Pensa Orlando alla dimanda strana,Né sa di quella punto sviluppare:Senza dire altro trasse Durindana.Quella comincia intorno a lui volare;Or lo ferisce tutta subitana,Or lo minaccia e fallo intorno andare,Or di coda lo batte, or dello ungione:Ben li è mistiero aver sua fatasone.
Che se non fosse lui stato afatato,Come era tutto, il cavalliero eletto,Ben cento volte l'arebbe passato,D'avanti a dietro, e dalle spalle al petto.Quando fu Orlando assai ben regirato,L'ira li monta e crescegli il dispetto;Adocchia il tempo e, quando quella cala,Piglia un gran salto, e gionsela ne l'ala.
Cridando il crudel mostro cade a terra;Longe d'intorno fu quel crido odito.Le gambe a Orlando con la coda afferra,E con le branche il scudo li ha gremito.Ma presto fu finita questa guerra,Perché nel ventre Orlando l'ha ferito;Poi che de intorno a sé l'ebbe spiccato,Giù di quel scoglio lo trabucca al prato.
Smonta la ripa e prende il suo destriero,Forte camina, come inamorato;E cavalcando li venne in pensieroDe ciò che il mostro l'avea dimandato.Tornagli a mente il libro del palmiero,E fra sé disse: "Io fui ben smemorato!Senza battaglia potea satisfare.Ma così piacque a Dio che avesse andare."
E guardando nel libro, pone curaQuel che disse la fera indivinare;Vede il vecchio marino e sua natura,Che con l'ale che nota, ha a passeggiare;Poi vede che l'umana creaturaIn quattro piedi comincia ad andare,E poi con duo, quando non va carpone;Tre n'ha poi vecchio, contando il bastone.
Leggendo il libro gionse a una riveraDe una acqua negra, orribile e profonda.Passar non puote per nulla maniera,Ché derupata è l'una e l'altra sponda.Lui de trovare il varco pur se spera,E, cavalcando il fiume alla seconda,Vede un gran ponte e un gigante che guarda:Vassene Orlando a lui, ché già non tarda.
Come 'l gigante il vide, prese a dire:- Misero cavallier! Malvagia sorteFu quella che ti fece qui venire.Sappi che questo è il Ponte della Morte;Né più di qui ti potresti partire,Perché son strate inviluppate e torte,Che pur al fiume te menan d'ogniora:Convien che un di noi doi sul ponte mora. -
Questo gigante che guardava il ponte,Fu nominato Zambardo il robusto:Più de duo piedi avea larga la fronte,Ed a proporzïon poi l'altro busto.Armato proprio rasembrava un monte,E tenea in man di ferro un grosso fusto;Dal fusto uscivan poi cinque catene,Ciascuna una pallotta in cima tiene:
Ogni pallotta vinte libbre pesa.Da capo a piede è di un serpente armato,Di piastre e maglia, a fare ogni diffesa;La simitara avea dal manco lato.Ma, quel che è peggio, una rete ha distesa,Perché, quando alcun l'abbia contrastato,Ed abbia ardire e forza a meraviglia,Con la rete di ferro al fine il piglia.
E questa rete non si può vedere,Perché coperta è tutta ne l'arena;Lui col piede la scocca a suo piacere,E il cavallier con quella al fiume mena.Rimedio non si pote a questo avere;Qualunche è preso, è morto con gran pena.Non sa di questa cosa il franco conte:Smonta il destriero e vien dritto in sul ponte.
Il scudo ha in braccio e Durindana in mano,Guarda il nemico grande ed aiutante;Tanto ne cura il senator romano,Quanto quel fusse un piccoletto infante.Dura battaglia fu sopra quel piano.Ma in questo canto più non dico avante,Ché quello assalto è tanto faticoso,Che, avendo a dirlo, anch'io chiedo riposo.
Canto sesto
Stati ad odir, segnor, la gran battaglia,Che un'altra non fu mai cotanto oscura.Di sopra odisti la forza e la tagliaDe Zambardo, diversa creatura.Ora odireti con quanta travagliaFu combattuto, e la disaventuraChe intravenne ad Orlando senatore,Qual forse non fu mai, né fia maggiore.
Lo ardito cavallier monta su il ponte;Zambardo la sua mazza in mano afferra.A mezza cossa non li aggiunge il conte,Ma con gran salti si leva da terra,Sì che ben spesso li tien fronte a fronte.Ecco il gigante che il baston disserra:Orlando vede il colpo che vien d'alto,Da l'altro canto se gittò de un salto.
Forte se turba quel saracin fello;Ma ben lo fece Orlando più turbare,Perché nel braccio il gionse a tal flagello,Che il baston fece per terra cascare.Subitamente poi parve uno uccello,Che l'altro colpo avesse a radoppiare;Ma tanto è duro il cor' di quel serpente,Che sempre poco ne tocca, o nïente.
La simitara avea tratto Zambardo,Da poi ch'in terra gli cadde il bastone.Ben vide quel barone esser gagliardo,E de adoprar la rete fa rasone;Ma quello aiuto vôl che sia il più tardo.Or mena della spada un riversone;A meza guancia fu il colpo diverso:Ben vinti passi Orlando andò in traverso.
Per questo è il conte forte riscaldato,Il viso gli comincia a lampeggiare;L'un e l'altro occhio aveva stralunato.Questo gigante ormai non può campare:Il colpo mena tanto infulminato,Che Durindana facea vinculare,Ed era grossa, come Turpin conta,Ben quattro dita da l'elcio alla ponta.
Orlando lo colpisce nel gallone,Spezza le scaglie e il dosso del serpente.Avea cinto di ferro un corrigione:Tutto lo parte quel brando tagliente.Sotto lo usbergo stava il pancirone,Ma Durindana ciò non cura niente;E certamente per mezo il tagliava,Se per lui stesso a terra non cascava.
A terra cadde, o per voglia, o per caso,Io nol so dir; ma tutto se distese.Color nel volto non gli era rimaso,Quando vidde il gran colpo sì palese;Il cor gli batte, e freddo ha il mento e 'l naso.Il suo baston, ch'è in terra, ancor riprese;Così a traverso verso Orlando mena,E gionsel proprio a mezo alla catena.
Il conte di quel colpo andò per terra,E l'un vicino a l'altro era caduto.Così distesi, ancora se fan guerra;Più presto in piedi Orlando è rivenuto.Nella barbuta ad ambe man lo afferra;Lui anco è preso dal gigante arguto,E stretto se lo abbraccia sopra al petto;Via ne 'l porta nel fiume il maledetto.
Orlando ad ambe man gli batte il volto,Ché Durindana in terra avea lasciata;Sì forte il batte, che 'l cervel gli ha tolto:Cadde il gigante in terra un'altra fiata.Incontinente il conte si è rivoltoDietro alle spalle, e la testa ha abbracciata.Balordito è il gigante, e non gli vede,Ma al dispetto de Orlando salta in piede.
Or si rinova il dispietato assalto:Questo ha il bastone, e quello ha Durindana.Già nol puotea ferire Orlando ad alto,Standose fermo in su la terra piana,Ma sempre nel colpire alciava un salto:Battaglia non fu mai tanto villana.Vero è che Orlando del scrimire ha l'arte;Già ferito è il gigante in quattro parte.
Mostra Zambardo un colpo radoppiare,Ma nel ferire a mezo se rafrena;E, come vede Orlando indietro andare,Passagli adosso, e forte a due man mena.Non vale a Orlando il suo presto saltare;Sibilla il cielo e suona ogni catena.Non se smarisce quel conte animoso,Col brando incontra 'l colpo roïnoso:
Ed ha rotto il bastone e fraccassato.E non crediati poi ch'el stia a dormire;Ma d'un riverso al fianco gli ha menato,Là dove l'altra volta ebbe a colpire.Quivi il cor' del serpente era tagliato:Or che potrà Zambardo ben guarnire?Ché Durindana vien con tal furore,Che la saetta de 'l tron non l'ha maggiore.
Quasi il parte da l'uno a l'altro fianco(Da un lato se tenea poco, o nïente).Venne il gigante in faccia tutto bianco,E vede ben che è morto veramente.Forte la terra batte col piè stanco,E la rete si scocca incontinente,E con tanto furor agrappa Orlando,Che nel pigliar de man li trasse 'l brando.
Le braccia al busto li strenge con pena,Che già non si poteva dimenare;Tanto ha grossa la rete ogni catena,Che ad ambe man non si puotria pigliare.- O Dio del celo, o Vergine serena, -Diceva il conte - debbiame aiutare! -Alor che quella rete Orlando afferra,Cadde Zambardo morto in su la terra.
