E sin che tale impresa non sia vinta,Giamai non posarà la tua persona,Nulla altra spada portarai più cinta,Né adornarai tua testa di corona;L'aquila bianca a quel scudo dipinta,Nulla alta enchiesta mai non la abandona,Ché quella arma gentile e quella insegnaSopra ad ogni altra de trïomfi è degna. -
Re Mandricardo allor con riverenzia,Sì come piace a quella fata, giura;E l'altre dame ne la sua presenziaTutte il guarnirno a ponto de armatura.Come fu armato, allor prese licenzia,Avendo tratta a fin l'alta aventura,Per la qual più baron de summo ardireEron là presi, e non potean partire.
Ora uscirno le gente tutte quante,Che gran cavalleria vi era pregione:Isolieri il spagnolo e Sacripante,Il re Gradasso e il giovane Grifone,E sieco uscitte il fratello Acquilante.Gente di pregio e di condizïoneVi erano assai, e nomi de alta gloria,Che non accade a dire in questa istoria.
Però che il re Gradasso e MandricardoInsieme se partirno in compagnia,Né a ricontarvi molto serò tardoCiò che intravenne a loro in questa via.Ben vi so dir che un par tanto gagliardoNon fu in quel tempo in tutta Pagania;Però faran gran cose e peregrine,Prima che in Francia sian condotti a fine.
Ma Grifone e Aquilante altro caminoPresero insieme, perché eran germani,E sapendo il lenguaggio saracinoSecuri andarno un tempo tra' Pagani.Or, cavalcando un giorno a matutino,Due dame ritrovarno con duo nani;L'una di quelle a bruno era vestita,L'altra di bianco, candida e polita.
E similmente e nani e' palafreniDi neve e di carbone avean colore;Ma le donzelle avean gli occhi sereni,Da trar col guardo altrui di petto il core,Accoglimenti di carezze pieni,Parlar suave e bei gesti d'amore;Ed è tra queste tanta somiglianza,Che l'una l'altra de nïente avanza.
E cavallier le dame salutaroChinando il capo con atto cortese:Ma quelle l'una a l'altra se guardaro,E la vestita a nero a parlar prese,Dicendo alla compagna: - Altro riparoFar non si può, ni fare altre diffeseContra di quel che il cel destina e il mondo,Come infinito è il suo girare a tondo.
Ma pur se puote il tempo prolungareE far col senno forza a la fortuna:Chi fece il mondo, lo potrà mutare,E porre il sole in loco de la luna. -- Prendiam dunque partito, se ti pare, -Disse la bianca alla donzella bruna- De ritener costor, poi che la sorteOr gli conduce in Francia a prender morte. -
Queste parole insieme ragionandoAvean le dame, e non erono inteseDa quei duo cavallieri, insino a quandoLa bianca verso de essi a parlar prese,Dicendo loro: - Io me vi racomando:Se la ragion per voi mai se diffese,Se amate onore e la cavalleria,Esser vi piaccia alla diffesa mia. -
Ciascun de' duo baron quasi ad un trattoProferse a quelle aiuto a suo potere.Disse la bruna: - Ora intenditi il fatto,Poi che inteso abbiam noi vostro volere.Fermar vogliamo a fede questo patto,Che una battaglia avrete a mantenere,Insin che un cavallier sia al tutto mortoIl qual ce offende e villaneggia a torto.
Quel disleale è nominato Orilo,E non è in tutto il mondo il più fellone;Tiene una torre in su il fiume del Nilo,Ove una bestia a guisa de dragone,Che là viene appellata il cocodrilo,Pasce di sangue umano e di persone.Per strano incanto è fatto il maledetto,Che de una fata nacque e de un folletto.
Com'io vi dico, nacque per incantoQuella persona di mercè ribella,Che questo regno ha strutto tutto quanto,Perché ogni cavalliero o damigella,Qual quivi gionga o passi in ogni canto,Fa divorare a quella bestia fella.Cercato abbiamo de un barone assai,Che tragga il regno e noi de tanti guai.
Ma sino a qui rimedio non si trovaNé alcun riparo a tal destruzïone,Ché quel da morte a vita se rinovaPer alta forza d'incantazïone.Ora de voi se vederà la prova,Ché ciascun mostra d'essere campïonePer trare a fine ogn'impresa eminente,Se a vostra vista lo animo non mente. -
A quei duo cavallier gran voglia premeDe provar questa cosa tanto istrana;E, caminando con le dame insieme,Girno alla torre, e poco era lontana.Già se ode il maledetto che là fremeCome fa il mar quando esce tramontana;Fremendo batte Orilo in forma e denti,Che sembra un mar turbato a suon de venti.
Avea ne l'elmo per cimero un guffoCornuto, a penne e con gli occhi di foco,E lui soffiava con orribil buffo;Ma quei duo cavallieri il stimon poco,Perché altre volte han visto il lupo in zuffo,E stati sono a danza in altro loco,Né stimono il periglio una vil paglia;Onde il sfidarno presto alla battaglia.
Ma quel superbo non fece risposta,Mosse con furia e la sua mazza afferra;Né più fece Aquilante indugia o sosta,Ma la sua lancia lascia andare a terra,E poi col brando in mano a lui se accosta;E tra lor cominciarno una aspra guerra,Dando e togliendo e di sotto e di sopra,E quel la maccia e questo il brando adopra.
Di quel ferir Grifone ha poca cura,Ché era guarnito a piastre fatte ad arte,Ma lui taglia al pagano ogni armatura,Come squarciasse tegole di carte.Gionselo un tratto a mezo la cintura,E in duo cavezzi aponto lo diparte;Così andò mezo a terra quel fellone,Dal busto in giù rimase ne lo arcione.
Quel che è caduto, già non vi è chi lo alci,Ma brancolando stava ne l'arena;E il suo destrier traea terribil calci,Facea gran salti e giocava di schiena,Onde convien che il resto al prato balci.Ma non fu gionto in su la terra apena,Che un pezo e l'altro insieme se sugella,E tutto integro salta ne la sella.
Se a quei baron parea la cosa nova,Quale è incontrata, a dir non è bisogno,Ché, avengaché Turpino a ciò me mova,Io stesso a racontarla mi vergogno.Disse Aquilante: - Io vo' veder la prova,Se io faccio dadovero o pur insogno. -Così dicendo adosso a quel si caccia,E Orilo adosso a lui con la sua maccia.
E l'uno e l'altro a bon gioco lavora,Benché disavantagio ha quel pagano,Ché il gagliardo Aquilante in poco de oraL'arme gli ha rotte e poste tutte al piano;Essendo destinato pur che ei mora,Abandona un gran colpo ad ambe manoSopra le spalle, alla cima del petto,E il collo e il capo via tagliò di netto.
Ora ascoltati che stupendo caso:La persona incantata e maledetta,Colui, dico, che in sella era rimaso,Par che la mazza a lato se rimetta,E prende la sua testa per il naso,E nel suo loco quella se rassetta;Indi sua mazza ha presto in man ritolta,E torna alla battaglia un'altra volta.
La bianca dama cominciava a ridere,E disse ad Aquilante: - Bello amico,Lascia costui, ché non lo puoi conquidere,E credi a me che vero è quel ch'io dico:Se in mille parte l'avesti a dividere,E più minuto il tagli che il panìco,Non lo potrai veder del spirto privo:Spezato tutto, sempre sarà vivo. -
Disse Aquilante: - E' non fia mai sentitoQuesto nel mondo o tal vergogna intesa,Che ogni mio assalto non abbi finito,Se ben me consumassi in fiama accesa;E benché a questo non veda partito,Sino alla morte seguirò la impresa.Fia de mia vita poi quel che a Dio piace,Ma con costui non vo' tregua ni pace. -
Così dicendo e turbato nel voltoVoltò ad Orril, ed hallo in terra a porre;Ma quel ribaldo è già del campo tolto,E rifuggito dentro da la torre.Lo orrendo cocodrilo avea disciolto:Fuor della porta quella bestia corre,E dietro Orilo in sul cavallo armato:Ben par che il campo tremi in ogni lato.
Come vide Grifon quello animale,Qual vien correndo a quel fellone avante,Mossesi ratto, come avesse l'ale,Per dare aiuto al germano Aquilante.Altra battaglia non fu mai cotaleDi tanto affanno e di fatiche tanteQuanto se puote in zuffa sostenire;Ma ciò riserbo in l'altro canto a dire.
