APPUNTI

APPUNTI

Qualunque italiano non toscano, e specialmente un italiano delle provincie settentrionali, il quale si metta a leggere il vocabolario, si persuade fin dalle prime pagine di questa verità: che la lingua italiana generalmente parlata e scritta nelle sue provincie è tanto povera, — tanto scarsa, voglio dire, di vocaboli e di modi, — da doversi chiamare piuttosto unamezza lingua, che una lingua intera. Leggendo il vocabolario, infatti, si trovano centinaia e migliaia di vocaboli e di modi vivi, efficacissimi, d'un significato che non sapremmo rendere con altre parole; i quali nell'Italia settentrionale non si dicono e non si scrivono mai, o rarissimamente,come se fossero modi e vocaboli morti. È superfluo il dir la ragione di questo fatto, il quale è comune a tutte le lingue da per tutto dove si parla un dialetto. Ma non è inutile l'accennarlo e l'insistervi per dimostrare ai giovani dell'Italia settentrionale i quali si dánno allo studio della lingua italiana, come per prima cosa essi debbano cercare d'appropriarsi di questa lingua quella grandissima parte che loro manca, e della cui mancanza nulla ci può avvertire così prontamente e così utilmente come la lettura del vocabolario.

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Si notino, per esempio, i seguenti vocaboli tolti dal dizionario delFanfani.

Appiccichino.— Uomo che si appiccica ad altri per molestare, o chiedendo o cianciando, o mostrando famigliarità soverchia.Attacchino.— Più maligno, più pungente cheAttaccalite.Attizzino.— Chi attizza gli altri fra loro. Generalmente si dicemettimaleche non è la stessissima cosa.Cicalino.— È superfluo notare la differenza che corre fra questa parola ecicalone.Donnino.Es.:Che camera assestata tiene questo Pietro: è proprio un donnino(Fanf.)Farfallino.— Uomo volubile.Ficchino.— È quasi lo stesso cheFiccanaso; ma dicesi più specialmente di chi, anche non invitato, cerca di andare o a pranzi o a ritrovi, ecc.; mentreFiccanasoè chi si ficca per curiosità più che per altro.Frucchino(da Frucchiare). — Chi mette le mani per ismania di darsi faccenda in diverse cose, e anche in una sola, ma con gran moto, senza senno nè gravità, e senza che le cose nelle quali mette le mani gli appartengano gran fatto.Frugolino.— (dimin. di frugolo). — Una donnina, un bimbo, un ometto che non sta mai fermo.Galoppino.— Uno che strappa da vivere facendo mille mestieri.Girandolino.— Lo stesso che Farfallino.Pertichino.— Nel linguaggio teatrale si chiamapertichinoquel cantante che sta fisso in teatro, a un tanto il mese, e che è adoperato a fare le parti più umili, ordinate solo a tener bordone e far apparir meglio le parti principali. Si applica per analogia ad altre persone.Rabattino.— Persona ingegnosissima che in mille modi, ma sempre per vie oneste, cerca di guadagnare e vantaggiare la propria masserizia.Stillino.— Lo stesso cheRabattino; ma dicesi anche di chi aguzza l'ingegno per riuscire inalcuna cosa; dastillare, trovare accortamente il modo di far checchessia;stillo, modo, via, ecc.Es.:Trova qualche stillo per divertire, o per tenere a dada questa gente.Tritino.— Dicesi di chi ha la manía di vestir bene, ma non potendoci arrivar colla spesa, ha sempre dei panni rifiniti, e di poco valore.

Appiccichino.— Uomo che si appiccica ad altri per molestare, o chiedendo o cianciando, o mostrando famigliarità soverchia.

Attacchino.— Più maligno, più pungente cheAttaccalite.

Attizzino.— Chi attizza gli altri fra loro. Generalmente si dicemettimaleche non è la stessissima cosa.

Cicalino.— È superfluo notare la differenza che corre fra questa parola ecicalone.

Donnino.Es.:Che camera assestata tiene questo Pietro: è proprio un donnino(Fanf.)

Farfallino.— Uomo volubile.

Ficchino.— È quasi lo stesso cheFiccanaso; ma dicesi più specialmente di chi, anche non invitato, cerca di andare o a pranzi o a ritrovi, ecc.; mentreFiccanasoè chi si ficca per curiosità più che per altro.

Frucchino(da Frucchiare). — Chi mette le mani per ismania di darsi faccenda in diverse cose, e anche in una sola, ma con gran moto, senza senno nè gravità, e senza che le cose nelle quali mette le mani gli appartengano gran fatto.

Frugolino.— (dimin. di frugolo). — Una donnina, un bimbo, un ometto che non sta mai fermo.

Galoppino.— Uno che strappa da vivere facendo mille mestieri.

Girandolino.— Lo stesso che Farfallino.

Pertichino.— Nel linguaggio teatrale si chiamapertichinoquel cantante che sta fisso in teatro, a un tanto il mese, e che è adoperato a fare le parti più umili, ordinate solo a tener bordone e far apparir meglio le parti principali. Si applica per analogia ad altre persone.

Rabattino.— Persona ingegnosissima che in mille modi, ma sempre per vie oneste, cerca di guadagnare e vantaggiare la propria masserizia.

Stillino.— Lo stesso cheRabattino; ma dicesi anche di chi aguzza l'ingegno per riuscire inalcuna cosa; dastillare, trovare accortamente il modo di far checchessia;stillo, modo, via, ecc.Es.:Trova qualche stillo per divertire, o per tenere a dada questa gente.

Tritino.— Dicesi di chi ha la manía di vestir bene, ma non potendoci arrivar colla spesa, ha sempre dei panni rifiniti, e di poco valore.

Quante volte, parlando e scrivendo, noi italiani del settentrione abbiamo bisogno di queste parole, e non le sapendo, o non avendole, come suol dirsi, alla mano, ne diciamo altre che non esprimono il nostro pensiero! Invece distillino, per esempio, uomo ingegnoso; invece ditritino, vestito male; invece difrugolino, vivace; invece dirabattino, mestierante; invece diappiccichino, seccatore; parole generiche, adoperabili in mille casi, dalle quali il linguaggio non riceve nè colore nè garbo. L'astratto, come diceva il Manzoni, invece delper l'appunto.

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Si notino quest'altre, tolte pure dal dizionario del Fanfani.

Di queste trenta parole, ciascuna delle quali ha un significato distinto, intelligibile da qualunque italiano che le senta per la prima volta, quante sono usate, così parlando che scrivendo, dagli italiani settentrionali? Tutt'al più quattro o cinque. E che parole s'usano invece? Ci rifletta un momento un piemontese, un genovese o un lombardo, e riconoscerà che usa quasi sempre una perifrasi, o esprime la cosa con un gesto, o dice una parola la quale non rende che presso a poco il suo pensiero.

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Di questa povertà della lingua che si parla tra noi, s'ha una prova ogni momento. Un giorno, per esempio, ch'ero a desinare da una famiglia piemontese, la padrona di casa mi disse: — Lei oggi non ha appetito. — Non è che non abbia appetito, — risposi celiando; — è che ho fatto unospuntinodue ore fa. — Questa parolaspuntinodestò uno stupore generale, e tutti mi guardarono come per domandarmi che diavolo avessi voluto dire. Io continuai: — In ogni modo bisogna che desini per non essere poi obbligato a fare unritocchinofra un paio d'ore. — Nuova meraviglia per questo misteriosoritocchino. — Del resto, soggiunsi, questo piatto è così squisito che vorrei pigliare ancora ilcontentino. — Terza meraviglia per ilcontentino.

Infine mi domandarono che cosa significassero quelle tre parole.

Spuntino, — è il piccolo mangiare che si fa fuori dell'ordinario e tanto per sostenere lo stomaco fino all'ora solita del cibo. (F.)Ritocchino, — è un piccolo pasto che si fa dopo aver mangiato. (F.)Contentino, — è quel po' che si piglia ancora d'una cosa che ci piaccia, dopo che se n'è già mangiatala propria porzione. (Si dice pure per la giunta che si dà dopo la derrata). (F.)

Spuntino, — è il piccolo mangiare che si fa fuori dell'ordinario e tanto per sostenere lo stomaco fino all'ora solita del cibo. (F.)

Ritocchino, — è un piccolo pasto che si fa dopo aver mangiato. (F.)

Contentino, — è quel po' che si piglia ancora d'una cosa che ci piaccia, dopo che se n'è già mangiatala propria porzione. (Si dice pure per la giunta che si dà dopo la derrata). (F.)

Queste tre parole graziosissime, usate in tutta la Toscana, entrarono da quel giorno nel vocabolario faceto della famiglia, invece delle espressionimangiare prima del desinare,mangiare dopo,prendere ancora un bocconeche erano usate prima. Ora ci sarà qualcuno il quale consideri quelle parole come fiorentinismi, e le voglia bandite solo perchè non sarebbero capite alla prima in tutta l'Italia? Si approvi o no l'idea del Manzoni, non si può rifiutare di prendere tra le espressioni e i vocaboli toscani tutti quelli che servono a dir cose che noi diciamo altrimenti con più parole e con meno garbo. Ho veduto, per esempio, dei genovesi e dei piemontesi sudar freddo per dire in italiano quello che in francese si dicefoisonner, in piemontesefe foson, in genovesefaa reo, ecc.; una cosa che in famiglia occorre di dire spessissimo: di alimenti, cioè, i quali per mangiare che se ne faccia, pare che non consumino e sieno più abbondanti di quello che sono veramente. Dicevano:la tal cosa pare più abbondante di quello che è,della tal cosa ce n'è sempre più di quello che si crede, ecc. Espressioni vaghe, lunghe e inesatte. Ebbene, in Toscana si dicefar comparita. Chi vorrà continuare a filare un lungo periodo per dir male una cosa semplicissima,se può dirla con untoscanismodi due parole?