Solitario è quel loco e sì diserto,Che rare volte gli venìa persona.Legato è il conte sotto il celo aperto;Ogni speranza al tutto l'abandona.Perduto è de l'ardire ogni suo merto:Non gli val forza, né armatura buona.Senza mangiare un dì stette in quel loco,E quella notte dormì molto poco.
Così quel giorno e la notte passava;Cresce la fame, e la speranza manca.A ciò che sente d'intorno, guardava:Ed ecco un frate con la barba bianca.Come lo vidde, il conte lo chiamava,Quanto levar puotea la voce stanca:- Patre, amico de Dio, donami aiuto!Ch'io sono al fin della vita venuto. -
Forte si meraviglia il vecchio frate,E tutte le catene va mirando;Ma non sa come averle dischiavate.Diceva il conte: - Pigliate il mio brando,E sopra a me questa rete tagliate. -Rispose il frate: - A Dio te racomando,S'io te occidessi, io serìa irregulare;Questa malvagità non voglio fare. -
- Stati securo in su la fede mia, -Diceva Orlando - ch'io son tanto armato,Che quella spada non mi tagliaria. -Così dicendo tanto l'ha pregato,Che il monaco quel brando pur prendia:Apena che di terra l'ha levato.Quanto può l'alcia sopra alla catena:Non che la rompa, ma la segna apena.
Poi che se vidde indarno affaticare,Getta la spada, e con parlare umanoComincia 'l cavalliero a confortare:- Vogli morir - dicea - come cristiano,Né ti voler per questo disperare.Abbi speranza nel Segnor soprano,Ché, avendo in pacïenzia questa morte,Te farà cavallier della sua corte. -
Molte altre cose assai gli sapea dire,E tutto il martilogio gli ha contato,La pena che ogni Santo ebbe a soffrire:Chi crucifisso, e chi fo scorticato.Dicea: - Figliolo, il te convien morire:Abbine Dio del celo ringraziato. -Rispose Orlando, con parlar modesto:- Ringraziato sia lui, ma non di questo;
Perch'io vorrebbi aiuto, e non conforto.Mal aggia l'asinel che t'ha portato!Se un giovane venìa, non serìa morto:Non potea giunger qui più sciagurato. -Rispose il frate: - Ahimè! barone accorto,Io vedo ben che tu sei disperato.Poi che ti è forza la vita lasciare,L'anima pensa, e non l'abbandonare.
Tu sei barone di tanta presenza,E lascite alla morte spaventare?Sappi che la divina ProvvidenzaNon abandona chi in lei vôl sperare:Troppo è dismisurata sua potenza!Io di me stesso ti voglio contare,Che sempre ho, la mia vita, in Dio sperato:Odi da qual fortuna io son campato.
Tre frati ed io di Ermenia se partimo,Per andar al perdono in Zorzania;E smarrimo la strata, come io stimo,Ed arivamo quivi in Circasia.Un fraticel de' nostri andava primo,Perché diceva lui saper la via.Ed ecco indietro correndo è rivolto,Cridando aiuto, e pallido nel volto.
Tutti guardamo; ed ecco giù del monteVenne un gigante troppo smisurato.Un occhio solo aveva in mezo al fronte;Io non ti sapria dir de che era armato:Pareano ungie di draco insieme agionte.Tre dardi aveva e un gran baston ferrato;Ma ciò non bisognava a nostra presa,Che tutti ce legò senza contesa.
A una spelonca dentro ce fe' entrare,Dove molti altri avea nella pregione;Lì con questi occhi miei viddi io sbranareUn nostro fraticel, che era garzone;E così crudo lo viddi mangiare,Che mai non fo maggior compassïone.Poi volto a me dicea: "Questo letameNon se potrà mangiar, se non con fame";
E con un piè mi trabuccò del sasso.Era quel scoglio orribile ed arguto:Trecento braccia è dalla cima al basso.In Dio speravo, e Lui mi dette aiuto;Perché ruinando io giù tutto in un fasso,Me fo un ramo de pruno in man venuto,Che uscia del scoglio con branchi spinosi;A quel me appresi, e sotto a quel me ascosi.
Io stavo queto e pur non soffiava,Fin che venuto fu la notte oscura. -Mentre che 'l frate così ragionavaGuardosse indietro, e con molta pauraFuggia nel bosco. - Ahimè tristo! - cridava- Ecco la maladetta creatura,Quel che io t'ho detto ch'è cotanto rio.Franco barone, io te acomando a Dio. -
Così li disse, e più non aspettava,Ché presto nella selva se nascose.Quel gigante crudel quivi arivava:La barba e le mascielle ha sanguinose;Con quel grande occhio d'intorno guardava.Vedendo Orlando, a riguardar se il pose;Sul col lo abbranca e forte lo dimena,Ma nol può sviluppar della catena.
- Io non vo' già lasciar questo grandone, -Diceva lui - dapoi ch'io l'ho trovato;Debbe esser sodo come un bon montone:Integro a cena me lo avrò mangiato,Sol de una spalla vo' fare un boccone. -Così dicendo, ha il grande occhio voltato,E vede Durindana su la terra:Presto se china e quella in mano afferra.
E soi tre dardi e il suo baston ferratoAd una quercia avea posati apena,Che Durindana, quel brando afilato,Con ambe mano adosso a Orlando mena;Lui non occise, perché era fatato,Ma ben gli taglia adosso ogni catena;E sì gran bastonata sente il conte,Che tutto suda dai piedi alla fronte.
Ma tanto è l'allegrezza de esser sciolto,Che nulla cura quella passïone.Dalle man del gigante è presto tolto;Corre alla quercia, e piglia il gran bastone.Quel dispietato se turbò nel volto,Ché se 'l credea portar come un castrone:Poi che altramente vede il fatto andare,Per forza se il destina conquistare.
Come sapiti, essi hanno arme cambiate.Orlando teme assai della sua spada,Però non se avicina molte fiate;Da largo quel gigante tiene a bada.Ma lui menava botte disperate:Il conte non ne vôl di quella biada;Or là, or qua giamai fermo non tarda,E da sua Durindana ben se guarda.
Batte spesso il gigante del bastone,Ma tanto viene a dir come nïente,Ché quello è armato d'ungie de grifone:Più dura cosa non è veramente.Per lunga stracca pensa quel baroneChe nei tre giorni pur sarà vincente;E mentre che 'l combatte in tal riguardo,Muta pensiero, e prende in mano un dardo.
Un di quei dardi che lasciò il gigante;Orlando prestamente in man l'ha tolto.Non fallò il colpo quel segnor d'Anglante,Ché proprio a mezo l'occhio l'ebbe còlto.Un sol n'avea, come odisti davante,E quel sopra del naso in cima al volto:Per quello occhio andò il dardo entro al cervello;Cade il gigante in terra con flagello.
Non fa più colpo a sua morte mistiero:Orlando ingenocchion Dio ne ringraccia.Ora ritorna il frate in sul sentiero,Ma come vede quel gigante in faccia,Ben che sia morto, li parve sì fiero,Che ancor fuggendo nel bosco si caccia.Ridendo Orlando il chiama ed assicura:E quel ritorna, ed ha pur gran paura.
E poi diceva: - O cavallier de Dio,Ché ben così ti debbo nominare,Opera de un baron devoto e pioSerà de morte l'anime campareChe avea nella pregion quel mostro rio:Alla spelonca te saprò guidare.Ma se un gigante fosse rivenuto,Da me non aspettare alcuno aiuto. -
Così dicendo alla spelonca il guida,Ma de entrar dentro il frate dubitava.Orlando in su la bocca forte crida:Una gran pietra quel buco serrava.Là giù se odino voce in pianto e strida,Ché quella gente forte lamentava.La pietra era de un pezzo, quadra e dura;Dece piedi è ogni quadro per misura.
Aveva un piede e mezo di grossezza,Con due catene quella si sbarava.In questo loco infinita fortezzaVolse mostrare il gran conte di Brava;Con Durindana le catene spezza,Poi su le braccia la pietra levava;E tutti quei prigion subito sciolse,Ed andò ciascadun là dove volse.
De qui se parte il conte, e lascia il frate;Va per la selva dietro ad un sentiero,E gionse proprio dove quattro strateFaceano croce; e stava in gran pensieroQual de esse meni alle terre abitate.Vede per l'una venire un correro;Con molta fretta quel correro andava:Il conte de novelle il dimandava.