Canto terzo
Tra bianche rose e tra vermiglie, e fioriDiversamente in terra coloriti,Tra fresche erbette e tra soavi odoriDe gli arboscelli a verde rivestiti,Cantando componea gli antichi onoriDe' cavallier sì prodi e tanto arditi,Che ogni tremenda cosa in tutto il mondoFu da lor vinta a forza e posta al fondo;
Quando mi venne a mente che il dilettoChe l'om se prende solo, è mal compiuto.Però, baroni e dame, a tal cospettoPer dilettarvi alquanto io son venuto;E con gran zoia ad ascoltar vi aspettoL'aspra battaglia de Grifone argutoE de Aquilante, il tanto apregïato,La qual lasciai nel canto che è passato.
Contai del cocodrilo in che manieraDa la torre de Orrilo a furia n'esce.A meraviglia grande è questa fiera,Che molto vive e sempre in vita cresce;Ora sta in terra ed or nella riviera,Le bestie al campo, a l'acqua prende il pesce;Fatto è come lacerta, over ramaro,Ma di grandezza già non sono al paro;
Ché questo è lungo trenta braccia, o piue,Il dosso ha giallo e maculoso e vario;La mascella di sopra egli apre in sue,Ed ogni altro animal fa pel contrario.Tutta una vacca se ingiottisce, o due,Ché ha il ventre assai maggior de un grande armario,E denti ha spessi e lunghi de una spana:Mai fu nel mondo bestia tanto istrana.
Ora Grifon, che lo vidde venire,Come detto è di sopra, a tal tempesta,Mosse con gran possanza e molto ardireVerso di quello e la sua lancia arresta.Più bello incontro non se potria dire:Tra gli occhi il colse, a mezo de la testa.Grossa era l'asta, e il ferro era pongente,Ma l'uno e l'altro vi giovò nïente.
Fiaccosse l'asta come una cannuzaE poco fece il ferro alla percossa,Ché a quella bestia non passò la buza,Tanto era aspra e callosa e dura e grossa.Ora apizata è ben la scaramuza,E la fiera orgogliosa, ad ira mossa,Aperse la gran bocca; e senza falloIntegro se il sorbiva esso e 'l cavallo.
Se non che a tempo vi gionse Aquilante,Che avea già Orilo in due parte tagliato,E veggendo il germano a sé davanteA tal periglio e quasi devorato,Mena un gran colpo del brando trincianteSopra al mostaccio, che era rilevato.Fatato è il brando, ed esso avea gran forza,Ma a quella bestia non taccò la scorza.
Il cocodrilo ad Aquilante volta,Ma tanto spaventato è il suo destrieroChe già non lo aspettò per quella volta,Né di aspettarlo gli facea mestiero,Ché in bocca non gli avria dato una volta,Ma travalciato in un boccone intiero:L'omo, il cavallo, l'arme e' paramentiGiù serian giti e non toccati e denti.
Ma, come io dico, il destriero è smarito,Fugge correndo e ponto non galoppa;Quello orrendo animal l'avea seguito,E quasi il tocca spesso ne la groppa.Essendogli vicino a men de un dito,Altro che fare ad Aquilante intoppa,Ché Orrilo è suscitato e non soggiorna,Ma con la mazza alla battaglia torna.
Ora Grifone a terra era smontato,E salta al cocodrilo in su le rene,E sì pel dosso è via correndo andato,Che per la coppa al capo se ne viene.Saltava il cocodrilo infurïato,Ma Grifone attaccato a lui se tiene,Ché ad ambe man l'ha preso per il naso:Mai non fu visto il più stupendo caso.
Da l'altra parte Orrilo ed AquilanteRipresa insieme avean cruda battaglia,Quale era pur come l'altre davante.Non giovano al pagan piastre né maglia,Ché in pezzi vanno a terra tutte quante.Ecco il gionge alla spalla e quella taglia,Credendo darli a quella volta il spaccio;La spalla via tagliò con tutto il braccio.
Va il braccio dritto a terra col bastone:Non sta queto Aquilante, il sire arguto,Ché ben sapea di sua condizïone;Veggendol morto, non l'avria creduto.Da l'altro lato mena un roversone,E monca il manco braccio e tutto 'l scuto;Poi salta dell'arcione in molta fretta,Prende le braccia e quelle al fiume getta.
Nel fiume le scagliò da mezo miglio:Grande in quel loco è il Nilo, e sembra un mare.Disse Aquilante: - Or va, ch'io non te piglio,E fami el peggio ormai che mi pôi fare.La mosca mal te cacciarai dal ciglio,E potrai peggio e gambari mondare,Malvaggio truffator, che con tuo incantoM'hai retenuto in tal travaglia tanto. -
Voltosse Orilo e parve una saetta,Tanto correndo va veloce e chiuso,E da la ripa nel fiume se getta:Col capo innanti se ne andò là giuso.Corse Aquilante a Grifon che lo aspetta,Che il cocodrilo avea preso nel muso;Non bisognava che indugiasse un anno,Ché là stava il germano in grande affanno.
Come io vi dissi su poco davante,Grifon quello animale al naso ha preso,E sopra al capo vi tenea le piante,Facendo a forza il muso star disteso;E così stando, vi gionse Aquilante,Qual prestamente fu de arcion disceso,E prese la sua lancia, che era in terra,Ché non l'aveva oprata in questa guerra.
Con quella in mano allo animal s'accosta,Ponendo a tal ferire ogni possanza,E tra la aperta bocca il colpo aposta,E dentro tutta vi cacciò la lanza.Via per il petto e per la prima costaFece apparir la ponta per la panza,Però che sotto al corpo e ne le aselleIl cocodrilo ha tenera la pelle.
Ben vi so dir che il tratto a Grifon piacque,Perché già più non lo potea tenire;Mai lieto fu cotanto poi che nacque.Ora comincia Orilo ad apparire,Che su venìa natando per quelle acque.Quando Aquilante lo vidde venire,- Può far - diceva - il celo e tutto il mondoChe abbi pescati e monchi in su quel fondo? -
Lui l'uno e l'altro de' bracci menavaE l'onda con le mano avanti apriva;Come una rana quel fiume notava,Tanto che gionse armato in su la riva.Grifon verso Aquilante ragionava:- Se questa bestia fosse ancora viva,Quale abbiam morta con affanno tanto,Di tale impresa non avremo il vanto. -
Disse Aquilante: - Io non so certo ancoraChe onor ce seguirà questa aventura;Far non so io tal prova che mai moraQuella incantata e falsa creatura.Del giorno avanza poco più de un'ora:Che faren ne la notte a l'aria scura?A me par di vedere, e già il discerno:Quel ce trarà con seco nello inferno. -
Grifon diceva: - Adunque ora si vôle,Mentre che è il giorno, la spada menare,Prima che al monte sia nascoso il sole:Per me la notte non sapria che fare. -E quasi al mezo di queste paroleVolta ad Orilo e vallo ad afrontare;Ciascun da dover tocca e non minaccia,L'un con la spada e l'altro con la maccia.
Molto vi era da far da ciascun lato,Ché quello a questo e questo a quel menava,Avenga che Grifone è bene armato,E di mazzate poco se curava.Durando la contesa in su quel prato,Un cavalliero armato vi arivava,Che avea preso in catena un gran gigante.Ma di tal cosa più non dico avante.
Ben poi ritornarò, come far soglio,E questa impresa chiara conterò,Ché, quando de una cosa è pieno il foglio,Convien dar loco a l'altra; ed imperòDe Mandricardo racontar vi voglio,Qual con Gradasso in Franza menerò.Ma, prima che sian gionti, assai che fareAvranno entrambi e per terra e per mare.
Partiti da la fata del castello,Ove l'arme di Ettòr già star suoleano,Sorìa, Damasco e quel paese belloSenza travaglia già passato aveano.Sendo gionti sul mare ad uno ostello,Perché era tardi aloggiar vi voleano,Ma quello è aperto ed è disabitato,Né appar persona intorno in verun lato.
Guardando giuso al lito il re Gradasso,Verso una ripa a pietre dirocata,Ove la batte l'onde e il mare al bassoStava una dama ignuda e scapigliata,Che era legata con catene al sasso,Chiedendo morte la disconsolata.- Morte, - diceva - o tu, morte, me aiuta,Ché ogn'altra spene è ben per me perduta! -
E cavallier callarno incontinenteGiuso nel fondo di quel gran petronePer saper meglio l'aspro convenienteDi quella dama, e chi fosse cagione;Ma lei piangeva sì dirottamente,Ch'e sassi mossi avria a compassïone,Dicendo a quei baron: - Deh! per pietateTagliatime qua tutta con le spate.
