Chapter 8

Però che avria spezzata ogni armatura:Ma l'elmo stette alle percosse saldo.Turbato era Grifone oltra misura,Né mai fu de grande ira tanto caldo;Ma d'altra parte a voi lascio la curaDi pensar come stesse il pro' Ranaldo;Ché Mongibel non arde né Vulcano,Più che facesse il sir de Montealbano.

Sembrava gli occhi suoi faville accese,E parea nel soffiar tempesta e vento;Cridando ad ambe man Fusberta prese,E ferisce a Grifon con ardimento.Sette armature non serian diffese,Se non vi fosse stato incantamento;Ma quella fatasone era sì forteChe campò il giovanetto dalla morte.

Abenché se stordì della percossa,Ed alle crine del destrier s'inchina;E non avendo ancor l'alma riscossa,Ranaldo lo ferì con gran ruina.Ma il giovanetto, che avea tanta possa,Ed è guarnito di armatura fina,Come risente, di nulla si cura,E mena colpi grandi oltra misura.

E sì crudel battaglia han cominciata,Che un'altra non fu mai cotanto dura;Né mai chiesen ripossa alcuna fiata,Né di doglia o de affanno alcun si cura.La faccia avea ciascun tanto infiammata,Che solo a riguardarli era paura;E, chi mirava da lontano un poco,Parea che fuor de l'elmi uscisse foco.

Né si scorgìa vantaggio di nïente,Benché meglio Grifone fosse armato.Cresce d'ognor lo assalto più fervente,Qual già presso a cinque ore avea durato.Dicea Ranaldo: - O Cristo onnipotente,Se bene in altra cosa aggio peccato,Non ne volere in questo far amendo,Ché adesso il dritto e la ragion diffendo!

Tu sai, Segnor, se iusta è la mia impresa,Ché a te menzogna se direbbe in vano;Grifon de un Saracino ha la diffesaContra di me, che pur son cristïano.Per un can Saracin lui fa contesa,Crudele, iniquo, perfido e inumano:Fa, re del ciel, che chiaro ora comprendaChe la iustizia per te se diffenda. -

Così parlava; ed ancora Grifone,Tuttavia combattendo a gran ruina,Mirava al celo con devozïone.- Vergine, - dicea lui - del cel regina,Abbi del mio fallir compassïone,Né abandonar questa anima tapina!Che, benché in altre cose aggia peccato,In questo è pur il dritto dal mio lato.

Sempre parlai con Ranaldo de pace,E lui me oltraggia con tal villania,Che adoprar mi convien quel che me spiaceE far battaglia contra a voglia mia.Suo tanto orgoglio e suo parlar mordaceMe hanno condutto a questa pugna ria;E il tuo soccorso aspetto, che è dovuto,Ché sempre a' bisognosi doni aiuto. -

In tal forma pregavan con pietate,Tuttavia combattendo, quei guerreri;Né mai se vedean ferme le sue spate,Ma colpi sopra colpi ognor più fieri;Né se temean l'un l'altro in veritate,Tanto eran prodi e de virtute altieri,Che a brando, a lancia, a piedi e su l'arcione,Potean con ciascun stare al paragone.

Ma nel presente io voglio differireIl fin di questa pugna sì rubesta;De Orlando e Brandimarte vi vo' dire,Che son con quella dama alla foresta,Quale han campata da crudel martìre,E tre giganti occisi con tempesta,Come doveti aver nella memoria;Or de quel fatto io vo' seguir la istoria.

Brandimarte giacea sopra a quel prato,Come io vi dissi, tutto sanguinoso,Con l'elmo rotto e scudo fraccassatoPel colpo di Marfusto furïoso.Orlando in braccio se l'avea recato,E piangea forte quel conte pietoso.Ma quella damisella a mano a manoGiù del gambelo discese nel piano,

Ed andò prestamente ivi alla fonte,Ch'era nel mezo del prato fiorito,E gettando acqua a Brandimarte in fronteRitornar fece il spirto sbigotito:E dolcemente ragionando al conteDicea voler pigliare altro partito,Ché poco longe una erba avea veduta,Qual racquista la vita ancor perduta.

Dentro alla selva che girava intornoLa damisella se pone a cercare,Né stette molto, che fece ritornoCon l'erba che a virtute non ha pare.Ad ôr simiglia quando è chiaro il giorno,La notte poi se vede lampeggiare;Il fior vermiglio ha la pianta felice,E come argento è bianca sua radice.

Avea il baron la testa dissipataPer il gran colpo, come aveti odito;Posevi dentro quella erba fatataLa damisella, e chiusela col dito.Fu incontinente la piaga saldata,Né pur se vede dove era ferito;Ma, come il spirto li fu ritornato,Di Fiordelisa il conte ha dimandato.

- Eccola quivi! - a lui rispose Orlando- Lei sola ti campò veracemente. -Così rispose il conte al suo dimando,Perché de l'altra non sapea nïente.Brandimarte mirò la dama, e quandoVide che non è quella, un dolor senteSì smisurato e sì nocivo al core,Che quel del trapassar serìa minore.

Volgendo al cel le luce lacrimose:- Chi mi campò, - dicea - da mortal sortePer darmi pene tanto dolorose?Or non me era assai meglio aver la morte?Spirti dolenti ed anime piatoseChe stati del morir sopra le porte,Pietà vi prenda della pena mia,Ch'io vo' venir con vosco in compagnia!

Non voglio viver, non, senza colei,Che sola ene il mio bene e 'l mio conforto;Vivendo, mille volte io morirei.Ahi, Fortuna crudel, come a gran tortoPresa hai la guerra contro a' fatti miei!Or che te giovarà poi che sia morto?Che farai poi, crudel, senza lïanza?Ché morte finirà la tua possanza.

Tolto m'hai del paese ove fui nato,Ché ancor me odiasti essendo fanciullino;Di mia casa reale io fui robato,E venduto per schiavo piccolino;Il nome de mio patre aggio scordatoE il mio paese, misero! tapino!Ma solo il nome de mia matre ancoraFermo nella memoria mi dimora.

Fortuna dispietata, iniqua e strana,Tu me facesti servo ad un barone,Quale era conte di Rocca Silvana;E poi, per darmi più destruzïone,Con falso viso ti mostrasti umana:E il conte, che mi desti per padrone,Franco mi fece; e, non avendo erede,Ogni sua robba e il suo castel mi dede.

E per fingerti a me più grata e sciolta,Dama me desti de tanta beltate:Quella me desti che adesso m'hai tolta,Per farmi ora morir con crudeltate.Odi, fallace, e il mio parlare ascolta:Nocer non posso alla tua vanitate,Ma sempre biasmarotti ed in eternoDi te me andrò dolendo nello inferno. -

Così parlando sì forte piangia,Che avria spezzato un sasso di pietate.Il conte Orlando gran dolor n'avia,E quella dama con umanitateDolcemente parlando gli dicia:- Molto me incresce di tua aversitate,E debbo avere assai compassïone,Perché a dolermi teco aggio cagione.

E vo' che intendi se le cose istraneSon date ad altri ancor dalla Fortuna.Mio padre è re delle Isole Lontane,Dove il tesor del mondo se raduna;E tanto argento ed oro ha in le sue mane,Che altro tanto non è sotto la luna,Né ricchezza maggior al sol si vede;Ed io restavo a tanto bene erede.

Ma non se puote indivinar giammaiQuel che sia meglio a desïare al mondo.Di re figliola e bella mi trovai,Ricca de avere e de stato iocondo;E ciò mi fu cagion de molti guai,Come te contaraggio il tutto a tondo,Perché cognosci a quel che èmmi incontrato,Che anzi alla morte alcun non è beato.

Era la fama già sparta de intornoDella ricchezza del mio patre antico;E nominanza del mio viso adorno,O vera o falsa, pur come io te dico,Menò duo amanti a chiedermi in un giorno,Ordauro il biondo e il vecchio Folderico;Bello era il primo dal zuffo alla pianta,L'altro de li anni avea più de sessanta.

Ricco ciascuno e de schiatta gentile;Ma Folderico sagio era tenutoE de uno antiveder tanto sotile,Che come a Dio del cel gli era creduto.Ordauro era di forza più virile,E grande di persona e ben membruto;Io, che a quel tempo non chiedea consiglio,Il vecchio lascio, e il giovine me piglio.