Dicea colui: - Di Media son venuto,E voglio andare al re di Circasia;Per tutto il mondo vo' cercando aiutoPer una dama, che è regina mia.Ora ascoltati il caso intravenuto:Il grande imperator di TartariaDe la regina è inamorato forte,Ma quella dama a lui vôl mal di morte.
Il patre della dama, Galifrone,È omo antiquo ed amator di pace;Né col Tartaro vôl la questïone,Ché quello è un segnor forte e troppo audace.Vôl che la figlia, contra a ogni ragione,Prenda colui che tanto li dispiace:La damigella prima vôl morireChe alla voglia del patre consentire.
Ella ne è dentro ad Albraca fuggita,Che longe è dal Cataio una giornata;Ed è una rocca forte e ben guarnita,Da fare a lungo assedio gran durata.Lì dentro adesso è la dama polita,Angelica nel mondo nominata;Ché qualunche è nel cel più chiara stella,Ha manco luce ed è di lei men bella. -
Poi che partito fo quel messagiero,Orlando via cavalca alla spiccata;E ben pare a se stesso nel pensieroAver la bella dama guadagnata.Così pensando, il franco cavallieroVede una torre con lunga murata,La qual chiudeva de uno ad altro monte;Di sotto ha una rivera con un ponte.
Sopra a quel ponte stava una donzella,Con una coppa di cristallo in mano.Veggendo il conte, con dolce favellaFassigli incontra, e con un viso umanoDice: - Baron, che seti su la sella,Se avanti andati, vo' andareti in vano.Per forza o ingegno non si può passare:La nostra usanza vi convien servare.
Ed è l'usanza che in questo cristalloBever conviensi di questa rivera. -Non pensa il conte inganno o altro fallo:Prende la coppa piena, e beve intera.Come ha bevuto, non fa lungo stalloChe tutto è tramutato a quel che egli era;Né sa per che qui venne, o come, o quando,Né se egli è un altro, o se egli è pur Orlando.
Angelica la bella gli è fuggitaFuor della mente, e lo infinito amoreChe tanto ha travagliata la sua vita;Non se ricorda Carlo imperatore.Ogni altra cosa ha del petto bandita,Sol la nova donzella gli è nel core;Non che di lei se speri aver piacere,Ma sta suggetto ad ogni suo volere.
Entra la porta sopra a Brigliadoro,Fuor di se stesso, quel conte di Brava.Smonta a un palagio de sì bel lavoro,Che per gran meraviglia il riguardava;Sopra a colonne de ambro e base d'oroUna ampla e ricca logia se posava;Di marmi bianchi e verdi ha il suol distinto,Il cel de azurro ed ôr tutto è depinto.
Davanti della logia un giardin era,Di verdi cedri e di palme adombrato,E de arbori gentil de ogni maniera.Di sotto a questi verdeggiava un prato,Nel qual sempre fioriva primavera:Di marmoro era tutto circondato;E da ciascuna pianta e ciascun fioreUsciva un fiato di suave odore.
Posesi il conte la logia a mirare,Che avea tre facce, ciascuna depinta.Sì seppe quel maestro lavorare,Che la natura vi serebbe vinta.Mentre che il conte stava a riguardare,Vide una istoria nobile e distinta.Donzelle e cavallieri eran coloro:Il nome de ciascuno è scritto d'oro.
Era una giovanetta in ripa al mare,Sì vivamente in viso colorita,Che, chi la vede, par che oda parlare.Questa ciascuno alla sua ripa invita,Poi li fa tutti in bestie tramutare.La forma umana si vedia rapita;Chi lupo, chi leone e chi cingiale,Chi diventa orso, e chi grifon con l'ale.
Vedevasi arivar quivi una nave,E un cavalliero uscir di quella fuore,Che con bel viso e con parlar suaveQuella donzella accende del suo amore.Essa pareva donarli la chiave,Sotto la qual si guarda quel liquore,Col qual più fiate quella dama alteraTanti baron avea mutati in fera.
Poi si vedea lei tanto accecataDel grande amor che portava al barone,Che dalla sua stessa arte era ingannata,Bevendo al napo della incantasone;Ed era in bianca cerva tramutata,E da poi presa in una cacciasone(Circella era chiamata quella dama):Dolesi quel baron che lei tanto ama.
Tutta la istoria sua ve era compita,Come lui fugge, e lei dama tornava.La depintura è sì ricca e polita,Che d'ôr tutto il giardino aluminava.Il conte, che ha la mente sbigotita,Fuor de ogni altro pensier quella mirava.Mentre che de se stesso è tutto fore,Sente far nel giardino un gran romore.
Ma poi vi contarò di passo in passoDi quel romore, e chi ne fu cagione.Ora voglio tornare al re Gradasso,Che tutto armato, come campïone,Alla marina giù discese al basso.Tutto quel giorno aspetta il fio de Amone:Or pensati se il debbe aspettare,Ché quel dua millia leghe è longe in mare.
Ma poi che vede il cel tutto stellato,E che Ranaldo pur non è apparito,Credendo certamente esser gabatoRitorna al campo tutto invelenito.Diciam de Ricciardetto adolorato,Che, poi che vede il giorno esserne gito,E che non è tornato il suo germano,O morto, o preso lo crede certano.
De l'animo che egli è, voi lo pensati;Ma non lo abatte già tanto il dolore,Che non abbia i Cristian tutti adunati,E del suo dipartir conta il tenore;E quella notte se ne sono andati.Non ebbeno i Pagani alcun sentore;Ché ben tre leghe il sir di MontealbanoDal re Marsilio aloggiava lontano.
Via caminando van senza riposo,Fin che son gionti di Francia al confino.Or tornamo a Gradasso furïoso:Tutta sua gente fa armare al matino.Marsilio da altra parte è pauroso,Ché preso è Ferraguto e Serpentino,Né vi ha baron che ardisca di star saldo:Fugirno i Cristïan, perso è Ranaldo.
Viene lui stesso, con basso visaggio,Avante al re Gradasso ingenocchione;De' Cristïani raconta lo oltraggio,Che fuggito è Ranaldo, quel giottone.Esso promette voler fare omaggio,Tenir il regno come suo barone;Ed in poche parole èssi acordato;L'un campo e l'altro insieme è mescolato.
Uscì Grandonio fuor de Barcellona;E fece poi Marsilio il giuramentoDi seguir de Gradasso la coronaContra di Carlo e del suo tenimento.Esso in secreto e palese ragionaChe disfarà Parigi al fondamento,Se non gli è dato il suo Baiardo in mano;E tutta Francia vôl gettare al piano.
Già Ricciardetto con tutta la genteÈ gionto dal re Carlo imperatore;Ma di Ranaldo non sa dir nïente.Di questo è nato in corte un gran romore.Quei di Magancia assai vilanamenteDicono che Ranaldo è un traditore.Ben vi è chi il niega, ed ha questi a mentire,E vôl battaglia con chi lo vôl dire.
Ma il re Gradasso ha già passati i monti,Ed a Parise se ne vien disteso.Raduna Carlo soi principi e conti,E bastagli lo ardir de esser diffeso.Nella cità guarnisce torre e ponti,Ogni partito della guerra è preso.Stanno ordinati; ed ecco una matinaVedon venir la gente saracina.
Lo imperatore ha le schiere ordinateGià molti giorni avanti nella terra.Or le bandiere tutte son spiegate,E suonan gl'instrumenti de la guerra.Tutte le gente sono in piaza armate,La porta di San Celso se disserra;Pedoni avanti, e dietro i cavallieri:Il primo assalto fa il danese Ogieri.
Il re Gradasso ha sua gente partitaIn cinque parte, ognuna è gran battaglia.La prima è de India una gente infinita:Tutti son negri la brutta canaglia.Sotto a duo re sta questa gente unita:Cardone è l'uno, e come cane abaglia;Il suo compagno è il dispietato Urnasso,Che ha in man la cetta e de sei dardi un fasso.
A Stracciaberra la seconda tocca.Mai non fu la più brutta creatura:Dui denti ha de cingial fuor della bocca,Sol nella vista a ogni om mette paura.Con lui Francardo, che con l'arco scoccaDardi ben lunghi e grossi oltra misura.Di Taprobana è poi la terza schiera;Conducela il suo re, e quello è l'Alfrera.
La quarta è tutta la gente di Spagna,Il re Marsilio ed ogni suo barone.La quinta, che empie il monte e la campagna,È proprio di Gradasso il suo penone;Tanta è la gente smisurata e magna,Che non se ne può far descrizïone.Ma parlamo ora del forte Danese,Che con Cardone è già gionto alle prese.