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Una delle gran ragioni per le quali molti di noi non capiamo la necessità di arricchire la propria lingua è questa: che ignorando certi modi e certi vocaboli, non ci accorgiamo punto, scrivendo o parlando, delle perifrasi, dei giri di parole, delle contorsioni di frase di cui ci serviamo per esprimer cose che quei modi e vocaboli esprimono con poche sillabe. Se io ignoro l'esistenza della parolagolino, per esempio, non capisco perchè un Toscano sbadigli quando gli dico: —il tale mi diede un colpo nella gola col pollice e coll'indice aperti.— Se non so che ci sia la parolaingozzatura, non m'accorgo di fare una lungaggine dicendo invece di: — Gli diedi un'ingozzatura, —Gli diedi un colpo colla mano aperta sul capello in modo che glielo feci scendere fin sulle spalle, ecc. ecc. Ma mettiamoci un po' a studiare la lingua, come diceva il Giusti, con tanto d'occhi aperti; vedremo quante lacune ci son nel nostro parlare e nel nostro scrivere, quante superfluità, quante improprietà, quante pedanterie, quanta miseria!

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Il miglior mezzo di studiare il vocabolario mi par quello di cavarne un altro piccolo vocabolario per nostro uso, raggruppando intorno a un certo numero di soggetti generali tutte le parole e tutti i modi che ci sembrano degni di nota. Una scorsa data poi di tratto in tratto a queste note ravviva maggior quantità di lingua nella memoria che non la lettura di dieci libri. Estraggo, per esempio, dai miei appunti sul vocabolario del Fanfani, una parte di quello che riguarda ilmangiaree ilbere.

Sulla maniera di mangiare.

Mangiare a desco molle.— Mangiare a tavola sparecchiata.Mangiare a battiscarpa.— Senza apparecchiare, in fretta e stando in piedi.Mangiare a scappa e fuggi.— In fretta.Macinare a mulino secco.— Mangiare senza bere.Mangiare coll'imbuto.— Mangiare in fretta e senza masticare.

Mangiare a desco molle.— Mangiare a tavola sparecchiata.

Mangiare a battiscarpa.— Senza apparecchiare, in fretta e stando in piedi.

Mangiare a scappa e fuggi.— In fretta.

Macinare a mulino secco.— Mangiare senza bere.

Mangiare coll'imbuto.— Mangiare in fretta e senza masticare.

Espressioni comiche per indicare il mangiar molto o ingordamente.

Diluviare—Scuffiare—Pacchiare—Taffiare—Sgranocchiare—Spolparsi, per es.,untacchino—Mangiare a scoppiacorpo—Dar ripiego(Es.: Egli è una gola che darebbe ripiego a quanto v'ha in un refettorio di frati. F.) —Ungere il dente, sbattere il dente, far ballare il dente, far ballare il mento—Gonfiar l'otre — Levarsi le crespe di su la pancia—Fare una mangiataccia—Fare una spanciata—Farsi una buona satolla di qualche cosa—Far dei bocconi che paiono giuramenti falsi—Impippiarsi, ingubbiarsi d'una cosa.Far rialto.— Si dice in famiglia per far cena o desinare meglio dell'usato (F.); a cui male si sostituisce comunementefar festaod altro.Bocconcino della creanza.— Ilmorceau honteurdei francesi.Tornagusto.— Cosa che fa tornare il gusto e la voglia di mangiare, ecc.

Diluviare—Scuffiare—Pacchiare—Taffiare—Sgranocchiare—Spolparsi, per es.,untacchino—Mangiare a scoppiacorpo—Dar ripiego(Es.: Egli è una gola che darebbe ripiego a quanto v'ha in un refettorio di frati. F.) —Ungere il dente, sbattere il dente, far ballare il dente, far ballare il mento—Gonfiar l'otre — Levarsi le crespe di su la pancia—Fare una mangiataccia—Fare una spanciata—Farsi una buona satolla di qualche cosa—Far dei bocconi che paiono giuramenti falsi—Impippiarsi, ingubbiarsi d'una cosa.

Far rialto.— Si dice in famiglia per far cena o desinare meglio dell'usato (F.); a cui male si sostituisce comunementefar festaod altro.

Bocconcino della creanza.— Ilmorceau honteurdei francesi.

Tornagusto.— Cosa che fa tornare il gusto e la voglia di mangiare, ecc.

Fame.

Uzzolo.— appetito intenso.Allampanare, allupare, arrabbiare dalla fame.Far le fila sopra un piatto.— Guardarlo con avidità grande.Far le volte del leone.— Aspettare passeggiando. (F.) L'intesi dire efficacissimamente in Toscana a proposito del passeggiare che si fain una stanza quando s'ha appetito e s'aspetta che vengano a dire ch'è in tavola.Pelatina.— Malore che viene alle bestie, le quali pelatesi, non mangiano; onde per ironía, quando si vede uno che mangia molto, si dice chedebbe aver la pelatina. (F.)

Uzzolo.— appetito intenso.

Allampanare, allupare, arrabbiare dalla fame.

Far le fila sopra un piatto.— Guardarlo con avidità grande.

Far le volte del leone.— Aspettare passeggiando. (F.) L'intesi dire efficacissimamente in Toscana a proposito del passeggiare che si fain una stanza quando s'ha appetito e s'aspetta che vengano a dire ch'è in tavola.

Pelatina.— Malore che viene alle bestie, le quali pelatesi, non mangiano; onde per ironía, quando si vede uno che mangia molto, si dice chedebbe aver la pelatina. (F.)

Del bere.

Colmatura.— La parte del liquido che riempie il vaso, la quale rimane sopra l'orlo. (F.) Ho inteso dire molte volte:il di più o quello che sporge!Culaccino.— L'avanzo del vino che occupa il fondo del bicchiere.Far spracche.— Quel suono che si fa stringendo e riaprendo la bocca con forza quando s'è bevuto del vino generoso. (F.)Far la zuppa segreta(graziosissimo). Bere colla bocca piena.Bere a sciacquabudella.— Ber vino a digiuno.Bere a garganella.— Bere senza accostare il vaso alle labbra.Bere a gorgate.Sbicchierare.— Vendere il vino a bicchieri. Es.:Barile con quella bottega s'è arricchito. Compra tutto vino eccellente, e benchè lo paghi caro, sbicchierando come fa, ci guadagna il doppio.(F.)

Colmatura.— La parte del liquido che riempie il vaso, la quale rimane sopra l'orlo. (F.) Ho inteso dire molte volte:il di più o quello che sporge!

Culaccino.— L'avanzo del vino che occupa il fondo del bicchiere.

Far spracche.— Quel suono che si fa stringendo e riaprendo la bocca con forza quando s'è bevuto del vino generoso. (F.)

Far la zuppa segreta(graziosissimo). Bere colla bocca piena.

Bere a sciacquabudella.— Ber vino a digiuno.

Bere a garganella.— Bere senza accostare il vaso alle labbra.

Bere a gorgate.

Sbicchierare.— Vendere il vino a bicchieri. Es.:Barile con quella bottega s'è arricchito. Compra tutto vino eccellente, e benchè lo paghi caro, sbicchierando come fa, ci guadagna il doppio.(F.)

Ubbriachezza.

Prendere una sbornia—Prendere una bertuccia—Prendere una colta—Prendere una briaca—Prender l'orso—Perder l'alfabeto—Perder l'erre—Essere in bernecche—Essere in cimberli—Fare i gattini(pure del dialetto piemontese),o fare la ricevuta, per vomitare —Alzare la gloria, bere soverchio —Essere una gola d'acquaio, essere un beone —Essere un briachella, aver l'abitudine d'ubbriacarsi leggermente.Beveria.— Il ber molto. Fare una beveria.Combibbia.— Bevuta fatta con altri nell'osteria.

Prendere una sbornia—Prendere una bertuccia—Prendere una colta—Prendere una briaca—Prender l'orso—Perder l'alfabeto—Perder l'erre—Essere in bernecche—Essere in cimberli—Fare i gattini(pure del dialetto piemontese),o fare la ricevuta, per vomitare —Alzare la gloria, bere soverchio —Essere una gola d'acquaio, essere un beone —Essere un briachella, aver l'abitudine d'ubbriacarsi leggermente.

Beveria.— Il ber molto. Fare una beveria.

Combibbia.— Bevuta fatta con altri nell'osteria.

Certo che non tutti questi vocaboli e modi sono dell'uso comune neppure in Toscana, nè tutti sono da adoperarsi a occhi chiusi. Ma nel prendere appunti sul vocabolario, è meglio largheggiare che essere scarsi, poichè non v'è parola oziosa o poco usata o antipatica, — poichè anche in fatto di lingua ci sono le antipatie, — la quale adoperata in un certo senso o in un certo punto, particolarmente nel linguaggio faceto, non acquisti un'efficacia singolarissima, purchè, come diceva il Giusti, si sappia buttar là in modo da non far sospettare che si sia cercata col lumicino. E proviene appunto da nonconoscere o dal non aver pronte sulle labbra che uno scarsissimo numero di espressioni, la difficoltà che incontrano i non toscani a celiare con grazia o raccontare barzellette e far descrizioni burlesche in modo da far ridere. Perchè se la cosa che hanno da dire non è per sè stessa comicissima, poco possono aggiungerle per mezzo della lingua. Vediamo per l'opposto che quando raccontano nel loro dialetto cose per sè stesse quasi punto ridicole, le fanno riuscire tali, solo coll'adoperare certi vocaboli e modi particolari che eccitano il riso.

