Chapter 4

Un de essi, alquanto più di core ardito,Volse la sepoltura un poco aprire,Ma ben ne fo poi presto repentito;Però che un mostro, che non puote uscire,Pur for gettò una branca, ed ha 'l gremito:In poco d'ora lo fece morire.Stracciollo in pezzi e trassel dentro, possaLa carne devorò con tutte l'ossa.

Non se trovò più om tanto sicuro,Che dentro a quella chiesia voglia entrare;Cinger poi la feci io d'un forte muro,Quello sepolcro a ingegno disserrare.Uscinne un mostro contrafatto e oscuro,Tanto che alcun non li ardisce a guardare:La orribil forma sua non te descrivo,Perché sarai da lui di vita privo.

Noi poi servamo così fatta usanza,Che ciascun giorno qualcuno è pigliato,E lo gettamo dentro a quella stanza,Perché la bestia l'abbia devorato.Ma tanto ne pigliamo, che ne avanza;Alcun se scanna, alcun vien impiccato;Squartansi vivi ancora alcuna fiata,Come veder potesti in su la entrata. -

Poi che la usanza cruda, ismisurata,Fu per Ranaldo pienamente intesa,E l'orribil cagione e scelerataChe fie' la bestia, a chi non val diffesa,Rivolto a quella vechia dispietata,Disse: - Deh! matre, non mi far contesa.Concedime, per Dio, che dentro vada,Armato come io sono, e con la spada. -

Rise la vecchia e disse: - Or pur ti vaglia!Quante arme vôi, ti lasciarò portare;Ché il mostro con suo dente il ferro taglia,Né contra alle ungie sue se pote armare.A te convien morir, non far battaglia,Ché la sua pelle non se può tagliare;Ma, per fare il tuo peggio, io son contenta,Perché la bestia più lo armato stenta. -

Sì come apparve il giorno il sol lucente,Ranaldo dentro al muro è giù calato,E fu una porta alciata: incontinenteEsce 'l mostro diverso e sfigurato.Sì forte batte l'uno a l'altro dente,Che ciascun sopra al muro è spaventato,Né di star tanto ad alto se assicura:Altri se asconde e fugge per paura.

Solo è Ranaldo lui senza spavento:Armato è tutto, ed in mano ha Fusberta.Ma credo io che a voi tutti sia in talentoDi quel mostro saper la forma aperta.Acciò che abbiati il suo cominciamento,Fièllo il demonio, questa è cosa certa,Del seme de Marchin, che 'n corpo portaQuella donzella che da lui fu morta.

Egli era più che un bove di grandezza:Il muso aveva proprio di serpente;Sei palme avea la bocca di longhezza,Ben mezo palmo è lungo ciascun dente.La fronte ha de cingiale, in tal fierezzaChe non si può guardarla per nïente;E di ciascuna tempia usciva un corno,Che move a suo piacere e volge intorno.

Ciascuno corno taglia come spata;Mugia con voce piena di terrore,La pelle ha verde e gialla e varïataDi negro e bianco e di rosso colore;Avea la barba sempre insanguinata,Occhi di foco e guardo traditore;La mano ha d'omo ed armata de ungioneMaggior che quel de l'orso o del leone.

Ne l'ungie e dente avea cotanta possa,Che piastra o maglia non li può durare;E la pelle sì dura e tanto grossa,Che nulla cosa la potria tagliare.Questa bestia feroce ora se è mossa,E va con furia Ranaldo a trovareSu duo piè ritta, con la bocca aperta.Mena Ranaldo un colpo con Fusberta,

E proprio a mezo il muso l'ebbe còlta.Or par di foco la bestia adirata,E con più furia a Ranaldo rivoltaCon la mano alta tira una ciampata.Troppo non gionse avanti quella volta,Ma quanta maglia prese, ebbe stracciata,Tanto avea duro il dispietato ungione!Sino alla carne disarmò il barone.

Ora per questo Ranaldo non resta:Benché abbia il peggio, pur non si spaventa;Tira a due mani al dritto della testa.Quella bestia crudel par che non senta,Anci a ogni colpo mena più tempesta;Salta de intorno, né giamai se allenta:Or de una zampa, ora de l'altra menaCon tal prestezza che si vede apena.

In quattro parte è già il baron ferito,Ma non ha il mondo così fatto core;Vedesi morto, e non è sbigotito:Perde il suo sangue, e cresce il suo furore.Lui certamente avea preso il partitoChe al disperato caso era megliore;Però che, se nol fa il mostro perire,Pur lì di fame li convien morire.

Già se faceva il giorno alquanto scuro,E dura la battaglia tutta fiata.Ranaldo se è accostato a l'alto muro:Il sangue ha perso, e la lena è mancata,E ben è del morir certo e sicuro,Ma mena pur gran colpi della spata;Vero è che sangue al mostro non ha mosso,Ma fraccassato li ha la carne e l'osso.

Or se 'l destina in tutto di stordire:Mena un gran colpo quel baron soprano.La mala bestia il brando ebbe a gremire:Or che dee far il sir di Montealbano?Diffender non si può, né può fuggire,Perché Fusberta li è tolta di mano.Ma poi vi dirò come andò il fatto:In questo canto più di lui non tratto.

Canto nono

Odito aveti la sozza figuraChe avea la fiera orribile e deserta,Qual con Ranaldo alla battaglia dura,E come li ha di man tolto Fusberta.E lui lasciamo in quella gran paura,Ché bisogna che altrove io mi converta:Or de una dama lo amoroso caldoContar conviensi, e poi torno a Ranaldo.

Voi vi doveti, segnor, racordareDi Angelica, la bella giovanetta,E come Malagise ebbe a lasciare;E giorno e notte stava alla vedetta.Or quanto gli rencresce lo aspettare,Sappialo dir colui che il tempo aspetta:Dico che aspetta promessa d'amore,Perché ogni altro aspettare è rose e fiore.

Ella guardava verso la marina,Verso la terra, per monte e per piano;Se alcuna nave vede, la meschina,O scorge vela molto di lontano,Lei, compiacendo a se stessa, indivinaChe dentro vi è il segnor di Montealbano;Se vede in terra bestia o ver carretta,Sopra di quella il suo Ranaldo aspetta.

Ed ecco Malagise a lei ritorna(E già non ha Ranaldo in compagnia),Pallido, afflitto e con barba musorna:Gli occhi battuti alla terra tenìa;Non ha di drappo la persona adorna,Ma par che n'esca alor di pregionia.La dama, che in tal forma l'ebbe scorto,- Ahimè, - cridava - il mio Ranaldo è morto! -

- Anci non è già morto per ancora, -Rispose Malagise alla donzella- Ma non puotrà già far lunga dimora,Che non sia occisa la persona fella.Che maledetto sia quel giorno e l'oraChe fece una alma sì de amor ribella! -Poi conta tutto a lei, di ponto in ponto,Come alla rocca crudel l'avea gionto;

E come ad ogni modo vôl che 'l mora,E che quel mostro l'abbia divorato.Non domandati se la dama acora,Che quasi il spirto al tutto li è mancato.Ella parea di vita al tutto fora,Con gli occhi vòlti e col viso agiacciato;Ma, poi che fu tornata in suo vigore,A Malagise disse: - Ahi traditore!

Traditor, crudo, perfido, ribaldo,Che ancora ardisci a dimorarmi a canto,Ed hai condotto il tuo cugin RanaldoVicino a morte, con periglio tanto!Ma se l'aiuto non gli dài di saldo,Non ti varan demonii, né tuo incanto;Ché incontinente ti farò bruciare,E la tua polver gettarò nel mare.

Non pigliar scusa, falso truffatore,De aver ciò fatto per la mia querella.Ora non era partito meglioreChe, avendo uno a morire, io fossi quella?Lui di beltate e di prodezza è il fiore,Io vile e sciagurata feminella.Ma, oltra a questo, non debbi pensareChe senza lui io non puotria campare? -

Diceva Malagise: - Ancor soccorso,Volendo tu, se li potrà donare;Ma te bisogna prender questo corso,E tu sia quella che il vada a campare;Ché, benché sia crudel più che alcuno orso,A suo dispetto converratti amare;Sì che spazzati pure e sii ben presta,Ché nostra indugia forse lo molesta. -

Così dicendo li porge una corda,Di lacci ad ogni palmo ragroppata,E una gran lima, che segava sorda,E uno alto pan di cera impegolata:Come le debbia adoprar li racorda.Angelica dal vento è via portata,Sopra a un demonio, che ha la faccia nera;A Crudel Rocca gionse quella sera.

