non già, per Dio! ch'io mi senta paura;Ma quest'è un omo forte oltra misura. -

Così dicendo serra la visiera,E contra al re ne vien con ardimento.Videl Gradasso, la persona altiera:Mai, da che nacque, fo tanto contento;Ché a lui par cosa facile e leggieraTrar de l'arcion quel sir de valimento.Ma nella prova l'effetto si vede:Più fatica li avrà ch'el non si crede.

Fo questo scontro il più dismisuratoChe un'altra volta forse abbiate udito.Baiardo le sue croppe misse al prato,Che non fu più giamai a tal partito,Benché se fo de subito levato.Ma Ranaldo rimase tramortito;L'alfana trabuccò con gran fracasso:Nulla ne cura il potente Gradasso.

Spronando forte la facea levare,Tra l'altra gente dà senza paura.Dice a l'Alfrera che debba pigliareRanaldo, e che 'l destrier mena con cura.Ma certo e' gli lasciò troppo che fare,Perché Baiardo per quella pianuraVia ne portava il cavalliero ardito;In poco de ora se fo risentito.

Credendosi ancora esser là dove eraIl re Gradasso, prende il brando in mano;Con la zirafa lo seguia l'Alfrera,Che quasi ancora l'ha seguìto in vano.Sopra Baiardo, la bestia leggiera,Ranaldo va correndo per il piano;Per tutto va cercando, e piano e monte,Sol per trovarse con Gradasso a fronte.

Ed eccoti davanti, ed ha abbattutoFuor de l'arcione il suo fratello Alardo.Esso non ha Ranaldo ancor veduto,Ché in quella parte non facea riguardo.Ma de improviso li è sopra venuto,E punto nel ferir non fu già tardo.A due man mena con tanta flagella,Che sel crede partir fin su la sella.

Non fu il gran colpo a quel re cosa nova,Ché di valor portava la ghirlanda;Né crediati per questo che si mova,Né arma si spezzi, né sangue si spanda.Disse a Ranaldo: - Or vederem la prova,E dir potrai, se alcun te ne dimanda,Qual sia di noi più franco feritore.Se ora mi campi, io te dono l'onore. -

Così ragiona il forte saracino,E mena della spada tutta fiata;Cade Ranaldo tramortito e chino,Ché mai tal botta non ha lui provata.Lo elmo affatato, che fu de Mambrino,Gli ha questa volta la vita campata.Presto Baiardo adietro si è voltato,Stavi Ranaldo in sul collo abbracciato.

Gradasso quasi un miglio l'ha seguìto,Ché ad ogni modo lo volea pigliare;Ma poi che for di vista gli fu uscito,È delibrato adrieto ritornare.Ora Ranaldo se fu risentito,E ben destina de se vendicare.Non è Gradasso rivoltato apena,Ranaldo un colpo ad ambe man li mena

Sopra de l'elmo con tanto furore,Che ben li fece batter dente a dente.Tra sé ridendo, quel re di valoreDicea: "Questo è un demonio veramente.Quando egli ha il peggio e quando egli ha il megliore,Ognior cerca la briga parimente.Ma sempre mai non li andarà ben còlta:Se non adesso, il giongo un'altra volta."

Così parlando quel Gradasso altieroLi viene adosso con gli occhi infiammati.Ranaldo tenìa l'occhio al tavoliero:Se 'l bisogna, segnor, non dimandati.Un colpo mena quel gigante fieroAd ambe mani, ed ha i denti serrati.Il baron nostro sta su la vedetta:Trista sua vita se quel colpo aspetta!

Ma certamente e' n'ebbe poca voglia;Con un gran salto via se fu levato.Radoppia il colpo il gigante con doglia;Baiardo se gittò da l'altro lato.- Può fare Iddio ch'una volta non coglia? -Diceva il re Gradasso disperato;E mena 'l terzo; ma nulla li vale:Sempre Baiardo par che metta l'ale.

Poi che assai se ebbe indarno affaticato,Delibra altrove sua forza mostrare,E nella schiera de' nemici entratoCavagli e cavallier fa trabuccare.Ma cento passi non è dislongato,Che Ranaldo lo vene a travagliare;E benché molto stretto non lo offenda,Forza li è pur che ad altro non attenda.

