Questa facenda a noi non apartiene,Ma quel barone al tutto fia deserto. -Rispose l'altra: - Ben se gli conviene,Ché un più malvaggio al mondo non è certo. -Adunque ciascadun m'intenda bene,Perché il caso de Orlando mostra apertoChe ogni servigio di dama si perdeChi non adacqua il suo fioretto verde.
Or torno a ragionar di quel serpenteChe un altro non fu mai visto maggiore.Di scaglie verde e d'oro era lucente,L'ale ha depinte in diverso colore.Tre lingue avea ed acuto ogni dente,Battea la coda con molto rumore,Sempre gettava foco e fiamma viva,Che da l'orecchie e di bocca li usciva.
Come il serpente in tutto si scoperse,Il conte, che teniva il libro in mano,Gli vide scritto ove prima lo aperse:' Nel mondo tutto, per monte e per piano,Tanta fatica mai altrui sofferseCome tu soffrirai, baron soprano;Ma forse ancora potresti campare,Se quel ch'io dico, te amenti di fare.
Questa battaglia conviene esser presta,Perché il serpente è di tossico pieno,E getta fumo e fiamma sì molesta,Che ti farebbe tosto venir meno;Ma stu potesti tagliarli la testa,Non dubitar di foco o di veleno,E piglia pur quel capo arditamente:Rompilo sì, che ne traggi ogni dente.
E questi denti tu semineraiIn questa terra per te lavorata,E poi mirabil cosa vederai:Di tal semente nascer gente armata,Forte ed ardita, e tu lo provarai.Or va, che se tu campi a questa fiataE se tu porti di tal guerra onore,Di tutto il mondo pôi chiamarti il fiore.'
Non par che in quel libro altro più se scriva:Il conte prestamente lo serrava,Perché il serpente già sopra gli arivaCon l'ale aperte, e gran furia menava,Gettando sempre foco e fiama viva.Con alto ardire Orlando l'aspettava;La bocca aperse il diverso dragone,Credendosi ingiottirlo in un boccone.
Ma, come piacque a Dio, nel scudo il prese,E tutto quanto l'ebbe dissipato.Era di legno, e sì forte se accese,Che presto e incontinente fu bruciato;E così il sbergo e l'elmo e ogni altro arneseVenne quasi rovente ed affocato:Arsa è la sopravesta, e il bel cimieroArdea tuttora in capo al cavalliero.
Non ebbe il conte mai cotal battaglia,Poi che a quel foco contrastar conviene;Forza non giova o arte di scrimaglia,Perché gran fumo, che con fiamma viene,Gli entra ne l'elmo e la vista li abaglia,Né apena vede il brando che in man tiene;Ma, ben che abbia il veder quasi già perso,Pur mena il brando a dritto ed a roverso.
Così di qua di là sempre menandoIn quella zuffa oscura e tenebrosa,Nel collo il gionse pure al fin col brando,E via tagliò la testa sanguinosa;Quella poi prese il conte e, remirando,Ben gli parve quel capo orribil cosa,Ch'era vermiglio, d'oro, verde e bruno;Fuor di quel trasse e denti ad uno ad uno.
L'elmo se trasse poi quel conte arditoE dentro i denti di quel drago pose;Dapoi nel campo arato se ne è gito,Sì come il libro nel suo canto espose.Dove Bavardo il re fu sepellito,Seminò lui le seme venenose;Turpin, che mai non mente in alcun loco,Dice che penne uscirno a poco a poco.
Penne depinte, dico, de cimieriUscirno a poco a poco de la terra,E dapoi gli elmi e' petti de' guerreriE tutto il busto integro si disserra.Prima pedoni, e poscia cavallieriUscîr, tutti cridando: - Guerra, guerra! -Con trombe e con bandiere, a gran tempesta:Ciascun la lancia verso Orlando arresta.
Veggendo il conte la cosa sì strana,Disse fra sé: "Questa semenza riaMieter mi converrà con Durindana,Ma s'io n'ho mal, la colpa è tutta mia,Perché diletto ha pur la gente umanaLamentarsi d'altrui per sua follia:Ma colui pianger debbe a doppie doglieChe per mal seminar peggio raccoglie."
Così dicendo il conte non fu tardo,Perché a guarnirsi tempo non gli avanza;L'elmo se alaccia il cavallier gagliardo,E non aveva più scudo né lanza.Di piana terra salta su BaiardoE quel percote con molta arroganzaContra alla gente che gli ariva intorno,Che, pur mo nata, die' morir quel giorno.
Or che bisogna ch'io vada contandoE colpi ad un ad uno e il lor ferire,Dapoi che contra a Durindana il brandoNon val coperta, né arme, né scrimire?Però concludo in fin che il conte OrlandoTutti li fece in quel giorno morire;Come nel campo fur morti e dispersi,L'arme e i cavalli e i corpi fôr somersi.
Da poi che il conte per tutto ivi intornoVide la gente morta e dissipata,Che in vita fatto avea poco soggiorno,E dove nacque se era sotterrata,Lui non indugia e pone a bocca il corno,Per donar fine alla terza suonata,E darsi a tal ventura ultimo vanto,Come io vi contarò ne l'altro canto.
Canto ventesimoquinto
Il conte Orlando il corno a bocca pose,Sì come a l'altro canto io vi lasciai,Ché trare al fine in tutto se disposeL'alte aventure, e non posarsi maiSin che quelle opre sì meraviglioseChe apparevano al suon, come contai,Non fussero apparite tutte quante;Però suonava quel segnor de Anglante.
Tanto suonava, che al suonar si stancaQuel vago corno il cavallier ardito.Nulla d'intorno appare e il giorno manca,E già temeva lui d'esser schernito,Quando una cucciarella tutta biancaGionse latrando nel prato fiorito;Il conte alla cuccietta pone cura,Dicendo: "Dio me doni alta ventura!
Tanta fatica adunque e tanto stentoAver durato me incresce per certo;Ma tardo ormai ed indarno mi pento,Ch'indarno un tanto affanno aggio sofferto.È questo ciò che me die' far contento?È questo il guidardone? È questo il merto,Qual promise la dama in abandono,Che doveva apparire al terzo suono?"
Così dicendo ratto si voltavaPer girne altrove, tutto disdegnoso;Il conte il corno per terra gettavaE via fugiva a corso roïnoso.Ma la donzella a gran voce il chiamava:- Aspetta, aspetta, baron valoroso!Ché non è al mondo re né imperatore,Che abbia ventura di questa maggiore.
Ascolta adunque il mio parlar, che spianaDi questa cucciarella il bel lavoro.Una isoletta non molto lontanaHa il nome ed ha lo effetto del tesoro;Ivi è una fata, nomata Morgana,Che alle gente diverse dona l'oro;Quanto per tutto il mondo or se ne spande,Convien che ad essa prima se dimande.
Lei sotto terra il manda a l'alti monti,Dove se cava poi con gran fatica;E ne' fiumi l'asconde e dentro a' fonti,E in India, dove il coglie la formica.Abada e guarda ben che sian disgionti,Ché ciascaduno un pesce ne nutrica;E vo' che sappi il nome per ragione:Timavo è l'uno, e l'altro è il carpïone.
Questi due pesci viveno d'ôr fino.Ora, per seguitar la mia novella,Dico che ogni metallo ha in suo domìnoDe oro e de argento Morgana la bella;Ed è venuto per questo confinoDa lei mandata quella cucciarellaPer farte sempre in tua vita beato,Poiché tre volte il suo corno hai suonato.
Ché non fo al mondo mai più cavalliero,Qual lo suonasse la seconda volta,Benché molti provarno tal mestiero,Ma sempre a tutti fu la vita tolta.Or lascia adunque ogni tristo pensiero,Franco barone, e il mio parlare ascolta,Accioché sappi la cosa compiuta,Perché la cuccia al corno sia venuta.
Morgana, della quale io t'ho parlato,Quale è regina delle cose adorne,Ha per il mondo un suo cervo mandato,Che ha bianco il pelo e d'oro ambe le corne.Quel per incanto a modo è fabricato,Che in alcun loco mai non si soggiorne,Ma sempre, via fuggendo a meraviglia,Cerca la terra e non trova chi 'l piglia.
Né se potrebbe per forza pigliare,Senza l'aiuto di quella cuccietta;Lei primamente lo sa ritrovare,Poi lo caccia cridando con gran fretta.Conviensi quella voce seguitare,Perché lor van legier come saetta;La cuccia il caccia in pista con tempestaSei giorni integri, e al settimo s'arresta.
