The Project Gutenberg eBook ofOrlando innamorato

The Project Gutenberg eBook ofOrlando innamoratoThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Orlando innamoratoAuthor: Matteo Maria BoiardoRelease date: August 28, 2018 [eBook #57787]Language: ItalianCredits: Produced by Douglas Ethington*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK ORLANDO INNAMORATO ***

This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.

Title: Orlando innamoratoAuthor: Matteo Maria BoiardoRelease date: August 28, 2018 [eBook #57787]Language: ItalianCredits: Produced by Douglas Ethington

Title: Orlando innamorato

Author: Matteo Maria Boiardo

Author: Matteo Maria Boiardo

Release date: August 28, 2018 [eBook #57787]

Language: Italian

Credits: Produced by Douglas Ethington

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK ORLANDO INNAMORATO ***

Produced by Douglas Ethington

Orlando innamorato

Libro primo

Canto primo

Signori e cavallier che ve adunatiPer odir cose dilettose e nove,Stati attenti e quïeti, ed ascoltatiLa bella istoria che 'l mio canto muove;E vedereti i gesti smisurati,L'alta fatica e le mirabil proveChe fece il franco Orlando per amoreNel tempo del re Carlo imperatore.

Non vi par già, signor, meravigliosoOdir cantar de Orlando inamorato,Ché qualunche nel mondo è più orgoglioso,È da Amor vinto, al tutto subiugato;Né forte braccio, né ardire animoso,Né scudo o maglia, né brando affilato,Né altra possanza può mai far diffesa,Che al fin non sia da Amor battuta e presa.

Questa novella è nota a poca gente,Perché Turpino istesso la nascose,Credendo forse a quel conte valenteEsser le sue scritture dispettose,Poi che contra ad Amor pur fu perdenteColui che vinse tutte l'altre cose:Dico di Orlando, il cavalliero adatto.Non più parole ormai, veniamo al fatto.

La vera istoria di Turpin ragionaChe regnava in la terra de orïente,Di là da l'India, un gran re di corona,Di stato e de ricchezze sì potenteE sì gagliardo de la sua persona,Che tutto il mondo stimava nïente:Gradasso nome avea quello amirante,Che ha cor di drago e membra di gigante.

E sì come egli avviene a' gran signori,Che pur quel voglion che non ponno avere,E quanto son difficultà maggioriLa desïata cosa ad ottenere,Pongono il regno spesso in grandi errori,Né posson quel che voglion possedere;Così bramava quel pagan gagliardoSol Durindana e 'l bon destrier Baiardo.

Unde per tutto il suo gran tenitoroFece la gente ne l'arme asembrare,Ché ben sapeva lui che per tesoroNé il brando, né il corsier puote acquistare;Duo mercadanti erano coloroChe vendean le sue merce troppo care:Però destina di passare in FranzaEd acquistarle con sua gran possanza.

Cento cinquanta millia cavallieriElesse di sua gente tutta quanta;Né questi adoperar facea pensieri,Perché lui solo a combatter se avantaContra al re Carlo ed a tutti guerreriChe son credenti in nostra fede santa;E lui soletto vincere e disfareQuanto il sol vede e quanto cinge il mare.

Lassiam costor che a vella se ne vano,Che sentirete poi ben la sua gionta;E ritornamo in Francia a Carlo Mano,Che e soi magni baron provede e conta;Imperò che ogni principe cristiano,Ogni duca e signore a lui se afrontaPer una giostra che aveva ordinataAllor di maggio, alla pasqua rosata.

Erano in corte tutti i paladiniPer onorar quella festa gradita,E da ogni parte, da tutti i confiniEra in Parigi una gente infinita.Eranvi ancora molti Saracini,Perché corte reale era bandita,Ed era ciascaduno assigurato,Che non sia traditore o rinegato.

Per questo era di Spagna molta genteVenuta quivi con soi baron magni:Il re Grandonio, faccia di serpente,E Feraguto da gli occhi griffagni;Re Balugante, di Carlo parente,Isolier, Serpentin, che fôr compagni.Altri vi fôrno assai di grande afare,Come alla giostra poi ve avrò a contare.

Parigi risuonava de instromenti,Di trombe, di tamburi e di campane;Vedeansi i gran destrier con paramenti,Con foggie disusate, altiere e strane;E d'oro e zoie tanti adornamentiChe nol potrian contar le voci umane;Però che per gradir lo imperatoreCiascuno oltra al poter si fece onore.

Già se apressava quel giorno nel qualeSi dovea la gran giostra incominciare,Quando il re Carlo in abito realeAlla sua mensa fece convitareCiascun signore e baron naturale,Che venner la sua festa ad onorare;E fôrno in quel convito li assettatiVintiduo millia e trenta annumerati.

Re Carlo Magno con faccia iocondaSopra una sedia d'ôr tra' paladiniSe fu posato alla mensa ritonda:Alla sua fronte fôrno e Saracini,Che non volsero usar banco né sponda,Anzi sterno a giacer come mastiniSopra a tapeti, come è lor usanza,Sprezando seco il costume di Franza.

A destra ed a sinistra poi ordinateFôrno le mense, come il libro pone:Alla prima le teste coronate,Uno Anglese, un Lombardo ed un Bertone,Molto nomati in la Cristianitate,Otone e Desiderio e Salamone;E li altri presso a lor di mano in mano,Secondo il pregio d'ogni re cristiano.

Alla seconda fôr duci e marchesi,E ne la terza conti e cavallieri.Molto fôrno onorati e Magancesi,E sopra a tutti Gaino di Pontieri.Rainaldo avea di foco gli occhi accesi,Perché quei traditori, in atto altieri,L'avean tra lor ridendo assai beffato,Perché non era come essi adobato.

Pur nascose nel petto i pensier caldi,Mostrando nella vista allegra fazza;Ma fra se stesso diceva: "Ribaldi,S'io vi ritrovo doman su la piazza,Vedrò come stareti in sella saldi,Gente asinina, maledetta razza,Che tutti quanti, se 'l mio cor non erra,Spero gettarvi alla giostra per terra."

Re Balugante, che in viso il guardava,E divinava quasi il suo pensieri,Per un suo trucimano il domandava,Se nella corte di questo imperieriPer robba, o per virtute se onorava:Acciò che lui, che quivi è forestieri,E de' costumi de' Cristian digiuno,Sapia l'onor suo render a ciascuno.

Rise Rainaldo, e con benigno aspettoAl messagier diceva: - RaportateA Balugante, poi che egli ha dilettoDe aver le gente cristiane onorate,Ch'e giotti a mensa e le puttane in lettoSono tra noi più volte acarezate;Ma dove poi conviene usar valore,Dasse a ciascun il suo debito onore. -

Mentre che stanno in tal parlar costoro,Sonarno li instrumenti da ogni banda;Ed ecco piatti grandissimi d'oro,Coperti de finissima vivanda;Coppe di smalto, con sotil lavoro,Lo imperatore a ciascun baron manda.Chi de una cosa e chi d'altra onorava,Mostrando che di lor si racordava.

Quivi si stava con molta allegrezza,Con parlar basso e bei ragionamenti:Re Carlo, che si vidde in tanta altezza,Tanti re, duci e cavallier valenti,Tutta la gente pagana disprezza,Come arena del mar denanti a i venti;Ma nova cosa che ebbe ad apparire,Fe' lui con gli altri insieme sbigotire.

Però che in capo della sala bellaQuattro giganti grandissimi e fieriIntrarno, e lor nel mezo una donzella,Che era seguìta da un sol cavallieri.Essa sembrava matutina stellaE giglio d'orto e rosa de verzieri:In somma, a dir di lei la veritate,Non fu veduta mai tanta beltate.

Era qui nella sala Galerana,Ed eravi Alda, la moglie de Orlando,Clarice ed Ermelina tanto umana,Ed altre assai, che nel mio dir non spando,Bella ciascuna e di virtù fontana.Dico, bella parea ciascuna, quandoNon era giunto in sala ancor quel fiore,Che a l'altre di beltà tolse l'onore.

Ogni barone e principe cristianoIn quella parte ha rivoltato il viso,Né rimase a giacere alcun pagano;Ma ciascun d'essi, de stupor conquiso,Si fece a la donzella prossimano;La qual, con vista allegra e con un risoDa far inamorare un cor di sasso,Incominciò così, parlando basso:

- Magnanimo segnor, le tue virtuteE le prodezze de' toi paladini,Che sono in terra tanto cognosciute,Quanto distende il mare e soi confini,Mi dan speranza che non sian perduteLe gran fatiche de duo peregrini,Che son venuti dalla fin del mondoPer onorare il tuo stato giocondo.