E se il celo o fortuna vôl che io pèra,Per le man de omo almen possa perire,Né divorata sia da quella fiera,Ché peggio assai è il strazio che il morire. -Volean saper la cosa tutta intieraE duo baron, ma lei non potea dire,Sì forte in voce singiociva, e tantoTra le parole gli abondava il pianto.
E pur dicea piangendo: - Se io mi doglioPiù che io non mostro, n'ho cagione assai.Se il tempo bastarà, dir la vi voglio:Odeti se una al mondo è in tanti guai.Dimora uno orco là sotto a quel scoglio:Non so se altro orco voi vedesti mai,Ma questo è sì terribile alla faccia,Che al ricordarlo il sangue mi se agiaccia.
Apena apena che parlar vi posso,Ché il cor mi trema in petto di paura.Grande non è, ma per sei altri è grosso,Riccia ha la barba e gran capigliatura;In loco de occhi ha due cocole de osso,E bene a ciò providde la natura,Ché, se lume vedesse, a tondo a tondoAvria disfatto in poco tempo il mondo.
Né vi è diffesa, a benché non gli veda,Ché, come io dissi, il perfido è senza occhi.Io già lo vidi (or chi fia che lo creda?)Stirpar le quercie a guisa de finocchi;E tre giganti che avea presi in preda,Percosse a terra qua come ranocchi;Le cosse dispiccò dal busto tosto,E pose il casso a lesso e il resto a rosto.
Però che sol se pasce a carne umana,E tien de sangue de omo a bere un vaso.Ma gite voi in parte più lontana,Che quel malvagio non vi senta a naso;A benché giace adesso nella tana,Che per dormir là dentro si è rimaso;Ma come se resvegli, incontinenteAl naso sentirà che quivi è gente.
E come un bracco seguirà la traccia;Non valerà diffesa, né fuggire,Ché cento miglia vi darà la caccia,E converravi in tutto al fin perire.Onde vi prego che partir vi piaccia,E me lasciati misera morire,Ma sol chiedo di grazia e sol vi pregoChe a una dimanda non facciati nego;
E questa fia: se forse tra caminoAvesti un giovinetto a riscontrare,Re di Damasco (e nome ha Norandino;Non so se mai lo odesti racordare),A lui contati il mio caso tapino(So ben che lo fareti lacrimare),Dicendo: "La tua dama te conforta,Che te amò viva ed ama ancora morta."
Ma ben guardàti, e non prendesti errore,De dir ch'io viva più tra tante pene,Però che lui mi porta tale amore,Che nol potrian tener mille catene;E la mia doglia poi saria maggiore,Veggendo perir meco ogni mio bene;E più mi doleria che la mia morte,Che se a lui fosser sol due dita torte.
Direti adunque come sotterrataM'avete istessi a canto alla marina;Ma lui dimandarà de la contrataPer trovar morta almen la sua Lucina.Direti che l'aveti smenticataCome se chiami, e il loco che confina;Poi confortati lui con tal paroleChe stia contento a quel che 'l mondo vôle. -
Così ragiona, e la faccia serenaPiangendo bagna quella sventurata.Tenea Gradasso le lacrime apena,E già dal fianco avea tratta la spataPer rompere e tagliar quella catena,Con la qual quivi al sasso era legata;Ma la dama cridò: - Per Dio, non fare!Morto serai, né me potrai campare.
Questa catena, misera! dolente!Per entro al sasso passa nella tana;Come toccata fosse, incontinenteScocca uno ordegno e suona una campana;E se quel maledetto se risente,Ogni speranza del fuggire è vana.Per piani e monti e ripe e lochi fortiMai non vi lasciarà, sin che vi ha morti. -
A Mandricardo molta voglia toccaDe odir se la campana avea bon suono.La dama non avea chiusa la bocca,Che è scosso la catena in abandono.Ben vi so dir che dentro là si chiocca:Sembra nel sasso risuonare un tuono;E la donzella pallida e smarita- Ahimè! - cridava - ahimè! mia vita è gita!
Sol de la tema tutta me distorco:Adesso qua serà quel maledetto. -Eccoti uscir de la spelonca lo orco,Che ha la gozaglia grande a mezo il petto;E denti ha for di bocca, come il porco,Né vi crediati che abbi il muso netto,Ma brutto e lordo e di sangue vermiglio;Longhi una spanna ha e peli in ogni ciglio.
Quanto una gamba ha grosso ciascun ditoE negre l'ungie e piene di sozzura.Ora Gradasso già non è smaritoPer tanto istrana ed orrida figura.Col brando in mano adosso a quello è gito,Ma l'orco del suo brando ha poca cura,Nel scudo il prende e via strappò del braccio,E quel stringendo franse come un giaccio.
Se così preso avesse nella testa,L'elmo avria rotto e trito come cenere,Serìa compita ad un tratto la festa.Come se schiazzan le nociole tenere,Come se fiacca un ziglio alla tempesta,O vero un fongo che al fango se genere,Sì sciolto il capo avria, senza dissolvereLe fibbie a l'elmo, e fatto tutto in polvere.
Ma lui non vede ove ponga la mano,Per questo a caso l'ha nel scudo preso;E dette un scosso sì crudo e villano,Che a terra il re Gradasso andò disteso.L'orco il prese a traverso a mano a mano,Alla spelonca lo portò di peso;Ben se dibatte invano e se dimena,Pur l'orco il lega e pone alla catena.
Come legato l'ebbe, incontinenteFuor de la tana di novo è venuto;E Mandricardo si stava dolente,Ché il suo caro compagno avia perduto.Non avea brando il cavallier valente,Però che aveva in sacramento avutoMai non portare alla sua vita brando,Se non acquista quel del conte Orlando.
Chinosse e prese una gran pietra e grossa:Bene è cinquanta libre, vi prometto;E trasse quella di tutta sua possa,E gionse lo orco proprio a mezo il petto.Ma quel non teme ponto la percossa,Anci l'ira gli crebbe e il gran dispetto;Ove ebbe il colpo, con la man se tocca,E, come un verro, ha la schiuma alla bocca.
E dietro al cavallier par che se metta,Come un seguso a l'orme de una fiera.Già Mandricardo ponto non lo aspetta,Ché avea persona destra, atta e legiera.Su corre al poggio, e sembra una saetta;Quindi, fermato a megio la costiera,Tra' un gran sasso tratto fuor del monte,E quel percosse dritto nella fronte.
Quel sasso in mille parte se spezzò,Ma fece poco male a quel perverso,E già per questo non lo abandonò,Ché non l'aveva mai di naso perso.Mandricardo ne va quanto più può,Cercando il monte a dritto ed a traverso,Tanto che gionse a quello in su la cima,E lo orco apresso; e quasi ancora in prima.
Non sa più che si fare il cavalliero,Né a questa cosa sa prender partito;Per ogni balza e per ogni sentieroQuesta malvagità l'avea seguito,Né far bisogna ponto di pensieroAver con esso de diffesa un dito;Ben gli tra' sassi e tronchi aspri e robesti,Ma non ritrova cosa che lo aresti.
Torna correndo in giù, verso il vallone,A benché indietro se voltava spesso,Ed ecco avanti trova un gran burone:Da cima al fondo tutto il monte è fesso.Alor se tenne morto quel barone,E per spazzato al tutto se è già messo;Sopra alla balza a corso pieno è mosso,Di là de un salto andò con l'arme in dosso.
Ed era larga più de vinti braccia,Sì come altri estimar puote alla grossa;Ma quel brutto orco che seguia la traccia,Perch'era cieco non vidde la fossa,Onde per quella a piombo giù tramaccia.De intorno ben se odette la percossa,Ché, quando gionse in su le lastre al fondo,Parve che il cel cadesse e tutto il mondo.
Non dette la percossa sopra al letto,Perché quella aspra ripa era molto alta,E ben tre coste se fiaccò nel petto,E quelle pietre del suo sangue smalta.Diceva Mandricardo con diletto:- Chi ponto stecca al segno mal si salta.Or là giù ti riman in tua malora! -Così dicendo più non se dimora.
E giù callando lieto e con gran festa,Al mar discese e venne alla spelonca.Qua vede un braccio, e là meza una testa,Colà vede una man co' denti monca.Per tutto intorno è piena la forestaDi qualche gamba o qualche spalla troncaE membri lacerati e pezzi strani,Come di bocca tolti a lupi e a cani.