Ora voglio a Ranaldo ritornare,Che era condutto a caso tanto scuro,Che della morte non potea campare:Perduto ha il brando che 'l facea sicuro.Fuggendo intorno, ogni cosa ha a guardare;Ed ecco avanza, quasi a mezo 'l muro,Un travo fitto dece piedi ad alto.Prese Ranaldo un smisurato salto,

E gionse al travo, e con la man l'ha preso,Poi con gran forza sopra li montava;Così tra celo e terra era sospeso.Or quel mostro crudel ben furïava;Avenga che sia grosso e di tal peso,Spesso vicino a Ranaldo saltava,E quasi alcuna volta un poco il tocca:Pare a Ranaldo sempre esserli in bocca.

Era venuta già la notte bruna.Stassi Ranaldo a quel legno abracciato,Né sa veder qual senno o qual fortunaLo possa di quel loco aver campato.Ed ecco, sotto il lume de la luna,Però che era sereno e il cel stellato,Sente per l'aria non sa che volare:Quasi una dama ne l'ombra li pare.

Angelica era quella, che venìaPer dar soccorso al franco cavalliero;Poi che in faccia Ranaldo la vedia,Gettarsi a terra prese nel pensiero,Perché tanto odio a quella dama avia,Che più non li dispiace il mostro fiero:Ello esser morto stima minor peneChe veder quella che a campare il viene.

Ella si stava ne l'aria sospesa,E ingenocchiata diceva: - Barone,Sopra d'ogni altra doglia il cor mi pesaChe tu sia gionto qui per mia cagione.Ben ti confesso ch'io son tanto accesa,Ch'io potrebbi uscir fuor d'ogni ragione;Ma che nocer potessi a tua persona,Questo pensiero al tutto lo abandona.

Fu la mia stima che con tuo diletto,Con apiacere e riposo e con zogliaFussi condotto avanti al mio cospetto;Ora te vedo de cotanta nogliaE da periglio estremo sì costretto,Che quasi mi ne uccido di gran doglia;Ma sia ogni timor pur da te rimosso,Ch'io il seppi ad ora che campar ti posso.

Non te rincresca de venirmi in braccio,Che via per l'aria te possa portare.Vedrai di terra uno infinito spaccioSotto a' tuoi piedi in un punto passare;Te potrai far de un alto disio saccio,Se mai ti venne voglia di volare.Vien, monta sopra a me, baron gagliardo:Forse non son peggior del tuo Baiardo. -

Era Ranaldo tanto addolorato,Che con gran pena la puoteva odire.Pur li rispose: - Per lo Dio beato,Più son contento di dover morire,Che per tuo mezo vederme campato;E quando non ti vogli pur partire,Di questo loco me voglio gettare:Or statte e vanne, e fa come ti pare. -

Non crediati che sia maggior iniuriaChe alla donna che chiede, esser sprezzata.Tutte hanno in odio che la sua lussuriaGli possa essere in viso improperata;Ma questa dispettosa e trista furiaAngelica non mosse in questa fiata:Tanto portava a quel barone amore,Che ogni sua ingiuria a lei parea minore.

Ella rispose: - Io farò il tuo volere,E se altro far volessi, io non potrei:S'io pensassi morendo a te piacere,Adesso con mia man me occiderei.Ma tu m'hai bene in odio oltra al dovere!A ciò me en testimonii omini e dei;Sol il sprezarmi è 'l mal che mi pôi fare,Ma che io non te ami, non me pôi vetare. -

Così dicendo nel campo discende,Ove rugiava lo animal spietato,E la corda alaciata giù distende,Poi quel pan della cera ebbe gettato.Quel crudel mostro in bocca presto il prende:L'un dente e l'altro insieme è impegolato;Mugia saltando e cerca uscir de impaccio:Al primo salto fu gionto nel laccio.

Così legato il lasciò la donzella,E lei si dipartì subitamente.Era levato già la chiara stellaChe vien davanti al sole in orïente:Vede Ranaldo quella bestia fella,Che ha la bocca di pece piena e il dente;E poi legata per cotal maniera,Che mover non si può dal loco ove era.

Subitamente salta gioso al piano,Dove è la fiera fera di natura,Che facea un crido tant'orrendo e strano,Che al mur de intorno potea far paura.Ranaldo prende sua Fusberta in mano,E de assalire 'l mostro si assicura;Ma quella bestia si scote sì forte,Che par che debbia romper le ritorte.

Ranaldo non li lascia prender fiato,Or la ferisce in capo, or nella panza,Or da il sinestro, ora da il destro lato;Il ferir de quel mostro era una cianza.Egli avrebbe una pietra, un fer tagliato,Ma quella pelle ogni durezza avanza.Per ciò non è Ranaldo sbigotito,Ma subito pigliò questo partito:

A quella bestia salta sopra al dosso,La gola ad ambe man gli ebbe a pigliare,E le genocchie strenge a più non posso:Mai non se vide il più fier cavalcare.Era il barone in faccia tutto rosso:Quivi ogni suo valor convien mostrare;E quivi più che altrove l'ha mostrato,Ché con le mani il mostro ha strangolato.

Poi che la bestia al tutto è suffocata,Pensa Ranaldo della sua partita;Ma quella piazza intorno era serrataDe un grosso muro e de altezza infinita.Sol di verso il castello era una grata,Che de travi accialin tutta era ordita;Ben la assagiò Ranaldo con la spata,Ma troppo è sua grossezza smisurata.

Ora Ranaldo se vide pregione,Che già di questo non pensava in prima,E del suo scampo manca ogni ragione,Ché di morir di fame lui se estima.Guarda d'intorno per ogni cantone,Ed ha veduta in terra la gran lima,La lima che la dama avea portata;Stima il baron che Dio l'abbia mandata.

Con quella lima la pregione apriva,E poco manca che non possa uscire.Ciascuna stella nel cel se copriva,E cominciava il giorno ad apparire;Ed eccoti un gigante quivi ariva,Ma de venire a lui non ebbe ardire;Anci, come il barone ebbe veduto,Fugge, forte cridando: - Aiuto! aiuto! -

In questo avea Ranaldo sbarattatoTutto il serraglio, e quella grata aperta;Ma per il crido di quel smisuratoGionge la gente crudele e diserta.E già Ranaldo fuora era saltato;Or li conviene adoperar Fusberta,Ché intorno a lui de gente crescìa il ballo:Già son più che seicento senza fallo.

Nulla ne cura quel franco barone,Se ben sei tanto fosse il populaccio.Davanti a gli altri stava un gigantone,Quel proprio che Ranaldo prese al laccio.Mai non fu visto il più falso poltrone;Ma ben presto Ranaldo gli diè il spaccio:Sotto il genocchio un colpo li disserra,E senza gambe il fie' cadere in terra.

Quivi lo lascia, e tra gli altri se caccia,E sua Fusberta mena con ruina;Presto a lui sol rimase quella piaccia,Via ne fuggia la gente saracina.Chi senza capo va, chi senza braccia,Piena è di sangue la piaza meschina.La vecchia nel palazo era serrata,E dentro ha con lei molta brigata.

L'altro gigante ancora è dentro chiuso;Gionge Ranaldo, e già non sta a guardare:Rompe la porta e favi entro un gran buso,Poi con la man la prende a dimenare.Il gran gigante se vede confuso,Tema e vergogna il fanno dubitare.Da capo a piedi egli era tutto armato:Apre la porta, e fuora fu saltato.

E nella gionta mostra molto ardire;Sopra a Ranaldo un gran colpo ha donato.Ridendo quel baron li prese a dire:- Io son contento di averti onorato.Il sir de Montealban te fa morire:Giù nello inferno tu serai lodato;Ché ben lì trovarai gran compagnia,Che io li ho mandato con Fusberta mia. -

Così dicendo quel baron valenteMena un gran colpo fuor de ogni misura,Fende al gigante il capo insino al dente;Or fuggon gli altri tutti con paura.Intra Ranaldo, e occide l'altra gente;Ma quella vecchia dispietata e scuraStava assettata sopra de un balcone;Giù si gettò, come vide il barone.

Ben cento pedi quel balcone era alto:Se la vecchia se occise, io nol domando.Quando Ranaldo vide quel gran salto,- Va - disse - al diavol, ch'io te racomando. -Fatta è la sala già di sangue un smalto:Sempre mena Ranaldo intorno il brando.Acciò che tutto il fatto a un ponto scriva,Non rimase al castello anima viva.