Ed acciò ch'io ti faccia manifesta,Con breve ragionar, quella cagioneChe ce ha condotti alla tua real festa,Dico che questo è Uberto dal Leone,Di gentil stirpe nato e d'alta gesta,Cacciato del suo regno oltra ragione:Io, che con lui insieme fui cacciata,Son sua sorella, Angelica nomata.

Sopra alla Tana ducento giornate,Dove reggemo il nostro tenitoro,Ce fôr di te le novelle aportate,E della giostra e del gran concistoroDi queste nobil gente qui adunate;E come né città, gemme o tesoroSon premio de virtute, ma si donaAl vincitor di rose una corona.

Per tanto ha il mio fratel deliberato,Per sua virtute quivi dimostrare,Dove il fior de' baroni è radunato,Ad uno ad un per giostra contrastare:O voglia esser pagano o battizato,Fuor de la terra lo venga a trovare,Nel verde prato alla Fonte del Pino,Dove se dice al Petron di Merlino.

Ma fia questo con tal condizïone(Colui l'ascolti che si vôl provare):Ciascun che sia abattuto de lo arcione,Non possa in altra forma repugnare,E senza più contesa sia pregione;Ma chi potesse Uberto scavalcare,Colui guadagni la persona mia:Esso andarà con suoi giganti via. -

Al fin delle parole ingenocchiataDavanti a Carlo attendia risposta.Ogni om per meraviglia l'ha mirata,Ma sopra tutti Orlando a lei s'accostaCol cor tremante e con vista cangiata,Benché la voluntà tenìa nascosta;E talor gli occhi alla terra bassava,Ché di se stesso assai si vergognava.

"Ahi paccio Orlando!" nel suo cor dicia"Come te lasci a voglia trasportare!Non vedi tu lo error che te desvia,E tanto contra a Dio te fa fallare?Dove mi mena la fortuna mia?Vedome preso e non mi posso aitare;Io, che stimavo tutto il mondo nulla,Senza arme vinto son da una fanciulla.

Io non mi posso dal cor dipartireLa dolce vista del viso sereno,Perch'io mi sento senza lei morire,E il spirto a poco a poco venir meno.Or non mi val la forza, né lo ardireContra d'Amor, che m'ha già posto il freno;Né mi giova saper, né altrui consiglio,Ch'io vedo il meglio ed al peggior m'appiglio."

Così tacitamente il baron francoSi lamentava del novello amore.Ma il duca Naimo, ch'è canuto e bianco,Non avea già de lui men pena al core,Anci tremava sbigotito e stanco,Avendo perso in volto ogni colore.Ma a che dir più parole? Ogni baroneDi lei si accese, ed anco il re Carlone.

Stava ciascuno immoto e sbigottito,Mirando quella con sommo diletto;Ma Feraguto, il giovenetto ardito,Sembrava vampa viva nello aspetto,E ben tre volte prese per partitoDi torla a quei giganti al suo dispetto,E tre volte afrenò quel mal pensieriPer non far tal vergogna allo imperieri.

Or su l'un piede, or su l'altro se muta,Grattasi 'l capo e non ritrova loco;Rainaldo, che ancor lui l'ebbe veduta,Divenne in faccia rosso come un foco;E Malagise, che l'ha cognosciuta,Dicea pian piano: "Io ti farò tal gioco,Ribalda incantatrice, che giamaiDe esser qui stata non te vantarai."

Re Carlo Magno con lungo parlareFe' la risposta a quella damigella,Per poter seco molto dimorare.Mira parlando e mirando favella,Né cosa alcuna le puote negare,Ma ciascuna domanda li suggellaGiurando de servarle in su le carte:Lei coi giganti e col fratel si parte.

Non era ancor della citade uscita,Che Malagise prese il suo quaderno:Per saper questa cosa ben compitaQuattro demonii trasse dello inferno.Oh quanto fu sua mente sbigotita!Quanto turbosse, Iddio del celo eterno!Poi che cognobbe quasi alla scopertaRe Carlo morto e sua corte deserta.

Però che quella che ha tanta beltade,Era figliola del re Galifrone,Piena de inganni e de ogni falsitade,E sapea tutte le incantazïone.Era venuta alle nostre contrade,Ché mandata l'avea quel mal vecchioneCol figliol suo, ch'avea nome Argalia,E non Uberto, come ella dicia.

Al giovenetto avea dato un destrieriNegro quanto un carbon quando egli è spento,Tanto nel corso veloce e leggieri,Che già più volte avea passato il vento;Scudo, corazza ed elmo col cimieri,E spada fatta per incantamento;Ma sopra a tutto una lancia dorata,D'alta ricchezza e pregio fabricata.

Or con queste arme il suo patre il mandò,Stimando che per quelle il sia invincibile,Ed oltra a questo uno anel li donòDi una virtù grandissima, incredibile,Avengaché costui non lo adoprò;Ma sua virtù facea l'omo invisibile,Se al manco lato in bocca se portava:Portato in dito, ogni incanto guastava.

Ma sopra a tutto Angelica politaVolse che seco in compagnia ne andasse,Perché quel viso, che ad amare invita,Tutti i baroni alla giostra tirasse,E poi che per incanto alla finitaOgni preso barone a lui portasse:Tutti legati li vôl nelle maneRe Galifrone, il maledetto cane.

Così a Malagise il dimon dicia,E tutto il fatto gli avea rivelato.Lasciamo lui: torniamo a l'Argalia,Che al Petron di Merlino era arivato.Un pavaglion sul prato distendia,Troppo mirabilmente lavorato;E sotto a quello se pose a dormire,Ché di posarse avea molto desire.

Angelica, non troppo a lui lontana,La bionda testa in su l'erba posava,Sotto il gran pino, a lato alla fontana:Quattro giganti sempre la guardava.Dormendo, non parea già cosa umana,Ma ad angelo del cel rasomigliava.Lo annel del suo germano aveva in dito,Della virtù che sopra aveti odito.

Or Malagise, dal demon portato,Tacitamente per l'aria veniva;Ed ecco la fanciulla ebbe miratoGiacer distesa alla fiorita riva;E quei quattro giganti, ogniuno armato,Guardano intorno e già nïun dormiva.Malagise dicea: "Brutta canaglia,Tutti vi pigliarò senza battaglia.

Non vi valeran mazze, né catene,Né vostri dardi, né le spade torte;Tutti dormendo sentirete pene,Come castron balordi avreti morte."Così dicendo, più non si ritiene:Piglia il libretto e getta le sue sorte,Né ancor aveva il primo foglio vòlto,Che già ciascun nel sonno era sepolto.

Esso dapoi se accosta alla donzellaE pianamente tira for la spada,E veggendola in viso tanto bellaDi ferirla nel collo indugia e bada.L'animo volta in questa parte e in quella,E poi disse: "Così convien che vada:Io la farò per incanto dormire,E pigliarò con seco il mio desire."

Pose tra l'erba giù la spada nuda,Ed ha pigliato il suo libretto in mano;Tutto lo legge, prima che lo chiuda.Ma che li vale? Ogni suo incanto è vano,Per la potenzia dello annel sì cruda.Malagise ben crede per certanoChe non si possa senza lui svegliare,E cominciolla stretta ad abbracciare.

La damisella un gran crido mettia:- Tapina me, ch'io sono abandonata! -Ben Malagise alquanto sbigotia,Veggendo che non era adormentata.Essa, chiamando il fratello Argalia,Lo tenìa stretto in braccio tutta fiata;Argalia sonacchioso se sveglione,E disarmato uscì del pavaglione.

Subitamente che egli ebbe vedutoCon la sorella quel cristian gradito,Per novità gli fu il cor sì caduto,Che non fu de appressarse a loro ardito.Ma poi che alquanto in sé fu rivenuto,Con un troncon di pin l'ebbe assalito,Gridando: - Tu sei morto, traditore,Che a mia sorella fai tal disonore. -

Essa gridava: - Legalo, germano,Prima ch'io il lasci, che egli è nigromante;Ché, se non fosse l'annel che aggio in mano,Non son tue forze a pigliarlo bastante. -Per questo il giovenetto a mano a manoCorse dove dormiva un gran gigante,Per volerlo svegliar; ma non potea,Tanto lo incanto sconfitto il tenea.