Ciò riguardando varca di bon passo;E gionse a quella tana in su la intrata,Qual molto è grande dentro da quel sasso,E riccamente d'oro è lavorata.Poi che ebbe sciolto quindi il re Gradasso,E la dama che al scoglio era legata,Tutti se revestirno a nove spoglie,Ché veste ivi trovarno e ricche zoglie.
Montarno, e ciascadun forte camina;Seco è la dama dal viso soprano:E via passando a canto alla marinaIscorsero una nave di lontano.Viddero in quella, quando se avicina,L'alta bandiera del re Tibïano:Qual era parte di questa donzella,Tolta da loro alla fortuna fella.
Re de Cipri in quel tempo e de Rodi eraQuel Tibïano ed altre terre assai,E va cercando per ogni riveraDe la filiola, e non la trova mai;Onde di doglia in pianto se dispera,E mena la sua vita in tristi guai.Come la dama la bandiera vide,Per allegrezza a un tratto piange e ride.
Già meglio se comincia a discernireLa nave e la sua gente tutta quanta;E la donzella non può sofferire,Ma con la veste a quella nave amanta;E, senza più tenirvi in lungo dire,Salirno al legno; e la zoia fo tantaQuanto a sì fatto caso esser credia,Trovando lei che morta esser tenìa.
E già le poppe voglion rivoltare,Tirando con le corde alte le antene.Eccoti lo orco che nel poggio appare,E verso il mare a corso se ne viene;Ben vi so dir che ogniom si dà che fare,Ché la più parte alor morta se tiene;Ciascun de' marinari era paroneA tirar presto e volgere il temone.
Pur giù vien lo orco e verso il mar se calla.La barba a sangue se gli vedea piovere,Un gran pezzo de monte ha in su la spalla,Che dentro vi eran pruni e sterpi e rovere;Legier lo porta lui come una galla,Né cento boi l'avrian potuto movere.Correndo vien la orrenda creatura:Già dentro al mare è sino alla cintura.
E tanto passa, che va come il buffolo,Che il muso ha fuori e i piedi in su la sabbia;Movere odendo e remi al suon del zuffolo,Trasse là verso il monte con gran rabbia.Gionsine presso; e l'onda diè dal tuffolo,Che saltar fece l'acqua in su la gabbia;Ma se più avanti un poco avesse agionto,Sfondava il legno e li omini ad un ponto.
Se e marinari alora ebber spavento,Non credo che bisogni racontare,Ché qual di loro avea più de ardimentoNascoso è alla carena e non appare.Ora levosse da levante il vento,L'onda risuona e grosso viene il mare;Già rotto il celo e l'acqua insieme han guerra:Più non se vede lo orco né la terra.
De l'orco, dico, ormai non han paura,Ma morte han più che prima in su la testa,Però che orribilmente il celo oscura,Il vento cresce ogniora e gran tempesta.Pioggia meschiata de grandine duraGiù versa con furore, e mai non resta:Ora fùlgore, or trono ed or saetta,Che l'una l'altra apena non aspetta.
Per tutto intorno bursano e delfini,Donando di fortuna il tristo annoncio;Non sta contento il mare a' suoi confini,Che in nave ne entra assai più d'un bigoncio:Da far vi fia per grandi e piccolini.Ma non vi vo' tenir tanto a disconcio,E nel presente canto io ve abandono,Ché ogni diletto a tramutare è bono.
Canto quarto
Segnor, se voi potesti ritrovareUn che non sappia quel che sia paura,O se volesti alcun modo pensarePer sbigottire una anima sicura,Quando è fortuna quel poneti in mare,E si non se spaventa o non se cura,Toglietelo per paccio, e non ardito,Perché ha con morte il termine de un dito.
Orribil cosa è certo il mar turbato,E meglio è odirlo dir che farne prova,Però creda ciascuno a chi gli è stato,E per provar di terra non si mova,Come io contava al canto che è passato,Di quella nave che entro al mar se trova,Sì combattuta da prora e da poppa,Che l'acqua ve entra ed escine la stoppa.
Mandricardo era in quella e il re Gradasso,Re Tibïano e sua figlia Lucina.Ora se rompe l'onda a gran fraccasso,E mostra un gregge tutta la marina:Un gregge bianco, che si pasca al basso,Ma sempre mugge e sembra una ruina;Stridon le corde e il legno se lamenta:Gemendo al fondo, par che 'l suo mal senta.
Or questo vento ed or quell'altro salta,Non san che farsi e marinari apena;Tra' nivoli talor è la nave alta,E talor frega a terra la carrena.Sopra a ogni male e sopra a ogni difaltaFu quando gionse un colpo ne la antena;Piegosse il legno e giù dette alla banda:Ciascun cridando a Dio si racomanda.
Più de due miglia andò la nave inversa,Che a ponto in ponto sta per affondare,La gente che vi è dentro è tutta persa:Se fa de' voti, non lo adimandare.Ecco da canto gionse una traversa,Che a l'altra banda fece traboccare;Ciascadun crida e non se ode persona,Sì muggia il mare e il vento sì risona.
Questo se cangia e muta in uno istante,Ora batte davanti, or ne le sponde;Spiccosse al fine un groppo da levanteCon furia tal, che il mar tutto confonde.Gionse alla poppa e pinse il legno avante,E fece entrar la prora sotto l'onde;Sotto acqua via ne andò più d'una arcata,Come va il mergo e l'oca alcuna fiata.
Pur fuore uscitte, e va con tal ruinaQual fuor de la balestra esce la vera.Da quella sera insino alla matinaE da quella matina a l'altra sera,Via giorno e notte mai non se raffina,Sin che condotta è sopra alla riviera,Ove quel monte in Acquamorta bagnaIl qual divide Francia dalla Spagna.
Quivi ad un capo che ha nome la Oruna,Smontarno con gran voglia in su la arena,E sì sbattuti son dalla fortuna,Che sendo in terra nol credono apena.Passò il mal tempo e quella notte bruna,Con l'alba insieme il cel se raserena,E già per tutto essendo chiaro il giorno,Deliberarno andar cercando intorno.
Cercar deliberarno in che paeseSian capitati e chi ne sia segnore,E tratto fuor di nave ogni suo arnese,Ciascadun se arma e monta il corridore.Ma lor vïaggio poco se distese,Ché oltra ad un colle odirno un gran rumore,Corni, tamburi ed altre voce e trombe,Che par che 'l suono insino al cel rimbombe.
Il franco re Gradasso e MandricardoFecer restar la dama e Tibïano.Possa alcun de essi a mover non fu tardo,Sin che fôr sopra al colle a mano a mano;E giù facendo a quel campo riguardoVider coperto a genta armata il piano,Che era afrontata insieme a belle schiereSotto a stendardi e segni di bandiere.
Perché sappiati il tutto, il re AgramanteContro al re Carlo avea questa battaglia,Come io contai nel libro che è davante:Un'altra non fu mai di tal travaglia.Quivi era il re Marsilio e Balugante,Tanti altri duci e tanta altra canaglia,Che in alcun tempo mai né alcuna guerraMaggior battaglia non se vidde in terra.
Orlando qua non è, ni Feraguto:Stava il pagano ad un fiume a cercareDe l'elmo, qual là giù gli era caduto,Sì come io vi ebbi avanti a ricontare.Al conte era altro caso intravenutoTroppo stupendo e da meravigliare:Ché lui, qual vincer suole ogni altra prova,Tra dame vinto e preso se ritrova.
Di lui poi dirò il fatto tutto intiero,Ma non se trova adesso in queste imprese;Ben vi è Ranaldo e il marchese Oliviero,Èvi Ricardo e Guido e 'l bon Danese,Come io contava alor, quando RugieroTanti baroni alla terra disteseDi nostra gente, e tal tempesta menaCome fa il vento al campo de l'arena.
Come si frange il tenero lupinoO il fusto de' papaveri ne l'orto,Cotal fraccasso mena il paladino;Condotta è nostra gente a tristo porto.Roverso a terra se trova Turpino,Uberto, el duca di Baiona, è morto;Avino e Belengiero e Avorio e OttoneSono abattuti, e seco Salamone.
Gualtieri ebbe uno incontro ne la testa,Che il sangue gli schiattò per naso e bocca,E cade trangosciato alla foresta.Il giovane Rugiero a gli altri tocca,Né se potria contar tanta tempesta:Qual tramortito e qual morto trabocca.Via va correndo e scontrasi a RicardoQuel duca altiero, nobile e gagliardo.