***

Par strano, ma è vero: per i non toscani, massime dell'Italia settentrionale, uno dei maggiori impedimenti a scrivere e a parlar bene è la paura del proprio dialetto. Per paura, infatti, di lasciarsi scappare degli idiotismi, bandiscono scrupolosamente dall'italiano tutte le espressioni del vernacolo, delle quali molte, letteralmente tradotte, sarebbero italianissime; e ciò facendo, durano una fatica doppia, e parlano una lingua stentata, leccata e senza vita. Per citare degli esempi, ho visto una volta un piemontese arrossire di vergogna perchè credeva di aver detto un grossolano piemontesismo coll'espressione: — Il tal libro, di cui m'avevan detto tanto male, lo lessi, e nonmi parre il diacolo: — ossianon mi parve tanto cattivo quanto si diceva; modo usatissimo nel dialetto piemontese. — Bell'italiano — soggiunse con ironia. — Perchè mai? — gli osservai. —non mi parve il diavolo,non è il diavolo,non sarà poi il diavolo, lo scrisse Giuseppe Giusti. — Non lo volle credere e gli dovetti far vedere il libro. Un'altra volta scandolezzai un genovese dicendo in italiano: —So assai se il tale dei tali sia venuto— Alto là! — mi gridò — la colgo in flagrante genovesismo. Il suoso assaiè il nostroso assaepretto sputato. — Misi sotto gli occhi anche a lui le prose del Giusti dove trovò due o treso assaiche lo fecero rimanere a bocca aperta. E potrei citare mille altre espressioni che fanno rizzare i capelli a tutti coloro i quali a furia di scrupoli, di paure, di pedanterie, si son fatti una lingua italiana compassata, rigida, plumbea, che non è più una lingua. In Toscana, per esempio, si domanda a un libraio: — Quantofatecodesto libro? — Nove su dieci italiani delle provincie settentrionali, dovendo fare quella domanda, ficcano un prudentepagarein mezzo alle parolefateecodesto, perchè per lorofare un libro, in questo caso, è un'espressione assurda, e l'altra, invece, è intera, esatta, a prova di martello. Per la stessa ragione non dicono mainel momento ch'egli usciva, manel momento nel quale o in cui; nonil luogo dove o per dove, mail luogo nel qualeo per il quale; nonguardai se passasse qualcuno, maguardai per vedere se passasse qualcuno, ecc. Ciò che il Giusti chiamava argutamenteparlare e scrivere colle seste.

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Per spiegar meglio il modo che, secondo me, si dovrebbe tenere nel prendere appunti sul vocabolario, mi pare utile addurre ancora alcuni esempi. Leggendo il vocabolario, credetti opportuno di notare tutti i seguenti modi e vocaboli che si riferiscono a commercio, affari, denaro, ecc., perchè m'accorsi, leggendoli, che sebbene fossero necessarî per dire per l'appunto quelle date cose, non li avevo mai adoperati perchè in parte non li sapevo, e in parte non m'erano abbastanza fitti nella mente da averli pronti sulla bocca o sulla punta della penna parlando o scrivendo.

Metter su bottega.— Rizzare una bottega, un negozio.Stiracchiare il prezzo.(È chiaro).Salire.— Per rincarare. Es.;Quest'anno i tartufi son saliti alle stelle. (F.)Rincarare.Il pane è rincarato.Rincarare la pigione.Il rincaro del cotone.Nell'Italia settentrionale, massime parlando, si dice generalmente colla solita lungaggineil pane è divenuto caro, invece diè rincarato, el'aumento di prezzo del cotone, invece delrincaro del cotone.Rinvilio.— Lo scemar di prezzo. Parola che il Manzoni, correggendo iPromessi Sposi, sostituì adiminuzione di prezzo, e che ora si comincia a usare anche fuor di Toscana. Es.:C'è stato un gran rinvilio nell'olio.Ribasso.— Es.:Il cotoneHA FATTOun ribasso. Gli scrupolosi direbbero:C'è stato un ribasso nel cotone.Richiesta.— Una tal mercanzia ha molta richiesta.Rientrare.— Il popolo e i venditori, in Toscana, diconorientrarciperripigliare il costocon guadagno onesto vendendo una data mercanzia, Es.:A volere che ci rientri, quel drappo bisogna che lo venda otto lire il braccio.—A tre lire non posso darglielo: non ci rientro.(F.)Rientro.— Entrata,rinfrancodi denari o d'altro, meglio cherisorsa. Es.:Giovanni non ha altro rientro che lo stipendio di 100 lire al mese.(F.)Vantaggiare alcuno.— Risparmiargli nel comprare e avanzargli nel vendere. (F.)Stare a sportello.— Dicono gli artefici quandoin alcuni giorni di mezze feste o simili, non aprono interamente la bottega, ma tengono solamente aperto lo sportello. (F.)Spurghi.— Le merci rimaste senza vendersi in una bottega. (F.)Riparare.— Si dicenon riparadi una persona che non è sufficiente a secondare le richieste infinite che le vengono fatte; di un mercante che spaccia moltissimo di una tal mercanzia ed ha sempre il banco assediato dai compratori. Es.:Mise su quella bottega di mercerie e si arricchirà di certo perchè non ripara.(F.)Comprare cogli occhiali di panno.— Senza esaminare quello che si compra.ServirsidaUN TAL NEGOZIANTE. — Modo scansato da moltissimi per timore che non sia dibuon italiano.Stare su un quattrino, su una lira.— Lo spiega l'esempio:Che credi ch'io stia sulle dieci lire? To' piglia un napoleone e vattene.(F.)Quel fondacovaSOTTO IL NOME DEL TALE.In quella impresa gli ciandaronoDIECI MILA LIRE.Rigirare i denari.— Utilizzare onestamenteun piccolo corpo di denari. Es.:Ho pochi quattrini; ma mio fratello che ha pratica di negozi me li rigira bene.Rigirarsela.—Non son ricco, ma me la son sempre rigirata bene.Il suo inchiostro corre per tutto.— Dicesi d'un negoziante la cui firma sia tenuta buona in tutte le piazze. E a chi non abbia credito:Il tuo inchiostro non tinge o non corre.Puzzare d'inchiostro.— Si dice di un abito o di altra cosa non ancora pagata nella bottega dove si è presa,e dove è già accesa la partita del debito. (F.)Prendere una cosa a chiodo.— Senza pagarla subito.Mangiarsi il guadagno in erba.— Consumare ciò che si guadagna prima di riscuoterlo. (F.)Danari giustificati.— Danari spesi in cosa che li vale. (F.)Denari secchi.— Danari morti.Tirare la paga.— Perriscuoterla.Vivere sul lavoro.(È chiaro).Lavorare o fare sopra di sè.— Si dice degli artefici che non stanno con altri, ma esercitano la loro arte da per sè a loro pro e danno.Tirare un gran dado.— Avere una gran sorte.Fare un buon trucco.— Aver buona fortuna in una cosa.Gli è venuta la guazza.— Si dice di chi ha trovato una buona fonte di guadagno.Gli è balzata la palla sul guanto.Trovare una bella vigna.— Trovare facile e pronto utile (o piacere) in alcuna cosa.Succhiellare una bella carta.— Essere in procinto di avere una qualche buona ventura. Ecc., ecc.

Metter su bottega.— Rizzare una bottega, un negozio.

Stiracchiare il prezzo.(È chiaro).

Salire.— Per rincarare. Es.;Quest'anno i tartufi son saliti alle stelle. (F.)

Rincarare.

Nell'Italia settentrionale, massime parlando, si dice generalmente colla solita lungaggineil pane è divenuto caro, invece diè rincarato, el'aumento di prezzo del cotone, invece delrincaro del cotone.

Rinvilio.— Lo scemar di prezzo. Parola che il Manzoni, correggendo iPromessi Sposi, sostituì adiminuzione di prezzo, e che ora si comincia a usare anche fuor di Toscana. Es.:C'è stato un gran rinvilio nell'olio.

Ribasso.— Es.:Il cotoneHA FATTOun ribasso. Gli scrupolosi direbbero:C'è stato un ribasso nel cotone.

Richiesta.— Una tal mercanzia ha molta richiesta.

Rientrare.— Il popolo e i venditori, in Toscana, diconorientrarciperripigliare il costocon guadagno onesto vendendo una data mercanzia, Es.:A volere che ci rientri, quel drappo bisogna che lo venda otto lire il braccio.—A tre lire non posso darglielo: non ci rientro.(F.)

Rientro.— Entrata,rinfrancodi denari o d'altro, meglio cherisorsa. Es.:Giovanni non ha altro rientro che lo stipendio di 100 lire al mese.(F.)

Vantaggiare alcuno.— Risparmiargli nel comprare e avanzargli nel vendere. (F.)

Stare a sportello.— Dicono gli artefici quandoin alcuni giorni di mezze feste o simili, non aprono interamente la bottega, ma tengono solamente aperto lo sportello. (F.)

Spurghi.— Le merci rimaste senza vendersi in una bottega. (F.)