Tornati sono alla cruda tenzone:Bisogna che Ranaldo giochi netto.Ecco venire il gigante Orïone,Che se ne porta preso Ricciardetto.Per li piedi il tenìa quel can fellone:Forte cridava aiuto il giovanetto.Quando Ranaldo a tal partito il vede,Della compassïon morir si crede.

Così nel viso li abondava il pianto,Che veder non poteva alcuna cosa;Mai fu turbato alla sua vita tanto.Or li monta la colora orgogliosa.Ed io vi narrarò ne l'altro cantoIl fin della battaglia dubitosa,Che, come io dissi, cominciò a l'aurora,E durò tutto il giorno, e dura ancora.

Canto quinto

Voi vi doveti, segnor, racordareCome Ranaldo forte era turbatoVeggendo Ricciardetto via portare.Gradasso incontinente ebbe lasciato,E il gran gigante viene ad afrontare.Era quello Orïone ignudo nato;Negra ha la pelle, e tanto grossa e dura,Che de coperta de arme nulla cura.

Ranaldo dismontò subito a piede,Perché forte temeva di BaiardoPer il gran tronco che al gigante vede;Esser non li bisogna pigro o tardo.Apena che Orïone estima o credeChe si ritrova in terra un sì gagliardoChe ardisca far con lui battaglia stretta:Però si sta ridendo, e quello aspetta.

Ma non aveva Fusberta assaggiata,Né le feroce braccia di Ranaldo,Ché l'armatura se avrebbe augurata.A due man mena il principe di saldo,E nella cossa fa grande tagliata.Quando Orïone sente il sangue caldo,Tra' contra terra forte Ricciardetto,Mugiando come un toro, il maledetto.

Stava disteso Ricciardetto in terra,Senza alcun spirto, sbigotito e smorto;E quel gigante il grande arboro afferra:Ranaldo in su l'aviso stava accorto.Quando Orïone il gran colpo disserra,Non che lui solo, un monte ne avria morto;Ranaldo indietro si retira un passo.Ecco a la zuffa arivò il re Gradasso.

Non sa Ranaldo già più che si fare,E certamente gli tocca paura.Lui, che di core al mondo non ha pare,Mena un gran colpo fuor d'ogni misura:Fusberta se sentiva zuffellare.Gionse Orïone al loco de cintura;A meza spada nel fianco lo afferra:Cadde il gigante in dui cavezzi in terra.

Nulla dimora fa il franco barone,Né pur guarda il gigante che è cascato,Subitamente salta su l'arcione,E contra di Gradasso se n'è andato.Ma non se può levar de opinïoneQuel re il colpo che ha visto ismisurato;Con la man disarmata ebbe a cignareVerso Ranaldo, che li vôl parlare.

E ragionando poi con lui dicia:- E' sarebbe, barone, un gran peccatoChe lo ardir tuo e il fior de gagliardia,Quanto ne hai oggi nel campo mostrato,Perisse con sì brutta villania;Ché tu sei da mia gente intornïato.Come tu vedi, non te pôi partire:Convienti esser pregione, o ver morire.

Ma Dio non voglia che cotal diffettoPer me si faccia a un baron sì gagliardo;Unde per mio onore io aggio eletto,Da poi che 'l giorno de oggi è tanto tardo,Che noi veniamo dimane allo effetto,Io senza alfana, e tu senza Baiardo;Ché la virtute de ogni cavallieroSi disaguaglia assai per il destriero.

Ma con tal patto la battaglia sia,Che stu me occidi o prendime pregione,Ciascun chi è preso di tua compagnia,O sia vasallo al re Marsilïone,Seran lasciati su la fede mia;Ma s'io te vinco, io voglio il tuo ronzone.O vinca, o perda, poi me abbia a partire,Né più in ponente mai debba venire. -

Ranaldo già non stette altro a pensare,Ma subito rispose: - Alto segnore,Questa battaglia che debbiamo fare,Essere a me non può se non de onore.E di prodecia sei sì singulare,Che, essendo vinto da tanto valore,Non mi serà vergogna cotal sorte,Anci una gloria aver da te la morte.