Perché quel giorno, giongendo alla fonteDove se tuffa il cervo pauroso,Quivi si prende senza oltraggio ed onte,E fa il suo cacciatore aventuroso,Però che muta e corni dalla fronteSei volte il giorno, e ciascuno è ramosoDi trenta bronchi; e la rama distesaCon bronchi insieme cento libre pesa.
Sì che tanto tesoro adunarai,Come abbi preso quel cervo afatato,Che ne serai contento sempre mai,Se la ricchezza fa l'omo beato.Forse che ancor l'amore acquisteraiDi quella fata che t'aggio contato:Dico Morgana da quel viso adorno,Più bella assai che 'l sole in mezo il giorno. -
Orlando sorridendo l'ascoltavaEd a gran pena la lasciò finire,Perché esso le ricchezze non curava,Qual gli ebbe la donzella a proferire,Sì che rispose: - Dama, non mi gravaAvermi posto a rischio de morire,Però che di periglio e di faticaL'onor de cavallier sol se nutrica.
Ma l'acquisto de l'oro e de l'argentoNon m'avria fatto mai il brando cavare;Però chi pone ad acquistar talento,Lui se vôl senza fine affaticare;E come acquista più, manco è contento,Né si può lo appetito sazïare;Ché qualunche n'ha più, più ne desia:Adunque senza capo è questa via.
Senza capo è la strata ed infinita,De onore e de diletto al tutto priva.Chi va per essa, a caminar s'aita,Ma dove gionger vôl, mai non ariva;Sì che la voglio al tutto aver smarita,Né gli vo' caminar per sin ch'io viva;E accioché meglio intendi il mio parlare,Dico che 'l cervo non voglio cacciare.
Prendi il tuo corno, ch'io lascio ad altruiQuesta ventura di tanta ricchezza,Perch'io ora non sono e mai non fuiDa cortesia partito e gentilezza;E vile e discortese è ben coluiQual la sua dama più che 'l cor non prezza;Ed io so che m'aspetta or la mia dama,E parmi odir la voce che mi chiama.
(Ben me ricorda come io la lasciaiCon guerra nella rocca assedïata:Ora che indovinar me sapria maiCome sia quella zuffa aterminata?Il campo e la battaglia abandonaiPer seguire Agrican quella giornata;E combatteva l'una e l'altra gente,Sì che non so di lor chi sia perdente.) -
Così con seco istesso ragionavaIl conte, assai pensoso ne la ciera,E la donzella alla croppa invitava,La qual pur vi salì mal volentiera.Lasciò quell'altra, e già via caminava;Ecco ad un ponte, sopra una rivera,Passava un cavalliero in vista arguta:Cortesemente Orlando lo saluta.
Ma il cavallier, che vide la donzella,Ben presto la cognobbe nel sembiante,Che questa è Leodilla, quella bella,Quale è figliola del re Manodante;Onde ad Orlando subito favellaCon minaccevol voce ed arrogante:- Questa è mia dama, che robbata m'hai!Presto la lascia, o presto morirai. -
- Se l'è tua, - disse il conte - e tua si sia,Ché già per lei non voglio prender brica;Totila, per Macone! e vanne via,Che me pare alle spalle aver l'ortica;E te ringrazio di tal cortesia,Poi che me assolvi di tanta fatica.Con essa ove te piace ne puoi gire,Pur che con meco non voglia venire. -
Il cavalliero, odendo il ragionareChe facea Orlando, di tanta viltade,Qual ne la vista sì feroce appare,Gran meraviglia ne ebbe in veritade.Prese la dama, e senza altro parlareVia caminarno per diverse strade;L'uno a levante ad Albraca ne gia,L'altro a ponente verso Circasia.
Ordauro era nomato il cavalliero,Questo che al conte la donzella tolse,Né tolta già l'avria per esser fiero,Ma perché Orlando contrastar non volse,Quale avea ad Angelica il pensiero;Però dalla battaglia se disciolse,E parli più d'uno anno ciascuna ora,Che arivi dove Angelica dimora.
Lasciamo lui che ben forte camina,Ch'io vo' seguir la zuffa dolorosa,Qual più sempre s'accende a gran ruina,Né mai se vide più terribil cosa.Vedevasi Marfisa la reginaDi qua di là voltar sì furïosa,Perché Aquilante e 'l suo fratel pregiatoLa combatteano atorno in ciascun lato.
E vedeasi il feroce fio de Amone,Ferito crudelmente e sanguinoso,Cacciare il re Adrïano e Chiarïone;Vedevasi Torindo valorosoCombatter contra Oberto dal Leone:Stavasi Trufaldin solo in riposo.Questo ne l'altro canto io vi contai:Ora voglio finir quel ch'io lasciai.
Come andasse la cosa in su quel pianoDe le tre zuffe, vi voglio contare.Sì come io dissi, Trufaldin villanoStava da parte la guerra a guardare;E quando Chiarïone ed AdrïanoCominciâr per Ranaldo a rinculare,Come colui che avea molta pauraNe la rocca fuggì dentro alle mura.
Ranaldo non lo vide in su quel ponto,Ché certamente non serìa campato,Ben presto Rabican l'avrebbe gionto;Ma tanto era alla zuffa riscaldato,Che nol vide partir, come io vi conto;Ma solo il vide alla porta arivato,E, vòlto ai duo baron, con gran furoreDisse: - Fuggito è pur quel traditore.
Sì che ascoltati quel che vi vo' dire,E procurati metterlo ad effetto,Se non voleti al presente morire,Ché ben ve occiderò senza rispetto;Ma se me prometteti far venireCon voi doman nel campo il maledetto,Voglio che questa guerra cominciataOr sia fornita per questa giornata.
E tutti voi, che aveti la difesaDel vostro glorïoso Trufaldino,Come serà del sol la luce accesa,Verriti giù nel campo al bel matinoE quivi finirà nostra contesa,E morirà quel perfido assassino;O veramente ch'io vi serò morto,Se Dio dal dritto non riguarda il torto. -
Queste parole diceva Ranaldo,Ed altro ch'io non curo arricontare;Onde l'accordo fo fatto di saldo,A benché con Marfisa fo da fare,Perché essa aveva il core acceso e caldo,Né la battaglia mai volse lasciare,Sin che Aquilante non giura e GrifoneTornar per l'altro giorno alla tenzone,
E mantener battaglia per un giorno,Sin che serà nel mare il sole ascoso.Così dentro alla rocca fier' ritornoCiascun barone afflitto e doloroso,E non avevan pezzo d'arme intornoChe non fosse percosso e sanguinoso;Né stavan quei di fuori ad altra guisa,Ranaldo e il Turco e la forte Marfisa.
Ciascuno attese con solenne curaA sua persona ed a sua guarnisone.Quei della rocca tutti avean paura,Fuor che Aquilante e l'ardito Grifone;E ragionavan della guerra dura,Come era stato ciascun compagnone.Diceva Astolfo: - Orlando è stravestito;In tal forma ha ogniom de voi schernito. -
- Non, - rispose Aquilante, - tu non saiChe 'l cavalliero è il sir de Montealbano.Noi lo pregammo con parole assaiChe non venisse con noi alle mano;Ma lui non se lasciò parlar giamai,Tanto è feroce e di cor subitano;E così domattina a l'altra guerraO noi, on esso andrà morto alla terra. -
Rispose Astolfo: - E' t'è male incontrato,Ché ad ogni modo rimarrai perdente,Perché io me trovarò da l'altro lato,E vado da Ranaldo incontinente.Quando nel campo me vedriti armato,So ben che non voriti per nïente,Né serà alcun di voi tanto sicuro,Che esca tre passi fuor longe dal muro. -
Rise Aquilante che lo cognoscia,Ed al duca rispose: - Alla bon'ora,Dapoi che esser convene, e così sia! -Astolfo non fie' già lunga dimora,Ché della rocca fuora se ne uscia;Né oscurato era in tutto il giorno ancora,Quando e cugini insieme se trovaro,E con gran festa insieme se abracciaro.
Lasciamo questi insieme al pavaglione,Che se posarno insino alla matina,E ritornamo al fïo di Melone,Qual con gran voluntà sempre camina,Tanto che ad Albracà gionse al girone;E già il sole alla sera se dichina,Quando quel cavallier cotanto forteGionse alla rocca dentro dalle porte.
E già non par che venga dalla danza;L'arme ha spezzato ed è senza cimiero,Arsa è la sopravesta, e non ha lanzaE non ha scudo l'ardito guerrero;Ma pur mostrava ancor grande arroganza,Tanto superbo avea lo aspetto fiero,E qualunche il mirasse in su BaiardoDirebbe: Questo è il fior d'ogni gagliardo.