Ispezza il scudo e per la spalla passa,Di dietro fore andò il pennon di netto;La lancia a mezo l'asta se fraccassa,Urtarno e duo corsier petto per petto.Rugier quivi Ricardo a terra lassaE tra' la spada, il franco giovanetto,La spada qual già fece Falerina,Che altra nel mondo mai fu tanto fina.
Comincia la battaglia orrenda e fiera,Che quasi è stata insino adesso un gioco;Sembra Rugier tra gli altri una lumiera,Trono e baleno e folgore di foco.Or questa abatte ed or quell'altra schiera,Par che si trovi a un tratto in ogni loco;Volta e rivolta e, come avesse l'ale,Per tutto agiongie il giovane reale.
La nostra gente fugge in ogni banda:Non è da dimandar se avean paura,Ché a ciascun colpo un morto a terra manda:Sembraglia non fu mai cotanto oscura.Già Sinibaldo, il bon conte de Olanda,Partito avea dal petto alla cintura,E Daniberto, il franco re frisone,Avea tagliato insino in su l'arcione.
E il duca Aigualdo, il grande e sì diverso,Qual fu Ibernese e nacque de gigante,Fo da Rugiero agionto in su il traverso,E tutto lo tagliò dietro e davante.Non è il marchese de Vïena perso,Se l'altre gente fuggon tutte quante;Se ben gli altri ne vanno, ed OlivieroSol lui se affronta e voltase a Rugiero.
Alor se incominciò l'alta travaglia,Né questa zuffa come l'altre passa;La spada de ciascun così ben taglia,Che io so che dove giongie, il segno lassa.Ecco il Danese ariva alla battaglia,Ecco Ranaldo ariva, che fraccassaTutta la gente e mena tal polvinoCome il mondo arda e fumi in quel confino.
Quando Rugier, che stava alla vedetta,Se accorse che sua gente in volta andava,Come dal cel scendesse una saetta,Con tal furore ad Olivier menava.Menava ad ambe mano, e per la fretta,Come a Dio piacque, il brando se voltava;Colse di piatto, e fo la botta tanta,Che l'elmo come un vetro a pezzi schianta.
Ed Olivier rimase tramortitoPer il gran colpo avuto a tal tempesta;Senza elmo apparve il suo viso fiorito,E cadde de lo arcione alla foresta.Quando il vidde Rugiero a tal partito,Che tutta a sangue gli piovea la testa,Molto ne dolse al giovane cortese,Onde nel prato subito discese.
Essendo sopra al campo dismontatoRaccolse nelle braccia quel baronePer ordinar che fusse medicato,Sempre piangendo a gran compassïone.In questo fatto standosi occupato,Ecco alle spalle a lui gionse Grifone:Grifone, il falso conte di Maganza,Vien speronando e aresta la sua lanza.
Di tutta possa il conte maledettoEntro alle spalle un gran colpo gli diede,Sì che tomar lo fece a suo dispetto:Tomò Rugiero e pur rimase in piede;Mai non fu visto un salto così netto.Ora presto si volta e Grifon vede,Che per farlo morir non stava a bada:Rotta la lancia, avea tratta la spada.
Ma Rugier se voltò con molta fretta,Cridando: - Tu sei morto, traditore! -Grifone il falso ponto non lo aspetta,Come colui che vile era di core.Ove è più folta la battaglia e stretta,In quella parte volta il corridore;Tra gente e gente e tra l'arme se caccia,Né può soffrir veder Rugiero in faccia.
Questo altro il segue a piede, minacciandoChe lo farà morir come ribaldo;E quel fuggendo, e questo seguitando,Gionsero al loco dove era Ranaldo,Quale avea fatto tal menar del brando,Che 'l campo correa tutto a sangue caldo.Parea di sangue il campo una marina:Veduta non fu mai tanta ruina.
Grifon cridava: - Aiutame per Dio!Aiutame per Dio! ché più non posso;Ché questo saracin malvaggio e rioPer tradimento a morte me ha percosso. -Quando Ranaldo quella voce odìo,Voltò Baiardo e subito fu mossoPer urtarsi a Rugiero a corso pieno;Ma, veggendolo a piè, ritenne il freno.
Sappiati che il destrier del paladinoEra rimaso là dove discese.Là presso sopra il campo era TurpinoChe da' Pagani un pezzo se diffese;Essendo a quel destrier dunque vicino,A lui se accosta e per la briglia il prese;E destramente ne lo arcion salitoRitorna alla battaglia il prete ardito.
Rugiero adunque, come ebbi a contare,Se ritrovava a piedi in su quel piano.Fuggito è via Grifone e non appare,E lui affronta il sir di Montealbano;Il qual nol volse con Baiardo urtare,Però che ad esso parve atto villano,Ma de arcion salta alla campagna apertaCol scudo in braccio e con la sua Fusberta.
Tra lor se cominciò zuffa sì brava,Che ogni om per meraviglia stava muto;Né già Ranaldo stracco si mostrava,Benché abbia combattuto il giorno tuto;E l'uno e l'altro a tal furia menava,Che meraviglia è che non sia destruto.Non che il scudo a ciascuno e l'elmo grosso,Ma un monte a quei gran colpi serìa mosso.
Durando aspra e crudel quella contesa,Ecco Agramante ariva a la battaglia,Che caccia e Cristïani alla distesa,Come fa il foco posto ne la paglia.Re Carlo e' nostri non pôn far diffesa,Tanta è la folta di quella canaglia,Che sembra un fiume grosso che trabocca:Per un de' nostri, cento e più ne tocca.
Avanti a gli altri el re di Garamanta,Io dico il dispietato Martasino,Qual vien cridando, a gran voce se vantaDi prender vivo il figlio de Pipino.Tanto è il romore e la gente cotanta,Che il campo trema per ogni confino,E tale è il saettar fuor di misura,Che al nivolo de' dardi il cel se oscura.
La gente nostra fugge in ogni lato,E quella che se arresta riman morta.Quivi è Sobrino, il vecchio disperato,Che per insegna il foco a l'elmo porta;E Balifronte, in su un gambelo armato,Taglia a due mano ed ha la spada torta;E Barigano e Alzirdo e DardinelloCiascun de' Cristïan fa più macello.
Oh! chi vedesse in faccia il re CarloneGuardare il cielo e non parlar nïente:E sassi mossi avria a compassïone,Veggendol lacrimar sì rottamente.- Campati voi, - diceva al duca Amone- Campati, Naimo e Gano, il mio parente,Campati tutti quanti, e me lassati,Ché qua voglio io purgare e mei peccati.
Se a Dio, che è mio segnor, piace ch'io mora,Fia il suo volere, io sono apparecchiato;Ma questa è sol la doglia che mi accora,Che perir veggio il popul battezatoPer man di gente che Macone adora.O re del celo, mio segnor beato,Se il fallir nostro a vendicar ti mena,Fa che io sol pèra e sol porti la pena. -
Ciascun di quei baron che Carlo ascolta,Piangono anco essi e risponder non sano.Già la schiera reale in fuga è volta,E boni e tristi in frotta se ne vano.La folta grande è già tutta ricoltaOve Rugiero e 'l sir de MontealbanoFacean battaglia sì feroce e dura,Che de questi altri alcun de lor non cura.
Ma tanto è la ruina e il gran disvarioDi quella gente, e chi fugge e chi caccia,Chi cade avanti, e chi per il contrario,E chi da un lato e chi d'altro tramaccia;Onde a que' dui baron fu necessarioSpartir la zuffa, e sì grande la tracciaGli urtava adosso e tanta la zinia,Che alcun di lor non sa dove si sia.
Partito l'un da l'altro e a forza ispento,Ché una gran frotta a lor percosse in mezo,Rimase ciascun de essi mal contento,Che non si discernia chi avesse el pezo;Ma pur Ranaldo è quel dal gran lamento,Dicendo: - O Dio del cel, ch'è quel ch'io vezo?La nostra gente fugge in abandono,Ed io che posso far che a piedi sono? -
Così dicendo se pone a cercare,E vede il suo Baiardo avanti poco.A lui se accosta, e, volendo montare,Il destrier volta e fugge di quel loco.Ranaldo si voleva disperareDicendo: - Adesso è ben tempo da gioco!Deh sta, ti dico, bestia maledetta! -Baiardo pur va inanti e non lo aspetta.