Riparare.— Si dicenon riparadi una persona che non è sufficiente a secondare le richieste infinite che le vengono fatte; di un mercante che spaccia moltissimo di una tal mercanzia ed ha sempre il banco assediato dai compratori. Es.:Mise su quella bottega di mercerie e si arricchirà di certo perchè non ripara.(F.)

Comprare cogli occhiali di panno.— Senza esaminare quello che si compra.

ServirsidaUN TAL NEGOZIANTE. — Modo scansato da moltissimi per timore che non sia dibuon italiano.

Stare su un quattrino, su una lira.— Lo spiega l'esempio:Che credi ch'io stia sulle dieci lire? To' piglia un napoleone e vattene.(F.)

Quel fondacovaSOTTO IL NOME DEL TALE.

In quella impresa gli ciandaronoDIECI MILA LIRE.

Rigirare i denari.— Utilizzare onestamenteun piccolo corpo di denari. Es.:Ho pochi quattrini; ma mio fratello che ha pratica di negozi me li rigira bene.

Rigirarsela.—Non son ricco, ma me la son sempre rigirata bene.

Il suo inchiostro corre per tutto.— Dicesi d'un negoziante la cui firma sia tenuta buona in tutte le piazze. E a chi non abbia credito:Il tuo inchiostro non tinge o non corre.

Puzzare d'inchiostro.— Si dice di un abito o di altra cosa non ancora pagata nella bottega dove si è presa,e dove è già accesa la partita del debito. (F.)

Prendere una cosa a chiodo.— Senza pagarla subito.

Mangiarsi il guadagno in erba.— Consumare ciò che si guadagna prima di riscuoterlo. (F.)

Danari giustificati.— Danari spesi in cosa che li vale. (F.)

Denari secchi.— Danari morti.

Tirare la paga.— Perriscuoterla.

Vivere sul lavoro.(È chiaro).

Lavorare o fare sopra di sè.— Si dice degli artefici che non stanno con altri, ma esercitano la loro arte da per sè a loro pro e danno.

Tirare un gran dado.— Avere una gran sorte.

Fare un buon trucco.— Aver buona fortuna in una cosa.

Gli è venuta la guazza.— Si dice di chi ha trovato una buona fonte di guadagno.

Gli è balzata la palla sul guanto.

Trovare una bella vigna.— Trovare facile e pronto utile (o piacere) in alcuna cosa.

Succhiellare una bella carta.— Essere in procinto di avere una qualche buona ventura. Ecc., ecc.

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Per citare un altro esempio, c'è intorno alparlareun gran numero di vocaboli e di modi efficacissimi, per la più parte lepidi, e molti comuni ai vari dialetti d'Italia, e per questa ragione, ossia per paura, non usati da chi vuol parlare e scrivere un italiano castissimo.

Stiantar bombe (ilcraquerdei francesi). — Stiantar bugie. — Stiantar spropositi. — Piantar carote. — Sballar favole. — Sfrottolare. — Dire delle sballonate. — Dire delle papere. — Dire dei farfalloni. — Fare delle sparate. — Dirne di quelle che non hanno nè babbo nè mamma (strafalcioni madornali); ciò che scrisse il povero Guerrazzi, poco prima di morire, parlando della sua ultima opera,Il secolo che muore.

Graziosissima l'espressione: —Dare una calcatella, per rifiorire o esagerare una cosa detta da altri.

Dire una cosa di ritorno, di ripicco, di rintoppo, di rimbecco.— Dire una cosa fuori dei denti. — Dire a uno una fitta d'ingiurie, una carta di villanie, una sfuriata d'impertinenze. — Fare una parrucca a uno, fargli una lavata di testa, un lavacapo, una risciacquata, una ripassata, una sbarbazzata. — Cantargli il vespro, cantargli la zolfa. — Trinciargli la giubba addosso, tagliargli le calze, lavarsene la bocca (per dirne male). — Dire, vomitare ira di Dio.Ripapparsi uno(per garrirlo acerbamente). Es.:Nebbia, in presenza della gente, tratta suo marito coi guanti, ma in casa poi bisogna vedere come se lo ripappa.Rimpolpettare.— Lo spiega l'esempio:Non è padrona di aprir bocca quella povera donna che bisogna vedere come la rimpolpettano.Rimbrontolare(efficacissimo). — Rammentare spesso ad altri un beneficio o un favore fattogli. Es.:Tizio mi regalò una volta cinquanta lire, è vero; ma non passa giorno che non me le rimbrontoli.Rifischiare.—Si cacciò in quell'adunanza il P., e poi andò a rifischiare ogni cosa al prefetto.Quanto più efficace che il solitoriferireeriportareche si può dire in cento sensi!Spettegolare.— Chiaccherar molto e senza proposito. — Es.:Dopo essere stata là un'ora aspettegolare se ne andò.—Già io ti dico tutto in segreto, e poi tu vai a spettegolare ogni cosa in casa delle vicine.Tirar sagrati, tirar moccoli, attaccar moccoli, tirar giù tutti i Santi, attaccarla a Dio e al Santi.Parlare colla bocca piccina(graziosissimo). — Per parlare timidamente. Es.:Cogl'inferiori fa il prepotente; ma coi superiori parla colla bocca piccina.Stillare, piombare le parole, — per parlare lentamente, a stento.Spiccicare le parole.— Spiccarle. Si dice:Non spiccica nulla, non spiccica parola, di chi volendo parlare, non gli vien fatto.Discorrere fitto o fitto fitto.— Presto e senza interruzione.Sfilar la corona.— Dir tutto senza riguardo.Spippolare.—Spappolarla, per es.,tale e quale. — Chiaro.Faticare, per es., una filza di paternostri, ciò che si esprime anche al verboSpaternostrare,Scoronciare, ecc.Gonfiar gli orecchi a uno.— Dirgli cose che non gli piacciono.Dare spago a uno.— Fingere di secondarlo per farlo parlare e svelare l'animo suo.Menare a spasso uno.— Aggirarlo con parole.Infilare gli aghi al buio.— Parlare di ciò che non si conosce.Allungare la tela.— Per allungare il discorso. Es.:Per cinque minuti lo stetti a sentire, ma poi, vedendo che allungava la tela, gli voltai le spalle.Dare un tasto.— Toccare un motto di qualche cosa. Es.:Se vedo il prefetto, così alla larga gli voglio dare un tasto sulla faccenda degli arresti di domenica.Farsi da alto.— Per cominciare a parlare d'una cosa dal primissimo principio o alla lontana.Farla cascar d'alto.— Dare con parole a una cosa un'importanza maggiore di quella che ha, volerla far parere più bella, più difficile, ecc., di quello che è.Intonarla troppo alta.— Si dice di chi comincia a parlare con un tuono che non può e non deve poi mantenere.Tirare a traverso.— Si dice di chi, disputando con noi, vuol torcere a cattivo senso le nostre parole, o sposta astutamente la quistione dai suoi veri termini.Parlare per comprare.— (Chiaro).Abbreviare il testo.— Farla corta.Fare un discorso corto.— Modo usatissimo inToscana, quando nel contrattare una cosa si vuol far subito la proposta ultima e difinitiva. Es.:S'ha a fare un discorso corto: la m'ha a dar tanto, ecc. Si usa anche per venire a una risoluzione contro qualcuno:Oh sai? s'ha a fare un discorso corto: tu t'hai a levar di qui.Mozziamola!— Lasciamola lì, tronchiamo questo discorso. Gli Spagnuoli dicono graziosamente: —Doblémos la hoja— pieghiamo la pagina.Levar le repliche.— Lo spiega l'esempio:Gli fece una di quelle filippiche che levano le repliche.Rimanere in secco.— Si dice di quando a un tratto, a chi parla o scrive, mancano le parole o i concetti.Rimanere colla parola in aria.— (È chiaro). In senso affine intesi dire a un contadino toscano:Per quanto si sforzasse a parlare, le parole gli rimanevano attaccate giù per la gola.Aggiustare le parole in bocca a uno.— Insegnargli ciò che deve dire.Far peduccio a uno.— Aiutarlo colle parole, dicendo il medesimo che ha detto lui, facendo buone e fortificando le sue ragioni.Pissi pissi, pispilloria.— Strepito di voci chefanno molti uccelli, anche applicabile a voci umane, specialmente per indicare chiacchericcio, cicaleccio di donne. — Es.:Ogni tanto la Gigia lo piantava per andare a fare un pissi pissi di mezz'ora colle sue amiche.Pissipissare.— Bisbigliare, far pissi pissi.Ribobolare.— V. att. Ribobolare, per es., un bel pensiero, ossia nasconderlo con riboboli. —Il P. è un buon prosatore; ma per quel maledetto suo vezzo di far vedere che sa scrivere, un bel pensiero te lo ribobola in modo che non si capisce più.Parlare colle seste.— Con cautela. Parlare colle seste in bocca, disse il Giusti, per parlare con ripicchiata eleganza.Tirar su le calze a uno.— Cavargli di bocca, con arte, un segreto, ecc., ecc.

Dire una cosa di ritorno, di ripicco, di rintoppo, di rimbecco.— Dire una cosa fuori dei denti. — Dire a uno una fitta d'ingiurie, una carta di villanie, una sfuriata d'impertinenze. — Fare una parrucca a uno, fargli una lavata di testa, un lavacapo, una risciacquata, una ripassata, una sbarbazzata. — Cantargli il vespro, cantargli la zolfa. — Trinciargli la giubba addosso, tagliargli le calze, lavarsene la bocca (per dirne male). — Dire, vomitare ira di Dio.