Da poi se parte, e torna alla marina:Non ha più voglia nel naviglio entrare,Ma così a piedi nel litto camina;Ed una dama venne a riscontrare,Che dicea: - Lassa! misera! tapina!La vita voglio al tutto abandonare. -Ma parlar più di ciò lascia Turpino,E torna a dir de Astolfo paladino.

Era partito Astolfo già di Franza:Baiardo il buon destrier menato avia;L'arme ha dorate, e dorata ha la lanza,E va soletto e senza compagnia.Già passato ha il paese di Maganza,E già la Magna grande e la Ongaria;Passa il Danubio nella Transilvana,La Rossia bianca, ed è gionto alla Tana.

Alla man destra volta giuso al basso,E ne la Circasia fece la intrata.Or quella regïone era in conquasso,Tutta la gente se vedeva armata;Però che Sacripante, il re circasso,Una gran guerra aveva incominciataContra Agricane, re di Tartaria;L'uno e l'altro segnor gran possa avia.

La cagione era di questo rumoreNon odio antiquo o zelosia di stato,Né lo confin di regno o disonore,Né lo esser per vittoria reputato;Ma l'arme li avea posto in mano Amore,Perché Agricane al tutto è destinatoAngelica per moglie di ottenire:Essa ha proposto più presto morire.

Ed ha mandato in ogni regïone,Presso e lontano, e per ogni paese;O sia re grande, o sia picciol barone,Invita ciascaduno a sue diffese;E già molte migliaia di persone,Per aiutar la dama, han le armi prese;Ma prima assai de gli altri Sacripante,Che lungamente li era stato amante.

Egli era innamorato oltra a misuraDella donzella, e lei lui poco amava;Ma questa è più d'amor la gran sciagura,Che il non essere amato non disgrava.Or, per non far più lunga la scrittura,Re Sacripante sua gente adunava,E già se stava nel campo attendato,Quando li venne Astolfo apresentato.

Perché aveva quel re fatto ordinarePer ogni passo e per ogni sentieroDove persone potea capitare,Che ciascun, paesano o forastiero,Avanti a lui se debba appresentare;E se de lui li faceva mestiero,Con bono accordio seco il retenia;Non se accordando, andava alla sua via.

Venne Astolfo da lui sopra Baiardo,E fu da Sacripante assai mirato;E ben lo stimò fior de ogni gagliardo,Tanto lo vede gentilmente armato.Già non aveva la insegna da il pardo,Ma sopravesta e scudo avea dorato;E perciò sempre per quel tenitoroNomossi il cavallier da il scudo d'oro.

Disseli Sacripante: - Sir valente,Che soldo chiedi per la tua persona? -Rispose Astolfo: - Tutta la tua gente,Quanta ne è in campo sotto tua corona.Altro partito non voglio nïente:Così mi piglia, o così me abandona;In altro modo non sapria servire,Perché io so comandar, non obedire.

Ma acciò che pensi se me la dei dare(Perché forse me stimi per un paccio),Voglio una prova nel presente fare:Che me leghi di dietro il manco braccio;Questo esercito poi voglio pigliare,Da tua persona a l'ultimo ragaccio;E perché meraviglia non te mova,Adesso adesso ne farò la prova. -

Il re, rivolto a' soi baron, diciaChe li incresciva di quel cavalliero,Che a tal partito il senno perso avia;E che potrebbe anco esser de legieroChe lo intelletto li ritornaria,Quando di lui se pigliasse pensiero.Altri diceva: - Deh! lasciamlo andare!Poco de un paccio se può guadagnare. -

E così Astolfo fu licenziato,E via cavalca senza altro pensiero.Quel re di Circasia molto ha guardatoL'arme dorate e Baiardo il destriero;E ne l'animo suo si ha destinatoDe andar soletto dietro al cavalliero:Poca fatica a quello alto re pareL'arme ad Astolfo e quel caval levare.

De sopra a l'elmo trasse la corona,Ché già non voleva esser cognosciuto;Lo usato scudo e le insegne abandona.Era questo re grande e ben membruto,E forte a meraviglia di persona,Molto avisato in guerra e proveduto:Ma poi racontaremo sue prodeceNella gran guerra che a Albraca se fece.

Lui segue Astolfo, come è sopra detto,Che era davanti bene una giornata,E cavalcava via tutto soletto.Ed ecco scontra a mezo della strataUn Saracin, che un altro sì perfettoNon ha la terra, che è dal mar voltata;Sua gran virtù conviene che se scopraA quella guerra ch'io dissi di sopra.

Quel saracino ha nome Brandimarte,Ed era conte di Rocca Silvana;In tutta Pagania per ogni parteEra sua fama nobile e soprana.Di torniamenti e giostra sapea l'arte;Ma, sopra tutto, la persona umanaEra cortese, il suo leggiadro coreFu sempre acceso di gentile amore.

Costui menava seco una donzella,Alor che con Astolfo se scontrava,Che tanto cara gli è quanto era bella,E di bellezza le belle avanzava.Or come Astolfo il vide in su la sella,Subitamente a giostra lo invitava:- Prendi del campo, - Astolfo li dicia- O ver lascia la dama, e va a tua via. -

Diceva Brandimarte: - Per Macone,Prima vi voglio la vita lasciare;Ma io te aviso, franco campïone,Poi che donzella non hai a menare,Che, se io te abato, te torò il ronzone,E converratti a pedi caminare;E già non stimo farti villania:Tu non hai dama, e vôi tormi la mia. -

Aveva quel barone un gran destriero,Che fu ben certo delli avantaggiati.Or volta l'uno e l'altro cavalliero,Da poi che insieme fôrno desfidati,E ritrovârsi al mezo del sentiero,E de gran colpi se fôrno atrovati.Ma Brandimarte cadde con tempesta,E scontrarno e destrier testa per testa.

Morì quel del barone incontinente:Baiardo non curò di quella urtata.Ciò non estima il cavallier valente;Ma di perder la dama delicataAl tutto se dispera nella mente,Ché più che 'l proprio cor l'aveva amata.Poi che ha perso ogni bene, ogni diletto,Trasse la spada per darse nel petto.

Astolfo, che a quello atto ben compreseChe il cavallier moriva disperato,Subitamente di Baiardo scese,E con parole assai l'ha confortato.- Credi, - diceva - ch'io sia sì scortese,Ch'io te toglia quel ben che hai tanto amato?Teco giostrai per vittoria e per fama:Mio sia l'onore, e tua sia questa dama. -

Il cavallier che a piedi l'ascoltava,E prima di dolor volea morire,Or di tanta allegrezza lacrimava,Che non poteva una parola dire,Ma e piedi al duca e le gambe baciava,E forte singiottendo disse: - Sire,Or se radoppia la vergogna mia,Poi ch'io son vinto ancor di cortesia.

Ed io ben son contento tutta fiataDi avere ogni vergogna per tuo onore;Tu m'hai la vita al presente campata:Sempre perder la voglio per tuo amore.Io non posso mostrarti mente grata,Ché di servirti non aggio valore;E tu sei de ogni cosa sì compiuto,Che a l'altri servi, e tu non chiedi aiuto. -

Mentre che stanno in questo ragionare,Re Sacripante ariva alla foresta;E quando la fanciulla ebbe a mirare,Destina di lasciar la prima inchiesta,Ché quella dama volìa conquistare,Fra sé dicendo: "Oh che ventura è questa!Io feci aviso avere arme e destriero;Or far meglior guadagno è di mestiero."