Non era tutta mia la libertate,Però che il patre mio vi tenea parte;Vergogna rafrenò la voluntate,Che presto in nave avria tratto le sarte.Ed anco mi stimava in veritatePoter mandar mia voglia al fin con arte,Ed ottenire Ordauro di leggiero;Ma fallito me andò questo pensiero.

Nelli antichi proverbii dir se suoleChe malizia non è che donna avanze;Salamon disse già queste parole,Ma al nostro tempo se ritrovan cianze.Provato l'ho a mio costo, e ben mi dole,Ch'aggio perduto l'ultime speranze,Per confidarme alla malizia mia;Perso ho quel ch'io volevo e quel ch'io avia.

Perché, fingendo la faccia vermigliaE gli occhi quanto io pote vergognosi,Con quel parlar che a pianto se assomiglia,Nanti al mio patre ingenocchion mi posi,E dissi a lui: "Segnor, s'io son tua figlia,Se sempre il tuo volere al mio preposi,Come fatto ho di certo in abandono,Non mi negare a l'ultimo un sol dono.

Questo serà che non me dia maritoChe prima meco al corso non contenda;E sia per legge fermo e stabilitoChe il vincitor per sua moglie mi prenda;Ma fa che 'l vinto sappia che il partitoSia di lasciar la vita per amenda,E sia palese per tutte le bande:Chi non è corridor, non me domande."

Questa richiesta fu crudele e dura,Ma non la seppe il mio patre negare,E fecela per voce e per scritturaQuasi per l'universo divulgare.Ora me tenni lieta e ben securaPoter marito a mia voglia pigliare,Perché io son tanto nel corso legiera,Che apena è più veloce alcuna fiera.

E mi ricordo che nel prato pianoChe è presso alla città di Damosire,Presi una cerva, correndo, con mano,Ed altre cose assai che non vo' dire.Or, come io dissi, Ordauro, quel soprano,Con Folderico insieme ebbe a venire.L'uno è canuto e di molti anni pieno,L'altro nel viso angelico e sereno.

Pensa tu, cavalliero, a qual s'accostaLo amoroso voler de una fanciulla.Io tutta al giovanetto ero disposta,E di quel vecchio mi curavo nulla.Più non se dette al fatto indugia o sosta;Venne il vecchiardo sopra ad una mulla,E de alto carco se mostrava stanco;Una gran tasca avea dal lato manco.

Il giovanetto viene con gran festaSopra un corsier, che de oro era guarnito;Salta su il campo ed al corso s'apresta.Ciascun mostrava Folderico al dito,Dicendo: "Il saggio perderà la testa,Ché qua non gioverà esser scaltrito;Di tanta astuzia al mondo era tenuto,Or per amore egli ha il senno perduto."

Fuor della terra smontamo ad un pratoPer far di nostro corso ultima prova:Folderico la tasca avea da lato.E prima che dal segno alcun se mova,Fu il patto nostro ancora ricontato,E la condizïon qui se rinova;La turba sta d'intorno alla vedetta,E sol la mossa al terzo suono aspetta.

Ciascun di noi dal segno fo partito.Folderico davanti via passava:Io il comportai, per averlo schernito.Come lui vide che a passarlo andava,Un pomo d'oro lucido e politoFuor della tasca subito cavava;Io, che invaghita fui di quel lavoro,Lasciai la corsa e venni al pomo d'oro.

Ché quel metallo in vista è sì iocondo,Che la più parte del mondo disvia;Ed era sì volubile e ritondo,Che de pigliarlo gran fatica avia.Io presi il primo, e lui gettò il secondo,Fuggendomi davanti tuttavia,Dove ebbi assai fatica, e ad un pontoQuesto pigliai ed ebbilo ancor gionto.

Io l'ebbi gionto, ed eravamo al fineDella affannata corsa e faticosa;E già le tende bianche eran vicine,Dove, compìto il corso, se riposa.Fra me dicea: "Convien che io me destineA dietro non tornar per altra cosa;Non tornaria per tutto il mondo un dito,Ché un vecchio non voglio io per mio marito.

Passar me lassaraggio al giovanetto,E lui davante vo' lasciare andare;E questo brutto vecchio e maledetto,Che è sì canuto e vôlsi maritare,La forma lasciarà del bacinetto;E già questa ora mille anni a me pareChe Ordauro meco nel corso contenda,Ed io lo baci e per vinta mi renda."

Così parlava meco nel mio core,Alegra, già vicina alla speranza,Quando il vecchio malvaggio e traditoreIl terzo pomo della tasca lanza;E tanto me abagliò col suo splendore,Che, benché tempo al corso non me avanza,Pur venni adietro e quel pomo pigliai,Né Folderico più gionsi giamai.

Lui forte ansando alle tende arivava;E soi gli sono intorno con letizia.Tutta la gente di fuora cridava:"Adoprata ha il volpone alta malizia."Or tu pôi mo pensar se io biastemava,Ch'io piansi il sangue vivo per gran stizia;E nel mio cor dicea: "Se egli è volpone,Farollo essere un becco, per Macone.

Ché mai non intrò a giostra cavalliero,Né a torniamento per farsi vedere,Che avesse in capo tanto alto il cimiero,Come io farò di corne al mio potere.Ponga a guardarme tutto il suo pensiero,Che non gli giovarà lo antivedere;E s'egli avesse uno occhio in ciascun dito,Ad ogni modo rimarrà schernito."

Feci il pensiero e missilo ad effetto.Ma voi aveti forse altro che fare,Perché io vedo entrambi nello aspettoEsser sospesi e de intorno guardare;Sì che io verrò con voi, e con dilettoLa mia novella voglio seguitare,Qual or vi piace. Prendite la via,Ch'io serò presta a farvi compagnia. -

Rispose Brandimarte: - Il danno mioM'ha tratto della mente al tutto fuore,E de mia dama tanto mi sa rio,Come perduto avessi proprio il core;Sì che a cercarla è tutto il mio desio,E sento per la indugia tal doloreE tanta pena e tanta angoscia e guai,Ch'io non ho inteso ciò che detto m'hai. -

E così tutti tre fôrno accordatiDi cercar Fiordelisa in quel deserto,E non posar giamai son destinati,Sin che di lei non sanno al tutto il certo;E cavalcando se fôrno invïatiNel bosco ombroso e di rame coperto.Ma il lor camino e i fatti e il ragionareDirovi a ponto in questo altro cantare.

Canto ventesimosecondo

Erano entrati alla gran selva foltaQuei tre, come di sopra io vi contai:Ciascun, dintorno remirando, ascoltaSe Fiordelisa sentisse giamai,Che fo dal rio palmier dormendo tolta;E di lei ragionando io ve lasciai,Che essendo in braccio a quel palmier villanoCridava aiuto adimandando in vano.

Brandimarte il suo drudo allor non vi era,Che gli potesse soccorso donare;Anci era travagliato in tal maniera,Che per se stesso avea troppo che fare;Perché in quel tempo alla battaglia feraCon quei giganti prese a contrastare,Con Ranchera e Marfusto ed Oridante,Come io ve dissi nel cantar davante.

Senza soccorso, adunque, la meschinaEmpìa de pianti la selva dintorno,Né mai de aiuto chieder se rafina,Battendosi con mano il viso adorno.Via la portava il vecchio a gran ruinaSempre temendo averne onta e gran scorno,Né mai sua mente al tutto ebbe sicuraSin che fu gionto ad una tomba scura.

Nel sasso entrava quel falso vecchione,Cridando la donzella ad alta voce.Lui ha ben ferma e certa opinïoneDi sfocar quel disio che il cor gli coce;Ma ne la tomba alor stava un leoneIsmisurato, orribile e feroce;Il quale, odendo il crido e gran rumore,Uscì fremendo con molto furore.

Come lo vide il vecchio fuora uscire,Non domandati se egli ebbe paura;Pallido in faccia se pose a fuggire,Lasciando quella bella creatura,Che di spavento credette morire;Ma, come volse sua bona ventura,Lasciolla quel leone, e via passava,Seguendo il vecchio che fuggendo andava.

Lui gionse il vecchio, che al bosco fuggiva,E tutto quanto l'ebbe a dissipare.La dama non restò morta né viva,Né di paura sa quel che si fare;Pur così quatta per la verde rivaNascosamente prese a caminare,E già callato avendo il monte al pianoRitrovò uno omo contrafatto e strano.