Dodeci millia di bella brigataMena il danese Ogieri alla battaglia,E tutta insieme stretta e ben serrata;La schiera de quei negri apre e sbaraglia.Contra a Cardone ha la lancia arestata:Quel brutto viso come un cane abaglia;Sopra un gambilo armato è il maledetto.Danese lo colpisce a mezo il petto.
E non li vale scudo o pancirone,Ché giù di quel gambilo è ruinato;Or tra' di calci al vento sul sabbione,Perché da banda in banda era passato.Movese Urnasso, l'altro compagnone:Verso il Danese ha de un dardo lanciato.Passa ogni maglia, e la corazza, e il scudo,Ed andò il ferro insino al petto nudo.
Ogier turbato li sperona adosso;Quel lanciò l'altro con tanto furore,Che li passò la spalla insino a l'osso,E ben sente il Danese un gran dolore,Fra sé dicendo: "Se accostar mi posso,Io te castigarò, can traditore!"Ma quello Urnasso e dardi in terra getta,E prende ad ambe mani una gran cetta.
Segnor, sappiate che il caval de UrnassoFu bon destriero e pien de molto ardire:Un corno aveva in fronte lungo un passo,Con quel suoleva altrui spesso ferire.Ma per adesso di cantar vi lasso,Ché, quando è troppo, incresce ogni bel dire:E la battaglia, ch'ora è cominciata,Serà crudele e lunga e smisurata.
Canto settimo
Dura battaglia e crudele e diversaÈ cominciata, come ho sopra detto;Ora il Danese Urnasso giù riversa:Partito l'ha Curtana insino al petto.Questa schiera pagana era ben persa;Ma quel destrier de Urnasso maledettoFerì il Danese col corno alla coscia:Lo arnese e quella passa con angoscia.
Era il Danese in tre parte ferito,E tornò indrieto a farse medicare.Lo imperator, che 'l tutto avea sentito,Fa Salamone alla battaglia entrare,E dopo lui Turpino, il prete ardito;Il ponte a San Dionigi fa callare,E mette Gaino fuor con la sua scorta:Ricardo fece uscir de un'altra porta.
De un'altra uscitte il possente Angelieri,Dudon quel forte, che a bontà non mente:E da Porta Real vien Olivieri,E di Bergogna quel Guido possente;Il duca Naimo e il figlio Berlengieri,Avolio, Otone, Avino, ogniom valente,Chi da una porta e chi da l'altra vene,Per dare a' Saracin sconfitta e pene.
Lo imperator, de gli altri più feroce,Uscitte armato, e guida la sua schiera,Racomandando a Dio con umil voceLa cità di Parigi, che non piera.Monaci e preti con reliquie e croceVanno de intorno, e fan molte pregheraA Dio e a' Santi, che diffenda e guardiRe Carlo Mano e' soi baron gagliardi.
Ora suona a martello ogni campana,Trombe, tamburi, e cridi ismisurati;E da ogni parte la gente paganaDavanti, in mezzo e dietro eno assaltati.Battaglia non fu mai cotanto strana,Ché tutti insieme son ramescolati.Olivier tra la gente saracinaUn fiume par che fenda la marina.
Cavalli e cavallier vanno a traverso,E questo occide, e quel getta per terra;Mena Altachiera a dritto ed a roverso,Più che mille altri ai Saracin fa guerra:Non creder che un sol colpo egli abbia perso.Ecco scontrato fu con Stracciaberra,Quel negro de India, re di Lucinorco,C'ha for di bocca il dente come porco.
Tra lor durò la battaglia nïente,Ché il marchese Olivier mosse Altachiera,Tra occhio e occhio e l'uno e l'altro dente,Partendo in mezo quella faccia nera;Poi dà tra li altri col brando tagliente,Mete in ruina tutta quella schiera;E mentre che 'l combatte con furore,Ariva quivi Carlo imperatore.
Avea quel re la spada insanguinata,Montato era quel giorno in su Baiardo;La gente saracina ha sbarattata,Mai non fu visto un re tanto gagliardo.Ripone il brando e una lancia ha pigliata,Però che ebbe adocchiato il re Francardo:Francardo, re d'Elissa, l'Indïano,Che combattendo va con lo arco in mano.
Sagittando va sempre quel diverso:Tutto era negro, e il suo gambilo è bianco.Lo imperatore il gionse su il traverso,E tutto lo passò da fianco a fianco;De l'anima pensati, il corpo è perso.Ma già non parve allor Baiardo stanco;Col morto era il gambilo in sul sentiero,Sopra de un salto li passò il destriero.
- Chi mi potrà giamai chiuder il passo,Ch'io non ritrovi a mio diletto scampo? -Dicea il re Carlo; e con molto fracassoParea fra' Saracin di foco un vampo.Cornuto, quel destrier che fu de Urnasso,Andava a vota sella per il campo.Col corno in fronte va verso Baiardo:Non si spaventa quel destrier gagliardo.
Senza che Carlo lo governi o guide,Volta le groppe e un par de calci sferra;Dove la spalla a ponto se divide,Gionse a Cornuto, e gettalo per terra.Oh quanto Carlo forte se ne ride!Mo se incomincia ad ingrossar la guerra,Perché de' Saracin gionge ogni schiera;Davanti a tutti gli altri vien l'Alfrera.
Su la zirafa viene il smisurato,Menando forte al basso del bastone:Turpin de Rana al campo ebbe trovato,Sotto la cinta se il pose al gallone;Tal cura n'ha se non l'avesse a lato.Dopo lui branca Berlengiere e Otone:De tutti tre dopo ne fece un fasso,Legati insieme li porta a Gradasso.
E ritornò ben presto alla campagna,Ché tutti gli altri ancora vôl pigliare.Gionse Marsilio e sua gente di Spagna;Or si comincia le man a menare.La vita o il corpo qua non si sparagna,Ciascun tanto più fa, quanto può fare.Già tutti i paladini ed OlivieriSono redutti intorno allo imperieri.
Egli era in su Baiardo, copertatoA zigli d'ôr da le côme al tallone;Oliviero il marchese a lato a lato,Alle sue spalle il possente Dudone,Angelieri e Ricardo apregïato,Il duca Naimo e il conte Ganelone.Ben stretti insieme vanno con ruinaContra a Marsilio e gente saracina.
Ferraguto scontrò con Olivieri:Ebbe vantaggio alquanto quel pagano,Ma non che lo piegasse de il destrieri;Poi cominciorno con le spade in mano.E scontrorno Spinella ed Angelieri;E il re Morgante se scontrò con Gano,E lo Argalifa e il duca di Bavera,E tutta insieme poi schiera con schiera.
Così le schiere sono insieme urtate.Grandonio era afrontato con Dudone;Questi si davan diverse mazate,Però che l'uno e l'altro avea il bastone.Par che le gente siano acoppïate;Re Carlo Mano è con Marsilïone:E ben l'arebbe nel tutto abattuto,Se non gli fosse gionto Ferraguto,
Che lasciò la battaglia de Oliviero,Tanto gl'increbbe di quel suo cïano.Ma quel marchese, ardito cavalliero,Venne allo aiuto lui de Carlo Mano.Or ciascun di lor quattro è bon guerrero,Di core ardito e ben presto di mano;Re Carlo era quel giorno più gagliardoChe fosse mai, perché era su Baiardo.
Ciascuno è gran barone, o re possente,E per onore e gloria se procaccia;Non se adoprano i scudi per nïente,Ogni om mena del brando ad ambe braccia.Ma in questo tempo la cristiana genteLa schiera saracina in rotta caccia;Del re Marsilio è in terra la bandiera.Ecco alla zuffa è tornato l'Alfrera.
Quella gente de Spagna se ne andavaA tutta briglia fuggendo nel piano.Marsilio, né Grandonio li voltava,Anci con gli altri in frotta se ne vano.E lo Argalifa le gambe menava,E il re Morgante, quel falso pagano;Spinella si fuggiva alla distesa:Sol Ferraguto è quel che fa diffesa.
Lui ritornava a guisa di leone,Né mai le spalle al tutto rivoltava.Adosso a lui sempre è il franco Dudone,Olivieri e il re Carlo martellava.Lui or de ponta, or mena riversone,Or questo, or quel di tre spesso cacciava;Ma, come egli era punto dai soi mosso,A furia tutti tre gli eran adosso.
E certamente l'avrian morto, o preso,Ma, come è detto, ritornò l'Alfrera.Mena il bastone di cotanto peso,Al primo colpo divide una schiera.Già Guido di Bergogna a lui si è reso,Con esso il vecchio duca di Bavera;Ma Olivïer, Dudone e Carlo ManoTutti tre insieme adosso a lui ne vano.