E lui, pur seguitando il suo destriero,Se fu condutto entro una selva scura,Onde lasciarlo un pezo è di mestiero,Ch'egli incontrò in quel loco alta ventura.Ora torno a contarvi di Rugiero,Qual pure è a piedi in su quella pianura,E ben se augura indarno il suo Frontino:Eccoti avanti a lui passa Turpino.
Turpino era montato a quel ronzone,Ché il suo tra' Saracini avea smarito,Come io contai alor quando GrifoneNe le spalle a Rugiero avea ferito;Or correndo venìa per un vallone.Quando lo vidde il giovanetto ardito,Dico Rugiero avanti a sé lo vide,Non dimandar se de allegrezza ride.
E così a piede se il pone a seguireCridando: - Aspetta, ché il cavallo è mio! -E il bon Turpin, che vede ogni om fuggire,Non avea de aspettarlo alcun desio;Ma per la pressa avanti non può gire,Tanta è la folta di quel popul rio;Sì sono e nostri stretti e inviluppati,Che forza fo a fuggir da l'un de' lati.
Fugge Turpino, e Rugiero a le spalle,Sin che condotti fôrno a un stretto passo,Ove tra duo colletti era una valle;La giù cade Turpino a gran fraccasso.Rugiero a meza costa per un calleVide il prete caduto al fondo basso,Ove l'acqua e il pantano a ponto chiude;Embragato era quello alla palude.
Rugier ridendo del poggio disceseE il vescovo aiutò, che se anegava.Poi che for l'ebbe tratto, il caval prese;A lui davante quello appresentava,E proferiva con parlar cortese,Che lo prendesse, se gli bisognava.- Se Dio me aiuti, - disse a lui Turpino- Tu non nascesti mai di Saracino.
Né credo mai che tanta cortesiaPotesse dar natura ad un Pagano:Prendi il destriero e vanne alla tua via:Se lo togliessi, ben serìa villano! -Così gli disse, e poi si dispartiaCorrendo a piedi, e ritornò nel piano,E trovò un Saracin fuor di sentiero:Tagliolli il capo e prese il suo destriero.
E tanto corse, che gionse la tracciaDe' Cristiani che ogniom fuggia più forte;Non ve si vede chi diffesa faccia:Chi non puotè fuggire, ebbe la morte.Sei giorni e notti sempre ebber la cacciaSino a Parigi, e sino in su le porteOccisa fo la gente sbigotita:Maggior sconfitta mai non fu sentita.
Tra' Cristïani sol Danese OgieroFe' gran prodezze, la persona degna,Ché di quel stormo periglioso e fieroRiportò salva la reale insegna.Preso rimase il marchese Oliviero,Ottone ancor, che tra gli Anglesi regna,Re Desiderio e lo re Salamone,Duca Ricardo fo seco pregione.
De gli altri che fôr presi e che fôr mortiNon se potria contar la quantitate,Cotanti campïon valenti e fortiFôr presi, o posti al taglio de le spate.Chi contarebbe e pianti e' disconforti,Che a Parigi eran dentro alla cittate?Ciascadun crede e dice lacrimandoChe gli è morto Ranaldo e il conte Orlando.
Fanciulli e vecchi e dame tutte quanteLa notte fier' la guardia a' muri intorno;Ma de Parigi più non dico avante.Torno a Rugiero, il giovanetto adorno,Qual gionse al loco dove BradamanteLa gran battaglia avea fatta quel giornoCon Rodamonte, come io vi contai;Non so se vi ricorda ove io lasciai.
Nel libro che più giorni è già compito,Narrai questa gran zuffa, e come il conteRimaso era de un colpo tramortito,Quando percosso fo da Rodamonte;E come stando ad estremo partito,Quella donzella, fior di Chiaramonte,Io dico Bradamante la signora,Fece la zuffa che io contava alora.
Da poi se dipartitte il paladino,Ed incontrolli ciò che io vi ebbi a dire;Tra Bradamante adunque e il SaracinoRimase la battaglia a diffinire.Non stava alcuno a quel loco vicino,Né vi era chi potesse dipartireL'aspra contesa e il grande assalto e fiero,Sin che vi gionse il giovane Rugiero.
Gionto sopra a quel colle il giovanettoVista ebbe la battaglia giù nel fondo,E fermosse a mirarla per diletto,Ché assalto non fu mai sì furibondo;Perocché chi in quel tempo avesse elettoUn par de bon guerreri in tutto il mondo,Non l'avria avuto più compiuto a pienoChe Bradamante e il figliol de Ulïeno.
E ben ne dimostrarno esperïenzaA quel che han fatto e quel che fanno ancora;Par che la zuffa pur mo si comenza,Sì frescamente ciascadun lavora,E se quel coglie, questo non va senza.Da un colpo a l'altro mai non è dimora,E nel colpir fan foco e tal fiammelle,Che par che il lampo gionga nelle stelle.
Rugiero alcun de' duo non cognoscia,Ché mai non gli avea visti in altro loco,Ma entrambi li lodava, e discerniaChe tra lor di vantaggio era assai poco.Mirando l'aspre offese ben vediaCotal battaglia non esser da gioco,Ma che è tra Saracino e Cristïano,Onde discese subito nel piano.
- Se alcun de voi - disse egli - adora Cristo,Fermesi un poco e intenda quel ch'io parlo,Ché annunzio gli darò dolente e tristo:Sconfitto al tutto è il campo del re Carlo,Ciò ch'io vi dico, con questi occhi ho visto.Onde, se alcun volesse seguitarlo,A far lunga dimora non bisogna,Ché alle confine è forse di Guascogna. -
Quando la dama intese così dire,Dal fren per doglia abandonò la mano,E tutta in faccia se ebbe a scolorire,Dicendo a Rodamonte: - Bel germano,Questo che io chiedo, non me lo disdire:Lascia che io segua il mio segnor soprano,Tanto che a quello io me ritrovi apresso,Ché il mio volere è di morir con esso. -
Diceva Rodamonte borbottando:- A risponderti presto, io nol vo' fare.Io stava alla battaglia con Orlando:Tu te togliesti tal rogna a grattare.Di qua non andarai mai, se non quandoIo stia così che io nol possa vetare:Onde, se vôi che 'l tuo partir sia corto,Fa che me getti in questo prato morto. -
Quando Rugier cotal parlare intese,Di prender questa zuffa ebbe gran voglia,E Rodamonte in tal modo ripreseDicendo: - Esser non può ch'io non me doglia,Se io trovo gentil omo discortese,Però che bene è un ramo senza foglia,Fiume senza onda e casa senza viaLa gentilezza senza cortesia. -
A Bradamante poi disse: - Barone,Ove ti piace ormai rivolgi il freno,E se costui vorà pur questïone,De la battaglia non gli verrò meno. -La dama se partì senza tenzone,E Rodamonte disse: - Io vedo a pienoChe medico debbi esser naturale,Da poi che a posta vai cercando il male.
Or te diffendi, paccio da catena,Da poi che per altrui morir te piace. -Non minaccia Rugier, ma crida e mena,E l'altro a lui ritocca e già non tace.Ciascun di questi è fiero e di gran lena,Onde battaglia orrenda e pertinaceEd altre belle cose dir vi voglio,Se piace a Dio ch'io segua come io soglio.
Canto quinto
Còlti ho diversi fiori alla verdura,Azuri, gialli, candidi e vermigli;Fatto ho di vaghe erbette una mistura,Garofili e vïole e rose e zigli:Traggasi avanti chi de odore ha cura,E ciò che più gli piace, quel se pigli;A cui diletta il ziglio, a cui la rosa,Ed a cui questa, a cui quella altra cosa.
Però diversamente il mio verzieroDe amore e de battaglia ho già piantato:Piace la guerra a l'animo più fiero,Lo amore al cor gentile e delicato.Or vo' seguir dove io lasciai RugieroCon Rodamonte alla zuffa nel prato,Con sì crudeli assalti e tal tempesta,Che impresa non fu mai simile a questa.
E' se tornarno con le spade adossoGli animosi baroni a darsi morte.Rugier primeramente fu percossoSopra del scudo a meraviglia forte,Che tre lame ha di ferro e quattro d'osso;Ma non è resistenzia che comporte:Di Rodamonte la stupenda forzaTagliò quel scudo a guisa de una scorza.