Di qua, di là, quanto più può il dimena;Ma poi che vede che indarno procaccia,Dal suo bastone ispicca una catena,E de tornare indrieto presto spaccia;E con molta fatica e con gran penaA Malagise lega ambe le braccia,E poi le gambe e poi le spalle e il collo:Da capo a piede tutto incatenollo.

Come lo vide ben esser legato,Quella fanciulla li cercava in seno;Presto ritrova il libro consecrato,Di cerchi e de demonii tutto pieno.Incontinenti l'ebbe diserrato;E nello aprir, né in più tempo, né in meno,Fu pien de spirti e celo e terra e mare,Tutti gridando: - Che vôi comandare? -

Ella rispose: - Io voglio che portateTra l'India e Tartaria questo prigione,Dentro al Cataio, in quella gran citate,Ove regna il mio padre Galafrone;Dalla mia parte ce lo presentate,Ché di sua presa io son stata cagione,Dicendo a lui che, poi che questo è preso,Tutti gli altri baron non curo un ceso. -

Al fin delle parole, o in quello instante,Fu Malagise per l'aere portato,E, presentato a Galafrone avante,Sotto il mar dentro a un scoglio impregionato.Angelica col libro a ogni giganteDiscaccia il sonno ed ha ciascun svegliato.Ogn'om strenge la bocca ed alcia il ciglio,Forte ammirando il passato periglio.

Mentre che qua fôr fatte queste cose,Dentro a Parigi fu molta tenzone,Però che Orlando al tutto se disposeEssere in giostra il primo campïone;Ma Carlo imperatore a lui risposeChe non voleva e non era ragione;E gli altri ancora, perché ogni om se estima,A quella giostra volean gire in prima.

Orlando grandemente avea temutoChe altrui non abbia la donna acquistata,Perché, come il fratello era abattuto,Doveva al vincitore esser donata.Lui de vittoria sta sicuro e tuto,E già li pare averla guadagnata;Ma troppo gli rencresce lo aspettare,Ché ad uno amante una ora uno anno pare.

Fu questa cosa nella real corteTra il general consiglio essaminata;Ed avendo ciascun sue ragion pòrte,Fu statuita al fine e terminata,Che la vicenda se ponesse a sorte;Ed a cui la ventura sia mandataD'essere il primo ad acquistar l'onore,Quel possa uscire alla giostra di fore.

Onde fu il nome de ogni paladinoSubitamente scritto e separato;Ciascun segnor, cristiano e saracino,Ne l'orna d'oro il suo nome ha gettato;E poi ferno venire un fanciullinoChe i breve ad uno ad uno abbia levato.Senza pensare il fanciullo uno afferra;La lettra dice: Astolfo de Anghilterra.

Dopo costui fu tratto Feraguto,Rainaldo il terzo, e il quarto fu Dudone;E poi Grandonio, quel gigante arguto,L'un presso all'altro, e Belengiere e Otone;Re Carlo dopo questi è for venuto;Ma per non tenir più lunga tenzone,Prima che Orlando ne fôr tratti trenta:Non vi vo' dir se lui se ne tormenta.

Il giorno se calava in ver la sera,Quando di trar le sorte fu compito.Il duca Astolfo con la mente altieraDimanda l'arme, e non fu sbigottito,Benché la notte viene e il cel se anera.Esso parlava, sì come omo ardito,Che in poco d'ora finirà la guerra,Gettando Oberto al primo colpo in terra.

Segnor, sappiate ch'Astolfo lo IngleseNon ebbe di bellezze il simigliante;Molto fu ricco, ma più fu cortese,Leggiadro e nel vestire e nel sembiante.La forza sua non vedo assai palese,Ché molte fiate cadde del ferrante.Lui suolea dir che gli era per sciagura,E tornava a cader senza paura.

Or torniamo a la istoria. Egli era armato,Ben valeano quelle arme un gran tesoro;Di grosse perle il scudo è circondato,La maglia che se vede è tutta d'oro;Ma l'elmo è di valore ismesuratoPer una zoia posta in quel lavoro,Che, se non mente il libro de Turpino,Era quanto una noce, e fu un rubino.

Il suo destriero è copertato a pardi,Che sopraposti son tutti d'ôr fino.Soletto ne uscì fuor senza riguardi,Nulla temendo se pose in camino.Era già poco giorno e molto tardi,Quando egli gionse al Petron di Merlino;E ne la gionta pose a bocca il corno,Forte suonando, il cavalliero adorno.

Odendo il corno, l'Argalia levosse,Ché giacea al fonte la persona franca,E de tutte arme subito adobosseDa capo a piedi, che nulla gli manca;E contra Astolfo con ardir se mosse,Coperto egli e il destrier in vesta bianca,Col scudo in braccio e quella lancia in manoChe ha molti cavallier già messi al piano.

Ciascun se salutò cortesemente,E fôr tra loro e patti rinovati,E la donzella lì venne presente.E poi si fôrno entrambi dilungati,L'un contra l'altro torna parimente,Coperti sotto a i scudi e ben serrati;Ma come Astolfo fu tocco primero,Voltò le gambe al loco del cimero.

Disteso era quel duca in sul sabbione,E crucioso dicea: - Fortuna fella,Tu me e' nemica contra a ogni ragione:Questo fu pur diffetto della sella.Negar nol pôi; ché s'io stavo in arcione,Io guadagnavo questa dama bella.Tu m'hai fatto cadere, egli è certano,Per far onore a un cavallier pagano. -

Quei gran giganti Astolfo ebber pigliato,E lo menarno dentro al pavaglione;Ma quando fu de l'arme dispogliato,La damisella nel viso il guardone,Nel quale era sì vago e delicato,Che quasi ne pigliò compassïone;Unde per questo lo fece onorare,Per quanto onore a pregion si può fare.

Stava disciolto, senza guardia alcuna,Ed intorno alla fonte solacciava;Angelica nel lume della luna,Quanto potea nascoso, lo amirava;Ma poi che fu la notte oscura e bruna,Nel letto incortinato lo posava.Essa col suo fratello e coi gigantiFacea la guardia al pavaglion davanti.

Poco lume mostrava ancor il giorno,Che Feraguto armato fu apparito,E con tanta tempesta suona il corno,Che par che tutto il mondo sia finito;Ogni animal che quivi era d'intornoFuggia da quel rumore isbigotito:Solo Argalia de ciò non ha paura,Ma salta in piede e veste l'armatura.

L'elmo affatato il giovanetto francoPresto se allaccia, e monta in sul corsieri;La spada ha cinto dal sinistro fianco,E scudo e lancia e ciò che fa mistieri.Rabicano, il destrier, non mostra stanco,Anzi va tanto sospeso e leggieri,Che ne l'arena, dove pone il piede,Signo di pianta ponto non si vede.

Con gran voglia lo aspetta Feraguto,Ché ad ogni amante incresce lo indugiare;E però, come prima l'ha veduto,Non fece già con lui lungo parlare;Mosso con furia e senza altro saluto,Con l'asta a resta lo venne a scontrare;Crede lui certo, e faria sacramento,Aver la bella dama a suo talento.

Ma come prima la lancia il toccò,Nel core e nella faccia isbigotì;Ogni sua forza in quel punto mancò,E lo animoso ardir da lui partì;Tal che con pena a terra trabuccò,Né sa in quel punto se gli è notte o dì.Ma come prima a l'erba fu disteso,Tornò il vigore a quello animo acceso.

Amore, o giovenezza, o la naturaFan spesso altrui ne l'ira esser leggiero.Ma Feraguto amava oltra misura;Giovanetto era e de animo sì fiero,Che a praticarlo egli era una paura;Piccola cosa gli facea mestieroA volerlo condur con l'arme in mano,Tanto è crucioso e di cor subitano.

Ira e vergogna lo levâr di terra,Come caduto fu, subitamente.Ben se apparecchia a vendicar tal guerra,Né si ricorda del patto nïente;Trasse la spada, ed a piè se disserraVer lo Argalia, battendo dente a dente.Ma lui diceva: - Tu sei mio pregione,E me contrasti contro alla ragione. -

Feraguto il parlar non ha ascoltato,Anci ver lui ne andava in abandono.Ora i giganti, che stavano al prato,Tutti levati con l'arme se sono,E sì terribil grido han fuor mandato,Che non se odì giamai sì forte trono(Turpino il dice: a me par meraviglia),E tremò il prato intorno a lor due miglia.