Questo era grande e quasi era gigante,Con lunga barba e gran capigliatura,Tutto peloso dal capo alle piante:Non fu mai visto più sozza figura.Per scudo una gran scorza avia davante,E una mazza ponderosa e dura;Non avea voce de omo né intelletto:Salvatico era tutto il maladetto.

Come la dama riscontrò nel prato,Presela in braccio; e, caminando forte,Ad una quercia che era lì da lato,La legò stretta con rame ritorte.Poi là vicino a l'erba fu colcato,Mirando lei, che ognior chiedea la morte;Lei chiedendo morir sempre piangea,Ma questo omo bestial non la intendea.

Lasciamo il dir di quella sventurata,Che de l'un male in l'altro era caduta;Ella di stroppe alla quercia è legata,E sol piangendo il suo dolore aiuta.Ora ascoltati de l'altra brigata,Che per cercarla al bosco era venuta:Orlando e Brandimarte e la donzellaPer lor campata da fortuna fella.

In croppa la portava il conte Orlando,E dolcemente la prese a pregareChe gli contasse, così caminando,Quel che promesso avea di ragionare.Lei, prima leggermente sospirando,Disse: - D'ognor che senti racontareDe alcun vecchio marito beffa nova,Tientela certa, e non chieder più prova.

Perché tante ne son fatte nel mondo,Strane e diverse, come aggio sentito,Che per vergogna già non me nascondoSe anch'io ne feci un'altra al mio marito;Anci mi torna l'animo iocondoD'ognor ch'io mi ramento a qual partitoFo da me scorto quel vecchio canuto,Che sì scaltrito al mondo era tenuto.

Sì come alla fontana io te contai,Quel vecchio di me fece il male acquisto;Il celo e la fortuna biastemai,Ma ad esso assai toccava esser più tristo,Ché ne dovea sentire eterni guai,Né fu dal suo gran senno assai provvistoA prender me fanciulla, essendo veglio;Che tuorla antica o star senza era meglio.

Lui me condusse con solenne cura,Con pompa e con trionfo glorïoso,Ad una rocca che ha nome Altamura,Dove il suo gran tesor stava nascoso.Di quel che gli intravenne ebbe paura,Né ancor vista m'avea, che era zeloso;Però me pose dentro a quel girone,Intro una ciambra, peggio che pregione.

Là mi stavo io, de ogni diletto priva,E campi e la marina a riguardare,Perché la torre è posta in su la rivaD'una spiaggia deserta, a lato al mare:Non vi puotria salir persona vivaChe non avesse l'ale da volare,E sol da un lato a quel castello altieroSalir se puote per stretto sentiero.

Ha sette cinte e sempre nova intrataPer sette torrïoni e sette porte,Ciascuna piccoletta e ben ferrata.Dentro a questo giron cotanto forteFo' io piacevolmente impregionata,Sempre chiamando, e notte e giorno, morte;Né altro speravo che desse mai fineAl mio dolore e a mie pene meschine.

Di zoie e de oro e de ogni altro dilettoEro io fornita troppo a dismisura,Fuor de il piacer che si prende nel letto,Del quale avea più brama e maggior cura;E il vecchio, che avea ben de ciò sospetto,Sempre tenea le chiave alla cintura,Ed era sì zeloso divenuto,Che avendol visto non serìa creduto.

Perciò che sempre che alla torre entrava,Le pulice scotea del vestimento,E tutte fuor de l'uscio le cacciava;Né stava per quel dì più mai contento,Se una mosca con meco ritrovava;Anzi diceva con molto tormento:È femina, over maschio questa mosca?Non la tenire, o fa ch'io la cognosca.

Mentre ch'io stavo da tanto sospettoSempre guardata e non sperando aiuto,Ordauro, quel legiadro giovanetto,Più volte a quella rocca era venuto,E fatto ogni arte e prova; ed in effettoAltro mai che il castel non ha veduto;Ma Amor, che mai non è senza speranza,Con novo antiveder li die' baldanza.

Egli era ricco di molto tesoro,Ché senza quel non val senno un lupino;Onde con molto argento e con molto oroFe' comprare un palagio in quel confinoDove me tenìa chiusa il barbasoro,E manco de due miglia era vicino.Non dimandati mo se al mio maritoCrebbe sospetto, e se fu sbigotito.

Esso temea del vento che soffiava,E del sol che lucea da quella parte,Dove Ordauro al presente dimorava;E con gran cura, diligenzia ed arteOgni picciol pertugio vi serrava,Né mai d'intorno dal giron se parte;E se un occello o nebbia nel ciel vede,Che quel sia Ordauro fermamente crede.

Ogni volta salia con molto affannoSopra alla torre, e trovandomi solaDiceva: "Io temo che me facci inganno,Ché non so che qua su de intorno vola.Io ben comprendo la vergogna e il danno,E non ardisco a dirne una parola:Ché oggi ciascun che ha riguardo al suo fatto,Nome ha zeloso, ed è stimato un matto."

Così diceva; e poi che era partito,Rodendo andava intorno a quel rivaggio;E per spiare ancor tal volta è gitoDove abitava Ordauro al bel palaggio;E a lui diceva: "Quel riman schernito,Che più stima sapere ed esser saggio.Se una vien còlta, non te ne fidare,Ché l'ultima per tutte può pagare."

Queste parole e molte altre diciaSempre fra denti, con voce orgogliosa.Ordauro al suo parlar non attendia,Ma con mente scaltrita ed amorosaSotto la terra avea fatto una via,A ciascuno altro incognita e nascosa.Per una tomba chiusa intorno e scuraGionse una notte dentro ad Altamura.

E benché egli arivasse d'improviso,Ch'io non stimavo quella cosa mai,Io il ricevetti ben con meglior visoCh'io non facevo Folderico assai.Ancora esser mi par nel paradiso,Quando ramento come io lo baciai,E come lui baciomme nella bocca;Quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.

Questo ti giuro e dico per certanza,Ch'io ero ancora vergine e polzella;Ché Folderico non avea possanza,Ed essendo io fanciulla e tenerella,Me avea gabata con menzogna e zanza,Dandomi intender con festa novella,Che sol baciando e sol toccando il pettoDe amor si dava l'ultimo diletto.

Alora il suo parlar vidi esser vano,Con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.Noi cominciammo il gioco a mano a mano;Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,Sì che al principio pur mi parve strano,Come io avessi morduto un pomo acerbo;Ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,Ch'io me disfeci e credetti morire.

Io credetti morir per gran dolcezza,Né altra cosa da poi stimai nel mondo.Altri acquisti possanza o ver ricchezza,Altri esser nominato per il mondo.Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezzaE il viver dilettoso e star iocondo;Chi vôle onore o robba con affanno,Me non ascolti, ed abbiasene il danno.

Più fiate poi tornammo a questo gioco,E ciascun giorno più crescia il diletto;Ma pur il star rinchiusa in questo locoMi dava estrema noia e gran dispetto;E il tempo del piacer sempre era poco,Però che quel zeloso maladettoMe ritornava sì ratto a vedere,Che spesso me sturbò di gran piacere.

Unde facemmo l'ultimo pensieroAd ogni modo de quindi fuggire;Ma ciò non puotea farsi de legiero,Ché avea quel vecchio sì spesso a salireLà dove io stava nel castello altiero,Che non ci dava tempo di partire.Al fin consiglio ce donò lo amore,Che dona ingegno e sotigliezza al core.

Ordauro Folderico ebbe invitatoAl suo palagio assai piacevolmente,Mostrandoli che se era maritato,Per trarli ogni sospeto della mente.Lui, da poi che ebbe il castel ben serrato,Ch'io non potessi uscirne per niente,Né sapendo di che, pur sbigotito,Ne andò dove era fatto il gran convito.

Io già prima de lui ne era venutaPer quella tomba sotterra nascosa,E d'altri panni ornata e provedutaSì come io fossi la novella sposa;Ma come il vecchio m'ebbe qui veduta,Morir credette in pena dolorosa;E vòlto a Ordauro disse: "Ahimè tapino!Ché ben ciò mi stimai, per Dio divino!

Io non occisi già il tuo patre antico,Né abruciai la tua terra con roina,Che esser dovessi a me crudel nemicoE far la vita mia tanto meschina.Ahi tristo e sventurato Folderico,Che sei gabato al fin da una fantina!Ora a mio costo vadase a impiccareVecchio che ha moglie, e credela guardare."