Su da la testa alla ponta discende,Più de un terzo ne cade alla campagna;Rugier per prugna acerba agresto rende,Ne la piastra ferrata lo sparagna.Il scudo da la cima al fondo fende,Come squarciasse tela d'una aragna;Né a quel ni a questo l'armatura vale:Un'altra zuffa mai non fu cotale.
E veramente morte se avrian dataE l'uno e l'altro a sì crudo ferire,Ma non essendo l'ora terminataNé 'l tempo gionto ancora al suo morire,Tra lor fu la battaglia disturbata,Ché Bradamante gli venne a partire,Bradamante, la dama di valore,Qual dissi che seguia l'imperatore.
E già bon pezzo essendo caminata,Né potendo sua gente ritrovare,La qual fuggiva a briglia abandonata,Ne la sua mente se pose a pensare,Tra sé dicendo: "O Bradamante ingrata,Ben discortese te puote appellareQuel cavallier che non sai chi se sia,Ed ha' gli usata tanta villania.
La zuffa prese lui per mia cagione,E le mie spalle il suo petto diffese.Ma, se io vedesse quivi il re CarloneE le sue gente morte tutte e prese,Tornar mi converrebbe a quel vallone,Sol per vedere il cavallier cortese.Sono obligata a l'alto imperatore,Ma più sono a me stessa ed al mio onore."
Così dicendo rivoltava il freno,E passò prestamente il monticello,Ove Rugiero e il figlio de UlïenoFaceano alla battaglia il gran flagello.Come ella ariva a ponto, più né meno,Gionse Rugiero, il franco damigello,Un colpo a Rodamonte a tal tempesta,Che tutta quanta gli stordì la testa.
Fuor di se stesso in su lo arcion si stavaE caddeli di mano il brando al prato;Rugier alora adietro se tirava,Ché a cotale atto non l'avria toccato;E Bradamante, che questo mirava,Dicea: - Ben drittamente aggio io lodatoDi cortesia costui nel mio pensiero;Ma che io il cognosca, al tutto è di mestiero. -
E come gionta fo gioso nel piano,Alta da l'elmo si levò la vista,E voltata a Rugier con atto umanoDisse: - Accetta una escusa, a benché trista,De lo atto ch'io te usai tanto villano;Ma spesso per error biasmo se acquista:E certo che io commessi questo errorePer voglia di seguire il mio segnore.
Non me ne avidi alora se non quandoFu la doglia e il furor de me partito;Ora in gran dono e grazia te adimandoChe questo assalto sia per me finito. -Mentre che così stava ragionando,E Rodamonte si fo risentito,Qual, veggendosi gionto a cotale atto,Quasi per gran dolor divenne matto.
Non se trovando ne la mano il brando,Che, com'io dissi, al prato era caduto,Il celo e la fortuna biastemandoLà dove era Rugier ne fu venuto.Con gli occhi bassi a la terra mirando,Disse: - Ben chiaramente aggio vedutoChe cavallier non è di te migliore,Né teco aver potrebbi alcun onore.
Se tal ventura ben fosse la mia,Ch'io te vincessi il campo alla battaglia,Non sono io vinto già di cortesia?Né mia prodezza più vale una paglia.Rimanti adunque, ch'io me ne vo via,E sempre, quanto io possa e quanto io vaglia,Di me fa il tuo parere in ogni banda,Come il maggiore al suo minor comanda. -
Senza aspettar risposta via fu tolto,In men che non se coce a magro il cavolo;Il brando su dal prato avea racolto,Il brando qual già fo de suo bisavolo.In poco de ora longi era già molto,Ché sì camina che sembra un dïavolo;Né mai se riposò quel disperatoSin che la notte al campo fu arivato.
Rimase Bradamante con Rugiero,Dapoi che il re di Sarza fie' partenza,E la donzella avea tutto il pensieroA prender di costui la cognoscenza.Ma non trovando ben dritto sentieroNé via di ragionar di tale essenza,Temendo che non fosse a lui disgrato,Senza più dimandar prese combiato.
Disse Rugiero, il giovane cortese:- Che vadi solo, io nol comportaria.Di Barbari è già pien tutto il paese,Che assaliranno in più lochi la via.Da tanti non potresti aver diffese:Ma sempre serò teco in compagnia;Via passaren, quand'io sia cognosciuto,Se non, coi brandi ce daremo aiuto. -
Piacque alla dama il proferire umano,E così insieme presero il camino,Ed essa cominciò ben da lontanoPiù cose a ragionar col paladino;E tanto lo menò di colle in piano,Che gionse ultimamente al suo destino,Chiedendo dolcemente e in cortesiaChe dir gli piaccia de che gente sia.
Rugiero incominciò, dal primo sdegnoChe ebbero e Greci, la prima cagioneChe adusse in guerra l'uno e l'altro regno,Quel de Priamo e quel di Agamenòne;E 'l tradimento del caval di legno,Come il condusse il perfido Sinone,E dopo molte angoscie e molti affanniFo Troia presa ed arsa con inganni.
E come e Greci poi sol per sua boriaFierno un pensier spietato ed inumano,Tra lor deliberando che memoriaNon se trovasse del sangue troiano.Usando crudelmente la vittoria,Tutti e pregion scanarno a mano a mano,Ed avanti a la matre per più penaFerno svenar la bella Polissena.
E cercando Astianatte in ogni parte,Che era di Ettorre un figlio piccolino,La matre lo scampò con cotale arte:Che in braccio prese un altro fanciullino,E fuggette con esso a la disparte.Cercando i Greci per ogni confino,La ritrovarno col fanciullo in braccio,E a l'uno e a l'altro dier di morte spaccio.
Ma il vero figlio, Astïanatte dico,Era nascoso in una sepoltura,Sotto ad un sasso grande e molto antico,Posto nel mezo de una selva oscura.Seco era un cavallier del patre amico,Che se pose con esso in aventura,Passando il mare; e de uno in altro locoPervenne in fine alla Isola del Foco.
Così Sicilia se appellava avante,Per la fiamma che getta Mongibello.Or crebbe il giovanetto, ed aiutanteFu di persona a meraviglia e bello;E in poco tempo fie' prodezze tante,Che Argo e Corinto pose in gran flagello;Ma fu nel fine occiso a modo tristoDa un falso Greco, nominato Egisto.
Ma prima che morisse, ebbe a Misina(De la qual terra lui n'era segnore)Una dama gentile e pellegrina,Che la vinse in battaglia per amore.Costei de Saragosa era regina,Ed un gigante chiamato Agranore,Re de Agrigento, la oltraggiava a torto;Ma da Astianatte fu nel campo morto.
Prese per moglie poscia la donzella,E fece contra e Greci il suo passaggio,Insin che Egisto, la persona fella,Lo occise a tradimento in quel rivaggio.Non era gionta ancora la novellaDe la sconfitta e di tanto dannaggio,Che e Greci con potente e grande armataEbber Misina intorno assedïata.
Gravida era la dama de sei mesi,Quando alla terra fu posto lo assedio,Ma a patti se renderno e Misinesi,Per non soffrir di guerra tanto tedio.Poco o nïente valse essersi resi,Ché tutti morti fôr senza rimedio,Poi che promesso a' Greci avean per pattoDar loro la dama, e non l'aveano fatto.
Ma essa, quella notte, sola solaSopra ad una barchetta piccolinaPassò nel stretto, ove è l'onda che volaE fa tremare e monti alla ruina;Né si potrebbe odire una parola,Tant'alto è quel furor de la marina;Ma la dama, vargando come un vento,A Regio se ricolse a salvamento.
E Greci la seguirno, e a lor non valsePigliar la volta che è senza periglio,Perché un'aspra fortuna a l'onde salseSumerse ed ispezzò tutto il naviglio,E fôr punite le sue voglie false.Ora la dama a tempo ebbe un bel figlio,Che rilucente e bionde avia le chiome,Chiamato Polidoro a dritto nome.
Di questo Polidoro un PolidanteNacque da poi, e Flovïan di quello.Questo di Roma si fece abitanteEd ebbe duo filioli, ogniun più bello,L'un Clodovaco, l'altro fu Constante,E fu diviso quel sangue gemello;Due geste illustre da questo discesero,Che poi con tempo molta fama apresero.
Da Constante discese Costantino,Poi Fiovo e 'l re Fiorello, il campïone,E Fioravante e giù sino a Pipino,Regal stirpe di Francia, e il re Carlone.E fu l'altro lignaggio anco più fino:Di Clodovaco scese Gianbarone,E di questo Rugier, paladin novo,E sua gentil ischiatta insino a Bovo.