Quanto alla prima parte, te rispondoChe ben te voglio e debbo ringraziare,Ma non che già mi trovi tanto al fondo,Che da te debba la vita chiamare;Perché, se armato fosse tutto 'l mondo,Non potrebbe al partir mio divetare,Non che voi tutti; e se forse hai talentoFarne la prova, io son molto contento. -

Incontinente se ebbeno accordareDella battaglia tutto il conveniente:Il loco sia nel litto apresso il mare,Lontan sei miglia a l'una e l'altra gente.Ciascuno al suo talento se può armareDe arme a diffensa e di spada tagliente;Lancia né mazza o dardo non si porta,E denno andar soletti e senza scorta.

Ciascuno è molto bene apparecchiatoPer domatina alla zuffa venire;Ogni vantaggio a mente hanno tornato,Le usate offese e l'arte del scrimire.Ma prima che alcun de essi venga armato,De Angelica vi voglio alquanto dire;La qual per arte, come ebbe a contare,Dentro al Cataio se fece portare.

Benché lontana sia la giovanetta,Non può Ranaldo levarse del core.Come cerva ferita di saetta,Che al lungo tempo accresce il suo dolore,E quanto il corso più veloce affretta,Più sangue perde ed ha pena maggiore:Così ognor cresce alla donzella il caldo,Anci il foco nel cor, che ha per Ranaldo.

E non poteva la notte dormire,Tanto la strenge il pensiero amoroso;E se pur, vinta dal longo martìre,Pigliava al far del giorno alcun riposo,Sempre sognando stava in quel desire.Ranaldo gli parea sempre cruciosoFuggir, sì come fece in quella fiataChe fu da lui nel bosco abandonata.

Essa tenea la faccia in ver ponente,E sospirando e piangendo taloraDiceva: "In quella parte, in quella genteQuel crudel tanto bello ora dimora.Ahi lassa! Lui di me cura nïente!E questo è sol la doglia che me accora:Colui, che di durezza un sasso pare,Contra a mia voglia a me il conviene amare.

Io aggio fatto ormai l'ultima provaDi ciò che pôn gli incanti e le parole,E l'erbe strane ho còlto a luna nova,E le radice quando è oscuro il sole;Né trovo che dal petto me rimovaQuesta pena crudel, che al cor mi dole,Erba né incanto o pietra precïosa:Nulla mi val, ché amor vince ogni cosa.

Perché non venne lui sopra a quel prato,Là dove io presi il suo saggio cugino?Che certamente io non avria cridato.Ora è pregione adesso quel meschino.Ma incontinente serà liberato,Acciò che quello ingrato peregrinoCognosca in tutto la bontate mia,Che dà tal merto a sua discortesia."

E detto questo se ne andò nel mare,Là dove Malagise era pregione;Con l'arte sua là giù si fe' portare,Ché andarvi ad altra via non c'è ragione.Malagise ode l'uscio disserrare,E ben si crede in ferma opinïone,Che sia il demonio, per farlo morire,Perché a quel fondo altrui non suol mai gire.

Gionta che fu là dentro la donzella,Di farlo portar sopra ben si spaccia;E poi che l'ebbe entro una sala bella,La catena li sciolse dalle braccia;E nulla per ancora gli favella,Ma ceppi e ferri dai piè li dislaccia.Come fu sciolto, li disse: - Barone,Tu sei mo franco, ed ora eri prigione.

Sì che, volendo una cortesia fareA me, che fuor te trassi di quel fondo,Da morte a vita mi pôi ritornare,Se qua mi meni il tuo cugin iocondo:Dico Ranaldo, che mi fa penare.A te la mia gran doglia non nascondo:Penar fa me de amore in sì gran foco,Che giorni e notte mai non trovo loco.

Se me prometti nel tuo sacramentoFar qua Ranaldo inanti a me venire,Io te farò de una cosa contento,Che forse de altra non hai più desire:Darotti il libro tuo, se n'hai talento.Ma guarda, stu prometti, non mentire;Perché te aviso che uno annello ho in mano,Che farà sempre ogni tuo incanto vano. -

Malagise non fa troppo parole,Ma come a quella piace, così giura;Né sa come Ranaldo non ne vôle,Anci crede menarlo alla sicura.Già se chinava allo occidente il sole;Ma, come gionta fu la notte scura,Malagise un demonio ha tolto sotto,E via per l'aria se ne va di botto.