A questi se voltava Feraguto,E non credeti che sia spaventato.Colui che vien davanti è il più membruto,E fu chiamato Argesto smisurato;L'altro nomosse Lampordo il veluto,Perché piloso è tutto in ogni lato;Urgano il terzo per nome si spande,Turlone il quarto, e trenta piedi è grande.

Lampordo nella gionta lanciò un dardo,Che se non fosse, come era, fatato,Al primo colpo il cavallier gagliardoMorto cadea, da quel dardo passato.Mai non fu visto can levrer, né pardo,Né alcun groppo di vento in mar turbato,Così veloci, né dal cel saetta,Qual Feraguto a far la sua vendetta.

Giunse al gigante in lo destro gallone,Che tutto lo tagliò, come una pasta,E rene e ventre, insino al petignone;Né de aver fatto il gran colpo li basta,Ma mena intorno il brando per ragione,Perché ciascun de' tre forte il contrasta.L'Argalia solo a lui non dà travaglia,Ma sta da parte e guarda la battaglia.

Fie' Feraguto un salto smisurato:Ben vinti piedi è verso il cel salito;Sopra de Urgano un tal colpo ha donato,Che 'l capo insino a i denti gli ha partito.Ma mentre che era con questo impacciato,Argesto nella coppa l'ha feritoD'una mazza ferrata, e tanto il tocca,Che il sangue gli fa uscir per naso e bocca.

Esso per questo più divenne fiero,Come colui che fu senza paura,E messe a terra quel gigante altiero,Partito dalle spalle alla cintura.Alor fu gran periglio al cavalliero,Perché Turlon, che ha forza oltra misura,Stretto di drieto il prende entro alle braccia,E di portarlo presto se procaccia.

Ma fosse caso, o forza del barone,Io no 'l so dir, da lui fu dispiccato.Il gran gigante ha di ferro un bastone,E Feraguto il suo brando afilato.Di novo si comincia la tenzone:Ciascuno a un tratto il suo colpo ha menato,Con maggior forza assai ch'io non vi dico;Ogni om ben crede aver còlto il nemico.

Non fu di quelle botte alcuna cassa,Ché quel gigante con forza rubestaGiunselo in capo e l'elmo gli fraccassa,E tutta quanta disarmò la testa;Ma Feraguto con la spada bassaMena un traverso con molta tempestaSopra alle gambe coperte di maglia,Ed ambedue a quel colpo le taglia.

L'un mezo morto, e l'altro tramortitoQuasi ad un tratto cascarno sul prato.Smonta l'Argalia e con animo arditoHa quel barone alla fonte portato,E con fresca acqua l'animo storditoA poco a poco gli ebbe ritornato;E poi volea menarlo al pavaglione,Ma Feraguto niega esser pregione.

- Che aggio a fare io, se Carlo imperatoreCon Angelica il patto ebbe a firmare?Son forsi il suo vasallo o servitore,Che in suo decreto me possa obligare?Teco venni a combatter per amore,E per la tua sorella conquistare:Aver la voglio, o ver morire al tutto. -Queste parole dicea Feragutto.

A quel rumore Astolfo se è levato,Che sino alora ancor forte dormia,Né il crido de' giganti l'ha svegliatoChe tutta fe' tremar la prataria.Veggendo i duo baroni a cotal piato,Tra lor con parlar dolce se mettia,Cercando de volerli concordare:Ma Feraguto non vôle ascoltare.

Dicea l'Argalia: - Ora non vedi,Franco baron, che tu sei disarmato?Forse che de aver l'elmo in capo credi?Quello è rimaso in sul campo spezzato.Or fra te stesso iudica, e provediSe vôi morire, o vôi esser pigliato:Che stu combatti avendo nulla in testa,Tu in pochi colpi finira' la festa. -

Rispose Feraguto: - E' mi dà il core,Senza elmo, senza maglia e senza scudo,Aver con teco di guerra l'onore;Così mi vanto di combatter nudoPer acquistare il desiato amore. -Cotal parole usava il baron drudo,Però ch'Amor l'avea posto in tal loco,Che per colei s'arìa gettato in foco.

L'Argalia forte in mente si turbava,Vedendo che costui sì poco il stimaChe nudo alla battaglia lo sfidava,Né alla seconda guerra né alla prima,Preso due volte, lo orgoglio abassava,Ma de superbia più montava in cima;E disse: - Cavallier, tu cerchi rogna:Io te la grattarò, ché 'l ti bisogna.

Monta a cavallo ed usa tua bontade,Ché, come digno sei, te avrò trattato;Né aver speranza ch'io te usi pietade,Perch'io ti vegga il capo disarmato.Tu cerchi lo mal giorno in veritade,Facciote certo che l'avrai trovato;Diffendite se pôi, mostra tuo ardire,Ché incontinente ti convien morire. -

Ridea Feraguto a quel parlare,Come di cosa che il stimi nïente.Salta a cavallo e senza dimorareDiceva: - Ascolta, cavallier valente:Se la sorella tua mi vôi donare,Io non te offenderò veracemente;Se ciò non fai, io non ti mi nascondo,Presto serai di quei de l'altro mondo. -

Tanto fu vinto de ira l'Argalia,Odendo quel parlar che è sì arrogante,Che furïoso in sul destrier salia,E con voce superba e minaccianteCiò che dicesse nulla se intendia.Trasse la spada e sprona lo aferante,Né se ricorda de l'asta pregiata,Che al tronco del gran pin stava apoggiata.

Così cruciati con le spade in manoAmbi co 'l petto de' corsieri urtaro.Non è nel mondo baron sì soprano,Che non possan costor star seco al paro.Se fosse Orlando e il sir de Montealbano,Non vi serìa vantaggio né divaro;Però un bel fatto potreti sentire,Se l'altro canto tornareti a odire.

Canto secondo

Io vi cantai, segnor, come a battagliaEran condotti con molta arroganzaArgalia, il forte cavallier di vaglia,E Feraguto, cima di possanza.L'uno ha incantata ogni sua piastra e maglia,L'altro è fatato, fuor che nella panza;Ma quella parte d'acciarro è copertaCon vinte piastre, quest'è cosa certa.

Chi vedesse nel bosco duo leoniTurbati, ed a battaglia insieme appresi,O chi odisse ne l'aria duo gran troniDi tempeste, rumore e fiamma accesi,Nulla sarebbe a mirar quei baroni,Che tanto crudelmente se hanno offesi;Par che il celo arda e il mondo a terra vada,Quando se incontra l'una e l'altra spada.

E' si feriano insieme a gran furore,Guardandosi l'un l'altro in vista cruda;E credendo ciascuno esser meglioreTrema per ira, e per affanno suda.Or lo Argalia con tutto suo valoreFerì il nemico in su la testa nuda,E ben si crede senza dubitanzaAver finita a quel colpo la danza.

Ma poi che vidde il suo brando politoSenza alcun sangue ritornar al celo,Per meraviglia fu tanto smaritoChe in capo e in dosso se li aricciò il pelo.In questo Feraguto l'ha assalito;Ben crede fender l'arme come un gelo,E crida: - Ora a Macon ti raccomando,Ché a questo colpo a star con lui ti mando. -

Così dicendo, quel barone aitanteFerisce ad ambe man con forza molta;Se stato fosse un monte de diamante,Tutto l'avria tagliato in quella volta.L'elmo affatato a quel brando troncanteOgni possanza di tagliare ha tolta.Se Feragù turbosse, io non lo scrivo;Per gran stupor non sa se è morto o vivo.

Ma poi che ciascadun fu dimoratoTacito alquanto, senza colpezare(Ché l'un de l'altro è sì meravigliato,Che non ardiva a pena di parlare),L'Argalia prima a Ferragù dricciatoDisse: - Barone, io ti vo' palesare,Che tutte le arme che ho, da capo e piedi,Sono incantate, quante tu ne vedi.

Però con meco lascia la battaglia,Ché altro aver non ne puoi, che danno e scorno. -Feragù disse: - Se Macon mi vaglia,Quante arme vedi a me sopra ed intorno,E questo scudo e piastre, e questa maglia,Tutte le porto per essere adorno,Non per bisogno; ch'io son affatatoIn ogni parte, fuor che in un sol lato.

Sì che, a donarti un ottimo consiglio,Benché nol chiedi, io ti so confortareChe non te metti de morte a periglio;Senza contesa vogli a me lasciareLa tua sorella, quel fiorito giglio,Ed altramente tu non puoi campare.Ma se mi fai con pace questo dono,Eternamente a te tenuto sono. -

Rispose lo Argalia: - Barone audace,Ben aggio inteso quanto hai ragionato,E son contento aver con teco pace,E tu sia mio fratello e mio cognato:Ma vo' saper se ad Angelica piace,Ché senza lei non si faria il mercato. -E Feragù gli dice esser contento,Che con essa ben parli a suo talento.