Con alta voce crida il Saracino:- Di qualunche di voi la dama sia,A me la lascia, e vada al suo cammino,O che si prova alla persona mia. -- Tu non sei cavallier, ma sì assassino, -Il franco Brandimarte li dicia- Ché tu sei su il destriero, io sono a piedi,Ed a robarme a battaglia mi chiedi. -

E poi ad Astolfo se ebbe ingenocchiare,E li dimanda con ogni preghiereChe il suo destrier li piaccia di prestare.Ridendo Astolfo con piacevol ciereDisse: - Il mio per nïente non vo' dare,Ma il suo ti donerò ben voluntiere;E guadagnar lo voglio per tuo amore:Tuo fia il cavallo, e mio serà l'onore. -

A Sacripante poi disse: - Barone,Prima che acquisti questa damigella,Convienti fare un'altra questïone;E se io ti getto fora de la sella,Io te farò partir senza ronzone;Se tu me abbatti, serò pure a quella,E tu te pigliarai questo destriero;Poi della dama a te lascio il pensiero. -

- O Dio Macon, - diceva Sacripante- Quanto aiutarme tua mente procura!Per l'arme venni e per quello afferante,E trovai questa bella creatura!Ed ora mi guadagno in uno instanteLa dama col destriero e l'armatura! -Così dicendo da Astolfo si scosta,E, vòlto, disse a lui: - Vieni a tua posta. -

Ora son mossi con molto furore;Nel corso ciascadun sua lancia aresta:L'un se crede de l'altro esser megliore,E vannose a ferir con gran tempesta.Ma Sacripante cadde con dolore,Sopra del prato percosse la testa.Astolfo quivi in terra lo abandona:Il suo destriero a Brandimarte dona.

- Odisti mai più piacevol novella, -Diceva Astolfo - di questo barone,Che se credette levarmi di sella,Ed esso ne convien andar pedone? -Così ne va parlando; e la donzellaGli dice: - Il fiume della oblivïoneÈ qui davanti; sicché, cavallieri,Pigliàti al nostro aiuto bon pensieri.

Se ogni om de noi non è cauto e prudente,Noi siam tutti perduti questa sera;Lo ardir, né l'arma non varrà nïente,Ché qui presso a tre miglia è una rivera,Che tra' l'omo a se stesso de la mente:Non se può racordar più quel che egli era.Onde io mi penso che assai meglio siaTornare a dietro e lasciar questa via;

Ché la rivera non si può passare,Perché ciascuna ripa ha uno alto monte;Da l'uno a l'altro una muraglia appare,Che le due rocche tiene insieme agionte.Stavi una dama nel mezo a mirare,Sotto una torre, ch'è in guardia del ponte;Con una coppa lucida e pulitaCiascun che ariva a ber del fiume invita.

Come ha bevuto, perde ogni memoria,Tanto che il proprio nome ha smenticato;Ma se alcun più superbo, per sua boria,Volesse a forza il ponte esser passato,Serìa impossibil lui acquistar vittoria,Ché sempre alcun barone appregïatoTien quella dama fuora d'intelletto,Per far vendetta d'ogni suo dispetto. -

Con tal parole la dama procuraChe il suo vïaggio si debba mutare.Ciascun de' cavallier non ha paura,Ed ha diletto tal cosa trovare;E per veder quella strana ventura,De esser là gionti mille anni li pare;E cavalcando, vicino alla seraGionsero al ponte sopra alla rivera.

La damisella ch'era guardïana,A loro incontra sopra al ponte è gita,E con gentil sembiante, in voce umana,A ber del fiume ciascadun invita.- Ahi! - disse Astolfo - Via, falsa, puttana!Ché l'arte tua malvaggia è pur finita:Morir convienti, tientene ben certa,Ché la tua fraude al tutto è discoperta. -

La damisella che il parlare intese,Lascia cader il cristal che avea in mano.Un sì gran foco nel ponte se accese,Che il volervi passar serebbe vano.L'altra donzella ben quello atto intese,Ed ambi i cavallier prese per mano:L'altra dama, dico io, di Brandimarte,Che sa di questa ogni malizia ed arte.

Lei prese a mano ciascun cavalliero,E quanto ne pô gir, tanto ne andava,Drieto alla ripa, per stretto sentiero.L'acqua incantata quivi si vargavaSopra de un ponte che passa al verziero.Per altrui quella porta non se usava,Ma la nova donzella, che è ben scortaDi questo incanto, sapea quella porta.

Brandimarte gettò la porta in terra,E già se vede quel falso giardino,Che tanti cavallier dentro a sé serra.Quivi era chiuso Orlando paladino,E il re Ballano, quel mastro di guerra,E Chiarïone, il franco saracino;Era lì dentro Oberto dal Leone,Con Aquilante e il suo fratel Grifone.

Eravi ancora il forte re Adrïano,Ed eravi Antifor de Albarosia;Non cognoscon l'un l'altro, e insieme vano,Né sapria dire alcun quel che lui sia,Né se egli è saracino, o cristïano:Tutti son persi per negromanzia.Tutti li ha persi quella falsa dama,Che Dragontina per nome se chiama.

Or se incomincia una gran questïone,Ché Astolfo e Brandimarte sono entrati.Il re Ballano e il forte ChiarïonePer Dragontina stan quel giorno armati.Adrïano e Antifor e ogni baroneSon tutti insieme, li altri smemorati;Tutti en nel prato, il conte Orlando eccetto,Che la logia mirava per diletto.

Era ancor tutto armato il cavalliero,Perché gionto era pur quella matina;E Brigliadoro, il suo franco destriero,Legato è tra le rose ad una spina.Lui de altra cosa non avea pensiero;Ed eccoti qui gionge Dragontina,Dicendo: - Cavallier, per lo mio amoreNon anderai dove odi quel rumore? -

Altro non pensa il cavallier soprano,Salta in arcione e la visera serra:Alla zuffa ne va col brando in mano.Già Brandimarte ha Chiarïon per terra,Ed Astolfo ha abbattuto il re Ballano,Ed a cavallo e a pedi se fan guerra.Ma, come prima gionse il conte Orlando,Cognobbe Astolfo Durindana el brando;

E crida forte: - O cavallier pregiato,Fiore e corona de ogni paladino!Oh sempre Dio del cel ne sia lodato!Non me cognosci ch'io son tuo cugino,Che tanto per il mondo te ho cercato?Chi te condusse per questo giardino? -Il conte de nïente non lo ascolta,Né se ricorda vederlo altra volta;

Ma con gran furia e senza alcun riguardoUn grandissimo colpo a due man mena;E se non fosse che il destrier BaiardoÈ di tal senno e di cotanta lena,Serebbe ucciso quel duca gagliardo,Ché morto l'avria Orlando con gran pena:Ben che il mur del giardin fosse molto alto,Baiardo a un tratto lo passò de un salto.

Orlando fuor del ponte se ne uscia,Ché quel nemico al tutto vôl pigliare;E benché Brigliador forte corria,Già con Baiardo non puotea durare,Ma pur lo segue quanto più puotia.Or non più adesso per questo cantare;Ne l'altro avreti, se tornati a odire,Del duca Astolfo un smisurato ardire.

Canto decimo

Orlando segue Astolfo a tutta briglia,Forte spronando, ma nulla gli vale;Corre Baiardo più che a meraviglia:Giurato avria ciascun che l'avesse ale.Il duca in ver levante il camin piglia,Benché di Brandimarte gli par male,Che gli era stato un pezo compagnone;Or lo lasciava peggio che pregione.

Ma lui tanto temeva Durindana,Che avria lasciato un suo carnal germano.Or poi che Orlando per la selva stranaVede averlo seguìto un pezo invano,E che da lui più sempre se alontana(Già quasi più nol vede sopra al piano),Nella campagna lui non fe' dimora:Verso il giardin correndo torna ancora.

La battaglia là dentro ancor durava,Però che Brandimarte stava in sella,Ed or Ballano, or Chiarïone urtava,E ciascadun di loro a lui martella.Ma la sua dama piangendo il pregavaCh'el lascia la battaglia iniqua e fella,E coi duo cavallier faccia la pace,Facendo quel che a Dragontina piace;

Perché altramente non puotrà campare,Quando non beva de l'acqua incantata;Né se curi al presente smemorare,Ma così aspetti la sua ritornata,Che certamente lo verrà aiutare.Né più nïente se fu dimorata,Ma volta il palafreno alla pianura,E via camina per la selva oscura.

Or la battaglia subito se parte,E son finite le crudel contese;E Dragontina piglia Brandimarte,E dàgli il beveraggio lì paleseDella fiumana che è fatto per arte.Più oltra il cavallier mai non intese,Né se ricorda come qui sia gionto:Tutto divenne un altro in su quel ponto.

Dolce bevanda e felice liquore,Che puote alcun della sua mente trare!Or sciolto è Brandimarte dello amoreChe in tanta doglia lo facea penare.Non ha speranza più, non ha timoreDi perder lodo, o vergogna acquistare;Sol Dragontina ha nel pensier presente,E de altra cosa non cura nïente.