Quel demonio li parla tutta fiata(E va volando per la notte bruna)Della gente che in Spagna era arivata,E come Ricciardetto ebbe fortuna,E la battaglia come era ordinata.Di ciò che è fatto, non gli è cosa alcunaChe quel demonio non la sappia dire;Anci più dice, perché sa mentire.

E già son gionti presso a Barcellona(Forse restava un'ora a farse giorno),E Malagise il demonio abandona.E per quei paviglion guardando intorno,Dove sia de Ranaldo la persona,E' dormir vede il cavallier adorno;Nella trabacca sua stava colcato.Malagise entra, ed ebbelo svegliato.

Quando Ranaldo vide la sua faccia,Non fu nella sua vita sì contento;Del trapontin se leva e quello abbraccia,E delle volte lo baciò da cento.Disse a lui Malagise: - Ora te spaccia,Ch'io son venuto sotto a sacramento.Piacendo a te, me pôi deliberare:Non te piacendo, in pregion vo' tornare.

Non aver nella mente alcun sospettoCh'io voglia che tu facci un gran periglio;Con una fanciulletta andrai nel letto,Netta come ambro, e bianca come un giglio.Me trai di noia, e te poni in diletto.Quella fanciulla dal viso vermiglioÈ tal, che tu nol pensaresti mai:Angelica è colei di cui parlai. -

Quando Ranaldo ha nominare intesoColei che tanto odiava nel suo core,Dentro dal petto è di alta doglia acceso,E tutto in viso li cangiò il colore.Ora un partito, ora un altro n'ha presoDi far risposta, e non la sa dir fuore;Or la vôl fare, ora la vôl differire;Ma nello effetto e' non sa che si dire.

Al fin, come persona valorosaChe in zanze false non se sa coprire,Disse: - Odi, Malagise: ogni altra cosa(E non ne trago il mio dover morire),Ogni fortuna dura e spaventosa,Ogni doglia, ogni affanno vo' soffrire,Ogni periglio, per te liberare:Dove Angelica sia, non voglio andare. -

E Malagise tal risposta odìa,Qual già non aspettava in veritate.Prega Ranaldo quanto più sapìa,Non per merito alcun, ma per pietate,Che nol ritorna in quella pregionia.Or gli ricorda la sanguinitate,Or le proferte fatte alcuna volta;Nulla gli val, Ranaldo non l'ascolta.

Ma poi che un pezzo indarno ha predicato,Disse: - Vedi, Ranaldo, e' si suol dire,Ch'altro piacer non s'ha de l'omo ingratoSe non buttarli in occhio il ben servire.Quasi per te ne l'inferno m'ho dato:Tu me vôi far nella pregion morire.Guârti da me; ch'io ti farò uno inganno,Che ti farà vergogna, e forse danno. -

E, così detto, avante a lui se tolse.Subitamente se fo dispartito;E come fo nel loco dove volse(Già caminando avea preso il partito),Il suo libretto subito disciolse.Chiama i demonii il negromante ardito;Draginazo e Falsetta tra' da banda:Agli altri il dipartir presto comanda.

Falsetta fa adobar com'uno araldo,Il qual serviva al re Marsilïone.L'insegna avea di Spagna quel ribaldo,La cotta d'arme, e in mano il suo bastone.Va messagiero a nome de Ranaldo,E gionse di Gradasso al paviglione,E dice a lui che a l'ora de la nonaAvrà Ranaldo in campo sua persona.

Gradasso lieto accetta quello invito,E d'una coppa d'ôr l'ebbe donato.Subito quel demonio è dipartito,E tutto da quel che era, è tramutato;Le annelle ha ne l'orecchie, e non in dito,E molto drappo al capo ha inviluppato,La veste lunga e d'ôr tutta vergata;E di Gradasso porta l'ambasciata.

Proprio parea di Persia uno almansore,Con la spada di legno e col gran corno;E qui, davanti a ciascadun segnore,Giura che all'ora primera del giorno,Senza nïuna scusa e senza errore,Serà nel campo il suo segnore adorno,Solo ed armato, come fo promesso;E ciò dice a Ranaldo per espresso.