Come fo gionto dentro a l'alta rocca,Angelica la bella l'incontrava.Lui salta de l'arcion, che nulla tocca;La dama di sua mano il disarmava,E nel trargli de l'elmo il bacia in bocca:Non dimandati come Orlando stava;Ché, quando presso si sentì quel viso,Credette esser di certo in paradiso.
Avea la dama un bagno apparecchiato,Troppo gentile e di suave odore,E di sua mano il conte ebbe spogliato,Baciandol spesse fiate con amore.Poi l'ungiva d'uno olio delicato,Che caccia de la carne ogni livore;E quando la persona è afflitta e stanca,Per quel ritorna vigorosa e franca.
Stavasi 'l conte quieto e vergognoso,Mentre la dama intorno il maneggiava;E benché fosse di questo gioioso,Crescere in alcun loco non mostrava.Intra nel fine in quel bagno odoroso,E sé dal collo in giù tutto lavava,E poi che asciutto fu, con gran dilettoPer poco spazio se colca nel letto.
E dopo questo la donzella il menaIntro una ricca zambra ed apparata,Dove posarno con piacere a cena,Ché vi era ogni vivanda delicata.Nel fin la dama con faccia serena,Standosi al collo a quel conte abracciata,Lo prega e lo scongiura con bel direChe d'una cosa la voglia servire.
- D'una sol cosa, il mio conte, - dicia- Fammi promessa, e non me la negare,Se vôi che più sia tua ch'io non son mia,Ché a tal servigio me puoi comparare;Né creder che aggia tanta scortesia,Che da te voglia quel che non puoi fare;Ma sol cheggio da te che per mio amoreMostri ad un giorno tutto il tuo valore.
E che non abbi al mondo alcun riguardo,Ma ch'io veda di te l'ultima prova,Perch'io starò a veder se sei gagliardo,Né creder che d'adosso occhio te mova,Sin che a terra non vada ogni stendardoDe la gente che in campo se ritrova;E ben so che farai ciò, se tu vôi,Perché io conosco quel che vali e pôi.
Una dama feroce, arabïata,Qual venne col mio patre in mia diffesa,Senza cagione alcuna è ribellata,Di mal talento e di furore accesa;Come vedi, m'ha quivi assedïata,E, se tu non me aiuti, io serò presaDa la crudel, che tanto odio mi portaChe con tormento e strazio serò morta. -
Così disse la dama, e lacrimandoIl viso al cavallier tutto bagnava.Apena se ritenne il conte OrlandoChe alor alora tutto se armava;E rispondea nïente, e fulminandoGli occhi abragiati d'intorno voltava.Poi che la furia fu passata un pocoIl volto a lei rivolse, e parea foco:
Né già puote la dama sofferireDi riguardare alla terribil faccia.Dissegli il conte: - Dama, a te servireMi reputo dal cel a tanta graccia;E quella dama che me avesti a dire,Fia da me morta, o presa, o messa a caccia;E quando fosse il mondo tutto quantoCon seco armato, ancor de ciò me vanto. -
Rimase assai contenta la donzellaVeggendo il proferir di quel barone,Ché ben sapea quel che lui vale in sella.Frutti e confetti di molta ragioneFurno portati a quella zambra bella;Gionsero in questa Aquilante e Grifone,E ciascun con Orlando fo abracciato;Angelica di poi tolse combiato.
Ella se parte zoiosa e festantePer la promessa di quel cavalliero,Tanto superba di cotale amante,Che di Marfisa più non ha pensiero.Come partita fu, disse AquilanteAl conte Orlando: - Il ti farà mestieroDomane esser gagliardo sopra il piano,Perché avrai contra il sir de Montealbano.
Egli è venuto e non so la cagione,Ma fuor de l'intelletto al tutto pare,Ché tutti quanti qua dentro al gironeCi ha preso con vergogna a disfidare.Io lo pregai, ed ancora Grifone,Ma lui non si lasciò giamai parlare,Né dir se li può mai ragion che vaglia,Onde c'è forza far seco battaglia. -
- Sai certo che 'l sia desso, - disse Orlando- E che per lui non abbi altro avisato? -Disse Aquilante: - A Dio mi racomando,Stato son seco a fronte e gli ho parlato,E combattei con lui brando per brando;E tu me stimi tanto smemorato,E sì fuor d'intelletto e di ragione,Ch'io non cognosca Ranaldo d'Amone? -
Grifone quel medesimo dicia,Che senza dubio alcun l'ha cognosciuto;E quando il conte tal cosa intendia,Tutto cambiosse nel sembiante arguto,E prese nel pensier gran zelosia,Che qua non fusse Ranaldo venutoSol per amor de Angelica la bella;Onde gran doglia dentro il cor martella.
Presto dette combiato ai duo germani,E ne la zambra se chiuse soletto,E giva intorno stringendo le mani,Ardendo di gran sdegno e di dispetto;E con lamenti e con sospiri insaniSenza spogliarse se gettò sul letto,Ove con pianti e dolente paroleIn cotal forma si lamenta e dole:
"Ahi vita umana, trista e dolorosa,Nella qual mai diletto alcun non dura!Sì come a la giornata luminosaVien drieto incontinente notte oscura;Così non fu giamai cosa gioiosa,Che non fusse meschiata di sventura;Ma ogni diletto è breve e via trapassa,La doglia sempre dura e mai non lassa.
E questo si può dir per me, tapino,Qual con tanto piacere e tanto onoreAccolto fui da quel viso divino,Ch'io non credetti aver più mai dolore;Ma poi fu ciò per farme più meschino,E che la pena mia fusse maggiore;Ché perder l'acquistato è maggior doglia,Che il non acquistar quel de che s'ha voglia.
Io son venuto nella fin del mondoPer l'amor d'una dama conquistare,Ed ebbi iersira un giorno sì iocondo,Quanto m'avria saputo imaginare:Non vôl Fortuna ch'io gionga al secondo,Perché Ranaldo me viene a sturbare.E ben cognosce Iddio, ch'egli ha gran torto:Ma certo l'un de noi rimarrà morto.
Sempre a mia possa l'aggio favoritoNella gran corte de lo imperatore;E mille volte che è stato bandito,L'ho ritornato in grazia al mio segnore.Lui amato non m'ha né reverito;Pur, a sua onta, io son di lui maggiore,Ché egli è di piccol terra castellano,Ed io son conte e senator romano.
Lui non mi porta amore o riverenza,Bench'io m'abbia de ciò poco a curare,E sempre io volsi che la mia prudenzaLa sua pacìa dovesse temperare;Or romper mi convien la pacïenza,Ché a tal taglier non puon duo giotti stare,Sì che finirla io son deliberato,Ché compagnia non vôle amor né stato.
Se lui campasse, egli ha tanta malizia,Ch'io resterebbi di mia vita privo;Lui sa del lusingare ogni tristizia,E più che alcun demonio egli è cattivo;E se io volessi alciare una peliziaDi donna, io non serìa morto né vivo:Se lei non m'insegnasse o desse ardire,Cominciar non saprebbi io né finire.
Ché! dico io, adunque fia abattutaLa lunga parentezza ed amistade,Che fu da' nostri antiqui mantenuta?Mal faccio, e lo cognosco in veritade;Ma da dritta ragione amor mi muta,E fia partita al tutto con le spadeNostra amistade antiqua e parentella,E l'amor nostro di questa donzella."
Così col cor di doglia tutto ardenteIl conte seco stesso ragionava,E quella notte non dormì nïente,Ma spesso a ciascun lato si voltava.Il tempo via trapassa e lui non sente,Ma la luna e le stelle biasimava,Che al suo occidente non faccian ritornoPer donar loco al luminoso giorno.
Più de tre ore avanti al matutinoIl conte a gran ruina fu levato;Una tempesta sembra il paladino,Passeggiando d'intorno tutto armato.L'elmo ha d'Almonte, che fu tanto fino,E Durindana il suo buon brando a lato;Giù nella stalla va il conte gagliardo,E ben guarnisce il bon destrier Baiardo.
E su ritorna nella rocca ancora,Guardando se il giorno esce a l'orïente,E non può comportar nulla dimora,Ma rodendo si va l'ongie col dente.Ora andati, segnori, alla bona ora,Perché io riservo nel canto sequenteUn smisurato assalto ed inumano,Qual fu tra il conte e il sir de Montealbano.