Chi di qua, chi di là li viene a dare,Ciascun li è intorno con fronte sicura;Lui la zirafa non può rivoltare,Ch'è bestia pigra molto per natura.Colpi diversi ben potea menare:Re Carlo e gli altri de schiffarli han cura;Ma, poi che più non può, nanti a GradassoCon la ziraffa fugge di trapasso.
Il re Gradasso lo vede venire,Che l'avea prima in bona opinïone.Verso di lui se afronta, e prese a dire:- Ahi brutto manigoldo! vil briccone!Non te vergogni a tal modo fuggire?Tanto sei grande e sei tanto poltrone?Va nel mio paviglion, vituperato!Fa che più mai io non ti veda armato. -
E così detto, tocca la sua alfana;Al primo scontro riversò Dudone.Mostra Gradasso forza più che umana:Ricardo abatte e lo re Salamone.Movesi la sua gente sericana,A tutti fa il suo core di dracone;Di ferro intorno è cinta la sua lanza:Mai non fu al mondo sì fatta possanza.
E' se fu riscontrato al conte Gano:Gionse nel scudo, a petto del falcone;A gambe aperte lo gittò sul piano.Da longe ebbe veduto il re Carlone:Spronagli adosso, con la lancia in mano,Al primo colpo il getta de l'arcione;La briglia de Baiardo in mano ha tolta:Presto le groppe quel destrier rivolta.
Forte cridando, un par de calci mena,Di sotto dal genocchio il colse un poco;La schinera è incantata e grossa e piena,Pur dentro se piegò gettando foco.Mai non sentì Gradasso cotal pena:Tanto ha la doglia, che non trova loco.Lascia Baiardo e la briglia abandona:Dentro a Parigi va la bestia bona.
Gradasso si ritorna al pavaglione;Non dimandati se l'ha gran dolore.S'è radotto nel campo ier un vecchione,Che della medicina avea l'onore.Legò il genocchio con molta ragione;Poi de radice e d'erbe avea un liquore,Che, come il re Gradasso l'ha bevuto,Par che quel colpo mai non abbia avuto.
Or torna alla battaglia assai più fiero:Non è rimedio alla sua gran possanza.Venegli addosso il marchese Oliviero,Ma lui lo atterra de un colpo de lanza.Avolio, Avino e Guido ed AngelieroVan tutti quattro insieme ad una danza:A dire in summa, e' non vi fu baroneChe non l'avesse quel giorno pregione.
Il popol cristïano in fuga è volto.Né contra a' Saracin più fan diffesa.Ogni franco baron di mezzo è tolto,L'altra gentaglia fugge alla distesa.Non vi è chi mostri a quei pagani il volto;Tutta la bona gente è morta, o presa;Gli altri tutti ne vanno in abandono.Sempre alle spalle e Saracin li sono.
Or dentro da Parigi è ben paleseLa gran sconfitta, e che Carlo è in pregione.Salta del letto subito il Danese,Forte piangendo, quel franco barone.Fascia la coscia, vestise l'arnese,Ed a la porta ne viene pedone;Ché, per non indugiare, il sir pregiatoComanda che il destrier li sia menato.
Come qui gionge, la porta è serrata,Di fuor da quella se odeno gran stride;Morta è tutta la gente battizata.Non vôle aprir quel portiero omicide;Perché la Pagania non vi sia entrata,Comporta che i Pagan sua gente occide.Il Danese lo prega e lo confortaChe sotto a sua diffesa apra la porta.
Quel portier crudo con turbata facciaDice al Danese che non vôle aprire,E con parole superbe il minaccia,Se dalla guardia sua non se ha a partire.Il Danese turbato prende una accia;Ma, come quello il vede a sé venire,Lascia la porta e fugge per la terra:Presto il Danese quella apre e disserra.
Il ponte cala lo ardito guerrero;Sopra vi monta lui con l'accia in mano.Ora di aver boni occhi li è mestiero,Ché dentro fugge a furia ogni Cristiano,E ciascadun vôle essere il primero.Meschiato è tra lor seco alcun pagano;Ben lo cognosce il Danese possente,E con quella accia fa ciascun dolente.
Gionge la furia de' pagani in questa:Avanti a tutti gli altri è Serpentino.Sopra del ponte salta con tempesta,L'accia mena il Danese paladino,E gionge a Serpentino in su la testa.Tutto se avampa a foco l'elmo fino,Perché di fatasone era sicuraDel franco Serpentin quella armatura.
Sente il Danese la folta arivare:Gionge Gradasso e Ferragù possente.Ben vede lui che non può riparare,Tanto gli ingrossa d'intorno la gente;Il ponte alle sue spalle fa tagliare.Giamai non fu un baron tanto valente;Contra tanti pagan tutto solettoDiffese un pezo il ponte al lor dispetto.
Intorno li è Gradasso tutta fiata,E ben comanda che altri non se impaccia.Sente il Danese la porta serrata:Ormai più non si cura, e mena l'accia.Gradasso con la man l'ebbe spezzata;Dismonta a piedi e ben stretto lo abbraccia.Grande è il Danese e forte campïone,Ma pur Gradasso lo porta prigione.
Dentro alla terra non è più barone,Ed è venuto già la notte scura.Il popol tutto fa processïone,Con veste bianche e con la mente pura:Le chiesie sono aperte e le pregione.Il giorno aspetta con molta paura;Né altro ne resta che, alla porta aperta,Veder se stesso e sua cità deserta.
Astolfo con quelli altri fo lasciato,Né se amentava alcun che 'l fosse vivo;Perché, come fu prima impregionato,Fu detto a pieno che de vita è privo.Era lui sempre di parlar usato,E vantatore assai più che non scrivo;Però, come odì 'l fatto, disse: - Ahi lasso!Ben seppe come io stava il re Gradasso.
Se io me trovavo della pregion fuora,Non era giamai preso il re Carlone:Ma ben li ponerò rimedio ancora.Il re Gradasso vo' pigliar pregione;E domatina, al tempo de l'aurora,Armato e solo io montarò in arcione;Stati voi sopra a' merli alla vedetta.Tristo è il pagan che nel campo me aspetta! -
Di for se allegra quella gente fiera,E stanno al re Gradasso tutti intorno.Lui sta nel mezzo con superba ciera,Per prender la citade al novo giorno;Per allegrezza perdonò a l'Alfrera.Or condutti e pregion davanti fôrno:Come Gradasso vide Carlo Mano,Seco lo assetta e prendelo per mano.
Ed a lui disse: - Savio imperatore,Ciascun segnor gentil e valorosoLa gloria cerca e pascese de onore.Chi attende a far ricchezze, o aver riposo,Senza mostrare in prima il suo valore,Merta del regno al tutto esser deposo.Io, che in Levante mi potea possare,Sono in Ponente per fama acquistare.
Non certamente per acquistar Franza,Né Spagna, né Alamagna, né Ungaria:Lo effetto ne farà testimonianza.A me basta mia antiqua segnoria;Equale a me non voglio di possanza.Adunque ascolta la sentenzia mia:Un giorno integro tu con toi baroniVoglio che in campo me siati prigioni;
Poi ne potrai a tua cità tornare,Ché io non voglio in tuo stato por la mano,Ma con tal patto: che me abbi a mandareIl destrier del segnor di Montealbano;Ché de ragione io l'ebbi ad acquistare,Abenché me gabasse quel villano.E simil voglio, come torni Orlando,Che in Sericana mi mandi il suo brando. -
Re Carlo dice de darli Baiardo,E che del brando farà suo potere;Ma il re Gradasso il prega senza tardoChe mandi a tuorlo, ché lo vuol vedere.Così ne viene a Parigi Ricardo;Ma come Astolfo questo ebbe a sapere(Lui del governo ha pigliato il bastone),Prende Ricardo e mettelo in pregione.
Di fuor del campo manda uno araldoA disfidar Gradasso e la sua gente;E se lui dice aver preso Ranaldo,O ver cacciato, o morto, che il ne mente,E disdir lo farà come ribaldo;Che Carlo ha a fare in quel destrier nïente.Ma se lo vôle, esso il venga acquistare;Doman su il campo ge l'avrò a menare.