Ripapparsi uno(per garrirlo acerbamente). Es.:Nebbia, in presenza della gente, tratta suo marito coi guanti, ma in casa poi bisogna vedere come se lo ripappa.

Rimpolpettare.— Lo spiega l'esempio:Non è padrona di aprir bocca quella povera donna che bisogna vedere come la rimpolpettano.

Rimbrontolare(efficacissimo). — Rammentare spesso ad altri un beneficio o un favore fattogli. Es.:Tizio mi regalò una volta cinquanta lire, è vero; ma non passa giorno che non me le rimbrontoli.

Rifischiare.—Si cacciò in quell'adunanza il P., e poi andò a rifischiare ogni cosa al prefetto.Quanto più efficace che il solitoriferireeriportareche si può dire in cento sensi!

Spettegolare.— Chiaccherar molto e senza proposito. — Es.:Dopo essere stata là un'ora aspettegolare se ne andò.—Già io ti dico tutto in segreto, e poi tu vai a spettegolare ogni cosa in casa delle vicine.

Tirar sagrati, tirar moccoli, attaccar moccoli, tirar giù tutti i Santi, attaccarla a Dio e al Santi.

Parlare colla bocca piccina(graziosissimo). — Per parlare timidamente. Es.:Cogl'inferiori fa il prepotente; ma coi superiori parla colla bocca piccina.

Stillare, piombare le parole, — per parlare lentamente, a stento.

Spiccicare le parole.— Spiccarle. Si dice:Non spiccica nulla, non spiccica parola, di chi volendo parlare, non gli vien fatto.

Discorrere fitto o fitto fitto.— Presto e senza interruzione.

Sfilar la corona.— Dir tutto senza riguardo.

Spippolare.—Spappolarla, per es.,tale e quale. — Chiaro.

Faticare, per es., una filza di paternostri, ciò che si esprime anche al verboSpaternostrare,Scoronciare, ecc.

Gonfiar gli orecchi a uno.— Dirgli cose che non gli piacciono.

Dare spago a uno.— Fingere di secondarlo per farlo parlare e svelare l'animo suo.

Menare a spasso uno.— Aggirarlo con parole.

Infilare gli aghi al buio.— Parlare di ciò che non si conosce.

Allungare la tela.— Per allungare il discorso. Es.:Per cinque minuti lo stetti a sentire, ma poi, vedendo che allungava la tela, gli voltai le spalle.

Dare un tasto.— Toccare un motto di qualche cosa. Es.:Se vedo il prefetto, così alla larga gli voglio dare un tasto sulla faccenda degli arresti di domenica.

Farsi da alto.— Per cominciare a parlare d'una cosa dal primissimo principio o alla lontana.

Farla cascar d'alto.— Dare con parole a una cosa un'importanza maggiore di quella che ha, volerla far parere più bella, più difficile, ecc., di quello che è.

Intonarla troppo alta.— Si dice di chi comincia a parlare con un tuono che non può e non deve poi mantenere.

Tirare a traverso.— Si dice di chi, disputando con noi, vuol torcere a cattivo senso le nostre parole, o sposta astutamente la quistione dai suoi veri termini.

Parlare per comprare.— (Chiaro).

Abbreviare il testo.— Farla corta.

Fare un discorso corto.— Modo usatissimo inToscana, quando nel contrattare una cosa si vuol far subito la proposta ultima e difinitiva. Es.:S'ha a fare un discorso corto: la m'ha a dar tanto, ecc. Si usa anche per venire a una risoluzione contro qualcuno:Oh sai? s'ha a fare un discorso corto: tu t'hai a levar di qui.

Mozziamola!— Lasciamola lì, tronchiamo questo discorso. Gli Spagnuoli dicono graziosamente: —Doblémos la hoja— pieghiamo la pagina.

Levar le repliche.— Lo spiega l'esempio:Gli fece una di quelle filippiche che levano le repliche.

Rimanere in secco.— Si dice di quando a un tratto, a chi parla o scrive, mancano le parole o i concetti.

Rimanere colla parola in aria.— (È chiaro). In senso affine intesi dire a un contadino toscano:Per quanto si sforzasse a parlare, le parole gli rimanevano attaccate giù per la gola.

Aggiustare le parole in bocca a uno.— Insegnargli ciò che deve dire.

Far peduccio a uno.— Aiutarlo colle parole, dicendo il medesimo che ha detto lui, facendo buone e fortificando le sue ragioni.

Pissi pissi, pispilloria.— Strepito di voci chefanno molti uccelli, anche applicabile a voci umane, specialmente per indicare chiacchericcio, cicaleccio di donne. — Es.:Ogni tanto la Gigia lo piantava per andare a fare un pissi pissi di mezz'ora colle sue amiche.

Pissipissare.— Bisbigliare, far pissi pissi.

Ribobolare.— V. att. Ribobolare, per es., un bel pensiero, ossia nasconderlo con riboboli. —Il P. è un buon prosatore; ma per quel maledetto suo vezzo di far vedere che sa scrivere, un bel pensiero te lo ribobola in modo che non si capisce più.

Parlare colle seste.— Con cautela. Parlare colle seste in bocca, disse il Giusti, per parlare con ripicchiata eleganza.

Tirar su le calze a uno.— Cavargli di bocca, con arte, un segreto, ecc., ecc.

A proposito di questo e d'altri modi dello stesso genere, occorre fare un'osservazione; ed è che son modi vivi, efficaci, usatissimi e usabilissimi; ma che sono volgari, e che perciò si debbono usare parcamente, e solo quando il soggetto del discorso lo concede. Molti non la intendono così. Per costoro tutto quello che è toscano è dicibile e scrivibile a qualunque proposito. Moltissimi anzi non fanno propriamente consistere lo scriver toscano, secondo l'idea del Manzoni, che in una certa sfacciataggine di lingua,in un certo sprezzo del galateo filologico, nello scrivere, insomma, una lettera a una signora tale e quale come una lettera a un fattore; un discorso accademico tale e quale come un aneddoto carnovalesco. Sono costoro che, da qualche anno in qua, empiono romanzi, novelle, articoli, ecc., di modi comecascar l'asino,levar le gambe,tirar su le calze,tagliar le calze,essere agli sgoccioli,uscir per il rotto della cuffia, ecc., ecc., i quali modi se danno efficacia e sapor comico al linguaggio quando sono adoperati a tempo e luogo, gli tolgono, adoperati a casaccio, ogni dignità, ogni gentilezza, ogni grazia. Ed anche a rischio di farmi dare sulle dita voglio dire che lo stesso Giuseppe Giusti ha qualche volta peccato da questo lato. Poichè, per esempio, quando scrivendo a una signora dice in un solo periodo che «scegliere per un congresso una città piccola come Luccaè un voler metter l'asino a cavallo: ma che i Lucchesi ne leveranno le gambe meglio che non si crede; che il duca se l'è battuta perchègli bolle a mala pena la pentola per sè e per i suoi, ecc.,» io sento, non in ciascuna di queste maniere di dire per sè medesima, ma nella loro frequenza, nel tuono che danno al discorso, qualche cosa che non mi piace. Il Manzoni stesso, che in fatto di lingua è così delicatamente guardingo, nell'usare frasi e vocaboli toscaniha qualche volta mancato a questo riserbo, e io credo che anche i suoi più ardenti ammiratori, fra i quali mi vergognerei di non essere in prima riga, cancellerebbero volentieri in qualche sua pagina le paroleporcheria, me ne impipo, ecc., scritte da lui in omaggio all'uso toscano. Ora a me par giusto che si segua il Manzoni nel preferire un idiotismo a una pedanteria; ma mi par di vedere che molti toscaneggianti dell'Italia settentrionale vadano troppo in là. Ammetto, per esempio, che in molti casi, e in specie nel dialogo, si possa o debba dircosainvece diche cosaoche; ma che un professore di letteratura italiana, come fanno molti, faccia perpetuamente scrivere dai suoi scolaricosain vece dicheoche cosa, non mi va. Capisco che piuttosto di scontorcere una frase e qualche volta tutto un periodo, si scrivagliinvece diloro; ma non m'entra che, per seguire l'uso toscano, invece dividi Maria e le dissi, si debba scriverevidi Maria e gli dissi. Così pure il dire eternamenteluiperegli,leiperessa,loro per essi, anche quando nè il suono nè la naturalezza lo richiedono, il che è anche contrario all'uso della Toscana, doveegli,essa,essinon sono punto parole scomparse dal vocabolario parlato. Non bisogna, mi pare, cadere nell'eccesso nè da una parte nè dall'altra. Che si metta al bando la prosa aristocratica, la lingua ripicchiata,l'affettazione, la pedanteria, sta bene. Ma che per non scrivere come un accademico si parli come un mercatino; che per non star soggetti alla tirannia grammaticale delche cosae dell'egli, si crei un'altra tirannia delluie delcosa, che, in una parola, dopo aver smessa la parrucca, si voglia anche levarsi la camicia, non mi pare nè bello, nè ragionevole.

***

Veda chi vuol spigolare nel vocabolario, seguendo il modo che ho indicato, quante parole e modi e paragoni e immagini si possono raccogliere intorno al soggettoRitratti, solo dal piccolo vocabolario del Fanfani; e come lo studiare la lingua in questa maniera, benchè paia seccante a primo aspetto, possa riuscire dilettevole.