Canto ventesimosesto
Sin qui battaglie e colpi smisurati,Che fôr tra l'uno e l'altro cavalliero,E terribili assalti aggio contati;Or salir sopra 'l cel mi fa mestiero,Ché duo baroni a fronte sono armati,Che me fanno tremar tutto il pensiero.Se vi piace, segnori, oditi un pocoDe' duo guerreri uno animo di foco.
Di sopra vi contai sì come OrlandoSolo aspettando il giorno si dispera;Di qua di là va sempre fulminando,E batte e denti quella anima fiera;Trasse con ira Durindana il brando,Come davante a lui fosse la cieraDel re Agolante e del figliol Troiano,Sì furïoso mena ad ambe mano.
Dice la istoria che a lui era davanteUn gran Macon di pietra marmorina:Era intagliato a guisa d'un gigante.In questo gionse il conte a gran ruina,Sì che dal capo insin sotto le pianteTutto il fraccassa Durindana fina;Tanti colpi li dà dritto e a roverso,Che a terra in pezzi lo mandò disperso.
Con questa furia il senator romanoStava aspettando il giorno luminoso;Ma giù nel campo il sir de MontealbanoNon prende già di lui maggior riposo,Ché è tutto armato ed ha Fusberta in mano,E tempestando va quel furïoso:Arbori e piante con la spada taglia,Tanto desire avea di far battaglia.
Era ancora la notte molto oscura,Né in alcun lato si mostrava il giorno,Quando Ranaldo, ch'è senza paura,Monta a destriero e pone a bocca il corno.Ben par che 'l monte tremi e la pianura,Sì forte suona quel barone adorno;E 'l conte Orlando cognobbe di saldoA quel suonare il corno di Ranaldo.
E tanta fiamma li soggionse al core,Che più non pose a l'ira indugio o sosta,E prese il corno; e con molto romoreGli fece minacciando aspra risposta,Dicendo nel suonar: - Can traditore,Come te piace ormai vieni a tua posta,Ch'io smonto al piano, e ben te sazio direChe di tua gionta ti farò pentire. -
Già l'aria se rischiara a poco a poco,E vien l'alba vermiglia al bel sereno;Le stelle al sol nascente donan loco,De le quali era il ciel prima ripieno.Alora il conte, come avesse il focoVeduto intorno a sé, né più né meno,Battendo e denti e crollando la testaL'elmo s'allaccia con molta tempesta.
Prese Baiardo alla sella ferrata,Sopra gli salta con molta arroganza;E tanta fretta avea quella giornata,Che seco non portò scudo né lanza.Venne alla porta, e quella era serrata,Perché la rocca avea cotale usanza,Che ponte non callava o porta apriva,Sin che il sol chiaro il giorno non usciva.
Avrebbe il conte quel ponte recisoE spezzata la porta e misso al piano,Se non che la sua dama n'ebbe aviso,E venne ad esso con sembiante umano.Quando lui vide l'angelico viso,Quasi li cadde il bon brando di mano,E poi che fu saltato della sellaIngenocchiosse avanti alla donzella.
Lei abbracciava quel franco guerriero,Dicendoli: - Baron, dove ne vai?Tu m'hai promesso, e sei mio cavalliero;Questo giorno per me combattarai,E per l'amor di me questo cimieroE questo ricco scudo portarai.Abbi sempre il pensiero a cui te 'l dona,Ed opra ben per lei la tua persona. -
Così dicendo gli donava un scudo,Che 'l campo è d'oro e l'armelino è bianco,E un bel cimier, che è un fanciulletto nudoCon l'arco e l'ale, e le saette al fianco.Quel conte, che pur mo fu tanto crudo,Mirando la donzella venìa manco,E tanta zoia sentì e tal disire,Che d'allegrezza si sente morire.
In questo ragionar gionse GrifonePer gire alla battaglia, tutto armato;Ed Aquilante è seco e Chiarïone,Il re Adrïano a l'elmo incoronato.Venir non puote Oberto dal Leone,Perché la piaga il viso avea gonfiato,E per non la curare e farne stimaPiù noia n'ebbe ne la fin che prima.
Or lui restava. E venne Trufaldino,Per cui far si dicea la gran battaglia.Smarito era nel volto il malandrino,Ma non sa ritrovar scusa che vaglia,Ché pur gli convien fare il mal caminoLà giù nel piano, alla aperta prataglia;E pensando di sé l'oltraggio e il torto,Parea nel volto sfigurato e morto.
Lasciàn costor, che del forte gironeAprian la porta, e il ponte fan callare;E ritornamo a Ranaldo de Amone,Qual cognosciuto ha Orlando a quel suonare;E, benché egli abbia il dritto e la ragione,Già non voria con lui battaglia fare,Perché lo amava di coraggio fino,Come germano e suo carnal cugino.
E nel suo cor pensoso era turbatoCome dovesse terminar la impresa,Ché occider Trufaldino avea giurato,E il conte l'avea tolto in sua diffesa.Mentre lui pensa, ecco Astolfo arivatoE la regina di valore accesa;Seco Prasildo ed Iroldo venìa,Con lor Torindo, re della Turchia.
Come fôr giunti dove era Ranaldo,- Su, - disse Astolfo - non prendiam dimora!Batter si vôle il ferro, mentre è caldo. -Disse il principe: - Pian ben se lavora.Stati, cugin mio bello, un poco saldo,Che voi non seti ove credeti ancora;Perch'io ve aviso che a noi qui davanteVedreti armato il fier conte de Anglante. -
Marfisa a quel parlare alciò la fronte,Quasi ridendo, con vista sicura,E disse al fio d'Amon: - Chi è questo conte,Qual non è gionto e già ti fa paura?Se proprio fosse quel che occise AlmonteCon tutti e paladin, non ne do cura;Ma quel conte d'Angante che detto hai,Io non lo oditi nominar più mai. -
Non rispose Ranaldo al suo parlare,Che ad altra cosa avea maggior pensiero,Perché vedea del monte giù callareQue' sei baroni: Orlando era il primero,Che terribil parea solo a guardare,Aspro ne gli atti e ne l'aspetto fiero.Quando Marfisa a lui fece riguardo,Disse: - Quel primo ha vista di gagliardo. -
Rispose Astolfo a lei: - Non fare estima,Che ogni zuffa che hai fatta, è stata un scherzo.Benché èi d'ardire e di prodezza in cima,Io ti saggio acertar ch'egli è un mal guerzo.Tu, se te piace, andrai contra a lui prima,Questo serà il secondo, io serò il terzo.So che seriti a terra riversati,Ma ben vi scoderò, non dubitati. -
Disse Marfisa: - Certo assai mi pesaCh'io non possa provarme a quel valetto,Perché mi convien fare altra contesa.Ma sopra la mia fede io ti prometto,Se io non son da quei duo morta ni presa,Ch'io vederò de lui l'ultimo effetto. -Così stan questi ragionando in vano,Ma il conte Orlando è già gionto nel piano.
Come fu gionto alla ripa del prato,Sua lancia arresta, che è grosso troncone.Stava Aquilante da lui al destro lato,Ed al sinistro veniva Grifone.Trufaldin che color avea mutatoPer la paura, e possa Chiarïone,Tutti di para insieme, e il re AdrïanoVengon spronando con le lance in mano.
Da l'altra parte Marfisa se mosse:Seco Ranaldo, ed un gran fuste arresta;Prasildo e Iroldo, che hanno estreme posse,Torindo e il duca Astolfo con tempesta.Tutti han le lancie smisurate e grosse:La giostra se incomincia, aspra e robesta.Ad uno ad uno e scontri vi vo' dire,E tutto il fatto, come ebbe a seguire.
Marfisa se scontrò con Aquilante,Ciascun parve di pietra una colona;Né a drieto se riversa o piega avante,Tanto avevan quei duo franca persona:Le lancie fraccassarno tutte quante.Il duca Astolfo ratto se abandona,E quella lancia che è tutta d'ôr fino,Spronando abassa contra a Trufaldino.
Ma lui, che d'ogni inganno sapea l'arte,Come l'un l'altro al scontro se avicina,Malvagiamente se piegò da parte;Poi da traverso, quella mala spina(Come scrive Turpino alle sue carte)Feritte Astolfo con tanta roina,Che suo ardir non gli valse né sua possa,Ma cadde al prato con grave percossa.
Lasciamo Astolfo, che è rimaso in terra,Ch'io voglio adesso agli altri seguitare,Poi che contar convien tutta la guerra.Prasildo al re Adrïan s'ebbe a incontrare;Contra de Iroldo Chiarïon si serra,Né bon iudicio si potrebbe dareSe tra lor quattro fu vantaggio alcuno,Ma ben sua lancia ruppe ciascaduno.