Gradasso domandava a re CarloneChi fosse questo Astolfo e di che sorte.Carlo gli dice sua condizïone,Ed è turbato ne l'animo forte.Gano dicea: - Segnor, egli è un buffone,Che dà diletto a tutta nostra corte;Non guardare a suo dir, né star per essoChe non ci attendi quel che ci hai promesso. -
Dicea Gradasso a lui: - Tu dici bene,Ma non creder però per quel ben direDi andarne tu, se Baiardo non viene.Sia chi si vôle, egli è de molto ardire.Voi seti qui tutti presi con pene,E lui vôl meco a battaglia venire.Or se ne venga, e sia pur bon guerrero,Ch'io son contento; ma mena il destriero.
Ma s'io guadagno per forza il ronzone,Io pur far posso de voi il mio volere,Né son tenuto alla condizïone,Se non m'aveti il patto ad ottenere. -O quanto era turbato il re Carlone!Ché, dove il crede libertade avere,E stato, e robba, ed ogni suo barone,Perde ogni cosa; e un paccio ne è cagione.
Astolfo, come prima apparve il giorno,Baiardo ha tutto a pardi copertato;Di grosse perle ha l'elmo al cerchio adornoGuarnito, e d'ôr la spada al manco lato.E tante ricche petre aveva intorno,Che a un re de tutto il mondo avria bastato:Il scudo è d'oro; e su la coscia aviaLa lancia d'ôr, che fu de l'Argalia.
Il sole a punto alora si levava,Quando lui giunse in su la prataria.A gran furore il suo corno sonava,E ad alta voce dopo il suon dicia:- O re Gradasso, se forse te gravaProvarti solo alla persona mia,Mena con teco il gran gigante Alfrera,E, se te piace, mille in una schiera.
Mena Marsilio e il falso Balugante,Insieme Serpentino e Falsirone;Mena Grandonio, che è sì gran gigante,Che un'altra volta il tratai da castrone,E Ferraguto, che è tanto arrogante:Ogni tuo paladino, ogni baroneMena con teco, e tutta la tua gente;Ché te con tutti non temo nïente. -
Con tal parole Astolfo avea cridato:Oh quanto il re Gradasso ne ridia!Pur se arma tutto e vassene sul prato,Ché de pigliar Baiardo voglia avia.Cortesemente Astolfo ha salutato,Poi dice: - Io non so già che tu ti sia;Io domandai de tua condizïone:Gano me dice che tu sei buffone.
Altri m'ha detto poi che sei segnoreLeggiadro, largo, nobile e cortese,E che sei de ardir pieno e di valore:Quel che tu sia, io non faccio contese,Anci sempre ti voglio fare onore;Ma questo ti so ben dirti palese,Ch'io vo' pigliarte, e sii, se vôi, gagliardo:Altro del tuo non voglio, che Baiardo. -
- Ma tu fai senza l'osto la ragione, -Diceva Astolfo - e convienla riffare;Al primo scontro te levo de arcione,E, poi che te odo cortese parlare,Del tuo non voglio il valor d'un bottone,Ma vo' che ogni pregion m'abbi a donare;E te lasciarò andare in PaganiaSalvo, con tutta la tua compagnia. -
- Io son contento, per lo Dio Macone, -Disse Gradasso - e così te lo giuro. -Poi volta indrieto, e guarda il suo troncone,Cinto di ferro e tanto grosso e duro,Che non di tôrre Astolfo del ronzone,Ma credia di atterrare un grosso muro.Da l'altra parte Astolfo ben se afranca;Forza non ha, ma l'animo non manca.
Già su la alfana se move Gradasso,Né Astolfo d'altra parte sta a guardare;L'un più che l'altro viene a gran fraccasso,A mezo 'l corso si ebbeno a scontrare.Astolfo toccò primo il scudo abasso,Che per nïente non volìa fallare:Sì come io dissi, al scudo basso il tocca,E fuor de sella netto lo trabocca.
Quando Gradasso vede ch'egli è in terra,Apena che a sé crede che il sia vero:Ben vede mo che è finita la guerra,E perduto è Baiardo, il bon destriero.Levasi in piede, e la sua alfana afferra,Vòlto ad Astolfo, e disse: - Cavalliero,Con meco hai tu vinta la tenzone:A tuo piacer vien, piglia ogni pregione. -
Così ne vanno insieme a mano a mano;Gradasso molto li faceva onore.Carlo né i paladini ancor non sanoDi quella giostra che è fatta, il tenore;Ed Astolfo a Gradasso dice piano,Che nulla dica a Carlo imperatore,Ed a lui sol de dir lassi l'impaccio,Ché alquanto ne vôl prender di solaccio.
E gionto avanti a lui, con viso acerboDisse: - E peccati te han cerchiato in tondo.Tanto eri altiero e tanto eri superbo,Che non stimavi tutto quanto il mondo.Ranaldo e Orlando, che fôr di tal nerbo,Sempre cercasti di metterli al fondo;Ecco: usurpato te avevi Baiardo,Or l'ha acquistato questo re gagliardo.
A torto me ponesti in la pregione,Per far careze a casa di Magancia:Or dimanda al tuo conte GaneloneChe ti conservi nel regno di Francia.Or non v'è Orlando, fior de ogni barone,Non v'è Ranaldo, quella franca lancia;Che se sapesti tal gente tenire,Non sentiresti mo questo martìre.
Io ho donato a Gradasso il ronzone,E già mi son con lui bene accordato;Stommi con seco, e servo da buffone,Mercè di Gano, che me gli ha lodato:So che li piace mia condizïone.Ogni om di voi li avrò racomandato:Lui Carlo Mano vôl per ripostieri,Danese scalco, e per coquo Olivieri.
Io li ho lodato Gano di MaganzaPer omo forte e digno de alto afare,Sì che stimata sia la sua possanza:Le legne e l'acqua converrà portare.Tutti voi altri poi, gente da zanza,A questi soi baron vi vôl donare;E se a lor serà grata l'arte mia,Farò che avreti bona compagnia. -
Già non rideva Astolfo de nïente,E proprio par che 'l dica da davera.Non dimandar se il re Carlo è dolente,E ciascadun che è preso in quella schiera.Dice Turpino a lui: - Ahi miscredente!Hai tu lasciata nostra fede intiera? -A lui rispose Astolfo: - Sì, pritone,Lasciato ho Cristo, ed adoro Macone. -
Ciascuno è smorto e sbigotito e bianco:Chi piange, e chi lamenta, e chi sospira.Ma poi che Astolfo di beffare è stanco,Avanti a Carlo ingenocchion se tira,E disse: - Segnor mio, voi seti franco;E se il mio fallir mai vi trasse ad ira,Per pietate e per Dio chiedo perdono,Ché, sia quel ch'io mi voglia, vostro sono.
Ma ben ve dico che mai per nïenteNon voglio in vostra corte più venire.Stia con voi Gano ed ogni suo parente,Che sanno il bianco in nero convertire.Il stato mio vi lascio obidïente;Io domatina mi voglio partire,Né mai me posarò per freddo o caldo,In sin che Orlando non trovi e Ranaldo. -
Non sanno ancor se 'l beffa, o dice il vero:Tutti l'un l'altro se guardano in volto;Sin che Gradasso, quel segnor altiero,Comanda che ciascun via se sia tolto.Gano fu il primo a montare a destriero:Astolfo, che lo vede, il tempo ha còlto,E disse a lui: - Non andate, barone:Gli altri son franchi, e voi seti pregione. -
- Di cui sono io pregion? - diceva Gano;Rispose a lui: - De Astolfo de Inghilterra. -Alor Gradasso fa palese e pianoCome sia stata tra lor duo la guerra.Astolfo il conte Gano prende a mano,Con lui davanti di Carlo se atterra,E ingenocchiato disse: - Alto segnore,Costui voglio francar per vostro amore.
Ma con tal patti e tal condizïone,Che in vostra mano e' converrà giurare,Per quattro giorni de entrare in pregione,E dove, e quando io lo vorò mandare.Ma, sopra a questo, vuo' promissïone,Perché egli è usato la fede mancare,Da' paladini e da vostra corona,Darmi legata e presa sua persona. -
Rispose Carlo: - Io voglio che lo faccia! -E fecelo giurare incontinente.Or de andare a Parigi ogni om si spaccia.Altro che Astolfo non se ode nïente:E chi lo bacia in viso, e chi lo abbraccia,Ed a lui solo va tutta la gente:Campato ha Astolfo, ed è suo quest'onore,La fè de Cristo e Carlo imperatore.
Carlo si forza assai de il ritenire:Irlanda tutta li volea donare.Ma lui se è destinato di partire,Ché vôl Ranaldo e Orlando ritrovare.Qua più non ne dirò, lasciatel gire,Che assai di lui avrò poi a contare:Or quella notte, inanti al matutino,Partì Gradasso ed ogni Saracino.