Mentre che lui dicea queste paroleDe ira e de sdegno tutto quanto acceso,Ordauro assai de ciò con lui se dole,Mostrando in vista non averlo inteso;E giura per la luna e per il sole,Che egli è contra ragion da lui ripreso;E che per il passato e tutta viaGli ha fatto e falli onore e cortesia.

Cridava il vecchio ognior più disperato:"Questa è la cortesia! questo è l'onore!Tu m'hai mia moglie, mio tesor robbato,E poi, per darmi tormento maggiore,M'hai ad inganno in tua casa menato,Ladro, ribaldo, falso, traditore,Perch'io veda il mio danno a compimentoE la mia onta, e mora di tormento."

Ordauro se mostrava stupefatto,Dicendo: "O Dio, che reggi il cel sereno,Come hai costui de l'intelletto tratto,Che fu de tal prudenza e senno pieno?Or de ogni sentimento è sì disfatto,Come occhi non avesse, più né meno.Odi (diceva), Folderico, e vedi:Questa è mia moglie, e che sia tua credi.

Essa è figliola del re Manodante,Che signoreggia le Isole Lontane;Forse che in vista te inganna il sembiante,Perché aggio inteso che fôr due germaneTanto di faccia e membre simigliante,Che, veggendole 'l patre la dimaneE la sua matre, che fatte le avia,L'una da l'altra non ricognoscia.

Sì che ben guarda e iudica con teco,Prima che a torto cotanto ti doglie,Perché contra al dover turbato èi meco."Diceva il vecchio: "Non mi vender foglie,Ch'io vedo pur di certo, e non son ceco,Che questa è veramente la mia moglie:Ma pur, per non parer paccio ostinato,Vado alla torre, e mo serò tornato.

E se non la riveggio in quel girone,Non te stimar di aver meco mai pace:In ogni terra, in ogni regïoneTe perseguitarò, per Dio verace;Ma se io la ritrovo, per MaconeDe averti detto oltraggio mi dispiace;Ma fa che questa quindi non si movaInsin ch'io torni e vedane la prova."

Così dicendo, con molta tempesta,Trottando forte, alla torre tornava;Ma io, che era de lui assai più presta,Già dentro dalla rocca lo aspettava;E sopra il braccio tenendo la testa,Malanconosa in vista me mostrava.Come fu dentro ed ebbemi veduta,Meravigliosse e disse: "Iddio me aiuta!

Chi avria creduto mai tal meraviglia,Né che tanto potesse la natura,Che una germana sì l'altra somigliaDe viso, de fazione e di statura?Pur nel cor gran sospetto ancor mi piglia,Ed ho, senza cagione, alta paura,Però che io credo, e certo giurarei,Che quella che è là giù, fosse costei."

Poi verso me diceva: "Io te scongiuro,Se mai speri aver ben che te conforte:Fosti oggi ancor di for da questo muro?Chi te condusse, e chi aperse le porte?Dimmi la verità, ch'io te assicuroChe danno non avrai, pena, né morte;Ma stu mentisci, ed io lo sappia mai,Da me non aspettare altro che guai."

Ora non dimandar come io giuravaIl celo e' soi pianeti tutti quanti:Quel che si fa per ben, Dio non aggrava,Anci ride il spergiuro degli amanti.Così te dico ch'io non dubitavaGiurare e l'Alcorano e' libri santi,Che dapoi ch'era intrata in quel gironeNon era uscita per nulla stagione.

Lui, che più non sapea quel che se dire,Torna di fora, e le porte serrava.Io d'altra parte non stavo a dormire,Ma per la tomba ascosa me ne andava,E a nova guisa m'ebbi a rivestire.Quando esso gionse, e quivi mi trovava:"Il cel - diceva - e Dio non faria maiChe questa è quella che là su lasciai."

Così più volte in diversa manieraAl modo sopradetto foi mostrata,E sì for di sospetto il zeloso era,Che spesso me appellava per cognata.Fo dapoi cosa facile e legieraIndi partirsi; perché una giornataOrdauro a Folderico disse in breveChe quella aria marina è troppo greve;

E che non era stato una ora sano,Dapoi che venne quivi ad abitare;Sì che al giorno sequente e prossimanoNel suo paese volea ritornare,Ch'era da tre giornate indi lontano.Or Folderico non se fie' pregare,Ma per se stesso se fo proferitoA farce compagnia for de quel sito.

E con noi venne forse da sei miglia,E poi con fretta adietro ritornava.Ora io non so s'egli ebbe meraviglia,Quando alla rocca non me ritrovava.La lunga barba e le canute ciglia,Maledicendo il cel, tutte pelava;E destinato de averme o morire,Nostro camino se pose a seguire.

E non avendo possa, né ardimentoDi levarme per forza al giovanetto,Veniaci dietro con gran sentimento,Del qual troppo era pieno il maledetto.Ora ciascun di noi era contento,Io, dico, e Ordauro, quel gentil valletto,Che senza altro pensier ne andamo via;Forse da trenta eramo in compagnia.

Scudieri e damiselle eran costoro,Tutti senza arme caminando adaggio;Emo la vittualia e argento ed oroPosto sopra gambeli al carrïaggio;Perché tutta la robba e il gran tesoroChe possedeva quel vecchio malvaggio,Avevamo noi tolta alla sicura,Là dove io venni per la tomba oscura.

Già la prima giornata caminandoAveàn passata senza impedimento;Ordauro meco ne venìa cantando,Ed avea indosso tutto il guarnimentoDi piastre e maglia, e cento al fianco il brando;Ma la sua lancia e il bel scudo d'argentoE l'elmo adorno di ricco cimeroGli eran portati apresso da un scudero:

Quando davanti, in mezo del camino,Scontramo un damigello in su l'arcione.Quel veniva cridando: "Ahimè tapino!Aiuto! aiuto! per lo Dio Macone";Ed era alle sue spalle uno assassino(Così sembrava in vista quel fellone);Correndo a tutta briglia per il pianoSeguiva il primo con la lancia in mano.

Per il traverso di quel bosco ombrosoPassarno e duo, correndo a gran flagello.Ordauro de natura era pietoso,Onde gli increbbe di quel damigello,E posesi a seguir senza riposo;Ma ciascun di color parea uno uccello,Ch'eran senza arme e scarchi e lor destrieri,Però veloci andavano e legieri.

Ordauro il suo ronzone avea copertoDi piastra e maglia, onde ebbe molto affanno:E per esser lui di malizia experto,Ebbe oltra alla fatica ancor gran danno;Perché, come io conobbi poi di certo,Sol Folderico avea fatto ad ingannoQuel giovanetto e quel ladron venire,Acciò che Ordauro gli avesse a seguire.

E come fu da noi sì dilungato,Che di gran lunga più non si vedia,Il falso vecchio se fu dimostrato,Con circa a vinti armati in compagnia.Ciascun de' nostri se fu spaventato,Chi qua chi là per lo bosco fuggia,Né fu chi se ponesse alle diffese,Onde il vecchiardo subito me prese.

Se io ero in quel ponto dolorosa,Tu lo puoi, cavallier, fra te pensare.Per una strata de bronchi spinosa,Dove altri non suolea mai caminare,Me conducea quel vecchio alla nascosa,E cento macchie ce fe' traversare,Perché de Ordauro avea molta paura;Or noi giongemo ad una valle oscura.

Stata ero io presa duo giorni davanti,Quando giongemmo a l'ombroso vallone;Io non avea giamai lasciato e pianti,Benché me confortasse quel vechione.Eccote uscir del bosco tre giganti,Ciascuno armato e con grosso bastone;Un d'essi venne avanti e cridò forte:"Getti giù l'arme chi non vôl la morte." -

Stava la dama in questo ragionareCol conte Orlando, ed ancora seguia,Però che li voleva racontare,Come e giganti l'ebbero in balìa,E come il vecchio la volse aiutare;E lui fu morto e la sua compagnia,E sua ventura poi de parte in parte,Sin che soccorsa fu da Brandimarte;

Ma nova cosa che ebbe ad apparire,Qual sturbò il ragionar della donzella;Ché un cervo al verde prato vedean girePascendo intorno per l'erba novella.Come era vago non potrebbi io dire,Ché fiera non fu mai cotanto bella;Quel cervo è della Fata del Tesoro,Ambe le corne ha grande e de fino oro.

Lui come neve è bianco tutto quanto,Sei volte il giorno di corno se muta;Ma de pigliarlo alcun non se dà vanto,Se forse quella fata non lo aiuta;Ed essa è bella ed è ricca cotanto,Che omo non ama e ciascadun riffiuta;Ché beltate e ricchezza a ogni manieraPer sé ciascuna fa la donna altiera.