Orlando è ritornato nel giardino,Avanti a Dragontina è ingenocchiato,E fa sua scusa con parlar tapino,Se quell'altro baron non ha pigliato.Tanto li sta sumesso il paladino,Che ad un piccol fantin serìa bastato.Ora tornamo de Astolfo a contare,Che de aver drieto Orlando ancor li pare;

Unde camina continuamente,E notte e giorno, il cavallier soprano.Il primo giorno non trovò nïentePer quel diserto inospite e silvano,Ma nel secondo vede una gran gente,Che era attendata sopra di quel piano:Ad uno araldo Astolfo dimandavaChe gente è questa che quivi accampava.

Lo araldo gli mostrava una bandera,Che quasi il mezo de il campo tenìa,E dice: - Quivi aloggia con sua scheraIl re de' re, segnor de Tartaria. -(Era quella bandera tutta nera,Un caval bianco dentro a quella avia,D'intorno ornato a perle, a zoglie e ad oro:Non avea il mondo più ricco lavoro.)

- Quell'altra c'ha il sol d'oro in campo bianco,È del re de Mongalia, Saritrone,Che non ha il mondo un baron tanto franco.Vedi la verde da il bianco leone?Quella è del smisurato Radamanto,Che vinti piedi è lungo il campïone,E signoreggia sotto tramontanaMosca la grande e la terra Comana.

Quella vermiglia, che ha le lune d'oroÈ del gran Polifermo, re de Orgagna,Che di stato è possente e di tesoro,Ed è gagliardo sopra a la campagna.Io te vo' racontar tutti costoro,Né vo' che alcun stendardo vi remagna,Che nol cognoschi e nol possi contare,Se in altre parte forse hai arrivare.

Vedi là il forte re della Gotìa,Che Pandragon per nome era chiamato.Vedi lo imperator de la Rossia,Che ha nome Argante, ed è sì smisurato.Vedi Lurcone ed il fier Santaria;Il primo è di Norvega incoronato,Il secondo de Sueza; e prossimanaHa la bandera del re de Normana.

Quel re per nome è chiamato Brontino,Che porta nel stendardo verde un core.Il re di Danna li aloggia vicino,Che ha nome Uldano, ed ha molto valore.Costoro a l'India prendono il camino,Perché Agricane è de tutti il segnore,E tutti sottoposti a sé li mena,Per dare a Galifrone amara pena.

Quel Galifrone in India signoreggiaUna gran terra, che ha nome il Cataio,Ed ha una figlia, a cui non se pareggiaRosa più fresca de il mese de maio.Ora Agricane per costei vaneggia,Né tiene altro pensiero intro il coraioChe de acquistar quella bella fanciulla;Di regno o stato non si cura nulla.

Vero è ch'iersera il vecchio GalifroneMandò nel campo una sua ambasciaria,Facendo molto d'escusazïone,Se non li dava la figlia in balìa;Però che quella, contro ogni ragione,La rocca de Albracà tolto li avia,E che, radotta in quella terra forte,Dicea volervi star fino alla morte.

Or potrebbe esser che tutta la genteAndasse a Albraca per porvi l'assedio;Ché il patre non ha colpa de nïente,Se la sua figlia ha il re Agricane a tedio.Ma io m'estimo bene e certamenteChe la fanciulla non vi avrà remedioA far con questo già lunga contesa:Meglio è per lei che subito sia resa. -

Dapoi che Astolfo la cagione intendePerché era quivi la gente adunata,Subitamente il suo vïaggio prende;Forte cavalca ciascuna giornata,Fin che alla rocca di Albraca discende,Dove stava la dama delicata;La qual, sì come Astolfo vide in faccia,Subito lo cognobbe, e quello abbraccia.

- Per mille volte tu sia il benvenuto, -Dicea la dama - franco paladino,Che sei giunto al bisogno dello aiuto!Teco fosse Ranaldo, il tuo cugino!Questo castello avessi io poi perduto,E tutto il regno (io non daria un lupino),Pur che qua fosse quel baron iocondo,Che più val sol che tutto l'altro mondo. -

Diceva Astolfo: - Io non ti vo' negare,Che un franco cavallier non sia Ranaldo;Ma questo ben ti voglio racordare,Che a la battaglia son di lui più saldo.Alcuna fiata avemmo insieme a fare,Ed io gli ho posto intorno tanto caldo,Che io l'ho fatto sudare insino a l'osso,E dire: "Io te mi rendo, e più non posso."

E il simil ti vo' dire ancor de Orlando,Che della gagliardia se tien stendardo;Ma se mancasse Durindana il brando,Come a quell'altro è mancato Baiardo,Non se andarebbe pel mondo vantando,Né se terrebbe cotanto gagliardo;Non con meco però, ché in ogni guerraChe ebbi con seco, lo gettai per terra. -

La dama non sta già seco a contendere,Perché sapea come era solaccevole;Né di Ranaldo lo volse reprendere,Benché odirlo biasmar li è dispiacevole;E ben ne sapea lei la ragion rendere,Perché era di quel tempo racordevoleQuando vide a Parigi ogni barone,E di lor tutti la condizïone.

La dama fa ad Astolfo un grande onore,E dentro dalla rocca lo aloggiava.Ed eccoti levare un gran romore,Per un messagio che quivi arivava;Di polvere era pieno e di sudore:- A l'arme! a l'arme! - per tutto cridava.Dentro alla terra se arma ogni persona,Perché a martello ogni campana suona.

Eran qui dentro cavallier tre millia,Dentro alla rocca avea mille pedoni.La dama con Astolfo se consiglia,E con li principal de' soi baroni;Ed alla fine il partito se pigliaDe diffender le mure e' torrïoni.La terra è di fortezza sì mirabile,Che per battaglia al tutto è inespugnabile.

Delibrâr che la terra se guardasse,Che per ben quindeci anni era fornita.Diceva a loro Astolfo: - Se io pensassePerdere un giorno qui della mia vita,Che quei re ad uno ad un non assaggiasse,Voria che l'alma mia fosse finita;Ed allo inferno me voglio donare,Se questo giorno non li faccio armare. -

E così detto le sue arme prende,Sopra Baiardo al campo se abandona;Dice cose mirabile e stupende,Da far meravigliare ogni persona.- Forsi ch'io vi farò sficar le tende,Soletto come io son! - così ragiona.- Nïun non camparà, questo è certano:Tutti vi voglio occider di mia mano. -

Vintidue centenara di migliaraDe cavallier avia quel re nel campo;Turpino è quel che questa cosa nara.Astolfo non li estima, e getta vampo.Dice il proverbio: "Guastando se impara":Cadde quel giorno Astolfo a tale inciampo,Che alquanto se mutò de opinïone,Governandosi poi con più ragione.

Ma nel presente tutti li disfida,Chiamando Radamanto e Saritrone;Polifermo ed Argante forte iscrida,E Brontino dispreza e Pandragone;Ma più Agricane, che de li altri è guida,E il forte Uldano, e il perfido Lurcone;Con quisti il re di Sueza, Santaria:A tutti dice oltraggio e vilania.

Or se arma tutto il campo a gran furore.Non fo mai vista cosa tanto oscuraQuanto è quel populaccio, pien de errore,Che de un sol cavallier se mette in cura.Tanto alto è il crido e sì grande il romore,Che ne risuona il monte e la pianura,E spiegan le bandiere tutte quante;Dece re insieme a quelle vanno avante.

E quando Astolfo viderno soletto,Pur vergognando andârli tutti adosso;Argante imperator, senza rispetto,Fuor della schiera subito se è mosso.Largo sei palmi è tra le spalle il petto:Mai non fo visto un capo tanto grosso;Schizzato il naso e l'occhio piccolino,E il mento acuto, quel brutto mastino.

E sopra un gran destrier, che è di pel sôro,Con la testa alta Astolfo riscontrava.Il franco duca con la lancia d'oroFor della sella netto il trabuccava:Ben fe' meravigliar tutti coloro.Il forte Uldano sua lancia abassava,Che fu segnor gagliardo e ben cortese:Cugin carnale è questo de il Danese.

Astolfo con la lancia l'ha scontrato;Disconzamente in terra il trabuccava.Ciascun dei re ben se è meravigliato,E più l'un l'altro già non aspettava.Movesi un crido grande e smisurato:- Adosso! adosso! - ciascadun cridava;E tutti insieme quella gran canagliaContra de Astolfo viene alla battaglia.

Lui d'altra parte sta fermo e securo,E tutta quella gente solo aspetta,Come una rocca cinta de alto muro;Sopra Baiardo a gran fatti se assetta.Per la polvere il celo è fatto scuro,Che move quella gente maledetta;Quattro vengono avanti: Saritrone,Radamanto, Agricane e Pandragone.