Torindo fo colpito da Grifone,E netto se n'andò fuor della sella;Il franco Orlando e il forte fio d'AmoneSe vanno addosso con tanta flagella,Che profondar l'un l'altro ha opinïone.Ora ascoltate che strana novella:Il bon Baiardo cognobbe di saldo,Come fu gionto, il suo patron Ranaldo.
Orlando il guadagnò, come io ve ho detto,Allor che il re Agrican fece morire;E quel destrier, come avesse intelletto,Contra Ranaldo non volse venire;Ma voltasi a traverso a mal dispettoDe Orlando, proprio al contro del ferire.Sua lancia cadde al conte in su l'arcione,Ranaldo lo colpì sopra al gallone;
E fu per roversarlo a l'altro lato.Or chi saprebbe a ponto ricontareL'alto furor di quel conte adirato?Ché, quando a più tempesta mugia il mare,E quando a maggior foco è divampato,E quando se ode la terra tremare,Nulla serebbe a l'ira smisurataChe in sé raccolse Orlando in quella fiata.
Non vedea lume per li occhi nïente,Benché gli avesse come fiamma viva;E sì forte battea dente con dente,Che di lontan il gran romor se odiva.Del naso gli uscia fiato sì rovente,Che proprio il riguardar foco appariva.Or più di ciò contar non è mestiero:Con ambi sproni afferra il bon destriero.
Ed a quel tempo ben ricolse il freno,Credendolo a tal guisa rivoltare;Non si muove Baiardo più ni meno,Come fosse nel prato a pascolare.Poi che Ranaldo vidde il fatto a pieno,Comincia al conte in tal modo a parlare:- Gentil cugin, tu sai che a Dio veraceOgni iniustizia e mal fatto dispiace.
Ove hai lasciata quella mente puraE l'animo gentil che avevi in Franza,Diffensor di bontade e di drittura,E di fraude nemico e dislïanza?Caro mio conte, io ho molta pauraChe cambiato non sii per mala usanza,E che questa malvaggia meretriceT'aggia stirpato il cor de la radice.
Voresti mai che si sapesse in corteChe hai la diffesa per un traditore?Or non te serìa meglio aver la morte,Che avere in fronte tanto disonore?Deh lascia Trufaldino, o baron forte,E di quella ribalda il falso amore!Che in veritate, a non dirti menzogna,Non so de qual acquisti più vergogna. -
Orlando gli dicea: - Ecco un ladrone,Che è divenuto bon predicatore.Or può ben star sicuro ogni montone,Da poi che il lupo si è fatto pastore.Tu mi conforti con bella ragioneAbandonar de Angelica lo amore;Ma guardar die' ciascun d'esser ben netto,Prima che altrui riprenda de diffetto.
Io non venni già qui per dir parole,A ben ch'io non mi possa adoperare,E sopra ogni sventura ciò mi dole;Ma fami al peggio ormai che tu pôi fare,Ché non serà nascoso il giorno il sole,Che molta pena ti farò portareDi quel villan parlare e discortese,Qual de mia dama avesti ora palese. -
Così parlando ogniun sta dal suo lato.Non era il conte a dismontare ardito:Ché, prima a terra fosse dismontato,Via ne serebbe Baiardo fuggito.Sendo bon pezzo ciascun dimorato,Che l'uno a l'altro non avea ferito,Ranaldo, riguardando in quel confino,Ebbe veduto il falso Trufaldino,
Che aveva Astolfo abattuto nel piano.Esso a destriero d'intorno il feriva:Quel se deffende con la spada in mano;Ecco Ranaldo che sopra gli ariva.Quando venire il vidde quel villano,Che avea d'ogni virtù l'anima priva,Come fugge il colombo dal falconeCosì prese a fuggir dal fio d'Amone.
Esso fuggendo a gran voce cridava:- Aiuto! aiuto! o franchi cavallieri -E la promessa fede adimandava;E ben soccorso gli facea mestieri,Ché già quasi Ranaldo lo arivava.Ma tutti quanti quelli altri guerreriAbandonarno sua prima tenzone,Tirando tutti adosso al fio d'Amone.
Orlando nol seguia, come io vi conto,Perché Baiardo non puotea guidare;Ma ben gionse Grifone a ponto a pontoChe apena Trufaldin dovea campare.Come Ranaldo lo vidde esser gionto,Subitamente se ebbe a rivoltare,E ferisce a Grifon sì gran riverso,Che quello ha il spirto e l'intelletto perso.
Qua non se indugia, e segue Trufaldino,Che tuttavia fuggiva per quel piano;Ma fece in quel fuggir poco camino,Ché ebbe a le spalle il destrier Rabicano,E venuto era di morte al confino:Ma soccorso gli dava il re Adrïano.Ranaldo lo ferì con tanta possa,Che a terra lo fe' andar quella percossa.
Trufaldin se ne andava tuttaviaBen mezo miglio a Ranaldo davante;Ma Rabicano a tal modo seguia,Come avesse ale in loco delle piante.Ranaldo gionto il traditore avia,Ma di traverso ancor gionse Aquilante,E l'un ferisce l'altro con tempesta.Ranaldo colse lui sopra la testa,
Sì che alle croppe lo mandò roverso,Fuor di se stesso e pien di stordigione;Né ancora ha Trufaldin di vista perso,Quando alla zuffa è gionto Chiarïone.Menò Ranaldo un colpo sì diverso,Che gettò quel ferito de l'arcione;E segue Trufaldin con tanta fretta,Che apena è più veloce una saetta.
Mentre che così caccia quel ribaldo,Il conte con Marfisa s'azuffava,Però che, mentre che non vi è Ranaldo,A suo piacer Baiardo governava.Ciascuno alle percosse era più saldo,Né alcun vantaggio vi se iudicava;Vero è che 'l conte avea suspizïone,Non se fidando al tutto del ronzone.
E però combattea pensoso e tardo,Usando a suo vantaggio ciascuna arte:E benché se sentisse ancor gagliardo,Chiese riposo e trassese da parte.Mentre che intorno faceva riguardo,Vidde nel campo gionto Brandimarte,E ben se rallegrò nel suo pensiero,Ché Brigliadoro ha questo, il suo destriero.
Subitamente a lui se ne fu andato;Ciascun raconta la sua disventura,E fu tra loro alfin deliberato(Ché Brandimarte ha rotto l'armatura)Che nella rocca lui sia ritornato,E là meni Baiardo a bona cura.Su Brigliadoro il conte valorosoÈ già montato, e non vôl più riposo.
Non vôl riposo più quel sir d'Anglante,Anci si mosse con molta roina;E con parlar superbo e minaccianteIsfida a morte la forte regina.L'un mosse verso l'altro lo afferrante,Ciascun morire o vincer se destina:Questa zuffa dirò poi tutta aponto,Ma torno a Trufaldin, ch'era già gionto.
Ranaldo il gionse a la rocca vicino,E non crediati che 'l voglia pregione,Benché vivo pigliò quel malandrino,E legòl stretto con bona ragione;Indi con le gambe alto e il capo chinoAlla coda lo attacca del ronzone;Poi per il campo corre a gran furoreCridando: - Or chi diffende il traditore? -
Era il franco Grifon già risentito,E Chiarïon montato e il re Adrïano,Quando Ranaldo fu da loro odito,E posensi a seguirlo per quel piano.Ma sì presto ne andava ed espedito,Ch'era seguìto da costoro in vano;Così ne andava Rabicano isteso,Come alla coda non avesse il peso.
Sempre Ranaldo a gran voce cridava:- Ove son quei che avean cotanto ardire,Che de un sol cavallier non li bastava,Ma volean tutto il mondo sostenire?Or vedon Trufaldino, e non li gravaChe in sua presenzia lo faccio morire?Se alcun v'è ancora a cui piaccia l'impresa,Venga a staccarlo e prenda sua diffesa. -
Così diceva il barone animoso,Via strasinando Trufaldino al basso,Che era già mezo morto il doloroso,Percotendo la testa ad ogni sasso;Ed era tutto il campo sanguinoso,Dove correa Ranaldo a gran fraccasso;Ed ogni pietra acuta e ciascun spinoUn pezzo ritenia de Trufaldino.
Moritte quel malvaggio a cotal guisa,E ben lo meritava in veritate,Come la istoria sopra vi divisa,Ch'era d'inganni pieno e falsitate.Or torno al conte Orlando ed a Marfisa,Che nel secondo assalto a nude spateFan sì crudel battaglia e sì diversa,Che par che 'l celo e il mondo se sumersa.