Or questo cervo pascendo ne andava,Quando fo visto dai duo cavallieriE dalla dama, che ancor ragionava.Brandimarte a pigliarlo ebbe in pensieri,Ma non già il conte, perché egli estimavaQuelle ricchezze per cose legieri;E però apena li fece riguardo,Abenché avesse il bon destrier Baiardo.

Ma sopra a Brigliadoro è Brandimarte,Qual, come il cervo vide, in su quel pontoDal conte Orlando subito se parte,Ché de acquistarlo avea l'animo pronto;Ma quello era fatato con tal arte,Che non l'arìa volando alcuno agiontoPerò il seguiva Brandimarte in vanoQuel giorno tutto quanto per il piano.

Poiché venuta fu la notte oscura,Lui perse il cervo per le fronde ombrose,E veggendosi al fin de sua ventura,Poscia che 'l giorno la luce nascose,Vestito sì come era de armaturaNel verde prato a riposar se pose;E poi nel tempo fresco, al matutino,Monta il destriero e torna al suo camino.

Quel che poi fece con l'omo selvaggioChe la sua Fiordelisa avea legata,Nel canto che vien drieto conteraggio,E dirò la battaglia cominciataTra Ranaldo e Grifon senza vantaggio.Per Dio, tornate a me, bella brigata,Ché volentieri ad ascoltar vi aspetto,Per darvi al mio cantar zoia e diletto.

Canto ventesimoterzo

Seguendo, bei segnori, il nostro dire,Brandimarte dal conte era partito,E perse il cervo e posese a dormire;Ma poi, al novo giorno resentito,Al suo compagno volea rivenire;E già sopra il destrier sendo salito,Ascoltando li parve voce umanaChe si dolesse, e non molto lontana.

E poi che un pezzo per odir fu stato,Verso quel loco se pose ad andare;E come aveva alquanto cavalcato,Stavasi fermo e quieto ad ascoltare;E così andando gionse ad un bel prato,E colei vide, che odìa lamentare,Legata ad una quercia per le braccia;Come la vide, la cognobbe in faccia.

Perché quella era la sua Fiordelisa,Tutto il suo bene e vita del suo core;Sì che pensati voi or con qual guisaSe cangiò Brandimarte de colore.Era l'anima sua tutta divisa:Parte allegrezza e parte era dolore,Ché d'averla trovata era zoioso,Ma del suo mal turbato e doloroso.

Più non indugia, che salta nel piano,E lega Brigliadoro ad una rama;Va con gran fretta il cavallier sopranoPer discioglier colei che cotanto ama;Ma quello omo bestiale ed inumanoCh'era nascoso in guardia de la dama,Come lo vide, uscì de quel macchione,E imbraccia il scudo ed impugna il bastone.

Era quel scudo tutto de una scorzaBen atto a sostenire ogni percossa,Né dubbio è che se piega o che se torza,Perché de un gran palmo egli era grossa.Omo non ave mai cotanta forza,Cavalliero, o gigante di gran possa,Quanto ha quello omo rigido e selvaggio:Ma non cognosce a zuffa alcun vantaggio.

Abita in bosco sempre, alla verdura,Vive de frutti e beve al fiume pieno;E dicesi ch'egli ha cotal natura,Che sempre piange, quando è il cel sereno,Perché egli ha del mal tempo alor paura,E che 'l caldo del sol li venga meno;Ma quando pioggia e vento il cel saetta,Alor sta lieto, ché 'l bon tempo aspetta.

Vene questo omo adosso a Brandimarte,Col scudo in braccio e la maza impugnata;Non ha di guerra lui senno né arte,Ma legerezza e forza smisurata.Non era il baron vòlto in quella parte,Ma là dove la dama era legata;E se lei forse non se ne avedia,Quello improviso adosso li giongia.

De ciò non se era Brandimarte accorto,Ma quella dama, che 'l vide venire,Cridò: - Guârti, baron, che tu sei morto! -Non se ebbe il cavalliero a sbigotire;E più d'esso la dama ebbe sconfortoChe di se stessa, né del suo morire,Perché con tutto il cor tanto lo amavaChe, sé scordando, sol di lui pensava.

Presto voltosse il barone animosoE se ricolse ad ottimo governo;E quando vide quel brutto peloso,Beffandolo fra sé, ne fie' gran scherno;E stette assai sospeso e dubbïosoSe questo era omo o spirto dello inferno;Ma sia quel che esser voglia, e' non ne cura,E vallo a ritrovar senza paura.

A prima gionta il salvatico fieroMenò sua mazza, che cotanto pesa,E gionse sopra il scudo al cavalliero,Che ben stava coperto in sua diffesa;E come quel che è scorto a tal mestiero,Taglia quella col brando alla distesa.Come lui vide rotta la sua mazza,Saltagli adosso e per forza l'abbrazza.

E lo tenìa sì stretto e sì serrato,Che non puoteva se stesso aiutare.Più volte il cavallier se fo provatoCon ogni forza de sua man campare;Ma quanto un fanciulletto adesso natoPotrebbe a petto a uno omo contrastare,Tanto il selvaggio di estrema possanzaE di gran forza Brandimarte avanza.

Via ne 'l portava e stimavalo tantoQuanto fa il lupo la vil pecorella.Ora chi odisse il smisurato piantoChe facea lamentando la donzella,A Dio chiamando aiuto, ad ogni SantoIn cui sperava, alla Fede novella:Chi odisse il pianto e 'l piatoso sermone,Ciascuno avria di lei compassïone.

Tuttavia quel selvaggio omo il portava;Per le braccia a traverso l'avia preso;Lui quanto più puotea si dimenava,D'ira, de orgoglio e di vergogna acceso;Ma quel suo dimenar poco giovava,Perché il selvaggio lo tenìa sospesoAlto da terra, perché era maggiore,Correndo tuttavia con gran furore.

Gionse correndo, col barone in braccio,Dove era un'alta pietra smisurata;Correa nella radice un gran rivaccio,Che l'avea da quel canto dirupata,Sì che da cima al fondo avea di spaccioSeicento braccia la ripa tagliata.Quivi il selvaggio ne portò il baronePer trabuccarlo giuso a quel vallone.

Come fo gionto a l'orlo del gran sasso,Via lo lancia da sé senza riguardo;Poco mancò che non gionse al fraccassoDel dirupo alto il cavallier gagliardo,E ben gli fo vicino a men d'un passo.Ma presto saltò in piede e non fo tardo;Perché egli aveva ancora in mano il brando,Verso il selvaggio se ne andò cridando.

Quel non aveva scudo né bastone,L'uno era rotto, l'altro avea lasciato;Corse ad uno olmo e prese un gran troncone,E non l'avendo ancor tutto spiccato,Brandimarte il ferì sopra al gallone,E di gran piaga l'ebbe vulnerato.Lui, ch'è orgoglioso ed ha superbia molta,Quel troncon lascia ed al baron si volta.

Voltasi quel selvaggio furïosoA Brandimarte per saltargli adosso;Il cavallier col brando sanguinoso,Nel voltar che se fie', l'ebbe percosso;Via tagliò un braccio, che è tutto peloso,E gionse al busto smisurato e grosso;Giù per le coste insieme alla ventragliaTutte col brando ad un colpo gli taglia.

Quel non se puote alor più sostenire,Cade cridando in su la terra dura;E' non sapea parole proferire,Ma facea voce terribile e oscura.Quando il barone lo vide morire,Quivi lo lascia e più non ne dà cura,Anci correndo a quel prato ne andava,Dove il destriero e la sua dama stava.

Come fu gionto ove era la donzella,Di gran letizia non sa che si fare;Tienla abbracciata e già non li favella,Ché de allegrezza non puotea parlare.Or per non far de ciò longa novella,Quella disciolse ed ebbe a cavalcare,E posesela in groppa, e a lei rivoltoParlando andava per quel bosco folto.

E l'uno e l'altro insieme racontava,Questa come fu tolta dal vecchioneChe per la selva oscura la portava,E come fu poi morto dal leone;E così a lei Brandimarte narravaDe' tre giganti quella questïoneChe fatta aveano al prato della fonte,E de la dama che portava il conte.