Or Saritrone fu il primo incontrato,E verso il cel rivolse ambe le piante;Ma Radamanto da il dritto costatoPercosse il duca; e quasi in quello instanteAgricane il ferì da l'altro lato;E nella fronte de l'elmo davantePur in quel tempo il gionse Pandragone:Questi tre colpi lo levâr d'arcione.

E tramortito in terra se distese,Per tre gran colpi che avea ricevuti.Radamanto è smontato, e lui lo prese,Benché sian l'altri quivi ancor venuti.Vero è che Astolfo non fece diffese,Ché era stordito, e non vi è chi lo aiuti.Ebbe Agricane assai meglior riguardo,Ché lasciò Astolfo, e guadagnò Baiardo.

Io non so dir, segnor, se quel destriero,Per aver perso il suo primo patrone,Non era tra' Pagan più tanto fiero;O che lo essere in strana regïoneGli tolse del fuggire ogni pensiero;Ma prender se lasciò come un castrone:Senza contesa il potente AgricaneEbbe il caval fatato in le sue mane.

Or preso è Astolfo e perduto BaiardoE il ricco arnese e la lancia dorata;In Albraca non è baron gagliardoChe ardisca uscir di quella alcuna fiata.Sopra le mura stan con gran riguardo,Col ponte alciato e la porta serrata;E mentre che così stanno a guardare,Vedeno un giorno gran gente arivare.

Se volete saper che gente siaQuesta che gionge con tanto romore,Questo è quel gran segnor di Circasia,Re Sacripante, lo animoso core;Ed ha seco infinita compagnia:Sette re sono, ed uno imperatore,Che vengon la donzella ad aiutare;Il nome de ciascun vi vo' contare.

Il primo che è davanti, è cristïano,Benché macchiato è forte de eresia:Re de Ermenia, ed ha nome Varano,Che è de ardir pieno e d'alta vigoria.Sotto sua insegna trenta millia vano,Che tutti al saettare han maestria:E l'altro, che ha la schiera sua seconda,È l'alto imperator de Tribisonda,

Ed è per nome Brunaldo chiamato:Vintisei millia ha di fiorita gente.Il terzo è di Roase incoronato,Che ha nome Ungiano, ed è molto possente:Cinquanta millia è il suo popul armato.Poi son duo re, ciascuno è più valente:Ogniom di loro ha molta signoria,L'un tien la Media, e l'altro la Turchia.

Quel de la Media ha nome Savarone:Torindo il Turco per nome si spande.Questo ha quaranta millia di persone,E il primo trentasei dalle sue bande.Odito hai nominar la regïoneDi Babilonia, e Baldaca la grande:Di quella gente è venuto il segnore,Re Trufaldino, il falso traditore.

E le sue gente mena tutte quante,Che son ben cento millia, in una schiera.Re di Damasco, schiatta di gigante,Ne ha vinti millia sotto sua bandiera.Bordacco ha nome; e segue Sacripante,Re de' Cercassi, quella anima fiera,Di corpo forte, de animo prudente;Ottanta millia è tutta la sua gente.

Giunsero ad Albracà quella matinaChe la presa di Astolfo era seguìta;Ed assalirno il campo con roina,Benché Agricane ha una gente infinita.Era nella prima ora matutina,E l'alba pur allora era apparita,Quando se incominciò la gran battaglia,Che a l'una e l'altra gente diè travaglia.

Or chi potrà la quinta parte direDella battaglia cruda e perigliosa?E l'aspro scontro, e il diverso colpire,E il crido della gente dolorosa,Che d'una e da altra parte hanno a morire?Chi mostrarà la terra sanguinosa,L'arme suonante e bandiere stracciate,E il campo pien di lancie fraccassate?

La prima zuffa fu del re Varano,Che senza alcun romor sua schiera guida.Comandamento fa di mano in manoChe pregion non si pigli, e ogni om se occida.Fu lo assalto improviso e subitano,Il campo tutto - A l'arme! a l'arme! - crida;Chi si diffende, e chi prende armatura,Chi se nasconde e fugge per paura.

Ma non bisogna già star troppo a bada,Ché li inimici entro alle tende sono;Vanno e Tartari al taglio de la spada,Né trovan delli Ermeni alcun perdono;Per boschi e per campagna, e fuor di stradaFugge tutta la gente in abandono.Ecco la furia adosso più li abonda:Gionto è lo imperator de Trebisonda.

Con la sua gente e Tartari sbaraglia.Ora ecco Ungiano, il forte campïone,Ch'è gionto con quest'altri alla battaglia;E già Torindo e il franco SavaroneLa gente tartaresca abatte e taglia;Alla riscossa sta sotto il penoneRe Sacripante, e Bordaco è rimasoCon Trufaldino, il traditor malvaso.

La battaglia era tutta inviluppata:Chi qua, chi là per lo campo fuggia.La polvere tanto alto era levata,Che l'un da l'altro non se cognoscia;Ed è la cosa sì disordinata,Che non giova possanza o vigoriaDel re Agricane, che è cotanto forte;Ma a lui davanti son sue gente morte.

Quel re di gran dolor la morte brama;Soletto fuor de schiera se tra' avante,Ciascun de' soi baron per nome chiama:Uldano, e Saritrone, e il fiero Argante,E Pandragone, degno di gran fama,Lurcone, e Radamanto, che è gigante,Polifermo e Brontino e SantariaAd alta voce chiama tutta via.

Montato era Agrican sopra Baiardo;Davanti a tutti vien con l'asta in mano.Apre ogni schiere quel destrier gagliardo,Con tanta furia vien sopra del piano;Abatte ciascadun senza riguardo:Ed ecco riscontrato ha il re Varano.Avanti lo colpisce entro la testa,Gettalo a terra con molta tempesta.

Brunaldo fu cacciato dello arcioneDa Polifermo; ed ecco il forte ArganteChe con la lancia atterra Savarone;E Radamanto, quel crudo gigante,Abatte Ungiano sopra del sabbione.Or vede bene il franco SacripanteTutta sua gente morta e sbigotita,Se sua persona non li porge aita.

Lascia sua schiera il re pien di valoreSopra il destriero, ed abassa la lanza,E Polifermo atterra con furore;Brontino e Pandragon poco li avanza,E questo Argante, che era imperatore,Ché tutti in terra vanno ad una danza;E poi ch'egli ha la spada in sua man tolta,La gente tartaresca fugge in volta.

In altra parte combatte Agricane,E meraviglia fa di sua persona;Vede sua gente per coste e per pianeFuggire in rotta, e che il campo abandona.Per la grande ira morde ambe le mane,E in quella parte crucïoso sprona;Urta ed occide chi li viene avante,O sia de' suoi, o sia de Sacripante.

Come di verno, nel tempo guazoso,Giù de un gran monte viene un fiume in volta,Che va sopra a la ripa ruinoso,Grosso di pioggia e di neve disciolta:Cotal veniva quel re furïoso,Con ira grande e con tempesta molta.Una gran prova poi, che egli ebbe a fare,Vi vo' ne l'altro canto racontare.

Canto decimoprimo

Di sopra odisti il corso e la roinaDel re Agricane, quella anima fiera.Come un gran fiume fende la marina,Sì come una bombarda apre una schiera,Così quel re col brando non afina,Ogni stendardo atterra, ogni bandiera;Taglia e nimici e spezza la sua gente,Né l'un né l'altro non cura nïente.

Né Tartaro o Circasso lui riguarda,Né de amici o nemici fa pensiero;A quel vôl mal, che il camino gli intarda.Ora è pur gionto quel segnor altieroDove discerne la prova gagliardaChe fa il re Sacripante in sul destriero:Vede fuggire e soi con alte stride,E il re circasso vede, che li occide.

- Fuggitevi de qui, vituperati! -Disse Agricane - popol da nïente;Né miei vasalli più vi nominati,Ch'io non voglio esser re de cotal gente.Via nel mal ponto! e me quivi lasciati;Ché io molto meglio restarò vincenteSol, come io sono, de questa battaglia,Che in compagnia de voi, brutta canaglia. -

Così dicendo, si fa largo fare,E Sacripante alla battaglia invita.Or non doveti, segnor, dubitareSe ben l'accetta quella anima ardita;E incontinente un messo ebbe a mandareDentro alla terra, alla dama fiorita;Pregando lei che su la rocca saglia,Per radoppiarli il core alla battaglia.