A disusato modo e troppo orribileTra loro era inasprita la battaglia;Ed al contar serìa cosa incredibileQuelle arme che Marfisa al conte taglia.Lui d'altra parte ognior vien più terribile,Benché romper non può piastra, né maglia;Pur mena colpi di tanta roina,Che a forza fa piegar quella regina.
Cresce ogni ora lo assalto più diverso,E' crudel colpi fuor d'ogni misura.Ecco passar Ranaldo in sul traverso,Proprio davanti alla battaglia scura;E Trufaldino avea tutto dispersoLa testa e il busto insino alla cintura;Ché per le spine e' sassi in quel distrettoRimase eran le braccia, il capo e il petto.
A gran furor Ranaldo trapassava,Cridando sì che intorno è bene inteso;E dicea: - Cavallieri, or non vi gravaChe non abbiati questo re diffeso,Qual di bontate vi rasomigliava?Ove è lo ardire e quello animo accesoChe dimostraste ne l'estremo vanto,Quando sfidasti il mondo tutto quanto? -
Orlando intese quel parlare altiero,Che lo spronava in tanta villania,Onde a Marfisa disse: - Cavalliero(Perché altramente non la cognoscia),Io me sfidai con quello altro primiero,Compir voglio con lui l'impresa mia;Come io lo occido, se 'l mio Dio mi vaglia,Con teco fornirò l'altra battaglia. -
Disse Marfisa a lui: - Tu sei errato,Se presto credi occider quel barone,Perché io, che l'uno e l'altro aggio provato,Di te nol tengo in manco opinïone.Tu de la vita altrui hai bon mercato,E senza l'oste fai questa ragione;Ma tu pôi ben vantarti ed aver caroSe questa sera vi trovati al paro.
Or vanne, ch'io mi fermo a riguardareQual abbia di voi duo maggior possanza;Ma se i compagni tuoi per aiutareVengano a te, come è la lor usanza,Quell'alta rocca vi farò trovare,Né so se avreti ben tempo a bastanza:Se tu combatti come il dritto chiede,Offeso non serai su la mia fede. -
Non so se Orlando il tutto puote odire,Che già dietro a Ranaldo è posto in caccia;Sempre cridando l'aveva a seguire:- Aspetta, ché chi fugge mal minaccia;E chi desidra gli altri sbigotire,Non die' voltar le spalle, ma la faccia;Ma tu sei ben gagliardo a questo ponto,Ché hai bon destriero e non credi esser gionto. -
A quel cridar del conte il fio d'AmoneIratamente se ebbe a rivoltare,Dicendo: - Io non vo' teco questïone,E tu per ogni modo la vôi fare;Unde te dico che, avendo ragione,Omo del mondo non voglio schiffare;Ma siami testimonio Dio veraceChe aver guerra con te m'incresce e spiace. -
- Ben ne son certo, - disse il sir d'Anglante- Che te rincresce di tal guerra assai,Ché non avrai a far con mercadante,Né un pover forastier dispogliarai.Or non usiamo parole cotante:Mostra pur tuo valor, se ponto n'hai;Perché io te acerto e sazote ben direChe a te bisogna vincere o morire. -
Dicea Ranaldo a lui: - Guerra non aggio,Né voglio aver con teco, il mio cugino;Perdon ti cheggio, s'io t'ho fatto oltraggio,Ben ch'io nol feci mai, per Dio divino!E se onta ti repùti o ver dannaggioCh'io abbia preso e morto Trufaldino,A ciascun tuo piacer farò paleseChe non te ritrovasti in sue diffese. -
Rispose il conte ad esso: - Animo vile,Che ben de chi sei nato hai dimostranza,Mai non fusti figliol d'Amon gentile,Ma del falso Genamo di Maganza.Pur mo te dimostravi sì virileE ragionavi con tanta arroganza:Or che condutto al paragon ti vedi,Mercé piangendo e perdonanza chiedi. -
Perse la pazïenza a quel parlareIl fio de Amone, e con terribil guardoVerso de Orlando gli occhi ebbe a voltare,Ed a lui disse: - Tanto sei gagliardo,Che ogni om ti teme e convienti onorare;Ma se tu non mi rendi il mio Baiardo,Presto potrai veder, come io ti dico,Ch'io non ti temo e non te stimo un fico.
Come l'abbi robbato io non ho cura:Rendime il mio destriero, e sìate onore.Tu ne l'hai via mandato per paura,Ché di tenerlo non ti dava il core;Ma, se egli avesse de intorno le muraTutte de acciaro, lo trarò di fore;Ed odi come io parlo chiaro e sodo:Io lo voglio per forza ad ogni modo. -
- La prova vederemo incontinente -Rispose Orlando, sorridendo un poco:E non avea già faccia de ridente,Ma battea labre e gli occhi come foco.Or, bei Segnori, io vi lascio al presente,E se voi tornareti in questo loco,Dirò questa battaglia dove io lasso,Che un'altra non fu mai di tal fraccasso.
Canto ventesimosettimo
Chi mi darà la voce e le parole,E un proferir magnanimo e profondo?Ché mai cosa più fiera sotto il soleNon fu mirata a lo universo mondo.L'altre battaglie fôr rose e vïole:A ricontar di questa io mi confondo,Perché il valor e il pregio della terraA fronte son condutti in questa guerra.
Era ciascun di lor tanto adirato,Che facean sbigotir chi gli guardava;E molti se partîr senza comiato,E poca gente se gli avicinava;Uscia rovente fuor de gli elmi il fiato,E nel suo ragionar l'aria tremava;E chiunque stava di lontano un poco,Giurava che lor volti eran di foco.
E si facean l'un l'altro orribil guardi,Parlando con voce aspra e minacciante;E benché al cominciar paresser tardi,Come io ve dimostrai nel dir davante,Ciò fu che di persona sì gagliardiE di cor fu ciascun tanto arrogante,Che ragionando si stavano adaggio,Mostrando non curar alcun vantaggio.
Ma poi che Orlando trasse DurindanaForte cridando: - Or se vedrà la prova,Se a tua prodezza, che è tanto soprana,Un altro pare in terra se ritrova! -La cosa più non va suave e piana;Ponto è Ranaldo: convien che si mova.Però prende Fusberta ad ambe mano,E verso il conte sprona Rabicano.
E menò un colpo terribile e fiero,Come colui che ha forza oltra misura;Il dio d'amor, che ha il conte per cimiero,Volò con l'ale rotte alla pianura.L'elmo d'Almonte ben gli fie' mestiero,Ché qua la affatason non lo assicura,Poi che Ranaldo a tanta furia il tocca,Che gli avria posto le cervelle in bocca.
Ma il conte, che d'orgoglio è troppo caldo,Quella percossa non cura un lupino;E, stretto come un scoglio a l'onde saldo,Che non se crolla dal vento marino,Lui con gran forza percosse RanaldoSopra de l'elmo, che fu de Mambrino;Ma lui, che è tanto fiero e sì possente,Per quel gran colpo se mosse nïente.
E risposene un altro con roina,Dov'è il scudo e la lancia discoperta,E piastra non vi valse, o maglia fina,Ché via la tagliò tutta con Fusberta;Seco la giuppa alla terra dechina,Sì che fece mostrar la carne aperta.Per questo d'ira il conte più s'accese,Ed a Ranaldo un gran colpo distese.
Gionse a traverso del manco gallone,E misse a terra gran parte del scudo,E usbergo e piastra e grosso pancironeFraccassa con roina il brando crudo;Portò seco la giuppa e il camisone,Sì che mostrar li fece il fianco nudo.Ciascun de ira se accende e di mal fele,E la battaglia ognior vien più crudele.
Ranaldo prese un cruccio sì diverso,Che alla sua vita mai n'ebbe cotanto;E menò ad ambe mano un gran roverso,Tal che, se l'elmo non fosse de incanto,Tutto l'avrebbe spezzato e disperso;E per quel colpo orribile e tamantoOrlando se stordì per tal maniera,Che non sapea quel loco dove egli era.
Il suo destrier correndo andava intorno,Portandol stramortito in su la sella.Dicea Ranaldo: - Io so che al terzo giornoNon durarà fra noi questa novella. -E per darli di morte ultimo scornoUn altro colpo adosso li martella;Io non saprebbi ben dir la cagione,Ma il conte alora uscì de stordigione.