Andarno in Spagna, e lì restò Marsiglio,Con la sua gente ed ogni suo barone.Gradasso ivi montò sopra al naviglio,Che era una quantità fuor di ragione.Or di narrarvi fatica non piglioIl suo vïaggio e quelle regïoneDi negra gente sotto il cel sì caldo;Ma trovar voglio ove lasciai Ranaldo.
E conterovi de una alta venturaChe li intravenne, e ben meravigliosa,E di letizia piena e di sciagura,Che forse sua persona valorosaMai non fu a sorte sì spietata e dura.Ma pigliar voglio adesso alcuna posa,E poi vi contarò ne l'altro cantoCose mirabil di allegrezza e pianto.
Canto ottavo
Gionse Ranaldo a Palazo Zoioso(Così se avea quella isola a chiamare),Ove la nave fie' il primo riposo,La nave che ha il nocchier che non appare.Era quello un giardin de arbori ombroso,Da ciascun lato in cerco batte il mare;Piano era tutto, coperto a verdura;Quindeci miglia è intorno per misura.
Di ver ponente, aponto sopra al lito,Un bel palagio ricco se mostrava,Fatto de un marmo sì terso e polito,Che il giardin tutto in esso se specchiava.Ranaldo in terra presto fu salito,Ché star sopra alla nave dubitava;Apena sopra il litto era smontato,Ecco una dama, che l'ha salutato.
La dama li dicea: - Franco barone,Qua ve ha portato la vostra ventura;E non pensati che senza cagioneSiati condotto, con tanta paura,Tanto di longe, in strana regïone;Ma vostra sorte, che al principio è dura,Avrà fin dolce, allegro e dilettoso,Se avete il cor, come io credo, amoroso. -
Così dicendo per la mano il piglia,E dentro al bel palagio l'ha menato:Era la porta candida e vermiglia,E di ner marmo, e verde, e di meschiato.Il spazo che coi piedi se scapiglia,Pur di quel marmo è tutto varïato;Di qua, di là son logie in bel lavoro,Con relevi e compassi azuro e de oro.
Giardini occulti di fresca verduraSon sopra a' tetti e per terra nascosi;Di gemme e d'oro a vaga depinturaSon tutti e lochi nobili e zoiosi;Chiare fontane e fresche a dismisuraSon circondate d'arboscelli ombrosi;Sopra ogni cosa, quel loco ha uno odoreDa tornar lieto ogni affannato core.
La dama entra una logia col barone,Adorna molto, ricca e delicata,Per ogni faccia e per ogni cantoneDi smalto in lama d'oro istorïata;Verdi arboscelli e di bella fazioneDal loco aperto la teneano ombrata;E le colonne di quel bel lavoroHan di cristallo il fusto e il capo d'oro.
In questa logia il cavalliero intrava.Di belle dame ivi era una adunanza;Tre cantavano insieme, e una suonavaUno instrumento fuor de nostra usanza,Ma dolce molto il cantare acordava;L'altre poi tutte menano una danza.Come intrò dentro il cavalliero adorno,Così danzando lo acerchiarno intorno.
Una di quelle con sembianza umanaDisse: - Segnor, le tavole son pose,E l'ora della cena è prossimana. -Così per l'erbe fresche ed odoroseSeco il menarno a lato alla fontanaSotto un coperto di vermiglie rose:Quivi è apparato, che nulla vi manca,Di drappo d'oro e di tovaglia bianca.
Quattro donzelle se fôrno assettate,E tolsen dentro a lor Ranaldo in megio.Ranaldo sta smarito in veritate;Di grosse perle adorno era il suo segio.Quivi venner vivande delicate,Coppe con zoie di mirabil pregio,Vin di bon gusto e di suave odore:Servon tre dame a lui con molto onore.
Poi che la cena comincia a finire,E fôr scoperte le tavole d'oro,Arpe e leuti se poterno udire.A Ranaldo se acosta una di loro,Basso alla orecchia li comincia a dire:- Questa casa real, questo tesoroE l'altre cose che non pôi vedere,Che più son molto, sono a tuo piacere.
Per tua cagione è tutto edificato,E per te solo il fece la regina;Ben ti dei reputare aventurato,Che te ami quella dama pellegrina.Essa è più bianca che ziglio nel prato,Vermiglia più che rosa in su la spina;La giovenetta Angelica se chiama,Che tua persona più che il suo core ama. -
Quando Ranaldo, fra tanta allegrezza,Ode nomar colei che odiava tanto,Non ebbe alla sua vita tal tristezza,E cambiosse nel viso tutto quanto;La lieta casa ormai nulla non prezza,Anci li assembra un loco pien di pianto.Ma quella dama li dice: - Barone,Anci non pôi disdir, ché sei pregione.
Qua non te val Fusberta adoperare,Né te varìa, se avesti il tuo Baiardo:Intorno ad ogni parte cinge il mare;Qui non te vale ardir né esser gagliardo.Quel cor tanto aspro ti convien mutare:Lei altro non disia fuor che il tuo sguardo.Se de mirarla il cor non ti conforta,Come vedrai alcun che odio ti porta? -
Così dicea la bella giovanetta,Ma nulla ne ascoltava il cavalliero,Né quivi alcuna de le dame aspetta,Anci soletto va per il verziero.Non trova cosa quivi che 'l diletta;Ma con cor crudo, dispietato e fieroPartir de quivi al tutto se destina,E da ponente torna alla marina.
Trova il naviglio che l'avea portato,E sopra a quel soletto torna ancora,Perché nel mar si serebbe gettatoPiù presto che al giardin far più dimora.Non se parte il naviglio, anzi è acostato,E questo è la gran doglia che lo acora;E fa pensier, se non se pô partire,Gettarse in mare ed al tutto morire.
Ora il naviglio nel mar se alontana,E con ponente in poppa via camina;Non lo potria contar la voce umanaCome la nave va con gran ruina.Ne l'altro giorno una gran selva e stranaVede, ed a quella il legno se avicina.Ranaldo al litto di quella dismonta:Subito un vecchio bianco a lui se afronta.
Forte piangendo quel vecchio dicia:- Deh non me abandonar, franco barone,Se onor te move di cavalleria,Che è la diffesa di iusta ragione!Una donzella, che è figliola mia,Emme rapita da un falso latrone,E pur adesso presa se la mena:Ducento passi non è longe apena. -
Mosse pietate quel baron gagliardo:Benché sia a piedi, armato con la spadaA seguire il ladron già non fu tardo;Coperto d'arme corre quella strada.Come lo vide quel ladron ribaldo,Lascia la dama, e già non stette a bada;Pose alla bocca un grandissimo corno:Par che risuoni l'aria e il cel d'intorno.
Venne Ranaldo la vista ad alciare:A sé davanti vede un monticello,Che facea un capo piccoletto in mare.Alla cima di quello era un castello,Che al suon del corno il ponte ebbe a calare;Fuor ne venne un gigante iniquo e fello:Sedeci piedi è da la terra altano,Una catena e un dardo tiene in mano.
Quella catena ha da capo un uncino:Or chi potrà questa opra indovinare?Come fu gionto il gigante mastino,Il dardo con gran forza ebbe a lanciare.Gionge nel scudo, che è ben forte e fino,Ma tutto quanto pur l'ebbe a passare;Usbergo e maglia tutto ebbe passato:Ferì il barone alquanto nel costato.
Dicea Ranaldo a lui: - Te tien a menteChi meglio de noi duo di spada fiera! -E vàlli addosso iniquitosamente.Come il gigante il vide nella ciera,Volta le spalle e non tarda nïente;Forte correndo fugge a una riviera.Questa riviera un ponte sopra avia:Una sol pietra quel ponte facìa.
Nel capo di quel ponte era uno annello;Dentro li attacca il gigante l'oncino.E già Ranaldo è sopra 'l ponticello,Ché, correndo, al pagano era vicino.Tirò lo ingegno con gran forza il fello:La pietra se profonda. - O Dio divino -Dicea Ranaldo - aiuta! O Matre eterna! -Così dicendo va nella caverna.
Era la tana oscura e tenebrosa,E sopra ad essa la fiumana andava;Una catena dentro vi era ascosa,Che il caduto baron presto legava.E quel gigante già non se riposa;Così legato in spalla sel portava,A lui dicendo: - E perché davi impaccioAl mio compagno? Ed io te ho gionto al laccio. -
Non respondia Ranaldo alcuna cosa,Ma nella mente tristo ne dicia:"Or ti par che fortuna ruïnosaUna disgrazia dietro a l'altra invia!Qual sorte al mondo è la più dolorosaNon se paragia alla sventura mia,Ch'in tal miseria mi vedo arivare,Né con qual modo lo sapria contare."