Venne la damisella sopra al muro,E mandò un brando al re di Circasia,Ad ogni prova tagliente e sicuro.Il re Agricane gran doglia ne avia,Pur diceva ghignando: - Io non mi curo,Ché quella spada al fin serà la mia,E Sacripante insieme, e quel castello,Con quella ria putana de bordello.

Non se vergogna, brutta incantatrice,Ad altro più che a me portare amore,Ché se puotea chiamar tanto feliceE aver del mondo la parte maggiore.Certo il ver de le femine si dice,Che sempre mai se apprendeno al peggiore:Il re de' re puotea aver per marito,E un vil circasso tol per appetito. -

Così dicendo, turbato se volta,Ed al nemico assai se è dilungato:La grossa lancia su la coscia ha tolta.E già da l'altra parte è rivoltatoRe Sacripante, e vien con furia molta;E l'uno e l'altro insieme è riscontratoCon tal romore e con tanta roinaChe par che il cel profondi e il mondo afina.

L'un l'altro in fronte a l'elmo se è percosso,Con quelle lancie grosse e smisurate,Né alcun per questo se è de l'arcion mosso;L'aste fino alla resta han fraccassate,Benché tre palmi ciascun tronco è grosso.Già fan rivolta, ed hanno in man le spate,E furïosi tornansi a ferire.Ché ciascun vôle o vincere o morire.

Chi mai vide due tori alla verduraPer una vacca accesi di furore,Che a fronte a fronte fan battaglia duraCon voce orrenda e piena di terrore;Veggia qui duo guerrer senza paura,Che non stiman la vita per amore,Anci hanno e scudi per terra gettati,E la lor guerra fan da disperati.

Or Sacripante al tutto se abandona,A due man mena un colpo dispietato.Gionselo in testa, e taglia la corona:Lo elmo non può tagliar, ché era incantato.Ma Agrican il colpisce alla persona,E sopra a un fianco l'ha forte piagato.Ciascun di vendicarse ben procaccia,E rendonsi pan fresco per fogaccia.

Né sì spesso la pioggia, o la tempesta,Né la neve sì folta da il cel cade,Quanto in quella battaglia aspra e molestaSe odino spesso e colpi delle spade.E' da l'arcion son sangue insin la testa:Mai non se vide tanta crudeltade.Ciascun de vinte piaghe è sanguinoso,E cresce ognor lo assalto furïoso.

Vero è che Sacripante sta pur peggio,Perché versa più sangue il fianco fore;Ma lui della sua vita fa dispreggio,E riguardando Angelica, il bel fiore,Fra sé diceva: "O re del celo, io cheggioChe quel ch'io faccio per soperchio amoreAngelica lo veda, e siagli grato;Poi son contento di morir nel prato.

Io son contento al tutto de morire,Pur ch'io compiaccia a quella creatura.Oh se lei nel presente avesse a dire:'Certo io son ben spietata e troppo dura,Facendo un cavallier de amor perire,Che per piacermi sua vita non cura!'Se ciò dicesse, ed io fossi acertato,E morto e vivo poi serìa beato."

E sopra a tal pensier tanto se infiama,Che non fu cor giamai così perverso;Ad ogni colpo Angelica pur chiama,E mena il brando a dritto ed a roverso.Altro non ha nel cor che quella dama:Piaga non cura, o sangue che abbia perso;Ma pur il spirto a poco a poco manca,Benché nol sente, ed ha la faccia bianca.

Li altri re intorno stavano a guardareLa gran battaglia piena di spavento.A ciascaduno un gran dalmaggio pareVeder morir quel re pien de ardimento.Ma sopra a tutti nol può comportareTorindo il Turco, ed ha molto tormentoDi veder Sacripante in tal travaglia,Né sa come sturbar quella battaglia.

E tra li cavallier comincia a direCome egli è certamente un gran peccatoVeder quel franco re così morire.E seguia poi: - Ahi populaccio ingrato!Potrai tu forse con gli occhi soffrireDi veder morto quel che t'ha campato?Noi fuggivamo in rotta ed in sconfita:Esso ce ha reso e l'onore e la vita.

Deh non abbiate di color spavento,Benché sia innumerabil quantitate.Diamo pur dentro a lor con ardimento,Che poco lì faren noi con le spate.Né vi crediati di far tradimento,Perché questa battaglia disturbate,Ché tradimento non si può appellareQuel che si fa per suo segnor campare.

Sia mia la colpa, se colpa ne viene,E vostre sian le lode tutte quante. -Così dicendo più non se ritiene,Ma con ruina sprona il suo aferrante.La grossa lancia alla resta sostiene;Primo e secundo che li viene avante,E il terzo e il quarto abatte con furore:Or se comincia altissimo romore.

Ché ciascun turco e ciascadun circasso,Ciascun di Tribisonda e di Soria,E gli altri tutti che al presente lasso,Perché dietro a Torindo ognun seguia,Ne' Tartari ferirno con fraccasso,Contra a quei de Mongalia e di Rossia.Ecco di sopra si lieva il polvino,Ché da quel canto gionge Trufaldino,

Quel di Baldache, ch'è tanto potente.Or comincia la zuffa smisurata,Ché cento millia è tutta la sua gente,Che in una schiera vien stretta e serrata.Agricane a tal cose pone mente,E vede la sua gente sbarattata;E, vòlto a Sacripante, disse: - Sire,Le vostre gente han fatto un gran fallire.

A te ben ne darò bon guidardone:Tu prova contra a' mei quel che pôi fare. -L'un va di qua, di là l'altro barone,E comincia le schiere a sbarattare,Menando i brandi con distruzïone.Mai tanta gente se ebbe a consumare,Ché trenta falcie più non fan nel prato,Quanti ciascun di loro oggi ha tagliato.

Agricane inscontrò con Trufaldino.Vede quel falso che non può campare;Fassegli inanzi sopra del camino,Dicendo: - Ben di me ti pôi vantare,Se tu me abatti sopra de un roncino,E il tuo destriero al mondo non ha pare!Lascia il vantaggio, come il dover chiede,Che alla battaglia te desfido a piede. -

Era Agricane assai di fama caldo:Subito smonta alla verde campagna;A un conte dà il destrier del bon Ranaldo,Ché già non vôl che altrui quel se guadagna.Ben colse il tempo Trufaldin ribaldo:Volta la briglia, e mena le calcagna;E prima che Agrican sia rimontato,Lui tra sua gente è già remescolato.

Or si riversa tutta la battagliaVerso la terra, e fuggono e Circassi.Quei di Baldache, la brutta canaglia,Fuggono e Sorïan dolenti e lassi,Gettan per terra lancie e scudi e maglia,E gettan le saette con turcassi.Non vi è chi contra a' Tartari risponde:Fuggono i Turchi e quei di Trebisonde.

E già son gionti ove il fosso confinaSotto alla terra, che è cotanto forte.Là gioso ogni om se getta con roina,Ché il ponte è alciato, e chiuse son le porte.Che debbe fare Angelica meschina,Che vede le sue gente tutte morte?Apre la porta e il ponte fa callare,Ché già soletta lei non vôl campare.

Come la porta in quel ponte se apria,Sia maledetto chi a drieto rimane.La gente tartaresca che seguia,È mescolata con loro alle mane.Or la porta gataia giù cadia,E restò dentro il forte re Agricane;Trecento cavallier de sue masnateFôr con lui chiusi dentro alla citate.

Egli era in su Baiardo copertato:Mai non fu visto un baron tanto fiero.Bordaco il Damaschino era tornatoDentro alla terra, e vede il cavalliero,E con molta arroganza li ha parlato:- Or tua possanza ti farà mestiero:Non te varrà Baiardo a questo ponto.Ve' che una volta pur vi fosti gionto!

In ogni modo te convien morire,Né pôi mostrar valor né far deffesa. -Il re Agrican ridendo prese a dire:- Non facciam di parole più contesa,Ma tu comincia, se hai ponto de ardire:Della mia morte pigliane l'impresa,Ché tu serai il primo a caminareLà giù, dove molti altri aggio a mandare. -

Portava il re Bordaco una catena,Che avea da capo una palla impiombata;Con quella ad Agricane a due man mena,Ma lui riscontra al colpo con la spata,Né parve pur che lo toccasse apena,Ché quella cadde alla terra tagliata.Dicea il Tartaro a lui: - Sapra' mi direQual sappia de noi duo meglio ferire. -

Così dicendo, quel baron possenteA due man mena sopra al bacinetto,E quel fraccassa, e mette il brando al denteE parte il mento e il collo insino al petto.Veggendo quel gran colpo, l'altra genteTutti fuggian, turbati nello aspetto,E tutti in fuga se pongono in caccia;Il re Agrican li segue e li minaccia.