E risentito, cognobbe Ranaldo,Qual gli era sopra per farlo morire.Turbato lo scridò: - Giotton ribaldo,Mala ventura te ha fatto venire,Però che morto sei se tu stai saldo,E vergognato se prendi a fuggire.Or te diffendi, s'hai cotanto orgoglio,Ché averti alcun riguardo più non voglio. -
Così dicendo il conte a due man prese,Forte turbato, Durindana dura,E percosse ne l'elmo, e quel se acceseA foco e fiamma con molta paura.Ranaldo su le croppe se distesePer quel gran colpo fuor d'ogni misura:Pendon le braccia ed ha aperta ogni mano;Via ne l'arcione il porta Rabicano.
Ma non fu giamai drago ni serpente,Che racogliesse in sé tanto veleno,Quanto Ranaldo alor che si risente:Il cor avea di foco e il viso pieno.Verso de Orlando iniquitosamentePrende a due mano il brando e lascia il freno;E similmente il senator romanoContra lui vene, e mena ad ambe mano.
Ferîr l'un l'altro con alto romore,Ciascun più furïoso e disperato;E sempre cresce la zuffa maggiore,E l'arme a pezzi a pezzi vanno al prato;Né scorger ben se può chi aggia il megliore,Ché in poco tempo cangiasi il mercato;Or se veggion ferir de animo accesi,Or su le croppe andar morti e distesi.
E si feriano con tanta nequiziaChe a vendetta crudel serìa bastante,E con aspro parlar l'un l'altro astizia.Diceva al fio d'Amone il sir d'Anglante:- Oggi hai trovato il brando di iustizia!Confessa le tue amende tutte quante;Che sei per fama publico ladrone,Io vo' che tu 'l confessi, e far ragione. -
- Tu te credi tuttora essere in Franza, -Disse Ranaldo - e gli altri minacciare.Chi cambia terra, die' cambiare usanza;Re Carlo quivi non può comandare.Tu me di' villania con arroganza,E credi ch'io te 'l voglia comportare?Ed a farne la prova in ogni loco,Io son meglior di te molto, e non poco.
Di che hai superbia, dimme, bastardone?Perché occidesti Almonte alla fontana,Che era legato in braccio al re Carlone,Ora te vanti, e porti DurindanaCome acquistata per dritta ragione.Ben sei proprio figliol d'una puttana,Qual, perso che ha l'onor, più non lo stimaE più sfacciata è dopo il fal che in prima.
Datte forse arroganza il re Troiano?Né ti vergogni di quella novella,Che, ancor ferito a morte e senza mano,Te trasse a tuo dispetto de la sella?Tu insieme lo occidesti in su quel piano:Va, ti nascondi, va, vil feminella!Tra gli omini apparere hai ardimento,E sei condutto a tanto tradimento? -
Diceva Orlando a lui: - Non fa mestieroDe la nostra bontade disputare;Ché tu sei ladro, ed io son cavalliero,E tutto il mondo lo sa iudicare;E bene aggio ragion s'io sono altieroDe Almonte e de Troian, che hai a contare,Che fur di tanto pregio e di tal raccia,Che non gli avresti tu guardati in faccia.
Fovi meco Rugiero e quel don ChiaroChe era corona d'ogni paladino,Quai stati non serian con un tuo paro,Ché alcun di lor non era malandrino.Or tu te vanti, e pôi bene aver caro,De avere occiso il forte re Mambrino;Ma non sa dir alcun come andò il fatto,Perché tu pur fuggisti al primo tratto.
Quella battaglia fu molto nascosaLà dopo il monte, e senza testimonio;Chi giurarà come andasse la cosa,E se il tuo Malagise col demonioTe dette la vittoria sì pomposa?Ed odito aggio ancora, o ch'io me insonio,Che il fratel Constantin pur fu feritoDopo le spalle, e fu da te tradito. -
Così l'un l'altro con grave rampognaSe oltraggiavano insieme e cavallieri;Ora altro che parole ivi bisogna,Perché dal ragionare a i colpi fieriEran venuti, e l'ira e la vergognaGli avea spronati e fatti tropp'altieri;E se ferian con tanta crudeltade,Che ad ogni colpo fan foco le spade.
Ferì con ira Orlando ad ambe mano,Sopra Ranaldo gran colpo martella;Poco mancò che non andasse al pianoE stramortito uscisse de la sella.Come rivenne il sir de Montealbano,Non se accese mai lampa né facella,Che non sembrasse del suo lume priva,Tant'ha di foco lui la faccia viva.
Ad Orlando ferì con gran furoreSopra di l'elmo, a forza sì diversa,Che 'l paladin, che avea tanto vigore,Ha il sentimento e la memoria persa;E per la passïone e gran doloreSopra le croppe tutto si riversa;E for de l'arcion tanto se disserra,Che ogniom credette che l'andasse a terra.
E non fu più giamai leon ferito,Né drago acceso tanto velenosoCome divenne Orlando risentito;E ben mostrava in viso furïoso,Ché non era a quel colpo sbigotito,Ma più fier divenuto ed animoso;Verso Ranaldo lasciò un colpo crudo,E più del terzo gli tagliò del scudo.
Rotto a traverso il scudo andò nel prato,Né in questo resta la tagliente spada,Ma la maglia gli strazia dal costato,E convien che ogni piastra a terra vada.La zuppa e il camison tutto è straziato,Par che ogni cosa Durindana rada,Sì spezza usbergo ed ogni guarnisone;E feritte nel fianco il fio de Amone.
Ma non se avide alor de la ferita,Tanto era riscaldato alla battaglia;Ferisce al conte quella anima ardita,De cima al fondo il scudo gli sbaraglia.Ogni piastra de usbergo ebbe partita,E tutto il panciron fraccassa e smaglia;E se non fusse che il conte è fatato,Gran piaga gli avria fatto nel costato.
S'io conto tutti i colpi ad uno ad uno,Che facean sempre foco e le faville,Verrà la sera e il cel si farà bruno,Perché furon i colpi più di mille;Sì ch'io nol dico, e può pensar ciascunoChe non Ettor di Troia e non Achille,Né Ercole il grande, né il forte SansonePotrian con questi star al parangone.
E qual misèr Tristano e qual Gallasso,Qual altro cavallier de la venturaD'un tanto travagliar non serìa lasso,Per l'estrema battaglia orrenda e dura?Ché sempre combattero a gran fraccassoDa sol nascente insino a notte oscura,Né mai chiesen riposo a quel furore,Ché l'un de l'altro crede esser megliore.
Ed era il ciel de stelle tutto pienoPrima che alcun parlasse del partire,Però che aveano al cor tanto veleno,Che se credean l'un l'altro far morire.Poi che la luce venne al tutto meno,Restarno, per vergogna, di ferire,Perché in quel tempo combattere al scuroOpra non era di baron sicuro.
Diceva Orlando: - Pôi ringrazïareIl giorno che è partito, e il vivo sole,Che alquanto t'ha la morte a indugïare,E certamente me ne incresce e dole. -Dice Ranaldo: - Ciò lasciamo andare:Io vo' che meco vinci di parole;Ma già di fatto vantaggio non hai,Né creder, fin ch'io viva, averlo mai.
E fino ad ora io sono apparecchiato(Per mostrar ch'io non ho di te paura)Di trare al fin lo assalto cominciato,Ch'io non te stimo, o giorno, o notte oscura. -Rispose il conte: - Ladro, scelerato,Che pur convien mostrar la tua natura,Come sei uso, tristo, doloroso,Far guerra al scuro, nel bosco nascoso.
Io vo' teco azzuffarme al giorno chiaro,Perché tu vedi il tuo dolor palese,E che prender non possi alcun riparo,Né fuggirti da me, né far diffese. -Disse Ranaldo: - Adunque e' m'è ben caroEsser tanto lontano al mio paese,Per non dar quel dolore al duca Amone,Poi che morir convengo a ogni rasone.
Io so combatter nel bosco nascoso,E nel monte alto e all'aperta pianura,E fo battaglia al giorno luminoso,Matina e sera e ne la notte scura.Or tu sei solo al mondo glorïoso,Ed hai de l'onor tuo cotanta cura,Che non combatti se no' al sole altiero,Credendo altrui smarir col tuo quartiero. -
Stavan gli altri baroni a lor d'intorno,Quei de la rocca e quei de la regina,Che avean lasciata sua battaglia il giornoPer mirar de costor l'alta ruina.Tra questi fo ordinato far ritornoSopra quel campo ne l'altra matina,E diffinir la ultima battaglia,Chi più de ardire e di possanza vaglia.