Un uomo magro assaettato — secco allampanato — secco arrabbiato — secco arrovellato — secco spento — secco come un uscio — secco come un osso — trito in canna — ridotto sulle cigne — ridotto in un gomitolo — ridotto un fuscello — ridotto che pare un filo — che ha fatto un gran calo — che par fatto di calza sfatta — che pare la morte secca — che regge l'anima coi denti — che si vede e non si vede — che si piglierebbe col cucchiaio — verde come un ramarro — giallocome un rigógolo — una mostra d'uomo — una carcassa — un cerotto — un ragazzo stentino — una cosa stentata — un coso stento stento — un viso di dolor di corpo — uno sbiobbo — uno scricciolo — un vecchio scaracchione, ecc.

Un giovane di buon nerbo — un uomo di buon osso — uno stiattone — un trippone — un gonfione — grasso bracato — che non capisce nella pelle — con una faccia di mascheron di fontana — con un naso che gli rifiglia il vino bevuto — un vecchio rimprosciuttito, che va via come un frullino, che ha rimesso un tallo sul vecchio, ecc.

Una zitella spersonita — ristecchita — vizza — passa rinfichita — rinfichisecchita — con un viso rinfrignato — cogli occhi cerpellini — con due gran calamai — con certe piazzate in testa (radure di capelli) che si può dir quasi pelata — una vecchia squarquoia — un vero reciticcio — un vero crostino — e perchè non ha dote, un crostino senza burro — una ricetta da lussuria, come si dice di persona che non solo non mette, ma scaccia le tentazioni. — ecc.

Una ragazza tanto fatta — una bambolona — una meggiona — una mastiona — un bel fusto, un bel tocco, una bell'asta di donna — un bel pezzo di marcantonia — un bel pezzo da ottanta — fatta colle forme — pulita come un dado — sanacome una lasca — soda come una pina — una donnina minutina — gentilina — una cosolina — un pepino — una bazzina — un viso di solletico — che ha un'ideina di buona — che ha un'ideina che piace — che è l'idea della grazia — che è una gentilezza — a cui ridon prima gli occhi che la bocca, ecc.

Un uomo a sghimbescio, a scatti, a folate, — un uomo scontroso, muffoso — una testa secca — una testa volante — un cervello svolazzatoio — un vecchio cascatoio — un vecchio cucco, ecc.

Un uomo grosso di pasta — tondo di pelo — che ha un po' dello scemo — che ha l'ottavo dono dello Spirito Santo — che non ha di quel che si frigge — che serve di copertina a un altro — una lanterna senza moccolo, ecc.

Una lamaccia, un malanno — un uomo che odora di birba — un'anima bigia — un uomo di scarpe grosse e di cervello sottile — un uomo che ha l'arco lungo — un uomo che ha l'osso del poltrone, l'osso del vile, l'osso del furfante — che ha il miele sulle labbra e il rasoio a cintola — un uomo di bassa estrazione — un terremoto — bravo come un lampo — bugiardo come un gallo — ecc.

Un dabbenaccio — un galantominone — una coppa d'oro — un uomo di stocco — un uomo atutta tempera — un uomo rotto al mondo — un uomo tagliato al dosso di tutti — un uomo attaccaticcio — un uomo di ricapito — uomo dei suoi piaceri, dei suoi comodi — un uomo tutto Gesù e Madonna — un mammamia — un santificetur — un sacco di disdette, ecc.

Tutta questa è lingua viva e fresca, che quando s'abbia in mente, vien opportunissima sulle labbra e sulla punta della penna ad ogni momento; eppure si può dire che per l'Italia settentrionale è quasi tutta lettera morta; e nasce appunto dalla mancanza di tutta questa lingua, il difetto di varietà e di lepore che si lamenta nello scrivere, e principalmente nel parlare italiano degli italiani settentrionali.

***

Da un tempo in qua, in molte famiglie dell'alta Italia s'insegna a parlare italiano ai bambini. È ottima cosa, se i parenti sono in grado d'insegnar bene, o se badano almeno a correggere gli errori di cui s'accorgono; ma è cosa pessima se non sanno insegnare o non hanno voglia di correggere; il qual caso è frequentissimo. Occorre infatti ogni momento di sentir ragazzi di sette od otto anni, ed anco di dieci o di dodici, parlare con unameravigliosa disinvoltura un italiano scellerato al segno da far desiderare che parlino invece il loro dialetto. E non è da credere che a poco a poco si correggano poi da sè stessi. Gli strafalcioni, le frasi viziose, i modi barbari e un gran numero di piccole improprietà di linguaggio che s'appiccicano alla lingua in quella prima età, difficilmente si perdono avanzando negli anni, fuorchè dai pochissimi che si dedicano particolarmente alle lettere; perchè coll'età cresce a mano a mano l'amor proprio, la pretensione, il timore, in chi potrebbe correggere, che la correzione venga presa in mala parte; e così accade che i giovanetti di quindici o di sedici anni parlano poco meno barbaramente di quelli di otto o di dieci.

Ecco, per esempio, un saggio dell'Italiano che si parla generalmente nell'Italia settentrionale, non solo dai bambini, ma anco dagli adulti:

«Ho veduto Tizio, ecidissi chealla sera, in casa, noi giuochiamo, e chesaressimocontenti che non ci mancasse nèegli, nè suo fratello.Cidissi che i libri che m'aveva imprestati mihanno piaciuto, e glienechiamaidegli altri, particolarmente quello dell'X, stampatodel1873, che è il romanzoilpiù bello che si possa immaginare. Lo ebbi, se nonmi sbaglio, tre anni fa, lo lessi d'un fiato, edho ritornatoa leggerlo, ecc.»

E non c'è che dire, si sentono buttar giù questi spropositi anche da persone coltissime, le quali arrossiscono quando, per caso, si lasciano sfuggire errori assai meno gravi nel parlare francese.

Ma tornando ai bambini, ecco alcuni vocaboli e modi, che si riferiscono a loro, e che sono una prova di più del gran giovamento che si può ricavare dallo spoglio del vocabolario; facendo il quale si finisce col trovarsi fra le mani un altro vocabolario bell'e fatto, che colma quasi tutte le lacune della nostra mente.