Egli è di core ardente e tanto fiero,Che sempre voluntate lo trasporta;Però che, se egli aveva nel pensieroTornare adrieto, ed aprir quella porta,Prender la terra assai gli era leggiero,Ed Angelica avere, o presa o morta.Ma la ira, che ciascun di senno priva,Dietro il pose alla gente che fuggiva.

Battaglia è ancora di fuor tutta fiata,Molto crudele, orribile e diversa;Qui l'una e l'altra gente è radunata:Chi more, e chi del ponte se sumersa.Tanto è quivi de' morti la tagliata,Che il sangue che de' corpi fuor riversa,Sparge per tutto e corre tanto grosso,Che insino a l'orlo ha già cresciuto il fosso.

Ma dentro dalla terra altro terroreE più crudel partito se apresenta.Quel re sopra Baiardo con furore,Terribile a vedere, ogniun spaventa.Non fu battaglia al mondo mai maggiore,Né dove tanta gente fosse spenta;Tanti ne occise quel pagan gagliardo,Che a pena e corpi passa con Baiardo.

Prima che fosse in Albraca serrato,Come intendesti, il re de Tartaria,Già se era prima dentro recovratoRe Sacripante, pien di gagliardia.Medicar se faceva disarmato,E tanto sangue già perduto avia,Che di star dritto non avea potere,Ma sopra al letto stavasi a giacere.

Ora torniamo al potente Agricane,Che assembra una fortuna di marina.Il brando sanguinoso ha con due mane:Mai non fo vista cotanta roina.Oditi e gran lamenti e voce strane,Ché tutta è occisa la gente tapina,Re Sacripante, e in letto, con dolore,Dimanda la cagion di quel romore.

Piangendo un suo scudier li prese a dire:- Intrato è re Agricane, il maledetto,Che la citade pone a gran martìre. -Ciò odendo Sacripante esce del letto.Ciascun de' suoi ben lo volea tenire,Ma lui saltò di fuora al lor dispetto;Né altre arme porta che il sol brando e il scudo,Vestito di camisa, e il resto nudo.

E riscontra le schiere spaventate:Nïun per tema sa quel che se faccia.Lui li cridava: - Ah gente svergognate!Poi che un sol cavallier tutti vi caccia,Come nel fango non vi sotterrate?Come osati ad alcun mostrar la faccia?Gettati l'arme, e andati alla poltrogna,Poi non sapeti quel che sia vergogna.

Vedeti come io vado disarmatoE quasi nudo, per avere onore. -Il popol che fuggiva se è firmato,Di meraviglia pieno e di stupore:Ciascuno alle sue spalle è rivoltato,Perché la fama del suo gran valoreEra tanto alta, e i fatti a non mentire,Che a questi spaventati dava ardire.

Ecco Agricane in mezo della strata,Che mena in rotta quella gente persa,Ed ha quest'altra schiera riscontrataCon Sacripante, che il passo attraversa.Nova battaglia qui se è cominciata,Più de l'altra feroce, e più diversa,Benché e Tartari sono poca gente;Ma dà a lor core il suo segnor valente.

Da l'altra parte tanto eran spronatiQuei della terra da quel re circasso,Che se stimano al tutto svergognati,Se son cacciati adesso di quel passo.Quivi de frezze e de dardi lanciati,Di mazze e spade ve era tal fraccasso,Qual più giamai stimar se puote in guerra;Altri che morti non se vede in terra.

Sopra a tutti l'ardito SacripanteDi sua persona fa prova sicura.Senz'arme indosso agli altri sta davante,Che meraviglia è pur che ancora dura.Ma tanto è destro, e di gambe aiutante,Che alcuna cosa non gli fa paura;Né con il scudo copre sol se stesso,Ma li altri colpi ancor ripara spesso.

Ora un gran sasso mena, or getta un dardoOra combatte con la lancia in mano,Or coperto del scudo, con riguardo,Col brando sta a' nemici prossimano;E tanto fa, che Agricane il gagliardoOgni sua forza adoperava in vano:Né vi vale il vigor, né lo ardimento;Già morti sono e soi più de trecento.

Né lui se può da tanti riparare,Dardi e saette adosso li piovia;Re Sacripante sol gli dà che fare,E li altri lo tempestan tutta via.Rotto è il cimer, ché penne non appare,E il scudo fraccassato in braccio avia;L'elmo di sasso al capo li risuona,De arme lanciate ha piena la persona.

Qual, stretto dalla gente e dal romore,Turbato esce il leon della foresta,Che se vergogna di mostrar timore,E va di passo torcendo la testa;Batte la coda, mugia con terrore,Ad ogni crido se volge ed arresta:Tale è Agricane, che convien fuggire,Ma ancor fuggendo mostra molto ardire.

Ad ogni trenta passi indietro volta,Sempre minaccia con voce orgogliosa;Ma la gente che il segue è troppo molta,Ché già per la cità se sa la cosa,E da ogni parte è qui la gente colta.Ecco una schiera che se era nascosa,Esce improviso, come cosa nova,Ed alle spalle a quel re se ritrova.

Ma ciò non puote quel re spaventare,Che con furia e roina se è addricciato.Pedoni e cavallier fa a terra andare;Prende il brando a due mane il disperato.Or quivi alquanto lo voglio lasciare,Ed a Ranaldo voglio esser tornato,Che da Rocca Crudele è già partito,E sopra al mar camina a piè sul lito.

Ciò me sentisti ben di sopra dire,E come riscontrato ha quella dama,Che par che di dolor voglia morire.Cortesemente quel baron la chiama,E prega lei per ogni suo desire,Per quella cosa che più nel mondo ama,E per lo Iddio del celo, e per Macone,Che del suo dôl li dica la cagione.

Piangendo respondia la sconsolata:- Io farò tutto il tuo voler compiuto.Oh Dio! che al mondo mai non fossi nata,Dapoi che ogni mio bene ho io perduto!Tutta la terra cerco, ed ho cercata,Né ancor cercando spero alcuno aiuto;Però che ritrovarme è di mestieriUn che combatta a nove cavallieri. -

Dicea Ranaldo: - Io non mi vo' dar vanto,Già de duo cavallier, non che di nove;Ma il tuo dolce parlare e il tuo bel piantoTanta pietate nel petto mi move,Che, se io non son bastante a un fatto tanto,L'ardir mi basta a voler far le prove;Siché del caso tuo prendi conforto,Ché certo o vinceraggio, o serò morto. -

Disse la dama: - A Dio ti racomando!Della proferta ti ringrazio assai;Ma tu non sei colui ch'io vo cercando,Ch'io credo ben che nol trovarò mai.Sappi che tra quei nove è il conte Orlando.Forse per fama cognosciuto l'hai;E gli altri ancor son gente de valore:Di questa impresa non avresti onore. -

Quando Ranaldo ascolta la donzella,Ed ode il conte Orlando nominare,Piacevolmente ancora a sé l'appella,Prega che Orlando li voglia insegnare.Così da lei intese la novellaDe il fiume che non lascia ricordare;E il tutto li contò de ponto in ponto,Come Orlando con gli altri lì fo gionto.

Intende che la dama che parlava,È quella che partì da Brandimarte.Ranaldo strettamente la pregavaChe lo voglia condure in quella parte;E prometteva in sua fede, e giuravaChe faria tanto, o per forza o per arte,O combattendo o simulando amore,Che traria quei baron tutti di errore.

Vedea la dama quel barone adatto,E di persona sì bene intagliato,Che aconcio li pareva a ogni gran fatto,Ed era ancora non vilmente armato.Ma questo canto più breve vi tratto,Però che l'altro vi fia prolongatoNel racontar d'una lunga novellaChe a narrar prese questa damigella.

Canto duodecimo

Io ve ho contato la battaglia oscura,Che ancor mi trona in capo quel romoreDe Sacripante, che è senza paura,E de Agricane, il franco e alto segnore;Più quella cruda voce non me dura,E dolcemente contarò de amore:Teneti voi, segnor, nel pensier saldoDove io lasciai parlarvi de Ranaldo.


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