Così tornorno questi nel girone,Orlando, dico, e la sua compagnia;E gli altri ciascadun al pavaglione.Or suonar trombe e gran corni se odìa,Diversi cridi de istrane persone;Ed alti fuochi al campo se vedia,E per le mura d'intorno alla roccaSpesse lumere; e la campana ciocca.
Angelica, di dame accompagnata,Venne a trovare Orlando paladinoDentro alla zambra ricca ed apparata:Quivi ha frutti, confetti e bon vino.La sopravesta il conte avea stracciata,E rotto il scudo d'ôr da l'armelino,E perduto il cimier del dio d'amore,Unde di doglia gli crepava il core.
Ed aveva tal doglia nel pensiero,Che non sa dir se egli è morto né vivo,Se quella dama chiedesse il cimiero,O domandasse come ne fo privo.Ma de ciò dubitar non fo mestiero,Ché lei, ad antiveder troppo cativo,Ciò che vedeva che al conte gradava,Quel gli chiedeva, e sol di ciò parlava.
Ma, così ragionando con dilettoDe la battaglia che era stata al piano,Non so come, ad Orlando venne detto,Che là giuso era il sir de Montealbano.La dama se commosse nello aspetto,Odendol nominare a mano a mano;Ma come quella che era saggia e trista,Coperse il suo pensier con falsa vista.
E disse al conte: - Io ho malenconia,Ché oggi stetti a le mura tutto 'l giorno,E mai tra gli altri io non te cognoscia,Cotanta gente ti stava d'intorno.Ma se volesse la ventura miaChe una sol fiata, de tutte arme adorno,Io te vedessi bene adoperare,Dio d'altra cosa non voria pregare.
Benché spietata sia Marfisa e dura,Io certamente pur voglio provareSe per un giorno mi farà sicura,Tanto ch'io possa una zuffa mirare;E solo or penso a cui doni la curaChe vada la salvezza ad impetrare.Qual serà quel che a lei ne vada avante?Io mandarò lo ardito Sacripante. -
Così fu dimandato incontinenteRe Sacripante ad Angelica bella.Questo avea il core e le medolle ardenteD'amor soperchio per quella donzella,Come odireti nel libro sequente.Or, seguitando la nostra novella,La dama, ragionando a lui, divisaQuel che impetrar desidri da Marfisa.
E lui se parte, ed al campo se accosta,Benché sia oscuro il cel, come io vi conto;E fece alla regina la proposta,Come davante a lei fo prima gionto.Ebbe subito grata e tal risposta,Qual seppe dimandare a ponto a ponto;La littra è suggillata, e con bel direFu ogniom securo al ritornare e al gire.
Ogni stella del celo era partita,Fuor quella che va sempre al sol davante;E la rugiada per l'aria fioritaSe vedea cristallina e lustrigiante;Il celo, a la bell'alba ora apparita,D'oro e di rose avea preso sembiante;E, per dir questo in simplice parole,La notte è gita e non è gionto il sole,
Quando la dama, mossa di quel caldoChe agiaccia l'intelletto ed arde il core,De Angelica dico io, che per RanaldoSe consumava nel foco d'amore,Fuora del letto se levò di saldo;E non aspetta il giorno o il suo splendore,Ché ogni altro tempo li par speso invanoFuor che a vedere il sir de Montealbano.
E poi che seppe, come io ve contai,Che esso nel campo al basso dimorava,Tutta la notte non dormì giamai,Né prese possa, e sol di lui pensava.Sperando in zoia e sospirando in guaiL'alba serena e il bel giorno aspettava,Però che ogni sua voglia e suo desireÈ di veder Ranaldo, e poi morire.
Ma il conte Orlando, senza altro pensiero,Era dormendo nel letto colcato,E sempre, in sogno, quello animo fieroStava alla zuffa del giorno passato;Né credo che sia al mondo cavallieroChe non si fosse alquanto spaventatoMirando il conte in quel sonno dissolto,Tanto feroce e orribile è nel volto.
La damigella venne a lui soletta,E ponto non l'ardiva risvegliare;Ma come fa qualunche il tempo aspetta,Che l'ora un giorno, e il giorno un mese pare,Così la dama, che avea maggior frettaChe 'l conte Orlando assai de cavalcare,Or col viso suave, or con la mano,Svegliò, toccando, il cavallier soprano.
- Su, - disse ella - baron! Non più dormire,Ché da ogni parte già se scopre il giorno;Io me levai, ché me parve de odireLà giù nel campo al basso uno alto corno;E perché io voglio con teco venireE, se a Dio piace, far teco ritorno,Son venuta a svegliarti per me stessa;E da te voglio un dono in tua promessa. -
Il conte al suo bel viso remirandoTutto se accese de amoroso foco,E la dama abracciò tutto tremando,Benché soletti fussero in quel loco.Dicea la dama: - Io son al tuo comando;Ma se me ami, barone, aspetta un poco,Ché quel ch'io dico per farti sicuro,Su la mia fede ti prometto e giuro.
Io ti prometto che a ogni tuo volereSoletta in questo loco, come io sono,Ti lasciarò di me prender piacere,Se me prometti ed attendi un sol dono,Perch'io voglio comprendere e vedereStu me ami come mostri in abandono;E quel ch'io voglio e quel ch'io ti dimando,È una battaglia sola al mio comando.
Ma se tu forse sei tanto inumano,Che prenda il tuo piacere al mio dispetto,Tenuto ne sarai sempre villano,E tornarate in pianto quel diletto,Perch'io me occiderò con la mia mano,E passaromme in tua presenza il petto;Sì ch'in te solo e in tuo arbitrio dimoraSe vôi ch'io mora, o vôi che viva ancora. -
Al fin delle parole lacrimandoAbassò il viso con molta pietate;Non puotè più soffrire il conte Orlando,Ma più di lei piangeva in veritate;E con somessa voce ragionando,Sempre chiedea perdon con umiltate,Dando la colpa del passato erroreAl core ardente ed al superchio amore.
Poi l'un promesse a l'altro in sacramentoDi servar le dimande tutte a pieno.Il lume della luna era già spento,E il sole uscia del mare al ciel sereno,Quando quel cavallier pien de ardimento,Che mai di sua bontà non venne meno,Per provvederse alla cruda battagliaTutto di piastra si copre e di maglia.
E benché fusse d'animo virileE non temesse il mondo tutto quanto,Pur tutte l'arme guarda per sotile,Ambedue le scarpette e ciascun guanto,Ché ben cognosce il cavallier gentileChe 'l suo inimico si donava il vantoD'alta prodezza in ogni baronaggio;Però non vôl ch'egli abbia alcun vantaggio.
Poi che di piastra fu tutto copertoEd ebbe il suo bon brando al fianco cinto,Angelica la bella gli ebbe offertoUn cimiero alto e un scudo d'ôr destinto.Era il cimiero uno arboscello inserto,E il scudo a tale insegna ancor dipinto.L'elmo s'allaccia quel baron soprano,Monta a destriero e prende l'asta in mano.
Li altri, per fare ad esso compagnia,Senza arme in dosso giù calarno al piano;Quivi Aquilante e Grifon se vedìa,Brandimarte vien presso e il re Ballano;Il conte dopo questi ne venìa,Ed Angelica seco a mano a manoSopra d'un palafren bianco ed amblante;Il re Adrïan vien dietro e Sacripante.
Rimase nella rocca Galafrone,E seco Chiarïon, che era ferito.Or diciamo de Orlando campïone:Come fo gionto nel prato fiorito,Sonando il corno sfida il fio d'Amone,Qual già nella campagna era apparitoTutto coperto a piastra e maglia fina;E seco al par Marfisa la regina.
Lei senza l'elmo el viso non nasconde:Non fu veduta mai cosa più bella.Rivolto al capo avea le chiome bionde,E gli occhi vivi assai più ch'una stella;A sua beltate ogni cosa risponde:Destra ne gli atti, ed ardita favella,Brunetta alquanto e grande di persona:Turpin la vide, e ciò di lei ragiona.
Angelica a costei già non somiglia,Che era assai più gentile e delicata:Candido ha il viso e la bocca vermiglia,Suave guardatura ed affatata,Tal che a ciascun mirando il cor gli empiglia:La chioma bionda al capo rivoltata,Un parlar tanto dolce e mansueto,Ch'ogni tristo pensier tornava lieto.
Questa ne andava con Orlando a mano,Come poco di sopra io ve ho contato;E quella col segnor de Montealbano,Che incontra gli venìa da l'altro lato,Con l'arme in dosso sopra Rabicano.Torindo e il duca Astolfo disarmato,Prasildo e Iroldo pien di vigoria,Fanno a Ranaldo onore e compagnia.