Così dicendo, già sono su il ponteChe del crudel castello era l'intrata:Teste de occisi nella prima fronte,E gente morta vi pende apiccata;Ma, quel che era più scuro, eran disionteLe membra ancora vive alcuna fiata.Vermiglio è lo castello, e da lontanoSembrava foco, ed era sangue umano.
Ranaldo sol pregando Idio se aiuta:Ben vi confesso che ora ebbe paura.Già davanti una vecchia era venuta,Tutta coperta de una veste oscura,Macra nel volto, orribile e canuta,E di sembianza dispietata e dura.Lei fa Ranaldo alla terra gettareCosì legato, e comincia parlare.
- Forse per fama avrai sentito dire, -Dicea la vecchia - la crudele usanzaChe questa rocca ha preso a mantenire.Ora nel tempo che a viver te avanza,Poi che a diman s'indugia il tuo morire,(Ché già de vita non aver speranza),In questo tempo ti voglio contareQual cagion fece la usanza ordinare.
Un cavallier di possanza infinitaDi questa rocca un tempo fu segnore.Vita tenea magnifica e fiorita,Ad ogni forastier faceva onore;Ciascun che passa per la strada invita,Cavallier, dame e gente di valore.Avea costui per moglie una donzella,Che altra al mondo mai fu tanto bella.
Quel cavalliero avea nome Grifone;Questa rocca Altaripa era chiamata,E la sua dama Stella, per ragione,Ché ben parea del celo esser levata.Era di maggio alla bella stagione;Andava il cavalliero alcuna fiataA quella selva che è in su la marina,Dove giungesti tu in questa mattina.
E passar per lo bosco ebbe sentitoUn altro cavallier, che a caccia andava.Sì come a tutti, fie' il cortese invito,Ed alla rocca qua suso il menava.Fu quest'altro ch'io dico, mio marito:Marchino, il sir de Aronda, se chiamava.Lui fu menato dentro a questa stanza,Ed onorato assai, come era usanza.
Or, come volse la disaventura,Gli occhi alla bella Stella ebbe voltato,E fo preso de amore oltra misura,E seco pensò il viso delicatoDi quella mansueta creatura;In summa, è dentro il cor tanto infiammato,Ch'altro nol stringe, né d'altro ha pensiero,Se non di tuor la donna al cavalliero.
Da questa rocca si parte fellone;Torna cambiato in viso a meraviglia:Altro che lui non sapea la cagione.Parte da Aronda con la sua famiglia;Porta le insegne seco di Grifone,E di persona alquanto il rasomiglia.E soi compagni nel bosco nascose,Le insegne e l'arme pur con essi pose.
Lui, come a caccia, tutto disarmatoVa per la selva, e forte suona un corno;Il cortese Grifon l'ebbe ascoltato,Ch'era nel bosco ancora lui quel giorno.In quella parte presto ne fu andato:Marchino il falso si guardava intorno,E, come non avesse alcun veduto,Forte diceva: "Io l'averò perduto."
Poi ver Grifon se ne vene a voltare.Come il vedesse allor primeramente,Diceva: "Io vengo un mio cane a cercare,Ma in questo loco non so andar nïente."Or vanno insieme, e vengon a rivareOve Marchino ha nascoso la gente;E, per venir più presto al compimento,Occiserlo costoro a tradimento.
Con la sua insegna la rocca pigliaro,Né dentro vi lasciâr persona viva;Fanciulli e vecchi, senza alcun riparo,Ed ogni dama fu de vita priva.La bella Stella qua dentro trovaro,Che la sventura sua forte piangiva.Molte carezze li facea Marchino:Mai non se piega quel cor pellegrino.
Ella pensava lo oltraggio spietatoChe li avea fatto il falso traditore,E Grifon, che da lei fu tanto amato,Sempre li stava notte e dì nel core;Né altro desia che averlo vendicato,Né trova qual partito sia il megliore.Infin li offerse il suo voler crudeleQuello animal che al mondo è di più fele.
Lo animal che è più crudo e spaventevole,Ed è più ardente che foco che sia,È la moglie che un tempo fu amorevole,Che, disprezata, cade in zelosia:Non è il leon ferito più spiacevole,Né la serpe calcata è tanto ria,Quanto è la moglie fiera in quella fiataChe per altrui sé vede abandonata.
Ed io ben lo so dir, che lo provai,Quando avvisata fui di questa cosa.Io non sentetti maggior doglia mai,E quasi venni in tutto rabbïosa:Ben lo mostrò la crudeltà che usai,Che forse ti parrà meravigliosa;Ma dove zelosia strenge lo amore,Quel mal che io feci in duo, è ancor peggiore.
Duo fanciulletti avevo di Marchino;Il primo lo scanai con la mia mano.Stava a guardarme l'altro piccolino,E dicea: "Matre, deh per Dio! fa piano."Io presi per li piedi quel meschino,E detti il capo a un sasso prossimano.Te par ch'io vendicassi il mio dispetto?Ma questo fu un principio, e non lo effetto.
Quasi vivendo ancora lo squartai;De il petto a l'uno e a l'altro trassi il core.Le piccolette membra minuzzai:Pensa se, ciò facendo, avia dolore!Ma ancor mi giova ch'io mi vendicai.Servai le teste, non già per amore,Ché in me non era amor, né anco pietade:Servalle per usar più crudeltade.
Quelle portai qua suso de nascoso;La carne che feci io, poi posi al foco:Tanto poté lo oltraggio dispettoso!Io stessa fui beccaro, io stessa coco.A mensa li ebbe il patre doloroso,E quelle se mangiò con festa e gioco.Ahi crudel sole, ahi giorno scelerato,Che comportò veder tanto peccato!
Io mi parti' dapoi nascosamente,Le mani e il petto di sangue macchiata.Al re de Orgagna andai subitamente,Che già lunga stagion m'aveva amata(Era costui della Stella parente),E racontai l'istoria dispietata.Quel re condussi io armato in su l'arcioneA far vendetta del morto Grifone.
Ma non fo questa cosa così presta,Che, come io fui partita dal castello,La cruda Stella, menando gran festa,A Marchin va davanti in viso fello,E li appresenta l'una e l'altra testaDe' figli, ch'io servai dentro a un piatello.Benché per morte ciascuna era trista,Pur li cognobbe 'l patre in prima vista.
La damisella aveva il crin disciolto,La faccia altiera e la mente sicura,Ed a lui disse: "L'uno e l'altro voltoSon de' toi figli: dàgli sepoltura.Il resto hai tu nel tuo ventre sepolto:Tu il divorasti: non aver più cura."Ora ha gran pena il falso traditore,Ché crudeltà combatte con amore.
Lo oltraggio ismisurato ben lo invitaA far di quella dama crudo strazio;Da l'altra parte la faccia fioritaE lo afocato amor gli dava impazio.Delibra vendicarse alla finita:Ma qual vendetta lo potria far sazio?Ché, pensando al suo oltraggio, in veritadeNon v'era pena di tal crudeltade.
Il corpo di Grifon fece portare,Che, così occiso, ancor giacea nel piano;Fece la dama a quel corpo legare,Viso con viso stretto, e mano a mano:Così con lei poi se ebbe a dilettare.Or fu piacer giamai tant'inumano?Gran puza mena il corpo tutta fiata;La damisella a quel stava legata.
In questo tempo venne il re de Orgagna,Ed io con esso, con molta brigata;Ma come fumo visti alla campagna,Marchin la bella Stella ebbe scanata.Né ancor per questo dapoi la sparagna,Ma usava con lei morta tutta fiata.Credo io che il fece sol per darse vantoChe altro om non fusse scelerato tanto.
Noi qui vennemo, e con cruda battagliaLa forte rocca alfin pur fo pigliata;E Marchin preso, di ardente tenagliaFu sua persona tutta lacerata:Chi rompe le sue membra, e chi le taglia.La bella dama poi fu sotterrataIntra un sepolcro adorno; per ragionePosto fu seco il suo caro Grifone.
Il re de Orgagna poi se ne fu andato,Ed io rimasi in questa rocca oscura.Era lo octavo mese già passato,Quando sentimo in quella sepolturaUn grido tanto orribile e spietato,Ch'io non vo' dir che gli altri abbian paura;Ma tre giganti ne fôr spaventati,Che il re de Orgagna meco avea lasciati.