A benché Feragù sia giovanetto,Bruno era molto e de orgogliosa voce,Terribile a guardarlo nello aspetto;Gli occhi avea rossi, con batter veloce.Mai di lavarse non ebbe diletto,Ma polveroso ha la faccia feroce:Il capo acuto aveva quel barone,Tutto ricciuto e ner come un carbone.

E per questo ad Angelica non piacque,Ché lei voleva ad ogni modo un biondo;E disse allo Argalia, come lui tacque:- Caro fratello, io non mi ti nascondo:Prima me affogarei dentro a quest'acque,E mendicando cercarebbi 'l mondo,Che mai togliessi costui per mio sposo.Meglio è morir che star con furïoso.

Però ti prego per lo dio Macone,Che te contenti de la voglia mia.Ritorna a la battaglia col barone,Ed io fra tanto per necromanziaFarò portarme in nostra regïone.Volta le spalle, e vieni anco tu via(Destrier non è che 'l tuo segua di lena:Io fermarommi alla selva de Ardena)

Acciò ch'insieme facciamo ritornoDal vecchio patre, al regno de oltra mare.Ma se quivi non giongi il terzo giorno,Soletta al vento me farò passare,Poi che aggio il libro di quel can musorno,Che me credette al prato vergognare.Tu poi adaggio per terra venrai;La strata hai caminata, e ben la sai. -

Così tornarno e baroni al ferire,Dapoi che questo a quello ha referitoChe la sorella non vôle assentire;Ma Feragù perciò non è partito,Anci destina o vincere o morire.Ecco la dama dal viso floritoSubito sparve a i cavallier davante:Presto sen corse il suspettoso amante.

Però che spesso la guardava in volto,Parendogli la forza radoppiare;Ma poi che gli è davanti così tolto,Non sa più che si dir, né che si fare.In questo tempo lo Argalia rivolto,Con quel destrier che al mondo non ha pareFugge del prato e quanto può sperona,E Feraguto e la guerra abandona.

Lo inamorato giovanetto guarda,Come gabato si trova quel giorno.Esce del prato correndo e non tarda,E cerca il bosco, che è folto, d'intorno.Ben par che nella faccia avampa ed arda,Tra sé pensando il recevuto scorno,E non se arresta correre e cercare;Ma quel che cerca non può lui trovare.

Tornamo ora ad Astolfo, che soletto,Come sapete, rimase alla Fonte.Mirata avea la pugna con diletto,E de ciascun guerrer le forze pronte;Or resta in libertà senza suspetto,Ringrazïando Iddio con le man gionte;E per non dare indugia a sua venturaMonta a destrier con tutta l'armatura.

E non aveva lancia il paladino,Ché la sua nel cadere era spezzata.Guardasi intorno, ed al troncon del pinoQuella de lo Argalia vidde appoggiata.Bella era molto, e con lame d'ôr fino,Tutta di smalto intorno lavorata;Prendela Astolfo quasi per disaggio,Senza pensare in essa alcun vantaggio.

Così tornando a dietro allegro e baldo,Come colui che è sciolto di pregione,Fuor del boschetto ritrovò Ranaldo,E tutto il fatto appunto gli contone.Era il figlio de Amon d'amor sì caldo,Che posar non puotea di passïone:Però fuor della terra era venuto,Per saper che aggia fatto Feraguto.

E come odì che fuggian verso Ardena,Nulla rispose a quel duca dal pardo.Volta il destriero e le calcagne mena,E di pigricia accusa il suo Baiardo.De l'amor del patron quel porta pena;E chiamato è rozone, asino tardo,Quel bon destrier che va con tanta fretta,Ch'a pena l'avria gionto una saetta.

Lasciamo andar Ranaldo inamorato.Astolfo ritornò nella citade;Orlando incontinente l'ha trovato,E dalla lunga, con sagacitade,Dimanda come il fatto sia passatoDella battaglia, e de sua qualitade.Ma nulla gli ragiona del suo amore,Perché vano il cognosce e zanzatore.

Ma come intese ch'egli era fuggitoL'Argalia al bosco e seco la donzella,E che Rainaldo lo aveva seguito,Partisse in vista nequitosa e fella;E sopra al letto suo cadde invilito,Tanto è il dolor che dentro lo martella.Quel valoroso, fior d'ogni campione,Piangea nel letto come un vil garzone.

"Lasso, - diceva - ch'io non ho diffesaContra al nemico che mi sta nel core!Or ché non aggio Durindana presaA far battaglia contra a questo amore,Qual m'ha di tanto foco l'alma accesa,Che ogni altra doglia nel mondo è minore?Qual pena è in terra simile alla mia,Che ardo d'amore e giazo in zelosia?

Né so se quella angelica figuraSe dignarà de amar la mia persona;Ché ben serà figliol della ventura,E de felice portarà corona,Se alcun fia amato da tal creatura.Ma se speranza de ciò me abandona,Ch'io sia sprezato da quel viso umano,Morte me donarò con la mia mano.

Ahi sventurato! Se forse RainaldoTrova nel bosco la vergine bella,Ché ben cognosco io come l'è ribaldo,Giamai di man non gli uscirà polcella.Forse gli è mo ben presso il viso saldo!Ed io, come dolente feminella,Tengo la guancia posata alla mano,E sol me aiuto lacrimando in vano.

Forse ch'io credo tacendo coprireLa fiamma che me rode il core intorno?Ma per vergogna non voglio morire.Sappialo Dio ch'allo oscurir del giornoSol di Parigio mi voglio partire,Ed andarò cercando il viso adorno,Sin che lo trovo, e per state e per verno,E in terra e in mare, e in cielo e nello inferno."

Così dicendo dal letto si leva,Dove giaciuto avea sempre piangendo;La sera aspetta, e lo aspettar lo agreva,E su e giù si va tutto rodendo.Uno atimo cento anni li rileva,Or questo avviso or quello in sé facendo.Ma come gionta fu la notte scura,Nascosamente veste l'armatura.

Già non portò la insegna del quartero,Ma de un vermiglio scuro era vestito.Cavalca Brigliadoro il cavalliero,E soletto alla porta se ne è gito.Non sa de lui famiglio, né scudero;Tacitamente è della terra uscito.Ben sospirando ne andava il meschino,E verso Ardena prese il suo cammino.

Or son tre gran campioni alla ventura:Lasciali andar, che bei fati farano,Rainaldo e Orlando, ch'è di tanta altura,E Feraguto, fior d'ogni pagano.Tornamo a Carlo Magno, che procuraOrdir la giostra, e chiama il conte Gano,Il duca Namo e lo re Salamone,E del consiglio ciascadun barone.

E disse lor: - Segnori, il mio parereÈ che il giostrante ch'al rengo ne viene,Contrasti ciascaduno al suo potere,Sin che fortuna o forza lo sostiene;E 'l vincitor dipoi, come è dovere,Dello abbattuto la sorte mantiene,Sì che rimanga la corona a lui,O sia abbattuto, e dia loco ad altrui. -

Ciascuno afferma il ditto de Carlone,Sì come de segnore alto e prudente:Lodano tutti quella invenzïone.L'ordine dasse: nel giorno seguenteChi vôl giostrar se trovi su l'arcione.E fu ordinato che primieramenteTenesse 'l rengo Serpentino arditoA real giostra dal ferro polito.

Venne il giorno sereno e l'alba gaglia:Il più bel sol giamai non fu levato.Prima il re Carlo entrò ne la travaglia,Fuor che de gambe tutto disarmato,Sopra de un gran corsier coperto a maglia,Ed ha in mano un bastone e il brando a lato.Intorno a' pedi aveva per serventiConti, baroni e cavallier possenti.

Eccoti Serpentin che al campo viene,Armato e da veder meraviglioso:Il gran corsier su la briglia sostiene;Quello alcia i piedi, de andare animoso.Or qua, or là la piaza tutta tiene,Gli occhi ha abragiati, e il fren forte è schiumoso;Ringe il feroce e non ritrova loco,Borfa le nari e par che getti foco.

Ben lo somiglia il cavalliero ardito,Che sopra li venìa col viso acerbo;Di splendide arme tutto era guarnito,Nello arcion fermo e ne l'atto superbo.Fanciulli e donne, ogni om lo segna a dito;Di tal valor si mostra e di tal nerbo,Che ciascadun ben iudica a la vista,Che altri che lui quel pregio non acquista.