In molta fretta se è Ranaldo armato;E suoi gli sono intorno d'ogni banda.Da parte Ricciardetto ebbe chiamato,Il suo Baiardo assai gli racomanda.- O sì, o no, - dicea - che sia tornato,Io spero in Dio, che la vittoria manda;Ma se altro piace a quel Segnor soprano,Tu la sua gente torna a Carlo Mano.

Fin che sei vivo debbilo obedire,Né guardar che facesse in altro modo.Or ira, or sdegno m'han fatto fallire;Ma chi dà calci contra a mur sì sodo,Non fa le pietre, ma il suo piè stordire.A quel segnor, dignissimo di lodo,Che non ebbe al fallir mio mai riguardo,S'io son occiso, lascio il mio Baiardo. -

Molte altre cose ancora gli dicia;Forte piangendo, in bocca l'ha baciato.Soletto alla marina poi s'invia;A piedi sopra il litto fo arivato.Quivi d'intorno alcun non apparia.Era un naviglio alla riva attaccato,Sopra di quel persona non appare:Stassi Ranaldo Gradasso a aspettare.

Or ecco Draginazo che s'appara;Proprio è Gradasso, ed ha la sopravestaTutta d'azurro e d'ôr dentro la sbara,E la corona d'ôr sopra la testa,L'armi forbite e la gran simitara,E 'l bianco corno, che giamai non resta,E per cimero una bandiera bianca;In summa di quel re nulla gli manca.

Questo demonio ne vene sul campo:Il passeggiare ha proprio di Gradasso;Ben dadovero par ch'el butti vampo.La simitara trasse con fraccasso.Ranaldo, che non vôle avere inciampo,Sta su l'aviso e tiene il brando basso;Ma Draginazo con molta tempestaLi calla un colpo al dritto della testa.

Ranaldo ebbe quel colpo a riparare:D'un gran riverso gli tira alla cossa.Or cominciano e colpi a radoppiare;A l'un e l'altro l'animo s'ingrossa.Mo comincia Ranaldo a soffïare,E vôl mostrare a un punto la sua possa:Il scudo che avea in braccio getta a terra,La sua Fusberta ad ambe mane afferra.

Così crucioso, con la mente altiera,Sopra del colpo tutto se abandona.Per terra va la candida bandiera;Calla Fusberta sopra alla corona,E la barbuta getta tutta intiera.Nel scudo d'osso il gran colpo risuona,E dalla cima al fondo lo disserra;Mette Fusberta un palmo sotto terra.

Ben prese il tempo il demonio scaltrito:Volta le spalle, e comincia a fuggire.Crede Ranaldo averlo sbigotito,E de allegrezza sé non può soffrire.Quel maledetto al mar se n'è fuggito;Dietro Ranaldo se 'l mette a seguire,Dicendo: - Aspetta un poco, re gagliardo:Chi fugge, non cavalca il mio Baiardo.

Or debbe far un re sì fatta prova?Non te vergogni le spalle voltare?Torna nel campo e Baiardo ritrova:La meglior bestia non puoi cavalcare.Ben è guarnito ed ha la sella nova,E pur ier sira lo feci ferrare.Vien, te lo piglia: a che mi tieni a bada?Eccolo quivi, in ponta a questa spada. -

Ma quel demonio nïente l'aspetta,Anci pariva dal vento portato.Passa ne l'acqua, e pare una saetta,E sopra quel naviglio fo montato.Ranaldo incontinente in mar se getta,E poi che sopra al legno fo arivato,Vede il nemico, e un gran colpo gli mena:Quel per la poppa salta alla carena.

Ranaldo ognior più drieto se gl'incora,E con Fusberta giù pur l'ha seguìto.Quel sempre fugge, e n'esce per la prora.Era 'l naviglio da terra partito,Né pur Ranaldo se n'avede ancora,Tanto è dietro al nemico invellenito;Ed è dentro nel mar già sette miglia,Quando disparve quella meraviglia.

Quello andò in fumo. Or non me domandateSe meraviglia Ranaldo se dona.Tutte le parte del legno ha cercate:Sopra al naviglio più non è persona.La vella è piena, e le sarte tirate;Camina ad alto e la terra abandona.Ranaldo sta soletto sopra al legno:Oh quanto se lamenta il baron degno!