Giocare a tamburello.— Tamburello è quel piccolo cerchio, nel quale è imbulettata una pelle ben tirata, e che serve per giuocare alla palla.Giocare a rimpiattino, a rimpiattarelli.— Gioco nel quale uno si rimpiatta e gli altri debbon trovarlo.Giocare a ripiglino.— Gioco così detto dal ripigliar col dorso della mano i noccioli o piccole monete che si sono tirate all'aria. È pure un altro gioco che si fa in due, avvolgendosi nelle mani del filo, e ripigliandolo l'un dall'altro in varie figure.Giocare a guanciale d'oro.— Gioco in cui uno posa il capo in grembo all'altro che siede, e questi gli chiude gli occhi in modo che nonpossa vedere chi sia colui che lo percosse in una mano ch'egli tiene dietro sopra le reni, dovendolo egli indovinare.Giocare a scaldamane.— Gioco che si fa accordandosi in più a porre le mani a vicenda l'una sopra l'altra, posata la prima sopra un piano, e traendo poi quella di sotto, ecc.Giocare a toccapoma.— Gioco in cui alcuni ragazzi si pongono appoggiati o a cantonate o ad alberi che siano attorno, e uno di essi resta nel mezzo. Quegli che sono agli alberi o cantonate cercano di mutar posto senza lasciarsi pigliare da colui che è in mezzo a quest'effetto, ecc.Giocare a scaricabarili.— Gioco che si fa da due soli, i quali si volgono le spalle l'un l'altro, e intricate scambievolmente le braccia, s'alzano a vicenda.Giocar di pedina.— Premersi coi piedi sotto la tavola.Giocare a nocino.— Gioco nel quale si fanno alcune castelline di noci, quanti sono i giocatori, e ciascuno tira verso quelle con una noce che si chiama bocco. Quante castelline butta giù il tiratore, tante ne vince.Fare alle comaruccie.— Gioco che si fa con un fantoccio, fingendo che una delle bambine l'abbiamesso al mondo; la quale bambina riceve le visite, e fa le altre cerimonie delle puerpere.Fare a pappaceci.— Gioco dei fanciulli quando tirano fichi od altro all'aria e li ricevono colla bocca.Fare a ginocchino.— Dicesi di due che essendo accanto si urtano l'un l'altro col ginocchio. Questo modo però, come l'altrogiocar di pedina, si usa di preferenza parlandosi d'un uomo e d'una donna.Fare le tenebre.— Il battere che suol farsi con mazze sulle panche delle chiese per gli uffici della settimana santa.Fare le bizze, fare le furie.— Si dice dei ragazzi, ed è chiaro.Far greppo.— Quel raggrinzare la bocca che fanno i bambini quando vogliono cominciare a piangere.Sbatacchiarsi.— Si dice (oltre che per atti di dolore disperato) dei bambini quando fanno le furie.Smoccicare.— Mandar fuora i mocci; il che fanno spesso i bambini quando piangono. Al qual proposito è da notarsi il modo:Tirar su, che dicesi dell'aspirare fortemente col naso per impedire che colino i mocci; onde il motto che suol dirsi ai bambini quando lo fanno:Tira su e serba a Pasqua.Aver la lucia.— Lo dicono in Firenze ai bambini quando la sera, dal sonno, non possono tenere gli occhi aperti.Fare i lucciconi.— Si dicono lucciconi quelle grosse lagrime che ci cadono dagli occhi per qualche improvvisa cagione di dolore, e che quasi si vorrebbero celare.Fare le cocche.— Battere una mano aperta sull'altra serrata per segno di beffa.Fare un manichetto.— Si dice di mettere una mano nella snodatura dell'altro braccio piegandolo all'insù, che è atto di sdegno e d'ingiuria.Dare il congone.— Atto di scherno che si fa battendo i pugni chiusi, o coi polpastrelli delle dita raccolti insieme, le gote gonfiate a questo fine.Dare un lecchino.— Lo dicono i ragazzi per quell'atto di dispregio, che si fa mettendosi un dito in bocca, e poi, così bagnato di saliva, battendolo sul viso dell'altro.Fare il linguino.— Mostrare la punta della lingua tenendola stretta fra le labbra; atto che ha differenti significati secondo che è fatto da bambini o da adulti.Sonare la furfantina.— La furfantina è un concerto di fischi, urli e varii suoni fatti con labocca, che si fa dai ragazzi per ischerno d'alcuno.Fare la sassaiuola.— Sassaiuola, battaglia coi sassi, e il trarre più persone dei sassi contro alcuno. Es.:Quei maledetti ragazzi, appena lo videro, gli cominciarono a fare la sassaiuola.Marinare la scuola.— Non andarvi.Bucare la scuola.— Sottrarsi con accortezza al dovere d'andarvi.Battere le gazzette.— Avere gran freddo.Portare a cavalluccio.— Portare altrui sulle spalle con una gamba di qua e una di là del collo.Portare a predellino.— Si dice quando due, intrecciate fra loro le mani, portano un terzo che ci si mette su a sedere.Portare a barella.— Dicono i fanciulli del prender uno per le braccia e per le gambe e così portarlo da luogo a luogo.Scendere a scorticaculo.— Scendere strascinandosi sul deretano.Alzare di soppeso un bambino.— Alzarlo con la sola forza delle braccia.Fare gambetta.— Attraversare un piede tra le gambe d'un altro mentre cammina o s'agita, per farlo cadere.Dormire a gomitello.— Dormire stando a sedere dinanzi a un tavolino col capo appoggiato sul gomito.Fare il pizzicorino.— Fare il sollecito.Prendere per il ganascino.— Stringere la gota tra l'indice e il medio piegato indietro.Dare i monnini(concettini). — Si dice di chi parlando con alcuno lo mette al punto di dir parola che rimi con un'altra da dover a quel tale dispiacere: come chi disse a quel chierico: —Non fu mai gelatina senza.... e qui si fermò; e il chierico subito disse, per mostrar che sapeva la sentenza:senza alloro: e l'altro ribattè: —Voi siete il maggior bue che vada in coro.Fare il groppo o mettere il tetto.— Si dice di un ragazzo che ha finito di crescere; del quale suol dirsi pure con dispetto:non cresce nè crepa.Figliuol di grazia, figliuol di vezzi.— Si dice il bambino prediletto della famiglia.Trottolino.— Dicesi di bambino che va a piccoli e presti passi.Gnaulino.— Dicesi per scherzo d'un bambino piccolo. Es.:Ha un par di gnaulini che non le danno un momento di bene.Dagnaulare(miagolare), che si dice pure del piangere dei bambini.Frignaresignifica piangere interrottamente sforzandosi di rattenersi.Un sacchettino di vizii.— (Chiaro).Malestro.— Parola di cui tutte le madri hanno bisogno, alla quale sostituiscono malamentemonelleria,scappatella, ecc.Malestrosi dice qualunque danno facciano per casa i ragazzi, come romper piatti, bicchieri e simili. Es.:Ragazzi, badate di non far malestri.(F.)Ninnare.— Canterellare per fare addormentare i bambini cullandoli. Dice il Giusti:E lo accostava, al seno e lo ninnavaCon baci e baci come fosse suo.Spoppare.— Levar la poppa ai bambini, disusarli dal latte; onde si dicebambino spoppato,ecc.

Giocare a tamburello.— Tamburello è quel piccolo cerchio, nel quale è imbulettata una pelle ben tirata, e che serve per giuocare alla palla.

Giocare a rimpiattino, a rimpiattarelli.— Gioco nel quale uno si rimpiatta e gli altri debbon trovarlo.

Giocare a ripiglino.— Gioco così detto dal ripigliar col dorso della mano i noccioli o piccole monete che si sono tirate all'aria. È pure un altro gioco che si fa in due, avvolgendosi nelle mani del filo, e ripigliandolo l'un dall'altro in varie figure.

Giocare a guanciale d'oro.— Gioco in cui uno posa il capo in grembo all'altro che siede, e questi gli chiude gli occhi in modo che nonpossa vedere chi sia colui che lo percosse in una mano ch'egli tiene dietro sopra le reni, dovendolo egli indovinare.

Giocare a scaldamane.— Gioco che si fa accordandosi in più a porre le mani a vicenda l'una sopra l'altra, posata la prima sopra un piano, e traendo poi quella di sotto, ecc.

Giocare a toccapoma.— Gioco in cui alcuni ragazzi si pongono appoggiati o a cantonate o ad alberi che siano attorno, e uno di essi resta nel mezzo. Quegli che sono agli alberi o cantonate cercano di mutar posto senza lasciarsi pigliare da colui che è in mezzo a quest'effetto, ecc.

Giocare a scaricabarili.— Gioco che si fa da due soli, i quali si volgono le spalle l'un l'altro, e intricate scambievolmente le braccia, s'alzano a vicenda.

Giocar di pedina.— Premersi coi piedi sotto la tavola.

Giocare a nocino.— Gioco nel quale si fanno alcune castelline di noci, quanti sono i giocatori, e ciascuno tira verso quelle con una noce che si chiama bocco. Quante castelline butta giù il tiratore, tante ne vince.

Fare alle comaruccie.— Gioco che si fa con un fantoccio, fingendo che una delle bambine l'abbiamesso al mondo; la quale bambina riceve le visite, e fa le altre cerimonie delle puerpere.

Fare a pappaceci.— Gioco dei fanciulli quando tirano fichi od altro all'aria e li ricevono colla bocca.

Fare a ginocchino.— Dicesi di due che essendo accanto si urtano l'un l'altro col ginocchio. Questo modo però, come l'altrogiocar di pedina, si usa di preferenza parlandosi d'un uomo e d'una donna.

Fare le tenebre.— Il battere che suol farsi con mazze sulle panche delle chiese per gli uffici della settimana santa.

Fare le bizze, fare le furie.— Si dice dei ragazzi, ed è chiaro.

Far greppo.— Quel raggrinzare la bocca che fanno i bambini quando vogliono cominciare a piangere.

Sbatacchiarsi.— Si dice (oltre che per atti di dolore disperato) dei bambini quando fanno le furie.

Smoccicare.— Mandar fuora i mocci; il che fanno spesso i bambini quando piangono. Al qual proposito è da notarsi il modo:Tirar su, che dicesi dell'aspirare fortemente col naso per impedire che colino i mocci; onde il motto che suol dirsi ai bambini quando lo fanno:Tira su e serba a Pasqua.

Aver la lucia.— Lo dicono in Firenze ai bambini quando la sera, dal sonno, non possono tenere gli occhi aperti.

Fare i lucciconi.— Si dicono lucciconi quelle grosse lagrime che ci cadono dagli occhi per qualche improvvisa cagione di dolore, e che quasi si vorrebbero celare.

Fare le cocche.— Battere una mano aperta sull'altra serrata per segno di beffa.

Fare un manichetto.— Si dice di mettere una mano nella snodatura dell'altro braccio piegandolo all'insù, che è atto di sdegno e d'ingiuria.

Dare il congone.— Atto di scherno che si fa battendo i pugni chiusi, o coi polpastrelli delle dita raccolti insieme, le gote gonfiate a questo fine.

Dare un lecchino.— Lo dicono i ragazzi per quell'atto di dispregio, che si fa mettendosi un dito in bocca, e poi, così bagnato di saliva, battendolo sul viso dell'altro.

Fare il linguino.— Mostrare la punta della lingua tenendola stretta fra le labbra; atto che ha differenti significati secondo che è fatto da bambini o da adulti.

Sonare la furfantina.— La furfantina è un concerto di fischi, urli e varii suoni fatti con labocca, che si fa dai ragazzi per ischerno d'alcuno.

Fare la sassaiuola.— Sassaiuola, battaglia coi sassi, e il trarre più persone dei sassi contro alcuno. Es.:Quei maledetti ragazzi, appena lo videro, gli cominciarono a fare la sassaiuola.

Marinare la scuola.— Non andarvi.

Bucare la scuola.— Sottrarsi con accortezza al dovere d'andarvi.

Battere le gazzette.— Avere gran freddo.

Portare a cavalluccio.— Portare altrui sulle spalle con una gamba di qua e una di là del collo.

Portare a predellino.— Si dice quando due, intrecciate fra loro le mani, portano un terzo che ci si mette su a sedere.

Portare a barella.— Dicono i fanciulli del prender uno per le braccia e per le gambe e così portarlo da luogo a luogo.

Scendere a scorticaculo.— Scendere strascinandosi sul deretano.

Alzare di soppeso un bambino.— Alzarlo con la sola forza delle braccia.

Fare gambetta.— Attraversare un piede tra le gambe d'un altro mentre cammina o s'agita, per farlo cadere.