Per insegna portava il cavallieroNel scudo azuro una gran stella d'oro;E similmente il suo ricco cimiero,E sopravesta fatta a quel lavoro,La cotta d'arme e il forte elmo e leggieroEran stimati infinito tesoro;E tutte quante l'arme luminoseFrixate a perle e pietre precïose.

Così prese l'arengo quel campione,E poi che l'ebbe intorno passeggiato,Fermosse al campo, come un torrïone.Ma già suonan le trombe da ogni lato;Entrono giostratori a ogni cantone,L'un più che l'altro riccamente armato,Con tante perle e oro e zoie intorno,Che il paradiso ne sarebbe adorno.

Colui che vien davanti, è paladino;Porta nel blavo la luna de argento,Sir di Bordella, nomato Angelino,Maestro di guerra e giostra e torniamento.Subitamente mosse Serpentino,Con tal velocità che parve un vento.Da l'altra parte, menando tempesta,Viene Angelino, e pone l'asta a resta.

Là dove l'elmo al scudo se confina,Ferì Angelino a Serpentino avante;Ma non se piega adietro, anze se chinaAdosso al colpo il cavalliero aitante,E lui la vista incontra in tal ruina,Che il fe' mostrare al cielo ambe le piante.Levasi il grido in piaza, ogni om favellaChe 'l pregio al tutto è di quel dalla Stella.

Ora se mosse il possente Ricardo,Che signoreggia tutta Normandia.Un leon d'oro ha quel baron gagliardoNel campo rosso, e ben ratto venìa.Ma Serpentino a mover non fu tardo,E rescontrollo a mezo della via,Dandogli un colpo de cotanta pena,Che il capo gli fe' batter su l'arena.

O quanto Balugante se conforta,Veggendo al figliol sì franca persona!Or vien colui che i scacchi al scudo porta,E d'oro ha sopra l'elmo la corona:Re Salamone, quella anima acorta.Stretto a la giostra tutto se abandona;Ma Serpentino a mezo il scudo il fiere,E lui getta per terra e il suo destriere.

Astolfo alla sua lancia diè de piglio,Quella che l'Argalia lasciò su il prato.Tre pardi d'oro ha nel campo vermiglio,Ben ne venìa su l'arcione assettato.Ma egli incontrò grandissimo periglio,Ché il destrier sotto li fu trabuccato.Tramortì Astolfo, e lume e ciel non vede,E dislocosse ancora il destro piede.

Spiacque a ciascuno del caso malvaggio,E forse più che a gli altri a Serpentino,Perché sperava gettarlo al rivaggio;Ma certamente era falso indovino.Il duca fu portato al suo palaggio,E ritornògli il spirto pelegrino;E similmente il piede dislocatoGli fu raconcio e stretto e ben legato.

E benché Serpentin tanto abbia fatto,Danese Ogier di lui non ha spavento.Mosse il destrier sì furïoso e ratto,Quale è nel mar di tramontana il vento.Era la insegna del guerrero adattoIl scudo azzurro e un gran scaglion d'argento;Un basalisco porta per cimeroDi sopra a l'elmo lo ardito guerrero.

Suonâr le trombe: ogni om sua lancia arestaE vengonsi a ferir quei duo campioni.Non fu quel giorno botta sì rubesta,Ché parve nel colpir scontro de troni.Danese Ogieri con molta tempestaRuppe di Serpentin ambi li arcioni:E per la groppa del destrieri il mena,Sì che disteso il pose in su l'arena.

Così rimase vincitore al campoIl forte Ogieri, e la renga difende.Re Balugante par che meni vampo,Sì la caduta del figliol lo offende.Anco egli ariva pur a quello inciampo,Perché il Danese per terra il distende.Ora si move il giovine Isolieri:Bene è possente e destro cavallieri.

Era costui di Feragù germano;Tre lune d'oro avea nel verde scudo.Mosse 'l destriero, e la lancia avea in mano:Nel corso l'arestò quel baron drudo.Il pro' Danese lo mandò su 'l pianoDe un colpo tanto dispietato e crudo,Che non se avede se gli è morto o vivo,E ben sette ore stie' del spirto privo.

Gualtiero da Monleon dopo coluiFu dal Danese per terra gettato.Un drago era la insegna di costui,Tutto vermiglio nel campo dorato.- Deh non facciamo la guerra tra nui, -Diceva Ogieri - o popol battizato!Ch'io vedo caleffarci a' Saracini,Perché facciamo l'un l'altro tapini. -

Spinella da Altamonte fu un pagano,Ch'era venuto a provar sua personaA questa corte del re Carlo Mano:Nel scudo azuro ha d'oro una corona.Questo fu messo dal Danese al piano.Or Matalista al tutto se abandona:Fratello è questo a Fiordespina bella,Ardito, forte e destro su la sella.

Costui portava il scudo divisatoDi bruno e d'oro, e un drago per cimiero;E cadde sopra al campo riversato.A vota sella ne andò il suo destriero.Mosse Grandonio, il cane arabïato:Aiuti Ogieri Iddio, ché gli è mistiero!Ché in tutto il mondo, per ogni confino,Non è di lui più forte Saracino.

Avea quel re statura de gigante,E venne armato sopra a un gran ronzone;Il scudo negro portava davante,E d'ôr scolpito ha quel dentro un Macone.Non vi fu Cristïan tanto arroganteChe non temesse di quel can felone:Gan da Pontier, come lo vide in faza,Nascosamente uscì fuor della piaza.

Il simil fe' Macario de Lusana,E Pinabello e il conte de Altafoglia,Né già Falcon da gli altri se alontana:Parli mille anni che de qui se toglia.Sol della gesta perfida e villanaGrifon rimase fermo in su la soglia,O virtute o vergogna che il rimorse,O che al partir degli altri non se accorse.

Ora torniamo a quel pagano orribile,Che per il campo tal tempesta mena.La sua possanza par cosa incredibile;Porta per lancia un gran fusto de antena.Né di lui manco è il suo corsier terribile,Che nella piazza profonda l'arena,Rompe le pietre, fa tremar la terra,Quando nel corso tutto se disserra.

Con questa furia andò verso il Danese,E proprio a mezo il scudo l'ha colpito:Tutto lo spezza, e per terra il disteseCol suo destriero insieme e sbalordito.Il duca Naimo sotto il braccio il prese,E con lui fuor del campo si ne è gito;E fêgli medicare e braccio e petto,Che più che un mese poi stette nel letto.

Grande fu il crido per tutta la piaza,E più de gli altri i Saracin se odirno.Grandonio al rengo superbo minaza,Ma non per questo gli altri isbigotirno.Turpin di Rana adosso a lui si caza,E nel mezo del corso se colpirno;Ma il prete uscì de arcion con tal martìre,Che ben fu presso al ponto del morire.

Astolfo ne la piaza era tornatoSopra a un portante e bianco palafreno;Non avea arme, fuor che 'l brando a lato,E tra le dame, con viso sereno,Piacevolmente s'era solacciato,Come quel che de motti è tutto pieno.Ma mentre che lui ciancia, ecco GrifoneFu da Grandonio messo in sul sabbione.

Era costui di casa di Maganza,Che porta in scudo azuro un falcon bianco.Crida Grandonio con molta arroganza:- O Cristïani, è già ciascadun stanco?Non gli è chi faccia più colpo de lanza? -Allor se mosse Guido, il baron franco,Quel de Borgogna, che porta il leoneNegro ne l'oro; e cadde dello arcione.

Cadde per terra il possente Angelieri,Che porta il drago a capo de donzella.Avino, Avolio, Otone e Berlenzeri,L'un dopo l'altro fur tolti di sella.L'acquila nera portan per cimeri,La insegna a tutti quattro era pur quella;Ma il scudo a scacchi d'oro e de azuro era,Come oggi ancora è l'arma di Bavera.

Ad Ugo di Marsilia diè la morteQuesto Grandonio, che è tanto gagliardo.Quanto più giostra, più se mostra forte;Abbatte Ricciardetto e il franco Alardo,Svilaneggiando Carlo e la sua corte,Chiamando ogni cristian vile e codardo.Ben sta turbato in faccia lo imperieri;Eccoti gionto il marchese Olivieri.