E così l'uno e l'altro ragionandoDe lor travaglio e de la lor paura,Veniano a ritrovare il conte Orlando.Ma ad esso era incontrata altra ventura,Qual poi a tempo vi verrò contando;Ora al presente poneti la curaAd ascoltar la zuffa e la tenzoneChe ebbe Ranaldo col franco Grifone.

Né so se vi ricorda nel presente,Segnor, come io lasciassi quella cosaDe' due baron, che nequitosamenteFacean cruda battaglia e tenebrosa,E stimavan la vita per nïente,E quello e questo mai non se riposa,Né sparma colpi alcun, né si nasconde,Ma l'uno l'altro a bon gioco risponde.

Tutta la gente quivi se adunava,Pedoni e cavallieri a poco a poco;Sì ciascun de veder desiderava,Che strettamente li bastava il loco.Marfisa avanti agli altri riguardava,Tutta nel viso rossa come un foco;Ma, mentre che mirava, ecco RanaldoMena un gran colpo furïoso e saldo;

E sopra l'elmo gionse de Grifone,Ch'era affatato, come aveti odito;Se alora avesse gionto un torrïone,Sin gioso al fondo l'arebbe partito;Ma quello incanto e quella fatasoneCampò da morte il giovanetto ardito,Benché a tal guisa fu del spirto privo,Che non moritte e non rimase vivo.

Però che, briglia e staffe abandonando,Pendea de il suo destriero al destro lato,E per il prato strasinava il brando,Perché l'aveva al braccio incatenato.Quando Aquilante il venne remirando,Ben lo credette di vita passato,E sospirando di dolore e d'iraVerso Ranaldo furïoso tira.

Questo era anch'esso figlio de Olivero,Come Grifone, e di quel ventre nato,Né di lui manco forte né men fiero,E come l'altro aponto era fatato:L'arme sue, dico, il brando e il bon destriero,Benché a contrario fosse divisato,Ché questo tutto è nero, e quello è bianco,Ma l'un e l'altro a meraviglia è franco.

Sì che non fo questo assalto minore,Ma più crudele assai ed inumano,Perché Aquilante avea molto dolore,Credendo essere occiso il suo germano;E come disperato a gran furoreCombattea contra il sir de Montealbano,Ferendo ad ambe man con molta fretta,Per morir presto o far presto vendetta.

Da l'altra parte a Ranaldo pareaRicever da costoro a torto ingiuria,Però più dello usato combatteaTerribilmente, acceso in maggior furia;Contra sé tutti quanti li vedea,E lui soletto non ha chi lo alturiaSe non Fusberta e il suo core animoso,Però combatte irato e furïoso.

- Or via, - diceva lui - brutta canaglia!Mandati ancor de li altri a ricercare,Che vengano a fornir vostra battaglia;O venitene insieme, se vi pare,Che tutti non vi stimo un fil de paglia.Come poteti gli occhi al celo alciareDe vergogna, o vedere vi lasciati,Sendo tra gli altri sì vituperati? -

Non respondeva Aquilante nïente,Benché egli odisse quel parlar superbo,Ma, stringendo de orgoglio dente a dente,Con quanta possa aveva e quanto nerboFerì Ranaldo ne l'elmo lucenteDe un colpo furïoso e tanto acerbo,Che Ranaldo le braccia al celo apersePer la gran pena che al colpo sofferse.

E se il suo brando non fosse legatoAl destro braccio, come lui portava,Ben li serìa caduto al verde prato.Or Rabicano a gran furia ne andava,Perché Ranaldo il freno avea lasciato,Né dove fosse alor se ricordava;Ma di profondo spasmo e di doloreAve perduto lo intelletto e il core.

Aquilante, de orgoglio e d'ira pieno,Per tutto intorno al campo lo seguìa;Ed avea preso al cor tanto veleno,Che così volontier morto l'avria,Come fosse un pagan, né più né meno.Ma ritornò Ranaldo in sua balìa;Proprio alor che Aquilante l'avea gionto,In sé rivenne vigoroso e pronto.

E, ritrovato il brando che avea perso,Voltò contra Aquilante il corridore,Acceso di furor troppo diverso;Con quanta forza mai puote maggiore,Lo gionse a mezo l'elmo nel traverso.Non valse ad Aquilante il suo valore,Né l'arme fatte per incantamento,Ché stramortito perse il sentimento.

Ranaldo già nïente indugiava,Perché era d'ira pieno a quella fiata,E l'elmo prestamente li slaciava,E ben gli avrebbe la testa tagliata:Ma Chiarïone la lancia arrestava,Così come era la cosa ordinata;Né de lui se accorgendo il fio d'Amone,Di traverso il ferì sopra il gallone.

Piastra non lo diffese o maglia grossa,Ma crudelmente al fianco l'ha ferito.Alor che ebbe Ranaldo la percossa,Grifone aponto se fo risentito,Ch'era stato gran pezzo in molta angossaE fuora de intelletto sbalordito;Via passò Chiarïon, rotta ha la lancia,Ché tenire il destrier non ha possancia.

Or, come io dissi, Grifon se risente,Alor che via ne andava Chiarïone,E non sapea de Aquilante nïente,Né de questo altro ancor la questïone,Ché mosso non serebbe certamente;Ma così come uscì de stordigione,Per vendicarse il colpo che avea còltoVerso a Ranaldo furïoso è vòlto.

Non era ancora il sir de MontealbanoAconcio ne l'arcione e rassettato,Per quello incontro sì crudo e villanoChe quasi fuor di sella andò nel prato,Quando gionse Grifon col brando in mano;Trovandolo improviso e sbarattato,Gli donò un colpo orribile e possente:Voltosse il fio de Amon come un serpente.

Come un serpente per la coda preso,Che gonfia il collo e il busto velenoso,Cotal Ranaldo, de grand'ira acceso,A Grifon se rivolse nequitoso;E ben l'avrebbe per terra disteso,Tanto menava un colpo furïoso;Se non che Chiarïon, ch'era voltato,Giongendo sturbò il gioco cominciato.

E sopra il braccio destro lo percosse,Come ebbe de improviso ad arivare,E con tanta ruina lo commosse,Che quasi il fece il brando abandonare.Pensati se Ranaldo ora adirosse,Che perder non vo' tempo al racontare;Forte cridando, giura a Dio divinoChe tutti non gli stima un vil lupino.

E se rivolta contra a Chiarïone,E darli morte al tutto è delibrato;Ma già per questo non resta Grifone,Né il lascia prender lena e trare il fiato.Ecco Aquilante ariva alla tenzone,Che era de stordigion già ritornato,Ma non già al tutto, perché veramenteNon s'accorgea de gli altri duo nïente:

De gli altri duo che, ciascadun più fiero,Stanno d'intorno Ranaldo a ferire;Ciò non pensa Aquilante, quello altiero,Ma sua battaglia destina finire.Spronando a gran ruina il suo destrieroLascia sopra a Ranaldo un colpo gireTanto feroce, dispietato e crudo,Che tagliò tutto per traverso il scudo.

Sotto il scudo la piastra del braccialeSopra un cor' buffalino era guarnita;La manica de maglie nulla vale,Ché gli fece nel braccio aspra ferita.A' circonstanti ciò parea gran male;Sopra a gli altri Marfisa, quella ardita,Va correndo, ché apena ritenutoSe era sin ora di donargli aiuto.

Onde se mosse lui con la reginaChe di prodezza al mondo non ha pare.Qual vento, qual tempesta di marinaSe puote al gran furore equiperare?Quando Marfisa mosse con ruina,Parea che e monti avessero a cascare,E' fiumi andasser nello inferno al basso,Ardendo l'aria e il celo a gran fraccasso.

A quel furor terribil e diversoSerebbe tutto il mondo sbigotito;Per ciò non ha Grifon l'animo perso,Né il suo german, che fo cotanto ardito;Ma ciascun de gli altri ha il cor summersoQuando vider colei sopra a quel sito,Qual con tal furia nel giorno davantiGli avea cacciati e rotti tutti quanti.

Venner contra Marfisa e duo germani,Ciascun di lor se stringe, il scudo imbraccia;E il pro' Ranaldo, solo in su quei piani,Al re Adrïano e a Chiarïon minaccia;E fôr Torindo ed Oberto alle mani,Ben che ferito è Oberto nella faccia.Trufaldin sta da parte e pone mente,Come avesse de questo a far nïente.

L'una e poi l'altra zuffa voglio dire,Perché in tre lochi a un tempo se travaglia,E il rumore è sì grande ed il ferireE il spezzar delle piastre e della maglia,Che apena se potrebbe il trono odire.Or, cominciando alla prima battaglia,Grifone ed Aquilante alla fronteraTolsero in mezo la regina fiera.