"Ah Dio del cel, - dicea - per qual peccatoM'hai tu mandato cotanta sciagura?Ben mi confesso che molto ho fallato,Ma questa penitenzia è troppo dura.Io son sempre in eterno vergognato,Ché certo la mia mente è ben sicuraChe, racontando quel che me è accaduto,Io dirò il vero, e non serà creduto.

La sua gente mi dette il mio segnore,E quasi il stato suo mi pose in mano:Io, vil, codardo, falso, traditore,Gli lascio in terra e nel mar me allontano;Ed or mi par d'odir l'alto romoreDella gran gente del popol pagano;Parmi de' miei compagni odir le strida,Veder parmi l'Alfrera che gli occida.

Ahi Ricciardetto mio, dove ti lassoSì giovanetto, tra cotanta gente?E voi, che pregion seti di Gradasso,Guicciardo, Ivone, Alardo mio valente?Or foss'io stato della vita casso,Quando in Spagna passai primeramente!Gagliardo fui tenuto e d'arme esperto:Questa vergogna ha l'onor mio coperto.

Io me ne vado; or chi farà mia scusa,Quando serò de codardia appellato?Chi non sta al paragon, se stesso accusa:Più non son cavallier, ma riprovato.Or foss'io adesso il figliol de Lanfusa,E per lui nel suo loco impregionato!Per lui dovessi in tormento morire!Ch'io non ne sentirei mità martìre.

Che se dirà di me nella gran corte,Quando serà sentito il fatto in Franza?Quanto Mongrana se dolerà forteChe il sangue suo commetta tal mancanza!Come trionfaranno in su le porteGaino con tutta casa di Maganza!Ahimè! Già puote dirli traditore:Parlar non posso più; son senza onore."

Così diceva quel baron pregiato,Ed altro ancora nel suo lamentare;E ben tre volte fu deliberatoCon la sua spada se stesso passare;E ben tre volte, come disperato,Come era armato, gettarse nel mare:Sempre il timor de l'anima e lo infernoLi vetò far di sé quel mal governo.

La nave tutta fiata via camina,E fuor del stretto è già trecento miglia.Non va il delfino per l'onda marina,Quanto va questo legno a meraviglia.A man sinistra la prora se inchina,Volto ha la poppa al vento di Sibiglia;Né così stette volta, e in uno istanteTutta se è volta incontra di levante.

Fornita era la nave da ogni banda,Eccetto che persona non li appare,Di pane e vino ed ottima vivanda.Ranaldo ha poca voglia di mangiare:In genocchione a Dio si racomanda;E così stando, se vede arivareAd un giardin, dove è un palagio adorno;Il mare ha quel giardin d'intorno intorno.

Or qui lasciar lo voglio nel giardino,Che sentirete poi mirabil cosa,E tornar voglio a Orlando paladino,Qual, come io dissi, con mente amorosaVerso levante ha preso il suo camino;Giorno né notte mai non se riposa,Sol per cercare Angelica la bella,Né trova chi di lei sappia novella.

Il fiume della Tana avea passato,Ed è soletto il franco cavalliero.In tutto il giorno alcun non ha trovato:Presso alla sera riscontra un palmiero.Vecchio era assai e molto adolorato,Cridando: - Oh caso dispietato e fiero!Chi m'ha tolto il mio bene e 'l mio desio?Figliol mio dolce, te acomando a Dio! -

- Se Dio te aiute, dimme, peregrino,Quella cagion che te fa lamentare. -Così diceva Orlando; e quel meschinoComincia il pianto forte a radoppiare,Dicendo: - Lasso! misero! tapino!Mala ventura ebbi oggi ad incontrare. -Orlando di pregarlo non vien menoChe il fatto gli raconti tutto a pieno.

- Dirotti la cagion perch'io me doglio, -Rispose lui, - da poi che il vôi sapere.Qui drieto a due miglia è uno alto scoglio,Che a la tua vista pô chiaro apparere;Non a me, che non vedo come io soglio,Per pianger molto e per molti anni avere.La ripa di quel scoglio è d'erba priva,E di colore assembra a fiamma viva.

Alla sua cima una voce risuona,Non se ode al mondo la più spaventosa;Ma già non te so dir ciò che ragiona.Corre di sotto una acqua furïosa,Che cinge il scoglio a guisa di corona.Un ponte vi è di pietra tenebrosa,Con una porta che assembra a diamante;E stavvi sopra armato un gran gigante.