Parve che il ciel se aserenasse intorno,Alla sua gionta ogni omo alciò la testa.Venìa il marchese in atto molto adorno;Carlo li uscitte incontra con gran festa.Non vi sta queta né tromba, né corno,Piccoli e grandi de cridar non resta:- Viva Olivier, marchese di Vïena! -Ride Grandonio e prende la sua antena.

Or se ne va ciascun de animo acceso,Con tanta furia quanta si può dire;Ma chiunche guarda, attonito e suspeso,Aspetta il colpo di quel gran ferire;Né solo una parola avresti inteso,Tanto par che ciascuno attento mire.Ma nello scontro Olivier di possanzaNel scudo ad alto li attaccò la lanza.

Nove piastre de acciaro avea quel scudo:Tutte le passa Olivier de Vïena.Ruppe lo usbergo, e dentro al petto nudoBen mezo il ferro gl'inchiavò con pena.Ma quel gigante dispietato e crudoFerì in fronte Olivier con quella antena;E con tanto furor di sella il caccia,Che andò longe al destrier ben sette braccia.

Ogni om crede di certo che 'l sia morto,Perché l'elmo per mezo era partito,E ciascadun che l'ha nel viso scorto,Giura che il spirto al tutto se n'è gito.Oh quanto Carlo Magno ha disconforto!E piangendo dicea: - Baron fiorito,Onor della mia corte, figliol mio,Come comporta tanto male Iddio? -

Se quel pagano in prima era superbo,Or non se può se stesso supportare,Cridando a ciascadun con atto acerbo:- O paladini, o gente da trincare,Via alla taverna, gente senza nerbo!Io de altro che di coppa so giuocare.Gagliarda è questa Tavola Ritonda,Quando minaccia e non vi è chi risponda! -

Quando il re Carlo intende tanto oltraggio,E di sua corte così fatto scorno,Turbato nella vista e nel coraggio,Con gli occhi accesi se guardava intorno.- Ove son quei che me dièn fare omaggio,Che m'hanno abandonato in questo giorno?Ov'è Gan da Pontieri? Ove è Rainaldo?Ove ene Orlando, traditor bastardo?

Figliol de una puttana, rinegato!Che, stu ritorni a me, poss'io morire,Se con le proprie man non t'ho impiccato! -Questo e molt'altro il re Carlo ebbe a dire.Astolfo, che di dietro l'ha ascoltato,Occultamente se ebbe a dispartire,E torna a casa, e sì presto si spaccia,Che in un momento gionse armato in piaccia.

Né già se crede quel franco baroneAver vittoria contra del pagano,Ma sol con pura e bona intenzïoneDi far il suo dover per Carlo Mano.Stava molto atto sopra dello arcione,E somigliava a cavallier soprano;Ma color tutti che l'han cognosciuto,Diceano: - Oh Dio! deh mandaci altro aiuto! -

Chinando il capo in atto grazïosoDavante a Carlo, disse: - Segnor mio,Io vado a tuor d'arcion quello orgoglioso,Poi ch'io comprendo che tu n'hai desio. -Il re, turbato d'altro e disdegnoso,Disse: - Va pur, ed aiuteti Iddio! -E poi, tra' soi rivolto, con rampognaDisse: - E' ci manca questa altra vergogna. -

Astolfo quel pagano ha minacciatoMenarlo preso e porlo in mar al remo,Onde il gigante sì forte è turbato,Che cruccio non fu mai cotanto estremo.Nell'altro canto ve averò contato,Se sia concesso dal Segnor supremo,Gran meraviglia e più strana venturaCh'odisti mai per voce, o per scrittura.

Canto terzo

Segnor, nell'altro canto io ve lasciaiSì come Astolfo al Saracin per schernoDicea: - Briccone, non te vantarai,Se forse non te vanti ne l'inferno,Di tanti alti baron che abattuto hai.Sappi, come io te piglio, io ti governoNella galea. Poi che sei gigante,Farotte onore, e serai baiavante. -

Il re Grandonio, che sempre era usatoDire onta ad altri, e mai non l'ascoltare,Per la grande ira tanto fu gonfiato,Quanto non gonfia il tempestoso mareAlor che più dal vento è travagliatoE fa il parone ardito paventare.Tanto Grandonio se turba e tempesta,Battendo e denti e crollando la testa,

Soffia di sticcia che pare un serpente,Ed ebbe Astolfo da sé combiatato;E rivoltato nequitosamente,Arresta quel gran fusto e smisurato;E ben se crebbe lui certanamentePassarlo tutto, insin da l'altro lato,O de gettarlo morto in sul sabbione,O trarlo in duo cavezzi de l'arcione.

Or ne viene il pagano furïoso.Astolfo contra lui è rivoltato,Pallido alquanto e nel cor pauroso,Bench'al morir più che a vergogna è dato.Così con corso pieno e ruïnosoSe è un barone e l'altro riscontrato.Cadde Grandonio; ed or pensar vi lassoAlla caduta qual fu quel fraccasso.

Levosse un grido tanto smisurato,Che par che 'l mondo avampi e il cel ruini.Ciascun ch'è sopra a' palchi, è in piè levato,E cridan tutti, grandi e piccolini.Ogni om quanto più può s'è là pressato.Stanno smariti molto i Saracini;L'imperator, che in terra il pagan vede,Vedendol steso a gli occhi soi non crede.

Nella caduta che fece il gigante,Perché egli uscì d'arcion dal lato manco,Quella ferita ch'egli ebbe davante,Quando scontrosse col marchese franco,Tanto s'aperse, che questo africanteRimase in terra tramortito e bianco,Sprizzando il sangue fuor con tanta vena,Che una fontana più d'acqua non mena.

Chi dice che la botta valorosaDe Astolfo il fece, ed a lui dànno il lodo.Altri pur dice il ver, come è la cosa.Chi sì, chi no, ciascun parla a suo modo.Fu via portato in pena dolorosaIl re Grandonio; il qual, sì com'io odo,Occise Astolfo al fin per tal ferita,Benché ancor lui quel dì lasciò la vita.

Stavasi Astolfo nel rengo vincente,Ed a se stesso non lo credea quasi.Eraci ancor della pagana genteDuo cavallier solamente rimasi,Di re figlioli, e ciascadun valente,Giasarte il bruno e 'l biondo Pilïasi.Il padre de Giasarte avea acquistataTutta l'Arabia per forza de spata.

Ma quel de Pilïasi la RossìaTutta avea presa, e sotto TramontanaTenea gran parte de la Tartaria,E confinava al fiume della Tana.Or, per non far più longa diceria,Sol questi duo della fede paganaGiostrorno con Astolfo, e in breve direL'un dopo l'altro per terra fe' gire.

In questo un messo venne al conte Gano,Dicendo che Grandonio era abbattuto.Lui creder non può mai che quel paganoSia per Astolfo alla terra caduto;Anci pur stima e rendesi certano,Che qualche caso strano intervenutoA quel gigante, fuor d'ogni pensata,Sia stato la cagion di tal cascata.

Onde se pensa lui mo d'acquistareDi quella giostra il trïonfale onore;E per voler più bella mostra fare,Con pompa grande e con molto valore,Undeci conti seco fece armare,Ché di sua casa n'avea tratto il fiore.Va nanti a Carlo, e con parlar gagliardoFa molta scusa del suo gionger tardo.

O sì o no che Carlo l'accettasse,Io nol so dir; pur gli fe' bona ciera.Parme che Gano ad Astolfo mandasse;Poi che non gli è pagano alla frontera,Che la giostra tra lor se terminasse;Perché, essendo valente come egli era,Dovea agradir quante più gente vanoA riscontrarlo, per gettarli al piano.

Astolfo, che è parlante di natura,Diceva al messo: - Va, rispondi a Gano:Tra un Saracino e lui non pongo cura,Ché sempre il stimai peggio che pagano,De Dio nimico e d'ogni creatura,Traditor, falso, eretico e villano.Venga a sua posta, ch'io il stimo assai menoChe un sacconaccio di letame pieno. -

Il conte Gano che ode quella ingiuria,Nulla risponde; ma tutto felloneVerso de Astolfo se ne va con furia;E fra se stesso diceva: "Giottone!Io te farò di zanze aver penuria."Ben se crede gettarlo dello arcione,Perché ciò far non gli era cosa nova,Ed altre volte avea fatto la prova.

Or non andò come si crede il fatto:Gano le spalle alla terra mettia.Macario dopo lui si mosse ratto,E fe', cadendo, a Gano compagnia.- Potrebbe fare Iddio, che questo matto -Diceva Pinabello - a cotal viaVergogna tutta casa di Magancia? -Così dicendo arresta la sua lancia.