Lei, come una leonza che di pareSe veggia in mezo a duo cervi arivata,Che ad ambo ha il core e non sa che si fare,Ma batte i denti, e quello e questo guata;Cotal Marfisa se vedea mirare,Adosso l'uno e l'altro inanimata,Sol dubitando la regina forteA cui prima donar debba la morte.

Ma star sospesa non li fa mestiero,Ché ben gli diè Grifone altro pensare;Ad ambe mani il giovanetto fieroUn colpo smisurato lasciò andare.Il drago, che ha la dama per cimiero,Fece in due parte alla terra callare;Non fo Marfisa per quel colpo mossa,Benché sentisse al capo gran percossa.

Verso Grifon turbata un colpo mena,Con quel gran brando che ha tronca la ponta;Ma non è verso lui voltata apena,Che nel collo Aquilante l'ebbe gionta.Pensati or se ella rode la catena,E se a tal cosa prese sdegno ed onta,Perché quel colpo orribile e improvisoBatter li fece contra a l'elmo il viso.

E gli uscì il sangue da' denti e dal naso,Che non gli avvenne in battaglia più mai.Dricciandosi cridò: - Giotton malvaso,Se tu sapesti quel che tu non sai,Voresti nel girone esser rimaso:Or vo' che sappi che tu moriraiPer le mie mane, e non è in celo IddioChe te possa campar dal furor mio. -

Mentre che ella braveggia a suo volere,Non ha il franco Grifone il tempo perso,Ma con ogni sua forza e suo potereIn fronte la ferì de un gran riverso.Io non sapria cantando far vedereDi lei lo assalto orribile e diverso,Ché, non curando più la sua persona,Verso Aquilante tutta se abandona.

Ferì con tal superbia la adirata,Con tal ruina e con furor cotanto,Che, se non fosse la piastra incantata,Fesso l'avria per mezzo tutto quanto.Dicea il franco Grifon: - Cagna rabbiata,Tu non te donarai al mondo il vantoChe promisso hai, de occider mio germano:Ma serà tuo zanzar bugiardo e vano. -

Così dicendo la ferì del brandoCon gran tempesta ne l'elmo lucente.Or, bei segnori, a Dio ve racomando,Perché finito è il mio dire al presente;E, se tornati, verrovi contandoQuesta battaglia nel canto sequente,Qual fo tra gente di cotanto ardire,Che ve fia gran diletto odendol dire.

Canto ventesimoquarto

Se non me inganna, segnor, la memoria,Seguir convene una zuffa grandissima,Ché a l'altro canto abandonai la istoriaDella dama terribile e fortissima,Quale ha tanta arroganza e sì gran boria,Che vergognata se stima e vilissimaE che beffando ogni om dietro gli rida,Se tutto il mondo a morte non disfida.

Da l'altra parte Aquilante e GrifoneEran duo cavallier di tanto ardire,Che lo universo non avea baroneQual gli potesse entrambi sostenire:Dico né Orlando, né il figlio de Amone,O di qual altro più se possa dire,Perché ciascun di lor, fronte per fronte,Tiene battaglia al pro' Ranaldo e al conte.

Onde una zuffa sì pericolosaNon fo nel mondo più fatta giamai,Come fu tra Marfisa valorosaE i duo guerrer, che avean prodezza assai.Per ordine vi voglio or dir la cosa,Ché, se ben mi ramento, io ve lasciaiCome la dama ne l'elmo forbitoEra percossa da Grifone ardito.

A lui se volta con tanta ruina,Che lo credette al tutto dissipare;Gionse nel scudo la forte regina,E quel spezzato fa per terra andare;E se non era l'armatura finaChe quella fata bianca ebbe a incantare,Tagliava lui con tutto il suo destriero,Tanto fu il colpo dispietato e fiero.

Ben gli rispuose il franco giovanettoEd a due man ne l'elmo la percosse,E callò il brando ne lo armato petto.Aquilante a quel tempo ancor se mosse;Ma la regina con molto dispettoContra di lui turbata rivoltosse,E nel viso il ferì con tal tempesta,Che su le groppe il fie' piegar la testa.

Né pone indugia, che a Grifon se volta,E mena un colpo tanto disperato,Che al giovanetto avria la vita tolta,Se quel non fusse per incanto armato.Mentre a quel colpo è la dama disciolta,Aquilante arivò da l'altro lato,E con gran furia ne l'elmo la afferra,Credendo a forza metterla per terra.

Forte tira Aquilante ad ambe braccia;Marfisa abranca lui di sopra al scudo,E via dal petto con la mano il straccia.Allor Grifone, il giovanetto drudo,De aiutare Aquilante se procaccia,E menò un colpo dispietato e crudo,Tal che col brando il scudo gli fracassa;Lei se rivolta ed Aquilante lassa.

Lascia Aquilante e voltasi al germano,E lo ferì de un colpo furïoso;Or chi più presto può, gioca de mano,Né indugia vi si pone, o alcun riposo.Come in un tempo oscuro e subitano,Che vien con troni e vento ruïnoso,Grandine e pioggia batte in ogni sponda,Che l'erbe strugge e gli arbori disfronda;

Così son essi, ed era il suo colpire:Nïun de' duo quella dama abandona,Or l'uno or l'altro l'ha sempre a ferire.Lei da altra parte è sì franca persona,Che il lor vantaggio poco viene a dire.Alle spesse percosse il cel risuona;Né vinti fabri a botta di martelloFarian tanto rumore e tal flagello.

Vicino a questi, proprio in su quel piano,Era un'altra terribil questïone,Però che 'l franco sir de MontealbanoHa il re Adrïano adosso e Chiarïone.Benché ferito è quel baron sopranoForte nel braccio manco e nel gallone,Pure è sì fiero e sì di guerra saggio,Che a' duo combatte ed ha sempre avantaggio.

Tra il forte Oberto e quel re de TurchiaLa zuffa cominciata ancor durava;Torindo la battaglia mantenia,Abenché Oberto forte lo avanzava.Più fier cresce lo assalto tutta via,In quei tre lochi ogni om se adoperava;Vero è che con più ardore ed altra guisaSe combattea là dove era Marfisa.

Ma poi de tutte tre queste battaglieVi contaraggio il fin, ciò vi prometto;Or convengo narrarvi altre travaglieDe il conte Orlando, che giva solettoTra l'aspre spine e le sassose scaglie,Dove il lasciai, in quel folto boschetto;Sol di trovare il suo compagno ha cura,Sempre cercando insino a notte scura.

Da poi che 'l giorno al tutto fu passato,E già splendia nel cel ciascuna stella,E non trova colui che egli ha cercato,Né scontra che de quel sappia novella,Smonta Baiardo e discese nel prato,Ed avea seco quella damigellaDi cui longo parlare aveti odito,Qual fie' la beffa al suo vecchio marito.

Lei de essere assalita dubitava,E forse non gli avria fatto contrasto;Ma questo dubbio non gli bisognava,Ché Orlando non era uso a cotal pasto.Turpino affirma che il conte de BravaFo ne la vita sua vergine e casto.Credete voi quel che vi piace ormai;Turpin de l'altre cose dice assai.

Colcossi a l'erba verde il conte Orlando,Né mai se mosse insino al dì nascente.Lui dormia forte, sempre sornachiando;Ma la donzella non dormì nïente,Perché stava sospesa, imaginandoChe questo cavallier tanto valenteNon fosse al tutto sì crudo de core,Che non pigliasse alcun piacer de amore.

Ma poi che la chiara alba era levata,E vide del baron le triste prove,In groppa gli montò disconsolata,E se saputo avesse andare altrove,Via volentieri ne serebbe andata;Ma, come io dico, non sapeva il dove.Malinconiosa e tacita si stava:Il conte la cagion gli domandava.

Ella rispose: - Il vostro sornacchiareNon mi lasciò questa notte dormire,Et, oltra a ciò, me sentia piziccare. -Dicendo questo e volendo altro dire,Avanti a loro una donzella appare,Che fuor de un bel boschetto ebbe ad uscire,Sopra de un palafren di seta adorno;Un libro ha in mano ed alle spalle un corno.