Un giovanetto mio figliuolo ed ioQuivi dapresso passavam pur ora;E quel gigante maledetto e rio,Quasi dir posso ch'io nol vidi ancora,Sì de nascoso prese il figliol mio;Hassel portato, e credo che il divora.La cagion de che io piango, or saverai;Per mio consiglio indietro tornarai. -

Pensossi un poco, e poi rispose Orlando:- Io voglio ad ogni modo avanti andare. -Disse il palmiero: - A Dio ti racomando,Tu non debbi aver voglia di campare.Ma credi a me, che il ver te dico: quandoAvrai quel fier gigante a remirare,Che tanto è lungo e sì membruto e grosso,Pel non avrai che non ti tremi adosso. -

Risene Orlando, e preselo a pregareChe per Dio l'abbia un poco ivi aspettato,E se nol vede presto ritornare,Via se ne vada senza altro combiato.Il termine de un'ora li ebbe a dare,Poi verso il scoglio rosso se n'è andato.Disse il gigante, veggendol venire:- Cavallier franco, non voler morire.

Quivi m'ha posto il re di Circasia,Perch'io non lasci alcuno oltra passare;Ché sopra al scoglio sta una fera ria,Anci un gran mostro se debbe appellare,Che a ciascadun che passa in questa via,Ciò che dimanda, suole indivinare;Ma poi bisogna che anco egli indivinaQuel che la dice, o che qua giù il roina. -

Orlando del fanciullo adimandone:Rispose averlo e volerlo tenire;Onde per questo fu la questïone,E cominciorno l'un l'altro a ferire.Questo ha la spada, e quell'altro il bastone:Ad un ad un non voglio i colpi dire.Al fine Orlando tanto l'ha percosso,Che quel si rese e disse: - Più non posso. -

Così riscosse Orlando il giovanetto,E ritornollo al padre lacrimoso.Trasse il palmiero un drappo bianco e netto,Che nella tasca tenìa nascoso.Di questo fuor sviluppa un bel libretto,Coperto ad oro e smalto luminoso;Poi volto a Orlando disse: - Sir compiuto,Sempre in mia vita ti serò tenuto.

E s'io volessi te remeritare,Non bastarebbe mia possanza umana.Questo libretto voglilo accettare,Che è de virtù mirabile e soprana,Perché ogni dubbioso ragionareSu queste carte si dichiara e spiana. -E, donatogli il libro, disse: - Addio! -E molto allegro da lui se partio.

Orlando s'arestò col libro in mano,E fra se stesso comincia a pensare;Mirando al scoglio che è cotanto altano,Ad ogni modo in cima vôl montare,E vôl veder quel mostro tanto istrano,Che ogni dimanda sapea indivinare.E sol per questo volea far la prova,Per saper dove Angelica si trova.

Passa nel ponte con vista sicura,Ché già non lo divieta quel gigante.Egli ha provata Durindana dura,Dàgli la strata: Orlando passa avante.Per una tomba tenebrosa e oscuraMonta alla cima quel baron aitante,Dove, entro a un sasso rotto per traverso,Stava quel mostro orribile e diverso.

Avea crin d'oro e la faccia ridenteCome donzella, e petto di lione,Ma in bocca avea di lupo ogni suo dente,Le braccie d'orso e branche di grifone,E busto e corpo e coda di serpente;L'ale depinte avea come pavone.Sempre battendo la coda lavora,Con essa e sassi e il forte monte fora.

Quando quel mostro vede il cavalliero,Distese l'ale e la coda coperse:Altro che il viso non mostrava intiero.La pietra sotto lui tutta se aperse.Orlando disse a lui con viso fiero:- Tra le provenze e le lingue diverse,Dal freddo al caldo e da sira a l'aurora,Dimmi ove adesso Angelica dimora. -

Dolce parlando, la maligna fieraCosì risponde a quel che Orlando chiede:- Quella per cui tua mente se dispera,Presso al Cataio in Albraca si vede.Ma tu respondi ancora a mia manera:Qual animal passeggia senza piede?E poi qual altro al mondo se ritrova,Che con quattro, dui, tre de andar se prova? -


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