Poi se partitte di questa colonaLa nobil gesta, in due parte divisa;Ed una di esse rimase in Antona,E l'altra a Regio, che se noma Risa.Questa citade, come se ragiona,Se resse a bon governo e bona guisa,Sin che il duca Rampaldo e' soi figlioliA tradimento fôr morti con dôli.
La voglia di Beltramo traditoreContra del patre se fece rubella;E questo fu per scelerato amoreChe egli avea posto alla Galacïella;Quando Agolante con tanto furore,Con tanti armati in nave e ne la sella,Coperse sì di gente insino in Puglia,Che al vòto non capea ponto de aguglia.
Così parlava verso BradamanteRugier, narrando ben tutta la istoria,Ed oltra a questo ancor seguiva avante,Dicendo: - Ciò non toglio a vanagloria,Ma de altra stirpe di prodezze tante,Che sia nel mondo, non se ne ha memoria;E, come se ragiona per il vero,Sono io di questi e nacqui di Rugiero.
Lui de Rampaldo nacque, e in quel lignaggioChe avesse cotal nome fu secondo;Ma fu tra gli altri di virtute un raggio,De ogni prodezza più compiuto a tondo.Morto fu poscia con estremo oltraggio,Né maggior tradimento vidde il mondo,Perché Beltramo, il perfido inumano,Traditte il patre e il suo franco germano.
Risa la terra andò tutta a ruina,Arse le case, e fu morta la gente;La moglie di Rugier, trista, tapina,Galacïella, dico, la valente,Se pose disperata alla marina,E gionta sendo al termine dolenteChe più il fanciullo in corpo non si porta,Me parturitte, e lei rimase morta.
Quindi mi prese un negromante antico,Qual di medolle de leoni e nerbiSol me nutritte, e vero è quel ch'io dico.Lui con incanti orribili ed acerbiAndava intorno a quel diserto ostìco,Pigliando serpe e draghi più superbi,E tutti gli inchiudeva a una serraglia;Poi me ponea con quelli alla battaglia.
Vero è che prima ei gli cacciava il focoE tutti e denti fuor de la mascella:Questo fo il mio diletto e il primo giocoChe io presi in quell'etate tenerella;Ma quando io parvi a lui cresciuto un poco,Non me volse tenir più chiuso in cella,E per l'aspre foreste e solitarieMe conducea, tra bestie orrende e varie.
Là me facea seguir sempre la tracciaDi fiere istrane e diversi animali;E mi ricorda già che io presi in cacciaGrifoni e pegasei, benché abbiano ali.Ma temo ormai che a te forse non spiacciaSì lunga diceria de tanti mali:E, per satisfar tosto a tua richiesta,Rugier sono io; da Troia è la mia gesta. -
Non avea tratto Bradamante un fiato,Mentre che ragionava a lei Rugiero,E mille volte lo avea riguardatoGiù dalle staffe fin suso al cimero;E tanto gli parea bene intagliato,Che ad altra cosa non avea il pensiero:Ma disiava più vederli il visoChe di vedere aperto il paradiso.
E stando così tacita e sospesa,Rugier sogionse a lei: - Franco barone,Volentier saprebbi io, se non ti pesa,Il nome tuo e la tua nazïone. -E la donzella, che è d'amore accesa,Rispose ad esso con questo sermone:- Così vedestù il cor, che tu non vedi,Come io ti mostrarò quel che mi chiedi.
Di Chiaramonte nacqui e di Mongrana.Non so se sai di tal gesta nïente,Ma di Ranaldo la fama sopranaPotrebbe essere agionta a vostra gente.A quel Ranaldo son sôra germana;E perché tu mi creda veramente,Mostrarotti la faccia manifesta -;E così lo elmo a sé trasse di testa.
Nel trar de l'elmo si sciolse la treccia,Che era de color d'oro allo splendore.Avea il suo viso una delicatecciaMescolata di ardire e de vigore;E' labri, il naso, e' cigli e ogni fatecciaParean depenti per la man de Amore,Ma gli occhi aveano un dolce tanto vivo,Che dir non pôssi, ed io non lo descrivo.
Ne lo apparir dello angelico aspettoRugier rimase vinto e sbigotito,E sentissi tremare il core in petto,Parendo a lui di foco esser ferito.Non sa pur che si fare il giovanetto:Non era apena di parlare ardito.Con l'elmo in testa non l'avea temuta,Smarito è mo che in faccia l'ha veduta.
Essa poi cominciò: - Deh bel segnore!Piacciavi compiacermi solo in questo,Se a dama alcuna mai portasti amore,Ch'io veda il vostro viso manifesto. -Così parlando odirno un gran rumore;Disse Rugiero: - Ah Dio! Che serà questo? -Presto se volta e vede gente armata,Che vien correndo a lor per quella strata.
Questi era Pinadoro e Martasino,Daniforte e Mordante e Barigano,Che avean posto uno aguato in quel confinoPer pigliar quei che in rotta se ne vano.Come gli vidde il franco paladino,Verso di lor parlando alciò la mano,E disse: - Stati saldi in su il sentiero!Non passati più avanti! Io son Rugiero. -
In ver da la più parte e' non fu inteso,Perché cridando uscia de la foresta.E Martasin, che sempre è de ira acceso,Subito gionse e parve una tempesta.A Bradamante se ne va disteso,E ferilla aspramente nella testa;Non avea elmo la meschina dama,Ma sol guardando al celo aiuto chiama.
Alciando il scudo il capo se coperse,Ché non volse fuggir la dama vaga.Re Martasino a quel colpo lo aperse,E fece in cima al capo una gran piaga.Già Bradamante lo animo non perse,E riscaldata a guisa d'una dragaFerisce a Martasin di tutta possa;Ma Rugier gionse anch'esso alla riscossa.
E Daniforte cridava: - Non fare!Non far, Rugier, ché quello è Martasino! -Già Barigano non stette a cridare,Ché odio portava occulto al paladino,Ed avea voglia di se vendicare,Però che un Bardulasto, suo cugino,Fo per man di Rugier di vita spento;Ma lui lo avea ferito a tradimento.
Se vi racorda, e' fu quando il tornieroSe fece sotto al monte di Carena.Scordato a voi debbe esser de legiero,Ché io che lo scrissi, lo ramento apena.Ora, tornando Barigano il fiero,Sopra a Rugiero un colpo a due man mena;Sopra la testa a lui mena a due mano,E ben credette di mandarlo al piano.
Ma il giovanetto, che ha soperchia possa,Non se mosse per questo dello arcione;Anci, adirato per quella percossa,Tornò più fiero, a guisa di leone.Già Bradamante alquanto era rimossaLarga da loro; e, stracciato un pennoneDi certa lancia rotta alla foresta,Con fretta avea legata a sé la testa.
L'elmo alacciato e posta la barbuta,Tornò alla zuffa con la spada in mano.La ardita dama aponto era venutaQuando a Rugier percosse Barigano.Lei speronando de arivar se aiuta,E gionse un colpo a quel falso pagano;Non par che piastra, o scudo, o maglia vaglia:A un tratto tutte le sbaraglia e taglia.
Rugiero aponto si era rivoltatoPer vendicar lo oltraggio ricevuto,E vidde il colpo tanto smisurato,Che de una dama non l'avria creduto.Barigano in duo pezzi era nel prato,Né a tempo furno gli altri a darli aiuto,A benché incontinente e destrier ponsero;Ma, come io dico, a tempo non vi gionsero.
Onde adirati, per farne vendettaContra alla dama tutti se adricciarno.Rugier de un salto in mezo a lor se gettaPer dipartir la zuffa, a benché indarno;Non val che parli, o che in mezo se metta,E Martasino e Pinador cridarno:- Tu te farai, Rugier, qua poco onore:Contra Agramante èi fatto traditore. -
Come quella parola e oltraggio inteseIl giovanetto, non trovava loco,E sì nel core e nel viso se accese,Che sfavillava gli occhi come un foco;E messe un crido: - Gente discortese,Lo esser cotanti vi giovarà poco.Traditor sete voi; io non sono esso,E mostrarò la prova adesso adesso. -
Tra le parole il giovane adiratoUrta il destriero adosso a Pinadoro.Or vedereti il campo insanguinato,E de duo cori arditi il bel lavoro.Chi gli assalta davanti e chi da lato,Ché molta gente avean seco coloro;Dico gli cinque re, de che io contai,Avean con seco gente armata assai.