Bianco era il corno e d'un ricco lavoro,Troppo mirabilmente fabricato;Di smalto colorito e splendido oroDa ciascun capo e in mezo era legato;E ben valeva infinito tesoro,De tante ricche pietre era adornato:E, come io dissi, il porta una donzellaSopra de l'altre grazïosa e bella.

Come fu giunta, ad Orlando se inchina,E con parlar cortese e voce puraGli disse: - Cavallier, questa matinaTrovato aveti la maggior venturaChe abbia la terra e tutta la marina;Ma a ciò bisogna un cor senza paura,Quale aver debbe un cavallier perfetto,Sì come voi mostrati nello aspetto.

Questo libro la insegna ad acquistare,Ma il modo e la maniera convien dire.Prima il bel corno vi convien suonare,Poi de improviso questo libro aprire,E leggeriti quel che avriti a fareDi quella cosa che abbia ad apparire;Perché, suonando il corno, a prima voceVerrà qualcosa orribile e feroce.

Ma il libro chiarirà, quale io ve ho detto,Come vi abbiate in quella a governare;E non crediati già di aver diletto,Ma converravi il brando adoperare.Come sereti fuor di quel sospetto,Non vi bisogna ponto indugïare,Ché vostra libertà vi serìa tolta;Ma il corno suonareti un'altra volta.

Ed a quel suono ancor qualche altra cosaVedreti uscire e qualche gran periglio;E voi, come persona valorosa,Aprite il libro e prendite consiglio;Ma se teneti l'alma paurosa,A tal ventura non dati de piglio;Perché ardito principio e mala fineFatto ha più volte assai gente tapine.

E ciò ve dico per questa ragione:Il corno per incanto è fabricato,E se alcun cavalliero è sì fellone,Che dopo il primo suon sia spaventato,Sempre seranne in sua vita pregione,Ché a la Isola del Lago fia menato;Né a cui spiace il finir, die' cominciare:Tre volte il corno se convien sonare.

Alle due prime incontra gran travaglia,Pena e fatica troppo smisurata,Ed a ciascuna convien far battaglia;Ma, suonando da poi la terza fiata,Non bisogna adoprar brando né maglia,Che uscirà cosa tanto aventurata,Qual, se campasti ancor de li anni centoIn vostra vita, vi farà contento. -

Da poi che il conte dalla dama inteseL'alta ventura e la gran meraviglia,De trarla al fine entro al suo cor se accese,Né fra sé pensa o con altrui consiglia,Ma con gran voluntà la man distese,E prestamente il libro e il corno piglia;E per meglio acconciarse a quella guerra,La dama che avea in groppa pose a terra.

Poi messe a bocca il corno in abandono,Come colui che ciò ben far sapiva.Sembrava quasi quella voce un trono,E ben da longe de intorno se odiva;Ed ecco nella fin del primo suonoUna gran pietra in due parte se apriva;La pietra a cento braccia era vicina:Tutta se aperse con molta ruina.

Rotta che fo la pietra per traverso,Duo tori uscirno con molto rumore,Ciascun più fiero orribile e diverso,Con vista cruda e piena di terrore.Le corne avian di ferro, e il pel riversoTutto alla testa, e di strano colore,Però che or verde, or negro se mostrava,Or giallo, or rosso, e sempre lustrigiava.

Aperse Orlando il libro incontinente;Così diceva a ponto la scrittura:'Cavallier, sappi che serai perdente,Se ad occider quei duo tu poni cura,Ché con la spada faresti nïente;Ma se vôi trare a fin questa ventura,Pigliarli te convien con molta penaE legarli ambi insieme a una catena.

Poi che sian gionti, ti conviene andareLà dove vedi la pietra intagliata,E il campo ivi de intorno tutto arare;E questo è quanto alla prima sonata.Nella seconda torna a riguardare,Perché il modo e la via te fia mostrataDe aver de questa impresa onore o morte.Via! via! barone; e fa che te conforte.'

Non fece Orlando al libro più riguardo,Ma se rivolse al fraccassato sasso;Né certo bisognava esser più tardo,Però che e tori uscirno a gran fracasso.Esso era già smontato di Baiardo,E lor contra ne andava a fermo passo.Or gionse il primo ed abassa la testaE ferì in fianco il conte a gran tempesta.

Più de otto braccia ad alto l'ha gettato,E cade in terra con grave percossa.Gionse il secondo, e col corno ferratoRuppe le piastre, usbergo e maglia grossa,E un'altra fiata al cel lo ebbe levato,E ben gli fe' doler le polpe e l'ossa;Vero è che alcun di lor non l'ha ferito,Perché è fatato il cavalliero ardito.

Or se lui se turbò, non dimandate,Ché contar non puotria la voce umana;Come ebbe in terra le piante fermate,Ben dimostrava sua forza soprana,Botte menando tanto desperateChe sibillar faceva Durindana;E per le corne e pel dosso pelosoMena a traverso il conte furïoso.

Ma, come il brando suo fosse de un fusto,Non li puotea tagliar la pelle adosso;Così fatato avean quei tori il busto,Che tutti e brandi un pel no' gli avrian mosso;E benché 'l conte fosse aspro e robusto,L'avean di qua, di là tanto percosso,Con le corne di ferro sì pistato,Che a gran fatica puotea trar il fiato.

Pur, come quel che è fiero oltra a misura,Facea del suo dolore aspra vendetta;Sempre combatte con vista secura,E de ferire a l'uno e a l'altro afretta;E benché abbian la pelle e grossa e dura,Muggiavan molte fiate per gran stretta,Ché lui feriva con tanta roina,Che spesso a terra or questo or quello inchina.

E cominciavan già de rinculare,A testa bassa facendo diffesa;Ma, come il conte gli andava a trovare,Era di novo sua superbia accesa.Così tre volte se ebbero a fermare,E tre volte tornarno alla contesa:Al fine Orlando, per finir la guerra,Un d'essi in fronte per un corno afferra.

Con la sinistra man nel corno il piglia,E quel, forte mugiando, furïavaFacendo salti grandi a meraviglia,E già per questo Orlando nol lasciava.Esso avea tratto a Baiardo la brigliaE sotto la cintura la portava.Questa era aredinata di catena:Prendela il conte e il toro intorno mena.

E mentre che così questo ragira,Tenendol tuttavia preso nel corno,Quell'altro toro, acceso de molta ira,Sempre ferendo a lui giva d'intorno.Il conte con gran forza il primo tiraDove è un pilastro de marmore adorno,Che fu del re Bavardo sepultura,Come mostrava intorno la scrittura.

Con questa briglia il primo ebbe legato,E similmente ancor prese il secondo;E poi che l'ebbe a quel sasso menato,Tanto gli batte al colpo furibondo,Che a l'uno e l'altro è l'orgoglio mancato.Non se indugia il guerrer, che è fior del mondo,Ma sì fra e tori attacca la sua spada,Che 'l stocco avanti e l'elzo adrieto vada.

Poi se fece d'un tronco una gran mazza,E come biolco se pone ad arare;Quei duo feroci tori avanti cazzaE dritto il solco li fa caminare.Sempre col tronco li batte e minazza:Mai non fu visto il più bel lavorare.Per terra è Durindana e par che rada,Radice e pietre taglia quella spada.

Poi che fu il campo nelle sue confineArato tutto, Orlando fie' gran festa,Dio ringraziando e sue virtù divine,Che gli avea dato onor de tanta inchiesta.Poi lasciò e tori, e non se vidde il fineDe lor, che se ne andarno con tempesta;Muggiando forte via passarno un monte,E uscîr de vista alle donzelle e al conte.

Benché sofferto avesse molto affannoIl franco conte alla battaglia dura,A lui pareva ciascuna ora uno annoDe poter trare a fin tanta ventura;Né stima che per forza o per ingannoPossa esser vinta sua mente sicura.Senza altramente adunque riposare,Prende il bel corno e comincia a suonare.

Era smontata giù del palafrenoQuella donzella che portava il corno,E nel bel prato de fioretti pienoSe avea d'una ghirlanda il capo adorno;Ma, come il suon del conte venne meno,Tremò quella campagna tutta intorno,E un piccol monticel ch'era in quel loco,Se aperse in cima e fuor gettò gran foco.

Stavasi queto il figlio di Melone,Per veder ciò che al fine avesse a uscire.Ecco fuor di quel monte esce un dragone,Terribil tanto, ch'io nol posso dire.La dama, che sapea la fatasone,Tenne quell'altra, che volea fuggire,Dicendo: - Sopra me stati sicura,Ché solo al cavallier tocca paura.


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