Dormire a gomitello.— Dormire stando a sedere dinanzi a un tavolino col capo appoggiato sul gomito.

Fare il pizzicorino.— Fare il sollecito.

Prendere per il ganascino.— Stringere la gota tra l'indice e il medio piegato indietro.

Dare i monnini(concettini). — Si dice di chi parlando con alcuno lo mette al punto di dir parola che rimi con un'altra da dover a quel tale dispiacere: come chi disse a quel chierico: —Non fu mai gelatina senza.... e qui si fermò; e il chierico subito disse, per mostrar che sapeva la sentenza:senza alloro: e l'altro ribattè: —Voi siete il maggior bue che vada in coro.

Fare il groppo o mettere il tetto.— Si dice di un ragazzo che ha finito di crescere; del quale suol dirsi pure con dispetto:non cresce nè crepa.

Figliuol di grazia, figliuol di vezzi.— Si dice il bambino prediletto della famiglia.

Trottolino.— Dicesi di bambino che va a piccoli e presti passi.

Gnaulino.— Dicesi per scherzo d'un bambino piccolo. Es.:Ha un par di gnaulini che non le danno un momento di bene.Dagnaulare(miagolare), che si dice pure del piangere dei bambini.Frignaresignifica piangere interrottamente sforzandosi di rattenersi.

Un sacchettino di vizii.— (Chiaro).

Malestro.— Parola di cui tutte le madri hanno bisogno, alla quale sostituiscono malamentemonelleria,scappatella, ecc.Malestrosi dice qualunque danno facciano per casa i ragazzi, come romper piatti, bicchieri e simili. Es.:Ragazzi, badate di non far malestri.(F.)

Ninnare.— Canterellare per fare addormentare i bambini cullandoli. Dice il Giusti:

E lo accostava, al seno e lo ninnavaCon baci e baci come fosse suo.

E lo accostava, al seno e lo ninnava

Con baci e baci come fosse suo.

Spoppare.— Levar la poppa ai bambini, disusarli dal latte; onde si dicebambino spoppato,ecc.

A proposito del linguaggio dei bambini, occorre un'osservazione sull'uso che si fa dei diminutivi in Toscana. È opinione di molti che se ne faccia un uso eccessivo, per il che suol dirsi che i Toscani parlano un italiano fiacco e sdolcinato. Nulla di più falso, a mio parere, perchè rarissimamente, in Toscana, si sente usare un diminutivo che non sia giustificato dalla modificazione ch'esso porta al senso della cosa espressa. È superfluo notare la differenza che corre trabellinoebello, poichè tutti sanno chebellocorrisponde abeauebellinoajoli, e nessunoignora il differente significato di queste due parole. Ma si osservino i seguenti esempi. In Toscana, si dice che una donna hagiudizio, e che una bambina ha ungiudizinoda far meravigliare. Si dice che una donna, una bottegaia, per esempio, ha unamanierinache piace. Si dice che una bimba ha le suemalizine. Si dice che la madre è tuttapensieriper la sua figliuoletta, e che la figliuoletta è tuttapensieriniper sua madre. Si dice che una donna è sempreravviata,ravversatae che i suoi bimbi sono sempreravviatini,ravversatini. Una mamma dice al suo bimbo il quale pretende ch'essa, gli porga qualche cosa: —Allunga il santo manino e pigliatela da te, ecc. Si vede da questi esempi che i diminutivi non sono adoperati a casaccio. Lo stesso può dirsi dei peggiorativi che non solo modificano il senso, ma qualche volta lo cambiano affatto.Quell'uomo, si dice, hadelle idee:giovatevene:quell'altro ha delle ideaccie:guardatevene. Si dicemettere uno a un puntaccio; e si sottintende: di fare uno sproposito;fare una partaccia a uno, ossia caricarlo di male parole;fare un'azionaccia, ossia una bricconata;avere delle praticaccie, ossia di donne perdute, che sonorobaccia;fare una levataccia, ossia levarsi per tempissimo, ecc. Bella novità! — mi diranno molti italiani settentrionali che studiano la lingua; — tutti questi vocaboli, tutti questi modidi dire li sapevamo. — Tanto meglio; ma non li dite mai, non li scrivete mai, non vi suonan mai nella testa quando li potreste scrivere o dire; e in fatto di lingua, tutto quello che non viene sulle labbra o sulla penna, non si sa. Ma dunque, mi si domanderà, come s'ha da fare per rendersi famigliari tutti questi vocaboli e questi modi? Ci sono molti mezzi. Si notano, si adoprano nelle lettere agli amici, si usano esprimendo a noi stessi i nostri pensieri, si fa il proponimento di usarli parlando coll'uno o coll'altro di quelle determinate cose, si masticano, si mandan giù, si rimestano, si fatica, in una parola, per imparare l'italiano, almeno almeno come si fatica per imparare il francese.

***

E poichè ho accennato a una lingua straniera, cade qui a proposito un'altra osservazione. Da qualche anno in qua lo studio delle lingue straniere è diventato comunissimo in Italia. Un gran numero di giovani dei due sessi, e di tutte le classi sociali, si sono dati, percompletare la loro istruzione, allo studio della lingua inglese e della lingua tedesca. (Non parlo della francese perchè si può dir quasi necessaria, come non parlo di coloro che studianoquelle altre lingue per necessità). Or bene io mi domando se questo studio dà, nella massima parte dei casi, un frutto corrispondente alla fatica che costa; un frutto cioè, che equivalga a quello che si ricaverebbe da uno studio della lingua propria fatto in egual tempo e colla medesima alacrità.

Ne dubito.

Prima di tutto, non potendo o non volendo la maggior parte di coloro che studiano quelle lingue, studiarle scientificamente, questo studio si riduce per essi a una pura fatica della memoria, a un esercizio di pazienza, a uno sgobbo scolaresco, che giova pochissimo all'ingegno, per non dire che lo mortifica e che lo rintuzza. Poi c'è un argomento di fatto che vale più d'ogni altro contro questi studî; ed è che di trenta persone che cominciano a studiare, per esempio, il tedesco, quindici si scoraggiscono e smettono in capo a un anno o a sei mesi; cinque l'imparano, e lo dimenticano poi, in tutto o in parte, perchè le vicende della loro vita li costringono a trascurarlo; altri cinque non lo dimenticano, ma non hanno occasione di servirsene utilmente, o perchè non possono viaggiare, o perchè non hanno tempo e attitudine a fare altri studî di cui la lingua per sè stessa non è che la chiave; e degli ultimi cinque infine, ce ne saranno tutt'al più tre che giungono a possedere questa lingua in manierada poter gustare (gustare, intendiamoci, non capire soltanto) i buoni autori tedeschi. Perchè io comprendo come a un medico, a un fisico, a un ufficiale (e sottintendo i dotti di professione), metta conto di studiar tanto il tedesco da riuscire a comprendere ciascuno i libri della sua scienza, perchè di questa lingua a loro non occorre di conoscere che una parte, ossia non più di quanto è necessario per afferrare il senso dei loro libri speciali, e a ciò possono pervenire in breve tempo. Ma è tutt'altra cosa per un giovane che voglia imparare quella od altre lingue, come suol dirsi, per ornamento, il che gl'impone l'obbligo di farne uno studio vasto e profondo, in modo da riuscire a godere tutte le bellezze riposte, a sentire tutte le armonie, a toccare, per dir così, tutte le fibre della poesia del Goethe, dell'Heine, dello Shakspeare! E quanti sono quelli che dicono di toccarle, e leggono poi di soppiatto le versioni del Maffei e dello Zendrini, e non godono veramente Shakspeare che nei versi del Carcano!

Credo una gran verità che non si possa dire esservi in un paese vera coltura se non ci fioriscono gli studî filologici; ma ha da essere lo studio della filologia, ossia la vera e buona scienza di pochi od anche di molti; non una manía universale di legger male e di balbettar peggio tre o quattro lingue straniere.

Invece di faticar tante ore a inchiodarsi nel cervello migliaia di radicali e di frasi esotiche, imparate le quali, il pensiero straniero si presenta pur sempre velato alla loro intelligenza, quanto sarebbe meglio che molti giovani si consacrassero allo studio amoroso e costante della propria lingua! Può essere una soddisfazione il saper sostenere, tiranneggiando il proprio pensiero, una conversazione di mezz'ora con una persona nata cinquecento miglia lontano da noi; ma è certo una soddisfazione più intima il saper trovare ogni momento, parlando la lingua materna, una formola evidente e gentile in cui il proprio pensiero s'adatti e risplenda come una gemma nell'anello; il poter rendere e stampare nell'anima altrui le più tenui sfumature dei nostri sentimenti; vedere il volto d'una persona che s'ama rispondere via via con una gradazione più viva di roseo ad ogni nostra espressione che giunga più dritta al cuore e lo rimescoli più addentro con una punta più delicata; rivelare a persone sconosciute, con poche parole fuggitive, il nostro grado di cultura; colorire e illuminare tutte le nostre idee; e infine essere italiani di lingua come s'è italiani di cuore.

***

Questi saggi d'appunti intorno almangiare, alcommercio, alparlare, airitratti, aibambini, possono dare un'idea di quanto si sarà acquistato nello studio della lingua quando si sia fatto altrettanto riguardo a una trentina d'altri soggetti, intorno ai quali si può raggruppare, man mano che si procede nella lettura del vocabolario, la maggior parte di quello che si nota. Per conto mio non conosco mezzo più spiccio, nè più facile, nè più profittevole.


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