Questo ancor cadde con molta tempesta.Non dimandar se Astolfo si dimena,Forte gridando: - Maledetta gesta,Tutti alla fila vi getto a l'arena. -Conte Smiriglio una grossa asta arresta,Ma Astolfo il trabuccò con tanta pena,Che fo portato per piede e per mano.Oh quanto se lamenta il conte Gano!

Questo surgendo, diceva Falcone:- Ha la fortuna in sé tanta nequizia?Può farlo il celo che questo buffoneOggi ce abbatta tutti con tristizia? -Nascosamente sopra dello arcioneLegar si fece con molta malizia,E poi ne viene Astolfo a ritrovare:Legato è in sella, e già non può cascare.

Proprio alla vista il duca l'incontrava,Ed hallo in tal maniera sbarattato,Che ora da un canto, or da l'altro pigava,Sì come al tutto de vita passato.Ogni omo attende se per terra andava.Alcun se avidde che gli era legato,Unde levosse subito il rumore:- Dàgli, ché gli è legato il traditore. -

Fu via menato con molta vergognaDe tutti e suoi, e con suo gran tormento.Non vi vo' dir se 'l conte Gano agogna.Astolfo crida con molto ardimento:- Venga chi vôl ch'io gli gratti la rogna,E legase pur ben, ch'io son contento;Perché legato, senza alcuna briga,Meglio che sciolto, il paccio si castiga. -

Anselmo della Ripa, il falso conte,Nella sua mente avea fatto pensieriDi vendicarse a inganno di tante onte:Che, come Astolfo colpisce primeri,Esso improviso riscontrarlo a fronte.A lui davanti va il conte Raineri,Quel di Altafoglia; Anselmo, gli è di spalle:Credese ben mandare Astolfo a valle.

Astolfo con Raineri è riscontrato.A gambe aperte il trasse dello arcione;E non essendo ancor ben rassettatoPel colpo fatto, sì come è ragione,Anselmo de improviso l'ha trovato,Con falso inganno e molta tradigione,Avvengaché sì fece quel malvaso,Che non apparve voluntà, ma caso.

Nulla di manco Astolfo andò pur gioso;Sopra la sabbia distese la schena.Pensati voi se ne fo doloroso:Ché, come in piedi fu dricciato apena,Trasse la spada irato e disdegnoso,E quella intorno fulminando menaContra di Gano e di tutta sua gesta.Gionse a Grifone, e dàgli in su la testa.

Da morte il campò l'elmo acciarino.Or se comincia una gran ciuffa in piaccia,Perché Gaino, Macario ed UgolinoAdosso a Astolfo con l'arme se caccia.Ma il duca Naimo, Ricardo e TurpinoDi darli aiuto ciascun se procaccia;Di qua, di là se ingrossa più la gente.Gionse il re Carlo a questo inconveniente,

Dando gran bastonate a questo e quello,Che a più di trenta ne ruppe la testa.- Chi fu quel traditor, chi fu il ribello,Che avuto ha ardir a sturbar la mia festa? -Volta il corsiero in mezzo a quel trapello,Né di menar per questo il baron resta.Ciascun fa largo a l'alto imperatore,O li fugge davanti, o fagli onore.

Dicea lui a Gano: - Ahimè! che cosa è questa? -Dicea ad Astolfo: - Or diessi così fare? -Ma quel Grifon che avea rotta la testa,Se andò davanti a Carlo a ingenocchiare,E con voce angosciosa, alta e molesta,- Iustizia! - forte comincia a cridare- Iustizia, segnor mio, magno e preziato,Ch'io sono in tua presenzia assassinato.

Sappi, segnor, da tutta questa gente,Ch'io te ne prego, come il fatto è andato;E, stu ritrovi che primeramenteFosse lo Anglese da mi molestato,Chiamomi il torto, e stommi pacïente:Su questa piazza voglio esser squartato.Ma se il contrario sua ragione agreva,Fa che ritorni il male onde se leva. -

Astolfo era per ira in tanto errore,Che non stima de Carlo la presenza;Anci diceva: - Falso traditore,Che sei ben nato da quella semenza!Io te trarò del petto fora il core,In prima che de qui facciam partenza. -Dicea Grifone a lui: - Temote poco,Quando seremo fuor di questo loco.

Ma qui me sottometto alla ragione,Per non far disonore al segnor mio. -Segue il duca dicendo: - Can felone,Ladro, ribaldo, maledetto e rio. -Turbosse ne la faccia il re Carlone,Dicendo: - Astolfo, per lo vero Iddio,Se non te adusi a parlar più cortese,Farotte costumato alle tue spese. -

Astolfo al re non attende de niente,Sempre parlando con più vilania,Come colui che offeso è veramente,Avvengaché altri ciò non intendia.Eccoti Anselmo, il conte fraudolente,Per mala sorte inanti gli venìa.Più non se puote Astolfo contenire,Ma con la spada quel corse a ferire.

E certamente ben l'arebbe morto,Se non l'avesse il re Carlo diffeso.Or dà ciascuno ad Astolfo gran torto,E volse lo imperier ch'el fusse preso,E subito al castello a furia scorto.Nella pregion portato fu di peso,Dove di sua paccìa buon frutto tolse,Perché vi stette assai più che non volse.

Or lasciamo star lui, poi che sta beneA rispetto de' tre altri inamorati,Che senton per Angelica tal pene,Né giorno o notte son mai riposati.Ciascun di lor diverso camin tiene,E già son tutti in Ardena arivati.Prima vi giunse il principe gagliardo,Mercè de' sproni del destrier Bagliardo.

Dentro alla selva il barone amorosoGuardando intorno se mette a cercare:Vede un boschetto d'arboselli ombroso,Che in cerchio ha un fiumicel con onde chiare.Preso alla vista del loco zoioso,In quel subitamente ebbe ad intrare,Dove nel mezo vide una fontana,Non fabricata mai per arte umana.

Questa fontana tutta è lavorataDe un alabastro candido e polito,E d'ôr sì riccamente era adornata,Che rendea lume nel prato fiorito.Merlin fu quel che l'ebbe edificata,Perché Tristano, il cavalliero ardito,Bevendo a quella lasci la regina,Che fu cagione al fin di sua ruina.

Tristano isventurato, per sciaguraA quella fonte mai non è arivato,Benché più volte andasse alla ventura,E quel paese tutto abbia cercato.Questa fontana avea cotal natura,Che ciascun cavalliero inamorato,Bevendo a quella, amor da sé cacciava,Avendo in odio quella che egli amava.

Era il sole alto e il giorno molto caldo,Quando fu giunto alla fiorita rivaPien di sudore il principe Ranaldo;Ed invitato da quell'acqua vivaDel suo Baiardo dismonta di saldo,E de sete e de amor tutto se priva;Perché, bevendo quel freddo liquore,Cangiosse tutto l'amoroso core.

E seco stesso pensa la viltadeChe sia a seguire una cosa sì vana;Né aprezia tanto più quella beltade,Ch'egli estimava prima più che umana,Anci del tutto del pensier li cade;Tanto è la forza de quella acqua strana!E tanto nel voler se tramutava,Che già del tutto Angelica odïava.

Fuor della selva con la mente altieraRitorna quel guerrer senza paura.Così pensoso, gionse a una rivieraDe un'acqua viva, cristallina e pura.Tutti li fior che mostra primavera,Avea quivi depinto la natura;E faceano ombra sopra a quella rivaUn faggio, un pino ed una verde oliva.

Questa era la rivera dello amore.Già non avea Merlin questa incantata;Ma per la sua natura quel liquoreTorna la mente incesa e inamorata.Più cavallieri antiqui per erroreQuella unda maledetta avean gustata;Non la gustò Ranaldo, come odete,Però che al fonte se ha tratto la sete.

Mosso dal loco, il cavalier gagliardoDestina quivi alquanto riposare;E tratto il freno al suo destrier Bagliardo,Pascendo intorno al prato il lascia andare.Esso alla ripa senz'altro riguardoNella fresca ombra s'ebbe adormentare.Dorme il barone, e nulla se sentiva;Ecco ventura che sopra gli ariva.

Angelica, dapoi che fu partitaDalla battaglia orribile ed acerba,Gionse a quel fiume, e la sete la invitaDi bere alquanto, e dismonta ne l'erba.Or nova cosa che averite odita!Ché Amor vôl castigar questa superba.Veggendo quel baron nei fior disteso,Fu il cor di lei subitamente acceso.


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